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Il governo salva Geronzi

Repubblica – 9.10.08

 

Il governo salva Geronzi, Tanzi e Cagnotti - LIANA MILELLA

ROMA - Un'altra? Sì, un'altra. E per chi stavolta? Ma per Cesare Geronzi, il presidente di Mediobanca negli impicci giudiziari per via dei crac Parmalat e Cirio. La fabbrica permanente delle leggi ad personam, col marchio di fedeltà del governo Berlusconi, ne produce un'altra, infilata nelle pieghe della legge di conversione del decreto Alitalia. Non se ne accorge nessuno, dell'opposizione s'intende, quando il 2 ottobre passa al Senato. Eppure, come già si scrivono i magistrati nelle maling list, si tratta d'una "bomba atomica" destinata a far saltare per aria a ripetizione non solo i vecchi processi per bancarotta fraudolenta, ma a bloccare quelli futuri. Con un semplice, e in vero anche mal scritto, articolo 7bis che modifica la legge Marzano sui salvataggi delle grandi imprese e quella sul diritto fallimentare del 1942. L'emendamento dice che per essere perseguiti penalmente per una mala gestione aziendale è necessario che l'impresa si trovi in stato di fallimento. Se invece è guidata da un commissario, e magari va anche bene come nel caso della Parmalat, nessun pubblico ministero potrà mettere sotto processo chi ha determinato la crisi. Se finora lo stato d'insolvenza era equiparato all'amministrazione controllata e al fallimento, in futuro, se la legge dovesse passare com'è uscita dal Senato, non sarà più così. I cattivi manager, contro cui tutti tuonano, verranno salvati se l'impresa non sarà definitivamente fallita. Addio ai processi Parmalat e Cirio. In salvo Tanzi e Cragnotti. Salvacondotto per l'ex presidente di Capitalia Geronzi. Colpo di spugna anche per scandali di minore portata come quello di Giacomelli, della Eldo, di Postalmarket. Tutto grazie ad Alitalia e al decreto del 28 agosto fatto apposta per evitarne il fallimento. Firmato da Berlusconi, Tremonti, Scajola, Sacconi, Matteoli. Emendato dai due relatori al Senato, entrambi Pdl, Cicolani e Paravia. Pronto per essere discusso e approvato martedì prossimo dalla Camera senza che l'opposizione batta un colpo. Ma ecco che una giornalista se ne accorge. È Milena Gabanelli, l'autrice di Report, la trasmissione d'inchieste in onda la domenica sera su Rai3. Lavora su Alitalia, ricostruisce dieci mesi di trattative, intervista con Giovanna Boursier il commissario Augusto Fantozzi, gli chiede se è riuscito a garantirsi "una manleva", un salvacondotto per eventuali inchieste giudiziarie. Lui risponde sicuro: "No, io non ho nessuna manleva". Ma quel 7bis dimostra il contrario. Report ascolta magistrati autorevoli, specializzati in inchieste economiche. Come Giuseppe Cascini, segretario dell'Anm e pm romano dei casi Ricucci, Coppola, Bnl. Il suo giudizio è senza scampo. Eccolo: "Se la norma verrà approvata non saranno più perseguibili i reati di bancarotta commessi da tutti i precedenti amministratori di Alitalia, ma neppure quelli compiuti da altri manager di società per cui c'è stata la dichiarazione d'insolvenza non seguita dal fallimento". Cascini cita i casi: "Per i crac Cirio e Parmalat c'è stata la dichiarazione d'insolvenza, ma senza il fallimento. Il risultato è l'abrogazione dei reati fallimentari commessi da Tanzi, Cagnotti, dai correi". Non basta. "Subito dovrà essere pronunciata sentenza di assoluzione perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato per tutti gli imputati, inclusi i rappresentanti delle banche". Siamo arrivati a Geronzi. Chiede la Gabanelli a Cascini: "Ma la norma vale anche per lui?". Lapidaria la risposta: "Ovviamente sì". Le toghe s'allarmano, i timori serpeggiano nelle mailing-list. Come in quella dei civilisti, Civil-net, dove Pasquale Liccardo scrive: "Ho letto la nuova Marzano. Aspetto notizie sulla nuova condizione di punibilità che inciderà non solo sui processi futuri ma anche su quelli in corso". Nessun dubbio sulla portata generale della norma. Per certo non riguarderà la sola Alitalia, ma tutte le imprese. Vediamolo questo 7bis, così titolato: "Applicabilità delle disposizioni penali della legge fallimentare". Stabilisce: "Le dichiarazioni dello stato di insolvenza sono equiparate alla dichiarazione di fallimento solo nell'ipotesi in cui intervenga una conversione dell'amministrazione straordinaria in fallimento, in corso o al termine della procedura, ovvero nell'ipotesi di accertata falsità dei documenti posti a base dell'ammissione alla procedura". La scrittura è cattiva, ma l'obiettivo chiaro: finora i manager delle grandi imprese finivano sotto processo per bancarotta a partire dalla sola dichiarazione d'insolvenza. Invece, se il 7bis passa, l'azione penale resterà sospesa fino a un futuro, e del tutto incerto, fallimento definitivo. Commentano le toghe: "Una moratoria sine die, un nuovo colpo di spugna, una mano di biacca sulle responsabilità dei grandi manager le cui imprese sono state salvate solo grazie alla mano pubblica". Con un assurdo plateale, come per Parmalat. S'interromperà solo perché il commissario Bondi evita il fallimento. Ma che la salva Geronzi sia costituzionale è tutto da vedere. Gli esperti già vedono violati il principio d'uguaglianza e quello di ragionevolezza. Il primo perché la norma determina un'evidente disparità di trattamento tra i poveri Cristi che non accedono alla Marzano, falliscono, e finiscono sotto processo, e i grandi amministratori. Il secondo perché l'esercizio dell'azione penale dipende solo dalla capacità del commissario di gestire l'azienda in crisi. Se la salva, salva pure l'ex amministratore; se fallisce, parte il processo. Vedremo se Berlusconi andrà avanti sfidando ancora la Consulta.

 

Posti per sorella, cugino e cognata, ecco l'assessore di Parentopoli

ATTILIO BOLZONI e EMANUELE LAURIA

PALERMO - Figlio di un sindaco democristiano della Palermo spudorata degli anni '70, votatissimo, ammanicato, sempre candidato a tutto, come assessore alla Famiglia onestamente non poteva fare di più e di meglio. Specialmente per la sua famiglia: quella di sangue e quella politica.. Negli abissi della Regione siciliana c'è un onorevole che - quando si tratta di parenti - non resiste al fortissimo richiamo. Questo è il piccolo vizio di Francesco Scoma, figlio di Carmelo. Nella hit parade dell'intreccio politico-familistico di Palermo lui batte tutti. Li vuole tutti accanto a sé. Vicini, piazzati e sistemati, intruppati, mischiati fra il suo ufficio di gabinetto e gli altri staff, congiunti suoi e congiunti di altri potenti, tutti insieme come una grande famiglia all'assessorato alla Famiglia. In quella trama di complicità che è la Regione siciliana, nomina dopo nomina e incarico dopo incarico, l'onorevole del Popolo della Libertà - classe 1961, eletto per la quarta volta all'Assemblea - si sta rivelando il personaggio simbolo dei favoritismi che si ordiscono nel governo guidato del catanese Raffaele Lombardo. E' in cima alla lista l'assessore Scoma, il number one. Anche per il nome che porta. Nel suo quartier generale, di Francesco Scoma non ce n'é uno ma ce ne sono due. L'altro è suo cugino. Preso da un altro ufficio regionale, remunerato con indennità aggiuntiva e sistemato alla Famiglia. Dove, esattamente? Al "controllo strategico" dell'assessorato. Un parente che controlla l'altro a spese del contribuente. Una sorella di Scoma, Antonella, è stata assunta nello staff dell'assessore alla Presidenza della Regione Giovanni Ilarda. Una cognata, Deborah Civello, ha trovato un posticino nello staff del presidente del parlamento Francesco Cascio. La signora era già scivolata un paio di anni fa in uno scandalo - 448 assunzioni senza concorso nelle municipalizzate di Palermo - che aveva provocato anche l'apertura di un'inchiesta giudiziaria. Deborah era entrata all'Amia, l'azienda ambientale. Ma nell'assessorato alla Famiglia Francesco Scoma non ha favorito soltanto suoi consanguinei. Ha messo dentro pure quelli di tutti i suoi amici ai quali probabilmente non può dire di no. A cominciare dal suo padrino politico, il presidente del Senato Renato Schifani. La sorella, Rosanna Schifani, il 6 giugno del 2008 è stata nominata per chiamata diretta "componente della segreteria tecnica" dell'assessore Francesco Scoma. Già dipendente regionale dal 1991 con qualifica di "istruttore direttivo", la signora Rosanna ha avuto in busta paga - nel passaggio allo staff di Scoma - un'indennità di 14 mila euro lordi l'anno. Ma deve rinunciare agli straordinari che prendeva prima. Intanto, nell'ufficio di gabinetto dell'assessore alla Famiglia, come "esterno", è entrato anche uno degli assistenti di Schifani. Si chiama Giuseppe Gelfo. E pure Danila Misuraca, sorella del parlamentare del Pdl Dore. E anche Stefano Mangano, a lungo segretario particolare del sindaco di Palermo Diego Cammarata. Una bella infornata di parenti in quella Regione dove Lombardo ha addirittura litigato con il predecessore Cuffaro sulle spese folli, ha promesso "interventi per rimuovere eventuali anomalie" e dichiarato guerra agli sprechi: 39 milioni di euro l'anno per mantenere gli uffici di gabinetto, 818 milioni per pagare i 21.104 dipendenti, 75 mila euro l'anno per liquidare lo stipendio di un dirigente "esterno". Cambiano i governi ma alla Regione si aggirano i soliti noti. Un altro campione della Parentopoli è l'assessore al Bilancio Michele Cimino. Un'altra storia di cugini: Rino Giglione è il suo capo di gabinetto. Un altro, Maurizio Cimino, è il direttore della Protezione civile di Agrigento. E un terzo, Simone Cimino, è alla testa di una società che - in partnership con la Regione - si occupa di fondi finanziari. "Non ci vedo nulla di strano, è giusto che in uno staff ci siano uomini di fiducia", garantisce l'assessore. E allora, per lui, nulla di strano che in quest'altra grande famiglia che si è ricomposta al Bilancio ci siano anche due uomini del sottosegretario alla Presidenza Micciché. Il primo è suo cognato Pietro Merra, il secondo il suo ex autista Ernesto Devola. La ragnatela delle parentele si spande dappertutto. Il figlio del sindaco Diego Cammarata - Piero - è dipendente a contratto della spa regionale e-Innovazione, il fratello dell'ex governatore Totò Cuffaro è vicedirettore dell'Agenzia dell'impiego, Francesco Judica che è il cognato del governatore Lombardo è manager all'Asl di Enna, l'assessore ai Beni Culturali Antonello Antinoro ha nel suo ufficio di gabinetto anche Antonella Chiaramonte (sorella del cognato), mentre l'assessore regionale ai Lavori Pubblici Luigi Gentile ha nominato suo cognato Carmelo Cantone segretario particolare. Un elenco infinito. Che continua con i parenti del ministro di Grazia e Giustizia. Angelino Alfano non ha soltanto la cugina Viviana Buscaglia nello staff dell'assessore all'Agricoltura, ma ha anche il cugino Giuseppe Sciumé vicedirettore generale all'Azienda Trasporti. Tutti sbandierano lunghi curriculum, ma chi lo toglie dalla testa a migliaia di disoccupati siciliani che siano miracolati per meriti di parentela? Come scrivevamo all'inizio di questo articolo l'emblema dello sconcio familistico alla Regione siciliana tocca però all'assessore alla Famiglia, quello che nella passata legislatura ha toccato un altro record: il numero delle missioni all'estero. Risultavano otto, nel settembre del 2007: 4 a Bruxelles, 2 in Spagna, 1 a Washington, 1 a Parigi. Nel governo Francesco Scoma è dal 2004, in politica da sempre. Suo padre Carmelo è stato sindaco di Palermo dal gennaio del 1976 all'ottobre del 1978, erano gli anni del dominio finale di Vito Ciancimino e anche lui - Scoma padre - fu coinvolto negli affari sui "grandi appalti" della città, quindici anni di spadroneggiamento sempre delle stesse imprese. Da assessore, Scoma figlio è diventato famoso per la sua spasmodica voglia di candidarsi ovunque. Alla vigilia delle ultime elezioni regionali era praticamente in corsa dappertutto. Alla Presidenza della Provincia (dove aveva promesso ad almeno una trentina di amici il posto di assessore), al parlamento, alla Presidenza dell'Assemblea. Quando è divampato nelle scorse settimane lo scandalo di Parentopoli, intervistato da "Viva Voce" di Radio 24 è caduto dalle nuvole: "Allora vogliamo dire che essere familiari di politici sia un reato?". L'altro giorno Scoma, che è anche assessore agli Enti Locali, ha preparato un disegno di legge contro i privilegi nei comuni. Tagli, gettoni di presenza al posto degli stipendi, stop al cumulo per sindaci e presidenti di Provincia con il doppio incarico di deputato. Insomma, un bel repulisti. Poi, all'articolo 15 del suo provvedimento, una piccola smagliatura: le ispezioni nei Comuni dalle gestioni allegre, d'ora in poi, potranno essere fatte anche da professionisti esterni alla Regione. E a spese degli enti controllati. Sarà naturalmente Scoma, in persona, a scegliere gli ispettori. Qualcuno sospetta che l'assessore alla Famiglia abbia qualche altro cugino.

