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Liberazione – 4

Liberazione – 4.10.08

 

«Sporca negra» dicevano gli agenti. Denudata e seviziata per ore

Davide Varì

Fermata, perquisita, denudata, ammanettata e trascinata in ospedale per la perquisizione vaginale ed anale. Infine, e come se non bastasse, denunciata per resistenza a pubblico ufficiale. Unico indizio: il nero della sua pelle. Non è accaduto nella Johannesburg dell'apartheid e neanche nell'America del segregazionismo. E' invece accaduto a Roma, nell'Italia del duemila, quella dell'emergenza sicurezza e dell'emergenza immigrazione. Il fatto risale allo scorso 21 luglio, giorno in cui la signora Amina - una donna di origine somala e italiana di cittadinanza, Paese in cui vive da oltre trent'anni - si trovava all'aeroporto di Ciampino per accogliere i suoi due nipotini londinesi, felici di passare un'estate in Italia, un'estate con la propria nonna. «Ero così contenta di rivedere i miei due amori - racconta Amina, nel salotto della sua semplice ma accogliente casa romana - ma poi, d'improvviso si è avvicinato un poliziotto e mi ha chiesto i documenti. Io - racconta - non ho fatto una piega, lo giuro su Dio, che Allah mi sia testimone. Ho dato i documenti al funzionario e ho atteso tranquilla». Ma a quel punto il poliziotto ha iniziato a fare strane domande. Di fronte a quella donna dall'aria assolutamente pacifica e impegnata a tenere a bada i suoi due nipotini, l'agente l'ha infatti accusata di avere i documenti falsi, di essere una rapitrice di minori e, non ultimo, di essere un corriere della droga. Tutto questo per il colore della sua pelle: «Tu sei nera nel corpo e nell'anima», ha infatti sentenziato l'altro agente. A quel punto inizia il calvario. Dalle 9 di mattina alle 5 del pomeriggio la signora Amila passa di tutto. «D'improvviso - racconta infatti la donna - sono stata trascinata in una stanza dove è iniziato l'interrogatorio». Un interrogatorio dai toni sempre più minacciosi: «Che fai in Italia; che fai in aeroporto e che cosa nascondi». E poi gli insulti: «Sei una mignotta, una sporca negra» e via dicendo. Amina, sempre più terrorizzata, decide di assecondare passivamente ogni richiesta della polizia. «Spogliati», e via gli abiti. «Spogliati completamente», e via le mutandine. «Ora allarga le gambe». Questa, dunque, la scena: la donna completamente nuda e con le gambe divaricate nella stazione della polizia aeroportuale di Ciampino. Poi arrivano due donne che, indossati i guanti in lattice, chiedono ad Amina di assumere una posizione adatta all'esplorazione anale e vaginale. Ma di fronte a quella richiesta la donna, per la prima volta si rifiuta. Chiede almeno che sia un medico a farlo. E giù altri insulti: «Ti spedisco in carcere», «come sei nera fuori lo sei dentro», «daremo i bambini all'assistente sociale». Passano quattro lunghe ore e fuori da quella stanzetta delle torture c'è ancora suo marito con i due nipotini. A quel punto la polizia decide di portarla in ospedale per completare meglio la perquisizione. Arriva una barella e Amina, ammanettata e coperta alla meglio da qualche telo dell'ambulanza, viene portata al Policlinico Casilino di Roma. Lì possono finalmente perquisirla per bene. Le fanno addirittura le lastre al torace e al ventre convinti di trovare qualche involucro di droga. Nulla, la signora Amina è pulita. Dopo nove ore di torture la donna è finalmente libera di tornare a casa, dai suoi nipotini e da suo marito. Ma oltre il danno, la beffa. Dopo qualche giorno arriva infatti la denuncia per resistenza a pubblico ufficiale. Lei, che aveva deciso di star zitta, abituata ai piccoli soprusi quotidiani - «ormai negli uffici pubblici ci sono due file: quella dei bianchi e quella dei neri» - si affida a Progetto diritti , l'associazione che fornisce assistenza legale agli invisibili delle nostre metropoli. «Sono stata umiliata - racconta Amina -. Io mi aspettavo delle scuse e invece ho scoperto di essere stata denunciata». Nel frattempo, nella tarda serata di ieri, quando ormai le agenzie erano tutte invase dalla notizia anche grazie al lavoro di linkontro.info , la polizia rilasciava la seguente dichiarazione: «Amina Sheikh Said, la donna somala che ha denunciato di aver subito maltrattamenti e ingiurie all'aeroporto di Ciampino, ha precedenti specifici per traffico di stupefacenti». Firmato Remo De Felice, dirigente dell'ufficio della polizia di frontiera aerea di Ciampino. Come dire, la polizia aveva tutto il diritto di "torturare" una donna con precedenti che, peraltro, si riveleranno del tutto infondati. Nello strano comunicato la versione dei fatti, però, cambia un po'. Le perquisizioni vaginali, per esempio, diventano «approfonditi accertamenti». Infine, la denuncia per calunnia e diffamazione da parte della stessa polizia di frontiera di Ciampino. Immediata la replica dei legali che smentiscono qualsiasi accusa: «La mia assistita non ha mai avuto precedenti come trasportatrice di droga nascosta in ovuli ingeriti». Reazioni sono arrivate anche dal mondo politico. Degna di nota, quella del sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto: «Non si tratta - ha dichiarato Crosetto - di una ingenua signora, ma di una persona nota per precedenti alle forze dell'ordine non solo italiane». Da cui la replica di Luigi Nieri, assessore al bilancio della Regione Lazio: «Le parole offensive e l'atteggiamento assunto da alcuni esponenti del Governo, e non solo, sta indubbiamente favorendo l'insorgere di fenomeni razzisti».

 

Oggi contro il razzismo manifestazioni a Roma, Caserta, Parma e Ancona - Stefano Galieni

Una giornata antirazzista quella di oggi, preludio ad una miriade di iniziative che si stanno organizzando nei territori e che cercano di costruire pratiche concrete di resistenza attiva alla xenofobia dilagante. Quattro le città interessate: Roma, Caserta, Parma ed Ancona, quattro ragioni diverse per riattraversare le piazze, stare insieme, rompere non solo simbolicamente quel confine artificiale che si è andato costruendo fra un "noi" autoctono e gli "altri" sempre più esposti a ricatti economici, legislativi, sociali e culturali eppure pronti a reagire e ad organizzarsi. L'appuntamento che si preannuncia quantitativamente più rilevante è quello di Roma, promosso dal "Comitato Stop razzismo", auto finanziato e costruito seguendo percorsi che hanno coinvolto molte città italiane. Un corteo partirà alle 14 da Piazza della Repubblica, sarà aperto da uno striscione unitario del comitato promotore e che sarà portato dagli amici di Abba (Abdoul il ragazzo vigliaccamente ucciso a Milano pochi giorni fa) e da un gruppo di immigrati provenienti da Castelvolturno, teatro della strage in cui hanno perso la vita 7 giovani colpevoli solo di avere la pelle più scura. Al corteo hanno aderito forze sociali e politiche (anche il Prc), numerose associazioni di migranti e antirazziste, parte del sindacalismo di base, artisti, intellettuali e realtà territoriali piccole e grandi. La manifestazione si concluderà con un concerto a piazza Madonna Di Loreto, ci saranno alcuni interventi dal palco da parte del comitato promotore, di un rappresentante degli immigrati di Castelvolturno e, forse, della sorella di Abba. Verranno lette, mentre si alterneranno i gruppi che suoneranno, le lettere di adesione di alcuni dei partecipanti. In mattinata parte invece da Piazza Garibaldi, a Caserta, la manifestazione preparata già da giugno e il cui significato politico è cresciuto mediaticamente con la strage di Castelvolturno. Mimma, del centro sociale "Ex Canapificio" uno dei soggetti promotori racconta di come la quotidianità della violenza, del razzismo e dello sfruttamento che si vivono in Campania, siano divenute chiare a livello nazionale sono dopo l'eccidio. «Bisogna venirci da queste parti e capire cosa significa emergenza lavorativa e abitativa, quanto si paga l'inferiorità giuridica di essere immigrato, rifugiato, richiedente asilo, illegale, o, molto più spesso overstayer (chi entra legalmente ma si trattiene oltre il tempo stabilito). Per questo apriremo il corteo con uno striscione contro tutti i razzismi e contro la camorra. La nostra piattaforma che ci farà restare in piazza tutta la notte e che farà durare 3 giorni la mobilitazione assume un forte carattere rivendicativo. Chiediamo impegni concreti dalle istituzioni locali e nazionali, vogliamo anche un incontro con Bassolino affinché non si gettino soldi per costruire nella nostra regione un CIE (i nuovi CPT)». Anche la manifestazione casertana, come quella romana ha raccolto e continua a raccogliere centinaia di adesioni, collettive e individuali, comprese quelle istituzionali di Comuni e Province, non è confluita in quella che si tiene quasi in contemporanea a Roma perché si è scelto di privilegiare il legame con il territorio, di parlare con le persone immigrate e autoctone che vivono negli stessi disagi. Vorrebbe essere, nelle intenzioni di promotori e partecipanti, una tappa utile per costruire un "patto di solidarietà" fra lavoratori immigrati e italiani, considerando che le condizioni di sospensione dei diritti in cui vivono i primi e che portano a lavoro nero e salario da fame si ripercuotono con violenza anche e contro gli autoctoni. A Parma si è invece scelta la forma del presidio, che potrebbe trasformarsi in corteo e che parte alle 15.30 da una omonima Piazza Garibaldi. Oltre alle forze democratiche e al Comitato Antirazzista, si conta molto sulla partecipazione dei compagni di scuola di Emanuel, il ragazzo ghanese pestato e umiliato dalla locale polizia municipale. Soprattutto nelle scuole sembra che l'aggressione abbia destato una forte indignazione che potrebbe tradursi in una partecipazione più numerosa del previsto. Ad Ancona l'appuntamento è per le 17, in Corso Carlo Alberto, davanti alla parrocchia che è ormai luogo di incontro dei cittadini migranti che risiedono nel capoluogo marchigiano. Adesioni dai sindacati e dal mondo cattolico e partecipazione delle realtà radicali come l'"Ambasciata dei Diritti delle Comunità Resistenti" che saranno presenti con una propria piattaforma. Il percorso sarà scandito, come nelle antiche processioni da 4 fermate con interventi, di una ragazza immigrata, di un lavoratore sindacalizzato, di una mediatrice culturale e di un ragazzo della "seconda generazione". Al termine interverrà Nazareno Guarnieri dell'associazione "Rom e Sinti insieme". Rifondazione, come altre forze della sinistra, ha aderito a tutti e 4 gli appuntamenti, in alcuni casi è fra i promotori e organizzatori, in altri si è offerta come soggetto partecipante. Stavolta la presenza di 4 piazze distinte non è sinonimo di divisione ma di ricchezza, di pluralità di approcci, del bisogno di radicarsi nella realtà in cui si vive per poi ritrovarsi, possibilmente tutti insieme, nella consapevolezza che ad essere messa a rischio, ad ogni aggressione, privata o istituzionale, non è solo la vita di chi la subisce ma anche la tenuta della nostra comune democrazia.

