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Manifesto – 16

Manifesto – 16.10.08

 

L'apartheid in classe - Eleonora Martini

ROMA - Studiare l'italiano, certo, ma non solo. Nelle classi ghetto per ragazzi immigrati e rom che la Lega vorrebbe introdurre nelle scuole del Paese, i "fortunati" studenti - a differenza dei loro coetanei, anche se dialettofoni, inseriti in classi normali - potranno apprendere anche il «rispetto di tradizioni territoriali e regionali», «il rispetto per la diversità morale e la cultura religiosa del paese accogliente», «l'interdipendenza mondiale», il «sostegno alla vita democratica», e la «comprensione dei diritti e dei doveri (rispetto per gli altri, tolleranza, lealtà, rispetto della legge del paese accogliente)». La contestatissima mozione approvata a maggioranza martedì sera dalla Camera, il cui primo firmatario è il presidente dei deputati del Carroccio Roberto Cota, impegna il governo a creare corridoi separati di accesso degli alunni stranieri (anche «nomadi», come vengono definiti nella premessa rom e sinti) alla scuola di ogni ordine e grado. «Classi in inserimento» etniche, dunque, «propedeutiche all'ingresso nelle classi permanenti», calibrate per chi è indietro con la lingua italiana ma anche per chi è culturalmente duro di comprendonio nell'«educazione alla legalità e alla cittadinanza». Che evidentemente passa per la conoscenza degli usi e costumi «territoriali e regionali». Insomma, per tutti quegli aspiranti scolari che - propone la mozione - non abbiano superato un «test di ammissione e specifiche prove di valutazione» iniziali. In ogni caso «la distribuzione di ragazzi stranieri» - italianofoni o non, e che abbiano superato l'esame o meno - deve essere «proporzionata al numero complessivo degli alunni per classe». Il provvedimento è stato accolto con un coro di proteste, dentro e fuori il Parlamento, e in molti lo hanno definito un vergognoso, incivile, intollerabile «atto di razzismo», e un «tentativo di ritornare alla segregazione etnica». «Nessun razzismo, è un provvedimento per favorire la piena integrazione e scongiurare il rischio della formazione di classi di soli alunni stranieri» dove «non c'è più posto per gli italiani», è la toppa - peggiore del buco - imbastita da Lega e Pdl che parlano di «becera strumentalizzazione» dell'opposizione. Il cui leader Walter Veltroni leva le braccia al cielo: «Dio ci scampi dalle classi separate finora si è trattato di una mozione, ma se dovesse essere trasformata in una proposta di legge, noi faremo tutto il possibile in Parlamento per impedirne l'approvazione». Da Rifondazione invece Paolo Ferrero chiede senza mezzi termini le dimissioni della ministra Gelmini, mentre i deputati europei di entrambi i partiti, Pd e Prc, accusano le «classi ponte» di fare il paio con i «provvedimenti razzisti degli ultimi mesi, alimentando il clima xenofobo ampiamente diffuso ormai in Italia». Anche il fronte della maggioranza risulta meno compatto di quello che sembra: un no risentito viene dalla deputata di origine marocchina Souad Sbai e perfino il sindaco di Roma Gianni Alemanno invita a «una pausa di riflessione». Ma, ancora una volta, è dal mondo della scuola che sale la condanna più netta. «E allora perché non tornare anche alle classi separate per bambini con handicap psichici?», provocano alcune insegnanti della scuola "Franco Cesana", nel centro storico di Roma, dove gli alunni immigrati sono davvero pochi. «Il bambino straniero, come pure il portatore di handicap, è sempre un arricchimento per tutti - spiega meglio la vicedirettrice Maria D'Angelo - e a parte il fatto che l'apprendimento di una lingua e di una cultura avviene, come tutti sanno, maggiormente con il gioco e con la relazione interpersonale, bisogna aggiungere che c'è uno scambio tra chi sta imparando l'italiano e chi si confronta con una lingua straniera, come l'inglese». Più in periferia, nel popolare quartiere romano di Torpignattara, la direttrice Nunzia Marciano della Pisacane, scuola che conta l'80% di bambini di origine straniera, va più nel dettaglio: «Una proposta che sarebbe condivisibile se le classi di inserimento fossero aperte, di passaggio rapido, con una permanenza di non più di qualche mese e solo per qualche ora al giorno». «La cosa più grave è che si vogliano insegnare le tradizioni locali e si pensi a classi differenziate per la "comprensione dei diritti e dei doveri"», è il giudizio del pedagogista e saggista Alberto Alberti, ex ispettore tecnico del ministero della Pubblica istruzione con 50 anni di carriera scolastica alle spalle. «Non è pensabile che in una società dove si bruciano miliardi con le borse si taglino fondi alla cultura. Per risolvere le difficoltà della scuola occorrono metodi, insegnanti, competenze, strutture, tempo e sostegno sociale», aggiunge Alberti. Che conclude: «Taglio dei fondi, riduzione delle competenze, espulsione di studenti difficili. Oggi sono bambini stranieri o ragazzi con problemi relazionali, domani saranno alunni dialettofoni, socialmente svantaggiati o handicappati. Introducendo elementi di divisione non si fa scuola per i cittadini di domani, si allevano piccoli arrivisti, come diceva Don Milani».

 

Razzismo in cattedra - Annamaria Rivera

In una collettività nazionale che non ha mai brillato per spirito e rigore «repubblicani», la scuola pubblica è uno dei rari luoghi in cui si pratica un certo rispetto dei principi costituzionali, in primis il diritto all'istruzione e alla non-discriminazione. È anche una delle poche istituzioni che non hanno chiuso gli occhi di fronte alla pluralizzazione culturale crescente della società italiana, attrezzandosi per affrontarla sul piano educativo e culturale. Oggi tutto questo appare lontano come la luna, di fronte al radicale salto di paradigma costituito dalla mozione approvata dalla Camera. La norma che istituisce le classi differenziali per gli alunni stranieri che non superino test e prove varie è certo la ciliegina sulla torta di una «riforma» dell'istruzione di squisita marca reazionaria. Discriminare alunni di origine «non autoctona» (e chi di noi lo è?) in base al criterio dell'imperfetta conoscenza della lingua italiana non è solo disconoscere la primaria funzione integrativa della scuola. È un gesto revisionista che cancella la storia che ha fondato la scuola pubblica in Italia: storia d'integrazione e di emancipazione d'innumerevoli generazioni «native» di ragazzi poveri, ignoranti, non-parlanti l'italiano; una storia che tuttora garantisce il diritto all'istruzione anche al ragazzo che parla solo il dialetto di Cassano Magnago o di Vittorio Veneto. In realtà, l'allontanamento, simbolico e reale, dalla scuola pubblica dei figli degli altri è qualcosa di più di una ciliegina sulla torta: è un tassello pesante nella costruzione di un paese del razzismo reale. Un paese che non corre solo il rischio d'essere percorso da un'endemica e disseminata guerra fra poveri. Questa formula può finire per diventare luogo comune frusto e consolatorio: le guerre fra poveri si ricompongono lavorando «per l'unità della classe», come recita la vulgata marxista, e per un processo così lungo c'è sempre tempo... Può ridursi a luogo comune, se non si comprende che si è già compiuta la saldatura fra il razzismo di Stato e il razzismo popolare. Essa è stata resa possibile non solo dal ruolo svolto dai media, ma soprattutto dagli apprendisti stregoni che, trastullandosi con il paradigma securitario, hanno spalancato le porte dell'inferno del razzismo istituzional-popolare. Continuiamo a confidare nella capacità di ravvedimento della sinistra politica, benché il corteo nazionale dell'«orgoglio comunista», per quanto imponente, non lasci intravedere l'elaborazione di contenuti, né una massiccia inclusione nei suoi ranghi delle vittime reali e potenziali del razzismo. E dunque speriamo che, di fronte a norme che mirano a stravolgere il senso e la funzione di istituzioni-pilastro della democrazia, qualcuno a sinistra cominci a comprendere il senso strategico della battaglia contro il razzismo e per i diritti dei migranti. Va detto chiaro a chi ancora si attarda a fare distinguo: l'Italia governata dispoticamente da Berlusconi e pervertita dall'ideologia nazistoide della Lega Nord, resa più temibile dal culto dell'ignoranza, sta per diventare un paese strutturalmente razzista: un paese del razzismo reale, appunto.

