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Un golpe amministrativo

Manifesto – 2.10.08

 

Un golpe amministrativo - Marco Revelli

Il primo di ottobre del 2008 sarà ricordato - se ci sarà ancora capacità di memoria - come un giorno nero. E non solo perché, come è sulle prime pagine di tutti i giornali, fa parte della successione frenetica di momenti in cui è andato giù buona parte dell'asse portante dell'economia «globale», ma anche perché è, insieme, il giorno in cui è andato giù un altro bel pezzo della nostra democrazia «locale». La decisione del Consiglio di Stato di bloccare il referendum indetto a Vicenza sulla questione del Dal Molin è, da ogni punto di vista, un vulnus gravissimo. Il sintomo di un male mortale. Equivale, per molti versi, a un colpo di stato amministrativo, che priva i cittadini di uno strumento fondamentale di espressione e di partecipazione. Un pezzo di territorio è sottratto, manu militari , alla sua popolazione cui viene impedito fin anche di manifestare con lo strumento del voto la propria volontà. E mentre un organo dello Stato opera questa avocazione, dichiarandolo indisponibile ai propri cittadini, in quanto fuori della loro competenza, un altro organo, il Commissario governativo, lo rende disponibile e lo destina, con iniziativa unilaterale, a una «potenza straniera», come si sarebbe detto un tempo. E al peggiore degli usi: quello bellico. Difficile non vedere in tutto ciò un segno dei tempi. Non tanto, o comunque non solo, il carattere intrinsecamente autoritario e fascistoide di un governo e dei suoi metodi spicci (saremmo ancora nel campo delle contingenze suscettibili di mutare), ma una sorta di dinamica regressiva «di sistema». Di un intero «ordine delle cose» che si va componendo - e stringendo - intorno a noi, in una logica di chiusura di spazi e di violazione di valori fino a ieri solidi e indiscutibili. Difficile non ricollegare la pronuncia del Consiglio di Stato su Vicenza, con la contemporanea presa di posizione dell'avvocato dello Stato al processo per il massacro della scuola Diaz a Genova, secondo cui sarebbe assurdo parlare - a proposito di ciò che successe in quella notte del luglio 2001 - di «sospensione della democrazia». O con l'osceno atto di razzismo di Parma, coperto da un'omertà istituzionale scandalosa. E l'elenco s'allunga ogni settimana, a disegnare le tessere di un mosaico che lascia intravedere, man mano che si va completando, scenari da anni trenta, e il profilo di un Paese irriconoscibile. Sarà bene prenderne atto, con la drammaticità che la cosa richiede. La crisi, che va precipitando, travolge con le montagne di carta straccia finanziaria e con i risparmi di tutti noi, anche quel poco di civiltà e spirito democratico che dai travagli dei Novecento si era prodotto. Genera, anziché ritorno alla ragionevolezza e alla solidarietà tendenze a una nuova barbarie, fatta di paura, indifferenza, rabbia impotente e aggressività, in basso, e di arroganza, dominio, disprezzo delle regole e dei diritti, in alto. Senza trovare, davanti a sé, barriere di protezione. Sistemi di allarme. Capacità di reazione. In una parola: opposizione. Quella dei momenti di emergenza. Quella che permetterebbe di rialzarsi dopo le grandi cadute. Non certo i giri di valzer intorno al dialogo riuscito o mancato tra maggioranza e minoranza. Non certo le dispute da cortile tra i frantumi della vecchia sinistra. Non questo chiacchierare e accapigliarsi sulla tolda del Titanic, cui si assiste in questi giorni. Forse è tardi. Forse non ci sono più né gli uomini né le parole, per stare all'altezza dei rischi attuali. Ma se un residuo di capacità di reazione sopravvive, se ancora c'è la disponibilità a mettersi in gioco su questioni elementari di democrazia e di giustizia, sarebbe bene mostrarla, da qualunque parte delle disparate sinistre si stia. Se non ora, quando?

 

«Una decisione politica. Ma non ci faremo calpestare» - O. Casagrande

VICENZA - «Vogliono impedire anche il minimo di spazio a questa città». Cinzia Bottene, consigliera comunale eletta nella lista Vicenza Libera, è ancora allibita. Il sindaco Achille Variati le ha appena letto, al telefono, le motivazioni con cui il Consiglio di stato ha sospeso il referendum di domenica. «Da quello che ho sentito - dice - non ci sono motivazioni giuridiche. Si tratta nei fatti di motivazioni politiche. Del resto il Consiglio di stato si era già pronunciato in passato a favore del governo italiano e del governo degli Stati uniti». Una decisione che era nell'aria. Anche perché in tutti i modi si è tentato di impedire a questa città di dire dalla sua. Ci hanno calpestati per anni e adesso ci vogliono muti. Ma questa città reagirà, non si farà mettere la museruola. Il mio telefono è bollente: chiamano decine di cittadini indignati, offesi. Ecco, l'abbiamo ripetuta tante volte questa parola. Vicenza si sente offesa. E per questo reagirà. Già questa sera (ieri sera, ndr) alla fiaccolata verso la prefettura, che in città rappresenta il governo, ci saranno migliaia di vicentini che esprimeranno la loro indignazione. Quanto alla sentenza del Consiglio di stato, mi pare di poter dire che evidentemente le pressioni sono state tante. E' una sentenza inaudita e non so nemmeno quanti precedenti abbia. Si impedisce alla popolazione di esprimere il suo parere su una scelta che andrà a condizionare la vita della città e dei suoi abitanti per anni. A rischio qui c'è la democrazia, questo è bene ripeterlo. Avevo già avuto modo di dichiarare nelle settimane scorse che la democrazia qui a Vicenza era in pericolo. Questa sentenza conferma purtroppo questa nostra denuncia. Tu sei anche consigliera comunale. Cosa pensate di fare come comune? Stiamo valutando proprio in queste ore che cosa possiamo fare, quali sono gli strumenti a nostra disposizione. Il sindaco sta verificando le varie opzioni. E' chiaro che siamo rimasti scioccati quando abbiamo saputo della decisione. Ma ci siamo subito ripresi e siamo più determinati che mai a fare in modo che la città esprima il suo parere. I cittadini sono pronti a uno scatto d'orgoglio e non assisteranno inerti a decisioni che si vorrebbero prese sulla loro testa. Perché sono decisioni che riguardano il futuro di ogni singola persona in questa città. In questi giorni sono in città anche dei parlamentari europei. Proprio le donne del presidio permanente, tu in testa, si sono recate nelle scorse settimane a Bruxelles per coinvolgere il parlamento europeo. I deputati europei hanno immediatamente incontrato il prefetto e chiaramente sono stati testimoni diretti di quella che ormai è evidente a tutti essere una vera e propria emergenza democratica. Del resto l'avevano già notato nelle ore che hanno passato in giro per la città: i cittadini vogliono dire la loro e questo viene loro impedito.

 

E il governo si assolve anche sulla notte cilena - Alessandra Fava

GENOVA - «Chiedo al tribunale di dichiarare inammissibile e di respingere tutte le domande comunque e da chiunque espresse»: è con queste parole che il responsabile civile del Ministero dell'Interno, l'avvocato Domenico Salvemini, ha concluso quattro ore di difesa al processo Diaz. Come dire, degli 8 milioni di risarcimenti chiesti dalle parti lese solo per provvisionali e spese legali non se ne fa niente. «Il processo andava fatto - ha detto - l'accertamento della verità è stato fatto e penso che il ministero debba essere prosciolto». In mezzo ci sono state affermazioni esilaranti come «il processo andava fatto davanti al Tar e non in un tribunale penale», «la Fnsi non è il sindacato unico dei giornalisti e non hanno dimostrato che Guadagnucci ne facesse parte», «i manganelli impugnati alla rovescia? Non importa come li impugno ma come li uso». Se qualcuno si aspettava uno straccio di scuse da parte dell'Avvocatura di Stato come successo al processo Bolzaneto, ne è uscito deluso. Salvemini ha tentato di demolire l'intero processo partendo da due tesi: l'operazione Diaz non fu fatta a freddo per colpire il dissenso e alla Pascoli i poliziotti entrarono per sbaglio. Quindi già in principio, come controbattendo a decine di titoli di giornali usciti su quella notte nera, ha sparso frasi forti come «nego che ci sia stata una spedizione punitiva. La democrazia non è mai stata in pericolo. Il Cile di Pinochet non è mai stato il modello al quale si è ispirata la polizia di Stato». Ha respinto anche gli accostamenti a violenze a sfondo sessuale fatti da alcune difese delle parti civili e la citazione del processo di Sant'Anna di Stazzema presente nella recente memoria depositata dai pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, un collegamento con il processo per l'eccidio nazifascista in cui i vertici sono stati ritenuti responsabili di violenze fatte da sottoposti. Dunque quella notte non si preparò un'operazione a tavolino per arrestare più gente possibile come sostenuto dalla Procura perché, dice l'Avvocatura, «la parola d'ordine non era chi piglio piglio, che avrebbe introdotto un compito eversivo che non c'è stato». Perciò non c'era un responsabile tecnico dell'operazione, ha detto Salvemini citando a più riprese il prefetto Ansoino Andreassi («ciascun reparto faceva riferimento al proprio vertice operativo»). Per cui «la contestazione doveva finire davanti al Tar, essendo una decisione di carattere amministrativo, una perquisizione per ricerca di armi». Quanto alle lesioni, ci sono state e «sono i fatti che hanno emozionato il mondo», ma non è chiaro, secondo Salvemini, chi sono i responsabili dei singoli episodi. Ha negato le responsabilità dei vertici e anche dei capisquadra, ripetendo più volte «ci fu chi picchiò e chi no». Secondo lui cade infatti anche il reato di concorso perché, essendo i capisquadra dei sottufficiali, non potevano dare ordini se non ai loro uomini. Quanto al fatto che il VII nucleo sia entrato con i manganelli impugnati alla rovescia (per far più male, pensa la Procura), l'Avvocatura ne ha tirato fuori una eccezionale: «Il manganello lo porto come mi pare. E' come picchio che cambia. Insomma che importanza ha se impugno alla rovescia una mazza da baseball, ma quando entro in un campo da golf la tengo correttamente?». Peccato che uno dei legali, Domenico Giannantonio, abbia spiegato di recente, ad esempio, che fu Fournier a pestare parlando pure in inglese. Fatto che viene riferito da quattro teste e confermato (il parlare inglese) dallo stesso Fournier. Quanto al fatto che i primi ad entrare nella scuola siano stati quelli del VII è dato assodato. Ma l'Avvocatura smonta tutto. «I danni vengono chiesti da chi non li ha subiti», dice a proposito del peculato per i computer dati dal Comune e danneggiati alla Pascoli. Ovviamente niente risarcimenti neppure alle altri parti civili: «Il Gsf non esiste più. A chi faccio il mandato? Ad Agnoletto?». Da domani, per sette udienze, parleranno una ventina di avvocati che difendono i 29 poliziotti imputati. Salvemini ha dato il la.

