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In azienda un controllo ogni 15 anni - FRANCESCA SCHIANCHI

La Stampa – 29.9.08

 

In azienda un controllo ogni 15 anni -  FRANCESCA SCHIANCHI

ROMA - Il rischio di un’azienda di essere controllata dagli ispettori del lavoro ricorre, più o meno, una volta ogni quindici anni. Più saltuaria c’è solo l’eclissi di sole. L’ultimo concorso per reclutare nuovi ispettori è stato indetto nel 2006: ora chissà per quanto tempo non arriveranno rinforzi. La proporzione è qualche migliaio di ispettori per qualche milione di imprese. Meno di un anno fa la tragedia ThyssenKrupp: tutti a invocare misure di sicurezza, più controlli nelle aziende, verifiche stringenti. Di ispettori ne vennero assunti almeno 1200, facendo segnare un’impennata di verifiche. E solo nell’edilizia diverse centinaia di cantieri furono costretti a fermarsi per mettersi in regola. Lo stillicidio di morti bianche, nell’edilizia e non solo, però continua: gli ultimi in ordine di tempo sono Vitaly, 19 anni, Marco, 40 anni, e Aldo, 55 anni. Uno investito dal crollo di un muro, l’altro travolto da un camion sul ciglio dell’autostrada, il terzo ucciso da un lampione. In agosto il ministro La Russa propose l’esercito nei cantieri. Oggi i sindacati invocano più ispezioni: «La sicurezza è fatta anche di controlli, si è persa la spinta degli ultimi anni - osserva Walter Schiavelli, il nuovo segretario nazionale della Fillea-Cgil - adesso bisogna che continui a crescere il ritmo delle verifiche, e che venga garantita l’effettività delle sanzioni». A eseguire le visite di controllo sul lavoro sono soggetti diversi. Sicurezza non significa solo caschi in testa e scarpe antinfortuni. Anche regolarità dei contratti, per esempio, perché «lavoro nero e sicurezza sono strettamente legati: chi viola la legge sui contributi difficilmente investirà in sicurezza», spiega Aldo Di Napoli delle RdB del pubblico impiego. Al ministero del Welfare oggi sono assunti circa 3500 ispettori del lavoro: di questi quasi 500 sono «tecnici», cioè si occupano solo della sicurezza nei cantieri edili, nelle ferrovie, dove ci sono radiazioni ionizzanti (laboratori dentistici e radiografici). Della sicurezza in tutti gli altri luoghi di lavoro si occupano anche le Asl. Affiancano gli ispettori del lavoro 350 carabinieri, 1700 ispettori dell’Inps (verificano contratti e contributi), 440 dell’Inail, 50 dell’Enpals e 25 dell’Inpgi, l’istituto autonomo dei giornalisti. Non è certo un esercito, e devono occuparsi anche di mansioni diverse dai controlli sulla sicurezza. Come denunciano le Rdb solo a Roma 20 ispettori sono stati assegnati all’Isfol per verifiche contabili sulle spese per i corsi di formazione della Regione Lazio. Insomma, mandati in ufficio tra le scartoffie anziché in giro per controlli. Nei primi sei mesi del 2007 le aziende ispezionate dal ministero aumentarono rispetto all’anno prima di oltre il 39%. Quasi il 50% in più furono i controlli effettuati dai funzionari dell’Enpals, e in generale ci fu una variazione positiva del 25%: da 130.307 a 162.895 aziende controllate. Quest’anno, nello stesso periodo, hanno migliorato solo gli uomini del ministero (+3.29%, da 89.549 a 92.494). Inps, Inail ed Enpals hanno peggiorato, con un saldo complessivo di -1.91% (si è scesi a 159.789). Insomma, i controlli non si fermano ma la spinta prodotta dai mille e più assunti del 2006-2007 sembra essere calata. Nel frattempo è cambiato il governo, e anche il sito del ministero. Fino alla gestione Damiano in homepage campeggiava un contatore, che misurava a tempo reale i cantieri visitati dagli ispettori e le aziende irregolari riscontrate. Oggi resta un bel sito istituzionale, il contatore è scomparso. Alcuni giorni fa il ministro Maurizio Sacconi, che già ha eliminato libri paga e matricola per creare il libro unico del lavoro, ha emanato una direttiva con lo scopo di creare «un’innovativa policy per l’ispezione sul lavoro». Basta con le segnalazioni anonime, la risposta sarà: «Si ritiene di non dover dar seguito». Anche in caso di denunce firmate, se non «presentano i caratteri dell’oggettiva attendibilità dei fatti esposti e della concreta possibilità di provare quanto denunciato», niente ispezione. Il ministero invita l’ispettore a creare «un clima collaborativo» e a distinguere «il trasgressore occasionale ed episodico da colui che persegue disegni criminosi o elusivi su larga scala». Quanto basta per far insorgere i sindacati. «Il ministero ora sembra avere come filosofia di fondo quella di dissuadere - sottolinea Schiavelli - l’indicazione è di fare il meno male possibile alle aziende». «Si peggiora la possibilità di tutelare i lavoratori, non accettando le segnalazioni anonime, e si va verso una depenalizzazione oggettiva», sbotta Di Napoli. Quello che ai sindacalisti interessa è la certezza dei controlli «perché Stato e Asl sul territorio sono un deterrente», dice Di Napoli. Il segretario nazionale della Feneal-Uil, Francesco Gullo, suggerisce: «Bisogna aumentare le ispezioni e per farlo sarebbe sufficiente che riuscissero a coordinarsi fra di loro, Asl, ministero e via dicendo». «Il senso d’impunità non aiuta», denuncia Domenico Pesenti della Filca-Cisl: «Ci vogliono più controlli per tutelare le imprese regolari». E un controllo ogni 15 anni, in effetti, non è un gran deterrente

 

Alfano: "La riforma va avanti senza nessun ricatto"

