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Li ammazzano

Liberazione – 24.9.08

 

Li ammazzano e poi li espellono - Piero Sansonetti

Il governo ha deciso di non restare con le mani in mano di fronte alla tragedia di Castelvolturno, dove la camorra ha massacrato sei giovani africani. Le contromisure sono forti e chiare: un decreto per rendere più difficile l'arrivo di altri africani in Italia e per espellerne il più possibile. Senza badare a spese. Il consiglio dei ministri ha stabilito di investire decine di milioni per costruire dieci nuovi Cpt, cioè le prigioni per immigrati che funzionano fuori della legge e non rispondono alla magistratura. Il ministro dell'Interno Maroni si è presentato ieri alla riunione del consiglio dei ministri con una cartelletta che conteneva tutti i dati che illustrano il problema. Quali dati? Dice Maroni che nel corso del 2008 il numero degli immigrati clandestini è aumentato del 60 per cento rispetto al 2007, toccando la cifra record di 26.000 (circa 1 ogni 2000 italiani; per capirci, un migliaio abbondanti in una città come Roma, un po' meno che a New York dove sono tra il mezzo milione e i settecentomila). Di fronte a questo aumento di immigrati - deve aver pensato il ministro - è logico che aumenti anche il numero di immigrati uccisi dalla camorra. Per ridurre questo tipo di omicidio la cosa migliore è ridurre le possibile vittime, cacciandole dal nostro paese. Provate solamente per una frazione di secondo a immaginare cosa sarebbe successo in Italia se una banda di nigeriani o di ghanesi avesse ucciso in un colpo solo sei ragazzi italiani. Provate a figurarvi cosa avrebbero fatto i giornali, gli uomini politici, i giudici, i poliziotti, il governo... Provate a indovinare quali leggi speciali, quali insulti, quante deportazioni di massa. E i giornali, per giorni e giorni con pagine intere e drammaticissime sulla strage. E, naturalmente, i funerali di Stato. I sei ragazzi neri di Castelvolturno avranno funerali di Stato? Che domanda sciocca! Voi sapete quando e dove si svolgeranno i funerali di quei sei ragazzi? No, perché nessuno se ne preoccupa. Li seppelliranno da qualche parte. E' quello che pensa il sindaco di Castelvolturno che proprio ieri dichiarava: «meglio non qui...». Pace all'anima loro, e vediamo di liberarci al più presto dei loro parenti, di rispedirli in patria. Che vergogna! Nemmeno i peggiori negrieri americani dell'ottocento si comportavano così.

 

Abba non odiava nessuno. Dignità e dolore ai funerali per il giovane ammazzato - Claudio Jampaglia
Milano - Una lunga fila di mani, di silenzio. Centinaia di persone che entrano, si siedono. Una parola alla famiglia. Scuotono le teste. Non doveva succedere. Un miscuglio di anziani del paese, gente venuta da Milano, facce nere e capelli imbiancati in fila per salutare Abba accanto a ragazzi col piercing, le grisaglie e i tailleur di assessori e esponenti delle istituzioni a fianco ai bubù colorati delle zie, delle cugine, della madre . Almeno per una mattina uniti. Accolti dal sorriso di papà Assane che continua a stringere mani e a ringraziare tutti per essere venuti. Attorno la sua famiglia. Gli amici. I colleghi di lavoro. Una processione di dignità. Per dire addio a un ragazzo di 19 anni che torna in Burkina Faso, in una bara. Eppure il suo paese era questo, i suoi amici, le sue speranze erano qua. Tutte. Cernusco è un paese tranquillo. Verde, ordinato. Asili e scuole con giardini e giochi. Palazzi distanti gli uni agli altri. Periferia vivibile, invece della banlieue. Abba è cresciuto qua. Al bar, in farmacia, dal giornalaio c'è cordoglio, per la famiglia, per il ragazzo. Ma non è successo qui. Qui si vive tranquilli. Va tutto bene. Anche il Comune smorza. Sta vicino alla famiglia, paga i funerali, il gonfalone vicino alla bara. Il sindaco invoca «un patto educativo, ripartire dal senso civico». Parole di vicinanza. Ma nessun clamore. Il razzismo? Una malattia di pochi. La casa della famiglia Guibre è a pochi passi. Oltre il parco. I balconi con i vestiti ad asciugare. Sotto le finestre un muro bianco e tante mani colorate, la faccia di Abba. Le firme degli amici. Kikko, Lil, Samir, John. Due candele e un mazzo di fiori. I ragazzi più piccoli verranno il pomeriggio a cazzeggiare. Abba e gli altri, invece, erano diventati grandi, maggiorenni. Andavano a Milano in compagnia. Uniti. Dalla periferia, dalla provincia, persino da Lecco, da Bergamo, per trovarsi tra fratelli, la stessa musica, la stessa voglia di vivere. C'è anche qualche italiano tra loro, ragazze e ragazzi, ma pochi. Tra i primissimi ad arrivare alcuni ragazzi del paese, quelli dell'associazione Cachoeira de Pedras, progetti di solidarietà lontani e sul territorio. Hanno messo uno striscione: "Per Abdul, perché non succeda mai più. No al razzismo". Tutti si conoscevano. Stesse scuole. Ma poi le strade si dividono. E ci si trova qua, a salutarsi, come ai tempi della scuola, per cognome. Arrivano anche gli amici di Abba. Si piazzano nell'angolo fuori dall'auditorium. Occhiali scuri. Raccoglimento. Sono quelli della manifestazione di sabato. Quelli che hanno urlato e si sono presi la città pazzi di rabbia, rompendo schemi politici e ordine costituito. Adesso parlano: «Ci aspettiamo molto dalla giustizia, crediamo in questo paese, ne rispettiamo le regole, ci scusiamo se l'altro giorno abbiamo esagerato, ma non si può stare zitti. Non si può accettare che Abba sia trattato come un pericoloso, come un delinquente». «Noi siamo la nuova generazione, non ci stiamo a essere trattati come diversi. Se ci sono dei razzisti questo è il problema della società non deve essere un problema solo nostro. Questa è la nostra terra». «Adesso lui è là e non può dire niente, non può farvi vedere che era maturo, che era responsabile, che aveva più desideri e vita. Abba non odiava nessuno». Non vogliono vendetta, al limite polemizzano con la politica, con i media che gli mettono in bocca quello che non vogliono dire: vendetta, violenza. Ma parlano. Vogliono raccontare di tutte le volte che si sono detti che non abbasseranno mai lo sguardo, che loro sono di qua. Sono italiani. Che piaccia o meno. E se c'è bisogno di affermarlo, sono pronti a farlo. Con una motivazione in più. Abba. Vicino a loro Pap Khouma, scrittore milanese, uno dei primi negli anni '80 ad avere raccontato la Milano che diventava multietnica senza saperlo. Pap è arrabbiato, «come non lo sono stato in questi 25 anni», «arrabbiato con una classe politica incapace di affrontare i problemi della gente, che sta scaricando da anni tutta l'attenzione e la rabbia contro le pecore nere, gli immigrati. Sparano odio, coltivano il razzismo per nascondere l'incapacità a costruire benessere, pace sociale. Ma non dobbiamo farci dividere, non dobbiamo cadere nel tranello dell'odio». La giornalista tv che non lo conosce, gli chiede: «Chi è lei, un parente?». «Sono un milanese», risponde. Sarebbe bello se anche gli amici di Abba potessero rispondere così. Ma oggi non si può. C'è una bara che fila via, lontano. E poi le tv e le foto in posa davanti al murales, l'appuntamento per rivedersi tutti "al muretto" in centro. C'è pure spazio per uno scazzo tra due ragazzi sulla maledetta sera. La sera nera, come la pelle di Abba. Pesta come il suo corpo. Buia come la strada davanti.

 

Militari a Castelvolturno - Angela Mauro

«Siamo stati ascoltati». Mamadou Sy, vicepresidente della comunità senegalese di Caserta, si ritiene soddisfatto. A lui la decisione del governo di inviare l'esercito nelle zone con emergenza criminalità piace molto. «Hanno fatto un passo avanti», è convinto Mamadou che vive da anni a Castelvolturno, il paese di 25mila anime, in maggioranza africani, teatro della strage di camorra di giovedì scorso (sei immigrati uccisi, più un italiano morto la stessa sera in un altro agguato). «La presenza dei militari darà sicurezza sia a noi che agli italiani di qui», continua Mamadou che lunedì scorso insieme ad altri africani si è recato dal questore di Caserta per «ringraziarlo per il primo arresto dell'inchiesta sulla strage», quello di Alfonso Cesarano, pregiudicato che sarebbe evaso dai domiciliari per partecipare alla spedizione punitiva alla sartoria di Baba Alhaji, una delle vittime della "strage di San Gennaro". Mamadou sa che, oltre all'utilizzo dell'esercito, il governo ha anche deciso di inasprire la normativa sui richiedenti asilo e sui ricongiungimenti familiari e di stanziare fondi per costruire dieci nuovi centri di identificazione ed espulsione nelle regioni ancora sprovviste. Lo sa, ma in lui prevale la soddisfazione per aver ottenuto una risposta: l'arrivo nel casertano di 500 militari (che si aggiungono ai 3mila già attivi nelle città). «Non possiamo combattere contro il governo - sottolinea il senegalese - Per noi ora è importante che ci riconoscano come essere umani con diritti. Speriamo che le forze dell'ordine si dedichino ai problemi veri e non al controllo dei nostri documenti». Il sindaco di Castelvolturno la pensa come Mamadou. «In una situazione ordinaria, mi sarei opposto - dice Francesco Nuzzo, magistrato e sindaco a capo di una giunta di centrosinistra - ma adesso accolgo con favore il provvedimento del governo a patto che i militari agiscano contro la criminalità organizzata e non si limitino a qualche controllo sui commercianti della zona e sui clandestini». A livello nazionale il Pd balbetta, lasciando intendere che, se fosse stato al governo, avrebbe operato la stessa scelta. Un pensiero che diventa esplicito nei commenti di Antonio Bassolino, entusiasta del decreto varato ieri in consiglio dei ministri. «Un segnale chiaro nella lotta contro la camorra», dice il governatore della Campania. Di idea diversa l'assessore regionale all'Istruzione. «Sarebbe stato più opportuno mandare 500 insegnanti in più che non l'esercito», sostiene Corrado Gabriele del Prc. E anche le Acli non plaudono alla decisione del governo che, osserva il presidente Andrea Olivero, «non ascolta nemmeno il monito del presidente della Cei, Bagnasco, che ha chiesto la regolarizzazione degli immigrati clandestini». Nel coro dei "no" Padre Giorgio Poletti, dei missionari comboniani che da anni lavorano con gli immigrati di Castelvolturno. «Serve una rivoluzione culturale e non posti di blocco - dice il prete - l'invio dell'esercito è un'operazione di facciata: servono invece soluzioni strutturali». Effettivamente, a parte l'annuncio mediatico, si sa ben poco di questa operazione in stile "Vespri siciliani". Ignota, per esempio, la data di inizio. Al ministero della Difesa rispondono di chiedere al Viminale. Da parte sua, il ministro dell'Interno Maroni non parla di tempistiche e sembra più impegnato a rispondere a Veltroni che ha chiesto conto al governo dell'evasione di Cesarano. «I domiciliari li hanno decisi i magistrati», è il rimbrotto del ministro il quale auspica che i benefici di legge non vengano concessi agli indagati per associazione mafiosa, ignorando tra l'altro che il nostro codice prevede già una misura del genere. Dei "Vespri casertani" si sa solo che dureranno tre mesi, rinnovabili, e che saranno organizzati in «checkpoint sul territorio», precisa il ministro della Difesa La Russa. Non si sa granché nemmeno sui funerali delle vittime della strage, nonostante che le autopsie sia state completate. Il sindaco Nuzzo, stimando una partecipazione di «10-15mila immigrati» alle esequie, dà voce alle sue perplessità: «Il comune è a disposizione per l'organizzazione dei funerali, ma sarebbe meglio se non si facessero qui, se si svolgessero direttamente nei Paesi di origine. Lo dico per ragioni di ordine pubblico».