 

Senza Epifani, grida la cara Emma - Loris Campetti
«Non condividiamo la proposta di Confindustria», punto. «Confindustria ha sciolto molti nodi, c'è un avanzamento molto forte che ci fa vedere quasi integralmente l'impianto conclusivo», secondo punto. «La trattativa è praticamente conclusa, dobbiamo stendere il documento finale. Sui temi fondamentali siamo d'accordo, si tratta di trascriverli in un documento», terzo punto. L'unità sindacale vacilla pericolosamente, il primo punto è del segretario della Cgil, Guglielmo Epifani; il secondo di Raffaele Bonanni, numero uno della Cisl; il terzo del segretario Uil, Luigi Angeletti. Conclusione della presidente di Confindustria, Marcegaglia, «la cara Emma» per usare le parole di Bonanni: «Valuteremo l'ipotesi di una firma senza la Cgil». Potrebbe sembrare un fatto doloroso, un arretramento nel terreno dell'unità sindacale, ma pur sempre un fatto normale. Non lo è, perché in discussione non è un semplice accordo né un importante contratto di categoria: si sta parlando di riformare il sistema contrattuale italiano, le regole fondamentali che dovrebbero governare l'intero regime delle relazioni sindacali. Si può fare una tale rivoluzione, senza e contro il sindacato più rappresentativo che è la Cgil? Guglielmo Epifani è arrivato all'incontro sindacati-Confindustria con un mandato chiaro e unanime del suo direttivo: questo tavolo negoziale non ha più ragion d'essere e la proposta (che la Marcegaglia aveva presuntuosamente chiamato «ipotesi di accordo») padronale non è una base di confronto. Anche perché non ha senso pensare a un accordo che non coinvolga tutti i soggetti in campo, a partire dal governo. Un accordo con i soli «grandi» industriali finirebbe per sancire la fine del valore universale dei contratti, separando grande e piccola industria, artigianato, commercio, pubblici e privati. Ognun (lavoratore) per sé, governo e padroni per tutti ma trattati separatamente, meglio ancora individualmente. E questo Epifani ha spiegato, con educazione, ai suoi interlocutori, specificando che le mini-modifiche approntate da Confindustria non sono neanche pannicelli caldi. Per esempio, aver bonificato l'inflazione «soltanto» dagli aumenti dei costi energetici ribadisce che quei costi vanno pagati tutti dai lavoratori, costretti a mettere le mani due volte al portafogli, nella spesa e nei salari. E ribadire che invece di rivalutare gli stipendi di tutti si vorrebbe procedere alla detassazione degli aumenti legati per intero alla produttività al secondo livello contrattuale - praticamente un «lusso» a cui può accedere una netta minoranza di lavoratori. Ci sono rimasti male, con la penna in mano inutilmente pronta per la firma, Bonanni, Angeletti e Marcegaglia. C'è rimasto male anche il governo, scatenato nel ruolo di becchino dell'unità sindacale e di un'unità ancora più preziosa: quella dei lavoratori pubblici e privati, regolari e precari, giovani senza futuro e anziani senza pensione. Bastonarli uno alla volta e pretendere da chi dovrebbe rappresentarli «complicità». Concetto ribadito ieri dal ministro Maurizio Sacconi, teorico di quegli organismi bilaterali che dovrebbero regolare quasi tutto, dalla cassa integrazione agli ammortizzatori sociali (magari destinati ai soli iscritti al sindacato), dal mercato del lavoro alla sanità sempre più privatizzata. Un modello sindacale che risolverebbe il problema della democrazia e della rappresentanza con l'iscrizione resa di fatto obbligatoria e una legittimazione garantita dalle controparti, pubbliche o private. Accettare un recupero inflattivo del 2,7%, proposto da Emma Marcegaglia orgogliosamente, in quanto superiore di un punto rispetto all'1,7% minacciato dal ministro Brunetta e dal governo, vorrebbe dire per la Cgil condividere l'idea che, con questi chiari di luna, gli stipendi devono ulteriormente impoverirsi, salvo recuperare qualche mancia aumentando le ore di lavoro straordinario, già accuratamente detassato dal governo (un regalo alle imprese, un furto ai danni della collettività). «Il governo - minaccia Sacconi - s'impegna a prorogare la norma sperimentale sulla detassazione di straordinari e premi soprattutto se incoraggiato da una nuova intesa tra le parti sociali». Dunque, la Confindustria «valuterà l'ipotesi di una firma senza la Cgil» a cui in tanti chiedono di «rinsavire». E chi, come Marcegaglia, guida la crociata per la deregolazione totale del mercato e dei contratti, si permette di accusare Epifani di volere «il Far West». Dovuta la risposta del segretario generale della Cgil: «Siamo noi a voler evitare il Far West contrattuale, insistendo perché sia difeso il modello contrattuale universale». Dunque, si va verso un accordo separato, il 10 ottobre, quando si terrà l'ultimo incontro al tavolo che non esiste più? E' altamente improbabile che - pur sapendo che il fronte del Sì che comprende Cisl, Uil, governo, buona parte della politica e dei media, farà di tutto per isolare la Cgil - la posizione di Epifani possa cambiare nell'arco di 10 giorni: il voto all'unanimità del direttivo non lascia margini. E' dunque possibile che Marcegaglia, Bonanni e Angeletti firmino sì insieme, ma non proprio un accordo generale, bensì un «avviso comune». Non è molto diverso e lascerebbe ben poco spazio al rinnovo dei contratti di categoria. E costringerebbe la Cgil ad andare avanti con le mobilitazioni. Lo sciopero generale della scuola potrebbe rappresentare il secondo passo, dopo le manifestazioni di sabato, verso una scesa in campo dell'intero mondo del lavoro e dei pensionati.

 

Rinaldini e Podda: ora serve una grande iniziativa nazionale

Sara Farolfi

ROMA - «Diversi lavori, uguali valori». Dare una «risposta di unità» a chi (governo e Confindustria) vuole dividere, agitando l'argomento dei «fannulloni» che si annidano nella pubblica amministrazione per mettere lavoratori pubblici contro lavoratori privati e fare piazza pulita dei diritti di entrambi. Questo il senso del primo attivo regionale, ieri a Roma, di delegati delle due più importanti categorie degli attivi Cgil, Fiom e Funzione pubblica. «Ritessere le fila della costruzione unitaria della nostra iniziativa», dice Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom. La lezione è quella trentiniana delle «maggioranze a geometrie variabili sul merito dei problemi che si affrontano», spiega Carlo Podda, segretario della Fp. Una convergenza di merito, quella tra i metalmeccanici e i dipendenti pubblici Cgil, che non poco peso ha avuto nella netta presa di posizione del direttivo della confederazione di due giorni fa. Serrati, e sintetici, gli interventi dei delegati. Le domande superano di gran lunga le risposte. «Come ci attrezziamo alla difficile fase che ci aspetta?», domanda un delegato metalmeccanico. «Come farà la Cgil a far capire al paese che non è isolata perchè ha idee vecchie?», è la domanda di Giuseppe, giovane operaio all'Ama di Roma. Il passaggio è delicato. Nessuno ha risposte in tasca da dispensare. Ma su un punto, Podda e Rinaldini convergono: è necessario dare un seguito alla mobilitazionale di sabato scorso, e il percorso di mobilitazione delle singole categorie e delle strutture territoriali deve avere come orizzonte «una grande iniziativa nazionale della Cgil per aprire una battaglia sulla questione salariale e fiscale». «Piazza Farnese è bella, ma io preferisco il Circo Massimo», scocca Podda. «La Cgil oggi è rimasta l'unica organizzazione di massa e abbiamo tutti una grande responsabilità», osserva Rinaldini. Inutile nascondere che, «anche in caso di accordo separato sulla riforma del modello contrattuale, il clima non è quello del 2001-2002», aggiunge il segretario generale Fiom. «Oggi vogliono farci fuori», e anche il disagio sociale, fortissimo, «può andare da qualsiasi parte». «Perciò è vero - conclude Rinaldini Dovremo discutere di come ci attrezziamo per una partita di queste dimensioni e come siamo in grado di ricostruire una speranza». E' quello che chiedono, nei diversi interventi, tutti i delegati. Consapevoli della posta in gioco, come del fatto che «dare una risposta di unità a chi cerca di dividere e mettere lavoratori contro lavoratori oggi è essenziale». Prendiamo i precari. Ciò che accade nel pubblico impiego, alla fin fine, non è molto diverso da quanto succede dentro le fabbriche, dove «i precari sono veri e propri schiavi». E ancora: il problema della scuola non è solo un problema delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola, ma è un problema di tutti. «L'obiettivo, celato nella campagna contro i 'fannulloni', è fare a pezzi il servizio pubblico». Divide et impera , la logica. Tanto del governo quanto degli industriali. «Un mix di autoritarismo e corporativismo», questo è l'ipotesi di accordo presentata da Confindustria; «sacrosanta», la scelta del direttivo. Ma con il rischio concreto di un accordo separato, la strada è lunga. Il prossimo attivo regionale di delegati metalmeccanici e della funzione pubblica sarà a Bologna il 6 ottobre. Con la partecipazione di rappresentanti anche di altre categorie.

 

I precari contro Brunetta: «L’emendamento va ritirato» - Stefano Milani

ROMA - Niente più controlli sui farmaci contraffatti o sui cibi contaminati (come il temibile latte cinese alla melanina che tanto ha allarmato in questi giorni le nostre tavole), o sui virus influenzali e sulle nuove patologie esotiche, o ancora sul vaccino contro l'aids o quelli contro le malattie esantematiche. All'Istituto superiore della sanità lanciano l'allarme: se passa l'emendamento «ammazza precari» ideato dal ministro Brunetta e inserito nella prossima finanziaria, a circa 700 lavoratori precari dell'Iss sarà dato il benservito e la salute degli italiani va a farsi benedire. Dato allarmante, ma non per il titolare della Funzione pubblica che fa spallucce e il massimo della sua magnanimità è far slittare il provvedimento di sei mesi, allungando solo l'agonia dei precari. Ma questo dell'Iss è solo l'ultimo di una lista lunghissima di enti pubblici a rischio paralisi, e che in questi giorni sono mobilitati contro l'emendamento che blocca la prevista stabilizzazione dei precari della Pubblica amministrazione, università e ricerca. Ci sono i dipendenti dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), il 30% di loro rischia di restare a casa da gennaio: 250 posti di lavoro in fumo e altre 350 assunzioni bloccate per i prossimi quattro anni. E non importa se anche grazie al loro lavoro e professionalità hanno consentito all'Italia un ruolo da protagonista nelle attività di ricerca di punta in ambito internazionale, non ultima la costruzione dell'Lhc, strumento fondamentale per il proseguimento dell'indagine fisica nel mondo. A Brunetta tutto questo non interessa. Come non interessa la ricerca sulla difesa dell'ambiente dell'Ispra. «A rischio - denuncia un giovane lavoratore dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale - anche il monitoraggio ambientale di coste e acque, le attività di difesa del suolo e le istruttorie per la bonifica dei siti inquinati». Dei 1500 lavoratori la metà sono precari. In particolare, a novembre scade il contratto di lavoro a 150 dipendenti a tempo determinato, nonostante abbiano maturato il diritto alla stabilizzazione avendo superato un concorso pubblico. Destino analogo spetterà anche ai ricercatori precari del Cnr. Ieri in 200 hanno occupato la sede di piazzale Aldo Moro per manifestare tutto il loro dissenso. «Solo al Cnr - dice il segretario nazionale della Uil Ricerca, Amerigo Marasci - sono 700 i precari in graduatoria per la stabilizzazione, dopo aver già sostenuto dei concorsi, e che rischiano dunque il posto; a questi si aggiungono altri 1500 precari che invece sarebbero rientrati nelle procedure di stabilizzazione con la Finanziaria del 2008». Complessivamente i posti a rischio sarebbero circa 7.000. Ma ieri è stata una giornata calda in diversi istituti di ricerca, inchiodati sotto la spada di Damocle del ministro Brunetta. All'Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) sono 300 i lavoratori che rischiano il posto, all'Ingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) oltre 400, così come all'Inaf (Istituto nazionale di astrofisica) che minacciano: «o il Governo ritira i provvedimenti antiprecari, o noi sospendiamo il servizio h24 di sorveglianza sismica e vulcanica (monitoraggio dell'Etna, Vesuvio e Stromboli, ndr) per la Protezione civile». Non solo, sono pronti a «bloccare tutta la ricerca sulle nuove tecnologie energetico-ambientali previste dall'accordo di Kyoto». All'Inran (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione) in pericolo ci sono 80 posti, quasi la metà dei dipendenti totali. In stato di mobilitazione, ormai da diversi giorni, ci sono anche i precari dell'Istat che insieme a tutti gli altri si ritroveranno oggi per il primo presidio unitario. L'appuntamento è per le 10 davanti Palazzo Vidoni, a corso Vittorio Emanuele a Roma, sede del ministero della Funzione Pubblica, dove insieme alle diverse sigle sindacali faranno sentire la loro voce. I manifestanti indosseranno magliette con su scritto «sono un precario a spasso». «Se si mandano a casa i precari, l'Italia si scollegherà dall'Europa e dai suoi programmi di ricerca, perché non sarà più possibile accedere a quelle risorse» dice Maura Liberatori, responsabile alla ricerca nella segreteria della Flc-Cgil del Lazio. Quello che chiedono è semplice: il ritiro immediato dell'emendamento articolo 37 bis ddl 1441 dalla Finanziaria 2008. Lo vogliono i lavoratori, lo pretendono i sindacati. «Il governo - dice il segretario nazionale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo - ha deciso di posticipare di sei mesi l'entrata in vigore dell'emendamento, che scatterà dunque dal 1 luglio 2009. Nel frattempo si effettuerà un monitoraggio sui precari della Pubblica amministrazione, università e ricerca per decidere quali far procedere alla stabilizzazione». Una misura che il leader sindacale boccia senza appello: «Diciamo no anche perché in questi mesi si creerà una situazione di estrema incertezza tra i lavoratori».