FRANCESCO LA LICATA

Le agenzie di stampa hanno da poco battuto le dichiarazioni del presidente del Consiglio sulle possibili conseguenze - «un’approfondita riflessione su tutto il sistema giudiziario» - che potrebbero conseguire dall’eventualità che la Corte Costituzionale annulli il «lodo Alfano», quando si sblocca il cellulare del ministro della Giustizia. Angelino Alfano, ovviamente, conosce già il contenuto della «bordata» del premier e dunque non si fa trovare impreparato. Signor ministro, ha sentito Berlusconi? Messa così, la sua dichiarazione è sembrata ai più una minaccia, anzi un ricatto, un voler interferire sulle decisioni dell’Alta Corte. «No, nessun ricatto. Penso che Berlusconi abbia voluto semplicemente ribadire la propria fiducia sul buon esito della vicenda del lodo davanti ai giudici della Corte Costituzionale. E non mi sembra il caso che ci si cominci a strappare le vesti - come qualcuno in queste ore ha già cominciato a fare - a fronte di una ventilata “approfondita riflessione su come funziona la giustizia in Italia”. Questi catastrofisti, a volte, mi ricordano quei calciatori che “cascano morti in area di rigore” ma poi rimediano una punizione contro per fallo simulato». Quindi l’intervento del presidente del Consiglio non è a gamba tesa? «Assolutamente no e lo dimostra la cronologia dei fatti: la decisione dell’Alta Corte arriverà certamente dopo che noi avremo presentato alle Camere il nostro progetto di riforma costituzionale. Questo dovrebbe provare che non esiste alcuna volontà, diciamo, di condizionamento. Mi sembra perciò di poter affermare serenamente che in nessun modo si vuole che il giudizio della Corte possa interferire in qualche modo nel dibattito sulle riforme costituzionali. La discussione parlamentare precederà certamente la sentenza sul lodo». Il progetto di riforma è stato modificato o resta nei binari finora dibattuti e contestati dai magistrati e dall’opposizione? «Il tema centrale su cui poggia la riforma di rango costituzionale - quella sulla giustizia civile è altra cosa - è il conseguimento della parità fra accusa e difesa nel processo, che oggi vede penalizzati gli avvocati. Appaiono persino isolati fisicamente rispetto a giudici e pm che hanno fatto lo stesso concorso, frequentano gli stessi uffici e spesso fanno vita sociale comune, anche per tutelarsi rispetto al pericolo del condizionamento ambientale. Ecco, questo mi sembra il ritratto perfetto di una parità mancata tra protagonisti del processo: parità che era il principio fondante, tradito, del processo accusatorio». Parità che intendete ripristinare trasformando i pm in avvocati dell’accusa. «E’ stato Berlusconi a offrire per primo questa chiave semantica, parlando di avvocati della difesa e avvocati dell’accusa». E quindi il passo successivo, che esula dal progetto di riforma costituzionale ma pure esiste come proposta ordinaria, di trasferire alla polizia giudiziaria prerogative che oggi sono dei pm. Si torna alle indagini gestite dagli apparati investigativi, come prima della riforma dell’89. «Così andarono le cose dal 48 all’89 e non andarono male. D’altra parte è innegabile che il magistrato studia il diritto e fa un concorso per divenire giudice, non nasce poliziotto. La tecnica dell’individuazione della notizia criminis è in sé la caratteristica principale della polizia giudiziaria. L’investigatore offre al magistrato un prodotto, consentitemi il termine, semilavorato che il pm dovrà affinare e portare a dibattimento, qualora ritenga l’indagine sufficientemente forte». Eppure c’è chi vede in tutto ciò il tentativo del governo di privilegiare la polizia giudiziaria, già sottomessa all’esecutivo, piuttosto che i pm ancora protetti dall’indipendenza dal potere politico. «Ricordo, ancora ai catastrofisti, che l’idea di ripristinare in qualche modo la funzione della polizia giudiziaria non è sembrata scandalosa a gran parte dello schieramento parlamentare che comprende noi, il centro e parte della sinistra. Cito due per tutti: Vietti e Violante, che non stanno certamente con Berlusconi. Ripeto ancora: non c’è alcuna volontà di assoggettare i giudici all’esecutivo, anche perchè esiste l’alternanza e non oso pensare a cosa potrebbe portare un pm dipendente da una certa sinistra». Ministro, l’altro tema caldo riguarda la separazione delle carriere dei magistrati. Avete avuto ripensamenti? «Assolutamente no. Riteniamo indispensabile andare avanti sulla parità tra accusa e difesa e crediamo che la separazione sia una declinazione di questo principio. Noi non partiamo dalla separazione delle carriere - che preferisco piuttosto definire come la nascita di un Ordine della difesa e dell’accusa - ma ci arriviamo per sostenere il raggiungimento di un giusto processo attraverso la parità dei ruoli nel processo». Per finire, signor Guardasigilli, cosa direbbe ai numerosi magistrati che non si identificano nelle toghe rosse ma non condividono il programma del governo? «Dico che nel tempo dell’alternanza e della indicazione diretta del premier esiste il dovere politico di portare avanti il programma sottoposto agli elettori. E dico inoltre che è giunto il tempo che i politici si interessino sempre meno delle sentenze e i giudici si astengano dall’interferire lungo il cammino dell’iter formativo delle leggi».

 

Se il medico è un voyeur – Flavia Amabile

Lo chiamano vuoto legislativo. In questa Italia dove c'è una legge per tutto, si scopre ora che invece nessuno si è preso la briga di punire chi riprende di nascosto i glutei di una donna.  Fino a che qualcuno interverrà con norme specifiche (e chissà mai quando qualcuno interverrà)  i medici guardoni potranno filmare quello che vogliono, basta che non lo facciano a casa della donna perché nel codice esiste il reato di violazione di domicilio, non quello dell'intimità di una persona. In Italia è più protetta una casa che un corpo nudo. Lo si è capito tre giorni fa quando la Corte di Cassazione ha assolto un medico di Firenze che aveva videoripreso di nascosto i glutei di una paziente nel suo studio durante una visita. Il professionista era stato condannato dalla Corte d’appello per il reato di «interferenze illecite nella vita privata mediante uso di riprese visive» in base all’articolo 615 bis del codice penale ma la quinta sezione penale ha annullato la sentenza senza rinvio perchè il medico non era condannabile in base al reato contestato. Secondo la Corte, infatti, il 615 bis fa riferimento all’ articolo 614 sulla violazione di domicilio. In questo caso, però, non c’era stata violazione di domicilio e della sfera privata: la donna non era a casa sua ma nello studio del medico e quindi il motivo poteva fare più o meno quel che voleva. Si tratta di una «indubbia grave lacuna legislativa che sarebbe auspicabile fosse colmata», scrivono i supremi giudici. Nella sentenza 36884, si spiega che «la signora, vittima della biasimevole condotta del professionista, ha certamente motivo di dolersi della violazione della propria privacy e della violazione del diritto alla propria immagine ma lo stato attuale della legislazione non consente nel caso di specie l’accesso alla tutela in sede penale ai sensi dell’articolo 615 bis cp». Alla vittima ora non resta altro che far ricorso in sede civile per lesione della dignità e della riservatezza.

 

