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Noi siamo qui - Piero Sansonetti

Liberazione – 12.10.08

 

Noi siamo qui - Piero Sansonetti

Un bel sospiro di sollievo. E' stata una manifestazione grandissima. Molto più grande di quanto ci aspettavamo. Diciamo trecentomila persone, almeno due ore di corteo. Dopo la giornata di venerdì, con altrettanti studenti in piazza in decine di città italiane, ora abbiamo la certezza che l'opposizione non è morta, la protesta non è morta, la sinistra esiste ancora. Paolo Ferrero nei giorni scorsi ha adoperato questa espressione: «E' finita la ritirata». Vuol dire che si ricomincia, si torna all'attacco, si torna a far politica. Qual è l'urgenza, qual è l'obiettivo? Quello di ricominciare a svolgere un ruolo di trasformazione, quello di impedire che il dilagare del berlusconismo porti alla fine del pensiero politico, alla fine del pluralismo, al dominio incontrastato di una classe dirigente che la destra è riuscita a ristrutturare e a ricompattare. E' una battaglia dura, complicata. Si tratta di rispondere a molte domande. Alcune delle quali venivano poste proprio ieri da Rossana Rossanda nell'editoriale de il manifesto , e fondamentalmente sono riducibili a una sola: riuscirà la sinistra a non restare muta - o tutt'al più sorridente, ma priva di iniziativa - di fronte alla più formidabile crisi economico-politica e di sistema che il capitalismo abbia mai incontrato dal 1929 ad oggi? Non si può naturalmente chiedere a un corteo, o a una manifestazione di piazza, di elaborare una nuova politica. Però nessuna politica è possibile se non si tiene su delle gambe «di popolo», su una spinta di massa. Questa spinta ieri c'era. C'era in un corteo che in alcune fasi sembrava persino un po' imbarazzato, un po' incerto su stesso. Stupito di essere così grande dopo mesi di sconfitte terrificanti, a partire dalla frana elettorale, e stupito persino di essere unito, compatto, dopo un lungo periodo di lotte interne e lacerazioni. Ma davvero il corteo era unito? Naturalmente aveva molte anime al suo interno. La più forte, la più visibile, era l'anima che chiede una identità sicura alla sinistra, l'anima fortemente «comunista». Però c'erano anche gli altri, molti altri, che invece credono che non si deve partire dalla propria identità, dal proprio passato, ma da una idea di futuro da mettere insieme e mettere a frutto. L'impressione ieri è stata che queste due anime ancora si scrutano con diffidenza, ma cominciano a pensare di poter lavorare insieme.

 

Bandiere, canti e lotte in corso. La sinistra si riprende la piazza

Checchino Antonini

Tantissimi. Così tanti che alla Bocca della Verità non si entra e la folla straripa al Circo Massimo. Diranno dal palco, riorientato alla meglio per abbracciare quanti più manifestanti, che si è in trecentomila. La questura ne conterà meno di un decimo ma ha dieci decimi quando si tratta di bloccare chi si azzarda a lasciare la piazza con le bandiere srotolate. Ordini dall'alto, si giustificano con chi chiede chiarimenti. Ma sarà l'unica pecca di una giornata vissuta con orgoglio da decine di migliaia di persone - spuntate chissà da dove, vista la congiura del silenzio dei grandi media - che hanno dato vita a un corteo di bandiere - la maggior parte con la falce e il martello - di canzoni, di segnali di vita dalle lotte in corso. Chi scrive non crede all'eventuale lettura identitaria della manifestazione di ieri. Sarebbe parziale, incompleta, infruttuosa. E smentita subito dal colpo d'occhio sulla fila di centinaia di persone per firmare il referendum sul lodo Alfano, smentita dai ripetuti segmenti di corteo che restituivano la determinazione del popolo della scuola pubblica nel contrastare i tagli e i ritorni al passato della ministra Gelmini (gettonatissimo bersaglio di slogan e dazebao) o che incitavano la Cgil (il sindacalismo di base già lo ha proclamato per venerdì prossimo) allo sciopero generale contro l'attacco al contratto nazionale. Il palco, poi, chiarisce ogni dubbio: a prendere la parola saranno solo i movimenti reali, i territori, le vertenze. Parla Simonetta Salacone, dirigente della prima scuola romana occupata contro il maestro unico. Spiegherà Giancarlo Aresta, del manifesto , i cui redattori hanno sfilato imbavagliati, che ci si deve battere per il pane e il diritto di parola e che i «nostri giornali» sono necessari e meritano «affetto». Si ascolta Jean Bilongo, mediatore culturale camerunense a Castelvolturno, teatro della strage di migranti ad opera della camorra. Senza nome la precaria che dice di «quelli come noi», che - invisibili ma licenziabili - fanno marciare la macchina della funzione pubblica. C'è Nicoletta Dosio dalla Val Susa dove è piombata la notizia del prestito della Bce per le grandi opere: «La Tav serve solo a chi la costruisce ma devasta i territori. Si veda in Finanziaria quanto pesano gli interessi per le tratte già realizzate». E, da Vicenza, sei giorni dopo la straordinaria consultazione autogestita, Claudia Rancati ricorda che la battaglia No Dal Molin non è quella questione urbanistica che voleva far credere Prodi: «Riguarda tutti noi». Il palco parla anche di lotta al nucleare e di diritti civili. Le voci sono quelle di Gianni Mattioli e di Anita Sonego. Inevitabile il confronto col 20 ottobre scorso: il corteo non sfigura nell'album di famiglia delle famiglie "radicali". «Ha funzionato la voglia di manifestare e la piataforma inclusiva», commenta col cronista Anna Picciolini, fiorentina dell'associazione "Per una sinistra unita e plurale", una delle promotrici dell'appello per l'11 ottobre. Scaturito dalle lotte e alle lotte destinato, come spiegherà Bianca Pomeranzi, prima firmataria di quell'appello. Se il 20 ottobre ebbe un limite, suggerisce Ciro Pesacane del Forum ambientalista, fu di non avere avuto un «21 ottobre». Non mancavano tracce dei vari cantieri della sinistra, retaggio dell'era arcobaleno, ma lo sbocco politico del corteo sembra risiedere nell'articolazione dell'opposizione al governo e alla confindustria. «Come dopo Genova 2001», dirà anche Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc, al termine di una giornata iniziata distribuendo volantini e pane a un euro in un mercato di Trastevere. Anche stavolta, in tutta Roma, 1360 chili sono andati via in un attimo. A Casalbertone, prima periferia est, i militanti hanno trovato la gente già in fila. «Queste pratiche di mutualismo e condivisione sono costitutive della rifondazione», spiegava a Liberazione Ferrero. L'esperienza dei gruppi di acquisto popolare, su cui lavorano anche i circoli del Prc, si materializza nello spezzone di Action, quasi in coda al lungo fiume di bandiere col quale la sinistra "extraparlamentare" - Prc, Pdci, Sd, verdi e Pcl, in ordine di grandezza - ha riconquistato la scena politica marciando assieme a comitati di genitori e studenti; rappresentanze sindacali; partigiani dell'Anpi (che ospitavano Haidi Giuliani tra le loro fila); operatori sociosanitari napoletani, ricercatori universitari precarissimi, moltissimi i giovani comunisti e della Fgci, più altri protagonisti di momenti di solidarietà internazionale o di difesa del proprio territorio: gli avellinesi del Formicoso minacciati da una megadiscarica di 140 ettari a quota mille, i romani della Villetta per Cuba, i napoletani di Chiaiano che, per aggirare la militarizzazione che impedisce ai tecnici dei comitati di accedere alle cave, li hanno nominati assessori all'ambiente, i toscani di Ampugnano attivi contro l'ampliamento dell'aeroporto. Prossime fermate: gli scioperi del 17 e del 30, la manifestazione della Filcams del 15 novembre, due giorni dopo il "primo maggio" studentesco del 17, il 6 dicembre in Val di Susa,

 

Ferrero: «Subito il coordinamento della sinistra» - Romina Velchi

Alla fine torna utile il buon vecchio Mao: «I veri eroi sono le masse, mentre noi siamo spesso infantili e ridicoli». Il copyright della citazione è di Alfonso Gianni (esponente dell'area vendoliana del Prc), ma è il concetto che più spesso ricorreva ieri pomeriggio nel lungo e rossissimo corteo che ha sfilato per il centro della Capitale. Perché una partecipazione così massiccia, una risposta così grande all'appello a scendere in piazza «contro il governo e contro confindustria» in pochi se l'aspettavano. Tra questi Giorgio Cremaschi: «Questa giornata dimostra che c'è disponibilità a lottare da parte della gente. Il problema è nel quartier generale, dei partiti come dei sindacati». Forse è stato così fino a l'altro ieri. Ma da ieri qualcosa è cambiato. «Non possiamo ripetere l'errore del 20 ottobre - commenta Ciro Pesacane, presidente del Forum ambientalista e tra i promotori della manifestazione - Cioè l'errore di aver fatto scendere in piazza un milione di persone e poi non essere andati avanti». Un errore che, giurano i leader della sinistra, non sarà ripetuto. Non per caso il segretario del Prc Paolo Ferrero (spilletta NoTav al petto) propone di continuare con lo stesso metodo e lancia la proposta di «un coordinamento delle opposizioni di sinistra» (quindi senza Di Pietro «che non è di sinistra»), da subito, anche nei territori; questa, dice, «è la vera proposta unitaria, le costituenti politiche fanno solo perdere tempo». Una proposta che, per esempio, i Verdi discuteranno (assicura Grazia Francescato visibilmente soddisfatta della giornata contro questo «governo radioattivo») «nei prossimi coordinamenti»: in fondo, dice, «non è che l'inizio». Tutti d'accordo, infatti, nel dire che da «oggi» rinasce l'opposizione di sinistra, quella che «il Pd non fa» (per dirla con Franco Giordano); che «Torna Rifondazione comunista», come si legge su uno dei tanti striscioni; che dalla piazza, dalla base sale una domanda di unità della sinistra. Il problema è: quale sinistra. Ferrero non ha dubbi sul significato politico della giornata: «Questa piazza dimostra che qualcuno ha ragione e qualcuno ha torto. E dovrà farsene una ragione: che proposta unitaria è quella che spacca tutti i partiti? Stamattina, a vendere il pane, c'era anche Sinistra democratica...». «Ai compagni della minoranza dico che dalla manifestazione viene un'indicazione chiara - manda a dire Gianluigi Pegolo (segreteria del Prc) - E cioè che l'unità si fa valorizzando Rifondazione, non superandola in un altro partito e che nessuno, da ora, si può azzardare a dire che siamo isolazionisti o che ci vogliamo chiudere in un recinto». «La vera unità è qui», gli fa eco Claudio Grassi, che in testa al corteo e reggendo lo striscione di apertura non nasconde l'emozione: «Molto, molto più di quello che mi aspettavo, una grandissima partecipazione popolare. L'unità della sinistra e dei comunisti non si crea con le alchimie, con le sommatorie verticistiche. Rifondazione comunista oggi ritrova la sua capacità di mobilitazione e ritrova una unità con il proprio popolo, con la propria sfera sociale di riferimento». Già, i comunisti. Difficile negare che quella di ieri fosse una piazza «comunista». Oliviero Diliberto, che sfila dietro lo striscione del Pdci, e Leonardo Masella (mozione 3 al congresso di Chianciano), dicono la stessa cosa: «E' bello vedere tutte queste bandiere rosse mescolate, quelle del Prc e quelle del Pdci». Anche se all'orizzonte resta intricato il nodo delle elezioni europee. Per Diliberto, che l'altro ieri è tornato a proporre una lista unita dei comunisti (ricevendo il secco no dei vendoliani) «i fatti sono più testardi delle opinioni». Come dire: Vendola non ha altra strada che scegliere tra Prc-Pdci o Pd. Il resto del Prc non chiude la porta: «La lotta è tanto più efficace, quanto più i comunisti sono uniti», argomenta Masella; «Avevamo ragione: i comunisti non sono scomparsi, i comunisti servono e il processo di unificazione dei comunisti non può che partire dal basso» concorda Fosco Giannini (mozione 3). Marco Ferrando (Pcl), dal canto suo, apprezza «l'unità d'azione contro Berlusconi e le classi dirigenti», anche se da «qualificare». In ogni caso, il tipo di legge elettorale con cui si andrà a votare è dirimente per decidere quali liste o quali alleanze. Per questo Ferrero dà tempo al tempo: «Non si discuterà di alleanze elettorali fino a marzo». In ogni caso, poiché «questa gente ha diritto di essere rappresentata», «mi aspetto dal Pd che almeno faccia ostruzionismo, nulla di meno. Perché altrimenti vorrebbe dire che pure loro vogliono lo sbarramento del 5%». Non tutto è perduto, assicura comunque: «Abbiamo ancora una carta da giocare». Lontani nel corteo, dietro lo striscione «Per la sinistra», sfilano insieme Nichi Vendola, Franco Giordano («Pratichiamo quello che diciamo - spiega l'ex segretario del Prc - Ci mescoliamo per una battaglia unitaria, senza steccati»), Claudio Fava (coordinatore di Sd). Una distanza fisica e politica: «Nella comune sensibilità restano due gli orizzonti strategici - ammette Fava - Ed è un bene che questo emerga». C'è pure Achille Occhetto: «Bella manifestazione - dice - ma sarà meglio se la prossima volta sarà di una sola forza, di un nuovo partito con una sola simbologia». Appunto: proprio ieri, «nella culla di questa manifestazione - spiega Vendola - l'associazione politico culturale "Per la sinistra" che cerca di aiutare la riflessione su come ricostruire un blocco sociale di sinistra. Il processo costituente - insiste - parte, ma è difficile descrivere con formule politicistiche il cammino di una cosa che è appena in nuce». Non lo è per Alfonso Gianni: c'è una voglia di sinistra da raccogliere, dice in sostanza, ma non ci può essere solo un'unione di comunisti separati da chi non lo è. «Ci vuole - dice - una forza politica all'altezza dei problemi che abbiamo di fronte. Una manifestazione è una manifestazione, con pregi e limiti. Nostro compito è capire quel che sta sotto». Ma poi taglia corto: «Si possono fare letture molteplici. Intanto è un bene che il corteo sia riuscito».