 

Manifesto – 9.10.08

 

La disfatta del mercato - Marco d'Eramo

Sbilanciamoci: dopo il dibattito dell'altra notte, John McCain perderà queste elezioni e Barack Obama sarà il primo presidente afro-americano degli Stati uniti (sempre che Dick Cheney non ci riservi un bell'attacco all'Iran o che Osama Bin Laden non ci regali un bell'attentato preelettorale). Ma questa buona notizia è bilanciata da una pessima, e cioè che anche Obama sembra del tutto sconnesso dal mondo reale. Sia lui che John McCain hanno ripetuto, invariate, le loro proposte economiche, come se nulla fosse successo da tre mesi a questa parte. Hanno ammesso che la situazione è seria, ma poi hanno rifritto la stessa solfa, facendo a gara a chi taglia più tasse, come se nel frattempo la situazione non fosse precipitata. Altro che New Deal! sono apparsi del tutto inadeguati all'immanità del compito che li attende. Come se non si rendessero conto della minaccia che incombe sul mondo. Perché, se invece se ne rendono conto, allora non hanno idea di come farvi fronte, prigionieri come sono ambedue dell'ortodossia liberista, per cui l'unico strumento di politica economica a disposizione dello stato è quello di diminuire le tasse e aumentare l'offerta di moneta, o stampandola o allentando il credito. A loro attenuante, va detto che tutta la classe politica occidentale - ministri dell'economia e banche centrali - è prigioniera della stessa bigotteria monetarista. L'unica definizione possibile dell'integralismo è questa: se una filosofia, ideologia, dottrina economica fallisce miseramente, fondamentalista è colui che attribuisce questo fallimento non alla filosofia, alla dottrina, all'ideologia, ma al fatto che essa è stata applicata male o solo parzialmente. Visto che il libero mercato ha fallito, il fondamentalista dice: c'era troppo stato, bisogna ridurlo ancora (tagliare le tasse rende lo stato più debole). È questo fondamentalismo di mercato che oggi vediamo in azione. Le banche centrali stanno facendo tutto, e solo quello, che la dottrina liberista consente loro. E più le loro azioni falliscono, più si rinsaldano nelle loro convinzioni. Un po' di storia: gli anni '70 segnarono la fine di un'epoca, quella del keynesismo e della sua versione politica, la socialdemocrazia in Europa e il New Deal in America. Il keynesismo fu scalzato perché le sue ricette si rivelarono incapaci di guarire la stagflazione (allora fu inventato questo termine) provocata dalla rottura degli accordi di Bretton Woods e dalla conseguente crisi petrolifera. Nell'olimpo delle dottrine economiche, John Maynard Keynes fu spodestato e Milton Fridman assurse a profeta dei nuovi missionari, i Chicago Boys, che diffusero il suo verbo in tutto il mondo, a cominciare dal Cile del generale Pinochet. E a Washington prese il potere la cinghia di trasmissione politica del liberismo, cioè quel Ronald Reagan che fece della deregulation il vangelo dell'occidente. La crisi attuale è l'equivalente, simmetrico e inverso degli anni '70: è la fine di un paradigma (nel senso in cui Thomas Kuhn ne parlò nel suo libro sulle rivoluzioni scientifiche). La bufera del 2007-2008 rappresenta per il liberismo quel che i '70 furono per il keynesismo: una disfatta totale. Verifichiamo oggi la totale inefficacia delle misure monetarie per invertire il corso dell'economia reale. Se pure salviamo le banche e tuteliamo i mutui, nulla cambierà l'incontrovertibile realtà, e cioè che se non cresce il potere d'acquisto della maggioranza, l'economia non può ripartire. Ma da 20 anni il liberismo ci ha promesso che tutti avremmo potuto prosperare con salari più bassi, pensioni più striminzite, lavori più precari, licenziamenti più facili. Ora a questi stessi disoccupati, o occupati part-time, o Cococo, si chiede di far ripartire l'economia, cioè di consumare di più, comprare di più. Ma con che soldi? Per sette anni l'amministrazione Bush ci ha fornito una sola risposta: coi «buffi», facendo debiti, con carte di credito regalate come noccioline, con case comprate a ufo e ipotecate per ottenere liquidi con cui andare in vacanza. Ricordate l'infame esortazione di Bush agli americani dopo l'11 settembre: «Go shopping»? E certo che con stipendi bassi, saltuari e precari, l'unico modo per spendere è indebitarsi. Ora il rubinetto del credito si è chiuso. L'unico modo per far ripartire l'economia sarebbe creare lavori reali con stipendi reali, cioè varare in tutto il mondo grandi programmi di lavori pubblici, come fece non solo il New Deal di Roosevelt (la Tennessee Valley Authority), ma anche la Germania nazista di Schacht (il sistema autostradale tedesco), l'Italia fascista di Mussolini (le paludi pontine) e perfino l'America post bellica di Ike Eisenhower con la gigantesca rete autostradale statunitense. Invece i nostri leader continuano a pensare che basti salvare le banche, le borse, gli azionisti perché tutto si aggiusti. Sarà impietoso, ma è il caso di ricordare il giudizio data sull'economia monetarista da un uomo che certo non può essere sospettato di simpatie progressiste (all'epoca era capo della Cia) , l'ex presidente George Bush, padre dell'attuale presidente, che definì la supply side economy «economia vudu». E infatti sembra che ai nostri banchieri e ministri non resti altro da fare che una bella danza propiziatoria o un bel pellegrinaggio a Lourdes, come Benedetto XVI non fa che ripetere.

 