 

Ue: 16,5 milioni i disoccupati - Maurizio Galvani

Sono più di sedici milioni e mezzo i senza lavoro in Europa e il tasso di disoccupazione è salito al 7,5%. Lo ha reso noto ieri Eurostat, l'ufficio statistico dell'Unione europea, che sottolinea come «il numero dei disoccupati in agosto è aumentato di 67 mila persone nell'Ue dei 27 e di 90 mila persone nell'eurozona. Uno dei paesi più colpiti dalla disoccupazione rimane la Spagna (11,3% i senza lavoro) a causa del crollo del settore delle costruzioni mentre - se si considera i tassi per gli under 23 - la Grecia e la stessa Spagna si contendono la triste classifica dei disoccupati, rispettivamente, con il 21,4% e il 24,6%. Nel frattempo, da Napoli, Silvio Berlusconi chiamato a rispondere della situazione finanziaria sceglie la linea Maginot , ovvero della trincea, per poter difendere il sistema bancario italiano dell'accusa di instabilità e perentoriamente rassicura: «gli italiani non perderanno soldi». L'ottimismo di Berlusconi è stato smentito dal premier francese Nicolas Sarkozy - attuale presidente di turno dell'Unione Europea che, invece, è così preoccupato da convocare con un urgenza un incontro, per sabato prossimo a Parigi, del gruppo dei G4. Cioè della stessa Francia, Italia, Inghilterra e Germania che aderiscono al G7. Si dovrà valutare la portata della crisi finanziaria e concordare possibili rimedi. Intanto la situazione economica seguita a peggiorare: l'indice che misura l'attività manifatturiera è crollato ai minimi storici dal 2001. E del rallentamento dell'attività le prime vittime sono i lavoratori. Sul fronte dei mercati, la giornata borsistica europea è stata estremamente volatile, con chiusure in positivo, eccetto Francoforte, in attesa dell'esito delle votazioni del piano Paulson-Bush di 700 miliardi di dollari. A Piazzaffari, il Mibtel ha chiuso la seduta con un lieve rialzo dello 0,05%: discreto, se si considera la giornata di caos che hanno attraversato i titoli delle grandi bancari quali Intesa San Paolo, Banco Popolare ed Unicredit. A Londra, l'indice Ft-Se ha chiuso la giornata con un più 1,17% e l'indice Dax di Francoforte ha segnato -0,44% Per l'andamento del titolo Unicredit, la seduta si è addirittura tinta di giallo. A metà giornata di contrattazione, il titolo veniva sospeso per eccesso di ribasso. In seguito, la voce di un interessamento da parte della banca spagnola Santander (il portavoce della banca ha risposto con un ambiguo «no comment» su come agirà il Santander) l'Unicredit si è ripresa, è così stata riammessa alla negoziazioni in Piazzaffari, guadagnando alla fine anche il 13%. Caos delle banche e rischi del sistema finanziario ed economico che però il premier Silvio Berlusconi si ostina a non voler vedere. E ieri ha ricordato che c'è «un clima di eccessiva paura e panico»; aggiungendo il suo personale impegno a bloccare «qualsiasi possibili speculazioni sulle banche». Dopo alcune ore dalla dichiarazione è sopraggiunta puntuale anche quella del ministro del tesoro Giulio Tremonti che - d'intesa con la posizione del Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi - ha rilasciato una nota di sostegno alle dichiarazioni del presidente del consiglio. Come si può leggere nel comunicato, si garantisce che «i due istituti saranno pronti e impegnati ad adottare qualsiasi misura necessaria per garantire la stabilità del sistema e difendere i risparmiatori, secondo le parole del presidente del Consiglio». L'Italia di fatto si candida a diventare il «baluardo» della situazione in Europa; unico governo a schierarsi ancora in modo così determinato di fronte all'attuale crisi. Mentre si modificano le posizioni più intransigenti e, a livello comunitario, si vanno modificando. E' il caso del responsabile economico della commissione Europea, Josè Manuel Durao Barroso, che ha affermato «che si sta adoperando per proporre una risposta europea alla crisi, congiunta con i suoi partner». Anche la rigidissima responsabile della commissione per il mercato unico, Charlie McCreevy, ha chiesto «un intervento qualora si debba garantire i depositi bancari e ridurre l'esposizione al rischio in tutti i paesi dell'Unione». Non ultimo, il presidente della Ue Jean-Claude Juncker fa pressing sull'operato della Banca centrale europea (Bce) affinché oggi stesso l'istituto di credito centrale prenda la decisione di ridurre i tassi d'interesse fermi al 4,25%. La Bce, ieri in giornata, ha immesso liquidità nel sistema promuovendo un'asta da 50 miliardi di euro ma non potrà dall'esimersi di dare una risposta di stimolo all'attività economica reale. Martedì scorso, una delegazione ad alto livello degli industriali europei (era presente Emma Marcegaglia) si è recata all'Eliseo per chiedere un'azione efficace per il rilancio delle economie. Nicolas Sarkosy si è fatto carico del messaggio e si è detto pronto a riferirlo sabato. Incontro che anticipa quello organizzato da Barroso per la prossima metà di ottobre quando saranno convocati i rappresentanti di tutti 27 paesi dell'Ue. Oggi si riunirà il direttivo della Bce: è probabile che i banchieri di Francoforte non si sottrarranno alla riduzione del costo del denaro, vista la discesa dell'inflazione (al 3,6%) in tutti la Ue.

 

Perché 700 miliardi, e chi li controlla? Domande nel vuoto

Fabrizio Tonello

«Troppi soldi, con troppa fretta, distribuiti a troppo poca gente, mentre troppe domande rimangono senza risposta»: così Dennis Kucinich, il deputato democratico dell'Ohio, ha motivato il suo voto contrario sul piano Paulson alla Camera dei rappresentanti Usa. Kucinich non era il solo di questa opinione, lunedì scorso: mentre l'attenzione dei media si è concentrata sui 133 taleban del Libero Mercato che strillavano contro il «socialismo in America», poca attenzione è stata rivolta ai 95 deputati democratici (quasi un quarto della Camera) che hanno votato «no» per buonissime ragioni. Kucinich, così come gli altri deputati democratici, hanno fatto una serie di critiche a cui nessuno ha dato risposta - men che meno la timidissima leadership del partito (Nancy Pelosi e lo stesso Barack Obama), che si è fatta zittire dalla pressione di Wall Street e dal ricatto della «catastrofe finanziaria imminente». In realtà, né il Tesoro, né la Federal Reserve, né i deputati che hanno votato «sì» potevano rispondere alle più semplici domande: «Perché ci vogliono 700 miliardi? Come verranno valutati questi crediti cosiddetti tossici? Da chi, con quali controlli?». Il segretario al tesoro Hank Paulson e il capo della federal Reserve Bernanke non potevano rispondere perché non lo sapevano neppure loro. In particolare, la valutazione dei crediti sarebbe quasi impossibile perché non stiamo parlando di semplici mutui non pagati, seguiti dal pignoramento di una casa. I mutui, buoni e cattivi, sono stati cartolarizzati e trasformati in strumenti finanziari esoterici che gli stessi banchieri non capiscono (e questa è la ragione per cui nessuno presta più a nessuno). Uno straordinario resoconto del New York Times di tre giorni fa spiega come un semplice ufficio a Londra abbia potuto creare una piramide di carta così enorme da far crollare la compagnia di assicurazione americana AIG, che ha dovuto essere salvata in settembre prima che trascinasse nel gorgo anche Goldman Sachs. Brad Sherman, uno dei democratici che si oppongono al piano, spiega come l'inclusione delle banche straniere nell'operazione di salvataggio potrebbe portare a queste conseguenze: «Supponiamo che la Bank of Shanghai abbia $30 miliardi in crediti inesigibili. Li venderà a una piccola sussidiaria in California, che li rivenderà immediatamente al Tesoro e poi scomparirà nel nulla». George Soros, il miliardario vicino ai democratici, lo ha scritto chiaramente sul Financial Times di ieri: «Due settimane fa, il Tesoro non aveva un piano: per questo ha semplicemente chiesto di essere autorizzato a spendere il denaro». Visto che 700 miliardi di dollari sono una somma con cui si potrebbe far uscire dalla povertà per oltre due anni l'intera popolazione mondiale che vive con meno di un dollaro al giorno, è comprensibile che molti deputati (assediati dai messaggi dei loro elettori) abbiano esitato prima di firmare l'assegno in bianco. Soros, inoltre, spiega che il frettoloso piano, rappattumato per dare un segnale di fiducia ai mercati, ha come obiettivo soltanto quello di lubrificare il sistema finanziario, cioè rassicurare le banche in modo da evitare la strozzatura del credito. Questo è importante ma non risolve affatto il problema di fondo, cioè la crisi immobiliare: «Il piano fa ben poco per permettere ai proprietari di case di onorare le rate dei loro mutui e non affronta per nulla il problema dei pignoramenti». Eppure, il nodo di tutta la questione sta lì: il sistema finanziario americano può salvarsi soltanto se vengono create le condizioni perché i «debitori finali» possano pagare. Magari poco, magari su tempi più lunghi, ma pagare. Se le famiglie perdono le case e queste vengono rimesse sul mercato dalle banche, semplicemente non ci saranno compratori e le perdite diventeranno catastrofiche. Nel medio periodo, solo una ripresa del mercato immobiliare può salvare tanto la finanza quanto l'economia reale. Ci sono altre idee? Soros, per esempio, propone un approccio più coerente: invece di comprare i debiti inesigibili, il governo dovrebbe usare i propri fondi per ricapitalizzare le banche, diventandone parzialmente o totalmente proprietario. Questa iniezione di capitali attirerebbe anche investitori privati (tranquillizzati dalla presenza dello Zio Sam) e accelererebbe la ripresa. Uno schema simile, adottato in Svezia negli anni Novanta, salvò il sistema bancario sostanzialmente a costo zero per i contribuenti, perché il governo riuscì, qualche anno dopo, a rivendere le proprie partecipazioni azionarie con profitto. Naturalmente, per gli Stati Uniti, questa sembra un'eresia, ma anche tra molti deputati democratici e numerosi economisti si fa strada l'idea che il piano debba prevedere una partecipazione al capitale delle banche e non l'acquisto dei loro crediti. La versione del piano su cui il Senato avrebbe dovuto votare ieri sera (troppo tardi perché il manifesto potesse riferirne) prevedeva un aumento delle garanzie sui depositi bancari e altri miglioramenti cosmetici per convincere i repubblicani, ma nulla che indicasse un'impostazione diversa o un tentativo di rispondere alle critiche di Kucinich, di Soros e di 200 economisti. La conclusione più preoccupante (anche per l'economia mondiale) è che in questo momento gli Stati Uniti sono senza governo, senza parlamento e senza istituzioni in grado di evitare, con una politica coerente e decisa, l'aggravamento della crisi.