Austria, trionfa l'estrema destra

VIENNA - Gli elettori austriaci hanno assestato ieri un duro colpo al partito socialdemocratico (Spoe) e al partito popolare (Oevp), al governo in coalizione nell’esecutivo uscente. Eppure l’aritmetica e la logica politica dovrebbero riportare al potere come cancelliere un socialdemocratico, il leader del partito Werner Faymann; l’ex ministro dei Trasporti, 48 anni, si è conquistato una credibilità personale negli ultimi tre mesi, da quando è alla guida del partito per la campagna elettorale. E i socialdemocratici, anche se sfiorano appena il 30% (il loro peggior risultato nella storia), sono comunque il primo partito seguito dai Popolari: la Oevp sarebbe intorno al 25%. Dopo 20 mesi di paralisi al vertice delle istituzioni, le elezioni anticipate hanno visto trionfare invece i due partiti dell’estrema destra: Fpoe e Bzoe sono i soli a guadagnare rispetto al voto del 2006. La Fpoe di Heinz-Christian Strache (Freiheitliche Partei, partito liberale) balza al terzo posto fra i partiti austriaci conquistando circa il 18% dei voti in queste politiche che per la prima volta vedevano il voto allargato ai sedicenni. E la Bzoe (Buendnis Zukunft Oesterreich - Alleanza per il futuro dell’Austria), il partito populista del governatore della Carinzia Joerg Haider diventa addirittura il quarto partito sopravanzando i Verdi (che sarebbero sotto il 10%). La Bzoe ha ottenuto oltre l’11%: assieme i partiti dell’estrema destra potrebbero varcare la soglia del 30%, come non è riuscito nè ai socialdemocratici di Werner Faymann nè tantomeno ai popolari di Wilhelm Molterer, il vicecancelliere uscente. In ogni caso quasi un austriaco su tre ha votato per l’estrema destra. Nel parlamento uscente la Fpoe aveva l’11,04% e la Bzoe il 4,11%: i due partiti assieme guadagnano un 15% di voti. È un risultato che supera il trionfo che Haider ottenne alle urne nel 1999 quando votò per lui il 26,9% degli elettori. Haider, un sorriso entusiasta sul viso, si considera il vero vincitore. Il balzo in avanti del suo partito rappresenta «un nuovo record in Austria» e il risultato è «un sogno». Il governatore della Carinzia ha anche confermato di essere disposto a lasciare la sua attuale carica e a trasferirsi a Vienna «soltanto come cancelliere». Da parte sua, il leader della Fpoe Heinz Christian Strache ha rivendicato per sé il governo ricordando il «modello 1999, quando il terzo nel Paese divenne cancelliere». Nove anni fa le elezioni si conclusero con la vittoria dei socialdemocratici, seguiti dalla Fpoe, allora trascinata da Joerg Haider al 26,9%; terzi furono i popolari della Oevp. Alla fine fu proprio la Oevp a esprimere il cancelliere, con Wolfgang Schuessel. I socialdemocratici però vedono le cose diversamente. Il capogruppo del partito Josef Cap, si è detto favorevole alla formazione di un «governo stabile». Alla luce dei risultati delle urne e delle dichiarazioni della vigilia (i socialdemocratici hanno escluso ogni alleanza con i partiti di estrema destra), ciò non può che significare una riedizione della Grande coalizione tra socialdemocratici e popolari della Oevp. Molterer, il leader dei conservatori, ha descritto il crollo del suo partito come «molto doloroso». Il socialdemocratico Faymann invece ha promesso di fare tutto il possibile per riconquistare la fiducia di chi non ha votato per il suo partito. In una campagna incentrata sulla lotta al carovita, Faymann era riuscito a far adottare la settimana scorsa con una maratona parlamentare una serie di misure di alto impatto: taglio della metà dell’Iva, abolizione delle tasse universitarie, aumento degli assegni di disoccupazione e delle pensioni. Risultati ottenuti però un po’ alleandosi con i Verdi, un po’ con la Fpoe: certamente una riedizione della Grande Coalizione non è una prospettiva facile per il paese. Spetta comunque al presidente, il socialdemocratico Heinz Fischer, assegnare il mandato esplorativo per la formazione del governo tenuto conto del risultato delle urne. I risultati definitivi saranno noti solo il 6 ottobre dopo lo spoglio del voto per corrispondenza, formula scelta da 580.000 elettori, oltre il 9%. Il tasso di partecipazione al voto dei 6,3 milioni di austriaci ha appena superato il 70% contro il 78,5% del 2006, chiaro segnale di disaffezione. Per la prima volta andavano alle urne 183.000 ragazzi di sedici e 17 anni, il 3% dell’elettorato. Il mandato parlamentare sarà di 5 anni invece che di 4.

 

Una mossa per far fallire la trattativa - GUIDO RUOTOLO

Sembrava che fosse fatta, che si dovesse aspettare soltanto che avvenisse lo scambio, che gli ostaggi, insomma, prendessero la strada di casa. La trattativa, dicevano sabato fonti diplomatiche e istituzionali italiane, era ormai «in discesa». E ieri, alle tre del pomeriggio, ribadivano che «al massimo si dovrà aspettare fino a martedì, per riportare a casa i nostri connazionali». E invece ieri è successo quello che in molti speravano che non accadesse. Uno dei Paesi coinvolti nel maxisequestro di cittadini tedeschi, italiani, romeni ed egiziani, il Sudan, ha tentato la prova di forza, il blitz. E questo, evidentemente, per far saltare il tavolo delle trattative, tavolo al quale non partecipa. Il governo di Khartoum sta remando contro (giocando a carte scoperte) sin dal primo momento. Già martedì aveva rivelato di aver individuato il luogo dove si era riparata la carovana di ostaggi e carcerieri, e di aver circondato l’area. Loro, i sudanesi, in questi giorni hanno fatto filtrare informazioni che né gli egiziani, né i tedeschi né i nostri hanno potuto o voluto confermare, come la nazionalità dei sequestratori («Sono ribelli del Darfur») o il fatto che avessero fatto arrivare ai carcerieri due telefoni satellitari. E poi, che si trovassero in Libia (notizia che Tripoli ha smentito il giorno dopo). Secondo fonti della nostra intelligence, i sudanesi, convinti che la banda di «predoni» sia una scheggia dei ribelli del Darfur, non vogliono che si paghi il riscatto perché verrebbe investito in armi. Khartoum sostiene adesso che i fuggitivi si trovano in Ciad (ma il governo di N’Djamena del presidente Idriss Deby ha smentito la notizia), che dista circa 200 chilometri dall’area dove è avvenuto il sequestro, il Jebel Owenat. Fonti diplomatiche italiane ricordano che il presidente del Ciad appoggia i ribelli del Darfur. Colpiva che ieri sera, a due ore dalla diffusione della notizia del conflitto a fuoco, la Farnesina non fosse in grado di smentire o confermare la notizia. E neppure il governo egiziano l’ha confermata, anche se l’agenzia di stampa ufficiale ha riportato le informazioni attribuendole al governo sudanese. Era già successo martedì scorso. Roma fu presa alla sprovvista quando il ministro degli Esteri egiziano, Ahmed Abul Gheit, annunciò da New York la liberazione degli ostaggi. «Stiamo verificando», dissero fonti diplomatiche italiane prima della smentita ufficiale. Purtroppo, in questa vicenda, i Paesi coinvolti sono diversi. E sebbene sia stata istituita una «mini unità di crisi» al Cairo, composta dagli egiziani, dai tedeschi, italiani e romeni, chi conduce il gioco sono solo alcuni Paesi che partecipano al tavolo: la Germania, che tratta con i sequestratori attraverso Kirsten Butterweck, la moglie del titolare dell’agenzia di viaggi «Aegyptus intertravel» che ha organizzato la spedizione nella regione del Gilf el Kebir, Ibrahim AbdelRahim; gli egiziani, sul cui territorio è avvenuto il sequestro e che ha anche otto ostaggi da liberare; il Sudan, dove è sconfinata la carovana. E anche la Libia e il Ciad hanno smentito che gli ostaggi si trovino sul loro territorio. In questo scenario, tutto diventa più complicato. Anche per noi che, evidentemente, siamo costretti a giocare di rimessa, non è facile avere in tempo reale il quadro della realtà. E la situazione diventa sempre più critica con il passare delle ore. E’ vero che la carovana di prigionieri e carcerieri avrebbe ancora viveri e acqua, ma le condizioni di caldo e stress non aiutano i nostri connazionali, che hanno anche una certa età. A questo punto, sono due gli scenari che si possono aprire. Il primo: il blitz sudanese ha effettivamente colpito una parte della banda di sequestratori. E, dunque, non è facile recuperare il filo del dialogo e della trattativa. Comunque passeranno giorni, sperando che i sequestratori nel frattempo non intendano procedere a una «rappresaglia». Ed è scontato che si dovranno rinegoziare i canali di intermediazione, forse anche la somma del riscatto, di sicuro le modalità del rilascio degli ostaggi. L’altra ipotesi: gli ostaggi sono stati ceduti a un’altra banda - timore manifestato nei giorni scorsi dalla nostra intelligence - e il blitz sudanese non ha colpito direttamente i carcerieri (ma perché Khartoum afferma che di questo si tratta?), ma altre schegge di questa galassia ribelle (del Darfur), al massimo dei fiancheggiatori. E, dunque, sarà ancora più complicato riannodare i fili del dialogo in tempi più rapidi. Comunque, quello che è accaduto ieri non è una buona notizia per i nostri connazionali e per le loro famiglie. Da qualunque punto di vista lo si voglia vedere.

