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Manifesto – 5

Manifesto – 5.10.08

 

La riscossa dei migranti - Francesca Pilla e Ilaria Urbani

CASERTA - «I had a dream. Non credo che Martin Luther King pensasse a Caserta, ma se l'avesse vista oggi, sarebbe stato anche il suo di sogno». Abdoul ha gli occhi pieni di lacrime, lui una laurea in medicina e un lavoro da bracciante per 20 euro al giorno, parla perfettamente inglese e francese, poi naturalmente il dwi del Ghana. E' un boato la manifestazione di Caserta contro il razzismo. Una sorpresa. Quindicimila, neri, bianchi, immigrati e indigeni che si abbracciano, si danno la mano, ma non è solo questo. A due settimane dalla mattanza dei sei africani uccisi dai casalesi, è un uscire allo scoperto, e sarebbe riduttivo definirlo uno sfogo. «Italia guardaci», urla una donna, treccine fitte e lunghe, occhi nocciola e volto scolpito, «siamo quelle che cresciamo i tuoi figli». «Italia, noi abbiamo paura, ma non oggi che camminiamo insieme ai nostri fratelli, ti diciamo che sei razzista», è invece il grido della ghanese Doris. Gambe, braccia, seni, anima e pensieri sfuggiti alla tratta per un soffio, dopo sevizie e sofferenze. Camminano, e il ritmo della protesta pulsa e si sente. Da corso Trieste a Piazza Vanvitelli. Caserta. Finestre spalancate, balconi pieni di sguardi, pantofole, gonne e calze. Veneziane semiaperte e subito sbarrate. Qualcuno sbircia dietro le tende, qualcun altro sventola una bandiera arcobaleno. «Heal the world make a better place for you and for me», un lenzuolo bianco incita a rendere il mondo un posto migliore per tutti, dietro i ragazzi che muovono l'economia del nostro paese. E ancora, «Non c'è sicurezza senza diritti» è lo striscione del movimento rifugiati di Caserta, mentre il «Tutti senza confini» segue a ruota. Gonfaloni di comune e provincia di Caserta e Napoli si mescolano ai cartelli antirazzisti. Il sindaco Rosa Russo Iervolino è arrivata alla manifestazione accompagnata da mezza giunta di Palazzo San Giacomo. Un abbraccio con il governatore Nichi Vendola e insieme si prosegue per qualche metro. «Una manifestazione partecipata e civile, con una significativa presenza delle istituzioni», dice e commenta. Banale? In realtà è significativa la voglia, non solo solidale, di riconoscere questo mondo. La necessità di quella parte di Stato sano di affermare che siamo una cosa sola. Gli immigrati sfilano con una fascetta nera in segno di lutto. Una due giorni per denunciare la mancanza di sicurezza, il crescente razzismo, lo sfruttamento. Perché se i casalesi hanno ammazzato e sono una scheggia impazzita di una società incancrenita, è pur vero che la mancanza di integrazione fa il resto e rende l'emarginazione una realtà ovunque nel paese. I migranti resteranno in piazza Vanvitelli fino all'alba di domani mattina, un presidio con il concerto, previsto in serata, dell'Orchestra di piazza Vittorio, per contare ed esistere. «Al nord siamo discriminati, ma almeno lì ci sono i servizi. Qui nel casertano viviamo ai margini delle città, ci dobbiamo nascondere e non possiamo nemmeno denunciare un furto. Ricattati dalla camorra e dalle istituzioni», Steven ha le idee chiare, da dieci anni in questo territorio ne ha viste tante ed è pronto a testimoniare: «Siamo gli ultimi, gli schiavi degli schiavi». Monsignor Nogaro, il vescovo di Caserta, si mescola tra loro, tra quelli che la sua chiesa dovrebbe considerare i primi, ma che spesso non riesce a proteggere, anzi. E poi c'è lo Stato che si gira dall'altro lato, o peggio è colluso: «La politica si è indebolita - il vescovo è diretto nella sua denuncia - essa è spinta, non vorrei dire guidata, dal potere camorristico. Ciò vuol dire che non è detto che il politico sia un camorrista, però deve comportarsi secondo le regole che stabiliscono i malviventi». Parole pesanti, accuse circoscritte che riguardano un territorio malato, vessato e dove il governo non trova di meglio da fare che mandare centinaia di militari, invece di provvedere a progetti di inserimento. A Nogaro fa eco il presidente Vendola: «L'esercito in Campania contro la criminalità? A volte penso che sarebbe più utile nei palazzi del potere economico e politico per contrastare chi ha costruito le proprie fortune grazie ai clan». Si muovono tutti fianco a fianco, oggi è questo il miracolo. «Noi proponiamo agli italiani l'alleanza dei diritti contro le politiche di divisione e della paura», profonde fiducia Mamadou, con la sua voce calda, il tono sincero e gli occhi da bambino che cercano conferma, mentre a qualche metro gli sfila accanto anche Silvia Baraldini: «Perché non è possibile?», dice lui. I ragazzi dell'Arci si tengono per un braccio. Neri, con pettorine bordò, anche per loro la parola d'ordine è sempre la stessa: «No al razzismo». «A venti anni dell'assassinio di Jerry Maslo ci troviamo con la stessa discriminazione e la medesima assenza dello stato», Jasmine fa parte dell'associazione in nome del primo immigrato ucciso a Villa Literno. Era il 1989 e Maslo, ammazzato barbaramente in un territorio dove tutto ha il nome camorra, portò alla luce la tratta dell'oro rosso. Di tutti quelli che venivano assoldati e pagati, settemila lire al giorno, per raccogliere i pomodori che andavano al macero e facevano guadagnare miliardi ai casalesi per le quote della comunità europea. Castelvolturno, Villa Literno, Pescopagano, oggi non si raccoglie più è per questo che gli africani non servono, «se n'anna j'». Il sole cala, la pioggia incalza, la manifestazione si scioglie, ma non il presidio. Migliaia di migranti attendono l'alba. E' la veglia per le carrette del mare. Per tutti quelli che non ce la fanno.

 

Ancona-Parma. Due piazze e qualche provocazione

Altre due manifestazioni di migranti e contro il razzismo si sono svolte ieri ad Ancona e a Parma. In quest'ultima città c'è stato un sit-in in solidarietà con Emmanuel, il giovane ghanese che nei giorni scorsi ha denunciato un pestaggio da parte dei vigili urbani. Unica a dissociarsi dalla manifestazione, cui hanno aderito forze politiche, sindacali e associative, è stata la Uil che «non intende condividere iniziative o creare valutazioni sull'onda di fatti che domani potrebbero essere ribaltati» e contesta il modo in cui è stata ritratta la città di Parma e la sua amministrazione, difendendo invece i vigili urbani. Come a dire, non crediamo alla versione del ragazzo picchiato. Ad Ancona invece si è svolta una manifestazione a cui hanno partecipato le Comunità resistenti delle Marche, comunità di immigrati, partiti della sinistra, associazioni e l'amministrazione comunale di centrosinistra. In mattinata, prima della manifestazione, l'Ambasciata dei diritti (composta da attivisti no global e immigrati) ha ripulito con raschietti e vernici le mura della città da numerosi volantini xenofobi («La loro integrazione, la nostra distruzione») affissi provocatoriamente nella notte da Forza Nuova.

 

«Qui per Abba, Emmanuel e Said». E contro il pacchetto sicurezza

Giacomo Sette

ROMA - Ad aprire la manifestazione uno striscione di dieci metri con la scritta «Stop razzismo». A tenerlo gli amici di Abba, Emmanuel e Said. Ragazzi vittime dell'intolleranza. Di certo la pioggia battente scesa ieri su Roma non aiuta ad aumentare i numeri del corteo, che comunque raggiunge almeno 10mila manifestanti, lanciato a giugno da Socialismo Rivoluzionario, Comitato 3 Febbraio e Partito Umanista e che ha visto nell'ultimo mese l'adesione di molte associazioni e partiti della sinistra (Prc, Pdci, Pcl). Ma il valore in più della mobilitazione è la partecipazione degli immigrati. «Il governo col suo pacchetto sicurezza è responsabile dell'odio che si sta diffondendo nel paese», dice Aster, un amico di Abba, «i politici devono intervenire per evitare nuove stragi». Come quella raffigurata nell'immagine che mostrano ai fotografi un gruppo di ghanesi di Castelvolturno. «Per noi oggi (ieri, ndr) è un evento importante - dice Christopher - Quanto fatto dalla camorra è prima di tutto un massacro a sfondo razzista. Tra noi c'è chi sbaglia, ma in maggioranza siamo persone perbene, che lavorano e che cercano di mandare in Africa un po' di soldi a chi sta peggio». Malgrado la pioggia che scende il corteo è determinato e rumoroso: ad animarlo un gruppo di camerunensi, vestiti con abiti tipici, che si mettono a suonare lo giambè e ballare. A metter colore ci pensa invece un gruppo di fiorentini, coi volti tutti dipinti, che starnazza canzoni dialettali. Intanto una donna somala di una cinquantina d'anni, e da quattordici in Italia, con il viso coperto col hijab e avvolta nella bandiera del proprio paese, urla a squarciagola contro la Bossi-Fini. Come recita uno striscione, «un mondo libero è di tanti colori», il corteo è un vero e proprio meticciato. Se gli africani, quasi tutti sub-sahariani, occupano le prime file, subito dopo vengono gli spezzoni dei latini, la maggioranza sono donne con cartelloni con scritto «siamo noi che assistiamo i tuoi nonni», e della comunità cinese. Vengono dall'Esquilino, zona di Roma in cui sono maggiormente radicati. «Siamo per l'integrazione e fino ad oggi gli episodi di intolleranza verso di noi sono stati pochi ma ci auguriamo che non stia cambiando il vento», afferma Jixin riferendosi al raid razzista di qualche giorno fa a un suo connazionale a Torbellamonaca. Più avanti un centinaio di curdi, tutti richiedenti asilo, sventolano la bandiera del Kurdistan, i pochi politici presenti (Russo Spena e Nieri per il Prc e Ferrando per il Pcl) fanno su e giù per il corteo e un ragazzo di Napoli si fa notare per il suo manifesto attaccato sul petto: «Io non mi sento italiano, meglio clandestino che razzista». Si conta anche qualche bandiera della pace. Dopo gli spezzoni degli immigrati, ecco quelli autoctoni. Con quelli di Sr e Comitato 3 febbraio che svettano come numero sugli altri. «Il governo ha inasprito la rabbia che cova anche nelle classi popolari, come dimostrano gli episodi di Milano e Roma», dice Renato Scarola di Sr che vede nella manifestazione «un inizio per costruire un movimento antirazzista capace di ricreare un tessuto di solidarietà nel paese». Ma già a questo corteo è presente, in parte, questo associazionismo diffuso: convivenza, accoglienza e fratellanza sono le tre parole inflazionate in interventi e cartelli. Spiccano su tutti gli studenti, organizzati in un nutrito spezzone, che, col loro striscione «contro ogni razzismo contro la Gelmini», non perdono occasione per attaccare la ministra e i collettivi femministi. «Come donne - spiega Maria Luisa - vogliamo stessi diritti per tutti. Le ragioni dei migranti sono le nostre ragioni».

