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La prossima truffa – Galapagos

Manifesto – 7.10.08

 

La prossima truffa – Galapagos

«No cash for trash», era scritto su centinaia di cartelli che i manifestanti esponevano nei giorni scorsi a Wall Street per protestare contro il piano di salvataggio di Bush che elargisce contanti in cambio di titoli spazzatura. Il papa è tornato sull'argomento: «Vediamo adesso nel crollo delle grandi banche che i soldi scompaiono, sono niente e tutte queste cose che sembrano vere in realtà sono di secondo ordine». Ma il risultato è già scritto: il sistema finanziario sarà salvato, ma la vita della gente comune sarà rovinata. Perché la crisi dell'economia reale avanza: ne sono certe le borse che ieri sono nuovamente crollate. Il papa ha idee chiare sulle cose «di secondo ordine», ma lo ha anche su quelle veramente importanti. Senza irriverenza, si può tralasciare come fondamentale la «parola di dio», per concentrarsi sull'uomo al quale Benedetto XVI più volte ha dedicato la sua attenzione. Ma non è il solo: in maniera un po' più terrena e prosaica anche Emma Marcegaglia sabato a Capri se ne è occupata. La presidente di Confindustria, oltre a criticare la «droga monetaria», ha elogiato i salvataggi di stato (purché poi si torni rapidamente al mercato), ma soprattutto ha chiesto soldi per le imprese strangolate dalla crisi del sistema bancario. La Marcegaglia si è dimenticata di ricordare che molti imprenditori hanno le mani in pasta con quote non irrilevanti delle banche, pronti ad approfittare della grande abbuffata che il sistema creditizio prometteva. Lucrando, tra l'altro, sulle stesse imprese che, lo abbiamo saputo un paio di mesi fa, sono fragili, esposte per cifre enormi (800 miliardi) con il sistema bancario. L'appello di Marcegaglia, quindi ha un senso. Soprattutto ora che le banche stanno stringendo i rubinetti del credito, chiedendo «ritorni» alle imprese e soprattutto tassi di interesse molto più alti. Marcegaglia può state tranquilla: anche se il sistema industriale con la crisi riceverà una bella botta, gli aiuti arriveranno. Ieri è stato annunciato con grandi squilli di tromba che da dicembre per un anno, entrerà in vigore la social card: «80 euro al bimestre ai cittadini residenti con oltre 65 anni e reddito inferiore ai 6 mila euro (500 al mese) e alle famiglie, con lo stesso reddito, in cui ci sia un bambino sotto i tre anni». Alcuni ministri sostengono che si tratta di un allargamento dello «stato sociale». In realtà siamo di fronte a una elemosina che sicuramente non piace neppure al papa. «E' un problema di risorse», si obietta. Falso: soldi per salvare il sistema finanziario ne sono stati trovati. E senza condizioni: a parte qualche penalizzazione per i manager truffaldini, nulla è previsto sul fronte della proprietà. E se fosse previsto, la Marcegaglia ha già messo le mani avanti. Quello che manca (non solo in Italia) è un progetto di nuovo modello sviluppo, di redistribuzione dei redditi, di creazione di occupazione, di potenziamento dello stato sociale. Il monetarismo ha massacrato per decenni il keynesismo, ma il mercato ha fallito: inutile distinguere fra mercato buono ed eccessi speculativi. Su quegli eccessi si sono arricchiti - complici - in molti. Oggi chiedono di ricreare le condizioni per arricchirsi ancora.

 

«Ognu per sé». Unione europea in ordine sparso - Joseph Halevi

Avrebbe dovuto essere il momento di Angela Merkel, invece niente. In Europa il motto è «ognuno faccia da sé». Non è però un'assurdità politica, bensì il prodotto del cosiddetto processo di costruzione europea, per tradurre uno slogan caro alla burocrazia francese. Perchè la Merkel? Perchè l'11 giugno, proprio durante l'ultima visita di Bush in Europa, la cancelliera venuta dalla Rdt (ve la ricordate la Repubblica democratica tedesca?) aveva rilasciato al Financial Times un'intervista dai toni durissimi nei confronti del sistema finanziario anglosassone. Merkel aveva elogiato la creatività della produzione contro i giochi della fasulla ingegneria finanziaria, aveva nuovamente sottolineato la validità dell'economia sociale di mercato, concetto caro ad Adenauer ma che Schroeder cercava cancellare. Infine la cancelliera aveva adombrato l'idea di creare nel campo delle rating agencies delle società pubbliche che avrebbero dovuto rispondere alle istituzioni dell'Unione Europea. Non parlava meschinamente (Tremonti) o fatuamente (Sarkozy) di protezionismi o colbertismi europei. Insomma, fu molto brava, resa ferma dalla forza dell'industria e dell'ingegneria tedesche ma disgustata dal gigantesco imbroglio cartaceo escogitato dalle società finanziarie anglosassoni, cui si erano legate perfino le banche regionali tedesche. Il dunque è arrivato ora, con la crisi vera e propria e la dimensione europea della Merkel è pressoché scomparsa. Il sistema bancario tedesco sta subendo dei colpi durissimi ma Berlino non propone alcuna strategia comune per l'Ue svuotando ulteriormente le istituzioni comunitarie, specialmente quelle elette. Sarkozy non ha aiutato, la riunione di Parigi è stata un gioco egemonico sopra la testa dell'Ue. La Germania ha capito ed ha puntato i piedi. L'Europa non ha strumenti di politica economica collettiva. Le uniche leve sono quelle in mano ai vari governi ed i governi riflettono la natura del capitalismo in ciascun paese. Quello tedesco è caratterizzato da un neomercantilismo forte. In questo contesto una volta garantito nel 1999 l'ancoraggio delle monete europee alla Germania, ossia il loro scioglimento nell'euro, le industrie tedesche ripresero fiducia nella capacità di battere la concorrenza proprio sul terreno dell'industria meccanica ed elettromeccanica. Il maggior concorrente venne neutralizzato: l'Italia. Agendo di contropiede con la lira ballerina, espressione di un neomercantilismo debole, l'Italia aveva spesso messo in difficoltà i Beckenbauer dell'export della Bundesrepublik. Lentamente ma accelerando dal 2002 la Germania ha accumulato il più alto surplus estero della sua storia postbellica in rapporto al Pil. Lo zoccolo duro è in Europa e in quella occidentale in particolare. Nei confronti degli Usa l'eccedenza non è stabile essendo soggetta ai rallentamenti dell'economia ed alla svalutazione del dollaro. In ogni caso gli Stati uniti assorbono solo l'8% dell'export di Berlino. Dato che nei confronti dell'Asia il saldo è negativo, la crisi statunitense impone alla Germania di rafforzare il ruolo del mercato europeo. L'afflusso di soldi grazie al surplus con l'Europa è anche una condizione per ridare ossigeno alle banche tedesche. Di fronte alla crisi che avanza e di fronte ad una confusione intellettuale e politica totale, il governo di Berlino cercherà di rafforzare il suo neomercantilismo intraeuropeo. Sulla politica francese non vale nemmeno la pena di soffermarsi in quanto è inesistente. Certamente, se la crisi continua a travolgere le banche, la Germania finirà per chiedere aiuto all'insieme dell'Ue ma solo per un bail out cioè per un salvataggio dei banchieri. Mantenere e rafforzare il surplus estero in condizioni di severa recessione è una strategia irresponsabile. La cosa grave è che, ad eccezione della Gran Bretagna, Spagna, Portogallo e Grecia - che non hanno alcuna possibilità di sviluppare esportazioni nette - obiettivi neomercantilistici caratterizzano, oltre la Germania, la Scandinavia, l'Olanda ed anche Francia ed Italia. Essi sono orientati in prevalenza nei confronti dell'Europa stessa avvinghiandola in una morsa paralizzante.

 

L'intera economia italiana è a rischio - Guglielmo Ragozzino

L'indebitamento nei confronti del sistema bancario dell'insieme delle imprese italiane si avvicina alla metà del Pil: 780 miliardi. Il dato è stato calcolato dal Centro studi sintesi di Venezia e pubblicato da Il Sole 24Ore il 4 luglio scorso. Il dato avrà fatto correre qualche brivido lungo la schiena di banchieri solitamente imperturbabili. In effetti dal 2000 in poi l'indebitamento è cresciuto quasi della metà in termini reali, con un balzo del 10% nel 2007. I banchieri stessi, ricevendo pochi giorni dopo, il 28 luglio, i dati di R&S-Mediobanca sui principali gruppi presenti alla borsa di Milano, avranno visto con stupore che i debiti finanziari del Gotha delle imprese italiane, industriali e non solo, erano cresciuti, in un anno, del 30%, raggiungendo i 218 miliardi. Con un indiscusso capofila, l'Enel, passato da 14 a 60 miliardi, a causa di una politica molto aggressiva di acquisizioni all'estero, a partire dall'Europa. L'Enel toglieva così il non invidiabile primato a Telecom Italia che da 45 miliardi arretrava prudentemente a 41: sempre una quantità esagerata di debiti, di fronte a una recessione in arrivo. La Fiat, per esempio, ha un livello di debito finanziario in diminuzione: da 20 a 18 miliardi. In tempi «normali» sarebbe probabilmente una situazione accettabile, ma questi giorni non sono affatto «normali». La Fiat - e molte altre grandi imprese come lei - ha conoscenze e buon nome sufficienti per muoversi tra i finanzieri, scegliere quelli giusti, difendersi dagli attacchi, attaccare a sua volta. Questo in tempi, come si è detto, normali. Ma oggi? In una situazione di finanza precaria è come pattinare sul ghiaccio sottile: bisogna pattinare molto in fretta. Solo così ci si salva. Di questo stiamo parlando. I banchieri, a partire dal banchiere centrale, appollaiato sui faldoni della centrale dei rischi, avranno fatto due conti: converrà chiedere a Tizio, cliente di prestigio, di rientrare, rischiando di perdere tutto o sarà meglio dargli ancora credito, nella speranza di salvare capra e cavoli? Ma tutto questo è poi solo un aspetto della vita complicata dei banchieri di oggi, stretti tra azionisti molesti e prepotenti, come gli hedge funds e i fondi d'investimento e le banche collegate, spesso a loro volta zoppicanti, oberate di attività fasulle, di mucchi di inconfessabili subprime. E tra banche preoccupate, per la loro parte e per i clienti «rischiosi» originati dal credito allegro delle banche associate, tutte d'altronde pronte a farsi lo sgambetto, la vita non è certo leggera. E poi ci sono i clienti. Il banchiere centrale ha spiegato che un fallimento è sempre un fatto increscioso, ma il fallimento di una banca va evitato perché ne trascina molti altri con sé, mette a rischio moltissime vite. C'è poi un altro aspetto che tutti hanno ben presente, ma non nominano con piacere; si tratta dell'illusione bancaria. Il credito è fatto in modo che tutti i clienti della banca devono essere convinti che in ogni momento possono ritirare i soldi. Come è ovvio questo non è realistico, mentre è possibile l'illusione, sostenuta da un calcolo delle probabilità. Solo una frazione di clienti chiederà di riavere il denaro nello stesso tempo. L'illusione vale nei periodi tranquilli. Se si diffonde il panico e tutti si precipitano agli sportelli della banca, insieme, la banca salta. Ma la banca si difende male se chiede a tutti i clienti di rientrare insieme, oppure, per fare fronte ai propri impegni (o a quelli di ignote banche collegate) aumenta i tassi d'interesse per i suoi prestiti a livelli decisamente di usura. Ne consegue che l'attività economica è impossibile e le imprese devono restringersi, licenziare. Naturalmente avviene che se una parte delle imprese deve chiudere l'attività, altre imprese la cui attività era vendere alle prime merci e servizi saranno poste in condizioni disperate. E' l'effetto domino applicato alle imprese. E' capace, come si è visto spesso, di buttare giù in poco tempo tutti i pezzi del gioco. Oggi poi c'è un unico gioco globale, o quasi. Come si è visto, se i pezzi del domino crollano per qualche subprime di troppo in California, prima o poi crolleranno anche dall'altra parte del mondo.