Le inutili mosse – Galapagos

La ricchezza accumulata dai depositanti nelle banche - frutto di comportamenti da formichine di moltissimi italiani insicuri del futuro e più spesso di evasione fiscale - ieri sera è stata messa in salvo dal governo. Ma alla ricchezza futura, al lavoro che mancherà, ai redditi destinati a cadere sotto le spallate della crisi economica, chi ci pensa? Questo governo no: come ci ha detto Epifani, Berlusconi sicuramente è bravo a gestire fasi di espansione del ciclo, ma appare organicamente inadeguato a gestire le crisi. Quel che è peggio, è chiuso in se stesso, rifiutando qualsiasi suggerimento proveniente dall'opposizione (ne ha pochi, purtroppo) e dalle forze sociali; esclusa ovviamente la Confindustria, con la quale, almeno finora, c'è pieno accordo. Come nel 2001. Salvo, cinque anni dopo, tifare per il centro sinistra, vista l'incapacità del Cavaliere e dei suoi di risolvere i problemi, esclusi quelli personali. Quello deciso ieri sera dal governo è un provvedimento banalmente necessario: la crisi morde, la finanza è scatenata e le banche sono sotto tiro. Non solo quelle Usa più disinvolte e coinvolte nello scandalo dei mutui subprime. Insomma, è tutto il sistema creditizio a soffrire. Anche quello italiano, estremamente prudente (ne sa qualcosa chi ha provato a chiedere un prestito), che però negli ultimi tempi, per non essere mangiato dalla concorrenza estera, è stato costretto al gigantismo, all'internazionalizzazione, a espandersi all'estero a qualsiasi costo. Fra i costi c'è stato anche quello dell'indebitamento, di acquisizioni fatte non con soldi propri, ma con capitali a prestito. Certo, un mondo senza banche per molti sarebbe un mondo migliore, ma le banche sono una realtà, anche se negli ultimi anni hanno operato più con la logica dei bilanci sempre più grandi che per la difesa del «sistema Italia». Ora c'era il rischio della corsa ai depositi, a ritirare i soldi perché non c'è più fiducia nel sistema creditizio. E quando una banca deve restituire soldi in quantità sono guai seri: rischia di fallire e trascinare nel fallimento le industrie cui ha prestato denaro. Che lo stato si faccia garante dei depositi è ragionevole. L'attuale fondo di garanzia, infatti, è privato, creato dalle stesse banche sulla base di una direttiva Ue. Ma oggi, se una grande banca fallisse, c'è il rischio di fallimento generalizzato. Di qui la mossa - molto pubblicitaria - del governo che ieri sera ha comunicato ai risparmiatori che i loro depositi non hanno nulla da temere: garantisce lo stato. Mossa abbastanza facile e non compromettente. Tutt'altra cosa con quello che hanno deciso in Gran Bretagna: sono state ricapitalizzate 8 grandi banche. Ma lo stato di queste banche è diventato azionista e vuole contare nella gestione del credito. In Italia, invece, nulla di tutto questo. E soprattutto nulla per quanto riguarda l'economia reale. Eppure la crisi non è di questi giorni. Per mesi (dall'agosto del 2007, quando è esplosa la crisi dei mutui subprime) è stata una corsa a minimizzare. A livello internazionale (ma criticare il Fondo monetario è ormai come sparare sulla Croce rossa) e a livello europeo, con la Bce attenta solo a bloccare le retribuzioni, più che i prezzi. E meno che mai la crisi sembra preoccupare il governo Berlusconi che - è una attenuante - si è insediato al potere quando la crisi finanziaria era già esplosa, ma ha seguitato a far finta di niente. Salvo che Tremonti non confessi - molto improbabile - che non aveva capito nulla di quello che stava succedendo. Ieri con un colpo di teatro, Fed, Bce e altre banche centrali, compresa la cinese, hanno abbassato il costo del denaro. Ma le borse europee non hanno dato segnali positivi. Segno che giudicano la crisi dell'economia reale estremamente seria. Ma della gente travolta dal crollo dei redditi, dalla perdita della casa e potere d'acquisto e soprattutto del lavoro, non si sta interessando nessuno. Probabilmente la difesa del solo risparmio - nel giudizio di Berlusconi - porta più consensi elettorali.

 

Epifani: le nostre proposte anti crisi - Sara Farolfi e Galapagos

«Questa crisi conferma che il nuovo modello contrattuale proposto dalla Confindustria è surreale». Ma è l'unico accenno che Guglielmo Epifani fa sullo stato delle relazioni contrattuali, visto che nell'intervista abbiamo parlato dello stato dell'economia, della crisi che avanza e le soluzioni di politica economica che sta elaborando la Cgil per tamponare la caduta dei redditi e i rischi per l'occupazione e la crescita. Epifani è preoccupato, ma cerca di essere ottimista. «Questa crisi è anche un «grande occasione»: ha messo in risalto i limiti e l'assurdità della «produzione di moneta a mezzo di denaro» e al tempo stesso può contribuire a rilanciare con forza l'idea che al centro dell'economia deve essere l'uomo, cioè il lavoro. Il manifesto cerca di leggere questa crisi finanziaria soprattutto per i riflessi che avrà sull'economia reale. Che crediamo saranno ancora più pesanti se la crisi finanziaria si approfondirà. Su questa crisi ho interrogativi e certezze. Non so dire quanto durerà, anche se credo non sarà breve. Credo che il sistema bancario italiano sia abbastanza solido. Per la sua non modernità, direbbe qualcuno. In Italia alcuni commentatori hanno spesso lamentato l'assenza delle banche d'investimento, il quasi monopolio di Mediobanca. Ora - che il cuore della crisi è nelle banche d'affari - molti si dovranno ricredere. Di più: non credo che la crisi in Italia avrà effetti diretti sull'occupazione del sistema creditizio che occupa 300 mila persone, contro il milione della Gran Bretagna. La certezza che ho, invece, é che la crisi finanziaria si trasmetterà all'economia reale. Attraverso la rarefazione del credito? Non solo. Il problema è più generale. Siamo di fronte a una caduta globale della domanda. Questo significa che sarà sempre più difficile esportare negli Usa, in Giappone, ma anche in Germania, primo partner commerciale dell'Italia, verso la quale indirizziamo grandi quantità di prodotti finiti, ma soprattutto semi lavorati. La crisi della domanda ha molteplici motivi: l'inflazione degli ultimi mesi che ha eroso il potere d'acquisto, ma anche le perdite di reddito e patrimoniale conseguenti la crisi finanziaria. Senza dimenticare che un ulteriore colpo al potere d'acquisto è arrivato dall'Euribor che sta provocando fortissimi aumenti della rate dei mutui, per pagare le quali milioni di famiglie sono costrette a ridurre tutti gli altri consumi. Ma le difficoltà finanziarie delle imprese per le quali ha chiesto aiuto anche la Marcegaglia? Prima di parlare delle difficoltà finanziarie, proseguirei su quelle industriali. La caduta della domanda comporta minore produzione, caduta della produttività, esuberi che nelle imprese maggiori hanno un parziale paracadute nella Cig. Ma che nelle piccole e medie imprese significano allontanamento immediato dei precari e un blocco delle assunzioni. Per questa via si verifica un'ulteriore caduta del potere d'acquisto. E i dati in possesso della Cgil indicano che la crisi è concentrata soprattutto nel Nord. In queste condizioni di ampia capacità produttiva inutilizzata, è facile prevedere una caduta degli investimenti. Cioè una nuova caduta della domanda globale. Di più: ritengo che la finanziaria si muova su un terreno pro ciclico: con i tagli di spesa varati la situazione è destinata a peggiorare. Anche sul piano sociale. Al manifesto risulta che le banche stanno mettendoci un «carico da 11», richiedendo rientri delle esposizioni, garanzie enormi sul credito e tassi di interesse non certo amichevoli. Sono mesi che il sistema bancario è diventato più «arcigno»: le forti concentrazioni bancarie hanno provocato la «necessità» di «abbellire» i bilanci, di qui la maggiore severità da parte di istituti privati più attenti alla loro immagine che agli interessi generali. Quindi, sei favorevole alla creazione di un fondo per il sostegno delle piccole e medie imprese. Sì: è una delle proposte che farà ufficialmente la Cgil, come una delle misure anti-crisi che ci apprestiamo a suggerire. Possiamo saperne di più? Prima una premessa: è necessario che il governo non si chiuda, ma si apra al confronto con le forze sociali e con il parlamento. Berlusconi è fantasioso, comunicativo, ottimista. In una fase espansiva sarebbe una persona adatta a gestire l'economia, ma non lo è in una fase recessiva. Ma veniamo ai «suggerimenti», partendo dal presupposto che la Ue martedì ha autorizzato a superare i parametri di Maastricht. Delle Pmi ho già detto, ma è necessaria anche una difesa mirata del reddito fisso e un incremento dei consumi sociali. Aumenti di retribuzioni e pensioni? Non solo: il potere d'acquisto di può difendere in vari modi. Per esempio controllando attentamente prezzi e tariffe. E non scaricando sulle famiglie il costo dei consumi sociali che è necessario aumentare. E sul fronte dell'intervento pubblico diretto che anche la Marcegaglia ha detto di accettare? Lo stato è diventato sempre più sottile. Non siamo più negli anni '60. Tuttavia qualche idea la Cgil l'ha maturata. Certamente non si può avere l'idea di uno stato che ti salva dai guai e poi se ne va, come dice Marcegaglia: se lo stato serve deve servire a trecentosessanta gradi. Penso a uno strumento pubblico che gestisca pacchetti di investimento. E' necessario lanciare un piano di intevento di riqualificazione urbana e di recupero dei centri storici. In questo modo si rilancia l'edilizia in crisi senza aggiungere nuovo cemento e si sostiene l'occupazione. E penso anche al potenziamento del piano case per i giovani. Altro settore prioritario è quello delle energie rinnovabili. L'ambiente è una straordinaria occasione di sviluppo, e anche in questo caso il lavoro ne trarrebbe beneficio. Chi ha idee occorre che le proponga, ma temo che se non ci sarà dialogo da questa crisi si potrebbe uscire con soluzioni autoritarie nelle quali potrebbe intensificarsi l'intolleranza verso i diversi, gli immigrati. Questo governo un'idea ce l'ha e anche una risposta all'incertezza: «dio, patria e famiglia», dice Tremonti. Il centrosinistra sembra invece brancolare nel buio. Ritengo importante l'affermazione di una politica del fare, restituire forza e solidità alla rete sociale - che è un valore progressista - ripartendo dal basso e dai territori. Poi non si può pensare di usare la globalizzazione per rinchiudersi, ma per ri-regolare. Come pensi si uscirà da questa crisi? Dopo la crisi del '29 ci furono due soluzioni: la spinta riformista negli Stati uniti e quella autoritaria estrema in molti paesi europei. Nel secondo dopoguerra in Europa ha prevalso il modello dell'intervento pubblico, un welfare esteso. E in quegli anni è stata realizzata la «piena occupazione». Poi progressivamente dagli anni '60 ha prevalso (meno in Europa) il liberismo sfrenato e il mercato che ha occupato ogni spazio. Di più: si è sviluppata la finanza più sfrenata che ha portato a crisi clamorose come quella delle dot.com e ai crack di Enron. Questa sarà una grande crisi di trasformazione - e questo al centro sinistra ancora non é chiaro - e spero che alla fine sia l'uomo e il lavoro al tornare al centro dell'economia e della politica economica.