 

Negli atenei dilaga la protesta
La protesta va avanti ad oltranza. Di giorno in giorno si aggiungono università ad una lista già molto lunga. Assemblee studentesche sono in corso in varie atenei della penisola, in particolare contro gli articoli 16 (possibilità per gli atenei di trasformarsi in fondazioni private) e 66 (riduzione del turn over al 20% e taglio delle risorse economiche) della legge 133. Alla Sapienza di Roma ieri si sono tenute assemblee in contemporanea in quattro facoltà e nel pomeriggio circa 2.000 studenti hanno interrotto le lezioni e sono scesi in piazza formando un corteo che è uscito dalla città universitaria, bloccando il traffico, al grido di «Non pagheremo noi la vostra crisi». Per oggi è prevista un'assemblea a Lettere alla quale dovrebbe partecipare anche il neo-rettore Luigi Frati al quale i ragazzi intendono chiedere il blocco dell'anno accademico. Gli studenti napoletani hanno invece occupato ieri il rettorato della Federico II e proposto al rettore - che ha respinto - di bloccare la didattica, qualora il decreto Gelmini non venisse ritirato. Gli universitari di Torino hanno invece voluto esprimere tutto il loro dissenso svolgendo lezione all'aperto, davanti alla sede della Rai. Anche Firenze va avanti con le lezioni all'aperto, oggi se ne terranno 14 in varie piazze cittadine e nella stazione ferroviaria di Rifredi, mentre rimangono occupati il Polo scientifico di Sesto e la facoltà di Agraria. Assemblea di ateneo, convocata dal rettore Marco Pasquali, nel pomeriggio nell'università di Pisa mentre alla Normale gli studenti hanno approvato un documento in cui invitano la direzione e gli altri organi dell'istituto «a esprimere una posizione univoca rispettosa di tutte le componenti interne della scuola». Una sospensione della didattica di tutta l'università è, invece, la richiesta che gli studenti di Padova intendono presentare al rettore, Vincenzo Milanesi. Mentre a Bologna gli studenti hanno occupato la facoltà di Scienze politiche.

 

Confindustria: «Senza la Cgil» - Antonio Sciotto

ROMA - La Confindustria ha deciso: si può andare avanti anche senza la Cgil. Ieri una Giunta straordinaria dell'associazione ha affrontato il nodo della riforma dei contratti e si è conclusa con un «mandato pieno» alla presidente Emma Marcegaglia e al suo vice Alberto Bombassei: «Io e Bombassei - ha spiegato Marcegaglia lasciando la riunione - abbiamo ottenuto mandato pieno a continuare la trattativa. Ovviamente l'obiettivo è trovare un accordo con tutte le parti, anche con la Cgil. Ma il mandato è a proseguire, se necessario, anche per un accordo separato». «La aspettiamo - ha continuato - ma se la Cgil non arriva, si faranno altre scelte». Quanto ai tempi dell'attesa, Marcegaglia sottolinea che «non potranno essere troppo lunghi». In sintesi, ha indicato, saranno quelli previsti per l'allargamento del tavolo alle altre associazioni, come deciso all'ultimo incontro con i sindacati. «Tutti sono importanti, ma nessuno è indispensabile», ha commentato a caldo Raffaele Bonanni, leader della Cisl. Dall'altro lato, il confronto sulla riforma contrattuale ha avuto ieri un altro «palcoscenico»: l'incontro dei tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil con la Confcommercio, particolarmente delicato dopo l'accordo separato siglato l'estate scorsa. Guglielmo Epifani (Cgil), alla fine del tavolo ha spiegato che è stato «un primo incontro, un'istruttoria: aspettiamo che si allarghi il tavolo». Ha aggiunto di aver esposto alla Confcommercio «i punti che hanno portato la Cgil a non condividere le linee guida al tavolo con Confindustria» e di aver «sollevato il problema del contratto separato nel commercio, che per noi è un problema importante». Lunedì il negoziato «si riaggiornerà con una serie di tavoli tecnici, dove si tenterà di integrare - spiegano le parti - il documento uscito dal confronto con Confindustria in base alle esigenze espresse dal commercio»: se il testo a cui ci si riferisce sono le «linee guida», in pratica non si farà altro che perpetuare le distanze con la Cgil. Le minacce del governo. Il fronte del lavoro, comunque, continua a essere minacciato anche sul piano legislativo. Ieri alla Camera è andata in onda la nuova puntata dello smantellamento dei diritti da parte del governo Berlusconi: sono state approvate in Aula diverse parti del disegno di legge 1441 che stravolge garanzie cardine come l'articolo 18, si è intervenuti pesantemente sulle tutele riservate ai disabili, sulla stabilizzazione dei precari, sull'accessibilità universale ai concorsi pubblici. Senza dimenticare che il ministro del Welfare Sacconi, due giorni fa, ha preannunciato un apposito disegno di legge delega che impedirà di fatto gli scioperi. E che nella «fase 1» di questo disegno complessivo (giusto prima della pausa estiva) sono stati varati altri provvedimenti che risultano ugualmente dannosi: dall'abrogazione della tutela contro le dimissioni in bianco (che colpirà soprattutto le lavoratrici) alla riforma del Libro unico del lavoro, che rende più difficile agli ispettori l'accesso immediato e trasparente ai dati relativi ai dipendenti. E non vanno taciute «chicche» che rivelano una filosofia più generale: la norma secondo cui, se l'ispettore coglie la volontà dell'impresa di «non occultare il lavoratore in nero», allora la sanzione si può anche risparmiare. Una sorta di ispettore-prete, insomma, che perdona il «peccatore». Di seguito affronteremo le ultime norme approvate. I precari di Brunetta. La Camera ha approvato lo stop alla stabilizzazione dei precari del pubblico impiego, che entrerà in vigore l'1 luglio 2009: da allora in poi, si potrà entrare negli uffici pubblici solo per mezzo di un concorso. Un colpo di spugna per persone che hanno anche fino a 15 anni - e a volte anche di più - di lavoro precario alle spalle. Le amministrazioni potranno bandire concorsi per posti a tempo indeterminato, riservando fino al 40% dei posti ai precari che non abbiano incarichi di dirigente e abbiano maturato tre anni di anzianità, anche non continuativa: ma è solo una possibilità. «Un atto molto grave - commenta Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil - Si privano di lavoro decine di migliaia di persone e si mettono in crisi interi servizi pubblici. La nostra mobilitazione continuerà fino al ritiro di queste norme sbagliate». Concorsi «padanizzati». Un altro «colpaccio» realizzato ai danni dei servizi pubblici, è stata l'approvazione di un emendamento presentato dalla Lega, che regionalizza i concorsi: la residenza del candidato verrà considerata «titolo privilegiato» se l'amministrazione che bandisce il concorso lo ritiene utile al miglior assolvimento dei servizi. Come la norma «cancella-precari», anche questa è stata criticata dal Pd, e in particolare dai deputati del Sud, che temono nuove discriminazioni. Contro i disabili e l'articolo 18. Forti proteste dall'opposizione sono venute anche per la norma sui disabili, che cancella le garanzie della legge 104. Si restringono le possibilità per chi ha figli o parenti disabili di poter assistere il proprio caro: secondo il ministro Renato Brunetta la finalità è di colpire i «fannulloni e gli opportunisti», ma Livia Turco(Pd), ha chiesto una formulazione «più seria» della misura, «in modo che colpisca i falsi invalidi, e non il diritto in sé e le tante famiglie che ne usufruiscono per reale necessità». Ancora, è stata approvata la riforma del processo del lavoro, dando più spazio al ricorso e all'arbitrato e togliendo la possibilità al giudice di sanzionare i licenziamenti per giusta causa. Sia il Prc che il Pdci protestano: «E' un modo subdolo per smantellare l'articolo 18». L'approvazione dell'intero ddl è comunque slittata ai prossimi giorni.