 

Contratti, il triplo inganno di Marcegaglia - Loris Campetti

Lavorare in pochi, lavorare tanto, cioè più di prima, per guadagnare se va bene come prima. E prima - meglio dire adesso - i salari dei lavoratori italiani erano i più bassi d'Europa. E' questa, in due parole, la ricetta alla base dell'ipotesi di accordo presentata dalla Confindustria a Cgil, Cisl e Uil. I contratti nazionali vengono ridotti al puro recupero di una sola parte dell'inflazione, e quelli di secondo livello vincolati da un legame totale e indissolubile degli eventuali aumenti salariali alla produttività, all'utile d'impresa. Il tutto accompagnato dalla detassazione degli straordinari -per renderli addirittura più convenienti del normale costo orario della prestazione lavorativa - e dei premi di risultato, cioè degli aumenti conquistati nei contratti integrativi di secondo livello. La proposta, come ha risposto all'unanimità il direttivo nazionale della Cgil, è irricevibile. Lo è in assoluto, perché riduce il lavoro a pura merce, variabile dipendente dai profitti. Lo è nello specifico, per la peculiare struttura produttiva italiana, frantumata in decine di migliaia di piccole imprese in cui non solo non si contratta, ma dove molto spesso il sindacato neppure riesce a metter piede. Dire che sia il recupero di una parte dell'inflazione che gli aumenti salariali sono demandati alla contrattazione di secondo livello, vuol dire discriminare i lavoratori e condannarne la maggioranza a un ulteriore impoverimento. C'è una terza ragione che rende intollerabile, prima ancora che inaccettabile, la pretesa degli industriali, in piena coerenza con le politiche del governo (che è anche il padrone pubblico) e con il consenso di Cisl e Uil: con l'attuale precipitazione, la crisi finanziaria si estende all'economia reale, riducendo conseguentemente i consumi e dunque la domanda. In prospettiva, ciò significa esplosione della cassa integrazione nelle grandi imprese e licenziamenti in quelle più piccole. In questo contesto, quanti saranno i lavoratori in grado di conquistarsi il contratto integrativo?

 

Smontato lo statuto dei lavoratori. L'ultima sorpresa del ddl Tremonti - Sara Menafra

ROMA - Sottotraccia, senza grandi clamori, la camera dei deputati si appresta a stravolgere ancora un po' il diritto del lavoro. E, già che siam lì, a limitare le competenze dei giudici del lavoro. Il colpaccio è contenuto nel Disegno di legge 1441 quater, ultimo erede di quell'enorme disegno di legge (il 1441, appunto) che il governo aveva presentato a giugno, collegandolo alla finanziaria, per poi trovarsi costretto a spacchettarlo in quattro tronconi. Ognuno con un frutto avvelenato, compreso questo, a sua volta geometricamente smontabile in quattro pessime mosse. La prima, contenuta nell'articolo 65, alla voce «Clausole generali e certificazione», ha l'obiettivo, neppure nascosto, di limitare l'azione del giudice del lavoro alla sola valutazione di legittimità. Il testo è piuttosto chiaro: «In tutti i casi in cui le disposizioni di legge contengano clausole generali \ il controllo giudiziale è limitato esclusivamente, in conformità ai principi generali dell'ordinamento, all'accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro o al committente». Vuol dire, a farla breve, che il giudice del lavoro, non potrà andare oltre il controllo di legittimità. Lo spiega bene Claudio Treves, coordinatore del Dipartimento Politiche attive del lavoro nella Cgil: «Se prima un giudice, davanti ad un contratto a tempo determinato stipulato per l'aumento di produttività poteva valutare ed eventualmente sanzionare un contratto stipulato con un titolo inadeguato, adesso - chiarisce - dovrà valutare solo i requisiti formali del contratto». Al comma due il quadro non migliora: «Il giudice non può discostarsi dalle valutazioni delle parti espresse in sede di certificazione dei contratti di lavoro», così come previsto dalla legge Biagi. E ancora - e siamo al comma 3 - «nel valutare le motivazioni poste alla base del licenziamento, il giudice fa riferimento alle tipizzazioni di giusta causa e di giustificato motivo presenti nei contratti collettivi ovvero nei contratti di lavoro stipulati con l'assistenza e la consulenza delle commissioni di certificazione», di cui parla sempre la legge 30. Tradotto, vuol dire che il magistrato dovrà limitarsi a controllare che il contratto stipulato concordi col patto su cui si basa. E, quindi, non sarà sottoposto solo alla legge, ma pure ad un accordo che in astratto (ma, a sentire i sindacalisti, anche in concreto) potrebbe contenere parecchi problemi di legittimità. Infine, negli articoli successivi, il testo si propone di «incentivare» l'arbitrato per risolvere le controversie di lavoro. E ai lavoratori licenziati, precari o no, lascia come unica strada 120 giorni di tempo per proporre ricorso al giudice, chiudendo la strada alle richieste «non giuridiche» che in molti casi risolvevano il problema grazie alla mobilitazione sindacale. Il Partito democratico ieri pomeriggio ha firmato comunicati di fuoco. L'ha fatto il ministro della giustizia ombra Lanfranco Tenaglia - «si fa carta straccia dello statuto dei lavoratori, si torna indietro a trenta anni fa» - e quello del Lavoro, Cesare Damiano - «è grave che il governo tenti in modo surrettizio di cambiare radicalmente il processo del lavoro». Si sa già come andrà a finire. Anche se la legge dovesse subire qualche scivolone, come è già capitato alla riforma del processo civile cascata in aula grazie alle assenze dei parlamentari Pdl, queste norme rischiano di volare all'approvazione del senato. E chiudere il cerchio che in pochi mesi ha fatto fuori la stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione e, se non fosse stato per una modifica ottenuta dal pd in commissione, rischiava di limitare il diritto ai permessi retribuiti. Una riforma del lavoro vera e propria. Spacchettata e confezionata per un consumo rapidissimo.

 

«Le classi come tante pentole a pressione» - Giorgio Salvetti

MILANO - Michele Corsi è di Retescuole, il movimento di docenti e genitori che da anni si batte per la scuola pubblica. Quattro anni fa hanno riempito piazza Duomo, a Milano, per manifestare contro la riforma Moratti. Due anni soporiferi di Gentiloni hanno deluso e avvilito i movimenti. Il tornado Gelmini ha riscatenato una forte protesta. Ieri Michele Corsi era al presidio organizzato dalla Cgil sotto la sede Rai per chiedere un'informazione corretta sulla scuola. Una manifestazione che di solito non raccoglie grandi presenze e che invece è stata partecipatissima. Stanno per far passare i provvedimenti della Gelmini a colpi di fiducia, quali sono i punti più pesanti per la scuola pubblica? Il colpo grosso l'hanno dato con il decreto di agosto, dietro a questioni di facciata come il grembiule e il voto in condotta si nasconde la sostanza di questa riforma: oltre 130 mila tagli tra personale docente e non nelle scuole di ogni ordine e grado. Gli esuberi di Alitalia erano qualche migliaio. Immaginate che succederebbe se licenziassero 130 mila operai...Quel decreto si sviluppa in tre anni e richiede una serie di leggi attuative. Oggi in parlamento si discute soprattutto di provvedimenti che riguardano le elementari. La prima lotta decisiva si gioca intorno alla questione del maestro unico da qui a fine ottobre. Il tempo pieno, per esempio, a parole non è ancora stato abolito ma si favorisce il maestro unico e l'orario d'insegnamento è ridotto a 24 ore. Ogni scuola dovrà decidere come giostrarsi i tagli di risorse, e questo significa che non saranno interessate solo le prime del prossimo anno scolastico, ma tutte le classi delle elementari. Per esempio in molte scuole taglieranno le ore di compresenza di due maestri. Nel decreto, poi, sono già previsti tagli anche nelle superiori. Specialmente negli istituti tecnici e professionali (ovvero quelle dei più poveri). Questo, oltre a comportare un grosso problema sindacale per i docenti, si tradurrà in classi sempre più numerose, e gestire classi numerose significa più bocciature. E' previsto l'assolvimento dell'obbligo anche nella formazione professionale: insomma, è come dire che chi non ce la fa viene cacciato dalla scuola pubblica e viene spedito nel secondo canale della formazione professionale privata. Con la Moratti era una scelta, ora sarà inevitabile. Quindi è peggio della Moratti? La Moratti, grazie a un apparato ideologico che sosteneva la sua riforma, cercava consenso anche all'interno della scuola. Con la Gelmini si passa all'attacco frontale contro tutta la classe insegnante. Non c'è alcuna ideologia o riforma organica. Semplicemente si taglia. Questo sta producendo un moto di rabbia mai visto neppure ai tempi della Moratti. Allora ci vollero due anni per costruire un movimento di protesta, poi è arrivato Fioroni che con la sua politica del «cacciavite» si è dedicato a dettagli e ha deluso e depresso tutti i movimenti che si aspettavano l'abrogazione della riforma Moratti. A quel punto nella scuola regnava la rassegnazione. Quest'anno invece con la Gelmini la protesta è iniziata già prima dell'inizio delle scuole e coinvolge anche insegnanti di destra. La scuola è come una pentola a pressione che produce una forte energia che per ora nessuno riesce ancora a canalizzare. Come giudica l'atteggiamento del centrosinistra e della Cgil? Il centrosinistra non riesce a mobilitare proprio per la delusione del governo Prodi. La Cgil invece è cauta. Non ha mai voluto rompere con Uil e Cisl. Ai tempi della Moratti non ha mai proclamato uno sciopero generale della scuola e anche oggi ci va piano. Non ha ovviamente voluto aderire allo sciopero dei sindacati di base previsto per il 17 ottobre e ora sta pensando a uno sciopero generale per il 31 ottobre o nei giorni seguenti. E voi invece cosa state facendo? In alcune città si è già manifestato, a Milano abbiamo lavorato nella costruzione dei comitati di base in ogni singola scuola, domani ci riuniremo per decidere iniziative immediate di protesta.