 

Alitalia, Cai: «Il piano non cambia». Chavez: «A noi interessa»

Roberto Farneti

Ci voleva la mossa di un leader politico coraggioso, qual è il presidente del Venezuela Hugo Chavez, per smontare il teatrino costruito dal governo sulla vicenda Alitalia. Non è vero, come si ostina a sostenere il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che non c'è alternativa all'offerta di Compagnia Aerea Italiana, proposta peraltro formalmente ritirata perchè respinta dalla Cgil e dalle sigle sindacali maggiormente rappresentative tra piloti e assistenti di volo (Anpac, Up, SdL, Avia). Invece alternative ce ne sono, sia in Europa che nel resto del mondo. Mentre Lufthansa continua a restare alla finestra, in attesa che dal governo italiano giungano segnali meno ostili nei confronti di ipotesi straniere, dall'altra parte dell'oceano arriva la notizia che le linee aeree venezuelane della Aserca Airlines avrebbero l'intenzione di concorrere alla trattativa privata per la cessione di tutti o parte dei complessi aziendali o delle attività produttive del gruppo di società Alitalia. Invece di salutare con soddisfazione questa novità - che apre nuovi scenari, compresa la creazione di una cordata "mista" a cui potrebbero partecipare gli stessi lavoratori, pronti a mettere sul piatto circa 340 milioni di euro - il governo fa finta di non sentire. Anzi, convoca i vertici di Cai a Palazzo Chigi nel tentativo di convincerli a tener conto dei «problemi specifici delle alte professionalità», come ha detto ieri il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Ottenendo però in cambio un secco no: «Il piano Fenice non cambia», la risposta di Roberto Colaninno e Rocco Sabelli. Speculare la replica dei piloti: «Se Cai ci ripresenterà una proposta con le stesse cose, non firmeremo alcunché», avverte Massimo Notaro, presidente di Unione Piloti. Resta in campo la minaccia dell'Enac di ritirare la licenza ad Alitalia se entro giovedì il commissario straordinario Augusto Fantozzi non presenterà un piano credibile. «Non lo puoi fare», gridano le sigle sindacali di piloti e assistenti di volo, citando il decreto Marzano corretto dal governo. «Lo posso e lo devo fare perchè me lo impongono le normative europee», ribatte Vito Riggio. Prova a sbloccare la situazione Walter Veltroni con una proposta in tre punti inviata per lettera a Berlusconi. Peccato che l'ipotesi di una apertura da parte di Cai - il primo di questi tre punti - sia stata subito cestinata dal "compagno" Colaninno. Veltroni invita anche il governo a cercare all'estero e a dare mandato a Fantozzi per concludere «immediatamente e positivamente una intesa con tutti i sindacati». Scuote la testa il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, ieri in visita al Parlamento europeo per incontrarsi con gli eurodeputati del gruppo della sinistra unitaria: «Ho sentito le dichiarazioni di Veltroni secondo cui la Cai deve fare un passo in avanti. Ciò dimostra - dice Ferrero - che c'è un'insistenza anche da parte del Pd o di alcuni settori di esso, per i suoi notori rapporti con alcuni imprenditori della Cai, affinché siano proprio questi imprenditori a prendere la compagnia di bandiera. Solo che questo - osserva ancora - non coincide nè con gli interessi di Alitalia, nè con gli interessi dei lavoratori, né con gli interessi dell'Italia». Il segretario del Prc indica quindi altre strade: «Il governo la dovrebbe smettere di giocare a poker sulla pelle dei lavoratori» e «mettere Alitalia in condizione di valutare tutte le proposte, compresa quella di Chavez». Ma perchè «se Chavez ci mettesse un miliardo in più, non va bene?», domanda Ferrero.

 

Zipponi, sbagli: il corteo dell'11 ottobre è una grande sfida – M. Acerbo

In un tempo non molto lontano, dentro e intorno a Rifondazione, eravamo soliti dire che le differenze e la pluralità dei punti vista, delle culture, delle pratiche e delle proposte programmatiche erano una ricchezza della sinistra e dei movimenti. Eravamo abituati a ragionare sul come mettere in rete questa sinistra plurale rinunciando a qualsiasi "reductio ad unum" e a qualsiasi tentazione dei gruppi dirigenti di partito a pensarsi come "avanguardia". Una linea di ricerca che animava anche il recente seminario di Firenze con Paul Ginsborg e Pino Ferraris sulle forme dell'agire politico. Pensavamo di costruire percorsi unitari dentro le dinamiche di movimento e non al di sopra, con operazioni organizzativistiche e di ceto politico. Ultimamente ho la sensazione che molti compagni abbiano compiuto una svolta politica e culturale rispetto a un patrimonio comune che davamo per scontato. Lo sconcertante articolo di Zipponi è emblematico in tal senso. Siamo davvero sul piano dell'innovazione, ma rispetto alla cultura politica che ci aveva caratterizzato durante la stagione dei movimenti. Zipponi giunge a sostenere che le differenze di posizioni tra i sottoscrittori dell'appello per la manifestazione dell'11 ottobre rappresentano un "limite". Si trattasse di differenze sui contenuti tali da nuocere alla credibilità dell'iniziativa potrei anche ritenerlo un allarme giustificato. Purtroppo per Zipponi differenze programmatiche forti su tutte le principali questioni aperte nel paese le registriamo quotidianamente col PD che scenderà in piazza il 25 ottobre non certo dentro alla sinistra. D'altronde le differenze che contano per Zipponi sono quelle rispetto al "futuro prossimo", tradotto tra quelli che vogliono la "costituente" e una "corrispondenza di amorosi sensi" col PD e i soliti identitari, minoritari, settari, ecc. Uno dei paradossi dell'esasperazione del punto di vista di chi è posseduto dall'ossessione per la "costituente della sinistra" appare da mesi proprio un atteggiamento ultra-giacobino, oserei dire di volontarismo e soggettivismo iper-leninista (non se la prendano per l'ironia gli ormai rari estimatori di Lenin). Cioè il pensare che il loro progetto di andare "oltre Rifondazione" rappresenti la panacea per tutti i mali e quindi l'affidare ogni speranza alla decisione politica, alla mistica del "nuovo inizio", cioè la nascita del nuovo soggetto politico. Tutto è inutile, testimoniale, perfino dannoso se non contempla questo approdo, e nei tempi più brevi possibili. Sono talmente convinti di possedere una linea salvifica che devono avvicinare con ogni possibile forzatura la data della "scadenza". E non domani, magari dopo aver convinto i recalcitranti come me, ma "subito, oggi"! Quasi echeggia l'antico "Lenin in Inghilterra" di Tronti. Pazienza se su questa strada si seminino più divisioni di quante ve ne fossero precedentemente. Se la maggioranza degli aderenti al proprio partito non è proprio entusiasta di questo progetto sarà perché è obsoleta, composta di relitti col torcicollo. La costituente, e il nuovo soggetto politico dovrebbero essere lo strumento per ricostruire la Sinistra in questo paese. Ma si trasformano in un fine tanto agognato che per conseguirlo vanno sacrificati anche gli spazi di unità d'azione oggi possibili e praticabili, dentro al partito e con le altre soggettività politiche e sociali della sinistra plurale. Che l'opposizione di sinistra provi a ritrovarsi in piazza è troppo poco, manca "un serio progetto politico costituente"! Per sorreggere le sue tesi Zipponi si lancia in un elenco dei "buoni" e "cattivi", ovviamente i primi sono quelli che condividono le posizioni di Zipponi, gli altri divengono macchiette e caricature. Uno stile nell'argomentare davvero novecentesco. Ieri questo metodo si applicava al dibattito congressuale, oggi si estende all'intera malconcia sinistra italiana, con una particolare acrimonia nei confronti dei compagni della sinistra CGIL. Ci sono poi delle considerazioni che si prestano a trasformarsi in autentici autogol rispetto alla nostra storia, come quella sul referendum per l'abrogazione della legge 30. Proposta, mi pare avanzata da un sindacato extraconfederale (SdL), sulla quale credo tutta la sinistra dovrebbe ragionare. E sulla quale ovviamente sono legittime tutte le obiezioni di questo mondo. Ma liquidarla con tono perentorio come fa Zipponi mi sembra, sul piano della forma e della sostanza, assai discutibile. Definirla una cosa "di destra", una "pietra tombale della lotta alla precarietà" e contrapporla alle vertenze sui luoghi di lavoro (chissà perché), è davvero eccessivo. E' vero che si può perdere, ma non si vedono all'orizzonte grandi spazi per ottenere con questo governo qualche significativa modifica del quadro legislativo. L'anatema di Zipponi mi ricorda le critiche alla nostra iniziativa referendaria sull'articolo 18. Tra i compagni della mozione 2 è maturata un'autocritica rispetto a quella battaglia? Anche nell'assemblea di giugno del Movimento per la sinistra, con Tortorella, De Siena, Folena e tanti altri/e compagni non sospettabili di estremismo settario, era emersa una riflessione sull'ipotesi di una piattaforma referendaria della sinistra, anche sulla legge 30. Lo dico semplicemente per indicare che è assolutamente normale che ci si ponga il tema dentro la definizione di un'agenda dell'opposizione di sinistra a questo governo. Un opposizione, ricordo, che per la prima volta nella storia repubblicana è fuori dal Parlamento. Sorge il dubbio che a Zipponi la proposta non vada giù perché creerebbe qualche problema nei rapporti con il PD che sicuramente non gradirebbe. E questo è l'altro ingrediente del Zipponi-pensiero che mi preoccupa. Non è certo rifugiandosi sotto l'ala protettrice del PD che la sinistra ricostruirà un suo radicamento sociale e una relazione con il mondo dei lavori. Certo il discorso può essere diversamente declinato se divengono centrali le sorti elettorali dei gruppi dirigenti. Chi scrive ha letto Gramsci fin dalla più tenera età e non si sognerebbe mai di pensare che non dobbiamo cercare di relazionarci con i milioni di elettori e sostenitori del PD. La sinistra e i movimenti debbono sicuramente porsi l'obiettivo di un profondo mutamento della linea di quel partito e possono farlo soltanto sulla base di una forte autonomia e criticità rispetto all'impianto programmatico che ha assunto e che gli impedisce oggi di articolare un'opposizione decente alle destre. Sapremo entrare in connessione con il popolo che ha votato PD se articoleremo un'iniziativa politico-sociale capace di parlare agli uomini e alle donne di questo paese, non certo sfilando sottobraccio con Veltroni, D'Alema, La Torre, Fioroni e Letta. Faremo anche quello se vi saranno ampie mobilitazioni unitarie su posizioni condivise. Magari in occasione dello sciopero generale evocato da Zipponi e per il quale vanno costruite le condizioni nel paese. Condivido anche io la preoccupazione che la manifestazione dell'11 ottobre possa non avere proporzioni di massa. Che l'appuntamento sia "poco sentito e partecipato" nel paese. Confusione, delusione, rassegnazione sono probabilmente ancora i sentimenti prevalenti. E soprattutto tanta sfiducia nella politica e in particolare nei gruppi dirigenti della sinistra (sentimento piuttosto comprensibile). Forse, se ci dilaniassimo meno sulle costituenti e si ponesse fine allo scontro interno, troveremmo tempo ed energie da dedicare ad un ampio lavoro unitario, partecipato e dal basso, per dare gambe e respiro ad una opposizione di sinistra in questo paese e riaprire una stagione di movimenti e lotte.