 

Dove vola l'aquila confindustriale - Loris Campetti

Ma ai padroni farebbe davvero comodo un accordo separato con Cisl e Uil, fortemente caldeggiato dal governo Berlusconi e dai falchi confindustriali lombardo-veneti? I favorevoli a una rottura verticale con la Cgil ipotizzano un sistema di relazioni sindacali e sociali non concertative ma impositive, impostate sul principio dell'unicità del mercato e sul ruolo subalterno del lavoro, ridotto ad appendice della macchina. A questo scopo diventa ineludibile l'accerchiamento e dunque l'isolamento del sindacato guidato da Guglielmo Epifani. I primi passi in questa direzione sono già stati fatti, per esempio dalla Confcommercio insieme alle corrispettive categorie di Cisl e Uil. E il mandato affidato ieri a Marcegaglia e Bombassei dalla giunta di Confindustria a chiudere la trattativa anche senza la Cgil sembrerebbe andare nella stessa direzione. I dubbi sull'opportunità di firmare un accordo separato sulla (contro)riforma del sistema contrattuale nascono quando l'aquila confindustriale dai salotti dell'Eur plana nelle officine. Officine soprattutto metalmeccaniche, come dice l'organigramma della principale organizzazione degli industriali. Che se ne farebbe la Fiat, solo per fare un esempio a caso, di un accordo contestato in fabbrica dall'organizzazione sindacale più rappresentativa, la Fiom? Se l'obiettivo delle nuove regole è innanzitutto quello di archiviare il conflitto, un contratto separato non raggiungerebbe certo lo scopo. Tanto varrebbe tenersi il conflitto con le vecchie regole, o meglio senza regole. C'è un altro punto politico. Qualora Confindustria scegliesse la rottura secca con la Cgil, nella sfera della politica si alzerebbero sicuramente coppe di champagne a Palazzo Chigi e dintorni, ma in largo del Nazareno non basterebbe un amaro a rendere digeribile lo schiaffo che per Walter Veltroni e compagni potrebbe avere effetti devastanti. Soprattutto se la rottura si verificasse prima della manifestazione del Pd del 25 ottobre. E' questo che vuole Emma Marcegaglia, recente ospite di Veltroni al Nazareno? E' improbabile, se si vuole almeno concedere al leader democratico di poter dire: poi ci penso io a mettere tutti, sindacalisti e imprenditori, davanti al caminetto alla ricerca di un accordo condiviso. In questo modo salvando due elementi fondativi del Pd, dunque il Pd stesso: l'equidistanza tra capitale e lavoro e l'equivicinanza - per usare un termine non veltroniano ma dalemiano - a Cgil e Cisl, e perché no anche alla Uil. E' probabile - ma non certo, perché accanto e nella famiglia dell'aquila confindustriale volano molti falchi, pur sempre rapaci - che fino a novembre non si andrà oltre l'«avviso comune» tra Marcegaglia, Bonanni e Angeletti. La differenza con l'accordo separato sarebbe difficile da spiegare ai non addetti ai lavori, diciamo soltanto che l'impatto sarebbe minore, e consentirebbe a Veltroni di prendere un po' di tempo. Ma questa è solo un'ipotesi, che parrebbe contraddetta dalla cronaca.

 

La festa è finita, borse giù - Carlo Leone Del Bello

Come era prevedibile, l'euforia dei mercati borsistici è durata molto poco. Se sulla tempesta finanziaria si è aperto un rassicurante ombrello statale, è l'economia reale, quella fatta di persone che lavorano, a segnare il passo. Sono crollati nuovamente ieri i listini europei, sulla scia di New York, a sua volta trascinata giù dai deprimenti dati sulle vendite al dettaglio. Il notevole rialzo che si è avuto a inizio settimana su tutte le piazze finanziarie internazionali si è rivelato chiaramente un fuoco di paglia. D'altra parte bastava un rapido sguardo alla classifica dei maggiori rialzi giornalieri nella storia di Wall Street, per capire che c'era poco da stare allegri. Il +11% di lunedì scorso infatti è sesto, ma in una «top ten» in cui sono presenti solo date fra il 1929 e il 1933. In ogni caso, l'effetto annuncio dei piani governativi per il salvataggio del sistema finanziario è già svanito: di fatto ancora nessuno è in grado di dire se, quando e come queste misure funzioneranno. E soprattutto, è certo è che non avranno alcun effetto di stimolo sull'economia reale, e anzi riducono ancora di più la libertà di manovra per interventi futuri. In questo contesto, non c'è da stupirsi se le terribili statistiche sulle vendite al dettaglio negli Usa hanno spazzato via il fragilissimo ottimismo di questi giorni. Secondo quanto riportato dal dipartimento del commercio, le vendite in settembre sono calate dell'1,2% rispetto ad agosto e dell'1% rispetto a un anno fa. E' il dato peggiore da tre anni, ma ancora più negativo se lo si considera in termini reali. Aggiustato per l'inflazione infatti il dato sulle vendite mostra un vero e proprio crollo di oltre il 4%. Anche escludendo le vendite di autovetture, il settore sicuramente più in difficoltà, il dato è estremamente negativo: -0,6% in termini nominali. Dato che si tratta di un indice che misura il valore delle vendite, questo significa due cose: che gli Americani comprano di meno, e che comprano beni con prezzo (e qualità) inferiore. Anche lo «stoico» consumatore statunitense soccombe quindi alla crisi. Anche la Federal reserve ieri ha lanciato l'allarme «economia reale», sia attraverso le parole del presidente Ben Bernanke, sia con la pubblicazione del Beige Book, una sorta di bollettino mensile sullo stato dell'economia. Per Bernanke l'economia «proseguirà per del tempo al di sotto del suo potenziale» e la ripresa non arriverà subito. Il Beige Book inoltre descrive una contrazione di tutti i settori economici praticamente ovunque negli Usa. La borsa di New York ha aperto subito in calo, spingendo giù i listini in Europa. Piazza Affari ha chiuso con l'indice Mibtel giù del 4,95%, mentre è andata molto peggio a Londra (-7,2%), Parigi (-7,12%) e Francoforte (-6,54%). Notevole il crollo della borsa russa, che ha visto gli indici crollare di circa il 9%. Negli Usa, a tre quarti d'ora dalla chiusura, l'indice Dow Jones perdeva il 4,67% e il Nasdaq il 5,33%. Lo S&P 500 lasciava invece sul terreno il 6,07%. Continua intanto a montare la voglia di regolamentazione nelle cancellerie mondiali. Ad aggiungersi alla lista dei - tardivi - fustigatori della finanza sregolata è stato ieri il premier britannico Gordon Brown. Questi ha ieri dichiarato che è giunta l'ora di «passare a una fase 2» della riforma del sistema finanziario, e ha preparato un documento «per una nuova Bretton Woods», che già circola fra i suoi «colleghi» d'oltremanica. Per Brown c'è bisogno di una nuova governance globale, che sia in grado di fronteggiare l'azione destabilizzante della finanza globalizzata. Il suo piano si articola principalmente su quattro direttrici: la creazione di un meccanismo di «allerta rapida» che sia in grado di identificare i rischi che incombono sulla stabilità finanziaria internazionale; la fissazione di standard di regolamentazione comuni in tutti i paesi; la costituzione di un collegio di supervisori che vigili sulle 30 principali imprese multinazionali. Bisogna infine costruire, secondo Brown, un sistema di cooperazione e concertazione che intervenga nei momenti di crisi, operando per la stabilità internazionale. Il Fondo monetario internazionale ad esempio troverebbe un ruolo chiave in questo progetto, ma andrebbe «ricostruito per un mondo moderno». Si unisce al coro il presidente francese Nicholas Sarkozy, che auspica una regolamentazione degli hedge funds. Inoltre, ha aggiunto il francese, andrebbero chiusi i centri finanziari off-shore, che di fatto vanificano gli sforzi di supervisione attuati dagli stati. Che senso ha infatti sforzarsi per regolamentare, quando è possibile agire indisturbati per «scorrerie» finanziarie, «salpando» ad esempio dalle isole Cayman?

