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La Stampa – 13

La Stampa – 13.10.08

 

L’Occidente spera nei Paesi emergenti – Stefano Lepri

WASHINGTON - La speranza viene dai Paesi emergenti. Le loro economie, continuando a crescere, potranno temperare le ripercussioni della crisi finanziaria sulle economie dei Paesi ricchi. Nei vertici d’autunno che si susseguono dentro i palazzi del Fondo monetario e della Banca mondiale, la novità positiva è questa. Con il calo del prezzo del petrolio, si attenuano i timori di inflazione; invece che di strumenti per frenare la crescita dei Paesi emergenti, si parla di strumenti per accelerarla. Nella riunione straordinaria del G-20 sabato sera, dove inatteso si è presentato George Bush in persona - apparso piuttosto umile - si è parlato soprattutto di questo. Il G-20 è un consesso al quale anche la Cina prende parte, e soprattutto alla Cina il discorso si rivolge. Appena qualche mese fa, di fronte al greggio impazzito, Paesi ricchi e Fmi chiedevano a Pechino di moderare l’impetuosa crescita che la portava a consumare sempre più energia. Ora è l’opposto. Già la Banca centrale della Cina si è unita al taglio coordinato dei tassi di interesse qualche giorno fa; forse potrebbe fare di più. Se c’è un governo che può sostenere l’economia con un maggior deficit di bilancio, è proprio quello della Repubblica popolare. In un momento nel quale tutti cercano paralleli con la grande crisi degli anni ‘30, il mondo spera in un New Deal cinese; chiede a Pechino di imitare il presidente Usa Franklin Roosevelt piuttosto che il suo predecessore Edgar Hoover. «Nonostante lo choc negativo della crisi finanziaria, la Cina accelererà la trasformazione del suo modello di sviluppo, promuovendo la domanda interna, soprattutto i consumi delle famiglie» risponde il vicegovernatore della Banca di Cina Yi Gang, e pare un sì. Tutti i Paesi del G-20, in prima fila Russia e Brasile, annunciano «politiche anti-cicliche» ossia espansive, contro la crisi, fondate sulla loro domanda interna. La Cina è cauta nel criticare i Paesi ricchi: li esorta ad agire in fretta per stabilizzare i mercati, avverte che però la liquidità necessaria a sbloccarli se non ritirata provocherà inflazione poi. Altri Paesi emergenti sono più espliciti. Il governatore della Banca centrale del Sud Africa, Tito Mboweni, sotto l’apparenza di una autocritica collettiva rimprovera soprattutto agli Usa di non aver agito per tempo: «Nelle riunioni degli anni scorsi tutti vedevamo accumularsi i pericoli, e sapevamo che cosa occorreva fare per evitare un esito disastroso». Presidente di turno del G-20 è il ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega. E’ stato lui a citare Roosevelt: «Soffriamo le conseguenze di un individualismo impazzito». Ricorda con sarcasmo che il Fmi indicava ai Paesi emergenti, come modello di pratiche finanziarie, gli Usa e l’Europa, e vanta i meriti della normativa del suo Paese. Chiede che sia potenziato il G-20. Il Brasile ha soldi in cassa e per giunta ha scoperto importanti giacimenti di petrolio, ma in questi giorni soffre per la fuoriuscita di capitali in rientro nei Paesi ricchi. Proprio ora che per governare meglio l’economia mondiale si parla di allargare il G-7, si capisce che il G-20 (a cui oltre ai Sette, all’Unione europea e alla Russia partecipano Cina, India, Brasile, Sud Africa, Australia, Indonesia, Messico, Argentina, Arabia saudita, Corea del Sud, Turchia) resisterà a farsi mettere da parte, giovandosi anche dell’attenzione ricevuta da Bush («il presidente degli Usa sta appoggiando le istituzioni che ritiene importanti» ha detto Mantega). La nuova struttura di cui si parla dovrebbe associare al G-7 i Paesi più forti, escludendone altri.

 

Manhattan, l’isola dei Paperoni in svendita – Maurizio Molinari

NEW YORK - Sulla 58 Strada, proprio dietro all’Hotel Plaza, in uno dei lotti di terreno più ambiti di Manhattan, i lavori sono fermi. Niente operai né gru, solo un cartello della società Extell con i numeri di emergenza da chiamare. In questa zona di Midtown i cantieri edili per costruire grattacieli di nuova generazione e condomini di lusso valgono miliardi di dollari, ma ora si tratta di valori solo sulla carta perché il terremoto finanziario sta cambiando volto all’isola al cuore di New York che somma la maggiore ricchezza pro-capite dell’intero pianeta. I sintomi della crisi sono ovunque, basta fare pochi passi, arrivare fino a Madison Avenue - la strada delle boutiques di lusso - e fra la 60 Strada e l’80 Strada ci si accorge che alcuni locali sono insolitamente sfitti, segno che anche i super-ricchi fanno meno acquisti. Sul lato opposto di Central Park, la residenziale Upper West Side vede i brokers immobiliari suggerire ai clienti di «aspettare febbraio per acquistare perché i prezzi della case andranno in picchiata» a causa del fatto che molti manager di Wall Street non potranno contare sui bonus milionari che finora tenevano alto il mercato. Prezzi di acquisto in calo, e di conseguenza affitti in crescita, anche nelle altre zone residenziali più ambite: Tribeca, Soho e l’esclusivo Upper East Side. Poco più a sud della 58 Strada, nell’area di Chelsea, a fare affari d’oro sono hotel che offrono «camere con il bagno in comune»: il costo si aggira sui 150 dollari al giorno ed è molto competitivo da queste parti, ma se il numero di clienti è in crescita è perché, come spiega il New York Times, questo è il momento della «città frugale» dove in molti cercano il modo di «vivere con 250 dollari al giorno, affitto incluso» girando in metro e mangiando di meno nei ristoranti. A cercare camere a costi bassi nelle metropoli degli hotel a cinque stelle non sono i turisti in visita alla Grande Mela ma gli ex dipendenti di società finanziarie, come Lehman Broters e Merrill Lynch, che hanno chiuso i battenti o sono state acquistate da nuovi padroni che per prima cosa hanno ridotto le retribuzioni, costringendo i loro ex dipendenti a trovare nuove sistemazioni decisamente più economiche. Ancora nessuno ha stimato il numero di neo-disoccupati ma dal quartier generale della polizia, sulla Federal Plaza nei pressi del City Hall, trapelano indiscrezioni sulla formazione di un’unità speciale di «suicide hunters» ovvero agenti il cui compito è di scongiurare il rischio di un’epidemia di suicidi. Veri o presunti, come nel caso di Samuel Israel III, manager di un hedge fund che ha simulato con la propria auto il lancio da un ponte sul fiume Hudson nel tentativo di lasciarsi alle spalle una montagna di debiti. Se i suicidi sono uno scenario da sventare, l’aumento delle rapine oramai è un dato di fatto. I numeri crescono oltre l’East River, a Brooklyn, nei quartieri di Williamsburg e Greenpoint, mentre gli scontri a fuoco sono in aumento, nelle ore notture, in zone di Harlem oltre la 128 Strada che solo pochi mesi si pensavano recuperate, al punto da vivere un boom immobiliare ora tramontato. La microcriminalità è una conseguenza della chiusura di molti cantieri edili dove lavoravano operai in difficoltà nel pagarsi pasti e affitti: fra i maggiori progetti in panne vi sono una delle nuove torri di Ground Zero che il costruttore Larry Silverstein pensava di affittare ad una banca che non esiste più e alcuni palazzi per uffici che erano stati progettati per l’Atlantic Yard di Brooklyn. Fra i business a pagare lo scotto della minore liquidità di danaro c’è il mestiere più antico del mondo. Le agenzie di escort posizionate poco a nord di Wall Street per facilitare le visite dei manager si trovano nella necessità di abbassare i prezzi perché in pochi sono in grado di versare 1000 dollari per un’ora di sesso come faceva a cuor leggero l’ex governatore di New York, Eliot Spitzer. Le tariffe si sono assestate assai più in basso, sui 260 dollari a prestazione con l’alternativa di 160 dollari per 30 minuti offerta soprattutto da ragazze russe che hanno preso in affitto camere che non sono più in grado di pagarsi. A complicare il lavoro delle escort di professione c’è la concorrenza delle nuove colleghe: donne quarantenni come Shana, che ha raccontato al Dailynews di aver scelto di vendere sesso non sapendo cosa altro fare dopo essere stata licenziata in luglio da un’agenzia di viaggi che le garantiva uno stipendio annuo di 45 mila dollari.