 

I giorni dell'odio

Il razzismo in Italia non è un fenomeno nuovo. Ma da qualche mese a questa parte le aggressioni contro immigrati e rom sono diventate ormai quotidiane. In nome della razza si è arrivati perfino a uccidere, al Nord come al Sud. E' emergenza. Un'emergenza alimentata dalla destra al governo, che della paura dello straniero ha fatto il suo cavallo di battaglia, prima, durante e dopo le elezioni del 14 aprile. Tutto ciò che riproponiamo in queste pagine sono soltanto gli episodi più eclatanti accaduti negli ultimi 170 giorni. 13 MAGGIO, PONTICELLI (NA) - Flora Martinelli accusa una zingara di 16 anni di aver tentato di rapire la sua bambina, l'accusa si rivela falsa ma la popolazione per diversi giorni assalta cinque campi rom a colpi di bottiglie molotov; un vero e proprio pogrom con immagini che riportano alla memoria le deportazioni ai tempi del fascismo; 700 nomadi sono costretti a fuggire, ma per settimane i loro insediamenti vengono presi di mira dalla popolazione. 20 MAGGIO, ROMA - Le «ronde» di cittadini per la sicurezza dalla Padania dilagano in tutta Italia e contagiano anche le amministrazioni di sinistra. A Salerno a guidarle è il sindaco Vincenzo De Luca (Pd, ex Pci) che va a caccia di prostitute e mendicanti. Tutti i tg mandano in onda un raid notturno contro transessuali nel quartiere Prenestino di Roma. La spontaneità dell'assalto è dubbia: qualcuno ha organizzato il tutto e chiamato fotografi e giornalisti, accorsi in piena notte su una strada buia di periferia. 21 MAGGIO, NAPOLI - Il governo Berlusconi presenta il «pacchetto sicurezza», l'immigrazione clandestina viene considerata un reato, la permanenza nei centri di detenzione (Cpt) viene prolungata fino a 18 mesi, vengono assegnati più poteri ai sindaci. 24 MAGGIO, TORINO - Hassan Neyl, marocchino tossicodipendente, viene trovato morto nel Cpt Brunelleschi di Torino; i suoi compagni di cella sostengono che l'uomo stava malissimo e non è stato soccorso per tutta la notte, e fanno uno sciopero della fame. 29 MAGGIO, MILANO - I vigili urbani di Milano, utilizzando un mezzo blindato dell'Atm con le sbarre ai finestrini, vanno a caccia di «clandestini» sui mezzi pubblici. 3 GIUGNO, MESTRE (Ve) - I leghisti occupano il campo nomadi di via Favaro Veneto insultando gli abitanti e bloccando la strada per protestare contro la costruzione di un insediamento regolare per i sinti. 3 GIUGNO, ROMA - Silvio Berlusconi, dopo le accuse di razzismo rivolte all'Italia da Onu e Vaticano, fa marcia indietro sul reato di immigrazione clandestina, ma la clandestinità rimane come aggravante. 4 LUGLIO, MILANO - Il ministro Maroni si scaglia contro i musulmani che pregano in viale Jenner perché intralciano il marciapiede; è dello stesso avviso il presidente della Provincia di Milano Penati, l'odissea della moschea milanese non è ancora terminata. 14 GIUGNO, ROMA - Il ministro La Russa difende la militarizzazione delle città con l'esercito e fissa tempi e modalità dell'intervento. 17 GIUGNO, SARONNO (VA) - Said Saber Halim, egiziano di 29 anni, accompagna suo fratello dal datore di lavoro che non gli versa lo stipendio; il figlio del titolare del cantiere, Antonio Fioramonti, lo uccide a colpi di pistola. 25 GIUGNO, ROMA - Il ministro degli Interni Maroni annuncia: «Prenderemo le impronte anche ai rom minorenni e toglieremo la patria potestà ai genitori che li mandano a mendicare». 19 LUGLIO, TORREGAVETA (NA) - Violetta e Cristina Ebrehmovic, due bambine rom di 12 e 11 anni, annegano al mare e i loro corpi senza vita restano per ore sulla spiaggia di Torregaveta (Pozzuoli) nell'indifferenza generale dei bagnanti che continuano a prendere il sole come se nulla fosse; l'immagine ha fatto il giro del mondo. 26 LUGLIO, NAPOLI - Un ex leader di Forza Nuova, oggi del Pdl, incita la rivolta ai quartieri Spagnoli contro l'arrivo di un gruppo di cittadini sgomberati a Pianura; gli stranieri si rifugiano nel Duomo e la polizia li sgombera e li malmena. 8 AGOSTO, PARMA - Una prostituta nigeriana viene abbandonata in una cella del comando dei vigili di Parma e fotografata mezza nuda mentre sta piangendo. 18 AGOSTO, GENOVA - Tredici italiani aggrediscono Assuncao Benvindo Muteba, studente angolano di 24 anni, al grido di «sporco negro». 5 SETTEMBRE, BUSSOLENGO (VR) - Tre rom italiani vengono fermati e portati nella caserma dei carabinieri dove vengono picchiati e incarcerati con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale; i tre sporgono denuncia raccontando uno scenario da «macelleria messicana». 14 SETTEMBRE, MILANO -Abdul Guibre, 19 anni, cittadino italiano originario del Burkina Faso, viene ucciso a sprangate in via Zuretti dai due proprietari di un bar da cui il ragazzo avrebbe sottratto un pacchetto di biscotti. 18 SETTEMBRE, CASTELVOLTURNO - La camorra spara e compie una strage, sotto il fuoco di 130 proiettili muoiono sei immigrati africani. Una strage che scatena paura e rabbia tra le comunità straniere del paese del casertano. Il giorno il giorno dopo la mattanza è un giorno di rivolta: decine di immigrati scendono in piazza occupando strade e rovesciando automobili. 25 SETTEMBRE, ROMA - In via Tiburtina appaiono scritte razziste con riferimento alla morte di Abdul Guibre e alla strage di Castelvolturno: «Minime in Italia, Milano meno 1 Castelvolturno meno 6». 19 SETTEMBRE, MONZA - Uno straniero non meglio identificato viene fotografato all'interno del commissariato, ammanettato a una colonna perché non c'erano celle di sicurezza. 25 SETTEMBRE, ROMA - L'Osservatore romano, il giornale della Santa sede, pubblica in prima pagina un articolo che critica pesantemente governo e Unione europea per le politiche sull'immigrazione «che creano un clima di odio e violenza». 29 SETTEMBRE, PIANURA (NA) - Alcuni immigrati, dopo essere stati sgomberati dalle loro abitazioni in via dell'Avvenire, sfilano in un corteo autorizzato per le strade della cittadina ma un gruppo di donne italiane scende in strada per una contromanifestazione bloccando la strada con i cassonetti. 29 SETTEMBRE, PARMA - Emmanuel Bonsu Foster, studente ghanese di 22 anni, viene sequestrato, picchiato e denudato al comando dei vigili; sulla busta del verbale qualcuno ha scritto «Emmanuel Negro». 29 SETTEMBRE, MILANO - «Signora lo riporti nella giungla»; con questa frase urlata una maestra di una scuola elementare si è rivolta ai genitori adottivi di un bambino nero. 29 SETTEMBRE, TREVISO - La procura di Venezia apre un fascicolo contro il vicesindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini, con l'accusa di istigazione all'odio razziale per aver pronunciato frasi irripetibili durante la festa della Lega a Venezia. 2 OTTOBRE, ROMA - Tong Hong-Shen, cinese, 36 anni, viene picchiato selvaggiamente al grido di «cinese di merda» da sei minorenni di Tor Vergata. 2 OTTOBRE, MILANO - Ravan Ngom, 39 anni, viene preso a bastonate al mercato di via Archimede dopo una lite con un altro venditore italiano; lo picchiano due italiane con una mazza al grido di «negro di merda ti ammazziamo, torna al tuo paese». 2 OTTOBRE, SESTO SAN GIOVANNI Compare una scritta sui muri dell'ex Falck di Sesto San Giovanni (Milano) dove pochi giorni prima un ragazzino rumeno era morto a causa di un incendio, «Bruciate ancora rumeni di merda». 3 OTTOBRE, ROMA - Amina Sheikh Said, somala, 51 anni, sposata con un italiano e cittadina italiana, denuncia un episodio capitatole a fine luglio all'aeroporto di Ciampino, sarebbe stata umiliata, maltrattata, oltraggiata e tenuta nuda per ore con l'accusa di traffico di clandestini, rapimento di bambini e traffico di stupefacenti.

