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"Io, prigioniero di Gomorra

Repubblica – 15.10.08

 

"Io, prigioniero di Gomorra lascio l'Italia per riavere una vita"

Giuseppe D’Avanzo

Andrò via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me". La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d'animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, Gomorra. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un'imprevedibile popolarità, dall'odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall'invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia - e non il dolore - accresce la vita di un uomo. "Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?". Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E' poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l'autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l'esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile. E' poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l'ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l'inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai "sudditi" che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte. Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là"". A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano - quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, "per il momento", di scrivere per noi le sue parole necessarie - sono sempre di più un affare della democrazia italiana. La sua vita disarmata - o armata soltanto di parole - è caduta in un'area d'indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti.

 

I pericoli che corre ObamaPaul Krugman

La crisi non è l'unico avvenimento temibile in corso. Un'altra bruttissima cosa si sta profilando sullo scenario politico: mentre diminuiscono sempre più le chance di John McCain di essere eletto, le folle che accorrono ai suoi comizi elettorali sono, a detta di tutti, sempre più preda di una folle isteria collettiva. Non si tratta di un mero fenomeno di massa. Lo si percepisce dai mezzi di informazione della Destra e in una certa qual misura dai discorsi stessi di McCain e di Sarah Palin. Abbiamo già assistito a un fenomeno di questo tipo. Una delle realtà oggettive che da un certo punto di vista sono state completamente cancellate dalla storia convenzionale della politica è l'isteria pura che contrassegnò gli attacchi ai Clinton - erano trafficanti di droga, avevano fatto ammazzare Vince Foster (oltre a molta altra gente), erano in combutta con potenze straniere. Tutte queste baggianate non sono apparse soltanto su pubblicazioni di secondaria importanza: sono state discusse al Congresso, sono state confermate dalla pagina degli editoriali del Wall Street Journal e così via. Tutto ciò si può sintetizzare in una constatazione: una significativa percentuale della popolazione americana, sostenuta da moltissimo denaro e forti influenze politiche, molto semplicemente non considera legittimo un governo in mano ai liberal (e nemmeno a liberal molto moderati). Si supponeva che Ronald Reagan avesse sistemato la questione una volta per tutte. Che accadrà se sarà eletto Barack Obama? Le cose andranno ancora peggio di come sono andate durante gli anni dell'Amministrazione Clinton. Di sicuro salteranno fuori accuse folli, e non mi stupirei di assistere anche a episodi di violenza. I prossimi anni saranno molto, molto difficili.

 

Manifesto – 15.10.08

 

Giù dalla cattedra - Stefano Milani

C'è un avviso al secondo piano della Facoltà di Lettere della Sapienza, davanti alla porta d'ingresso del dipartimento di storia contemporanea: «Il prof. Bevilacqua rinvia a data da destinarsi l'inizio delle lezioni per protesta contro la legge 133 che condurrà all'emarginazione l'università pubblica». Il docente che lo ha affisso non è uno qualunque, è lo stesso che non più di una settimana fa ha dato il via alla petizione per bloccare l'inizio dell'anno accademico. E che, firma dopo firma, è riuscito ad arrivare a quasi quota 5000. Colleghi, accademici, ricercatori, uniti contro il famigerato ex emendamento Brunetta, ora decreto Gelmini, che prevede, tra le altre cose, il taglio del 20 per cento in cinque anni del fondo di finanziamento ordinario, la possibilità per gli atenei di trasformarsi in fondazioni di diritto privato e il blocco del turn-over del personale docente che verrebbe attuato solo per un quinto dei posti rimasti liberi a seguito dei pensionamenti. Tra i firmatari del documento c'è un altro professore sempre del primo ateneo capitolino, Roberto Antonelli, che è anche preside della facoltà di Scienze umanistiche. Ma una firma non basta, e così ieri ha riposto la penna e ha preso il megafono: «Questa è una riforma da bocciare e deve essere ritirata. Non è né una riforma né una controriforma è un omicidio che ha per vittima l'università e la ricerca: stanno facendo cose tremende anche al Cnr». Un attacco frontale che ha trovato gli applausi degli studenti che ieri hanno manifestato all'interno della cittadella universitaria per poi ritrovarsi davanti agli uffici della presidenza e cominciare un'assemblea spontanea che chiede di «ufficializzare» il blocco della didattica. «Il sapere non è una mercanzia, Tremonti e Gelmini li spazzeremo via» e «non pagheremo la vostra crisi» gli slogan più gettonati. C'è il placet di Antonelli, schierato con gli studenti non solo a parole: «Ho già invitato i docenti, con una circolare - ha detto - a valutare secondo il loro punto di vista l'opportunità di sospendere le lezioni e di discutere con gli studenti la situazione determinata dai tagli operati alle risorse dal governo». E la maggior parte di loro sarebbe pronto fin da ora ad incrociare le braccia. Chi la pensa diversamente da lui è il preside di Lettere, Guido Pescosolido, che tutto vuole tranne bloccare la didattica nella sua facoltà. «Siamo di fronte - ha detto detto ieri rispondendo indirettamente al collega Antonelli - ad una mobilitazione che non mi sembra avere un grande riscontro di massa, perché la maggior parte dei ragazzi vuole seguire le lezioni». Perciò il preside va avanti anche se con riserva, perché perfino il «duro» Pescosolido è costretto ad ammettere: «Il decreto deve essere oggetto di ridiscussione e di trattativa perché finora è stato un provvedimento imposto. Si tratta di un taglio duro e pesante, che avviene in modo uniforme, prescindendo da misure di interpretazione qualitativa, per cui alcuni settori scientifico-disciplinari potrebbero restare senza personale». Anche a Napoli c'è aria di mobilitazione tra i professori universitari. Ne è convinta Luigia Melillo, responsabile dell'Associazione professionale universitaria e docente di Bioetica all'università Orientale. I motivi sono sempre gli stessi: «Questo governo sta sempre più mortificando la funzione pubblica delle università italiane» e concentrando gli sforzi «solo sulla volontà di privatizzarle e trasformarle in fondazioni». Così sono in molti, tra i suoi colleghi, che starebbero valutando la possibilità di fermarsi per un po' «a riflettere». Perché «in queste condizioni - aggiunge Melillo - per quale motivo, senza possibilità di carriera o di incremento di stipendio, un ricercatore o un docente universitario dovrebbero continuare ad accettare di prendere dei corsi in affidamento? Il malcontento è alto, tutte le sigle sindacali sono d'accordo e per questo - continua la titolare della cattedra di Bioetica -, si sta cercando di organizzare per i primi di novembre una protesta nazionale». Aspettando che il fronte del no aumenti ancora tra i docenti, ieri all'Orientale l'assemblea "Stop Gelmini" ha interrotto il normale svolgimento del senato accademico consegnando ai presenti una lettera aperta in cui chiedono le dimissioni del rettore, l'annullamento dell'inaugurazione dell'anno accademico e il blocco della didattica a tempo indeterminato. A Torino, invece, un centinaio tra universitari, ricercatori e docenti aderenti all'assemblea "No Gelmini" si sono ritrovati ieri nell'atrio di Palazzo Nuovo per fare il punto della situazione della mobilitazione in città e per fissare le prossime date. L'appuntamento più corposo dovrebbe essere l'assemblea di ateneo prevista per il 22 ottobre. Ma è tutto il Belpaese accademico ad essere in fibrillazione. Assemblee, manifestazioni, occupazioni, blocchi ma non solo. Perché c'è chi le lezioni le svolge regolarmente ma preferisce i parchi pubblici o le piazze alle aule universitarie, come accade da giorni a Palermo e a Firenze.

 

