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Manifesto – 30

Manifesto – 30.9.08

 

Una bisca oscura - Valentino Parlato

Il lunedì il manifesto non esce. Leggo gli altri giornali. Il Corriere Economia titola «L'alba della post America». Quello di Repubblica «Allarme sui mercati: ora è Sos-dollari». E sempre su Repubblica Luciano Gallino mette a nudo gli imbrogli e le malversazioni che si nascondono sotto la favola della trasparenza, che proprio non c'è. Le cronache informano del suicidio di alcuni banchieri o uomini d'affari. Insomma il tanto decantato mercato è peggio di una bisca oscura e frequentata da soggetti con i quali nessuno vorrebbe avere a che fare, ma che tuttavia insidiano e polverizzano i risparmi dei ricchi, ma soprattutto delle persone modeste che pensavano di mettere su un gruzzoletto per i loro figli. Le ultime notizie di ieri sera recitano «Borse a precipizio». Il piano salva-economia di Bush (un'operazione Iri a dimensione Usa: si tratta di un milione di miliardi di vecchie lire) non convince e viene persino bocciato dal Congresso americano. In Italia piazza Affari in picchiata, raffica di sospensioni da Unicredit a Saipem e Tenaris. Le Borse europee hanno bruciato 320 miliardi di euro. Dal punto di vista del manifesto «quotidiano comunista», ci sarebbe da essere contenti e gioiosi: il capitale va a Patrasso. Ma non c'è affatto da essere contenti perché le meccanica stessa del capitalismo e anche del mercato scaricherà il massimo dei danni sui lavoratori e i ceti meno abbienti. Se proprio nella crisi non c'è una forte iniziativa politica dalla parte dei lavoratori e dei poveri, andrà malissimo. Andrà malissimo perché oggi in Italia e in tutta Europa i partiti di sinistra (socialisti e comunisti) non ci sono più. Questa crisi, a mio avviso e proprio perché ha travolto quei massicci interventi pubblici (soprattutto negli Usa), che invece mancarono nella famosa crisi del 1929, è molto più seria e pericolosa di quella del lontano '29, dopo la quale ci fu il welfare rooseveltiano negli Stati uniti e i fronti popolari in Francia e Beveridge in Inghilterra. È una crisi globale, che investe il mondo che si è allargato a Cina e India, che invece che bilanciamenti trova accelerazioni nella caduta. A questo punto la speranza, difficile, è quella di una ripresa dell'iniziativa politica, di sinistra sono tentato di dire. La sfida è di enorme portata e temo che non ci saranno forze per fronteggiarla. Ci annuncia un mondo nel quale i ricchi saranno diminuiti di numero, ma non di ricchezza, e dove ci sarà la moltiplicazione dei poveri e degli oppressi. Insomma non sono tempi per trastullarci in quello che per la sinistra - sempre a mio parere - è un finale di partita. Bisognerebbe darsi una scrollata, guardare in faccia la realtà della attuale crisi e - almeno - cercare di capire e ragionare a livello della crisi.

 

La grande rapina - Michael Moore

Cari amici, permettetemi di andare subito al sodo. Mentre leggete queste righe, è in corso la più grande rapina della storia di questo paese. Anche se non sono servite le armi da fuoco, 300 milioni di persone sono state prese in ostaggio e fatte prigioniere. Potete giurarci: dopo aver rubato 500 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni per riempire le tasche dei loro sostenitori che fanno profitti grazie alla guerra, dopo avere riempito le tasche dei loro amici petrolieri al ritmo di più di cento miliardi di dollari solo negli ultimi due anni, Bush e i suoi compari - che presto dovranno traslocare dalla Casa Bianca - stanno saccheggiando le casse dello stato arraffando ogni dollaro su cui riescono a mettere le grinfie. Stanno rubando tutta l'argenteria prima di accomodarsi alla porta. Qualunque cosa dicano, qualunque discorso usino per terrorizzare la gente, si stanno dedicando ai loro vecchi trucchi: creare paura e confusione per continuare ad arricchirsi e ad arricchire quell'uno% che è già schifosamente ricco. Leggete soltanto le prime quattro frasi del servizio di apertura apparso sul New York Times di lunedì 22 settembre e potrete constatare qual è la vera posta in gioco: «Mentre i policy makers mettevano a punto i dettagli di un'operazione di salvataggio dell'industria finanziaria da 700 miliardi di dollari, Wall Street ha cominciato a cercare il modo di guadagnarci sopra. Le società finanziarie hanno fatto pressione per ottenere la copertura di ogni tipo di investimento traballante, e non solo di quelli collegati ai mutui ipotecari... Nessuno vuole essere tagliato fuori dalla proposta del Tesoro di comprare i bad asset delle istituzioni finanziarie». Incredibile. Wall Street e i suoi sostenitori hanno combinato questo disastro e ora si stanno preparando a fare un sacco di soldi, come dei banditi. Persino Rudy Giuliani sta facendo pressione perché la sua società sia incaricata (e pagata) per fornire «consulenza» nell'operazione di salvataggio. Il problema è che nessuno è veramente in grado di quantificare questo «crollo». Anche il ministro del tesoro Paulson ha ammesso di non sapere quale sia esattamente l'ammontare necessario (la cifra di 700 miliardi di dollari è una sua invenzione!). Il capo dell'ufficio del bilancio al Congresso ha detto che non è in grado di calcolarlo né di spiegarlo a nessuno. Eppure, eccoli lì a strepitare su quanto la fine è vicina! Panico! Recessione! La Grande Depressione! Il baco del millennio! L'influenza aviaria! Le api assassine! Dobbiamo approvare la manovra oggi stesso!! Casca il mondo! Casca la terra! Cascare da cosa? Niente in questa operazione di «salvataggio» abbasserà il prezzo del carburante che dovete mettere nella vostra macchina per andare al lavoro. Niente in questa proposta di legge vi proteggerà dal rischio di perdere la vostra casa. Niente in questa manovra vi darà l'assicurazione sanitaria. Assicurazione sanitaria? Mike, perché la tiri in ballo? Che c'entra con il crollo di Wall Street? C'entra e come. Questo cosiddetto «crollo» è stato scatenato dall'enorme quantità di persone impossibilitate a pagare il mutuo di casa, e dai conseguenti pignoramenti. Sapete perché così tanti americani stanno perdendo la propria abitazione? A sentire i repubblicani, perché troppi idioti della working class hanno contratto dei mutui che in realtà non si potevano permettere di pagare. Ecco la verità: la Causa Numero Uno per cui la gente dichiara bancarotta sono le spese mediche . Ve lo dico in modo semplice: se avessimo avuto tutti l'assistenza sanitaria universale, questa «crisi» dei mutui non ci sarebbe mai stata. La missione di questa manovra di salvataggio è proteggere l'oscena quantità di ricchezza che si è accumulata negli ultimi otto anni. Serve a proteggere i grandi azionisti che possiedono e controllano le corporations americane. Serve a garantire che i loro yacht, le loro tenute, il loro «stile di vita» non siano intaccati mentre il resto dell'America soffre e lotta per pagare le bollette. Che per una volta siano i ricchi a soffrire. Che ci pensino loro a pagare la manovra. Stiamo spendendo 400 milioni di dollari al giorno per la guerra in Iraq. Che la fermino immediatamente, facendo risparmiare a tutti noi altri 500 miliardi di dollari! Devo smetterla di scrivere queste cose e voi dovete smetterla di leggerle. Stamattina nel nostro paese stanno mettendo a segno un golpe finanziario. Sperano che i membri del Congresso si sbrighino, prima di fermarsi a pensare, prima che noi riusciamo a fermarli. Perciò smettete di leggere qui e fate qualcosa... adesso! Ecco cosa potete fare immediatamente: 1. Chiamate il Senatore Obama o mandategli una mail. Ditegli che non c'è bisogno che se ne stia seduto là a sostenere Bush e Cheney e il disastro che hanno combinato. Ditegli che sappiamo che è abbastanza in gamba da fermare questa cosa per poi decidere qual è la strada migliore da prendere. Ditegli che i ricchi devono pagare per qualunque aiuto venga loro offerto. Usate la leva che abbiamo per pretendere una moratoria dei pignoramenti delle abitazioni, per insistere nella richiesta dell'assistenza sanitaria, e ditegli che noi, il popolo, dobbiamo avere voce in capitolo nelle decisioni economiche che riguardano la nostra vita, e non i baroni di Wall Street. 2. Scendete in piazza. Partecipate a una delle centinaia di dimostrazioni convocate in fretta e furia e che si stanno svolgendo in tutto il paese (specialmente quelle vicino Wall Street e Washington). 3. Chiamate il vostro rappresentante al Congresso e i vostri Senatori. Ditegli quello che avete detto al Senatore Obama. Quando nella vita abbiamo incasinato tutto, ci aspettano un bel po' di guai. Ognuno di voi conosce questa lezione fondamentale e presto o tardi ha pagato le conseguenze delle sue azioni. In questa grande democrazia non possiamo permettere che ci siano delle regole per la stragrande maggioranza dei cittadini che lavorano sodo, e delle regole diverse per le élite che, quando combinano un disastro, si vedono offrire l'ennesimo regalo su un piatto d'argento. Ora basta!

 

