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La penisola della paura dove la tolleranza fa perdere consensi - ILVO DIAMANTI

Repubblica – 6.10.08

 

La penisola della paura dove la tolleranza fa perdere consensi

ILVO DIAMANTI

Il contagio razzista ha coinvolto l'Italia. Perlomeno: nel linguaggio pubblico. Fino a ieri l'altro era un tabù. Ora, invece, le autorità religiose e politiche ne parlano esplicitamente. Il Papa, il presidente della Repubblica e perfino quello della Camera, Gianfranco Fini. Leader di destra. Perfino il sindaco di Roma, Alemanno, che ha espresso le scuse della città a un cittadino cinese, malmenato nei giorni scorsi da un gruppo di bulletti. Dunque, il tabù si è rotto. Oggi a denunciare il razzismo degli italiani non sono esclusivamente i "soliti noti". Sinistra radicale, no global, cattolici solidali. Giornali come il Manifesto e Famiglia Cristiana. Ma ciò solleva il rischio opposto. Scivolare dalla drammatizzazione alla banalizzazione. "Allarme siam razzisti?" No, se intendiamo definire, in questo modo, l'orientamento e il comportamento degli italiani. O meglio: il razzismo c'è, in Italia, come nel resto d'Europa. Dove gli episodi di intolleranza sono numerosi e violenti, anche più che da noi. In Gran Bretagna, in Francia, in Germania, in Belgio, in Spagna. D'altronde, l'importanza del fenomeno è sottolineato dai successi elettorali di formazioni politiche di impronta apertamente xenofoba. Da ultimo, in Austria, una settimana fa. La reticenza è, dunque, pericolosa, quanto la generalizzazione. Tanto più, il sensazionalismo, che sposta il fenomeno al centro dei talk show e nei titoli di prima pagina. D'altronde, gli episodi di razzismo, probabilmente, esistevano anche prima, (sempre troppo) numerosi. Ma non se ne parlava, perché le vittime, per prime, preferivano tacere. Come è avvenuto, in passato, per le violenze sessuali sulle donne e sui minori. Ora invece il clima è cambiato e gli episodi di razzismo sembrano moltiplicarsi, anche perché - più di ieri - sono riconosciuti come tali e denunciati. Anche se, di fronte alle ripetute aggressioni ai danni di stranieri e rom, è diffusa la tendenza a sostenere che "il razzismo non c'entra". Oppure a giustificarle: conseguenze della "legittima furia popolare" (come ha osservato Gad Lerner, su questo giornale). Invece, il razzismo c'è. La tentazione di costruire barriere fra noi e gli altri, in base a fondamenti in-fondati e in-dimostrabili. Come l'idea stessa di "razza", d'altronde. Il razzismo c'è. Allontanarlo da noi con un gesto di fastidio, non aiuta ad affrontarlo. Il razzismo esiste: in Italia come altrove. La storia e l'esperienza non rendono immuni neppure la Germania, l'Austria o la Francia. Tuttavia, il confronto su base europea mostra come in Italia l'allarme sollevato dagli immigrati sia fra i più elevati. Il più alto, in assoluto, fra i paesi della vecchia Europa. Come emerge, chiaramente, dall'indagine europea curata da Demos, laPolis e Pragma (in collaborazione con Intesa Sanpaolo). In particolare, l'Italia è il paese dove l'allarme suscitato dagli stranieri è più forte, relativamente alla sicurezza e all'ordine pubblico, come denuncia una persona su due. In paese dove, al tempo stesso, i "pregiudizi positivi" si attestano su livelli più bassi. Meno della metà della popolazione accetta l'immagine degli immigrati come "risorsa dello sviluppo" oppure "fattore di apertura culturale". L'Italia, in particolare, è il paese in cui tutti gli indici di allarme son cresciuti maggiormente, negli ultimi anni. Come se qualcosa avesse abbassato le nostre difese, le nostre inibizioni. Alimentando la nostra paura. Madre del razzismo, come ha scritto Zygmunt Bauman nei giorni scorsi sulla Repubblica. Il razzismo, allora, forse non è un'emergenza, come ha sostenuto ieri il ministro Maroni. Ma lo è sicuramente la xenofobia. Letteralmente: la "paura dello straniero". Che ha diverse cause, comprensibili, e che vanno comprese, se la vogliamo contrastare. Una su tutte: la distanza fra rappresentazione e realtà. La realtà è che ci siamo trasformati in un paese di immigrazione, dopo che per oltre un secolo è avvenuto il contrario. In poco più di un decennio il peso degli immigrati è passato dallo 0 virgola al 5-6% della popolazione. In alcune aree, soprattutto nel Nordest e nelle province più produttive del Nord, questa misura è doppia, talora tripla. In dieci anni o poco più abbiamo raggiunto e superato paesi in cui questi processi hanno storia e tradizione assai più lunghe. Abbiamo "il primato dell'immigrazione veloce", come hanno scritto i demografi Billari e Dalla Zuanna, in un recente saggio ("La rivoluzione nella culla", Università Bocconi Editore). La realtà è che ci siamo adattati altrettanto in fretta. Non siamo stati travolti. In particolare, le zone dove si registrano i maggiori indici di integrazione (come sottolinea il periodico rapporto della Caritas) sono proprio quelle dove l'immigrazione ha assunto proporzioni più ampie. Il Veneto, la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia. Fra le province: Bergamo, Treviso, Vicenza. Dove, cioè, la Lega è più forte. Ma la rappresentazione è opposta, perché proprio qui la "paura dell'altro" è più elevata. In altri termini: abbiamo accolto e integrato milioni di stranieri - perché ne abbiamo bisogno, dal punto di vista economico, dell'assistenza, ma anche della demografia. Ma si stenta ad ammetterlo, ad accettarlo. In parte, è inevitabile. Flussi di stranieri tanto ampi e tanto rapidi generano inquietudine. Soprattutto se non sono regolati da politiche adeguate (sociali e urbane), a livello locale. Se si "permette" la concentrazione degli stranieri in ampie periferie degradate. La paura, tuttavia, è alimentata dall'uso politico dell'immigrazione. Dal fatto che la paura degli immigrati e dei rom "paga". In termini elettorali e di consenso. La stessa legislazione riflette questo sentimento. Si preoccupa di rassicurare assecondando la diffidenza. Promette di "arginare" gli stranieri alle frontiere. Oppure di regolarne i flussi, in base a quote irrealistiche. Con l'esito che gli stranieri continuano ad entrare, lasciando dietro sé una scia di morte che non emoziona quasi nessuno. E quando sono in Italia diventano "clandestini". Per legge. Per la stessa ragione, si irrigidiscono le restrizioni agli istituti che rafforzano l'integrazione. Primo fra tutti: i ricongiungimenti familiari. Così gli stranieri diventano viandanti di passaggio. "Altri" da cui difendersi. Invece di promuovere un modello - magari involontario - che ci ha permesso di "sopportare" e, anzi, di integrare flussi di immigrati così imponenti in così poco tempo, ci si affretta a negare l'evidenza. Si indossa la maschera più dura. Perché la faccia tollerante non è di moda. Fa perdere consensi. Per contrastare il razzismo, si dovrebbe, quindi, combattere la paura. Invece, viene lasciata crescere in modo incontrollato. E molti, troppi, la coltivano. Questa pianta dai frutti avvelenati, che cresce nel giardino di casa nostra.

 