 

Di Pietro non riempie la piazza ma fa il pieno di firme anti-Alfano

Angela Mauro

Mauro ha 13 anni e non ci crede che quello che gli sta davanti è Antonio Di Pietro. «Voglio l'autografo...». Effetti della tv sui ragazzini. Si fa largo nella folla e ci riesce. Mauro non deve combattere con la ressa. Lo sanno anche quelli dell'Idv che in piazza Navona non si può dire che ci sia "massa". «Ma il nostro obiettivo non era riempire la piazza», spiegano intorno all'enorme palco dove si alternano cantanti e artisti presentati da Andrea Rivera. «Il nostro obiettivo era portare gente ai banchetti per firmare contro il lodo Alfano». E su questo non si può dire che ci sia stato flop. In piazza Navona ce n'è una decina di banchetti, in Italia sono tremila, ieri e anche oggi. Il partito di Di Pietro conta di riuscire a raggiungere già in soli due giorni l'obiettivo delle 500mila firme necessarie per chiedere il referendum contro la legge sull'immunità per le alte cariche dello Stato, approvata dal governo Berlusconi. Ieri sera Antonio Di Pietro annunciava soddisfatto il risultato: «Abbiamo già raccolto 250mila firme». «Ci accusano di anti-Berlusconismo. Ma se al governo c'è lui, che altro possiamo essere?». Il leader de L'Italia dei Valori arriva già in mattinata ai banchetti e mette subito i puntini sulle i. «Occupa il Parlamento con le leggi ad personam, impone decreti legge, ha trasformato i parlamentari in dipendenti che devono solo spingere un pulsantino per votare...». Come è successo, tra le altre cose, anche per la norma salva-manager Alitalia, votata a Palazzo Madama anche dal Pd. Distrazione? «Noi ce n'eravamo accorti e l'avevamo detto!», ennesimo puntino sulla i. Ma la giornata, dal titolo "Firma e fermali", non è quella adatta per dare addosso al Pd. Tonino lo sa e non calca la mano su Veltroni. «E' necessario far fronte comune. E serve un'informazione libera, la stampa oggi è più interessata ai rapporti tra me e Walter che alle nefandezze del governo Berlusconi: dopo il lodo Alfano ha già pensato al lodo Consolo, per estendere l'immunità anche ai ministri, sennò si offendono...». Con "l'alleato" Pd, il tocco c'è, ma è leggero. Giusto qualche puntino per dire "si fa come diciamo noi". «Il 25 anche noi saremo in piazza con loro per ricordare che le manifestazioni si fanno contro il governo». Di Pietro non tentenna sul dialogo con Berlusconi, nemmeno in tempi di crisi economica. «Non ci sono soldi? Prendiamoli agli evasori. Non sono scemo, non dialogo con chi gli dai il dito e si prende il braccio...». E poi, per smentire le contrapposizioni con i democratici, va a firmare contro il lodo Alfano a braccetto con Pier Giorgio Gawronski: «Io sono qui, una parte del Pd è qui, l'altra pure idealmente...». La giornata è invece adatta per vuotare il sacco contro il governo. Il tocco è pesante, dal tipico tono anti-politico, la folla raccolta davanti al palco gradisce. «Il lodo Alfano è criminale. Oggi è per Berlusconi, domani se ne servirà qualunque premier. Metti che viene eletto uno che stupra i bambini? Non verrebbe processato! Berlusconi sta alla democrazia come Emilio Fede sta all'informazione!». E ancora: «Il vero conflitto di interessi sta in Parlamento: vanno lì per sistemare se stessi». Applausi dalla delegazione dei dipendenti del San Giacomo, ospedale romano a forte rischio di chiusura. «Ci sono persone che se non fossero parlamentari sarebbero latitanti!». Applausi dai ragazzi anti-mafia del movimento "Ammazzateci tutti". L'ex pm non si spaventa dei proclami del ministro Alfano, pronto anche lui a ricorrere alla piazza per «difendere il suo lodo». «Dobbiamo resistere perchè stiamo andando verso una dittatura dolce, dittatura del Bagaglino. Resistere e fare opposizione ora, quella di domani la lasciamo a qualcun altro. Se non ora quando? Se non ora chi? Se non ora dove? In piazza Navona!». La folla non fa caso al solito italiano sghembo di Tonino. Sembra appagata da una giornata di opposizione attiva. Dal palco Andrea Rivera ci prova a dire che «c'è un collegamento tra questa piazza e quella della sinistra», il lungo corteo che nel frattempo è già arrivato a destinazione a Bocca della Verità. Effettivamente, anche lì si raccoglievano firme contro per il referendum sul lodo Alfano. Ma in piazza Navona, pur senza la Guzzanti e gli insulti al Papa e alla Carfagna che fecero scalpore alla scorsa manifestazione dell'Idv a luglio, i toni sono diversi. Anti-politica, si diceva, nemmeno l'ombra dell'ideologia e le accuse di giustizialismo non fanno paura. «Sarò pure giustizialista, ma non mi faccio prendere in giro dai "rubacchioni" che hanno i conti nel Lichtenstein - tuona l'ex pm - Se fossi andato al governo li avrei presi da parte e gli avrei chiesto: ma come vi è venuto in mente? Solo per arrivarci nel Lichtenstein... Allora: ora i soldi li lasci in Italia, quando mi spieghi che hai fatto, te li rendo...». Sul palco tanta musica, la tammurriata rock di Enzo Avitabile fa partire il trenino in piazza. C'è spazio anche per gli appelli sulla libertà di informazione. Stefano Ferrante de La7 parla a nome dei 25 giornalisti licenziati, denuncia i tagli del governo all'editoria che mettono a rischio i giornali di partito e cooperativa. E se Di Pietro non ha calcato molto la mano sull'opposizione stile Pd («stavolta non mi faccio fregare...»), ci pensa Dario Fo. «Sono così supini che Berlusconi può anche entrare in una delle loro sedi, come ha fatto l'altro giorno in via dei Giubbonari, ed essere accolto con affetto. Io non gli avrei stretto la mano e non perchè non tifo Milan, (il militante del Pd che non ha stretto la mano al premier pare fosse della Juve, ndr.) ma perchè se Berlusconi entra, io esco: non lo stimo. Questa sinistra mi fa incazzare...». Fo si arrabbia pure per i mancati collegamenti video con Beppe Grillo e Marco Travaglio, seppure annunciati nei giorni scorsi (in mattinata è stato proiettato solo un filmato di repertorio). Mancanza voluta per evitare la rissa verbale a distanza con il Pd? Forse. In ogni caso, il tentativo è andato in porto, anche se Walter Veltroni per tutta la giornata non si lascia sfuggire una sola parola sulla manifestazione di Piazza Navona. In fondo, anche il leader del Pd ha avuto il suo "Alfano" da combattere ieri. Non il ministro però. Bensì Giuseppe Alfano, sindaco del Pdl a Comiso, nel ragusano, che ha cancellato la delibera della vecchia giunta di centrosinistra che aveva ribattezzato il locale aeroporto da scalo "Vincenzo Magliocco", generale fascista, a "Pio La Torre", il segretario siciliano del Pci ucciso dalla mafia nell'82. E mentre Veltroni è in Sicilia, nella piazza di Di Pietro, sul Pd, fa breccia l'ironia di Rivera che, come al solito, ne ha per tutti («E' morto Haider in un incidente: ma come? Manteneva sempre la destra!»), ma non tralascia Veltroni in un pezzo ispirato a Passannante, l'anarchico lucano che attentò alla vita di Umberto I. «Se provassi a uccidere Veltroni? Ah, no è già morto. Walter, dicono che quest'estate a Sabaudia vi son venuti i ladri in casa di notte e nemmeno ve ne siete accorti! Insomma, sveglia!».

 

Bush: «Ora una risposta globale alla crisi» - Davide Varì

Parigi: -22,1%, Francoforte: -21,6%; Londra e Milano -21%. Sono i numeri della settimana di borsa appena trascorsa. Numeri che altro non sono che miliardi di euro andati in fumo a causa di una crisi finanziaria che sta mettendo in ginocchio le economie di mezzo mondo. E, nonostante le rassicurazione del ministro dell'Economia Tremonti - «il sistema bancario italiano è solido» - anche il belPaese inizia ad accusare il colpo. Anche i titoli italiani sono stati infatti travolti dall'onda lunga della crisi: Seat (-9,9%), Telecom italia (-9,37%) e Fiat (-61,83%). E in mezzo a queste macerie, la parola d'ordine è una ed una soltanto: rassicurare. Dagli Stati Uniti al Giappone e dalla Russia all'Europa, la strategia è infatti la stessa: rassicurare i cittadini, gli investitori ed i risparmiatori. Ma il mercato sembra non ascoltare e continua a perdere pezzi giorno dopo giorno, ora dopo ora. Gli scambi, di fatto, sono fermi proprio a causa dell'assoluta mancanza di fiducia, di rassicurazioni adeguate. Neanche gli innesti di liquidità da parte delle banche centrali sono serviti ad attenuare la crisi. Tutti i maggiori azionisti hanno infatti paura di ritrovarsi tra le mani la mela avvelenata, quei titoli cosiddetti tossici che potrebbe celarsi dietro qualsiasi scambio. Non a caso, e proprio ieri, il segretario al Tesoro Usa, Hank Paulson, ha confermato che parte dei 700 miliardi di dollari del piano americano verrà utilizzata per acquistare, e dunque toglierli di mezzo, quei titoli "tossici". Ma la realtà, almeno fino ad ora, è che le medicine messe in campo non sono sufficienti. Ieri è andato in scena l'ennesimo tentativo di cura da parte dei sette Paesi più industrializzati. A Washington si sono infatti incontrati i ministri finanziari del G7. Con loro anche il presidente George W. Bush che ha parlato di «crisi globale che richiede forti risposte globali. Siamo entrati in crisi insieme, ne usciremo insieme». Ed ancora: «Bisogna fare in modo che le azioni di ogni Paese non contraddicano quelle degli altri». Insomma, gli Stati Uniti sanno che da questa crisi si esce tutti insieme. Troppo ramificato e interconnesso il mercato globale per sperare di trovare soluzioni "autarchiche". E il timore più grande è che la crisi finanziaria travolga l'economia reale. In effetti, il crollo del sistema creditizio rischia di bloccare migliaia di aziende che riescono ad andare avanti proprio grazie ai prestiti che ricevono dalle banche. Se questo scambio si bloccasse le economie mondiali si ritroverebbero in piena fase recessiva. Una corsa contro il tempo che ha convinto i ministri dei 7 Paesi più industrializzati a varare un pacchetto di misure «urgenti ed eccezionali» per ristabilire l'ordine e la fiducia sui mercati finanziari globali e sostenere le economie ormai in recessione. Primo: garantire la sopravvivenza delle banche con l'aiuto dei Governi. Secondo: sbloccare i mercati monetari e assicurare che le banche e le altre istituzioni finanziarie abbiano accesso a liquidità e finanziamenti. Terzo: affrontare la questione della ricapitalizzazione delle banche, anche con fondi pubblici. La presenza del Governo nella proprietà consentirà inoltre un controllo sugli stipendi dei manager dopo gli eccessi degli ultimi anni. Su questo tema, i Sette assicurano che «le nostre banche e gli altri intermediari finanziari possono raccogliere capitale da fonti pubbliche e private in ammontare sufficiente a ristabilire la fiducia e consentire loro di continuare a prestare alle famiglie e alle imprese». Nel frattempo, e proprio per mettere in luce la dimensione globale della crisi, i sette stanno organizzando incontri con le potenze economiche emergenti: Brasile, Cina, India, Russia e Sudafrica. Gli incontri di questo fine settimana e l'annuncio di un'iniziativa globale rappresentano, secondo gli operatori, l'ultima chance per evitare il "meltdown", la disintegrazione dei mercati.