 

«Vi mostreremo la democrazia» - Orsola Casagrande

VICENZA - Vigilia di referendum. Ma è una vigilia particolare, per un referendum particolare. Una consultazione autogestita perché i cittadini di Vicenza non ci stanno a accettare lo scippo della democrazia, del loro diritto a esprimersi, decretato dal Consiglio di stato con la sua decisione di sospendere il referendum indetto dal comune. Vigilia di preparativi. Perché la consultazione si farà lo stesso. Davanti alle scuole dove oggi sarebbero dovuti essere allestiti i seggi. «Se non dentro, fuori», dice un signore al bar della stazione. «Io voterò, certo che voterò. E' un mio diritto». Diritto è una parola che ricorre spesso in questi giorni. Anzi, il sindaco Achille Variati parla di diritto della città a essere rispettata e a essere ascoltata dall'inizio di questa vicenda, quando ancora lui non era primo cittadino. Allora Variati, come tanti parlamentari del centro sinistra, si autosospese dal suo partito, la Margherita, proprio per sottolineare questa distanza che si stava creando tra Roma e i territori. Le elezioni politiche, se non altro, hanno confermato che quella distanza non solo è profonda ma difficile da sanare. «Non è la distanza dalla politica - dice il signore del bar - ma la distanza da questi politici. Che non hanno rispetto dei loro elettori. La politica è una cosa nobile e tale deve rimanere - dice infervorandosi - sono questi politicanti che l'hanno resa una vergogna». Dal bar della stazione a piazza dei Signori è un tripudio di gente che ha voglia di parlare. «Certo che andremo a votare - dicono la signora Maria e la sua amica Anna - perché è un nostro diritto». Non è piaciuto ai cittadini questo atto dispotico e «prepotente. Il governo - dice la signora Maria - è stato davvero prepotente». «Si vede che hanno paura delle parole della gente», le fa eco la signora Anna. «Perché è chiaro - dice - che la gente non vuole una nuova base americana qui. Non abbiamo nulla contro gli Stati uniti, ma siamo già pieni di americani e non è che proprio si comportino sempre bene». Piazza dei Signori il sabato mattina, ora dell'aperitivo. Capannelli di gente si attardano per discutere proprio del referendum. Del resto questa del Dal Molin è la questione che ha riportato la città non solo al centro delle cronache ma in qualche modo in vita. Basti ricordare quanto è stato tirato su il presidio permanente. La gente, cittadini comuni, non particolarmente vicini alla politica, hanno ritrovato il gusto di discutere, dibattere, confrontarsi. Se un grande merito ha (ne ha diversi) il presidio permanente è quello di essere diventato un po' la nuova piazza di Vicenza. Qui la gente si ritrova, parla, decide collettivamente. E non c'è soltanto la base Dal Molin. Perché fin da subito al presidio è nato un gruppo di donne. Attive signore, giovani e meno giovani che hanno in questa lunga lotta contro la base, raggiunto luoghi che non pensavano certo di raggiungere, almeno non per andare a perorare la causa della pace. Sono state negli Stati uniti, per spiegare agli americani, direttamente sul campo, che cosa vuol dire per una città come Vicenza, ma soprattutto per l'Italia una nuova base militare. E perché loro quella base non la vogliono né a Vicenza né altrove. «Abbiamo detto tante volte - ricorda Cinzia Bottene, eletta nel consiglio comunale con la lista Vicenza libera - che noi donne abbiamo forse una sensibilità particolare. Il nostro legame con la terra è forte, come è forte il nostro legame con la vita. La guerra nega, violenta, distrugge, la terra e la vita». Al presidio permanente si stanno raccogliendo gli scrutatori volontari che oggi saranno davanti alle scuole dove sorgono gazebo e seggi volanti. «La consultazione - spiegano al presidio - è organizzata dal comitato che raggruppa tutte le realtà che difendono la città del Palladio e sostenuta politicamente dall'amministrazione comunale. Sarà un importante momento per riaffermare la democrazia dopo l'atto di arroganza del Consiglio di stato». Dal presidio e dal comitato per la consultazione popolare parte anche un appello che in questi giorni, dalla manifestazione che ha portato in piazza oltre diecimila persone, mercoledì scorso, è stato ripetuto in ogni sede. «Perché la questione - dicono al presidio - travalica il sì o il no alla base: si tratta di affermare un principio democratico. Per questo il nostro invito è a tutti i cittadini, favorevoli o contrari al progetto statunitense, a partecipare alla consultazione a difesa della democrazia». Dai Beati i costruttori di pace di don Albino Bizzotto arriva anche un grazie a tutti i cittadini. «Grazie - scrivono i Beati - per il vostro coraggio, la vostra creatività e fiducia nel continuare a lottare credendo nell'impossibile». L'associazione di don Bizzotto nella sua lettera aperta ricorda che «abbiamo tutti un grande debito di riconoscenza verso di voi. Molti italiani ancora non lo sanno ma scopriranno presto quale importanza e quale regalo sono per tutti le vostre scelte di pace e di giustizia e le modalità di lotta con cui le perseguite». Dal punto di vista tecnico, in piazza Castello è stato allestito un centro informativo e di raccolta dati presso il quale i cittadini potranno recarsi durante lo svolgimento della consultazione. I seggi saranno aperti come era previsto, dalle 8 alle 21. A garanzia del corretto svolgimento della consultazione è stato nominato un "comitato di garanti" che avrà il compito di sovrintendere ai diversi momenti della consultazione e allo spoglio delle schede. E' al comitato che spetterà anche l'ultima verifica sui voti. Fondamentale, ricorda il comitato per la consultazione popolare, recarsi al seggio con la carta d'identità e la scheda già compilata. Naturalmente, come recita lo slogan di questo referendum a questo punto autogestito, «si vota sì per dire no».

(se vuoi partecipare on line: http://www.nodalmolin.it/consultazione/consultazione.php , ndr)

 

Uniti verso lo sciopero - Andrea Gangemi

ROMA - La Cgil rompe gli indugi e mentre avvia le procedure per proclamare lo sciopero generale, annunciato la settimana scorsa, entro la fine di ottobre (probabilmente il 31), incassa la convergenza di Cisl e Uil. La scuola ricompatta il fronte sindacale. «Nei prossimi giorni cercheremo tutte le intese unitarie possibili - afferma il segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo - per dare voce alle centinaia di iniziative in corso in tutte le province». «È una decisione opportuna ed è molto positivo che si sia stata presa unitariamente» gli fa eco Guglielmo Epifani, leader della Cgil. «Se non si vuole questo - annuncia dal canto suo il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni durante la manifestazione dei quadri e dei dirigenti a Roma - il governo si faccia sentire con un nuovo programma per la scuola che non è un'azienda, ma che deve essere un'istituzione al servizio di tutti». La proclamazione dello sciopero da parte di Bonanni, aggiunge il leader della Cisl scuola, Francesco Scrima, «costituisce lo sbocco inevitabile di tutte le iniziative dei nostri territori per contrastare l'odiosa manovra del governo». Una manovra che, sottolinea il sindacalista, «destruttura la scuola pubblica e mette a rischio il diritto allo studio e la qualità dell'istruzione; il lavoro e il grande patrimonio professionale del personale; il futuro delle giovani generazioni e di tutto il paese». Per questo anche la Cisl, conclude Scrima, «si adopererà per raggiungere la più ampia convergenza possibile». Discorso solo in parte simile quello della più ritardataria Uil, ultima ad annunciare un percorso di mobilitazione che «si concluderà, in assenza di risposte, con lo sciopero generale», avverte il segretario generale Massimo Di Menna. Il quale, però, confida ancora nella «verifica che ci sarà nella prossima settimana con il tentativo di conciliazione» con l'esecutivo, e aggiunge: «Non si tratta di una protesta politica ma dell'esigenza di negoziare». Proprio quest'ultima posizione sembra corrispondere meglio agli umori della ministra Mariastella Gelmini, che agli annunci di sciopero dichiara che «il governo è pronto e aperto al dialogo con le forze più riformiste del sindacato», precisando subito che «certo, su alcune scelte questo esecutivo, che decide, ha le idee chiare e le vuole mettere in pratica, ma il confronto per noi - assicura - è ancora aperto». Anche se sugli 87mila tagli, tema che sembra stare a cuore anche alla Uil,Gelmini puntualizza che sono un intervento «indispensabile per fare quadrare i conti», e aggiunge che «non si torna indietro perché oggi il decreto è all'attenzione del Parlamento». La Cisl, invece, per la ministra deve andare dietro la lavagna «a riflettere» sulla sua colpa di essersi aggiunta alle «frange che preferiscono la protesta alla proposta», e dunque sull'opportunità di «evitare lo sciopero generale». Circa la possibile data del 31 ottobre, la proposta non viene però dai confederali ma dalla Gilda degli insegnanti, anch'essa favorevole a una manifestazione unitaria. «I tempi stringono e ormai riteniamo che sia l'unico giorno disponibile - fa notare il coordinatore nazionale Rino Di Meglio - Non è possibile individuare una data precedente a causa degli scioperi proclamati da organizzazioni minori» aggiunge il sindacalista lanciando una frecciata ai Cobas, che su sciopero generale e data - il 17 - le idee le hanno chiare già da un pezzo. «Ma - conclude Di Meglio - non si può in alcun modo procrastinare ulteriormente un'iniziativa resasi indispensabile anche alla luce delle ultime dichiarazioni del presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. La posizione del Governo - chiarisce - è di totale chiusura nei confronti dei sindacati e, in queste condizioni, i margini per il dialogo e la contrattazione sono inesistenti». Al coro sindacale si aggiunge anche la voce del segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero, per il quale il progetto del ministro Mariastella Gelmini «imbarbarisce il Paese». «Tagliare i soldi per gli insegnanti di sostegno e per il tempo pieno - spiega Ferrero - vuol dire distruggere le cose buone della scuola italiana che è riuscita a essere un luogo di integrazione per bambini e ragazzi».