 

La tana del lupo. L'Arizona è fredda solo per McCain - Marco d'Eramo

PHOENIX (ARIZONA) - «Io ero una ragazza madre» mi dice Rebekah Friend, direttrice e tesoriera della confederazione Afl-Cio dell'Arizona, quando le chiedo come mai è entrata nel sindacato. «Cercavo lavoro e sono entrata negli elettricisti, perché era (ed è) un settore sindacalizzato e perciò si guadagnava meglio. Poi, da attivista sono entrata nel sindacato». Questa donna imponente, occhiali e un bel sorriso comunicativo, non può sopportare le smancerie di Sarah Palin «che fanno fare un passo indietro alle donne», era una sostenitrice accesa di Hillary Clinton, «perché l'unica in grado di far avanzare la nostra causa». Quando le obietto che nell'Afl-Cio (American Federation of Labor - Congress of Industrial Organizazions) tutti i dirigenti nazionali sono maschi, mi risponde: «Certo, a me ci sono voluti 25 anni per arrivare al vertice della mia organizzazione; se fossi stata uomo, ce ne avrei messi solo 10, perché sono più sveglia». L'Afl-Cio appoggia, come sempre, il candidato democratico: «Anch'io, a ogni voto, devo dire che questa è l'elezione più importante della nostra vita. E poi sempre anch'io aggiungo: "lo diciamo tutte le volte, ma questa volta è proprio vero": ma molte volte lo dicevo senza crederci, adesso lo sento profondamente. Se vince John è una tragedia. Certo, l'Arizona andrà quasi sicuramente a lui, ma noi ci proviamo lo stesso, non è del tutto impossibile». A colpirti infatti qui è soprattutto ciò che non vedi. Non vedi nessun manifesto per McCain proprio nello stato di cui è senatore. È vero che negli Stati uniti i manifesti piantati nei prati davanti alle casette unifamiliari o sul bordo di strade e autostrade, gli adesivi sui lunotti posteriori delle auto e i badges che la gente porta fiera al petto riguardano di solito non i candidati presidenziali, bensì gli altri, innumerevoli candidati locali per cui i cittadini votano nell'election day: membri del consiglio delle acque e di quello scolastico, sceriffo di contea, segretario comunale, consiglieri di circoscrizione, procuratori distrettuali, deputati statali e giudici della corte suprema statale, il governatore, il vicegovernatore, il tesoriere dello stato. Persino distretti di bonifica delle zanzare hanno rappresentanti eletti. Sono i loro nomi che affollano le strade, martellano le radio e le tv. Eppure nella campagna del 2000 in Texas (stato di cui George Bush era governatore) vedevi un sacco di manifesti per Bush e qualcuno per Al Gore. Qui ho visto solo un manifesto, per Barack Obama e Joe Biden, piantato nel posto più improbabile: nel prato davanti a una villetta di Sun City, una delle città per soli anziani che attorniano Phoenix. Nel 2004 in Ohio i due ticket Bush-Cheney e Kerry-Edwards erano assai visibili. Qui no. «McCain non è neanche nato in Arizona» dice Rebekah. «Sta qui perché sua moglie è di Phoenix». La moglie di McCain, Cindy, è erede di una fortuna di circa 100 milioni di dollari accumulata dal padre, il più grande distributore di birra Budweiser degli Stati uniti. «Se la sede centrale della sua distribuzione di birra fosse stata in Nevada o in Colorado, oggi McCain sarebbe senatore del Nevada o del Colorado. E poi non viene mai qui, non lo si vede mai. Per l'Arizona non ha fatto mai nulla». La portavoce del partito democratico dell'Arizona, Emily Derose, mi aveva detto: «McCain è assai impopolare tra i repubblicani del Nevada. Alle primarie repubblicane ha ottenuto solo il 47 % delle preferenze. Immagina se Obama avesse avuto solo il 47% in Illinois o Bush fosse stato minoritario in Texas! I candidati alle presidenziali di solito sono fortissimi nei propri stati. Beh, tranne Al Gore che perse il Tennessee di cui era stato senatore prima di diventare vicepresidente. Non è un bel precedente». E anche lei conclude: «Non è del tutto impossibile che McCain perda questo stato». In realtà, come tutti gli stati sicuri, l'Arizona è snobbato dai due candidati. L'uno perché sicuro di vincere, l'altro di perdere, mentre invece ambedue si affannano a perlustrare in lungo e largo sempre gli stessi stati, quelli in bilico, i switching states Pennsylvania, Ohio, Virginia, North Carolina. La vera speranza dei democratici è di aumentare la propria rappresentanza al Congresso di Washington e di prendere il controllo del parlamento dell'Arizona (che ha già una governatrice democratica, Janet Napolitano). Oggi al Parlamento nazionale l'Arizona manda 4 deputati repubblicani e 4 democratici (due sono stati eletti solo due anni fa). I democratici cercano quindi di conservare i due seggi conquistati nel 2006 e di vincerne altri due, in quattro sfide assai tirate. A livello statale, i democratici hanno bisogno di vincere 4 deputati in più per ottenere la maggioranza dei 60 seggi e 3 senatori in più su 30: forse ce la possono fare alla Camera. Va detto che, come in altri stati del sud, i democratici di qui sono assai repubblicani: «Quando ti devi far votare in una circoscrizione rurale, non puoi dichiararti per la limitazione delle armi da fuoco o per una sanatoria ai clandestini», mi dice Emily Derose. Qui ci sono ancora città in cui «quando entri al bar», mi diceva Mike Davis, «ti chiedono educatamente di lasciare le armi alla porta». Perché col mito del Far West impiantato in fondo al cervello (in Arizona, a Tombstone, ci fu la sfida dell'OK Corral con lo sceriffo Wyatt Earp), questo stato è uno dei più retrogradi d'America. Lo stato fa pagare pochissime tasse e fornisce scarsissimi servizi, a partire da una pessima istruzione scolastica e un pessimo sistema sanitario: l'Arizona è il penultimo stato quanto a salute dei suoi bambini, con un enorme scarto nel tasso di mortalità infantile tra i figli di madri che non hanno studiato (7,5 per 1000 nascite) e madri con la laurea (4,5 per 1000). Solo adesso, con una crescente migrazione dalla California o dal Midwest, la mentalità sta cambiando, piano, piano, piano. Una parte della speranza dei democratici qui è basata non sull'idea che il loro stato si sia all'improvviso convertito in massa al progressismo più liberal, ma sull'ipotesi che per disamore verso McCain molti repubblicani non si rechino a votare neanche per gli altri seggi in ballo. Curioso, ma è per le nostre ragioni che McCain è impopolare tra i suoi: perché non è un fondamentalista cristiano, è molto tiepido sull'aborto e sui gay, e insieme al senatore democratico Ted Kennedy ha firmato una legge sull'immigrazione che ha fatto infuriare i repubblicani perché prevedeva una procedura per legalizzare i clandestini: negli Stati uniti vige il diritto del suolo, è cioè cittadino statunitense chiunque sia nato in terra Usa. Succede così che le retate di clandestini rispediscono in Messico due genitori di un infante cittadino americano. Un'eventualità che si verifica assai spesso, con tutti i drammi umani che ne conseguono. In Arizona è importante il voto latino, poiché gli ispanici rappresentano il 29,2 % della popolazione, ma un terzo di loro è immigrato (senza diritto di voto) e perciò rappresentano solo il 17% degli aventi diritto al voto (673.000 elettori quest'anno). Di solito tra loro l'astensionismo è alto: nel 2004 avevano votato solo in 296.000. Chiedo a tutti perché mai i latinos dovrebbero recarsi alle urne e votare democratico, se i democratici dell'Arizona non fanno altro che proporre leggi sempre più dure contro i clandestini (vedi la puntata di ieri). La risposta generale è che i latinos qui voteranno contro i repubblicani per i loro toni razzisti nella crociata contro i clandestini, razzismo che si traduce in una discriminazione verso tutti gli ispanici in quanto tali. Rimane però la storica diffidenza tra ispanici e neri, la ragione per cui Hillary ha vinto e Obama ha perso in tutti gli stati a forte presenza latina (tranne l'Illinois). Per Ruben Hernandez, il direttore del Latino Perspectives Magazine, quest'ostilità è irrilevante in Arizona dove ci sono pochissimi neri. Ma la migrazione interna sta portando anche qui sempre più neri: tra il 2000 e il 2005 la popolazione dell'Arizona è cresciuta del 15%, ma sia neri che ispanici sono cresciuti di un terzo. Il più curioso è che tra i soli ispanici, i neri sono aumentati del 69% (per l'Istat statunitense, la categoria «ispanico» comprende individui di tutte le razze). Rebekah lascia capire invece che i latinos sceglieranno Obama perché non sanno a che altro santo votarsi. Sono assai conservatori nei valori (machos, antiabortisti, antidivorzio, religiosi), ma la crisi economica li fa ragionare col portafoglio, non col cuore. Perché il secondo fattore che gioca a favore di Obama è la crisi che manda i frantumi il mito della crescita in cui l'Arizona ha creduto da decenni (vedi puntata di domenica 12 ottobre). Ma quando obietto a Rebekah che i rimedi proposti mirano a sanare i problemi del credito, non quelli dell'economia reale, lei sbotta: «È il frutto di otto anni di diseducazione del popolo americano. Questa è la prima guerra che combattiamo senza che ci sia stato chiesto il minimo sacrificio. Tanto che neanche sembra una guerra. Durante la seconda guerra mondiale mia madre non poteva comprarsi le calze di nylon, si chiedevano sacrifici. Qui l'unica cosa che Bush è stato capace di dire è quell'infame "Go shopping!", di spendere senza averne i mezzi, di alimentare una cultura dei buffi. Hanno fatto gonfiare una bolla di debiti mentre licenziavano, abbassavano i salari, rendevano più precaria la vita di tutti, aumentavano il costo delle cure sanitarie, raddoppiato in 8 anni. Se devi pagare di più per la salute, per il mutuo, per la benzina, e nello stesso tempo guadagni di meno, cosa ti resta da fare se non indebitarti? Io lo vedo tutti i giorni, quando parlo con gli operai, i camionisti, gli infermieri dei miei sindacati qui. Ecco perché Obama è importante. Perché ai ragazzi, ai giovani di vent'anni nessuno offre una speranza, non c'è nessuna figura a cui possano ispirarsi. Noi avevamo Martin Luther King o Malcolm X, o César Chavez, o perfino i Kennedy. Ma loro chi hanno? Paris Hilton? I ragazzi hanno bisogno innanzitutto di qualcosa in cui sperare, poi si vedrà che cosa esattamente».