Le fragili difese dell'Europa alla prova dello tsunami globale

FEDERICO RAMPINI

"Vogliamo che da questa crisi esca un mondo nuovo". L'ambizioso proclama di Sarkozy al G4 da oggi affronta il test severo del mondo reale: tra nuovi salvataggi bancari, la recessione, e presto un summit mondiale sull'emergenza economica. Il calendario offre a Sarkozy e ai suoi colleghi Merkel, Brown e Berlusconi l'opportunità di cimentarsi subito con quella sfida: "Ricostruire le fondamenta del sistema finanziario internazionale". L'audacia verbale del presidente francese si è spinta fino a prefigurare una nuova Bretton Woods, la conferenza internazionale che durante la seconda guerra mondiale (1944) disegnò l'architettura dell'ordine economico post-bellico sotto la leadership di Franklin Roosevelt e l'ispirazione teorica di Keynes. Stavolta, è il messaggio venuto da Parigi, tocca all'Europa segnare la strada anziché agli Stati Uniti, principali responsabili dell'attuale disastro. L'idea è che il capitalismo finanziario - un mostro generato dall'America - vada castigato per ridare la priorità all'industria, all'economia reale, alla creazione di una ricchezza non fasulla. Ma il summit di Parigi è stato avaro di proposte concrete su come arrivare da qui a là: con quali nuove regole, e con quale consenso politico. La sfida lanciata dal G4 fin da oggi farà i conti con il problema del consenso su scala europea: il vertice dei 27 ministri economici dell'Eurogruppo dovrà dare il via libera alla "interpretazione flessibile" del Patto di stabilità, e ufficializzare una maggiore indulgenza dell'Unione verso gli aiuti di Stato alle imprese in difficoltà. Poi si apre il summit del Fondo monetario internazionale a Washington, a metà settimana: per la prima volta da quando la crisi è entrata nella sua fase più acuta, l'Occidente potrà confrontarsi con le potenze emergenti Cina, India, Russia. Se l'Europa ha in tasca un disegno per riformare le regole del capitalismo e inaugurare una nuova governance globale, quella sarà la sede ideale per conquistare appoggi. Ammesso che in questi giorni i governi europei non siano troppo affannati a rincorrere altri focolai di crisi: come l'improvvisa débacle del piano di salvataggio di Hypo Real Estate, il colosso tedesco dei mutui (400 miliardi di euro di esposizione, quasi le dimensioni del piano Paulson). Angela Merkel interpreta i sentimenti dei tedeschi opponendosi a un maxifondo "salvabanche" su scala europea, copiato dal piano americano. Popolo di risparmiatori, i tedeschi guardano con diffidenza al "capitalismo dei debiti" made in Usa; stigmatizzano quei loro finanzieri che si sono fatti ipnotizzare dal modello americano e hanno zavorrato i bilanci delle banche tedesche con i titoli tossici. Ma più che al rigore morale della Merkel, figlia di un pastore luterano, la mancata approvazione di un piano europeo si deve a ragioni concrete evocate dal presidente della Banca centrale europea. "Noi non abbiamo un bilancio federale - ha detto Trichet - per cui l'idea di replicare ciò che si sta facendo sull'altra riva dell'Atlantico è incompatibile con la struttura politica dell'Europa". È qui che i proclami di Sarkozy ("rifare il capitalismo mondiale") si scontrano con i ritardi della politica. Dopo aver costruito la moneta unica, dopo avere spinto le banche europee a diventare dei giganti transnazionali a furia di fusioni e acquisizioni, fino a perdere capacità di controllo sulle loro attività, le nazioni europee contemplano le conseguenze della loro mancata integrazione politica. La guerricciola dei depositi tra Inghilterra e Irlanda - i risparmiatori britannici in fuga verso le banche di Dublino che da pochi giorni offrono una garanzia statale illimitata sui depositi - secondo Willem Buiter della London School of Economics "è l'equivalente delle reazioni medievali durante le epidemie di peste bubbonica, quando le armate lanciavano i cadaveri infetti dentro le mura delle città nemiche". Anche se passa una moratoria del rigore di bilancio, per consentire temporanei sforamenti dei deficit pubblici e contrastare la recessione, questo potrà avere effetti di ulteriore divaricazione dentro l'Europa. Paesi come la Germania arrivano alla crisi con finanze pubbliche più solide, e potranno usare i margini di elasticità per politiche di sostegno alla domanda. Nazioni come l'Italia sono afflitte da un debito pubblico il cui rifinanziamento è diventato ancora più pesante (la crisi ha allargato la forbice dei tassi fra i nostri Bot e i Bund tedeschi). Come ha detto il numero uno dell'Ocse: "Quando c'è il sole bisogna risparmiare per i giorni di pioggia. Ora diluvia ma alcuni paesi hanno ombrelli molto piccoli". I quattro leader europei riuniti a Parigi non sono riusciti ad annunciare una vera vigilanza bancaria su scala europea, né regole comuni per prevenire futuri disastri finanziari. Neppure un unico livello per la garanzia statale sui depositi in caso di fallimento di una banca nel territorio dell'Unione. Sono d'accordo per tagliare le liquidazioni ai banchieri incompetenti - doverosa sanzione - ma al tempo stesso promettono regole più "elastiche" sulla contabilità, che consentiranno alle banche di rinviare l'operazione-verità sulle perdite. La fragilità della diga europea contro lo tsunami finanziario accentua i timori sul contagio americano. C'è poca speranza che l'America abbia finito di esportare danni. La sua economia reale perde colpi su tutti i fronti: sale la disoccupazione, scendono i consumi e gli investimenti, diminuiscono perfino le spese sociali degli Stati (alcuni dei quali rischiano la bancarotta, come la California), cioè lo "stabilizzatore" automatico che Keynes inventò contro la depressione degli anni Trenta. E col passare dei giorni i dubbi sull'efficacia del piano Paulson aumentano. Non giova il fatto che il ministro del Tesoro, già numero uno della Goldman Sachs, stia assumendo proprio dalla sua ex banca d'affari gli "esperti" che dovranno spendere 700 miliardi di dollari per comprare dagli istituti di credito i titoli-spazzatura. Il groviglio di conflitti d'interessi che da anni ha minato la solidità del sistema finanziario americano, rischia di riprodursi nella gestione di quel fondo. Un'improvvisa fame ha scatenato alcuni colossi (Bank of America, Citigroup, JP Morgan Chase) in cerca di banche decotte da acquistare. È perfino scoppiata una guerra giudiziaria tra Citigroup e Wells Fargo su chi si prenderà il "cadavere" della banca Wachovia. Tanto ardore alimenta un sospetto: i banchieri considerano che il fondo Paulson sarà una cuccagna per loro. Anziché lasciar fallire le mele marce, ne accaparrano il maggior numero possibile, per rivenderle a caro prezzo ai contribuenti americani. Il nuovo presidente Usa non assumerà i poteri fino a gennaio, in tre mesi tutto è possibile. Sarebbe questo il momento per riempire il vuoto di leadership americana con una iniziativa europea. Che unisca sostanza, contenuti, e tempi rapidi, oltre alle "visioni" di Sarkozy.

 

McCain lancia l'ultima offensiva - ALBERTO FLORES D'ARCAIS

NEW YORK - La data è gia fissata, mercoledì 8 ottobre. Sarà allora, subito dopo il secondo dibattito presidenziale (domani sera a Nahville, in Tennessee) che John McCain sferrerà l'attacco contro Obama nel tentativo di rilanciare una corsa in cui l'avversario, complice la crisi economica, sta andando da giorni a gonfie vele. La nuova strategia del ticket repubblicano prevede di lanciare un'ondata di spot televisivi in tutti i Battleground States, gli Stati che saranno decisivi nelle elezioni del 4 novembre. McCain e i suoi uomini sono convinti che la partita sia del tutto aperta, del resto la storia della corsa alla casa Bianca è piena di rimonte nelle ultime due-tre settimane, e i sondaggi (che danno oggi Obama trionfante) si sono spesso rivelati fuorvianti quando non del tutto sbagliati. Saranno spot "infuocati" promettono nello staff del senatore dell'Arizona, come quelli che ad agosto, prima delle due convention, si dimostrarono molto efficaci e permisero a McCain di ridurre sensibilmente lo svantaggio che aveva. Spot in cui i repubblicani vogliono far sapere all'America chi è il "vero Obama" (secondo loro), ne metteranno in discussione il carattere e le "posizioni liberal", lo attaccheranno per le sue strategie "troppo rischiose per il Paese". Nelle casse del senatore dell'Arizona i soldi non mancano, anche se McCain, avendo accettato (al contrario di Obama) i finanziamenti pubblici (84 milioni di dollari) non può raccogliere fondi. Lo ha potuto fare però il Partito repubblicano, che nel mese di settembre ha raccolto una cifra record di 66 milioni di dollari, molti già investiti nella massiccia campagna di propaganda televisiva che partirà mercoledì. La nuova strategia la vedremo già domani sera nel dibattito di Nashville. McCain lo ha anticipato durante un comizio in Ohio, quando a un militante che gli chiedeva "senatore che cosa aspetta a tirar fuori i guantoni?" ha prontamente risposto: "Che ne dici se comincio dal faccia a faccia di martedì prossimo?" McCain ricorderà agli americani che Obama è amico di immobiliaristi corrotti (come Tony Retzko, anche lui di Chicago, un suo finanziatore finito in galera), tirerà fuori di nuovo la storia del reverendo "antipatriottico" Wright, riprenderà le accuse già lanciate dalla sua vice Sarah Palin di avere cattive frequentazioni, come quella con il "terrorista" William Ayers, l'ex militante del gruppuscolo Weather Underground. A questa nuova strategia, da loro definita un "ju-jitsu politico", i Democratici hanno reagito decidendo di giocare d'anticipo. Da ieri nelle tv locali si possono vedere i nuovi spot di Obama che definisce McCain un uomo "fuori contatto con la realtà", incapace di "capire la crisi economica". E nei comizi Obama lo attacca dandogli dell'"erratico in crisi". Il candidato democratico continuerà a insistere sulla crisi economica. "Se John McCain pensa di poter voltare pagina dall'argomento che le famiglie americane stanno affrontando, significa che è ancor più lontano dalla realtà di quanto noi stessi pensassimo", ha detto un consigliere di Obama a The Politico, spiegando come la strategia democratica sarà opposta a quella del Grand Old Party: nessun attacco direttamente personale, ma "messaggi positivi sui problemi veri e reali della gente". Stando ai sondaggi, i risultati gli danno (per ora) ragione. Ogni giorno che passa la mappa degli Stati Uniti si sta colorando di blu (il colore democratico) in zone tradizionalmente rosse (colore repubblicano) come la Virginia. Anche Obama ha molti soldi da spendere, e la sua campagna ha deciso che è il momento di puntare anche su Stati come la North Carolina, il Missouri e l'Indiana, fino a poco tempo fa ritenuti bastioni assolutamente inespugnabili.