La festa è finita - Carlo Leone Del Bello

La Camera dei rappresentanti ha detto «no» al piano di salvataggio dell'economia fortemente voluto da Bush e dal segretario al tesoro, Hank Paulson. Il risultato ha sorpreso tutti, soprattutto dopo che durante le estenuanti trattative del fine settimana avevano portato ad un accordo bipartisan fra i gruppi parlamentari per far passare il piano. Si aspettava una approvazione bipartisan, ma bipartisan è stato il diniego. Panico totale in borsa, dove a un'ora dalla fine l'indice Dow Jones perdeva il 5,20%, il Nasdaq il 6,80% e lo S&P 500 il 6,3%. Con 228 voti contrari e 205 a favore, la Camera ha respinto il salvataggio del sistema finanziario di Wall street in difficoltà. Gli stessi giganti finanziari che un anno fa facevano guadagni da capogiro, hanno ora bisogno dell'aiuto del denaro pubblico, per risolvere i loro gravissimi problemi di bilancio. Se l'accordo era stato raggiunto, questo è stato valido solo a livello di capi di partito. La «base» del parlamento però era altamente scontenta della gigantesca misura che spalma sul debito pubblico i problemi delle banche, anche se ad essere a rischio è ora l'intera economia americana. «La festa è finita». Così la speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva annunciato il piano, alludendo alle misure atte a limitare lo strapotere delle società a Wall Street. La bozza finale del piano, che avrebbe dovuto essere approvata ieri, prevedeva la costituzione di un fondo, chiamato Troubled assets relief program (Tarp), per acquistare fino a 700 miliardi di dollari di mortgage-backed securities (Mbs), e altri assets , dalle banche in difficoltà. Non «tutti e subito» però, come prevedeva il piano iniziale. Immediatamente il Tesoro avrebbe potuto usare «solo» 250 miliardi, più una seconda tranche di 100 miliardi dietro l'autorizzazione del presidente. Gli ulteriori 350 miliardi, messi a disposizione solo dopo una seconda autorizzazione del Congresso. In ogni caso la facoltà di utilizzare i fondi del Tarp sarebbe cessata il 31 dicembre del 2009. Una modifica molto importante era stata effettuata sull'originale piano Paulson. Per non far sì che il governo regalasse letteralmente i soldi alle banche, in cambio di cartaccia senza valore, il Tesoro avrebbe reclutato dei trader , da istruire a effettuare gli acquisti - tramite aste competitive - nel modo più vantaggioso per la comunità. Proprio per questo motivo, per i primi acquisti di Mbs si sarebbero dovuti attendere 45 giorni. La bozza di legge prevedeva inoltre diverse misure di «salvaguardia» del denaro dei contribuenti. Il governo federale avrebbe ricevuto delle azioni - warrants , senza diritto di voto in assemblea - dalle banche che parteciperanno alle aste. Se la banca avesse dovuto chiedere direttamente al Tesoro di acquistare i titoli problematici tuttavia, questo avrebbe potuto chiedere anche una quota di maggioranza nella società. E se anche dopo questi accorgimenti l'operazione si fosse rivelata una perdita netta per il budget , il progetto di legge prevedeva la possibilità di rifarsi sulle banche, tramite tassazione. Risolto nel disegno di legge anche il problema della vigilanza, dopo le fortissime critiche che aveva ricevuto la proposta di Paulson di rendere le azioni del Tesoro al di sopra della legge, quella che era stata definita un «colpo di stato finanziario». La nuova proposta prevedeva infatti un ruolo di supervisione affidato alla Fed, alla Sec e ad altre istituzioni di vigilanza. Un'altra misura era stata introdotta nel piano per risolvere il delicato problema dei «golden parachutes», ovvero le ricche buonuscite che i top managers hanno sempre premura di assicurarsi, anche nel caso in cui l'azienda stia fallendo. La bozza di legge prevedeva infatti il divieto di istituire tali «premi», e il limite di 500 mila dollari di «salario» ai managers delle aziende che farebbero uso del Tarp. Visto che comunque il governo si sarebbe assunto investimenti nelle cartolarizzazioni dei mutui, la bozza uscita dall'accordo del fine settimana - poi miseramente fallito - prevedeva la «magnanimità» del governo, trasformato di fatto in creditore dei mutui acquistati, nel processo di pignoramento. Altre misure poi erano state previste per aiutare i mutuatari in difficoltà. Insomma un piano molto diverso da quello iniziale di Paulson. Il confronto si può fare solo nel volume delle due proposte: tre pagine per la proposta originale, 110 per quella bocciata ieri alla Camera. Paulson chiedeva soldi, per regalarli senza nessuna garanzia, e il Congresso era riuscito a mediare, dopo una settimana di intense ininterrotte trattative, alcune importanti contropartite. Non è bastato. La parola passa ora al Senato. E ai mercati.

 

La crisi travolge anche l Europa Galapagos

«Un bagno di sangue e non sappiamo quando e come finirà», mi dice un broker depresso e stanchissimo dopo una nuova giornata di fuoco che ha visto le borse di tutte il mondo accumulare nuove pesanti perdite. Eppure, quella di ieri, doveva essere una giornata tranquilla, visto che il Congresso Usa iniziava l'iter legislativo del «Piano di salvataggio» del sistema finanziario da 700 miliardi che in un paio di giorni sarà legge. Ma non è andata così: i mercati ritengono insufficiente il piano di Bush e di Paulson. Ma soprattutto temono che la crisi diventi sempre più globale, allargandosi a macchia d'olio in Europa dove - a parte gli interventi monetari della Bce - non è previsto alcun piano straordinario. Anche se, come negli Stati uniti, i salvataggi di banche sono ormai all'ordine del giorno. Ieri mattina la notizia del primo «botto» è arrivata dalla Gran Bretagna: la Bradford&Bingley (B&B), una banca di credito ipotecario con attività per 50 miliardi di sterline (63 miliardi di euro) è stata nazionalizzata, come era già stato fatto un anno fa con la Northern Rock. L'operazione di «salvataggio» messa a punto dal cancelliere dello scacchiere (il ministro dell'economia) comprende la cessione alla britannica Abbey (che fa parte del gruppo spagnolo Saltander) di tutte le attività retail (compresi 21 miliardi di depositi distribuiti su 200 agenzie più il centro elaborazione dati) in cambio di 600 milioni di sterline. A carico dello stato rimangono 42 miliardi di sterline di crediti (soprattutto mutui) parecchio dubbi. Altra nazionalizzazione in Islanda: a essere salvata dallo stato è stata la Glitnir, terzo istituto di credito del paese. Con 600 milioni di euro il governo ha acquistato il 75% del capitale. Intanto nella notte è stata decisa anche la parziale privatizzazione della Fortis: Belgio, Olanda e Lussemburgo, al termine di una riunione fiume a cui ha partecipato anche il presidente della Bce, Jean-Clause Trichet, hanno deciso di investire nella banca belgaolandes 11,2 miliardi cui 4,7 miliardi il Belgio, 4 miliardi l'Olanda, 2,5 miliardi il Lussemburgo. Da parecchi giorni le quotazioni del gruppo Fortis stavano precipitando e neppure l'annuncio che la banca aveva fatto lunedì di cedere vari asset, per oltre 11 miliardi, aveva tranquillizzato i mercati. Anzi: era diventato evidente che la crisi era pesante. Fortis non è una «banchetta» visto che è tra i primi 20 istituti di credito al mondo con oltre 85 mila dipendenti, 6 milioni di clienti e attivi di gestione per quasi 450 miliardi. Pochi mesi fa - nella smania di crescita - la banca aveva acquistato per 24 miliardi (assieme alla Royal Bank of Scotland e alla spagnola Santander) il gruppo olandese Abn Amro. Facendo - secondo molti analisti - un «passo più lungo della gamba». L'offerta è stata fatta in cash quando già i primi segni della crisi subprime erano visibili. E un successivo aumento di capitale che penalizzava i piccoli azionisti - necessario a finanziare l'acquisto si era risolto in un mezzo fiasco. E in Belgio è in fortissima difficoltà anche Dexia che ieri in borsa ha perso oltre il 20%. Ma anche in Germania tremano: ieri è stata salvata la Hypo Real Estate, istituto tedesco specializzato in mutui. Era in forte difficoltà e ha avuto una linea di credito - 35 miliardi di euro - da un consorzio di banche pubbliche che hanno ottenuto la liquidità necessaria grazie a un intervento del governo. Secondo il quale, tuttavia, il salvataggio non deve essere interpretato come nazionalizzazione. Dalla Francia, invece, sappiamo che oggi - convocato da Sarkozy - si terrà un vertice di emergenza con tutte le principali banche per cercare di prevenire possibili dissesti Oltralpe. Non va meglio sul fronte statunitense. Come largamente previsto un'altra banca di fatto è saltata. Si tratta della Wachovia, quarto istituto di credito statunitense, che «per evitare rischi sistemici» è stata rilevata - con l'autorizzazione del ministro dell'economia Paulson - da CitiGroup, seconda banca Usa. A sua volta, però, Citi è stata costretta, per finanziare l'operazione a lanciare un aumento di capitale da 10 miliardi di dollari. Di più: il governo Usa ha garantito la banca acquirente che il Fdic (il Fondo di garanzia delle banche) si accollerà tutte le perdite che risulteranno superiori a quanto stimato con l'incorporazione decisa oggi. Intanto, il gruppo nipponico Mitsubishi ha comunicato di aver assunto una forte partecipazione in Morgan Stanley - investendo nella banca d'affari parecchio in crisi, 9,9 miliardi di dollari. Il tracollo delle borse di ieri è avvenuto nonostante le nuove forti immissioni di liquidità da parte di tutte le banche centrali. Solo la Bce ha fatto operazioni (a breve e medio termine) per 140 miliardi di euro. E sono anche stati rinforzati gli accordi «swap» tra le varie banche centrali: la Fed si è impegnata a concedere prestiti fino a 660 miliardi di dollari: una enorme rete di garanzia che però non ha impedito alle borse europee di precipitare (con chiusure in negativo superiori al 4% e oltre il 5% Londra) perdendo oltre 300 miliardi di capitalizzazione. A due ore dalla chiusura - dopo la mancata approvazione del piano, il Dow Jones era sotto del 5,0% e il Nasdaq di quasi il 7,0%.5,5%.

 

Veltroni sostiene la protesta, Napolitano no - Eleonora Martini

ROMA - «Le condizioni del nostro sistema scolastico richiedono scelte coraggiose di rinnovamento, non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell'esistente». «Non si tratta di ripartire da zero ogni volta che con le elezioni cambia il quadro politico», occorre invece «un'analisi oggettiva, compiuta su basi rigorosamente tecniche». Ma per arrivare ad una vera riforma della scuola c'è bisogno di un «clima nel quale possa svilupparsi il confronto politico, nelle sedi istituzionali». Le parole sono del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, pronunciate ieri durante la consueta cerimonia d'apertura del nuovo anno scolastico che si è tenuta nel cortile d'onore del Palazzo del Quirinale alla presenza del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini. Ma sono argomenti sottolineati anche dal segretario del Pd Walter Veltroni nell'intervento con il quale ha concluso la tre giorni di mobilitazione del partito intitolata «Salva la scuola», in opposizione al decreto 137 approdato in questi giorni in Parlamento per essere convertito in legge. «Il Parlamento - dice Veltroni - non è il luogo del braccio di ferro, ma di ascolto, di correzione e di integrazione». Il punto di vista del leader dell'opposizione parlamentare però non corrisponde del tutto a quello del Capo dello stato. Per Napolitano, infatti, la scuola non può sottrarsi al «contenimento della spesa» necessario nell'attuale crisi economica italiana. Perciò gli insegnanti devono «dare il loro contributo al superamento di tutte le difficoltà che in questa fase la scuola italiana è chiamata a fronteggiare, aprendosi al cambiamento». Frasi queste ultime che probabilmente sarebbero risultate stonate alle orecchie dei tanti insegnanti studenti e genitori arrivati a gremire oltre il limite il teatro Capranica, nel cuore di Roma, per ascoltare l'analisi e le proposte del segretario del Pd. E che hanno riservato a Simonetta Salacone, direttrice della scuola Iqbal Masih, capofila della protesta romana, l'unica vera ovazione della serata. «Non chiamate riforma qualcosa che non merita di essere chiamata tale», tuona l'ex ministro della (Pubblica) Istruzione Giuseppe Fioroni e ribadisce poco più tardi Veltroni. Che aggiunge: «Questa non è una riforma, è un progetto di tagli alla scuola per ottenere 8 miliardi di euro», dettato più dalle esigenze di Tremonti che da un'idea seria e rigorosa dell'istruzione. Non che Veltroni disdegni «serietà e rigore» - «certamente necessari: il 6 politico era una grande ingiustizia sociale oltre che educativa» - ma quello che vede è solo «un disegno che aumenta le disuguaglianze sociali, le ingiustizie e le contraddizioni». Nel decreto Gelmini ci sono misure aberranti, come «quella che taglia i precari che hanno cresciuto generazioni di ragazzi in questo paese», «225 mila in tutto secondo Fioroni - perché questo era il numero di assunzioni previsto nel Quaderno bianco della scuola», da lui preparato. «Ma il provvedimento peggiore - sottolinea Veltroni dopo aver parlato di maestro unico, tempo pieno e chiusura di 4 mila piccoli istituti - è la bocciatura con il 5 in una sola materia», perché come il 7 in condotta, che «nasce dai sondaggi», risponde solo a una «politica di tipo spettacolare». È il profilo di «una scuola che discrimina tra classi sociali, che esclude, che contribuisce all'abbandono scolastico». Figlia del «grande deserto di senso» dentro il quale prende corpo l'idea di «istruire i ragazzi non con la scuola e l'università ma con la televisione». Veltroni parla a braccio e mostra di aver imparato bene la lezione. Ma in molti mugugnano all'uscita: «Troppa retorica e poche idee». Il segretario rilancia la manifestazione nazionale del 25 ottobre a Roma e promette di «esercitare fino in fondo la funzione di opposizione in Parlamento». Per le proposte bisognerà aspettare.