 

Sicurezza sul lavoro. La Cgil: “Giù le mani dal testo unico” – R. Farneti

Prima si sono recati all'obitorio dell'ospedale Careggi di Firenze poi, con gli occhi gonfi di lacrime, sono stati condotti a Barberino del Mugello, in quel maledetto cantiere che si portato via per sempre i loro familiari. «Non è giusto morire così», esclama affranto Giovanni Ienno, cognato di Gaetano Cervicato, 45 anni, uno dei tre operai morti sul colpo giovedì scorso, dopo un volo di quaranta metri provocato del cedimento improvviso della piattaforma posta in cima a uno dei giganteschi piloni utilizzati per la costruzione della Variante di Valico della A1. Giovanni Mesiti, 49 anni, di Locri (Reggio Calabria) e Rosario Caruso, 26 anni, di Sinopoli (Reggio Calabria), i nomi delle altre due vittime. All'origine della tragedia potrebbe esserci un bullone difettoso o fissato male, secondo quanto emerso dalle rilevazioni effettuate ieri dai vigili del fuoco di Firenze. Ma il problema di fondo è sempre lo stesso: la diffusa tendenza delle imprese ad anteporre il profitto alla tutela della salute di chi lavora. I sindacati hanno reso noto ieri che la "Toto costruzioni", datrice di lavoro di due degli operai morti, è l'unica azienda a non aver firmato il protocollo per la sicurezza predisposto dalla prefettura di Firenze. Non basta: la Toto aveva di recente avanzato la richiesta di turni di lavoro di 12 ore. Immediata la reazione di Cgil Cisl e Uil. Martedì prossimo tutti i cantieri italiani si fermeranno per un'ora ad eccezione della Toscana, dove lo stop dei lavoratori edili sarà di otto ore e sarà accompagnato da un'ora di sciopero generale regionale. Sempre in Toscana, i lavoratori di Rfi hanno incrociato le braccia per tre ore per chiedere maggiore sicurezza dopo il nuovo incidente sul lavoro avvenuto la scorsa notte alla stazione di Castello, sulla Firenze-Prato. A perdere la vita è stato Alessandro Marrai, travolto in pieno da un carrello che si muoveva per spostare le merci. Un suo collega, Alfio Bardelli di 52 anni, ha perso un piede che è stato tranciato dal veicolo. Ferite anche per il terzo operaio, Andrea Tomberli, 34 anni, che ha riportato contusioni su tutto il corpo e un trauma lombo-sacrale. Un altro sciopero per la sicurezza è stato proclamato per il 6 ottobre alla Lucchini di Piombino (Livorno). Nei primi nove mesi del 2008 in questa azienda sono avvenuti sette incidenti con feriti. Invece di fornire risorse e uomini per aumentare i controlli, la preoccupazione del governo è quella di ammorbidire le sanzioni previste dal Testo Unico sulla sicurezza, giudicate troppo pesanti dalla Confindustria. Il 7 ottobre il ministero del Lavoro ha convocato sindacati e rappresentanti delle imprese per verificare la possibilità di un avviso comune. «Noi della Cgil invece - spiega la segretaria confederale Paola Agnello Modica - continuiamo a chiedere la piena applicazione del Testo unico per la sicurezza e sottolineiamo che i tagli alla sanità rischiano di portare anche a una riduzione degli investimenti nei dipartimenti di prevenzione, addetti alla vigilanza». Agnello Modica punta il dito anche contro «il modello contrattuale presentato dalla Confindustria, che vuole ingabbiare la contrattazione di secondo livello, riducendo di fatto - afferma la segretaria confederale della Cgil - gli spazi di intervento sulle condizioni concrete di lavoro». Nel frattempo la strage prosegue. Ieri a Roma un giovane operaio è morto in un cantiere edile situato nel quartiere Cinecittà Est. Al momento dell'incidente la vittima era al lavoro all'interno di un ascensore in una struttura di due piani. Stessa tragica sorte toccata a Fabio Sovran, operaio edile di 33 anni. Sovran era al lavoro in una struttura a Istrago (Pordenone) quando è precipitato al suolo da un'altezza di circa otto metri, probabilmente per il cedimento di una lastra di eternit. Pochi chilometri più in là, all'ospedale di Pordenone, si spegneva la vita del camionista Carlo Corazza, 69 anni, ricoverato il giorno precedente, in gravissime condizioni, dopo essere rimasto schiacciato tra un camioncino e un muretto. Aveva 48 anni Piero Vezzoli, piccolo imprenditore edile di Porlezza, in provincia di Como. Ieri Vezzoli, insieme a un collega, era impegnato nello spostamento di una gru in un cantiere di Carlazzo (Como) quando si è improvvisamente spezzato il cavo d'acciaio che la teneva legata a un camion. La gru si è abbattuta sull'uomo, ferito in modo molto grave. Vezzoli è stato trasportato all'ospedale di Menaggio dove è morto tre ore più tardi. E' infine in gravi condizioni all'ospedale maggiore di Bologna un operaio di 52 anni rimasto ferito in un incidente avvenuto in un cantiere edile a Pianoro, nel bolognese, in località Botteghino di Zocca. Dalle prime informazioni, l'uomo sarebbe rimasto schiacciato sotto un muletto, che si è capovolto.

 