 

In piazza ma anche no - Daniela Preziosi

ROMA - La frase precisa è: «Non capisco tanta preoccupazione per una manifestazione democratica. La democrazia è fatta anche di momenti di incontro con il proprio popolo. Certo se la situazione della crisi finanziaria precipitasse ulteriormente e ci si trovasse in una autentica emergenza...». Walter Veltroni ha risposto così ieri a chi gli chiedeva se in campo c'è qualche possibilità di sconvocare la manifestazione del 25 ottobre. Cosa chiesta formalmente da Marco Follini,che ieri dalla colonne del Corriere della Sera svolgeva un ragionamento di questo tenore: «Con tutto quello che succede in borsa, con i risparmiatori che tremano, con un modello economico da reinventare, mi chiedo se la piazza sia la risposta più giusta». La domanda a Veltroni era obbligatoria, visto che ieri il leader ha convocato una 'riunione straordinaria' del governo ombra sulla crisi dei mercati internazionali e a ruota una conferenza stampa per rilanciare - nonostante il «me ne frego» berlusconiano - la disponibilità del suo partito di partecipare a una fase di responsabilità nazionale di fronte a «una crisi veramente drammatica che si sta trasformando da crisi finanziaria a economica e sociale», con prospettive di «vera recessione». Veltroni e Pierluigi Bersani lanciano cinque proposte per salvare l'Italia (sostegno a salari, stipendi e pensioni; protezione delle micro, piccole e medie imprese; garanzie per i risparmiatori; misure antispeculazione; coinvolgimento del parlamento sulle scelte che del governo) e l'immediata apertura di un'unità di crisi, un tavolo fra governo e parti sociali. Ma il governo non ci sente, lamenta Veltroni: «Nessun contatto». Il governo questa volta non è sordo, mentre il segretario pronuncia queste parole squilla il telefono di Bersani: è Tremonti. Il ragionamento veltronian-bersaniano è molto vicino all'allarme lanciato da Follini. Che era stato anticipato il giorno prima da Francesco Rutelli (che però non si era spinto a chiedere di annullare la manifestazione), e si accompagna alle preoccupazioni di Enrico Letta: «È il momento della responsabilità nazionale. Bando alle polemiche». Ergo qualcuno pensa di sconvocare la piazza? No, è la risposta di Veltroni. A meno che la situazione non precipiti. Il guaio è che tutto il ragionamento precedente - l'offerta di una mano al governo, che in linguaggio dalemian-bersanesco si traduce in una task force governo-opposizione - tende a dimostrare che la crisi «finanziaria e sociale» sta per precipitare sull'Italia. Veltroni specifica: «Abbiamo tutti la testa sulle spalle, ma questo non vuol dire pensare che sia l'occasione per rinunciare a una grande manifestazione democratica, positiva che è anche l'identità di una grande forza di innovazione». Se non è un contrordine, almeno si può dire che a meno di venti giorni dall'ora X che il Pd prepara da tempo, c'è una possibilità che l'ora X venga rimandata a data da destinarsi ( se la crisi finanziaria si abbatterà sull'Italia non sarà un evento destinato a risolversi in qualche ora)? No, no, giurano al Nazareno. Il segretario ha solo voluto rafforzare l'idea che il Pd è una forza responsabile. E che se la situazione dovesse precipitare, diventerebbe prioritario trovare una soluzione piuttosto che attaccare il governo. Quindi quella di non andare in piazza il 25 è solo una possibilità teorica. Resta che un'affermazione del genere non ha fatto tanto piacere alla macchina organizzativa democratica che sta lavorando pancia sotto alla riuscita dell'evento. Incontrando qualche difficoltà, fra l'altro. La fase è quella che è, spiegano. la gente ha paura e pensa ad altro. Ma i territori lavorano: sono 24 i treni speciali prenotati, dalla Lombardia ne arriveranno 7, la Toscana ha già riempito 250 pullman, l'Emilia e il Piemonte vanno forte. Ma sono gli insediamenti tradizionalmente ex ds. Altrove un segnale di disimpegno potrebbe essere fatale. Ma questo segnale non c'è, la difesa di Veltroni da parte degli uomini-macchina della piazza è fin troppo convinta. «Nessuna retromarcia, si va avanti. Sarebbe un assoluto non senso fermare la macchina ora. Veltroni ha solo detto un'ovvietà: la crisi è di una gravità inaudita», dice l'ex Cgil Achille Passoni, uno di quelli che stanno macinando di più in vista del 25. «Sarebbe un'idea balzana», ironizza Paolo Ferrero. «Ferrero sbaglia di grosso», replica Goffredo Bettini. «Il Pd ha promosso una grande manifestazione di popolo, democratica e di proposta, che proprio nella crisi dell'Italia e nello spaesamento rappresenta un punto di riferimento ed anche una grande rassicurazione. Dunque la manifestazione si farà perché necessaria». La risposta è al segretario del Prc. Ma forse perché qualcun altro intenda.

 

Appello 11 Ottobre. Un’altra politica per la ricerca - ***

Nella società del capitalismo cognitivo e della globalizzazione, la domanda di sapere esteso e condiviso è un nodo decisivo del conflitto sociale, perché sempre più fondativa di ogni richiesta non astratta di uguaglianza. Occorre, dunque un sistema pubblico di ricerca che esalti questa domanda anziché mortificarla. Studenti, docenti, ricercatori degli Enti pubblici, lavoratori della conoscenza sono soggetti portatori di questa fondamentale esigenza. Perciò, l'auspicata capacità di autogoverno democratico delle Università e degli Enti pubblici di ricerca può crescere e produrre effetti positivi per l'intera società, se si assume come pregiudiziale la lotta alla precarietà del lavoro intellettuale e alla parcellizzazione del sapere. Va perciò superata una visione del sistema dell'università e della ricerca fondata sulla crescente precarizzazione del lavoro e della formazione, che rende sempre più difficile il reclutamento dei giovani ricercatori, accompagnata da una frammentazione eccessiva del sistema didattico secondo la logica astratta di una (presunta) professionalizzazione precoce e affrettata. La proliferazione indiscriminata dei corsi di studio e degli insegnamenti (in parte corretta dal d.m. 270 22 ottobre 2004), e soprattutto delle sedi e dei poli, rischia di compromettere lo sviluppo di una ricerca e di una didattica di qualità. La riduzione di investimenti per la ricerca ha ulteriormente aggravato la situazione. Il governo Berlusconi-Tremonti-Gelmini, al contrario, propone il suo progetto di dismissione dell'Università e della Ricerca pubblica con la legge 133 del 6 agosto 2008 che - attraverso la riduzione degli investimenti, il forte rallentamento del turn over, la possibilità per gli Atenei pubblici di trasformarsi in fondazioni private - prefigura un ulteriore blocco delle carriere e l'impossibilità di accesso per dottori di ricerca e assegnisti di ricerca, con il conseguente, ulteriore invecchiamento della classe docente. Le evidenti conseguenze saranno la riduzione del numero dei docenti, la fuga di massa dei nostri migliori cervelli all'estero, la costruzione di poche università elitarie e l'inevitabile aumento delle tasse d'iscrizione. Da ultimo, assistiamo in questi giorni alla mancata stabilizzazione dei lavoratori degli enti di ricerca, con un danno gravissimo anche di progetti da tempo avviati.\ Perciò vi invitiamo a essere presenti in piazza l'11 ottobre, per costruire insieme un'altra politica per la ricerca, un'altra Italia.

*** Cristina Accornero, univ. Torino; Mario Alcaro, univ. Calabria; Giorgio Baratta, univ. Urbino; Roberto Biorcio, univ. Milano-Bicocca; Davide Bubbico, univ. Salerno; Alberto Burgio, univ. Bologna; Giuseppe Cacciatore, univ. Napoli; Sandro Carocci, univ. Roma Tor vergata; Giovanni Carletti, editor; Marcello Cini, univ. La sapienza Roma; Fabio Denardis, univ. Salento; Angelo d'Orsi, univ. Torino; Dario Evola, Accad. belle Arti Roma; Paolo Fanti, univ. Basilicata; Eleonora Forenza, univ. di Bari; Dino Greco; Alexander Hobel, precario della ricerca; Massimo Ilardi, univ. Roma La sapienza; Domenico Jervolino, univ. L'Orientale Napoli; Guido Liguori, univ. Calabria; Igor Mineo, univ. Palermo; Carlo Montaleone, univ. statale Milano; Isidoro Mortellaro, univ. Bari; Giuseppe Panella, Scuola normale Pisa; Santo Peli, univ. Padova; Stefano Petrucciani, univ. di Roma La Sapienza; Francesco Pota, giornalista precario; Giuseppe Prestipino, univ. Siena; Massimo Sestili, insegnante; Pasquale Voza, univ. Bari; e altri

 