In centinaia di istituti la «notte bianca» di docenti e genitori

Eleonora Martini

ROMA - Il No Gelmini day si moltiplica e si prolunga. È una corsa contro il tempo, quella intrapresa dal mondo della scuola per fermare la conversione in legge del decreto Gelmini che ieri è approdato alla commissione Istruzione del senato dopo essere stato licenziato a colpi di fiducia dalla camera. E se le giornate non bastano più a contenere le iniziative di protesta messe in piedi - soprattutto nella scuola primaria - senza interrompere la didattica, ci si prende anche la notte. Oggi, perciò, è il primo dei No Gelmini days & nights, un'iniziativa inizialmente lanciata dal coordinamento romano «Non rubateci il futuro» (cartello che riunisce nella capitale più di 80 istituti) ma fatta propria e rilanciata contemporaneamente in decine di città italiane. E dopo il crepuscolo, al via le Notti Bianche. Almeno nove fiaccolate a Roma, con presidi, assemblee e cortei che si snoderanno sui territori di quindici municipi metropolitani; una decina di manifestazioni a Milano; eppoi Brescia, Castrovillari, Genova, Venezia, Napoli, Torino, Perugia, Parma, e Firenze, dove ieri sono state occupate una trentina di sedi scolastiche, tra licei e istituti tecnici. Ma è la «dotta» che si aggiudica la palma giornaliera della protesta, soprattutto quella notturna: decine le iniziative organizzate dall'«Assemblea genitori e insegnanti» in altrettanti punti della città, con laboratori artistici, concerti e performance che intratterranno i bolognesi durante la lunga «Notte Bianca per la scuola pubblica». Una risposta, quella di Bologna alla controriforma voluta dal ministro Tremonti ed eseguita dalla titolare dell'Istruzione, talmente netta che non poteva rimanere inascoltata almeno dalle istituzioni locali. E infatti ieri il consiglio comunale ha approvato a maggioranza un ordine del giorno che chiede al governo di ritirare il decreto e esorta «tutte le forze politiche ad adoperarsi perché la discussione sulla scuola non avvenga per decreto, svuotando il Parlamento del ruolo e dimostrando una grave mancanza di rispetto alle istituzioni democratiche del nostro Paese». Poche ore dopo anche il presidente della regione Emilia-Romagna, Vasco Errani, si schiera contro i provvedimenti della ministra che minacciano di chiudere i plessi scolastici con meno di 50 alunni iscritti, inseriti nella legge 133 (approvata ad agosto) e nel decreto legge 154 appena varato. Come aveva già fatto qualche giorno fa la Toscana, anche Errani annuncia il ricorso alla Corte costituzionale: «Non è una riforma - attacca il governatore - è un atto grave da parte del governo che interviene direttamente sulle competenze delle regioni e degli enti locali e a cui le regioni risponderanno con determinazione». E se il presidente dell'Emilia-Romagna sembra giustificarsi con un «è il governo che ha deciso il conflitto», Cisl e Uil ancora ieri minacciavano lo sciopero generale (indetto evidentemente malvolentieri una settimana fa insieme a Cgil, Gilda e Snals) se l'esecutivo «non farà nulla da qua al 30 del mese», «soprattutto per quanto riguarda contratti e retribuzioni». Tutt'altra grinta caratterizza invece la protesta dei coordinamenti di base composti da insegnanti genitori e studenti. «Non siamo conservatori - argomenta un comunicato del cartello romano - una riforma della scuola è necessaria, ma non così: tagliano i fondi, tagliano le ore e rifiutano qualsiasi confronto, in Parlamento e nel Paese». E l'Assemblea bolognese aggiunge: «Stiamo assistendo ad un'enorme presa di parola collettiva che impone all'attenzione di tutti l'istruzione pubblica come bene comune». Mille voci che si alzeranno oggi per chiedere semplicemente alla ministra Gelmini di fermarsi. E di tornare sui banchi di scuola.

 

Ottobre rosso. Il diktat Sacconi: vietare gli scioperi - Antonio Sciotto

ROMA - Tra gli innumerevoli attacchi del governo, non poteva certo mancare quello al diritto di sciopero: ieri il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha spiegato che si provvederà presto, con un apposito disegno di legge delega che «regolerà» le astensioni dal lavoro nei servizi pubblici. Chi sciopererà verrà schedato dall'amministrazione di cui è dipendente, sanzionato dalla prefettura, indotto a sostituire la piazza con un semplice fazzoletto al braccio. In pratica, sarà vietato scioperare. E non basta: viene soppresso un diritto garantito dalla Costituzione, quello di poter protestare individualmente. Per proclamare uno sciopero, bisognerà passare attraverso un referendum a maggioranza. «E' un golpe bianco - commenta Carlo Podda, Fp Cgil - E' la violazione palese di un diritto costituzionale, e segnalo che queste misure vengono minacciate quando i lavoratori della scuola e del pubblico impiego si preparano a scendere in piazza». La riforma, ha spiegato Sacconi, intende «prevenire il conflitto attraverso forme di conciliazione e arbitrato», mira a rendere «obbligatorio un referendum consultivo preventivo e rendere anche obbligatoria l'adesione individuale allo sciopero dei singoli lavoratori, in modo che gli utenti siano informati circa il livello di adesione allo sciopero». Il ddl intende disciplinare anche la revoca dello sciopero, «perché strumentalmente troppo spesso si annunciano scioperi che poi si revocano all'ultimo minuto facendo in modo che il danno è stato fatto senza pagare il pegno della perdita del salario». La revoca dello sciopero, quindi, «deve essere adeguatamente anticipata per poter evitare la trattenuta, tranne nel caso si faccia, anche all'ultimo momento, un accordo che risolva in via definitiva il problema, non una semplice solo timida intenzione di miglior dialogo». Il governo - ha continuato Sacconi - vuole anche «intervenire sull'esigenza della rarefazione: cioè deve essere più robusto e garantito l'intervallo tra uno sciopero e l'altro, nel senso che pur agendo diversi soggetti, l'intervallo deve essere comunque garantito in modo che ci sia un congruo periodo in cui non ci sono attività di interruzione del servizio». Secondo il ministro, poi, «bisogna favorire lo sciopero virtuale che si può fare con un fazzoletto al braccio, in modo che io sono in stato di agitazione, perdo il salario però il datore di lavoro paga una cifra congrua per ogni lavoratore che si astiene virtualmente dal lavoro». In sostanza, ha spiegato Sacconi, «la controparte paga ugualmente e queste risorse vanno in un fondo solidaristico che poi decidono come usare. Questo sempre per evitare l'interruzione del servizio pur legittimamente manifestando un disagio». «Le sanzioni - ha concluso il ministro - oggi sono decise dalla commissione, soprattutto quando riguardano l'individuo, e sono applicate dal datore di lavoro, che in genere non lo fa mai. L'ipotesi è di incaricare i Prefetti di applicare la sanzione decisa: in questo modo la sanzione, con il pericolo di omissione di atti di ufficio, è applicata effettivamente». «Già oggi esistono sufficienti garanzie per tutelare i cittadini utenti - replica Podda - Tanto che per annunciare le prossime date di sciopero devo aspettare il tentativo di conciliazione al ministero del lavoro, e poi badare a non sovrapporle con altre. Ma qui si minaccia di negare alla radice il diritto di sciopero. Il sindacato diventa superfluo: Brunetta nega la contrattazione e eroga aumenti unilaterali, e ora si aggiungono le regole sugli scioperi. Allora sciogliamo tutto e mettiamo su un comitato referendario. Si nega il diritto individuale allo sciopero, si schedano gli scioperanti con l'obbligo di adesione nominale, si fa applicare la sanzione dalle prefetture, come se fosse un problema di ordine pubblico. Questo progetto somiglia tanto alle 'linee guida' sui contratti della Confindustria, dove gli scioperi vengono iper-sanzionati e si pretende di conciliare con gli arbitrati». I lavoratori pubblici, comunque, dopodomani decideranno le date dei prossimi stop regionali - entro metà novembre - e se non avranno risposte si deciderà lo sciopero nazionale. Proteste contro Sacconi sono venute anche dalla segreteria della Cgil, che parla di «introduzione di tratti autoritari»; la Uil, con Paolo Pirani, dice che «atti unilaterali rischiano di aumentare il conflitto»; la Cisl chiede «un tavolo per regole condivise». Il Pd, con Paolo Nerozzi, si dice «profondamente contrario al progetto Sacconi».

 

«Il 17 in piazza un blocco sociale che paga le politiche di Berlusconi»
Paolo Leonardi è coordinatore nazionale della Rdb-Cub, che come confederazione la proclamato lo sciopero generale del 17 ottobre, insieme a Cobas e Sdl. «E' la prima uscita ufficiale - spiega - del patto di consultazione permanente tra le tre organizzazioni; a differenza del passato, stavolta è stato costruito unitariamente tutto il percorso che ha portato allo sciopero: l'assemblea del 18 maggio, la costruzione della piattaforma comune e quindi lo sciopero generale». Quali sono i settori più importanti, per voi? Noi riuniamo soprattutto scuola, pubblico impiego e precari; saranno la spina dorsale dello sciopero e della manifestazione. Sono i tre soggetti che più stanno subendo l'offensiva del governo, pagando i costi della riorganizzazione produttiva della pubblica amministrazione (P.A.) messa in campo da Berlusconi. Saranno presenti anche industria, commercio, trasporti, ecc. Com'è la situazione dei precari? E' molto molto brutta perché il decreto ammazza-precari prova a scrivere la parola fine su un'esperienza che ha visto centinaia di migliaia di giovani e meno giovani transitare per la P.A., venir formati, dare un contributo straordinario alla tenuta degli uffici pubblici. Alcuni uffici sono tenuti aperti soltanto da personale precario; e il decreto Brunetta rischia davvero di mettere in crisi la funzione della P.A.. Lì si gioca pure la partita sull'idea che ne ha questo governo, perché non solo attacca i salari e le condizioni di lavoro dei pubblici dipendenti a tempo indeterminato, ma impedisce la stabilizzazione dei precari. Vuol dire che la loro ipotesi è di rendere assolutamente inefficace la P.A. per poi poter procedere rapidamente alla privatizzazione totale di qualsiasi servizio pubblico redditizio. Sacconi presenta un ddl di riforma del diritto di sciopero nei servizi pubblici. Sacconi fa due operazioni. La prima è rendere definitivamente impossibile scioperare; già ora i vincoli posti dalla normativa lo rendono difficile,se non attraverso una serie di alchimie complicatissime. La seconda predetermina una condizione di alleggerimento del conflitto in una fase in cui la crisi economica e finanziaria verrà ovviamente scaricata sui lavoratori e sui ceti popolari; perciò si prova sin d'ora a impedire qualsiasi forma di conflitto che possa essere una risposta a questo attacco. Quindi fa due cose: da una parte tranquillizza i padroni sul conflitto, dall'altra - di fronte a crisi economica, modificazione strutturale della P.A., privatizzazioni, esclusione dei precari - cerca di togliere ogni strumento conflittuale vero, in grado di spostare sul fattore lavoro la forza contrattuale. Il soggetto più debole, nel confronto tra lavoro e capitale, viene pure depotenziato definitivamente nell'unico strumento che ha: lo sciopero. Il 17 saranno in piazza con voi anche gli studenti medi e universitari... C'è un blocco sociale in sofferenza, composto dai mondi del lavoro, della scuola, dei cittadini che vivono con grande apprensione le ricadute delle scelte di Brunetta, Gelmini, Sacconi; e stanno confluendo sullo sciopero generale del 17, l'unico che abbia una piattaforma compiuta su questi terreni. E anche l'unico finora proclamato e in preparazione. Noi ci aspettiamo una grandissima manifestazione. Tutto ci dice che nei trasporti, nella P.A., nella scuola, in molte aziende, in molti supermercati e ipermercati, ci sarà il blocco totale della produzione. Crediamo che questo sia l'avvio di una fase nuova anche sul terreno della rappresentanza sindacale, che non potrà più essere riservata solo a Cgil, Cisl, Uil; e a una Ugl tirata fuori dal cappello perché utile ai «giochetti» sulla rappresentanza.