 

Conto alla rovescia. La crisi economica nelle urne - Marco d'Eramo

LOS ANGELES - All'angolo tra Beverly Boulevard e Fairfax avenue, proprio accanto al motel in cui alloggio, troneggia un'imponente filiale di Washington Mutual, il colosso bancario che ha dichiarato bancarotta il 25 settembre scorso, in quello che è stato il più grande fallimento di tutta la storia degli Stati uniti. E la prima notizia che leggo sul Los Angeles Times arrivando in California è che il governatore Arnold Schwartzenegger ha scritto al segretario del Tesoro degli Stati uniti, Henry Paulson, per chiedergli un prestito eccezionale di 7 miliardi di dollari per evitare che anche la California dichiari bancarotta: di solito lo stato della California (come molti altri stati dell'Unione) chiede alle banche anticipi sulle entrate fiscali per pagare gli stipendi degli statali (insegnanti, poliziotti...). Ma questa volta, proprio per la stretta del credito, le banche si erano rifiutate di anticipare 7 miliardi di dollari. Dopo questa drammatica missiva, l'emergenza è in parte rientrata, ma la stessa minaccia incombe sulle prossime scadenze, soprattutto dopo i crolli nelle Borse avvenuti ieri. Il fatto è che la crisi è ovunque. Non solo la crisi finanziaria, ma quella dell'economia reale. Le notizie di venerdì scorso sull'occupazione erano terrificanti: gli Stati uniti hanno perso negli ultimi otto mesi 700.000 posti di lavoro. Sembra poco per una popolazione di 300 milioni di abitanti, ma bisogna sapere che, proprio per tenere il passo con la crescita demografica e mantenere stabile il livello d'occupazione, l'economia americana dovrebbe creare 150.000 posti di lavoro al mese. Vuol dire che negli ultimi mesi sono mancati all'appello non 700.000, bensì 1,6 milioni di posti di lavoro. E questi dati ancora non tengono conto dei licenziamenti nel settore finanziario provocati dal terremoto della settimana scorsa. Ma la stretta è ancora più asfissiante sulle piccole imprese. Chi vuole ingrandire il proprio negozio, o comprare un altro camion per la propria ditta di trasporti vede le sue richieste di credito vagliate con una severità inedita negli Stati uniti, una puntigliosità che ricorda piuttosto quella delle banche italiane. Con la disoccupazione che aumenta, i salari scendono visto che i disoccupati sono pronti ad accettare retribuzioni più basse pur di lavorare. Nello stesso tempo un'altra stretta (assai più temibile per l'economia americana) si profila sulle carte di credito. In Italia e nell'Europa continentale, in realtà la carta di credito è usata come una sorta di bancomat per gli acquisti, un modo di trasferire denaro dal proprio conto corrente ai negozianti, ristoratori, albergatori: nella stragrande maggioranza dei casi questi fondi sono coperti. invece qui negli Usa (e in Gran Bretagna) la carta di credito serve proprio a comprare a credito. Su questo credito è basata la maggior parte del consumo, non solo per gli acquisti di merci (dalla spesa al supermercato agli elettrodomestici), ma per le vacanze, per le cure dentistiche, e così via. Quindi la crisi colpisce adesso anche l'occupazione nei servizi che gli americani non possono più permettersi. La crisi sconvolge l'andamento della campagna elettorale. Ha messo in difficoltà la coppia repubblicana John McCain e Sarah Palin. Tanto che sembra una mossa dettata dalla disperazione l'attacco lanciato contro Obama per suoi presunti legami con il gruppo terroristico dei Weathermen che nel 1969 compirono un paio di attentati letali. Ma a quell'epoca Obama aveva otto anni e per la signora Palin sarà molto difficile sostenere seriamente che un bimbo di quell'età fosse un fiancheggiatore di terroristi che avrebbe conosciuto solo 26 anni più tardi, nelle inevitabili frequentazioni incrociate del mondo politico di Chicago. Questi colpi bassi sono un tentativo per distogliere l'attenzione dalla crisi. Come si dice qui, sono «armi di distrazione di massa». Può darsi (anche se non è certo) che la candidatura della governatrice dell'Alaska Sarah Palin avrebbe avuto un forte impatto in una situazione di normalità economica. Ma tutti i suoi occhietti, le strizzatine, gli ammiccamenti appoggiati alla platea, la sua recitazione istrionica sono armi spuntate per gli spettatori preoccupati dalla fine del mese. Il fatto che tv e giornali spendano ore e pagine intere a dissezionare la sua performance nel dibattito di giovedì scorso (4 commenti sabato sul New York Times, tutta la mattinata domenica sulla Cnn erano consacrati al dialetto campagnolo della Palin), mentre per gli americani nubi scurissime si addensano all'orizzonte, mostra quanto il mondo dei media, come quello della politica, sia ancora sconnesso dal mondo reale. «In ogni caso - mi dice Marc Cooper, editorialista e commentatore politico basato a Los Angeles - il candidato repubblicano John McCain si è privato di ogni probabilità di vittoria quando ha scelto Palin come compagna di candidatura. In primo luogo è diventto per lui impossibile giocare quella che fino ad allora era stata la sua carta più forte: la carta dell'esperienza. Nessuno può sostenere seriamente che Palin sarebbe una presidente più esperta di Barack Obama. In secondo luogo questa scelta getta un'ombra sulla sua capacità di prendere decisioni ponderate». Per Marc Cooper la campagna è già giocata, il suo esito è già deciso, qualunque esso sia, a meno di un attacco terroristico (paventato da tutti come la «sorpresa ottobrina di Cheney», l'attuale vicepresidente) o di un crollo del 40% di Wall Street, ipotesi questa che certo oggi non appare più così balzana (a questi timori, nel tinello della sua casa di San Diego, il famoso saggista Mike Davis mi aggiunge quello di un attacco pre-elettorale all'Iran). «Ma a meno di questi due eventi, i giochi sono fatti», dice Cooper, «soprattutto a causa della crisi economica. Tutti gli altri fattori sono già in campo. Già sappiamo che tra i neri ci sarà un'affluenza spettacolare, mai vista nella storia, che potrebbe portare a Barack Obama stati repubblicani come la North Carolina e fargli conquistare la Virginia. Quest'affluenza nera potrebbe essere decisiva in Ohio, dove può controbilanciare la mobilitazione dei fondamentalisti cristiani che comunque sembrano aver perso la fede nei repubblicani. Già sappiamo che i latinos sono sospettosi nei confronti di un nero come Obama, ma che sono ancora più incazzati con i repubblicani per non aver fatto passare la legge che avrebbe legalizzato almeno una parte dei 12 milioni di immigrati clandestini che oggi vivono negli Stati uniti. McCain era stato uno dei due autori di questa legge (insieme al senatore democratico Ted Kennedy) affossata proprio dal suo partito. Quindi presso gli ispanici McCain deve giocare contro i suoi. Sappiamo anche quello che non sappiamo e che nessuno può sapere, e cioè quale sia il livello reale del razzismo negli Stati uniti, quanti sono davvero gli americani che non voteranno mai Obama perché è nero: questa è una delle grandi incognite dell'elezione». Di diverso parere è Allan Hoffenblum, figura di spicco dell'establishment repubblicano in California: «Tutti i media desiderano disperatamente che la partita sia considerata già finita, proprio come facevano durante le primarie, quando Hillary vinceva uno stato dopo l'altro e a ogni vittoria di lei gli opinionisti liberal le gridavano "ritirati che la partita è già finita!". Lo stesso avviene adesso. Ma la partita è lungi dall'essere conclusa. I sondaggi sono molto altalenanti, ora danno una spinta all'uno, ora all'altro. Una buona parte dipende dal prossimo di battito presidenziale (che si terrà stanotte, alle 3 del mattino ora italiana, ndr). E anche sugli ispanici, McCain può fare meglio del previsto, anche se gioca contro il proprio partito che ha preso una posizione gretta e miope sull'argomento. L'arma migliore di McCain è che Obama ha fallito il suo tentativo di superare gli steccati tradizionali tra destra e sinistra e, con tutta la sua enfasi sul 'cambiamento', è tornato a un discorso assai tradizionale, a una visione classicamente liberal del cambiamento. Ora, negli Stati uniti vi sono un sacco di persone che non ne possono più di George Bush e delle sue politiche, ma che non sono affatto pronti a una svolta liberal. In ogni caso sarà la crisi economica il fattore decisivo. È su questo terreno che McCain dovrà convincere gli spettatori nel prossimo dibattito». In realtà gioca anche un altro fattore, ed è un certo disamoramento da parte dei progressisti nei confronti del ticket di Barack Obama e del suo vice, il senatore del Delaware Joe Biden. «Il dibattito con Sarah Palin era incredibile, noi eravamo tutti contenti della performance di un candidato, Joe Biden, che ci spiattellava che farà tutto quello che vuole Israele, che procederà al riarmo, che manderà più truppe in Afghanistan, che difende la guerra in Bosnia», mi diceva Mike Davis - sua moglie Alejandra, di origine messicana, è una gran sostenitrice di Obama. «L'unico modo di spiegare il sostegno della sinistra radicale per Obama è una "cospirazione del wishfull thinking", del pretendere che i propri desideri siano realtà, con tutti a convincersi l'un l'altro che Obama è il leader che loro aspettano: ma anche se Obama fosse davvero quel progressista che loro pensano che sia, avrebbe uno spazio di manovra ristrettissimo sia sulla crisi economica sia sulla guerra al terrore; già lo si vede dalle posizioni che prende adesso». Ma è la prospettiva dopo le elezioni che preoccupa di più Mike Davis: «La nuova amministrazione si troverà di fronte a questi due sviluppi, guerra al terrore (una guerra che vogliono rilanciare con soldi che non abbiamo) e crisi economica che convergono l'una contro l'altra, con la possibilità che implodano, che si schiantino reciprocamente, o che, al contrario, congiurino verso un esito drammatico. Non è la prima volta che qualcuno tenta di uscire dalla recessione con uno sforzo bellico».