 

Hillary finalmente con Obama – Maurizio Molinari

NEW YORK - Bill e Hillary Clinton si gettano nella campagna elettorale per sostenere Barack Obama mentre John McCain è alle prese con defezioni e critiche a cui si aggiunge il malessere dei leader repubblicani che vedono arrivare la sconfitta. Dopo aver esitato per settimane a lanciarsi nella mischia a favore del democratico, i coniugi Clinton hanno rotto il ghiaccio presentandosi assieme sul palco di Scranton, in Pennsylvania, a fianco di Joe Biden, candidato vice. Scranton è il luogo dove sono nati tanto Biden che il padre di Hillary, per entrambi è il piccolo centro che testimonia le radici nella classe media bianca aggredita dalla crisi economica, e il comizio è servito ai Clinton per chiedere al popolo dei «blue collar» di rompere gli indugi e votare in massa per Barack. «Obama e Biden sostengono politiche giuste, McCain e Palin politiche errate», ha più volte ripetuto Hillary dal palco, chiedendo esplicitamente a chi la votò durante la primarie - quando prevalse con 10 punti di scarto sul rivale - di sostenere il senatore dell’Illinois. «Una volta eletto, Obama sarà il presidente che erediterà il maggiore numero di sfide da quando Harry Truman sostituì Franklin Delano Roosevelt», ha detto l’ex First Lady sostenendo che Barack è «l’uomo giusto per affrontare il momento più difficile per l’America dalla fine della Seconda Guerra Mondiale». Scesi dal palco di Scranton i Clinton si sono indirizzati verso percorsi diversi negli Stati che si annunciano decisivi nella sfida per la Casa Bianca: Bill ha fatto rotta verso la Virginia per poi proseguire in Ohio e Nevada mentre Hillary resterà in Pennsylvania per fare tappa in seguito in Ohio, Florida e Minnesota. L’offensiva punta a evitare fughe di voti clintoniani verso McCain e chiude una prolungata ambiguità dell’ex coppia presidenziale, che in più occasioni aveva mandato segnali di attenzione per il ticket repubblicano. A spingere i Clinton verso la svolta sono stati probabilmente i sondaggi che da due settimane danno Obama in solido vantaggio - per Gallup è avanti di 7 punti, per Reuters e Rasmussen di 6 - perché considerato dagli elettori più affidabile nella gestione della peggiore crisi economica dalla Grande Depressione. Sul fronte opposto McCain appare in crescente difficoltà. Il deputato democratico afroamericano della Georgia, John Lewis, ha accusato lui e la vice Palin di «giocare con il fuoco» con la questione razziale. Per McCain si tratta di un duro colpo perché in agosto, durante un dibattito in una chiesa della California, aveva indicato proprio in Lewis una delle persone cui avrebbe «chiesto consiglio da presidente». A girare le spalle al candidato repubblicano è stato anche Christopher Buckey, figlio del William che fondò la National Review gettando le basi del nuovo conservatorismo, secondo il quale «Barack Obama ha il potenziale per diventare un grande leader». Il disagio per l’indebolimento di McCain porta i repubblicani a svelare il timore per la sconfitta, come ha fatto l’ex governatore del Wisconsin Tommy Thompson, confessando al New York Times: «Non sono contento della campagna di McCain e non so proprio chi possa esserlo». Fra i leader repubblicani non c’è accordo su come tentare il recupero: c’è chi suggerisce di affondare i colpi contro Obama e chi invece di presentarsi come meno aggressivo e più credibile con l’opinione pubblica. Forse privilegiando quest’ultimo approccio McCain si avvia ad annunciare un nuovo pacchetto di proposte economiche che include la diminuzione delle tasse sulle rendite azionarie. Ad aver meno dubbi su cosa fare è invece la vice, Sarah Palin, che durante un comizio in Pennsylvania ha cavalcato l’antiabortismo accusando Obama di «non avere alcuna cultura della vita».

 

"La guerra santa dei thugs d'Orissa" - FRANCESCA PACI

BHUBANESWAR (ORISSA) - L’altare di St. Vincent è uno scheletro carbonizzato. In terra ci sono un crocifisso spezzato in due, brandelli di paramenti sacri laceri, la foto accartocciata di Papa Ratzinger. Enormi foglie di banano penetrano dalle finestre senza vetri. È passato un mese e mezzo da quando la furia induista si è abbattuta sulla piccola chiesa di Brahmunigaon, ai margini del distretto di Kandahmal, in Orissa. «Fino a qualche giorno fa c’era puzzo di bruciato, le braci ardevano qua e là», racconta l’avvocato Bibhu Dutta Das. È uno dei pochi ad aver accesso a questo villaggio isolato dal coprifuoco e pattugliato da alcune decine di soldati governativi. I cristiani sono fuggiti, dispersi nei 15 campi profughi che i volontari hanno allestito nella regione. «Era tutto organizzato da tempo, la violenza, i roghi», continua Dutta Das, legale delle vittime. Sin da quando, nel 1993, le milizie fondamentaliste indù Bajrang Dal e Rashtriya Swayamsevak Sangh, i due maggiori gruppi armati della destra ultranazionalista Sangh Parivar, assaltavano le madrasse, le scuole coraniche del Gujarat, al grido di «Pahle kassai, phir issai», prima i musulmani e poi i cristiani. Le strade sono sterrate e deserte. Ci vuole almeno un’ora e mezza per percorrere un tratto di 20 chilometri, serpentine spettrali controllate ora dagli uomini con il trishuls, il tridente dipinto in mezzo alla fronte. Il tragitto per Berhampur è accompagnato da capanne e chioschi di succhi di frutta. Qui, nel cuore profondo della locomotiva indiana con tassi di crescita del 9 per cento l’anno, una famiglia su due vive con un paio di dollari al giorno. «Quelli che ci hanno attaccato la notte del 25 agosto erano braccianti, gente ancora più povera di noi, indottrinati dai politici e accecati dal ganja, l’oppio locale», dice Sumonta Nike, insegnante di 34 anni ricoverata nel campo profughi di Cuttack con una cicatrice lunga un palmo in mezzo ai capelli neri e lucidi. Secondo uno studio di Angana Chatterji, docente di antropologia all’Institute of Integral Studies di San Francisco, negli ultimi sei anni almeno 15 mila villaggi sono passati sotto l’influenza del Sangh Parivar che ha sfruttato l’emergenza seguita al ciclone del ’99. Oggi, nel loro venticinquesimo anniversario, i Bajrang Dal contano un milione e 300 mila paramilitari. Una potenza che il fondatore, Vinay Katiyar, consiglia di non sfidare: «Se il Congresso ci mette fuori legge ne vedrà delle belle». «Sono terroristi, terroristi indù» commenta padre Ram Ramakrishn, paragonando le milizie del Sangh Parivar agli uomini dello Student Islamic Movement of India (SIMI), gli integralisti islamici responsabili delle 5 bombe esplose un mese fa a Delhi. Nel suo ufficio, a pochi passi dalla diocesi di Bhubaneswar, padre Ram, camicia coreana e jeans, raccoglie testimonianze e documenti dei precedenti di violenza contro i cristiani d’Orissa: 79 episodi dal 1967 a oggi, quasi due all’anno. La prova, sostiene il missionario, di «una strategia sempre più sofisticata». Un’inchiesta del settimanale Outlook rivela «il percorso formativo» dei fondamentalisti indù che, pare, studierebbero proprio i metodi dello jihadismo indiano. L’altra faccia della guerra santa contemporanea, nonostante, osserva l’analista Sevanti Ninan, «i media usino un linguaggio forte solo quando si tratta di qaedismo». Rashtra e bhaktas, nazione e religione, come rivendica il coordinatore dei Bajrang Dal, Prakash Sharma. Ma il giornalista e ideologo di destra Swapan Das Gupta rifiuta il parallelo: «Accostare i Bajrang Dal al SIMI è come confondere una pistola ad acqua con l’Ak47, gli scontri in Orissa non hanno nulla a che vedere con il terrorismo». «Sono indù e mi vergogno di quanto sta accadendo», ammette sottovoce Venketesh, un ambulante che vende candele e incensi davanti al tempio di Rameswai, a Bhubaneswar. «Ma non lo scriva», aggiunge guardandosi intorno. Il figlio adolescente frequenta una scuola cristiana a pochi passi da qui. Secondo un sondaggio del centro di ricerca Gfk il 69 per cento degli indiani vorrebbe la messa al bando dei Bajrang Dal. Qui la paura mangia l’anima. Se il Congresso guidato da Sonia Gandhi temporeggia in vista delle elezioni del prossimo anno e rinvia l’applicazione dell’articolo 356, che prevede le dimissioni d’ufficio di un governo federale fallimentare, Venketesh fa spallucce e torna alle sue candele. Abinash ha 8 anni, il braccio sinistro rotto, la fronte fasciata come la madre Sumika. Tiene stretto in mano un libro di fiabe, «Noah’s Ark». Abinash e Sumika sono fuggiti tre settimane fa da G. Udayagiri, nel cuore di Kandahmal, e hanno trovato rifugio dallo zio Teesta che abita a Samantapuri, un quartiere periferico della capitale. Dalle finestre aperte arriva la musica di una delle mille «dandiya night», le feste a ritmo della danza tradizionale gujarati «dandiya» che accendono la notte di Bhubaneswar durante la festa di Navaratri. «Fino a vent’anni fa c’erano solo un paio di ricorrenze indù l’anno, ora sono migliaia», osserva Teesta, che viene da una famiglia di falegnami cristiani da tre generazioni. A Natale qualcuno ha lanciato sassi contro le sue finestre: «Erano i giorni in cui cominciavano a circolare volantini dell’Hindutva contro le conversioni forzate al cristianesimo, una bugia bella e buona». La National Commission for Minorities ha appena rilasciato un rapporto sul proselitismo coatto: dopo mesi di ricerche non ha trovato neppure un caso. Domenica 12 ottobre il vescovo di Bhubaneswar, padre Raphael Cheenath, segue in tv la canonizzazione di suor Anna Muttathupadathu, la prima santa indiana: «Una buona notizia anche per Kandahmal, una luce che si accende sulla nostra situazione». Una settimana fa il primo ministro Manmohan Singh, di ritorno da una visita ufficiale in Europa, ha ammesso che «l’Orissa è la vergogna dell’India». L’eco delle sue parole arriva afono qui, a pochi passi dall’arcivescovato, dove un uomo sulla quarantina, camicia indiana pangjabi e sandali come un missionario, chiede 30 rupie, mezzo euro, per la dea Puja e rilascia una ricevuta con la bandiera triangolare rossa, vessillo del Sangh Parivar.