«Questo capitalismo lucra anche su lavoro e vita» - Claudio Jampaglia

Christian Marazzi è un mite economista e sociologo che insegna alla "Scuola universitaria professionale della svizzera italiana". E' noto per diversi libri ("Il posto dei calzini", "E il denaro va...") e anche per una partecipazione di molti mesi orsono a "l'Infedele" di Gad Lerner in cui ragionando di crisi aveva anticipato alcune difficoltà finanziarie per il colosso elvetico Ubs. Apriti cielo. Fu accusato di disfattismo bancario, quasi un crimine in Svizzera. Adesso, però, che succede esattamente quello che lui andava dicendo, nessuno gli ha chiesto scusa. Noi gli chiediamo, invece, cosa sta succedendo e la sua lettura è in controtendenza e si rivolge alla sinistra. Stretta creditizia, crisi di liquidità, bilanci pieni di titoli "tossici", sembra che il sistema che tu hai chiamato del "bio-capitale" si sia gravemente ammalato... Sta succedendo, a mio modo di vedere, che quello che alcuni avevano chiamato capitalismo manageriale o azionario ed altri una sorta di bio-economia, questo capitalismo degli ultimi 20 anni in breve, sta dimostrando tutta la sua fragilità. Il punto non è tanto la ristrettezza di liquidità o di capitali nel sistema. Ce n'é. E comunque le banche centrali sono impegnate ogni giorno a mantenere la liquidità. Il punto è che c'è anche una totale sfiducia nel mondo finanziario e bancario. Per le operazioni correnti le banche non hanno più la possibilità di far ricorso l'una all'altra. Nessuno sa più cosa abbia in bilancio la banca della porta accanto. Non si fidano più. E questo è ciò che collega la crisi finanziaria all'economia tout court. E da questa situazione la recessione non può che essere amplificata. E come ne esce il capitalismo? Cominciamo a dire come possiamo immaginare che ne esca... Dipende da come si definisce questo nuovo capitalismo finanziario. In generale, e questo vale soprattutto per la sinistra, tutte le colpe della crisi vengono addossate alla perversione della finanza e alle scelte che non privilegiano gli investimenti per l'innovazione, per l'occupazione. Alla finanziarizzazione si imputa cioè di aver prodotto solo rendita finanziaria e non crescita economica, reiterando quella divisione tra economia reale, da una parte, ed economia finanziaria e monetaria, dall'altra, che io credo appartenga ormai al '900. Le coordinate della crescita capitalistica dagli anni '70 stanno proprio in un nuovo rapporto tra macchine e lavoro vivo e il sentiero del capitale è stato quello, metaforicamente parlando, di uscire dai cancelli della fabbrica e andare a succhiare sempre più valore nelle classi sociali, nella società tutta. In tutto il suo spazio, in tutto il suo tempo. E' questa la bio-economia? E' la vita, i saperi, la cooperazione sociale e spontanea, tutto ciò che è nella sfera della circolazione della vita, come fonte di valore. La finanziarizzazione fa parte di questo processo. E la rendita finanziaria è la faccia monetaria di un valore captato nel corpo vivo della società. Cooperazione, disponibilità, creatività messe a valore. La vita ha preso il posto della terra, direbbero i fisiocratici (si riferisce al movimento di pensiero del XVIII secolo che sosteneva il valore dell'agricoltura rispetto a quello del commercio o della produzione, N.d.R.). E in questo c'è un divenire rendita del profitto e forse anche un divenire rendita del salario. Il destino dei lavoratori è stato legato a quello del capitale attraverso fondi pensioni e svuotamento del lavoro stesso. Tutto ciò è evidente negli Stati Uniti dove gli effetti ricchezza sono divenuti estremamente diseguali. Il salario è rimasto fermo, si è destabilizzato, de-standardizzato, precarizzato. Il lavoro non riesce più a produrre per stimolare la crescita, ma il capitalismo ha sviluppato enormemente il credito al consumo per sostenere la domanda e la crescita. Senza consumi non si cresce e la leva che ha colmato il gap tra salari e plusvalore prodotto è diventato il credito. La leva finanziaria è così entrata dentro la domanda di consumo. Ed ha funzionato fino all'anno scorso. E credo che per capire lo sbocco di questa crisi bisogna capire cosa c'è di nuovo nel capitalismo finanziario. Nella bio-economia è centrale però la differenza tra chi sa e chi no, tra chi partecipa alla classe finanziaria e chi la subisce. Queste asimmetrie di conoscenza, di potere, stanno cadendo? Aiutano a svelare? Il sistema è bugiardo di per sé. E' una classica asimmetria di crescita. Lo spiega bene Foucault, il potere deve produrre sapere, detenerlo e anche estirparlo dalla gente. I mercati funzionano per ondate di convenzioni: internet, la Cina, l'immobiliare hanno prodotto movimenti di opinione pubblica storicamente determinati a dirottarsi sugli oggetti del desiderio-investimento. Internet e la new economy negli anni '90, la Cina come paese emergente a cavallo del XX secolo e poi la convenzione immobiliare come nuova frontiera. Le convenzioni non sono mai vere, ma sono reali. Producono. Dentro la finanziarizzazione non c'è solo carta. C'è crescita. La new economy ha permesso di cablare tre quarti del pianeta. E quando è scoppiata la crisi delle dot.com le reti sono stati vendute a prezzi stracciati. L'entrata dell'India nel club dei paesi ad alto tasso di sviluppo è avvenuta proprio in questa fase: si sono comprati le reti e ci hanno investito e lavorato. Il caso immobiliare, quello attuale, è ancora più interessante. Le case negli Stati Uniti sono state costruite, non sono finte, ma poi chi ha avuto la casa dai mutui subprime, l'ha persa, portandosi via gli infissi o smontando le piastrelle. Ecco, quello che fa saltare la finanza secondo me è la differenza tra diritto di proprietà sociale e proprietà privata. Qual è la differenza tra le case popolari fatte con soldi pubblici con piani sociali e lasciare al mercato di costruire più case? Il mercato sa costruire, ma non sa socializzare. E su questo prima o poi cade. C'è una sorta di comunismo del capitale che non ha trovato e che non troverà mai un assetto adeguato proprio dal punto di vista proprietario. Stai parlando alla sinistra? C'è qualcosa che non va nell'analisi? Quello che vedo non riusciamo a digerire è questo elemento espansivo della finaziarizzazione che ci obbliga a pensare a forme di lotta in cui siamo costretti a rimettere in discussione i capisaldi come il concetto di proprietà. Se c'è solo l'individualismo proprietario o patrimoniale, che sembra essere la nuova definizione del homo economicus post-fordista, come facciamo politicamente e anche organizzativamente a riproporre la proprietà sociale, quella collettiva, il pubblico in generale o il comune? Val anche per il sapere collettivo, le relazioni sociali e così via, tutto quello che noi produciamo e siamo nella bio-economia. In fondo siamo ancora ai "commons "del '600 inglese, le terre recintate che hanno dato il via alla proprietà e al capitalismo. Siamo di nuovo ai fisiocratici. E la finanziarizzazione permette di creare nuovi recinti, di creare scarsità dentro l'abbondanza. Per questo contesto, ad esempio, che ci sia mancanza di liquidità nel sistema, come non c'è mancanza di alloggi. L'unica cosa scarsa in questo sistema sono i diritti sociali. E dal punto di vista macroeconomico quali sono le tue previsioni? Posso solo rispondere con i dati che emergono giorno per giorno. Gli indici sono molto negativi in Usa come in Europa. E' la recessione. Ma vedo anche un serio rischio di stagflazione. Ci sono segnali di diminuzione dei consumi, ma il raddoppio del deficit pubblico americano ci pone un interrogativo senza precedenti. Pur tutelato e difeso da tutte le banche centrali può reggere ancora e quando? Qualsiasi altra moneta sarebbe crollata. Al momento, anche se l'interscambio con l'Ue è maggiore, la Cina non ha mollato gli Usa. E' un mercato troppo importante e ricco. Ma siamo vicini al momento in cui potrebbero dirottare sull'Europa i loro interessi e quel punto chi sostiene il dollaro? E cosa faranno gli operatori del petrolio e con loro di tutti i beni e di tutti i mercati valutati in dollari, si lasceranno trascinare nella svalutazione? Non credo. Agiranno. In America molti commentatori scommettono sulla fine della "superclass" del 1% dei decisori e detentori di capitale finanziario e sul ritorno della middle-class. Altri scommettono sui paesi emergenti... Che ci sia una forte crescita, nei limiti ambientali, del ceto medio dei paesi emergenti è vero. Il modello americano però non è duplicabile, si può solo redistribuire, cioè spostare dei super-consumers da una paese all'altro. Ma io vedo l'altra faccia del discorso. Quello del siamo tutti sulla stessa barca. La chiamata a stringere tutti la cinghia. Mi ricordo Greenspan nei primi anni di questa turbolenza dire che bisognava affrontare assolutamente la questione dei salari. Lo hanno detto un po' tutti. Ma da 20 anni i lavoratori sono sotto scacco, dalla condizione di negoziazione al quadro legislativo e fiscale per arrivare a salario e potere d'acquisto. E adesso ci chiedono unità e sacrifici. Sta alla sinistra ricostruire un modo e un percorso perché ci sia un cambio politico in questa fase di tensione e di conflitto. Io credo che sia necessario uscire dall'ottica salariale e creare un'ottica di rendita sociale. Ciascuno di noi produce una ricchezza non solo monetaria, nella società. Dovremmo conoscerne la messa al valore e ragionare sulla proprietà sociale, sui diritti sociali. E' difficile. Vuole dire smuovere le proprie certezze. Ma è necessario.

 

No Dal Molin: così Vicenza sfida il Leviatano - Olol Jackscon*

La decisione del Consiglio di Stato di bloccare la consultazione popolare ribalta, per la seconda volta, le decisioni del Tar del Veneto, che già aveva stigmatizzato la legittimità dell'iter autorizzatorio e i rischi ambientali derivanti dalla costruzione di una nuova base Usa. La lettera di Berlusconi al sindaco di Vicenza, che ha definito la consultazione "gravemente inopportuna", così come i toni del Commissario governativo Paolo Costa, che ha definito "antidemocratica" la consultazione, ricollocano al giusto livello tutta la questione. Ovviamente questo fa a pugni con il goffo tentativo di Prodi, nel suo tristemente famoso "editto bulgaro" del 16 gennaio 2007, di derubricare a mero "problema urbanistico locale" il progetto Dal Molin. L'impossibilità di gestire politicamente questa scelta sciagurata ha portato sia il governo Prodi che l'attuale a voler imporre manu militari il Dal Molin ai vicentini. Dalle armi della dialettica alla dialettica delle armi. A Vicenza si gioca una partita difficile quanto suggestiva, proprio perché allude al conflitto irrisolto tra democrazia formale e democrazia reale, nel rapporto tra centro e periferia e tra rappresentanti e rappresentati. E non è possibile sorvolare sul fatto che tutto questo accada in un Nord Est attraversato da tensioni che sono state linfa vitale per la riapertura di una discussione sul federalismo. Se da un lato abbiamo le pagliacciate dei druidi padani, dall'altro c'è una comunità che afferma materialmente il proprio diritto alla partecipazione, arrivando a confliggere direttamente con il Leviatano, che qui si rappresenta, per dirla con Nietzsche, come "gelido mostro", nella sua forma più autoritaria e centralista. Nella rivendicazione "dell'esercizio della ragione", per usare la felice intuizione di Carlo Cattaneo, si trova l'essenza della mobilitazione. A Vicenza si è rotto il contratto sociale, i cittadini hanno deciso di riappropriarsi di quella sovranità altrimenti ceduta all'unità trascendente che è lo Stato. Insomma, Vicenza versus Hobbes e Rousseau. Una bella sfida. Quella sul Dal Molin è quindi una battaglia che può fungere da stimolo a quei tanti che, ancora oggi, si ritrovano sospesi tra la nostalgia del non più e la paura del non ancora. Vicenza è già oltre.

*del Presidio Permanente No Dal Molin - Vicenza

 

«E' una legge politica, non fiscale. Ed ucciderà scuola e sanità»