 

Mussi: cara Rifondazione, è ora di fare un altro partito – S. Bocconetti

Bisogno di un partito. Di un nuovo partito della sinistra. «Perché la situazione non è mai stata così difficile come adesso, ma c'è anche una straordinaria opportunità per mettere in campo un pensiero nuovo». Fabio Mussi, ex ministro della ricerca, dirigente del Pci e dei diesse prima di "rompere" con Fassino al congresso di Firenze, per un po' di tempo - a cavallo delle elezioni - è stato costretto a stare lontano dalla battaglia politica. Un'operazione difficile e poi una dura convalescenza. Ora torna a dire la sua. E a fare. Per esempio, quando lo si sente al telefono, è appena tornato da una riunione sull'occupazione di una scuola. Torna a dire la sua, sul futuro della sinistra. Un tema che, lo sa bene, divide le forze politiche, un tema sul quale - anche questo sa bene - in Rifondazione ha prodotto un dibattito lacerante. Ma la sua la dice lo stesso. E a quell'obbiettivo - un nuovo partito della sinistra, «un nuovo partito alla sinistra del piddì» - ci arriva con un lungo ragionamento. Che comincia con una domanda sull'attualità, sulle cose di questi giorni. Proprio stamane Maurizio Zipponi, sul nostro giornale, scriveva che sarà in piazza l'11 ottobre nella manifestazione promossa da un appello di intellettuali. Ma che quella manifestazione rischia di rivelare l'inefficacia di questa opposizione. Che ne pensi? Ho letto... Penso soprattutto una cosa: credo che le manifestazioni, i cortei siano importantissimi. Anche quelli che magari servono solo a scaldare i cuori. Sono importanti anche quelli. Ma mai risolutivi. Sono un evento, se si è in tanti è meglio. Ma poi i cortei finiscono e c'è il giorno dopo. E non si sfugge al problema: un corteo non risolve nulla se non c'è un progetto. Un progetto politico. Progetto che, naturalmente, non c'è. Vedo i tentativi che si fanno per definirlo, vedo i passi in avanti che non sottovaluto ma ancora non siamo approdati. Siamo lontani, insomma. E stando così le cose, la strada è chiusa per tutti. Per tutti chi? Sto parlando di quel campo che è azzardato definire oggi di centrosinistra. Piuttosto lo chiamerei antiberlusconiano e a-berlusconiano. E in questo campo tutti mi sembrano in un vicolo cieco. Perché c'è un piddì che galleggia sul trenta per cento e che - come dice oggi anche D'Alema, ripetendo una cosa che avevo già sostenuto tempo fa... ma non ha molto senso rivendicare primogeniture davanti a questi drammi... Perché, cosa sostiene oggi D'Alema? Che il piddì è passato da quella che chiamavano "vocazione maggioritaria" ad una situazione di strutturale minoranza. Un'aspirazione a rimanere minoranza. Con una continua emorragia verso l'altro partito personale della politica italiana, l'Italia dei Valori. E naturalmente, con una sinistra che - lo sanno tutti - è restata fuori dal Parlamento. E che oggi appare come una micronesia di forze, divise, frammentate. Che potranno offrire una testimonianza, ma così non c'è partita. Però, non si può far finta di nulla: la partita l'hanno chiusa soprattutto gli elettori. Non è così? Non credo di dire nulla di originale se ti rispondo che gli elettori non si sono fidati di un miniprogetto partorito in qualche mese, vissuto soprattutto fra stati maggiori. E che già all'epoca faceva capire che si sarebbe dissolto. La Sinistra arcobaleno, insomma, ha chiesto un voto per la sopravvivenza. Anche lì, senza un progetto. E la gente non dà mai una cambiale in bianco. Ma tutto questo l'abbiamo analizzato, capito, su questo abbiamo riflettuto. Ma oggi intanto... Già, intanto cosa accade? Che è finita quell'orribile manfrina: dialogo sì, dialogo no. Ed è venuta fuori la destra, il pugno di ferro della destra. Che sta modellando un paese esattamente come vuole lei. Senza incontrare una efficace, vera resistenza. Questo è il problema. Se fossi un esperto militare direi che le truppe nemiche stanno dilagando nella pianura, hanno rotto tutti gli argini. Ma forse gli argini non li hanno superati col voto di aprile. Forse la destra ha vinto tanto tempo fa, quando le sue politiche, le sue scelte sono entrate dappertutto. In qualche modo hai ragione. Anch'io sono convinto che le ragioni della drammatica sconfitta di aprile siano da ricercare in una lunga storia. In cui la parte maggioritaria della sinistra ha perseguito un'idea di modernizzazione che l'ha portata a spostarsi progressivamente a destra. Ma dall'altra parte, fammelo dire anche se so che susciterà polemiche fra i tuoi lettori... Nessun problema, di che si tratta? Credo che qualche responsabilità l'abbia anche una sinistra che è rimasta ancorata a puri principi identitari tradizionali. Questi due movimenti contrapposti hanno prodotto il deserto. E adesso? C'è un'ultima chance per ricominciare. Ma dobbiamo farlo ora, adesso. Tenendo presente però che abbiamo un doppio problema, che non può essere separato. Né affrontato uno alla volta. Qual è questo doppio problema? Sto parlando della sinistra e del centrosinistra. Due questioni che si tengono. Sto parlando in sostanza del tema del governo. Non è per sminuire il senso delle tue affermazioni ma ti sembra un tema di attualità? Non c'entra nulla. Non credo che il tema vada posto quando ci sia la possibilità di andare al governo. E' un argomento che però la sinistra deve porsi. Poi, può essere delegata dagli elettori a governare, scegliere se collocarsi in un'alleanza, se rinunciarci, può decidere dove stare, ma deve porselo. Ti faccio un esempio, così ci capiamo. Nel '56, il Pci non aveva la minima possibilità di governare. Le elezioni le vinceva la Dc, c'era una situazione internazionale che non rendeva possibile l'alternanza. Eppure, anche in quella situazione, il Pci proponeva un progetto politico, faceva una proposta di governo: si chiamava esecutivo per la pace. Insomma, io non credo che la politica sia solo potere. E' passione, valori, ideali. Ma esiste una questione che riguarda il potere, ignorarla non serve. Resta la domanda: e ora che si fa? La sinistra ha un compito immediato. Quello di ricostruire un popolo, una coscienza, una visione, una cultura politica. Costruire un nuovo blocco sociale, che sappia immaginare alleanze. Continui a parlare di sinistra. Ma te come la immagini? A me piace parlare in modo diretto: io immagino un partito. L'alternativa quale sarebbe? La micronesia di cui ti parlavo. Servirebbe a qualcuno? A qualcosa? Ma ci rendiamo conto con che cosa abbiamo a che fare? Con cosa? Io vedo che nel nostro paese parliamo di tutto meno di quel che accade nel mondo. Ma ci rendiamo conto che c'è il gigante Usa che ha nazionalizzato il debito delle più grandi banche d'affari? Ci sono osservatori che hanno scomodato Keynes per l'occasione. Ma ad una cosa così Keynes non aveva mai pensato. Aveva pensato ad interventi sulla domanda aggregata, aveva immaginato lavori per far crescere la domanda. Ma mai ad un intervento come quello deciso dal governo Usa. Il tutto dopo anni in cui ci hanno spiegato e insegnato che doveva essere il mercato a dettare le regole. Noi, la sinistra, sapevamo che il puro mercato era un'idea immaginaria. Evocarla significava solo adattarsi ai rapporti di forza economici, sociali, adattarsi alla legge del più forte. Sono anni, da Seattle, che la sinistra elabora progetti nuovi per contrastare la "bestia feroce" - per citare Spiegel - del capitalismo finanziario. E quando si arriva al dunque che accade? Che la sinistra non c'è. Sono anni che la sinistra si affanna a riflettere su come governare la complessità. E poi che accade? Che arriva la destra e offre la risposta più semplice. E noi, a guardare. Ma insomma cosa proponi? Te l'ho detto e lo ripeto. Un nuovo partito, una nuova sinistra. Naturalmente anch'io penso ai movimenti, ai movimenti sociali. Che sono in una fase di riflusso ma non mi preoccupo. So che torneranno. Ma ha poco senso credo indicare l'obiettivo del semplice ritorno al sociale... Come fa Ferrero. Ce l'hai con lui? Sto discutendo, non faccio polemiche. Ma anche qui, nel sociale occorre tornare non a fare propaganda, non testimonianza. Ma a dire: badate, stiamo lavorando a trasformare la vostra condizione con un progetto politico che ha l'ambizione di diventare maggioranza. Non lo sarà oggi, ma io voglio diventare maggioranza. E a scanso di equivoci ti dico che quando parlavo di alleanza non mi riferivo all'attuale fase, all'attuale piddì. Oggi vedo una fase di conflitto coi democratici. Ma non dobbiamo smarrire l'obiettivo di cambiare la loro linea, di costringerli a fare i conti con i bisogni di chi vogliamo rappresentare. E tutto questo lo può fare un partito? Lo deve fare un partito. Che avrà un compito immane. Non deve rinunciare alle culture di provenienza, libertaria, socialista, comunista. Ma deve essere in grado di costruire una sinistra che sfida i meccanismi che regolano il mondo. L'alternativa, ti ripeto, è coltivarsi il proprio orticello. Ma di sinistra in Italia non se ne parlerà più per un pezzo. E' una prospettiva che a me fa paura, vale la pena provarci.

 

Il Congresso critico sul piano salva banche. McCain e Obama non sanno che votare - Martino Mazzonis

Come fosse una sceneggiatura di una lunga telenovela, l'intreccio tra crisi economica, campagna elettorale e gioco di scacchi tra potere esecutivo, legislativo e campagne presidenziali rende difficile qualsiasi previsione sul pacchetto salva finanza proposto dal Segretario al Tesoro Paulson e dal presidente della Federal reserve Bernanke. Ieri i due massimi poteri monetari americani sono stati ascoltati dalle commissioni del Congresso e il pacchetto ha incontrato le prime resistenze. Paulson e Bernanke hanno insistito sulla fretta che il pacchetto venga votato. La proposta concede al Segretario al Tesoro l'autorità assoluta di comprare titoli a rischio dalle banche per una quantità mostruosa di soldi - aggirando la Costituzione, regalando a Paulson e al suo successore poteri che in teoria non avrebbe. La proposta, sostengono in molti, non è un'ancora di salvezza certa per il sistema finanziario, non prevede regole di comportamento per le banche, concede potere discrezionale al Tesoro e non interviene per aiutare la gente della strada con i mutui. La misura proposta mette nei guai tutti. Se venisse approvata dal Congresso a maggioranza democratica, i repubblicani potrebbero accusare gli avversari di aver speso una valanga di dollari pubblici. Se fossero i repubblicani a bocciare un pacchetto modificato, con dentro aiuti alle famiglie e un piccolo nuovo stimolo all'economia - come chiedono i democratici - sarebbero loro a finire nei guai. Se poi, approvato il pacchetto, la crisi continuasse ad avvitarsi su se stessa, sarebbe Washington ad essere screditata più di quanto non lo sia già. Tutti gli intervenuti durante l'audizione delle autorità monetarie in Congresso hanno chiesto modifiche alla proposta di legge, con i repubblicani più ferocemente contrari all'intervento pubblico) che hanno paragonato la legge al passaggio al socialismo. Steny Hoyer, leader democratico alla Camera ha detto che «Nessuno è contento di questo pacchetto», mentre il leader repubblicano John Boehner ha risposto «A nessuno piace di dover fare questa cosa». Alla minaccia di Paulson - «O ci sbrighiamo o sarà recessione» - il democratico Dodd ha risposto: «Il problema non è solo fare in fretta ma fare la cosa giusta». Partiti e amministrazione Bush sono impegnati in trattative febbrili per rendere il pacchetto digeribile e rassicurante per tutti. Obama e McCain sono quelli nei guai peggiori. I sondaggi indicano che gli americani non sono contenti. Il 90 per cento è preoccupato per l'economia e solo il 28% crede che il pacchetto funzionerà (il 37 è contrario, la maggioranza relativa non sa cosa rispondere). Gli indipendenti, quelli che servono disperatamente ad entrambi i candidati alla Casa Bianca, sono i più scettici nei confronti dell'azione del governo. I due terzi degli elettori americani però possiede azioni e tra questi una maggioranza risicata da fiducia a Paulson e al suo pacchetto. Chi non possiede azioni è a stragrande maggioranza contrario. La crisi della finanza, a differenza del malessere dell'economia e della crisi dei mutui, non si fa sentire immediatamente. Il possibile crollo del sistema bancario americano non è percepito come grave per l'economia familiare quotidiana. Perché spendere tanti soldi per le banche, si chiede l'americano medio? I due candidati quindi devono valutare con estrema cautela le loro azioni. Votare a favore? Contro? Con il loro partito o a prescindere da questo? Un bel rompicapo per entrambi, nessuno dei due vuole prendersi il merito o demerito di aver fatto passare (o di aver bocciato) il pacchetto. Con la fortuna, per Obama, che McCain viene prima di lui in ordine alfabetico e, dunque, avrà qualche secondo per decidere il da farsi dopo che l'avversario avrà espresso il suo voto. Ieri il senatore democratico ha già annunciato che, se eletto, dovrà rivedere una parte delle sue proposte elettorali perché le casse dello Stato non saranno in grado di sostenerle già dal primo anno. Questa è una settimana decisiva per la campagna presidenziale: dentro a questo passaggio delicatissimo i due candidati si affronteranno nel primo duello elettorale. E intanto si è cominciato a votare per corrispndenza in diversi Stati. I voti espressi così, si dice, aumenteranno di parecchio, potrebbero toccare il 30% del totale. E verranno espressi in questi giorni di fuoco.