 

Una forza per controllare il petrolio e tutto il resto Manlio Dinucci
Con la nascita del Comando Africa (AfriCom), è cambiato da ieri il planisfero geo-strategico del Pentagono: i comandi unificati, le cui «aree di responsabilità» comprendono il mondo intero, passano da cinque a sei. L'«area di responsabilità» dell'AfriCom abbraccia quasi l'intero continente, salvo l'Egitto. Prima l'Africa era divisa tra Comando europeo, Comando del Pacifico e Comando centrale (nella cui «area di responsabilità» rientravano, oltre al Medio Oriente, Corno d'Africa, Sudan ed Egitto). Da questi tre comandi, l'AfriCom ha ereditato 134 «missioni» che gli Usa stanno conducendo in Africa. Sarà ora l'AfriCom a portarle avanti. Alla vigilia della costituzione dell'AfriCom, la vice-segretaria della difesa per gli affari africani, Theresa Whelan, ha negato che la nascita del nuovo comando significhi una militarizzazione della politica estera Usa in Africa. «Vi sono su questo molti malintesi ed errate interpretazioni», ha ribadito l'ammiraglio Robert Moeller, vice-comandante delle operazioni militari dell'AfriCom, garantendo che non rientra nei piani del nuovo comando costituire basi e dislocare migliaia di soldati statunitensi in Africa. Scopo dichiarato dell'AfriCom è «sviluppare nei nostri partner la capacità di affrontare le sfide per la sicurezza dell'Africa». Per questo, da quando ha cominciato a operare nell'ottobre 2007 quale sub-comando di quello europeo, l'AfriCom si è concentrato nell'addestramento di militari africani, soprattutto nell'Africa occidentale. Esso si svolge nel quadro dell'operazione «Africa Partnership Station», che prevede la dislocazione permanente di navi da guerra lungo le coste dell'Africa occidentale, con a bordo personale militare anche di altri paesi (finora Gran Bretagna, Francia, Germania e Portogallo). Lo scorso luglio si è svolta in Nigeria l'esercitazione militare «Africa Endeavor», alla quale hanno partecipato, sotto il comando del generale della U.S. Air Force, David A. Cotton, 21 paesi africani: Nigeria, Benin, Botswana, Burkina Faso, Burundi, Camerun, Capo Verde, Ciad, Gabon, Gambia, Ghana, Kenya, Lesotho, Malawi, Mali, Namibia, Ruanda, Senegal, Sierra Leone, Uganda e Zambia. Oltre 200 militari di questi paesi sono stati addestrati all'uso del C3IS, il sistema statunitense di comando, controllo, comunicazioni e informazioni, così da rendere possibile «l'integrazione e l'interoperabilità» tra le forze armate dei paesi partecipanti. In Ghana una squadra di tecnici, inviata dal comando di Napoli delle forze navali Usa, ha effettuato una prospezione idrografica del porto di Tema nel quadro di un programma mirante a «migliorare la sicurezza marittima in tutto il golfo di Guinea». L'importanza di questa regione emerge da un comunicato della marina Usa: «Il 15% del petrolio importato dagli Stati uniti proviene dal golfo di Guinea, regione ricca anche di altre risorse: nostro scopo è quindi stabilire un ambiente marittimo sicuro per permettere a tali risorse di raggiungere il mercato». Entro il 2015 questa regione fornirà il 25% del petrolio importato dagli Usa. Gli interessi in gioco sono enormi: in Nigeria, grande produttore petrolifero dell'Africa, il 95% della produzione è in mano a poche multinazionali, tra cui la Shell che ne controlla oltre metà. Lo stesso avviene in Ciad il cui petrolio, esportato attraverso un oleodotto che attraversa il Camerun, è controllato da un consorzio internazionale capeggiato dalla ExxonMobil. Tale dominio viene però ora messo in pericolo dalla ribellione delle popolazioni e dalla concorrenza cinese. Da qui la decisione di costituire un comando specifico per l'Africa. Per controllare questa e altre aree strategiche, come il Corno d'Africa all'imboccatura del Mar Rosso (dove, a Gibuti, è stazionata una task force statunitense), il Pentagono ha addestrato, nel quadro del programma Acota, 45.000 soldati africani e formato 3.200 istruttori africani. Tale compito sarà ora portato avanti dal Comando Africa, che farà ancor più leva sulle élite militari per portare il maggior numero possibile di paesi africani nella sfera d'influenza statunitense. La nascita del Comando Africa ha notevoli implicazioni anche per il nostro paese, in quanto l'AfriCom (il cui quartier generale resta per ora a Stoccarda) sarà supportato dai comandi e dalle basi statunitensi in Italia. Lo conferma il fatto che il 4 ottobre, appena tre giorni dopo la nascita dell'AfriCom, arriverà in Sudafrica il gruppo d'attacco della portaerei Theodore Roosevelt, con a bordo 7.000 uomini, inviato dal comando delle forze navali Usa in Europa, il cui quartier generale è a Napoli. E' prevedibile anche che la 17a forza aerea Usa, riattivata il 22 settembre a Ramstein per essere messa a disposizione dell'AfriCom, opererà non dalla base tedesca, ma da basi in Italia, come Aviano e Sigonella. Si può ugualmente prevedere che i materiali necessari all'AfriCom saranno forniti dalla base Usa di Camp Darby. Particolarmente importante sarà il ruolo della base aeronavale di Sigonella: qui, dal 2003, opera la Joint Task Force Aztec Silence, la forza speciale che conduce in Africa missioni di intelligence e sorveglianza e operazioni segrete nel quadro della «guerra globale al terrorismo». Non mancano però le opere di bene: militari statunitensi sono andati lo scorso luglio da Aviano fino in Mali, ufficialmente per portare vestiti, scarpe e giocattoli a un orfanotrofio di Bamako.

 

Liberazione – 2.10.08

 

L'Europa ha paura per le sue banche. Berlusconi: «Crisi? Ci penso io...» - Claudio Jampaglia

Italiani tranquilli, garantisce Berlusconi. La crisi che scuote il mondo finanziario e la fiducia dei risparmiatori non si sottrae al teatro di cartapesta del Cav. Sarà che interviene da Napoli, dove è andato a ripetere per la quinta volta che l'emergenza rifiuti è finita, ma dire «non consentirò attacchi speculativi alle nostre banche e non accetterò che i cittadini italiani perdano neanche un euro dei loro depositi» suona almeno un po' cinematografico. Come l'angolo dei consigli ai risparmiatori: niente panico, non vendete i vostri titoli, teneteli nel cassetto, guardate alla redditività d'impresa... Il tutto dovrebbe essere molto rassicurante per il risparmiatore italiano. Intanto la giornata di borsa è un ottovolante proprio a causa di attacchi speculativi sui titoli bancari nostrani (al centro della giostra ancora Unicredit). E la Consob pone dei limiti al mercato. Mentre l'Europa sembra svegliarsi dal letargo sul "che fare". Non siamo al piano Paulson americano, ma il vuoto politico dell'Unione, con la Bce a pompare centinaia e centinaia di miliardi di euro alle banche e i governi a salvarsi i gioielli nazionali per conto loro, è pericoloso. Sarebbe la morte dell'Unione Europea alla faccia della moneta unica. Così la Commissione vara un pacchetto di regole più stringenti (e sanzionabili) per le banche continentali definito da Barroso «la risposta europea alla crisi». Non basterà. Ma è questa l'Europa di banche e governi. Altro non c'è. Anche se i banchieri sembrano più inquieti dei politici. Così il numero uno di Deutsche Bank, Josef Ackermann, invita l'Ue a fare come gli Usa: un piano sistemico anti-crisi. Ma i tempi dell'Unione sono quel che sono. I 27 paesi si vedranno a metà ottobre. Ma già da questo week-end potremmo avere qualche sorpresa dal vertice voluto da Sarkozy niente meno che per la «rifondazione del sistema finanziario internazionale». Al tavolo, oltre al padrone di casa parigino, Angela Merkel, Gordon Brown e Silvio Berlusconi (tutti in qualità G4 ovvero i paesi europei del G8), più La Commissione con Barroso, il presidente della Bce Trichet e il premier lussemburghese, nonché presidente dell'Eurogruppo, Juncker. Il commento del nostro Premier? «Abbiamo avuto intensi scambi di opinioni con tutti gli altri leader in Europa. A Parigi esamineremo se ci siano delle azioni che possono competere ai singoli Stati o all'Unione europea». Stop. Al popolo deve bastare la certezza dell'imprenditore vestito da statista con a fianco il suo ministro commercialista post-liberista (almeno in libreria): «Al fine di proteggere il mercato italiano da attacchi di natura speculativa che trovano alimento dal perdurante clima di incertezza del sistema finanziario internazionale, il ministro dell'Economia e delle Finanze, d'intesa con il governatore della Banca d'Italia si impegna ad adottare le misure necessarie per garantire la stabilità del sistema bancario ed a difendere i risparmiatori, secondo le indicazioni del Presidente del Consiglio». Cosa vuol dire? Ci sono nell'aria "misure antispeculazone"? Ci permettiamo - come facciamo dal 2001 - di ricordare al ministro che giace in Parlamento una proposta di legge per introdurre la Tobin Tax che come scopo ha proprio quello di stabilizzare i mercati dagli attacchi speculativi. Potrebbe essere la vera risposta europea. Ma sorvoliamo. Discuteremo, invece e di sicuro, delle proposte del Premier contenute nel libro di Bruno Vespa e centellinate ogni giorno, (stavolta la riduzione del 10% delle tasse e una casa piccola ma in stile Milano2 per ogni italiano), più difficile capire cosa voglia fare il governo contro la crisi e cosa proporrà a Parigi. Ma perché nominare "il panico" e consigliare ai risparmiatori prudenza e sangue freddo? Le voci di scalata di Unicredit da parte di Santander e Intesa, che hanno fatto esplodere le contrattazioni, sono per ora un classico caso di speculazione. I fondi americani disinvestono da Unicredit, gli altri li seguono un po' per paura (come pecoroni) un po' per speculare, e Unicredit diventa possibile preda del mercato. Non sembrano esserci notizie nere in arrivo per l'istituto di Profumo, né si registrano al momento esposizioni ai subprime americani o collegamenti forti con altre banche in default. Al limite Unicredit ha troppa carne al fuoco in un momento congiunturale pessimo. Ma Unicredit ribatte colpo su colpo e alla fine Milano chiude in leggero rialzo grazie alla sua ripresa (+11%). In più la Consob ha vietato fino al 31 ottobre vendite allo scoperto (cioè sulla parola, senza una vero scambio) di azioni di banche e assicurazioni quotate. Una freno al classico meccanismo di offesa-speculazione del mercato che vedremo all'opera da oggi. E i cittadini? Per ora stanno tranquilli - sempre al netto della recessione, dei salari e dell'inflazione - perché esiste già lo strumento di difesa del correntista dal crack bancario. Si chiama Fondo interbancario di tutela dei depositi e dal 1987 garantisce tutti i conti correnti bancari aderenti al sistema italiano (quindi anche banche straniere operanti in Italia, comprese quelle on-line) fino a 100mila euro. Il governo irlandese giusto l'altroieri ha annunciato la copertura di tutti i conti correnti senza limiti. Una mossa unica al momento. Da noi bastano i consigli di Berlusconi.