 

Gli scandalosi salari dei top manager. Anche se "toppano" – V. Venturi

La grande depressione è tornata. Ma mentre le banche scricchiolano e i cittadini si preoccupano, i big manager delle imprese fallimentari banchettano a champagne e caviale, incuranti del mondo che affonda nella crisi. Gli americani si sono scandalizzati quando hanno scoperto che i ‘capitani' della Aig, compagnia assicurativa salvata dal governo, hanno intascato 40 milioni di euro nonostante la situazione tragica in cui versava la loro company. Lo "shame on you" pronunciato dal democratico Elijah Cummings ha raggiunto Martin Sullivan e soci mentre si ritempravano: «È colpa dello tsunami finanziario, non nostra», hanno fatto sapere dal centro benessere con golf che li ha ospitati per una vacanza tra ‘c.e.o' da 500mila dollari. E in Italia, le cose come vanno? Provano a fare il punto della situazione Gianni Dragoni, inviato de Il Sole 24 Ore , e Giorgio Meletti, responsabile della redazione economica del Tg La7 , autori del libro La Paga dei padroni, uscito con tempismo perfetto per i tipi di Chiarelettere (euro 14,69 pp.278). Decidono di partire da un dato inconfutabile e ‘parlante': l'entità dei salari dei capitani d'industria italiani. L'analisi è più o meno tra le righe: la Borsa, solo nel 2007, ha perso l'8% circa del valore, i redditi sono rimasti al palo. Nel frattempo, i responsabili top manager hanno ricevuto aumenti a salari che rappresentano già di base veri schiaffi alla miseria. Nessun "mea culpa" per certi risultati meschini; le colpe degli insuccessi vanno sempre cercate altrove: negli scenari macroeconomici, raccontati con gergo bilancistico e bizantinismi; oppure nell'atteggiamento irresponsabile di lavoratori pubblici, piccoli imprenditori, dipendenti, operai, sindacalisti. C'è da riflettere, se è vero che lo stipendio di Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, è cresciuto del 39% nell'ultimo anno mentre il valore di mercato delle azioni del suo gruppo scendeva del 17%. In un giorno, ha guadagnato quello che i lavoratori dipendenti hanno ricevuto in un anno; dodici mesi suoi contro 365 anni di un comune mortale, e per avere risultati non esaltanti. Va spesso così, in Italia; ma molti manager, banchieri e capitalisti non se ne curano: per Maletti e Dragoni, sono loro i veri "intoccabili" degli ultimi anni, i membri di una casta benedetta da Mediobanca che resta immune da ogni responsabilità e che ha regole di vassallaggio precise. La Paga dei padroni spiega tutte queste cose e ha indubbi meriti stilistici: contiene una mole impressionante di dati; soprattutto propone cifre che parlano. Anzi: urlano. Gli stipendi della nostra classe dirigente servono non solo a suscitare morbosità, ma a svelare "nero su bianco" le sproporzioni esistenti nel capitalismo italiano: un luogo ‘chiuso' abitato da pochi noti: Ligresti, Pesenti, Berlusconi, Moratti, Agnelli, Colaninno, Romiti, De Benedetti, Caltagirone, Benetton... Sempre gli stessi; alcuni sono tra i "salvatori" di Alitalia. Le nostre dinasty, spiegano i due giornalisti, pensano più alla finanza che all'industria, sono preoccupate più di mantenere il potere che a far prosperare imprese. Per tali imprenditori il sole dell'opportunità non tramonta mai; si fa impresa senza assumersi i rischi, usando gli strumenti della finanza creativa, mettendo a repentaglio i risparmi di migliaia di persone - vedi Parmalat; tanto le banche foraggiano, e se le cose non vanno ci si ricicla spostandosi di qua o di là; le buonuscite non mancheranno mai. Nel frattempo si piazzano in ruoli chiave figli, cugini, amici e amici degli amici. E alla fine? Alla fine si torna all'inizio: alle cifre lapidarie e non emotive che svelano la realtà del capitalismo di rapina made in Italy, spacializzato nella "Distruzione del valore". La convinzione che sta alla base di La paga dei padroni di Maletti e Dragoni è che ad ogni fatto economico e sociale si accompagna una questione etica: se i nuovi oligarchi incassano anche senza fare goal, perchè gli altri devono accontentarsi dei livelli retributivi tra i più bassi dell'Unione Europea? Leggeremo, dimenticheremo, come sempre. Good night and good luck.

 

«La crisi sta cambiando anche la Cina. La protezione sociale non è più un tabù» - Stefano Bocconetti

Voglia di capire. Prima ancora che di giudicare. «Del resto, Sinistra europea è stata costruita su principi chiarissimi. E che non siamo disposti a mettere in discussione. Insomma, diamolo per scontato che abbiamo già compiuto una scelta di campo, per la libertà, per i diritti individuali e collettivi. Tanto più che a guidare la delegazione c'era Lothar Bisky. Che come sai, nel novembre dell'89 ha parlato in piazza, a Berlino, dopo la caduta del muro, un leader che si è sempre battuto per i diritti di libertà, anche nell'allora Germania dell'Est. Quindi davvero nessuno sbandamento sul socialismo realizzato, come si diceva una volta». Detto questo, però, resta la voglia di capire. La voglia di capire un paese imponente, con una popolazione che supera il miliardo di persone: la Cina. Dal gigantesco paese è, infatti, tornata da poco un delegazione della Sinistra europea. Fra di loro c'era anche Graziella Mascia, che dell'organizzazione che raggruppa la sinistra nel vecchio continente è la vice presidente. Una curiosità, innanzitutto, Mascia. Com'è nata l'idea di questo viaggio? Sembrerà strano, ma sono stati i cinesi a spingere per questa visita. Perché a Pechino c'è un enorme interesse per l'Europa e per la sinistra, per quel che proponiamo e chiediamo in questa parte del mondo. E come te lo spieghi quest'interesse? Qui i discorsi si fanno un tantino più complessi. Ci vorrebbe qualche parola in più... Certo... La Cina è una delle potenze mondiali, la sua economia cresce a ritmi a due cifre. Eppure, anche questo paese e questo governo cominciano a fare i conti con la crisi, sempre più evidente, di un sistema. Di un sistema di "governo" del mondo, con un sistema di scambi commerciali. Loro, i cinesi, sono nel Wto, organismo che noi abbiamo contestato e che combattiamo. Loro ci stanno dentro, ma probabilmente cominciano a vedere che si apre qualche crepa in quel sistema... Questa che tu racconti è un'impressione o sono stati espliciti? Vedi, in Cina quasi nulla è assolutamente esplicito. Diciamo che durante i colloqui - e sto parlando di incontri ai massimi livelli del partito, o con importanti ministri - noi abbiamo parlato di come questa crisi investa anche gli organismi internazionali. Ne metta in discussione il ruolo, ne riveli la loro incapacità. Diciamo che i cinesi si limitavano ad ascoltarci. In qualche modo ad assentire... Ma su cosa esattamente il partito comunista cinese era "interessato" ad ascoltarvi? Su una cosa, sopra alle altre. Quale? Sul sistema di welfare europeo. Su quello che stiamo provando a difendere e a ricostruire. Un interesse motivato da cosa? Direi che anche qui la crescita spaventosa registrata in questi anni, ora sta rivelando l'altra faccia. Sta rivelando i guasti sociali che ha prodotto. Guasti coi quali anche la Cina deve fare i conti. Ti riferisci al lavoro? Ad un paese che non ha tutela per il lavoro? Si, ma è solo uno degli esempi che si possono fare. Perché, che accade in Cina? Accade che anche Pechino si trova a doversi misurare con tanti segnali di protesta operaia, di insofferenza. Come vi fanno fronte? Stanno tentando di mettere mano ad una nuova legislazione del lavoro. Che provi ad ampliare la rappresentanza, che obblighi le imprese a discutere con il sindacato. Una nuova normativa che, prima di essere varata, è stata discussa soprattutto nei territori, nelle enormi aree in cui è diviso il paese, incontrando naturalmente l'ostilità delle multinazionali. Una norma che punta anche a far crescere il salario e a fissare un orario di lavoro settimanale. E' tanto, è poco? Guarda, prevengo anche le tue domande e ti dico che comunque sia, resta un limite invalicabile: la mancanza di democrazia sindacale. Non esiste in Cina, e non sembra all'ordine del giorno, la possibilità di libertà nello scegliere da chi farsi rappresentare. Questo lo sappiamo, ma sarebbe sbagliato non cogliere le novità. Anche perchè la rincorsa alla manodopera a basso costo è la caratteristica di questa globalizzazione, e se aumentano i diritti dei lavoratori cinesi, ne traggono vantaggio anche gli europei. Prima dicevi che il lavoro era solo uno dei temi. Cos'altro c'è che si muove in Cina? Una visita di una settimana, ovviamente, ti consente solo una conoscenza a volo d'uccello. Però è evidente che tanto si muove anche nel settore della sanità, per dirne un'altra. Ora hanno un obiettivo: alzare la soglia delle cure a tutti i cittadini. Oggi, dicono, lo Stato è in grado di coprire un servizio fino a un massimo del 70 per cento dei costi, il resto è legato alle possibilità economiche del singolo. Stiamo parlando di centinaia di milioni di persone. O ti potrei parlare della scuola. Dove si registra un fenomeno che può apparire strano per noi europei.... Di cosa parli? Del fatto che a differenza che nel resto del mondo, in Cina l'università statale è quella seria, rigorosa, funzionante. Solo che l'accesso è difficile, avviene dopo esami "tostissimi". Naturalmente parliamo di una selezione legata alle disponibilità dello Stato. E solo chi non ce la fa ad entrare nella struttura pubblica, e può permetterselo, in Cina ricorre alle università private. Ma c'è di più, ancora più in controtendenza, rispetto a noi.... Ti rifaccio la domanda: di che stai parlando? Del fatto che ovunque, almeno ovunque dalle nostre parti, si parla e si teorizza della necessità del decentramento dello Stato. Qui in Cina, invece, dove da sempre il decentramento è una necessità vitale, si va nella direzione opposta. Insomma, la Cina si è accorta che tante e troppe sono le differenze nel livello di assistenza, di istruzione, negli standard di vita, fra le diverse zone del paese. Così, sta riprendendo piede la tendenza dello Stato a riappropriarsi di alcune competenze, per offrire a tutti lo stesso trattamento. O almeno per provarci. Un'impressione, comunque, Mascia: dalle tue parole sembra che, bene o male, l'immenso paese asiatico si stia incamminando verso alcune riforme. Insomma, non va tutto bene, ma poco ci manca. Non è così? Non ho detto questo, e non lo penso. Anche qui ti faccio degli esempi: la questione ambientale prima di tutto. Davvero drammatica, nonostante le nuove abitazioni siano tutte con pannelli solari. Ma quando la produzione energetica dipende per tanta parte dal carbone, e la crescita è così spinta, anche l'uso di massa dell'automobile rappresenta un allarme che va oltre i confini cinesi. E ancora: la questione del patriarcato. Certo, davanti ad ospiti stranieri, a Pechino parlano del fatto che almeno il 21 per cento delle istituzioni è rappresentato da donne. Ma la verità è che ci sono intere parti della Cina dove la subordinazione delle donne è legge. Non scritta ma legge. E non è un caso se la federazione delle donne, che abbiamo incontrato, investe su progetti concreti, come la raccolta delle acque, nelle campagne. Perchè, soprattutto in quelle zone, le donne continuano a svolgere i lavori più faticosi e più umili. Donne, ambiente. E anche un po' la democrazia che manca, non trovi? Ancora? Insisto: non credo che ad ogni frase io debba ripetere quali sono le nostre scelte di campo. Però io non credo sia giusto, e soprattutto producente, che un movimento politico, un piccolo movimento politico, vada a fare la lezione: ora vi spieghiamo noi come si fa. Faremmo ridere. Io so, sappiamo, che tanto il tema della democrazia e della partecipazione è questione ineludibile, che verrà al pettine. Noi ne abbiamo parlato, esattamente come abbiamo parlato di come per noi sia immorale un paese con la pena di morte. E loro? Ascoltavano. Tacevano su questo e facevano tante altre domande sul resto. Quali domande? Anche qui, una cosa sorprendente: ci hanno chiesto, ma davvero tutti, quale fosse l'impressione che della Cina si aveva nei nostri paesi? E tu che gli hai risposto? La verità. Ho detto loro che in Italia la destra ha vinto soprattutto per la paura. E dentro quella paura c'è anche tanta Cina. Paura che la concorrenza possa far saltare i difficili equilibri dei mercati, paura al punto che li ha portati a votare chi predicava il protezionismo. Anche se, una volta tornati in Italia, dobbiamo assistere al paradosso per cui, davanti al disastro dell'economia mondiale, coi mercati tremanti, sei costretta ad ascoltare tanti commenti che oggi ti dicono il contrario: meno male che c'è la Cina. Oggi si sente anche questo... Insomma, in una battuta raccontaci il senso del tuo viaggio. Non si può essere sintetici verso un mondo che chiede di essere esplorato. Però una cosa, questo viaggio ce l'ha ricordata: che non ha molto senso provare a mettere "le braghe al mondo". Compito di una sinistra è quello di indagare, di provare a capire. Di non fermarsi alla superficie. Pensare di sapere prima come vadano le cose non è atteggiamento di una sinistra moderna. Ecco, col nostro viaggio abbiamo soprattutto voluto capire. E continueremo a farlo: visto che ci siamo dati appuntamento, con i dirigenti cinesi, per svolgere alcuni seminari. Di approfondimento, sulle questioni economiche in particolare. Visto che la crisi economica e finanziaria non risparmia nessuno. Convinti che dalla capacità di dare una risposta a questa crisi dipende il futuro delle sinistre.