 

Repubblica – 24.9.08

 

La Parentopoli siciliana tra assunzioni e gratifiche - ATTILIO BOLZONI

PALERMO - E' anche peggio di quando Totò spartiva il bottino fra i suoi clienti. Duecento euro a chi allevava una capra "girgentana" (agrigentina) e 500 a chi accudiva in giardino un asino pantesco (di Pantelleria), un contributo "per la lotta mondiale contro l'inquinamento" a chi viaggiava in nave, 12 euro per ogni chilo di manna tirata giù dall'albero. L'ultimo assalto alla Regione è più sfacciato. Ci sono di mezzo i parenti. Tanti. E' così che don Raffaele sta già oscurando la fama del suo predecessore sopraffatto da una velenosa guantiera di cannoli. E' un arrembaggio. Più fratelli e cugini e più figli. E più nipoti e più compari. Non c'è più soltanto Palermo (dove Cuffaro ha il suo quartiere generale) ma c'è anche Catania (dove il boss dei boss è Lombardo) e - chissà come - in Sicilia ci saranno pure più soldi. Quelle che tecnicamente vengono definite le "risorse della nuova programmazione" sono in sostanza 6 miliardi e mezzo di euro che pioveranno sull'isola da qui alla primavera del 2013. Alla Regione si preparano a un altro grande banchetto. Con un condottiero che pubblicamente promette rigore e regole ma poi fa sempre finta di niente. A parole annuncia rivoluzioni nella spaventosa macchina burocratica e intanto lascia i soliti noti ai loro posti, giura di ridurre da 26 a 12 le società regionali e invece non taglia mai nulla, in nome della trasparenza sceglie come assessori due noti magistrati e poi però il suo governo scivola ancora nella vergogna dei familiari più intimi assunti per chiamata diretta. Alla muta muta - zitto zitto come si dice in Sicilia - Raffaele Lombardo è in corsa per battere tutti i record nella Sicilia delle abbuffate. Nella Regione che per la sua Sanità spende 8,5 miliardi di euro (il 30% in più della Finlandia, ha fatto notare a luglio la Corte dei Conti) tutto è come prima e più sconcio di prima. A pochi mesi dalla sua incoronazione il nuovo governatore sembra stia diventando un altro Cuffaro più smoderato di Cuffaro. Lo scandalo è diventato scandalo con Giuliana, la figlia di Giovanni Ilarda, il giudice che don Raffaele ha messo all'assessorato al Personale. Ma la lista di quei cognomi eccellenti assunti in Regione è infinita. Quelli che hanno una parentela molto stretta e gli altri, cognati, nuore, ex autisti, ex deputati "trombati". Si comincia con Piero Cammarata, primogenito di Diego, sindaco di Palermo, e si finisce con una Misuraca (parlamentare di Forza Italia) e uno Scoma (assessore di Lombardo), con un Davola (ex autista di Gianfranco Micciché) e con un Mineo (figlio di un deputato regionale). Quasi tutti sono negli staff degli assessori. Come Rosanna Schifani, sorella di Renato, presidente del Senato della Repubblica. Era già dipendente della Regione, assunta per concorso nel '91, poi è stata "chiamata" dall'assessore alla Famiglia Francesco Scoma. O come Viviana Buscaglia, cugina del ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano. La signora, un'"esterna", è nello staff dell'assessore all'Agricoltura Giovanni La Via. L'elenco di chi si piazza lì dentro con un cognome che conta mese dopo mese è sempre lungo. Ogni assessore può avere 25 collaboratori fra segreteria particolare e segreteria tecnica, un terzo di loro arriva da fuori l'amministrazione. Così fan tutti. Pagando ciascuno degli 8 prescelti come dirigente 41.807 euro lordi più un'indennità di 7.747 euro e un'altra di 23.500. Come minimo, i fortunati che entrano in uno staff, portano a casa 70 mila euro. Gli uffici di gabinetto si trasformano in vere e proprie segreterie politiche. Come quella dell'assessore ai Beni Culturali Antonello Antinoro dell'Udc. Ha chiamato vicino a sé: Giovanni Antinoro (non parente) che era l'autista di Cuffaro; Domenico Di Carlo, segretario del braccio destro di Cuffaro, Saverio Romano; Vito Raso, amico di Cuffaro; Gianni Borrelli, ex candidato Udc amico di Cuffaro e dello stesso assessore Antinoro. Lo chiamano staff ma è una tribù. Rispetto a tutti gli altri 21 mila dipendenti regionali quelli degli staff non firmano il cartellino, hanno un rapporto solo con il loro capo - l'assessore - e tanto per gradire per gli interni un'altra indennità annua dai 7 ai 15 mila euro. E se nei "felicissimi" di Totò Cuffaro sembrava che non ci fossero limiti al limite, l'esordio come governatore di don Raffaele è stato segnato da nuovi aumenti per 72 onorevoli su 90. Il parlamento ha voluto altre tre commissioni, altri "gettoni", altri incarichi e gratifiche da aggiungere ai 19 mila euro lordi di stipendio per ogni parlamentare. Totale delle spese in più per le tre nuove commissioni: 200 mila euro. Nelle stesse settimane del bonus per gli onorevoli, tutti i dirigenti dei vari assessorati sono stati valutati e promossi. Il minimo in "pagella" era un punteggio di 70, tutti sono andati oltre il 90. Dai 3 ai 15 mila euro in più per ogni burocrate. "Il mio governo è già impegnato a tagliare gli sprechi", aveva solennemente giurato don Raffaele nel giorno del suo insediamento. Numeri e nomi raccontano come sono andate le cose. A giugno il governatore aveva proclamato che avrebbe finalmente messo mano alle 25 società collegate alla Regione, 3.546 precari poi stabilizzati e in pratica tutti amici di amici, un bel po' di altri parenti di eccellenti siciliani, tutti entrati senza concorso. A luglio e a settembre ha ripetuto il proclama. Le 25 società sono sempre lì, una dependance della Regione Sicilia che conta quasi gli stessi impiegati che ha la Regione Lombardia. Sulla carta si occupano di tutto. Trasporti. Informatizzazione. Patrimonio artistico. Qualche mese fa una società ha pubblicato un avviso per comunicare l'assunzione da parte di un'altra società di 38 ingegneri. Il nome dell'altra società è stato tenuto segreto "per motivi di privacy". Poi si è scoperto che era la Sicilia e-innovazione, una struttura che gestisce almeno 300 milioni di fondi europei e statali. Ma Lombardo non prende decisioni. Parla, parla ma non si mette mai contro nessuno. Immobile come una statua, assiste alle scorrerie nel gorgo di Palermo.

 