 

La Stampa – 6.10.08

 

Timori in Borsa, Tokyo a picco

ROMA - Pesante calo alla Borsa di Tokyo a metà seduta. L’indice Nikkei dei 225 titoli guida alle 11 locali (le 4 in Italia) ha perso 393,81 punti, pari al 3,60 per cento, posizionandosi a quota 10.544,33 punti. Notte frenetica per banche e governi di alcuni tra i principali Paesi europei per sistemare alcuni dei dossier più delicati prima della riapertura dei mercati del Vecchio Continente. Le decisioni più importanti sono giunte dalla Germania, dove il governo ha annunciato che garantirà tutti i conti bancari detenuti da privati. La decisione è stata annunciata dallo stesso cancelliere e riguarda la garanzia pubblica illimitata su di una massa di conti correnti e di risparmio pari a 568 miliardi di euro. La Germania è il terzo paese di Eurolandia, dopo Irlanda e Grecia, a intraprendere decisioni così drastiche a protezione dei risparmiatori. Stanotte anche la Danimarca si è accodata, con un fondo di 4,37 miliardi di euro per garantire i depositi bancari. Sempre in serata il governo di Berlino e il settore bancario hanno raggiunto un accordo per portare a 50 miliardi di euro una linea di credito per evitare il fallimento della Hypo Real Estate, quarta banca di Germania. Lo ha annunciato il ministero delle Finanze tedesco. Il settore finanziario accorderà una linea di credito supplementare di 15 miliardi di euro, oltre a quella di 35 miliardi di euro di cui lo stato si era in particolare fatto garante, secondo un comunicato del ministero. L’operazione è stata pilotata da governo, banca centrale di Germania e autorità di vigilanza dei mercati (Bafin) e dai rappresentanti del settore bancario e assicurativo. Dall’Italia l’attesa notizia che il cda di Unicredit ha approvato interventi per complessivi per un massimo di 6,6 miliardi di euro per rafforzare significativamente la basa patrimoniale e portare il gruppo, secondo le stime, ad un core tier 1 al livello del 6,7% entro la fine dell’anno, dal 5,7% di fine giugno, rispetto all’obbiettivo del 6,2%. Unicredit, alla luce dell’andamento delle scorse tre settimane per l’intero sistema, sottolinea in una nota che l’obiettivo del core tier 1 al 6,7% a fine 2008 si basa su una revisione a ribasso dell’utile netto atteso del gruppo di circa 5,2 miliardi pari ad un utile per azione (eps) di 0,39 euro, ante aumento di capitale. Un calo rispetto agli 0,52 euro per azione inizialmente previsti attribuibile alle deteriorate condizioni del mercato che hanno compromesso la performance delle relative attività e dal ritardo di dismissioni di asset da parte del gruppo. Le azioni di rafforzamento del capitale di Unicredit, spiega una nota, includono il pagamento del dividendo relativo al 2008 in nuove azioni, per un ammontare complessivo atteso pari a 3,6 miliardi; e il collocamento di strumenti convertibili Core Tier 1 (cashes) per complessivi 3 miliardi presso un gruppo di investitori istituzionali. L’ammontare dipenderà dalla quota non sottoscritta di un aumento di capitale destinato a tutti gli azionisti. Dal Belgio la notizia che il gruppo Bnp Paribas acquisirà il 75% della banca belga olandese Fortis, con un’operazione al termine della quale il governo belga si troverà a essere uno dei principali azionisti, con il 10%, della stessa Bnp. Nel 2006 Bnp Paribas ha acquisito la Banca nazionale del Lavoro (Bnl).

 

Germania: "Lo Stato garantirà i risparmiatori"

BERLINO - Il governo tedesco guidato da Angela Merkel ha rotto gli indugi annunciando oggi che garantirà tutti i conti bancari detenuti da privati. La decisione, che spiega da sola la delicatissima situazione dei mercati finanziari anche in Europa è stata annunciata dal portavoce del ministero delle Finanze di Berlino, Torsten Albig e riguarda la garanzia pubblica illimitata su di una massa di conti correnti e di risparmio pari a 568 miliardi di euro. La Germania è il terzo paese di Eurolandia, dopo Irlanda e Grecia, a intraprendere decisioni così drastiche a protezione dei risparmiatori. L’annuncio è giunto proprio mentre sono in corso frenetiche trattative a Berlino per cercare di riavviare il maxi-piano di salvataggio da 35 miliardi di euro per la banca immobiliare Hypo Re, dissoltosi nella serata di sabato. Lo stesso cancelliere Angela Merkel ha impiegato oggi parole inequivocabili per segnalare la sua volontà di bloccare sul nascere possibili nuovi fallimenti da parte di istituzioni finanziarie. «Non lasceremo - ha detto ai giornalisti mentre a Berlino proseguono gli incontri d’emergenza tra politici e comunità finanziaria- che le difficoltà di un’istituzione finanziaria si trasmettano all’intero sistema. E per questo motivo stiamo lavorando duro per salvaguardare la Hypo Real Estate». Il cancelliere tedesco ha poi sottolineato che chiunque abbia effettuato operazioni sconsiderate sul mercato sarà chiamato a rispondere delle sue azioni. «Il governo federale lo assicurerà, è il nostro debito nei confronti dei contribuenti», ha detto in una conferenza stampa insieme al ministro delle Finanze Peer Steinbrueck che, relativamente al salvataggio di Hypo Re, ha rivelato che il governo sta lavorando a una «soluzione istituzionale specifica. Dobbiamo ripartire - ha spiegato - da dove, alla fine della scorsa settimana, pensavamo di avere una soluzione». Ancora non si sa se il governo di Berlino, che nel piano di salvataggio originale di Hypo Re avrebbe dovuto contribuire con 27 miliardi di euro, aumenterà la sua quota dopo che il resto del consorzio di salvataggio si è chiamato fuori dall’operazione.«Ieri a Parigi ho proposto di fare come in USA. Tremonti proporrà all’Ecofin l’istituzione di un fondo comune pari al 3% del Pil per dire che i governi ci sono e che nessuno perderà un solo euro». Lo afferma il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla festa del Pdl. «Ieri la Merkel non ha potuto accettare perchè non aveva i poteri. Oggi invece ha dichiarato che è d’accordo. La Francia domani farà lo stesso».

 