 

Le azioni «alternative» per uscire dalla crisi – Sbilanciamoci

Con la crisi finanziaria internazionale e la grave recessione in arrivo in tutto il mondo, la politica economica - in Italia, in Europa, negli Usa e a livello globale - si trova ad assumere un ruolo essenziale per governare l'economia, regolamentare i mercati, guidare i comportamenti di banche e imprese. E' il ritorno della politica, che deve fondarsi su valori condivisi - il benessere, l'equità, la sostenibilità ambientale - perseguire un interesse generale, tutelare diritti e controllare l'economia. E' la fine di 40 anni di politiche neoliberiste, che hanno imposto la ritirata dello stato dall'economia e hanno «lasciato fare» ai mercati. Le cause della crisi sono nell'insostenibilità di un sistema in cui le transazioni annuali di azioni e obbligazioni sono quattro volte il Prodotto interno lordo mondiale, quelle dei prodotti derivati sono 12 volte il Pil mondiale, quelle sui mercati dei cambi lo superano di 15 volte. Il gonfiarsi della finanza è il risultato dalla piena liberalizzazione dei movimenti dei capitali e del mercato dei cambi, che ha consentito alle imprese e ai ricchi di tutto il mondo di trasferire denaro dove c'erano guadagni speculativi e minore tassazione. Così, un quarto della ricchezza generata in un anno sul pianeta finisce nei paradisi fiscali; in Italia circa tre quarti delle imprese dichiara di non fare profitti e quindi non viene tassata. In questa situazione, le risposte alla crisi decise finora fanno di tutto per lasciare pressoché immutato il sistema e salvare i responsabili della crisi, facendone pagare i costi a tutti i cittadini. Quattro azioni alternative sono possibili. 1. Chi ha speculato, paghi. I costi per «salvare» la finanza devono essere a carico di chi ha beneficiato delle rendite finanziarie. L'Italia può introdurre alcune misure per finanziare gli interventi di «salvataggio»: - aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, almeno in linea con la tassazione prevalente in Europa (una misura già contenuta nel programma del governo Prodi); - nel caso di costi di «salvataggio» particolarmente elevati, valutare la possibilità di un'imposta patrimoniale una tantum sui patrimoni più elevati; - aumento della tassazione sugli immobili e sulle rendite immobiliari, con misure per ridurre l'evasione fiscale da parte dei percettori di redditi da locazione; - forte aumento della progressività dell'imposizione fiscale sui redditi delle persone fisiche, in particolare a partire dagli scaglioni superiori ai 100 mila euro l'anno. 2. Serve un governo pubblico della finanza. Nuove istituzioni e regole devono guidare le attività finanziarie in Italia e a scala globale. Per governare la finanza globale è necessario un nuovo sistema internazionale. Una misura urgente in questo campo è l'introduzione della Tobin Tax sulle transazioni valutarie, in modo da ridurre il volume delle attività speculative sui mercati dei cambi. Inoltre, il governo italiano potrebbe prendere le seguenti misure: a. I finanziamenti forniti dallo stato alle banche devono prendere la forma di quote azionarie; un'agenzia pubblica, sul modello dell'Iri, potrebbe detenere tali azioni e svolgere un ruolo anche nell'orientamento delle attività svolte dalle società partecipate. b. E' necessaria una forte regolamentazione delle attività finanziarie per limitare le operazioni speculative e aumentare la solidità e la trasparenza; tra queste si può proporre di: - aumentare le riserve necessarie per l'attività degli operatori finanziari - porre forti restrizioni alla vendita e all'acquisto di prodotti finanziari derivati, specie nel settore energetico, ambientale e delle materie prime; inoltre, dovrebbe essere vietato l'uso di derivati da parte di enti pubblici italiani. c. E' necessario introdurre la regola che i ministri, i vertici delle amministrazioni dello stato, della Banca d'Italia delle Autorità di controllo debbano non aver ricoperto incarichi di responsabilità in banche e grandi imprese private, italiane o estere, per i tre anni precedenti la nomina, e si impegnino a non assumerli per i tre anni successivi alla fine dell'incarico. E' paradossale che i responsabili chiamati a gestire la crisi finanziaria spesso provengano direttamente dalle banche d'affari protagoniste della crisi: il ministro del Tesoro Usa Henri Paulson e il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi erano ai vertici di Goldman Sachs fino alla nomina politica. 3. Limitare la recessione. Per ogni euro investito nel salvare il sistema finanziario, ci dev'essere un euro investito per tutelare e riconvertire l'economia reale. L'Unione europea e l'Italia dovrebbero impegnarsi a finanziare - con risorse pari a quelle destinate alla finanza - un piano d'investimenti pubblici su tre fronti principali: - infrastrutture e servizi: le «piccole opere» di tutela del territorio, miglioramento di scuole e servizi sanitari pubblici, sistemi di trasporto urbano e regionale; - un piano di costruzione e ristrutturazione di abitazioni di proprietà pubblica, da assegnare in affitto, con prezzi controllati, a giovani e famiglie e basso reddito; - incentivi pubblici a investimenti privati in energie rinnovabili e attività sostenibili dal punto di vista ambientale. La domanda di beni e di lavoro attivata da un tale programma consentirebbe di evitare (e limitare) la recessione in arrivo, dare una risposta alle emergenze casa in molte città , di compensare le perdite di posti di lavoro prodotte dalla crisi e di riorientare lo sviluppo della nostra economia. 4. Redistribuire risorse e ridurre le disuguaglianze. La politiche devono rovesciare l'aumento delle diseguaglianze e il trasferimento di risorse dai poveri ai ricchi associato alla finanziarizzazione. Negli ultimi vent'anni l'Italia è diventato uno dei paesi con le peggiori diseguaglianze di reddito e di ricchezza d'Europa. La quota dei profitti e delle rendite finanziarie è aumentata in modo abnorme; le politiche di risposta alla crisi finanziaria devono essere coerenti con la necessità di avviare una redistribuzione di risorse dai ricchi ai poveri. Esempi di misure che possono contribuire a questi obiettivi sono le seguenti. - un aumento dell'imposizione fiscale sulle imprese (l'Ires) in modo aumentare del 30% le entrate in due anni; - reintroduzione della tassa di successione, che consente di redistribuire risorse tra le generazioni e di ridurre le diseguaglianze di ricchezza che derivano dai privilegi familiari; - valutare la possibilità di introdurre un limite al divario tra i superstipendi dei manager e quelli dei lavoratori; si potrebbe individuare l'obiettivo che il rapporto tra il dipendente più pagato e quello meno pagato di un'impresa o di un'amministrazione pubblica sia di 25 a uno. Tale rapporto dovrebbe essere vincolante per le istituzioni pubbliche. Per le imprese private, tale convergenza dei redditi può essere favorita, ad esempio, escludendo le imprese che superino tale rapporto dall'accesso a agevolazioni fiscali e incentivi pubblici.

