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Manifesto – 8

Manifesto – 8.10.08

 

«Costruiamo lo sciopero generale unitario» - Giorgio Solvetti

«Abbiamo già avviato le procedure per costruire uno sciopero generale unitario e una grande manifestazione nazionale, dobbiamo solo scegliere le modalità». Domenico Pantaleo, segretario generale della Cgil Scuola, ci tiene a sottolineare che il suo sindacato non sta fermo a guardare la protesta che monta nelle scuole di ogni ordine e grado mentre il governo approva a colpi di fiducia la riforma del ministro Gelmini. Per quando è programmato il vostro sciopero? Avevamo pensato al 31 ottobre ma in molte scuole è festa per il ponte dei morti, forse lo sposteremo solo di qualche giorno. Ma a quel punto il decreto sarà già passato. In tanti si aspettavano dalla Cgil una risposta più immediata. La prepotenza e la forza del governo richiedono la costruzione di una risposta unitaria: non è il momento di andare alla lotta in ordine sparso e secondo logiche minoritarie, perché poi si tratta di riuscire a essere in grado di portare a casa il risultato. Stiamo parlando del primo sciopero generale unitario della scuola da molti anni, neppure ai tempi della Moratti lo abbiamo fatto. Ovviamente richiede un po' di pazienza e mediazione in più, ma ne vale la pena. La mediazione con Cisl e Uil su cosa verte? Sostanzialmente siamo già d'accordo, l'attacco alla scuola è così vasto e colpisce interessi così variegati da creare le condizione per una protesta ampia e condivisa. E allora perché questo ritardo? Intanto siamo già protagonisti di tantissime proteste a livello locale, mentre costruiamo lo sciopero generale, non stiamo affatto con le mani in mano. E non solo nella scuola, ma anche nelle università e nella ricerca. Oggi per esempio c'è una manifestazione dei ricercatori a Roma che parte dal Miur. C'è l'esigenza di tenere conto dei sindacati di base che hanno già indetto il loro sciopero generale per il 17 ottobre e di rispettare i tempi delle procedure per lo sciopero che però, ripeto, sono già state avviate non solo da noi, ma anche da Cisl Uil e Snals. Non siamo fuori tempo massimo? Assolutamente no, certo ora si discute del maestro unico e dell'abolizione del tempo pieno che a fine ottobre sarà una realtà, ma i tagli di 130 mila posti si giocano nei prossimi tre anni e questa è solo la prima mossa della Gelmini verso la completa decostruzione dell'istruzione pubblica. Sarà una lotta lunga e per vincerla c'è bisogno di un fronte ampio e unitario. Tanto più che questo governo dimostra di avere in odio qualsiasi dialogo con sindacati, opposizione e movimenti di base; inoltre dimostra un forte autoritarismo e anche un allarmante disprezzo per il parlamento, visto che impone la fiducia. Cosa c'è in gioco? Questa riforma risponde solo a una logica economicista. Si tratta solo di tagliare fondi e posti di lavoro. Non c'è altra base ideologica o intento riformatore, ma solo un attacco frontale alla scuola pubblica nel suo complesso che ci riporta indietro nel tempo e che verrà pagato dai meno abbienti. Stanno ricreando una scuola di classe che solo i ricchi potranno permettersi. Questo in un paese come l'Italia che spende per l'istruzione meno della media degli altri paesi europei e che offre una scuola di qualità bassa, come dimostra l'ultimo rapporto Ocse. Bisogna assolutamente fermare questa ondata distruttiva. Tutte le componenti della scuola - genitori, docenti e studenti - sono già in agitazione in tutte le scuole e la Cgil è al loro fianco e anima le lotte locali. Per noi lo sciopero generale e la manifestazione nazionale saranno il momento di raccordo finale di queste iniziative. Il governo di fronte al malcontento pone la fiducia e scappa. Anche per questo non mi piace il clima che si sta creando, in alcuni casi persino intimidatorio, al posto di ascoltare le ragioni del mondo della scuola, si cerca solo di impedire la protesta. Bisogna riaprire la discussione anche tra le forze politiche su tutto il mondo della scuola, non solo per impedire questa controriforma ma per combattere questo governo proponendo politiche alternative. Perché non lo ha fatto Fioroni? Non ci sarebbe spazio per i provvedimenti della Gelmini se il governo Prodi avesse abrogato la riforma Moratti. E' vero, si pagano anche gli errori fatti da Fioroni ma certo per quanto se ne possa parlare male non c'è confronto, qui si sta tentando di minare seriamente il diritto all'istruzione pubblica. Noi siamo convinti che nella scuola molte cose vadano cambiate, non siamo certo conservatori, ma si deve cambiare per andare avanti, non per tornare agli anni Cinquanta.

 

Gli statali verso lo stop. Brunetta: io vado avanti - Antonio Sciotto

ROMA - Non era difficile prevederlo, comunque l'incontro di ieri all'Aran è andato male: i sindacati del pubblico impiego, posti di fronte a una proposta contrattuale ridicola, si sono alzati dal tavolo minacciando lo sciopero. Proprio in questi giorni si dovrebbe definire il calendario delle mobilitazioni, che in ogni caso riceverà il suo imprimatur venerdì della prossima settimana, il 17 di ottobre, quando 5 mila delegati di Cgil, Cisl e Uil provenienti da tutta Italia si riuniranno a Roma per una maxi-assemblea. D'altra parte le organizzazioni di categoria sono state chiare: «La battaglia - hanno spiegato in una nota - sarà dura e lunga, e potrebbe concretizzarsi in più iniziative di protesta, non escludendo lo sciopero generale della categoria». Il terreno è già riscaldato dalla protesta contro la riforma della scuola made in Gelmini, e il fronte unitario - più che precario sul tema del modello contrattuale - sul terreno del pubblico invece tiene. Il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, prima si è detto «davvero sorpreso» della reazione dei sindacati, e successivamente ha riproposto la solita minaccia degli aumenti unilaterali: «Mi auguro - ha scritto in una nota - che le trattative all'Aran proseguano con celerità per arrivare alla conclusione della tornata contrattuale nel più breve tempo possibile. In ogni caso mi sembra legittimo che entro la fine dell'anno il governo eroghi almeno le somme stanziate a titolo di indennità di vacanza contrattuale, ferme perché non c'è mai stata la volontà delle organizzazioni sindacali di avviare le procedure previste dagli stessi contratti per il pagamento di tali somme». Fin qui la prima tranche di minacce, a cui ha fatto seguito la «ciliegina»: «Dall'1 gennaio - conclude la comunicazione ministeriale - entrerà in vigore la norma della finanziaria che prevede, in caso di mancata definizione dei contratti nazionali di lavoro, la possibilità per l'amministrazione di erogare gli aumenti degli stipendi per un importo pari al 90% dell'inflazione programmata». Da tempo i segretari generali del pubblico impiego - Carlo Podda (Fp Cgil), Rino Tarelli (Fps Cisl, e Salvatore Bosco (Uil-Pa) - sottolineano l'insufficienza delle cifre stanziate dal governo per i rinnovi, e ieri - tra l'altro - l'Aran «non ha affrontato i nodi preliminari della vertenza indicati in giugno dai sindacati»: Cgil, Cisl e Uil chiedono «subito un incontro con il governo» e un «tavolo negoziale generale», dove incrociare tutti i problemi della riforma del settore. Per la settimana prossima, l'Aran ha convocato il confronto sui temi della «produttività e merito individuale e collettivo», incontro a cui i sindacati si presenteranno, dato che formalmente non c'è rottura. Ma comunque, parallelamente, i confederali continueranno a preparare lo sciopero. Ieri anche il segretario generale Cgil Guglielmo Epifani ha parlato della possibilità di un prossimo stop nazionale: «Se si tolgono i soldi, se non si ricontratta e si pensa che il settore sia solo una palla al piede, è chiaro che alla lunga si strappa il rapporto con il governo - ha detto - Spero che i settori pubblici lavorino unitariamente. Tanto più in giorni come questi, in cui si torna a parlare del ruolo dello Stato e quindi anche dei lavoratori pubblici e della loro qualità». Dal canto loro Rdb Cub, Sdl e Cobas hanno confermato lo sciopero di venerdì 17: «Le politiche del governo sono irricevibili, nei contenuti e nella forma», ha spiegato Giuliano Greggi. Infine incombe una nuova «mina» sui precari: dopo la minaccia di abrogare tutte le stabilizzazioni previste (poi prorogata al luglio 2009), ieri è emerso che nel disegno di legge 1441 quater viene introdotta la «regionalizzazione dei concorsi»: «In violazione dell'articolo 97 della Costituzione, si vuole impedire al cittadino italiano di poter partecipare a concorsi su tutto il territorio nazionale - denuncia Michele Gentile, Fp Cgil - E' stato introdotto nell'ordinamento giuridico un concetto oscuro: la residenza regionale come titolo preferenziale».

 