(3-fine. Le puntate precedenti sull'Arizona sono uscite il 12 e il 15 ottobre)

 

Liberazione – 16.10.08

 

Vi dico chi sono i nemici di Saviano - Nichi Vendola

Questo ragazzo del Sud, scuro di pelle e con gli occhi inquieti, con quello strano connubio di forza e debolezza che si intuisce già nella sua corporeità, con quel magnetismo che mescola calda vitalità e una malinconia ineffabile. Lo sento sempre così sincero, così impetuoso nei pensieri e nelle emozioni che traduce in scrittura cristallina, in minuziose inchieste sull'indecenza del vivere e del morire nei medioevi post-moderni delle mafie, in pagine aspre e di rara passione (che in questo caso è davvero sostantivo del verbo patire), in documenti di grande letteratura civile. Roberto Saviano è questo ragazzo di meno di trent'anni, meridionale e mediterraneo, che ha realizzato il sogno di ogni ragazzo per accorgersi subito dopo che quel sogno era diventato un incubo. Il sogno di poter fare un lavoro bello e importante, nel suo caso scrivere libri, e il suo allucinato e bellissimo "Gomorra" è diventato addirittura un best-seller planetario. Ma quel libro ha aperto la porta del terrore, ha portato luce dove da sempre aveva vinto il buio, ha narrato il "romanzo criminale" dei Casalesi e dei loro faccendieri, dei loro killer, dei loro impiegati, dei loro interlocutori economici, dei loro protettori istituzionali. Ha squadernato la "banalità del male" della camorra tra Napoli e Caserta, penetrando con forza documentaristica nelle viscere di quella burocrazia dell'onnipotenza criminale che stringe affari e stringe cappi al collo, che fa strage di appalti e fa strage di essere umani con la stessa disinvolta velocità. Il mondo si è improvvisamente accorto della camorra, di un crimine che è radicato negli interstizi più riposti e negli organi vitali della metropoli partenopea, che comanda traffici illeciti di droga e di rifiuti e di qualunque tipologia merceologica inclusi i defunti che sono lottizzati nella rete micidiale delle pompe funebri. Cosa Nostra era stata ciclicamente al centro dell'attenzione dei mass-media, oggetto di raffigurazione letteraria e cinematografica, questione dibattuta nell'arena nazionale ed internazionale. Invece sulla ndrangheta calabrese e sulla camorra campana ha dominato sempre una sorta di distrazione collettiva, o una forma speciale di omertà programmatica, con l'attitudine a ridurla alle cronache locali di violenze arcaiche. Poi questo ragazzo del Sud, raccogliendo il testimone di generazioni di militanti della legalità, ha trovato una cifra narrativa che ha sfondato il muro di gomma plurimo dell'indifferenza, del cinismo, del folclore giustificazionista. Ha acceso una torcia nella notte opprimente dei boss, di questi giganti del nulla, maschietti gonfi di cocaina e ubriachi di potere, in contesa permanente gli uni con gli altri, abitanti frenetici di un pianeta in cui la vita vale meno di uno starnuto, in cui il diritto è surrogato dallo storto, l'empietà scandisce la gestualità quotidiana di chi allunga e allarga traffici e dominio nel nome di una sotto-società educata al "mordi e fuggi" della ricchezza facile, della ricchezza predatoria, della ricchezza svuotata di qualsivoglia contenuto di bellezza, di giustizia, di umanità. Il successo ha comportato, per Roberto, una condanna a morte, una vita prigioniera di caserme e scorte, la fine immediata di una vita normale. Conosco cosa significa. Leggendo le parole di Saviano che pensa di lasciare l'Italia mi sono sentito oppresso. Chi non conosce la solitudine, quel tipo di solitudine, non può capire. Non è colpa dei clan, dei Casalesi, della camorra: loro devono minacciare e uccidere, così esercitano la loro peculiare egemonia culturale e militare. Sono quelli che pensano che sei un esibizionista, che hai sfruttato brutte storie per fare quattrini, che ti sei arrampicato su quell'albero lurido e avvelenato soltanto per svettare. Loro è una colpa grave, nostra è una responsabilità non occultabile. Sono quelli che, galleggiando nella melma del cattivo "buon senso" e dei più vieti luoghi comuni, ti regalano la peggiore delle condanne: appunto una estrema, indicibile solitudine, quella che mette in apnea un'età, un'esistenza nata per cantare la libertà, un corpo che voleva solo danzare la vita. Siamo tutti riscattati dal coraggio di questo ragazzo del Sud. Siamo tutti sconfitti dalla sua stessa inevitabile tristezza. Per questo, per me, per tutti noi, vorrei abbracciare Roberto e sussurrargli, con pudore, di non andare via.

 

«Andiamo indietro di 70 anni, al tempo delle leggi razziali»