Gemma Contin

Sul tema del federalismo fiscale Liberazione ha intervistato Luigi Nieri, assessore al Bilancio della Regione Lazio. Quali sono le "novità" nella nuova "bozza Calderoli" votata dal Consiglio dei Ministri? Il testo Calderoli ha ricalcato largamente quello proposto nella precedente legislatura. Tuttavia, vi sono due punti di fondamentale differenza rispetto a quel testo: l'introduzione dirompente, non solo sul piano finanziario, dell'istruzione tra le funzioni fondamentali attribuite alle Regioni; e il saccheggio dell'Irpef attraverso riserve di aliquote. Il che significherebbe trattenere sui territori regionali quote significative di gettiti Irpef. Dunque maggiori risorse per le regioni ricche rispetto a quelle povere. Insomma, la Roma ladrona della Lega continuerebbe a chiedere le imposte, che però potranno essere spese anche allegramente dalle regioni, specie da quelle più ricche. Lei su cosa è d'accordo? Bisogna distinguere tra impianto formale e impianto sostanziale del federalismo fiscale. Non può che esserci accordo, come di fatto è stato, su un federalismo che nel suo impianto formale si presenta solidale, prevedendo l'istituzione di fondi che perequano le risorse tra le diverse regioni. Ma ad essere ancora del tutto incompresi sono gli effetti dell'impianto sostanziale del federalismo fiscale: in primis gli effetti finanziari, ancora oscuri, perché la discussione del testo è avvenuta al buio di tali effetti. Inoltre, è ancora ignoto il costo standard per le prestazioni fondamentali in sanità, istruzione, assistenza. E cosa respinge invece della proposta leghista? Intanto, è il caso di ricordarlo, non di proposta leghista si tratta. Quella era un'altra: disastrosa sul piano politico e finanziario, ma con l'onestà di rendere immediatamente leggibile la sua finalità dissolutoria dello Stato italiano. Quella attuale è invece ancora non misurabile nei suoi effetti complessivi, e sicuramente da respingere in almeno un punto: l'attribuzione alle Regioni dell'istruzione. Ciò comporterebbe un impegno politico, finanziario e amministrativo enorme. La devoluzione alle Regioni della spesa per l'istruzione non avrà alcun effetto sull'autonomia riconosciuta dalla Costituzione alle istituzioni scolastiche. Si apre però la possibilità di una diversa distribuzione nella fornitura del servizio tra scuole pubbliche e private. Magari riducendo i costi del personale nelle scuole pubbliche per destinare risorse alle scuole private. Un vero colpo di mannaia per la scuola già mortificata dalla riforma Gelmini. In concreto che cosa comporta il federalismo fiscale? Come già detto ci potrebbero essere effetti negativi sull'attuale assetto della scuola pubblica. Vi è poi, in generale, la questione del livello essenziale delle prestazioni fondamentali e della definizione dei costi standard: entrambe rimandate alla fase dei decreti attuativi. Al momento si tratta di concetti vuoti, sui quali si è costruita la mitologia dell'efficienza amministrativa che si attende dal federalismo fiscale. Cosa potranno dare di più le Regioni con l'autonomia impositiva e cosa dovranno chiedere in termini di prelievo fiscale? Non si avrà un effettivo spostamento nel prelievo dal livello centrale a quello locale, perché le prestazioni fondamentali rimarranno sostanzialmente a carico della finanza centrale. Il problema potrebbe semmai essere di sufficienza delle risorse per alcune regioni, dal momento che lo schema di legge prevede l'attribuzione a queste di significative quote dell'Irpef, che inevitabilmente saranno ampie per le regioni ricche e modeste per le regioni povere. Come funziona il fondo solidale? Il disegno di legge delega definisce un duplice principio di perequazione (ossia di solidarietà): le funzioni fondamentali dovranno essere finanziate integralmente sulla base di indefiniti livelli essenziali delle prestazioni in sanità, istruzione, assistenza, e dovranno essere valutate sulla base del costo standard. Mentre il finanziamento delle spese libere e residuali delle Regioni dovrà avvenire attraverso i tributi propri e il parziale ricorso alla perequazione. Il problema, ribadisco, è dunque quello della misurazione dei livelli essenziali delle prestazioni fondamentali e dei fantomatici costi standard. Cosa significa passare dalla "spesa storica" a questi costi standard? Sinora il finanziamento della sanità è avvenuto sulla base della spesa storica, ma con ridimensionamenti e vincoli che hanno avuto il massimo rilievo con l'attuazione dei piani di rientro dai deficit sanitari, con l'intento di ricondurre la spesa sanitaria al riequilibrio con le risorse disponibili. Il caso della Regione Lazio è da questo punto di vista emblematico: con il piano di rientro si è dovuto attuare un percorso di eliminazione del debito di dieci miliardi costruito dalla gestione affaristica del governo di destra (giunta Storace, ndr). Il federalismo fiscale introduce ora un nuovo principio: le prestazioni, in sanità come in istruzione e per l'assistenza, dovranno essere ancorate a un livello essenziale, cioè minimo ed omogeneo sul territorio nazionale, e il loro costo dovrà essere valutato in base a uno standard uniforme. Intorno al costo standard si è intanto costruito il mito della virtuosità dei comportamenti amministrativi. Ma nessun economista, e aggiungerei nessuna persona di buon senso, ha idea di cosa possano essere, salvo Calderoli, e salvo alcune regioni settentrionali che invece ritengono il costo standard pari alla loro spesa procapite, ad esempio in sanità. E dal momento che la loro è più bassa, sarebbe anche la più efficiente. Ma è falso: perché la minore spesa non è detto che sia sinonimo di efficienza e qualità del servizio. E poi il costo della sanità, come dell'istruzione, dovrà tenere conto di fattori specifici relativi alle diverse dotazioni infrastrutturali in sanità e istruzione esistenti nelle diverse regioni italiane: perché ospedali e scuole in difficoltà, specie al Sud, implicano costi maggiori e conseguenti inefficienze. Che pensa dell'ultimo emendamento su Roma Capitale? Conferma che ci troviamo di fronte a un federalismo più politico che fiscale. Con il federalismo si accontenta la Lega, si trovano i bonus per Roma e Catania e si accontenta ulteriormente An con il provvedimento su Roma Capitale. Un colpo al cerchio e uno alla botte. Avere introdotto questa modifica al ddl sul federalismo fiscale dopo l'accordo con le Regioni e gli Enti locali è uno sgarbo istituzionale senza precedenti. A colpi di accetta stanno smontando pezzo dopo pezzo l'assetto democratico e istituzionale del Paese.

 

A Ratzinger la pillola non va giù. E rinnova la condanna di 40 anni fa - Fulvio Fania

Città del Vaticano - Peccato che neanche i cattolici ci capiscano un granché. Peccato che non «comprendano il messaggio della Chiesa» per «difendere la bellezza dell'amore coniugale» e continuino invece a pensare che ingerire la pillola anticoncezionale o usare il preservativo non sia poi un delitto contro natura ed anzi sia perfino consigliabile. A quarant'anni dall'enciclica di Paolo VI Humanae vitae , papa Ratzinger rinnova la condanna degli anticoncezionali. Ma in fondo ammette che anche «molti fedeli» non capiscono certe condanne e quindi disobbediscono. Il teologo Ratzinger non si fa tentare da ripensamenti a proposito di quella discussa enciclica di cui una parte delle stesse gerarchie avrebbe fatto volentieri a meno. E tra costoro ci fu addirittura il cardinale Albino Luciani che sarebbe poi diventato papa. A distanza di tempo Benedetto XVI non nutre dubbi. «Gli atti propri ed esclusivi dei coniugi» hanno per fine la procreazione; «escludere questa dimensione comunicativa» sarebbe «negare la verità intima dell'amore sponsale»; l'eros - già riabilitato da questo papa- non ha però altra sede legittima che il talamo nuziale e altro scopo che mettere al mondo figli. E' vero - riconosce Benedetto XVI - che ci sono «circostanze gravi» in cui la prudenza consiglia di «distanziare le nascite o addirittura sospenderle» ma in questi casi i coniugi facciano attenzione al calendario e seguano i ritmi del ciclo femminile. Insomma, non resta loro che la «conoscenza» dei metodi naturali e ai medici il compito di affinarne lo studio. Altrettanto vale per la cura della sterilità, escludendo decisamente la fecondazione in vitro. Ratzinger è tornato sull'argomento in un messaggio inviato al congresso per l'anniversario della Humanae vitae , organizzato dall'Università cattolica di Roma. Neppure un cenno all'argomento connesso dell'uso del profilattico per prevenire le malattie, neanche nel caso frequente soprattutto in Africa di una coppia di coniugi di cui uno affetto da Aids. Il Papa affronta unicamente il tema dell'amore procreativo e coniugale. Il congresso della Cattolica capita apposta per rilanciare l'offensiva. E' accorsa anche la sottosegretaria Eugenia Roccella. Il cardinale Carlo Caffarra, introducendo i lavori, ha dovuto tuttavia ripercorrere 40 anni di opposizione e di scarso consenso alle tesi della "Humanae vitae". L'arcivescovo di Bologna distingue due periodi. Le polemiche dei primi vent'anni erano incentrate soprattutto sulla «praticabilità» della norma, troppo impegnativa per la vita quotidiana. Più recentemente, secondo Caffarra, il dissenso ha investito la «verità» stessa della "Humanae vitae" proprio in un'epoca in cui la tecnica offre ulteriori possibilità di separare il sesso dalla procreazione. E questa intrusione della "tecnica" è nuovamente condannata da papa Ratzinger.

 

Volenterosa e populista, Sarah Palin la sfanga contro il veterano Biden - Massimo Cavallini