 

Rom per una notte – Flavia Amabile

I fari sono due torce puntate contro. Si avvicinano decisi, accecanti. Solo quando l’auto si ferma mi rendo conto che davanti a me c’è una volante della Polizia. Lentamente il finestrino si abbassa, almeno tre volti mi scrutano. Ero qui alcuni giorni fa, stesso luogo, stessa ora: via Salaria a Roma, dieci di sera. Indossavo una minigonna, si erano fermati in tanti scambiandomi per una prostituta. Soltanto loro, le forze dell’ordine, erano passate oltre, senza degnare di uno sguardo la mia mezza coscia di fuori. Non manifestavo ‘inequivocabilmente l’intenzione di adescare’, come recita l’ordinanza 242 del comune di Roma che vieta la prostituzione in strada. E avevano tirato dritto. Un po' di giorni dopo, questi altri tre agenti sono lì che osservano con interesse la mia gonna a fiori lunga fin quasi ai piedi pressoché monacale, i due maglioni, la borsa di tela, il foulard a tracolla. Nel buio della notte, forse, mi hanno scambiata per una rom e per di più una rom che aspetta clienti. Li guardo, aspetto la fine del loro esame. Vorrei anche raccontare delle tre prostitute nascoste a pochi passi da noi, sul cavalcavia. Ventenni, dell’est, capelli lisci e jeans attillati, si sono allontanate in fretta non appena mi hanno vista arrivare. Non è usuale una rom, e nemmeno una donna con gonna fino ai piedi, a quest’ora sulla Salaria e quindi hanno preferito rintanarsi al sicuro nella penombra. Dal marciapiede dove sono, le ho seguite con la coda dell’occhio mentre si sedevano su gradini lerci a confabulare, finché a una di loro nel buio ha brillato il telefonino. Un sms. Tre minuti dopo un’auto ancora luccicante di concessionaria si è fermata ai piedi del cavalcavia ed è scomparsa con due di loro sopra. La volante è apparsa subito dopo, ma loro, gli agenti, non si sono accorti di nulla: né del protettore che è andato a scaricare la sua merce a pochi metri da qui, né della terza ragazza rimasta sui gradini del cavalcavia in attesa di riconquistare la posizione. Si occupano di me che ho quel foulard a tracolla, così comodo quando si vuole nascondere della refurtiva. «Che fai qui?», mi chiedono. Dovrei rispondere che sono qui per capire: perché, a diversi giorni ormai dall’entrata in vigore dell’ordinanza, i conti non tornano. La Salaria pullula di gazzelle, volanti, auto dei carabinieri e della Polizia. Ma anche di prostitute. A volte le fermano, poi le lasciano andare e le vedi avanzare a passo veloce lungo il lato destro della carreggiata e attraversare sfidando auto e camion in corsa. Pochi istanti e le ritrovi sul lato opposto: in attesa di clienti, come se nulla fosse. «Che fai qui?», ripete l’agente. «Sto qui», rispondo. Mi dedicano un’altra occhiata, poi decidono che non sono pericolosa né illegale, e partono. Senza nemmeno salutare. E’ un mercoledì di partite di calcio. Dopo le undici meno un quarto, quando tutti i goal sono stati segnati, i tifosi di ogni genere si riversano in strada. Alcuni un po’ mogi, altri con le bandiere sulle auto. E quando la tua squadra ha vinto, cosa c’è di meglio che travolgere tutto e tutti con la propria euforia? Clacson all’impazzata, caroselli di auto, e insulti a me che sono ferma sul ciglio della strada. «Zingara di m...». E poi una lunga serie di epiteti sullo stesso tono riferiti a me, e a mia madre. Ma quando la tua squadra ha vinto hai anche voglia di festeggiare in modo diverso. E allora ecco che iniziano a fermarsi. Le solite auto in odore di rottamazione, i sedili consunti. Nel frattempo le forze dell’ordine di ogni genere e tipo sono scomparse e non ne vedrò più nemmeno una per il resto della serata. Da questo momento il campo è libero per ogni genere di commercio. Il primo a frenare e accostarsi sul lato della strada si chiama Luigi, italiano, cinquantenne. Ha il sorriso di chi pregusta un bel fine serata. «Che fai?», chiede. «Lavoro. E tu?», rispondo. «Dai, sali», chiede. «Perché?» «Beh, ci divertiamo un po’, facciamo delle cose...», insiste. «Non so se l’hai capito: sono una rom», lo avverto. Sbianca, il sorriso gli muore sul viso in un istante. Probabilmente ora gli si staranno illuminando nella mente tutti gli allarmi legati alla parola rom. Non dice altro: ingrana la marcia e va via di corsa, come se si fosse ricordato all’improvviso di un appuntamento urgente. Ora le strade sono piene. Uno dopo l’altro, si fermano in tanti. C’è un giovane polacco: bel fisico, zigomi alti, sorriso aperto. Probabilmente di giorno lavora come muratore, ha ancora addosso i vestiti sporchi di polvere di calcinacci. C’è un trentenne italiano che ha una voglia folle di fermarsi, fa il giro più volte senza decidersi. Ci sono tanti che mi guardano senza capire. Alcune donne non le vedi mai in strada: non incontri le cinesi abituate a prostituirsi in luoghi ben protetti, né le filippine. E, per l’appunto, non vedi nemmeno le rom, almeno non quelle con una gonna lunga fino ai piedi. Cambio zona, mi sposto sulla Tiburtina. Forse c’è una rotazione nella distribuzione delle ragazze. Questa settimana si contano sulle dita di una mano quelle che se ne stanno sedute sulle aiuole o sui marciapiedi nel freddo della sera in attesa di lavorare. Una di loro si avvicina. «Chi sei? Sei una nuova? Allora forse avrai più fortuna di noi, se ne vedono una diversa a volte decidono di fermarsi. Da lunedì le hanno portate via tutte le ragazze, non si lavora più. Sei pure rom, povera te! E come fai? Di sicuro non hai nemmeno il permesso di soggiorno. Vabbè buona serata, io sono qui da tre ore e ho fatto solo un cliente». Quando resto sola le auto iniziano a fermarsi. Arriva un tizio in motorino, la testa nascosta sotto il casco. Esamina il mio abbigliamento, sembra indeciso, poi precisa di volere solo alcune prestazioni e non altre: non si fida. Poi si ferma uno che sembra un professore universitario, auto luccicante sotto i lampioni della strada. Parla in modo forbito: non è chiaro se voglia fare un’indagine socio-culturale sull’improvviso apparire delle rom in strada o se voglia soltanto caricarmi a bordo in modo vagamente intellettuale. Infine, passa un’auto: a bordo due donne, forse prostitute: «Zingara di m...tornatene a casa!». Cinque minuti dopo ripassano, ripetono gli insulti. Capisco il messaggio, vado. Arrivo sulla Cristoforo Colombo che è quasi l’una del mattino. Mi sistemo sotto la sede della Regione Lazio. Si ferma un filippino in scooter. Quando sente che sono rom scuote la testa, deluso, e se ne va. Se fossi una prostituta vera sarebbe la mia fortuna. Subito dopo si avvicina uno che sembra uscito dalla scena di un film: auto da 40 mila euro in su, interni in pelle, aria distinta, sembra persino essersi lavato da non molto. Avverto anche lui: sono una rom. Ride: «Embé? Sarai mica fatta diversa dalle altre?»