Barbarie universale - Guido Viale

A cavallo tra gli anni '50 e '60 del secolo scorso, in Francia, il pensiero radicale di sinistra aveva dato vita a una rivista dal titolo profetico Socialisme ou barbarie. Mai analisi storica è stata più pregnante: il socialismo non si è realizzato - e forse non avrebbe potuto realizzarsi mai - ed è sopravvenuta la barbarie. Quella in cui tutti noi, insieme all'intero pianeta, siamo ormai immersi. Come La lettera rubata di Poe, la barbarie è lì davanti ai nostri occhi; ma proprio per questo non la vediamo; e quando qualcosa colpisce la nostra attenzione, come i conflitti di interesse del presidente del Consiglio, la pornografia eletta a sistema di selezione della classe di governo, la truffa mondiale della Parmalat, l'invasione dell'immondizia, le tifoserie scatenate o il razzismo della Lega, tendiamo ad attribuirla a una specificità nostrana, come se il resto del pianeta fosse immune da cose simili o anche peggiori. Invece, fatte le debite proporzioni, i conflitti di interesse che hanno portato in Iraq e in Afghanistan Bush e i suoi accoliti fanno impallidire quelli di Berlusconi (con l'aggravante che negli Stati uniti non c'è nemmeno una magistratura che, nel bene o nel male, li abbia messi sotto accusa); l'improvvisa ascesa di alcune soubrette al governo del nostro paese non sono che una versione sporcacciona dell'ascesa che potrebbe portare un «pitbull con il rossetto» a rovesciare un pronostico elettorale dato ormai per scontato; le truffe perpetrate dal sistema finanziario degli Stati uniti giganteggiano di fronte a quelle di Parmalat, Cirio, Banca di Lodi o Alitalia; la spettacolarizzazione che trasforma in successi gaffe e flop interni e internazionali di Berlusconi fanno scuola nel mondo. Infine violenza da stadio e intolleranza antislamica («vadano a pregare e pisciare nel deserto» per riprendere l'invito dell'ex-sindaco di Treviso) avevano già trovato una felice sintesi nella trasformazione di una tifoseria nelle milizie che hanno poi massacrato migliaia di cittadini islamici nella Bosnia di Arkan, Karadzic e Mladic. Certamente in Italia alcuni di questi fenomeni presentano caratteri estremi e anticipatori; ma molti altri, ascrivibili alla medesima «temperie», cioè alla barbarie, registrano altrettanto considerevoli ritardi. Il fatto è che con la globalizzazione «la Storia» ha ormai preso a procedere in ordine sparso. L'alibi italiano. L'antiberlusconismo, visto sotto questa luce, è stato e resta un alibi per evitare di fare i conti con la realtà: continuiamo ad accreditare a uno degli uomini più ridicoli della terra le doti di demiurgo che lui si attribuisce: quasi fosse lui, insieme alla sua corte di azzeccagarbugli, «veline» e trafficanti, e non viceversa, ad aver forgiato il carattere di quella maggioranza che regolarmente lo vota, rivota e osanna; nonostante tutti i fiaschi a cui è andato incontro e di cui ha già fornito ampie prove. E' lui, invece, a essere lo specchio e il punto di convergenza non solo delle aspirazioni, ma anche e soprattutto del modo di ragionare, di una moltitudine che va ben al di là del recinto dei suoi fan, o degli elettori del centrodestra; per abbracciare anche la parte preponderante di quel che sta alla sua sinistra e, soprattutto, del ceto politico da cui essa dovrebbe essere rappresentata. Basta uscire dalla pista del circo a cui i media inchiodano giorno dopo giorno il discorso politico (le diatribe tra maggioranza e «opposizione») per imbattersi in una sostanziale identità di vedute: se non generale, sufficientemente diffusa da rendere impraticabile l'enucleazione di una qualsiasi alternativa. Si guardi, per esempio, al modo in cui l'universo mondo politico ha acclamato Berlusconi per aver «risolto» il problema dei rifiuti in Campania: in sostanza, facendo suoi i pochi risultati raggiunti dal governo precedente (lo sgombero delle strade) e prescrivendo di ricoprire di discariche l'intera regione, come se la Campania non ne avesse già ospitate abbastanza: di lecite e non; portando peraltro al governo del paese e del suo partito uomini oggi indicati come i referenti diretti della camorra casalese, regina incontrastata della gestione criminale dei rifiuti; il tutto in attesa dei mitici inceneritori, pagati «mettendo le mani nelle tasche» degli italiani con la bolletta elettrica e su alcuni dei quali la camorra ha già messo le mani prima ancora che vengano costruiti. E che comunque, come è successo a quello di Acerra sotto il suo precedente governo, arriveranno tra molti anni, o forse mai. Questa incontestabile aura di successo, che non solo sfida, ma persino si alimenta dei continui fiaschi totalizzati dai suoi governi - l'attuale e i precedenti - sembra aver trovato una spiegazione, proposta e accolta da due editorialisti di Repubblica, in una sorta di format in cui Berlusconi, anche grazie al controllo dei media, è riuscito a imbrigliare il discorso politico: le cose presentate come positive sono merito suo; i suoi fallimenti sono colpa dell'opposizione o del precedente governo (cioè dei «comunisti»). Ma questa, come molte altre spiegazioni simili, elude il problema centrale, che è quello della barbarie: un problema che è sociale e culturale assai più che politico. La grande resa pubblica. E' indubbio che i media, e soprattutto le sue cinque televisioni, che Prodi non aveva nemmeno cercato di scalfire, hanno e hanno avuto un peso fondamentale nel forgiare, ormai da un quarto di secolo, il carattere degli italiani. Berlusconi ha insediato al potere una nomenclatura e imposto un controllo dell'informazione da fare invidia al defunto potere sovietico. Vista sotto questa luce, la riforma dell'istruzione è stata realizzata da tempo, ben prima di quella, mai avviata, dell'ex ministro Moratti (Inglese, informatica e impresa: nessuno ne parla più) o di quella dal ministro Gelmini (grembiulini, cinque in condotta e 50 allievi per classe). Oggi la cultura degli italiani è quella prodotta dalla Tv: che i giornali del giorno dopo non fanno che ricalcare, e la scuola a subire, facendo come se la televisione non esistesse. Perché nessun preside, nessun insegnante, nessuna sperimentazione ha gli strumenti per confrontarsi con essa. E il ministero dell'istruzione non sarà mai tale fino a quando non avrà accordato ai programmi scolastici - rivisti - l'intero palinsesto, per lo meno della televisione pubblica. Forse la barbarie sta proprio qui: nella resa della scuola, ma anche della politica e del mondo della cultura, di fronte a questa trasmissione unidirezionale di contenuti (o di non contenuti) culturali, perché sono venuti meno strumenti e condizioni per costruire, prima ancora che per trasmettere, una visione del mondo diversa, che si sottragga alla barbarie del presente: anche solo qualche brandello di una o più concezioni alternative al «pensiero unico» di cui è ormai impregnata la nostra vita quotidiana. Come uscirne? Nessuno lo sa e se qualcuno crede di saperlo probabilmente è già fuori strada. Molti si aspettano la salvezza da dio. Se a suggerire che «ormai solo un dio può salvarci» era stato il più ateo dei filosofi del secolo scorso, milioni di suoi inconsapevoli seguaci corrono oggi a frotte a ripararsi sotto lo scudo della religione: di una delle tante religioni, non più percepite come veicoli di un rapporto con il trascendente, quanto come legittimazione identitaria della propria collocazione all'interno della barbarie generale. La vicenda degli «atei devoti» è, da questo punto di vista, estremamente esemplare. Quella dei «kamikaze» islamici, all'estremo opposto, anche. Il fatto è che in un mondo di macerie, come quello prodotto dalle devastazioni della barbarie imperante, le condizioni per costruire una nuova dimora, cioè una diversa vivibilità, o una vivibilità tout court, debbono essere realizzate a partire dalle fondamenta, con i materiali che quelle macerie ci mettono a disposizione, e nei luoghi in cui già siamo o ci ritroviamo gettati. Ma che cosa può essere mai questa nuova dimora? Può essere la rete di relazioni in cui ciascuno di noi è inserito, adattata e trasformata per farne uno strumento di verifica, di trasmissione, e poi di controllo delle proprie condizioni di esistenza; in forme e modalità condivise. Troppo astratto? Certamente sì. Ma se ne possono ricavarne alcune regole per orientarsi nel mare della barbarie contemporanea. «Piccole» vie d'uscita. Verifica, che vuol dire innanzitutto trasparenza. Ovunque il segreto, che sia politico, militare, industriale o amministrativo, è il nemico principale della verità; più di quanto lo sia la menzogna. Il solo limite legittimo che può - ma non necessariamente deve - incontrare è dato dalla riservatezza sulla propria vita personale. Trasmissione, per dotarsi di mezzi propri con cui metterci in comunicazione con gli altri. La tecnologia della rete ha creato l'illusione che questi mezzi siano già a disposizione di tutti, o quasi. Ma non è così: c'è una dimensione della vita associata che non passa e non passerà mai attraverso la «Rete». E' la dimensione del contatto fisico, della verifica dello sguardo, del rapporto con ciò che resta della natura, dell'organizzazione materiale dei nostri spostamenti e dei nostri incontri, della necessità di non sottrarsi alle difficoltà, alla fatica, all'imbarazzo, al lutto, al dolore che il mondo reale impone e continuamente ripropone e che il mondo virtuale permette invece di eludere con la semplice pressione di un tasto: ciò che continua a distinguere irrevocabilmente, a dispetto di tante teorizzazioni, questi due universi. Prima di crollare - per poi ricostituirsi sotto l'egida di una versione particolarmente autoritaria del pensiero unico - l'universo sovietico era stato minato dall'interno dal samizdat: una rete di elaborazione e di trasmissione dell'informazione e del pensiero indipendente, veicolati attraverso contatti personali e testi dattiloscritti progressivamente estesa a tutti gli angoli e a tutti gli ambiti dell'impero. Oggi, di fronte alla «temperie culturale» imposta dalla barbarie imperante, a tutti noi si ripropone la stessa sfida, anche se gli strumenti di questa trasmissione non saranno più la macchina da scrivere e la carta copiativa, ma il web o la fotocopiatrice. Controllo, che vuol dire condivisione. Dall'alto si controlla per linee gerarchiche; dal basso solo trovando un punto di incontro tra soggetti, interessi, visioni e condizioni di partenza differenti. Per questo la trasparenza è così importante: su questioni di comune interesse si possono anche fare patti con il diavolo; a condizione di sapere chi è; e che tutti sappiano quali patti e tra chi sono intercorsi. Più si amplia la gamma delle differenze che concorrono al perseguimento di uno stesso obiettivo, più diventa difficile per chiunque se ne mantenga estraneo sottrarsi a una verifica pubblica delle proprie scelte. E' questa la molla che alimenta la voglia di partecipazione: di costruire e far vivere sedi di consultazione e confronto tra le parti in causa - i cosiddetti stakeholder - quali ambiti di elaborazione e trasmissione di una cultura autonoma. Certo, prima che un processo del genere arrivi a influenzare i centri di comando delle strutture, delle istituzioni e dei meccanismi che governano il mondo la strada da percorrere è molto lunga. Ma quella indicata non è una astratta procedura formale, ma un processo in cui forma e contenuti procedono di pari passo: proprio quello che manca da tempo, e sempre più, alle strutture della democrazia rappresentativa.

 

Liberazione – 9.10.08

 

E il vecchio Marx sogghigna: «Capitalisti, vi avevo avvertito...»