Una riscoperta di classe - Loris Campetti

Si può anche subire una sconfitta storica, di natura culturale prima che politica e sociale, senza farsi prendere dalla tentazione di gettare la spugna. Non è la prima volta che succede alla sinistra italiana, altre crisi profonde l'hanno ferita, costringendola a interrogarsi sul suo radicamento sociale e sulla sua capacità di ricostruire un punto di vista alternativo a quello egemonico dell'avversario di classe. Il fatto è che oggi «la classe» sembra essere scomparsa dai pensieri e dai programmi della politica, di quella politica che in passato cercò, e a volte trovò, la sua legittimazione in una parte definita di una società segnata dal conflitto capitale-lavoro. Semplificando al massimo, si può dire che il superamento delle classi, e non in senso marxiano, nella cultura di quel guazzabuglio nato in più tappe dalla dissoluzione della vecchia sinistra terremotata dall'89, renda oggi più difficile persino interrogarsi su quel che si è e si vuole essere, sul perché della sconfitta, non essendo chiaro dove e con chi ricostruire un radicamento sociale. E dire che oggi sarebbe persino più agevole che mezzo secolo fa formulare un'autocritica. Se non la si fa, non è certo per il «tradimento» dei gruppi dirigenti, ma proprio perché si sono liquefatte le categorie di lettura e analisi della realtà. La domanda è se si tratti di una liquefazione di quelle categorie, oppure del pensiero della sinistra - meglio dire degli eredi della sinistra novecentesca. C'è ancora, per fortuna, chi ha la voglia (e persino la professionalità) di interrogarsi sulle categorie antiche delle classi, sulla struttura e le metamorfosi del capitalismo e sulla soggettività dei lavoratori, che ha più d'un nesso con quelle metamorfosi e con le risposte della politica alle loro domande. Verificare la validità della vecchia cassetta degli attrezzi e delle categorie, agli albori del terzo millennio, non è compito da delegare agli scienziati della politica ma oggetto di una grande inchiesta sul campo, sostenendo il protagonismo e l'esperienza dei soggetti che sono in campo, «la nostra parte», certo con l'ausilio degli scienziati. A Brescia, città levatrice di ricerche ed esperienze coraggiose a sinistra da alcuni decenni, è nato l'embrione di un collettivo di lavoro forte della memoria dell'inchiesta operaia, uno strumento che nasce con Panzieri e i Quaderni rossi. Questa volta, l'isolamento e la sconfitta dei lavoratori possono essere scandagliati con l'ausilio di mezzi più sofisticati, partendo dai numeri di una pesante sconfitta per decodificarli e cercare il senso, le ragioni delle scelte soggettive, fino a individuare gli errori della politica. L'Ars (Associazione per la rinascita della sinistra) e il Crs (Centro per la riforma dello stato) hanno iniziato questo cammino d'inchiesta coinvolgendo chi, anche in anni destrutturati, ha continuato ad ascoltare e a dar voce ai lavoratori - da Vittorio Rieser a Francesco Garibaldo, a giovani ricercatori -, chi a quelle voci e alle bocche che le emettono ha tentato di dare una rappresentanza - da Gianni Rinaldini, portatore insieme a Eliana Como della straordinaria inchiesta della Fiom su 100 mila metalmeccanici, all'insieme della Camera del lavoro di Brescia e a molti sindacalisti del nord - a economisti di accertata fede come Giorgio Lunghini, a studiosi del lavoro, della sua intensificazione e precarietà in un mondo globalizzato, come Luciano Gallino. Con la regia di chi si interroga ancora sulla natura e il ruolo di una sinistra, come Aldo Tortorella, e di chi pensa che all'ascolto (dei lavoratori) si debba intrecciare la parola per costruire l'azione politica, come Mario Tronti. Se al centro dell'analisi c'è l'operaio, il lavoratore dipendente lasciato solo davanti al suo padrone e a una politica che l'ha cancellato dall'agenda, siamo in piena emergenza. Al punto, suggerisce Paolo Ciofi, che la prima battaglia democratica è quella in difesa della Costituzione, proprio mentre crescono le pressioni per il suo smantellamento. L'articolo 1 è sotto tiro, perché sono sotto tiro i diritti dei lavoratori. In una giornata di intenso lavoro, venerdì scorso, si sono scoperchiate molte pentole. Il manifesto ha già avviato questa riflessione con i contributi di Mario Tronti, Piero Di Siena e Paolo Ciofi e nei prossimi giorni ne pubblicherà di nuovi. Dunque, a noi non resta che raccogliere qualche stimolo dal convegno, senza la pretesa di restituirne al lettore l'articolazione e la complessità. Dopo l'apertura del segretario della Cdl di Brescia, Marco Fenaroli e l'introduzione di Mario Tronti, si sono susseguite le comunicazioni di Elio Montanari («Le trasformazioni del voto operaio e dipendente»), Aldo Carra («Il voto operaio, tendenze e flussi», Dino Greco («Autonomia e democrazia nella rappresentanza e nella contrattazione»), Paolo Ciofi («Il lavoro nel sistema politico». Le conclusioni sono state affidate ad Aldo Tortorella. Qualche spunto, allora, per indagare nella solitudine operaia e nei tentativi della soggettività di dare parziali risposte, creare strategie di sopravvivenza (Garibaldo). Persino nella diffusione di cocaina in fabbrica, ci dice Rieser, va individuata una risposta di chi è abbandonato a se stesso. Sfatato l'imbroglio della «fine del lavoro» dai numeri globali, che segnalano la crescita della produzione merceologica e da un modello che ha esteso il perimetro della classe operaia, anche le conseguenze della globalizzazione e il tentativo tutt'altro che peregrino di trasformare la lotta di classe in lotta nella classe, sostituendo la solidarietà con la competitività nei confronti di altri operai più in basso nella scala sociale perché meno protetti, vanno lette con occhiali marxisti: l'esercito di riserva è stato creato prima, qui, per impedire ai lavoratori di farsi soggetto collettivo, non è un portato della globalizzazione (Michela Cerimele). Sfogliando le analisi del voto operaio alle ultime elezioni, si scopre che, con l'eccezione delle regioni rosse, esso premia la destra nel nord-ovest (31% contro 38%), nel nord-est (19% a 50%), nel centrosud (23% a 42%). Nel 2006, il voto operaio era andato al 41% al centrosinistra e al 40% al centrodestra, mentre nel 2008 la situazione si è capovolta: 31% al centrosinistra e centrodestra al 39%. E soprattutto, si scopre il non voto operaio, un voto politico e non «religioso», che priva il Pd e la Sinistra arcobaleno di oltre un milione e mezzo di voti. Non servono molte interviste per scoprire la delusione per le promesse da mercante del governo Prodi, in tutte le sue componenti. Dunque, la solitudine. E' o non è questo un punto di partenza? Lo è, ma non più dell'avvio di un'inchiesta a tappeto sulle condizioni di lavoro e di vita degli operai. Che vanno ascoltati con umiltà (termine usato da Mario Sai, in qualche modo corretto in senso «laico» da Tortorella). Scandagliare, ascoltare le domande, tutelare chi non ha rappresentanza e capire se le sue risposte - il voto non ideologico a destra, o la difesa degli straordinari, cioè dell'aumento di sfruttamento come unica risposta all'assenza di una politica salariale, o persino il consumo di droghe - cercano un'interlocuzione, e quale, con il sindacato e con la sinistra; prendere la parola, costruire politiche tenendo a mente il disvelamento delle bugie sulla globalizzazione capitalistica suggerito da Luciano Gallino. E' un buon inizio. Verrebbe da dire che un soggetto politico è indispensabile per ridare dignità e centralità al lavoro. Ma sono all'altezza di questo compito, le sinistre esistenti? E il sindacato, potrà affrontare seriamente il problema della rappresentanza, senza rimettere in discussione se stesso?

 

Un referendum a due piazze - Daniela Preziosi

ROMA - La scelta di un'unica data per due piazze, quella dell'11 ottobre, è stata cercata, voluta come simbolica dell'unità dell'opposizione vera di derivazione unionesca e prodiana, quella che sta per andare al voto in Abruzzo. Invece no, la coincidenza è casuale, il prossimo sabato per la sinistra è obbligatorio, prima non si poteva perché Rifondazione viveva ancora in una fase post-congressuale post-comatosa e riorganizzativa; il sabato dopo, con l'approssimarsi al 25 ottobre, sarebbe stato un suicidio politico. Sono unite, nella lotta, ma non vicine, le due piazze romane dalle quali partirà, questo sabato, la raccolta di firme per un referendum contro il lodo Alfano, «una legge incostituzionale, castale, e in difesa del privilegio di quattro persone». La raccolta è stata presentata ieri a Montecitorio da Antonio Di Pietro insieme a Paolo Ferrero, segretario Prc, a Carlo Leoni di Sd e a Manuela Palermi del Pdci. Assenti i verdi, ma aderiranno alla manifestazione delle sinistre alla cui partenza (piazza Esedra) e arrivo (Largo Bocca della Verità) saranno piazzati i banchetti della raccolta delle firme. Il vero assente in realtà è il Pd, che di referendum non vuole sentire parlare. Perché ormai «i referendum li perde chi li organizza», ripete spesso Walter Veltroni, e perché «io non voglio indire consultazioni, le voglio vincere», spiega Rosy Bindi. In compenso c'è Arturo Parisi, «non a nome del partito» ma del suo comitato Democratici per la democrazia, che sfida i democratici sicuro che «questo referendum lo vinceremo». «E' una battaglia così importante che va combattuta comunque», chiosa più realisticamente l'ex pm. Di Pietro torna a Piazza Navona, luogo del delitto in cui si è consumato l'ultimo strappo con Veltroni. La piazza di Sabina Guzzanti, del sesso orale delle ministre e dei «diavoloni attivissimi» a spese delle terga del papa. La piazza di Beppe Grillo e del suo «Napolitano-Morfeo». Sotto il palco, quell'8 luglio, Antonio Di Pietro era fuori di sé dalla rabbia contro i due attori. Questa volta la situazione sarà tutta diversa, e ci saranno solo i banchetti per la raccolta delle firme. E in ogni caso sarà l'ex pm a tenere le fila dell'evento. Giovedì, intanto, verrà presentato al pubblico un folto gruppo di costituzionalisti e intellettuali che promuoveranno la raccolta di firme. Comunque, ieri, niente polemiche contro il Pd, con il quale l'Italia dei Valori scenderà in piazza il 25, ospite assai poco gradito. Causa, fra l'altro, le elezioni in Abruzzo: ieri Dario Franceschini ha sparato a zero sull'Idv per «la scelta di un candidato di bandiera alla regione» che «trasforma Di Pietro in un alleato di Berlusconi». Ma se Di Pietro tende a sottolineare l'ispirazione unitaria del suo 11 ottobre, Paolo Ferrero si smarca. Anche per lui la piazza è un ritorno nel luogo del delitto, nel senso che l'ultima grande manifestazione della sinistra è stata quella del 21 ottobre 2007, che voleva 'sostenere Prodi da sinistra'. Quel giorno Ferrero non sfilava perché ministro di un governo che non leggeva come amichevole tanto sventolio di bandiere rosse. Un'altra era politica. In mezzo il deserto della sconfitta elettorale e, per il Prc, un congresso traumatico e paralizzante. Ma ora, annuncia il segretario Prc , «la ritirata della sinistra è finita», comincia «l'opposizione vera al governo di Berlusconi e della Confindustria». Il segretario Prc, che pure a luglio era nella piazza Navona dipietrista, spiega che l'antiberlusconismo in sé non serve, che l'unica cosa che lo unisce a Di Pietro è la battaglia per «una legge uguale per tutti» ma sulle ricette politiche e sociali la differenza con l'ex alleato è profonda. «Questa grave crisi del capitalismo mondiale e nazionale apre grandi spazi all'opposizione. Si tratta di ripartire dai problemi della gente che non arriva a fine mese e rilanciare, contro le politiche neoliberiste del governo e in parte del Pd un nuovo 'new deal' che ridia slancio all'economia». La sua proposta è «diminuire le tasse sugli stipendi e sulle pensioni, bloccare i mutui sulla prima casa e di intervenire in generale per ridistribuire le risorse. Bisogna prendere i soldi ai banchieri e bisogna darli a quelli che hanno i conti correnti». Ciò non toglie che una delegazione della sinistra andrà a fare visita a piazza Navona. Magari composta da quelli del Pdci che ancora sperano in un segno di unità con l'ex pm, almeno un collegamento in maxischermo. Ma niente da fare. Ferrero non ci pensa affatto, ha altre gatte da pelare: portare molta gente per evitare il contraccolpo politico di uno scarso battesimo della piazza da segretario. Non farsi attaccare dalla metà vendoliana del partito, contraria «una manifestazione identitaria». E, fra l'altro, non farsi oscurare mediaticamente dall'ex pm, uno che sa come attirare giornalisti e telecamere.