Sarah Palin ha vinto - e vinto bene - il dibattito vice-presidenziale di giovedì notte. Lo ha vinto alla maniera del primo Rocky Balboa, restando in piedi fino all'ultimo round, di fronte ad un avversario che, come l'Apollo Creed del film, la sovrastava in tutto: classe, esperienza, forza fisica e, soprattutto, conoscenza delle tecniche di combattimento. Come Rocky Balboa, Sarah Palin ha finito il match con il volto tumefatto e strabattuta ai punti, ma - contro tutti i pronostici - ancora sulle sue gambe. E questo era, date le circostanze, il massimo che da lei ci si poteva pretendere. Sarah Palin ha vinto (e Apollo Creed-Joe Biden ha, di conseguenza, perso) perché quella che, spentisi i riflettori del ring, resterà scolpita nell'immaginario collettivo, è, in realtà, soltanto la sequenza finale. Ovvero: l'immagine sanguinante d'un uomo o, nel caso, d'una donna qualunque che ha sfidato perdendo, ma senza cadere, forze superiori. E che, ora, a nome di tutti gli uomini (e donne) qualunque, mostra al mondo le sue ferite, come una prova di dignità e di personale riscatto… O, almeno, questo è ciò che gli esperti d'immagine della campagna di John McCain (anch'essi indubbiamente impegnati in un impari match contro le forze superiori della catastrofica eredità del presidente in carica) sperano - con qualche ragionevole speranza di successo - di poter vendere al pubblico domani, sulla scia di quello che, proprio in virtù del "fenomeno Palin", o "palinmania", era stato preannunciato come il più atteso dibattito vice-presidenziale della storia degli Stati Uniti. L'aggettivo (o il participio passato) "atteso" ed il sostantivo aggettivato "dibattito vice-presidenziale" erano stati infatti a tutti gli effetti considerati, fino a ieri, se non assolutamente inconciliabili, quantomeno in netta contraddizione tra loro. A cambiare il senso d'un appuntamento di norma considerato tra i meno rilevanti della campagna presidenziale, erano tuttavia intervenuti, nelle ultime cinque settimane, molti ed inediti fattori. La scelta di Sarah Palin - da nessuno pronosticata alla vigilia della Convention repubblicana - aveva fatto d'acchito divampare, come un incendio nella prateria a fine estate, gli entusiasmi sopiti della "destra profonda" americana. Ed il disdegno con il quale - dal lato democratico - era stata accolta la discesa in campo della giovane governatrice dell'Alaska, non aveva fatto che attizzare ulteriormente l'incendio. In breve: l'apparizione sul proscenio di Sarah Palin - donna, fondamentalista cristiana, antiabortista madre di cinque figli, ex-seconda arrivata al concorso di miss Alaska, ex- sindaco di Wasilla (cinquemila abitanti) e, da due anni, semisconosciuta guida d‘uno Stato ultraperiferico che vanta poco più di 600mila abitanti - aveva risvegliato quella che nel politichese americano si chiama "cultural war", guerra culturale. O, più esattamente: aveva ridato un volto, una voce ed una storia in cui specchiarsi a quei "values voters" che, da gli anni di Reagan, sono lo "zoccolo duro" dell'elettorato repubblicano. E che mai, prima della Convention, erano riusciti a riconoscersi completamente in John McCain. Il discorso di accettazione della Palin era stato, in questo senso, una vera e propria apoteosi, la miccia d'una esplosiva frenesia mediatica che aveva all'istante, per entusiasmo o per curiosità, calamitato tutte le luci dei riflettori (da mesi puntati quasi esclusivamente su "Obama-superstar"). Il tutto con risultati (per i repubblicani ) straordinariamente positivi. A Conventions terminate, infatti, mentre la campagna presidenziale entrava, finalmente, nella dirittura finale, i sondaggi mostravano per la prima volta in testa proprio John McCain. Una, ed una sola, la ragione del sorpasso: l' "effetto Palin". O, più esattamente: la ritrovata capacità, in campo repubblicano, di identificarsi con l'uomo - o con la donna - della strada. Nel caso della Palin nel prototipo della "hockey mom", la mamma che porta i figli a giocare a Hockey - contrapposto agli spocchiosi intellettuali delle grandi metropoli ed agli odiosi boiardi della capitale altezzosa e corrotta. «Sapete qual è la differenza tra una hockey-mom ed un pitbull? Il rossetto», aveva detto Sarah al presentarsi di fronte ad un'adorante platea. E, subito, era stato un tripudio… Poi le cose sono cambiate. E sono cambiate tanto nella realtà - quella vera, della politica e della vita quotidiana - quanto in quella specifica imitazione di realtà che, dopo la Convenzione di St. Paul, s'era condensata attorno alla Palin ed al suo "effetto". Sulla prima (la realtà vera) è, notoriamente, calata la notte d'una crisi finanziaria dagli apocalittici riflessi. E nella seconda (la finzione del "Palin effect") si sono infiltrati - maligni e devastanti come i germi d'una epidemia - alcuni elementi di verità. Ben consci della vulnerabilità del mito, gli esperti di campagna di McCain, hanno, in queste settimane, fatto il possibile per mantenere Sarah sotto la classica campana di vetro. Ovvero: hanno fatto di tutto per preservarla dalla curiosità e dalle domande dei media. Ma non hanno potuto evitare un paio di catastrofici incontri ravvicinati. Intervistata prima da Charles Gibson della Abc, e poi di Kathie Couric, della Cbs, Sarah Palin ha offerto testimonianze d'incompetenza ed ignoranza che - condite da svarioni ed imbarazzanti silenzi - in nessuna strada d'America, foss'anche le più "profonde", potevano essere accettate senza un moto d'orrore. Ed ha in questo modo trasformato la sua immagine di ruvida, ma implacabile e genuina castigamatti di Washington, nella caricatura di se stessa. Con il risultato di veder precipitare, nel giro d'un paio di settimane, i suoi indici di popolarità. Ed è stata questa Sarah Palin - la macchietta del "pitbull con rossetto" uscita dalla Convention di St. Paul - quella che è arrivata al dibattito di giovedì sera. Per lei poteva essere l'atto finale. Un nuovo, clamoroso passo falso e - come già chiesto a gran voce da alcuni commentatori dell'America conservatrice - McCain avrebbe dovuto prendere in considerazione l'ipotesi di rimandarla in Alaska. Il tutto con un ovvio (per la Palin) risvolto positivo. Le attese erano, per lei, bassissime. Tutto quello che doveva fare per vincere era, per l'appunto, finire il match in piedi, evitare un nuovo, ineludibile K.O. mediatico. E lo evitato, di fronte ad un Joe Biden che, a sua volta, doveva fronteggiare un problema opposto. Ovvero: che doveva evitare ogni gaffe (inevitabilmente ingigantita dalla sua trentennale esperienza) ed ogni atteggiamento che la platea (i famosi uomini e donne della strada) potesse percepire come maramaldesco. Sarah Palin è stata, a suo modo, molto brava. Lo è stata fin dal primo istante, allorquando, prima ancora che il dibattito incominciasse, ha rinfrescato la sua immagine di "hockey mom" (o, ci si passi l'espressione, di donna del popolo), chiedendo a Biden se poteva chiamarlo "Joe". Ed è stata brava quando ha evitato di entrare nel merito di questioni a lei, evidentemente, pressoché ignote nonostante le ossessive ripetizioni di queste settimane. Che Sarah sapesse poco o nulla di economia e di politica internazionale, era cosa nota. E l'importante, per lei, era aggirare l'ostacolo, magari traballando, ma senza finire al tappeto come le era accaduto nel corso delle precedenti interviste. E c'è riuscita. Per lunghi tratta ha ricordato - volendo tornare ad una metafora cinematografica, questa volta tutta italiana - lo studente dell' "Ecce bombo" di Nanni Moretti: quello che, alla Maturità, incapace di rispondere a qualsivoglia domanda, fosse di latino o di filosofia, si lanciava, cavalcando un'onda tardo-sessantottesca, in penose disquisizioni sui "trent'anni di malgoverno democristiano". Si parlava della crisi dei "subprime"? Lei rispondeva ricordando come fosse tempo di far prevalere gli interessi delle hockey mom e dei "six-pack Joe" (per l'appunto l'uomo della strada) contro "la corruzione di Washington" e l' "avidità di Wall Street". Si parlava dell'Iraq? Lei accusava Obama di voler "issare bandiera bianca" contro i nemici dell'America. Il "dibattito" di Sarah Palin, favorito da blindate regole che impedivano ogni tipo di "follow-up", o di verifica delle risposte, s'è nutrito soprattutto di slogan e di luoghi comuni populisti, di "talking point" mandati a memoria. Gli effetti sono stati talora patetici, specie di fronte alla sobria competenza di Joe Biden (in quest'occasione molto più convincente di quanto fosse stato durante le primarie democratiche). Ma non è mai caduta. E questo può bastare. La conclusione? Giovedì sera l' "effetto Palin" - già in coma da alcuni giorni - è, infine, passato a miglior vita. Ma Sarah Palin la candidata vice-presidente è riuscita a sopravvivere. Ed ora la campagna, libera da ogni finzione, riprende il suo corso all'ombra d'una immanente catastrofe economica e d'un problema che, rivelato dall' "effetto Palin", con l' "effetto Palin" non s'è affatto estinto. Barack Obama - che gli ultimi sondaggi danno in crescita non travolgente ma costante - non è ancora riuscito (come già nella lunga maratona delle primarie contro Hillary Clinton) a colmare le distanze tra se stesso e l' "America profonda" dei bianchi poveri. L'idillio tra "six-pack Joe" e l'hockey mom Sarah Palin s'è interrotto. Ma quello con Obama non è mai cominciato. E questo potrebbe, il 4 novembre, fare la differenza.

 

La Stampa – 4.10.08

 

Crisi, la Camera Usa approva il piano

WASHINGTON - La Camera dei rappresentanti Usa ha dato il via libera al superpiano da 700 miliardi di dollari (più sgravi per 150 miliardi), per arginare la crisi dei mutui. Il piano è stato approvato con 263 voti a favore e 171 contrari. La maggioranza necessaria era di 218 voti. Nelle prossime ore la legge verrà firmata dal presidente George W. Bush. Una prima versione del piano era stata bocciata a sorpresa lunedì dalla stessa Camera. Mercoledì sera, ad ampia maggioranza, il Senato aveva dato il via libera ad una nuova versione del progetto. Il presidente della Fed, Ben Bernanke si dice «molto soddisfatto» per l'approvazione del piano, «una pietra miliare verso la stabilizzazione dei nostri mercati finanziari e la garanzia di un flusso di credito ininterrotto alle famiglie e alle imrpese». George Bush ha immediatamente ringraziato i capi dei partiti politici per aver approvato il provvedimento che «ha impedito che la crisi del credito avesse un più ampio impatto sulla popolazione» anche se - avverte l'inquilino della Casa Bianca - «ci vorrà del tempo» prima che la legislazione approvata possa avere pieno impatto sull’economia americana. Ma il via libera del Congresso al piano Paulson non basta: la paura di una possibile recessione pesa di più. E così Wall Street chiude in rosso, con il Dow Jones che cede l’1,52% a 10.323,63 punti (-159,22 punti), il Nasdaq che scende dell’1,48% a 1.947,39 punti, mentre lo S&P 500 lascia sul terreno l’1,33% a 1.099,43 punti. L’ottimismo che ha accompagnato il giorno del via libera definitivo al maxi-piano Paulson e la speculazione di chi scommette che il taglio dei tassi della Bce sia dietro la porta ridanno invece la carica alle Borse europee. Tanto che i listini, dopo una mattinata in sordina, hanno accelerato al traino di Wall Street, archiviando la settimana con un saldo positivo. L’Europa intanto cerca il compromesso per fronteggiare la crisi finanziaria mentre si attende col fiato sospeso il voto americano sul maxi-piano di salvataggio ormai salito a 850 miliardi di dollari. Nel vertice tra Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna in programma a Parigi  i governi del G4 si preparano a trovare una difficile intesa sulle misure da adottare. Nonostante le distanze emerse le quattro economie dovranno comunque cercare un’intesa comune. Divergenze sono emerse nei giorni scorsi sulla proposta di creare un fondo da 300 miliardi di euro per salvare le banche in difficoltà. Proposta bocciata dalla Germania e attribuita alla Francia, che però ha smentito di averla avanzata. A far discutere c’è anche la decisione dell’Irlanda di assicurare tutti i suoi depositi bancari. L’iniziativa è molto mal vista dalla Gran Bretagna che teme una fuga di capitali verso l’Irlanda. Ieri Londra ha deciso di aumentare le garanzie sui depositi fino a 50 mila sterline, pari a 64 mila euro. Anche il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, che domani parteciperà al vertice, ha fatto capire che le misure prese da Dublino creano malumore in Europa. «Dobbiamo fare di tutto per preservare l’unità degli europei», ha sottolineato il numero uno dell’Eurotower in un’intervista, insistendo sulla necessità che il piano Usa venga approvato. Intanto il primo ministro francese, Francois Fillon, torna alla carica: il mondo è «sull’orlo dell’abisso» e va assolutamente avviata un’azione collettiva. Fillon ha ribadito che il suo governo non esclude alcuna soluzione per evitare la bancarotta delle banche ed è pronto a intervenire, se necessario. L’idea di un fondo di salvataggio per le banche europee, accarezzata dall’Eliseo nei giorni scorsi, è stata accantonata ma il presidente francese Nicolas Sarkozy punta a misure alternative per evitare i crac bancari. Ieri l’ufficio statistico ha diffuso le previsioni di crescita rilevando che l’economia francese è entrata in recessione: si stima che il pil dovrebbe segnare un’ulteriore contrazione dello 0,1% nel terzo e quarto trimestre dopo il calo dello 0,3% del secondo. La Bce insiste sul fatto che bisogna distinguere tra gli interventi dei governi e l’indipendenza dell’istituto centrale. Per Lorenzo Bini Smaghi, membro italiano del comitato esecutivo dell’Eurotower, è giusto correre in soccorso delle banche in crisi, ma senza seguire il modello statunitense, almeno quello iniziale. «Diventando azionista della banca - ha spiegato in un articolo pubblicato su un quotidiano nazionale - lo stato può rimuovere il management ed il consiglio di amministrazione se lo ritiene responsabile delle difficoltà. Dopo il salvataggio e la ristrutturazione, la banca può essere rimessa sul mercato generando anche plusvalenze. Non vengono così penalizzati né i contribuenti né i risparmiatori».