 

I 4 grandi dell'Ue: salveremo le banche - Anna Maria Merlo

PARIGI - Rassicurare, evitare il panico. Promuovere un vertice internazionale «il più presto possibile» per discutere come ripartire su nuove basi, più sane. Ieri, i quattro paesi europei del G8 hanno cercato di inviare un messaggio di unità ai mercati e ai cittadini. Malgrado le divergenze di approccio che sussistono e i limiti di un'operazione a quattro in un'Europa che conta 27 paesi. Sarkozy ha affermato che è stato preso «un impegno solenne» ieri: ogni stato membro si impegna ad intervenire in caso di grossa crisi di un istituto di credito, ma «il peso» degli errori delle banche graverà anche sulle spalle degli azionisti oltre che su coloro che hanno «sbagliato». Alla Commissione viene chiesta «flessibilità» per quanto riguarda gli aiuti pubblici alle imprese, mettendo tra parentesi in via eccezionale i parametri di Maastricht. Lunedì, all'Eco-fin a Lussemburgo a cui partecipano i 27 ministri delle finanze, ci saranno ulteriori chiarimenti. Che poi verranno discussi al Consiglio europeo dei capi di stato e di governo, il 15 e 16 ottobre a Bruxelles. Ieri pomeriggio, la tedesca Angela Merkel, il britannico Gordon Brown e Silvio Berlusconi sono stati ricevuti da Nicolas Sarkozy all'Eliseo, assieme alle autorità europee, José Manuel Barroso della Commissione, Jean-Claude Trichet della Banca centrale europea e Jean-Claude Juncker presidente dell'Eurogruppo (i paesi della zona euro). L'incontro si è concluso con una cena, a cui ha partecipato anche il primo ministro francese, François Fillon, escluso dall'incontro del pomeriggio. L'ambizione originaria di Sarkozy - rimettere in questione il sistema finanziario per aprire una nuova Bretton Woods e istituire un fondo comune europeo di 300 miliardi di euro per salvare le banche sul modello del piano Paulson statunitense - era già stata rivista al ribasso prima della riunione. Il senso del messaggio su cui si sono messi d'accordo i paesi del G4 e le autorità europee ieri è «salviamo le nostre banche», evitando di correre in ordine sparso, come è successo finora. In mattinata, Sarkozy aveva ricevuto Dominique Straus-Kahn, presidente dell'Fmi. Per Strauss-Kahn «bisogna indicare ai mercati che i paesi della Ue non agiscono ognuno per sé», gli stati europei «devono agire in fretta e in modo concertato». L'Fmi diffonderà in settimana delle nuove previsioni sullo stato dell'economia, «sensibilmente al ribasso», ha precisato Strauss-Kahn, rispetto a quelle precedenti. Strauss-Kahn ha ammesso che «la situazione è molto preoccupante», perché «le perdite delle banche sono più rilevanti di quanto avessimo previsto». La preparazione della riunione di ieri non è stata facile. La Germania frena su garanzie collettive. La Bce e l'Eurogruppo, del resto, hanno sottolineato che l'Unione europea non è uno stato federale, come gli Stati uniti, e che quindi non può prendere a modello il piano Paulson. Per Angela Merkel, non bisogna «accordare un assegno in bianco alle banche» e chi ha sbagliato deve pagare. La Germania preme per una riposta «caso per caso»: ogni paese affronterà in prima persona i propri problemi. In altri termini, Berlino, dove le elezioni si avvicinano, rifiuta di costituire un fondo comune europeo. Angela Merkel ha criticato indirettamente la scelta irlandese di garantire per due anni tutti i risparmi messi in sei banche del paese, per un montante tre volte il pil. Nel suo entourage sottolineano che «non possiamo dire in anticipo che sovvenzioneremo le banche poiché questo trasferirebbe i rischi sullo stato. Anche se poi, alla fine, è questo che succederà in ogni paese». Gordon Brown è arrivato a Parigi con una proposta, fatta apposta per gelare la pressione francese a favore di un fondo comune consistente, anche se assicura che verrà «mobilitata la liquidità necessaria per assicurare la stabilità e la fiducia»: il premier britannico difende la creazione di un fondo di 12 miliardi di sterline (15,3 miliardi di euro) per «mostrare che possiamo fare di più attraverso l'Europa per aiutare le famiglie e le imprese». Si tratta di una cifra irrisoria (anche solo rispetto ai 22 miliardi di euro che la Francia ha stanziato questa settimana per venire in soccorso della piccola e media impresa), che rientra nel quadro di una decisione presa dai ministri delle finanze della Ue lo scorso settembre a Nizza e che prevede un aumento dei fondi della Bei (Banca europea di investimenti). Sarkozy, in una lettera inviata a tutti gli stati membri della Ue e alle autorità europee, aveva auspicato un'armonizzazione delle risposte alla crisi: «L'interesse europeo richiede uno sforzo intenso di coordinamento e di convergenza delle azioni da mettere in atto». In sostanza, gli europei vogliono che il mercato creda che non ci sarà un caso Lehman Brothers in Europa. Ma che chi ha sbagliato dovrà pagare, azionisti compresi.

 

Marcegaglia accetta aiuti - Antonio Sciotto

CAPRI - «L'intervento dello Stato va bene, ma solo per le emergenze». Così il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, legge l'approvazione del piano Paulson da parte degli Stati Uniti. Il tema della crisi tiene banco nel secondo giorno di convegno confindustriale a Capri, e soprattutto riecheggiano le parole del ministro Giulio Tremonti che, in vista del G4 di Parigi, ha chiesto all'Europa un nuovo sistema di «criteri contabili» per la finanza, dando più spazio ai patrimoni reali, alle produzioni, «al denaro che si produce con il lavoro e non, magicamente, con altro denaro». Lo stesso Massimo D'Alema (Pd), intervenendo, ha invocato «più pubblico»; ma non nel senso di uno Stato presente direttamente nelle imprese, piuttosto come «tutela dei risparmiatori e incentivo allo sviluppo, con politiche fiscali e la costruzione di infrastrutture». Marcegaglia e le imprese, non disdegnano affatto l'intervento statale, ma purché resti sempre limitato, non diventi strutturale: «Siamo in una fase di cambiamento epocale, la crisi c'è e si sente anche nell'economia reale - ha spiegato il presidente della Confindustria - Ma le soluzioni che stiamo sperimentando non devono diventare un alibi per il ritorno a un controllo pubblico dell'economia: non siamo alla fine del capitalismo, del mercato. Diciamo piuttosto che serve un mercato regolato: e che bisogna dire basta ai castelli di carte scaricati delinquenzialmente sui cittadini». Sul cosa fare dei soldi pubblici, comunque, ci sono differenti punti di vista. D'Alema vorrebbe che l'Europa allentasse i vincoli di Maastricht per poter tagliare le tasse ai ceti medio-bassi, mentre Marcegaglia rimprovera il governo per aver ridotto, nel Dpef, le cifre destinate alle infrastrutture. D'Alema legge un intreccio molto forte tra crisi finanziaria e crisi economica, e per questo invoca un «moderno New Deal», dove lo Stato «interviene con più liberalizzazioni nei settori dove ancora manca la concorrenza, ma nello stesso tempo con più regole e controlli dove servono». Secondo il rappresentante del Pd, la «crisi dei mutui è radicata nella crisi della working e della middle class, che negli Usa non è più riuscita a pagare i debiti accumulati». L'Europa e l'Italia, «già di per sé più protette perché basate su economie meno di rischio, sono comunque esposte al contagio perché i prodotti tossici sono stati venduti ovunque, e non sappiamo quanti ne circolino nelle nostre banche e nei portafogli delle nostre famiglie». E' per questo, dunque, che l'Europa può e deve intervenire, con tre leve: 1) la Bce abbandoni l'ossessione dell'inflazione e torni ad abbassare i tassi per permettere lo sviluppo (e qui la platea delle imprese applaude convinta); 2) si aumenti la cifra che ogni Stato dà alla Ue, oggi l'1% del Pil, per finanziare vere politiche di infrastrutture; 3) Bruxelles allenti i vincoli del Patto di stabilità, lasciando lo 0,5-0,7% di Pil - pari a 7-8 miliardi - da utilizzare per abbassare le tasse a chi ha redditi sotto i 50 mila euro. «Servirebbe anche a voi - D'Alema si rivolge alla platea degli industriali - che le famiglie stessero meglio: si riavvierebbero consumi ed economia, e lo stesso tavolo sui contratti si farebbe in un'atmosfera migliore». E anzi, proprio sui contratti, D'Alema conclude che «è una riforma necessaria, ma solo se migliora i salari». Marcegaglia ammette che «c'è un problema di reddito per i ceti più bassi», ma sottolinea subito che per le imprese «non c'è altro modo di migliorare i salari che agganciandoli alla produttività». Dunque, e il messaggio è indirizzato polemicamente alla Cgil, «non accetteremo mai nuove proposte di scala mobile, perché così si vendono illusioni pericolose ai lavoratori». La presidente spera ancora «in un ripensamento della Cgil, dopo il brusco e inaspettato cambio di atteggiamento rispetto alla nostra proposta, definita irricevibile»: «d'altra parte - aggiunge - Cisl e Uil sono con noi, e dopo l'ultimo incontro abbiamo modificato significativamente il documento». «Ma non accetteremo veti; se non si potrà firmare con tutti valuteremo il da farsi». Sulle azioni anti-crisi, Marcegaglia si dice d'accordo con maggiori investimenti europei sulle infrastrutture, e anzi critica il governo Berlusconi «per aver ridotto dal 2,4% al 2% le spese relative nel Dpef». Concorda anche sull'opportunità di una riduzione dei tassi di interesse: «La Bce avrebbe dovuto farlo già questo mese, spero lo realizzi il prossimo: l'inflazione è in calo e adesso la priorità è rilanciare lo sviluppo». Ma non si dice convinta sull'opportunità di allentare i vincoli di Maastricht, «dato che da anni il Paese rischia di essere affogato dalla spesa improduttiva». La Confindustria lancia poi un allarme sul credito alle imprese: «Si sono già visti segnali di stretta a causa della crisi: invitiamo le banche a non chiudere i cordoni, per questo le incontreremo il 17 ottobre». Sulla riforma federalista, si augura infine che «per accontentare tutte le Regioni non crei nuove tasse». Tornando ai contratti, c'è da segnalare l'iniziativa organizzata a Roma dalla Cisl, che ha chiamato a raccolta i delegati in un Palazzetto: il segretario Raffaele Bonanni ha attaccato pesantemente la Cgil, affermando che «ha diffuso bugie e dati volutamente sballati» sulla possibile perdita del potere d'acquisto dei salari, «per demonizzare un accordo che noi vogliamo fare e che loro bloccano da anni». Su questo, addirittura, gli è scappata la parola «sciopero».