 

Liberazione – 7.10.08

 

11 settembre delle borse europee. Governi divisi, si salvi chi può

Claudio Jampaglia
Milano - E' l'11 settembre europeo. Almeno quello dei mercati finanziari che crollano sotto i colpi dell'inconsistenza politica dell'Unione e per la paura. Colpa di Wall Street che segna il suo peggior risultato dal 2004, colpa del raffreddamento del petrolio e della ripresa del dollaro, colpa delle crisi bancarie che sembrano stabilmente approdate in Europa - anche se il primo fallimento bancario della crisi fu proprio in Germania, nel luglio 2007 - colpa di Angela Merkel che non vuole un piano di salvataggio all'americana (che però nemmeno la Bce vuole), colpa anche di Sarkozy e Berlusconi che promettono promettono e poi non riescono a mantenere e infine colpa del mondo intero che in un giorno solo brucia 1700 miliardi di capitalizzazioni da Tokyo, a Mosca a San Paolo... ma alla fine ciò che resta è la paura. E la paura fa vendere. Tutto. Ieri sono volati sui circuiti telematici di mezzo mondo non solo i titoli bancari e finanziari, ma di tutto. In Italia è crollata Eni, ma anche Bulgari (il lusso), Fiat, Atlantia (cioè Autostrade), Geox (le scarpe), fino a Telecom (sotto l'euro per azione). E' fuga dai mercati? Di sicuro non basterà un rimbalzo, atteso per oggi. Perché qui è successo qualcosa di grosso. Nemmeno l'11 settembre basta per spiegare. Allora si perse in media il 7% nel Vecchio Continente. Ieri, invece, Parigi registrava il suo record negativo del ventennio (-9%), Francoforte e Londra perdevano più del 7% e Milano andava sotto dell'8,24%. Peggio di quando fu privatizzata nel 1998. La peste finanziaria innescata dai mutui subprime americani è arrivata in Europa già mutata. E' virus di sistema. Attacca anche i titoli più solidi, le abitudini consolidate di operatori e analisti. Si potrebbe chiamare "panico da mancanza di orizzonte e rimedio". Si vive alla giornata. Ma non basterebbe ancora. In Europa non sembra esistere da ieri alcuna barriera tra economia reale e finanziaria, se è mai esistita. Qui l'economia è una. E comincia la lotta alla sopravvivenza. Da giorni gli esperti - per ultimo Padoa Schioppa, ieri su Repubblica - hanno ripetuto no panic . Sembrava quasi che il sistema avesse bisogno di una sana regolata. E gli operatori finali, imprese e cittadini-lavoratori, quelli su cui si basa tutto il castello di ipotesi di solvibilità, di risparmio e di impegni del sistema, sembrano voler uscire dal gioco. O almeno restare alla finestra. Secondo i dati di Assogestioni, l'associazione dei fondi di risparmio gestito sul mercato italiano, a settembre i deflussi degli italiani dai fondi comuni d'investimento ammontano a 9,5 miliardi di euro. Ben distribuiti ovunque. Non è un dato così negativo e gli italiani hanno ancora fiducia nel sistema, dice Assogestioni. Più o meno lo stesso risultato dei sondaggi di Mannheimer di questi giorni. Peccato che da ottobre 2007, ovvero in 365 giorni siano già scappati dai fondi qualcosa come 121,6 miliardi di euro. Allo stesso tempo, secondo Bankitalia, già da luglio scorso le emissioni nette di obbligazioni delle imprese erano rasenti allo zero. Morale: nessuno presta soldi. Lo fanno sempre meno le banche (è il loro mestiere) che ieri hanno portato con la loro immobilità il tasso Euribor (quello appunto a cui si prestano soldi tra loro) a un altro massimo storico. Non lo vogliono fare a maggior ragione le aziende. E di chi devono fidarsi? Tutti sanno che la tempesta è una condizione, non un evento, e stanno liquidi. Soldi in cascina. Nessun rischio. Investimenti, il minimo necessario. E aspettare che passi. Delle nazioni europee l'Italia è tra le meno propense al rischio, ma nel resto dell'Unione va uguale. Se non peggio (nei paesi più piccoli). E così, anche la Germania, dopo Irlanda, Grecia, Svezia, Portogallo, Danimarca e Austria ha annunciato la garanzia di Stato su tutti i depositi bancari. Tutti. Non solo sul tetto fissato già ovunque in Europa (100mila euro in Italia, 50mila sterline in Gran Bretagna, 50mila euro in Svezia, da ieri, e così via). Una mossa che non si era mai vista. Ma solitaria. Ciascun per sé. Il vertice di Parigi dei 27 paesi, d'altronde, è stato un fiasco. Solo Sarkozy e Berlusconi si ostinano a diffondere fiducia e roboanti promesse. Piccoli uomini fanno grandi parole, dice il capo indiano. E il giorno del crack, il tutto si riduce a questo: «Tutti i leader dell'Unione Europea rendono noto che ciascuno di loro prenderà qualunque misura sia necessaria per mantenere la stabilità del sistema finanziario, sia attraverso l'immissione di liquidità tramite le Banche Centrali, sia mediante azioni mirate su singole banche, sia attraverso il rafforzamento degli schemi di protezione dei depositi». L'ha detto Berlusconi a tutta l'Europa (Sarkozy e gli altri hanno confermato). Ma non ha detto nulla. I governi garantiscono le loro economie e i loro cittadini dai crack bancari. E vorremmo vedere non lo facessero. Siamo ancora in democrazia e ovunque prima o poi si vota. Così la debolezza e la divisione politica dell'Europa diventa l'ingrediente esplosivo finale della crisi. Con la Gran Bretagna che protesta per le garanzie illimitate ai conti correnti, mentre si assolve («Abbiamo fatto tutto ciò che potevamo per mantenere la stabilità», ha detto ieri il ministro all'Economia, Darling) e invoca «maggior collaborazione» tra paesi europei (per fare cosa?). La Francia che vorrebbe il famoso piano di "rifondazione finanziaria" con un fondo comune ma lo fa dire dall'Olanda, prima e da Berlusconi poi (a proposito, il Premier riferirà alle Camere tra 9 giorni, se la prende comoda). La Germania che non vuole mettere i suoi risparmiatori (e la loro forza) nelle mani dei burocrati di Bruxelles e garantisce fino a 1000 miliardi di euro di depositi in piena solitudine. La Spagna che si appresta a fare altrettanto. Il Presidente della Commissione, Barroso, che convoca degli esperti per "riformare i mercati" (quando? servirebbe subito) e conferma che l'Ue non cambierà né sospenderà le sue regole di funzionamento, né quelle di Maastricht sulla stabilità né quelle sugli aiuti di Stato (e come faranno i governi a salvare le banche?). E ancora la Bce che se la prende con la concorrenza bancaria sleale dell'Irlanda che annunciando per prima la garanzia totale ai suoi cittadini avrebbe attirato risparmiatori dal Regno Unito. E infine la Romania che si dichiara «pronta a offrire liquidità se necessario». Una giostra di matti. Ci si mette anche il Papa che ci ricorda che «i soldi non sono niente, è solida solo la parola di Dio». Quella dei banchieri non basta più. Morale: l'interesse comune non c'è. Ciascuno ha il suo. E si salvi chi può. Agli altri rimarrà la fede.

 