 

Unicredit, domani cda straordinario

ROMA - Il consiglio di amministrazione di Unicredit si riunirà domani pomeriggio in via straordinaria. Lo si apprende da fonti vicine alla banca. Il consiglio dovrà decidere operazioni straordinarie con l’obiettivo di un rafforzamento del capitale. «Si lavora sulle possibili opzioni sul tavolo, poi sarà al cda decidere», hanno spiegato le fonti. Tra le varie opzioni c’è anche quella del pagamento del dividendo sotto forma di azioni proprie, opzione che viene definita «verosimile». «Domani si discuterà, perchè al management compete proporre una serie di opzioni, al cda compete decidere», precisano fonti vicine alla banca. «L’ottica - aggiungono - è quella di dare alla banca una struttura patrimoniale più robusta e solida, visto anche quello che è accaduto in Borsa. Bisogna dare alla banca la struttura più solida e robusta». Il traguardo fissato è quello di raggiungere per fine anno l’obbiettivo di un Core Tier1 al 6,2%, «sicuramente non sotto».

 

Aids, 100 anni fa il primo virus

Il virus dell'Hiv è in circolazione da almeno 100 anni. Uno studio di genetica pubblicato sulla rivista Nature rivela che l'origine del virus può essere collocata tra il 1884 e il 1924. Un periodo di tempo molto più lungo rispetto a quanto creduto finora dagli studiosi, che sostenevano che l’origine della malattia fosse riconducibile attorno al 1930. Il virus dell'Hiv venne ufficialmente riconosciuto come problema per la sanità pubblica nel 1981, due anni prima della sua identificazione da parte dei professori Luc Montagnier e Robert Gallo. Dal 1981 a oggi, l'Aids ha ucciso più di 28 milioni di persone e, stando agli ultimi dati diffusi dall’Onu, circa 33 milioni di persone sono attualmente affetti dall'Hiv. “Questi nuovi risultati non rappresentano una svolta enorme, ma indicano che il virus era in circolazione da più tempo di quanto si pensasse”, attacca Michael Worobey, professore dell'Università dell'Arizona, uno degli autori della ricerca. Gli studiosi ritengono che la diffusione del virus coincida con la crescita delle città africane, avvenuta durante quello stesso periodo, indicando nello sviluppo urbano il fattore che ne avrebbe favorito nascita e diffusione. Gli scienziati, infatti, sono convinti che l'Hiv sia una variante di un virus dello scimpanzé, trasmesso all'uomo con la caccia e il consumo in Africa di carne infetta.

 

E la Lega ingoia l'ultimo rospo - AMEDEO LA MATTINA

CAPRI - Per la Lega è l’«happy day» del federalismo fiscale, approvato a Roma in mattinata dal Consiglio dei ministri. Un giorno felice sporcato dalle accuse di «baratto», di un «do ut des» tra l’agognato provvedimento e il fiume di soldi riversato a Catania, Roma e Lazio. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni arriva al convegno dei giovani di Confindustria ed è soddisfatto di un risultato lungamente inseguito dalla Lega. Tuttavia, seduto in prima fila dopo essere stato intervistato da Mentana, deve subire gli strali di Roberto Formigoni. Il governatore della Lombardia, in collegamento da Milano, dice che proprio nel giorno in cui si stabilisce il «sacrosanto» principio di responsabilità degli amministratori, il governo fa «certe regalie», accendendo «la miccia della rivolta di tutti i Comuni che hanno amministrato bene». Formigoni è impietoso e guasta la festa alla Lega: «Nel momento in cui il governo a fatica riconosce dei soldi che erano già delle regioni, cioé 434 milioni di euro, vengono fatti dei versamenti a fondo perduto a Catania per 140 milioni e a Roma per 500. C’é qualcosa che non funziona nei collegamenti all’interno dei ministeri, c’è qualche corto circuito». Maroni, seduto accanto alla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, è una statua di sale. Sul palco annuiscono i sindaci di Firenze e di Salerno, Domenici e De Luca, e il presidente della Puglia Vendola. Il governatore della Sicilia Raffaele Lombardo, chiamato in causa per la sua Catania del quale è stato vicesindaco, è invece visibilmente nervoso e contrariato. Anche perché nel nuovo testo del federalismo fiscale è saltato il riconoscimento alla Sicilia delle accise sul petrolio. Intanto Formigoni continua il j’accuse: «Sono profondamente rammaricato per questo spreco di denaro», aggiunge il governatore da Milano, che ricorda anche l’altro «regalo» fatto alla Regione Lazio. «Quando si danno cinque miliardi di euro a una Regione diventa molto più difficile chiedere ai propri manager e ai propri ospedali di controllare le spese». Maroni ne ha abbastanza. Si alza e si avvia verso l’uscita. «Ma quali regalie... abbiamo dovuto accettare che venissero dati alcuni aiuti per incassare il federalismo fiscale. Così abbiamo chiuso una partita e ne abbiamo aperta un’altra. Ma è l’ultima volta, perchè con il sistema federale queste cose non succederanno più. Ora comincia un’altra storia. Non potrà più succedere che Regioni che hanno devastato la Sanità - spiega Maroni - si rivolgano allo Stato». Insomma, la Lega ha dovuto «ingoiare il rospo» per portare a casa il federalismo. Ora Maroni si augura che il disegno di legge delega sul federalismo abbia un iter rapido in Parlamento: «Ma, avendo avuto il consenso di tutto il governo, delle Regioni e degli enti locali, non credo che ci saranno particolari problemi». I problemi nasceranno quando il governo dovrà cominciare a scrivere i decreti di attuazione del federalismo fiscale, e si dovrà passare, ad esempio, dal costo storico al costo standard che tutte le Regioni dovranno rispettare nelle prestazioni sanitarie ai cittadini. Magari non sarà proprio come dice Antonio Di Pietro, secondo il quale «per il momento si tratta solo di chiacchiere al vento». Ma è chiaro, per dirla con la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro, che il provvedimento «ha tutto il sapore di uno scambio politico tra il Pdl e la Lega». Maroni fa spallucce e se ne va da Capri: «L’importante è che la nave del federalismo sia partita». Sul palco del «Quisisana» rimane però a fremere Raffaele Lombardo che non ci sta a far passare Catania come una città accattona. «Non voglio più sentire parlare di regalie o elemosina a Catania. Mi impegno entro i prossimi due anni a restituire i 140 milioni di euro che sono stati dati alla città». Comunque, per Maroni la cosa più importante è che il federalismo abbia fatto il primo giro di boa. E che «si parta con un testo condiviso - aggiunge il ministro Fitto - che ha evitato penalizzazioni per il Sud. E a chi lo critica dicendo che è troppo generico, rispondo che su un tema così complesso, partire con principi condivisi è un fatto storico». Per Chiamparino, sindaco di Torino e ministro ombra per le Riforme, «è solo un punto di partenza». E poi, «non ci sia solo un emendamento per Roma Capitale: è necessario un provvedimento anche per le altre grandi città».

 

Repubblica – 4.10.08

 

Sfida tra miliardari a 200 all'ora. Terrore in autostrada a Genova

MARCO PREVE

GENOVA - "Excuse us", scusateci. Tutto qua, nessuna imprecazione e tanto meno la scusa della mamma malata. I due benestanti inglesi ai quali gli agenti della polstrada hanno confiscato una Lamborghini Murcielago e una Porsche 911 al termine di una vera e propria gara sull'autostrada A12, tra la Versilia e Genova, hanno reagito con distacco e con cortesia. Questione di classe. Più che altro di soldi. Quelli che danno libero sfogo all'arroganza a quattro ruote. "Avrebbero potuto ammazzare qualcuno e sicuramente non erano dei piloti. Anzi, quelle auto manco sapevano guidarle come si deve" ha spiegato il comandante della polstrada di Brugnato, a pochi chilometri da Spezia. Sono stati i suoi uomini a intervenire dopo aver ricevuto numerose segnalazioni di automobilisti terrorizzati dalle manovre spericolate di tre bolidi. La Porsche gialla, la Lamborghini nera, e una Ferrari Testarossa che è riuscita a fuggire. La sfida a tre per la Porsche e la Lamborghini si è conclusa con la confisca e una brutta figura. Al casello di Sestri Levante, dove i conducenti erano usciti nel tentativo di seminare la pattuglia, le due auto si sono, infatti, pure tamponate. Al volante delle vetture due cittadini inglesi di 45 anni, uomini d'affari secondo quanto hanno dichiarato alla polizia. Sulla Porsche anche una donna, la compagna del proprietario dell'auto. Le tre supercar erano dirette a Montecarlo dove nel weekend è in programma l'annuale Morgan Car Meeting, appuntamento per milionari in pensione e rampanti businessmen e occasione per sfoggiare nella Place du Casinò gli oggetti del privilegio. Entrati in A12 al casello di Rosignano dovevano arrivare nel principato in serata. Sarà stata la sensazione di impunità che trasmettono tutti quei cavalli, sarà stata al fretta, il terzetto ha trasformato i lunghi rettilinei che precedono l'ultimo tratto prima di Genova in una pista. Sorpassi, curve tagliate, frenate e sgommate. Mine vaganti lanciate a quasi 200 all'ora. E più di un automobilista ha rischiato di essere urtato e si è salvato con sterzate all'ultimo secondo. Così i centralini della polizia hanno ricevuto numerose segnalazioni, e all'altezza di Moneglia una pattuglia di Brugnato ha incrociato i tre piloti e ha iniziato l'inseguimento con tanto di sirene e lampeggianti accesi. A Sestri Levante Porsche e Lamborghini hanno pensato di riuscire a nascondersi uscendo al casello mentre la Ferrari ha proseguito. La polizia però le ha viste e seguite e stava per sorpassarle quando, proprio davanti al pedaggio il conducente della Lamborghini ha tamponato la Porsche. Subito dopo il fermo i due piloti sono stati sottoposti al test per il controllo dell'alcool che ha però dato esito negativo. La polizia ha quindi contestato l'articolo 9 ter del nuovo codice stradale che prevede proprio una contestazione penale per le gare di velocità. Per i due inglesi si profila una condanna che parte da sei mesi e arriva all'anno, oltre ad una multa che può toccare i 20 mila euro. I due proprietari delle supercar hanno incassato il colpo, hanno consegnato le rispettive patenti quindi si sono dedicati al vero problema: cercare un'auto a noleggio con autista per essere comunque presenti al raduno di Montecarlo.