Una vita da pilota. Da eroe a precario - MAURIZIO CROSETTI

Nella sua nuova, complicatissima vita da pilota Alitalia senz'ali, il comandante Luca Anedda ora mangia, al massimo, il panino di Fantozzi (il ragioniere, non il commissario). "E quel po' di pollo che sta sopra l’insalata, però le foglie le tolgo: ho paura che non siano mai lavate abbastanza, e chi porta in cielo un aeroplano non può mica correre in bagno con la dissenteria. Poi, certo, non è questo il nostro primo problema...". Compagnia di bandiera (ammainata, forse per sempre), anno di disgrazia 2008. In attesa della possibile fine, il pranzo al sacco è così confezionato: un panino, due yogurt, una barretta di cioccolato, l'insalata. "C'è questa scatoletta di plastica che sarebbe il contenitore, verde per l’equipaggio, rossa per il comandante. Io volo su tratte di breve e medio raggio, Italia oppure Europa. Ai colleghi delle rotte intercontinentali va un po' meglio, perché quando avanzano i pasti della business-class se li mangiano loro". Mica come una volta, al tempo delle vacche grasse volanti: "Compirò cinquant'anni il 24 dicembre e sono in Alitalia dal '95: fino a dieci anni fa, in ogni scalo nazionale c’era un piatto caldo con specialità della casa, le tagliatelle a Bologna, la pasta alla Norma a Catania. E i ristoranti all’estero: una delizia. Oggi ci arrangiamo con la scatoletta verde e rossa, oppure pigliando qualcosa al bar, e andrà molto peggio di così: forse dovrò cercarmi non un nuovo bar, ma un nuovo lavoro. Eppure, ricordo quando varcai per la prima volta la "soglia delle fontane", a Fiumicino: la soddisfazione, la gioia di esserci finalmente arrivato". Piloti stressati? Passeggeri a rischio? "Soltanto se le eventuali condizioni del nuovo contratto ci rendessero la vita impossibile. Se, per esempio, dovessimo fare economia fino all'ultima goccia di carburante. Se, voglio dire, fosse minacciata quella serenità di rapporti tra dipendenti e azienda che sta alla base anche della sicurezza". Bei tempi, quando si volava non solo con la fantasia. "Diciotto anni in Aeronautica, fino al grado di tenente colonnello: pilotavo i caccia, gli F-104 Starfighter, ero un "top gun". Ho imparato in America, dove sono stato anche istruttore. Nei giorni della crisi libica e dei famosi missili di Gheddafi, ero a Sigonella e scortavo gli aerei Alitalia: mai avrei immaginato di passare con loro". A quell'epoca, la stessa sirena ha suonato per tanti piloti militari, a lungo: "Più soldi, innanzi tutto: a ripensarci, una beffa. Come militare guadagnavo tre milioni di lire di allora, e passai subito a quattro milioni e mezzo al mese. Tutti i colleghi che avevano deciso di cambiare si erano trovati bene, c'era un'ondata di euforia. Incredibile, visto l'epilogo. Volevo che la mia famiglia, mia moglie e i miei tre figli, smettessero di girare il mondo per seguirmi. Allora li trascinavo ovunque, era un po' pesante però non c'erano i guai di adesso". Tra uno scalo e l'altro, tra una tagliatella e un cannolo, il nostro comandante ("Ma lo sono diventato solo nel 2006") imparò a conoscere un'azienda che non era le Forze Armate, però di forza ne aveva. "Grande professionalità, un ambiente serio e scrupoloso con la maniacale attenzione alla sicurezza: si lavorava proprio bene. Cominciai a volare con gli MD 80, feci il cosiddetto passaggio a destra, che poi sarebbe il posto del pilota, perché a sinistra sta il comandante. Dopo dieci anni così, con voli anche molto lunghi a bordo dei Boeing 767, Giappone, Canada, Stati Uniti, l'Alitalia mi offrì il corso di comando che superai. Eccomi di nuovo sugli MD 80: l’aereo non è cambiato, il resto invece è crollato". Prima, una vita movimentata e complessa. Adesso, il baratro. "E la quotidianità da gestire in qualche modo. I compiti di un comandante sono numerosi, e tra questi c’è pure la pulizia della cabina. Quando c’è un intoppo bisogna spiegarlo ai passeggeri". Si è sempre detto: i piloti guadagnano un sacco. Ma adesso potrebbe finire tutto. Comandante, ci fa vedere il suo ultimo stipendio? "Eccolo, mese di agosto: 6.620 euro netti. Però, per diventare pilota se non si arriva dall’Aeronautica bisogna pagarsi i brevetti: conosco ex assicuratori, ex infermieri, persino ex lavoratori della Fiat e un camallo di Genova che l’hanno fatto a loro spese. Nei 6 mila e 600 euro è compresa, o dovrei dire era compresa, la diaria di 150 euro al giorno per il vitto, anche se poi si mangia quasi sempre a bordo". Il panino di Fantozzi: "A volte sembra proprio di plastica. Ma anche per gli alberghi è cambiato tutto. Ricordo che un tempo, quando si scendeva a Venezia si alloggiava al Lido, mentre oggi andiamo a Treviso. Oppure, a Trieste, c'era quell'hotel in centro vicino alle Generali, uno splendore; ora invece si va a Gorizia. E lo stesso succede all’estero. Per dire, negli scali di Caracas si pernottava al Tamanaco Hotel, mestamente sostituito dal Caribe Olè: sì e no, due stelle. Ed era ancora il meno. Ci dicano: dobbiamo attrezzarci col sacco a pelo?". Le città del mondo srotolate come un tappeto quando l'aereo plana, o planava, su un orizzonte di luci colorate, i grandi alberghi, i ristoranti, il profondo blu del cielo, un'immagine affascinante anche se sbiadita, almeno per come la si percepiva dall’esterno: dove il pilota era ancora in qualche modo un eroe romantico, parente stretto degli aviatori della letteratura rosa, belle donne e bella vita, non un precario quasi a spasso come adesso, passato dalla pista alla strada. Comandante, non è che vi eravate abituati un po’ troppo bene? "A lei piacerebbe essere riportato a casa attraverso l’oceano da un pilota che non ha dormito per colpa di un hotel rumoroso, con altri aerei che ronzano attorno come mosche e, magari, un uragano nei paraggi?". Siccome ogni ritorno alla realtà è sempre un atterraggio d'emergenza, ci sarebbe poi da capire come viene percepita e vissuta l'apocalittica crisi Alitalia da chi trascorre i giorni in quella cabina piena di leve, spie e pulsanti. "Io vedevo i nostri aerei sempre stracolmi, dunque non avevo proprio l'immagine di una compagnia allo sbando. Il problema non è il costo del personale e neppure del carburante: quelle spese le hanno tutti. Il guaio sono i soldi buttati via, i contratti sbagliati, gli inutili uffici di rappresentanza". Addosso ai suoi comandanti, l'azienda senza più ali scarica anche una continua, pressante richiesta di economicità: "Ci è stato chiesto di usare il carburante giusto, né un po' di più, né un po' di meno, e di non sprecarlo. Eppure io vi garantisco che la crisi non ricade sul servizio, anche se ci accorgiamo di non essere stimati dal pubblico come una volta. I passeggeri guardano la nostra divisa, e vedono un marchio in crisi. Di conseguenza anche noi perdiamo credibilità quando proviamo a spiegare, che so, le ragioni di un volo che parte in ritardo. Siccome Alitalia è quel che è, l'utente pensa che gli stiamo raccontando solo bugie". Com'è stato l'ultimo mese in cielo, con la paura che fosse l'ultimo davvero? "Ho volato meno di una volta. Undici giorni. Più quattro di riserva, vale a dire a disposizione, e una giornata al simulatore: perché tra i compiti di un pilota c'è anche l'aggiornamento e l’ovvio mantenimento dei requisiti. In passato era diverso, s'infilavano turni di dieci, dodici ore consecutive per settimane: ecco perché è importante riposare bene tra un viaggio e l'altro, in letti comodi, dentro camere silenziose. A quell'epoca il training del personale veniva fatto negli aeroporti, direttamente in Alitalia, mentre oggi molte funzioni si svolgono a casa: una specie di allenamento domestico attraverso computer portatili, sempre per risparmiare". L'idoneità fisica, oltre che professionale, viene verificata periodicamente: "Dopo due fallimenti al simulatore di volo si è licenziati in tronco, e il brevetto non dura mica in eterno. Dobbiamo sottoporci a due visite mediche annue: ad esempio, se ho più di 240 di colesterolo mi fermano e devo mettermi a dieta. In caso di problemi fisici ci si può curare per un anno, poi però il medico legale può negare l'idoneità. A quel punto si arriva a perdere il lavoro". Si vola meno, e i tempi morti li riempie l'ansia. "A cinquant'anni, con tre figli e il mutuo da pagare, l'incertezza del futuro è una sofferenza profonda. In casa nostra entra uno stipendio solo: dovrò cercarmi un nuovo lavoro, e purtroppo io so fare solo questo. A volte osservo i miei colleghi di Air France o Lufthansa: non hanno il posto a rischio, guadagnano il trenta per cento più di me e sono coccolati dalle compagnie aeree, perché il destino e l'immagine di un intero gruppo sono nelle loro mani. Un tempo, anche per Alitalia era così". Sono i momenti in cui nella testa decollano pensieri tremendi. Loro sì, sempre in perfetto orario.

La Stampa – 24.9.08

 

Lufthansa subito dentro con una quota del 25% - AUGUSTO MINZOLINI

ROMA - A volte per comprendere nelle fasi più confuse le logiche dello scontro politico bisogna rivolgersi ai personaggi più pragmatici, quelli che sono usi dire pane al pane e vino al vino. Ugo Sposetti, tesoriere dei Ds, è uno di quelli. E il personaggio venerdì scorso in uno dei corridoi della Camera sintetizzava con queste parole lo stallo nella trattativa per la vendita di Alitalia alla Cai: «Epifani quando ha deciso di rompere, ha preso una toppa e dietro il suo errore c’era lo zampino di Veltroni». Da allora, con il passare dei giorni, la Cgil e il vertice del Pd (sondaggi alla mano) hanno capito di aver «toppato» davvero e hanno tentato di riaprire la trattativa per non finire insieme ai piloti sul banco degli imputati del possibile fallimento. Hanno preso tempo, hanno parlato di inesistenti proposte straniere alternative alla Cai (l’unica che è arrivata sul tavolo del commissario Fantozzi è stata quella del presidente venezuelano Chavez), hanno chiesto l’intervento del governo. Alla fine, ieri Veltroni ha scritto una lettera a Berlusconi offrendo il suo appoggio per riaprire la trattativa ma continuando nel suo «j’accuse» contro il governo. Poi ha avuto un colloquio con il presidente della Cai Colaninno e un altro con Epifani e quest’ultimo si è sentito con Gianni Letta. Alla fine di questa girandola di incontri il segretario della Cgil ha dato il suo ok di massima: «Sono pronto a firmare ma ho bisogno almeno di avere una concessione normativa riguardante l’inquadramento dei piloti». Una richiesta che, nei fatti, sarebbe il contentino che dovrebbe dare un senso al «no» della scorsa settimana. Quel «no», però, in realtà aveva ben altre ragioni. La disponibilità di Veltroni all’accordo, infatti, se da una parte è un’assunzione di responsabilità, dall’altra è anche la dimostrazione che sul «no» della Cgil della scorsa settimana ha pesato anche l’atteggiamento del leader del Pd. La lettera, infatti, indirettamente ne svela la «ratio» politica. In sintesi: Berlusconi aveva dichiarato giorni fa che il segretario del Pd era «inesistente» (giudizio poi smentito dal premier) e il suo interlocutore ha voluto dimostrare per un’esigenza politico-umorale che, invece, esiste. Ha bloccato l’intesa con una Cgil che ha sposato una posizione paradossale (ha detto «sì» nel merito all’accordo e «no» all’intesa per solidarietà con i piloti); poi, tornato dall’America - pressato anche dai vari D’Alema e Bersani - il leader del Pd ha riaperto la trattativa. Solo che per dare la prova che «esiste», per dimostrare che il salvataggio di Alitalia non è solo merito del Cavaliere, Veltroni ha tenuto il Paese con il fiato sospeso per cinque giorni e messo a repentaglio una trattativa delicata che deve ancora chiudersi. Sono i rituali della politica italiana che purtroppo fanno a pugni con la velocità dei processi decisionali del mondo di oggi. «È in atto un tentativo - è il racconto spietato di un ministro protagonista della trattativa con Alitalia - di recuperare la Cgil e la Cai, ma quest’ultima non dà margini sui piloti. È molto chiusa. Comunque sulla Cgil l’accordo è possibile. Epifani vuole la cosiddetta foglia di fico per dare un senso a un sì che poteva pronunciare già la scorsa settimana. È un classico, un rituale: normalmente la Cgil chiude sempre per ultima. Alla fine gli basterà una nota interpretativa. Comunque Veltroni con il suo intervento ha lasciato le impronte, ha dimostrato che dietro il no di Epifani della scorsa settimana c’era lui. Un «no» che era polemico con Berlusconi ma anche con D’Alema. L’elemento D’Alema ha pesato, infatti, nell’atteggiamento di Veltroni. Come pure in quello di Colaninno. Vedete non c’è stato nessuno scontro tra Berlusconi e il presidente della Cai. Ve lo dice un testimone oculare. Semmai il premier pensava che si potesse andare avanti anche senza la Cgil. Colaninno, invece, era sicuro di riportare, attraverso le sue aderenze tra i Ds (D’Alema, ndr), la Cgil su una posizione ragionevole. Ora se il «sì» della Cgil arriverà, la situazione si metterà al meglio. Com’è sempre stato nella logica di questa trattativa. Alla Cai, infatti, per chiudere l’accordo basta il sì della Cgil o quello dei piloti, anche se la cosa migliore sarebbe averli tutti e due. Adesso con la Cgil l’accordo è quasi fatto. Con i piloti è più difficile. Ma i piloti debbono stare attenti: se non firmeranno, la Cai potrebbe chiamarli ad uno ad uno e offrirgli un contratto equipollente a quello che avevano. E questo lo è. Chi rifiutasse, come prescrive la legge, non perderebbe solo il posto di lavoro ma anche gli ammortizzatori sociali. Resta l’assurdo che questi dieci giorni sono serviti solo alla Cgil e al Pd per rientrare. E magari ora diranno anche che l’arrivo di Lufthansa con una quota di minoranza del 25% previsto da tempo è un loro successo...». Veltroni, infatti, sta spingendo affinché i tedeschi arrivino subito. Ma se il leader del Pd punta ad intestarsi questo risultato, la trattativa con i partner stranieri ne potrebbe risultare penalizzata: un accordo adesso coi tedeschi non permetterebbe infatti di aprire un’asta con le altre compagnie straniere per vendere al meglio quel 25%. Inoltre gli esclusi, a cominciare da Air France, potrebbero far pressioni sulla Commissione europea per impedire che la nuova Alitalia decolli. Appunto, alla fine ci sono stati i soliti tatticismi a fini squisitamente politici e tante perdite di tempo. Ed è quello che ha dato fastidio a Berlusconi del comportamento di Veltroni. Non per nulla ieri diversi consiglieri del Cavaliere hanno ironizzato sulla lettera del leader del Pd. «Si è comportato come il maggiordomo che torna sul luogo del delitto per cancellare le impronte - ha osservato Paolo Bonaiuti - e ne lascia ancora di più». Mentre Cicchitto ha paragonato Veltroni ad «un romanziere del secolo scorso». E il Cavaliere? Non ha voluto esagerare per amore di trattativa. «Abbiamo perso tempo - ha spiegato ai suoi - perché Veltroni voleva avere un ruolo nell’intesa. Ha scritto una lettera per elencare delle ovvietà. Avrebbe fatto meglio a spingere Epifani a firmare l’intesa la scorsa settimana. Comunque per me l’importante è che l’Italia continui ad avere una compagnia di bandiera e penso che alla fine riuscirò in questo intento». Già, un altro esempio del «decisionismo» del Cavaliere e della «tortuosità» del Pd. Ora l’ultimo ostacolo restano i piloti che, se Epifani e Veltroni staranno ai patti, saranno messi in un angolo. Sulla categoria Gianfranco Fini ha già esercitato una sorta di «moral suasion». Poi domani ci sarà la pressione dei lavoratori che vogliono il «sì» all’intesa: «Saranno - prevede un altro degli strateghi del premier, Mario Valducci - 1500-2000 a Fiumicino. E firmeranno un documento per il sì all’intesa».