 

La vida oltre il deserto - Marco d'Eramo

PHOENIX (ARIZONA) - Dalla maglietta di questo cinquantenne alto, sulle braccia muscolose fanno capolino grandi tatuaggi blu. Ruben Hernandez è direttore di Latino Perspectives, l'unico magazine in lingua inglese per la popolazione ispanica in questo stato che di latinos ne conta (dati del 2006) un milione 804.000, su 6,2 milioni di abitanti, cioè il 29,2%, mentre in tutti gli Stati uniti sono il 14,8% della popolazione. Certo, l'Arizona è meno ispanica del suo vicino orientale, il New Mexico, lo stato più latino degli Usa, in cui è ispanico il 45% della sua (magra) popolazione. L'Arizona è meno latina anche della sua vicina occidentale, la California (35,9%) o del Texas (35,7%). In compenso è lo stato in cui la popolazione ispanica cresce più rapidamente: + 30,5% nel quinquennio 2000-2005, contro, per esempio il + 9 % del New Mexico. Il punto essenziale però è che «rispetto ai diritti civili degli immigrati, l'Arizona è oggi quel che negli anni '60 era il Mississippi per i diritti civili dei neri», mi dice Hernandez nella sala riunioni del suo mensile. E cioè lo stato in cui «si è creato un clima d'intimidazione, di terrore, sopruso e angherie», continua Hernandez: «Io sono di origine messicana, ma cittadino americano da quattro generazioni. Ma quando la stradale o la polizia mi ferma sull'autostrada, mi chiede il permesso di soggiorno. Una richiesta illegale, bada bene». Lo sceriffo della Maricopa County, Joe Arpajo, è diventato il simbolo di queste angherie. «Lo sceriffo è un ufficiale eletto, ma una volta eletto è un dittatore all'interno del suo dipartimento, nessuno lo controlla». Arpajo, che si è autodefinito «il poliziotto più tosto del west», ha messo su una posse di 150 agenti che perlustrano i quartieri ispanici e appena uno ha le luci posteriori dell'auto rotte, gli chiedono lo statuto di immigrato e lo rispediscono a casa. E non c'è solo Arpajo. C'è l'opinione pubblica che lo applaude e gli editorialisti che danno i numeri: in Arizona i clandestini sono l'8% della popolazione, ma costituiscono il 15 % degli arrestati (a presunta dimostrazione di una maggiore propensione al crimine da parte dei clandestini), anche se le stesse statistiche dicono che in California i cittadini nati all'estero costituiscono il 35% dei residenti ma solo il 17% della popolazione carceraria. Non importa, i clandestini vivono qui nel perpetuo terrore non solo della migra, la polizia di frotiera e i funzionari dell'immigrazione, ma delle innumerevoli posse di privati cittadini che si autonominano pattugliatori del confine e danno la caccia al clandestino con i loro fuoristrada, sul modello del Minuteman project, l'associazione di vigilantes che riprende il nome della milizia che nel '700 combatté contro i britannici. Quest'odio serpeggia ovunque e non riescono a contrastarlo le molteplici organizzazioni a favore di migranti, come i Samaritans, basati a Tucson, che perlustrano il deserto vicino alla frontiera con pattuglie comprendenti almeno un medico e un madrelingua spagnolo, per salvare i clandestini che rischiano la morte per sete, per insolazione e per freddo di notte. In media nel deserto vicino al confine muoiono circa 200 migranti l'anno. L'odio per gli immigranti è un altro sottoprodotto dell'11 settembre 2001. La portavoce della confederazione sindacale Afl-Cio dell'Arizona, Dana Kennedy, mi dice che prima dell'11 settembre non c'era questa paranoia, «sì, se ne parlava, ma quasi con benevolenza, e si diceva che tosano l'erba in giardino, riparano le tubature... Ora - a torto o a ragione - sono considerati colpevoli di tutto». «Per gli statunitensi anglosassoni, dice Hernandez, i messicani possono essere confusi con arabi, è una questione fisica, di sguardo e di pregiudizi, come se l'11 settembre fosse stato commesso da peones entrati negli Usa traversando il deserto di Sonora con l'aiuto dei coyotes (i passatori di clandestini)! Gli immigranti clandestini, gli indocumentados, sono i capri espiatori di qualunque cosa avvenga, ma quest'atteggiamento si estende a tutta la popolazione latina dello stato, anche se gli immigrati rappresentano meno di un terzo del totale». Non importa se la stragrande maggioranza degli ispanici sono cittadini americani a tutti gli effetti, e alcuni da parecchie generazioni, come Hernandez, e tra loro vi sono discendenti dall'antica aristocrazia terriera messicana prima che gli Stati uniti conquistassero e annettessero questi territori a metà '800. Chiunque abbia una fisionomia latina parte con un handicap in Arizona. Attorno al problema degli ispanici aleggia qui una spessa coltre d'ipocrisia, la stessa che avvolge i neri in altri stati. Te ne accorgi dalla piattaforma dei candidati democratici a queste elezioni, quale risulta dai volantini che raccolgo nella sede del partito: ecco Gabrielle Giffords, politica di Tucson, deputata uscente dell'estremo sud est dell'Arizona, che s'impegna a «promuovere ricerca e sviluppo per l'energia solare, migliore sanità per i veterani e rafforzamento della sicurezza alla frontiera»; ecco Jeanne Lunn, candidata al parlamento dell'Arizona, che «pone immigrazione illegale, istruzione e sviluppo economico in cima alle sue priorità e vuole rendere rapidamente sicura la frontiera dell'Arizona (con il Messico) usando i i più moderni ritrovati tecnologici». La governatrice democratica dell'Arizona, Janet Napolitano (di chiara origine italiana), è stata la prima governatrice a chiedere (e ottenere) l'uso della Guardia Nazionale per pattugliare la frontiera e nel 2007 ha varato la legge più severa di tutti gli Usa nei confronti dell'immigrazione illegale. La legge prevede che ogni datore di lavoro debba verificare lo status di ogni dipendente assunto. Chi assume illegali è multato la prima volta, e la seconda gli viene tolta la licenza. La legge nei fatti si è dimostrata inapplicabile, per quanto l'economia dell'Arizona dipende dai clandestini: gli ospedali dovrebbero chiudere per mancanza di infermieri e portantini, le imprese edilizie non avrebbero più muratori. Le città per soli anziani chiuderebbero i battenti visto che si basano su mano d'opera a buon mercato per tutte le mansioni di servizio e manutenzione. A Sun City i residenti non possono avere meno di 55 anni, ma in realtà nelle sue vuote strade assolate, a parte qualche cart a motore per il golf, vedi solo giovani o adulti ispanici che riparano un tetto, tosano un giardino, innaffiano, cambiano un vetro. Quando chiedo al vicedirettore del Tucson Citizen (vedi il reportage di domenica 13), Mark Kimble, come mai la posizione dei democratici dell'Arizona è così diversa da quella dei democratici a livello nazionale, risponde che «loro stanno a migliaia di chilometri dal confine, noi abbiamo 600 km di frontiera. Bisogna fare qualcosa. Ma il muro che vogliono costruire è totalmente irrealizzabile. Te lo vedi a costruire una muraglia di 600 km nel deserto, tra le montagne? Nello stesso tempo bisogna trovare un modo di legalizzare i clandestini. C'è un'ambivalenza di fondo: la stessa gente che dà la caccia ai clandestini, però è ben contenta di pagare poco per la casa: e i prezzi non potrebbero essere così bassi se i muratori non fossero illegali». La crisi economica rischia di esacerbare il razzismo anti-immigrati e anti-clandestini. «La migrazione è sempre ciclica: quando l'economia tira, fanno venire i messicani a frotte, quando c'è recessione, li sbattono via. Ora li cacceranno», dice Hernandez. Più cinico il procuratore distrettuale di Tucson, con cui bevo la tradizionale birra del venerdì sera (alle 5) nel patio di un bar, insieme a un gruppo di professionisti: «La crisi farà sì che il problema dei clandestini si risolverà da solo, perché non verranno più qui visto che non c'è lavoro». «Ma ci sarà ancor meno lavoro in Messico», gli risponde Ann, direttrice della pagina editoriale dell'Arizona Star Daily. Ann è sposata a un ingegnere della Motorola e suo figlio segue la carriera accademica in studi di slavistica; per tutta la vita sua mamma voleva visitare New York e ora, per i suoi 70 anni, l'ha accontentata. Il razzismo anti-ispanico ricorda quello verso i neri, con gli stessi risvolti culturali: come la cultura statunitense è plasmata in modo impressionante dagli apporti neri, dalla musica, al ballo, così la cultura dell'Arizona è impregnata fino al midollo di latinità messicana. Nove radio su dieci sono in spagnolo. Chiedo a Hernandez del suo mensile, che vende 30.000 copie e ha un sito visitato da 50.000 persone: «L'imprenditore che possiede Latino Perspectives prima aveva lanciato un settimanale in lingua spagnola, La Voz. Ma poi nel 2000 l'ha venduto, e ci ha fatto una barca di soldi, perché ha capito che il mercato stava cambiando. Ora c'è una borghesia ispanica di lingua inglese. E il nostro è l'unico magazine per latinos in inglese. Il nostro è un pubblico di reddito alto, di istruzione elevata, costituito al 51% da donne e al 49% da uomini». Gli chiedo come ne è diventato direttore. «Io vengo dalla California, da Los Angeles, ma sono venuto a studiare qui in Arizona dove mi sono laureato in giornalismo. Per anni ho fatto l'inviato in Messico dall'altra parte del confine. Per qualche tempo ho lavorato anche al settimanale alternativo di Phoenix, NewTimes. Poi sono stato in Florida e quattro anni fa mi hanno offerto di dirigere questo magazine». Gli chiedo come mai è si è trasferito dalla California in Florida. «Per sfuggire alla paura, per non essere ucciso dalle gang. Perché io ero un ganguero, prima di diventare giornalista. E nelle gang la vita è breve». Si spiegano così i suoi tatuaggi.