 

«Lo sciopero della scuola, solo un primo passo» - Loris Campetti

«Alla riuscita straordinaria, persino inaspettata, dei 200 presidi e manifestazioni in tutt'Italia hanno dato un contributo fondamentale i due no pronunciati dalla Cgil, nella vertenza Alitalia e nel confronto sui contratti con la Confindustria. Due no interpretati dai lavoratori come una indisponibilità alla logica comune al governo e ai padroni del 'prendere o lasciare'. Dire che al di sotto di una certa soglia non si scende ci ha reso un'immagine di affidabilità. Ora, per rafforzarla dobbiamo passare all'affidamento. Dei lavoratori, e delle loro domande». Carlo Podda è soddisfatto per le ultime scelte della sua organizzazione, e alla vigilia del direttivo della Cgil, il segretario generale della Funzione pubblica prova a spiegare che quei sacrosanti no, la mobilitazione di sabato contro il governo e persino l'annuncio fatto da Epifani dello sciopero di tutta la scuola, vanno intesi come primi passi di un percorso che non può non coinvolgere l'insieme dei lavoratori: «Quelli pubblici e quelli privati, messi sotto attacco allo stesso modo dal governo e dalla Confindustria che si muovono all'unisono». Lavoratori e pensionati sono tornati in piazza con una richiesta di coerenza rivolta alla Cgil. C'è il timore, forse, che anche noi si possa essere risucchiati da altre logiche, da spinte diverse da quelle che mettono al centro le preoccupazioni della nostra gente che riguardano i salari, il peggioramento delle condizioni di vita. I lavoratori guardano al sindacato quando ne hanno bisogno e chiedono risposte semplici e chiare. La sinistra, anche noi, parla di complessità, la destra invece di semplicità e manda messaggi che arrivano. Quando Epifani dichiara incompatibile con la Cgil l'ipotesi di accordo della Confindustria sui contratti dà un segnale chiaro e semplice. Lo so che la storia non si ripete, siamo nel 2008 e non nel 2002 e molte cose sono cambiate dai tre milioni al Circo Massimo. Ma niente è scontato, e se c'è sorpresa per quelle piazze piene di sabato scorso è perché viviamo in una bolla mediatica. I lavoratori pubblici sono nell'occhio del ciclone. Quali iniziative avete in piedi? Oggi (ieri per chi legge, ndr) si sono tenuti presidi in cento capoluoghi di provincia. Al centro della mobilitazione c'è la minaccia di licenziamento per quei 57 mila precari nei settori pubblici che secondo la normativa vigente dovrebbero essere regolarizzati: è bastato un emendamento alla finanziaria per stabilire che dal 1˚ gennaio verranno buttati fuori. Poi c'è l'attacco ai salari che riguarda chi precario non è, ma già oggi fatica ad arrivare a fine mese. Anche chi ha votato Berlusconi s'incazza, e comincia a non poterne più della politica del governo. Oltre ai pubblici sono sotto attacco i lavoratori della scuola, e quelli privati. Dire sciopero generale della scuola non rischia di essere riduttivo? Epifani stesso, a chi gli chiedeva quale sia il percorso che la Cgil ha in testa, sabato aveva risposto «vedremo» e giudicheremo dalla riuscita di queste manifestazioni e dalle reazione che comporterà. Il direttivo della Cgil ha il compito di fare un bilancio e decidere un percorso, insomma deve dire qualcosa di più. C'è una grande attesa, e serve una strategia generale. Mi sembra però che l'unità con Cisl e Uil vacilli: le parole di Bonanni sono molto dure nei vostri confronti, in consonanza con le disponibilità cisline verso la «cara Emma» Marcegaglia e un rapporto non così conflittuale con il governo. Certo, dalla Cisl vengono segnali diversi. Noi dobbiamo restare ancorati alle scelte unitarie su fisco, contratti e precarietà. Sono temi che non possono essere affrontati separatamente, come non ha più senso un confronto con la Confindustria che non veda seduto allo stesso tavolo anche il governo. Questi temi richiedono un approccio e un'iniziativa unitarie. Nel caso in cui non fosse possibile, sono convinto che la Cgil sarebbe in condizione di organizzare una mobilitazione generale. Come diceva Trentin, l'unità è un valore a prescindere, ovunque bisogna tentare di salvaguardarla. Ma qualora per fare un esempio concreto - alla richiesta dei 57 mila precari pubblici non arrivasse una risposta unitaria, credo che noi dovremmo procedere ugualmente come Cgil. Non saremmo noi a separarci, sarebbero gli altri a separarsi dalla volontà dei lavoratori. Ho ragionevoli speranze che non si debba arrivare a questo punto. C'è una novità in Cgil, fuori dalle ritualità e dalle logiche d'apparato. I due più importanti sindacati dei lavoratori attivi, la funzione pubblica e i metalmeccanici della Fiom, hanno avviato una intensa comunicazione, prima con i faccia a faccia tra te e Rinaldini, ora con attivi unitari in alcune regioni. E' un messaggio, e diretto a chi? E' un segnale a militanti, iscritti e lavoratori che genera curiosità, attenzione e qualche sollievo: lo sforzo che il governo, in pessima compagnia, sta facendo per mettere lavoratori pubblici e privati gli uni contro gli altri va rispedito al mittente. Il 1˚ ottobre in Lazio e il 6 in Emilia si riuniranno iscritti e delegati dei nostri sindacati, altre regioni stanno pensando ad attivare iniziative comuni. Poi c'è una platea diversa, una parte della burocrazia dell'organizzazione, che si chiede perché, che vuol dire, dove va a parare questo confronto. Noi tiriamo dritto: se Funzione pubblica e Fiom trovano punti di convergenza nel merito delle questioni comuni - dalla lotta alla precarietà a quella contro l'autoritarismo che vuole cancellare i contratti e imporre l'unilateralità dei padroni, sostituendo i salari con le mance - potremmo avere un ruolo importante, di orientamento nella Cgil. Senza pretese egemoniche.

 

Politica al lavoro - Mario Tronti

Appuntamento a Brescia, il 3 ottobre. Ne ha parlato già Paolo Ciofi sul manifesto del 18 settembre. Prende l'avvio il progetto di un impegno di ricerca di tipo nuovo. Il tema è: lavoro e politica. Sì, perché è una novità occuparsene. Questo dice molto della condizione in cui siamo. Quello che fino a qualche tempo fa era una vecchia convinzione è oggi una constatazione del tutto nuova: e cioè che o i lavoratori sono una forza politica o non esistono. E l'inesistenza politica dei lavoratori è il problema della sinistra certo, ma è anche il problema della società e dello Stato, è il tema vero della crisi di civiltà. Se non mettiamo la cosa così, non riusciamo a trovare la bussola che cerchiamo per orientarci nel mare aperto del capitalismo-mondo di nuovo in subbuglio per affari tutti suoi. E' questo che fa male oggi a vedere: che l'avversario di classe non se la passa bene e non riesce a far star bene la gran parte dei suoi subalterni, e tuttavia i suoi problemi sono tutti relativi ai rapporti tra le sue parti interne. In fondo anche la forza-lavoro era parte interna del capitale, ma quando smetteva i panni di produttrice di plusvalore e assumeva la veste di realizzatrice di valore politico, minacciava, come si diceva, l'ordine costituito e accennava a qualcosa d'altro e di oltre. Adesso invece le contraddizioni capitalistiche sono sempre e solo rese di conti tra pezzi delle forze dominanti, finanziarizzazione contro economia reale, liberalizzazione versus regolazione e viceversa, mercato e/o Stato, distribuzione mondiale delle risorse energetiche e quindi pezzi di mondo contro altri pezzi di mondo, dentro però un pensiero unico di rapporti sociali: comandano i padroni, privati o pubblici, e i lavoratori eseguono. Riportare il tema lavoro al centro dell'agenda politica. Come si fa? Con chi si fa? La risposta a quest'ultima domanda sembra ovvia: con i lavoratori stessi. Tornando a conoscerli, questi sconosciuti. Tornando a farle parlare, queste persone mute. Riportando il luogo di lavoro nei non-luoghi della politica di oggi. Non mancano le ricerche empiriche. Non si parte da zero. Per fortuna le scienze sociali ci sono, non fanno difetto dati e numeri, inchieste ne sono state fatte, periodicamente, ultima quella della Fiom. Che cosa manca? Manca una lettura politica: seria, lucida, realistica, non ideologica, non passatista, non elettoralistica. Le famose trasformazioni del lavoro sono come le altrettanto famose trasformazioni del capitalismo: quando ce le siamo dette tutte, non cambia niente. Vengono i narratori del sociale a descriverci lo stato delle cose: il liquido al posto del solido, ciò che sfuma nell'aria invece di ciò che deposita a terra, il tutto che deve essere flessibile, il produrre che diventa molecolare, il potere che è dappertutto e in nessun luogo come lo spirito santo, perché è micro e non più macro, e poi l'immateriale, il cognitivo, la politica che è bìos, tagliata sulla misura dell'individuo asociale, altro che donne e uomini in carne e ossa che si organizzano per la lotta. Con santa pazienza leggiamo e ascoltiamo, attenti a non lasciarci sfuggire ciò che non sappiamo. Che fare con lo sfruttamento del lavoro? Ce lo teniamo, nascondendolo come la polvere sotto il tappeto delle buone maniere, o ricominciamo a denunciarlo, dimostrando che è questo che riunifica oggettivamente, materialmente, la forma attuale del lavoro in frantumi? O non è vero che la figura sociale di sfruttato accomuna adesso l'operaio della grande fabbrica, il lavoratore della piccola azienda di servizi, il giovane precario del call center, la ragazza laureata che fa la baby sitter, la maestra o professoressa pendolare in attesa di stabilizzazione, l'occupato a rischio vita nelle mille ditte appaltatrici, l'immigrato aiuto manovale del muratore, il tecnico ricercatore a tempo e il docente contrattista scandalosamente sottopagato, o addirittura non pagato, fino all'autonomo con partita Iva, che ha, rispetto agli altri, il privilegio di sfruttare se stesso? E si potrebbe continuare a lungo. Che cosa vuol dire lavoratore dopo la classe operaia è la stessa cosa che chiedersi che cos'è sinistra dopo il movimento operaio. Questo, sì, un problema d'epoca. Se è vero che la centralità politica dell'operaio-massa è stata sostituita dalla centralità politica del borghese-massa, allora si pone una grande questione antropologica sul terreno del lavoro umano. L'egemonia ideologica della destra - l'interesse del tuo padrone è il tuo stesso interesse e fai da te e non insieme agli altri - non si ferma davanti ai cancelli della fabbrica, come non aspetta di fronte alla porta di casa, dove abita la sacra famiglia, entra, penetra, invade, conquista, prende l'anima, se non c'è un corpo di forze collettive che la respinge indietro e le rovescia contro le ragioni di una solidarietà organizzata. La condizione materiale di lavoro subalterno - che sia dipendente o autonomo, stabile o precario - deve adesso fare i conti con questa situazione politicamente inedita, che il ceto medio non ha più bisogno di essere strato sociale separato, perché è diventato mentalità democratica diffusa. E' un velo illusorio che la presenza di un orizzonte alternativo, credibile e praticabile, ha il compito di squarciare. Ma chi denuncia oggi i mali della società? Qualche preziosa esperienza di movimento, qualche isolata mosca cocchiera di studioso, qualche rara omelia pontificale, qualche lodevole caritas di base. Manca la voce possente di un soggetto che conti e che faccia contare la sua autorevolezza armata di consenso e di pensiero. Lavoro e politica è il punto da cui ricominciare a tessere il filo interrotto di una tela di nuova organizzazione. Intorno a questo punto può nascere tutto, di discorso e di esperienze anche molteplici, ma senza questo punto non nasce niente. E' in principio una battaglia politico-culturale. Motivo che spiega perché un luogo come il Centro per la riforma dello Stato, eredità di Pietro Ingrao, si fa carico di questo tema. Siamo nel solco di una bella tradizione. Ma è una supplenza provvisoria, in attesa che l'iniziativa ritorni nelle mani della politica pratica. Certo che bisogna far parlare i lavoratori, anche in modi nuovi di conricerca. Ma bisogna anche tornare a parlare ai lavoratori, con programmi e progetti che direttamente, esistenzialmente, li riguardino. E qui le forme in cui attualmente è organizzata quella politica pratica a sinistra non funzionano, non rispondono al comando che il tema lavoro e politica innesca nella macchina operativa. Le ultime desolanti vicende insegnano. I democratici hanno parlato d'altro, l'arcobaleno non ha parlato a nessuno e non basterà il rinchiudersi in una generosa setta ereticale di rifondatori del comunismo per risolvere il problema. Una sinistra alternativa che faccia intanto quadrato intorno al campo del lavoro è necessaria e dunque occorre renderla possibile. Ma anche questo va pensato e praticato come un passaggio più che come un approdo. Una volta usavamo la formula «il mondo del lavoro». Oggi diciamo pure «il mondo dei lavori»: non cambia molto rispetto al fatto che siccome di un mondo si tratta, ci vuole una rappresentanza e una rappresentazione all'altezza. In parole semplici, in modo che anche le persone semplici capiscano, ci vuole una grande forza politica, una sinistra di popolo, radicata nel paese reale, con una fiducia di massa, sociale prima che elettorale, un moderno partito dei lavoratori e delle lavoratrici, che abbia l'orgoglio politico di nominare proprio così la cosa. Poi, si potrà anche perdere qualche battaglia, ma almeno sapendo che si sta lì a combattere una guerra giusta.