Base Usa di Vicenza, al referendum vincono pace e democrazia

Checchino Antonini

Vicenza - Impilati per le foto di rito nella Sala degli Stucchi di Palazzo Trissino, i 32 scatoloni fanno bella mostra di sé sotto l'affresco settecentesco di Didone abbandonata da Enea. Tutte donne, quelle dipinte e scolpite nella sala di rappresentanza del municipio di Vicenza. In gran parte donne i partecipanti alla consultazione autorganizzata di domenica scorsa contro la nuova base Usa di Vicenza. Nei 32 pacchi le 24mila e 94 schede votate. Uno su tre, degli 88.112 aventi diritto, ha voluto dire la sua sull'acquisizione da parte del Comune dell'area del "Dal Molin", dove lo Zio Sam vorrebbe insediarsi. Di quel 28,56% di elettori, 23mila e 50 (il 95,66%) ha votato Sì all'acquisizione, 906 i No, 93 bianche e 45 le schede nulle. «Un dato eccezionale, se confrontato con i referendum "regolari" di oggi in Sardegna (nemmeno la metà delle percentuali vicentine, ndr)», sottolinea il sindaco Achille Variati, democristiano perbene, che proprio sull'indignazione antibase ha strappato in primavera la città alle destre. Tanto basta perché il primo cittadino possa scattare, verso mezzanotte di domenica in Piazza Castello, la foto di «una città finalmente in movimento». I vicentini hanno dovuto votare all'aperto, spesso alla luce di lampade da campeggio, di fronte alle loro scuole sbarrate, in 32 centri di raccolta dove ogni presidente di seggio aveva 9 scrutatori a disposizione più 10 nomi di riserve. Il regolamento ricalcava quello del referendum istituzionale bloccato dal Consiglio di Stato appena tre giorni prima. Un comitato di garanti (notai, ex sindaci ecc…) ha vigilato sull'operato del tavolo della consultazione formato dalle anime del movimento: il Presidio permanente, il Coordinamento dei comitati, Cgil, Cub e i partiti del centrosinistra. Il record d'età spetta a un uomo e una donna centenari. Un novantenne, medaglia d'oro della Resistenza, vota per «difendere la mia città come ho fatto 60 anni fa». Di buon'ora anche le suore, i seminaristi e i frati. Molti parroci hanno preso posizione in primo luogo a favore del diritto al voto. E, in buona parte, si sono schierati per la pace. «San Francesco è qui», sorride il sindaco polemizzando con Galan che aveva notato la sua assenza, il giorno prima, a una cerimonia ad Assisi. «Vicenza è la patria del volontariato cattolico, erano con noi il 15 febbraio, nel trainstopping, contro la guerra», ricordava l'eurodeputato Prc, Vittorio Agnoletto, girando per i seggi in qualità di garante della consultazione che s'è svolta senza incidenti e provocazioni «nonostante dalla questura siano stati inviati segnali di repressione stile G8». Assieme a lui una delegazione di Rifondazione comunista - i segretari regionale, provinciale e cittadino, Gino Sperandio, Ezio Lovato e Claudia Rancati, più il consigliere regionale Pierangelo Pettenò e l'ex deputata Tiziana Valpiana con la collega di Sd Lalla Trupia. L'11 ottobre con le sinistre e allo sciopero dei sindacati di base del 17, anche i cortei di Roma parleranno i linguaggi dei "No Dal Molin". Da qui già sono pronti tre pullman per sabato prossimo. Il giorno dopo, però, il principale quotidiano locale, proprietà di Confindustria, titolerà freddo che il quorum, quota 35mila, è lontano. «Ma come si fa a parlare di quorum se ci è stata impedita la consultazione istituzionale?! - sbotta Variati - il risultato non è confrontabile, dimostrino di saper portare più di 24mila persone a votare». La città s'era svegliata con centinaia di vistose locandine del Gazzettino che riportavano un'ora sbagliata e anticipavano alle 13, di otto ore, la chiusura dei seggi. Un ennesimo caso di malainformazione, così ritiene chi ha denunciato l'episodio all'ordine dei giornalisti, mentre il Tg regionale si riferisce ossessivamente a un fantomatico "ampliamento" della base. Falso: la base che già c'è - come spiegano al cronista gli elettori in fila ai seggi - è a 5 chilometri da quella che si vorrebbe sventare perché minacciosa, inquinante, immorale, costosa. Marta Goldin, giovanissima presidente del seggio più vicino al recinto del Dal Molin - record di affluenza col 40,77% - racconta che anche chi è venuto a votare No ha voluto dichiarare che «in ballo c'è la libertà di parola». E sotto il tendone del Presidio e a Caldogno, in 2mila metteranno la croce sul Sì - senza rientrare nel conteggio ufficiale - e altri 40mila lo faranno cliccando da casa su internet. Franca Equizi, espulsa dalla Lega per il suo No al Dal Molin, dice che molti suoi conoscenti «di destra, ma contrari alla base» non sono andati a votare. Per questo barerebbe chiunque provi a mettere il cappello sui non votanti - come già fanno Galan e il discusso commissario Costa, che vorrebbero le dimissioni del sindaco. «Che, invece è tutt'altro che isolato», commenta Cinzia Bottene, portavoce del Presidio e consigliera comunale di Vicenza libera. Variati l'abbraccia e si confessa: «Sei stata più coraggiosa di me». «E' una cosa seria questa, una grossa lezione di democrazia», esclama anche Giancarlo Albera, uno dei leader del Coordinamento dei comitati, che da due anni aspettava questa giornata. Sì, ma adesso? «Dovrebbe essere squillato un campanello per la politica nazionale - dice Variati ostentando sul bavero una spilletta con il tricolore incrociato alla "stars & stripes" - i nostri interlocutori restano gli americani, sono stati più intelligenti: non hanno ancora iniziato il cantiere». E già, perché a Roma ormai non c'è più traccia di parlamentari contrari alla base. «Si tratta ora di difendere il principio di autogoverno che s'è affermato oggi», spiega Olol Jackson del Presidio. «Questa lotta deve ridiventare di tutti, uscire dai rischi di localismo», chiede Germano Raniero della Cub invitando allo sciopero del 17 anche gli altri comitati antipedemontana, notermovalorizzatore e quello contro una zincheria in odore di ecomafia. E c'è chi pensa che con «Obama non cambierà nulla, lì c'è la crisi e la risposta sarà di rilanciare l'industria bellica, però dobbiamo provarci», dice Matteo Soccio, obiettore storico e direttore della Casa della Pace organismo comunale che solo con Variati, dopo anni di boicottaggio da parte di Hullweck, riesce a dialogare con Palazzo Trissino dove siede anche un assessore alla pace. Ma già domani sarà il Tar a entrare nel merito delle questioni ambientali dell'operazione. La sorpresa potrebbe arrivare dall'Ue che pretende che l'impatto ambientale sia misurato su un progetto definitivo che ancora manca. Ma intanto i vicentini hanno già deciso.

 

«Leopoldo Elia, un grande difensore della democrazia» - V. Bonanni

«Sono molto turbato e anche molto commosso». Così Gianni Ferrara, autorevole costituzionalista e professore emerito di diritto costituzionale, commenta la morte di Leopoldo Elia. «Turbato e commosso perché noi due abbiamo avuto una vita parallela. Ho conosciuto Elia a metà degli anni '50. E l'ho conosciuto perché lui faceva il mio stesso mestiere anche se in un altro ramo del Parlamento. Siamo stati tutti e due funzionari parlamentari, lui al Senato e io alla Camera dei deputati. Fin da allora ci fu dunque tra noi uno scambio, talvolta anche polemico, ma sempre nell'ambito di un rapporto fruttuoso e molto rispettoso delle diverse opinioni». Su quali argomenti eravate in dissenso? Il nostro disaccordo non verteva su questioni di carattere giuridico ma su temi politici. Militavamo in organizzazioni politiche diverse: lui era un democristiano di sinistra e io socialista quando il Partito non era craxiano. Ma, come dicevo, sempre nel reciproco rispetto. Di lui mi ha sempre impressionato molto la capacità di ascoltare. Se discutevamo, e non potevamo che discutere di diritto costituzionale, lui era sempre lì a chiedere un chiarimento o una spiegazione. Era come se prendesse appunti sempre, riempiva schede, pagine. Era in grado con grande puntualità di ricordare cosa si era detto in un convegno di cui non c'era più traccia. Da queste migliaia di schede quanti pensieri acuti e insegnamenti si possono trarre! Con la sua morte la cultura giuridica italiana perde un esponente molto significativo e importante. Elia era un costituzionalista raffinato, sempre informato e molto informato sulle questioni di cui si discuteva. Sempre pronto a discutere con chi aveva opinioni diverse e sempre pronto a replicare con decisione, ma sempre con tanta tanta pazienza e rispetto dell'avversario. Restano le sue opere, quelle giovanili, e poi tutte le altre che ha avuto modo di offrire alla riflessione degli studiosi. Elia era uno dei quei cattolici progressisti come non ce ne sono più. Anche guardando dentro il Partito democratico non ci sono esponenti di quel mondo con quelle caratteristiche così avanzate. Che cosa ne pensa? Sicuramente lui è stato una delle espressioni più autenticamente progressiste della Democrazia cristiana. E autenticamente democratiche. Aveva una visione molto peculiare. Sicuramente lui ha compreso fino in fondo il significato del pensiero politico di Moro. Del quale fu amico e consigliere. E ha sempre avuto molta comprensione nei confronti del pensiero politico dei comunisti. Non ha mai avuto esitazione nel confrontarsi con le posizioni politiche del Pci, e mai ha avuto esitazioni nel tentare di capire che cosa stava dietro il movimento degli studenti e la sinistra extraparlamentare. Quali sono state le sue opere più significative? Tra quelle che, tanti anni fa, più mi impressionarono positivamente, ce n'è una che affronta l'argomento della prorogatio degli organi costituzionali. Un tema elegantissimo, delicatissimo e difficile, svolto da lui con rara perizia. Ricordo anche un suo libro importante che lui scrisse sul procedimento legislativo e un altro ancora sulla libertà personale. Ma una cosa che certamente rimarrà è la voce mirabile che lui ha scritto nell'enciclopedia del diritto sulle forme di governo. La sua morte è sicuramente una grave perdita per chi ancora oggi vuole difendere la nostra Costituzione, non crede? Certamente perdiamo molto. Noi costituzionalisti che difendiamo la Costituzione perdiamo molto. Noi che la difendiamo nel suo spirito e anche nei suoi istituti. Qualche mese fa abbiamo avuto modo di discutere delle cosiddette forme e dei limiti del revisionismo straccione che in Italia viene perseguito. Ripeto, la battaglia per la democrazia in Italia ha perso molto. E chi lo ha conosciuto non può certo dimenticare non soltanto l'opera dello scienziato, ma anche il suo impegno civile e la sua lotta per la democrazia. Voglio dire di più: Leopoldo Elia può essere additato come esempio nel modo come si è giuristi, come si è professori, e nel modo come si è insieme giuristi,professori e militanti per la democrazia, per la repubblica e soprattutto per una Costituzione che noi abbiamo amato. L'amiamo ancora e soprattutto la difendiamo perché costituisce un momento importante per la storia dell'umanità e della redenzione sociale.

 

La ricostruzione della sinistra tra inchiesta e miti da sfatare

Fabio Sebastiani

Brescia - Trasformare il lavoro in soggetto spezzando il legame tra crisi della rappresentanza e crisi della rappresentazione; praticare l'inchiesta nei territori e nei luoghi di lavoro senza il vizio delle vecchie categorie interpretative, bensì mettendosi «rispettosamente» in ascolto di ciò che accade realmente nella società; considerare l'astensionismo elettorale come pregno di conseguenze dirette per le sfide della sinistra. Pur partendo da un titolo chilometrico ("Operai e operaie, lavoratrici e lavoratori dipendenti del Nord Italia tra globalizzazione e territorialità . Condizione materiale, culture di riferimento rappresentanza nella crisi dell'identità nazionale e della democrazia") la "giornata di discussione" promossa dall'Ars (Associazione per il rinnovamento della sinistra) e dal Crs (Centro riforma dello Stato) con la collaborazione de "il manifesto" (venerdì scorso a Brescia) un punto fermo l'ha messo: difficile rimettere in moto la sinistra senza ripartire da una analisi profonda della società spingendosi fino ai territori "soggettivi" e rinunciando a facili semplificazioni sulla globalizzazione o la fine del capitalismo. Il voto di aprile parla chiaramente di una perdita di credibilità della sinistra (Aldo Carra). Ad ingrossare le fila del partito dell'astensione è la delusione verso il governo Prodi, più che modifiche sotterranee della struttura sociale, praticamente inesistenti come spiega bene Elio Montanari. L'astensione è fino in fondo un "voto operaio". E a fare la differenza è stato il "buco" della politica. Un caso da manuale, insomma. Il "cambio di paradigma" adottato dal centrosinistra nel suo "assalto al cielo" della pacificazione nazionale (Dino Greco) ha avuto un peso rilevante. E così ecco i lavoratori trasformati in consumatori. E il conflitto sociale in una pratica d'agenzia. Viene da chiedersi quali consumatori saranno mai possibili in un regime salariale che in pochi anni ha perso più di dieci punti percentuali di prodotto interno lordo. Domande semplici e schiette che il "cielo della politica" evidentemente si fa sempre di meno. E sempre di meno, il sindacato. «Il sindacato - sottolinea Dino Greco - va ormai verso un modello parastatale: erogatore di servizi che trasforma i lavoratori in utenti». Salario, come rapporto tra capitale e lavoro; territorio, come dimensione vocazionale del conflitto; e democrazia, come elemento imprescindibile del sindacato: i vertici, per Greco, di un perimetro entro il quale segnare il futuro prossimo della ricomposizione. «I lavoratori sentono di essere operai senza classe operaia», dice Mario Tronti. Ma basta «mettere il lavoro nell'agenda della politica» per riempire questa "assenza"? Basterà riprendere in mano la bandiera dell'innovazione? (Mario Sai). Il lavoro, nel suo percorso storico, ha comunque alcuni fondamentali da cui ripartire: la Costituzione italiana (Paolo Ciofi), e il Welfare (Giorgio Lunghini). Condizioni necessarie, ma non sufficienti. Il resto dovrà venire dall'inchiesta, e dall'analisi. Tutte e due da inventare, anche se non di sana pianta, e da praticare nel rapporto con la classe, anzi con le classi. Rifuggire, insomma, dalle interpretazioni catastrofiste, così in voga in questo periodo dove addirittura, come sottolinea Lunghini, riprende quota il ruolo degli Stati nazionali. E dai modelli vetero-lineari. La novità sta anche nei territori locali dove, esattamente come nella prima Repubblica, i democristiani di turno vanno ritessendo i legami tra politica e affari, magari attraverso l'affare delle utilities (Matteo Gaddi). L'inchiesta sarà uno "sporcarsi le mani" che, come ripete Vittorio Rieser, dovrà «indagare gli aspetti concreti della condizione dei lavoratori». Tornare ad esplorare il terreno da cui emerge la classe - continua Rieser - senza fare appello ad altre idee che possano fare da scorciatoia». «Perché anche nelle condizioni peggiori - conclude - i lavoratori sviluppano un loro percorso». Il gruppo inchiesta/Prc di Trieste ha dimostrato che oggi "inchiesta" è una parola traducibili in mille modi. Tutto ciò di cui c'è bisogno è la voglia di farla. La politica che sta un passo indietro, quindi, ma non la politica disarticolata dalla teoria e dalla prassi. Una triade a cui la modernità ha aggiunto una ulteriore complessità derivante dall'integrazione dei processi mondiali (Francesco Garibaldo). Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, non ha dubbi: stiamo andando verso un mondo globalizzato che non prevede la presenza di un "alter ego". In questo quadro, in cui alla fine l'attenzione è tutta su "quanto resiste la Cgil", «si fa fatica a capire cosa vuol dire ricostruire la sinistra». Una sinistra che a sua volta ha fatto fatica per troppo tempo a capire che, come sottolinea Michela Cerimele, «la globalizzazione arriva dopo la riproposizione del comando del capitale sul lavoro e non dopo». E su questa, per dirla con Aldo Tortorella, «non ci si è interrogati abbastanza».