 

Un soggiorno a punti - Carlo Lania

ROMA - E adesso per gli immigrati regolari arriva il permesso di soggiorno a punti, proprio come la patente. E come la patente avrà a disposizione alcuni crediti che perderà nel caso dovesse commettere un reato. Una volta esaurito il credito, va da sé, il cittadino straniero viene espulso. L'idea è contenuta in uno degli emendamenti al disegno di legge sulla sicurezza presentati ieri dalla Lega e che, oltre alla reazioni indignate dell'opposizione, non ha mancato di suscitare perplessità anche nel Pdl: «Si tratta di un emendamento a dir poco bizzarro. Ne parleremo ma è difficile che potremo votarlo», ha spiegato ieri il presidente della commissione Giustizia Filippo Berselli. L'emendamento del Carroccio è l'ennesimo giro di vite nei confronti degli immigrati e potrebbe integrare un dal in cui è già prevista l'introduzione del reato di clandestinità. Secondo la norma, insieme al permesso di soggiorno l'immigrato regolare riceverebbe in dote 10 crediti destinati a scalare in caso di comportamenti illegali. «Sono previste tre ipotesi di reato - spiega il senatore leghista Sandro Mazzatorta, tra gli autori dell'emendamento - Una per i reati penali per i quali è prevista una condanna inferiore a due anni, una per gli illeciti amministrativi e infine una per quelli tributari». Sarà il Viminale, con un apposito decreto, a definire nel dettaglio le categorie dei reati e i relativi punteggi. Da tener conto che già oggi è prevista l'espulsione per gli immigrati che commettono reati per i quali è prevista una condanna superiore ai due anni. «La convivenza - prosegue Mazzatorta - è un insieme di diritti e di doveri. Il sistema che proponiamo è uguale a quanto già avviene in Francia Gran Bretagna, dove all'immigrato si chiede di rispettare alcune regole minime, come la conoscenza della lingua e della Costituzione. Chi lo farà, riceverà dei crediti in più sul suo permesso di soggiorno». Ma la Lega va oltre e propone altri misure restrittive nei confronti degli immigrati,. Tra queste anche l'obbligo del permesso di soggiorno per chi vorrà sposarsi (pensata per contrastare i cosiddetti matrimoni di comodo) e la possibilità per i comuni di ricorrere a un referendum per decidere la costruzione di luoghi di culto (misura già battezzata «antimoschee» dall'opposizione) e l'insediamento di nuovi campi rom. Ma anche un emendamento che limita l'accesso ai servizi sociali per i clandestini. «Se malati potranno recarsi in ospedale - prosegue Mazzatorta - ma i medici avranno l'obbligo di verificare il loro permesso di soggiorno una volta effettuata la prestazione». Sempre ai clandestini saranno inoltre proibiti altri servizi, come iscrivere i figli a scuola o richiedere la pubblicazioni matrimoniali . Prevista infine lì'istituzione di un «Fondo per lo sviluppo «di solidarietà» per promuovere iniziative di sviluppo nei paesi di origine degli immigrati. Fondo che verrà finanziato dagli stesi immigrati. E' previsto infatti l'aumento del costo del permesso di soggiorno dagli attuali 70 euro a 200, una parte dei quali, 100 euro, sarà destinata a finanziare il fondo. Sulle proposte del Carroccio spara a zero il Pd: «La Lega scherza con il fuoco - dice l'ex ministro Livia Turco - Avanza proposte che sa non essere praticabili come il permesso di soggiorno,. A Loro non interessa governare l'immigrazione, ma solo alimentare la paura». Proprio il permesso a punti suscita dubbi anche tra gli alleati: «La Lega prospetta problemi veri ma soluzioni che non so se sono praticabili», spiega il presidente della commissione Giustizia Berselli. «Abbiamo da poco approvato l'espulsione per gli immigrati che subiscono condanna superiore ai due anni, adesso che facciamo, rimettiamo di nuovo mano alla legge? E poi quello dei punti sembra un principio troppo macchinoso, penso che difficilmente possa essere approvato»

 

Niente ferma la paura - Francesco Piccioni

In tempi di crisi bisogna risparmiare. Si potrebbe cominciare con la chiusura del Fondo monetario internazionale (Fmi), ente costoso e - nella sua storia - più dannoso che inutile. Specie per i paesi in via di sviluppo, forzati a seguirne le catastrofiche ricette (l'Argentina su tutti). Oggi veste il basso profilo e ammette di non aver capito la «magnitudo» della crisi scatenata dal crollo dei mutui subprime, 14 mesi fa. Ma non perde il vizio di dettare ricette, peraltro sempre meno ascoltate. In soli sei mesi ha dovuto rivedere del 50% - al rialzo - le stime sulle perdite bancarie: dai 945 miliardi che sembravano un'enormità in aprile ai 1.400 di ieri. Colpa del «contagio» sui mutui di prima qualità, sulle obbligazioni emesse dalle società, dell'aumento dei tassi interbancari. Le «forze di mercato», per una volta, non vengono angelicate; sarà perché «hanno scatenato un processo di aggiustamento disordinato e veloce» - il panico, in volgare - «che ha costretto le autorità a usare i bilanci pubblici per riportare ordine». Ma nemmeno questo statalismo asimmetrico, che per salvare le banche affonda l'economia reale, è ora efficace. Colpa della «magnitudo», è evidente. Soltanto le autorità statunitensi hanno messo in campo, nelle ultime settimane, interventi per oltre 1.100 miliardi di dollari: 850 per il bailout votato dal Congresso, 200 per la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac, 85 per quella di Aig. L'8% del pil Usa, non bruscolini. Senza neppure calcolare le «iniezioni di liquidità» (prestiti a tassi scontati) che Federal Reserve e Bce (e altre banche centrali) stanno praticando da 14 mesi a ritmo quasi quotidiano. Nulla sembra fermare l'ondata delle vendite su tutti i mercati, a qualsiasi prezzo, svalutando così patrimoni colossali. Il blocco del credito comincia a trasferirsi sull'economia reale, perché le banche chiedono indietro i vecchi prestiti, anziché erogarne di nuovi. Su scala globale questo significa il fallimento o la svalutazione o la riduzione delle attività per centinaia di migliaia di imprese. La mancata partenza di altrettante. E milioni di posti di lavoro in meno. Se n'è accorta anche Confindustria, che tramite la presidente, Emma Marcegaglia, ha organizzato un incontro con le principali banche italiane (il 17 ottobre) per «chiedere loro di non far mancare il credito in un momento come questo». Il Fmi calcola anche che il 40% della catastrofe avrà come epicentro l'Europa. Curiosamente, tutti i governi continentali continuano a ripetere il mantra tremontiano: «non siamo più protetti degli Usa». Sarà. Ma intanto l'Islanda, per evitare la bancarotta, ha dovuto chiedere 4 miliardi di euro alla Russia (che ha concesso anche un credito di 26,7 miliardi di euro alle banche nazionali). Una banca islandese in Inghilterra - la Ice Save - ha congelato i conti dei clienti: 350.000, per un totale di 4,5 miliardi. Se dichiarerà insolvenza lo stato nordico rimborserà le prime 16.300 sterline di ogni conto; il resto, fino a 50.000, è carico degli inglesi. Le banche britanniche, invece, hanno chiesto l'intervento del governo perché metta mano rapidamente a un pacchetto di aiuti (almeno 15 miliardi di sterline). Uno studio di Chatam House - rispettabile istituto scientifico - ritiene che l'approvvigionamento di cibo potrebbe diventare a rischio, a causa dei costi energetici, dei cambiamenti climatici e della crisi finanziaria. Sotto esame le politiche neoprotezioniste sugli alimenti, ma per pretendere dall'Inghilterra un atteggiamento analogo. Anche i «paesi emergenti», fin qui al riparo, cominciano a «essere esposti». Se ne sono accorte le borse arabe, che ieri hanno subito perdite colossali, dal 6% di Dubai al 16% del Cairo. La caduta del prezzo del petrolio (causa recessione già in atto) si è accompagnata a quella del settore immobiliare. La Fed, prima dell'apertura di Wall Street, ha cavato dal cappello un'altra magia: un fondo per acquistare commercial paper - uno strumento molto usato dalle aziende per finanziamenti a brevissimo termine - non più accettati dai fondi monetari. Un ennesimo strumento per impedire il prosciugamento del mercato del credito; e dare un po' di fiato alle imprese produttive. La borsa Usa ha brindato alla decisione per circa un'ora. Poi la durezza dei dati provenienti da tutto il mondo ha preso il sopravvento e gli indici sono finiti rapidamente sotto la parità. L'intervento di Ben Bernanke, che «apriva» a prossimo un ribasso dei tassi di interesse, otteneva l'effetto opposto al desiderato, perché non nascondeva i rischi per la crescita economica. Ad un'ora dalla chiusura il Dow Jones perdeva il 2,7%, il Nasdaq era a -3,4. Nel frattempo i leader del G8, forse consapevoli di star aggravando la situazione con interventi scoordinati e privi di visione sistemica, si sono messi in contatto per convocare un vertice straordinario. L'ultima vetrina per un Bush indicato da tutto il mondo come primo responsabile del disastro in corso.

 