 

Repubblica – 29.9.08

 

"Milioni di euro sporchi di sangue"

CASERTA - Duro colpo alla cassaforte dei Casalesi. La Direzione investigativa antimafia di Napoli ha messo i sigilli a decine di immobili - appartamenti, negozi, garage - di proprietà di presunti affiliati all'organizzazione ed in particolare di Giuseppe Setola, uno dei latitanti ritenuto tra i responsabili dei sanguinosi raid compiuti negli ultimi tempi tra Castel Volturno e l'Agro Aversano, la terra dei Casalesi, teatro dieci giorni fa della strage degli extracomunitari. Nel giorno dei funerali a Caserta dei due agenti del contingente inviato in Campania per l'emergenza camorra, morti durante l'inseguimento di un pregiudicato, la Dia sequestra alla malavita beni per il valore di qualche milione di euro: "Soldi sporchi di sangue", ha detto un agente. Una cifra considerevole, ma maggiore è il "danno d'immagine" che Setola soffre dalla decisione dell'antimafia di colpire al cuore dei suoi interessi economici. Giuseppe Setola, una mira da superkiller del terrore, è ritenuto dal pool antimafia il regista della campagna di sangue dei nuovi Casalesi, affiliato all'ala stragista della camorra. Uno di cui persino l'ex socio, il pentito Luigi Diana, aveva detto a verbale: "Setola? Un violento, uno squilibrato". Quarantun anni, Setola è cresciuto alla corte dei killer di Francesco Bidognetti, alias Cicciotto 'e mezzanotte. Fu arrestato un paio d'anni fa perchè indicato dai pentiti nell'inchiesta sulla strage degli Scamperti: padre, figlio e cugino uccisi perchè ritenuti traditori del clan. La Corte di Assise di Santa Maria Capa Vetere all'inizio dell'anno concesse a Setola - con un provvedimento molto discusso - gli arresti domiciliari perchè potesse sottoporsi ad una terapia agli occhi presso un ospedale specializzato di Pavia. Scappò da quella casa il 4 aprile e un mese dopo cominciò la strategia del terrore.

 

E' crisi, servono soldi, tassiamo la pioggia - GIUSEPPE CAPORALE

RAVENNA - Benvenuti nella città dove la pioggia si paga. Con la bolletta. Un temporale, in media, incide quasi per il tre per cento sulla tariffa dell'acqua potabile stabilita per ogni utente. La pioggia si paga non solo a Ravenna, ma anche in tutti i comuni della provincia. E non si tratta di uno scherzo. Lo ha deciso l'ente pubblico territoriale che gestisce le reti idriche (l'Ato), con una delibera del gennaio scorso. Poche righe per stabilire che nella tariffa va inserito anche il costo della gestione delle fognature delle acque bianche (acque meteoriche): in pratica, il costo della pioggia. Non solo, la delibera prevede anche il recupero degli anni 2005, 2006 e 2007. In questo modo l'Ato risparmierà, ogni anno, più di un milione di euro. Oltre a recuperarne subito più di tre. Immediata la mobilitazione di associazioni di consumatori (Adoc, Adiconsum, Federcosumatori, Lega dei Consumatori) sindacati (Cgil, Cisl e Uil) e categorie (Api, Confindustria, Cna, Confartigianato). Tutte sul piede di guerra. La lista civica comunale "Per Ravenna", ha inviato un esposto al "Comitato per la Vigilanza sull'uso delle risorse idriche" del ministero dell'Ambiente, denunciando il balzello e chiedendo un pronunciamento sulla delibera che ha imposto l'acqua piovana in bolletta. E il presidente del Comitato, Roberto Passino, ha dato ragione al "fronte del no", tanto da scrivere all'Ato ravennate, invitandolo ufficialmente a "correggere la delibera", perché l'attuale normativa "esclude" che i costi per lo smaltimento delle acque meteoriche "possano essere imputati al servizio idrico". Al ministero dunque sono d'accordo: non si può pagare una tassa sulla pioggia. Ma c'è un ulteriore colpo di scena. L'assessore regionale all'ambiente dell'Emilia Romagna, Livio Zanichelli, invece si è schierato dalla parte del "fronte del sì": l'acqua piovana la devono pagare i cittadini, tramite la bolletta dell'acqua, sostiene, allineandosi alle scelte dell'Ato e del Comune di Ravenna: "La disamina della questione alla luce delle sole norme statali rappresenta un esercizio interpretativo inconcludente. I costi per lo smaltimento delle acque meteoriche nel territorio dell'Emilia Romagna devono essere computati nella tariffa del servizio idrico integrato". "Ammesso che il comitato ministeriale abbia ragione - sottolinea Gianluca Dradi, assessore all'Ambiente del Comune di Ravenna - va rilevato che esiste una legge regionale precisa in materia, alla quale l'Ato si è attenuto. I costi della collettività poi, se non si pagano nella bolletta, si recuperano sulla fiscalità generale". E continua: "Questo metodo, invece, ci era sembrato più corretto, perché così, trattandosi di un calcolo di media in percentuale, è costretto a pagare di più chi consuma di più e cioè spesso fabbriche e grandi impianti. Sulla bolletta degli utenti domestici il costo incide davvero poco. E poi, tassa sulla pioggia? Sarebbe come definire "tassa sulla polvere" i costi per la pulizia delle strade, laddove, invece, si tratta di un servizio sulla cui utilità non credo vi siano dubbi e rispetto al quale nessuno ha sino ad ora mosso obiezioni al fatto che i relativi costi debbano essere conteggiati nella tariffa dei rifiuti, come appunto avviene". Intanto la lista civica "Per Ravenna" annuncia il ricorso alla magistratura "per imporre il rispetto della legge violata e ad esercitare l'azione di responsabilità nei confronti degli amministratori e di risarcimento dei danni a tutela dei diritti degli utenti" conferma il capogruppo Alvaro Ancis. "Si tratta di una tassa mascherata da tariffa - chiosa Ancis - Quel costo non deve essere incluso nella bolletta dell'acqua, ma recuperato attraverso la fiscalità generale, allo stesso modo con cui, per esempio, il costo dell'illuminazione pubblica non si può certo trasferire sulla bolletta dei consumi privati di elettricità, o il costo della manutenzione delle strade, non è trasferibile sulle tariffe dei carburanti dei veicoli stradali...".