 

Tornado tricolori - Tommaso Di Francesco e Manlio Dinucci

Sarà il 6˚ Stormo di stanza a Ghedi (BS) a inviare in Afghanistan i quattro cacciabombardieri Tornado: lo comunica l'aeronautica, precisando che si tratta della versione Ids (Interdiction and strike) del Tornado, «in grado di svolgere missioni di attacco e di ricognizione». Sono dotati del nuovo sistema Reccelite, per «l'acquisizione di target ( l'obiettivo da colpire ) completamente automatizzata». Ma gli aerei, come ha spiegato il ministro della difesa Ignazio La Russa, «serviranno non per bombardare ma per osservare». Se così fosse, perché non usare i Predator A, gli aerei teleguidati che l'aeronautica ha acquistato nel 2004 (durante il governo Berlusconi) e stanziato in Afghanistan per compiti di ricognizione? Perché non usare i quattro Predator B/Reaper, di cui la commissione difesa della Camera ha approvato l'acquisizione lo scorso febbraio (durante il governo Prodi)? I Tornado sono in grado di volare a una velocità superiore a quella del suono, lungo il profilo del terreno a pochi metri da suolo, così da penetrare in profondità nel territorio nemico prima di essere avvistati. Per questo sono destinati all'attacco, con armi sia convenzionali che nucleari. Secondo documenti ufficiali declassificati - resi pubblici nel rapporto U.S. Nuclear Weapons in Europe (febbraio 2005) dal Natural Resources Defense Council - risulta che gli Stati uniti mantengono a Ghedi 40 bombe nucleari (più 50 ad Aviano) e che al loro uso sono destinati i Tornado italiani. Quelle dislocate a Ghedi e ad Aviano sono bombe tattiche B-61 in tre versioni, la cui potenza va da 45 a 170 kiloton (13 volte maggiore di quella della bomba di Hiroshima). Le bombe sono tenute in speciali hangar insieme ai caccia pronti per l'attacco nucleare: F-15 e F-16 statunitensi ad Aviano e i Tornado italiani a Ghedi. La pericolosità di questo arsenale nucleare in Italia consiste nel fatto che il nostro paese viene ad essere agganciato alla strategia nucleare statunitense. Al Pentagono sono in fase di realizzazione armi di nuovo tipo, tra cui bombe nucleari in grado di penetrare nel terreno e distruggere i bunker dei centri di comando, così da «decapitare» il paese nemico con un first strike , un attacco nucleare di sorpresa. La B-61, il tipo di bomba nucleare depositato in Italia, è stata modificata per trasformarla in bomba nucleare penetrante: alla famiglia delle B-61 si è così aggiunta la B61-11 che, secondo i test, può penetrare nel terreno così da creare, con l'esplosione nucleare, un'onda d'urto capace di distruggere obiettivi sotterranei. È quindi probabile che, tra le bombe nucleari depositate a Ghedi e Aviano, vi siano anche B61-11, pronte per l'uso. In tal modo l'Italia viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari che, all'articolo 2, stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non-nucleari, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente». Ciò è stato confermato il 19 giugno 2008 dalla Federazione degli scienziati americani: nel quadro delle armi nucleari Usa in Europa 2008, si legge che le bombe nucleari, custodite a Ghedi dal 704 Munss statunitense, saranno trasportate in caso di guerra dai «Tornado italiani del 6˚ Stormo». Gli stessi che il governo Berlusconi invia in Afghanistan: anche senza armi nucleari, essi costituiscono la punta di lancia della nostra aviazione da attacco. Preoccupati, i ministri ombra Pd della difesa e degli esteri, Roberta Pinotti e Piero Fassino, hanno chiesto al governo: «In quale scenario e in quale contesto si colloca l'invio dei Tornado in Afghanistan? Si presuppone un cambio di strategia nella missione? E in questo caso con quali obiettivi e quali impegni per le nostre forze armate?». In attesa della risposta del governo Berlusconi, possiamo dire qualcosa noi. Lo scenario della guerra e della conseguente strage di civili in Afghanistan è lo stesso di quando, nel 2006, il governo Prodi decise la spesa annua di 1 miliardo di euro nel 2007, 2008 e 2009, per finanziare la partecipazione italiana alla missione in Afghanistan e alle altre «missioni internazionali di pace». Resta la stessa la strategia e di conseguenza restano immutati gli impegni delle nostre forze armate, da quando nell'agosto 2003 la Nato ha assunto con un colpo di mano «il ruolo di leadership dell'Isaf, forza con mandato Onu» (senza che in quel momento vi fosse una decisione del Consiglio di sicurezza, che solo dopo ha preso atto del fatto compiuto). Da allora, il quartier generale Isaf è stato inserito nella catena di comando Nato e, di conseguenza, in quella del Pentagono, che mira al controllo dell'Afghanistan: zona di primaria importanza per la sua posizione geostrategica rispetto a Russia e Cina, e per il controllo dei corridoi energetici del Caspio. Il contingente italiano in Afghanistan è inserito nella catena di comando che fa capo al generale Usa David D. McKiernan, già comandante delle forze terrestri che nel 2003 attaccarono e invasero l'Iraq, il quale nel giugno 2008 ha assunto il comando Isaf, prima ricoperto da un altro generale Usa. Il gen. McKiernan, che comanda allo stesso tempo le forze Usa in Afghanistan nel quadro dell'operazione Enduring Freedom, ha posto in chiaro il 16 settembre che gli alleati devono inviare in Afghanistan maggiori forze e rinunciare ai vincoli sul loro uso. Sarà il gen. McKiernan, col suo stato maggiore, a decidere l'impiego dei Tornado italiani, nel quadro della crescente guerra aerea condotta dagli Usa in Afghanistan. Come documenta il Comando centrale, ogni giorno i cacciabombardieri statunitensi e alleati effettuano, in media, circa 80 «missioni di appoggio aereo ravvicinato alle truppe Isaf in Afghanistan». Dalla sola portaerei Lincoln, stazionata nel Golfo, ne sono state compiute 7.100 da aprile ad agosto. A questi aerei si uniranno i Tornado italiani, «non per bombardare ma per osservare».

 

Liberazione – 30.9.08

 

Licenziati 50.000 precari. Brunetta «abolisce» la ricerca

Checchino Antonini

«Sul lastrico in cinquantamila», calcola Mimmo Pantaleo, leader - fresco di nomina - della Flc Cgil, mentre da tutta Italia arrivano notizie di occupazioni, manifestazioni e assemblee di lavoratori degli enti di ricerca contro il decreto Brunetta oggi in discussione a Montecitorio. «Una dichiarazione di guerra di Berlusconi ai precari, una vergogna contro cui ci batteremo», commenta a caldo Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista. Cinquantamila, poi, è la stima per difetto dei precari della pubblica amministrazione a rischio di licenziamento anche se avevano maturato il diritto alla stabilizzazione. Il numero potrebbe salire a 120mila, calcolando gli interinali e l'indotto la catastrofe sarebbe ancora più consistente. L'emendamento Brunetta è uscito. Ed è così brutto che sui blog, gli addetti ai lavori lo chiamano senza mezzi termini emerdamento. In 6 commi, il ministro della Funzione pubblica abroga tutte le norme sulla stabilizzazione dei precari contenute nelle finanziarie 2007 e 2008 (ad esclusione di quelle sui vigili del fuoco, gli unici che potranno continuare ad essere stabilizzati). Tutti i contratti a termine si chiuderanno alla scadenza e, in mancanza di un termine (come nel caso degli "stabilizzandi") si chiudono 90 giorni dopo l'approvazione della legge. Il diritto alla stabilizzazione dei lavoratori a tempo determinato, con i requisiti stabiliti dalle finanziarie 2007 e 2008, si trasforma in una riserva (massimo del 40%) nei concorsi del triennio 2009-2011. «Fantomatici concorsi», chiosa Pantaleo al telefono con Liberazione. Anche per i co.co.co. ci sarà un punteggio nei concorsi (quelli fantomatici e spesso truccati stando alle carte di un bel po' di magistrati) del triennio 2009-2011. Il quinto comma prevede che enti locali e Asl possano continuare a stabilizzare ma solo per poche mansioni e, comunque, nei limiti delle risorse economiche. Aggiornatissimo, il blog precaridellaricerca.wordpress.com traccia una sintesi amara: «I precari non ancora stabilizzati tra pochi mesi saranno per strada, disoccupati, a prescindere da tutto. A casa, o per strada, potranno studiare per i concorsi dei prossimi anni. Un emendamento che demolisce i deboli castelli di carta costruiti due anni fa e che merita risposte univoche: mobilitazione ad oltranza, scioperi, manifestazioni».