Salvatore Cannavò
Per quanto si affannino nel mettere al riparo il sistema, ricorrendo ai vari brunovespa, a commentatori compiacenti, a giornalisti economici inconsistenti, il faccione barbuto del buon vecchio Marx scruta la crisi dall'alto, compiaciuto. Guarda la folla di Wall Street, la faccia pallida di Profumo, quella inebetita di Bush o quella di cera di Berlusconi con un sorriso sornione come di chi ripete instancabilmente: «Vedete che avevo ragione?» e magari scalpita per poter tornare ad aggiornare dati e contesto di quell'opera - Il Capitale - che lo consacra come l'interprete fondamentale del capitalismo. Marx aveva ragione, gli analisti seri lo sanno: certo non poteva prevedere il ruolo inedito di Cina e India, né che un capitalismo malato si sarebbe inventato i titoli "salsiccia" - quelli dove dentro ci sta di tutto ma nessuno sa con precisione cosa contengano. Ma se potesse guardare le convulsioni dei "talebani del libero mercato" e sentire la voce imbarazzata di chi si prodiga a rappresentare gli interessi dei titoli spazzatura - tra loro giornalisti e ministri di ogni paese - oggi Marx direbbe semplicemente che lo sviluppo del capitale commerciale o finanziario è inversamente proporzionale al saggio di profitto garantito da investimenti produttivi. Insomma, che la crisi è figlia della caduta tendenziale del saggio di profitto. E' in effetti ciò che è accaduto nel ciclo di crescita lenta degli ultimi trenta anni, quella fase di stagnazione dell'economia mondiale che, dopo lo shock petrolifero del '73-'74, non ha più conosciuto - tranne che per la Cina, l'India o il Brasile - i tassi di crescita dell'età dell'oro seguita alla Seconda Guerra Mondiale. Una stagnazione caratterizzata da una tendenziale saturazione dei mercati di sbocco e da una conseguente tendenza ribassista dei saggi di profitto. Da qui lo sbocco nell'economia di carta, in quella finanza che Marx chiamava capitale fittizio e che, guarda caso, periodicamente, secondo un ritmo implacabile, viene letteralmente distrutta dal crollo puntuale delle borse. E' accaduto nel '97 con la crisi asiatica, era accaduto nel '94 con quella messicana, e poi nel 2001 con l'esplosione della new economy, fino ad arrivare ai vertici giganteschi dell'attuale crisi, la più pesante, quella che forse ridisegnerà equilibri e rapporti di forza a livello mondiale. Ancora Marx, molto compitamente (citiamo Il Capitale, stavolta), avrebbe segnalato che «il vero limite della produzione capitalista è il capitale stesso; è il fatto che in essa sono il capitale e la sua stessa valorizzazione che costituiscono il punto di partenza e quello di arrivo». La produzione per la produzione, «lo sviluppo incondizionato delle forze sociali produttive» è un mezzo che «si scontra costantemente con il fine perseguito che è un fine limitato: la valorizzazione del capitale esistente». Una contraddizione esaltata dalla natura del capitalismo, dalla sua anarchica competizione selvaggia che non assume un punto di insieme, rifugge dalla regolazione salvo poi cercarla puntualmente quando i tassi di profitto sprofondano, il crollo allaga la stiva del sistema e la paura rende il gotha del capitalismo mondiale simile a tanti topolini ciechi che sbattono la testa al muro alla ricerca di "mamma Stato". Uno spettacolo disgustoso. Quello che accade in questi giorni, e il peggio che dovrà ancora accadere - non ci si illuda delle rassicurazioni, la crisi è pesante e si riverbera sulle condizioni reali, produzione, salari, consumi, financo sui fondi pensioni ancora oggi raccomandati dai ministri-vampiri del governo Berlusconi - somiglia a uno spettacolare processo al capitalismo senza che purtroppo ci sia un Pubblico Ministero all'altezza del compito (Di Pietro, in questo caso, davvero non è adatto...). Un atto di accusa contro quell'ondata liberista, avviata nei primi anni 80 e capitanata da Reagan e Thatcher - e che via via ha attratto l'intero spettro della politica, a cominciare dalla socialdemocrazia divenuta liberale - quando la necessità di tenere alto quel saggio di profitto decadente ha imposto di tagliare i salari, ridurre lo stato sociale, aumentare la produttività del lavoro, realizzare il più grande trasferimento di ricchezza tra le classi avutosi dalla nascita del capitalismo a oggi. Così facendo si è ridotta la domanda globale, si è realizzata una sovrapproduzione che ha dirottato capitali nel sistema finanziario. Basta con la frottola della "finanza cattiva" che si mangia il capitalismo buono e produttivo come vanno ripetendo gli arroganti esponenti di Confindustria (e del governo o dell'opposizione) nei vari salotti televisivi. Nel 2006 i profitti delle principali aziende quotate a Wall Street derivavano per oltre il 33% da attività finanziari e lo stesso è accaduto in Italia. Senza contare l'intreccio perverso e pervasivo tra banche e industrie e tra tutti i principali attori di questo balletto globale che si chiama capitalismo. Quanto accade è però anche un atto di accusa contro l'illusione della "gestione temperata" del capitalismo, a opera di uno Stato severo e compiacente allo stesso tempo. Gli osservatori attenti e onesti, infatti, sanno bene che la responsabilità di Bush nel provocare il disastro è certa ma sanno anche che la bolla speculativa, con il suo corredo di deregolamentazione, è stata incubata dall'amministrazione Clinton, in piena Terza via. Il capitalismo si serve dello Stato come un servo sciocco: ne occupa i posti chiave per dirottare le risorse - che dire del presidente della Goldman Sachs, Paulson, che diventra Segretario al Tesoro Usa, fa fallire la Lehman Brothers e invece salva...la Goldman Sachs? - e poi lo spreme per salvarsi dalla catastrofe. In questi giorni tutti i governi stanno salvando le banche e i banchieri (vedi il "comitato di affari della borghesia" di quel Manifesto che fa ascolti record su ITunes) ma nessuno muove un dito per quei poveracci che hanno perduto la casa e sono accampati in una Tendopoli tra la California e il Messico; nessuno interviene là dove si deve intervenire, a sostegno dei salari dei lavoratori anche per dare ossigeno alla domanda globale; nessuno mette sotto processo una torma di speculatori, pescecani e parassiti che hanno contribuito attivamente al disastro attuale. Al danno, si aggiungerà la beffa di uno Stato nazionale che salvando otto banche in Gran Bretagna, quattro o cinque negli Usa, tutto il sistema in Irlanda e in Germania, favorirà al termine della crisi una superconcentrazione bancaria mai vista (saranno probabilmente solo tre le grandi banche che si spartiranno il potere negli Usa). Delle tante definizioni che si possono utilizzare e che sono state utilizzate per descrivere il capitalismo, quella che mi è rimasta sempre in mente è quella che utilizza un celebre dipinto di Bruegel: "Pesce grande mangia pesce piccolo". Oggi sembra che tutti i pesci stiano boccheggiando ma l'esito della crisi sarà quello. Marx ce l'aveva chiaro e lo ha scritto. E' ora di tornare a leggerlo con attenzione. Senza scimmiottare D'Alema che forse non lo ha mai capito, ma senza fare sconti a quel sistema di cui lui auspicava la fine.

 

Il collasso annunciato dell'impero americano - Haward Zinn*

L'attuale crisi finanziaria è una delle tappe secondarie che porta al collasso l'impero americano. I primi importanti segnali arrivarono l'11 settembre, quando la nazione più pesantemente armata si mostrò al mondo vulnerabile, colpita da un manipolo di dirottatori. Ed ora un'altro segnale: due principali partiti che raggiungono un accordo per gettare 700 miliardi di dollari dei contribuenti nella casse dei grandi istituti finanziari che si caratterizzano per due cose: incompetenza e ingordigia. C'è una soluzione migliore per risolvere l'attuale crisi. Ma bisognerebbe cestinare quello che fino ad oggi è stato considerato convenzionalmente saggio: l'intervento dello Stato nell'economia. Un fatto che deve essere evitato come la peste, perchè il "libero mercato" dovrebbe guidare l'economia verso la crescita e la giustizia. Confrontiamoci con una verità storica: non abbiamo mai avuto un "libero mercato", l'intervento pubblico nell'economia c'è sempre stato ed era benvenuto dai capitani dell'industria e della finanza. Non avevano nulla di ridire sul ruolo dello Stato quando serviva ai loro bisogni. Incominciò tanto tempo fa, con i padri fondatori che si incontrarono a Filadelfia nel 1787 per scrivere la Costituzione. Il primo grande salvataggio avvenne quando il nuovo governo decise di riscattare e pagare il valore pieno le obbligazioni che non valevano più nulla dei grandi speculatori. Questo ruolo dello Stato a sostegno degli interessi della classe affaristica ha attraversato tutta la nostra storia. La logica di spendere 700 miliardi di dollari dei contribuenti per sovvenzionare i grandi istituti finanziari è quella che in qualche modo la ricchezza arriverà anche alle persone che ne hanno bisogno. Questo non ha mai funzionato. L'alternativa è semplice e molto forte. Prendere quella enorme quantità di denaro e darla direttamente alle persone che ne hanno bisogno. Lasciamo che il governo dichiari una moratoria sui pignoramenti e diamo gli aiuti ai proprietari di case per pagare i loro mutui. Creeremo un programma federale per garantire un lavoro a chi lo vuole e che ne ha bisogno e per tutti coloro che non hanno avuto nulla dal "libero mercato". Abbiamo un precedente storico di grande successo. Il New Deal di Roosevelt che diede lavoro a milioni di persone, che ricostruì le infrastrutture del paese e sfidando le accuse di "socialismo", stabilire una previdenza sociale per tutti. Questo piano potrebbe essere ampliato magari garantendo una sanità per tutti. Per tutto questo servono più di 700 miliardi di dollari. Ma i soldi ci sono. Ad esempio ci sono i 600 miliardi del budget militare se decidiamo di smettere di essere una nazione in guerra perenne. O ad esempio nei gonfi conti bancari dei super ricchi, tassandoli vigorosamente sia le loro rendite che le loro ricchezze. Quando gli urli si spegneranno, non importa che repubblicani o democratici, che questo non deve essere fatto perchè c'è un governo forte, i cittadini dovrebbero solo farsi una grossa risata. E poi organizzarsi e mobilitarsi in nome di quello che la Dichiarazione di Indipendenza prometteva: è responsabilità del governo assicurare a tutti uguale diritto alla "vita, libertà e la ricerca della felicità". Solo un approccio così coraggioso può salvare la nazione, non come un impero, ma come una democrazia.

*storico statunitense, professore emerito di Scienze politiche alla Boston University

 

Una scuola così odia il futuro e la libertà. Domani saremo in piazza per riprenderceli - Elisabetta Piccolotti* Domenico Ragozzino **