Il sogno di Prodi l'Africano - ANTONELLA RAMPINO

ADDIS ABEBA - E’ in Africa, ma va a caccia di Cina. Del resto, dice, «ogni volta che parlo col Papa, è sempre di Cina che mi chiede, il Vaticano sa dove va il mondo». Sta ad Addis Abeba, e si ciba di «lasagne meravigliose», quelle del Carletto Castelli, irriducibile ottantenne che ha trasformato in taverna, per motivi d’affezione politica, l’antica Casa del Fascio. Passa ore a ricevere capi di stato neri bardati come a un’assemblea dell’Onu, ma se ne sta avvoltolato in un pulloverone come se fuori incombesse l’uggia di Bruxelles. E ogni mattina, visita agli slums correndo verso Kabèna in tuta da jogging, «e dai, ragasci!», grida a quelli che gli tirano il pallone. Qua nessuno lo conosce ma - glocal is local - tutti sembrano riconoscersi in lui. Scriveva Virginia Woolf che Londra sarà sempre Londra perché a Wingmore Street il macellaio porgerà sempre il filetto con lo stesso garbo. E la signora di Bloomsbury ancora non conosceva il Professore. Prodi l’Africano, è sempre Romano Prodi. Il Professore spartano e artigianale, pacato e metodico, la voce che distilla saggezze da era geologica, specie quando vuol togliersi di torno i giornalisti, «l’Africa è una grande sofferenza e una grande speranza, genocidi e tragedie ma anche segni di progresso perché l’Unione Africana ha ormai consapevolezza che senza la pace non ci sarà sviluppo». E proprio a quello deve lavorare Prodi: a ottimizzare risorse finanziarie e dispiegamento delle missioni di peace-keeping. In una parola: spianare la strada alla pace in Africa. Una cosa che muove ogni anno 6 miliardi di dollari. Una mission impossible per conto dell’Onu, altro che partiti-labirinto in Italia, assegnatagli da Ban-Ki-Moon con tipica cortesia perfida da estremo-orientale, «E dai Romano, serve la tua leadership, usala!». Incarico prestigiosissimo, lo inseguì Craxi, qualcuno in Italia se lo sogna la notte, ma nessuno era stato presidente di Commissione europea, nessuno arato il Continente nero per l’Iri, e soprattutto nessuno l’aveva messo in testa ai pensieri di Bruxelles, con tanto di budget, 300 milioni in euro in tre anni, «perché sa, l’Europa è consapevole che se non si affrontano i problemi africani, non si risolvono nemmeno quelli dell’immigrazione». Ed è stata l’Unione Africana a chiedere all’Onu Prodi, Prodi a gran voce. Adesso è qui, al suo primo viaggio africano, stretto nel pulloverone sotto il sole («io sto bene solo a quaranta gradi»), senza Flavia che lo accompagnerà invece la settimana prossima a Teheran, mission accademica tra democrazia e religione, con Khatami, Kofi Annan, Lionel Jospin. Ha un ufficio ai piani altissimi sull’East River, ma il quartier generale di Addis Abeba è uno scatolotto bianco in una landa desolata, dove non mancano le stranezze lungimiranti delle grandi organizzazioni multilaterali: se per esempio uno in bagno fa per lavarsi le mani, invece della saponetta afferra un preservativo. Perché poi una delle piaghe africane è appunto l’Aids. Ore e ore sulle carte. Un primo documento su issue e vision da stilare, un lungo ragionare per decidere se proporre per il peace-keeping finanziamenti diretti o la formula del trust-fund. O tutt’e due. E soprattutto convincere i capi africani. Un giovane incaricato dell’Onu lo segue come un’ombra, e così pure il caposcorta Stefano, affezionato da un quarto di secolo, e amabilissimo conversatore in modenese. Prodi l’africano i leader li conosce tutti. Questa è una prima settimana di ricognizione, «dobbiamo ascoltare il loro punto di vista su come ristrutturare le operazioni di mantenimento della pace in Africa, che sono sempre più complesse e articolate. C’è la conoscenza locale dei problemi da una parte, e la capacità di intervento dall’altra. Sento un profondo coinvolgimento politico degli africani, anche a livello di prevenzione dei conflitti, e comincia a crescere il numero di Paesi che partecipano alla raccolta delle risorse necessarie». La sera qualche volta si rintana dall’ambasciatore Guido Latella, una carriera nelle istituzioni europee, e con lui discute del suo metodo per l’Africa, «si chiama labour sharing, ed è una cosa complessa che consiste nel dare a ciascuno la responsabilità per ciò che sa fare meglio». Vede, aggiunge, «si tratta anche di costruire un nuovo sistema di finanziamento che tenga conto della necessità di aumentare molto le risorse, coinvolgendo Paesi come Cina o India per i quali l’Africa è molto importante». Ecco, la Cina. «È un Paese che esporta contemporaneamente uomini, capitali e tecnologie: nella storia non è mai successo. Non si può prescindere dalla Cina. Neanche l’Occidente può farlo. Prima di lasciare Palazzo Chigi mi sono divertito a chiedere cosa pensassero della Cina a tutti i leader. Solo Putin e Bush hanno capito il problema. Oltre al Vaticano, naturalmente. Domani vedo il presidente dell’Unione Africana. E’ nero, della Tanzania, ha gli occhi a mandorla, e di cognome fa Ping: le dice niente, questo?».

 

L'amore ai tempi della barriera di separazione – Carla Reschia

A metà fra Shakespeare e Kafka, Haaretz racconta oggi l'incredibile storia di amore e burocrazia di A., israeliana di Tel Aviv e M., palestinese di Gaza. Che oltre 25 anni fa, sfidando il conformismo, si innamorarono. E, a differenza di Giulietta e Romeo, riuscirono a coronare il loro sogno d'amore impossibile con le nozze. Matrimonio benedetto dal cielo, peraltro, con ben cinque figli. Almeno fino a qualche anno fa. Nel 2000, infatti, con lo scoppio dell'Intifada di al Aqsa, la famiglia, che risiede in Israele, inizia a passare i primi guai. A M., che non ha mai chiesto nè ottenuto la cittadinanza israeliana, viene concesso di restare, in deroga alle nuove leggi, grazie a una norma sull'unità familiare che lo dispensa dal rimpatrio coatto. Dopo qualche tempo, però, è la stessa A., in rotta con il marito, a sollecitare il ministro dell'Interno israeliano perché non gli rinnovi il permesso di residenza. A. che oggi non sa darsi pace di quella scelta, racconta afflitta che espresse qualche dubbio all'impiegato e gli chiese che cosa sarebbe successo se, per caso, avesse cambiato idea. E lui, con l'imperturbabile faccia tosta dei burocrati l'aveva tranquillizzata: Nulla, signora, nel caso deve solo scrivere una lettera al ministero. Ricordatevi queste parole. Così, nel gennaio 2007 il povero M. ripudiato torna nella Striscia di Gaza. Solo. Da allora è diventato nonno - ma non ha mai potuto tenere in braccio il nipotino - e rischia seriamente di trovarsi davanti, non nelle vesti del figliol prodigo, il suo primo figlio maschio che ha iniziato, come ogni israeliano della sua età, il servizio militare e nella Striscia potrebbe finirci a inseguire terroristi e lanciatori di razzi. Di cui M. peraltro non fa parte. Anzi. Gli uomini di Hamas si occupano di lui solo per perquisirgli di tanto in tanto la casa e per chiedergli conto dei suoi figli israeliani. In tanta afflizione la cosa buona è che sua moglie, A. , ha cambiato idea e ora lo rivorrebbe a casa. Ma benché nel frattempo di lettere al ministero ne abbia scritto ben più di una, la missione sembra di quelle impossibili. Lo stato israeliano si rifiuta di riaccogliere M. e gli nega anche la residenza permanente a cui pure, prima di doversene andare, avrebbe avuto diritto. A. ha rinnovato la sua richiesta più e più volte finché non ha scoperto che l'impiegato che aveva seguito il suo caso - anche questo è un classico - aveva cambiato lavoro, lasciando sospese tutte le pratiche, e che nessuno l'aveva sostituito. A maggio la nascita del nipotino aveva concesso qualche speranza: M. aveva subito chiesto all'amministrazione civile di Gaza un permesso temporaneo per andare a trovare la figlia e il bambino. Richiesta passata in carico all'ufficio di collegamento di Erez, il posto di frontiera fra la Striscia e Israele, e quindi inabissatasi nel nulla. La coppia allora ha fatto appello alla corte distrettuale di Tel Aviv. Un appello dettagliato, persuasivo, dove si racconta di come M. abbia vissuto per 25 anni in Israele, dove ha lavorato come impiegato e come consulente. Dove ha allevato i suoi figli e trascorso il suo tempo libero. Dove ha imparato a parlare un ebraico perfetto e a considerarsi a tutti gli effetti israeliano. A. ha precisato che mai avrebbe fatto quello che ha fatto, confinare il marito nella Striscia, se avesse conosciuto le conseguenze del suo gesto. In più, il ricorso parla della situazione in cui vive M. a Gaza, esiliato in patria. Il 31 luglio, ad esempio, racconta M., tre uomini di Hamas mascherati hanno fatto irruzione in casa sua e, dopo averla perquisita, hanno cominciato a interrogarlo : E' vero che hai una moglie israeliana? E' vero che la tua figlia maggiore ha fatto il soldato con l'esercito israeliano? E che adesso tocca al ragazzo? Lui ha provato ad abbozzare, ha detto, No, i miei figli sono arabi (lo sono, secondo la Sharia, e rischiano di essere uccisi per apostasia se allevati nella fede ebraica), ma quelli hanno tagliato corto: "Sappiamo tutto di te". In casa, ad ogni modo, M. cerca di starci meno che può, perché è convinto che i vicini lo spiino per conto di Hamas. Tutto inutile. Appello respinto. La legge, secondo il ministero dell'Interno, parla chiaro. M. non ha diritto a risiedere in Israele. In più da quando Hamas controlla la Striscia, da Gaza si va in Israele solo per poche, selezionate occasioni. Cure mediche al limite. Le visite ai familiari non sono nella lista. Tuttavia, aggiunge perfido il ministero, c'è una soluzione. Se A. proprio vuole stare con il marito può andare lei a vivere nella Striscia. Dopotutto, ai tempi delle nozze si era convertita all'Islam - anche se ora proclama di considerarsi ebrea - e il governo israeliano sarebbe pronto ad applicare in questo caso le norme sulla riunificazione familiare. Un'ipotesi dalle conseguenze difficilmente immaginabili. Così per ora si avanti con avvocati e carte bollate.