 

Liberazione - 5.10.08

 

Sporchi italiani! - Piero Sansonetti

Il Presidente della Repubblica e il Presidente della Camera ieri hanno lanciato l'allarme razzismo. Li ringraziamo in modo un po' rude, con questa prima pagina brusca e aggressiva, abbastanza fuori dal nostro stile abituale, ma secondo noi indispensabile. Il Presidente della Repubblica e il Presidente della Camera (e cioè Napolitano e Fini) hanno ragione a gridare al pericolo razzismo. Noi crediamo che il loro grido non basta. Sembra un grido nel deserto, di fronte al silenzio tombale, forse persino un po' soddisfatto, della gran parte delle istituzioni, del governo, del Parlamento, della magistratura, dei partiti, dei giornali, delle televisioni, degli intellettuali. Il rischio del razzismo - direi di più: il dilagare del contagio razzista e delle sue espressioni violente e criminali - sta minando la base, le fondamenta della nostra civiltà. E richiede una reazione straordinaria, fortissima, che coinvolga tutti, al di là delle ideologie, degli schieramenti, delle opinioni politiche. E' vero o no che rischia di essere rimesso in discussione il principio fondamentale della società e del pensiero moderno - dalla rivoluzione francese in Europa e dalla fine dello schiavismo americano - e cioè che le persone umane sono tutte uguali, hanno la stessa dignità, gli stessi diritti? Purtroppo è vero. E non possiamo giudicare questo problema uno dei tanti problemi che abbiamo davanti. Oggi il problema del razzismo è la questione delle questioni, è vitale, è drammatica, è la premessa di qualunque iniziativa politica o culturale decente. Tutto ciò che - in politica o nell'attività intellettuale - prescinde dal razzismo è immorale e indecente. Il razzismo è la prima e assoluta questione morale da affrontare, da porre al di sopra di qualunque interesse politico, o di gruppo, o di classe, di qualunque tendenza economica, di qualunque battaglia di costume. Questa emergenza non è affatto chiara alle classi dirigenti, al governo, al mondo politico e intellettuale. Che non solo non stanno facendo nulla per affrontarla, ma ormai da qualche anno stanno favorendo il contagio razzista con una politica dell'immigrazione fondata sulla paura, sull'eccitazione della xenofobia di massa, sulla ricerca miope e pazzesca del vantaggio elettorale. Il centrosinistra, nel periodo in cui ha governato, ha avuto responsabilità enormi. E' stato l'inventore della caccia al romeno e al rom. Il centrodestra sembra subalterno alle pulsioni incivili della Lega, all'idea del linciaggio del debole, alla caccia al clandestino che ci ricorda il periodo peggiore dell'Alabama razzista. Bisogna reagire. Bisogna dare l'anima per rovesciare il senso comune. Loro gridano «sporco negro» prima di affondare la randellata. Noi non usiamo il randello, ma oggi, con rabbia, con lucidità, gli rivolgiamo l'anatema contro. Gridiamo: «sporchi italiani!»

 

Caro-vita, l'opposizione ricomincia da un mercato e da un chilo di pane - Checchino Antonini

Milano - «Un euro? L'avevo già preso da un'altra parte però lo riprendo: cosa crede, facciamo certi giri prima di fare la spesa!». Un euro al chilo, anziché il doppio o addirittura 3 e 80 come in certi panettieri più chic. Un'occasione da non perdere, perché il pane costa caro, sempre più pesante per buste paga o pensioni come quella del signor Luciano, siciliano sbarcato a Milano nel '52 e «diventato vecchio nell'edilizia». Come ogni sabato Luciano si mescola alla fiumana che sbuca dal tunnel della metropolitana in viale Paciniano, linea che separa il centro dalla più popolare periferia Sud. Qui c'è un mercato rionale che ancora attira clienti, per lo più pensionati, per i suoi prezzi relativamente bassi. Ieri mattina, in decine di piazze come questa, Rifondazione comunista ha dato seguito alla campagna contro il carovita decisa dall'assemblea nazionale del Brancaccio: come a Roma sette giorni prima, anche qui è stato offerto il pane a un euro al chilo. Tra i militanti, a stendere volantini e offrire pagnotte alle persone in fila, c'è anche il segretario nazionale del Prc, Paolo Ferrero. A Milano, in un anno, il prezzo della pasta è cresciuto del 26,4% e sono rincarati pane, carne, luce, gas e trasporti. «E' evidente che sia in corso una speculazione che nessuno controlla. D'altronde Berlusconi era premier anche quando c'era la lira e, da un giorno all'altro, mille lire sono diventate un euro - spiega a Liberazione Ferrero - noi incominciamo offrendo il pane e lanciando la formazione di gruppi di acquisto popolari. Questo è ciò che intendo quando si parla di applicazione della linea congressuale: ridare significato alla politica non certo costruire enormi falci e martello». La signora Angela, sarta, lo prende e sottoscrive pure. Poi, con la pagnotta tra le mani: «Chissà quanto mi dura, sono sola. Ma sono con voi: mentre quell'uomo (Berlusconi, ndr) continua a comprare ville, io con la mia pensione sono costretta ancora a lavorare, con 600 euro non si vive». In fila con lei una precaria della Provincia. Precaria lì dentro da 10 anni, con colleghi che lavorano 12 ore al giorno, che hanno caselle di posta elettronica dell'ente, firmano delibere ma sono dipendenti di cooperative e vengono pagati con due bonifici l'anno da 3mila euro. Storie di un'Italia al 23° posto nella hit parade dei salari dei paesi sviluppati. E dove un terzo delle famiglie non arriva alla quarta settimana. Uno dei panettieri di zona non la prende bene e inizia una discussione piuttosto accesa. Crede sia concorrenza sleale, che quelle pagnotte siano smerciate sottocosto. In realtà è possibile trovarle in alcuni punti vendita Coop e Conad grazie a un accordo con un panificatore con la Provincia a mediare. «Vuol dire che il carovita si può combattere con un serio intervento delle istituzioni. Ad esempio - dice Nello Patta, segretario provinciale di Rifondazione - lo sai quanto incide l'affitto dei locali sui prezzi finali? Gli enti locali potrebbero fornire ai commercianti affitti a prezzi calmierati in cambio di prezzi altrettanto calmierati. Purtroppo, in questa città, la privatizzazione dei mercati comunali ha fatto perdere loro la funzione di calmiere. Eppure esiste un potenziale straordinario: a sud di Milano c'è la zona agricola più produttiva d'Europa». Con le pettorine gialle, gli attivisti di Rifondazione - tra loro si riconoscono anche l'europarlamentare Agnoletto, il consigliere regionale Muhlbauer, il segretario lombardo Nicotra, la consigliera provinciale Dioli - smerciano in un ora milleduecento chili di pane a persone che commentano favorevolmente l'offerta: «Finalmente una cosa concreta». Il copione s'è ripetuto più o meno allo stesso modo nelle altre piazze, nella provincia di Varese, a Mantova. E 13 quintali di pane sono andati via anche a Roma. Patta riceve le telefonate da altri "punti vendita". Per tutti è un'iniziativa da replicare. Anche nei luoghi di frontiera è andata benissimo. «Come all'Ortofrutta dove la ‘ndrangheta ha tentato, alcuni mesi fa, di impedire il primo sciopero dei lavoratori in nero dando fuoco alla casa del delegato Cgil», ricorda Alfio Nicotra. «Almeno tre ‘ndrine, stando agli atti processuali, controllano il più importante mercato europeo anche per veicolare l'importazione di cocaina», aggiunge Saverio Ferrari. Non poteva essere diverso il lancio della manifestazione nazionale di sabato prossimo a Roma, perché di opposizione c'è bisogno come del pane: «Sarà contro il governo e anche contro la Confindustria - ricorda Ferrero - non come il Pd che dice di essere contro il governo ma intanto cinguetta con gli industriali e tira la giacchetta alla Cgil che, invece, prova a difendere i suoi 5 milioni di iscritti quando rifiuta di firmare lo smantellamento del contratto nazionale. Ora spero che costruisca un percorso di lotta coerente proclamando lo sciopero generale».