 

Afghanistan, i britannici: «Vittoria impossibile». Trattative Kabul-talebani? – Martino Mazzonis

La guerra contro i Talebani non può essere vinta ed è ora di parlare con i talebani. Un'affermazione che in tanti esperti di quelle terre e della cultura pashtun avevano fatto, ma che è un fulmine a ciel sereno se a farla è il capo del contingente britannico in Afghanistan. In un'intervista all'edizione domenicale del Times , il generale di brigata Mark Carleton-Smith avverte l'opinione pubblica che non bisogna aspettarsi una «decisiva vittoria militare», ma prepararsi a un accordo con i fondamentalisti islamici cacciati dall'invasione alleata nel dicembre 2001. Carleton-Smith ha parlato all'indomani della fuga di notizie su un memorandum in cui un diplomatico francese descriveva la disillusione di Sir Sherard Cowper-Coles, ambasciatore di sua Maestà a Kabul che avrebbe parlato della strategia utilizzata come «condannata al fallimento». Un segnale tra gli altri che in Afghanistan sta succedendo qualcosa e che a sei anni dall'invasione si sta lentamente prendendo coscienza. La settimana scorsa lo stesso presidente Hamid Karzai ha rivolto al leader dei talebani, il mullah Omar, l'appello ad avviare un negoziato. E la Nato non ha per adesso sconfessato Karzai. I talebani controllano di nuovo larghe parti del territorio afghano, ma hanno il problema di non avere la forza militare di prendere la capitale e sconfiggere gli stranieri. Ufficialmente dicono di non voler trattare nulla fino a quando l'ultimo soldato straniero non lascerà il Paese. Una condizione ovviamente impossibile da accettare per americani e britannici che sanno bene quale sarebbe la fine del governo che hanno insediato a Kabul in caso di ritiro senza trattative. Gli studenti di religione, scrive il giornalista pakistano Saleem Shahzad, starebbero di fatto rafforzando le loro basi nelle zone di confine tra Afghanistan, Pakistan - dove controllano parti rilevanti del Waziristan e della provincia del nord-ovest - e persino India. Questo non significa che smetteranno di combattere contro Karzai e gli americani (inglesi e italiani), ma potrebbero aver rinunciato all'idea di riprendere la capitale. Il problema talebano, invece, si chiama al Qaeda. L'ipotesi di colloqui avrebbe infatti creato una frattura. Fonti afghane e saudite, citate dalla Cnn , hanno confermato l'esistenza di un dialogo tra il governo afghano e la leadership talebana con la mediazione dei sauditi. I colloqui più recenti, che seguono due anni di negoziati segreti, si sono tenuti alla Mecca il 24 e il 27 settembre scorso: vi avrebbero partecipato 11 delegati talebani, due funzionari governativi di Kabul, un rappresentante dell'ex comandante dei mujahadin, Gulbadin Hekmatyar, e altri tre delegati. Secondo fonti saudite, è prevista una seconda ondata di colloqui nei prossimi due mesi. Il governo afghano e i talebani non hanno mai confermato ufficialmente. Il portavoce del presidente ha smentito la ricostruzione ma ha ribadito l'intenzione di avviare trattative. Per preparare il terreno all'avvio di un negoziato alcuni inviati afghani si sono recati più volte a Riad e in Pakistan, ma senza risultati concreti. Dal canto suo, un portavoce talebano ha definito «completamente falsa» la ricostruzione: «Non abbiamo avuto alcun colloquio o negoziato con il governo, né con i sauditi o chiunque altro». La decisione dei sauditi di favorire un avvicinamento tra Kabul e gli «studenti del Corano» va letta - sostiene la Cnn - in chiave anti-iraniana. Riad è preoccupata della crescente influenza che Teheran sta acquisendo in Afghanistan e l'unica possibilità per frenare l'avanzata della Repubblica islamica nel Paese è aprire un dialogo con i talebani. Un obbiettivo, che in fondo può andare bene anche agli Stati Uniti. Intanto, ieri il comando Nato ha dato notizia della cattura di Sakhi Dad leader talebano in contatto con il vice del mullah Omar e sul cellulare satellitare che gli è stato sequestrato sono stati trovati i numeri di molti leader della milizia integralista, tra cui quello del mullah Omar.

 

Repubblica – 7.10.08

 

L'altra strada dell'America - VITTORIO ZUCCONI

WASHINGTON - L'angoscia che da giorni viviamo al risveglio e che ci manda a letto con l'incubo di alzarci senza futuro, senza casa e senza risparmi, non è la fine del mondo. E' al contrario il travaglio per partorirne uno nuovo e che questa sera, nel penultimo scontro fra il passato e il futuro, vedremo interpretato da McCain e Obama, ormai separati da un sensibile margine dei sondaggi a favore di Obama, stabile oltre il fatidico 50% dei favori. L'America ha creato il "meltdown" politico e finanziario globale. L'America deve risolverlo, sbarazzandosi di chi l'ha reso possibile e indicandoci una strada nuova. Nessuna flebo di analgesico, neppure quella da 850 miliardi di dollari complessivi, potranno cambiare il fatto che questo travaglio non si concluderà fino a quando la nazione avrà partorito la nuova classe dirigente che ci dovrà guidare attraverso la recessione globale che la incompetenza strategica, economica e finanziaria dell'America morta del fondamentalismo liberista e neoconservatore hanno prodotto. Ormai è l'economia, non più la sola finanza come si era cercato di spacciare anche in Europa, la partoriente in travaglio. "Ci vorrà tempo" ha detto ieri sera Bush. Ci vorrà soprattutto una leadership diversa. Se tutte le campagne elettorali sono ormai esercizi per incantare i serpenti, agitando stracci o utilizzando attacchi personali come quelle che la strana coppia McCain-Palin ha deciso di scatenare per bloccare l'ascesa di Barack Obama nei sondaggi (53 contro 45, secondo Cnn ieri), vi sono momenti nei quali neppure il più abile degli illusionisti riesce a nascondere i trucchi. Le ricerche demografiche sono eloquenti: peggio va l'economia, più cresce Obama, perché McCain è visto come la continuazione del fallimento Bush. Non c'è esercizio di "persuasione occulta" che possa distogliere gli occhi dai fatti: l'indice delle Borse americane, cioè il valore delle aziende quotate, è tornato al livello della fine 1999, dunque a nove anni or sono. I 75 milioni di americani che hanno risparmi, investimenti, pensioni, a Wall Street hanno perduto in media il 30% dei loro soldi soltanto dall'inizio di questo 2008, in dieci mesi. Una perdita alla quale di deve aggiungere quel 15 o 20% di valore perduto dal principale investimento di ogni elettori di classe media: la propria casa. Un "uno-due" micidiale, che colpisce coloro che meno potrebbero reggerlo, quei consumatori che hanno aperto linee di credito sul valore teorico delle proprie abitazione per alimentare i consumi, dalle automobili alle borsette, e che ora sprofondano in debiti che non sono più coperti, né dal gruzzolo in Borsa, né dal valore reale della propria casa, dunque riducono i consumi. Il punto dove finanzia ed economia, in una società a credito come quella americana, dominata per il 75% dai consumi privati, s'incontrano e si alimentano. Di fronte a questa congiunzione viziosa fra credito e consumi, fra finanza ed economia, il sentimento che si diffonde è che sia finita un'epoca e un'altra debba cominciare, quella di un capitalismo responsabile, governato da adulti responsabili, non da vecchi collerici ed "erratici", come dice un efficace spot dei democratici, che fino a un mese addietro annunciavano la "solidità fondamentale dell'economia" e invocavano, come terapia per la sregolatezza, ancora più sregolatezza, più benzina per spegnere le fiamme. Talmente sensazionale è il fallimento della cultura della destra repubblicana e del mito della riduzione fiscale come toccasana espandendo a dismisura le spese pubbliche anche con follie militari dissanguanti, e così stravagante la campagna elettorale di McCain e della sua valletta, la vaporosa Palin, che persino l'handicap centrale e potenzialmente letale di Barack Obama comincia letteralmente a impallidire. La sua "negritudine", la sua visibile diversità radicale dalle 43 presidenze che hanno regnato nei secoli americani, diventa, da freno, un acceleratore di consensi, presso un elettorato che ormai ha chiaro soltanto un obbiettivo: cambiare e finalmente partorire il bambino di una nuova epoca. Si deve tornare al 1932, all'anno in cui Herbert Hoover, inchiodato dalla sua famosa frase "la prosperità è dietro l'angolo" fu travolto da Franklyn Delano Roosevelt per ritrovare quel clima di ansietà, quel desiderio di cambiare rotta dopo otto anni di George "Manteniamo la rotta" Bush che persino il candidato repubblicano, McCain, ha dovuto farlo suo, dipingendosi come un "maverick", un cavallo sciolto, e come alfiere del "cambiamento giusto". Ma nel suo saltabeccare, nella sua associazione con personaggi quali il senatore Phil Gramm, suo consigliere economico principale e autore di un commento offensivo ("l'America è diventata una nazione di lagnoni") la sua credibilità si è andata sgretolando. Il dibattito di questa sera, penultimo dei tre fra candidati alla presidenza, è l'occasione finale, prima che le scelte elettorali si solidifichino, per dimostrare quella "gravitas" presidenziale che il collasso dell'economia richiede. La "middle class" americana, non vuol sapere se in Iraq i 150 mila soldati ancora inchiodati al fronte stiano vincendo, perdendo o pareggiando, se Obama abbia avuto rapporti (già ben noti) con radicali di sinistra degli anni '60, quando lui era un neonato, e se il nuovo presidente si chiuderà in quelle sagrestie "valoriali" e bigotte nella quali i registi di Bush lo nascondevano per attirare la destra più arcigna e intollerante. E' di nuovo "the economy, stupid" a far vincere le elezioni, come Clinton si doveva ripetere. Obama deve soltanto essere credibile, serio, professionale (sì, la politica è una professione che come tutte le professioni va esercitata bene). Deve far capire che con lui torneranno alla Casa Bianca gli adulti, non i fanatici o i dilettanti o gli amici di famiglia che hanno infestato l'amministrazione Bush e ora circondano, con tanti saluti al "cambiamento" propria la squadra di McCain, ma gli amministratori che seppero costruire, sopra il senso di responsabilità del vecchio Bush che sistemò il bilancio sfasciato da Reagan a costo di perdere le elezioni, il boom clintoniano degli anni '90. I cento milioni di famiglie americane che stanno soffrendo nel travaglio sembrano pronte, nel panico, a sottoscrivere il famoso motto di Deng Xiaoping: "Alla fine non importa che il gatto sia bianco e nero, ma che sappia prendere il topo".