 

"Tra i migliori dipendenti pubblici". Ma niente assunzione per la precaria - MAURO MUNAFO'

ROMA - "E' il momento di riconoscere i meriti e di premiare i migliori". Il proclama, rigorosamente in grassetto, domina la pagina "Non solo fannulloni" del sito del Ministero per la pubblica amministrazione, che da qualche settimana indice il concorso "Premiamo i risultati", per mettere in evidenza gli esempi di buona gestione. Valentina Benni, dell'Istituto Formazione Lavoro, è responsabile di uno dei cento lavori selezionati e, come premio, si è vista togliere la tanto attesa stabilizzazione: precaria da dodici anni e, commenta amara, "chissà per quanti altri ancora". I precari. Un emendamento approvato dal governo blocca l'assunzione di circa 50 mila lavoratori a tempo determinato della pubblica amministrazione. Secondo gli impegni presi dalle ultime due finanziarie la stabilizzazione sarebbe iniziata con il nuovo anno per tutti coloro che possedevano tre requisiti: aver lavorato per almeno tre anni, aver sostenuto una prova selettiva ed essere entrati in graduatoria. Tra le tante persone che si sono viste bloccare l'agognata assunzione a pochi mesi dal traguardo, emerge il caso di Valentina Benni, quarantenne dell'Isfol, precaria da dodici anni e responsabile del progetto "A European community of Practice on Sound Planning and managment", con l'obiettivo di migliorare la capacità di spesa dei finanziamenti internazionali: uno dei cento casi di buona amministrazione selezionati proprio dal ministero di Brunetta. Il concorso. Dopo le sue campagne contro gli impiegati improduttivi, i cosiddetti "fannulloni", il Ministero per la pubblica amministrazione e l'innovazione ha infatti promosso un concorso volto a premiare i primi della classe. "Far emergere ed illuminare tali energie vitali, favorendone la valorizzazione e la messa in comune dei risultati raggiunti" gli intenti del concorso, come si può leggere sul sito di presentazione. Parole che oggi suonano come una beffa per Benni: "Si parla di meritocrazia e poi ecco i risultati" si sfoga. Una laurea in Scienze Politiche, un master di secondo livello e un'altra laurea conseguita negli Stati Uniti non sono bastati ad ottenere il posto fisso. Di più, il progetto di cui è stata responsabile l'ha portata a lavorare anche durante la gravidanza, conclusa cinque mesi fa. "Abbiamo collaborato con Belgio e Polonia, e il nostro lavoro ha avuto tanto successo che il progetto avrà un seguito". Una continuazione che Benni, insieme ad altri circa 300 colleghi dell'Istituto Formazione Lavoro, dovrà seguire da precaria, come ha fatto finora. E alla beffa si aggiunge un'altra beffa: "Con la certezza di assunzione a breve - racconta - ci è stato anche sconsigliato di partecipare ad altri concorsi".

 

Corsera – 29.9.08

 

I negoziati e un sospetto: il Sudan li ostacola – Fiorenza Sarzanini

Una grave interferenza del governo sudanese che potrebbe mettere in pericolo la vita degli ostaggi. La sensazione degli uomini dell'intelligence che da giorni cercano di chiudere la partita con i rapitori è che Khartoum stia tentando di far saltare il negoziato. Il motivo appare evidente, visto che in ballo c'è un riscatto di almeno sei milioni di dollari: impedire che gruppi di predoni - presumibilmente collegati con i ribelli del Darfur e con altre fazioni di guerriglieri - abbiano la possibilità di finanziarsi e dunque di acquistare armi. Fino alle 15 di ieri, fonti governative e diplomatiche italiane assicuravano che il contatto era aperto e addirittura ipotizzavano un rilascio entro 48 ore. Poi, quando la notizia è stata confermata anche da fonti del Cairo, si è avuta la percezione netta di quanto fosse drammatica la situazione. Perché la convinzione è che non si sia trattato di una sparatoria casuale, ma di un vero e proprio blitz. E adesso bisognerà attendere un nuovo contatto, non escludendo la possibilità che i prigionieri siano già passati di mano. Venduti ad un gruppo che sia in grado di trattare anche a livello politico con i Paesi occidentali. In prima linea nella mediazione c'è sempre stata la diplomazia tedesca. Quando, tre giorni fa, la banda si è spostata in Libia si è avuta la percezione che la scelta di oltrepassare il confine fosse stata dettata proprio dalla necessità di evitare possibili interferenze dell'esercito sudanese e di quello egiziano che avevano fatto sapere di aver circondato la zona dove i sequestratori si erano nascosti con i turisti e di aver avviato rastrellamenti in tutta l'area. Tripoli ha inizialmente confermato la presenza non escludendo di poter mediare per il buon esito del negoziato, ma poche ore dopo ha fatto sapere che i sequestratori si stavano spostando verso il Ciad. Proprio in quei momenti da fonti istituzionali italiane è filtrata l'indiscrezione che la trattativa stava entrando nella fase operativa. Vuol dire che si cerca l'intesa per la consegna del riscatto e il contestuale rilascio dei prigionieri. Che si individuano i mediatori in grado di garantire il buon esito dell'operazione per entrambe le parti. Un ruolo che può essere affidato a un capotribù oppure a un rappresentante di un'organizzazione umanitaria. È la fase più delicata perché anche una minima interferenza può rimettere tutto in gioco. In Iraq e in Afghanistan, quando altri italiani erano nelle mani dei rapitori, è accaduto spesso di dover riaprire un negoziato che sembrava ormai concluso. Esattamente quello che che sembra stia succedendo in queste ore. Se le sei persone uccise erano collegate direttamente ai rapitori, si riparte da zero con un esito del tutto incerto, perché bisogna individuare altri mediatori, discutere nuovamente della contropartita, accordarsi sulle fasi dello scambio finale. I tempi si allungherebbero inesorabilmente con tutti i rischi che ciò comporta per gli ostaggi, ormai da dieci giorni protagonisti di questa odissea nel deserto. Se invece il legame non è poi così stretto, è possibile che si riesca a riannodare i fili della trattativa concordando nuove modalità per chiudere la partita. Anche in questo caso potrebbero però trascorrere diversi giorni e ciò fa aumentare la preoccupazione visto che in quell'area la temperatura tocca anche i 50 gradi e non esiste la certezza che agli ostaggi vengano forniti acqua e viveri sufficienti a resistere in condizioni critiche. Per questo, appena si riuscirà a ripristinare il contatto, si dovrà ottenere una prova in vita di tutti i prigionieri. È la condizione per andare avanti e manifestare disponibilità a soddisfare le condizioni poste pur di riportare a casa gli undici turisti - cinque italiani, cinque tedeschi, una rumena - e le otto guide egiziane

 

Berlusconi: «Dialogo? Ridicolo con questo Pd»