 

Lastre, prelievi ed ecografie dal medico di base - MARCO ACCOSSATO

TORINO - Decentrare. La strategia del sottosegretario al Welfare, Ferruccio Fazio, contro chi intasa i pronto soccorso è «potenziare il territorio». Fallito l’esperimento dei ticket per dissuadere chi chiede aiuto senza motivo nei Dipartimenti di emergenza dei nostri ospedali, è drastica la nuova strategia per dirottare dai Dea i «codici verdi» (nell’elenco dei codici colore sono le urgenze minori), ma soprattutto i «codici bianchi» (nessuna urgenza) che in alcune ore e giorni della settimana arrivano al 30 per cento degli accessi totali. «A breve - dichiara Fazio - annunceremo l’accordo con i medici di base e i “sumaisti”». Il progetto del governo punta a garantire l’assistenza, ma altrove: in strutture nelle quali il cittadino non in pericolo di vita possa essere sottoposto a radiografie, mammografie di controllo, ecografie. Probabilmente anche prelievi. L’alternativa al Dea potrà essere lo studio dei medici di famiglia in associazione (che dovranno essere dotati delle attrezzature), ma anche gli ambulatori degli ospedali stessi, che al di fuori dei normali orari mattutini delle visite si trasformeranno in «territorio». Come i pronto soccorso, garantisce il sottosegretario al Walfare - la rete di queste strutture «sarà attiva 24 ore su 24». Ecco il punto di forza del piano. Perché «si calcola che ben il 40 per cento degli accessi in pronto soccorso potrebbe essere evitato se ci fossero centri alternativi». E’ un problema di finanza pubblica da non sprecare, sottolinea Fazio, ma anche «una questione di maggiore autonomia nella medicina». Oltre ai codici bianchi e verdi, l’accordo prevede di spostare sul territorio anche i servizi di prevenzione primaria (la diffusione degli stili di vita più corretti), secondaria (rivolta alle categorie a rischio) e terziaria (per evitare ricadute di chi è già malato). Un’emergenza di cui si parla da troppo tempo - e molti Governi -, quella di sgravare i pronto soccorso dalle prestazioni improprie. «Buona idea, il progetto di Fazio, ma serve un piano chiaro, organico e che valorizzi il ruolo degli specialisti ambulatoriali», è il commento che arriva da Cosimo Trovato, responsabile del Sindacato medici italiani (Smi): «Gli specialisti ambulatoriali, all’interno del loro orario di lavoro - prosegue Trovato - possono intervenire sui codici bianchi e verdi». Un impegno «coerente con la nostra richiesta di potenziare strutturalmente i servizi sul territorio con una seria politica di investimenti». I tempi non saranno biblici, garantisce Fazio: «Stiamo già trattando con Sumai e medici di medicina generale: entro 15 giorni contiamo di annunciare l’accordo». Le prime strutture alternative al pronto soccorso saranno sperimentali, forse attivate soltanto in alcune Regioni. E mentre si pensa a decongestionare i Dea, il professore anticipa che al ministero della Salute è nato anche un gruppo di lavoro sulla riqualificazione degli ospedali. Obiettivo: rendere più umani i reparti, con un’assistenza migliore, più informazione, ma anche nuove architetture.

 

Corsera – 6.10.08

 

Italiani impauriti, ma non c'è corsa allo sportello - Renato Mannheimer

I mercati di tutto il mondo vivono momenti drammatici. I tracolli dell'una o dell'altra Borsa si susseguono senza requie. Molti operatori finanziari hanno subito perdite rilevanti (mentre alcuni, di certo, hanno guadagnato anche in questo periodo). Altri hanno addirittura visto scomparire il loro posto di lavoro. Dagli Stati Uniti la crisi sembra coinvolgere gradatamente l'Europa e, in particolare, anche l'Italia. Per questo, i nostri concittadini appaiono molto impensieriti, sia per i propri risparmi, sia, a torto o a ragione, per la stabilità dell'intero sistema politico-sociale. L'ansia maggiore riguarda l'economia italiana nel suo insieme: più di un italiano su tre (con una significativa accentuazione tra le persone in età «centrale» dal punto di vista economico, vale a dire tra i 35-55enni) si dichiara «molto preoccupato » e un altro 50% afferma di esserlo «abbastanza». Questo stato di incertezza coinvolge dunque, in misura più o meno accentuata, la grandissima parte (quasi il 90%) della popolazione, tanto che l'apprensione risulta molto più estesa che per altri recenti accadimenti di carattere sociale ed economico. Siamo di fronte, dal punto di vista della pubblica opinione, ad una vera e propria emergenza. Per fortuna, malgrado la diffusa preoccupazione per l'economia del Paese, resta, diversamente da quanto è accaduto in altre nazioni, piena fiducia nelle banche e nell'intero sistema bancario. Sembra del tutto scongiurata l'idea - che qualcuno aveva temuto - di una corsa agli sportelli. Quasi sette italiani su dieci reputano infatti assolutamente «solida» la banca di cui sono clienti e il sistema bancario nel suo insieme. Questa opinione è ancora più accentuata tra i laureati e tra le persone di età più avanzata. Naturalmente, oltre che per l'economia nel suo insieme, si è preoccupati per la situazione propria e della propria famiglia. Anche in questo caso, l'inquietudine è assai diffusa: ma lo è in misura significativamente minore di quanto registrato per l'economia italiana o mondiale nel suo complesso. Il motivo di questa differenza è duplice: da un verso, si ritiene spesso che la crisi dei mercati finanziari non possa toccare o danneggiare chi, come la maggior parte degli italiani, non ha investimenti diretti in azioni. Dall'altro, si pensa che, anche se l'Italia dovesse trovarsi in difficoltà, ci si possa arrangiare comunque a livello individuale. Lo stesso fenomeno si rivela peraltro nelle previsioni per il futuro dell'economia. Riguardo al Paese nel suo insieme, prevale oggi il pessimismo: solo il 31% degli intervistati dichiara che la situazione economica potrebbe migliorare nel prossimo anno (a maggio scorso erano assai di più, in quanto raggiungevano il 44%). Se però si parla della propria situazione personale, la quota di chi prevede un miglioramento sale al 62%. Insomma, gli italiani sono molto scossi per quanto sta accadendo oggi nel mondo economico e finanziario. Ma, per quello che riguarda la loro condizione personale, pensano di riuscire in qualche modo a «cavarsela ». Esattamente come in passato.

 

Troppe tentazioni – Giuseppe De Rita

Alcuni ripetuti episodi di insofferenze e di violenza nei confronti di stranieri e di immigrati hanno nelle ultime settimane dato spazio a due fenomeni d'opinione collettiva molto frequenti in Italia. Da un lato la messa in fila e in evidenza mediatica di tali episodi ha fatto pensare che di evento in evento si possa arrivare a un grande avvento, quello del razzismo come nuova grande malattia italiana; e conseguentemente si è scatenata la sequela di dichiarazioni di segnalazione e denuncia del pericolo; di dialettica culturale e di scontro politico; di riaffermazione dei principi di civile convivenza che ha nei secoli contraddistinto la nostra società. Per carità, abbiamo il dovere di aver paura del razzismo e di riproporre atteggiamenti e comportamenti di adeguata nobiltà. Ma non si sfugge all'impressione che vi sia un notevole scollamento fra le polemiche in corso, con inevitabile loro calor bianco, e la più fisiologica e silenziosa evoluzione del modo in cui si fa quotidianamente integrazione di immigrati nelle fabbriche, nelle famiglie, nelle realtà locali italiane. Ogni società fa integrazione attraverso lo sfruttamento delle proprie componenti socio-economiche dominanti: la Germania attraverso la grande impresa, quella che ha metabolizzato senza traumi milioni e milioni di turchi; la Gran Bretagna attraverso i mille percorsi di una multiculturalità ricevuta in eredità dai trascorsi imperiali; la Francia attraverso una regolazione assistenzialista a forte e nota tradizione statalista. Noi facciamo integrazione utilizzando anche inconsciamente le tre grandi componenti del modello italiano: facciamo integrazione nella piccola e piccolissima impresa dove gli immigrati trovano un clima relativamente sereno e parametri di responsabilizzazione personale tanto che non a caso, imitandoci, corrono anche l'avventura imprenditoriale; facciamo integrazione nelle famiglie, dove milioni di collaboratori domestici e di badanti entrano lentamente nella dinamica sociale quotidiana; facciamo integrazione nelle piccole città, nei paesi, nei borghi, dove milioni di immigrati trovano un alto tasso di socializzazione collettiva e sperimentano un adeguato tasso di controllo sociale. Qualcuno ha parlato in proposito di integrazione «morbida» certo un po' esagerando specialmente se si ricorda che dai tre processi sopra citati restano fuori due inquietanti realtà: quella delle grandi città e delle loro periferie nella cui anomia senza socializzazione si intrecciano pericolosamente la devianza degli immigrati e l'aggressività di bulli e teppisti indigeni; e quella delle zone di forte criminalità organizzata dove la vulnerabilità sociale è più alta e dove possono intrecciarsi devianze di diversa origine e potenza. Ma è proprio su queste due sorgenti di inquietudine e pericolo che vanno focalizzate attenzione e impegno senza dimenticare che esse andrebbero affrontate anche se non ci vivesse neppure un immigrato; e senza soprattutto cedere alla diffusa attuale tentazione di ragionare su una generale «deriva razzistica». È questa tentazione naturale per chi vive di drammatizzazioni sovrastrutturali (mediatiche o politiche che siano); ed è una tentazione doverosa per chi deve ricordare grandi principi di civiltà collettiva; ma è una tentazione che ci allontana dalla realtà, dai processi e dai percorsi su cui senza clamori si fa integrazione sociale di immigrati, processi e percorsi inadatti certo all'enfatizzazione mediatica e alla cultura degli eventi, ma incardinati saldamente in quella forza della lunga durata che ci ha sempre accompagnato nel tempo.