«Decine di migliaia di lavoratori saranno sbattuti fuori perfino con 10 anni di anzianità - riprende Ferrero - per combattere la precarietà Berlusconi ha una ricetta chiara: abolire i posti di lavoro occupati dai precari». I sindacati di base hanno già indetto uno sciopero generale per il 17 ottobre. La Cgil, dopo l'ondata di azioni di sabato scorso, ha spedito ieri una richiesta unitaria, con Cisl e Uil, ai gruppi parlamentari chiedendo di intervenire per scongiurare l'approvazione della norma. «Nella ricerca e nell'università, dov'è più alto il rapporto tra precari e stabili, si bloccherebbe il servizio. Didattica e ricerca sarebbero fortemente compromesse», spiega ancora Pantaleo che si dice pronto ad andare sotto Palazzo Chigi dove il governo sta procedendo a tappe forzate, bypassando il più possibile sindacato e parlamento - anche nei gruppi di maggioranza ci sarà chi trasalirà di fronte all'emendamento. L'obiettivo è accorciare i tempi di discussione di un disegno di legge che riguarda i lavori usuranti ma che contiene misure importanti per tutta la pubblica amministrazione. Le reti dei precari insistono a chiamare alla reazione tutto il pubblico impiego contro una norma di dubbia legittimità che non si limita a mettere in discussione i contratti in essere ma anche i diritti pregressi. Il barometro sociale annuncia anche una pioggia di ricorsi oltre all'ondata di mobilitazioni scattate già ieri con l'occupazione, a Roma, della sede dell'Ispra, l'istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, dove sono 700 i precari a rischio solo nel neo Istituto, quasi il 50% del personale tutto schierato, tempi indeterminati compresi, contro l'emendamento che compromette le attività di monitoraggio e protezione ambientale, controllo nucleare, rifiuti, difesa del suolo e delle risorse idriche. Sono gia' in mobilitazione i 500 precari dell'Isfol (Istituto per la formazione professionale dei lavoratori) dove la sede è stata occupata e tutte le attività sono bloccate. All'Isfol, segnala l'Usi Rdb, viene vantata la precarietà più lunga dell'intero comparto. Occupano anche i 400 precari dell'Ingv (istituto nazionale di geofisca e vulcanologia). Oggi, tra le varie manifestazioni, la più clamorosa potrebbe essere quella annunciata sotto il Cnr alla 14.30. Ad Ancona, 400 precari di comune, provincia e Regione, hanno dato vita a un'assemblea contro le esternalizzazioni, la sottostima dell'inflazione programmata (1/3 di quella registrata dall'Istat) e contro il blocco delle stabilizzazioni. Mille lavoratori degli enti pubblici della provincia di Milano hanno protestato sotto Palazzo Marino in Piazza della Scala per le medesime ragioni. Intanto Brunetta - inviperito per una vignetta satirica sull'Unità che lo riguardava - si giustifica dicendo che lui vorrebbe chiarire l'ambiguità delle norme sulla stabilizzazione ereditate dalla gestione Prodi. Così, da vero azzeccagarbugli, si richiama al principio costituzionale del concorso pubblico che sabota a sua volta col medesimo emendamento subordinando ai limiti delle risorse stanziate dal governo.

 

Istat: 300mila disoccupati in più in 3 mesi del 2008

Sono 1.704.000 le persone in cerca di lavoro in Italia. Quasi 300mila in più rispetto ad un anno fa. Lo ha certificato l'Istat nella sua indagine trimestrale sul lavoro. Un'indagine che fra l'altro è uscita con un ritardo di 10 giorni a causa dello sciopero dei dipendenti dell'istituto di statistica nazionale. Sono 317 i ricercatori Istat, da 6 anni a contratto come co.co.co e adesso minacciati anch'essi dal decreto Brunetta. Tornando ai dati, nei primi tre mesi del 2008 il tasso di disoccupazione è aumentato di un punto percentuale, posizionandosi al 6,7%. Un dato che fa da contraltare a quello sull'occupazione che ha fatto registrate un +1,2%, ossia 283mila nuovi occupati. Questo è un dato che risente soprattutto di un nuovo aumento della popolazione straniera che cresce soprattutto nel Nord del Paese. La maggiore occupazione è frutto anche della crescita, una modalità di impiego che, scrive l'Istat «sembrerebbe sostituire il tempo pieno». Non solo: se si considera il dato destagionalizzato, il dato sulla disoccupazione è il più alto da due anni a questa parte. Ed è dovuto alla crescita degli inattivi e degli ex-occupati. Scomponendo territorialmente la ricerca poi, si evince come la crescita della disoccupazione sia meno sostenuta nel Nord (0,6 punti percentuali), dove ha riguardato più ampiamente la componente femminile. Nel Centro la crescita è stata più accentuata (1,6%) e ha coinvolto sia gli uomini sia soprattutto le donne; nel Mezzogiorno l'innalzamento del tasso di disoccupazione (1,3%) ha interessato in misura pressoché analoga entrambe le componenti di genere. Il tasso di disoccupazione, segnala ancora l'istituto di statistica, è aumentato su base annua di 0,8 punti percentuali per gli uomini e di 1,3 punti percentuali per le donne, portandosi rispettivamente al 5,4 e all'8,7%. Anche il tasso di disoccupazione degli stranieri è cresciuto passando dal 7,6% del secondo trimestre 2007 all'8,8%. Per quanto riguarda il tasso di inattività della popolazione tra 15 e 64 anni si è attestato al 36,5%, un punto percentuale in meno rispetto a un anno prima, e in calo in tutte le ripartizioni soprattutto con riguardo alla componente femminile. A luglio 2008 il ricorso alle ore di lavoro straordinario è stato pari al 5,7% delle ore ordinarie, con un calo di 0,1 punti percentuali rispetto allo stesso mese dell'anno precedente.

 

Il crimine è ormai globale e si nutre di affari e connivenze

Maurizio Mequio

E' un essere immondo, la mafia. Prende botte, ma si riorganizza. Cambia forma e si rilancia, grazie ai suoi "nuovi" alleati: gli imprenditori e le organizzazioni del crimine straniere. Questo emerge dal rapporto della Direzione investigativa antimafia, presentato ieri al parlamento e al ministero dell'interno sulle attività e i risultati raccolti nel primo semestre del 2008. «Le dinamiche del crimine organizzato di matrice mafiosa mostrano di mantenere i caratteri della pervasività nelle regioni tradizionalmente afflitte dal fenomeno e di ricercare nuove e sempre più remunerative proiezioni sul territorio nazionale, come in diversi Paesi esteri, anche se non sono trascurabili i portati delle tante disarticolazioni del tessuto delittuoso». L'arresto di Lo Piccolo, il 5 novembre del 2007, ha prodotto una struttura meno verticale, una rete del crimine che, da una parte aspetta di trovare nuove personalità accentratrici, e lo fa a suon di pistolettate - l'omicidio del reggente di Porta Nuova, Nicolò Ingarao, ad esempio - dall'altra si alimenta con le amicizie. «Le investigazioni recenti - afferma la Dia - hanno riscontrato una forte fluidità della struttura, con spostamenti degli uomini d'onore da uno schieramento all'altro». Una «fase di stagnazione» che potrebbe esplodere da un momento all'altro: «Non è possibile - continua la relazione - prevedere quale sarebbe l'influenza dei capi detenuti Inzerillo e Gambino, se si decidesse di farli rientrare nell'ambiente mafioso siciliano». L'avvicinamento delle cosche, quella siciliana e quella americana, potrebbe essere stata solo rinviata, anche dopo gli 80 arresti dell'operazione "Old Bridge". Nel frattempo l'industria mafiosa non ha affatto diminuito i suoi loschi traffici, anzi «ha mostrato notevoli capacità di infiltrazione nel mondo imprenditoriale e nella pubblica amministrazione locale - spiega il rapporto - servendosi di sofisticati metodi collusivi e corruttivi» e ha sfruttato puntualmente ogni occasione gli sia capitata davanti, come nel caso «degli illeciti concernenti il lucro sui rifiuti». Le prove dell'ottima salute del male non finiscono qui. La Dia ha ricevuto dall'Ufficio italiano cambi ben 6.092 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette. E sorpresa: il 57,72% delle segnalazioni sono pervenute dal Nord, il 25,97% dal Centro e il 31,31% dal Sud e dalle isole. Allarmante anche lo stato della 'ndrangheta, che ha aumentato i suoi tentativi di penetrazione negli appalti pubblici «con più vivo interesse per gli indotti della sanità, nel ciclo dei rifiuti, negli investimenti dell'edilizia e nella pubblica amministrazione locale». Non più solo narcotraffico, a quello sembrano pensarci le organizzazioni straniere, le new entry della malavita italiana. I sud americani e i nigeriani avrebbero ottenuto il via libera alla gestione del mercato delle droghe: non più solo manovali del settore, ma veri e propri "soci". E' una mafia «globalizzata», denuncia la Dia, che pone l'accento sulla «necessità di ricorrere a pertinenti metodologie di analisi e di indagine» per comprendere le «nuove opportunità» mafiose del panorama contemporaneo, al fine, soprattutto di «equalizzare al meglio le esistenti capacità di contrasto dello spazio giuridico internazionale». Un giro miliardario ininterrotto, capace di raggirare qualsiasi controllo di sicurezza, riguarda il traffico illegale di merci e uomini. E' qui che i criminali di Italia, Albania, Romania, Maghreb e Cina hanno consolidato le loro relazioni. Il contrabbando passa per i porti di: «Gioia Tauro, Napoli, Salerno, i porti pugliesi, quelli siciliani, per il sud del Paese; Civitavecchia, Ancona e Livorno per il centro; i porti liguri e Trieste per il Nord». Ma non sono «da sottovalutare i varchi doganali aeroportuali». I nordafricani sarebbero i delinquenti in maggiore ascesa, vi sarebbe la «possibilità di un ulteriore progressivo avvicinamento tra loro e ambienti fondamentalisti per finalità di finanziamento». Per quanto concerne la prostituzione, poi, nemmeno la legge Carfagna ha scalfito le strategie delle alleanze mafiose e secondo la Dia anche le donne cinesi, che prima lavoravano da casa, verranno messe su strada (al momento il fenomeno «è segnalato solo al Nord»). La Camorra, infine, ha consolidato il suo modello «gangsteristico». L'aumento degli omicidi nel casertano, 6 rispetto a 1 dello scorso anno, lascia supporre un riassetto a breve termine degli equilibri all'interno del «cartello dei Casalesi. Il quale esprime un'architettura criminale aderente al modello mafioso classico». La Dia ha anche spiegato il forte valore simbolico dell'occupazione logistica di uno stabile, prima in possesso dei camorristi, da parte del pool investigativo dislocato a Casal di Principe, ribadendo che la confisca dei beni è l'antidoto più efficace nei confronti della malavita.

