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Untitled Document 10.10.08. Il ritorno dello Stato (di necessità) - ILVO DIAMANTI - Corriere
della Sera, 10/10/08

C'è di che stropicciarsi gli occhi (e le orecchie) a leggere i titoli dei
giornali di questi giorni. A sentire i discorsi dei leader. Politici,
imprenditori, imprenditori politici e politici imprenditori. Presidenti
della Repubblica e di Banche internazionali - europee, americane e
quant'altro. Super-ministri del tesoro e delle finanze. Tutti quanti a
invocare una nuova divinità, che, tuttavia, fa riemergere dalla nostra
memoria qualche traccia, qualche ricordo. Ne avevamo sentito parlare altre
volte, un tempo. Pare. Forse. Ma non ne siamo sicuri. Lo Stato. Rammentate:
lo Stato? Proprio lui. Quello che non poteva neppure essere pronunciato
senza venire sommerso dalla riprovazione pubblica (pardon: generale). Lo
Stato. Caduto in disgrazia dopo gli anni Ottanta. E negli anni Novanta:
innominabile. L'unico "stato" possibile: il participio passato del verbo
essere. Appunto: lo Stato? E' stato. Lo Stato imprenditore, lo Stato
padrone. Che salva le aziende decotte. Lo Stato che fa i panettoni. Lo Stato
che controlla i telefoni. E le poste. E le ferrovie. E la luce elettrica.
Innominabile. Indicibile. Scacciato e sepolto dal Mercato. Dal Privato.
Principio e pensiero unico del Mondo nuovo. Dove a nessuno - ma proprio a
nessuno - passava per la testa che il pubblico e lo stato potessero più
competere, svolgere un ruolo regolatore, neppure di comando, o direzione.
Meno stato e più Mercato. Meno pubblico e più Privato. Gli slogan dominanti
li sentiamo ancora nelle orecchie. Era ieri. Ieri l'altro al massimo. Per
cui non sappiamo quando, perché e come sia successo. Ma una mattina mi son
svegliato. E ho ritrovato lo Stato, insieme al Pubblico. Dovunque. Invocato
da tutti: Garante e Salvatore. Esibito come un'icona, un'immagine sacra. Non
sappiamo cosa sia successo - quando, come e perché. Ma tutto questo ci
disorienta non poco, perché i sacerdoti del nuovo culto hanno volti e nomi
noti. Sono gli stessi che hanno celebrato il culto dominante fino a ieri.
Anzi: stamattina. Governi liberali e ministri liberisti. Presidenti
imprenditori. E Imprenditori presidenti. Di uno stato Imprenditore. E
partiti-azienda oppure leghe di piccoli produttori. Tutti quanti a celebrare
il rito dello Stato. Che ci salverà. Che garantirà i nostri risparmi, i
nostri fondi, le nostre banche, le nostre imprese - piccole e grandi. Perché
nessuna banca fallirà e nessun risparmio sfumerà. Lo Stato che protegge i
cittadini dovunque e comunque. Lo Stato assicuratore e rassicuratore. A
vegliare sulla quiete pubblica. A imporre l'ordine. L'esercito sparso
dovunque. Sulle piazze e sulle strade. Nei luoghi di crisi. A presidiare le
discariche e le periferie in degrado. Lo Stato ci salverà dal mondo che ci
minaccia. Barboni, immigrati, puttane, scippatori, spacciatori, lavavetri.
Ci vuole davvero uno sforzo grande per adeguarsi in fretta. Per non
rischiare il cortocircuito cognitivo. E occorre tanta flessibilità -
specialità del tempo presente - per cogliere l'attimo fuggente e già
fuggito. Per riconoscere - senza perdersi - il nuovo paesaggio, al cui
centro svetta lo Stato al posto del mercato. Il Pubblico al posto del
privato. Quasi fossimo tornati indietro. Un ritorno al futuro. Anche se - a
ben vedere - qualcosa manca nell'immagine del passato che ritorna. In
particolare: lo Stato sociale, previdenziale e provvidenziale. Quello che
garantiva - e spendeva tanto - per salute, lavoro, educazione, assistenza,
pensioni. Quello Stato lì: non ritorna. O meglio: non "deve" tornare. Quello
Stato lì: va aperto al mercato (che solo in questo caso torna ad essere
considerato un valore). Pesa ancora troppo, si dice con rammarico. E - per
questo - va ridimensionato. Troppi professori - perdipiù incapaci; troppi
chirurghi macellai; e troppi maestri (torniamo ai maestri unici - e anche
così sono troppi). Così la sensazione di essere proiettati all'indietro -
nel vortice del passato - un poco sfuma. Non è lo Stato che domina il
mercato, del pubblico che guida il privato. Questo Stato non rimpiazza il
mercato, ma lo soccorre. Sostiene le banche più delle scuole. Le borse molto
più della sanità. E non promette più benessere sociale (come potrebbe?), ma
sicurezza individuale. Sorveglia il nostro mondo, affronta le paure - senza
dissolverle. E' lo Stato al servizio dei privati. Lo Stato che stigmatizza
gli "statali" (fannulloni) e i servizi "pubblici" (inefficienti). Per cui
non riesce a curare la nostra inquietudine, ma, anzi, la alimenta. Né può
ricostruire la nostra fiducia. In noi stessi, nelle banche e nello Stato.
Quando lo Stato è "stato": ridotto a un participio passato, d'altronde, come
è possibile affidargli il nostro futuro? E come credere nella sua forza,
quando, per decenni, se ne è recitato il declino, anzi: la fine? Quando la
globalizzazione - mitica - ne ha indebolito poteri e legittimità? Quando la
finanza senza confini e senza bandiere ne ha fatto un dio minore: come si
può pretendere che oggi possa fare miracoli? sconfiggere il panico
finanziario? Ergersi al di sopra della paura? E' uno stato di necessità: non
ha il fisico, tanto meno il carisma per recitare la parte del Leviatano.

Repubblica - 10.10.08

 



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