 

Manifesto – 12.10.08

 

Bandiere - Andrea Fabozzi

In un paese dove la politica si muove a cerchi concentrici per gli impulsi di un uomo solo, a che serve un corteo? Anche un corteo grande e partecipato come quello di ieri a Roma, a che serve? È una scommessa vinta per gli organizzatori, questo è sicuro. Quella sinistra che fino a ieri aveva solo domande e adesso, subito, rischia di trovare troppe e troppo facili risposte. Eppure anche un successo può rappresentare un problema. È stata una bella manifestazione. Ma certo. Una boccata d'aria. Una testimonianza di esistenza in vita. Chi è sceso in piazza merita affetto e gratitudine, come quella che abbiamo sentito per la nostra scassata impresa quotidiana. Erano la voce di quella parte del paese che è uscita dal parlamento e quel che è peggio dall'informazione. Un problema per il governo? Chiaro, se il governo avesse cura di guardare qualche volta da questa parte. Un problema per il Pd che prima o poi dovrà scegliere le sue alleanze? Anche, se Veltroni non avesse scelto da tempo altre e più moderate sponde. Un problema, alla fine, lo è soprattutto per chi avrà voglia di immaginare un seguito di questa giornata. Perché non resti solo una testimonianza. Aggrappati ognuno alla sua bandiera, i manifestanti di ieri hanno tanto cantato ma hanno quasi dimenticato il governo. Di slogan contro le mille e una porcheria berlusconiana se ne sono sentiti pochi. Strano per una manifestazione battezzata «L'opposizione è nelle nostre mani». Quello che c'è di movimento in campo, le scuole, le università, l'impiego pubblico, era diluito sotto le bandiere di partito - Rifondazione e Comunisti italiani, essenzialmente, che in questo stesso giorno di ottobre si separarono dieci anni fa. Donne e uomini in piazza: di sicuro quella parte del paese che ancora resiste al dominio di Arcore. Eppure ognuno quasi al riparo della sua bandiera, con le sue storie private di conflitto nella scuola, in ospedale, al supermercato, in banca, ma senza la capacità di rappresentare una lotta collettiva. Una opposizione. E questo è un problema per chi li ha chiamati. Non molta strada è stata fatta. Siamo sempre a metà, tra le rovine del governo Prodi che non potevamo immaginare fossero così tante e le minacce del governo Berlusconi che non potrebbero essere più gravi. Dopo la catastrofe elettorale, la sinistra non è andata avanti né indietro, e ora si concentra sulle alchimie che dovrebbero servire a superare lo sbarramento alle elezioni europee. A che serve una manifestazione, allora? Ad affidarci la convinzione, o la speranza, che una storia non è finita. Che forse non può. Ma ancora di più a consegnarci una sensazione: mettendo da parte quelle bandiere la storia non sarebbe più difficile da continuare. Forse più facile, forse migliore.

 

Globuli rossi. Sfila l'orgoglio comunista - Angelo Mastrandrea

ROMA - Se in politica i simboli contano qualcosa, essere accolti da centinaia di persone che cantano Bandiera rossa e da un mare di bandiere dello stesso colore dell'inno dei comunisti allora forse vuol dire qualcosa. Specie se a cantare e sventolare è la testa del corteo e non la coda come di solito accadeva nell'era dei movimenti altermondialisti prima, pacifisti poi. I tempi sono cambiati, c'è la crisi economica e non il liberismo trionfante, e all'imbocco di via Cavour in una Roma assolata che sembra principio d'estate, da un camioncino si sente urlare che «la parola del futuro è comunismo», punto e basta. Magari fosse così semplice. Gianni Rinaldini a metà corteo guida lo spezzone operaio della sua Fiom, e avverte: «La crisi sarà pesantissima ed è già cominciata. Se la Cgil non raccoglie il disagio sociale, questo rischia di finire altrove ed esplodere anche in forme pericolose». Che vuol dire atti di razzismo, guerre tra poveri, conflitti fuori controllo ed egemonizzati dalle destre. Per questa piazza però il punto è un altro: dimostrare di esistere nonostante la batosta elettorale e le risse intestine. Accantonato l'Arcobaleno, la coalizione uscita massacrata dalle urne ma anche le bandiere che avevano monopolizzato piazze e balconi qualche anno fa, a mettersi in mostra sono i partiti. E lo fanno in pompa magna: gli organizzatori alla fine parleranno di 300 mila persone in corteo, la questura dirà 100 mila (in serata però ridimensionerà curiosamente a 20 mila) e questo vuol dire che sono davvero tanti, molti di più di quanti se ne aspettavano in una vigilia piena di timori. Rifondazione è in grandissimo spolvero, nella prima metà del corteo i ferreriani con il segretario sorridente come mai l'avevamo visto («la ritirata è finita, vorrei lanciare da qui il coordinamento di tutte le opposizioni della sinistra, delle forze sociali e politiche»), nella seconda i vendoliani che distingui solo perché confondono le loro bandiere con quelle della Sinistra democratica (con striscione grillesco rivolto a Berlusconi «Riapriamo il dialogo: vaffanculo») e il leader Nichi che annuncia la nascita dell'associazione politico-culturale «Per la sinistra». E poi i Giovani comunisti con sound system, comunisti lucani di Pietrapertosa con la cornamusa, il Pdci di Diliberto (avanti) e di Rizzo (in coda con striscione su un'altra costituente, «comunista» e opposta a quella vendoliana) e giù giù fino al Pcl anticapitalista di Ferrando, ai Carc e a quelli di Falce e martello, minoranza del Prc oggi nella maggioranza del partito. Si fa vedere anche l'amato-odiato Fausto Bertinotti, e tra qualche fischio e alcuni applausi spuntano t-shirt bianche con su scritto «indicibile: sono comunista», e ogni riferimento all'ex presidente della Camera è puramente voluto. Un giovane racconta che si sta divertendo ad andare in giro a leggere gli striscioni «che confliggono fra loro», ma in realtà se non sei un militante in quota all'una o all'altra parte in causa non te ne accorgi più di tanto. Vero è che mancano all'appello buona parte dei tanti comitati territoriali che pure hanno costituito l'ossatura dei partiti della sinistra, le lotte nei territori per un giorno abdicano alla riaffermazione di un'identità. Con alcune, lodevoli, eccezioni. Gli ambientalisti che lanciano l'avvio di una campagna sul nucleare (ne parla Gianni Mattioli, fondatore dei verdi e poi transfuga, dal palco), il comitato contro la discarica del Formicoso in Alta Irpinia decisi a far conoscere la bontà della loro lotta, il comitato che si oppone all'aeroporto senese di Ampugnano, gli scatenati operatori socio-sanitari napoletani, macchia di bianco in tanto rosso che zigzaga per il corteo cantando a squarciagola «'O sarracino». E poi Action e i Gap, occupanti di case e immigrati dietro gli striscioni «L'opposizione si fa non si declama» e «La crisi? Facciamola pagare a loro». Loro chi? «Banchieri, grandi imprenditori, palazzinari». Nel frattempo distribuiscono pane e olio a un euro e fanno affari e proseliti nei quartieri popolari dove il carovita fa sicuramente più danni del crollo delle borse. Ma, tra tante piccole-grandi differenze, a unire tutti ci pensa una sola persona: la ministra Gelmini. Non c'è in piazza il movimento degli studenti né quello degli insegnanti, ci sono solo mamme docenti e bambini della Iqbal Masih che rappano le canzoni degli Assalti frontali ed è uno spasso ascoltarli, ma un po' ovunque spuntano cartelli «no Gelmini». In una ipotetica classifica per un programma unitario della manifestazione, la scuola primeggia insieme alla crisi e a un antiberlusconismo che abbraccia anche Confindustria. La pace rimane sullo sfondo, i diritti civili pure. Anche l'antirazzismo è in sordina. E, visto quanto sta accadendo in Italia, è forse l'unico vero neo di una bella giornata in cui rispunta l'orgoglio comunista.