L'uragano George. Quell’Edipo che devastò il mondo - Luca Celada

LOS ANGELES - Inspiegabilmente assente dal festival di Roma, il film W esce in America il 17 ottobre prossimo, con l'intento dichiarato di Oliver Stone di influire sulle elezioni presidenziali e «come aveva fatto JFK, aprire gli occhi ad una generazione». Come già accaduto per Richard Nixon, Stone ha firmato una biografia romanzata (ma, aggiunge, meticolosamente documentata) di un presidente - stavolta ancora in carica - della sua improbabile ascesa da alcolizzato fallito alla carica più potente del pianeta e di una amministrazione ossessivamente segreta. Finanziato in gran parte con soldi australiani, cinesi, tedeschi e francesi è una tragicommedia politica (a tratti grottesca, non dissimile dall'operazione che si ritrova nel film Il divo di Paolo Sorrentino), soprattutto una psico-storia in cui prevale il rapporto edipico di George W Bush con suo padre. «Credo che il rapporto con il padre sia davvero centrale alla narrazione - afferma il regista -. In un certo senso, Bush può considerarsi l'equivalente cinematografico di John Wayne, quello di Fiume Rosso e The Searchers. Ossessionato, forte a qualunque costo, che non arretra e non si scusa, neanche quando sbaglia. È per questo motivo che Bush non ha mai ammesso di aver compiuto un errore, tranne forse di aver venduto Sammy Sosa ai Cubs di Chicago (da proprietario della squadra di baseball dei Texas Ragers, ndr). Ha una drammatica propensione alla rimozione e ho voluto mettere in evidenza questa verità nel mio film. Ma se ci fosse solo John Wayne, sarebbe un film senza antagonista, diventerebbe Toro Scatenato. E così, è presente anche suo padre, che non era certo un santo ma aveva un carattere molto diverso da «junior»; si muoveva nel mondo da diplomatico e da «statista», in un modo diametralmente opposto al figlio. Credo che l'attuale presidente Usa abbia sempre sofferto perché suo padre aveva una preferenza verso il secondogenito (Jeb, ndr). Per reazione, si è messo in concorrenza con il genitore, soprattutto in Iraq, dove voleva esser più aggressivo, più duro e non ammetteva errori, così da dimostrare di essere più forte del padre. È un prezzo che abbiamo pagato tutti per quel rapporto. Non è un ritratto del tutto negativo però quello che fa del presidente... A tratti si direbbe simpatetico o almeno comprensivo... Simpatia non direi, per la verità lo detesto, ma questa è una mia opinione personale. Ho voluto parlare da cittadino che ha diritto ad esprimersi. A Hollywood si dice sempre che è meglio tenere la bocca chiusa: non sono d'accordo, dobbiamo intervenire, invece, ma in qualità di drammaturghi. Io sono Oliver Stone, sono un artigiano e un professionista: ho letto tutto quello che c'era da sapere su Bush. Anche per Nixon venni criticato perché ero stato presumibilmente troppo empatetico nei suoi confronti. Nixon, uomo che conosceva la colpa e la vergogna, non mi è mai piaciuto, ma ho cercato di capirlo e ho tentato di fare lo stesso con Bush, che invece non conosce né l'una né l'altra. È un uomo comunque e non può corrispondere davvero alla creazione della sua macchina propagandistica. Per questa ragione, trovo la sua vita affascinante, la più grande storia possibile con cui chiudere il ventesimo secolo. Fino ai quarant'anni, è stato una specie di fannullone, un figlio di papà buono a nulla. Poi si è convertito al cristianesimo fondamentalista, ha smesso di bere ed è diventato un businessman e il governatore del Texas: gli anni migliori della sua vita. Nel terzo atto, si è trasformato in presidente. Cosa sarà in questo terzo atto? Il giovinastro dell'inizio o l'uomo della mezza età? Nel film, cerco di mostrare che Bush è entrambe le cose e in più, è un personaggio assurdo, un presidente apparentemente, incredibilmente stupido. È buffo. Da ridere fra le lacrime. Stupido davvero? Sì, anche se con una istintiva intelligenza politica, non certo intellettuale. A scuola non ha mai brillato, la storia gli interessava men che meno e studiarla avrebbe significato interessarsi ad altra gente, altri popoli, tempi e luoghi. Ma lui questa abilità non l'ha mai avuta e quindi neanche la capacità di comprendere gli effetti della guerra sul popolo iracheno, finito sotto le nostre bombe. Un orizzonte che esulava dalla sua visione del mondo, quella di un uomo che non era mai stato all'estero e non riesce a concepire cosa sia il resto del pianeta, cosa voglia dire non essere americani... Alla fine, è stato eletto dagli americani: non ricade anche su di loro la responsabilità? Certo. Gran parte degli americani ha votato per lui e, così come diceva Martin Luther King, «i polli sono tornati a casa». Ogni azione comporta una conseguenza, causa ed effetto. Non si è trattato solo del «fattore Bush», ma di un accumulo di politiche statunitensi, a partire dal dopoguerra, che hanno contribuito a definire il ruolo dell'America nel mondo. Credo che Franklin Roosevelt avesse ben chiara, già da allora, la grande scelta: se gli Usa dovessero essere una potenza imperiale o un esempio morale per il resto del mondo. Alla fine si imboccò la strada che caldeggiava Churchill: riesumare l'impero. Siamo diventati ciò che era stata l'Inghilterra, odiati allo stesso modo. Non avrei creduto che potessimo sollevare in giro tanto disprezzo: voglio dire, detestati da chi ama gli States e gli americani, ma respinge le politiche del nostro governo. Potrà mai cambiare questa situazione? Ci vorrà del tempo. Molto tempo. Chi pensa che sia finita qui, si sbaglia di grosso. Bush e le sue dottrine sono ovunque, profondamente infiltrate nel tessuto della nazione. Anche se dovesse vincere Barack Obama, ci vorrà molto tempo per voltare pagina. Senza contare i «nodi» che dobbiamo affrontare in questo momento. Non solo l'economia in crisi, non solo la guerra, ma tutto il complesso militare industriale. L'America è uno stato militare, abbiamo appena investito altri 600 miliardi di dollari nel bilancio del Pentagono, è un vero problema. Bisognerà arretrare come Roma e credo che dovremmo farlo in maniera libertario, cioè permettendo l'immigrazione, lasciando che questo paese diventi un vero centro per le idee e per una tecnologia energetica. Creando le istituzioni dove chiunque possa recarsi a studiare, come quando cadde la Grecia e divenne il centro accademico del mondo antico, l'università dei Romani. E come quando l'Inghilterra offrì il suo contributo intellettuale all'ascesa americana. L'America può declinare elegantemente o cadere violentemente, accendendo una guerra dopo l'altra. Come dice Colin Powell nel mio film, «con questa dottrina della guerra preventiva finiremo per dover combatterne quattro, cinque alla volta, una guerra infinita». Così Bush stesso definì la sua lotta al terrorismo e prima ancora, quella contro la droga. È sempre la guerra la metafora prevalente. È assurdo, ma è la direzione che stiamo prendendo. Non c'è alternativa al declino? È difficile, con la quantità di ricchezze e di denaro che c'è in ballo . L'intero sistema è stato corrotto dagli interessi particolari e dalle lobby. L'unica possibilità sarà - se verrà eletto Obama - di raddrizzare la rotta, correggerla di uno o due gradi e ripartire, mettendosi su una nuova strada. Ma non si può fermare il Pentagono ed è difficile smantellare le leggi. Quando accadde lo stesso anche a Roma fu perché tutta la classe dirigente era corrotta... un po' quello che sta avvenendo qui.

 

La «via iraniana» alla democrazia - Marina Forti

ROMA - Faezeh Hashemi Bahremani è una donna giovane dal piglio energico, è stata deputata al parlamento nazionale ed è nota in Iran per avere per prima cercato di promuovere la partecipazione femminile allo sport, quando ancora era considerata tabù nella Repubblica Islamica. Ha diretto la magazine Zan («donna») e diretto reti di ong femminili, è una dirigente politica riconosciuta: ma sembra inevitabile presentarla come figlia dell'ex presidente della repubblica Ali Akbar Hashemi Rafsanjani - del resto, lei stessa ammette che il nome di suo padre l'ha aiutata, quando ha avanzato proposte che rompevano con tradizioni consolidate del suo mondo. Perfino i suoi manifesti elettorali apparivano innovativi nell'Iran dei primi anni '90, fotografata con il chador d'ordinanza ma le gambe accavallate... Roshanak Siasi è ancor più giovane ma anche lei ha maturato un'esperienza sul campo come organizzatrice politica nella provincia del Gilan, nell'Iran settentrionale: ora è nel consiglio nazionale di Kargozaran, il partito che fa capo allo stesso Rafsanjani. Lunedì le due donne erano a Roma, insieme alla scrittrice e produttrice cinematografica Fereshteh Taerpour; le abbiamo incontrate a margine di una conferenza promossa dall'università Luiss e dal mensile Il vicino oriente. Insieme, rappresentano una parte importante del composito fronte politico definito riformista, parola che la signora Hashemi vuole precisare: «Nella terminologia politica iraniana per riformisti si intende il movimento politico opposto ai conservatori, che succhiano il sangue alla religione per iniettarlo nel potere». Si tratta del fronte politico che si era raccolto dietro a Mohammad Khatami, presidente della repubblica per due mandati (dal 1998 al 2005), e che ora cerca di riemergere dalla pesante sconfitta politica degli ultimi anni. Il mandato del presidente Mahmoud Ahmadi Nejad infatti è vicino al termine, nel giugno prossimo gli iraniani torneranno alle urne, e le manovre politiche per definire schieramenti e candidati sono ormai in pieno svolgimento. Riusciranno i riformisti a unirsi su una sola candidatura? Da tempo circola il nome dell'ex presidente Khatami: sarà lui il candidato da contrapporre al fronte conservatore? Lui stesso non ha sciolto le riserve, proprio l'altro giorno ha dichiarato che potrebbe candidarsi solo con garanzie di un appoggio unitario. Certo, se da un lato ci fosse un calibro come Khatami, forse anche i conservatori (aspramente divisi) sarebbero indotti a unirsi dietro a Ahmadi Nejad... Ma la signora Hashemi taglia corto: «Non so se ci sarà un solo candidato per tutte le forze riformiste, lo credo improbabile: ma in ogno caso mi sembra poco probabile che Khatami». Non sembra che Mehdi Karroubi voglia mollare, spiega: ex presidente del parlamento e capo della fazione politica chiamata Associazione del clero combattente, Karroubi era stato candidato presidenziale nel 2005: sembrava che dovesse andare lui al ballottaggio con Ahmadi Nejad. «Sì, molti sostengono che nel 2005 l'errore dei riformatori è stato quello di dividere i loro voti presentando ben quattro candidati», continua Faezeh Hashemi: «Ma non è affatto detto che con un candidato unico avrebbero vinto». Le due interlocutrici riconoscono che con Mahmoud Ahmadi Nejad ha vinto un particolare tipo di conservatorismo populista. «Il suo discorso ha fatto presa sugli strati più popolari», dice Siasi: «E' arrivato promettendo di distribuire il reddito del petrolio sulle tavole degli iraniani e lo ha fatto: ma distribuendo sussidi, senza fare nessun investimento produttivo, nelle infrastrutture». Spiega: Rafsanjani prima e Khatami poi avevano rafforzato la struttura economica, investito in infrastrutture. «I riformisti però non sono stati capaci di comunicare con gli elettori. Mentre Ahmadi Nejad, con la sua politica di elargizioni ha affascinato gli strati più disagiati della popolazione, quei trenta milioni di iraniani - su 70 milioni - che vivono in condizioni più difficili». L'era Khatami ha cambiato il clima generale (oggi il manifesto elettorale della signora con gambe accavallate non farebbe più aggrottare le sopracciglia neppure nell'establishment): ma aveva suscitato molte speranze, forse troppe dice Siasi, e sono andate deluse. Le precisazioni della signora Hashemi qui tornano utili: «Mi considero riformista perché mi batto per i diritti umani, i diritti dei cittadini, la libertà delle idee, la libera competizione tra forze politiche, per il rafforzamento delle istituzioni civili. I riformisti iraniani sono influenzati dai concetti propri della democrazia occidentale: ma per noi libertà, uguaglianza, giustizia sono concetti religiosi da rielaborare in chiave moderna. Insomma, vogliamo evolvere una nostra idea di democrazia». La delusione dell'era Khatami però pesa: cosa diranno i riformisti agli iraniani per conquistare il voto degli iraniani? «Certo non possiamo riprendere i discorsi di dieci anni fa», risponde Hashemi. «Credo che la priorità oggi sia l'economia, il carovita, la vita reale dei cittadini. L'inflazione è insopportabile, la disoccupazione aumenta, solo se si affrontano questi problemi si può costruire un discorso di riforme». Siasi fa notare che Khatami ha avuto contro tutti i poteri forti del sistema: «Un altro errore dei riformisti è stato presentarsi con un programma irrealistico che ha creato aspettative poi deluse. Questa volta dobbiamo presentarci con un programma realizzabile». E poi, dice, «dovranno lavorare di più nella società, con le ong, le associazioni, trovare strumenti per approfondire il dialogo». Il fatto è che i riformisti si preparano a una competizione elettorale senza controllare i media: la televisione di stato è bastione dei conservatori, hanno pochi giornali... «Non è del tutto vero, c'è una decina di giornali vicini ai riformisti», ribatte la sifgnora Hashemi. Ci sono i siti internet, i blog: oggi gli strumenti di comunicazione sono molto più ampi di una volta, il mondo è rimpicciolito. E poi, la critica a Ahmadi Nejad è presente anche sui media non riformisti». E' vero: giorni fa un gruppo di noti economisti ha inviato una lettera molto critica al presidente Ahmadi Nejad, ed è ormai la terza (anche se questa volta non è stato pubblicato il testo): criticano la politica dei sussidi in cui è «sperperato» il reddito del petrolio, a scapito di solidi investimenti nell'economia produttiva. Distribuire sussidi sarà una pessima politica economica, assistenziale, ma aiuta a raccogliere voti: come competeranno i rifornisti? «L'arte della politica è offrire proposte giuste e convincenti, non offrire vantaggi materiali in cambio di voti», ribatte Hashemi. Cosa si aspettano le esponenti riformiste dalla prossima amministrazione negli Stati uniti? «Guardi, non so se una vittoria di Barack Obama farà davvero una differenza, per quanto riguarda le relazioni con l'Iran. Lo dimostra la storia: quando alla nostra presidenza c'era Khatami, certamente aperto al dialogo, e a Washington c'era Bill Clinton, cioè un democratico, non è successo nulla: le occasioni di dialogo sono state perse. Certo, tutti auspichiamo che non continui la politica aggressiva di Bush. Speriamo che l'occidente comprenda che non ha nulla da guadagnare a premere sull'Iran». Ma non pensa che certe dichiarazioni di Armadi Nejad abbiano un effetto negativo? «E' vero, ma in fondo sono parole. Negli ultimi duecento anni l'Iran non ha mai attaccato nessuno. Siamo stati attaccati, piuttosto: Saddam Hussein ha usato contro di noi armi chimiche bandite dalle convenzioni di Ginevra. La cosiddetta comunità internazionale applica uno standard duplice».