 

Corsera – 4.10.08

 

«Non ce lo dicono nemmeno più» - Aldo Cazzullo

ROMA - «Non lo confessano nemmeno più. Non lo sentono come peccato. Il tradimento, sì. La masturbazione, i giochi sessuali tra maschi, anche. La pillola del giorno dopo, talvolta. Ma il preservativo proprio no. Una ragazza mi ha chiesto: “Cosa toglie all’amore un pezzo di plastica?”. Non è stato facile risponderle». C’è, alla periferia di Roma, un parroco - «non scriva il mio nome», chiede sorridendo, «se no mi scomunicano» - di grande esperienza e umanità. Studi di teologia a Roma; formazione in una parrocchia di campagna, in una provincia prima molto democristiana poi molto leghista; ritorno nella capitale. La sua chiesa è in un quartiere popolare - gente di borgata e piccola borghesia -, ma è frequentata anche dai benestanti delle ville non lontane della Cassia. «Però è caduta la differenza di un tempo, quando tra i borghesi, almeno tra le donne, c’era maggiore rigidità, e i ceti popolari avevano costumi più disinibiti. Oggi i giovani sono tutti, o quasi, disinibiti». Il parroco non tradirebbe mai un segreto personale ricevuto in confessione. Ma accetta di raccontare come si allarghi ogni giorno di più la distanza tra precetti e vita, denunciata ieri anche dal Papa. «I rapporti prematrimoniali si confessano di rado. Come i rapporti con le prostitute. Di preservativo, poi, in confessionale non si parla mai. La pillola, ancora peggio. Una sola volta, una diciassettenne che aveva preso la pillola del giorno dopo ha sentito il bisogno di raccontarlo, davanti agli altri ragazzi: l’ha vissuta come un fatto abortivo, come una cosa che non si fa. I metodi naturali, indicati dalla chiesa, non sanno cosa siano. Ne parliamo, verso la metà del corso prematrimoniale: il metodo Ogino-Knaus, il calcolo della temperatura basale... Occhi sgranati. Domande cui è difficile rispondere. "Perché il preservativo è peccato e non lo è il coito interrotto, che magari si conclude in forme poco rispettose della donna?". Rispondo che se c’è il consenso della donna non c’è mancanza di rispetto, che comunque il coito interrotto non è consigliato, e in ogni caso non ci dev’essere onanismo. Ma mi accorgo di essere lontanissimo dalla loro sensibilità. L’impressione è che più la Chiesa radicalizza la sua posizione, più i giovani la percepiscono come distante, e quindi si sentono liberi». Non è sempre stato così. «Quando studiavo teologia, ricordo che in alcune basiliche romane i confessori indagavano, facevano domande specifiche, entravano nei dettagli; fino a quando i superiori non li hanno richiamati. Nella diocesi del profondo Nord, i parroci erano molto moralisti, inculcavano una mentalità rigida. Ogni domenica pomeriggio, ai Vespri, insegnavano a fare l’esame di coscienza, comandamento per comandamento, e si soffermavano in particolare sul sesto: "Chiedetevi se avete rispettato il vostro corpo e quello del coniuge, se avete avuto rapporti non puri...". Così i fedeli si confessavano recitando formule antiche: "Ho commesso atti non puri", "ho avuto rapporti non corretti", e anche: "Ho fornicato". Un uomo mi raccontò di averci messo dieci anni a scoprire com’era fatta la moglie: pensavano che fare l’amore a luce accesa fosse peccato. Ma vedevi anche le nuove generazioni cambiare, convivere prima del matrimonio, sorridere del parroco che cominciava l’omelia denunciando i due giovani sorpresi in intimità davanti alla chiesa. Adesso capita di ricevere confidenze, ma più facilmente fuori dal confessionale. A volte sono il primo a sapere che una donna è incinta, o ha difficoltà a restarlo. Ma per il resto non c’è verso: "Se ci amiamo, cosa c’è di male?". "A me la pillola l’ha data il ginecologo per la mia salute, perché non dovrei?". Fanno coincidere sesso e amore, li confondono: "Sì, ci siamo lasciati, ma in quel momento lì ci amavamo". Mi dicono che la Chiesa dovrebbe occuparsi del Vangelo, non del sesso; e non mi capiscono, quando rispondo che anche così predichiamo il Vangelo». «Questo Papa è considerato intelligentissimo, ma distante. Io non la penso così, però i fedeli considerano che la Chiesa abbia compiuto un passo indietro, che sia più tradizionalista, meno misericordiosa. È accaduto anche con Giovanni Paolo II, all’inizio; poi hanno imparato ad amarlo. Ho portato un gruppo di giovani a Sydney per le Giornate della Gioventù, li ho visti molto sensibili ai messaggi forti di Benedetto XVI. Si comincia a trovare qualche ragazza che crede nella castità, che vive la verginità fino al matrimonio. Credo sia giusto indicare ai giovani, anche ai più disinibiti, un obiettivo, un cambiamento, un cammino. Sono un confessore, non un investigatore: invito all’esame di coscienza; non faccio troppe domande, cerco di far sì che ci arrivino da soli. E, quando mi fanno notare che ci sono peccati più gravi, rispondo che hanno ragione».

 

Gli imprenditori temono «l’alleanza degli spreconi» - Francesco Verderami

Sarà certamente una «riforma di portata storica», come dice Giulio Tremonti, ma sul federalismo fiscale il mondo dell’imprenditoria si mantiene assai prudente. Gli imprenditori riconoscono la bontà del progetto e tuttavia attendono di verificarne gli effetti, perché temono che invece di ridurre spese e tasse finisca per aumentarle. Da anni Confindustria studia la materia, la bozza di un documento - ancora riservato - è nelle mani di Luca Garavoglia, presidente di Campari. E l’analisi svolta ieri sul Riformista dal professor Luca Ricolfi non è passata inosservata, specie quando il politologo ha previsto «un punto in più di spesa pubblica» per effetto dei costi nel comparto sanitario. L’appellativo con cui ha ribattezzato la riforma, «federalismo assistenziale», sarebbe a suo giudizio la conseguenza di uno «scambio tra la Lega e le regioni del Sud», una sorta di «alleanza degli spreconi», basata sul fatto che «tutti vogliono più soldi». A Capri, dove i giovani industriali sono riuniti, la presidente Federica Guidi dà voce alle preoccupazioni degli imprenditori, perché «in linea di principio il progetto è cosa buona, imporrà agli amministratori locali una gestione più oculata. Ma c’è il rischio che la riforma produca duplicazioni nei costi, e che alla fine tutto si scarichi sui contribuenti». Ecco il motivo per cui permangono delle «criticità», perché «da parte nostra resta alto il livello di attenzione», accresciuto dalla «preoccupazione che destano i bilanci degli enti locali», minati non si sa fino a che punto dal «virus» della finanza creativa adottata negli ultimi anni. La scommessa «è legata alla prospettiva di un uso virtuoso delle risorse e di un miglioramento dei servizi pubblici», su questo il presidente di Bnl Luigi Abete non ha dubbi: «Restano però i dubbi sulla sorte di alcune regioni del Sud, e su un aumento della spesa». È vero, come spiega il presidente degli industriali siciliani Ivan Lo Bello, che «in Parlamento arriverà solo una legge quadro» e che «bisognerà attendere la stesura dei decreti delegati» per avere una «visione complessiva» della riforma: «Sarà allora che si scatenerà la guerra tra le regioni, che ci saranno vincitori e vinti. Esiste però la preoccupazione che gli amministratori interpretino il federalismo fiscale come la soluzione dei loro problemi di bilancio. Il pericolo - conclude - è che alla fine si vogliano accontentare tutti. Sarebbe un disastro, vorrebbe dire allargare le maglie della spesa». C’è un «precedente» che allarma il mondo imprenditoriale, è Umberto Quadrino ad evocarlo, «e tutti ricordiamo cosa accadde con la nascita delle regioni, quando la spesa pubblica aumentò a dismisura»: «L’esperienza passata - prosegue l’amministratore delegato di Edison - autorizza a pensar male. Servono regole severe per non ripetere quegli errori». E siccome rispetto al passato non sarebbe più possibile scaricare sullo Stato le gestioni clientelari e assistenziali del territorio, «con la situazione debitoria in cui versano regioni, province e comuni, sarebbero i cittadini a pagar dazio con nuovi balzelli». Si avverte un clima di preoccupazione, e non è chiaro se si tratti solo di diffidenza verso l’ignoto o piuttosto di timori circostanziati dagli studi di Confindustria. Perché forse le «criticità» di cui parla la Guidi sono contenute nel documento degli imprenditori. D’altronde la «storica riforma» nasce in una fase altrettanto storica, lo spettro del ’29 paventato da Tremonti si è incarnato nel tracollo dell’economia mondiale. «Ci sono banche - spiegò due anni fa il superministro - che nei loro forzieri hanno solo degli algoritmi». E non si fa illusioni sul prossimo futuro, anzi è convinto che «il peggio non è ancora arrivato»: questo ha spiegato a Silvio Berlusconi alla vigilia del viaggio a Parigi per il «G4». Il premier si era già fatto un’idea lunedì scorso, quando - come ha raccontato ad un amico — aveva ricevuto una telefonata da George W. Bush. Era il giorno del suo compleanno, ma soprattutto era il giorno in cui il Congresso americano aveva bocciato il piano da 700 miliardi di dollari deciso dalla Casa Bianca, e nei ragionamenti del presidente statunitense si erano materializzati scenari drammatici che Wall Street aveva vissuto solo l’11 Settembre. Il voto di ieri a Washington ha allontanato quei fantasmi, ma i timori restano. Ci sarà tempo prima che nasca l’Italia del federalismo fiscale, e il tempo servirà anche per capire come verrà disinnescata la vera bomba su cui è poggiato il Paese, e che potrebbe far saltare la riforma: il debito pubblico. «Ecco il vero nodo», dice l’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri: «Da come verrà affrontata e risolta la questione si capirà se andremo verso un autentico federalismo fiscale o verso un surrogato. Il debito pubblico che ora è centralizzato, sarà spartito tra le regioni? Perché non si possono suddividere solo i ricavi. Ma se il debito venisse federalizzato, il rischio di un aumento delle tasse sarebbe altissimo. E un aumento della pressione fiscale vorrebbe dire condizionare lo sviluppo di alcune regioni del Sud, come la Puglia. Per altre, come la Calabria, sarebbe uno sforzo insostenibile».