 

I segretari non si aspettavano la folla. Ma sul dopo ognuno resta sulle sue - Matteo Bartocci

ROMA - Stringi stringi la vera domanda della vigilia era: la sinistra in Italia c'è ancora o no? E la risposta del lungo serpentone rosso-rosso dell'11 ottobre è stata univoca: c'è ancora eccome. In decine di migliaia hanno sfilato affermando che di una vera opposizione a Berlusconi c'è bisogno. E che se anche è scomparso dal parlamento e privo di copertura mediatica, un cuore a sinistra del Pd esiste ancora. E se chiamato batte un colpo. In una Roma sontuosamente estiva la partecipazione alla manifestazione è stata talmente alta che ha sorpreso perfino gli organizzatori e tanti politici anche navigati. Neanche Massimo Torelli, uno dei promotori, della sinistra fiorentina, si aspettava «un corteo così grande». Il che dimostra «che la sinistra può ripartire solo se smette di chiudersi nelle lotte interne ai partiti e si concentra sull'opposizione unitaria a Berlusconi». A fine giornata, anche Paolo Ferrero è raggiante. Con un sorriso a trentadue denti spiega in lungo e in largo che «partendo dal basso, dal fare, si vede che le cose funzionano e si va avanti insieme. Se invece ci si divide subito tra comunisti e socialisti, tra costituente rossa e di sinistra, tra falce e martello e arcobaleno i partiti si spaccano e non ce n'è per nessuno». E poi la frecciata a Vendola: «Diciamolo, a Chianciano qualcuno aveva ragione e qualcun'altro torto». Il segretario di Rifondazione rilancia la proposta di un coordinamento delle opposizioni di sinistra sui territori, a partire da cose concrete. Si vedrà. Per ora l'idea non trova molto consenso nell'ex arcobaleno. La proposta, par di capire, prova a tenere insieme tutto il caleidoscopio di posizioni. Ma sconta una freddezza generale. «Decideremo la prossima settimana nel nostro direttivo», risponde Grazia Francescato dei Verdi. «Mi pare un po' poco, un dialogo tra recinti diversi», dice con garbo Patrizia Sentinelli, area vendoliana del Prc. Il corteo infatti va avanti come un treno ma ogni spezzone resta chiuso nel suo vagone. Del Pd non c'è quasi nessuno. Quasi però perché invece Livia Turco e Vincenzo Vita (che al Nazareno curano i contatti a sinistra) si fanno vedere volentieri e sognano «un'unica opposizione al governo Berlusconi». L'ex ministra della Salute si dice perfino «contenta» di essere in mezzo a tanta gente che sfila con le bandiere rosse. Colore unico per tante voci, Dai segretari dell'ex Arcobaleno ai promotori tutti d'accordo con Claudio Grassi (segreteria Prc) quando ammette che il corteo è andato «al di sopra delle aspettative, un successo che è anche un segnale importante». Ma le idee sul domani restano diversissime. Ogni partito, perché era questa la parte più visibile (bandiere di Prc e Pdci onnipresenti, folta e compatta falange di Sinistra democratica, gocce in un mare vermiglio i Verdi) ha e resta col suo progetto e la sua interpretazione della giornata. Claudio Fava (Sd) lo dice piatto: «Ci sono due progetti diversi, da un lato un'idea identitaria che riguarda la purezza dei comunisti, dall'altro chi come noi si batte per una sinistra popolare, democratica e rigorosa». Diagnosi partigiana ma esatta. In mezzo a tante falci e martelli che sembra la piazza Rossa, Oliviero Diliberto esulta: «E' la giornata dell'orgoglio comunista. E' questa la strada che ci indica il nostro popolo». Diametralmente opposta invece l'analisi di Nichi Vendola, che ha sfilato molto distante dalla testa del corteo dietro lo striscione «unitario» portato da Sd: «Nella culla di questa manifestazione - dice il presidente della Puglia a Radiocittàfutura - nasce l'associazione politica e culturale 'per la sinistra'. È un atto che dice che il progetto costituente parte, poi naturalmente è difficile descrivere con formule politicistiche il cammino di una cosa che è appena in nuce, che sta cominciando a camminare, che si sta prefigurando». Alfonso Gianni, alfiere del partito della sinistra, è ottimista e cita Mao: «Le masse sono i veri eroi». Quasi spettatori, seppure in prima fila, i Verdi. Paolo Cento è chiarissimo: «Manifestare è ottimo ma il punto è come rappresentare questa piazza». Grazia Francescato, viste le forti divisioni nel Sole che ride, si tiene invece su un filo. E' più che mai convinta della scelta di essere qui ma anche il 25 ottobre col Pd, con «gazebi critici» su cui è sicura «concorderanno anche tanti democratici». Smentisce però intese elettorali alle europee con Veltroni, che pure ha incontrato nei giorni scorsi: «Noi manteniamo la nostra identità. Col Pd c'è un dialogo ma non c'è nessun accordo, perché noi non facciamo le alleanze per le alleanze».

 

Fischi e insulti per il comunismo «indicibile» - Matteo Bartocci

ROMA - Per Fausto Bertinotti quella di ieri è stata sicuramente una giornata particolare. Il corteo romano non gli ha certo lesinato gli applausi ma, ed è una novità, neanche fischi e contestazioni molto rumorose. E' soprattutto quel ragionamento sul «comunismo indicibile» - anticipato nei giorni scorsi dall'ultimo libro di Bruno Vespa - ad aver provocato le ire del popolo che ieri riempiva le strade di Roma. Rilassato, girocollo blu, Bertinotti arriva al corteo in perfetto orario. E' uno dei tanti promotori della manifestazione e quando arriva dietro lo striscione di apertura, sotto i flash dei fotografi, abbraccia sorridente il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero. Subito dopo, con discrezione, si porta più indietro e inizia la sua passeggiata anomala. Tante e tanti lo salutano e scattano foto dai cellulari. Ma il «patatrac» avviene quando si ferma insieme a Sandro Curzi all'angolo tra via Cavour e via dei Fori imperiali. Ai margini del serpentone che scorre, in tanti lo vedono e iniziano a polemizzare a mezza voce. «Vattene nel Pd», dice un signore col fazzoletto rosso al collo. E un altro, subito dopo, sputa un «socialista!» come un insulto e «guarda quanti comunisti che ci stanno». Altri due, più giovani: «Basta coi salotti e la tv infame». Ma il peggio per lui deve ancora arrivare. Passa il camion col sound system dei giovani comunisti di Roma. Il ragazzo col microfono lo vede e ferma il corteo. «Guarda, c'è Bertinotti. Quello che dice che il comunismo è indicibile». Poi chiede a un ragazzo: «Tu quanti anni hai? 16? Lo capisci cos'è il comunismo? Sì? Allora il comunismo non ha solo una grande storia ma anche un grande futuro». E dopo una bestemmia parte un coro di »Bandiera rossa» a squarciagola. In tanti, arrivati proprio a quell'angolo, lo canteranno forte. Come una sfida. Di fronte alla quale l'ex presidente della camera prima non reagisce. Ma poi, sotto il crescendo, sbotta e apostrofa un tizio: «Sei un ignorante». Eppure il suo giudizio sulla giornata resta sereno. «E' chiaro che in questo deserto drammatico la vera risposta è la capacità di mobilitazione. Se ci sei batti un colpo. E da questo punto di vista la risposta della piazza è positiva. Ma non basta, perché finora siamo testimoni e invece dobbiamo essere protagonisti. Da domani ci vuole una proposta politica, una piattaforma». Su cui Bertinotti non dà indicazioni dirette. «L'editoriale di Rossana Rossanda (di ieri, ndr) indica un percorso. Cominciamo da questa crisi gigantesca del capitalismo e da un intervento pubblico che non serva solo a salvare il mercato da se stesso. Discutiamone insieme. Dandoci però atto che alcune delle tesi di Rossana la sinistra le ha sempre sostenute».

 

Foto di gruppo metalmeccanic@ - Sara Farolfi

Post-fordismo, taylorismo superato, a lungo le sirene del «post ideologico» hanno cantato. Tanto è cambiato, non vi è dubbio, nel mondo del lavoro. Il ciclo produttivo frantumatosi, i processi di terziarizzazione che hanno generato catene infinite di appalti, la redistribuzione della ricchezza dal lavoro al profitto e alla rendita, la crescita esponenziale, infine, della disuguaglianza sociale. Ma quello che ci consegna «Metalmeccanic@», inchiesta di massa che la Fiom ha realizzato distribuendo 400 mila questionari in oltre 4 mila imprese metalmeccaniche, è una fotografia impietosa del mondo del lavoro, operaio e non solo. La voce di 100 mila lavoratrici e lavoratori (100 mila sono i questionari compilati, la metà dei quali compilati da operai e impiegati non iscritti a nessun sindacato) ci dice di «quanto fordismo c'è nel post fordismo», racconta di «condizioni di lavoro terribili» e non molto diverse da quelle in cui si lavorava tempo fa. E pone una domanda di partecipazione, ascolto e visibilità che come un boomerang interroga il sindacato, ma che sarebbe bene ascoltare per capire i cambiamenti di una fetta consistente del mondo del lavoro (circa 2 milioni sono i lavoratori metalmeccanici, oltre 5 milioni se si considera tutto il settore industriale). A loro, «invisibili» a chi ideologicamente non vuole vedere, diamo la parola. «Working poor». Quello dei «lavoratori poveri» è ormai fenomeno diffuso anche nel nostro paese. E non riguarda solo i giovani o i precari ma principalmente i nuclei familiari con più di due componenti. Il salario mediamente percepito da un metalmeccanico è pari a 1.246 euro, ma il 30% degli intervistati ha un reddito compreso tra 900 e 1000 euro al mese, e la grande maggioranza (il 71% dei lavoratori) non supera comunque i 1300 euro mensili. Le condizioni salariali peggiorano visibilmente per le donne (una donna su tre guadagna meno di 1000 euro al mese) e per i precari (1078 euro al mese in media, e non sarà un caso se il 50% dei lavoratori maschi sotto i 35 anni dichiara di vivere con i genitori), mentre per gli immigrati «la situazione è più mossa». Considerando le stime ufficiali (Istat) sulla «povertà relativa», emerge come il 14% delle famiglie con tre componenti e il 22,5% di quelle di quattro componenti, sono «sicuramente povere». Colpisce quanta parte del reddito sia assorbita dalla spesa per la casa: il 42% degli intervistati paga un mutuo (da 300 a 600 euro al mese, per il 50% di costoro), il 21% vive in affitto (che nella metà dei casi assorbe il 20-30% del reddito familiare), mentre il 36% ha una casa di proprietà. Quanto all'orario di lavoro, le tute blu lavorano in media 40 ore la settimana (più è piccola l'azienda più si lavora), e il 48% dei lavoratori vorrebbe lavorare di meno. Notturni e lavoro domenicale sono poco diffusi, mentre il sabato lavorativo riguarda la metà degli intervistati. Sempre più risicati gli spazi per il «tempo libero», con la metà dei lavoratori che dichiara di non averne. Chi si rivede, il taylorismo... Emerge dall'inchiesta un'organizzazione del lavoro fondamentalmente tayloristica, in cui il 64% di chi ha risposto afferma che il lavoro comporta movimenti ripetitivi, con durata inferiore al minuto per quasi la metà degli intervistati. Anche su questo versante agisce la discriminazione che vede le donne occupate in lavorazioni che comportano movimenti ripetitivi in misura superiore rispetto agli uomini (e che ha a che fare con l'essere inquadrate spesso ad un livello inferiore). «Un'altissima percentuale di lavoratrici e lavoratori vive una condizione lavorativa non molto diversa da quella dei loro padri». Cosa che la dice lunga sul grado di innovazione delle imprese metalmeccaniche (e si tenga anche conto del fatto che l'indagine ha coinvolto per lo più lavoratori delle imprese medio grandi). Significa cioè che la competitività di una larga fetta del sistema industriale si è basata sulla compressione di costi e salari. In questo senso è indicativo anche il dato sulla «formazione» - «vergognoso», secondo il sociologo Francesco Garibaldo – pressoché inesistente, a dispetto dei proclami: appena il 17% degli intervistati ha beneficiato di formazione pagata dall'azienda (12 ore in un anno!). Salute e sicurezza. Il 21% degli intervistati risponde 'non so' alla domanda: ritieni che la tua salute sia stata compremessa a causa del lavoro? Una percentuale elevata «che testimonia l'incertezza a correlare disagio e malessere alla condizione lavorativa, in particolare nei lavoratori più giovani». La risposta affermativa riguarda invece il 43% degli operai, il 29% degli impiegati e il 27% dei tecnici. Effetto di un'organizzazione del lavoro che di «post» ha ben poco, è la diffusione di patologie che colpiscono gli arti superiori. Colpisce però la diffusione di altri tipi di disturbi, che dicono di una condizione di «depressione latente»: affaticamento (diffuso al 57% per gli operai e al 45% per gli impiegati), debolezza (rispettivamente 35% e 26%), insonnia (33% e 31%), ansia (43% e 48%) e irritabilità (49% e 52%). Oltre la metà degli intervistati pensa che non potrà fare lo stesso lavoro a sessant'anni di età. E alla domanda 'sei soddisfatto in generale della tua condizione di lavoro', i 'poco soddisfatto' si attestano alla percentuale del 43,6%.