 

Un Cavallo di Troia contro il cancro

MILANO - Ingannare i tumori inviando loro un "Cavallo di Troia" per distruggerli. E' questa la strada che un gruppo di ricercatori ha intrapreso per combattere molti tipi di fibromi. Si è scoperto infatti, che particolari cellule del sangue possono essere utilizzate per portare farmaci ai tumori e rilasciarli solo in loro prossimità con risultati devastanti per i tumori stessi. L'operazione è riuscita a ricercatori dell'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano, i quali hanno dimostrato che è possibile insegnare, grazie alla terapia genica, ad una popolazione di cellule del sangue che contribuisce alla crescita dei tumori, a produrre una potente proteina anticancro, l'"interferone-alpha". Esposto all'azione dell'interferone, il tumore ha ridotto la sua crescita in cavie di laboratorio. Lo studio, che verrà pubblicato dalla rivista internazionale Cancer Cell, è stato coordinato da Luigi Naldini, direttore dell'Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica e professore presso l'Università Vita-Salute San Raffaele, insieme a Michele De Palma, ricercatore dell'Unità di angiogenesi e targeting tumorale dell'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele. L'interferone-alpha è sintetizzato dalle nostre cellule per difenderci dalle infezioni virali e possiede anche la capacità di bloccare la moltiplicazione delle cellule tumorali. Per questa ragione tale farmaco naturale è già stato utilizzato nella pratica clinica per il trattamento del cancro, in particolare del carcinoma del rene, del melanoma e di alcune forme di leucemia. Fino ad oggi, tuttavia, aveva una limitata efficacia a causa delle attuali difficoltà ad indirizzarlo in dosi adeguate nella sede del tumore. Per questo motivo si utilizzavano alte dosi di interferone, ma ciò portava spesso nei pazienti ad effetti tossici tali da richiedere l'interruzione della terapia. Ed ecco la novità. I ricercatori del San Raffaele sono riusciti a produrre l'interferone-alpha direttamente all'interno del tumore grazie alle "cellule TEM". Queste ultime sono cellule del sangue che sono richiamate dai tumori. Ma come è stato possibile insegnare a tali cellule a produrre l'interferone? "Grazie alla terapia genica, nuove istruzioni genetiche per questa funzione sono state inserite all'interno di cellule staminali del sangue - spiega Michele De Palma, ricercatore dell'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele, che ha eseguito lo studio insieme a Roberta Mazzieri, ricercatrice dello stesso Istituto -. Queste cellule sono state in seguito trapiantate in cavie affette da tumore. All'interno dell'organismo, le staminali hanno attecchito e generato, tra le altre cellule del sangue, anche le cellule TEM. Queste hanno raggiunto il tumore e lì hanno rilasciato l'interferone. Questo farmaco naturale ha rallentato e, in alcuni casi, bloccato lo sviluppo del tumore o limitato la diffusione delle metastasi". Già da alcuni anni, l'attrazione delle cellule TEM da parte dei tumori aveva già suggerito ai ricercatori che tali cellule potevano essere utilizzate come "cavalli di Troia" per somministrare biofarmaci in modo selettivo. Con questo sistema, infatti, il farmaco viene rilasciato in maniera continua e solo nel tumore, senza gli effetti tossici frequentemente osservati con le modalità convenzionali di somministrazione, in quanto il metodo richiede una piccola quantità di biofarmaco, con una minore tossicità per l'organismo e una maggiore efficacia dovuta al suo rilascio proprio là dove è necessario. Spiega Luigi Naldini, direttore dell'Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica e professore presso l'Università Vita-Salute San Raffaele: "Poiché il trapianto di cellule staminali del sangue è già adottato nel trattamento di alcuni pazienti oncologici, in futuro si potrebbe pensare di associare alla chemioterapia o altre terapie antitumorali convenzionali anche il trapianto di queste cellule modificate con la terapia genica. E' importante sottolineare comunque che, nonostante il nostro lavoro abbia fornito una incoraggiante prova di principio nelle cavie di laboratorio, per il passaggio alla terapia sull'uomo dovremo aspettare i risultati di ulteriori studi pre-clinici che ci impegneranno per alcuni anni".

 

La Stampa – 7.10.08

 

Unicredit. Un tranquillo giorno di paura allo sportello – G. PAOLUCCI

TORINO - Più che i bancari da qualche giorno facciamo gli psicologi». Andrea, personal banker della filiale Unicredit di via Tiepolo a Torino, ha appena attaccato il telefono: «No signora, non si preoccupi. Sì le azioni vanno male ma oggi è proprio una giornataccia per tutti. Le obbligazioni vanno meglio, sono sotto la parità ma le nostre vanno molto meglio di quelle delle banche americane. I depositi sono garantiti, c’è il fondo interbancario fino a 103 mila euro. Si goda la vacanza e chiami pure quando vuole». Nella stanza accanto, la direttrice della filiale sta usando più o meno le stesse parole con un altro cliente. Di telefonate così ne arrivano di continuo da martedì scorso, giorno del primo tracollo borsistico di Unicredit. «Quaranta, cinquanta al giorno le telefonate. Molti anche quelli che vengono di persona. Chiedono di essere rassicurati. Da noi il panico non l’abbiamo visto, conti chiusi non ci sono stati», dice Andrea. La paura è un sentimento strano che in città arriva a chiazze. Nelle zone ricche e borghesi sembra che nessuno si preoccupi. Nei quartieri di operai e pensionati la preoccupazioni dei correntisti si vedono di più. Anche nelle risposte degli addetti alle filiali. «Chiami il centralino e si faccia passare l’ufficio relazioni esterne, le do il numero», dicono alla filiale di via Lancia, vecchia zona operaia. «Non posso parlare» è la risposta nervosa che arriva anche da piazza Perotti, in fondo a via Cibrario e da via Pietro Veronese, altra zona a tradizione operaia della città. «Qui un certo nervosismo c’è, è inutile negarlo» - spiega poi un funzionario - . Ma li capisco, se hai la pensione minima e due soldi da parte ti preoccupi, se hai un conto qua e uno là e un patrimonio di qualche centinaio di migliaia di euro come i clienti dei miei colleghi in collina ti preoccupi molto meno». La differenza si vede. Alle 10,30 il titolo Unicredit perde il 15%. L’Ad Alessandro Profumo ha finito di illustrare al mercato il piano da 6,6 miliardi e tutte le misure deciso nel lungo week end della banca. Alla filiale di piazza Borromini la gente entra e esce in continuazione. «Qua abbiamo una clientela di reddito elevato e di livello culturale alto. Non sono preoccupati per il conto corrente. Poi certo, telefonano, s’informano. Ma la situazione direi che è molto tranquilla. Abbiamo anche avuto clienti che hanno comprato il bond della settimana scorsa», un’operazione da 2,3 miliardi di euro destinata alla rete degli sportelli della banca. Operazione annunciata da tempo, arrivata quando Unicredit era nel cuore della tempesta. Adriano, cortese e tranquillizzante, spiega che no, da loro clienti che sono corsi a ritirare i risparmi non sono visti. Certo, la situazione non è bella. Certo, la preoccupazione c’è, inutile nasconderlo. Il panico no. Qua, nella zona ricca della città, ai piedi della collina e delle ville, nessun allarme per le banche che traballano. Stesso clima più avanti, in piazza Modena, lungo corso Casale. Grande calma ma per ragioni completamente diverse in corso Giulio Cesare. «No, da noi tutto tranquillo» - spiega al telefono una funzionaria -. Niente panico, niente code, niente preoccupazione. Qualche richiesta di chiarimenti, ma tutto sommato poca cosa. «Sa, i nostri clienti qui sono quasi tutti extracomunitari, non leggono mica i giornali italiani...».