 

Repubblica – 13.10.08

 

La telefonata di Sarkozy a Barroso. "Dobbiamo fare qualcosa, e subito"Andrea Bonanni

PARIGI - La settimana di fuoco dell'Europa, che si concluderà con il vertice di mercoledì prossimo a Bruxelles, è cominciata mercoledì scorso in tarda mattinata, poche ore dopo che il governo inglese aveva varato il suo piano per garantire la liquidità delle banche e mentre le Borse europee continuavano a sfarinarsi. È stato allora che Nicolas Sarkozy, dopo un breve consulto con i suoi consiglieri, ha telefonato nell'ufficio del presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, al dodicesimo piano del palazzo Berlaymont. La voce del presidente di turno dell'Ue era concitata come al solito: "dobbiamo fare qualcosa tutti insieme. La riunione del G4 sabato a Parigi e quella dell'Ecofin ieri a Lussemburgo non sono bastate a calmare i mercati. Il prossimo vertice europeo, tra una settimana, è troppo lontano. Dobbiamo mandare un messaggio di unità e dobbiamo farlo subito". Barroso, che per cultura e per carattere è uomo certamente più prudente del presidente francese, ci rifletté su un attimo. "Il G4 e l'Ecofin non hanno funzionato perché, agli occhi degli osservatori, gli elementi di divergenza interna hanno prevalso su quelli di unità - spiegò al telefono - Non possiamo permetterci un nuovo summit in cui si dia l'impressione che ciascuno va per conto proprio. Sarebbe controproducente e darebbe un colpo mortale alla nostra credibilità". Dopo un po' di discussione, il presidente di turno del Consiglio europeo e il presidente della Commissione convennero che la formula da adottare avrebbe dovuto essere quella dell'Eurogruppo: un vertice dei capi di governo dei Paesi dell'euro che non è mai stato convocato da quando esiste la moneta unica. A quel punto Sarkozy telefonò al primo ministro lussemburghese Jean Claude Juncker, presidente dell'Eurogruppo, tirandolo giù dal letto nel suo albergo a Washington, dove era appena arrivato per partecipare ai lavori del G8. "Jean Claude, voglio riunire i capi di governo dell'Eurogruppo all'Eliseo, il più presto possibile. Dobbiamo adottare un piano europeo per favorire la ricapitalizzazione delle banche sul modello di quello britannico". Juncker, che è un vecchio e disincantato navigatore delle tempeste europee, nonostante il sonno e il jet-lag gli rispose con una sola battuta: "Ottima idea, Nicolas. Ma sei sicuro di riuscire a portare tutti ad un accordo?". Dopo un attimo di silenzio, dal palazzo dell'Eliseo a cinquemila chilometri di distanza, arrivò una risposta altrettanto concisa. "No. Ma sono sicuro che, se non convochiamo i capi di governo, un accordo non lo troveremo di certo". Juncker concluse con un'altra battuta, che ha ricordato ieri in conferenza stampa al termine del vertice convocato in tre giorni: "Nicolas, ti prendi un grosso rischio. Ma capisco che se non lo facessi il rischio che prenderemmo tutti sarebbe ancora più grosso". I mercati diranno oggi se la scommessa di Sarkozy ha qualche possibilità di funzionare. Ma è probabile che, senza i tracolli a catena delle borse europee di giovedì e venerdì, la tanto ricercata unità degli europei sarebbe ancora una volta venuta meno. Invece la prospettiva di una catastrofe finanziaria, i segnali di allarme rosso che sono venuti dalla riunione dei ministri economici del G8 a Washington e, in via più riservata, dalla stessa Banca Centrale europea di Francoforte, hanno convinto anche la cancelliera tedesca Angela Merkel che neppure la Germania sarebbe riuscita a superare da sola la tempesta. E così ieri i capi di governo, riuniti per poche ore all'Eliseo, hanno dato per una volta una autentica dimostrazione di unità. Anche così, però, la bozza della dichiarazione congiunta che era stata buttata giù in una prima versione già dai ministri finanziari durante la riunione del G8, ha conosciuto sei successive redazioni. A dimostrazione che la ricerca del consenso non è stata poi così semplice. Gli ultimi dubbi sono stati risolti ieri proprio durante la riunione dei capi di governo. La Banca Centrale ha chiesto e ottenuto che venisse tolto dal testo un paragrafo che le imponeva, sulla falsariga di quanto già fa la FED americana, di rilevare direttamente i debiti a breve termine di "società finanziarie e non finanziarie". "Questo - ha spiegato il presidente della Bce Jean Claude Trichet - è un compito precipuo delle banche commerciali. Sono loro che devono fare credito alle imprese. Noi possiamo semmai garantire la loro esposizione": Alla fine, il paragrafo è stato modificato fino a renderlo insignificante. Un altro problema, sollevato con forza dai belgi, è stato quello del varo immediato del "regolatore unico", un comitato che dovrebbe farsi carico di seguire l'armonizzazione delle norme prudenziali e della riforma dei bilanci. Alla fine però ha prevalso l'idea di Sarkozy che una simile decisione, che interessa tutti gli europei, non avrebbe potuto essere annunciata da un vertice dell'Eurogruppo. La questione sarà dunque discussa al prossimo vertice Ue, mercoledì. Infine ieri i capi di governo si sono a lungo interrogati se comunicare o meno l'importo complessivo del loro piano di garanzia ai mercati finanziari. Per quanto difficile da calcolare, la comunicazione di una cifra che risulterà comunque molto imponente, avrebbe indubbiamente rafforzato il messaggio rassicurante che si vuole indirizzare all'opinione pubblica. Ma contro questa ipotesi hanno prevalso, per molti premier, considerazioni di correttezza istituzionale: poiché i piani di garanzia e di intervento rimangono nazionali, non se ne può quantificare l'importo senza aver consultato prima i rispettivi governi e parlamenti. Oggi nel pomeriggio, alla stessa ora, Francia, Germania e Italia renderanno noti i rispettivi piani e, si spera, gli importi accantonati per finanziarli. Il "governo europeo dell'economia" comincia, molto modestamente, con un coordinamento degli orologi.

 

Quei filo-nazi partiti dal Nordest che dal 2003 assediano la NazionaleCarlo Bonini