 

«Così non va». Parla l'inchiesta - Sara Farolfi

ROMA - Se questo è il lavoro, che ne è del sindacato? L'inchiesta di massa realizzata dalla Fiom - «veri e propri pezzi di vita», dice la filosofa femminista Bianca Pomeranzi - interroga la ragione d'essere stessa delle organizzazioni sindacali. C'è ben poco da girarci attorno: l'autorappresentazione che ci consegna questo prezioso (e raro) lavoro dice di «un peggioramento della condizione sociale, redistributiva e del lavoro». La diciamo con lo psichiatra Emilio Rebecchi: «Una condizione sempre più grave, all'interno di una guerra molto sanguinosa, in cui le condizioni di lavoro si aggravano progressivamente». E le prospettive non inducono all'ottimismo: «E' su questo quadro che oggi precipita una recessione economica pesantissima che non sarà breve», ha aperto il dibattito, due giorni fa dopo la presentazione del volume dell'inchiesta, Gabriele Polo. Dibattito animato, domande scomode. «E' l'oggettiva faziosità della cultura del lavoro - dice Umberto Romagnoli, docente di diritto del lavoro, citando Vittorio Foa - che ha portato a concentrare le tutele solo nel lavoro dipendente: quando il sindacato capirà questo, avrà un ritorno di quella credibilità oggi usurata». Primo punto. Ma oggi il compito del sindacato «è enormemente più difficile». Non basta essere «un'insostituibile forma di rappresentanza sociale», ancora Romagnoli. Il compito del sindacato oggi è più difficile perchè «manca la rappresentazione politica - omologa a quella del sindacato - del lavoro». Non solo. «Le cose sono più difficili perchè il capitale è diventato globale, il lavoro è rimasto locale», osserva Pierre Carniti, ex segretario generale della Fim Cisl. Un'asimmetria da ricomporre, «almeno con l'obiettivo di una dimensione europea dell'iniziativa sindacale», converge Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom. Non è vero che non c'è più il lavoro ripetitivo, non è scomparso il taylorismo, «secondo me anche negli altri settori, e penso a supermercati, call center e anche determinati settori del pubblico impiego», dice Rinaldini. «Il lavoro che spossessa il lavoratore sopravvive, nessuna tecnologia di per sélo ha cambiato», osserva Antonio Lettieri, ex dirigente Fiom. Se è vero, com'è vero, che l'inchiesta Fiom apre spazi di manovra, allora bisogna «rimettere al centro la contrattazione sull'organizzazione del lavoro, a partire dal ripensamento della rappresentanza sindacale, le Rsu, che oggi non sono in grado di contrattare nulla», conclude Rinaldini. E porsi l'obiettivo «di una riunificazione del ciclo produttivo», a tal punto frantumato che oggi in uno stabilimento operano lavoratori con 4-5 contratti diversi. Cosa centra questa situazione con la discussione sul modello contrattuale? Discussione «estetica, tanto è vero che si parla di modelli», è la risposta corrosiva di Pierre Carniti. Che porta il dibattito sull'«altra faccia della medaglia», la questione redistributiva. Prendiamo la crisi globale, al cui fondo, secondo Carniti, sta un enorme problema redistributivo: «Statalismo per i ricchi e liberismo per i poveri, questa è la ricetta proposta». Negli ultimi dieci anni - e questo lo dicono tutti gli studi ufficiali - la quota di reddito destinata al lavoro è diminuita, mentre è aumentata quella di profitti e rendite. Allora, si può capire il punto di vista di Confindustria «che mira a proceduralizzare il conflitto», ma il sindacato, «quale problema vuole risolvere, considerando che il 47% delle imprese ha meno di tre dipendenti e lì dunque le organizzazioni sindacali neppure esistono?». Poi certo, «se non si sa cosa fare si possono anche fare accordi, ma se il problema è quello di mettere in causa la redistribuzione del reddito, allora un accordo, se va bene è irrilevante, se va male è peggiorativo».

 

La Stampa -12.10.08

 

L'uomo senza pecunia – Barbara Spinelli

Benedetto XVI conosce certamente la poesia di Heinrich Heine che gli alunni in Germania imparano a memoria. S’intitola Germania-Fiaba d'Inverno, e non solo è difficile tradurne la cadenza ma è difficile trasmettere quel che per i tedeschi significa: è una scheggia piantata nel cuore, non si stacca. Il poeta narra come un giorno torna in patria, e ascolta la strana nenia cantata da una fanciulla con sentimento vero e voce falsa: la nenia evoca l’amore e le miserie d’amore, il sacrificio e il ritrovarsi in un mondo migliore, dove tutte le sofferenze scemano. Evoca la valle di lacrime che è la terra, le gioie che svaniscono presto, e l’Aldilà dove l’anima nuota, trasfigurata, in eterne delizie. D’un tratto Heine cambia tono, rompe l’incanto: «Era la vecchia canzone della rinuncia, la ninnananna del cielo con cui si culla il popolo, questo gran villano, quando mugugna». Il Santo Padre non ha intonato un canto diverso, il 6 ottobre, in apertura del Sinodo internazionale dei vescovi. Ha detto parole bellissime e commosse, come la fanciulla di Heine che suona l’arpa. Ma è una nenia per bambini, la sua, anche se così negativa sul mondo: è indifferente alla tempesta che in questi giorni agita l’economia del pianeta, alle sofferenze che scatena. Non ha parole per descrivere l’inverno di tutto un mondo, che stiamo vivendo: la dura scoperta del reale, che Heine colloca «nel triste mese di novembre, quando il vento strappa le foglie dagli alberi, i giorni diventano più foschi, il cuore è come se lentamente sanguinasse». Il testo del Pontefice, se non fosse stato detto in pubblico e nel momento che traversiamo, se fosse una mistica segreta preghiera, resterebbe nel ricordo come traccia sublime. Parla del visibile e dell’invisibile di cui la creazione è fatta; del vero realismo, che non costruisce sulla sabbia ma sulla roccia. Ma anche in lui, d’un tratto, il sublime sembra spezzarsi: «Tutto questo un giorno passerà. Lo vediamo adesso nel crollo delle grandi banche: questi soldi scompaiono, sono niente. E così tutte queste cose, che sembrano la vera realtà sulla quale contare, sono realtà di secondo ordine. Chi costruisce la sua vita su queste realtà, sulla materia, sul successo, su tutto quello che appare, costruisce sulla sabbia. Solo la Parola di Dio è fondamento di tutta la realtà». Nemmeno se avesse detto queste parole vestito d’un saio - non era vestito d’un saio - il Papa sarebbe stato vicino a chi soffre. Le parole son belle, ma nella voce è come se mancasse un poco di bontà, di veridicità. La voce non dice quel che propriamente sta accadendo. Denuncia una sorta di danza panica attorno al dio denaro, mentre quel che viviamo è un risveglio amaro e una prova scabrosa. È l’uscita costosa da molteplici bolle d’illusioni, ed è lo sforzo che ci tocca fare per non incapsularci in altre bolle: ieri la bolla che dilatava irrealisticamente il valore delle cose, oggi la bolla che le svaluta indiscriminatamente tutte; ieri si credeva che il mercato si regolasse da solo, oggi si sogna uno Stato di nuovo onnipotente. Come altre volte in passato - le terribili crisi finanziarie narrate da Emile Zola sul finire dell’800, nel romanzo Il Denaro; il grande crollo del 1929 - quel che rischia il naufragio è la parte migliore dell’uomo: la fiducia innanzitutto, quest’inclinazione che fonda la civiltà e il coesistere umano pacifico. All’origine del tracollo borsistico c’è un precipizio mondiale della fiducia: fiducia nel mercato e nella politica, negli imprenditori e nella finanza, fiducia del cittadino verso le banche e delle banche tra loro. Ecco, davvero, un nichilistico non credere più in nulla, non aver più fede nella buona fede dell’altro. Al posto della fiducia si insediano sospetto, diffidenza verso i simili, paura che la vita dell’uomo, come nello stato di natura descritto da Hobbes, «trascorra solitaria, povera, brutale e breve». Il denaro appare in questi scenari apocalittici come sporco, diabolico. Lo pensava Marx, che citando Shakespeare lo chiamava prostituta. Lo pensavano i bolscevichi, che fantasticavano d’abolirlo. A destra lo pensava Charles Maurras, che l’associava alla democrazia, ai giornali, al dominio dell’opinione. Eppure è proprio grazie al denaro, alla sua natura astratta, simbolica, che la fiducia si rafforza: se io ti vendo un oggetto in cambio di una banconota fatta di carta vuol dire che scommetto sulla tua onestà, che credo in una convenzione sconnessa dagli oggetti. La fiducia può essere eccessiva, è vero. Ma è vero anche il monito di un altro grande tedesco, Friedrich Hebbel: «Chi ha cominciato a fidarsi di tutti, finisce col considerare chiunque come un farabutto». Il pericolo è qui: che dalla fiducia illimitata si passi alla sfiducia illimitata; che l’economia di mercato, da angelo che era, appaia come un farabutto. Le parole di Benedetto XVI non danno fiducia ma accrescono sfiducia, panico, e questo sordo divorante sospetto. Infine ci sono i poveri, gli ultimi. Difficile dir loro che quel che è visibile è chimera, che bisogna guardare alla vera realtà dell’oltre mondo perché questo mondo passerà. Nell’intimo possiamo pensare - capita spesso - che il male sia in terra. In pubblico siamo responsabili della fiducia in rovina. La crisi non colpisce solo gli speculatori. I deboli hanno da temere la perdita di lavoro, l’insicurezza della pensione, le minacce di pignoramento, la restrizione del credito, i salvataggi pagati dal contribuente, il carovita. Al crac finanziario s’aggiunge inoltre l’aumento dei prezzi alimentari, che resterà a nostro fianco quando le borse riprenderanno: un numero sempre più grande di poveri morirà di fame sulla terra. È bello ricordare che il pane quotidiano è in realtà soprasostanziale, come nella versione greca e latina di Matteo 6,9-13. Ma il pane invocato è anche quello fatto di farina, acqua e sale. La Chiesa ha antiche diffidenze verso il denaro, nonostante la Bibbia sia in materia contraddittoria. È come se desiderasse il ritorno all’economia del baratto, pur di liberarsi dal dio Mammona. Ma nel baratto scambiamo un oggetto contro un altro, e non per questo siamo più liberi e sicuri d’ottenere giustizia. Siamo meno liberi, perché dipendiamo dalla persona con cui barattiamo. Abbiamo sempre il sospetto che lo scambio non sia completamente equo, perché forse le quattro sedie che dò in cambio di una stufa hanno per me un valore che l'altro non valuta. Simmel spiega bene come il denaro - grazie alla sua natura astratta, spersonalizzata - liberi interiormente da rancori oltre che da schiavitù e renda più giusta la proprietà, oltrepassando le appropriazioni ineguali, senza scambio, che sono il furto e il dono. «Il denaro crea rapporti fra gli uomini, ma lascia gli uomini al di fuori di essi, è l’equivalente esatto delle prestazioni oggettive ma un equivalente molto inadeguato per ciò che vi è di personale e individuale in esse» (Georg Simmel, Filosofia del Denaro). Il denaro è fiducia nell'uomo, è entrare in relazione con lui senza paura. Il cardinale Siri, che era un conservatore, coltivava una vicinanza ai poveri che spesso è coltivata dai veri conservatori. Usava ripetere il proverbio: Homo sine pecunia imago mortis. L’uomo senza denaro è immagine della morte: è uomo chiuso, che diffida del simile, che non pratica lo scambio, amicistico o mercantile. Anche queste antiche saggezze sono realistiche, autenticamente: non inventano, non costruiscono sulla sabbia. L’assenza di pecunia è assenza di cibo, di vita, di fede nell’altro. Gli accenni di Siri al denaro fanno pensare a una Chiesa che non si occupa solo dei primi nove mesi di vita e delle ultime ore dell'uomo, ma anche di quello che c’è in mezzo: un corto tragitto mortale, ma non sprezzabile. Non incantabile, comunque, con l’Eiapopeia vom Himmel, con la ninnananna del cielo.