 

La sindrome irlandese

L’Europa teme la sindrome americana che bussa alle sue porte, ma è la sindrome irlandese che dovrebbe maggiormente preoccuparla. Sul banco degli imputati Dublino aveva già preso posto nello scorso giugno, quando i suoi elettori avevano bocciato il Trattato di Lisbona gettando la Ue in una crisi istituzionale grave e tuttora irrisolta. Da quel momento tutti in Europa hanno indossato i guanti bianchi per provare ad ammansire i ribelli del gaelico. E invece da Dublino è arrivato un secondo colpo, inferto questa volta dal governo e non meno destabilizzante del primo. In pieno allarme per la tenuta delle banche e dell'intero sistema finanziario, il premier Brian Cowen ha deciso di garantire per due anni la totalità dei depositi nei principali istituti di credito del Paese. Senza informare in anticipo né gli altri governi europei né la Commissione di Bruxelles. Provocando un immediato afflusso di capitali in cerca di approdi sicuri e in fuga da altre contrade della Ue. Suscitando l'ira dei britannici e il diplomatico disappunto degli altri. Lanciando ai mercati, soprattutto, il più pericoloso dei segnali: qui siamo in Europa, i governi agiscono ognuno per proprio conto, e se qualcuno vuole speculare su chi sarà il primo ad imitarci si accomodi pure. Non sarà la mossa irlandese a far precipitare la malattia di Wall Street, e nemmeno a determinare la misura del contagio transatlantico. Ma la decisione unilaterale di Brian Cowen è certamente una conferma del malessere che accompagna la ricerca europea di risposte rassicuranti a una crisi finanziaria che è anche crisi di fiducia e di credibilità. Ne sanno qualcosa Sarkozy, Brown, Berlusconi e la signora Merkel che oggi si incontrano a Parigi con l'intento di lanciare, appunto, un messaggio calmieratore. Per poter tenere la riunione dei quattro senza troppo irritare gli altri, si è dovuto precisare che si tratta dei quattro membri del G-8 che sono anche soci della Ue. Per ottenere la presenza del britannico Brown si è dovuto garantirgli la natura squisitamente intergovernativa dell'appuntamento. Per staccare il biglietto della signora Merkel l'Eliseo ha dovuto smentire che la Francia caldeggi un fondo di salvataggio europeo, che drenerebbe le finanze tedesche oltre far venire l'orticaria a Brown. Insomma, in agenda resteranno gli interventi nazionali, e sarà la misura del loro (cauto) coordinamento a dover rassicurare i cittadini di ogni Stato europeo. Certo l'Unione non è l'America, non ha un governo unico né politico né economico, e non può dunque elaborare (qualora ne avesse bisogno) un equivalente del piano Paulson. I governi, grandi e piccoli, sono gelosi delle loro autonomie e non accetterebbero un regolatore comune. La Bce, non è chiaro se per pragmatismo politico o per convincimento economico, ratifica lo status quo e considera più che sufficienti forme di coordinamento leggero. Tutto ciò faciliterà oggi, circoscrivendolo, il compito dei Quattro di Parigi. Del resto i risultati degli sforzi compiuti sinora sono sul tavolo, e si è visto, dal salvataggio di Fortis a quello di Dexia, che quando serve i governi diversi sono pronti a lavorare insieme. Molto bene, non è l'ora del panico. Ma dai Quattro e magari da qualcun altro, se non oggi in un futuro molto prossimo, è lecito attendersi qualcosa di più. Nessuno, di questi tempi, è in grado di prevedere la portata e la durata della crisi cominciata a Wall Street. Potremmo trovarci, in Europa, ad affrontare emergenze forse oggi improbabili, ma non impossibili. E allora, dati per scontati gli interessi di ognuno e le suscettibilità nazionali che ben conosciamo, l'Europa deve mostrarsi in grado di costruire insieme un efficace scudo salva-risparmi e salva-banche (in quest'ordine). Non soltanto perché la tempesta finanziaria l'impone. Anche perché questa Unione europea che non riesce a parlare ai suoi cittadini ha una straordinaria occasione per farsi sentire da tutti. E perché se l'emergenza ci fosse, e l'Europa rimanesse a braccia conserte, non servirebbero nuovi dispetti irlandesi per sancire la sua definitiva condanna.

 

Le elites in pericolo

Il fenomeno si era già manifestato qualche giorno fa con il voto della Camera dei Rappresentanti contro il piano di salvataggio di 700 miliardi di dollari varato dalla Casa Bianca: una parte significativa di americani era, ed è, più interessata a punire Wall Street che a salvare l'economia. Ce ne dà una conferma il New York Times di ieri informandoci che la crisi in corso sta spaccando il Partito repubblicano, sempre più diviso tra la sua vecchia anima East Coast , moderata, favorevole alle istituzioni federali e alla business community , e la sua nuova anima, invece, conservatrice, ostile a «quelli di Washington» e al mondo della finanza, forte soprattutto negli Stati del Centro e del Sud. L'anima, per l'appunto, che si è fatta prepotentemente viva con il voto di cui dicevo all'inizio. Questo appena citato è però solo un esempio dei mutamenti, dei grandi mutamenti, che il terremoto economico in corso forse preannuncia o già lascia scorgere: non solo negli Stati Uniti ma in tutto l'Occidente e forse neppure qui soltanto. Sia negli Usa che in Europa la crisi sembra funzionare da acceleratrice di fenomeni in incubazione da tempo che nel nuovo clima si solidificano e vengono finalmente alla luce. Il primo di questi fenomeni è la riattualizzazione, lo straordinario rilancio, della duplice categoria Stato-sovranità in rapporto ad una sorta di rinazionalizzazione dell'economia. La crisi, infatti, è crisi di istituzioni bancario-finanziarie le quali hanno, sì, fitti legami con l'estero, ma che innanzi tutto vedono coinvolte in larghissima misura i bilanci di persone e famiglie che vivono in un unico Paese, in un unico Stato. Il che crea immediatamente un problema politico per chi lo governa: e cioè come rispondere alle difficoltà e alle proteste di quelle persone e quelle famiglie che, tra l'altro, sono anche un elettorato. Insomma la crisi appare economicamente mondiale ma politicamente è quasi esclusivamente nazionale. L'internazionalismo politico sembra sostanzialmente fuori gioco o non avere molto da dire: la prova lampante è data dall'Unione europea che divisa come al solito tra i diversi interessi e tra le diverse strategie statali non riesce a decidere alcuna linea politica comune. E così è dal governo di ogni singolo Stato che tutti si aspettano interventi, piani di salvataggio e di rilancio, nuove regole, e soprattutto erogazione di fondi: dal momento che quando si arriva alle strette sono solo gli Stati che possiedono le risorse economiche, la massa di risorse finanziarie in grado di cercare di rimettere le cose in sesto. E possiedono altresì i mezzi d'imperio necessari e la legittimazione a usarli: due risorse d'incommensurabile valore, in certe circostanze, di cui verosimilmente nessun mercato e nessuna organizzazione internazionale potrà mai disporre in misura analoga. Questa enfasi nuova che la crisi pone sull'elemento statual-nazionale è del resto in perfetta sintonia con l'importanza sempre maggiore che gli sviluppi più recenti dell'economia tendono ad attribuire a un fattore assai strettamente collegato a quell'elemento: la territorialità. Paradossalmente, infatti, mentre eravamo convinti di essere ormai entrati nel regno della rete, della tecnologia sempre più sofisticata, dell'immateriale, mentre eravamo convinti che la finanza globalizzata era ormai destinata a dominare il mondo, ci siamo accorti d'un tratto che il nostro futuro dovrà invece fare i conti in misura crescente con quelle cose assai poco immateriali che sono l'acqua, i raccolti, il petrolio. Tutte cose che, guarda un po', possono certo essere trasportate da un luogo all'altro della terra ma sono comunque legate in modo assoluto ad uno spazio circoscritto, a un territorio. Cosicché chi si trova a esserne sovrano, possiede certamente parecchie carte in più rispetto a chi non lo è, a chi ha la sfortuna di vivere in un posto senza raccolti, senza petrolio e senza acqua. Vengo alla seconda novità che presagisce però una frattura. Chi dice Territorio, Stato, Governo, inevitabilmente dice Politica, e dunque Leadership . A questo riguardo la crisi economica sembra produrre due fenomeni convergenti. Da un lato la consapevolezza dell'oggettivo bisogno di leadership autorevoli, la richiesta di qualcuno che sappia prendere in mano la situazione. Dall'altro lato un'ondata di discredito per le leadership esistenti, specie economiche, rivelatesi così inadeguate e piene di zone d'ombra. E insieme qualcosa di ancora più profondo e in certo senso inquietante: un discredito, un'insofferenza, un'immagine di inadeguatezza, un senso di lontananza, che tende a coinvolgere l'intera classe dirigente in un numero crescente di Paesi dell'Occidente. Sembra cioè farsi sempre più strada, in vasti settori della popolazione, la convinzione che prima che le loro azioni siano le stesse idee delle élites sociali finora in auge, il loro modo di sentire e di essere, la loro cultura nell'accezione complessiva del termine, ad aver fatto il proprio tempo e a essere sempre più estranee alle opinioni delle maggioranze. La richiesta di leadership, insomma, alimenta sotterraneamente un ramificato ma possente movimento di delegittimazione delle classi dirigenti e degli assetti politici tradizionali, che si manifesta nelle improvvise «rivolte» elettorali o nelle svolte repentine degli umori collettivi di questi ultimi e ultimissimi tempi, dall'ascesa conservatrice in Austria-Baviera al crollo dei consensi laburisti in Gran Bretagna, alla ribellione dei congressmen americani contro Bush (e forse anche la vittoria della destra in Italia vi ha qualcosa a che fare). Si ha l'impressione che le élites tradizionali, i loro partiti, i loro programmi, ma anche i loro riti, i loro giornali, i loro intellettuali accreditati, i loro format direbbe qualcuno, facciano sempre più fatica a comprendere, e quindi a rappresentare, ciò che non da oggi sta prendendo forma negli strati profondi delle società occidentali e che la crisi economica rinvigorisce, accresce, agita potenzialmente a dismisura. Di fronte a tutto ciò parlare di una «ribellione delle masse» all'ordine del giorno sarebbe francamente esagerato. Ma tenere gli occhi ben aperti di certo non lo è per nulla.


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