ROMA - Le dure parole di Veltroni ad Aldo Cazzullo nell'intervista pubblicata domenica dal Corriere della Sera (In italia ci sono rischi di autoritarismo) smuovono le acque della politica. Le reazioni del Pdl non si fanno attendere. «Noi abbiamo una maggioranza a cui gli italiani hanno dato il mandato di governare il Paese. Quindi, non parliamo più di dialogo, per favore, perchè con quello che dicono, hanno detto, e per come si sono comportati, è una cosa addirittura ridicola pensare che con gente del genere si possa collaborare». Queste le parole del premier Silvio Berlusconi, parlando con i cronisti poco prima di lasciare il centro benessere in Umbria, dove ha soggiornato in questi ultimi giorni. «Il signor Veltroni si illustra da sé, basta leggerlo. Le persone che hanno buonsenso leggono Veltroni e non c'è da aggiungere alcun commento a quello che lui ha detto a 'Porta a porta' l'altro giorno e a quello che ha detto oggi sul Corriere» ha aggiunto il presidente del Consiglio. Poi sulle polemiche sollevate sulla legittimità costituzionale del Lodo Alfano (che sospende i procedimenti per le quattro più alte cariche dello Stato), il premier si è detto sicuro: «Sono assolutamente convinto» che il 'lodo Alfano' passerà il vaglio della Consulta. Se non passasse, allora ci sarebbe da fare una profonda riflessione su tutto il sistema giudiziario e su tutto ciò che abbiamo visto accadere recentemente a Milano». Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl, attacca: «Che l'Italia sia un Paese caratterizzato da un pericolo di autoritarismo, come adesso sostiene Veltroni, significa scambiare dei mediocri romanzi di fantapolitica con la realtà. In pochi Paesi c'è un libero dibattito e una permanente contestazione come in Italia, dove il Presidente del Consiglio è quotidianamente criticato da due telegiornali su tre della Rai, da quasi tutte le trasmissioni di dibattito televisivo, per non parlare di quelle di satira che sono a senso unico, e dai principali quotidiani». Cicchitto conclude: «Malgrado tutto ciò Berlusconi ha una larga maggioranza nel Paese, cosa che fa saltare i nervi a Veltroni e a una parte della sinistra, che non sapendo a cosa attaccarsi adesso lanciano la campagna d'inverno sull'autoritarismo strisciante, che tra poco diventerà fascismo strisciante. Per di più, questi signori dimenticano cosa hanno fatto quando erano maggioranza e al governo, lottizzando scientificamente tutte le posizioni di potere e usando, in modo del tutto pervasivo, i mezzi di comunicazione di massa, per cui dal loro pulpito non può venire nessuna lezione su questo terreno». Non da meno la reazione del sindaco di Roma Gianni Alemanno: «Mi sembra che Veltroni si stia arrampicando sugli specchi per costruire un'opposizione che non c'è». Il sindaco ha poi precisato che «sono temi che non mi riguardano», ma «non vediamo un'opposizione che stia sui fatti». Italo Bocchino, vicepresidente vicario del gruppo Pdl alla Camera, aggiunge: «Veltroni, agitando il fantasma autoritario al sol fine di coprire la sua sconfitta elettorale e le difficoltà interne al Pd, non rende un buon servizio al Paese. Dimentica che Berlusconi è espressione di una democrazia matura e che ha saputo esercitare un ruolo primario sia le tre volte che ha vinto le elezioni sia le due volte che ha perso quando all'opposizione. È questa una delle differenze sostanziali rispetto al modello Putin. L'altra differenza sta nel fatto che l'Italia è una democrazia da molti decenni e la Russia soltanto da pochi anni a causa di quel comunismo del quale lo stesso Veltroni ha fatto parte». «È inaccettabile che Berlusconi minacci una riforma della giustizia se il Lodo Alfano non dovesse superare il vaglio della Consulta». Lo afferma il capogruppo dell'Italia dei Valori alla Camera Massimo Donadi. «Una pressione sulla Corte Costituzionale da parte del capo del governo che va oltre ogni limite. Queste parole - aggiunge - confermano ancora una volta l'intenzione di Berlusconi di piegare la giustizia ai suoi interessi particolari». «Raccoglieremo le firme per il referendum contro il Lodo Alfano - conclude - e non permetteremo che utilizzi ancora una volta la sua maggioranza parlamentare per costruirsi una giustizia ad personam». Riguardo alle parole di Veltroni il capogruppo dell'Idv aggiunge: «Siamo contenti che Veltroni dica oggi le stesse cose che l'Italia dei Valori dice fin dal primo giorno. In questi quattro mesi di opposizione morbida del Pd, Berlusconi ha già fatto danni enormi al Paese, a partire dal Lodo Alfano. Speriamo che d'ora in avanti l'opposizione possa essere unita nel contrastare la deriva autoritaria di Berlusconi». «Non so se le reazioni scomposte all'intervista di Veltroni da parte del Pdl denuncino più ò la paura e l'insicurezza o l'arroganza del potere». Lo dichiara la capogruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro, che aggiunge: «Che in Italia stia vivendo una pericolosa deriva dal punto di vista del restringimento di una reale dinamica democratica è sotto gli occhi di tutti, e molti autorevoli commentatori lo sottolineano ogni giorno». «Il populismo, una sorta di dittatura della maggioranza, il Parlamento considerato solo una cinghia di trasmissione dei voleri del governo con 11 provvedimenti approvati su 12 che sono decreti. Questo - spiega - è quello che abbiamo visto fino ad ora e non credo che sia questa l'essenza di una democrazia moderna». «Noi non ci stancheremo di denunciare questa deriva - conclude la presidente dei senatori del Pd - e non ci arrenderemo all'idea che chi governa comanda, alla faccia delle regole. E anche molti italiani non si arrenderanno. Noi crediamo in un Italia diversa e il 25 ottobre lo spiegheremo al Paese».

 

l’Unità – 28.9.08

 

Afghanistan, uccisa Malalai la poliziotta

Era la poliziotta più famosa dell’Afghanistan, Malalai Kakar. I talebani l’hanno uccisa domenica mattina, davanti alla sua casa di Kandahar. Erano più o meno le sette e mezza di mattina quando un gruppo di uomini armati le ha sparato mentre andava al lavoro, ferendo anche suo figlio. Poi, è arrivata la rivendicazione talebana. «Malalai Kakar – hanno comunicato – era uno dei nostri bersagli e oggi siamo riusciti ad eliminarla». Malalai Kakar, quasi quarantenne, era madre di sei figli. Aveva il grado di capitano e dirigeva il dipartimento dei crimini contro le donne della polizia di Kandahar, la grande città del sud del Paese e culla dei talebani, che l'avevano minacciata già diverse volte. Figlia e sorella di poliziotto, impegnata nella polizia dalla fine degli anni Ottanta, Malalai Kakar era fuggita dal Paese all'arrivo al potere dei talebani, che avevano vietato alle donne di lavorare. Rientrata in Afghanistan dopo la caduta dei talebani alla fine del 2001, aveva subito ripreso servizio fra le fila della polizia di Kandahar. Ma agli integralisti islamici, questa dimostrazione di coraggio non è mai andata giù. Per questo era sta più volte minacciata e andava in giro «sempre armata e sempre in compagnia di un uomo della sua famiglia», come raccontano alcuni colleghi. La presidenza di turno francese dell'Unione Europea e il rappresentante speciale dell'Ue per l'Afghanistan, Ettore Sequi si dicono «inorriditi» per la «brutale uccisione». «Qualsiasi omicidio di un agente di polizia è deprecabile, ma è particolarmente ripugnante – si legge in una nota – l'uccisione di una donna che prestava servizio non solo al paese, ma a tutte le afgane per cui serviva da esempio».

 

Alitalia, ultime ore di riflessione per gli assistenti di volo

Anche di domenica, a Fiumicino si continua a discutere. Gli assistenti di volo sono al bivio: dopo la firma dei piloti di Anpac e Up, lunedì tocca a loro decidere se firmare o no l’accordo con la Cai. I piloti sono riusciti a strappare piccoli ritocchi all’accordo, tra cui l'inserimento dei primi ufficiali nel contratto unico della Cai, mentre i comandanti saranno inquadrati con un contratto da dirigenti, e la riduzione del numero degli esuberi, anche se 139 assunti saranno comunque utilizzati part-time a rotazione, con il meccanismo dei «contratti di solidarietà» già sperimentati nelle crisi di molte altre categorie. Steward e hostess ancora non hanno sciolto i nodi. Sono convinti di non firmare quelli della Cub Trasporti, secondo i quali l’accordo è «una sorta di cappio al collo». La scadenza in realtà è martedì 30 settembre, quindi c’è chi consiglia di temporeggiare un altro giorno in attesa di sviluppi. L’idea però non piace al presidente dell’Avia Antonio Divieti, convocato lunedì a palazzo Chigi insieme ai sindacalisti di Sdl: «Lunedì si dice sì o no – ha spiegato Divietri - perché a me non piace prendere in giro la gente: qualsiasi variazione ci possa essere, sarebbe talmente evanescente che non cambierebbe nulla. Quando andremo a parlare di contratto, ridimensionamenti operativi, esuberi, assunzioni, trasferimenti – aggiunge – lì ci sarà la trattativa. Mentre il negoziato sulla piattaforma è concluso e noi dobbiamo dire sì o no». Continua invece a «ricercare garanzie» l’Sdl, senza di quelle, spiega il segretario Tomaselli, «sarebbe davvero difficile chiudere una trattativa di questo tipo». Li dispiace solo essere rimasti in pochi: «La mobilitazione è stata fortissima – ha detto – Purtroppo, però, ci siamo persi un pezzo alla volta tutto lo schieramento sindacale».