 

Corsera – 8.10.08

 

Andreotti, Dini, Latorre, Pisanu. Tutti nel deserto da Gheddafi

Francesco Battistini

TRIPOLI - «Lunga vita al nostro leader», e l'occhio di Lamberto Dini già si appanna. «Gheddafi è come il Nilo che sale al mare» e Beppe Pisanu ha un sussulto. «Tutto il mondo guarda a lui», e anche Vittorio Sgarbi si appanna un po'. Tre ore di cerimonia. Con la prima fila delle autorità italiane che si muove, si scuote, si danna. Un uomo solo ascolta tutto in cuffia. Non gira uno sguardo. Non perde un nome. Giulio Andreotti. Quando viene chiamato sul palco del Palazzo dei Congressi, è rapido come un laureando: cinque scalini saliti in scioltezza, altri tre, l'abbraccio, un diploma e giù per la gobba cala una fascia verde. La medaglia di benemerito della Jamahiriya. Nell'eternità dei deserti, lui che ha passato la sua eternità a lavare la faccia sporca del Colonnello, anche quando gli americani lo chiamavano il cane pazzo, lui, la volpe, a garantire: bella soddisfazione! «Non guardiamo al passato, quel che conta adesso è il futuro», dice il quasi novantenne. Tripoli bel suol d'onori. Il Giorno dell'Odio antitaliano è ora il Giorno della Lealtà, nel personalissimo calendario gheddafiano, e c'è un aereo intero a presentarsi cappello in mano su quella che fu la nostra Tripolitania e oggi è trippa per tutti. L'accordo di Berlusconi del 30 agosto, quello che chiude 40 anni di controversie, apre un bel po' d'affari. E allora è meglio una bella pietra su tante liti. L'elenco dei premiati è lungo e trasversale, in cima la triade degli ex Dc che la Libia considera più amici: «Gheddafi è l'unico leader democristiano del mondo arabo - dice Sgarbi -, per questo si intendono alla perfezione». E aggiunge: «Colonnello, lei è come Berlusconi e Bossi, proprio come loro ». Gheddafi ride, gli altri un po' meno. Non manca - quasi - nessuno di mezzo secolo di amicizie: i politici venuti fin qui, da Guido Folloni al critico d'arte oggi sindaco di Salemi (che dieci anni fa violò con Niki Grauso e due Cessna l'embargo aereo), ma anche gli assenti Massimo D'Alema (a rappresentarlo Nicola Latorre) e Romano Prodi, l'ex direttore del manifesto Valentino Parlato (che visse in Libia fino ai vent'anni e finché non fu cacciato dagli inglesi, «pericoloso comunista»), Angelo Del Boca... Una fascia verde per ciascuno, con una costante di tutte le motivazioni: «È stata una grande vittoria per il popolo libico, finalmente l'Italia ha chiesto scusa di tanti martirii e soprusi». Scuse. I gheddafiani le esigono ad ogni frase. Più sfumati i nostri, che preferiscono ricordare l'importanza del momento. «Il senso di questa giornata è la distensione - dice Andreotti -, la politica estera non si fa con un partito e con un leader. Si fa con un intero popolo». E come una volta diceva che «la pace è meglio farla con i vicini di casa», ora ritiene che «è meglio andare d'accordo con chi ci è vicino, non con chi ci è lontano». L'incontro con Gheddafi è a sera, nell'attesa del deserto: Andreotti, Dini, Pisanu, di verde fasciati, sul divano, Sgarbi accovacciato alla bell'e meglio sul bracciolo. «La vedo bene in salute!», si illumina il Colonnello di fronte al divo Giulio. «Grazie, anch'io ho un ricordo positivo di lei», la risposta. La missione è chiara: caro Gheddafi, saremmo lieti di averla ospite in Italia. Una visita che era in programma, ai tempi di Sarkozy, e saltò proprio per questa faccenda delle scuse... L'aggancio è fatto, il Colonnello ci sta. E a rovinare le cose non basta la trovata finale di Sgarbi, che illustra a Gheddafi le meraviglie di un'intesa con la siciliana Salemi e propone di rispondere a Bossi annettendo la Trinacria alla Libia intera. Le scuse ormai sono fatte. Adesso, avanti con gli affari. Si comincia dai gadget: quando la delegazione sbarca a Roma, ed è notte, ci sono chili di pesce fresco e quintalate di datteri per tutti. Gentile omaggio del nuovo amico.

 

Mambro in libertà condizionale - Lavinia Di Gianvito

ROMA - Fra cinque anni tutto sarà finito: Francesca Mambro avrà pagato il suo conto con la giustizia. La ex terrorista dei Nar, condannata anche per la strage alla stazione di Bologna, ha ottenuto la libertà condizionale: sarà in libertà vigilata fino al 16 settembre 2013, quando la pena sarà estinta. La Mambro, 49 anni, aveva già ottenuto la semilibertà nel '98 e la detenzione domiciliare speciale nel 2002, quando era nata la figlia Arianna. Tre settimane fa il tribunale di sorveglianza ha accolto l'istanza dell'avvocato Michele Leonardi soprattutto perché, spiega il legale, negli ultimi dieci anni l'ex terrorista «si è ravveduta» e si è dedicata senza risparmiarsi «alla riconciliazione e pacificazione con i familiari delle vittime ». In particolare, a convincere i giudici, sarebbero state le due lettere scritte alla Mambro e a Valerio Fioravanti (che è semilibertà da aprile 2004) da Anna Di Vittorio e Gian Carlo Calidori: una coppia che si è incontrata e innamorata in seguito alla bomba che aveva ucciso il fratello di lei, Mauro, e uno degli amici più cari di lui, Sergio Secci. «Ecco come i percorsi di sofferenza - chiosa l'avvocato Leopardi - possono trasformarsi in percorsi di riconciliazione». L'ordinanza valuta anche in modo positivo la capacità di reinserimento della ex estremista, che collabora all'associazione «Nessuno tocchi Caino», ed esclude che sia ancora pericolosa socialmente. Nel provvedimento viene poi ricostruito l'iter della detenzione della Mambro dall'arresto, nell'82, per la strage del 2 agosto di due anni prima: un attentato che la ex terrorista e il marito hanno sempre negato di aver commesso. Tuttavia fino al 2013 il tran-tran quotidiano non cambierà: la Mambro dovrà continuare a tornare a casa la sera e non potrà oltrepassare i confini del Comune di Roma. Sono le regole della libertà condizionale, che un altro dei suoi avvocati, Tommaso Mancini, definisce «una spada di Damocle ». «Nei prossimi cinque anni - spiega il legale che ha difeso l'ex terrorista nel processo per la bomba alla stazione - non potrà commettere errori, altrimenti perderà il beneficio ». A criticare senza mezze misure la decisione del tribunale di sorveglianza è il presidente dell'associazione dei familiari e delle vittime, Paolo Bolognesi: «È una vergogna», sbotta. «È scandaloso - continua - che la libertà condizionale sia stata concessa a una terrorista che non ne ha i requisiti, che è stata condannata a sette ergastoli e che non ha mai espresso alcun sentimento di distacco dal suo passato ». Per Bolognesi, la Mambro ha avuto «un trattamento di favore», mentre «le vittime non hanno mai ottenuto alcun risarcimento nonostante le condanne definitive». Come in altre occasioni, conclude il presidente dell'associazione, «l'omertà di Stato è stata più forte della legge». Ma anche il Pd di Bologna, attraverso il segretario Andrea De Maria, boccia la scelta dei giudici romani: «La decisione è incomprensibile. Mentre siamo ancora in attesa di conoscere i mandanti della strage, arriva questo provvedimento che colpisce profondamente non solo la memoria delle vittime, ma l'intera città che da quella orribile strage fu così drammaticamente ferita». De Maria è amareggiato: «Ancora una volta - osserva - lo Stato appare più attento alle ragioni di chi ha commesso terribili atti di sangue che a quelle delle vittime ». Fra i familiari, in effetti, Anna e Gian Carlo sono i soli che hanno voluto riconciliarsi con la Mambro e con Fioravanti. «Voi, a suo tempo - hanno scritto -, avete scelto la violenza. E in questo modo avete contribuito a creare e coltivare quel clima di violenza nel quale, poi, noi abbiamo fatto la nostra esperienza di morte e lutto. Per questo vi perdoniamo: per sempre e in modo assoluto, senza contingenza di scambio».