(2-continua)

 

La Stampa – 15.10.08

 

A valanga la contestazione anti-Gelmini – Raffaello Masci

ROMA - Continua la protesta delle scuole contro la riforma del ministro Gelmini, e nelle università - da Torino a Roma, da Milano a Firenze, da Napoli a Catania - si allarga la mobilitazione contro i tagli. Intanto la Camera si divide sulle nuove regole per l’accesso degli studenti stranieri alla scuola dell’obbligo. Ieri, infatti, l’aula ha approvato con 265 «sì» e 246 «no» una mozione del Pdl (primo firmatario il capogruppo della Lega Roberto Cota) che impegna il governo a rivedere il sistema di accesso degli studenti stranieri. Come prima cosa questi nuovi alunni dovranno superare un test e specifiche prove di valutazione e in caso di esito negativo i «bocciati» verranno inseriti in «classi ponte» che consentiranno loro di seguire corsi di apprendimento della lingua italiana propedeutici all’ingresso nelle classi permanenti. Il testo, inoltre, impegna il governo a una «distribuzione proporzionata al numero complessivo di alunni» per scongiurare la formazione di classi di soli alunni stranieri. Dal Nord al Sud sono però le proteste a tenere banco. Al coro delle critiche ieri si è aggiunto il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, che ha accusato il governo di invasione di campo rispetto alle autonomie locali, per le norme emanate sull’istruzione, e ha annunciato un ricorso alla Consulta. A Firenze ieri risultavano occupate trenta sedi di scuole medie superiori, che si vanno ad aggiungere alle occupazioni e ai cortei che nei giorni scorsi hanno interessato tutta Italia. Ieri mattina a Roma, davanti al ministero, c’è stata anche la protesta dei lavoratori delle imprese esterne che si occupano delle pulizie degli istituti scolastici (sono 14 mila gli interessati) e che ora vedono a rischio i rinnovi dei loro contratti. Oggi genitori e insegnanti organizzeranno una notte bianca in diverse scuole di tutta Italia. La protesta contro i tagli dei fondi ordinari alle università (63 milioni su 7 miliardi complessivi), intanto, si allarga a macchia d’olio. Catania ha deciso di non celebrare quest’anno l’inaugurazione dell’anno accademico e la sostituirà con un incontro pubblico «sui problemi del sistema nazionale universitario». A Firenze, domani, lezioni in 14 piazze cittadine «per sensibilizzare la cittadinanza». Ieri mattina, alla Statale di Milano, una cinquantina di studenti hanno manifestato di fronte al rettorato. A Torino centinaia di studenti e ricercatori aderenti all’«Assemblea No Gelmini» si sono ritrovati nell’atrio di Palazzo Nuovo. Tra le iniziative decise, «lezioni a cielo aperto» e un presidio il 28 ottobre davanti all’Unione Industriale presso la quale è atteso il ministro Gelmini. A Napoli i collettivi studenteschi hanno indetto un’assemblea per oggi nella facoltà di lettere della Federico II, mentre all’Orientale continua lo stato d’agitazione. A Roma prosegue il blocco delle lezioni a Lettere al grido di «l’università non pagherà la vostra crisi».

 

Ammalarsi in ospedale – Flavia Amabile

Aumentano le cause penali e civili contro i medici, e non diminuiscono gli errori clinici nè le infezioni negli ospedali: ogni anno tra i 450.000 e i 700.000 pazienti ne sono colpiti. Ieri è stato presentato il libro bianco 'Safety Book - a cura di chi cura', volume voluto dal Senato per esaminare la situazione in Italia in materia di sicurezza negli ospedali. Ogni infezione costa al Servizio sanitario nazionale 9.000 euro, avverte uno studio Cergas-Bocconi. E chi ha contratto un’infezione rimane ricoverato 8,5 giorni in più rispetto a chi non la contrae. E delle 700.000 persone che ogni anno prendono un’infezione in ospedale, 7.000 muoiono, un dato rimasto inalterato da alcuni anni. «La sepsi è la patologia con il maggior indice di mortalità - ricorda il prof.Quirino Piacevoli, presidente della Società Italiana di Rischio Clinico - lo shock settico rappresenta la causa dell’85 per cento delle morti che si verificano negli ospedali. I medici e gli infermieri devono essere particolarmente attenti all’igiene, e gli ospedali devono dotare tutti i reparti di lavandini ergonomici, che possano garantire agli operatori sanitari una perfetta pulizia delle mani». In Italia non esiste un sistema di sorveglianza delle infezioni, anche se numerosi studi di prevalenza e di incidenza, che hanno interessato tutto l’ospedale o alcuni reparti a rischio, hanno riportato una frequenza di infezioni ospedaliere paragonabile a quella rilevata nei Paesi anglosassoni, se non, in alcuni casi, superiore. Sulla base delle indicazioni della letteratura e degli studi multicentrici effettuati in questi anni, si può stimare che in Italia il 5-8% dei pazienti ricoverati contragga un’infezione ospedaliera: si può, quindi, stimare che ogni anno, in Italia, si verifichino dalle 450 mila alle 700 mila infezioni in pazienti ricoverati in ospedale, soprattutto infezioni urinarie, seguite da infezioni della ferita chirurgica, polmoniti e sepsi. Secondo i dati dell’OMS l’8,7% dei pazienti ospedalizzati presenta un’infezione contratta in ospedale, detta infezione nosocomiale. In Italia i dati variano molto da ospedale ad ospedale e recenti indagini multicentriche hanno verificato tassi del 7,8% in Piemonte, 4,9% in Lombardia, 6,9% in Veneto e 4,5% in Toscana; una dimostrazione che il problema è presente in modo ancora diffuso. Poiché le infezioni ospedaliere potenzialmente prevenibili rappresentano il 30% circa di quelle insorte, si può stimare che ogni anno vi siano fra le 135 mila e le 210 mila infezioni prevenibili, e che queste siano causa del decesso nell’1% dei casi (dai 1350 ai 2100 decessi circa prevenibili in un anno). L’80% delle infezioni ospedaliere si concentra in quattro siti: nell’apparato urinario (principalmente a causa del cateterismo vescicale), nei polmoni, nelle ferite chirurgiche e nel sangue (Weinstein, 1998). Il dato è ancora più importante se si considera che circa il 30% delle infezioni ospedaliere potrebbero essere evitate (Haley, 1992) con conseguente risparmio di vite e di costi sanitari derivati da degenze prolungate, maggiori costi di cura e richieste di risarcimento danni. «Le istituzioni italiane - ha sottolineato il presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, Antonio Tomassini - sono rimaste per troppo tempo passive, non riuscendo a introdurre norme che, pur salvaguardando i diritti del malato, tutelassero meglio la professionalità e la dignità dei medici». Attualmente sono diverse le proposte all’esame del Parlamento per ridurre e gestire l’errore medico: «Fra queste - ha ricordato Tomassini -è fondamentale l’istituzione sistematica in tutte le strutture di ricovero e cura delle unità di rischio clinico, mentre sul fronte degli iter procedurali occorre puntare a soluzioni stragiudiziali e più rapide delle vertenze». Quanto agli errori clinici, oltre alle unità di rischio un’ipotesi contenuta nel 'Safety Book’ è quella di adottare strumenti per monitorare gli errori dei medici: è il caso della Morbidity and Mortalità Conference, che, come ha ricordato il senatore Pd Ignazio Marino, «è obbligatoria in tutti gli ospedali americani: è una riunione a cui partecipano tutti i medici di ogni dipartimento. Quando si verifica un errore, si analizza il problema e si cercano le soluzioni. È un metodo non per punire i colpevoli, ma piuttosto cercare soluzioni per migliorare la qualità delle prestazioni». Mentre negli ospedali aumentano le infezioni, il governo agisce con le forbici. «Le tabelle di Tremonti dimostrano tagli per 1,2 miliardi di euro a edilizia ospedaliera per il solo 2008», afferma Livia Turco, ex ministro della Salute, ora parlamentare del Pd. «Il combinato disposto del decreto estivo e della manovra finanziaria per il 2009 - rileva in una nota - mette in discussione i fondi che il governo Prodi aveva stanziato con la finanziaria per il 2008 per la costruzione di nuovi ospedali». Anche i fondi per il 2009 ed il 2010, aggiunge, «sono stati letteralmente falcidiati. Da questi tagli chiuderanno numerosi cantieri in tutta Italia che noi eravamo riusciti faticosamente ad avviare. E' un’ulteriore conferma - conclude - della irragionevolezza della manovra finanziaria del governo, tutta a danno dei cittadini».