 

Gigi Sullo: «L'11 ottobre? Sarà liberatorio» - Castalda Musacchio

«Sì ci sarò, più che altro perché fa sempre piacere essere insieme a qualche decine di migliaia di amici». Gigi Sullo, direttore di Carta, non risparmia l'autoironia. E non esita a scommettere: «Il nostro paese è da salvare? Bisogna guardare - spiega - a quell'Italia "di sotto" alle manifestazioni fantastiche come quella di Vicenza che non sono cose minoritarie. Con uno slogan? Bisogna ripartire da qui». Sei uno tra i firmatari dell'appello della prossima manifestazione, allora l'11 ottobre in piazza? Naturalmente sì. Se non altro, e lo dico un po' autoironicamente, perché alla fine fa sempre piacere essere insieme a qualche decine di migliaia di amici. Sei ottimista... Certamente. Sono un inguaribile ottimista. E comunque credo che vi sia una tale frustrazione, direi compressione tra la gente di sinistra che penso questa mobilitazione assumerà un effetto liberatorio, sarà sicuramente un'occasione per dire: eccoci qua, ci siamo, siamo vivi. Per altro verso è facile constatare che il mio ottimismo nasce sulla base di una speranza: è naturale. Ho ancora le cicatrici tutte aperte dall'ultima esperienza di ottobre quando il tuo giornale il mio e il Manifesto siamo stati promotori di una manifestazione fantastica che fu davvero molto bella e riuscì, oltretutto in un momento molto brutto, a suscitare una piccola onda di partecipazione su cui i partiti di sinistra avrebbero potuto fare il surf. Cosa che invece, purtroppo, non è avvenuta. Sarà effettivamente un autunno caldo. Il 25 ci sarà l'altra mobilitazione promossa dal Pd. Parteciperai anche a quella? Mi pare che non ci sia, da un certo verso, proprio nessun rapporto tra la mobilitazione dell'11 e quella del 25 perché si basano su ipotesi politiche del tutto divergenti. E' vero anche che la stessa base del Pd soffre anch'essa di una certa frustrazione, non ce la fa più a fare il minuetto. Penso quindi che, nella sua sostanza umana, probabilmente anche quella sarà una cosa autentica, vera, al di là del cappello. Tra i punti fondanti dell'appello, oltre le questioni dirimenti della pace e del disarmo, antirazziste, pro vertenze territoriali ce n'è una che ci riguarda direttamente: la decisione assunta dal governo di tagliare i contributi all'editoria. Siamo finiti anche noi nel mirino di Bonaiuti... Intanto debbo dire: abbiamo cominciato a fare la nostra campagna come Carta puntando su una considerazione. Oggi si assiste da una parte alla caccia al rom dall'altra ai militari in Campania e allo Stato che minaccia di compiere un tour in Val di Susa con le forze militari. Tutto questo mi porta a parlare di un vero trauma democratico. Di una democrazia sostanziale che si separa da quella formale. E' in questo contesto che la stampa di sinistra indipendente, le cooperative di vario orientamento che lavorano sul territorio rischiano di scomparire d'un botto. Con Carta abbiamo già promosso la nostra campagna che si chiama "abbonatevi a un giornale morto ammazzato" e questa è la verità. Ma non ci fermiamo. Abbiamo in mente di realizzare una serie di iniziative. Romperemo le scatole a tutti. In Val di Susa parteciperemo a una grande assemblea che servirà ad aprire un forum. Sono queste che fanno capire quanto tanta gente sia attratta da una possibilità di relazione con i movimenti di vario genere. E' in questa occasione che terremo un seminario della cosiddetta "altra politica", un "altro" modo di resistere a quello che Marco Revelli indica come il post fascismo che, forse, c'è. "Un'altra Italia, un'altra politica" è lo slogan della mobilitazione dell'11. Pensi che l'Italia, oggi, sia davvero un paese da salvare? Ho un permanente personale diverbio fraterno con Revelli sullo stato del Paese. Lui su questo ha un pessimismo cosmico. Parla di una vera apocalisse culturale che ha colto nelle viscere l'Italia, la nostra gente, e ne ricava, secondo me, un pessimismo durissimo quasi del tutto chiuso. La mia convinzione - sarà perché di mestiere annuso l'aria che mi circonda - è un po' diversa. Penso che esista un'Italia "di sotto", la quale in modo non leggibile e sicuramente omesso sta ricostruendo una sua alta civilizzazione che consiste nella creazione di nuove forme di partecipazione democratica, di altra economia per esempio, di manifestazioni fantastiche come quella di Vicenza dove persino il sindaco, del Pd, ha proclamato la sua indipendenza. Questa Italia, forse, ci salverà. Altrimenti, a cos'altro possiamo aggrapparci?

 

La Stampa – 5.10.08

 

Europa verso gli aiuti di Stato

PARIGI - I leader di Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna - i quattro Paesi europei del G8 riuniti oggi a Parigi - si sono impegnati solennemente a sostenere il settore bancario di fronte alla crisi finanziaria internazionale. Le misure verranno decise da ciascuno Stato membro, ma dovranno essere coordinate con quelle degli altri paesi. Ma al tempo stesso hanno chiesto alle istituzioni Ue di fare la loro parte: la Commissione europea dovrebbe «dare prova di flessibilità» nell’applicare le regole sugli aiuti di Stato e la concorrenza, e reagire rapidamente, mentre nell’applicare i criteri di Maastricht sui conti pubblici bisognerebbe tener conto delle «circostanze eccezionali». Ma il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, sempre non aver raccolto l’appello: il Patto di stabilità e di crescita dell’Ue, ha detto, va rispettato «nella sua interezza». Il padrone di casa, il presidente di turno dell’Ue e della Francia Nicolas Sarkozy, ha snocciolato le «decisioni» raggiunte oggi dai G4, che tuttavia devono ancora passare al vaglio dell’Ecofin di martedì prossimo e del Consiglio europeo del 15-16 ottobre a Bruxelles. In primo luogo, i leader delle prime quattro economie del Vecchio Continente hanno annunciato «l’impegno solenne a sostenere le banche europee in difficoltà», con «mezzi propri, ma in modo coordinato». Allo stesso modo, si impegnano affinché «i dirigenti (bancari) che hanno fallito vengano puniti», un punto su cui ha insistito il cancelliere tedesco Angela Merkel ma anche Juncker. Sarkozy è poi passato alle richieste nei confronti di Bruxelles e Francoforte. «La Commissione europea dovrebbe dimostrarsi flessibile nell’applicazione delle regole nel campo degli aiuti di Stato alle imprese, così come sui principi del mercato unico», ha detto. Così come «l’applicazione del Patto di stabilità e di crescita dovrebbe riflettere le circostanze eccezionali in cui ci troviamo» ha continuato il capo dell’Eliseo, auspicando anche una modifica delle regole contabili affinché gli interventi di salvataggio non peggiorino troppo i dati sui conti pubblici. Ma su questo punto Juncker è apparso inflessibile, affermando che le regole Ue «sono da rispettare nella loro interezza». Il primo ministro lussemburghese ha spiegato si è dichiarato contrario a «lasciar correre i deficit» perché «l’accumulo dei disavanzi e un ritorno alla spirale dell’indebitamento sono senza alcun dubbio pericolosi e aumenterebbero una nervosità che è già grande». Sull’argomento è stato interpellato anche il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che è apparso deciso a seguire - con qualche difficoltà - le consegne dell’Ue. «I vincoli di Maastricht noi vogliamo rispettarli, ma certo con questa crisi..., ma noi vogliamo rispettarli», ha detto ai giornalisti. Il presidente francese, forte dell’appoggio dei partner europei, ha rilanciato anche la sua proposta di «un summit internazionale al più presto possibile tra gli Stati più colpiti per rifondare il sistema finanziario mondiale», che dovrebbe occuparsi, in particolare, di regolamentare tutti i settori finanziari, in particolare le agenzie di rating, le banche di investimento e gli hedge fund. «Vogliamo che da questa crisi emerga un nuovo mondo» ha chiosato Berlusconi, spiegando che il summit internazionale dovrebbe essere allargato «ai più importanti 14 Paesi» nel mondo, incluso Cina, India, Sudafrica, Egitto e anche il continente africano. «Il nuovo G8 porterà intorno allo stesso tavolo l’80 per cento del sistema economico mondiale», ha sottolineato. Il primo ministro britannico, Gordon Brown, ha ottenuto il raddoppio del fondo che aveva proposto alla vigilia del summit per aiutare le piccole e medio imprese (Pmi), ricorrendo alle risorse della Banca europea per gli investimenti (Bei). L’inquilino di Downing Strett ha annunciato un’intesa per chiedere alla Bei «di stanziare 25 miliardi di sterline», pari a circa 31,5 miliardi di euro, invece dei 12 miliardi di sterline (15,3 miliardi di euro) di cui aveva parlato ieri e questa mattina. Merkel, invece, invitando ogni Paese dell’Ue ad «assumersi le proprie responsabilità a livello nazionale» di fronte alla crisi finanziaria, ha lanciato una stoccata all’Irlanda, che decidendo di garantire interamente i depositi delle prime sei banche del Paese ha provocato l’irritazione dei partner Ue - a cominciare dalla Gran Bretagna - preoccupati per una fuga di capitali verso Dublino. Il cancelliere tedesco si è dichiarata «non soddisfatta» dell’iniziativa irlandese ed ha annunciato una reprimenda in arrivo per Dublino. «Abbiamo già chiesto alla Commissione europea e alla Banca centrale europea di cercare di discutere con l’Irlanda. È importante agire in maniera equilibrata, senza arrecare danni agli altri Paesi, servono delle iniziative che rispettino la concorrenza», ha sottolineato il capo del governo tedesco.

 