 

Se si rinuncia alla libertà - PIERO OSTELLINO

In questi giorni che la crisi finanziaria mette in pericolo i nostri risparmi, siamo così preoccupati dei «rischi della libertà», e dei suoi «costi» - compresi l'opportunità di sbagliare, con i rischi che ci assumiamo, e il prezzo che dobbiamo pagare, per gli errori che commettiamo - che siamo disposti a rinunciare a una parte delle nostre libertà in cambio della promessa di un po' di sicurezza in più. Ma non è solo un errore sotto il profilo concettuale; è anche, e soprattutto, un'illusione sotto quello politico. Due anni fa, il 7 ottobre 2006, Anna Politkovskaya, una giornalista della Novaja Gazeta di Mosca, veniva uccisa nell'ascensore del palazzo dove viveva. Stava per pubblicare un articolo imbarazzante per il potere politico. Il giorno dopo, la polizia sequestrava il suo computer e tutto il materiale dell'inchiesta cui stava lavorando. Il mandante è ancora oggi sconosciuto. Il mondo libero se ne è già dimenticato. Ma la Politkovskaya non è morta perché, nella Russia post-sovietica, ci fosse troppa libertà, bensì perché ce n'era ancora troppo poca. Non solo per il sistema informativo o, più genericamente, per gli intellettuali, ma per tutti i russi. Con i suoi articoli, essa non si limitava, infatti, a esercitare la propria libertà di giornalista, bensì soddisfaceva anche il diritto dei suoi concittadini a un'informazione libera, pluralista. È ciò che distingue la società «aperta», di democrazia liberale, dai sistemi chiusi e dispotici. Nella società «aperta», a fondamento delle scelte dei cittadini, non c'è una Verità unica, e un potere che la impone, bensì c'è una pluralità (e una dispersione) di conoscenze fra milioni di Individui. In questi giorni, i nemici del capitalismo e del libero mercato - che non sanno neppure di che parlano - accusano i liberali di comportarsi come i comunisti di fronte al fallimento del comunismo. Come questi ultimi, attribuirebbero la crisi agli errori degli uomini (i banchieri) per non prendersela col fallimento del sistema, del mercato, del liberalismo. Ma il liberalismo - prima di essere la dottrina delle libertà e dei limiti del potere (politico, economico, sociale) - è una metodologia empirica della conoscenza. Che riconduce tutti i fenomeni attribuibili a soggetti collettivi - i sistemi politici, le istituzioni, il mercato, il capitalismo, eccetera - ai comportamenti individuali. I soggetti collettivi, a differenza dei singoli Individui, non hanno una personalità propria, non pensano, né agiscono. È, del resto, così che, nella dottrina liberale, il concetto di libertà è strettamente associato a quello di responsabilità. Ed è, perciò, anche evidente che a fallire, in una società «aperta», sono gli uomini - i soli cui far risalire la capacità di operare delle scelte - non il sistema, il capitalismo, il mercato. Nel marxismo-leninismo è, invece, il sistema che è fallito, proprio perché ha ignorato gli Uomini in carne e ossa, sostituendoli col proletariato, il Partito, l’«Uomo nuovo» dell'Utopia, e sollevandoli dalle loro responsabilità.

 

Liberazione – 8.10.08

 

L'occidente alla catastrofe: forse è un male forse un bene

Franco Berardi Bifo

Il crollo del sistema finanziario internazionale è l'inizio di un processo di trasformazione profonda e catastrofica delle società di tutto il mondo. Gli effetti di questo collasso sono ormai prevedibili. Avendo succhiato tutte le risorse disponibili per salvare le banche, senza peraltro riuscire a salvarle, il potere politico americano ha fatto una scelta: mandare nell'abisso l'economia reale. Cosa vuol dire infatti il colossale intervento del Tesoro? Vuol dire ipotecare le risorse di tutti. Ogni americano pagherà duemila dollari per salvare Wall Street, non ci sarà più credito disponibile e non ci saranno soldi per gli investimenti. La disoccupazione in America è aumentata di centosessantamila unità nel mese di settembre. E' facile immaginare cosa accadrà nei prossimi mesi. La crisi finanziaria, d'altronde, non va vista come un fenomeno isolato. Essa è in stretto collegamento con un'altra catastrofe, quella geopolitica, quella militare. Dal 1492 l'Occidente ha potuto disporre delle risorse del pianeta perché disponeva di una forza militare schiacciante. Puntando la pistola alla tempia dell'umanità, gli occidentali hanno potuto appropriarsi delle risorse di tutti gli altri. Ma con la disfatta in Iraq e in Afghanistan, con il ritorno aggressivo della potenza russa, l'egemonia militare è finita. La pistola puntata alla tempia ora appare scarica (anche se purtroppo non lo è). Sta accadendo una cosa nuova: i popoli della terra ora sanno che l'Occidente non ha più nessuna egemonia militare, dunque chiedono di ridistribuire quelle risorse di cui l'Occidente si è appropriato. La restituzione del debito che l'Occidente ha accumulato non solo negli ultimi trenta o quarant'anni, ma negli ultimi cinquecento anni. Questa è la posta in gioco, questo è l'orizzonte nel quale ci muoviamo. Il 20% della popolazione terrestre che si appropria dell'80% delle risorse della terra è forse pronto a restituire il maltolto? Purtroppo non è pronto, anzi non vuole nemmeno riconoscere l'entità del problema, almeno fino ad oggi. E questo vorrà dire guerra, razzismo, violenza. E' bene saperlo. Ma questo vorrà dire anche la fine dell'Occidente. Non del capitalismo badate bene, ma la fine dell'Occidente, del mondo come lo conosciamo da Cristoforo Colombo in poi. C'è qui un'opportunità per gli eredi del movimento egualitario e libertario, c'è qui un'opportunità per i movimenti di autonomia della società? C'è un'opportunità gigantesca, a mio parere, anche se ora è difficile da cogliere. Il capitalismo non è una cosa, non è un ammasso di cose. Ce l'ha spiegato Marx. Marx ha detto: il capitale è un rapporto, non una cosa. Io, se me lo permettete, che pure sono piccolo piccolo, vorrei correggere, su questo punto, Marx. Il capitale non è una cosa, ma non è nemmeno un rapporto. Il capitalismo è l'introiezione di un rapporto. Solo quando gli uomini e le donne introiettano il rapporto tra lavoro e salario, tra valorizzazione e dominio, tra bisogno e merce, solo quando gli uomini e le donne credono che lo sfruttamento sia naturale, il capitalismo li può dominare. Se gli umani capiscono che ci sono altri modi di organizzare la loro attività e il loro scambio, il loro rapporto con la natura e con le risorse, se capiscono che ci sono modi meno faticosi e meno violenti, allora forse vivere senza dominio capitalista diviene possibile. Oggi noi attraversiamo una catastrofe. Catastrofe non è una brutta parola, una parola che porta disgrazia. E' un concetto dal senso preciso. In greco significa spostamento che permette di vedere una prospettiva che non si vedeva prima. Kata significa giù, sotto, ma anche oltre, al di là. E strofein significa spostare. La catastrofe finanziaria e geopolitica non è di per sé una liberazione. Al contrario, di per sé moltiplica il pericolo, di per sé aumenta la paura. Ma se ci sono uomini e donne intelligenti, creativi, coraggiosi e soprattutto liberi dall'eredità del passato, come noi siamo o almeno dovremmo essere, allora vedi che si presenta una enorme (imprevedibile ed imprevista) opportunità. L'opportunità è quella di cavalcare la (inevitabile) disfatta dell'Occidente, che ormai è in corso, che ormai è inarrestabile, in un nuovo atteggiamento mentale, in una nuova concezione vissuta della ricchezza. La ricchezza non è la massa di cose di cui disponiamo, la ricchezza è il modo in cui viviamo il tempo, è il rapporto di solidarietà che sappiamo avere tra noi. Come i gigli nei campi e come gli uccelli nel cielo anche noi umani possiamo vivere di poco, di molto poco. Dovremo imparare a vivere del poco indispensabile, perché altrimenti finiremo tutti malissimo. Non sarà facile impararlo e ancor più difficile sarà insegnarlo a tutti gli occidentali. Ma impareranno, con le buone o con le cattive. Noi vediamo oggi, grazie alla catastrofe, che il capitalismo non è eterno e non è naturale, che l'economia della crescita non è la migliore organizzazione della vita sociale. Quel che dobbiamo fare è comunicarlo. Senza ansia, senza rabbia, senza arroganza. Molte cose scompariranno nei prossimi mesi, molti moriranno di fame e molti di violenza e di guerra. E' bene saperlo, è bene prepararsi. E' bene preparare quelli che ci stanno intorno. Ma nulla di ciò che sta sulla terra è eterno, neppure le nostre vite, i nostri giornali, i nostri partiti. La sola cosa che non deve estinguersi è la capacità di capire. Comprendere, comprendere, e trasformare.

 