Anubi D'Avossa Lussurgiu

La bicicletta fu il suo romanzo d'esordio, nel 1974. Poi seguirono La porta dell'acqua, Einaudi, due anni dopo, L'estate di Letuche, uscito nel 1982, All'insaputa della notte nell'84 e Le strade di polvere pubblicato con Einaudi nel 1987, che le valse quindi il Premio Campiello e anche altri due premi, il Viareggio e il Catanzaro. E ancora Sogni d'inverno, nel 1995 e La parola ebreo del '97, con cui ha riaperto i conti di una generazione e d'una intera memoria sulla Shoah, seguiti da Cioccolata da Hanselmann, Ahi, Paloma, e Nero è l'albero dei ricordi, azzurra l'aria. E' una scrittrice prolifica e apprezzata per la sua intensità, Rosetta Loy. Come una volta ha avuto modo di scrivere Cesare Garboli, eccellendo sugli argomenti-chiave del romanzo come narrazione personale della vita e della storia: «l'amore, la guerra, i bambini, la morte». Una scrittrice abituata, dunque, ad un corpo a corpo con la memoria, individuale e collettiva. Ed è a lei, che pure ha trattato il racconto degli anni della discriminazione razziale di Stato, dopo il 1938, che ci siamo rivolti per chiederle di leggere, col suo sguardo, il significato dell'ultima clamorosa azione legislativa leghista, votata dall'Aula di Montecitorio l'altro ieri. Rosetta Loy, al Parlamento italiano è passata una norma proposta dalla Lega che dispone l'istituzione di "classi d'inserimento" per bambini figli di cittadini stranieri e un test d'accesso basato sulla lingua: intanto, cosa pensa di questo provvedimento? Che è stupido oltre che incivile. Ci riporta indietro di settanta anni. Penso anche che sia frutto di ignoranza. Mentre nel mondo si cerca di interagire tra le diverse culture, noi torniamo agli anni '30 del secolo scorso. Diverse voci dell'opposizione hanno letto in questa iniziativa di legge, che ha suscitato dissensi anche nella maggioranza, un ulteriore segnale del clima di "regressione civile" nella politica del Paese. Lei non ritiene che si assista in effetti ad un'offensiva discriminatrice, culturalmente razzista? E' un segnale di "regressione civile", non c'è dubbio. Mi ricorda quando negli Stati Uniti c'erano negli autobus i posti per i "neri", pochi, e i posti per i "bianchi", molti. Ma questo succedeva mezzo secolo fa. Oggi negli Stati Uniti c'è un candidato presidente che è nero e ha studiato ad Harvard. E noi invece istituiamo le classi di inserimento, sillogismo per dire classi di categoria B dove mettere il bambino maghrebino e quello rom. E' sicuramente un'offensiva discriminatrice e culturalmente razzista. Ma soprattutto è una norma che mi offende, come italiana; offende la mia tradizione culturale che ha avuto grandi innovatori come Cesare Beccaria. Una tradizione illuminista importante. E adesso ci si ritrova con le "classi di inserimento". Le classi per bambini di terza e quarta categoria. Lei ha dato importanti testimonianze, nella sua opera di scrittrice, come nel libro "La parola ebreo", sulla stagione più nera vissuta da questo Paese quanto a razzismo; quella della partecipazione del regime fascista alla persecuzione degli ebrei, anzitutto. Lei crede che sia del tutto illegittima ogni comparazione con quel che accade oggi nei confronti delle persone migranti? Tutt'altro. Credo che ci sia la stessa matrice di intolleranza e lo stesso ottuso concetto di superiorità. Una superiorità, a ben vedere, basata in realtà sull'ignoranza. Io credo fermamente che esistano due importanti momenti del nostro modo di rapportarci a quanto ci circonda: conoscere per sapere, e sapere per capire. Ma molto spesso si crede di poter arrivare dritti a comandare senza porsi grandi problemi di sapere né di conoscere. Che cosa secondo Lei si è perduto e cosa va recuperato, per fronteggiare le paure attuali, della memoria degli anni del fascismo e della Liberazione? Del fascismo molto poco. Se parliamo di scuola, salverei Gentile che è stato un grande filosofo e ha fatto a suo tempo una riforma scolastica molto illuminata. Salverei anche il futurismo e gli architetti che costruirono Sabaudia e quella che si chiamava Littoria, architetti che conoscevano, sapevano e capivano. Della Liberazione, invece, in primo luogo la libertà e la democrazia; e il senso di patria. Può tornare per un momento al racconto della sua infanzia e ricordarci come visse l'esclusione dei bambini vittime delle leggi razziali? Avevo sette anni e andavo in una scuola religiosa. Le leggi razziali sono passate sopra la mia testa senza che ne avvertissimo il minimo rumore. Non c'erano nella mia scuola né alunni né insegnanti ebrei, a casa di certe cose con i bambini non si parlava, forse anche per paura. Alla licenza liceale, nel 1950, si portava la storia fino al 1914, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Io ho letto il testo delle leggi razziali per la prima volta nel 1976, in occasione di un attentato alla Sinagoga di Roma. E ho fatto letteralmente un salto sulla sedia. Io credo che ancora oggi pochi le abbiano lette. Sono delle leggi aberranti. E cominciano con la discriminazione scolastica degli alunni di razza ebraica.

 

«Quindici milioni di poveri, ma si spende per le banche» - Romina Velchi

Che siano tempi di vacche grasse o di crisi finanziarie globali; di boom economico o di recessione, loro, i poveri, sono sempre lì; e sempre più poveri: il lato oscuro (e oscurato) delle nostre società opulente e sprecone. La prova provata (drammaticamente in carne e ossa) che la tesi «seducente» secondo la quale «la povertà potrà essere ridotta grazie allo sviluppo economico» semplicemente è falsa. Lo hanno ribadito ieri chiaro e tondo Vittorio Nozza, direttore della Caritas Italiana, e Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan, presentando l'ottavo rapporto su emarginazione ed esclusione sociale "Ripartire dai poveri": «Se questa tesi fosse vera, negli Usa non dovrebbero esserci 13 milioni di bambini in condizione di povertà. Evidentemente la questione povertà non è un incidente "da poco sviluppo". E', invece, fortemente radicata nelle economie occidentali». Anche per questo il focus quest'anno non è sui dati, sui numeri. Noti e stranoti, la Caritas si limita a citare quelli dell'Istat: in Italia sono 15 milioni, tra poveri "certificati" (cioè coloro costretti a vivere con meno 500-600 euro al mese) e "quasi poveri" (cioè coloro che, guadagnando tra i 10 e i 50 euro in più, sono lì lì). Come ricorda Marco Revelli, presidente della Commissione di indagine sull'esclusione sociale, la stragrande maggioranza delle famiglie povere (il 65%) si trova al Sud. E neanche questa è una novità. Ne deriva che «da decenni la povertà è in stallo», visto che «con riferimento all'Europa dei 15, l'Italia presenta una delle più alte percentuali di popolazione a rischio povertà», pur essendo, noi, classificati tra le dieci nazioni più ricche del mondo. Evidentemente c'è un problema tutto italiano. Che l'organizzazione cattolica che fu presieduta da monsignor Di Liegro mette a nudo con grande chiarezza, avanzando proposte concrete. Proposte e idee che possono anche non piacere, ma con le quali è obbligatorio confrontarsi se non ci si vuole «rassegnare alla povertà», come sembra voler fare, invece, la politica: del governo non era presente nemmeno un sottosegretario. Il problema italiano, dice la Caritas, è di ordine economico, ma non solo. E' vero, infatti, che, per esempio, l'Inghilterra destina alla lotta all'esclusione sociale risorse 17 volte superiori a quelle dell'Italia (1,7% del Pil, contro 0,1) e che la media europea è nove volte maggiore. Ma è anche vero che quello che noi spendiamo - che comunque non è poco - manca completamente il bersaglio: le politiche sociali in Italia appaiono di fatto inefficaci. Le cifre la ha indicate Revelli: gli interventi pubblici nel nostro paese abbassano il tasso di povertà relativa di appena 4 punti percentuali, a fronte di una media europea che è di 10 punti, e che diventano ancora più miserabili se paragonati agli 11 dell'Olanda, ai 12 della Francia o ai 17 della Norvegia. Insomma, l'Italia spende poco e pure male. Secondo Giuseppe Pasini, presidente della Fondazione Zancan, ciò è dovuto principalmente al fatto che «manca da sempre un piano contro la povertà. Si fanno interventi settoriali e parziali, ma non c'è un progetto globale». «Assistiamo, in questi giorni - aggiunge Vittorio Nozza - a montagne di soldi pubblici che corrono al capezzale della grande finanza e delle imprese in crisi per tentare di mettere in atto un salvataggio. Ci si domanda: perché non fare altrettanto per considerare in modo strutturato e quindi soccorrere concretamente chi sta nel bisogno grave e lotta quotidianamente per sopravvivere all'indigenza e alla precarietà?». Mentre oggi il pericolo, dal quale mette in guardia Revelli, è che, a crisi galoppante, si finisca con il confondere povertà e impoverimento. Cioè che l'attenzione - sociale e politica - sia tutta assorbita dalle classi che rischiano di impoverirsi, facendo dimenticare chi povero lo è già da un pezzo. «La vera emergenza del paese è questa - accusa il segretario del Prc, Paolo Ferrero - quella dei 15 milioni di poveri e di un governo che non si occupa minimamente di loro né dei lavoratori o dei pensionati, ma solo di banche e banchieri». Due sono, si sostiene nel rapporto, le "storture" da correggere: l'aver finora privilegiato i trasferimenti monetari a scapito dei servizi (visto che proprio «i paesi che investono di più in servizi piuttosto che in trasferimenti monetari» sono quelli le cui politiche sociali ottengono le migliori performance) e la gestione ancora in gran parte centralizzata della spesa sociale. Nel primo caso, ciò significherebbe «offrire risposte ai problemi della povertà senza aumentare la spesa complessiva» attraverso una sorta di «negoziazione sociale» al fine di trasformare «in servizi una parte degli attuali trasferimenti» nei settori delle indennità di accompagnamento e degli assegni familiari; senza comunque «mettere in discussione i diritti acquisiti», ci tiene a sottolineare Tiziano Vecchiato. Un modo per «applicare seriamente il principio di equità sociale e di universalismo selettivo, ponendo fine alle rendite di posizione e agli interventi a pioggia». Nel secondo caso si vuole «puntare alla realizzazione di strategie territoriali integrate: piani di azione a lungo termine con cui accostarsi alle questioni sociali, facendo perno sui territori e promuovendo l'integrazione». Ma con una avvertenza, interviene Revelli: «Che i territori siano sani».