C'è da chiedersi perché non cambiare il nome alle scuole, perché usare ancora nomi di personaggi così lontani e non invece il marchio così familiare dell'impresa più conosciuta della città. Facciamo un esempio, magari potrebbe piacere alla ministra Gelmini che l'altroieri ha intimato alla imprese di finanziare «le scuole, non solo il calcio»: proponiamo di trasformare a Terni la Scuola Media Leonardo Da Vinci in Scuola Media Accierie Thyssenkrupp. Comprare una targa nuova e lucida con i soldi della Thyssen, dare una "revisionatina" ai libri di testo perché rispondano alle esigenze dell'impresa, sostituire la campanella con una più severa sirena e infine imporre dei sobri e casti grembiulini sponsorizzati blu, ovviamente blu come le tute degli operai, per rendere più chiaro e forte il legame tra mondo del lavoro e mondo della scuola e abituare i ragazzi al duro compito di domani. Ecco, così ci sarebbe proprio tutto, anche quello che al decreto Gelmini manca: «il passato e il buon senso» come ha detto quel brav'uomo del ministro Tremonti, i vecchi vizi della destra, qualche rimembranza per i vizi di certa vecchia sinistra, e più di qualche concessione agli adulatori post-moderni dell'impresa. Per il sindacato suggeriamo alla ministra di provare a far assumere qualche insegnante che perderà il posto direttamente all'altoforno della Thyssen e di verificare se la ‘ramazza' invocata da Brunetta per i bidelli si può usare anche per i trucioli d'acciaio. E' un crinale fatto così, quello della riforma Gelmini, metà ridicolo e metà drammatico, come tanti altri crinali su cui questo Paese è scivolato negli ultimi quindici anni, finendo immerso fino al collo in quella che molti chiamano "rivoluzione conservatrice", nata tra una battuta e una trovata della destra berlusconiana e l'aridità dei vari centro-sinistra. Domani molti banchi nelle aule delle scuole di questo paese saranno vuoti. Non vi troverete gli studenti e le studentesse che hanno organizzato gli oltre 85 cortei e appuntamenti previsti in altrettante città italiane per la propria giornata di mobilitazione. Non protesteranno soltanto per il grembiule, che è toccato per lo più ai più piccoli, proveranno invece a prender parola contro un'idea di scuola che non nasconde l'idea più grande di società in cui possa continuare incontrastato il grande processo di sottrazione di futuro e negazione del passato che ha riguardato le ultime generazioni cresciute all'ombra nel neoliberismo. Portare il mercato ovunque non ci sia mai stato, in ogni piega della vita e del pensiero, con processi sempre più pervasivi, con la definitiva sostituzione del consumo e del desiderio alla produzione e ai bisogni, è impresa ardua e grande, che richiede un'opera maniacale di demolizione delle condizioni di agibilità del conflitto sociale. Le destre hanno dimostrato di saperlo meglio di quanto le sinistre non siano state in grado di capire ciò che stava accadendo: la precarietà prima, il "saper pensare" ora. Per questa ragione questa volta non bisogna inforcare le lenti sbagliate: la riforma della Gelmini non è soltanto una questione di numeri, di tagli di risorse, di migliaia di posti di lavoro a rischio. Questione gravissima per la quale giustamente i sindacati forse convocheranno uno sciopero generale della scuola. Questa volta la questione della scuola è quella centrale della sopravvivenza di un luogo in cui gli uomini e le donne di domani possano liberamente apprendere a pensare criticamente, a godere liberamente della cittadinanza, a collocazione consapevolmente nella storia e nel mondo. Il contrario di ciò che la Gelmini si accinge, con questi primi provvedimenti, a costruire. Innanzitutto il disciplinamento del processo di apprendimento. Non è un caso se il Governo ha scelto di attaccare il '68 per cucine il consenso intorno alla sua riforma. Ripropongono un logoro passato. Autoritarismo, controllo, negazione. Del ritorno di questo passato la Gemini si fa garante: confermando gli esami di riparazione a settembre nonostante l'inadeguatezza dei sistemi di recupero, spingendo all'utilizzo della bocciatura e del voto in condotta come ricatto teso al controllo dei comportamenti, reintroducendo il voto al posto del giudizio e così via. Si ritorna ad una scuola paternalista, intesa come prolungamento subalterno alla comunità naturale d'origine, ovvero alla famiglia, come ha più volte acutamente osservato Scipione Semeraro, che abolisce ogni sperimentazione pedagogica e che per questo restaura il maestro unico. Lo studente torna oggetto subalterno dell'insegnamento e non più soggetto interrogante e autointerrogante: un ruolo passivo, sempre più individualizzato, e una subalternità ad un sapere dato, nozionistico, presuntamente oggettivo. Uno straordinario potere appoggiato ad un ritrovato sistema autoritario etico e valoriale. In secondo luogo l'idea che il sapere è lo strumento per la divisione sociale del lavoro e che il titolo di studio posseduto descrive in se il proprio immodificabile ruolo sociale, costruendo fissità nell'appartenenza e nell'autopercezione di domani. Per questo si abolisce l'obbligo d'istruzione, si estendono i numeri chiusi a tutte le facoltà, si separano gli sbocchi degli istituti professionali da quelle dei licei. La formazione d'eccellenza si distingue radicalmente dalla formazione pauperizzata e tecnicicizzata della dimensione di massa, valida solo per l'ingresso nell'orbita della precarietà, come richiesto in una società che vede nella conoscenza soltanto una risorsa da mettere al servizio nella produzione del profitto. E' anche per questo che il sistema della formazione si vuole gerarchizzato e piramidale nell'inclusione nei percorsi formativi e di studio. Infine il disinvestimento di risorse pubbliche prelude alla progressiva privatizzazione del settore dell'istruzione e all'aziendalizzazione delle scuole: alle scuole viene estesa la possibilità di equiparare lo stato giuridico a quello di fondazioni di diritto privato, sostituendo ai consigli d'istituto i consigli di amministrazione aperti agli investimenti dei privati, concentrando tutto il potere nella figura del manager, ma soprattutto sottraendo la scuola ad ogni forma di democrazia e partecipazione dei soggetti in formazione e degli insegnanti. Una scuola così ha in odio il futuro e la libertà. Due parole della sinistra. Si può riprendersele se la sinistra ricomincia a discutere di come costruire la libertà degli uomini e delle donne e quella del sapere e della conoscenza, se ritrova la passione per la pedagogia e la didattica, se riprende a riconoscere i soggetti reali, a saper immaginare e progettare il futuro e l'alternativa. Noi abbiamo deciso di ricominciare a parlarne in decine di assemblee e cortei. Questa volta una battaglia a difesa del presente non basterà. Domani e dopodomani, nei cortei del 10 e in quello delle sinistre dell'11 a Roma, saremo in piazza per la scuola che vorremmo e non per quella che avevamo.

*Portavoce Nazionale Giovani Comunisti/e
** Responsabile Saperi e Studenti Giovani Comunisti/e

«L'11 in piazza, l'occasione per uscire dal torpore sociale»

Fabio Sebastiani

Lavoro Società/Cambiare rotta, l'area organizzata della sinistra sindacale in Cgil aderisce alla manifestazione nazionale dell'11 ottobre. Liberazione ha intervistato il portavoce nazionale Nicola Nicolosi. Quali sono i motivi della vostra adesione alla manifestazione dell'11 ottobre? Siamo convinti che bisogna uscire dal torpore sociale in cui siamo caduti dopo la sconfitta elettorale. E le mobilitazioni che sono già partite nel mese di settembre nella scuola, e quelle organizzate il 27 di settembre dalla Cgil, ci mettono nella condizione per essere presenti e quindi aderire alla manifestazione condividendone i punti che sono stati, diciamo, l'elemento base su cui si è costruita l'iniziativa nazionale. Temi che abbracciano varie questioni, vari elementi di aggregazione. Dalla pace al disarmo, alla difesa delle retribuzioni e delle pensioni all'azione per contrastare la politica del governo Berlusconi sui temi sociali. Ancora, sulla scuola pubblica e sull'Università per contrastare l'autoritarismo che si sta sviluppando nel paese dentro un clima di una sorta di caccia al diverso. Tutti coloro che non sono dentro uno schema di ordine sociale stabilito vengono considerati come un elemento di disturbo. C'è poi il tema della democrazia che viene sempre di più corroso dalla pratica di questo Governo. E quindi va recuperato per intero il concetto della partecipazione ai temi che interessano la stessa libertà di stampa. E mi riferisco ai tagli del Governo. Non rimangono fuori, ovviamente, le questioni della precarietà, e quello che intende fare il governo rispetto al diritto del lavoro. Mille motivazioni che ci inducono a dire che bisogna essere in piazza e ridare voce alla piazza. D'altronde quando non si ha voce in Parlamento la piazza diventa il luogo di incontro di coloro che sentono il bisogno di manifestare il proprio pensiero e far sentire la propria voce. Da questo punto di vista c'è la nostra piena condivisione dello spirito e dei contenuti che il comitato promotore ha voluto sviluppare attorno a questa manifestazione. E quindi saremo in piazza. Un autunno un po' anomalo questo, con una tensione sociale che monta pur in assenza della classica finanziaria, una sinistra alla ricerca di una via d'uscita dopo il colpo elettorale e un sindacato non certo in buona salute. Intanto, dopo il crollo della borsa si fanno più concrete le prospettive di crisi anche per le classi medie. Sta cambiando il mondo su cui abbiamo costruito le nostre analisi e le nostre riflessioni. Il nuovo liberalismo ha consumato tutti i suoi guai, compreso l'aver utilizzato la propria corda per impiccarsi. Quello che sta succedendo nel mercato finanziario mondiale ci dice che una stagione politica sta per finire. Il dato drammatico è che oggi le istituzioni internazionali sono silenti, non hanno una idea su come uscire da questa crisi. Siamo invece all'interno di una fase su cui bisognerà lavorare per costruire un ruolo nell'economia su cui il soggetto pubblico deve poter intervenire come centro che abbia la capacità di mediare tra i diversi interessi. Quindi ridare alla politica il ruolo di intervento, rimettere la politica al centro e fare assumere all'economia non più un ruolo di direzione come ha cercato di fare in questi ultimi trent'anni, questo processo deve essere invertito. In modo particolare, contro i fallimenti del mercato. Si potrebbe anche prospettare una composizione sociale inedita contro le politiche liberiste? Se il ruolo pubblico diventa di mediazione tra i diversi interessi si può determinare anche un processo che interessa la democrazia consensuale che consente agli attori sociali e alle rappresentanze sociali di essere una parte nel contesto più generale della condivisione di come organizzare uno Stato moderno dove la politica deve poter fare le proprie scelte e dove il livello di partecipazione diventa il paradigma della democrazia matura. Da questo punto di vista gli attori sociali se non hanno risposte debbono farsi sentire, perché il rischio è, visto che gli attuali governi in Europa sono quasi tutti di centrodestra, che il solo interesse in campo sia salvare il mercato finanziario per mantenere lo status quo. Noi dobbiamo dire basta a questi trent'anni di neoliberismo e quindi ridisegnare una nuova narrazione della politica e dell'economia, e anche delle relazioni sociali. Conflitto sociale... Il sindacato è stato un soggetto timido nella controversia e nello scontro con le politiche neoliberali. E' stato timido perché non ne ha saputo cogliere la dimensione distruttiva. Tanto è vero che i processi contro la globalizzazione non sono nati per volontà e capacità di analisi dei vecchi movimenti sindacali legati alla tradizione del movimento sindacale internazionale. Ma il processo di lotta nasce dai movimenti diversificati in giro per il pianeta. Tanto è vero che un altro mondo è possibile non nasce dalle corde del movimento sindacale. Questo elemento di crisi del movimento sindacale internazionale che ha recuperato tardi un ruolo di partecipazione nei movimenti, oggi si deve mettere al centro per rivendicare una nuova dimensione del pubblico contro l'egoismo proprietario e contro l'egoismo dell'economia finanziaria per favorire l'economia produttiva. E per fare questo c'è bisogno non solo di nuove regole, ma di un nuovo ruolo dello stato che non sia totalizzante ma che metta in relazione i diversi interessi per sviluppare l'interesse generale collettivo mettendo la persona al centro e prima degli affari e dei profitti.