 

Caselli: sul bacio a Riina dubitavamo anche noi

«Col senno di poi, la parte delle indagini che riguardava il famoso bacio di Totò Riina a Giulio Andreotti si sarebbe anche potuta "tagliare", dal punto di vista probatorio. Ma c'era ben altro e in abbondanza. Lo prova la sentenza finale», racconta Giancarlo Caselli. «Sentenza finale che afferma, va ribadito, che fino al 1980 l'imputato aveva tenuto una serie di comportamenti tali da configurare il reato di associazione a delinquere: scambi di favori; incontri con esponenti mafiosi (Stefano Bontate e altri) prima e dopo l'omicidio di Piersanti Mattarella, allora presidente della regione Sicilia, un uomo politico onesto che con la mafia non voleva avere niente a che fare... Bacio o non bacio, c'era comunque un problema. E noi della procura, con le nostre indagini, lo avevamo individuato. Ma tutto questo è stato cancellato, stravolto....». Giancarlo Caselli, capo della Procura di Torino, rimane asserragliato nella sua trincea. Anche nell'anno del Signore 2008, seduto nello studio fasciato di pannelli di legno, fra crocifissi, fotografie con Giovanni Paolo II e l'ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, ricorda il processo di Palermo con una voglia prepotente di riaffermare le ragioni dell'accusa. Caselli vuole scacciare l'ombra della sconfitta che si è allungata sulla Procura di Palermo... Per questo ricorda i retroscena e le conseguenze della storia del bacio che, secondo il pentito Baldassarre Di Maggio, il boss mafioso Totò Riina avrebbe dato ad Andreotti in un giorno del settembre 1987. Verrebbe da dire: maledetto quel bacio. Doveva essere l'emblema della contiguità, di più, della complicità fra Andreotti e la mafia. E invece, alla fine l'episodio si trasformò nel tallone d'Achille dell'inchiesta. Caselli ritorna con la memoria a quei giorni. «Ne discutemmo, in procura. Ci dicemmo che la storia del bacio, con tutte le polemiche anche strumentalmente scatenate, rischiava di non tenere, e che comunque non era essenziale nel quadro probatorio complessivo. Valutammo a lungo, ma non era tecnicamente possibile scartare la testimonianza di un "pentito" che mille volte, in altri processi, era risultato credibile. Sono certi media che hanno fatto diventare il "bacio" l'elemento essenziale per delegittimare il processo dall'esterno...». Si coglie una punta di amarezza, nelle sue parole. «...Pochi hanno voluto notare che Di Maggio, il pentito che ci diede l'informazione dell’incontro e del bacio nell'ambito di un processo condotto dai procuratori Giuseppe Pignatone e Franco Lo Voi, a un certo punto lo facemmo riarrestare proprio noi della procura. Fu soprattutto il mio aggiunto, Lo Forte, a intuire che poteva essere tornato a delinquere… Sapevamo che il suo ritorno in carcere avrebbe avuto una ricaduta negativa sul processo, eppure andammo avanti, seguendo ovviamente quello che imponevano la coscienza e la legge». Rimane il mistero dei motivi che hanno spinto non tanto ad ammettere fra le prove di colpevolezza di Andreotti una storia considerata poco verosimile..., ma a fare affidamento su quell'elemento... Il "virus" del bacio era troppo attraente per non colpire l'immaginazione degli inquirenti, infilandoli in un labirinto di date e contraddizioni, nel quale Di Maggio li avrebbe risucchiati loro malgrado... «Già dall'inizio la storia del bacio, sulla base delle comuni conoscenze del carattere riservato del senatore, ci sembrò inverosimile. Tuttavia non potevamo, ovviamente, né cancellarla né rimuoverla» spiega Natoli. «Non a caso, la sentenza d'appello ha considerato più significative le dichiarazioni di Marino Mannoia sugli incontri che il senatore Andreotti aveva avuto con Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo prima e dopo l'omicidio di Piersanti Mattarella, avvenuto nel gennaio 1980." Forse, però, in questa ricostruzione manca ancora una piena consapevolezza del clima che si era creato... Sembrava che nulla potesse scalfire la convinzione di avere finalmente scoperchiato un verminaio al centro del quale si annidava lui, Andreotti. Era lo stesso motivo per cui Caselli e Lo Forte non gli avevano creduto durante il primo interrogatorio a Roma, nel quale si erano sentiti dire dal senatore a vita che non aveva mai conosciuto i Salvo. «Non ci aspettavamo quella risposta sui Salvo» ammette Lo Forte. «C'era una foto all'hotel Zagarella che li riprendeva insieme in un gruppo di persone. E poi, non c'era nulla di strano né di male se li avesse conosciuti: i Salvo furono indagati solo dopo il 1984. Sembrava scontato che li conoscesse. Il suo no era in oggettivo contrasto con l'indagine. E dunque ci chiedemmo perché lo dicesse...». Ma quando si domanda ai magistrati se si sentono sconfitti, la risposta è corale: no. Caselli ribadisce: «Senza presunzione, ritengo che l'inchiesta e il processo al senatore fossero doverosi: abbiamo fatto il nostro elementare dovere di fronte a una montagna di elementi acquisiti. Non agire sarebbe stato illegale e disonesto. Nel primo grado di giudizio, a Palermo, quasi tutti i fatti sostenuti dall'accusa, fatti gravi, sono stati provati come effettivamente accaduti, ma poi Andreotti è stato assolto sostanzialmente per insufficienza di prove. Vuol dire che non ci eravamo inventati niente... Non bastasse — aggiunge Caselli — la suprema Corte di cassazione ha confermato in via definitiva e irrevocabile la sentenza di appello che, ribaltando la decisione del tribunale, stabiliva che il reato di associazione a delinquere con Cosa Nostra era stato commesso fino al 1980, con prove sicure e precise. E non c'è stata condanna di Andreotti per quel periodo solo perché il crimine era prescritto». ... Eppure, è difficile contestare che Andreotti sia stato percepito come "il vincitore", e Caselli e i suoi sostituti come "gli sconfitti". «Lo so che è passata l'idea che il senatore Andreotti abbia vinto» dice Natoli. «Ma questo si deve esclusivamente al potere di suggestione dei media. La stampa e la Tv non hanno fatto, in questo caso, il proprio dovere di informare correttamente... Il bacio è diventato un'arma mediatica in mano alla difesa» sostiene Natoli. «Ma non credo che gli avvocati del senatore abbiano alcun reale motivo per gioire della conclusione del processo». Col suo imputato eccellente, il procuratore capo di Torino non ha più avuto rapporti. Gli stringerebbe la mano, oggi? «... Prima chiederei conto ad Andreotti di quella frase che ha detto: "Sarebbe meglio se Caselli e Violante non fossero mai nati". Scusarsi sarebbe il minimo». Si indovina un baratro di ostilità e recriminazioni reciproche, non colmato dal tempo. È come se anche adesso la verità giudiziaria stesse stretta a quella storica e politica, e viceversa. Per Caselli «bisognerebbe studiare anche la sapiente tessitura del senatore Andreotti. Esaminare al rallentatore la sua regia processuale e soprattutto extraprocessuale.. esibendo di se stesso il profilo di un grande statista apprezzato da molti, Vaticano compreso... Un'immagine incompatibile con le bassezze processuali di cui si occupano piccoli giudici». Caselli cita il Vaticano. Gli auguri di papa Giovanni Paolo II per gli ottant'anni del senatore, nel 1999. Eppure, a Natoli pesa di più un altro episodio. «Il papa fece pervenire al senatore Andreotti i propri auguri in forma privata e personale. L'allora presidente del Consiglio, Massimo D'Alema, invece, glieli fece in modo pubblico. Questo mi porta a pensare che la Santa Sede mostrò una capacità di apprezzamento della situazione processuale superiore a quella avuta, all'epoca, da palazzo Chigi... L'onorevole D'Alema non avrebbe dovuto esprimere i propri auguri in modo pubblico, in pendenza di giudizio, senza tenere conto della ricaduta mediatica di questo suo gesto». Andreotti ricordava bene il primo incontro con Caselli e Lo Fortre alla Dia nel 1993. «Mi mostrarono una foto in cui c'era Nino Salvo. Ero fotografato insieme con il povero Piersanti Mattarella, Attilio Ruffini e un'altra persona: Salvo, appunto. Vidi i sorrisetti di Caselli e Lo Forte. Sembrava che dicessero: come puoi pensare che ti crediamo? O erano prevenuti, o convinti di trovarsi di fronte il capo della Capula mafiosa…». Andreotti puntava il dito contro la sinistra. «Basta andarsi a rileggere il libretto nel quale Gerardo Chiaromonte (ex dirigente di primo piano del Pci) parlava della presa del potere delle sinistre attraverso la via giudiziaria...».