 

Nostalgia dell'America, quella vera - ARRIGO LEVI

Forse non è il momento più adatto per dirlo, ma ho nostalgia dell’America. E penso di non essere il solo. È vero che le due grandi crisi che turbano il mondo, quella finanziaria, e la guerra irachena, hanno come principale origine, un unico peccato dell’America dell’ultimo decennio: un eccesso di arroganza, una smisurata fiducia nella propria potenza politico-militare e finanziaria. Uno dei consiglieri del Presidente uscente avrebbe detto: a scrivere la storia ci pensiamo noi, voi giornalisti e politologi dovrete poi soltanto raccontarla. Ma la storia è molto complicata e non si lascia scrivere da nessuno. E tuttavia, quanto più forte è l’impopolarità dell’America d’oggi nel mondo, e tutti i sondaggi dicono che ha raggiunto livelli drammatici, tanto più cresce la nostalgia dell’America che abbiamo conosciuto, di cui forse è il caso di ricordare i grandi meriti storici. L’America non ha soltanto inventato la democrazia moderna. Nel corso del Novecento ha salvato la democrazia europea, due volte, dalle proprie follie, pagando un prezzo di vite umane altissimo. Ha salvato le nazioni democratiche dal disastro economico in cui l’ultima guerra le aveva fatte precipitare, con aiuti generosi e lungimiranti. Ha salvato le stesse nazioni dalla sfida dell’ultimo totalitarismo europeo, quello sovietico, e ha vinto la guerra fredda insieme con l’Europa democratica senza sparare un colpo di fucile. Ha dato vita alle Nazioni Unite, che non sono il governo del mondo ma sono qualcosa di molto più concreto della Società delle Nazioni. E tutto questo riguarda il passato. La «nostalgia» dell’America nasce dall’ammirazione per la capacità che l’America ha conservato di cambiare. Io non so come finirà la campagna elettorale. Ma il fatto che il mondo in generale «voti Obama» nasce da un sentimento di stupita ammirazione per la ineguagliata capacità dell’America di accogliere i poveri e diseredati del mondo. Per schiudere le porte della Casa Bianca a un nero l’America ha cambiato la sua identità con una rapidità che lascia esterrefatti. La prima campagna presidenziale che ho «coperto» era quella del 1964, quando Johnson, erede di Kennedy, vinse contro il razzista Goldwater. Allora trascorsi un periodo nel profondo Sud, a Jackson Mississippi e dintorni. L’atmosfera razzista faceva paura. Il giornalista straniero era automaticamente identificato come un sostenitore dei negri ed era circondato, ovunque andasse, dall’ostilità minacciosa dei «red necks». Gli studenti «liberal» venuti dal Nord per incoraggiare i negri a votare rischiavano la vita. Diversi di loro vennero uccisi. Da allora sono passati poco più di quarant’anni e un negro che è mezzo americano e mezzo musulmano ha ottime probabilità di diventare Presidente. Questo era allora inconcepibile, e solo in America sarebbe potuto accadere. E’ questa capacità dell’America di cambiare che mi lascia un po’ scettico quando leggo libri ed editoriali che dicono che l’età americana è già finita, che siamo entrati nell’era multipolare, e che forse l’era bipolare, quella della guerra fredda, era meno pericolosa. Sulla pericolosità del mondo del XXI secolo sono perfettamente d’accordo. L’atomica in mano a troppe potenze, e un giorno forse a disposizione di qualche setta fanatica e suicida, è un annuncio di apocalisse. Ma mi convince meno l’idea che il multipolarismo del XXI secolo debba condurre necessariamente, come quello del XX secolo, a una nuova guerra mondiale. Il multipolarismo che noi abbiamo vissuto, e a cui siamo a fatica sopravvissuti, era di scala europea e non mondiale. C’era una lunghissima tradizione di guerre fra nazioni europee strette l’una all’altra in un piccolo spazio, imparentate e divise da somiglianze e diversità ideologiche e religiose che generavano straordinari progressi culturali e conflitti disastrosi: gli ultimi due della serie divennero guerre mondiali. Il multipolarismo d’oggi si esprime in una estensione spazio incomparabilmente più vasta. Fra la Cina e l’America c’è di mezzo il Pacifico. Tra la Russia e l’Asia meridionale ci sono spazi immensi. E la Russia può nutrire rancori per le terre perdute a Occidente, ma presto o tardi si accorgerà che ha un terzo della superficie terrestre a Oriente in cui sfogare la sua ansia di grandezza, e che l’Europa unita d’oggi non è nemica ma alleata necessaria per il suo stesso progresso. E poi c’è l’America, l’America con il suo patrimonio di valori democratici, l’America che sa cambiare, e che si è già accorta, negli anni del tramonto di Bush, che ha bisogno del mondo non meno di quanto il mondo abbia bisogno di lei. L’America ha una riserva di ideali che nessun altro ha. Può sbagliare. Ma ha ancora il coraggio di mettere in giuoco tutta se stessa, e le vite dei suoi cittadini, al servizio di questi ideali. Non credo che la leadership americana del mondo «multipolare» sia finita. E ho fiducia che l’essersi scoperta impopolare l’aiuti a ritrovare se stessa: quella grande America che è stata compagna della nostra storia e di cui abbiamo nostalgia. Fidel Castro incorona Obama: "Ma pagherà profondo razzismo" - Il «profondo razzismo» esistente negli Stati Uniti farà sì che milioni di persone non votino per il candidato Democratico Barack Obama nelle prossime presidenziali americane. L'allarme è del leader cubano Fidel Castro, in un editoriale pubblicato dalla stampa dell’Avana nel quale definisce il Repubblicano John McCain come «bellicoso». «È un miracolo che Obama non abbia sofferto lo stesso destino di Martin Luther King, Malcolm X (entrambi assassinati, ndr) e altri che lottavano per il sogno dell’uguaglianza e della giustizia», scrive l’82enne «Lider Maximo», secondo il quale milioni di bianchi «non possono accettare l’idea che una persona di colore possa occupare la Casa Bianca, appunto chiamata proprio così: bianca». Castro ha poi espresso la sua netta preferenza per Obama, che a suo avviso supera in «intelligenza» il suo rivale repubblicano John McCain. Ma - avverte Fidel - «negli Stati Uniti esiste un profondo razzismo, e il modo di pensare di milioni di bianchi non si può conciliare con l’idea che una persona nera, con mogli e figli, occupi la Casa Bianca, che viene appunto chiamata così: Bianca». «Quello che più abbonda in McCain sono gli anni», ha osservato l’ex leader cubano, che ha 82 anni e che nel 2006 ha ceduto la presidenza al fratello Raul dopo mezzo secolo di potere. McCain ha 72 anni. E riferito a Sarah Palin, la candidata repubblicana alla vicepresidenza, Fidel Castro ha sentenziato: «Non sa niente di niente».

 

Gorbaciov: "Demolito il modello americano" - GIULIETTO CHIESA

Mikhail Gorbaciov guarda sfilare, sugli schermi della Cnn, le cifre della catastrofe finanziaria americana che dilaga nelle borse di tutto il mondo. Non riesce a trattenere un sogghigno. «Questo non potranno dire che è colpa del comunismo, o della Russia. Questo se lo sono creato da soli, con le loro mani. Il prestigio degli Stati Uniti ne esce demolito, e anche il modello economico e sociale che hanno imposto al mondo intero con la loro globalizzazione selvaggia». L'ex presidente sovietico non manca di far notare che l'idea stessa dell'incontro di Venezia San Servolo, «Ambiente: dall'allarme globale all'allerta per i media» è la prova che molte cose si potevano prevedere e furono infatti previste. La nascita, a Bosco Marengo e Torino, del «Forum della Politica Mondiale», cinque anni fa, rispondeva proprio all'intuizione che ci trovavamo alla vigilia di una grande crisi mondiale. «Già allora era chiarissimo che il modello della globalizzazione americana non era sostenibile - dice nell'intervento di apertura - e che avrebbe dato luogo a una serie di convulsioni sistemiche. Questa crisi finanziaria, che presto avrà effetti devastanti sull'economia reale, non è sola. Ce ne sono altre, simultanee che stanno venendo al pettine a velocità crescente: quella energetica, dell'acqua, alimentare, demografica, del cambiamento climatico, della devastazione degli ecosistemi». Per esemplificare, Mikhail Sergeevic? «Guardi la figura miserevole del Fmi, sparito tra le nebbie del panico delle Borse soverchiato dall'impressionante vastità del disastro finanziario. Ma è solo un esempio. Il fatto è che questa nuova architettura presupponeva il riconoscimento della pluralità del mondo dopo la fine dell'URSS. Cioè che, sparita l'URSS, c'erano soggetti potenti che avrebbero voluto svolgere la loro parte attiva: Cina, India, Brasile, Sudafrica, Indonesia e, naturalmente, la Russia. Invece a Washington scelsero la via più facile, quella dell'impero. Pensarono di potere, anzi di dovere, decidere da soli e per conto di tutti. Adesso tocchiamo con mano che il mondo unipolare ha fallito. Perché, oltre a essere profondamente ingiusto, era ed è politicamente irrealistico e insostenibile fisicamente». Che intende per fisicamente insostenibile? «Che è in contrasto con le leggi della fisica e della chimica, perché non può esservi sviluppo indefinito in un sistema limitato di risorse. Invece il modello turbocapitalistico è interamente costruito sulle illusioni di infinità inesistenti. Non si può contare sul profitto in crescita a tutti i costi. Non si può spingere a consumi in crescita illimitata perché le risorse sono definite, a cominciare da quelle energetiche». Dunque, che fare? «Cambiare modello, finché siamo in tempo. Il mercato senza regole è stato un disastro, il neo-liberismo si è rivelato una truffa globale». Ma questo implica mutamenti giganteschi nelle abitudini e condizioni di vita di miliardi di persone. «Ci sono due modi per affrontare il problema. Il primo è tacere la verità e dilazionare decisioni che si sa essere impopolari. Oppure cominciare a dire la verità e organizzare saggiamente, cioè tempestivamente, il cambiamento. Ci vuole una glasnost mondiale». Lei vede un rapporto tra queste crisi e le nuove tensioni internazionali e un ritorno alla guerra fredda? «C’è un rapporto indiretto ma evidente. Nuovi potenti soggetti internazionali, si pensi a Russia e Cina, agiscono ormai sulla scena mondiale. I loro interessi non coincidono e non sono riconducibili a quelli degli Stati Uniti. Vuol dire che la Russia farà, d'ora in poi, la faccia dura? «La Russia è aperta al dialogo, ma si chiuderà di fronte a imposizioni. Bisogna evitare mosse unilaterali, atti di forza, allargamento di alleanze militari (parlo della Nato) e rinuncia all'installazione in Europa di nuovi sistemi d'arma (parlo dei missili USA in Polonia e del radar nella Repubblica Ceca)». Che opinione ha di Putin? «Ha fatto non pochi errori, ma si tenga conto che ha ereditato da Eltsin un paese al collasso. Tratte tutte le somme a me pare che il positivo superi il negativo, e di molto. Dovremmo essergli grati». Ma di democrazia in Russia non si parla. «Gli occidentali e gli europei dovrebbero imparare ad avere pazienza, anche perché non hanno scelta. La Russia sta realizzando una trasformazione democratica. Non dappertutto i tempi sono identici. L'Europa ha impiegato qualche secolo per costruire lo stato di diritto. Dateci tempo e non cercate di farci la lezione. Sappiamo imparare da soli». E' vero che ha fondato un suo partito? «Ci sto pensando, vedremo. Ma io credo che ci sia bisogno di partiti diversi da quelli comprati o comprabili. Ci vogliono organizzazioni democratiche che favoriscano la partecipazione dei cittadini. Sarà necessario che milioni di persone siano attive e coscienti. Questo vale per la Russia ma anche per voi occidentali».

 

"Joerg Haider è stato assassinato" - MARINA VERNA

VIENNA - I primi l’hanno scritto sui bigliettini lasciati, insieme ai fiori e ai ceri, nell’atrio del Palazzo del Land Carinzia, a Klagenfurt: «Haider come Lady D», «Haider come James Dean». Poi sono arrivati i siti antisemiti: «Haider è stato assassinato», «Questa è la soluzione finale della questione austriaca», «Dopo il suo successo elettorale, parlare di casualità è solo da stolti». Il complotto, dunque. L’attentato. Per mano degli sloveni, dice qualcuno. Per odio alla destra estrema, dicono altri. La costruzione del mito è cominciata. Il quotidiano viennese «Der Standard» ha raccolto le prime voci, circostanziate ma anonime. Un ingegnere: «Ho subito pensato a un attentato. La strada su cui si è verificato l’incidente è a due corsie in entrambi i sensi ed è dritta come un palo. Haider guidava una Phaeton, con lo stabilizzatore di direzione, l’auto più sicura che c’è. Stava tornando da una manifestazione, dove qualcuno deve aver manomesso la sua vettura». In realtà tornava da una discoteca, «Le cabaret» di Velden, dove con lo spettacolo «Moulin Rouge Variété» veniva presentato il magazine «Blitzlichtrevue». Anche questo era Haider, sempre di più con il passare degli anni: un «viveur» abbronzato, che irradiava una gioventù forzata e alimentava chiacchiere di omosessualità. «Porta calzoni troppo attillati», dicevano i benpensanti, scuotendo la testa davanti alle foto dei tabloid dove appariva tra ragazzetti bellocci e bicchieri di champagne. A una riunione politica c’era effettivamente stato, due giorni prima dell’incidente ed è a quella che pensa un ex ufficiale: «Giovedì era la festa della Carinzia e lui ha attaccato ancora una volta gli sloveni. Io lo so che aveva anche un sacco di nemici». Anche una studentessa la pensa così: «E’ stato ammazzato, la sua politica verso la Slovenia era coerente e lui dava fastidio a qualcuno». Con il passare delle ore, crescevano anche le reazioni di gioia e sollievo per questa morte, al punto che proprio «Der Standard» ha chiuso il suo blog, perché arrivavano «troppi messaggi senza pietà». Anche questi contribuiranno alla costruzione del mito. Haider non è morto giovane - aveva 58 anni - ma aveva ancora un aspetto giovane, capelli scuri, fisico da maestro di sci. Non lo si immagina anziano, canuto, in pensione, relitto di un’epoca finita. Non voleva invecchiare. Almeno, non prima di diventare cancelliere. Fino al voto di due settimane fa era soltanto una battuta: «Tornerò a Vienna solo per fare il cancelliere». Dopo, era diventato un programma realistico per lui - e un timore per tutti quelli che gli erano contro. Il complotto è il finale perfetto per una vita spericolata. Come il crash di un’auto potente, però.