 

L'Europa teme la crisi e si aggrappa alla destra - Salvatore Cannavò

L'Europa si aggrappa al piano Paulson-Bernanke sperando che la sua approvazione restituisca serenità oltre Oceano e allevi la pressione sulle banche europee. Ieri il presidente della Bce, il francese Trichet si è detto "fiducioso" che il piano statunitense possa passare cogliendo la differenza di fondo tra le due sponde dell'Atlantico: «Non siamo una piena federazione con un bilancio federale. Ogni Paese deve mobilizzarsi con i propri mezzi» ha spiegato infatti Trichet mettendo il dito sulla piaga che affligge i paesi europei, quel limite che il presidente di turno della Ue, Sarkozy, vuole affrontare nel vertice G4 - i quattro paesi europei del G8 - convocato per sabato prossimo. Il domino dei fallimenti giornalieri è destinato a ingrossarsi anche in Europa. Il caso delle banche Fortis e Dexia dimostra infatti quanto il credito europeo sia "intossicato" dalla carta straccia dei titoli legati ai subprime e lo stesso si può dire per Unicredit. Dal fronte delle banche italiane, tra l'altro, si registra un'inquietudine crescente anche perché sono gli stessi dirigenti a non sapere fino in fondo cosa contengono le casse degli istituti di credito e fino a dove può spingersi l'effetto perverso della crisi. L'Europa dunque rischia e si profilano tempi duri, dunque, come hanno fatto notare le Confederazioni industriali europee, riunite nell'Unice - tra loro anche l'italiana Marcegaglia - al presidente di turno Sarkozy, nell'incontro che si è tenuto due giorni fa all'Eliseo. Incontro nel quale Sarkozy ha sondato gli imprenditori prima di avanzare ufficialmente la proposta di tenere un G4 a Parigi sabato prossimo mettendo attorno al tavolo, oltre a sé stesso, la cancelliera Merkel, Silvio Berlusconi e il premier inglese Gordon Brown. Con loro anche il presidente della Bce, Trichet, il presidente della Commissione europea, Barroso e quello dell'Eurogruppo, Junker. Che dirà Sarkozy? Dalle indiscrezioni, sembra che il modello di riferimento continui a essere il piano predisposto dall'Amministrazione Usa e che stanotte è passato nuovamente al vaglio del Congresso (e al momento in cui scriviamo non conosciamo l'esito del voto). Si parla di un piano di circa 300 miliardi di euro, ma i francesi smentiscono sia la loro proposta, a disposizione di un Fondo di salvataggio delle banche soggette a default. Il fondo potrebbe essere assegnato alla Bei, la Banca europea degli investimenti, per la quale, poche settimane fa, era stato l'italiano Tremonti a immaginare un ruolo più interventista anche se di sostegno alle attività produttive piuttosto che di assunzione dei rischi bancari. A rincarare il profilo "interventista" ci ha pensato lo stesso Berlusconi che, dopo le asserzioni della vicenda Alitalia, ha ieri assicurati che il suo governo non permetterà alcun fallimento di alcuna banca italiana. La destra europea, quindi, come quella statunitense è condannata a volgere le spalle al proprio credo liberista e a resuscitare un interventismo statale che sembrava sepolto? Le cose stanno apparentemente così ma in profondità e nella sostanza sono diverse. La pretesa di Tremonti e Sarkozy, o dello stesso Bush, di assegnare alle proprie misure una patina neokeynesiana, non regge. Quella politica - cui la sinistra europea resta agganciata non immaginando, dopo 80 anni alcun avanzamento - puntava a sostenere la domanda aggregata interna, a gestire la politica monetaria in funzione della produzione e dei consumi, immaginando un circolo virtuoso che poggiasse sulla produzione di beni, immateriali e non. Oggi invece si tratta semplicemente di salvare speculatori e affaristi per evitare che il sistema nel suo insieme salti per aria. Gli statisti di oggi si occupano soprattutto di salvare le banche d'affari da cui provengono - eclatante il caso del ministro del Tesoro Usa, Paulson, già amministratore delegato di Goldman Sachs, salvata dal fallimento all'ultimo momento. Allo stesso tempo, questa destra legata intimamente alla finanza - si pensi a Berlusconi il cui conflitto di interessi lo pone al centro di un tela politico-finanziaria esplicitata dai casi Alitalia e Mediobanca, o a Sarkozy che esibisce le vacanze in barca con il magnate della pubblicità mondiale, Bollore, anch'egli socio di Mediobanca - è costretta a ricorrere allo Stato per gestire la contraddizione principale del nostro tempo: quella tra una globalizzazione finanziaria che sembra non conoscere frontiere, e uno Stato nazionale che resta ancora il depositario degli aspetti normativi oltre che sociali e securitari. La destra conservatrice si incarica così di gestire il binomio Stato/globalizzazione ma non bisogna farsi illudere dall'apparenza dei fatti. Non c'è una destra che scavalca a sinistra la sinistra: la destra, anzi, ricorre ad alcuni suoi capisaldi, il ricorso al protezionismo statale risolvendo verso "l'alto" le contraddizioni esistenti e adottando una centralizzazione statale delle leve decisionali che negli sforzi di Sarkozy potrebbe proiettarsi anche a livello europeo (pur in presenza di limiti strutturali, quali l'assenza di poteri di Vigilanza per la Bce o la presenza di normative nazionali molto vincolanti). Il tentativo è di arrivare a una gestione ottimale della contraddizione che possa prevedere un di più di Stato e di centralismo nazionale e allo stesso tempo un di più di "governance" globale. Non ci stupirebbe, infatti, veder riesumato il ruolo e la funzione di quel G8 che dal 2001 in poi è stato messo in secondo piano dal prepotente unilateralismo Usa e che, guarda caso proprio alla vigilia del vertice in Italia, potrebbe tornare a essere il luogo decisivo in cui affrontare e gestire la crisi economica. Non sappiamo se la destra riuscirà a risolvere questa contraddizione, certamente dimostra di avere spirito di iniziativa e spregiudicatezza adeguati. Quello che sicuramente salta agli occhi è l'inconsistenza della sinistra socialiberista e democratica. Negli Usa, Obama si è dovuto allineare al piano Paulson; in Europa la socialdemocrazia è silente. La crisi è globale e i suoi effetti si scaricano localmente; la destra, ancora una volta si adegua ai tempi, recepisce la pressione che proviene da fenomeni populisti come dimostrano le elezioni in Austria e svolge il suo ruolo. Chi sembra non avere più ruolo è quella sinistra moderata che si è illusa di poter governare la globalizzazione capitalistica e che oggi rischia di essere spazzata via.

 

Il sì di Cisl e Uil all'accordo potrebbe uccidere il Pd - Fabio Sebastiani

Quanto è reale il pericolo di un accordo separato? E cosa si agita dentro il Pd che si pone come la cerniera tra Epifani, Angeletti e Bonanni, e fa anche da ponte con la Confindustria avendo tra i suoi deputati Massimo Calearo, ex presidente di Federmeccanica? Un bel rebus, non c'è che dire, la cui soluzione è resa più complicata dalla manifestazione in agenda per il 25 ottobre. Se, come hanno minacciato sia il segretario della Cisl Raffaele Bonanni che quello della Uil Luigi Angeletti, il 10 ottobre, data in cui le parti torneranno ad incontrarsi, si dovesse raggiungere l'accordo cosa resterà di quella iniziativa? Sono queste alcune domande che percorrono il mondo politico e sindacale in queste ore. Per alcuni, è bene dirlo, c'è addirittura l'ipotesi che la Cgil segua lo schema Alitalia, ovvero prima una drammatizzazione che prepari il terreno a Veltroni e poi l'accordo, che sostanzialmente scarica una parte del peso sui lavoratori. Sarà davvero così anche sul rinnovo dei modelli contrattuali? Secondo Pier Paolo Baretta, ex sindacalista della Cisl ed ora deputato del Pd, la soluzione Alitalia non è riproducibile, perché «siamo in presenza di temi più profondi che riguardano direttamente il sindacato come la rappresentanza e la strategia generale». Nel Partito democratico c'è molta preoccupazione. «I rischi ci sono», aggiunge Baretta. Tutto passa per un ipotetico accordo tra Veltroni ed Epifani di cui si è parlato molto in questi ultimi mesi. La posta in gioco è alta. Da una parte c'è in ballo l'autonomia del Pd, e il rischio che torni a spezzettarsi in una girandola di componenti, e dall'altra quella del sindacato. «L'auspicio è che la rottura non ci sia, ma la decisione è in capo ai sindacati», aggiunge Baretta. La manifestazione del 25? «Quella c'entra poco - risponde Baretta - perché è sulla politica economica del governo». Certo, ma le truppe chi le porterà? La domanda è più che lecita. Da quanto tempo il Pd non fa una manifestazione di piazza? Se il clima non monta come pensa di evitare la classica figuraccia? Achille Passoni, ex-sindacalista ed ora deputato del Pd, è molto preoccupato. «L'accordo separato non serve a nessuno. Se dovesse verificarsi non ci resterebbe che prenderne atto». Anche Cesare Damiano, deputato del Pd e vice-ministro del Governo-ombra, vede il rischio della frattura nel campo sindacale ed è pronto a non «lasciare nulla di intentato». Su quali basi? «Il Pd ha nel suo dna la concertazione e quindi penso che si possa scrivere un altro documento che tenga conto delle osservazioni fatte al tavolo del confronto». Per i sindacalisti della Cgil, come ha ribadito anche nella sua relazione al Comitato direttivo nazionale Guglielmo Epifani, il centro del rebus è la piattaforma unitaria sul fisco. «Sarebbe un bel paradosso - sottolinea Carlo Podda, segretario generale della Fp-Cgil - rompere in presenza di quella piattaforma votata dai lavoratori e sottolineata con l'indizione di uno sciopero quando a palazzo Chigi c'era Prodi». «E poi - aggiunge - una linea così dura il fronte imprenditoriale non la reggerebbe».