 

Repubblica – 30.9.08

 

L'11 settembre dell'economia - VITTORIO ZUCCONI

C'è un buco nero nel cuore del disastro finanziario globale, una voragine sulla quale tutti ci affacciamo, scavata dal fallimento di una presidenza che non riesce neppure più a compattare il proprio partito per passare una legge disperata, diretta a una situazione disperata. E assiste impotente all'ammutinamento dei suoi parlamentari. Quando due terzi dei repubblicani alla Camera dei deputati (e un terzo dei democratici) hanno votato contro il "piano Bush" da 700 miliardi, accusandolo di essere "socialistico" (sic), un'accusa che mai avremmo immaginato potesse essere lanciata contro di lui, un caos aggravato dalla inutile sceneggiata del senatore McCain paracadutato su Washington a complicare le cose per pura propaganda elettorale, ha prodotto un panico sbigottito di fronte alla leadership politica americana allo sbando e ha afferrato anche chi lo aveva voluto e provocato. E ora promette di ripensarci e di gettare il salvagente nei prossimi giorni, dopo che le Borse avranno consumato altre fortune e banche europee come americane si saranno arrese. Ancora più di una Pearl Harbor, come disse il superfinanziere Warren Buffet, questi giorni sembrano un secondo 11 settembre, e non necessariamente incruento, pensando alle migliaia di piccole tragedie umane che provocheranno. Fanno rivivere ore di una catastrofe alla quale nessuno è preparato, che molti avevano previsto senza fare niente per prevenirla e per la quale non si vogliono adottare soluzione e risposte serie e dolorose, che vadano oltre lo scaricabarile partigiano. Ma se, nel suo orrore, la strage delle Torri Gemelle fece scattare il senso della coesione e dell'unità nazionale, questo Ground Zero della finanza, della liquidità, della Borsa, ha scatenato la reazione opposta e micidiale dell'anarchia totale. Ha mosso il panico della ribellione e del "si salvi chi può" di parlamentari di provincia preoccupati non di salvare i risparmi, le pensioni, il lavoro, il credito di aziende e di individui, ma di salvarsi il seggio dal castigo elettorale promesso da cittadini furiosi e sbandati al pensiero di dover salvare i "pescecani" di Wall Street con i soldi delle tasse. Il panico che ha assalito la Borsa alla conta finale della bocciatura della legge e che si estenderà nel gorgo vizioso degli altri mercati nasce, come ormai è impossibile negare, non dal crollo di questa o quella banca d'affari, ma dal senso di vertigine che assale guardando il vuoto che sta al centro di una potenza come l'America. Se due terzi del partito ancora teoricamente di Bush, il repubblicano, respinge con pretesti puerili ("il discorso della presidente della Camera Pelosi ha irritato i nostri deputati" tentava di spiegare uno dei leader dell'ammutinamento, il repubblicano Kantor della Virigina) il grido del proprio presidente che alle sette e trenta del mattino, un'ora senza precedenti in guerra o in pace, era andato in diretta per un ultimo appello, soltanto il vento della follia politicante e dell'opportunismo più sfacciato possono spiegare che cosa sia accaduto. Ed è incredibile che la "speaker" della Camera e i suoi capi regime non abbiano saputo contare le teste, prima di chiedere il voto. Il piano Paulson, ministro del Tesoro, sponsorizzato da un Presidente impopolare e detestato da un partito che non lo volle neppure al proprio Congresso come nessuno fu dagli ultimi giorni di Nixon nel Watergate, non sarebbe stato un toccasana magico, ma un salvagente gettato ai naufraghi delle banche che annaspano e che stanno trascinando a fondo innocenti in tutto il mondo. Averlo respinto soltanto perché i sondaggi dicono che gli elettori dei repubblicani duri e puri della destra antistatalista non lo volevano, e per il reciproco, classico giochetto parlamentare di far votare agli altri quello che tu non vuoi, per avere gli effetti positivi della legge senza pagarne il prezzo, è stato un segnale di spaventosa irresponsabilità politica. "Per salvare il proprio seggio hanno preferito punire la nazione" ha detto il presidente della commissione finanze della Camera, Barney Frank rispondendo alla spiegazione infantile dei repubblicani che sostenevano di avere votato contro perché irritati dal discorso fazioso della presidente della Camera, come se salvare il sistema finanziario fosse questione di buone maniere. Purtroppo, manca ancora più di un mese, 35 giorni, alla liberazione di quel voto del 4 novembre che dovrebbe bonificare l'aria dai fumi tossici di una campagna elettorale micidiale e in 35 giorni la voragine nel Ground Zero di questa catastrofe potrebbe ancora allargarsi. Ma la dimostrazione di mediocrità provinciale, di anarchia, di ammutinamento egoistico offerta ieri dalla Camera degli Stati Uniti, rimarrà. E solleva il dubbio che la democrazia americana, e la responsabilità di guidare il mondo, siano una cosa troppo seria per essere lasciata a questa America moralmente e politicamente distrutta da otto anni di menzogne bushiste su tutto, dalle guerre alle torture all'economia "sana". L'America e il resto del mondo, sono costretti a continuare a pagare il conto di una "failed presidency", di una presidenza in bancarotta.

 

Economia, italiani pessimisti. Male per il 95%, e al Sud va peggio

ROSARIA AMATO

ROMA - Percepiscono un'inflazione pesante come un macigno, ben più di quanto segnalato dai dati Istat, ritengono in maggioranza che la situazione economica in Italia peggiorerà, a cominciare dalla disoccupazione in aumento. Per proteggersi da un futuro che appare sempre più nero vorrebbero adottare comportamenti 'conservativi', risparmiare, ma finiscono con l'erodere il proprio conto corrente anche più che in passato. Emergono preoccupazione e scetticismo dal Price Monitor di settembre 2008, il monitoraggio sul clima economico effettuato da Ipr Marketing per Repubblica.it. Prezzi degli alimentari alle stelle. Per quanto il Price Monitor rilevi l'inflazione percepita, e quindi non si tratti di una rilevazione scientifica ma di una verifica delle sensazioni dei consumatori, emergono diversi tratti in comune con le rilevazioni Istat. Innanzitutto l'allarme alimentari: secondo gli intervistati, a settembre l'inflazione ha raggiunto il 19,2 per cento, il tasso più alto tra le categorie di beni e servizi. Seguono i trasporti (+14,7 per cento), le spese per la casa (14,6 per cento), per manutenzione di auto e motorini (13,9 per cento), abbigliamento e calzature (12,7 per cento). A differenza dell'Istat, che non include le spese per i mutui nella rilevazione dell'inflazione, l'Ipr considera anche le rate dell'acquisto della casa, che nella percezione dei consumatori a settembre sono aumentate su base annua dell'11,6 per cento, il 4,8 per cento in più rispetto al trimestre precedente (si tratta dell'aumento congiunturale maggiore). "Includiamo i mutui nella nostra indagine perché influiscono moltissimo in questo momento sul potere d'acquisto", spiega il direttore di Ipr Marketing Antonio Noto. Al Meridione allarme prezzi. L'inflazione falcidia maggiormente il Sud: un dato che emerge dal sondaggio e che coincide, ancora una volta, con le rilevazioni dell'Istat. Infatti nel Sud e nelle Isole gli intervistati lamentano per ogni categoria di beni tassi d'inflazione più alti fino a quattro punti rispetto a quelli delle altre aree geografiche. Prospettive nere per il Paese. Il pessimismo è diffuso tra gli italiani soprattutto per quel che riguarda le prospettive del Paese, mentre va un po' meglio per le prospettive personali. Nessuno pensa che la situazione complessiva economica dell'Italia sia molto positiva, c'è un 4 per cento che la ritiene 'abbastanza positiva', ma a ritenerla 'poco/per nulla positiva' è il 95 per cento. Anche in questo caso, i meridionali, sui quali pesano ancora di più le conseguenze della crisi, sono ancora più pessimisti: la percentuale di Sud e Isole è del 97 per cento, contro il 96 del Centro e il 92 del Nord. Il 66 per cento ritiene che la situazione sia peggiorata, mentre il 27 la vede stazionaria e il 6 'migliorata in modo significativo'. Spera in un miglioramento nei prossimi 12 mesi solo il 15 per cento degli intervistati, mentre il 50 per cento ritiene che peggiorerà. Però al Sud i pessimisti sono il 57 per cento, al Centro il 42 e al Nord il 48. E la disoccupazione? Andrà peggio. A conferma dei dati poco confortanti diffusi il 29 dall'Istat, gli italiani temono in maggioranza che la disoccupazione aumenti nei prossimi 12 mesi (51 per cento). Solo il 33 per cento ritiene che rimarrà la stessa, e il 14 che diminuirà. Qui la forbice tra Nord e Sud si allarga: 57 per cento di pessimisti al Mezzogiorno e 46 nelle regioni settentrionali. Valutazioni personali un po' più rosee. Pessimisti quasi al 100 per cento sulla situazione del Paese, gli italiani lo sono un po' meno su quella della propria famiglia. Vale insomma (in parte) il principio 'io speriamo che me la cavo', dal momento che la percentuale di coloro che ritengono che la propria situazione economica sia molto/abbastanza positiva è del 31 per cento, 4 punti in più rispetto alla precedente rilevazione di luglio, e che i pessimisti passano dal 71 al 68 per cento. Per il Sud naturalmente il rapporto è rovesciato: i soddisfatti sono il 25 per cento contro il 37 del Nord. Tuttavia il 57 per cento degli intervistati ritiene che la propria situazione economica sia peggiorata negli ultimi 12 mesi, il 2 per cento in più rispetto a luglio. E il 43 per cento ritiene che non migliorerà nei prossimi 12 mesi, mentre il 41 ritiene che peggiorerà. Si erodono i risparmi, e si fanno debiti. Un clima così negativo dovrebbe far tornare gli italiani ad essere le formiche di un tempo, ma non si riesce, l'inflazione falcidia tutto e obbliga a metter mano ai risparmi. E infatti la quota di coloro che riescono a risparmiare una piccola parte del reddito scende dal 23 al 22 per cento, la quota di coloro che dichiarano di utilizzare anche i risparmi per far fronte a tutte le spese sale dal 20 di luglio al 25 per cento, e la quota di coloro che fanno debiti a causa dell'inflazione sale dall'8 all'11 per cento. Al Sud questa percentuale è del 16 per cento: un vero campanello d'allarme per il rischio usura. La metodologia. Le interviste per il sondaggio sono state effettuate dal 25 al 28 settembre, su un panel di 1000 cittadini residenti in Italia, disaggregati per sesso, età ed area di residenza.

 

La Stampa – 30.9.08

 

Ma qui c'è vigilanza - MARIO DEAGLIO

Il crollo dell’edificio finanziario americano provocherà anche il crollo dell’edificio finanziario europeo? Se lo domandano oggi milioni di risparmiatori europei, sconvolti dalle notizie di banche in difficoltà e dalle durissime cadute di Borsa. Un mercato ancora largamente immaturo si intreccia con mezzi di informazione impreparati a una tempesta di questo genere, che ne sottolineano i disastrosi aspetti esteriori. Si rischia così non già di suscitare una consapevole presa di coscienza dei rischi, bensì di scatenare un’ondata di panico ingiustificato e potenzialmente molto dannoso. Occorre ragionare a mente fredda e, se possibile, a nervi distesi. Questa crisi nasce negli Stati Uniti, dove hanno avuto origine non solo i famigerati titoli sub-prime ma anche quasi tutti i titoli oggi appropriatamente definiti «tossici»; la loro crescita è stata addirittura incoraggiata fino a quasi un anno fa e ha raggiunto livelli astronomici; il loro valore sui mercati è attualmente pari a zero o prossimo allo zero (e come tali devono essere indicati nei bilanci, dando luogo a perdite ingenti), anche se una parte rilevante sarà regolarmente rimborsata alla scadenza. Negli Stati Uniti la crisi finanziaria ha innescato una forte debolezza dell’economia reale, spesso minimizzata, o addirittura negata, dal governo di quel Paese, e combattuta a lungo, e colpevolmente, con gli strumenti sbagliati, ossia continuando a finanziare i consumi. Il resto del mondo, e in particolare l’Europa continentale, è stato contagiato di riflesso, ossia per aver acquistato, spesso «impacchettati» in altri prodotti, i «titoli tossici». Questi costituiscono, in ogni caso, una parte molto piccola, talvolta trascurabile, del patrimonio delle banche italiane, e comunque piuttosto limitata anche nel patrimonio delle altre banche europee. Molto raramente, e quasi sempre solo per via indiretta, il veleno si è fatto strada nei prodotti finanziari in cui è investita la stragrande maggioranza dei risparmi degli europei. Le banche europee che si sono trovate nelle difficoltà, che hanno suscitato un pronto intervento dei governi dalla Germania all’Islanda, dalla Gran Bretagna ai Paesi Bassi, devono le loro angustie - oltre che a scelte strategiche sbagliate come per la Banca Fortis - all’aver finanziato operazioni di lungo periodo con denaro a breve periodo, il che una volta era vietato e probabilmente tornerà a esserlo molto presto. Sarebbe del tutto fuori luogo trarre da questi avvenimenti indicazioni generali di collasso del sistema europeo, mentre questa conclusione non è irragionevole per il sistema americano. Due elementi giocano a favore dell’Europa, e in particolare dell’Italia. Il primo è quello che, fino a ieri, veniva chiamato «arretratezza finanziaria» e che oggi viene etichettato come «saggezza»; per una serie di motivi, compresa forse una loro non eccessiva capacità tecnica, le banche italiane non sono andate dietro alle ultime mode finanziarie. Gli istituti bancari italiani hanno partecipato in misura ridottissima al gioco di creazione di ricchezza finanziaria priva di basi veramente credibili. Uno dei motivi per cui non hanno «giocato» è rappresentato dal sistema della vigilanza bancaria, ed è questo il secondo elemento favorevole. Negli Stati Uniti questo sistema può ben essere definito una farsa, frutto di un’ideologia che esaltava la capacità di autoregolarsi del mercato e bollava come oppressiva e liberticida anche solo una supervisione attenta e dettagliata delle operazioni da parte della banca centrale. Tale ideologia, che oggi subisce un tempestoso tramonto, non ha mai pienamente attecchito in Europa, e in particolare in quella continentale: mentre il governo della moneta si accentrava nella Banca Centrale Europea, le singole banche centrali non hanno rinunciato, e anzi hanno intensificato la vigilanza sul sistema, con vari gradi di severità. Questa vigilanza è al massimo in Italia, ed è questo uno dei motivi per cui il Governatore della Banca d’Italia è stato nominato presidente del Financial Stability Forum, con l’incarico di proporre nuove regole per ottenere un mercato efficiente. Il sistema bancario italiano può quindi essere considerato una navicella sana che regge bene un mare in gran tempesta, nel quale la nave ammiraglia, ossia il sistema americano, imbarca acqua ed è inclinata sul fianco mentre le altre navicelle europee hanno qualche vela ammaccata. Nessuno sa come la tempesta si evolverà, c’è motivo di molta attenzione in un percorso che non è certo una passeggiata, ma chi istericamente si mettesse a gridare che la nave affonda dovrebbe, finché non torna la calma, essere confinato sottocoperta.