Le banche divorano tutto. Viva la nazionalizzazione - Claudio Jampaglia

Milano - L'uomo ha più di quarant'anni e "i capelli da ragazzo", solo che davanti ai listini che scendono, rimbalzano e al panico che dura, non vuole tenere l'anima per sé. Vuole parlare. E' un finanziere di primo rango. Un passato da centinaia di miliardi (di lire) di portafoglio in Europa e negli Usa. E un presente da gestore di patrimoni, pochi, selezionati. Un mestiere d'élite. Un gruppo di analisti e un ufficio elegante e sobrio. Di patemi in queste stanze, non se ne vivono. Per carità, si perde come tutti. Ma meno. Perché si sono mossi per tempo. Hanno capito. Ma cosa? «Che questa è una crisi bancaria, non finanziaria. Qui il rischio non c'entra. Da vent'anni stanno trasferendo il reddito, la ricchezza dai risparmiatori agli azionisti delle banche. E la soluzione per venirne fuori è una sola... Scusa un attimo». Un cenno. Dalla porta vetri entra un collaboratore. L'aggiornamento. «Bank of Scotland e Barclays hanno negato di aver chiesto aiuto a Bank of England». «Ah». «Gli hedge di Virginia Island stanno sbaraccando». In borsa la banca scozzese perde il 25% della sua quotazione e siamo a metà seduta. In Italia, i fondi dei paradisi fiscali si stanno dando da fare come matti. Scusa, ma perché Milano perde più di tutte le altre borse? «Perché gran parte del listino è fatto di banche e assicurazioni, non c'è contrappeso». E quindi, si balla. «Ma poi rimbalzerà, vedrai». E infatti... Ma eravamo sul che fare? «Ah sì, ti sembrerà strano che lo dica uno che fa il mio mestiere, ma bisogna nazionalizzare le banche». I banchieri ci avrebbero quasi rapinato e adesso li salvano i cittadini? «Guarda che il risparmio è un bene pubblico nazionale. Ho detto le banche, lo Stato, non i banchieri... Se il terremoto viene da lì, dai loro bilanci, dai loro capitali insufficienti, tanto vale comprare le banche, risanarle e ripartire piuttosto che continuare a dargli miliardi di liquidità. Per l'Europa non vedo altra via. Si prendono le azioni e si torna ai fondamentali: quanto capitalizzi, quanto raccogli, quanto presti, quanto impieghi...». Il mestiere di una banca è raccogliere soldi dai risparmiatori pagandogli un interesse e prestarli agli imprenditori a un tasso più alto. Questo è il cuore di una banca, il suo guadagno. Negli ultimi 15 anni, però, con la finanziarizzazione di qualsiasi cosa, c'era una massa di denaro enorme che circolava e che fruttava molto di più sui mercati paralleli e con la moltiplicazione degli strumenti finanziari. Le banche (e le assicurazioni) ci hanno messo i nostri soldi. Promettendoci guadagni oltre il 10%, mentre loro facevano molto di più. Solo che era tutto virtuale. Una partita di giro, un azzardo, una bugia. Cascata quando è finita la liquidità. Il denaro non c'è più. La conferma la dà in diretta il Fondo monetario Internazionale: «Le grandi banche a livello globale hanno bisogno di capitali aggiuntivi per 675 miliardi di dollari». Una cifra enorme? «Si e no. Il problema è che dopo 15 anni di denaro facile è finito l'ossigeno. In un giorno normale di questi 15 anni le banche si prestavano al giorno centinaia di miliardi di euro. Ogni giorno. Ieri (lunedì, per chi legge, N.d.R.) solo qualche decina di milioni». E' così da un po' di settimane. E se mancano i soldi e vengono giù le mammasantissima banche d'investimento americane che hanno fatto il bello e il brutto per oltre un decennio... allora la sfiducia si installa. Ma perché non si sono fermate prima? «Si potrebbe dire per avidità. Abitudine al ritorno. Si sono molto arricchite in questi anni, massimizzando gli utili in un'ottica tutta di breve (le famose trimestrali di bilancio tanto attese in borsa, tanto inutili a fini "industriali", N.d.R.) e adesso sono deboli di capitalizzazione, indebitate, ferme». E' il caso di Unicredit? «Diciamo che quello è un caso patologico, non più tardi di giugno gli avevamo suggerito pure noi la strada della ricapitalizzazione, portare fieno in cascina. Ma credevano che il sistema non andasse in carestia di liquidità così presto. Hanno sbagliato valutazione. E guarda che ti parlo di una banca capace, di un manager, Profumo, tra i migliori, oltre ad essere una persona perbene, un sincero democratico (sorride, N.d.R.)». Eppure... «Ma guarda che bisogna piantarla di pensare come fate a sinistra con la sola struttura e sovrastruttura marxiana, il sistema non c'è, ci sono gli uomini, bipedi che fanno grandi cose ed enormi cazzate... Guarda Trichet che rialza i tassi a luglio accoppando l'economia europea. Guarda Profumo...». Uomini. E la razionalità? Le aspettative? L'economia "scienza dei numeri e delle previsioni"? «Non sottovalutare mai l'elemento psicologico, credimi, e l'avidità». «Non ti piace avidità? Chiamala ambizione, amore del rischio, impresa... cosa credi che muova milioni di persone che giocano in borsa a spese loro, che fanno affari o imprese?». Ma non hanno mai goduto di vantaggi uguali a quelli della finanza in questi decenni e poi non scaricano le perdite sugli altri, perdono loro. «Ho capito, colpa del sistema... Allora ti dico che il sistema se proprio vuoi che esista è l'insieme dei comportamenti delle persone che scelgono sulla base di interessi e aspettative non sempre razionali. E' una questione di persone, di cultura, di mentalità. Non di sovrastruttura». Ma perché allora non mettere delle regole, cose certe: un bel divieto a operare sui derivati se non si è operatori di quel mercato (ad esempio il petrolio), una minima tassazione su strumenti finanziari di alto rischio per scoraggiarne l'abuso, regole di bilancio più restrittive per gli operatori... «D'accordo, ma anche vincoli di crescita per i paesi europei, rompere Maastricht, una vigilanza unica per tutta l'Unione, regole contabili e fiscali comuni, trasparenza... ma non cambierà poi di molto se non cambia l'educazione, la mentalità». E cioè? «Come le banche vendono ai loro clienti prodotti ad alto rischio, così ci sono 45 miliardi anno di totoscommesse in Italia. E non sono le banche a metterci i soldi... Capisci che qui è un problema di educazione, di tutti. Del banchiere e del risparmiatore. Bisognerebbe fare un piano di educazione nazionale». Il finanziere dice sul serio. Anche perché l'unica garanzia del credito è la solvibilità e l'ultimo anello della solvibilità è lo Stato, sono i cittadini. Quindi dovremmo garantire noi, non c'è nulla da fare? «Te lo spiego così: tra pochi anni tutti diranno che il piano Usa è stato l'inizio della fine della crisi, al di là della sua bontà o meno, perché ha fissato un tetto. E nota bene che stiamo parlando di un mercato che nell'ultimo anno ha visto più acquisizioni, fusioni, fallimenti e operazioni di capitale, compresi i salvataggi di Stato, che negli ultimi trent'anni. Un sistema iperdinamico che sta facendo i conti con i suoi limiti, le sue esagerazioni. A novembre del 2007, i più avveduti tra i miei colleghi sapevano già cosa fare e anche se non prevedevano lo tsunami si erano attrezzati a pulire i bilanci e alla stagione dei "mea culpa" sui rischi. A luglio erano scioccati dalla dimensione del problema, ma anche incazzati neri». Beh, con quello che avevano incassato finora... «Lascia stare. Il punto è che si stavano già preparando alla crisi e alla ripartenza e vale per tutti, anche per il mio amico medico che ha già venduto casa, auto, cambiato città e forse abitudini. Questa è l'America». Invece noi? «Basta andare a Londra per capirlo. Sono depressi. Chiudono ristoranti e negozi. La City boccheggia... E Brown è un masochista. Sarkozy e Berlusconi sembrano statisti al confronto e la Merkel, purtroppo, scivola sulla buccia di banana (si riferisce alla garanzia fino a 1000 miliardi di euro sui conti correnti del governo tedesco, N.d.R.). Al limite potrà difendere il sistema pubblico delle banche tedesche, ma tanto valeva intervenire sul capitale. Non c'è niente da fare, se ne esce con la nazionalizzazione». E si finisce nelle mani degli amici politici? «Il rischio di finire con l'Iri delle banche c'è. Ma dipende. In Svezia hanno nazionalizzato e riportato sul mercato in tre anni». E l'Italia potrebbe mai farcela? «Non lo so, è da più di un decennio che non riusciamo a diventare un paese normale, sarebbe la volta buona». Ogni riferimento a D'Alema è puramente voluto. Altrimenti? «Non c'è altrimenti. Class actions, vie giudiziarie non servono a niente...». Intanto, l'economia "reale" affonda. «Guarda i listini, sono sotto botta tutte le aziende con importanti obbligazioni in circolazione. E poco conta che siano solide e il debito serva per piani d'investimento. Si vende Enel, Eni, Fiat... Si vende». E si si ferma. «Tutto si crea e tutto si distrugge. Aspettiamo un nuovo ciclo. Se in America vanno a ruba titoli del tesoro senza ritorno, si potrà solo migliorare. Speriamo in Obama...». Dietro la scrivania un quadretto dice "look to the future".

 

 

Repubblica – 8.10.08

 

La Palin segue la sfida in pizzeria e la battuta di McCain gela la platea - ALBERTO FLORES D'ARCAIS

NASHVILLE - Sarah Palin si è presentata ieri sera a sorpresa in jeans e scarpe da ginnastica in una pizzeria di Greenville, in North Carolina, per seguire in televisione il dibattito presidenziale insieme con i clienti del locale. La vicecandidata repubblicana ha fatto il suo ingresso con il proprio staff, gli agenti del Secret Service e il pool dei giornalisti al seguito, tra la sorpresa di tutti i presenti. Quando il dibattito è iniziato la governatrice dell'Alaska si è seduta a un tavolo insieme alla senatrice Elizabet Dole, al senatore Richard Burr e al sindaco di Greenville Patrick McGrory. Ha passato il suo tempo guardando lo schermo, firmando autografi e inviando messaggi con il suo Blackberry: con la mano sinistra mentre con la destra prendeva appunti su un taccuino. I primi sondaggi realizzati a caldo da alcuni media americani assegnano a Barack Obama la vittoria nel secondo dibattito presidenziale. Secondo quello della Cnn il candidato democratico alla Casa Bianca ha fatto meglio con una percentuale del 54 per cento contro il 31 di McCain. La Cbs ha sondato un campione di indecisi: il 39 per cento ha visto meglio il candidato democratico, il 27 per cento ha preferito quello repubblicano. Per il 35 per cento è stato invece un pareggio. Al termine del dibattito i due candidati si sono avvicinati per stringersi la mano passando davanti alle telecamere mentre il moderatore Tom Brokaw stava ancora parlando. "Per favore spostatevi, altrimenti non leggo il teleprompter", ha detto suscitando risa e un applauso finale. Era una battuta autoironica, vista l'età. Ma nessuno ha riso, tranne lui, quando parlando della copertura per la riforma riforma sanitaria e di tagli alle tasse McCain ha detto: "Come per il trapianto di capelli, forse ne ho bisogno di uno anche io". Gli ottanta elettori "indecisi" scelti dalla Gallup nell'area di Nashville per stare sul palco insieme ai due candidati e fargli le domande erano divisi più o meno in questo modo: un terzo uncommitted, elettori che non hanno ancora la minima idea per chi votare, un terzo che è più attratto da Obama e un terzo che vede con favore McCain. In platea tra il pubblico presente c'era anche Al Gore, l'ex vicepresidente battuto da Bush nelle contestate elezioni del 2000. Il Tennessee è il suo Stato, ma questo non gli bastò otto anni fa per conquistare gli undici voti elettorali di questo Stato del sud che gli avrebbero garantito la Casa Bianca. Quando è stato presentato, pochi minuti prima che iniziasse il dibattito dalla platea è partito un lungo applauso. Alcuni volontari della campagna elettorale del candidato democratico alla Casa Bianca in Ohio hanno aiutato decine di senzatetto che si appoggiano a centri di ricovero e assistenza e alle case di riabilitazione, ad andare a registrarsi nei seggi e a votare per eleggere il presidente. La legge dell'Ohio, uno degli Stati decisivi nella corsa alla Casa Bianca, permette di registrarsi e votare allo stesso tempo (in anticipo sull'Election Day del 4 novembre) senza dover dimostrare la propria residenza, cosa che ha irritato i repubblicani che hanno messo in guardia dal rischio di frodi elettorali. Da questa mattina in tutti gli Stati Uniti sarà in vendita il racconto a fumetti delle vite dei due candidati Barack Obama e John McCain. Le due biografie, pubblicate dalla casa editrice 'Idw Publishing' sranno composte da 28 pagine di disegni. Nei fumetti McCain viene mostrato mentre è torturato in Vietnam mentre Obama è raffigurato nella sua attività a Chicago di organizzatore di comunità. La casa editrice ha cercato di fare opere imparziali limitandosi a raccontare la vita dei due candidati: "Entrambi i senatori hanno avuto vite molto interessanti, c'è stato solo l'imbarazzo della scelta". In California è record di matrimoni gay e lesbici, oltre undicimila negli ultimi tre mesi. Potrebbero però essere tutti annullati se il 4 novembre vincessero i promotori della legge che vuole bandirli. I sondaggi li danno in testa e nel Golden State (dove la vittoria di Obama non appare in discussione) il referendum sulle unioni tra persone dello stesso sesso è diventato l'argomento centrale della campagna elettorale delle presidenziali.