 

Sole24ore – 6.10.08

 

Unicredit vara un aumento di capitale da 3 miliardi - Giuseppe Oddo

Un aumento di capitale da quasi 3 miliardi di euro e il pagamento del dividendo 2008 in azioni di nuova emissione (e non in denaro contante) per un valore di altre 3,6 miliardi. Ammontano a 6,6 miliardi le misure di rafforzamento patrimoniale approvate domenica sera dal consiglio d'amministrazione di UniCredit group al termine di una riunione fiume durata cinque ore. Con l'attuazione di queste misure - tra cui anche un piano di riduzione di costi, la dismissione delle partecipazioni in Generali e Atlantia e la valorizzazione del patrimonio immobiliare per oltre 1,5 miliardi - l'istituto di credito controllato dalle fondazioni bancarie di Verona, Torino e Carimonte e dal gruppo tedesco Allianz stima di aumentare il suo Core Tier 1 ratio al 6,7% contro il 5,7% del giugno 2008, ipotizzando un utile atteso a fine anno di 5,2 miliardi di euro (pari a un utile per azione di 0,39 euro contro l'obiettivo precedente di 0,52 euro). Il Core Tier 1 è costituito da patrimonio e riserve depurati di azioni proprie e attivi immateriali con l'esclusione degli strumenti innovativi di capitale. L'intera operazione, curata da Mediobanca, Merril Lynch e dalla stessa UniCredit per il tramite della sua divisione di Market & Investment Banking, dovrà essere sottoposta in novembre al vaglio dell'assemblea straordinaria della banca e dovrebbe essere portata a termine entro il marzo 2009. Advisor legale dell'istituto è lo studio Cleary Gottlieb. Il capitale di UniCredit sarà così aumento di 973mila azioni ordinarie, ciascuna delle quali sarà collocata a 3,083 euro (cifra comprendente un sovraprezzo per azione di 2,583 euro). Ma la quota eventualmente non sottoscritta dell'aumento di capitale potrà essere recuperata con l'emissione di un prestito obbligazionario caches, convertibile in azioni UniCredit, per un massimo di 3 miliardi di euro che potrà arrivare a coprire per intero l'ammontare della ricapitalizzazione. Si tratta in altre parole di un'operazione variabile che si configura per una parte - al momento non definibile - in un'operazione di capitale e per il resto in un'operazione di debito, a seconda di quelle che saranno le condizioni del mercato. L'aumento di capitale è garantito non già da un tradizionale consorzio di banche ma dall'impegno da parte dei maggiori azioni di UniCredit e di altri investitori istituzionali a sottoscrivere l'operazione fino a un massimo di 3 miliardi di euro: 2 già deliberati dai rispettivi consigli d'amministrazione e un miliardo la cui approvazione è prevista nei prossimi giorni. I cashes, si legge in una nota di UniCredit, sono strumenti finanziari che danno la facoltà a chi li sottoscrive della conversione in azioni ordinarie UniCredit. Tali strumenti sono remunerati con una cedola pari all'Euribor a tre mesi maggiorato di 450 basis point e il loro prezzo di conversione è fissato a 3,083 euro. Potranno essere convertiti – prosegue la stessa nota – dopo 40 giorni dall'emissione e saranno convertiti automaticamente in azioni qualora la quotazione del titolo ordinario UniCredit ecceda del 150% il valore di conversione in un dato periodo a partire dal settimo anno. L'a.d. Profumo illustra l'operazione agli analisti in una conference call lunedì mattina alle 8.00.

 

Il capitalismo ha (ancora) i secoli contati - Giuliano Amato

Mi scuseranno i lettori se torno sul tema più trattato delle ultime settimane, quello della crisi finanziaria. Ma davanti alla diversità fra le spiegazioni che circolano, è importante per noi chiederci quale ci convince di più e quindi quali rimedi secondo noi servono di più. Io in questi giorni ho continuato a leggere e a sentire che ci troviamo di fronte la fine del capitalismo, esattamente come vent'anni fa ci trovammo di fronte la fine del comunismo. Ma ho anche letto sul Financial Times che secondo il direttore del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss Kahn, si è trattato di «un fallimento della regolazione, che ha consentito l'assunzione di rischi eccessivi, specie negli Stati Uniti». È chiaro che le due spiegazioni sono profondamente lontane l'una dall'altra e che lontanissime sono le conseguenze che derivano da ciascuna. Quando cadde il comunismo nell'Europa dell'Est, iniziò il profondo processo di trasformazione delle sue economie in economie di mercato, un processo che soprattutto per le istituzioni di cui queste hanno bisogno non si è ancora concluso. Non mi pare che ci sia qualcuno che pensa ad avviare da noi un processo non dirò inverso, ma almeno di comparabile intensità. Certo si mettono a carico del bilancio pubblico perdite che sono private, si statalizzano asset e si nazionalizzano banche. Il tasso di statalismo che sta penetrando nel sistema finanziario è così singolarmente elevato. Ma nessuno si aspetta che finirà per essere questo il segno del nostro futuro. Questo è il contraccolpo provocato dalle dimensioni del guaio in cui la finanza si è cacciata e ha cacciato il mondo intero. È un contraccolpo, però, che tutti prevedono si ridimensionerà nel tempo, via via che si allontanerà la tempesta e si innerveranno sul mercato le risposte che si devono non al fallimento del capitalismo, ma a quello di una rovinosa regolazione. Perché di questo in realtà si è trattato e basta un'occhiata a quello che è diventato il mercato finanziario (ben diverso da tutti gli altri) per capire che ha assolutamente ragione Strauss Kahn. Si sono messi in circolazione titoli di credito sulla base di criteri probabilistico-assicurativi e non più sulla base di pre-esistenti garanzie e si è in tal modo cartolarizzata ogni forma di previsione salve le previsioni del tempo. Lo si è fatto da parte di istituzioni che, a differenza delle vecchie e care banche, non erano alimentate dalle tradizionali forme di raccolta bancaria e le stesse banche, per sottrarsi alle regole prudenziali di Basilea 1 e Basilea 2, hanno sviluppato in più casi attività finanziarie "innovative" fuori bilancio. Sono state coinvolte le assicurazioni, che hanno quindi fatto propri gli accresciuti rischi di insolvenza insiti nelle nuove modalità e nei nuovi criteri. Tutto questo è avvenuto con una vigilanza fondata su principi soltanto quantitativi e quindi attenta soltanto al loro rispetto, non anche alla valutazione qualitativa dei rischi di credito, con agenzie di rating aventi proprio la missione di valutare quei rischi, ma tuttora avviluppate nei loro conflitti di interesse (grazie alla parte cospicua delle loro entrate che viene da coloro che esse dovrebbero valutare) e con gli Stati Uniti, da cui tutto o quasi è fuoriuscito, dove la regolazione è quasi per intero auto- regolazione e dove la Sec si è immolata alla più assoluta autonomia del mercato. Persino il Fondo monetario, in un suo recente documento interno, ammette che i suoi stessi revisori non hanno guardato a sufficienza ai rischi finanziari e alle loro implicazioni sull'economia reale. E ammette altresì che non si è badato alle attività finanziarie negli Stati Uniti, dato il loro buon record precedente. Se questo è il quadro che abbiamo davanti, non è lo Stato al posto del mercato, ma una regolazione più efficace delle attività finanziarie la soluzione che serve. Anche perché, una volta fermata l'emorragia e quindi l'ondata di panico che essa porta con sé, il problema principale per il futuro sarà come ripristinare la fiducia dentro il sistema, fiducia reciproca fra gli operatori finanziari, fiducia nei prodotti finanziari in circolazione, fiducia nella solvibilità dei clienti. È questo che congiunge la finanza all'economia reale e guai se l'anello si rompe. Chiunque vive in modo non isterico le ormai tante giornate della crisi, si pone una domanda su tutte: come porre fine al congelamento del flusso dei capitali, che è la conseguenza più devastante di quanto ci sta accadendo. Ebbene, i supertamponi di oggi, per necessari che siano nel breve periodo, la risposta non la possono dare, giacché le banche nelle mani dello Stato possono ripristinare, ma non alimentare il circuito della fiducia. Lo Stato deve metterci una buona regolazione, che riesca a essere severa senza essere intrusiva e che spinga le autorità di vigilanza a vigilare e non a fare opera di omissivo padrinato. Questo dobbiamo chiedere agli Stati Uniti e questo dobbiamo chiedere anche all'Europa. Oggi tutti riconoscono all'Europa una minore avventatezza e quindi una condizione di rischio minore. E tuttavia le chiedono di adottare a ogni buon fine il suo piano Paulson, che da noi, come ha scritto giustamente ieri Giangiacomo Nardozzi, può soprattutto servire a evitare le distorsioni del mercato unico, provocate da salvataggi caso per caso disposti dai singoli Stati. Ma già questo dimostra che abbiamo bisogno anche d'altro, a partire da quella vigilanza bancaria europea che oggi non c'è. Un'ultima osservazione va fatta, davanti ai tanti consigli in materia che stiamo leggendo sulla stampa e altrove. Per la carità sono tutti autorevoli, ma sia consentito osservare che ci vuole la magnanimità del padre del figliuol prodigo per accettarli da quegli economisti che hanno vissuto inebriati la trascorsa stagione di follia, che hanno identificato tale follia con il capitalismo e che proprio per questo si sono poi paradossalmente uniti alla sinistra estrema (sempre in agguato) nel leggere il disastro della finanza come la fine dello stesso capitalismo. Ha proprio ragione Giulio Tremonti quando li invita a un pudico periodo di silenzio. Il capitalismo non è il mercato senza regole, non è vero che il mercato senza regole sa prendere cura di sé ed è appunto per questo che lasciato a se stesso finisce prima o poi per fallire. Innamorarsene e guardare come intollerabilmente conservatrice qualunque attenuazione di tanto illimitato liberismo è prova di infantilismo e di debolezza culturale. Chi ha dato tale prova si astenga, per ora, dal dare anche consigli. Non faccio, con questo, l'errore opposto a quello di costoro e non dico che ci si deve invece ispirare al modello europeo. So che i mercati sono tanti e che a fallire sono spesso le regolazioni sbagliate. Ma continuo a pensare che abbia ragione Giorgio Ruffolo con il suo ultimo libro. Il capitalismo ha (ancora) i secoli contati.