 

Chi sono i boss dei Casalesi

CASERTA - Alessandro Cirillo, detto «ò Sergente», Oreste Spagnuolo e Giovanni Letizia, detto «ò Zuoppo», sono tutti e tre ex Bidognettiani che, secondo le ultime indagini, avrebbero formato un nuovo clan dopo lo scioglimento della fazione di Francesco Bidognetti, detto «Cicciotto è mezzanotte», iniziato con il pentimento di Domenico, cugino del boss Francesco, e della moglie di quest’ultimo Anna Carrino. I tre avrebbero iniziato a chiedere le estorsioni per conto proprio dall’inverno scorso. Lo testimonia la narrazione di Gaetano Vassallo, imprenditore nel settore rifiuti ed ex albergatore, oggi collaboratore di giustizia che ha raccontato ai pm dell’Antimafia di aver incontrato a marzo Alessandro Cirillo a casa del fratello del killer Giuseppe Setola. Alessandro Cirillo, del peso corporeo che supera il quintale, è ricercato per delitti commessi nel 1994 e nel ’96. Oreste Spagnuolo, invece è considerato uno dei più abili del gruppo di fuoco che ha iniziato a spargere sangue nel casertano dall’omicidio di Umberto Bidognetti, padre del collaboratore di giustizia avvenuto il 2 maggio scorso. Giovanni Letizia è considerato invece un abile guidatore e non si esclude che proprio lui fosse alla guida dell’auto dei killer della strage degli immigrati a Castelvolturno. È stato accanto a Luigi Guida detto «ò drink», napoletano del quartiere Sanità passato a servizio con i Casalesi. Spagnuolo e Cirillo avrebbero fatto, assieme ad Alfonso Cesarano parte del gruppo di fuoco che ha ucciso sei immigrati e un gestore di una sala giochi. Del gruppo di fuoco restano ancora ricercati Emilio Di Caterino e Giuseppe Setola, uscito ad aprile scorso dal carcere, nonostante fosse agli arresti sotto i rigori del 41 Bis, per poter curare «grave patologia retinica» in una struttura ospedaliera di Pavia. Da lì, il 23 aprile scorso Setola è fuggito ed una settimana dopo sono cominciati gli omicidi firmati dal gruppo di fuoco.

 

Addio a Walter. Silvio studia D'Alema - AUGUSTO MINZOLINI

ROMA - C’è un paradosso che accompagna la coda dell’«affaire» Alitalia. Proprio mentre Walter Veltroni ha rivendicato il proprio impegno nel salvataggio della compagnia di bandiera, cioè ha collaborato alla riuscita di un’impresa fortissimamente voluta da Silvio Berlusconi, i rapporti tra il premier e il leader del Pd hanno raggiunto il livello più basso. Ma, come spesso capita, si tratta di un paradosso solo apparente. In realtà l’autoesaltazione che Veltroni ha dato del suo ruolo, cui hanno contribuito non poco i media, è un tentativo di coprire quanto è avvenuto: cioè un’operazione politica, fin troppo scoperta, di sminuire la funzione del premier e del suo governo, di non regalargli un altro successo dopo quello sui rifiuti. Al di là delle tante parole spese nella querelle, infatti, un dato è certo: l’accordo che Guglielmo Epifani ha firmato nel week-end era, a parte modifiche davvero secondarie, identico a quello che il segretario della Cgil aveva bocciato la settimana precedente. Per cui in sette giorni solo un elemento è cambiato nella trattativa: il leader del Pd, che pure ha sempre osteggiato l’operazione, si è ritagliato un ruolo, se non di protagonista di co-starring, ha tentato di dimostrare che senza il suo assenso quell’accordo non si sarebbe potuto fare. L’incontro a casa Veltroni tra il presidente della Cai, Colaninno, ed Epifani, oltre ad essere irrituale, serviva a ratificare la regia del capo dell’opposizione. Così la «variabile» che ha tenuto con il fiato sospeso il Paese e i lavoratori dell’Alitalia è stata solo frutto di tatticismo. Un episodio che il Cavaliere non ha proprio digerito: «Qualcuno - continua a ripetere in privato - ha usato la Cgil a fini politici infischiandosene degli interessi generali e facendo perdere una settimana di tempo al Paese». Ma poi questa acrobazia politica spericolata è servita davvero al leader dell’opposizione, oppure no? I dubbi non mancano: l’operazione, infatti, ha riofferto l’immagine di una Cgil legata a doppio filo ai suoi referenti politici; ha enfatizzato mediaticamente la vicenda Alitalia di cui il Cavaliere ha un «copyright» che Veltroni non avrebbe mai potuto insidiare. Infine, dopo il «sì» solenne all’accordo, il leader del Pd si è dovuto difendere dagli attacchi di Di Pietro e della sinistra massimalista e per riequilibrare è stato costretto a riaccendere una polemica violenta sulla scuola, sulla costituzionalità del «lodo Alfano» e sui rischi per la democrazia. Andando in rotta di collisione anche con il Capo dello Stato. C’è stata, quindi, l’ennesima riedizione del Veltroni «ondivago» che, in questo caso, ha penalizzato anche la Cgil. I sondaggi che sono arrivati ieri sulla scrivania del premier sono significativi. Se Mannheimer registra una caduta della fiducia nel sindacato di 19 punti dall’anno scorso indicando un indice del 23%, per quelli di Alessandra Ghisleri (che ha azzeccato le previsioni delle ultime due elezioni politiche) è addirittura al 16%. Interessanti anche i dati su chi per l’opinione pubblica ha avuto il maggior merito nella soluzione della crisi Alitalia: il 49,2% indica in Berlusconi il personaggio chiave, l’1,7% in Veltroni. Comunque, le esternazioni di questi giorni del leader del Pd qualcosa hanno prodotto: l’11,8% degli italiani si è convinto che il merito è del braccio destro del premier, Gianni Letta. L’andamento non cambia se si passa ai partiti: il Pdl è al 42,5% insieme agli alleati al 52,2%; il Pd è fermo al 28% con un Di Pietro al 5,3%. Insomma, gli umori dell’opinione pubblica dimostrano che l’operazione di «de-berlusconizzazione» del caso Alitalia non è stata molto soddisfacente per il leader del Pd. E i rapporti con il premier sono tornati ai ferri corti. Berlusconi a questo punto è convinto che deve andare avanti per la sua strada. Il tentativo dell’asse Cgil-Pd di arrogarsi una sorta di diritto di veto come su Alitalia non lo preoccupa. «Le minacce di sciopero non mi impressionano - ha spiegato ai suoi -, ho l’opinione pubblica dalla mia parte». Inoltre se su Alitalia il Pd ha ottenuto questi risultati, figurarsi che potrà fare un Veltroni incalzato da Di Pietro sui temi della giustizia. Ecco perché sulla scia del ricorso alla Corte Costituzionale sul Lodo Alfano da parte dei pm di Milano, Berlusconi ha riaperto le ostilità sul fronte giustizia. Ad esempio, è difficile che possa accettare la nomina di Luciano Violante alla Consulta, visto che considera gli equilibri dentro l’organismo tutti spostati a sinistra. Poi, pensa di dare un segnale efficace sul «caro vita» per disinnescare l’autunno: ha chiesto al ministro Scajola un piano per calmierare i prezzi dei beni alimentari di prima necessità da concordare con la grande distribuzione. In ultimo si prepara a perfezionare la struttura di governo con la nomina di Fazio a ministro della Sanità e della Brambilla a ministro per il Turismo. E il dialogo con l’opposizione? Non lo interessa. Ha le sue ragioni. Intanto Veltroni da qui alle elezioni europee, che per il leader del Pd si sono trasformate in un vero giudizio di Dio, non può permetterselo. E questo lo sanno anche i bambini. Poi c’è un’altra ragione di fondo, che l’«affaire» Alitalia ha reso lampante: la crescente difficoltà per il Pd di recitare una parte nel bipolarismo italiano. Veltroni, infatti, oscilla tra posizioni che il Cavaliere ritiene inaccettabili. Nella testa del leader del Pd, infatti, il «dialogo» è un concetto molto simile alla logica consociativa: su Alitalia, sulla Rai o sulla giustizia l’opposizione si arroga, per dirla in breve, una sorta di diritto di veto, vuole concordare le scelte. Se il governo va avanti lo stesso, il decisionismo nell’immaginario del Pd si trasforma subito in un pericolo per la democrazia: e la polemica parte dal fascismo (è successo quest’estate) per arrivare ai paragoni con Putin. «Veltroni è la parodia - sintetizza uno dei consiglieri del Cavaliere, Fabrizio Cicchitto - dell’ultimo Berlinguer. In quell’occasione finì in tragedia, questa volta diventerà una farsa». Forse l’unico che ha capito, nel suo pragmatismo, che il Pd rischia di fare solo la parte dell’opposizione nel bipolarismo italiano, è D’Alema. Il quale non a caso propone uno scambio per il futuro: Berlusconi al Quirinale e la scelta del modello tedesco che, nei fatti, sarebbe il preludio del superamento degli attuali schieramenti.