 

Razzismo, è allarme. Parma sotto inchiesta. Ma nessun indagato

Castalda Musacchio

«Non ha mai avuto problemi». I compagni di classe di Emmanuel Bonsu Foster sono tutt'altro che diplomatici su quanto accaduto a Parma: «Quei vigili sono stati dei vigliacchi. E' una vergogna. Debbono pagare». «Mi ha sorpreso molto quello che è successo - commenta ancora il preside dell'Itis di Parma -. Emmanuel è un ragazzo molto seguito dai genitori. Si sono confrontati anche con noi professori in diverse occasioni». Il caso è comunque esploso in tutta la sua gravità. Per il momento la magistratura indaga. Anche se, per la verità, sottolinea il procuratore capo della città Gerardo Laguardia, nessuno è iscritto sul registro degli indagati. La pm Roberta Licci, titolare dell'inchiesta, ha disposto ancora «un accertamento urgente» per stabilire il tipo di lesioni patite dal ragazzo, e un medico legale ha visitato il giovane nella caserma dei carabinieri di via delle Fonderie. Si attende il rapporto, mentre la procura ha chiesto chiarimenti alla municipale sulle modalità del fermo operato dai sette agenti nel parco ex Eridania. E' stata persino chiesta l'acquisizione della registrazione delle telecamere del circuito di videosorveglianza attivo nel parco della città emiliana. L'inchiesta vada pure avanti ma la giustizia - chiedono in tanti - deve pur essere fatta. Persino Fini, nel libro in edicola domani, avverte che «un rischio razzismo nel nostro Paese c'è». E «sarebbe intollerabile - scrive al sindaco di Parma Antonio Mattioli, segretario nazionale della Flai Cgil - se sull'altare della sicurezza si massacrasse la dignità umana, si spazzassero via valori che hanno caratterizzato la storia della nostra comunità, si alimentasse la cultura della criminalizzazione del diverso». Perché l'episodio di cui è stato vittima Emmanuel altro non è che esattamente questo. Vignali, il primo cittadino, ha incontrato il rappresentante della comunità ghanese assicurando che «ogni chiarezza sarà fatta». Su una città che in pochi mesi è stata al centro di due intollerabili casi di razzismo i riflettori sono tutti puntati. L'augurio - sostiene Vittorio Agnoletti, eurodeputato Rc-Sinistra unitaria europea - è che ora l'Europa intervenga. Abbiamo presentato un'interrogazione parlamentare sulla vicenda e abbiamo chiesto formalmente all'Unione europea e alla commissione per i diritti umani al parlamento europeo di inviare in Italia una delegazione di eurodeputati che monitori la situazione». «Da mesi - denuncia ancora il consigliere regionale Renato Delchiappo (Prc) - una sottile campagna di intolleranza xenofoba sta caratterizzando le azioni del Governo nazionale e in questo clima generalizzato di paura e sospetto, anche nella nostra terra, da sempre conosciuta come accogliente e solidale, capitano con sempre maggiore frequenza episodi di aggressioni a sfondo razzista e xenofobo». La richiesta anche qui è netta: la giunta e il comune sollecitino ogni tipo di iniziativa per fare luce sulla vicenda. La stessa che, ieri, è stata fatta anche dal ministro dell'Interno Maroni perché l'allarme razzismo c'è. Lo stesso denunciato anche a Napoli dalla comunità di Sant'Egidio. Ed Emmanuel ha diritto ad avere giustizia. Quella stessa che ha reclamato di nuovo dalle colonne di Repubblica. «Voglio giustizia, voglio le loro scuse». Resta il racconto agghiacciante del terribile episodio di cui è stato vittima. «Mi hanno buttato a terra - racconta - dato un pugno, ammanettato. Mi hanno messo un piede sulla testa e puntato la pistola in faccia». «Erano in due - prosegue Emmanuel - mi seguivano. Poi si sono avvicinati, uno ha cercato di bloccarmi le mani. Non capivo chi fossero o cosa volessero, non avevano la divisa e io avevo paura. Mi sono spaventato e sono scappato. Mi hanno raggiunto e picchiato. Mi chiamavano negro. Poi sono arrivato in caserma...». Sul dossier redatto dalla polizia municipale pesa l'accusa: «Emmanuel negro».

 

No-Gelmini Day. Oggi si mobilitano le scuole primarie

Genitori e maestri davanti al ministero della Pubblica Istruzione per protestare contro il maestro unico, il taglio del tempo pieno e la chiusura di 2mila scuole, tutto determinato dalla sforbiciata di 8 miliardi decisi dai ministri Gelmini e Tremonti. Questo il significato del "No-Gelmini Day", preparato dalle scuole elementari- l'80% secondo gli organizzatori - in subbuglio da settimane. Chi non potrà partecipare al presidio mattutino di Roma è invitato a esporre striscioni dalle finestre degli istituti, mentre continuerà la distribuzione di volantini e materiale informativo da collettivi a collettivo, un tam-tam cominciato dalla scuola elementare più ribelle d'Italia, la "Iqbal Masih" di Roma che ha lavorato per costruire una rete nazionale a partire dall'occupazione dell'edificio a partire dal 15 settembre e uno slogan, "Non rubateci il futuro". Nel blog del coordinamento bisogna spedire le foto degli striscioni appesi, foto che verranno poi raccolte e mandate in onda nella puntata di Blob di questa sera, o almeno questo è l'auspicio. Con i maestri stanno nascendo i comitati dei genitori come il Guds di Roma (Genitori uniti per difendere la scuola). E oltre al presidio, verranno organizzati concerti, dibattiti, interviste, "notti bianche". Una mobilitazione forte e unitaria in attesa dello sciopero generale proclamato dai Cobas per il prossimo 17 ottobre. Al "No-Gelmini day" aderisce anche la Cgil scuola, mentre domani toccherà all'Unicobas scendere in piazza contro la riforma, sempre di fronte al ministero di viale Trastevere, con l'appoggio aperto dell'Italia dei Valori. Il calendario delle mobilitazioni si infittisce per scongiurare l'approvazione del decreto taglia-scuola prevista per la prossima settimana. Il segretario di Unicobas, Stefano d'Errico, si scaglia contro «l'insipienza» dei sindacati confederali «nessuno dei quali ha sinora proclamato neppure un'ora di sciopero». Spicca, nell'ammasso di slogan e parodie contro la ministra, il santino distribuito da Sinistra democratica: una Gelmini-santa con un'Ave Maria rivisitata dal titolo "Preghiera per la beata ignoranza": «Maria/Stella d'ignoranza/il governo è con te/tu sei benedetta da Tremonti...». Dell'intera riforma Gelmini, agli editori naturalmente interessa soltanto la parte che li riguarda da vicino, ossia il blocco dei testi scolastici per cinque anni per evitare, come spesso accade, che un libro di testo venga riproposto ogni anno con lievissimi cambiamenti a livello formale e contenutistico, ma con un prezzo accresciuto e senza la possibilità di riutilizzarlo. All'Associazione italiana editori (Aie), Gelmini si è rivolta con parole di rassicurazione spiegando che la norma non è retroattiva: «Riguarda infatti solo i nuovi testi e non quelli già in uso». Agli Stati generali dell'editoria la ministra ha anche anticipato la proposta di dare libri gratis soltanto agli studenti bisognosi, non soltanto delle primarie. Finora lo Stato spende 64 milioni di euro annui per garantire i sussidiari alle scuole elementari, in futuro la spesa potrà gravare sulle famiglie.

 

Repubblica – 2.10.08

 

Il nuovo disordine mondiale - EZIO MAURO

Non è solo finanza, non sono banche e Borsa solamente che stanno bruciando in questo incendio mondiale che sembra voler resettare il secolo dagli ultimi inganni e dall'unica ideologia superstite - un mercato universale senza Stato e senza governo - prima di farlo davvero ripartire. Chi dice che il capitalismo crolla mentre resuscita il socialismo non ha di nuovo capito niente, perché il capitalismo assiste all'incepparsi non di sé, ma del nuovo sistema di scambio simultaneo universale che sfrutta da un decennio lo strumento di reti che avviluppa il mondo abbattendo spazio e tempo, grazie alla potenza del motore tecnologico di internet, capace di vincere la storia rendendo tutto contemporaneo, e persino la geografia, facendo ubiqua ogni cosa. Ma non c'è dubbio che un pezzo di modernità sta saltando insieme alle banche d'affari, e questo ci coinvolge tutti, dovunque e comunque viviamo, perché ciò che va in crisi a Wall Street riguarda non solo l'America ma l'Occidente. In realtà vengono oggi al pettine nodi politici, economici, culturali, che nascono tutti nel Novecento mentre credevano di risolverlo, e sono invece arrivati fin qui senza riuscire a sciogliersi. La credenza, prima di tutto, di una ricchezza e di una crescita senza il lavoro, senza una comunità di riferimento, dunque senza una responsabilità pubblica e le regole che ne conseguono. La riduzione della complessità della globalizzazione alla sola dimensione economica, anzi finanziaria. Lo scarto tra economia reale e realtà dei mercati finanziari, tra le transazioni valutarie e le transazioni commerciali, tra le merci, la moneta e il clic che invia l'ordine di comprare o di vendere in base a indicatori computerizzati. Il divario tra ricchi e poveri, che il boom tecnologico e finanziario ha accentuato, anche dentro gli stessi Paesi in via di sviluppo. Le nuove, improvvise gerarchie sociali che sono nate da questo sommovimento con una forza culturale che pretende il riordino di competenze, saperi, professioni, gruppi sociali, comunità, quartieri, aree del mondo e Paesi. Il nuovo disordine mondiale, oggi, nasce proprio da qui. La prima reazione alla crisi è il timore di rimanere coinvolti nella perdita improvvisa di ricchezza dovuta all'inganno di prodotti finanziari avariati, o alla speculazione sulla perdita di credibilità universale delle banche, o alla paura irrazionale che diventa panico e fuga. Ma subito dopo, o contemporaneamente, cresce la preoccupazione per una domanda di governo complessiva della situazione, che non trova risposta, perché non sa nemmeno più quale sia il soggetto giusto a cui rivolgere la pretesa del cittadino di essere tutelato. Di vedere all'opera quello strumento di cui la globalizzazione credeva di poter fare a meno, nell'illusione di bastare a se stessa: cioè la politica. Il problema è che in questi anni è finita fuori gioco non soltanto la politica come tecnica, o come azione delle istituzioni, ma qualcosa di più complesso. La rivoluzione finanziaria internazionale ha sfidato l'autorità tradizionale, la potestà stessa dello Stato-nazione a cui oggi i cittadini si rivolgono, come sempre nei momenti di crisi, accorgendosi improvvisamente che è scavalcato dai flussi e dalle reti della globalizzazione, i quali creano una nuova legittimità transnazionale - e non solo un mercato universale - a cui non corrispondono né uno Stato né un governo. La "bolla" è quanto di più moderno esista, perché non ha luogo, non ha confini, ignora le distanze come le tradizioni, conosce un'unica legge che è quella della crescita. Ma per le stesse ragioni è quanto di più lontano dallo Stato nazionale, dai suoi computi fiscali e dalla sua rete di responsabilità solidali o anche soltanto sociali. Quando va in crisi un sistema finanziario che muove ogni giorno una massa di scambi valutari molto superiore al Pil di vari Paesi, nessuna istituzione statale ha la capacità e la legittimità per controllare quel flusso in movimento. Ci accorgiamo così che in questo processo non c'era stata soltanto una scissione tra capitale e lavoro, già consumata e evidente a tutti. In realtà è saltata l'alleanza tradizionale tra l'economia di mercato e lo Stato sociale, come dice Ulrich Beck, un'alleanza che ha sorretto per decenni il diritto, le istituzioni, la politica, la legittimità stessa delle classi dirigenti che si alternavano al comando, in una parola la forma pratica e quotidiana della democrazia occidentale. Da qui discendeva l'autorità (estenuata e faticosa, e tuttavia resistente) del governo della democrazia, e da questa autorità nasceva la governance della modernità che conosciamo, probabilmente l'unica possibile. Questa legittimità democratica nel governo della complessità contemporanea risiedeva soprattutto nel tavolo di compensazione tra i premiati e gli esclusi, quello che Bauman chiama il "nesso" tra povertà e ricchezza, una dipendenza che in realtà è un vincolo di responsabilità e attraverso la civiltà del lavoro (con i suoi conflitti) ha tenuto fino a ieri insieme e in gioco i vincenti e i perdenti della globalizzazione. Se questo è vero, c'è addirittura un contratto sociale da riscrivere, una sovranità da ristabilire, un'autorità democratica che garantisca i diritti anche nel mondo postnazionale, prendendo possesso persino delle bolle senza spazio né tempo della globalizzazione. Anche perché la crisi complica la prospettiva, ma ripulisce lo sguardo. Il broker per strada a Wall Street, con la sua biografia professionale nello scatolone del licenziamento, esce dall'indistinto virtuale del paesaggio elettronico per tornare ad essere una figura sociale, politica, che non abita solo i numeri della finanza globale, ma cammina per la città reale. Così come il consumatore finirà per tradurre su se stesso - cioè su un soggetto di nuovo politico, sociale - il saldo finale del salvataggio americano, attraverso il peso ingigantito del debito. Tornano così ad avere senso quelle categorie che non riuscivano ad afferrare la crisi, perché i suoi paradigmi erano tutti post-moderni, creati per un'altra dimensione: il diritto, la diplomazia, la politica internazionale, addirittura il sindacato. Con l'ambizione di non tornare indietro, né attraverso la regressione di una chiusura insensata nei nazionalismi né attraverso la tentazione di contrapporre Main Street a Wall Street, vellicando le paure per farle popolo, o almeno plebe, comunque forza d'urto populista. Una rete sociale, culturale, politica e istituzionale (basta pensare all'Europa e ai suoi ritardi) da ricostruire. Che gran compito per la politica: se la politica ci fosse, e soprattutto se fosse capace di pensare se stessa senza pensare politicamente.