Soldati in città, armi spuntate. "Addestramento insufficiente"

ALBERTO CUSTODERO

ROMA - "I militari italiani sono addestrati sotto il livello di guardia". A lanciare questo allarme sul grave stato in cui si trova la professionalità dei militari dell'Esercito, della Marina, dell'Aeronautica e dell'Arma dei carabinieri non sono le rappresentanze sindacali delle Forze Armate, i Cocer. Ma lo stesso governo Berlusconi che da agosto ha schierato 3 mila soldati con compiti di polizia nelle città italiane e 500 parà nel Casertano contro la camorra. La denuncia è contenuta nella relazione annuale del 2008 del ministero della Difesa che sarà presentata nei prossimi giorni alla Camera. Sotto la voce "formazione del personale", si legge che "le limitate risorse finanziarie a disposizione negli ultimi esercizi per la formazione e l'addestramento hanno imposto di concentrare gli sforzi verso il personale e i reparti destinati al turn over nelle missioni internazionali, con minore attenzione alle altre attività operative". "Ne è derivata di conseguenza - prosegue la relazione - una drastica riduzione delle attività rivolte all'addestramento del restante personale. Il livello addestrativo complessivo è sceso ampiamente sotto il livello di guardia con significativa perdita di professionalità, in particolare con riferimento al personale più giovane e più bisognoso di formazione e addestramento". Nella precedente relazione dell'ex ministro Arturo Parisi si parlava di "risorse economiche insufficienti, in grado appena di garantire, ma unicamente su livelli minimali, un'attività addestrativa e formativa ridotta". Dai "livelli minimali" di Parisi si è scesi ora, con La Russa, "ampiamente sotto il livello di guardia". Pur essendone il governo Berlusconi consapevole al punto che sempre nella stessa relazione quantifica in oltre un milione di euro "il gap formativo accumulato per attività non svolte negli ultimi esercizi", in agosto il ministro dell'Economia Giulio Tremonti non ha esitato ad imporre proprio alla Difesa per i prossimi tre anni il drastico taglio di 2 miliardi e 612 milioni. E sempre a proposito di tagli, per finanziare i parà anti- Casalesi sono stati ridotti da 6 a 5 i mesi di presenza nelle città dei 3 mila soldati. Ma se il livello di professionalità dei 190 mila militari italiani (senza contare i carabinieri), è sceso sotto il livello di guardia, "a chi spetta, se non alla linea di comando - si chiede il generale Domenico Rossi, presidente del Cocer interforze - la responsabilità di giudicare se abbiamo raggiunto livelli minimali di addestramento oltre i quali il personale non è in grado di svolgere il proprio lavoro in sicurezza?". Una prima risposta al generale Rossi la dà lo stesso ministro della Difesa. "La relazione annuale 2008 - spiega Ignazio La Russa - va presa cum granu salis. I militari che ruotano nelle missioni estere sono circa 50 mila, più quelli di riserva. Questo ci fa dire che per la restante e minore parte, l'addestramento è "sotto il livello di guardia", ma sopra quello di efficienza. È come quando in auto si va in riserva: è segno che la benzina sta per mancare, ma ce n'è ancora un po'. Ecco, s'è accesa la spia che segnala che la professionalità del nostro esercito sta per andare in rosso. Ma è ancora efficiente".

 

La Stampa – 8.10.08

 

Paura in Borsa: Asia cade, Milano -3,9. E da Londra 200 miliardi di sterline

NEW YORK - Chiusura drammatica di seduta per la borsa di Tokyo con l’indice Nikkei che ha perso il 9,38% a quota 9.203 punti. Wall Street ha vissuto un’altra pessima giornata e ha chiuso con un tonfo che ha portato le perdite del Dow Jones a quasi 900 punti in due giorni. Il Dow Jones ha chiuso al livello più basso degli ultimi cinque anni. Alla fine della seduta a Wall Street, il Dow Jones ha ceduto 508,88 punti (-5,11%), a quota 9.447,11 punti, mentre il Nasdaq è arretrato di 108,08 punti (-5,80%), a 1.754,88 punti. In calo anche lo S&P 500, che è sceso di 60,66 punti (-5,74%), a 996,23 punti. Il governo britannico correrà in soccorso delle banche con almeno 200 miliardi di sterline di liquidità che saranno iniettati dalla Bank of England. È quanto prevede il piano annunciato oggi dal Tesoro di cui l’esecutivo ha già informato la Commissione europea. Le decisioni prese dalla Fed per rinvigorire il mercato del credito non sono state sufficienti per calmare gli investitori. Avvio pesante anche per Piazza Affari con il Mibtel che perde il 3,9% a 17.115 punti e lo S&P/Mib il 3,9% a 22.698 punti. Male anche l’All Stars (-3,4% a 9.361 punti) e il Midex (-5,49% a 18.855 punti). Nel corso della giornata il presidente Bush ha parlato con Berlusconi, Brown e Sarkozy. Il presidente della Fed Ben Bernanke, in un discorso pronunciato a Washington, ha detto che la crisi finanziaria potrebbe prolungare le difficoltà economiche in cui si trovano gli Stati Uniti, e che la banca centrale americana potrebbe prendere decisioni in merito. Queste parole sono state viste come un chiaro segnale della disponibilità della Fed a tagliare di nuovo i tassi di interesse, forse già dalla prossima riunione di fine ottobre. Nel pomeriggio europeo il Presidente americano George W. Bush ha discusso la crisi finanziaria mondiale con i leader di Francia, Regno Unito e Italia, sottolineando la necessità di una cooperazione. Il Fmi prevede Italia e Gb in recessione nel 2009; con il Pil dell’Italia in calo dello 0,2%. Borsa/ Tokyo in caduta libera: Nikkei -4,54% a metà giornata I governatori della Federal Reserve - la Banca Centrale americana - hanno preso in considerazione possibili tagli ai tassi d’interesse se la turbolenza del settore finanziario continuerà a colpire l’economia statunitense. È quanto si legge nelle minute del Fomc, il braccio di politica monetaria della Federal Reserve, relative alla riunione dello scorso 16 settembre, quando i tassi sui fed funds e il tasso di sconto furono lasciati invariati rispettivamente al 2% e al 2,25 per cento. «Con un rischio sostanziale di diminuzione della crescita e il persistere del rischio di aumento dell’inflazione i membri hanno ritenuto che lasciare invariati i fed funds in questo momento bilanci adeguatamente il rischio», dicono le minute. «Alcuni membri hanno enfatizzato che le intensificate turbolenze finanziarie hanno portato ad un significativo peggioramento delle previsioni di crescita, e una risposta potrebbe essere necessaria; tuttavia, una tale risposta non è stata necessaria in questo meeting», si legge nelle minute. Per quanto riguarda l’andamento dell’inflazione le minute dicono che «la possibilità che l’inflazione "core" non si attenui come previsto è ancora una preoccupazione significativa». Tuttavia i partecipanti agli incontri di settembre sono sembrati relativamente ottimisti. «Varie misure delle aspettative di inflazione sono diminuite dall’ultimo meeting, e l’aumento nominale degli stipendi ha continuato ad essere moderato».

 

Una costituente per i regolamenti - GIANFRANCO FINI

Gentile direttore, la lettera del Capo dello Stato pubblicata su La Stampa di ieri («Decreti, vigilerò con rigore») mi offre l’occasione per sviluppare, in modo ancora più compiuto, alcune considerazioni. Considerazioni già espresse nel corso della seduta parlamentare dello scorso 2 ottobre alla Camera dei Deputati e durante lo svolgimento di qualche dibattito pubblico cui ho partecipato di recente. In primo luogo, voglio innanzi tutto sottolineare la piena e convinta condivisione rispetto a quanto affermato dal Presidente della Repubblica. Se, infatti, l’articolo 77 della Costituzione pone, in capo al Governo, la responsabilità dell’adozione dei decreti-legge, è, tuttavia, evidente che tale prerogativa deve essere esercitata nel rispetto della medesima disciplina costituzionale che richiede, tassativamente, per la loro adozione, la sussistenza dei requisiti di «necessità ed urgenza». In veste di Presidente della Camera dei Deputati, non posso, altresì, esimermi dal ricordare che, sui disegni di legge di conversione dei decreti-leggi, il Regolamento della Camera assegna alle competenti commissioni parlamentari e alla stessa Assemblea il diritto-dovere di vigilare sul rispetto delle norme costituzionali. E’ questione ad essa collegata, che attiene propriamente al dibattito politico-istituzionale, la necessità di garantire un assetto dei rapporti tra Parlamento e Governo pienamente rispondente all’esigenza che i processi decisionali siano efficienti e rapidi, così da non determinare una grave lesione del circuito della responsabilità politica che costituisce il nucleo essenziale di una democrazia governante. In una forma di governo parlamentare come la nostra, l’autorevolezza del Parlamento non può prescindere dalla contemporanea esistenza di un Governo che, legittimato nella sua leadership dal risultato elettorale, sia dotato di effettivi poteri di decisione. A questo riguardo, è auspicabile, pertanto, che, a Costituzione invariata, si intervenga sui Regolamenti parlamentari, in modo da velocizzare le procedure legislative e rendere più dinamico il rapporto con il Governo, in un quadro, però, di autentico riconoscimento del diritto al controllo del processo legislativo da parte dell’opposizione, quale controparte funzionale del Governo in Parlamento. Come è stato autorevolmente evidenziato dalla dottrina più attenta, in una compiuta democrazia dell’alternanza l’opposizione è una vera e propria «Istituzione costituzionale», una sorta di «Governo potenziale in attesa». Del resto, in un regime parlamentare, caratterizzato dall’alternanza tra schieramenti contrapposti, il compito assegnato al principio della separazione tra i poteri da Locke e Montesquieu non passa più attraverso la separazione del legislativo dall’esecutivo, quanto piuttosto dalla dialettica tra il continuum governo-maggioranza, da una parte, e opposizione, dall’altra. Si tratta, quindi, di ritornare allo spirito «costituente» di alcune precedenti ed importanti riforme regolamentari, così da contribuire a modernizzare il «sistema-Italia» attraverso una parziale, ma opportuna, riorganizzazione del diritto parlamentare che, in ossequio ad un classico insegnamento, dovrà sempre essere ispirata al rispetto di quei valori costituzionali in cui si invera la storia della democrazia italiana.


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