 

Dolce morte grande ipocrisia - Concita De Gregorio

Sono un cattolico che crede che sul tema della fine della vita si ascoltino molto i monsignori e poco i cittadini. Mi hanno colpito le parole di Mina Welby: «Bisogna arrivare a una legge sul testamento biologico che raccolga le dichiarazioni di fine vita non solo per rifiutare alcune cure, ma anche per chiederle». Penso che la libertà di chiedere cure faccia il paio con la scelta drammatica di lasciarsi morire. E ci si lascia morire in tanti modi: smettendo di lavarsi, di cibarsi, di interessarsi a ciò che ci circonda. Una legge può aiutare solo se ci sa mettere al riparo dalle ideologie, dalle demagogie. Una legge che non tuteli gli interessi di chi la fa ma quelli dei malati. Delle persone che vivono coi malati. Di noi. Alvaro Malerba, Vercelli

Al riparo dalla demagogia. Che meraviglia sarebbe, no?, se per una volta, per questa volta almeno la discussione si concentrasse sull’oggetto – chi sta morendo, chi vive senza vivere - e non sul soggetto, sulla tronfia presunzione di chi pontifica, sul narcisismo di chi vuole un palcoscenico nuovo per dire gonfiando il petto qualcosa di clamoroso e di insolito, i riflettori ancora su di sé e qualche voto, qualche copia di giornale in più. Il dibattito sul testamento biologico è il festival nazionale delle parole a vuoto. Ipocrita fin dalla scelta dei termini: eutanasia non si può dire, non sta bene. Ipocrita alla radice, la più grande delle ipocrisie. L’eutanasia, in Italia, esiste già. Lo sanno bene tutti: i medici e i pazienti, le famiglie a cui è toccato e tocca il dolore di star vicino a chi se ne sta andando o se ne è andato già ma non può morire davvero. Esiste e funziona così: quando un malato terminale non reagisce più, quando la sua vita è solo un calvario di cateteri e di sonde c’è sempre qualcuno, tra i meravigliosi medici che lavorano al confine con la morte, che avvicina le mogli, i figli, i genitori e spiega loro, chiede, prova a capire. Nessuno domanda: volete voi che. No, non è così. Sono pochi, pochissimi quelli che riuscirebbero a rispondere. È enorme il peso della decisione, insopportabile. Allora succede questo. C’è un momento di non ritorno, i medici lo conoscono. Inutile declinarlo qui: quando il drenaggio delle urine rallenta, cose indicibili così. Quando i familiari smettono di parlare tra loro. Ecco, quello è il momento in cui arrivano, una mattina, gli infermieri (persone che hanno scelto di lavorare in hospice, angeli a volte rudi, ma angeli) e dicono con la voce squillante al malato in coma «buongiorno, come va stamattina?». Lo chiamano per nome. Gli raccontano cosa succede fuori e intanto lo spogliano nudo, lo lavano, aprono la finestra e meglio ancora se è gennaio, fanno cambiare aria, raccontano una storia, insaponano, fa freddo, l’acqua sul corpo corre, che buon profumo il sapone, no?, che bello sentirsi puliti. Loro lo sanno bene. Sanno cosa stanno facendo. Cantano, a volte. Non ci si sveglia più da quell’ultimo bagno. Era l’ultima aria quella entrata dalla finestra aperta. Poi la sera, poi la notte, poi basta. Basta andare negli hospice, basta vivere la vita per sapere che è così. Chi maneggia il dolore lo sa. Il Paese è più avanti – sempre - di chi dibatte sulle sue sorti. La realtà è un chilometro oltre l’orizzonte delle parole a vuoto. La vita vera è questa, la morte – succede - un sollievo. Chi la frequenta lo sa. E ora torniamo pure al dibattito: prego monsignore, dica pure onorevole.

 

Quando il lavoro è un ingombro - Furio Colombo

Due questioni hanno tormentato il mondo del lavoro e quello dei media italiani in questi giorni. Uno è la celebre contesa intorno alla sopravvivenza dell’Alitalia, azienda di dimensioni internazionali detta «compagnia di bandiera», di cui si sono occupati, giorno e notte tutti i politici, tutti i media italiani e un po’ i media del mondo. Mentre scriviamo l’esito è ancora sospeso, anche se è innegabile che uno scatto di vita alla creatura già semi-morta è stata data dall’incontro Epifani-Colaninno,non per iniziativa del Primo ministro in cura a Todi, ma del capo della opposizione, vivamente vilipeso da Berlusconi per essersi intromesso. L’altro è la improvvisa totale chiusura di un grande ospedale, unico nel vecchio centro di Roma e unico per il livello di alcune strutture e settori clinici appena costosamente rinnovati e comunque di qualità europea (ortopedia, nefrologia, medicina di rianimazione). È una storia locale ma esemplare. Dove, quando è stata mai chiusa, con notifica di meno di due mesi una struttura urbanisticamente collocata nei secoli nel centro del centro storico di una città, disperdendone storia e patrimonio ma perdendo anche i fondi del vasto rinnovamento appena finito? E perché - in questo è il simbolo, che riguarda tutto il Paese, non solo Roma - dovrebbe farlo un governo di sinistra (è di sinistra la Regione Lazio) aprendo uno spazio prezioso e vuoto alle bande dei palazzinari? Una cosa hanno in comune due storie tanto diverse: il lavoro. In tutti e due i casi (con tristezza si potrebbe dire: visti da destra e visti da sinistra) tutta l’attenzione politica e giornalistica si è concentrata sulla parte impresa (quanto vale, a quanto si può comprare o vendere, quanto frutta l’una decisione o l’altra) e niente o quasi niente sul lavoro, il valore del lavoro. Ma anche del lavoro come componente essenziale dell’impresa. Per esempio, dei lavoratori dell’ospedale è stato detto che le persone saranno sparpagliate come le macchine. Ma, a differenza delle macchine, le persone andranno, più o meno a caso, dove li prendono e come si può. Ringrazino il cielo di non essere licenziati. Quanto ai lavoratori dell’Alitalia, alcuni giornali hanno già definito “aquile spennate” i piloti che hanno deciso di cedere parte dei loro stipendi. Ma tutti sono stati visti, un po’ da tutti e certo dall’universo mediatico unificato, come guastafeste disposti a rendere impossibili convenienti accordi già raggiunti. Convenienti per chi? È la domanda mai posta e la risposta mai pervenuta. Ma restiamo un momento con Alitalia.