ROMA - I cinque di Sofia, tra arrestati e "trattenuti come testimoni", non arrivano a trent'anni. Ventisette il più giovane, ventinove il più vecchio. Vivono a Milano, Treviso, Como, Lucca, Napoli. Almeno due di loro negli archivi della nostra polizia di Prevenzione erano già finiti. Non per fatti di stadio, ma perché "segnalati come organici a formazioni di estrema destra". Due profili che - a dire di fonti diverse del Dipartimento di Pubblica sicurezza - sembrano redatti con carta copiativa. "Neri da Curva". Prodotti del vivaio dell'odio e dell'intolleranza. Che ormai - soltanto a voler stare al rapporto presentato nel maggio scorso al Parlamento dal nostro Servizio interno (Aisi) - monopolizza da destra 63 delle 98 sigle in cui si articola la geografia ultras nel nostro Paese. Eppure, nel palazzo del pallone, nelle sue periferie (l'Osservatorio sulle manifestazioni sportive) e in almeno una delle componenti di governo (Alleanza nazionale), in molti, "indignati", cadono (o fingono di cadere) dal pero. Come se la notte bulgara avesse rivelato una maligna metastasi di cui si ignorava l'esistenza. Come se "Ultras Italia" fosse un nuovo brand d'esportazione venuto alla luce per partenogenesi in qualche ignoto interstizio della nostra provincia nera. Insomma, il solito "cesto di mele marce". Non è così. Le "pezze" con cui "Ultras Italia" annuncia negli stadi italiani ed europei la propria nascita portano la data del 2002-2003. E non è difficile riconoscerle. Sono stoffe tricolori appese alle gradinate, in cui è impresso con caratteri tipografici del Ventennio il nome della città che ne fa mostra come "testimonianza di italianità". Si comincia con Verona, Udine, Padova, Trieste, che è poi il quadrilatero nero in cui il grumo si addensa, si manifesta e trova al suo interno ragioni sufficienti a un lavoro di proselitismo. "In quella fase - racconta un qualificato funzionario di Polizia che da anni fa parte delle 'squadre tifo' che seguono la nostra nazionale - contavamo non più di una cinquantina di elementi. Per lo più del nord-est, che scommettevano sulla possibilità di creare una struttura agile, visibile e in grado di affermare una raggiunta egemonia politica di destra nelle curve del Paese". Del resto, il Triveneto non è luogo geograficamente neutro. Il "Fronte Veneto Skin" e "Forza Nuova" sono la ruota dentata xenofoba in cui si incastra una nuova geografia politica e sociale, di cui, ogni domenica, le curve sono lo specchio. A Verona, dopo lo scioglimento delle "Brigate Gialloblù", i nuovi padroni sono i neri di "Verona front" e "Gioventù scaligera". A Trieste, gli "Ultras Triestina" si imbandierano nei vessilli imperiali austro-ungarici. A Udine, gli "Hooligans Teddy Boys" e i "Nord Kaos" maneggiano ciarpame neonazista non diverso da quello degli "Hell's Angel Ghetto" di Padova. Il palcoscenico della Nazionale offre agli occhi di questo laboratorio nero tre indubbi pregi. E' vergine, perché non ingombro in tutta la sua storia di sigle ultras. E' mediaticamente sovraesposto. Si presta magnificamente alla semplificazione delle parole d'ordine e dei simboli con cui la destra xenofoba declina la sua "italianità". L'inno di Mameli intonato con il saluto romano, i bomber neri, le teste rasate, le croci celtiche, l'aquila nazista, le ss runiche sono già a Stoccarda e Varsavia nel 2003 ad accompagnare la nostra Nazionale. Affacciano, ignorate dallo sguardo televisivo, in Portogallo, agli Europei del 2004. Fino a quando non si manifestano con violenza, a Palermo, nel 2005, durante un'Italia-Slovenia. Gli "Ultras Italia" caricano gli sloveni a cinghiate al grido di "Tito Boia" e le "pezze" che di lì in avanti si trascinano dietro non parlano più soltanto il dialetto veneto. Si sono unite alla nuova giostra "Como", "Busto Arsizio", "Ravenna", "Napoli", "Reggio Calabria", "Torre del Greco", "Latina", "Castelli Romani", "Angri", "Nocera Superiore". I cinquanta degli inizi non sono più tali (a Sofia, sabato, se conteranno 144. A Larnaca, il 6 settembre scorso, erano in 150). Segnalando così come il "progetto", seguendo una geografia dell'appartenenza politica, non soltanto abbia superato la linea gotica, ma sia riuscito nell'obiettivo di far coesistere grazie al suo collante squisitamente nero, tifoserie altrimenti divise da odi sanguinosi (come la veronese e la napoletana). Ma al di fuori degli addetti, i fatti di Palermo non sembrano inquietare nessuno. Neanche quando - sono i primi mesi del 2006 - una delegazione di "Ultras Italia" partecipa in Austria ad un raduno a Braunau (città natale di Hitler), dove la feccia neonazista d'Europa (inglesi, spagnoli, francesi, tedeschi) si incontra per pianificare un Mondiale di Germania violento. "Ultras Italia" può tranquillamente continuare a far mostra delle sue "pezze" negli stadi del Mondiale e, nei due anni successivi, in quelli delle qualificazioni per gli Europei. Il saluto romano, per dirne una, allieta anche l'inno di Mameli intonato il 22 giugno di quest'anno a Vienna, dove l'Italia gioca la sua semifinale con la Spagna. Tranne gli osservatori della nostra polizia, nessuno, a quanto pare, vede o vuole vedere. Il senso comune liquida la faccenda come "folclore". Lo stesso che fa dire, oggi, al nuovo direttore dell'Osservatorio, Domenico Mazzilli (significativamente questore di Trieste fino a tre mesi fa) che, in fondo, ""Duce-Duce" a Sofia non è reato". Che convince Giovanni Adami, 36 anni, avvocato di Udine, legale dei 5 fermati, tra i sostenitori del progetto "Ultras Italia", a pronunciare su questa storia una parola "definitiva": "La verità è che gli aggrediti siamo noi, gli italiani".

 

Ragazza marocchina picchiata e insultata

VARESE - L'avrebbero picchiata a sangue e umiliata con pesanti frasi razziste come "brutta marocchina di m...". L'episodio, del quale si è avuta notizia solo ieri sera, sarebbe avvenuto nel primo pomeriggio di venerdì, attorno alle 14.30, nella zona del mercato, in centro Varese. Vittima dell'aggressione ad opera di alcune coetanee una ragazzina di 15 anni, residente nell'Hinterland varesino, trovata sanguinante da un volontario dei City Angels che ha subito chiamato il 118. Sulla scorta della descrizione fornita dall'adolescente, i carabinieri hanno già denunciato a piede libero una delle ragazzine che avrebbero dato vita al pestaggio. Si tratta di una compagna di scuola. Anna, questo il nome di battesimo dell'extracomunitaria, ha riportato la frattura del setto nasale. Pare che alla base dell'episodio di violenza vi siano degli alterchi maturati il giorno precedente all'uscita dalla Scuola professionale di via Montegeneroso, a Varese, dove la vittima frequenta un corso per parrucchiera. Subito dopo essere salita sul bus, sarebbe stata insultata da un ragazzo che reclamava il diritto a quel posto. Poi si sarebbe intromessa un'amica del giovane e le due ragazze si sarebbero insultate, strattonate, graffiate. Al momento di scendere Anna si sarebbe sentita promettere ulteriori rappresaglie. Venerdì pomeriggio, stando al suo racconto, mentre si trovava nel piazzale dove si svolge il mercato cittadino, sarebbe stata avvicinata da una trentina di persone che l'avevano seguita sin dall'uscita da scuola. Quindi il violento pestaggio che sarebbe avvenuto in mezzo all'indifferenza generale dei passanti.

 

Corsera – 13.10.08

 

Italiani e fiducia nelle banche. In una settimana giù del 28%

Renato Mannheimer

Il governo e altre autorità istituzionali cercano in questi giorni di rassicurare gli italiani sugli effetti della drammatica crisi finanziaria ed economica che sta coinvolgendo gran parte del mondo. Il possibile insorgere di una crisi di fiducia tra i cittadini costituisce in effetti un timore fondato e suffragato dagli esiti degli ultimi sondaggi di opinione. La preoccupazione riscontrabile nel nostro Paese riguardo alla sicurezza dei depositi e alla solidità delle banche si è andata infatti accrescendo enormemente proprio negli ultimi giorni. Un mese fa (il 12 settembre) circa un quarto degli italiani adulti pronosticava un deterioramento dell'economia. Oggi (la rilevazione è stata eseguita il 9 ottobre), sono quasi raddoppiati giungendo al 46%: gli incrementi maggiori nel pessimismo si sono verificati significativamente tra le persone in età lavorativa centrale (35-55enni) e tra i residenti in una delle aree di maggiore vitalità economica, il Nord-Est. La previsione sulla situazione finanziaria personale peggiora anch'essa considerevolmente: in sette giorni i pessimisti raddoppiano, passando dal 16 al 34%. Nell'insieme, più del 60% degli italiani si pronuncia oggi negativamente per l'economia mondiale e il 40% ha questa stessa sensazione per ciò che concerne la propria famiglia. Sono specialmente le banche a trovarsi nell'occhio del mirino. La fiducia in queste ultime, già tradizionalmente bassa, è calata ulteriormente, raggiungendo il minimo storico. E si fanno sempre più estesi i dubbi sulla loro affidabilità. Ancora la scorsa settimana, la maggioranza (67%) dei cittadini riteneva «molto o abbastanza solida» la banca di cui è cliente: oggi questa quota è drasticamente scesa al 39%: la maggioranza degli italiani comincia dunque a non fidarsi più del proprio istituto di credito. È un orientamento più diffuso tra chi è più lontano dalla politica e segue con maggiore difficoltà le notizie sui quotidiani. Certo, si tratta di meri atteggiamenti, di stati d'animo non sempre suffragati da dati di fatto. Ma, come ci insegna la stessa crisi che stiamo attraversando, spesso i fenomeni e i comportamenti economici sono dettati più dalla componente emotiva che da quella razionale. Di conseguenza, gli aspetti psicologici sono, specie in questi giorni, estremamente rilevanti. Nel loro insieme, questi dati possono dunque essere interpretati almeno da due diversi punti di vista. Da una parte, emerge come gli italiani mostrino ancora un atteggiamento responsabile: siamo ben lontani da quella che può essere definita una situazione di panico. Dall'altro canto, non si può non rilevare come il clima di opinione e la fiducia del Paese nelle istituzioni finanziarie vadano progressivamente deteriorandosi. Con conseguenze difficili da prevedere.