 

Scuola, salari, diritti. L'Italia domani sciopera con i sindacati di base - Roberto Farneti

Il governo vuole distruggere la scuola, privatizzare i servizi pubblici, aiutare le imprese a ridurre ulteriormente i salari. E ora vuole anche togliere ai lavoratori l'arma più forte a loro disposizione, quel diritto di sciopero sancito dalla Costituzione. Cobas, Cub e SdL Intercategoriale ringraziano: la "stretta" minacciata dal ministro del Lavoro Maurizio Sacconi rappresenta il miglior spot per lo sciopero generale di domani. «Con l'introduzione di un assurdo referendum sullo sciopero, di una incostituzionale adesione preventiva richiesta ai lavoratori, di un fantasioso sciopero virtuale con striscia al braccio, si ridurrebbe l'azione di sciopero - denuncia Fabrizio Tomaselli di SdL - a semplice azione dimostrativa con nessun effetto sulle aziende». Il segretario del Prc Paolo Ferrero, nel ricordare l'adesione del partito alla protesta dei sindacati di base, accusa il governo di «violazione dei più elementari diritti costituzionali». Insomma, se mai ce ne fosse stato bisogno, i lavoratori hanno adesso un motivo in più per essere protagonisti di quella che si annuncia come la mobilitazione più partecipata «di tutta la storia del sindacalismo antagonista». Piero Bernocchi, portavoce nazionale Cobas, non ha dubbi: la manifestazione nazionale di Roma (da Piazza della Repubblica, ore 10, a San Giovanni) sarà «la più grande che abbiamo mai organizzato». Un corteo è previsto anche a Milano, con partenza alle 10 da largo Cairoli. Domani, informa Bernocchi, «una marea di lavoratori/trici» provenienti da tutta Italia «convergerà a Roma con centinaia di pullman, treni, navi e con migliaia di automezzi privati». In testa al corteo - che sarà aperto dallo striscione "Basta con la distruzione di lavoro, salari, scuola e servizi pubblici" e da uno spezzone unitario con le bandiere di Cobas, Cub e SdL - ci sarà proprio il popolo della scuola pubblica, impegnato, riassume il leader dei Cobas «ad impedirne la distruzione programmata da Tremonti-Gelmini», con «i catastrofici tagli di 200mila posti di lavoro, di scuole, classi, orari, la riesumazione della anacronistica "maestra unica", l'espulsione in massa dei precari». La gravità della situazione è tale da avere convinto la Flc Cgil dell'Università di Milano ad aderire allo sciopero dei sindacati di base. Oltre alla scuola, lo sciopero coinvolgerà soprattutto pubblico impiego e trasporti: nelle città i mezzi pubblici si fermeranno con modalità differenti (a Roma dalle 8.30 alle 16.30), i ferrovieri dalle 9 alle 17, il trasporto marittimo dalle 8 alle 16, quello aereo tra le 10 e le 18. Altri temi caldi, la lotta alla precarietà e la tutela dei salari. Ieri Piergiorgio Tiboni, coordinatore nazionale della Cub, ha rilanciato la richiesta di «3mila euro subito di aumento per tutti, lavoratori e pensionati, l'adeguamento automatico delle dinamiche salariali all'inflazione, la riduzione del prezzo dei generi di prima necessità e tariffe sociali per luce, gas e trasporti». La Cub chiede inoltre che venga riaffermato il «diritto a prestazioni sanitarie di qualità e alla casa», mentre sul fronte della sicurezza degli ambienti di lavoro occorre «tolleranza zero e sanzioni penali per chi provoca infortuni gravi o mortali».

 

Dopo il successo dell'11, ora il referendum sulla legge Alfano

Gianluigi Pegolo

Con la manifestazione dell'11 ottobre il nostro partito è stato protagonista di un evento straordinario, per molti versi imprevisto. E' il segnale che in questo paese c'è una grande domanda di opposizione e di lotta sociale. E' la dimostrazione che la sinistra mantiene un ruolo essenziale, quale riferimento di una domanda di cambiamento, resasi ancora più pressante oggi, dopo la vittoria delle destre. E' il riconoscimento che i comunisti costituiscono il motore della ripresa dell'intera sinistra. Possiamo, quindi, essere soddisfatti: un primo passo fondamentale per l'avvio di una forte battaglia di opposizione è stato compiuto. E, naturalmente, per la ripresa del nostro partito che - se non può dire che abbia superato tutte le sue difficoltà - è pur vero che, anche in ragione del successo di questa manifestazione, dimostra una nuova vitalità. Ne è una conferma, fra l'altro, il trend sempre crescente dei sondaggi elettorali dal congresso ad oggi, che lo collocano ora fra il 3 e il 4%. E' del tutto evidente che la manifestazione dell'11 ci carica di nuove responsabilità, assegnandoci, in primo luogo, il compito di dare continuità alla battaglia di opposizione. L'agenda dei prossimi impegni del partito è già molto ampia e non vale qui la pena ricordarla. Essa è riassumibile nell'insieme degli obiettivi che sono stati posti alla base della manifestazione e che oggi devono sostanziarsi in iniziative concrete. E' in quest'ambito che va dato il giusto valore alla battaglia referendaria. La raccolta delle firme sulla legge Alfano costituisce il nuovo impegno di massa cui è chiamato il partito. Un impegno che deve vedere partecipi tutte le nostre strutture di base, in uno sforzo davvero notevole: in soli 3 mesi dovranno essere raccolte centinaia di migliaia di firme. Alcuni hanno espresso dubbi su questa scelta, in particolare per il ruolo indiscutibile che l'Italia dei valori sta assumendo. Sarebbe stato tuttavia un errore se per questo motivo ci fossimo astenuti dal partecipare alla raccolta delle firme. In questi anni il nostro partito ha sempre cercato, in nome di un approccio non minoritario, di essere protagonista di una iniziativa il cui primo presupposto era la capacità di cogliere il sentire di massa. La lotta per la democrazia e per la giustizia sono parti essenziali di questo sentire ed, anzi, solo coniugando l'iniziativa più propriamente sociale con la difesa dei principi democratici è possibile oggi parlare al Paese. La legge Alfano è da questo punto di vista una aberrazione, un atto che lede principi fondamentali della Costituzione. Il fatto che le quattro più alte cariche dello stato possano godere di una sorta di impunità è in sé un vulnus al principio di eguaglianza dei cittadini, che risulta ancora più odioso per il fatto che dietro a questo provvedimento si consuma l'arbitrio di una maggioranza che, in tal modo, mette sotto protezione il proprio leader da azioni giudiziarie. Peraltro, vi è una connessione diretta fra l'operazione che sottostà alla legge Alfano e l'aggressione più generale alla democrazia. Basti pensare al tentativo di spazzare via in un colpo solo tutte le forze che ostacolano nel paese la piena affermazione del bipartitismo con l'innalzamento delle soglie di sbarramento per le elezioni europee. O, ancora, al tentativo ricorrente di mettere in discussione l'autonomia della magistratura. O alla volontà di liquidare le testate della sinistra con i provvedimenti in gestazione sull'editoria. Senza ricorrere a paragoni forzati, è comunque vero che un disegno centralistico a sfondo autoritario è in atto ed è altrettanto vero che lo stesso è funzionale ad una stretta sul piano sociale, come testimoniano: la sintonia dell'esecutivo con la Confindustria nell'attacco al contratto nazionale di lavoro e l' aggressione allo stato sociale, evidente nella vicenda della scuola. La lotta contro la legge Alfano va considerata parte essenziale della nostra battaglia di opposizione. Non la esaurisce certamente, ma ne costituisce un elemento fondamentale. L'iniziativa referendaria, infatti, è destinata a trascinare la necessaria controffensiva sociale e politica sul piano dei diritti democratici e in difesa della Costituzione e così la dobbiamo concepire. Peraltro, il tema della giustizia sta acquistando un ruolo crescente anche per la connessione con alcune questioni di indubbia rilevanza sociale. Si pensi, fra l'altro, ai provvedimenti - purtroppo fino ad ora ancora sconosciuti ai più - tesi alla modifica del processo del lavoro che il nuovo governo intende assumere, modifica che farebbe venir meno un essenziale strumento di difesa dei lavoratori. Per tutte queste ragioni il referendum contro la legge Alfano ci interessa ed intendiamo sostenerlo con tutte le nostre energie. Non è un impegno marginale, quindi, quello che ci attende. Al contrario, esso va considerato centrale nella iniziativa del partito dei prossimi mesi.