 

Rivolta anti-Lega dei sindaci veneti. "Più servizi? Ma i soldi sono finiti" - ANTONELLO CAPORALE

ROMA - Ieri il Veneto si è ribellato alla Lega. All'improvviso gli ha dato una manata in faccia, le ha graffiato il volto e sporcato la bandiera. Una ribellione straordinaria, durata meno di dieci ore, sentita e parecchio partecipata. Il nord est ha sfilato da piazza Venezia a Montecitorio: 400 fasce tricolori, 400 sindaci veneti in marcia contro il federalismo di Bossi e Calderoli. Questione di schei. "Dovevano arrivare a giugno due milioni e mezzo di euro da Roma come compensazione per l'Ici e il catasto non rivalutato. Tremonti me ne ha mandati 500mila di meno. Adesso ho la mensa scolastica da pagare, e gli autobus". Michele Carpinetto, sindaco di Mira, alle porte di Venezia, ha i conti in disordine e una schiettissima incavolatura. Silvano Piazza, da Silea, Treviso: "La riforma della Lega è come l'araba fenice. Tutti dicono che ci sia, ma dove sia nessun lo sa. E noi non abbiamo tempo da perdere, abbiamo le scadenze noi, la gente ci chiede servizi e i soldi sono finiti. A dicembre come chiudo il bilancio?". Dei 550 sindaci veneti 450 (ma cinquanta sono rimasti a casa) hanno sottoscritto l'appello a fregarsene di Bossi e correre a Roma per chiedere uno storno secco, una modifica breve alla legge, un emendamento semplice e veloce: il governo deve restituire ai comuni il 20 per cento delle tasse che i cittadini residenti pagano a titolo di Irpef. Semplice no? "Sono soldi nostri", ripete il sindaco di Legnago. Perfetto. Tutto ritorna. Questi sindaci appaiono artigiani travestiti: nessun grillo per la testa. Lavoro e schei. Al sodo, dunque: "Io mi sto indebitando, ho fatto anticipazioni di cassa". Io, prima persona singolare. Per Cesarina Foresti di Arzergrande il municipio si gestisce come un capannone. Idee chiare, la voglia di far da soli, in modo pratico e resoluto: "Bossi vuole il centralismo delle regioni. Poi è una cosa lunga", dice Silvia Salvamir, da Brugine. Comuni grandi e piccoli, quelli di centrodestra del veronese e quelli rossi del veneziano. Tutti in fila, ordinati e arrabbiati. Romano Boischio di Sant'Angelo di Piave (Padova): "Ci hanno tenuto dietro le transenne, nemmeno potevamo fare un passo. La polizia è venuta per fermarci. Alla troupe di Striscia la notizia è stato permesso ciò che a noi è stato negato: un passetto nella piazza davanti al Parlamento". Li hanno tenuti larghi, lontani. I deputati del Carroccio nemmeno si son fatti vedere. Li hanno ricevuti quelli del Partito democratico, che sono opposizione. Li ha accolti nel suo studio il ministro degli Affari regionali Raffaele Fitto. Qualcuno di Forza Italia si è alla fine fatto avanti. "La Giustina Destro è venuta a salutarci". Il disordine politico traghetta a Roma l'insubordinazione del nord est col tricolore. E' una ribellione orizzontale, silenziosa e lontana dalla politica. "Non vogliamo il federalismo di Palazzo". "Guidiamo liste civiche, guardiamo all'interesse dei cittadini". Se il sindaco di Legnago non sa più come far funzionare la sua mensa, quello di Mira ha deciso: "Porto il ticket da tre a cinque euro. L'unica è questa. Però mi restano scoperti i bus". Quello di Brugine non vuole ancora credere allo scherzetto di Tremonti: "Da 120 euro pro capite a 86. Mi dica lei come si fa". Il collega di Arzergrande: "Io ne ho persi di più. Me ne mandavano 218 euro a testa e adesso sono a 156. Col culo per terra, praticamente". Praticamente l'azienda Veneto sta per fallire, i municipi al collasso. I più grandi si fanno aiutare dalle anticipazioni di cassa. I più indebitati hanno fatto corsi accelerati di trading e hanno conosciuto i contratti derivati. I comuni italiani sono infestati di titoli-spazzatura. Milano, Napoli, Roma. Dalle metropoli l'infezione sta scendendo verso le città medie, il monitoraggio presenta zone di rischio crac. Catania è già sottoterra. La piazza ribolle: "Perché i soldi a Catania? Basta con gli sprechi, al sud sappiamo come amministrano. Noi siamo virtuosi e siamo sempre bastonati. Diamo cento e raccogliamo trenta. E' ora di finirla". Leghismo senza la Lega, Nord est senza San Marco. "La rivolta è nata per merito del vicesindaco di Crespano, sul Piave. In pochi giorni ci siamo organizzati e siamo venuti giù". "E' la rivolta del Piave, questa, ma adesso inizieremo a contattare gli altri colleghi, quelli lombardi e i piemontesi". Alle cinque del pomeriggio tutti hanno ripreso il treno e fatto ritorno a casa.

 

Europa – 2.10.08

 

Cgil rompe, i cocci sono del Pd

Almeno una cosa il Partito democratico l’aveva capita, a forza di testate contro il muro. O meglio, a forza di tracolli elettorali nei distretti industriali del Nord. E cioè che operai e impiegati sono stufi di non trovare nelle buste paga il risultato di una produttività in continuo aumento, e di dover pagare quindi di tasca propria l’intangibilità del Moloch del contratto unico nazionale. Di qui la svolta, la netta apertura alla riforma e la scommessa sullo spostamento dei pesi in favore della contrattazione di secondo livello, quella decentrata. Col che, abbiamo individuato quale sarebbe la vittima politica dell’eventuale fallimento della trattativa fra Confindustria e sindacati sulle regole contrattuali. 25 ottobre o non 25 ottobre, collateralismo nuovo o vecchio, per il Pd la rottura decretata dalla Cgil è una pessima notizia e come tale andrebbe trattata, possibilmente reagendo. Anche perché le parti attualmente coinvolte, se lasciate a se stesse sembrano avviate verso l’esito più italiano e probabile della vicenda: il nulla di fatto. Non solo per il “solito” conservatorismo sindacale di sinistra, si badi: quando Confindustria ha tirato fuori la propria piattaforma, e Cisl e Uil si sono precipitati a sottoscriverla, gli osservatori più attenti e ostinatamente liberal sono rimasti sconcertati. Era infatti di un documento meno che mediocre, che proprio sull’esigua entità della quota di salario da delegare al secondo livello smentiva le cose belle dette e richieste per anni dagli imprenditori. Ora suonano i tamburi di guerra. Una Cgil forse in transizione di leadership, uscita più forte dal caso Alitalia e libera da un pungolo riformista esterno, potrebbe trovare comodo (e magari pagante nella competizione fra confederazioni) fermarsi un po’. Fra Confindustria e Cisl-Uil i tifosi del nulla di fatto abbondano (non è che a tutti i padroni piaccia l’idea di trattare sul territorio). Il governo fin qui se ne lava le mani e non caccia un euro d’incentivi. La paralisi la pagherebbero alla fine l’economia nazionale e i lavoratori. Che poi girerebbero il conto nelle urne indovinate a chi?

 

Corsera – 2.10.08

 

«Stato azionista delle banche» La controproposta di Soros – M. Gaggi

NEW YORK - «Questo è fascismo» protesta Lew Rockwell, studioso del Mises Institute, un centro di ricerche liberista. «Il piano Paulson ha poco a che fare col capitalismo, ma non è nemmeno socialista: ci porta verso un corporativismo alla Mussolini». Il Duce torna anche nei commenti dei siti Dealbreaker (il negoziatore) e Nakedcapitalism (capitalismo a nudo) alla notizia che alti funzionari del Tesoro hanno avuto nei giorni scorsi una «conference call» coi rappresentanti di un gruppo selezionato di banche. Nella conversazione riservata gli uomini di Paulson avrebbero detto, tra l'altro, che lo scaglionamento dei 700 miliardi di dollari del salvataggio in tre «tranche» è una pura formalità, che il Tesoro si terrà comunque le mani libere nella definizione del prezzo di acquisto di titoli «tossici» che verranno ritirati dal mercato, che i «tetti» ai compensi dei «top manager» sono più formali che sostanziali, visto che non riguardano i contratti in essere, ma solo quelli futuri. «Fascismo, corporativismo sottotraccia» tuonano i siti che recitano la parte dei cani da guardia dei mercati finanziari. Ma, pur con tutti questi mal di pancia e l'emergere di proposte alternative a destra come a sinistra, il piano Paulson ha ripreso il suo percorso, è stato integrato con nuove garanzie per i depositanti ed entro fine settimana potrebbe diventare legge. Eppure i progetti di riforma continuano a moltiplicarsi: proposte che spesso prescindono dagli schieramenti e che vengono discusse con passione. Perché? Perché è diffusa la sensazione che la legge che si sta varando sia solo un maxicerotto. Dopo il voto del 4 novembre il nuovo Congresso dovrà intervenire su altri punti cruciali della crisi. Ancora ieri manager del Soros Fund si aggiravano per la Camera spiegando ai deputati la proposta del loro fondatore. Il celebre finanziere democratico George Soros da giorni sostiene che, se si vogliono fare le cose con trasparenza e rispettando il contribuente, è meglio ricapitalizzare le banche entrando nel loro capitale piuttosto che acquistare da loro obbligazioni di cui non si conosce il valore reale. Tesi simili a quelle sostenute, ad esempio, da un repubblicano «doc» come Glen Hubbard, capo della Business School della Columbia University ed ex capo dei consiglieri economici di Bush, o dal professor Zingales dell'università di Chicago. Soros, però, pone anche il problema di un intervento a sostegno delle famiglie che non riescono a pagare il mutuo. Non lo chiede solo per riequilibrare in senso «sociale» la manovra di salvataggio dei mercati finanziari, come fa, tra gli altri, il premio Nobel per l'Economia Joseph Stiglitz, ma perché ritiene che l'acquisto di obbligazioni da parte del Tesoro dia sollievo alle banche senza, però, affrontare l'altro grosso nodo di questa crisi: il continuo calo del prezzo delle case che depaupera le famiglie. E' questo il problema cruciale anche secondo Nouriel Roubini, l'economista soprannominato dal New York Times «Mr Doom» (mister disastro), ma che tutti ascoltano con grande attenzione perché le sue più cupe previsioni si sono fin qui puntualmente avverate. Il suo piano in dieci punti per limitare i danni della recessione e impedire un vero «meltdown» prevede, tra l'altro, la creazione di un organismo in puro stile «New Deal» che acquisti i mutui dalle banche e ne rinegozi le clausole con le famiglie che, a quel punto, diventerebbero debitori del Tesoro. Un piano ben congegnato ma che, dicono cinicamente gli esperti del Congresso, non passerà: «Dieci punti, sette di troppo rispetto a quello che un politico può spiegare in tv».