 

L’Ue si gioca tutto

E così Gordon Brown, geloso tutore della sterlina britannica, ha fatto da guida ai Signori dell’euro. Soltanto i mercati, sin dalle prime contrattazioni di oggi, ci diranno se le proposte dell’Eurogruppo saranno riuscite a placare la nevrosi finanziaria che scuote il mondo intero. Per ora si può soltanto constatare che il piano d'azione varato ieri a Parigi appare ben più concreto dei precedenti, e che i Quindici, nel tentativo di risultare convincenti, hanno rinunciato a una buona fetta del loro orgoglio monetario. Tutti, infatti, hanno riconosciuto che le misure contemplate si ispirano alla strategia varata da Londra. E per il Primo ministro inglese, considerato fino a ieri un sopravvissuto della politica in attesa di sostituzione, non si tratta di una soddisfazione da poco. I massimi dirigenti politici dall'area euro, del resto, avevano ben poche alternative. Le precedenti dichiarazioni comuni non erano riuscite a rassicurare gli operatori, e persino il decantato «piano Paulson» era stato accolto con indifferenza dalle borse americane in picchiata. Occorreva fare di più, e giustamente nessuno è stato lì a vedere se le idee migliori venivano da questa o dall'altra parte della Manica. I Quindici garantiscono la partecipazione degli Stati alla ricapitalizzazione delle banche, ribadiscono che nessun istituto di credito suscettibile di recare danno all'intero sistema sarà lasciato fallire, e soprattutto estendono la garanzia statale al mercato interbancario. Sbloccano, cioè, quei prestiti tra banche che sono arrivati alla paralisi per reciproca sfiducia, innescando da un lato pericoli di fallimento degli istituti e dall'altro strette creditizie verso i clienti dell'«economia reale». Nella stessa direzione, quella di estendere come mai prima la sfera delle garanzie pubbliche, si muove la possibilità di sostituire i prodotti finanziari «malati» con obbligazioni statali, alleggerendo non poco eventuali bilanci pericolanti delle banche. Il tutto a titolo provvisorio e con l'indicazione della scadenza a fine 2009, perché si spera che allora le cose vadano meglio ma anche per sottolineare che non si vuole sostituire stabilmente la filosofia di mercato con nazionalizzazioni o semi-nazionalizzazioni (benché di fatto sia proprio questo che il piano prevede). L'accordo è stato reso possibile sì dalla paura di una crisi ancor più catastrofica di quella vista sin qui, ma anche dal compromesso che i più tenaci difensori dell'autonomia nazionale, come la tedesca Merkel, hanno saputo trovare con lo schieramento «comunitario» guidato da Berlusconi. Non è nato infatti a Parigi il «fondo unico europeo» che l'Italia aveva suggerito, ma le misure adottate gli somigliano e gli somiglieranno ancora di più dopo che Germania, Francia e Italia avranno annunciato oggi i dettagli cifrati dei propri impegni nell'ambito dell'intesa collettiva. I «Quindici più uno» convenuti ieri a Parigi si vedranno peraltro mercoledì e giovedì a Bruxelles con gli altri undici soci della UE, e l'occasione dovrebbe portare all'adozione da parte di tutta l'Unione del piano di battaglia varato ieri. Basterà? Risulterà frenata la corsa verso il baratro dei mercati internazionali? Brown si è detto convinto di sì, ma ogni previsione appare ancora temeraria. Perché le borse hanno una loro logica difficile da anticipare. Perché la medicina potrebbe essere arrivata troppo tardi. E anche perché i Quindici, pur progredendo sul binario dell'azione comune e coordinata rispetto a quello (inefficace) delle priorità nazionale, hanno lasciato qualche spazio alle fughe di capitali e alle speculazioni inter-statali. Nella breccia potrebbe tornare ad infilarsi la sfiducia, anche se resterebbe la possibilità di correre ai ripari. Magari entro giovedì. L'Europa si gioca tutto, e ha soltanto cominciato a mostrare di averlo compreso. Si gioca lo sviluppo, il suo modello sociale, le sue ambizioni politiche in un mondo che la crisi spingerà di gran carriera verso il multipolarismo. Quello di ieri è stato un test importante. Speriamo che non si sia trattato dell'ultima spiaggia davanti a uno tsunami inarrestabile.

 

Il leader-avvocato: «Le braccia tese? Non si possono abbassare con la forza» - Fiorenza Sarzanini

ROMA - Il saluto romano per accogliere l'inno dell'Italia lo avevano sempre fatto. Ma prima d'ora gli Ultras Italia non erano mai stati protagonisti di incidenti con altre tifoserie, anche se alla vigilia dei Mondiali di calcio in Germania - era il 2006 - promettevano: «Siamo pronti a scontrarci con tutti». Parole, proclami, minacce. Adesso sono passati ai fatti. Ed è questo ad allarmare gli analisti del Viminale, perché l'eco internazionale dei vergognosi cori di Sofia potrebbe aiutarli a fare proseliti nelle curve, a pescare in quelle frange di estrema destra già ora protagoniste di episodi di violenza sugli spalti e fuori dagli stadi. Il canale con i sostenitori di molti club italiani è già attivato, i contatti frequenti. Ma inquadrarli in gruppi organizzati è difficile perché la loro caratteristica è propria quella di essere «cani sciolti», uniti dalla passione per la nazionale e per il fascismo. Inneggiano al Duce e ai leader di Forza Nuova, sostengono il presidente iraniano Ahmadinejad perché nega l'Olocausto e attacca gli Stati Uniti. Girano con croci celtiche al collo e svastiche tatuate sul corpo. Per finanziarsi vendono su eBay felpe e cappelli, sciarpe e borse che identificano con marchi eloquenti: Dux, oppure Littorio Ninja. Giovanni Adami, è certamente uno dei leader. Ex giocatore di basket in serie A, ha 37 anni, è nato e vive a Udine dove fa l'avvocato. E dove si è specializzato nei ricorsi al Tar contro i Daspo, i provvedimenti amministrativi che impongono ai tifosi più violenti il divieto di ingresso allo stadio. Anche lui era nella curva di Sofia: «Mi fa specie che di una trasferta da elmetto in testa, venga messo in risalto qualche braccio teso e alcuni cori "Duce Duce"». E le braccia tese? «Se qualcuno fa il gesto di stendere il braccio, non glielo si può fisicamente abbassare». Cerca di minimizzare gli incidenti, sostiene che «nel pub gli italiani sono stati aggrediti e, nonostante questo, d'accordo con la polizia sono arrivati fino allo stadio senza provocare ulteriori incidenti. Le immagini del circuito internazionale però hanno mostrato altro, soprattutto quando hanno inquadrato gli spalti. Lo zoccolo duro degli Ultras Italia è nel Nordest - Udine e Verona, soprattutto - ma qualcuno arriva da Angri, nel salernitano, e poi da Latina, Como, Napoli, Bari, Reggio Calabria, fino raggiungere qualche centinaia. Sono gemellati con alcuni gruppi europei neonazisti, due anni fa - prima dei campionati in Germania - una delegazione ha partecipato ad un incontro con tifosi tedeschi, britannici e polacchi a Braunau am Inn, cittadina dove nacque Adolf Hitler. «Onorare la pezza tricolore» con il loro logo è l'obiettivo. Finora lo hanno fatto con il braccio teso. Nella notte di Sofia hanno aggiunto i canti nazisti, i petardi e le cinghiate. Erano 144 i biglietti venduti, nessun nominativo risultava segnalato al Viminale. Ma forse qualche tagliando è finito in mani diverse e ora bisognerà ricostruire la lista di chi era in trasferta con la nazionale. Sabato sera, i primi che hanno lasciato la Bulgaria per tornare a Venezia, ostentavano sicurezza: «Non ci possono contestare alcun reato». Gli sarà vietato entrare allo stadio per il prossimo anno. E forse scatterà anche il divieto internazionale. Provvedimento che l'avvocato Adami, rimasto a Sofia per difendere i compagni, sarà certamente pronto a contestare in tribunale.