 

Dario Fo: "Pronto a farmi uno spinello in piazza"

ROMA - Quasi quasi, pure il premio Nobel Dario Fo sarebbe pronto a fumarsi uno spinello in pubblico, per protestare contro l’ordinanza che sta preparando il sindaco Letizia Moratti: «Lo so che lo hanno già fatto molti politici, che può sembrare solo un gesto provocatorio. Ma di fronte alla stupidità di certi provvedimenti bisogna fare qualcosa. Sarei prontissimo, giusto per vedere l’effetto che fa». Dario Fo, cosa vorrebbe vedere? «Il vigile urbano che dovrebbe farmi la multa, come fa a sapere che è uno spinello e non di una sigaretta? Dovrebbe provare anche lui. Mi immagino già il dialogo che ne verrebbe. “Fermo lì, mi faccia fare un tiro?”. “Prego, faccia pure... Le piace?”. Il sindaco Moratti, con questi provvedimenti pensa forse di proteggere la morale, di diventare il paladino della nostra vita e di quella dei nostri ragazzi?». Lo dica lei. «Un grande comico inglese, Adam Buxton, dice che la cosa più difficile del mondo è far ragionare gli stupidi. Quelle delle multe è solo la scorciatoia più facile di chi pensa di dimostrare in questo modo il massimo impegno e invece non sa da che parte cominciare a girarsi. E poi c’è un altro problema». Sarebbe? «Il consumo di droga leggera è stato depenalizzato da tempo. Se non è più un reato, non può nemmeno essere sanzionato con una multa. Se no a questo punto diamo la multa anche a chi soffre di flatulenza». Il ragionamento del sindaco si basa sul decoro urbano, che verrebbe compromesso da chi fuma uno spinello per strada. «Va bene che a Milano ha operato un genio anche dell’architettura come Leonardo, ma quanto a decoro urbano mi sembra che la città lasci alquanto a desiderare. L’altro giorno passeggiavo per Porta Romana...». E cos’ha visto? «Due cartelloni pubblicitari dodici metri per nove che coprivano una porta antica come quella. Cos’è, il decoro urbano è solo quello che c’entra coi soldi?». In che senso? «Scommetto che se gli spinelli venissero venduti in farmacia a nessuno verrebbe in mente di multare chi se li fuma poi in pubblico. Sai le proteste dei farmacisti che vedrebbero minati i loro guadagni... E poi cosa c’è di più indecoroso che suicidarsi in pubblico». A cosa sta pensando? «Seguo il ragionamento del sindaco. Fumare il tabacco fa male. Fa venire il cancro. Allora perché non multare chi fuma in pubblico normalissime sigarette con e senza filtro?». Già, perché? «Perché contro il sindaco Moratti si scatenerebbero le multinazionali del tabacco. Quelle che fanno soldi a palate. Mica qualche ragazzino che si fa una canna al parco Sempione e che non conta niente di niente». Sindaco bocciato su tutta la linea allora... «Nella scala del degrado urbano, uno spinello fumato in pubblico sta al centesimo posto. Piuttosto, il sindaco dia alternative vere ai nostri ragazzi. Stimoli i loro interessi culturali. Si preoccupi che la gente non va più ai concerti, a teatro o alle mostre. Ma capisco che è un po’ più difficile che dare una multa per uno spinello».

 

L'Ue riscrive le regole anticrac per le banche - MARCO ZATTERIN

BRUXELLES - L’ultima ondata di fallimenti finanziari ha fatto rompere gli indugi. Dopo mesi di riflessione, la Commissione Ue è pronta a mettere sul tavolo la proposta di direttiva destinata a stringere i controlli e i parametri di solvibilità per il sistema bancario europeo. Il testo «anticrac», che sarà varato ufficialmente fra una settimana, alza il livello di guardia attraverso tre mosse precise: limita al 25% la quantità di debito che può essere contratta da un istituto sul mercato interbancario; stabilisce l’obbligo di sottoscrivere in proprio il 5% di ogni cartolarizzazione, ovvero di ciascuna emissione di titoli mirata alla copertura di un credito; introduce il criterio della vigilanza «ad personam», con la creazione di una serie di collegi di supervisori destinati a monitorare - uno per ogni azienda di ambito transfrontaliero - la situazione patrimoniale di un comparto che, mai come ora, rischia di finire intrappolato in una crisi senza fine. I ministri Ecofin ne parlano da un anno e due settimane fa a Nizza, dopo aver ascoltato l’analisi svolta del governatore Mario Draghi in qualità di presidente del Financial Stability Forum, hanno promesso di correre ai ripari in fretta. La Commissione ha accolto la sfida, anche se la combinazione dell'urgenza e della pressione dei paesi più liberisti (Regno Unito in testa) ha fatto sì che l’azione di riforma costituisca un passo avanti e non due. «Di più non si poteva - ammette un funzionario dell'esecutivo. - Però questo basta ad aumentare solidità e trasparenza». La grande assente è l’autorità di vigilanza unica auspicata un anno fa dall’allora ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, l’organismo che avrebbe dovuto raccogliere i poteri che - a seconda degli stati - sono affidati a banche centrali e commissioni di Borsa. Sebbene ci fosse più che qualche appoggio, l’idea s’è scontrata con le riserve dei soliti noti e Bruxelles ha abbassato il tiro. Così la bozza riscritta nel fine settimana prevede che ogni banca attiva in più di uno stato membro faccia capo a un «collegio di supervisori» nel quale saranno rappresentati gli organismi di vigilanza dei paesi in cui è svolta l’attività. Il compito di questi club di sceriffi finanziari sarà scambiarsi notizie sull’operatività e la solidità patrimoniale degli istituti e di prendere decisioni di conseguenza; in mancanza di consenso, sarà l'autorità nazionale ad avere l'ultima parola. Le banche centrali europee faranno da consulenti; i ministri non avranno voce in capitolo. Un esempio? Unicredit lavora in oltre venti paesi e, dunque, riferisce ad un equivalente numero di controllori. Con le nuove norme anticrac, si vedrà assegnato un collegio «ad personam» in cui siederanno i guardiani dei suoi mercati più rilevanti, il che semplifica parecchio l'onere del rispetto delle regole. Dovrà fornire dati e numeri tempestivamente. La decisione finale, in caso di contenzioso spetterà comunque a Bankitalia. Meccanismo complesso. Ma la chiarezza dell'informazione, secondo Bruxelles, dovrebbe in questo modo assicurata. Un obiettivo analogo dovrebbe raggiungerlo l’insieme degli intervento sui «grandi fidi», e in particolare il divieto di avere più di un quarto del debito aperto con altre banche; tale accorgimento è volto a minimizzare l'effetto domino in caso di crisi di liquidità sistemiche. Come pure la stretta sulle cartolarizzazioni, principali imputato della tempesta finanziaria scatenata dalla bolla dei mutui speculativi americani. Bruxelles vuole obbligare gli emittenti a sottoscrive almeno il 5% di ogni collocamento e registrarlo come capitale di vigilanza. E' un modo per costringere alla presa di una quota di rischio, ad un'azione responsabile che crei un cuscinetto qualora si verifichi il peggio. Gli inglesi dicono che è ancora troppo. Gli italiani vorrebbero di più, però sono mediamente soddisfatti. Si va subito in Parlamento e si punta su un’approvazione primaverile. Entrata in vigore: 2011. Sperando che non sia troppo tardi.

 

Corsera – 24.9.08

 

La mossa del Cavaliere. Accordo con i piloti e Lufthansa – F. Verderami

MILANO - Altro che mediare con la Cgil. Per uscire dalle secche dei veti incrociati e salvare così Alitalia, Berlusconi ha deciso di sparigliare puntando sui piloti e derubricando il ruolo di Veltroni e di Epifani.

È un colpo a sorpresa quello del premier, l'estremo tentativo di evitare il fallimento della compagnia di bandiera, che verrebbe preceduto dallo scioglimento della Cai, la cordata a cui aveva lavorato. Perché durante l'incontro a palazzo Chigi con Gianni Letta, Colaninno e Sabelli non hanno ceduto di un millimetro sul «piano Fenice », hanno solo ribadito l'interesse per Az, a condizione però che i sindacati accettino il progetto presentato. Diversamente alcuni soci sarebbero pronti a ufficializzare già domani l'uscita dalla cordata. Il Cavaliere resta convinto di riuscire nell'impresa, ritiene che «l'Italia debba continuare ad avere una compagnia aerea », e che «questo risultato si raggiungerà». «Ce la faremo, sono fiducioso», ha detto ai suoi ministri. Non ha spiegato in che modo, ma si è lasciato sfuggire un dettaglio: «Mi sto frenando a fare interventi pubblici, perché non vorrei che tutto ciò irrigidisse ulteriormente le posizioni». «Interventi pubblici» Berlusconi in effetti non ne ha compiuti, incontri riservati sì. Fonti accreditate riferiscono infatti di contatti diretti con i rappresentanti dei piloti, ai quali Berlusconi avrebbe illustrato il percorso per arrivare all'intesa. Se è vero che il nodo principale è il partner industriale, il premier avrebbe sottolineato che Lufthansa è «interessata» ad un rapporto con Alitalia, «ma solo in caso di pace sociale ». Il «matrimonio» tra Cai e la compagnia tedesca, che entrerebbe come socio di minoranza, si potrebbe celebrare pertanto «dopo» un accordo tra la nuova società e i sindacati. E servirebbe tempo. Non è dato sapere se il capo del governo sia riuscito a rompere il muro dell'intransigenza, è certo che sui piloti - e da settimane - si muovono i ministri di An, da Matteoli a Ronchi, a La Russa. E ieri perfino il presidente della Camera Fini si è speso a sostegno della mediazione. È sui piloti che il governo (e non solo) punta per sbloccare la fase di stallo, e le parole di Sacconi «porremo attenzione ai problemi specifici delle alte professionalità», rappresentano un ulteriore indizio. Per il resto è difficile stabilire se la giornata del premier sia stata infastidita di più dalla sciatica o dalla lettera che gli ha inviato Veltroni. Raccontano che il leader del Pd abbia chiamato Gianni Letta in serata per sapere se sarebbe arrivata la risposta di Berlusconi. Il sottosegretario si è speso in tal senso. «No, non insistere, non gli darò questa importanza », ha glissato il Cavaliere, che ha lasciato al suo portavoce, Bonaiuti, il compito di commentare: «Veltroni ha scoperto l'acqua calda». Peraltro era stato proprio Letta a mettere Berlusconi sull'avviso, notando la «coincidenza » delle richieste del segretario democratico con quelle giunte riservatamente la sera prima da Epifani. «È la prova provata - ha commentato il premier - che Veltroni ha usato la Cgil come uno strumento politico. Roba da irresponsabili. Ma è roba passata ». Non si sa a cosa alludesse il Cavaliere parlando di «roba passata». Si dice che prima di recarsi a palazzo Chigi, ci sarebbe stato un colloquio tra Colaninno e Veltroni, dal quale il presidente della Cai avrebbe chiesto e ottenuto garanzie sull'appoggio politico al «Piano Fenice». Anche per questo ieri sera Berlusconi si mostrava fiducioso, mentre autorevoli esponenti del Pd ammettevano che la lettera di Veltroni serviva a cancellare l'immagine del «disfattista » e ad agevolare il rientro in gioco di Epifani. «Avevo ragione - ha chiosato Berlusconi - quando dicevo che quella era una questione tutta interna al centrosinistra». Battuta maliziosa, che richiama alle divergenze nel Pd sulla vendita di Az a Cai. Ma al di là dell'ottimismo il premier non può per ora andare. La partita su Alitalia resta ad alto rischio, e il fallimento della compagnia segnerebbe il suo governo. E ha ragione Veltroni quando - al vertice del Pd di ieri - ha detto che «durante la trattativa con Air France Berlusconi cavalcò la tigre della Cisl e dei piloti». Però è altrettanto vero quel che ha detto subito dopo Enrico Letta, assai critico con Epifani: «Il suo errore durante il negoziato è stato gravissimo. Se Alitalia fallisse, avrebbe offerto un alibi politico al Cavaliere». Ma il Cavaliere è certo di farcela.