 

l’Unità – 6.10.08

 

Vicenza, ventimila votano contro la base americana

Un grande afflusso di gente (oltre ventimila persone, secondo i promotori) ha premiato il referendum autogestito organizzato a Vicenza contro l'insediamento di una nuova base Usa. L'esito del voto, a spoglio in corso, appare scontato. La consultazione, del tutto priva di ufficialità, si è tenuta per protesta dopo che un referendum indetto dalla giunta guidata dal sindaco Achille Variati è stato bocciato dal Consiglio di Stato. Al voto - secondo l'ultimo rilevamento delle 17 - si erano recati, degli 84.349 aventi diritto, in oltre 17.000. Le operazioni si sono tenute in 32 gazebo nei pressi di quelli che avrebbero dovuto essere i seggi ufficiali e sono terminate alle 20, quando i "seggi" sono stati chiusi. I cittadini hanno trovato urne e schede del tutto uguali a quelle fatte stampare, inutilmente, dal comune. A controllare le operazioni di voto circa 500 volontari tra scrutatori e presidenti di seggio. Alle ore 12.00 ai gazebo si erano presentati in 8.812 pari al 10,45%, saliti a 17.411 (20,64%) alle 17.00 con grande soddisfazione degli organizzatori. Tra i primi ad essere contenti Cinzia Bottene, consigliere comunale e leader dei "No Dal Molin" che ha detto che il voto è stata «un'ottima risposta di partecipazione e democrazia a chi voleva imporre con l'autoritarismo scelte che riguardano il futuro della comunità locale vicentina». Per Variati, che si è presentato al gazebo di prima mattina, il voto è stato «uno straordinario esempio di democrazia». L'afflusso al voto, per il sindaco, ha dimostrato la volontà di esprimersi dei vicentini sui destini della propria città. È un messaggio, per Variati, che è andato oltre Vicenza e si è rivolto all'intero Paese facendo capire «quanto sia sbagliato non permettere alla gente di esprimersi su ciò che la riguarda». «Il quesito - ha sottolineato Variati - mette al centro non problemi di natura militare o legati a patti internazionali ma il destino di un'area verde che riguarda una città». «Uno spazio di pregio ambientale - conclude - a ridosso di Vicenza che è il più grande del genere in Italia». Il Governatore del Veneto Giancarlo Galan ha criticato l'iniziativa ed ha parlato di «scorrettezze politiche sostenute dal sindaco Variati e del No dal Molin» sottolineando che «dalla trappola dell'imbroglio referendario si è tenuta lontana la stragrande maggioranza della cittadinanza vicentina». Pressoché in silenzio, oggi, i favorevoli alla base Usa. Ad intervenire è stato solo Silvano Giometto, del Comitato per il «Si» al Dal Molin che, bocciato il «referendino fatto in casa», ha chiesto ai cittadini di attivarsi per sfiduciare il sindaco anche alla luce dei «costi inutili» e degli «sprechi della consultazione» bocciata dal Consiglio di Stato.

 

Schifani accusa Veltroni in tv. Bufera sul presidente del Senato

Prima lo accusa in diretta tv davanti a milioni di spettatori (era a Domenica In, su Rai Uno). Poi fa marcia indietro con una telefonata ed un comunicato del suo ufficio stampa. Ma intanto, il messaggio contro il capo dell'opposizione da parte del Presidente del Senato è arrivato dove i registi dell'operazione volevano arrivasse. Così Renato Schifani (lo stesso a cui Berlusconi ha dedicato una parte della sua residenza in Sardegna battezzandola "villa Schifani") contribuisce dal suo scranno di seconda carica dello stato all'operazione di delegittimazione delle opposizioni che la destra ormai persegue apertamente. Durante la trasmissione Schifani ha segnalato un «avvelenamento dei rapporti politici», con «toni eccessivamente accesi» anche in seguito ad alcune dichiarazioni del leader del Pd Walter Veltroni. «Ero molto contento - spiega il presidente del Senato a 'Domenica in' - per come era iniziata la legislatura. Avevo riconosciuto e continuo a riconoscere a Veltroni un grande merito: quello di aver iniziato un periodo di reciproca legittimazione, avviato con l'incontro tra lui e il presidente del Consiglio nel confronto sulla legge elettorale. Con quell'incontro si era data una svolta. Finalmente - spiega - le due parti contrapposte si erano riconosciute e si erano legittimate». «Poi - prosegue Schifani - vi è stato un avvelenamento dei rapporti politici. In questo avvelenamento registro le dichiarazioni di Veltroni che fanno parte, sì, dello scontro ideologico-politico, ma che vanno osservate». Poi, la parziale rettifica. «Nel corso di una telefonata con il leader del Pd, on. Walter Veltroni, il Presidente del Senato, Renato Schifani, ha ribadito la sua totale assenza di volontà polemica nei suoi confronti, ricordandogli, tra l'altro, di avergli sempre riconosciuto di aver avviato per primo il processo di semplificazione della politica del Paese con la nascita del Partito Democratico» si legge in una nota diffusa dall'ufficio stampa di Palazzo Madama. Da chi occupa un ruolo di garanzia e istituzionale come il presidente del Senato, Renato Schifani, ci si aspetta che ci pensi non una ma cento volte prima di attaccare il capo dell'opposizione, anche perché a questo provvedono ogni giorno - ha reagito Dario Franceschini, del Pd, parlando a Sky Tg24 - il Presidente del Consiglio e tanti ministri, che più che lavorare dedicano gran parte del loro tempo ad attaccare il Partito democratico». Durissima la presa di posizione di Arturo Parisi, uno dei più forti critici della gestione Veltroni del Pd. «Capisco che Schifani rimpianga il Veltroni dei mesi scorsi. Ma accusarlo di avvelenamento del clima politico solo perchè ha ora deciso di svolgere la funzione di opposizione che il voto di aprile ci ha attribuito è certo troppo». «Forse Schifani - rileva Parisi - si è dimenticato di come svolgeva lui la funzione di opposizione. Noi ce lo ricordiamo. E se lo ricordano gli italiani che si erano ormai fatta una ragione delle sue quotidiane apparizioni televisive. Così come ci ricordiamo che, prima che Alfano, si chiamò Schifani il privilegio che Berlusconi ha imposto al Paese nel suo personale interesse abusando di una forza parlamentare a lui attribuita dalla regola maggioritaria per governare il paese nel rispetto delle regole, non per travolgerle. Veda Schifani che con tanta determinazione svolse il ruolo di opposizione di ricordarsi che come presidente del Senato e seconda carica dello Stato è caricato di una funzione di garanzia dei diritti di tutti, nell'aula parlamentare, e negli studi televisivi».


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