 

Opposizione non significa dire solo no alle riforme altrui

Che cosa realmente sanno della scuola, della causa per cui protestavano, gli studenti che l’altro giorno hanno affollato le vie e le piazze d’Italia? Probabilmente solo che il potere, cattivo per definizione (figuriamoci poi se è di destra!), vuole fare dei «tagli», termine altrettanto sgradevole per definizione, e imporre regole limitatrici della precedente libertà (grembiule, valore del voto di condotta), dunque sgradevoli anch’esse. Sapevano, sanno solo questo, non per colpa loro ma perché ormai da tempo in Italia, nel dibattito tra maggioranza e minoranza, e di conseguenza nel discorso pubblico, la realtà, i dati, non riescono ad avere alcun peso, dal momento che su di essi sembra lecito dire tutto e il contrario di tutto. Nulla è vero e nulla è falso, contano solo le opinioni e i fatti meno di zero. Esemplare di questo disprezzo per la realtà continua a essere il dibattito sulla scuola. C’è un ministro, Mariastella Gelmini, che dice che la scuola italiana non funziona. Porta delle cifre: sul numero eccessivo d’insegnanti, sull’eccessiva percentuale assorbita dagli stipendi rispetto al bilancio complessivo, sui risultati modesti degli studenti, sulla discutibile organizzazione della scuola nel Mezzogiorno; evoca poi fenomeni sotto gli occhi di tutti: l’allentamento della disciplina, gli episodi di vero e proprio teppismo nelle aule scolastiche. E alla fine fa delle proposte. Discutibilissime naturalmente, ma la caratteristica singolare dell’Italia è che nessuno, e men che meno l’opposizione, men che meno il sindacato della scuola che pure si prepara a uno sciopero generale di protesta, sembra interessato a discutere di niente. Né dell’analisi né di possibili rimedi alternativi a quelli proposti. Cosa pensa ad esempio dei dati presentati dal ministro Gelmini il ministro ombra dell’istruzione del Pd, la senatrice Garavaglia? Sono veri? Sono falsi? E cosa indicano a suo giudizio? Che la scuola italiana funziona bene o che funziona male? E se è così, lei e il suo partito che cosa propongono? Non lo sappiamo, e bisogna ammettere che per delle forze politiche e sindacali che si richiamano con forza al riformismo si tratta di un atteggiamento non poco contraddittorio. Riformismo, infatti, dovrebbe significare prima di tutto la consapevolezza di che cosa va cambiato, e poi, di conseguenza, la capacità di indicare i cambiamenti del caso: le riforme appunto. Non significa dire solo no alle riforme altrui, e basta. Infatti, alla fine, dato il silenzio circa qualsiasi misura nel merito, l’unica proposta che rimane sul tappeto da parte del Partito democratico e del sindacato appare essere virtualmente solo quella di lasciare le cose come stanno. Naturalmente nessuno si prende la responsabilità di dirlo esplicitamente, ma ancor meno nessuno osa esprimere il minimo suggerimento concreto. In realtà, a proposito della scuola una proposta precisa è stata ed è avanzata di continuo dall'opposizione politico-sindacale. Alla scuola - ci viene detto - servono più soldi (nel discorso pubblico italiano, di qualsiasi cosa si tratti, servono sempre o «ben altro» o «più soldi»). Insomma, la colpa del malfunzionamento della scuola starebbe nelle poche risorse di cui essa dispone: ciò che almeno serve politicamente a rendere ancor più deplorevole la recente decisione del ministro del Tesoro di togliergliene delle altre. Peccato però che pure in questo caso, per dirla con le parole di uno studioso che non milita certo nel campo della destra, Carlo Trigilia, sul Sole-24 ore di martedì scorso, dall'opposizione «non è stata elaborata alcuna proposta di manovra finanziaria che spiegasse se e come era possibile coniugare rigore finanziario e scelte concrete diverse da quelle del governo». Dunque neppure sul come e dove trovare quei benedetti soldi l'opinione pubblica ha la minima indicazione su cui discutere, su cui fare confronti e alla fine farsi un'idea. Questo non tenere conto dei fatti, dei dati concreti, questo continuo scansare la realtà, finiscono così per diventare uno dei principali alimenti della diffusa ineducazione politica degli italiani. Nel caso della scuola contribuiscono a far credere a tanti, a tanti insegnanti, a tanti studenti, di vivere in un Paese governato da ministri sadici, nemici dell'istruzione, che chissà perché rifiutano di distribuire risorse che invece ci sono; contribuisce a far credere a tante scuole, a tante Università, che i problemi possono risolversi con la messa in scena spettrale - più o meno per il quarantesimo anno consecutivo! - dell'ennesimo corteo, dell'ennesima «okkupazione».

 

agenzia Apicom – 13.10.08

 

Cisl pronta a revocare lo sciopero della scuola, no di Uil e Cgil

Roma - Sindacati nuovamente in ordine sparso sullo sciopero nazionale della scuola, con la Cisl che ha 'aperto' al Governo sulla possibilità di revocare la manifestazione unitaria del 30 ottobre purchè i sindacati vengano convocati in un tavolo con gli enti locali per discutere della riforma targata Gelmini e Uil e Cgil che, meno dura la prima e più intransigente la seconda, non ci stanno. Tutto inizia dalle parole del leader della Cisl, Raffaele Bonanni, che in tv a Domenica In Politica lega - 'immotivatamente' secondo la Cgil - la crisi dei mercati allo sciopero della scuola. Alla domanda della giornalista se la Cisl sia disposta a revocare lo sciopero per dare un segnale di senso di responsabilità concreta in questa fase di crisi, Bonanni ha risposto: "Volentieri, ma alla condizione che il governo convochi noi e gli enti locali per discutere di come si riorganizza la scuola". In pratica, secondo Bonanni, i sindacati potrebbero 'risparmiare le forze' mettendo da parte lo sciopero della scuola e "ben volentieri le nostre energie - ha detto - saranno occupate per cose molto più importanti oggi, perchè dobbiamo far fronte a questa crisi che rischia di spazzare via non solo nostri risparmi, ma anche le nostre aziende", ma il Governo deve dare delle "garanzie". Una proposta che non trova d'accordo i sindacati del comparto: nè la Flc Cgil nè la Uil Scuola. E se il segretario generale della Uil, Massimo Di Menna, è cauto sulla possibilità di revocare lo sciopero del settore, la Cgil è più che ferma. "La semplice convocazione non è un motivo sufficiente che consente di avere quelle risposte che ci attendiamo", spiega Di Menna che chiede, come prova della buona volontà del Governo, delle "modifiche al Piano generale della scuola" con un confronto a 360 gradi dall'aumento del numero di alunni per classe, all'eliminazione del tempo prolungato, all'esigenza di tutelare i precari dopo il taglio dei 130mila posti nei prossimi tre anni. La Uil è "d'accordo a ridurre gli sprechi - ha detto Di Menna - ma la riqualificazione della spesa non deve avere dei contraccolpi sul personale della scuola". Niet a muso duro, invece, da parte della Flc-Cgil, che non ha la minima intenzione di sospendere lo sciopero generale della scuola: "Non riesco a comprendere cosa c'entri la crisi dei mercati con la scuola - ha spiegato il segretario generale Domenico Pantaleo - se non a peggiorare la situazione". Del resto, è soprattutto la 'base' della Cgil che sente l'esigenza di scendere in piazza e durante le assemblee in corso in questi giorni nelle scuole molti dipendenti del comparto istruzione hanno contestato proprio la linea dei sindacati, soprattutto dei confederali, ritenuta troppo attendista rispetto ai provvedimenti del Governo. "C'è l'esigenza da parte del popolo della scuola di andare ad una forte contestazione - taglia corto Pantaleo - per noi si va avanti e lo sciopero rimane confermato".