Raramente ci si sente in debito con la televisione. Questa volta devo dire che sono grato ad «Annozero» per avere impegnato tutte le sue risorse e la capacità giornalistica (arricchita dall’arrivo di Corrado Formigli) per restituire dignità al lavoro. Mi rendo conto, «Annozero» dura due ore mentre una continua, accanita, sarcastica denigrazione del lavoro dei dipendenti di quella impresa disastrata è continuata per settimane, dal governo agli editorialisti compatti, dalle fonti meno credibili a molte voci competenti, a cui si è aggiunta qualche autorevole voce del Partito Democratico, come quando Enrico Letta ha descritto l’impegno senza tregua di Epifani di non abbandonare la difesa del lavoratori «l’errore del secolo...». Giudicando dal seguito della vicenda si direbbe che l’errore (almeno l’errore della settimana) è stato di Enrico Letta e della sua dichiarazione leggera e scorporata dal peso drammatico dei fatti. Il peso dei fatti si concentra, come se fosse un’evidenza processuale, su una piccola folla di assistenti di volo che - nelle riprese televisive - sembrava festeggiare l’annuncio del ritiro della cordata Cai dalla trattativa. Come in una rapina in banca, è stata identificata la «hostess con le braccia alzate», Maruska Piredda. «Annozero» le ha dato la parola, sostituendo volti veri e storie umane alla indecorosa narrazione dei media, seguita da concitati corsivi di disprezzo e condanna che accreditavano due versioni: parassiti che guadagnano troppo e non accettano anche minimi sacrifici sulla lauta paga; fannulloni che non lavorano e si indignano, mentre l’azienda muore, di un ritocco all’orario. Maruska Piredda ha potuto spiegare agli spettatori di «Annozero» che la proposta era dimezzare la paga e allungare (quasi a volontà chiamando i dipendenti anche nel tempo libero e di riposo) l’orario di lavoro, come se si trattasse di ridurre i consumi e aumentare le prestazioni di una macchina e non dell’orgoglio, dei nervi e della fatica di una persona. Moltiplicate tutto ciò per le vite e i nervi delle assistenti di volo di quella ripresa televisiva e avrete notizie vere del modo drammatico in cui hanno vissuto in pubblico la lunghissima trattativa. La riduzione a stupidi manichini che fanno festa al «tanto peggio tanto meglio» non è soltanto un falso. È la rappresentazione di un pregiudizio contro il lavoro che si cerca di diffondere in modo da scatenare una guerra tra poveri. Squallido progetto che, tra i lavoratori dell’Alitalia maltrattati e in attesa, è quasi riuscito. Ognuno, con i suoi privilegi (povere conquiste risibili in un mondo di super ricchezze e di super manager) diventa «la casta» dell’altro. E in questo mondo frantumato è facile separare e frantumare anche i sindacati e lavoratori. Il sindacato più tenace nel resistere al tavolo delle trattative, la Cgil, è stato descritto come delinquenziale e pericoloso, come una inaudita mancanza di rispetto verso la controparte che è sempre rimasta in una rispettosa penombra. Qualcuno ha mai detto all’avvocato Buongiorno che è riprovevole la tenacia con cui difende i suoi imputati? Intanto i giornali italiani si stavano divertendo con la «la limousine dei piloti» (ovvero con l’auto di servizio che li preleva di giorno o di notte per andare all’aeroporto) come se, in qualsiasi parte del mondo civile, i piloti dei grandi aerei e dei viaggi che durano un giorno o una notte, facessero meglio a destreggiarsi con bravura nel traffico cittadino prima di prendersi la responsabilità in volo di quattrocento passeggeri per decine di ore. Avrete notato che nessun bravo giornalista investigativo, impegnato a cogliere all’istante la frase incriminata di un dipendente Alitalia sull’orlo di una crisi di nervi, ci ha mai riproposto le storie dei manager che, nei decenni, con paghe infinite e la partecipazione straordinaria della politica, hanno portato l’azienda Alitalia sempre più in basso. E nessuno - tranne piloti e assistenti di volo esausti - ci ha ricordato la lunga lotta Fiumicino-Malpensa, leghisti contro «Roma ladrona», costato molto più della paghe dei dipendenti «lagnosi» prima dei tagli risanatori.

Allo stesso modo il San Giacomo. D’accordo, è solo un ospedale di Roma, ma alle spalle della chiusura improvvisa di un antico, eccellente ospedale, si intravede l’ombra di una immensa operazione immobiliare. Esattamente il tipo di operazione immobiliare che da decenni ha inquinato l’Italia. Se conoscete la città e la vastità dell’immobile, prima ancora di ricordare lo sperpero di bravura umana e di civiltà ospedaliera, che nessuno calcola, vi viene in mente l’indimenticabile film «Le mani sulla città» di Francesco Rosi. Dunque siamo di fronte a un fatto grave ed esemplare che, come ai tempi de «Le mani sulla città» riguarda una città che si chiama Italia. Qualcosa non funziona nelle notizie che vengono date al pubblico. Non funziona l’avere migliorato in modo eccellente e con spese altissime un ospedale per poi chiuderlo all’improvviso. Non funziona il teorizzare «il luogo sbagliato» dopo sette secoli, in una città come Roma dove tutto è nel «luogo sbagliato» ma diventa giusto e accettato per la forza del tempo e perché la città è venuta modellandosi intorno ai suoi edifici unici al mondo. Qualcosa non torna quando vi dicono che «le attrezzature mediche verranno ridistribuite» fra i vari ospedali di Roma, come se le sofisticatissime apparecchiature, portate e adattate nel prezioso ma non facile contenitore San Giacomo (con due Chiese in vendita?) fossero i mobili della nonna, qui e due poltrone più piccole, di là il divano più grande. Qualcosa non torna quando ripetono: «Ma noi non chiudiamo ospedali, noi tagliamo posti letto». Qui i posti letto tagliati sono il cento per cento. Infatti non si sta spezzettando il San Giacomo, il famoso «spezzatino» che è il grande incubo nelle cessioni di impresa. L’intero ospedale viene eliminato e basta. E questo fatto dovrebbe allarmare l’opinione pubblica perché non è uno sgradevole evento romano,è un fatto italiano. E’ un drammatico precedente. Dice che si può cancellare una intera istituzione sanitaria pubblica persino se sono contrari tutti i suoi medici, tutto il suo personale, tutti i suoi pazienti, tutti i cittadini. Colpisce l’indifferenza della politica per questo universo umano che dissente. Colpisce l’indifferenza verso il lavoro di una parte politica che non è una cordata di imprenditori (quelli, se mai, caleranno sull’edificio vuoto) ma un partito di sinistra. Di nuovo, in questo quadro allarmante, il lavoro è un disturbo, la competenza un intralcio, il reclamo di ciò è stato compiuto e del come è stato compiuto è una fastidiosa vanteria. Far presente che quella di un ospedale che va bene ed è amato (amato!) dagli utenti è una comunità che lavora bene perché lavora insieme e non si può spezzare e ridistribuire per piccole parti, è una affermazione che viene vista come un antipatico ostacolo. La grande concessione non è: rispetto il tuo lavoro, lo apprezzo e faccio di tutto perché tu possa continuare. La grande concessione è: smettila di vantare le cose buone che stavi facendo in questa comunità. La comunità adesso chiude per ragioni che non tocca a voi discutere. Voi sarete mandati via, e secondo quel tanto di disponibile, un po’ di qua e un po’ di là. Ma non sarete licenziati, non vi basta? Il lavoro perde il suo senso, la sua dignità, quel tanto di missione che dà un valore alle tante ore di ogni giornata. La lezione è tremenda e invita al cinismo togliendo valore a quello che fai. È la seconda triste lezione sullo stato del lavoro oggi in Italia. Il meglio che ti può capitare è di non essere licenziato subito. È un punto molto basso di quella, che una volta, chiamavamo «civiltà».


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