 

Tutte le sfide dei due candidati - ALBERTO RONCHEY

La campagna presidenziale degli Stati Uniti, più che in altre competizioni del passato, questa volta è un confronto di personalità, o meglio personaggi, anziché di praticabili soluzioni per superare le innumerevoli difficoltà del governo. Barack Obama, elegante public speaker , promette innovazioni con un ottimismo suggestivo, ma risulta elusivo sulle più controverse questioni. Anche John McCain, veterano di guerra già prigioniero in Vietnam, solido ma cauto e anziano conservatore, sembra restìo all’esplicito impegno su troppe decisioni. Gli osservatori esigenti, poco persuasi dai due personaggi, si domandano perché la macrosocietà in rivoluzione tecnologica permanente non sappia selezionare promettenti statisti, su misura delle sue immense risorse. Forse, molti potenziali talenti politici vogliono tenersi lontani dalle responsabilità esorbitanti e scoraggianti che oggi gravano sul governo. Chi risulterà eletto a novembre, il swinger Obama o lo square McCain, dovrà non solo fronteggiare negli Stati Uniti o fuori le tensioni e le imprevedibili conseguenze provocate dai disastrosi fallimenti del sistema finanziario. Dovrà impegnarsi anche nel tumultuoso scenario internazionale, sovraccarico di conflittualità. Ma dimostrano i due antagonisti adeguate conoscenze o esperienze, necessarie oltre tutto sullo scenario internazionale? Malgrado gli entusiasmi dei loro seguaci di partito, i critici del confronto elettorale ne dubitano. Si tratta d’avviare a soluzione le prolungate guerriglie dell’Iraq e dell’Afghanistan, valutando anche l’instabilità e l’ambiguità del Pakistan di fronte alla Jihad islamista. Si tratta poi, nello stesso continente americano, di rispondere alle crescenti ostilità verso Washington, dal Venezuela di Hugo Chávez alla Bolivia di Evo Morales. Ma la questione più inquietante, dopo la guerra d’agosto e l’invasione russa della Georgia, riguarda i rischiosi rapporti tra Washington e Mosca. Già Putin, più volte, aveva definito insidioso e provocatorio quel piano di Washington che vorrebbe dislocare presso Varsavia e Praga le basi dello «scudo missilistico-spaziale», sospettando che sia un’intimidazione rivolta non solo verso l’Iran. Ora Mosca reagisce con veemenza e minacce di rappresaglie contro i progetti che vorrebbero includere Georgia e Ucraina nella Nato, premendo ancora sui confini occidentali della Russia. Vladìmir Putin e Dmitrij Medvedev reputano che l’espansione ulteriore della Nato sia offensiva, dunque intollerabile. Al momento, la disputa più diffusa e persistente riguarda l’incombere di Mosca sul Caucaso e sul vulnerabile oleodotto Caspio-Mediterraneo. Ma c’è di più. Chi suggerisce cautela insiste sulla vulnerabilità dell’Ucraina, già divisa tra occidentalisti e russofili, a cominciare dalla vertenza sul porto di Sebastopoli oltreché dalla dipendenza energetica. Potrebbe avere inizio là, sul Mar Nero, una pericolosa rappresaglia di Mosca se a Kiev dovesse prevalere la tendenza pro Nato. Non è chiaro come gli occidentali sarebbero in grado di contrastare la pretesa restituzione alla Russia della Crimea e di Sebastopoli, cedute nel 1954 all’Ucraina per decreto dell’Urss. Le popolazioni locali, russe in larga misura, favoriscono la strategia di Putin contro l’estensione della Nato all’Ucraina. Tra i candidati alla Casa Bianca, tuttavia, non se ne discute finora in pubblico, benché la prospettiva sia in particolare allarmante. Viene da chiedersi quanto ne siano informati.

 

Manifesto – 24.9.08

 

FATECI USCIRE. Una nuova emergenza bussa alle nostre porte

Ha qualcosa di simile alle tante dei nostri 37 anni di vita, perché sempre di bilanci in rosso si tratta. Ma è molto diversa da tutte le altre che l'hanno preceduta, perché stavolta non si tratta di raccogliere i soldi per sopravvivere ma di trovare le risorse per una battaglia di libertà che non riguarda solo noi. Quello che ci assumiamo e a cui vi chiediamo di partecipare è un compito tutto politico. I tagli ai finanziamenti per l'editoria cooperativa e politica non sono misurabili «solo» in euro, in bilanci che precipitano nel rosso, in giornalisti e poligrafici che rischiano la disoccupazione. Sono lo specchio fedele di una «cultura» politica che, dall'alto di un oligopolio informativo, trasforma i diritti in concessioni, i cittadini in sudditi. Non sarà più lo stato (con le sue leggi) a sostenere giornali, radio, tv che non hanno un padrone né scopi di lucro. Sarà il governo (con i suoi regolamenti) a elargire qualcosa, se qualcosa ci sarà al fondo del bilancio annuale. Il meccanismo «tecnico» di questa controrivoluzione lo abbiamo spiegato tante volte in queste settimane (e continueremo a ricordarlo), ma il senso politico-culturale dell'operazione è una sorta di pulizia etnica dell'informazione, il considerare la comunicazione giornalistica una mercé come tante altre. Ed è la filosofia che ha colpito in questi ultimi anni tanti altri beni comuni, dal lavoro all'acqua. Noi ci batteremo con tutte le nostre forze e pubblicamente contro questa stretta: porteremo questo obiettivo in tutte le manifestazioni dell'autunno appena iniziato, stringeremo la cinghia come abbiamo imparato a fare in 37 anni di vita difficile ma libera, incalzeremo la politica e le istituzioni perché ne va della democrazia, spenderemo l'unico nostro patrimonio, cioè il nostro lavoro, per fornire il supporto giornalistico a questa battaglia di civiltà. E ci apriremo all'esterno ancor di più di quanto abbiamo fatto fino a oggi per raccogliere forze e saperi nuovi e capire come essere più utili a chi si oppone ai poteri che ci vogliono morti. Faremo tutto questo, come sempre e più di sempre. Ma oggi siamo di nuovo qui a chiedere aiuto ai nostri lettori e a tutti coloro che considerano un bene essenziale il pluralismo e la libertà d'informazione. A chiedervi di sostituire ciò che questo governo ci nega con uno sforzo collettivo. In un panorama politico e culturale disastrato, di fronte alla lunga sconfitta che in un ventennio ha smantellato la stessa idea di «sinistra», non ci rassegneremo alla scomparsa. Perché, a differenza del protagonista di «Buio a mezzogiorno» di Arthur Koestler, non crediamo che «morire in silenzio» sia una lodevole testimonianza finale. Se questo governo e i poteri che rappresenta vogliono chiuderci, noi vogliamo riaprire. CON TUTTI VOI, PERCHE ALTRIMENTI E IMPOSSIBILE.

 

Come ti cancello la democrazia

Il decreto Tremonti che stravolge la legge sull'editoria è passato al Senato a colpi di voto di fiducia nella prima settimana d'agosto. 1) Nell'articolo 60 si tagliano 83 milioni al Fondo per l'editoria della presidenza del consiglio per il 2009 e 100 per il 2010, di fronte a uno stanziamento iniziale di 387 milioni per i due anni e a un fabbisogno stimato di 580 milioni. Tutto questo in un paese dove il sistema della comunicazione è governato da un duopolio televisivo e da un mercato pubblicitario completamente deregolato a sfavore delle testate minori. 2) Il governo cancella quel che nella precedente legge si configurava come un diritto soggettivo, che regola i contributi diretti per gli editori che ne hanno diritto, con parametri certi relativi alla tiratura, alla diffusione, ai costi di produzione, al peso della pubblicità sul fatturato. L'articolo 44 del decreto Tremonti stabilisce invece che i contributi diretti siano assegnati «tenuto conto delle somme complessivamente stanziate nel Bilancio dello Stato per il settore dell'editoria, che costituiscono limite massimo di spesa». Insomma, quel che era un diritto certo, diviene un diritto condizionato alla capienza dei fondi (che di fatto sono stati cancellati), con un regolamento che dà il massimo della discrezionalità al governo.

 

«Un intervento urgente per cambiare questa legge»

Per salvare l'editoria cooperativa, non profit e di partito è necessario un provvedimento urgente, da inserire in uno dei decreti in trasformazione o nella Finanziaria: è la richiesta avanzata da Mediacoop, Associazione delle Cooperative Editoriali e di Comunicazione, e da Media Non Profit, nel corso dell'assemblea straordinaria convocata ieri a Roma dopo che il governo Berlusconi ha varato una pseudoriforma che di fatto chiuderà almeno una ventina di testate giornalistiche. Mediacoop e Media Non Profit ritengono urgente ristabilire il carattere di diritto soggettivo dei contributi all'editoria: per reperire le risorse necessarie suggeriscono la creazione di un fondo di solidarietà con risorse provenienti dalla pubblicità e da una rimodulazione dell' aliquota Iva sui prodotti collaterali venduti nelle edicole. La situazione è la conseguenza, è stato ripetuto ieri da Mediacoop e Media Non profit - di quanto disposto dall'articolo 44 del decreto legge Tremonti. Un provvedimento «esiziale perché sopprime il carattere soggettivo dei contributi diretti all'editoria». E sbagliato perché «non opera quella riforma dell'intervento pubblico necessaria a garantire un uso corretto delle risorse pubbliche, ma opera tagli indifferenziati». Per Lelio Grassucci, presidente di Mediacoop, vanno emendati tre punti: i parametri di calcolo dei contributi per i periodici; il vincolo - da reintrodurre - che riservava l'accesso ai contributi alle imprese editoriali la cui raccolta pubblicitaria non superava il 30% dei costi riportati in bilancio; stabilire che il nuovo regolamento non sia retroattivo. Ricardo Franco Levi, ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, si dice pessimista e critica la bozza di regolamento messa a punto dal governo per «eccesso di delega»: la delega prevede il riordino e la semplificazione dei soli contributi diretti ma non del credito agevolato e delle tariffe postali. «La legge che ha dato al governo il mandato di scrivere questo regolamento - osserva ancora - ha escluso il parere anche consultivo delle commissioni parlamentari». Paolo Serventi Longhi, direttore della Rassegna Sindacale della Cgil, lancia l'idea di una grande mobilitazione: «Siamo vittime di una decisione affidata al governo che potrà decidere quanti e quali soldi dare al settore. È un ricatto odioso, un attacco al pluralismo nel momento in cui il mercato della pubblicità è squilibrato a favore delle grandi imprese editoriali. Serve una riforma dell'editoria che però deve essere condivisa. E serve l'iniziativa comune di tutti i giornali a rischio, una grande mobilitazione politica. O ci muoviamo o ci fanno fuori». Roberto Natale, presidente della Fnsi, è stato molto netto: «Fare, come fa il governo, parti eguali tra diseguali è il massimo della diseguaglianza». Beppe Giulietti, parlamentare Pd e presidente Articolo 21. «Qualunque soluzione non è neutrale se si mantiene l'attuale strozzatura pubblicitaria». Piena adesione all'iniziativa di Mediacoop è venuta dalla Cgil. La battaglia continua.