 

La politica ai tempi della crisi – Lucia Annunziata

Due storie emblematiche di questi giorni. Berlusconi arriva a Washington, accolto con grandi cerimonie e affetto dal presidente Bush ma, per la prima volta nella sua storia politica, neanche questo viaggio gli ridà quel ruolo da protagonista che da settimane gli ha strappato il suo ministro Tremonti. Veltroni arriva all’anniversario del Pd, pronto a misurare la sua forza con una manifestazione lungamente attesa e preparata contro il governo, ma la coalizione si spacca sull’opportunità di mantenere l’appuntamento: anche questa discussione sa di prima volta. Disagi impalpabili, impatti ancora non pienamente visibili, ma segni di come la crisi internazionale, tenuta (forse) fuori dagli sportelli bancari, sia comunque arrivata fra noi. Lo tsunami finanziario ha infatti già strappato la politica nazionale dal suo piccolo orto al di qua delle Alpi, obbligandola a misurarsi con il mondo. Gli effetti di questo shock, sono qui per restare. Il primo colpo si è avvertito sulle proporzioni. Dopo anni di prediche contro il «teatrino» italiano, eccolo finalmente scoperchiato. Quanto più immense le proporzioni del crollo internazionale, tanto più insignificanti gli affari cui di solito la nostra nazione s’appassiona. Meschine le divisioni interne ai partiti, frantumate le grida degli studenti, in polvere le piccanti polemiche sulle capacità dei ministri donna, trivialissima l’impasse fra commissione di Vigilanza Rai e Consulta, sospesa nel vuoto persino la riforma della Giustizia: di fronte al panico vero, buona parte della nostra realtà politica ha rivelato di quanta irrilevanza sia fatta. Ma la caduta di significato, da cui eventualmente usciremo non appena ci sentiremo più sicuri, ha portato allo scoperto, come la caduta di un telo di protezione, anche alcune debolezze strutturali dei due principali leader politici del Paese. Iniziamo dal premier. Berlusconi è stato colto dal crack finanziario nel momento migliore di tutta la lunga carriera: il 67% di consensi, ministri delegati più che comprimari, alleati tutto sommato in riga. Questi primi mesi di governo sono stati in effetti la consacrazione di quella che era stata finora la sua maggiore debolezza, il conflitto d’interessi. Punita alle elezioni del 2006, la commistione fra politica ed economia è tornata in gloria in quelle del 2007: la vicenda più rilevante nel segnare questa rivincita del conflitto di interessi è stata l’Alitalia, non a caso vissuta in maniera così appassionata, quale la resa dei conti che è stata, da tutti gli italiani. Il Berlusconi che in campagna elettorale era riuscito a smantellare una proposta di vendita già quasi firmata dal governo in carica per prometterne un’altra migliore è il Berlusconi che ha esercitato in pieno il suo doppio peso come imprenditore e come leader politico; una volta al governo, la realizzazione della nuova cordata promessa è stata poi il trionfo della forza di questo doppio ruolo, in cui la parola del businessman rafforza l’agibilità promessa dal politico e viceversa. Un trionfo ben sottolineato dallo sdoganamento della neutralità degli affari anche da parte di grandi banchieri e imprenditori di fede politica lontana dal Pdl. Sfortunatamente per il premier, lo tsunami finanziario si è incuneato di nuovo proprio in questo suo doppio ruolo: non c’è bisogno d’essere economisti per capire che il leader del Paese che nella crisi vede precipitare anche le sue imprese non è esattamente neutrale nel giudizio né nelle proposte (ricordate la gaffe dei consigli per gli acquisti di azioni?). Nel momento della crisi i cittadini hanno posto le loro domande non ai banchieri o ai manager, ma allo Stato come pura rappresentanza politica della società, al di là e al di sopra degli affari. È un caso che nella crisi sia brillata la stella del ministro del Tesoro? È un caso che questo ministro si sia distinto, dentro il governo, contro una concezione spregiudicata degli affari? Amato o meno, Tremonti in questi mesi si è collocato come un politico puro e diverso dal suo premier ed è questo che, prima in Italia e poi a Washington, gli è valso la credibilità di rappresentanza. Mentre Berlusconi nella crisi ha avuto peso decisamente minore. È stata ancora l’ex Alitalia, adesso Cai, a indicare questa debolezza ora, come prima la gloria: la crisi finanziaria ha messo in crisi la cordata che con tanta grazia e persuasione il premier aveva assemblato. Il caso di Veltroni è più lineare. Schiacciato dai numeri in Parlamento e dalla sua crisi interna, il centro sinistra non ha avuto né gran ruolo né successo nel periodo di trionfo berlusconiano. Eppure, anche su queste forze la crisi finanziaria si è abbattuta in maniera crudele, arrivando proprio mentre il Pd lavorava alla lunga e paziente ricostruzione della sua forza e alla manifestazione nazionale indetta il 25 ottobre prossimo. Un corteo contro il governo, convocato - ironia della furia della crisi - proprio mentre la situazione è divenuta così grave da obbligare tutti a collaborare per fronteggiare il disastro. Da dentro il Pd si chiede ora di cancellare il corteo o almeno di cambiarne le parole d’ordine: persino l’atto più semplice, un rituale ben oleato come una sfilata, è diventato un problema. Se non la debolezza, la crisi ha certo accentuato la confusione del centro sinistra. Rimpiccioliti dal peso del mondo, i problemi di leadership italiani ci lasciano di fronte a una doppia domanda. Se la crisi in futuro dovesse peggiorare e il premier dovesse sempre più confrontarsi con i danni alle sue imprese, riuscirà a non coinvolgere il Paese nel suo conflitto d’interessi? E la sinistra, così presa dal dipanare torti e ragioni del proprio recente passato, avrà mai la capacità di divenire, come la nuova fase richiede, una parte delle istituzioni?

 

Un uomo di McCain aiutò Saddam. Barack Obama allunga nei sondaggi

NEW YORK - A meno di tre settimane dalle elezioni un’altra bufera colpisce uno dei collaboratori del candidato repubblicano John McCain. William Timmons, l’uomo scelto dal senatore dell’Arizona per guidare la squadra che dovrebbe preparare il passaggio di consegne tra George W. Bush e McCain in caso di vittoria di quest’ultimo alle elezioni, fu tra i lobbisti che tentarono dopo la prima guerra del Golfo di far alleggerire le sanzioni internazionali contro l’Iraq di Saddam Hussein. Secondo quanto riportato dal sito Huffingtonpost due dei collaboratori di Timmons furono poi riconosciuti colpevoli di lavorare come agenti del governo del dittatore iracheno negli Stati Uniti. Timmons dichiarò al tempo delle indagini di non essere stato a conoscenza dello stretto legame dei suoi collaboratori con il regime di Baghdad, indicato a tutt’oggi da McCain come uno dei principali sponsor del terrorismo internazionale che ha portato agli attacchi dell’11 settembre. Una delle persone riconosciute in seguito colpevoli di spionaggio, Samir Vincent, spiegò invece alle autorità americane che Timmons era perfettamente al corrente che le indicazioni arrivavano dai collaboratori più stretti di Saddam Hussein. Se il lavoro di Timmons come lobbista fosse andato in porto avrebbe fruttato ai tre circa 45 milioni di dollari in commesse per le forniture di petrolio iracheno. Della vicenda si occuparono negli anni scorsi anche le Nazioni Unite nell’ambito dell’inchiesta «Oil for food». Intanto secondo un sondaggio che il New York Times pubblica oggi Barack Obama è accreditato di quattordici punti di vantaggio sul suo avversario. A Obama viene attribuito il 53 per cento delle intenzioni di voto contro il 39 per cento per McCain. Questa notte ci sarà il terzo dibattito tra i due sfidanti per la Casa Bianca. Stavolta il formato li lascia più liberi di attaccare: può essere un momento decisivo, perchè a tre settimane dal voto è l’ultima possibilità di scontro di fronte a una vasta platea televisiva. Gli americani, a giudicare dai sondaggi, non sembrano avere esitazioni nel mostrarsi in maggioranza pronti ad assegnare a Obama una vittoria che molti esperti cominciano a ipotizzare possa essere a valanga. Sulla mappa elettorale i repubblicani vedono aprirsi continue falle, con il West che volge le spalle a McCain (Colorado e New Mexico) e perfino il solido Sud che indica segni di cedimento in Virginia, North Carolina, Florida e persino in Georgia. Nel partito del presidente George W. Bush c’è il timore che la valanga democratica si estenda dalle elezioni presidenziali a quelle del Congresso e non mancano le prime reazioni rabbiose, da regolamento di conti, per come McCain ha condotto la corsa: in molti gli rinfacciano di aver cambiato troppo spesso messaggio e di non averne trovato uno chiaro e decisivo. Prima è stata la volta del"’maverick", il cane sciolto della politica che insieme alla vice Sarah Palin si presenta come castigatore della burocrazia di Washington. Poi è venuta la faticosa ricerca di una posizione precisa sulla crisi economica. Infine gli attacchi personali a Obama, «amico di terroristi», seguiti da una frenata quando la base repubblicana ha cominciato a mandar segni di intolleranza. Il senatore dell’Arizona, però, ostenta ancora ottimismo e si presenta al dibattito alla Hofstra University a Long Island, vicino New York, convinto di potercela fare. Per lui è l'ultima possibilità.

 

Cina, dopo il latte l'incubo dell'olio

PECHINO - Mentre nei supermercati vengono rimossi dagli scaffali i prodotti contenenti latte per paura della melamina, una nuova minaccia incombe sui bambini cinesi. Nella provincia dello Zhejiang nell’est della Cina a oltre 200 piccoli di un asilo infantile è stato diagnosticato un rigonfiamento dei linfonodi mesenterici, organi del sistema linfatico che drenano il colon, forse causato dall’olio utilizzato nelle cucine dell’asilo. Tra i piccoli, 146 richiedono, secondo alcuni medici interpellati dai genitori, un ricovero immediato a causa di un rigonfiamento di oltre 10 mm. Riferisce la notizia il governo locale, ribattendo però che l’olio utilizzato dall’asilo non avrebbe problemi e che un ringonfiamento dei linfonodi è comune nei bambini di età prescolare e non presenta particolari controindicazioni. I genitori si mostrano scettici verso le spiegazioni delle autorità. «Come è possibile che così tanti bambini di uno stesso asilo riportino lo stesso problema? Se veramente non è l’olio, c’è sicuramente un’altra causa da ricercare», afferma un genitore di nome Ding. Le indagini sono ancora in corso. Intanto il governo di Pechino ha ordinato che tutti i prodotti contenenti latte più vecchi di un mese siano immediatamente rimossi dagli scaffali per essere sottoposti a test di emergenza. A riaccendere l’incubo della contaminazione da melamina nel latte è la notizia di ieri, riportata dall’agenzia Nuova Cina, secondo cui un bambino di due anni di Hong Kong avrebbe sviluppato calcoli renali, dopo aver mangiato prodotti contenenti la sostanza tossica, mentre una compagnia thailandese ha ritirato dal commercio una marca di biscotti. A un mese dallo scoppiare dello scandalo, che ha provocato la morte di almeno quattro bambini e problemi di salute per altre migliaia, la Cina mette in atto una controffensiva imponente, che evidenzia come il problema non sia stato ancora interamente risolto. Tutto il latte in polvere e liquido prodotto prima del 14 settembre e ancora in commercio sarà sottoposto a testi che verifichino l’assenza di melamina. La sostanza chimica è stata aggiunta al latte per aumentarne il contenuto proteico e passare i test delle compagnie. La polizia ha già arrestato oltre 30 persone, prevalentemente allevatori e venditori di latte, accusati di avere un ruolo nella vendita del latte contaminato.