 

Gli oncologi: il federalismo sanitario rischia di creare iniquità

Roma - In epoca di federalismo, l’associazione italiana di oncologia medica lancia un allarme: il federalismo sanitario rischia di creare iniquità. Serve invece un intervento deciso dello Stato come garante delle regole per assicurare pari accesso alle terapie per tutte le persone colpite da tumore al di là del problema dei costi. Il rischio è che ogni Regione trovi la sua soluzione per contenere le spese, creando disuguaglianze. I 3000 esperti riuniti a Verona per il decimo congresso nazionale dell’Aiom concordano: la razionalizzazione e la lotta agli sprechi sono necessarie ma non è il farmaco il principale imputato. "Serve piuttosto una "chiamata alle armi" trasversale - afferma il presidente Francesco Boccardo - per responsabilizzare tutti gli attori del sistema. Anche molte indagini diagnostiche ad alto costo sono spesso utilizzate in maniera inappropriata". Il farmaco, infatti, incide solo per il 25% sul complesso dei costi in oncologia. Non è un mistero che la situazione di regione in regione sia molto differente e, per una volta, non si tratta di dualismo nord-sud: in Lombardia ad esempio un certo nuovo farmaco viene rimborsato a tutti mentre nel vicino Veneto restano esclusi gli ultra 65enni. Ed è noto il caso dell’Emilia Romagna che aveva vietato la rimborsabilità di una molecola ad alto costo, in deroga a quanto previsto a livello nazionale. "In Italia la situazione è stata ben gestita a livello centrale dall’Aifa che ha saputo regolamentare in modo equo ed introdurre meccanismi virtuosi - afferma Carmelo Iacono, presidente eletto dell’associazione -. Ma questa corretta impostazione rischia di essere compromessa da un sistema che prevede differenze regionali nell’ accesso alle prestazioni". Ogni anno in Italia si registrano circa 240mila nuovi casi di tumore e 140mila sono i decessi. Le persone affette da questa malattia sono circa un milione e mezzo, fra pazienti guariti, nuovi casi e quelli in trattamento. I dati relativi agli ultimi decenni hanno mostrato che l’incremento della mortalità rallenta rispetto all’incidenza. Questa tendenza è il risultato dell’aumento di sopravvivenza dei malati: in Italia è in media del 55% a 5 anni dalla diagnosi.

 

l’Unità – 12.10.08

 

Il dramma e l’umiltà - Luigi Manconi

Una tragedia nella tragedia: nella vicenda umanissima e drammaticissima di Eluana Englaro si sono riflessi, come in uno specchio, due orientamenti culturali che, impadronendosi di quella storia privata, hanno rivelato la forza dirompente del suo significato simbolico e morale. Il percorso di sofferenza di Eluana e dei suoi familiari apparteneva a una sfera intima quale quella del rapporto tra genitori e figli e quella, straziante, della responsabilità di un padre nei confronti di un dolore indicibile e di un destino incontrollabile. Quella vicenda avrebbe dovuto avere il suo corso ordinario se l’intervento della tecnica (qui nella forma dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali) non avesse richiesto un’autorizzazione giuridica per essere sospeso: e così assecondare l’esaurirsi di quella vita verso la sua fine inevitabile. È stato qui, nell’ineludibile richiamo a una norma e a chi avesse il potere di interpretarla, che quella vicenda intima è diventata pubblica. Nella tragedia di quella donna e dei suoi genitori hanno fatto irruzione, così, due autorità esterne che non si sono limitate a far sentire la propria voce, ma che hanno potentemente interferito. Il magistero della Chiesa, per un verso, e il Parlamento, per l’altro. I loro interventi hanno rivelato una desolante assenza di pietas, una incapacità di compassione, una rigidità propria dell’autorità priva della saggezza del cuore. L’Italia cattolica, apostolica e romana, di fronte a una tragedia irreparabile, ha manifestato quella singolare spietatezza che solo la fede che si fa superbia e l’etica che si congeda dalla carità riescono a esprimere. Appena pochi giorni fa, Avvenire ha criticato Bepino Englaro, padre di Eluana. Ci rammarichiamo per Avvenire. Ma Bepino Englaro non è un eroe civile: è un padre nel senso più antico ed essenziale della genitorialità, ed è un uomo nel significato più alto e tragico che la condizione umana possa esigere. Un padre chiamato dalla sorte al compito più oneroso e doloroso: decidere della vita della persona alla quale ha dato la vita e scegliere quale sia il male minore al quale destinarla. Un uomo normale che deve compiere, suo malgrado, una scelta straordinaria e che, da sedici anni, dice di sapere quale sarebbe la volontà della figlia. È certo - è una delle poche certezze di cui disponiamo - che lo sa, per sentimento e per intelligenza, meglio di chiunque altro. Non solo: Bepino Englaro avrebbe potuto compiere la scelta, silenziosa e anonima, fatta da migliaia e migliaia di familiari e da migliaia e migliaia di medici. Ovvero consentire che la vita di Eluana venisse tacitamente spenta. Non ha accettato questo e si è fatto dolente testimone, dignitoso e sobrio, della propria tragedia, nella consapevolezza che non si tratti solo di una vicenda privata; e ha accompagnato giorno dopo giorno la muta esistenza della figlia lungo le successive stazioni della sua via crucis. Di quest’uomo Avvenire ha scritto: «Il padre sembra chiedere la sospensione dell’alimentazione della figlia per "liberare" non lei, ma se stesso, da una situazione che non può tollerare» e poi: «In realtà a non farcela più è la persona che assiste»; e ancora: «Nel nome della libera scelta, a venir liberate in realtà sarebbero le persone sulle cui spalle il malato pesa». Viene da dire: ma come vi permettete? E come vi permettete di definire "emozionismo" quell’espressione di amore - così altamente morale - che fa sentire come intollerabile la condizione di chi si trovi in stato vegetativo e che induce a volerla interrompere? A produrre, in alcuni ambienti cattolici, un simile atteggiamento così virtuosamente crudele nei confronti di Eluana e dei suoi familiari, è ancora una volta un atto di alterigia etica: l’idea, che non è propria della fede, bensì della sua interpretazione integralista, di conoscere quale sia il "vero bene" e la gerarchia delle priorità morali. La "sacralità della vita" di Eluana in questo caso e in ogni caso. Non troppo diversa da questa lettura confessionale-fondamentalista è quella che ha spinto il centrodestra a elevare il conflitto di competenza a seguito delle sentenze della Corte di cassazione e della Corte d’appello presso il Tribunale civile di Milano, che autorizzavano la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali. Per sedici lunghi anni il Parlamento ha ignorato la vicenda di Eluana Englaro e delle migliaia di persone nelle sue stesse condizioni. Quando la magistratura ha infine saggiamente deciso, il Parlamento ha detto di sentirsi "espropriato": non una parola o un gesto per la famiglia di Eluana Englaro, ma tante dichiarazioni che, in nome della "indisponibilità della vita", mortificavano il senso più profondo della vita stessa e della sua dignità. Ovvero la libertà umana e il primato della coscienza rispetto a qualunque autorità esterna. E il principio inviolabile dell’autoderminazione individuale. Parlamentari ignorantissimi che discettano di "deriva eutanasica" in nome di valori cristiani che hanno bestemmiato fino a un quarto d’ora fa e, in quel dibattito alla Camera e al Senato, nessuna consapevolezza dei veri dilemmi etici che le questioni di vita e di morte sollevano e nessuna coscienza di quali siano le nuove problematiche che lo sviluppo delle biotecnologie impone, ma neanche alcuna intelligenza del cuore: solo ed esclusivamente la preoccupazione di attenersi a quanto la Conferenza episcopale italiana ha detto dice e dirà. Anche in queste ore c’è chi - Luca Volontè, e chi altri mai - grida contro l’eutanasia, non sapendo evidentemente quel che dice; e ignorando quanto il magistero della Chiesa (da Pio XII a Benedetto XVI, quand’era prefetto della Sacra congregazione per la dottrina della fede) ha costantemente affermato. Chi scrive, questo giornale e tanti uomini e donne di buona volontà, non vivono questa come una "battaglia" (per usare ancora le parole sgraziate di Avvenire) la vivono come un dramma, che richiede umiltà e, appunto, pietas e compassione. Chi scrive ritiene che fondamento della persona umana sia la libertà. Che è, se non sbaglio, concetto cristiano (Agostino: ama e fa’ ciò che vuoi) e - grazie a Dio, è il caso di dire - non solo cristiano. La libertà non vive nel vuoto e nell’assenza: è relazione, scambio, empatia. È legame sociale. Ma, quando la libertà individuale entra in conflitto con altri vincoli (la decisione terapeutica e la scienza medica, la morale religiosa e la norma giuridica, la domanda affettiva di sopravvivere il più a lungo possibile...), non può essere che la libertà individuale a costituire il punto di riferimento. Essa non rappresenta un assoluto ma - come affermava la Conferenza episcopale spagnola già nel 2000 - nemmeno la vita umana è il valore supremo assoluto.


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