 

Basta contratti: Brunetta eroga aumenti da solo - Antonio Sciotto

Le provocazioni del ministro Brunetta non sono finite, anzi sembrano appena all'inizio: l'ultima novità è la proposta di cancellare, de facto , la contrattazione collettiva per l'erogazione degli aumenti salariali. Una misura che - appena approvata - varrebbe per gli statali, ma che rappresenterebbe anche un precedente pericoloso per tutto il mondo del lavoro. L'innovazione è contenuta nel disegno di legge Finanziaria approvato ieri dal governo (e sul quale peraltro Berlusconi ha già annunciato di voler mettere la fiducia): prevede la possibilità per il ministro della Pubblica amministrazione di erogare «unilateralmente» un anticipo degli aumenti contrattuali. «Dalla data di entrata in vigore della legge Finanziaria - è scritto - le somme stanziate possono essere erogate anche mediante atti unilaterali con conguaglio all'atto della stipulazione dei contratti. L'importo da erogare non potrà andare oltre il 90% dell'inflazione programmata applicato alla voce stipendio». La risposta del sindacato non si è fatta attendere, e preannuncia un inasprimento delle lotte già programmate per l'autunno: «A questo punto si è distrutto il modello per cui gli aumenti si fanno in base a un indice stabilito centralmente, uguale per tutti - dice Carlo Podda, segretario generale della Funzione pubblica Cgil - Brunetta ha deciso il "libera tutti" e certo noi non ci mettiamo a trattare con lui per uno 0,2% dopo che avrà già erogato unilateralmente in base all'inflazione programmata». Il pallino delle trattative, secondo la nuova legge voluta dal ministro, finirebbe in mano al governo: la norma prevede infatti che «le trattative decorrono dalla data di presentazione del disegno di legge della Finanziaria», e dunque teoricamente si potrebbe già trattare, ma è ovvio che sul sindacato penderebbe sin dall'inizio la spada di Damocle del possibile aumento unilaterale. La pratica degli aumenti unilaterali ha dei precedenti nel mondo dell'impresa: basta ricordare recenti iniziative di Marchionne o Della Valle. «Ma qui si darebbe la stura a un annullamento totale della contrattazione: siamo a destra della Confindustria - dice Podda - E il modello del 23 luglio è disfatto. Come pubblico impiego, andiamo più indietro degli anni Ottanta: allora gli aumenti si decidevano non per contratto, ma per decreto, effettuando prima una consultazione del sindacato. Ma ora ci vorrebbero consultare dopo, e solo per un eventuale conguaglio». L'attacco si svolge anche sul piano dei precari e su un assoluto «inedito»: gli esuberi in massa di impiegati pubblici. «Nella sanità sono dichiarate in esubero almeno 8 mila persone - denuncia Podda - E sempre in Campania, c'è un esubero di 4 mila addetti dell'igiene ambientale». Quanto ai precari, nel 2009 rischiano il posto almeno 57 mila lavoratori: effetto di un emendamento alla Finanziaria in discussione, che annullerebbe la norma di stabilizzazione voluta dall'ex ministro Nicolais; e in più c'è il decreto 112, quello che prevede l'impossibilità di nuovi contratti dopo 3 anni a termine. Così, il 29 settembre Cgil, Cisl e Uil animeranno la protesta «100 città»: assemblee generali davanti ai municipi per chiedere ai sindaci di non sostenere la campagna antipubblici del governo. E il 17 ottobre, l'assemblea dei 5 mila delegati: «In quell'occasione decideremo un calendario intenso di lotte - conclude Podda - Prevedo un autunno caldo».

 

Con la «mafia nera» dei money transfert il riciclaggio diventa globale - Ilaria Urbani

CASTELVOLTURNO - Nascono come funghi nei dintorni dell'hinterland casertano da Villa Literno a Cancello Arnone, passando per Castelvolturno. Sono i money transfer, le agenzie per inviare denaro all'estero maggiormente utilizzate dagli immigrati per inviare soldi nei paesi d'origine. Ma non solo, perché la camorra se ne serve per smerciare il denaro sporco all'estero. Basta un piccolo punto vendita, qualche telefono e dei computer per aprire un phone center abusivo o un internet point che in realtà nasconde anche un money transfer illegale. Percorrendo in lungo e largo la statale Domiziana così come le stradine interne di Castelvolturno si scorgono decine di money transfert, eppure quelli autorizzati sono poco più di una decina. Semplice: sono tutti abusivi. E quelli autorizzati spesso sono delle agenzie che chiudono dalla sera alla mattina, affidate persino a prestanome. Solo alcune di queste riescono a mantenere la licenza dell'Ufficio italiano cambi. Gli abusivi, per non dare nell'occhio e per trarre in inganno i nuovi arrivati dall'Africa che affidano loro i risparmi di ore di lavoro, espongono cartelli simili agli originali come Western Union o Moneygram. «Lo sanno tutti che lì i camorristi vanno a spedire il loro denaro all'estero» spiega Ahmed, nigeriano che a Castelvolturno vive da anni. I primi a denunciare il traffico di denaro sporco verso l'Europa attraverso agenzie abusive sono stati i missionari comboniani che prestano la loro opera nell'entroterra casertano. Già nel 2004 padre Giorgio Poletti scriveva: «A Castelvolturno c'è una sola banca di Napoli e ben 12 sportelli ufficiali della Western Union, più altri privati. Perché la polizia anziché fare le retate non controlla i flussi di denaro verso la Nigeria?». E ancora, in un sondaggio elettorale semiserio del 2005 pubblicato sul sito di Peacelink, i padri comboniani chiedevano: perché la Western Union ha una quindicina di sportelli a Castelvolturno? Le risposte a scelta erano: per fare i soldi con le rimesse in denaro degli immigrati, per esportare più velocemente il denaro di droga e prostituzione o per abbellire locali altrimenti abbandonati. E ora che le agenzie sono aumentate in misura esponenziale, ci si può rendere conto del reale giro di affari che ruota intorno ai money transfert. Ma la connection in salsa campana rimane ancora una rete inestricabile di illegalità agli occhi degli inquirenti, un mercato che si alimenta di omertà, paura e necessità di «campare». Non a caso molti dei gestori di questi negozi abusivi sono immigrati, anche se non mancano agenti italiani. I prezzi delle commissioni in queste piccole centrali di denaro sono molto più bassi, cosa che fa comodo agli immigrati onesti che spediscono i propri guadagni in Africa. Se mandare 1000 euro in Ghana con un'agenzia autorizzata costa infatti 53 euro, affidandosi a un ufficio abusivo non se ne spendono più di 10. Alla camorra - bianca o nera che sia - invece questi centri fanno gola perché in questo modo riesce a bypassare i controlli da parte delle agenzie di denaro autorizzate. E a trasportare i proventi dei traffici illeciti all'estero senza intoppi. Per il momento nell'inchiesta sui sei africani uccisi giovedì a Castelvolturno i magistrati non stanno indagando su questo versante, assicura il capo della Dda Franco Roberti, anche se una delle vittime pare dovesse andare proprio in un money transfer vicino al luogo dell'agguato a inviare i soldi a casa. A marzo dell'anno scorso un grosso giro di affari illeciti legato ai money transfert è stato oggetto di un'inchiesta della procura di Ancona che ha portato alla chiusura di 400 agenzie in tutta Italia. Le banche parallele servivano principalmente trafficanti di droga.

 

La minaccia del ventinove - Carlo Leone Del Bello

Sono febbrili le trattative per quella che è stata definita la «madre di tutti i salvataggi», ovvero il gigantesco piano del tesoro Usa che prevede di impiegare fino a 700 miliardi di dollari per liberare le banche dai titoli spazzatura che avevano allegramente sottoscritto in passato. Mai, dal New Deal, il governo federale era intervenuto così massicciamente nell'economia. Bush e Paulson avevano chiesto un'accordo bipartisan , ma l'unica cosa che sembra mettere d'accordo maggioranza (democratica) e opposizione (repubblicana), sebbene con motivazioni ben differenti, sembra essere l'avversione al piano, almeno nella sua forma attuale. Eppure, il segretario al tesoro e il presidente della Fed rilanciano: o si approva il piano, o l'economia sprofonderà verso il baratro. I mercati finanziari intanto annaspano in questo limbo. Male le borse europee, fortemente altalenanti quelle americane. Subito dopo le relazioni di Henry Paulson, segretario al tesoro, e Ben Bernanke, presidente della Federal reserve, è infuriato il dibattito, alla commissione bancaria del Senato degli Stati uniti. Innumerevoli le contestazioni al piano Paulson. Mentre da parte repubblicana ci si limita ad inorridire, ideologicamente, di fronte a quello che viene chiamato «socialismo finanziario», da parte democratica le critiche si fanno più circostanziate. Il presidente della commissione, Christopher Dodd, ha fatto circolare nei giorni scorsi una controproposta al piano Paulson. Invece di consegnare un «assegno in bianco» al mondo della finanza, si propone l'ingresso statale nel capitale delle banche, come contropartita per il contribuente. Insomma, nel caso in cui i titoli collegati ai mutui - che il governo dovrebbe acquistare per 700 miliardi di dollari - dovessero rivelarsi carta straccia, il Tesoro dovrebbe avere in cambio delle partecipazioni azionarie nelle banche che hanno partecipato al piano. Oltre a ciò, il piano Paulson viene criticato per la sua totale mancanza di trasparenza. Addirittura, il progetto di legge sancisce espressamente l'insindacabilità delle azioni del Tesoro, e la loro impunibilità. Una sorta di «colpo di stato finanziario» quindi, a un mese dalle elezioni. Non solo. Il piano Paulson viene presentato come una sorta di ultima spiaggia per l'economia americana. Per Bernanke, che appoggia pienamente la proposta, il sistema finanziario americano non sarebbe in grado di riprendersi da solo, e gli effetti dell'inazione - o del ritardo - sarebbero drammatici. In assenza del normale funzionamento del mercato creditizio infatti, secondo Bernanke, la disoccupazione salirà, nuove case verranno pignorate e l'economia tutta non potrà entrare in ripresa. Uno scenario da Depressione insomma, e Bernanke, che ne è il massimo studioso vivente, pesa bene le sue parole. Che il mercato del credito continui ad essere paralizzato è evidente. Il tasso uscito fuori dall'asta Taf indetta Lunedì dalla Fed è infatti un preoccupante 3,75%: +0,75% circa rispetto al Libor, il tasso interbancario, e +1,75% rispetto al tasso target sui fed funds, il tasso di riferimento negli Usa. Lo spread fra i titoli del tesoro Usa a 3 mesi e il Libor continua a rimanere sopra il 2%, indicando una situazione di stress eccezionale. Molti dubbi vengono inoltre espressi sul piano Paulson in sé. Molti si chiedono se funzionerà, visto che 700 miliardi sono pochi rispetto al totale dei titoli derivati dai mutui. Inoltre, viene osservato da economisti come Paul Krugman, che il piano avrà effetto solo se il governo effettivamente pagherà più del valore dei titoli. Una conferma arriva indirettamente da Bernanke, che afferma che la ratio sottostante il piano è quella di evitare una svendita dei titoli, che invece dovrebbero essere acquistati dal Tesoro secondo il valore attuale dei flussi di cassa attesi. Il problema di questi titoli è però l'incertezza circa l'esistenza di flussi di cassa. Altri si preoccupano dell'impatto che questo avrà sui conti federali. Già si stima che il deficit Usa potrebbe arrivare alla cifra record di mille miliardi entro il prossimo anno, portando il rapporto debito-Pil al 70%, il livello massimo dal 1954, quando cioè gli Usa stavano ancora ripagando il debito della seconda guerra mondiale. Intanto, sull'onda delle critiche ex-post alla sregolatezza dei mercati, è intervenuto il presidente della repubblica francese - e presidente di turno dell'Unione europea - Nicolas Sarkozy. Intervenendo all'assemblea generale dell'Onu, Sarkozy ha proposto la creazione di un vertice mondiale per discutere di regolamentazione dei mercati, e per riflettere sulla crisi finanziaria peggiore dagli anni trenta, al fine di «ricostruire insieme il capitalismo». Inoltre il presidente ha auspicato di punire i responsabili della crisi, ovvero tutti coloro che «hanno distrutto i risparmi della gente». Negative le borse europee, dove sono stati ampiamente penalizzati i titoli finanziari. A Milano il Mibtel ha perso l'1,44%, e perdite si sono avute anche a Londra (-1,91%), Parigi (-1,98%) e Francoforte (-0,64%). Seduta ampiamente volatile a New York, dove l'indice Dow Jones a un'ora dalla chiusura perdeva lo 0,25%, dopo aver perso fino all'1,50%.


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