 

Corsera – 9.10.08

 

Usa, i sette errori del capitalismo - Massimo Mucchetti

Martedì 7 ottobre 2008, mentre il governo britannico vara aiuti straordinari per 50 miliardi di sterline alle banche in caduta libera al London Stock Exchange, da Lisbona arriva la notizia che il Banco Best offre un interesse speciale dell’8% sui depositi a chi indovinerà il nome del futuro presidente degli Stati Uniti. Sembra una stranezza e invece segnala l’attesa dell’unica novità capace di proporre nuovi rimedi ai sette eccessi del capitalismo contemporaneo e, forse, di far cambiare idea al capo economista del Financial Times, Martin Wolf, che scrive: «Stiamo assistendo alla disintegrazione del sistema finanziario». La locomotiva del debito - L’eccesso di debito è il peccato globale. Al 30 giugno 2008, il debito aggregato degli Stati Uniti (famiglie, imprese, banche e pubbliche amministrazioni) supera i 51mila miliardi di dollari a fronte di un prodotto interno lordo di 14 mila miliardi. The Economist aggiunge che l’incidenza percentuale del debito aggregato sul Pil americano, ora pari al 358%, è raddoppiata rispetto agli anni Cinquanta e Sessanta ed è superiore perfino a quella della Grande Depressione. Il segreto della crescita della Corporate America è il debito che finanzia soprattutto i consumi. Che abbia copiato dall'Italia da bere degli anni Ottanta? Come ha notato Marco Fortis sul Foglio, i salvataggi ai quali è ora obbligato il governo Usa si mangiano tutto il vantaggio che l’economia americana aveva mostrato negli ultimi 4-5 anni rispetto a quella europea. E quando il granello di sabbia delle insolvenze dei subprime si è infilato nell’ingranaggio, il motore si è fermato. L’Italia è cresciuta meno, ma ha un debito globale che è pari a due volte il Pil. Ed è una provincia debole di Eurolandia. Qual è il sistema più sano? La centralità della finanza - Alla crescita del debito il contributo maggiore l’hanno dato i mutui immobiliari e il settore finanziario (Martin Wolf, Paulson’s plan was not a true solution to the crisis, Financial Times, 23 settembre 2008). L’esposizione della finanza è passata da 21% del Pil, nel 1980, al 116% nel 2007. Del resto, la finanza ha dato una spinta crescente ai profitti. Tra il 1946 e il 1950, procurava il 9,5% degli utili. Nel 2002 è arrivata al 45% per riaggiustarsi a un comunque rotondo 33% nel 2006 non tanto per un suo calo quanto per la crescita degli altri settori (Ronald Dore, Financialization of the Global Economy, prossima pubblicazione). Quando i tassi d’interesse sono decrescenti, e in certi periodi addirittura negativi se depurati dall’inflazione e dai risparmi fiscali, il debito «costa» assai meno del capitale, al quale andrebbe riconosciuto il rendimento dei titoli di Stato più un premio al rischio. Conviene dunque ricorrere il più possibile al denaro degli altri. Usando il debito come leva, si ottiene il duplice effetto di aumentare a dismisura il rendimento dei capitali propri impiegati e di moltiplicare le attività. La scoperta, a dire il vero, non è recente. Già nel 1913 il futuro giudice della Corte Suprema, Louis Brandeis, ne faceva oggetto di una critica radicale. Ma allora come oggi ci è voluta una Grande Crisi per capire che i debiti hanno un costo certo mentre al capitale può anche essere negato il dividendo, e che i debiti fatti per consumare facendo il passo più lungo della gamba hanno una qualità inferiore a quelli accesi per lavorare e produrre reddito. Nel primo caso, l’insolvenza è dietro l’angolo. Ma per anni e anni si è pensato che questo fosse un rischio del passato. Il mito dell’innovazione finanziaria - Il primo Cdo (Collateralized debt obligation) risale al 1987. Da allora è stata una fioritura senza fine di innovazioni finanziarie che hanno fatto credere ai loro inventori, matematici privi di filosofia benché talvolta premiati con il Nobel, come Merton e Scholes, di aver trovato la pietra filosofale del secolo XX. Costoro hanno studiato complicati algoritmi in base ai quali costruire portafogli immunizzati, e cioè esposti a un rischio complessivo inferiore a quello dei singoli titoli che racchiudono. I modelli matematici giocano su tre fattori: la diversificazione dei titoli, la scarsa correlazione dei rischi relativi e la diversità delle scadenze che consente di articolare nel tempo i flussi di cassa. Gli innovatori hanno creduto di poter elevare così il rendimento del capitale investito in queste strutture sintetiche senza elevare in proporzione il rischio. I banchieri ci hanno creduto volentieri. Le banche maggiori hanno ridotto gli impieghi classici e si sono imbottite di questi strumenti. Confidando sugli algoritmi, non hanno di pari passo irrobustito il patrimonio. Anzi.Ma i rischi si possono spostare, non cancellare. E al dunque ritornano. A spese loro e soprattutto degli altri, i banchieri possono rimeditare gli studi classici: chi sfida la legge divina pecca di hybris e diventa vittima dello phronos zeon, l’ira degli dei. L'esaltazione del Roe - La fede nell’illimitata sostenibilità del debito ha alimentato l’attesa di ritorni sempre più alti sul capitale investito dai soci (Roe, return on equity). Negli ultimi 11 anni, le società del S&P 500 Index hanno distribuito agli azionisti, sotto forma di dividendi e acquisti di azioni proprie, ben 4200 miliardi di dollari. Ben 22 delle prime 50 principali società hanno distribuito più dell’utile e altre 8 tra il 90 e il 99% del medesimo (William Lazonick, The Quest of Shareholder Value, settembre 2008). Un autentico saccheggio delle imprese che, in molti casi, avevano goduto di varie forme di sussidio statale. Un’operazione che ha indebolito la propensione all’investimento, come nel caso della Exxon, e alla spesa in ricerca e sviluppo, come nel caso della Microsoft e delle altre imprese high tech, che hanno investito nella riduzione del capitale, addirittura indebitandosi, multipli di quanto hanno speso nei laboratori. Tra le 50 imprese che più si sono distinte in quest’opera di autodistruzione spiccano tutte e cinque investment banks di Wall Street, le due prime banche commerciali d’America e Fannie Mae (Freddie Mac è al 53esimo posto). Nel periodo 2000-2007 queste otto banche hanno speso 174 miliardi di dollari per ridurre il proprio capitale. Potremmo dire: un gigantesco insider trading legalizzato il più delle volte a sostegno dei corsi azionari nei periodi di esercizio delle stock options da parte dei manager. Non l’avessero fatto, oggi le banche d’investimento sarebbero ancora su piazza. L’estremismo della deregulation - Gli eccessi delle banche d’investimento sono stati possibili perché il Congresso e il Senato hanno abolito nel 1999, con decisione bipartigiana, il Glass Steagall Act che dagli anni Trenta vietava la commistione tra banche commerciali e banche d’affari e d’investimento. E poi perché nel 2001, una volta ottenuta la sorveglianza delle banche non commerciali, la Sec guidata dal repubblicano Christopher Cox ha concesso alle big five di Wall Street il diritto di autoregolare i propri rischi. Il ricorso al debito si è fatto così sempre più imponente: prima ci voleva un dollaro di capitale per ogni 6-7 di investimento, poi lo stesso dollaro bastava per 30-40. L’autoregolazione ha pure consentito alle banche di tenere fuori bilancio entità da esse stesse promosse e finanziate allo scopo di acquistare titoli variamente innovativi nel presupposto che era loro interesse vagliare la serietà del creditore. Queste tre scelte non sono errori, ma decisioni politiche esaltate come segno di modernità da stuoli di economisti che non si pongono mai il problema dei conflitti d’interesse impliciti nell’accumularsi dei mestieri. Regolare dopo aver deregolato non è facile, specialmente se a farlo sono le stesse persone. Il breve termine - La deregolazione per favorire l’incessante negoziazione dei titoli ha sempre più focalizzato la gestione delle imprese sul breve termine. È stato coniato perfino un neologismo anglicizzante: shortermismo. Naturalmente tutti i top manager negano di essere shortermisti: la cosa parrebbe gretta e poco lungimirante. Ma con le relazioni trimestrali sulla base delle quali, a Wall Street, si erogano i dividendi e si riconsiderano i «fondamentali » del titolo e con i principi contabili basati sul fair value e sul mark to market (il valore al quale si può compravendere un bene e le quotazioni correnti) gli andamenti a breve termine condizionano come mai in passato. E poiché è chiaro il loro effetto pro ciclico, i gerenti sono incentivati a fare tutto quanto può far salire domani il titolo al quale sono legati i propri compensi. Nel 1864 il banchiere Rothschild discuteva con il ministro Minghetti delle disastrate finanze del Regno d’Italia avendo come orizzonte gli anni. I suoi epigoni americani hanno per orizzonte i giorni e parlano con i loro simili, via computer, 24 ore su 24. Ai primi serviva sapere di economia certo, ma anche di politica e cultura. Ai secondi bastano i modelli matematici. La professione del banchiere si è impoverita. Ma il banchiere è diventato più ricco. E con lui tutto il ceto dei capi-azienda. La diseguaglianza - Legare in modo meccanico e crescente le remunerazioni dei top manager al rendimento del capitale ha accresciuto le diseguaglianze. Tra i capi delle imprese dello S&P 500 Index, il guadagno da stock options è salito da una media pro capite di 3,5 milioni di dollari del 1992 a un picco di 14,8 milioni nel 2000 per assestarsi sugli 8,7milioni nel 2003. Nell’illuminata Ibm i guadagni da stock options dei 5 primi dirigenti sono stati pari a 689 volte quello del dipendente medio. Più in generale il rapporto tra la paga media degli amministratori delegati delle maggiori imprese americane e quella dei dipendenti è volato dalle 42 volte del 1980 alle 107 volte del 1990 fino al record di 525 volte del 2000 per scendere a 364 volte nel 2006. Dietro la durezza con la quale i membri del Congresso interrogavano il banchiere Dick Fuld della Lehman Brothers c’è la consapevolezza che questo gioco non è più accettabile per il cittadinomedio americano la cui ricchezza netta, già minore di quella del cittadino medio italiano, sta in buona parte evaporando legata com’è alla Borsa. Ma è inutile chiedere al bancarottiere, come pure si è fatto, quali dovrebbero essere le regole per rimediare. Lo dovrà dire il nuovo presidente degli stati Uniti.


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