 

Corsera – 30.9.08

 

«Non hanno ancora imparato la lezione del '29» - Ennio Caretto

WASHINGTON — «È successo proprio ciò che temevo. I repubblicani non riescono a liberarsi del loro bagaglio ideologico. Forse non si rendono conto che senza un massiccio intervento dello Stato avremo una crisi molto grave, simile a quella del '29 e degli anni Trenta». Al telefono dalla sua casa di Boston, Lester Thurow, professore di Economia e gestione aziendale al Mit, un'icona del mondo accademico americano, esprime rammarico per il «no irresponsabile» del 70 per cento dei deputati di Bush ai sussidi alle banche: «Oggi sarà una brutta giornata per Wall Street e le altre Borse» osserva. Ma Thurow spera in un accordo a breve: «Presto i repubblicani vedranno il baratro e faranno marcia indietro, non foss'altro che per ragioni elettorali: non vorranno diventare i colpevoli di un futuro disastro». Si aspettava la loro rivolta? «Sì. I moderati accettano il pacchetto di Bush come un regalo agli istituti finanziari, ma per l'ala conservatrice del capitalismo e liberismo selvaggi questo è socialismo. Sono un partito diviso su cui il presidente, dimezzato e senza credibilità, non ha quasi più autorità. Ritengo però che alla fine prevarrà in loro la volontà di prevenire un bis del '29». Anche il 40 per cento dei democratici ha votato «no». «Lo hanno fatto per motivi più validi. Il pacchetto di Bush non è soddisfacente. I 700 miliardi curano solo i sintomi, le difficoltà della finanza, non la malattia, la deregolamentazione selvaggia dei mercati nell'ultimo decennio. Il pacchetto dovrebbe includere una nuova, rigida normativa, imporre la trasparenza a Wall Street. Di più: dovrebbe essere accompagnato da un altro per l'economia». Di che tipo? «È urgente un pacchetto che ristrutturi i mutui e prevenga una valanga di dissesti tra i mutuati, e che crei lavoro e produzione, per esempio con un piano per il rinnovo delle infrastrutture, di cui il Paese ha enormemente bisogno, per il varo dell'assistenza sanitaria pubblica, ecc. Il problema fondamentale è che siamo di fronte a una traumatica stretta creditizia, e che non basteranno i sussidi alla finanza a contenerla». Ma i repubblicani vi sono ideologicamente contrari. «Può darsi che le elezioni diano la Casa Bianca e il Congresso ai democratici. È chiaro che neppure i 700 miliardi risolverebbero la crisi subito, e che il risanamento economico e finanziario dipenderà dal prossimo presidente. La sua sarà una strada obbligata, difficile e lunga, di anni, non mesi: nemmeno il repubblicano McCain, se fosse eletto, potrebbe discostarsene». Non c'è il pericolo che tra un mese il Congresso chiuda i battenti per le elezioni e si crei un vuoto legislativo fino a gennaio? «Lo considero improbabile. Ma se dovesse accadere, sono sicuro che verrebbe riconvocato. Nel frattempo, la Riserva federale farebbe del suo meglio per impedire che sui mercati si diffonda il panico, che è il pericolo vero. Lo sta già facendo, inietta di continuo liquidità. A differenza dell'ala conservatrice repubblicana, ha imparato la lezione del '29».

 

La «vendetta» degli economisti di Chicago – Massimo Gaggi

NEW YORK - Adesso il muro che separa l’America dalla crisi di panico paventata dallo stesso Bush si è fatto veramente sottile. I «pontieri» del Congresso tentano di rimettere insieme i pezzi del piano di salvataggio della finanza Usa bocciato ieri dalla Camera, ma il danno materiale e psicologico è enorme. Un altro crollo della Borsa, il più grosso dall’attacco di Bin Laden nel 2001, banche centrali costrette a inondare nuovamente di liquidità il sistema bancario, governo sostanzialmente disarmato. Con Bush ormai ridotto a presidente-larva, i mercati si erano aggrappati all’autorevolezza della Fed e del ministro del Tesoro. Che escono a pezzi dal voto del Congresso. Il Paulson che si è presentato ieri sera davanti alle telecamere è un uomo esasperato, sull’orlo di una crisi di nervi. Se non è l’infarto - economico ma anche politico - paventato dal «custode del dollaro» Ben Bernanke, poco ci manca. Intanto la frana delle banche Usa avanza inesorabile costringendo il governo a insistere con la politica dei salvataggi caso per caso: la settimana scorsa Washington Mutual, ieri Wachovia. La destra liberista considera una vittoria lo stop a Paulson: ha prevalso il «no a un salvataggio che altera radicalmente e in modo permanente le regole del mercato», come recita l’appello che 44 economisti conservatori, guidati dall’ex leader repubblicano al Congresso, Dick Armey, hanno inviato nei giorni scorsi al Congresso. Ma la ricetta alternativa proposta dagli esperti che criticano il ministro, ad esempio quelli che fanno capo all’università di Chicago, forse può proteggere meglio il contribuente e ridurre alcune distorsioni, ma non offre alcuna garanzia dal lato del contenimento dell’intervento dello Stato. Anziché acquistare titoli immobiliari oggi privi di valore, col relativo trasferimento di tutti i rischi sulle spalle del contribuente, i «fiscal conservative» propongono interventi per stimolare i privati a intervenire per ricapitalizzare il sistema bancario. Siccome gli investitori americani non hanno alcuna intenzione di muoversi e anche i «fondi sovrani» degli altri Paesi stanno a guardare, si chiede al Tesoro di intervenire, ma in modo diverso: in cambio del finanziamento pubblico dovrà ricevere quote del capitale delle banche, anziché obbligazioni invendibili. In questo modo il contribuente sarebbe meglio tutelato, ma lo Stato si troverebbe impegnato in modo ancor più diretto nella gestione del sistema. Del resto già con l’operazione Citigroup-Wachovia, l’America veleggia verso una forma di «dirigismo bancario»: una specie di sistema alla francese basato su tre «campioni nazionali», peraltro fuori forma. E che, quindi, avranno bisogno di un sostegno pubblico. L’ultimo salvataggio bancario, quello annunciato all’alba di lunedì, comincia a delineare il punto d’approdo della finanza americana. Se la nave arriverà in porto senza affondare prima, il sistema si riorganizzerà attorno a tre grandi gruppi bancari: JP Morgan Chase che ha assorbito prima Bear Stearns e poi Washington Mutual, Bank of America che, dopo l’acquisizione di una serie di istituti minori e di giganti delle carte di credito, si è fusa con Merrill Lynch, e Citigroup. Tre gruppi enormi ma vulnerabili, che il Tesoro dovrà tenere a tutti i costi in vita. JP Morgan è il più solido, ma è stato costretto a crescere più di quanto avrebbe voluto in una fase di mercato depresso. Bank of America raccoglie molto risparmio, ma ha anche vari punti deboli come la forte esposizione nel mercato delle carte di credito, il prossimo candidato allo «stato di crisi». Il suo capo, Ken Lewis, è politicamente impegnato col partito repubblicano. Assorbendo le attività bancarie di Wachovia, Citigroup, reduce da una crisi gravissima con perdite per decine di miliardi non ancora smaltite, torna per incanto ad essere la prima banca americana (per volume di depositi). A questo punto la sua salute diventa un problema di «sicurezza nazionale». La crisi è sistemica e ha bisogno di una soluzione sistemica, ma ogni progetto finisce in falò, travolto dall’incalzare degli eventi. La misura del livello dello sconcerto anche tra gli studiosi la dà il «blog» di Gary Becker e Richard Posner: il premio Nobel per l’Economia che insegna a Chicago continua a pensare che la tempesta finanziaria avrà alla fine uno sbocco di mercato («il capitalismo viene dato per morto a ogni crisi, eppure è sempre lì»), ma ammette di aver sottostimato la portata della crisi e, dopo averla osteggiata, adesso rivaluta la ricetta Paulson, almeno per evitare il «meltdown». Nella sua risposta il celebre giurista conservatore si dice anch’egli convinto che «il capitalismo sopravviverà perché tutto il resto, dal comunismo classico al corporativismo fascista non è praticabile», è fallito. Ma quello che sopravviverà «sarà un capitalismo danneggiato, costretto al compromesso. Del resto già 80 anni fa la Grande Depressione ci lasciò in eredità una buona dose di collettivismo».

 

Sarkozy e Trichet, la Ue va in trincea – Federico Fubini

Un vertice a Parigi nel fine settimana. Una lista di invitati informale e asimmetrica eppure capace, nelle intenzioni di chi ci sarà, di dare un segnale ai mercati vicini al collasso. Nicolas Sarkozy, presidente di turno dell'Unione Europea, vorrebbe raccogliere all'Eliseo Angela Merkel, Gordon Brown e Silvio Berlusconi accanto ai presidenti della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, dell'Eurogruppo Jean-Claude Juncker e della Commissione europea José Manuel Durâo Barroso. Sarebbe un ibrido fra i vertici istituzionali dell'Ue e i leader di Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna, l'abbondanza di ex potenze europee rappresentate nello stesso G8 che intanto esclude Cina, India e Brasile. Già la singolarità del giro di tavola dà la misura della fatica dell'Europa nel darsi un profilo credibile per intervenire quando il tempo stringe. Possibile peraltro che la lista si allunghi, o il rango degli invitati si abbassi, in caso di eventuali proteste di altri leader esclusi. Ma la mossa a cui ieri lo stesso Sarkozy ha accennato tradisce la pressione che monta sull'Europa nelle ultime ore. Il naufragio di un'altra banca in Gran Bretagna, una in Germania e due in Belgio in un paio di giorni non fa nulla per alleviarla. «C'è il timore che i responsabili europei non siano capaci di agire in modo strutturato e deciso per salvare il sistema finanziario», nota il capoeconomista di Unicredit Marco Annunziata. Secondo lui, i leader dell'Ue adesso invece «devono dare un segnale chiaro e forte che sono pronti a applicare una soluzione sistemica». Trichet sa che queste sono le attese e l'emotività che lo circondano. Domenica si è precipitato in auto sui cinquecento chilometri da Francoforte a Bruxelles, per partecipare alla riunione dell'esecutivo belga sul salvataggio di Fortis: la prima volta che uno «straniero» partecipa a una decisione così pesante di un governo nazionale. Ma fin da prima, il radar della Bce aveva già iniziato a girare furiosamente in cerca dei prossimi focolai del contagio. Sullo schermo non sembrerebbero lampeggiare banche italiane, benché l'esercizio di Trichet sia sempre più simile a un difficile equilibrismo: la Bce non ha compiti di vigilanza e per conoscere lo stato delle banche private dell'area-euro si deve formalmente rimettere ai rapporti, a volte per niente solleciti, dei regolatori nazionali. Per questo l'Eurotower usa anche un altro strumento per prendere il polso del sistema: ogni settimana eroga prestiti a decine di banche europee, e gli istituti pronti a offrire di più pur di avere i suoi euro potrebbero essere quelli a corto di liquidità. Non sarebbe il caso delle banche italiane, né delle spagnole. Per il sistema nel suo complesso però Trichet sembra aver convinto tutti in Europa a seguire un metodo diverso da quello americano dei 700 miliardi di dollari destinati a comprare titoli «tossici». L'idea dell'Eurotower è che non esistono banche così piccole da poter fallire senza conseguenze. Tutte vanno salvate dunque, non con i fondi della Bce ma con quelli dei governi che così ne diventano azionisti diretti. Quanto a un rapido taglio dei tassi, invece, i governatori nazionali che lo chiedono all'Eurotower per ora sono minoranza. Molti di loro restano con gli occhi fissi sull'inflazione, ancora vicina al 4% benché chiaramente in calo, e non intendono subire ricatti del mercato. Commentava ancora ieri il governatore Mario Draghi: «Chi pensa che le autorità cederanno alla paura, si sbaglia».


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