 

Repubblica – 12.10.08

 

Gli italiani pessimisti come mai prima - ILVO DIAMANTI

E' come essere in guerra. E forse è proprio così. Anche se gli attacchi aerei e missilistici sono rimpiazzati dagli indici Dow Jones, MIB, Nasdaq e CAC. Il che fa una bella differenza, ovviamente e per fortuna. Ma è una vera guerra quella che si combatte ogni giorno sulle piazze finanziarie di ogni parte del mondo. E come tale è rappresentata, sui media. A ogni ora un bollettino che annuncia i dati della catastrofe. Le borse che crollano dovunque. Mentre i grandi (?) del mondo si incontrano e si affacciano sulle tivù. Per spiegare che non c'è da preoccuparsi, nessuna banca fallirà, nessun risparmiatore perderà i suoi risparmi. Producendo l'effetto opposto. Perché è difficile non farsi prendere dal panico quando i grandi del mondo ripetono che non bisogna farsi prendere dal panico. Sentirsi tranquilli quando le autorità intimano che bisogna restare tranquilli, mantenere i nervi saldi e il sangue freddo. Se non vi fossero motivi di timore, perché affannarsi a rassicurarti a ogni minuto che passa? La spiegazione principale di questa crisi finanziaria senza fondo, peraltro, è che sui mercati ormai domina la sfiducia. Nessuno si fida di nessuno. Com'è ovvio, visto quel che è successo nel sistema finanziario negli ultimi anni. Tuttavia, in questo caso, mercati finanziari e società si rispecchiano. Soprattutto da noi. In Italia. Certo, non viviamo in un paese da incubo (come ha opportunamente rammentato il cardinal Bagnasco alcune settimane fa). Però bisognerebbe spiegarlo al paese. Visto che in Italia si rilevano, da tempo, gli indici di pessimismo e di insicurezza più elevati d'Europa (come hanno mostrato i sondaggi di Eurobarometro). Un clima d'opinione che sembra essersi ulteriormente deteriorato. Sei italiani su dieci pensano, infatti, che in questo momento non valga la pena di "fare progetti impegnativi per sé e la propria famiglia, perché il futuro è troppo carico di rischi" (sondaggio nazionale Demos, condotto nei giorni scorsi). Si tratta della misura più elevata registrata dal 2000 fino ad oggi. Il problema è che questo sentimento, al di là delle ragioni ragionevoli che lo ispirano, in Italia trova importanti moltiplicatori. In particolare, lo sbriciolarsi dei legami e delle solidarietà sociali, alimentato dalla decomposizione urbana. Il gioco dei risentimenti incrociati fra gruppi professionali, di cui abbiamo parlato qualche settimana fa. Professori, medici, avvocati, maestri, farmacisti, tassisti, broker, commercianti e commercialisti ... Una lista infinita, destinata ad allungarsi. Tutti contro tutti. Deprecati a prescindere. Volta a volta: poveracci, privilegiati, evasori, fannulloni, ladri, incompetenti. Oppure, semplicemente, "nessuno". Un'entità fantasmatica, come gli operai. Che fanno notizia solo quando muoiono sul posto di lavoro. Lo sfarinarsi delle appartenenze professionali, d'altronde, è drammatizzato (e accelerato) dalla perdita di rilevanza delle grandi organizzazioni di rappresentanza economica (Demos, ottobre 2008). In particolare, il 27% dei cittadini esprime fiducia nel sindacato, il 25% verso Confindustria. Si tratta di indici fra i più bassi nella graduatoria dei principali riferimenti associativi e istituzionali in Italia. La fiducia nel sindacato, soprattutto, scivola al livello minimo degli ultimi due anni. Inoltre, scende più in basso della media nella base di riferimento: gli operai (22%). Mentre sale soprattutto fra i pensionati. Uno scenario simmetrico rispetto agli anni Novanta, quando sindacato e Confindustria avevano garantito consenso allo Stato, dopo il tracollo della prima Repubblica. Era la stagione della concertazione, a cui si oppone, oggi, una società "sconcertata". Dove le tradizionali organizzazioni intermedie di rappresentanza non rappresentano più neppure i loro iscritti. La loro base professionale di riferimento. Come potrebbero, d'altra parte, supplire al deficit di fiducia delle istituzioni se esse stesse sono percepite come istituzioni e, per questo, sfiduciate? Il collasso delle borse e del sistema finanziario, peraltro, rischia di accentuare ulteriormente le divisioni interne alla società. Di renderle profonde come baratri. Il 47% degli italiani (Osservatorio sul Capitale sociale di Demos-Coop, di prossima pubblicazione) afferma, ad esempio, di aver ridotto i consumi alimentari, in famiglia. Ma il dato scende sotto il 40% fra imprenditori, lavoratori autonomi e professionisti, mentre supera il 50% fra gli operai e i pensionati. Da ciò il problema: come possa mantenere un grado accettabile di coesione una società così incoerente. Tendenzialmente dis-integrata. E come possa, a maggior ragione, non ri-esplodere quel dissenso politico che travolse, dall'autunno 2006, il governo Prodi e le forze che lo sostenevano. In una fase assai meno drammatica, economicamente, rispetto a quella attuale. Oggi, anzi, si osserva un orientamento contrario. Visto che la fiducia nel governo continua a crescere e ha raggiunto il livello più alto dal settembre 2002. (Al contrario dell'opposizione di centrosinistra, ormai ai minimi storici). La spiegazione più ragionevole sta, a nostro avviso, proprio nel clima di inquietudine e diffidenza che inquina il nostro mondo. Questa società si sente sotto assedio. E le forze politiche, gli uomini di governo, lo stesso Presidente del Consiglio confermano le sue paure. Ne traggono motivo di consenso. Promettono di difenderla dai nemici che la minacciano. Immigrati, rom, prostitute, automobilisti e motociclisti ubriachi, tossici e spacciatori. Promettono, inoltre, di contrastare il disordine sociale, devastato dalla perdita di senso e di autorità. Combattono la morte del futuro e il collasso del presente attraverso il richiamo al passato. Attraverso i valori e i simboli pre-sessantottini. I grembiulini, il voto di condotta, i bambini che si alzano quando entra il professore. Attraverso lo Stato protettivo e protettore, gli impiegati pubblici che, finalmente, la smettono di poltrire, i professori che, finalmente, si fanno rispettare, i maestri, che, finalmente, tornano ad essere unici. Questa società sotto assedio (come la definisce Bauman) applaude l'esercito sparso sul territorio e nelle città, i vigili urbani che diventano poliziotti, i sindaci che si fingono sceriffi. I "ministri della paura", geniale invenzione di Antonio Albanese (puntualmente superata dalla realtà). Questa società, di fronte al terrorismo delle borse, come dopo l'attacco alle torri nel settembre 2001, esprime domanda di certezza e di autorità. Così, si raccoglie, trepida, intorno al Grande Rassicuratore. Che, dagli schermi, dice ciò che tutti temono e tutti vogliono sentire. Non c'è motivo di avere paura. Cioè: abbiate paura, perché ce n'è motivo. Ma io - solo io - vi salverò. Dalle banche e dai banchieri, dai subprime e dai fondi tossici, dalle cattive azioni e dai cattivi maestri (sempre loro...). Dai broker armati, che vi minacciano: "O la borsa o la vita". E se le borse non mi ascoltano io le chiuderò. Abbiate sfiducia negli altri. Paura del mondo. Il futuro è ieri. E' il consenso triste del nostro tempo. Intriso di sfiducia e di paure. Prigioniero della nostalgia.

 

Dalla Lega la tassa sull'immigrato. 200 euro per permesso di soggiorno - VLADIMIRO POLCHI

ROMA - Dopo il permesso di soggiorno a punti arriva la tassa sull'immigrato. Ogni straniero dovrà infatti versare 200 euro per chiedere il rilascio e il rinnovo del permesso o avviare la pratica di cittadinanza. La tassa va ad aggiungersi ai 70 euro di costi fissi già sborsati dai lavoratori extracomunitari. Il nuovo balzello è contenuto in due emendamenti leghisti al disegno di legge sulla sicurezza e servirà a finanziare un "fondo per la prevenzione dei flussi migratori" istituito presso la Farnesina. Non si ferma dunque l'offensiva del gruppo del Carroccio al Senato: prima il permesso a punti per punire gli immigrati che commettono infrazioni, poi la regolarizzazione delle ronde cittadine, quindi l'obbligo di referendum prima della costruzione di una moschea. Ora, il giro di vite sull'immigrazione si arricchisce di un nuovo tassello. Basta leggere due degli emendamenti presentati venerdì scorso dai leghisti in Senato. Primo, "le istanze o dichiarazioni di elezione, acquisto, riacquisto, rinuncia o concessione della cittadinanza sono soggette al pagamento di una tassa di importo pari a euro 200". Secondo, "la richiesta di rilascio e di rinnovo del permesso di soggiorno è sottoposta al pagamento di una tassa, il cui importo è fissato in 200 euro". La tassa si applica anche in caso di permesso di soggiorno per motivi familiari. A cosa serviranno questi soldi? Semplice, a finanziare "un fondo per la prevenzione dei flussi migratori, finalizzato a progetti di sviluppo locale nei Paesi, che hanno stipulato o intendono stipulare con lo Stato italiano accordi bilaterali". "Vogliamo semplicemente che chi arrivi nel nostro Paese ne rispetti le leggi e gli emendamenti presentati vanno in questa direzione. Le nostre proposte - piega Lorenzo Bodega, vicepresidente dei senatori della Lega - stanno riscuotendo opinioni favorevoli tra i cittadini. Se prendiamo, per esempio, il permesso a punti, questo è un sistema che darà più sicurezza e più integrazione, facendo emergere solo quella immigrazione positiva e onesta che lavora, produce e si è integrata alla perfezione". Quanto alla nuova tassa sui permessi, il senatore del Carroccio sostiene che servirà ad "aiutare i Paesi poveri a casa loro, grazie ai 200 euro che ogni immigrato dovrà pagare al Fondo per la prevenzione dei flussi migratori. Questa - aggiunge - è solidarietà e vicinanza verso i popoli: aiutarli in casa loro, senza illusioni di El Dorado, che non esistono più. A maggior ragione da noi". Ma quale sarà l'effetto della nuova tassa sulle tasche degli immigrati? "Già oggi per richiedere il primo rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno il lavoratore straniero spende 70 euro tra spese postali, pagamento del bollo e costo del permesso elettronico - spiega l'avvocato Marco Paggi dell'Associazione di studi giuridici sull'immigrazione - Simile la spesa per ottenere la cittadinanza, tra pagamento del bollo e costo dei certificati in Italia e in madrepatria". Ora si vorrebbe aggiungere una tassa ad hoc di 200 euro. "Una tassa sui poveri, che rischia di minacciare pericolosamente il tenore di vita dei migranti". Un esempio? "Basta pensare a quei nuclei familiari - risponde Paggi - i cui componenti hanno contratti di lavoro a tempo determinato e che devono rinnovare il permesso di soggiorno ogni sei mesi. In tal caso, la famiglia dovrebbe sborsare, tra tasse e costi fissi, 540 euro all'anno per ogni suo membro".


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