 

Maxi-fondo Ue, duello Sarkozy-Merkel – Ivo Caizzi

BRUXELLES - L’Europa sta studiando un piano di salvataggio per il suo sistema bancario coinvolto nella crisi provocata dai mutui immobiliari negli Stati Uniti. Il presidente francese Nicolas Sarkozy, presidente di turno dell'Unione Europea, ci sta lavorando considerando sia finanziamenti comuni per i salvataggi, sia nuove regole europee in grado di ridare credibilità agli istituti di credito. Vorrebbe discuterne «nel fine settimana » in un vertice straordinario a Parigi con i leader degli altri tre Paesi Ue del G8 (la tedesca Angela Merkel, Silvio Berlusconi e il britannico Gordon Brown), insieme al presidente della Commissione europea, il portoghese José Manuel Barroso, e al presidente dei ministri finanziari della zona euro (Eurogruppo), il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker. Barroso ha ammesso di essere impegnato con la presidenza francese a organizzare una «risposta europea» in grado di ridare non solo liquidità, ma soprattutto «credibilità» al sistema bancario dell’Ue. Il segretario dell’Ocse, Angel Gurria, ha commentato positivamente l’ipotesi di un «piano sistemico per l’Europa». Il ministro delle Finanze francese Christine Lagarde, presidente di turno dell’Ecofin, ha parlato di una «rete di emergenza» per aiutare le banche in difficoltà. Ha però fatto smentire le prime indiscrezioni dei media su una dotazione di 300 miliardi di euro, che avevano portato la Merkel a contestare «assegni in bianco» per le banche. La Germania ha già investito una massa di miliardi per salvare varie banche nazionali. Lo stesso hanno fatto Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Il governo di Dublino ha impegnato circa 400 miliardi di euro per garantire debiti e depositi delle sei principali banche irlandesi. «È necessaria un’azione coordinata degli Stati Ue», ha affermato Barroso indicando priorità come una supervisione bancaria comune, maggiori garanzie per i depositanti e il blocco delle mega-retribuzioni dei dirigenti. Tra le possibili innovazione ci sarebbe la nascita di una specie di «poliziotto europeo» per vigilare sulle degenerazioni finanziarie nei 27 Paesi membri. Sarkozy intende ridiscutere anche le regole Ue sulla concorrenza riequilibrando a favore dello Stato il rapporto con il mercato. Brown non ha ancora confermato la presenza a Parigi. La presidenza francese ha fatto sapere di voler organizzare il vertice a quattro solo qualora le consultazioni preliminari aprano la possibilità di risultati concreti. Le conclusioni di Parigi verrebbero valutate dai ministri dall’Eurogruppo/Ecofin lunedì e martedì prossimi a Lussemburgo. Passerebbero poi al vertice del 15 ottobre a Bruxelles dei leader dei 27 Paesi membri. Barroso ha difeso le regole comunitarie criticate dalla Francia e da altri Paesi Ue. Ma ha fatto capire che la Commissione è pronta ad adeguarsi alla nuova realtà e a moderare la linea dei suoi tre commissari iperliberisti, l’olandese Neelie Kroes (Concorrenza), l’irlandese Charlie McCreevy (Mercato interno) e il britannico Peter Mandelson (Commercio). La Kroes ha ammesso la necessità di applicare le norme della concorrenza con maggiore «flessibilità». Mc- Creevy, sostenitore dell’autoregolamentazione dei mercati finanziari, ha annunciato nuove regole più rigorose per garantire l’affidabilità delle banche nei requisiti di capitale e nel sistema dei controlli. Nel mirino dell’Ue sono entrate anche le discusse agenzie Usa di rating.

 

Dove va l’Austria. Il populismo e le coalizioni compiacenti

Due partiti dell'estrema destra, il Partito della libertà e il Movimento per il futuro dell'Austria, sono riusciti a raccogliere il 29% dei consensi nelle ultime elezioni politiche, ovvero il doppio dei voti del 2006. Entrambi i partiti hanno le medesime posizioni verso gli immigrati, specie musulmani, e l'Unione europea: una miscela di timore e odio. Ma siccome i due leader, Heinz-Christian Strache e Jörg Haider, non nutrono alcuna simpatia l'uno per l'altro, le probabilità che una coalizione di estrema destra possa andare al potere sono assai scarse. Tuttavia, trattandosi dell'Austria, il Paese che ha dato i natali ad Adolf Hitler, e dove gli ebrei furono costretti a lavare le strade di Vienna con gli spazzolini da denti, prima di essere deportati e uccisi, il risultato elettorale è allarmante. La domanda è: fino a che punto allarmante? Il 29% rappresenta un 15% in più di quanto i partiti populisti di destra ottengono nelle loro annate migliori in altri Paesi europei. Strache, leader del Partito della libertà, propone di creare un nuovo ministero per gestire l’espulsione degli immigrati. I musulmani vengono apertamente denigrati. Tempo addietro Haider ha elogiato le politiche per l'occupazione introdotte sotto il Terzo Reich hitleriano. Inevitabilmente, i nuovi esponenti della destra richiamano alla mente camicie brune e leggi razziali. Eppure, sarebbe un errore vedere nell'ascesa della destra austriaca una rinascita del nazismo. Nessuno dei due partiti ha mai invocato il ricorso alla violenza, anche se una certa retorica potrebbe istigarla. Ma gli elettori di estrema destra sono motivati meno dall'ideologia che dal timore e dal risentimento che serpeggiano in molti Paesi europei, alcuni dei quali del tutto estranei al passato nazista, come Olanda e Danimarca. In Danimarca, il Partito popolare danese, di estrema destra, con 25 seggi in parlamento, è il terzo partito del Paese. I populisti olandesi, come Rita Verdonk o Geert Wilders, quest'ultimo in preda al terrore paranoico dell'«islamizzazione», stanno esercitando forti pressioni sulla classe politica tradizionale, che vede una combinazione di liberali, socialdemocratici e cristiano democratici. E questo è il punto. Nei Paesi europei, la rabbia degli elettori di destra è puntata contro una classe politica che, nell'opinione di molti, governa ormai da fin troppo tempo in seno a coalizioni compiacenti, escogitate soprattutto per tutelare i propri interessi. In Austria, persino i liberali ammettono che una serie ininterrotta di governi social e cristiano democratici ha intasato le arterie del sistema politico. I partiti minori hanno avuto non poche difficoltà a espugnare quella che viene vista come la roccaforte del privilegio politico. Lo stesso vale per l'Olanda, governata da decenni dai medesimi partiti di centro, con a capo figure benevole ma piuttosto paternalistiche, le cui idee su «multiculturalismo», «tolleranza» ed «Europa» sono state, fino a poco tempo fa, raramente contestate. Nelle democrazie europee postbelliche, l'espressione del nazionalismo è stata sempre tollerata negli stadi di calcio, ma non nella vita pubblica. Se l'unità europea suscita qualche tentennamento, ecco che gli scettici vengono immediatamente accusati di pregiudizio o, peggio, di razzismo. L'attaccamento al sentimento nazionale è stato ulteriormente scalzato dall'abitudine dei governi di addossare la responsabilità di politiche impopolari ai burocrati dell'Unione Europea, che agli occhi della gente comune appaiono sempre di più come un'altra casta di privilegiati, boriosi e irresponsabili. E questa reazione si ricollega al rancore nei confronti degli immigrati. Quando i figli dei lavoratori, approdati in Europa negli anni Sessanta da Paesi come Turchia e Marocco, hanno cominciato a formare consistenti minoranze musulmane nelle città europee, il fenomeno ha innescato tensioni nei quartieri operai. Ma le lamentele per la criminalità e le strane usanze di costoro sono state spesso bollate come «razziste» dai politici liberali. La gente doveva semplicemente imparare la tolleranza. Non si è trattato tuttavia di sviluppi necessariamente negativi: la tolleranza, l'unità europea, la diffidenza verso il nazionalismo, la vigilanza contro il razzismo sono tutti obiettivi lodevoli. Promuovere però tali finalità senza discussione, per non parlare di opposizione, ha prodotto la reazione contraria: nel bocciare la costituzione europea, olandesi, francesi e irlandesi hanno espresso la loro mancanza di fiducia nella classe politica. E i populisti, che promettono di reintrodurre la sovranità nazionale respingendo l'«Europa», di combattere l'«islamizzazione» e di scacciare gli immigrati, altro non fanno che strumentalizzare questa diffidenza. La retorica della xenofobia e del pregiudizio è certamente sgradevole e, specie in un Paese come l'Austria, persino odiosa. Ma il nuovo populismo non è ancora antidemocratico. Gli elettori austriaci di destra parlano di «una boccata d'aria fresca». La gente dice di aver votato per Haider e Strache per spezzare il monopolio dei partiti di governo. E questa non è una motivazione illegittima. Se la gente è in ansia per la propria identità nazionale, la sovranità del governo, la compagine demografica e sociale della società, tali timori vanno per l'appunto espressi nell'arena politica. Fintanto che la gente saprà esternare le sue preoccupazioni, per quanto sgradevoli a orecchie liberali, per mezzo del voto, e non con la violenza, la democrazia non subirà alcun torto. Contestare l'élite politica rappresenta, è ovvio, l'essenza del populismo in qualsiasi parte del mondo. I candidati presidenziali statunitensi pretendono di volersi battere contro «Washington», persino quando sono figli di ex presidenti. Il vero pericolo è in agguato quando la gente perde la fiducia, non solo nella sua classe politica, ma nel sistema stesso. E questo non si è ancora visto in Europa, e neppure in Austria. Pertanto non c'è motivo che i partiti tradizionali, di ispirazione liberale, si lascino prendere dal panico e si mettano a controbattere la destra sfruttando i medesimi risentimenti. Ma nel dibattito politico occorre prenderli sul serio, in modo da arginare le antipatie popolari. L'ascesa della destra, con la sua carica di ribellione contro la corruzione e gli interessi di parte, anziché compromettere la democrazia, potrebbe addirittura rafforzarla.


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