 

Messico, 23 omicidi in due giorni

CIUDAD JUAREZ (MESSICO) - Ventitrè omicidi sono stati attribuiti ai cartelli del crimine tra lunedì e ieri nel nord del Messico, alla frontiera con gli Stati Uniti, il cui governo consiglia ai suoi cittadini di raddoppiare la prudenza. Dodici morti sono stati contati nello stato di Baja (bassa) California, la maggior parte dei quali a Tijuana, di fronte a San Diego (Californi, Usa) e undici nello stato di Chihuahua, dove Ciudad Juarez è considerata la città più pericolosa del Messico, di fronte a El Paso, Texas. «Livelli crescenti di violenza impongono imperativamente ai viaggiatori di comprendere i rischi che ci sono a recarsi in Messico» indica l’ultima edizione dell’avviso ai viaggiatori semestrale del dipartimento di Stato a Washington. I cartelli messicani della droga sono impegnati in una sanguinosa guerra nella zona di frontiera per il controllo del traffico verso gli Stati Uniti, principale cliente della produzione mondiale di cocaina, 950 tonnellate l’anno provenienti dall’America Latina. Lo stato di Chihuahua è attualmente il campo di battaglia tra il cartello detto di Sinaloa, diretto dal latitante Joaquin «Chapo» Guzman, e quello di Ciudad Juarez, guidato dalla famiglia Carrillo Fuentes.

 

Corsera – 15.10.08

 

Addio al modello Reagan. L’America copia la Ue – Massimo Gaggi

Cupo come dopo l'11 settembre 2001, ma senza gli scatti d'orgoglio di allora, all'alba ieri, prima dell'apertura dei mercati, George Bush ha annunciato a reti unificate il piano che non avrebbe mai voluto varare. Quel piano che prevede il massiccio ingresso del governo federale nel capitale delle principali istituzioni finanziarie, più una serie di altri interventi (compresa la garanzia pubblica sui prestiti interbancari) che rendono lo Stato onnipresente nel sistema finanziario: come azionista, creditore e controparte di ultima istanza. Bush voleva prendere il posto di Reagan nel cuore dei conservatori, portando la "deregulation" alle sue estreme conseguenze e legando anche i ceti meno abbienti al sistema capitalistico con la sua «ownership society». Invece ha fatto crollare la già malferma costruzione reaganiana e ora se ne va lasciandosi dietro un cumulo di macerie. Sotto le quali è rimasto semisepolto anche Henry Paulson, il ministro del Tesoro chiamato due anni fa per cercare di raddrizzare la situazione. Fino a un mese fa l'ex banchiere di Goldman Sachs passava per l'uomo della Provvidenza: il leader pragmatico capace di traghettare il Paese fuori dalla crisi con azioni tempestive, senza cadere in trabocchetti ideologici. Ma gli elogi, gli articoli-santino, le «cover story» dei «magazine» sono finiti col fallimento della Lehman, «autorizzato» da Paulson che ne aveva sottovalutato le conseguenze. Il vero "meltdown" della finanza mondiale è iniziato quel giorno. Una reazione a catena che ha demolito due speranze: quella di poter contenere la crisi e quella di aver finalmente trovato una "leadership". Da settimane Paulson sembra sempre sull'orlo di una crisi di nervi. Non ha riacquistato sicurezza nemmeno ieri, quando, parlando dopo il presidente, ha illustrato un pacchetto di misure senza precedenti: 25 miliardi di dollari di capitale pubblico a ognuna delle principali banche commerciali Usa (Citigroup, JP Morgan, Bank of America, un po' meno per Wells Fargo) 10 miliardi ciascuna alle ex banche d'affari Goldman Sachs e Morgan Stanley, qualche miliardo a Mellon, State e Bank of New York, altri 125 miliardi da distribuire tra le banche locali. E poi garanzia federale per tre anni sull'intero ammontare dei prestiti interbancari, estensione della garanzia sul totale dei depositi bancari fino a fine 2009, estensione del programma di acquisto (da parte della Fed) dei «commercial paper» con i quali le «corporation» finanziano il loro fabbisogno di capitale circolante. Dopo il recupero della Borsa, rimbalzata lunedì addirittura dell'11%, il ministro avrebbe potuto mostrarsi almeno sollevato per lo scampato pericolo. Invece è apparso tetro anche lui. E' comprensibile: solo pochi giorni fa, a chi gli chiedeva di intervenire acquistando direttamente quote del capitale delle banche anziché titoli "tossici" nel loro portafoglio, Paulson aveva opposto un secco rifiuto: «Sarebbe stato l'ammissione di un fallimento». Ieri, capitolando, non si è nascosto dietro un dito: ha ammesso di aver dovuto adottare misure che lui stesso detesta, aggiungendo che, ormai, non aveva scelta. Stavolta le critiche non sono mancate: in primo luogo è emerso che la Fed di Bernanke si era convinta da tempo della necessità di un'infusione immediata di capitale nelle banche. Se Paulson non avesse resistito (forse su pressione della Casa Bianca), l'America si sarebbe forse risparmiata la settimana più disastrosa della storia finanziaria degli ultimi 80 anni. Invece Washington ha finito per andare a rimorchio dell'Europa, a sua volta trainata dal piano-Brown. Ma, mentre Londra ha nazionalizzato le sue banche e cacciato i vertici, Paulson ha garantito ai banchieri (comunque recalcitranti) che comprerà solo azioni privilegiate, senza diritto di voto: il governo promette, insomma, di non interferire nella gestione. Sarà, però, difficile riprivatizzare vendendo sul mercato questo tipo di titolo. Ieri, pur con Wall Street in altalena, dal sistema creditizio sono arrivati segnali incoraggianti: sembra finita la corsa al «rifugio sicuro» dei buoni del Tesoro mentre cala il costo di assicurazione del debito delle grandi banche. Ma le incognite sono ancora molte: dagli effetti potenzialmente perversi di un salvataggio che premia tutti nello stesso modo, buoni e cattivi, all'impossibilità di calcolare la vera estensione del debito pubblico, visto che nessuno sa fino a che punto banche e risparmiatori utilizzeranno le garanzie offerte dal Tesoro Usa e da molti altri governi.

 

Ma il clima è cambiato anche per Frau Merkel - Danilo Taino

Non sono giorni di eroismo nella battaglia contro le emissioni di anidride carbonica. Anche la «cancelliera verde» Angela Merkel non sventola più la bandiera che per tutto il 2007, anno in cui fu presidente del G8, aveva alzato su ogni fronte. La crisi finanziaria ha preso il volante, il resto è sul sedile posteriore. Il crollo del credito è la grande ragione che anche in Germania si invoca per rallentare la corsa verso un taglio costoso delle emissioni di gas serra. Frau Merkel, già beniamina degli ambientalisti, oggi è più simile a una lobbista dell’industria tedesca. Gli obiettivi generali non si rinnegano, naturalmente: sarebbe un voltafaccia disastroso. Si sollevano eccezioni. L’industria dell’alluminio e dell’acciaio vanno esentate — sostiene il governo di Berlino — dalla fissazione di un tetto alle emissioni sopra il quale devono pagare per ogni tonnellata di anidride carbonica che emettono: si tratta di settori esposti alla concorrenza internazionale — è la spiegazione —, aggravarli di costi sarebbe suicida in una fase di recessione quasi certa in Germania. Le imprese degli altri settori dovrebbero pagare per solo il 20% dell’eccesso di emissioni ammesso, invece che il cento per cento previsto da Bruxelles. Dall’altra parte, l’industria automobilistica, gioiello della Germania, non può essere aggravata di costi eccezionali quando gli ordini stanno crollando e le aziende chiudono gli impianti per settimane. Il ministro dell’Ambiente, il socialdemocratico Sigmar Gabriel, dice che il piano europeo di tagliare entro il 2012 a 130 grammi di anidride carbonica per chilometro le emissioni delle auto significherebbe per l’industria tedesca una riduzione media del 40%: le Mercedes, Bmw, Audi, Porsche emettono più delle utilitarie e delle auto di media cilindrata prodotte in altri Paesi, quindi per loro il costo sarebbe maggiore. «Siamo pronti a fare quello che possiamo», è la sua posizione: per l’Italia è più facile, sostiene. Per parte sua, Frau Merkel dice di lottare sempre contro i cambiamenti climatici. Ma, aggiunge, «non possiamo sostenere la distruzione di posti di lavoro tedeschi a causa di una cattiva politica sul clima». Gabriel spiega: «Finché le imprese europee sono governate da regole sulla protezione del clima più strette di quelle dei loro concorrenti in Paesi come la Cina, dobbiamo cercare di stabilire regole speciali» di protezione. L’industria tedesca, comprensibilmente, concorda. E chiede una moratoria per tutte le norme europee che potrebbero aumentare i costi di produzione in una fase delicatissima della crisi economica. «Ci dobbiamo chiedere — sostiene il segretario degli Artigiani tedeschi Hans-Eberhard Schleyer — se certe misure, inclusa la legislazione sull’ambiente, siano responsabili, viste le prospettive economiche». Il clima che è cambiato in Germania, insomma, è soprattutto quello politico di fronte alla Commissione e al Parlamento Ue che sulle emissioni vanno avanti con pochi se e pochi ma. Niente di strano, naturalmente: se però in passato, nel 2007, non si fosse fatto della questione delle emissioni una mezza guerra di religione da parte del governo tedesco verso quasi tutto il resto del mondo. Non accettare tagli e risparmi energetici drastici era indicato come un fatto moralmente deprecabile. Eppure, i polacchi avevano il problema della loro energia prodotta per il 90% con carbone. Gli italiani sostenevano il costo esagerato del tetto alle emissioni. Indiani, cinesi e terzo mondo portavano le loro necessità di sviluppo. Tutti avevano ragioni per affrontare la questione con prudenza non meno forti di quelle odierne dell’industria tedesca. Ma il 2007 era un’età dell’oro per la Germania, l’eroismo ambientalista veniva facile: oggi, la signora Merkel guarda negli occhi la recessione. E non è verde.