 

Diamo fiducia alla scuola – Flavia Amabile

Bisognerà fidarsi di questa scuola dell'era Gelmini? Il governo dice di sì e infatti blinda proprio con un bel voto di fiducia l'intero pacchetto di rivoluzione gelminiana tra i banchi: dal grembiule al maestro unico, per non parlare della sforbiciata ai professori. Si va avanti già da un po' a colpi di fiducia nel governo Berlusconi e dall'opposizione gridano allo scandalo: almeno le modifiche nel mondo della scuola andavano discusse in Parlameno invece che calate dall'alto, e poi che urgenza c'era?, chiedono. «I presupposti d’urgenza» per la fiducia «ci sono tutti», ha spiegato il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. «La riforma deve essere efficace per l’avvio dell’anno scolastico, e quindi i tempi sono pochi». Il ministro accusa l'opposizione di ostruzionismo e quindi di rendere troppo lunga l'attesa prima dell'approvazione. L'opposizione nega di aver fatto qualcosa che anche lontanamente possa ricordare l'ostruzionismo perché ricordano i tempi andati quando si andava avanti notti intere a discutere gli emendamenti dei radicali, e quello sì portava il nome ostruzionismo ma il ministro non è d'accordo: «Non è vero che non c’è stato ostruzionismo, perché il numero degli emendamenti è aumentato. Credo che sia urgente rispondere al bullismo, introdurre il voto in condotta, una semplificazione dei meccanismi con il ritorno ai voti ed è importante lo studio dell’educazione civica. Per questo motivo i presupposti d’urgenza ci sono tutti», li zittisce. E quindi via libera alla scuola gelminiana mentre l’opposizione protesta, parla di «violenza alla Costituzione», e i sindacati, confederali e autonomi, si preparano allo sciopero. Fin dalla mattinata il segretario del Partito democratico Walter Veltroni si scaglia contro il governo: «Si parla di una riforma della scuola ma è una espressione sbagliata, non c’è nessuna riforma, ci sono solo 8 miliardi di tagli». Inoltre, accusa, «ormai il Parlamento è considerato una specie di camera di ratifica». Per il governo il maxiemendamento è un «nuovo testo solo da un punto di vista tecnico», precisa il ministro dei Rapporti con il Parlamento Elio Vito, e non introduce «nuove norme o modifiche contrarie alla volontà espressa dalla Commissione». E difende il governo spiegando che la scelta della fiducia è dovuta «all’impossibilità di avere una data certa per l’approvazione». Ad un certo punto, nel bel mezzo delle polemiche, spunta anche il giallo della copertura finanziaria: alla presentazione del maxiemendamento il presidente della Camera Gianfranco Fini annuncia una sospensione di un quarto d’ora della seduta della Camera, invece l’esame in commissione Bilancio si prolunga e la seduta riprende quasi quattro ore dopo. «Questo provvedimento - dice Gianluca Galletti dell’Udc - è in parte non coperto: si prevede il maestro unico che dovrà fare 2 ore in più e questo comporterà la necessità di un rinnovo contrattuale che avrà maggiori oneri per lo Stato. Per tutto il pomeriggio abbiamo chiesto alla Ragioneria dello Stato, al governo e alla maggioranza di quantificare questo maggiore onere per vedere se era compatibile con la copertura derivata dai tagli che prevede il decreto 112. Non lo sappiamo».

 

Corsera – 7.10.08

 

Le malattie di Wall Street - Alberto Ronchey

Le cronache sui disastrosi fallimenti del sistema finanziario negli Stati Uniti hanno segnalato che l'Fbi sarebbe all'opera, su vasta scala, per incriminare chiunque abbia frodato azionisti e correntisti. Sarebbero stati aperti 26 filoni d'inchiesta. L'indagine sulle ipotesi di reato avrebbe investito i responsabili dei gruppi maggiori, forse Lehman, Fannie Mae, Freddie Mac, Aig, e insieme quanti malgrado i debiti gravanti sui fondi societari non risparmiavano le stock options e i bonus a proprio vantaggio. Risulteranno efficaci, questa volta, processi e condanne per la repressione dei reati finanziari? Le più drastiche sentenze giudiziarie del passato, come ora s'è visto, non hanno impedito il ripetersi di scandali clamorosi. Basta ricordare i falsi di bilancio Enron e WorldCom, che nel 2002 sulla base della legge Sarbanes-Oxley motivarono condanne per dolo fino a 25 anni. E da tempo ricorrevano frequenti sussulti finanziari, anche se in circostanze o per cause variabili. Nel 1987 era esplosa, tra l'azzardo e il panico, una pericolosa bubble o bolla speculativa. Nell'89 era seguito il trauma dovuto ai junk bonds, obbligazioni «spazzatura» con rendimenti e rischi fuori misura. Dal '90, il bilancio federale aveva subito a proprio carico e a caro prezzo il collasso delle Savings and Loan, le istituzioni di risparmio dissestate da irresponsabili maneggi del denaro. Oggi, rispetto agli ultimi vent'anni, la portata degli scandali appare molto più grave oltreché più estesa fino all’Europa e all’Asia. Ogni volta, e ora con maggiore apprensione, viene rievocato il grande crollo, il Great Crash del 1929, quando fra la rovina dell’economia «di carta» e di quella «reale» i brokers di Wall Street saltavano giù dalle finestre dei grattacieli, poi sbarrate. Ma sul momento numerosi economisti presumono che non sia davvero in questione una replica del '29, in condizioni tanto diverse nella struttura economica, sebbene le prospettive siano incerte o imprevedibili anche dopo la legge di Washington che stanzia 700 miliardi di dollari per fronteggiare la crisi. All'origine di questa odierna calamità, in particolare, stanno due dati. Negli Stati Uniti, troppa gente ha voluto comprare case a credito senza sapere come pagare il debito. Nello stesso tempo, troppe banche hanno prestato denaro senza garanzie né risorse adeguate a reggere i rischiosi mutui subprime allo scopo di gonfiare bilanci e insieme guadagni o benefici manageriali. Con il sistema delle cartolarizzazioni, emettevano i famosi Cdo, obbligazioni garantite da crediti anche inesigibili, così trasformando in attivo l'uscita del denaro prestato. Questo, secondo diffusi giudizi, sarebbe l'aspetto peggiore della vicenda. Si tratta di frenesie individuali e collettive, sulle quali ogni spiegazione investe complesse materie patologiche più che logiche. Non è tutto. Disparati espedienti e intricati artifici tecnici hanno consentito gravi abusi contro i risparmiatori, malgrado la pretesa trasparenza del sistema su depositi e investimenti. Gli osservatori di simili fenomeni, ancora una volta, dissertano sull'incondizionata o discutibile fiducia verso il sovrano mercato in alternanza con il periodico ricorso al munifico e soccorrevole Stato. Ma qualche voce tende pure all'ipotesi che il celebre homo oeconomicus, in certi casi, non sia del tutto sano di mente.

 

Mazzotta: giusto altolà all’avidità del mercato - Gian Guido Vecchi

MILANO - Allora, non resta che il Padreterno? «Senta questa: "Il problema economico non è, se guardiamo al futuro, il problema permanente della razza umana...Vedo quindi gli uomini liberi tornare ad alcuni dei principi più solidi e autentici della religione e delle virtù tradizionali".... Chi l’ha scritto?». Un altro Papa? «No: John Maynard Keynes in Esortazioni e profezie», sorride Roberto Mazzotta, presidente della Banca Popolare di Milano. «Per dire che queste cose non le pensa solo chi ha fede o una concezione etico-religiosa, ma tutti coloro che non considerano la persona uno strumento». A lei, banchiere cattolico, che effetto fa sentirsi dire dal Papa che «il denaro è niente»? «È un errore pensare che il Papa faccia l’economista. Il Papa fa il Papa, ha espresso considerazioni ontologiche ed etiche. Ma il punto è questo: sarebbe sbagliato ritenere che le considerazioni del Santo Padre siano di parte o esprimano solo una delle concezioni possibili. Se le diceva pure Keynes...». Che significa? «Che non riguardano solo i cattolici. Qui c’è un’autorità morale del mondo che parla al mondo. E dice a tutti qualcosa di essenziale sulla crisi». E cioè? «Non esiste un’economia libera senza un’etica. Quando l’etica non c’è, l’economia cessa di essere libera e probabilmente cessa pure d’essere un’economia. Si può essere credenti o atei, non importa. Magari un ateo farà più fatica, ma se è per questo un cattolico ipocrita può pure imbrogliare più facilmente». La radice della crisi sta nell’assenza di etica? «Vede, ci troviamo in una crisi finanziaria mondiale, probabilmente all’inizio di una recessione. Se nella ricerca delle cause ci fermiamo ai dettagli tecnici dimentichiamo la cosa più importante: l’economia è nelle mani dell’uomo e della sua autonomia». Quindi? «Oggi tutti dicono: occorrono regole più stringenti, maggiore attenzione delle autorità di vigilanza e presenza dello Stato, un livello di istituzioni adeguate alla dimensione dei mercati. Tutto vero, d’accordo, ma basterà questa architettura disabitata? Si dimentica che la regola principale cui si è derogato, soprattutto negli Usa, è stata l’etica professionale: una smodata avidità ha usato la finanza come strumento di arricchimento senza misura. Non è che un banchiere debba fare il francescano, però noi abbiamo conosciuto un’epoca senza autocontrollo». Ma non c’è una vacuità essenziale del mondo finanziario? «La finanza è uno strumento importantissimo al servizio dell’economia, non va demonizzata. Di per sé non è un veleno, ma un fertilizzante. Una buona finanza sviluppa produzione, lavoro, scambi. Si avvelena quando diventa creazione di moneta attraverso la moneta, fine a se stessa». Le parole del Papa ricordano il Qoèlet, «tutto è vanità». Lei avverte mai la precarietà di ciò che fa? «Certo, ma ogni cosa è precaria! L’errore del positivismo e del marxismo è stato cercare la certezza nelle strutture. E invece le soluzioni vanno cercate negli uomini. Ciò che è successo è la dimostrazione che senza etica professionale il sistema capitalistico e l’economia di mercato non possono sopravvivere. E allora il panico crescente, la mancanza di fiducia che è la vera bomba della crisi, richiederà l’intervento della forza del sovrano». Il rischio del Leviatano? «Sì. Ci sono state le economie pianificate, i Leviatani come nazionalsocialismo e comunismo. E c’è l’economia colbertista che cerca di trovare il bene comune fuori dal mercato ed è al servizio di un sovrano: può essere uno Stato apparentemente democratico, ma in realtà oligarchico o aristocratico. Noi vogliamo mantenere un’economia di mercato che consente una società libera». Gli operatori dovranno darsi una regolata. «Sì, ma c’è anche un elemento sociale speculare: la reputazione. Se la cultura diffusa è: hai guadagnato 50 milioni in tre mesi, quindi sei un genio, beh, allora si costruisce un meccanismo suicida. Quando il Papa dice che il denaro non è niente, non si riferisce alla gente comune che deve mantenere la famiglia. A chi perde se stesso per accumulare inutilmente, a chi tradisce la professione per avidità e inganna il mercato arraffando tutto ciò che può: a loro il Papa ricorda che si troveranno in mano un mucchio di polvere. Niente».


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