Obama a otto voti dalla Casa Bianca – Maurizio Molinari

NEW YORK - Barack Obama è a un passo dalla Casa Bianca, i repubblicani temono la disfatta e John McCain per rassicurarli promette che si «toglierà i guantoni» nel dibattito di Nashville. A 29 giorni dal voto la corsa del candidato democratico appare inarrestabile non solo perché i sondaggi nazionali - ieri è stato il turno di Rassmussen - gli assegnano un vantaggio di 6 punti, ma per il conteggio dei singoli Stati, ognuno dei quali assegna un numero di voti elettorali in proporzione alla densità di popolazione. Per diventare presidente bisogna toccare quota 270 e Obama, secondo la media calcolata da RealClear, è già a 262 mentre McCain arranca a 163. La forza elettorale di Obama è più evidente tenendo presente che gli otto Stati più in bilico - Ohio, Florida, Nevada, Virginia, North Carolina, Missouri, Indiana e Colorado - andarono tutti a Bush nel 2004 e solamente in due - Missouri e Indiana - McCain è in testa. A conti fatti lo scenario odierno è di una valanga democratica condita dal possibile crollo di storiche roccaforti repubblicane - come Virginia e North Carolina - sulle ali di una crisi economica che allontana il ceto medio bianco dal candidato del partito che ha avuto la Casa Bianca negli ultimi otto anni. «Obama ha più strade verso la vittoria di McCain», riassume Karl Rove, ex stratega di Bush. Da qui i timori dilaganti in casa repubblicana. «Siamo molto preoccupati», ammette Katon Dawson, capo dei repubblicani nel feudo della South Carolina, mentre in Michigan il partito è in rivolta per la decisione di McCain di ritirare staff e spot tv lasciando il campo a Obama. La pressione della base conservatrice è tutta sul candidato affinché «sia più aggressivo contro Obama facendo sapere che è il politico più liberal in circolazione», suggerisce Tom Rath, delegato del New Hampshire alla Convention di St Paul. Durante un comizio in Colorado alcuni dei presenti hanno incalzato McCain, chiedendogli: «Quando si toglierà i guantoni». «Che ne dite di martedì sera?», è stata la risposta, riferendosi al dibattito previsto a Nashville. Il manager della campagna, Steven Schmidt detto «il proiettile», conta che dopo il varo del maxifondo la crisi economica passi in secondo piano e per «cambiare argomento su cui votare» vuole dedicare il finale della campagna a demolire l’immagine di Obama puntando su scandali e punti deboli: dai legami con l’immobiliarista Tony Retzko all’amicizia con l’ex terrorista Bill Ayers. Un assaggio è già arrivato con gli spot su «Obama abortista» pagati da gruppi indipendenti. A spingere verso una «campagna negativa» è anche l’opinionista conservatore Bill Kristol che scrive «bisogna convincere il 51% degli americani che Obama non è adatto ad essere presidente». Ma la adottare la linea dura espone anche a rischi: nel finale della campagna il premio maggiore sono gli incerti e potrebbero reagire scegliendo Obama. Oltre a «togliersi i guantoni», McCain conta su due carte insolite che ribadiscono la sua fama di «maverick» (indipendente). La prima è Sarah Palin, la cui popolarità è stata rilanciata dal dibattito con Joe Biden, e l’altra è una strategia inconsueta: scommettere sulla tenuta delle roccaforti repubblicane per concentrare le risorse su cinque Stati che nel 2004 andarono ai democratici - Pennsylvania, Wisconsin, Minnesota, New Hampshire e Maine - puntando ad un testa a testa finale che potrebbe essere deciso da pochi voti. Da qui l’insolito sbarco nel Maine per catturare anche uno solo dei 4 voti assegnati con la proporzionale. Il politologo Michael Barone, veterano delle presidenziali, commenta: «Questa campagna è segnata dal caos, diverse volte ha aiutato McCain, adesso sta giovando a Obama, chissà cosa avverrà prima del 4 novembre».

 

"Obama fa amicizia con i terroristi"

New York - D’ora in poi, per gli ultimi 31 giorni di campagna elettorale, non si useranno più i guanti bianchi. La nuova linea è stata dettata dal senatore dell’Arizona John McCain ed è stata subito seguita dalla sua vice, la governatrice dell’Alaska Sarah Palin, che ha accusato il rivale democratico Barack Obama di «fare amicizia con i terroristi» a causa della sua presunta vicinanza con un ex attivista radicale degli anni Sessanta. Obama «non vede l’America come la vedo io o la vedono gli americani, la vede talmente imperfetta da fare amicizia con terroristi che hanno colpito il loro stesso paese», ha detto la candidata repubblicana alla vicepresidenza, facendo riferimento a un articolo apparso sulla prima pagina del New York Times in cui si racconta di un incontro tra il senatore di Chicago e Bill Ayers, che nel 1969 fondò Weathermen, organizzazione che, per protesta contro la guerra del Vietnam e «l’imperialismo americano», dichiarò «lo stato di guerra contro il Governo», organizzando sommosse, colpendo con bombe artigianali gli edifici governativi e varie banche. Anche se il quotidiano newyorkese sottolinea che Obama ha liquidato la vicenda definendo Ayers «solo una persona che vive nel mio quartiere» e uno che «ha lavorato a programmi educativi cui ho lavorato anche io» (entrambi hanno lavorato per Woods Fund, società di beneficenza che aiuta i poveri e dal cui consiglio di amministrazione Obama è uscito nel 2002), Palin non ha esitato a seguire la linea aperta dallo stesso McCain nella primavera scorsa, quando si domandò come il senatore dell’Illinois potesse «approvare una persona coinvolta in attentati e che ha ucciso persone innocenti». In realtà, in un’esplosione accidentale morirono tre membri del Weathermen, ma nessuna delle bombe lanciate contro gli edifici provocò vittime.

 

Cina. Il partito: ricominciare da terra – Francesco Sisci

Trent’ani fa cominciava tutto. Dopo una serie di riunioni segrete il Partito comunista durante il plenum del comitato centrale lanciava le riforme economiche che stanno facendo grande la Cina e hanno dato energia e forza al fenomeno che poi sarebbe stato definito globalizzazione. L’inizio allora fu una riforma delle terre: ai contadini venne permesso di dividersi in piccoli appezzamenti i possedimenti delle comuni popolari. Trent’anni dopo, e gli anniversari non sono casuali, il plenum si riunisce di nuovo, il 9 ottobre prossimo. Anche stavolta si parlerà di terra, e gli effetti saranno enormi, sia a livello nazionale, come è ovvio, che a livello globale. Mentre però 30 anni fa la terra si doveva spezzettare, stavolta invece la terra si deve concentrare o almeno dovrebbe essere possibile comprarla e venderla con maggiore libertà. Si tratta di una rivoluzione radicale per problemi profondi che si sono accumulati in questi decenni. Una delle questioni sul tavolo dei decisori cinesi è il processo di occupazione delle terre da parte di industrie e immobiliaristi. Infatti dopo le riforme, anche se la terra delle comuni popolari era stata divisa tra i contadini il “titolo di proprietà” era rimasto nelle mani del villaggio. Quando industrie o costruttori si vogliono comprare dei suoli si rivolgono al villaggio che a sua volta paga i contadini che occupano i singoli lotti facendoci sopra una cresta. Il sistema nasce dalla necessità di assicurarsi la collaborazione (o se si vuole la complicità) dei capi villaggio nello sviluppo industriale. Se i villaggi avessero fatto resistenza all’allagamento delle zone urbane, le città rischiavano lo strangolamento. Il fenomeno però era degenerato, le creste dei capi villaggio erano aumentate, e soprattutto sempre più contadini si ribellavano con dimostrazioni e proteste di piazza per chiedere compensi maggiori per i propri terreni. Un maggiore potere dei contadini sulle “proprie” terre a dispetto delle autorità dei villaggi dovrebbe limitare le proteste. Un altro problema è quello messo in luce con lo scandalo del latte alla melamina. La radice del male lì è che l’industria alimentare moderna deve rifornirsi di materia prima, latte, da una miriade di piccoli produttori. Vista la frantumazione della proprietà terriera ci sono pochi grandi fornitori con stalle con centinaia o migliaia di vacche; ci sono invece moltissimi minuscoli fornitori con pochi capi, i quali sono organizzati da mediatori e schiacciati dalla volatilità del mercato. Non c’è rapporto forte e fiduciario tra fornitore e industria e ciò crea enormi spazi per le truffe. La possibilità di disporre più liberamente della terra dovrebbe portare a una sua concentrazione e all’arrivo di grandi fornitori di prodotti agricoli con rapporti di fiduciari con le fabbriche, cosa che a sua volta dovrebbe creare le premesse strutturali per risanare l’industria alimentare. Ma queste misure che fanno pensare finalmente all’arrivo di una agricoltura moderna, meccanizzata e altamente produttiva, fanno comparire anche uno spettro che la Cina sembrava avere sconfitto: la disoccupazione agricola. Oggi ci sono circa 200 milioni di contadini che vanno in città per lavorare in maniera più o meno stagionale ma poi, in tempi di crisi, tornano al loro campicello. Domani questi potranno volere vendere il proprio terreno ma poi, in momenti difficili, resteranno in città diventando socialmente pericolosissimi disoccupati urbani. Questo è il vero rischio che si affaccia con le riforme della terra in discussione la settimana prossima. Per questo è probabile che pure le riforme, dai confini ancora vaghi, saranno applicate gradualmente, per dare tempo di approntare gli ammortizzatori sociali necessari ad assorbire eventuali crisi urbane di disoccupazione. D’altro canto è probabile che si cerchi di operare una specie di scambio: il pezzo di terra contro un appartamento in una nuova città, medio-piccola, quelle da due milioni di abitanti, che dovrebbero arginare la crescita delle megalapoli come Pechino o Shanghai. In ogni caso l’urbanizzazione pone con urgenza anche un’ulteriore aspetto di riforma politica. La gestione di un nuovo “proletariato urbano” che domani possa rimanere disoccupato, protestare e forse anche fare una rivoluzione, ha bisogno di canali di sfogo politico.  Qualche canale che dia fiato alle esigenze dei ceti più disagiati. Occorre quindi “sviluppo scientifico”, come ripete da giorni il Quotidiano del popolo, la parola in codice che in Cina significa “democratizzazione”.