 

L'incognita Di Pietro dietro un accordo che può logorare il Pd

Massimo Franco

In apparenza la situazione si sta sbloccando. E l'idea di far votare ad oltranza le Camere da domani per un nuovo giudice costituzionale, e la commissione di Vigilanza sulla Rai per il suo prossimo presidente, lo confermerebbe. La disponibilità del centrodestra ad uscire dalla logica dell' «inopportunità reciproca» degli attuali candidati, dovrebbe aprire ulteriori margini di trattativa. Gaetano Pecorella, candidato berlusconiano alla Consulta, e Leoluca Orlando, dipietrista, al vertice della «Vigilanza», rimangono le uniche opzioni. Eppure, i verbi al condizionale restano obbligati, perché il centrosinistra sembra appeso all'atteggiamento che assumerà Antonio Di Pietro. La novità è che il Pdl si dice pronto a votare il candidato del centrosinistra se il partito di Walter Veltroni rinuncia al «no» contro Pecorella. Si tratta di una mossa che scarica sull'opposizione la responsabilità di un'eventuale rottura. A palazzo Chigi sono convinti che l'impossibilità di andare avanti nasca soprattutto dai contrasti fra Pd e Idv; e dalle difficoltà della leadership veltroniana. Anche per questo non è chiaro se dietro gli ultimatum residui si annidi un'intesa già abbozzata, o una polemica fuori controllo, che diventerebbe ancora più virulenta. La sensazione è che alla fine il governo potrebbe perfino rinunciare al proprio candidato, se l'opposizione facesse lo stesso. Formalmente, i veti contrapposti sono diventati meno insormontabili. La mediazione dei presidenti di Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini, avrebbe ammorbidito l'ostilità del Pd verso Pecorella. Ma Di Pietro continua a sostenere che non lo voterà. E avverte che non accetterà «baratti», perché significherebbe mandare alla Corte costituzionale uno degli avvocati del premier. Rimane da capire se questo rifiuto reggerà fino alla fine; e se la prospettiva di un voto prima per la Consulta, poi per la Rai offrirà al leader dell'Idv un appiglio per dire che non c'è baratto e incassare l'elezione di Orlando. Per il momento, la strada che porta all'accordo passa attraverso questo itinerario contorto: altra non se ne vede. D'altronde, ormai per il centrosinistra rinunciare al candidato dell'Idv significherebbe la rottura con Di Pietro. Per il Pd si aprirebbe la prospettiva di vedersi additato come un partito che ha dato in pasto al centrodestra un alleato; e per accordarsi con Berlusconi su un giudice «inopportuno» alla Consulta. Così, Orlando che all'inizio appariva un candidato subìto dal Pd e destinato ad essere bruciato, oggi sembra diventato l'unico che l'opposizione dica di voler sostenere. Con quali esiti, si capirà presto. Intanto si vota a oltranza, e i radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino rivendicano questo «primo risultato » come un merito del digiuno del leader. Il secondo, tuttavia, resta incerto. L'ipotesi che Veltroni lasci eleggere Pecorella con la quasi certezza di essere attaccato da Di Pietro, e poi dia i propri voti a Orlando, regalerebbe una vittoria su tutto il fronte insieme all'Idv e a Berlusconi. Sarebbe il trionfo dell'asse oggettivo fra due avversari accomunati dal calcolo di logorare il Pd.

 

Europa – 15.10.08

 

I traditori di McCain – Sidney Blumenthal

I conservatori continuano a diffidare di McCain, ed è per questo che oggi ne attendono la sconfitta. John McCain sta pagando il prezzo dell’esser candidato di un partito in guerra con se stesso. Mentre lui puntava tutto sulla propria capacità di salvare le finanze del paese, i deputati repubblicani hanno giocato d’azzardo a loro volta, snobbandolo. Il suo stesso partito gli ha messo i bastoni tra le ruote, impedendogli di mostrarsi all’altezza della situazione, e mettendolo nelle condizioni di perdere il controllo sulla questione economica e sulla stessa campagna elettorale. Il fatto è che gli interessi personali del senatore McCain e quelli dei deputati repubblicani erano in rotta di collisione. Cosa ci fosse in ballo per lui era evidente: McCain riteneva di dover agire in fretta per spazzar via dal tavolo il tema dell’economia. Barack Obama, infatti, se ne stava giovando per il semplice fatto di essere il candidato democratico. Congelando la sua campagna, Mc- Cain aveva sperato di riuscire a disinnescare il problema. E se ci fosse riuscito la gente lo avrebbe visto come l’uomo del cambiamento, e come colui che aveva adoperato la sua esperienza per porre fine alla crisi economica: una prova definitiva della sua capacità di leader politico. La gente lo avrebbe acclamato come un impavido e deciso uomo d’azione. Ma ai deputati repubblicani lui non è mai piaciuto – in tanti, anzi, lo disprezzano. Ha tradito la linea del partito troppo spesso. E se alla fine McCain ne è riemerso candidato è stato solo a causa della frattura nell’ala conservatrice del partito. E se anche fosse eletto a novembre, i repubblicani sanno che non riuscirebbero a ottenere la maggioranza alla Camera ma che almeno nell’immediato futuro sono condannati all’opposizione. Infine, ai loro occhi un McCain presidente finirebbe senza alcun dubbio per stringere un compromesso con il Congresso democratico, mettendoli in disparte. Con Obama presidente, invece, i democratici finirebbero per controllare l’intero sistema, e quindi potrebbero essere incolpati per tutto, proprio come durante i primi due anni di Bill Clinton, che poi portarono a una maggioranza repubblicana, e durante i quattro anni di Jimmy Carter, che portarono a Ronald Reagan. Per loro Sarah Palin non bastava. La conclusione, nell’ottica dei deputati repubblicani, è la seguente: la strada verso la rovina è anche quella verso la vittoria; dopo Obama, noi. McCain, il sedicente outsider, aveva provato a convincere i deputati repubblicani ad acconsentire ad andare d’accordo, concedendo loro un po’ più di quello che volevano, per concordare su un compromesso imperfetto. Ma l’averli implorati di giocare al solito gioco di Washington non ha fatto altro che indignarli. Il capo dell’opposizione repubblicana alla Camera, John Boehner, ha fornito alla Casa Bianca e ai leader democratici al Congresso la garanzia che sarebbe stato in grado di raccogliere 100 voti per far passare la legge. Ma quando poi è arrivata alla prova sul campo è stata fermata, 228 a 205, con 133 repubblicani che hanno votato contro e solo 65 a favore. La portavoce della Camera Nancy Pelosi, non essendo riuscita a richiamare all’ordine il suo gruppo, ha perso 95 democratici – ossia la fronda di sinistra – che lei riteneva avrebbe votato trasversalmente, insieme alla destra. Alla fine, però, a risentirne è stato McCain, e a beneficiarne è Obama. Anche il successivo passaggio della proposta di legge non è riuscito a salvare ciò che McCain aveva perso. E così, non essendo riuscito a disinnescare il tema dell’economia, lui ha finito col far la parte di quello che ha contribuito al caos politico e agli sconvolgimenti economici. Come ho scritto nel mio ultimo libro, The Strange Death of Republican America: Chronicles of a Collapsing Party, con il presidente Bush il Partito repubblicano ha raggiunto la fine della lunga era che aveva avuto inizio sotto Richard Nixon. E oggi, di fronte alla crisi economica, nel tentativo di rimettere insieme il suo partito, McCain non solo ne ha messo in luce i problemi – ne è diventato una vittima.


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