 

Corsera – 5.10.08

 

La rifondazione finanziaria e l'asse ritrovato - Massimo Nava

PARIGI - Fiducia, trasparenza, controlli, solidarietà fra Stati, moralizzazione, punizione dei responsabili. Se le parole fossero pietre, quelle pronunciate con forza ieri nel G4 all'Eliseo dovrebbero contribuire all'immagine di un'Europa coesa e decisa a fare la sua parte per una «rifondazione del sistema», di quel mercato finanziario globale senza leggi e senza regole che Jacques Attali ha in questi giorni definito «Somalia planetaria». Il messaggio è al tempo stesso politico e culturale. Nicolas Sarkozy ha parlato di capitalismo degli imprenditori e «non degli speculatori». Angela Merkel ha fatto un richiamo alle responsabilità: di chi deve prendere decisioni, ma anche di chi ha fatto danni. Gordon Brown e Silvio Berlusconi hanno messo al primo posto «i risparmi delle famiglie». Il minivertice convocato d'urgenza dal presidente francese (e presidente di turno della Ue) ha dunque in buona parte smentito lo scetticismo della vigilia e il rischio che la crisi venisse affrontata in ordine sparso e con misure contraddittorie. La «volontà politica» trova infatti riscontri tecnici non di poco conto: il coordinamento e l'informazione in caso di salvataggi di istituti di credito, l'impegno a una maggiore flessibilità nell'ambito di aiuti di Stato, il proposito di adeguare il Patto di Stabilità all'urgenza della situazione e - su tutto - il richiamo alle «regole» per quanto riguarda trasparenza, controlli, agenzie di rating, stipendi e liquidazioni dorate degli operatori finanziari. Sarkozy ha parlato di una «task force» europea chiamata ad assolvere questo compito. Certamente è stata accantonata l'idea di un fondo comune evocata alla vigilia del vertice, così come non possono essere dimenticati i dissensi di alcuni Stati membri e una certa irritazione degli esclusi. Ma Sarkozy (un po' come era riuscito a fare su un altro fronte, diversamente drammatico, come la crisi in Georgia) ha ancora una volta sfoderato l'arma del volontarismo e della forza di convinzione, mettendo nero su bianco un minimo denominatore comune che oggi è la «cifra» possibile del modello europeo: non istituzionale e integrato, ma negoziale e regolatore, anche se questo approccio decisionista può avvallare fra i 27 il sospetto di un nuovo direttorio. Lo sforzo dell'Eliseo ha trovato strada facendo la convergenza di Berlino («traducete in francese quello che ha detto Angela, è il mio pensiero» ha detto Sarkozy) e il sostegno convinto della Bce e del Fondo monetario. «La solidarietà fra europei è la risposta giusta» ha detto il presidente dell'Fmi, Dominique Strauss-Kahn. «Tutte le misure vanno nel senso del rafforzamento della fiducia nei mercati» ha concesso Jean-Claude Trichet, nonostante che si sia esplicitamente parlato anche di «flessibilità» del Patto. Si tratta di misure che dovranno essere perfezionate nelle scadenze istituzionali dei prossimi giorni, trovare il consenso dei 27 ed essere rilanciate a livello internazionale, in ambito G8. Ma il messaggio dei quattro di Parigi resta un punto di partenza importante, rivelatore di una diversa sensibilità che prescinde dai dogmi e dagli schieramenti e si spinge a parlare di «rifondazione» del sistema finanziario mondiale. Di fronte alla «Somalia planetaria» non hanno più senso dispute ideologiche sul ruolo dello Stato o sul primato del mercato. Si tratta invece - sostiene in sostanza Sarkozy - di comprendere che questo mercato senza regole assomiglia molto all'anarchia e che la politica non può stare alla finestra. A ben vedere, sono cose che il «gollista» Sarkozy, in Francia, non dice da oggi. Ora prova a farsi ascoltare in Europa.

 

Repubblica – 5.10.08

 

Italia, record del cemento, invasi tre milioni di ettari - CARLO PETRINI

Che effetto vi farebbe se vi dicessero che su tutto il territorio del Lazio e dell'Abruzzo non esiste più un solo filo d'erba, neanche un orto; che le due Regioni sono state completamente, e dico completamente, cementificate? Sono sicuro che la maggioranza degli italiani inorridirebbe. Forse avrebbero una reazione un po' diversa tutti quelli che a vario titolo sono invischiati in speculazioni edilizie. O gli amministratori che devono fare cassa con gli oneri di urbanizzazione, ma credo, anzi spero, che non siano i più. Se invece siete tra i più, sentite questa: negli ultimi 15 anni, se si fa un confronto tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005, in Italia sono spariti più di 3 milioni di ettari di superfici libere da costruzioni e infrastrutture, un'area più grande del Lazio e dell'Abruzzo messi insieme. Poco meno di 2 milioni di ettari erano superfici agrarie. Però nessuno sembra inorridire. Forse sarà a causa di una mentalità diffusa secondo la quale se non si costruisce non si fa, non c'è progresso economico. E questo lo dimostrano i programmi elettorali e la composizione delle liste stesse, soprattutto quelle relative alle elezioni amministrative: fateci caso, sono sempre infarcite di soggetti con evidenti interessi nell'edilizia. Sarà un caso? Dal 1950 a oggi abbiamo perso il 40% dei territori liberi nel nostro Paese, negli ultimi anni il consumo medio annuo è addirittura cresciuto rispetto agli anni passati, quelli del boom economico (ed edilizio). Non ci sono solo gli "eco-mostri", tanti, che urlano con violenza tutta la loro protervia (sintomo di grande ignoranza) nel deturpare paesaggi e luoghi incantevoli lungo coste, colline e montagne del nostro Paese. Ci sono tanti "eco-mostriciattoli", e c'è tutta una tendenza a fuggire dall'ambiente urbano, sempre più brutto, caotico e poco salutare, per riparare in campagna, a colpi di villette che mangiano terreno utile alla produzione di cibo e tirano pugni in quegli occhi che ancora cercano bellezza. Prendiamo poi in considerazione l'edilizia per le attività produttive, dalle schiere di scatoloni di cemento che si snodano ininterrotte lungo molte nostre strade, fino al piccolo capannone isolato che abbagliati imprenditori ergono alle pendici (se non proprio in cima, perché nella mia Langa succede anche questo) di una collina particolarmente bella. L'Italia è al primo posto in Europa per la produzione e il consumo di cemento armato, 46 milioni di tonnellate l'anno: le cave legali e abusive hanno un impatto paesaggistico tremendo, e i cementifici inquinano molto, mangiandosi vigne, campi coltivati, boschi, o compromettendo l'ecosistema di quelli viciniori che gli sopravvivono. Il tutto per foraggiare la costruzione selvaggia di villette a schiera, outlet, depositi e quant'altro. Non posso che sottoscrivere le parole di Giorgio Bocca quando, trovatosi a percorrere l'autostrada tra Milano e Firenze, scrive: "Il primo tratto tra Milano e Lodi si merita questo titolo: la scomparsa del paesaggio. La pianura del Po, "la più fertile e ricca regione d'Europa", come diceva quel re di Francia di nome Enrico, illustre invasore, la pianura dei pioppi e delle marcite, dei fontanili che sgorgano nei prati di erba medica, il paese di Bengodi, delle montagne di cacio e di ravioli, dei campanili svettanti nel verde, delle abbazie e delle cattedrali, dei battisteri policromi, degli Stradivari e dei culatelli è scomparso, sommerso da una distesa ininterrotta di fabbriche e fabbrichette". Non c'è limite al brutto, al volgare, ed è giusto paragonare l'inghiottimento di un battistero policromo alla scomparsa di un prodotto gastronomico tradizionale. Riporto un'altra volta il dato: quasi 2 milioni di ettari di suolo agricolo sono spariti, come dire l'intero Veneto. Se da una parte ci scandalizziamo giustamente perché sparisce il bello - e viva le iniziative meritorie, come ad esempio quelle del FAI e di Legambiente, che ci documentano con regolarità le brutture peggiori e sanno coinvolgere i cittadini nella denuncia - la morte dei suoli agricoli sembra invece non interessare. È uno dei più grandi mutamenti che il nostro Paese ha subito nel secondo dopoguerra e non accenna a diminuire: sparisce la campagna, insieme ai contadini, si perdono spesso i terreni più fertili in pianura e in prima collina. Gli appezzamenti che resistono sembra che stiano lì, in attesa che qualcuno ci speculi su, perché diciamolo pure: non c'è bisogno di nuove case, l'edilizia è soltanto un'opportunità di investimento per chi già possiede bei capitali. Il suolo, se non muore a colpi di fertilizzanti e pesticidi, sparisce: se la sua tutela non entrerà presto a far parte dell'agenda politica delle amministrazioni sarà ora che ci sia una mobilitazione popolare in sua difesa. È uno scempio senza fine, che pregiudica la qualità delle nostre vite in termini ecologici e anche gastronomici. Sì: gastronomici, perché ne va anche del nostro cibo, della sua qualità, della sua varietà e della possibilità di poterlo comprare senza che provenga da un altro continente, con tutti gli enormi problemi che ne conseguono. L'ambiente è un diritto garantito dalla nostra Costituzione e non può esserci tutela dell'ambiente senza tutela del mondo rurale, sia per quanto riguarda la sua produttività, sia per quanto riguarda la sua bellezza. Gli enti locali fanno poco, anzi proprio loro vedono nell'edificabilità dei terreni agricoli e dei suoli liberi una via per fare quadrare i propri bilanci. La politica di Palazzo non se ne cura, e se pare normale da parte di chi governa e ha costruito le sue fortune proprio sull'edilizia, il silenzio dell'opposizione sulla tutela dei terreni agricoli diventa sempre più assordante. Il problema infatti è più che mai politico, oltre che etico e culturale. Mancano delle politiche di territorio, come per esempio accade invece in Germania, dove per legge si cerca di riutilizzare aree già consumate e dimesse piuttosto che invadere nuovi campi, nuovo suolo, nuova agricoltura, paesaggi. Inoltre, i tedeschi, cercano di compensare nuove occupazioni andando ad agire su altre aree, con interventi di permeabilizzazione o naturalizzazione (contro il dissesto geologico, piantando nuovo verde). Tutto questo lo fanno senza rinunciare all'occupazione in edilizia, e certo senza aumentare il numero dei senzatetto. È solo questione di organizzazione, di razionalizzazione, e soprattutto di sentire il problema, che è gravissimo. So che anche in alcune Regioni ci sono stati alcuni isolati interventi normativi tesi a migliorare la situazione ma bisogna per forza fare di più. Che si favorisca con incentivi la distruzione di obbrobri costruiti negli anni '60 e già fatiscenti per riedificarci sopra qualcosa di bello, che si realizzino recuperi dell'archeologia industriale o di quelle aree urbane fortemente degradate: il lavoro per i costruttori non mancherebbe di certo. Che si tutelino per legge le aree rurali più importanti, come fossero Parchi Nazionali. Lasciate stare i suoli agricoli, sono una risorsa insostituibile, pulita, bella e produttiva. Sono il luogo che ci fa respirare, che riempie gli occhi, che ci dà da mangiare e che custodisce la nostra memoria, la nostra identità. Continuare a distruggerli, dopo tutto lo scempio che è già stato fatto, non è da Paese civile e un Paese civile dovrebbe predisporre i giusti strumenti di tutela per dare più scuse a chi lo fa.


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