 

Repubblica – 16.10.08

 

Joe l'idraulico, l'«invitato» al duelloMario Calabresi

HEAMPSTEAD - Il protagonista assoluto dell'ultimo dibattito tra John McCain e Barack Obama è stato Joe l'idraulico, il nuovo simbolo dell'americano medio a cui per tutta la serata si sono rivolti i due candidati promettendogli una vita migliore. Joe non è una figura di fantasia ma un vero idraulico dell'Ohio: è un omone ben piazzato e completamente pelato, con un cognome impronunciabile, Wurzelbacher, che si definisce un uomo della classe media. Lo scorso fine settimana ha fermato Obama alla fine di un comizio a Toledo per chiedergli spiegazioni sulla sua politica fiscale: "Credi nell'American Dream?". "Certo che credo nel sogno americano", gli ha risposto Obama. "Allora perché mi vuoi penalizzare se io cerco di raggiungerlo?" e ha raccontato che sta mettendo da parte i soldi per comprare la piccola attività per cui lavora da quindici anni, ma che se lo facesse poi guadagnerebbe più di 250mila dollari l'anno e con il piano fiscale del candidato democratico sarebbe costretto a pagare più tasse. Obama gli ha dato una risposta lunghissima, si è fermato a spiegargli che vuole abbassare le tasse al 95 per cento degli americani e ha parlato della necessità di lanciare un piano di aiuti per la classe media che redistribuisca la ricchezza. Una risposta che a Joe non è piaciuta e intervistato dalla Fox ha commentato: "Mi ha un po' spaventato, dice che vuole redistribuire la ricchezza ma a me sembra una cosa socialista: decido io a chi dare i miei soldi, non può essere il governo a dire che se guadagno un po' di più poi lo devo dividere con qualcun altro". Così ieri sera McCain ha lanciato Joe in mezzo al dibattito, usandolo come simbolo di tutti i piccoli imprenditori che "se pagheranno più tasse smetteranno di assumere e di creare lavoro in America". Lo ha chiamato in causa ben dieci volte e ha promesso: "Joe, io ti aiuterò non solo a comprarti l'attività per cui lavori da una vita, ma terrò le tue tasse basse e darò a te e ai tuoi dipendenti la possibilità di avere un'assistenza sanitaria che vi potrete permettere". E poi rivolto ad Obama ha concluso: "Ma perché vuoi alzare le tasse a tutti proprio adesso che bisogna incoraggiare l'America?". A quel punto Obama ha preso la parola, ha guardato diretto nella telecamera e ha puntato l'indice: "Parlo direttamente a te Joe, se sei lì e ci stai guardando: sai di quanto ti alzerò le tasse? Zero" e unisce pollice e indice per fare il segno zero. "E le taglierò - ha sottolineato - a chi ha bisogno: l'idraulico, l'infermiera, il vigile del fuoco, l'insegnante, il giovane imprenditore. E ricordiamoci che il 98 per cento dei piccoli imprenditori guadagna meno di 250mila dollari l'anno". Ma McCain non ha mollato: "La verità è che finiremo per prendere i soldi di Joe, li daremo al senatore Obama e lui li distribuirà in giro. Ma noi vogliamo che sia Joe a creare ricchezza, non lo Stato o Obama a decidere dove deve andare". Obama ha controreplicato: "Ascoltami Joe, in fatto di sanità starai meglio con me". "Sarà ricordato come il dibattito dell'idraulico Joe - ha commentato il repubblicano Tim Pawlenty, governatore del Minnesota - e sono convinto che Joe è rimasto convinto da McCain". Appena finito il faccia a faccia tutte le agenzie e le televisioni si sono gettate alla caccia di Joe, ma il suo numero di telefono non è sulla guida e sembrava impossibile rintracciarlo. Alla fine lo ha trovato la Associated Press. Ma Joe non è sembrato molto eccitato da tutta questa notorietà e ha commentato: "Il mio nome citato in una campagna presidenziale: mi è sembrato tutto un po' surreale".

 

Sabina Rossa e il killer del padre: "Ormai ha pagato, liberatelo"

Concetto Vecchio

ROMA - Il tribunale di sorveglianza nega la libertà condizionale all'ex brigatista Vincenzo Guagliardo, l'assassino del sindacalista Guido Rossa, e la figlia della vittima, Sabina Rossa, deputata pd, a sorpresa si dice in disaccordo: "I magistrati ci ripensino. Guagliardo l'ho conosciuto, è un uomo ravveduto, che ha pagato il conto con la giustizia". Nome di battaglia "Pippo", sessant'anni, colonna genovese, duro, irriducibile, l'ex br è in carcere dal 21 dicembre 1980, dopo l'arresto a Torino in un bar di corso Brescia. Condannato all'ergastolo. Sei anni fa ammesso al lavoro esterno, da quattro semilibero: esce la mattina da Rebibbia per andare a lavorare in un coop sociale, la Soligraf, dove insieme alla moglie, l'ex br Nadia Ponti, trasferisce su un software per non vedenti intere biblioteche, e rientra in cella alle 23. L'altro giorno la magistratura di sorveglianza di Roma ha respinto la richiesta di libertà condizionale, avanzata dal suo legale, Ugo Giannangeli. Tra le motivazioni: il fatto che non abbia mostrato ravvedimenti né coltivato rapporti con le vittime. Ma un incontro con Sabina Rossa ci fu, agli inizi del 2005, a Melegnano, e fu riportato nel libro Guido Rossa, mio padre, edito da Bur Rizzoli. La figlia gli aveva telefonato senza preavviso, poi gli aveva scritto una lettera, quindi si erano visti in un pomeriggio di fitta neve nel quale s'erano intrecciati per tre ore dolore, imbarazzo, pudore. "Penso sia mio dovere dirti com'è andata. Non davanti ai giudici o nelle aule di tribunale, ma a te lo devo...", esordì "Pippo". Si persero di vista. Guagliardo non ne parlò mai, nemmeno nella richiesta di liberazione condizionale, con la stessa ferrea coerenza con cui rifiutava i difensori al processo: "Avvocato, taccia se non vuol fare la fine del suo collega Rogolino, pestato nel carcere di Cuneo da un militante comunista. Nella mia veste di brigatista rosso, non voglio essere difeso da nessuno", disse nell'aula bunker di Torino, il 22 febbraio 1981. Guido Rossa doveva essere gambizzato, questo è confermato anche dalle perizie. Guagliardo gli sparò alle gambe con la Beretta 81 calibro 7,65, un altro componente del commando, Riccardo Dura, lo ammazzò. Sabina aveva 16 anni. Dice oggi: "Ha fatto 28 anni di carcere, ha pagato. Trovo paradossale che il tribunale non ritenga importante il nostro incontro solo per il fatto che fu io a propiziarlo. Vorrei andare a parlare con i giudici, per spiegare che non c'è alcuna ragione che se ne stia ancora in carcere". Rossa si è espressa contro la decisione del governo Sarkozy di non estradare la terrorista rossa Marina Petrella. "Lo trovo incomprensibile, perché in questo caso la pena non è stata espiata. Una volta in Italia, in attesa di un'eventuale grazia, sarebbe trattata con spirito umanitario, e non semplicemente sbattuta dentro una cella". Oggi Le Monde pubblica una lettera inviata dalla Petrella al suo avvocato Irene Terrel il 19 luglio nella quale afferma di provare pena e compassione per le vittime delle Br, e di ritenere "la perdita di una vita umana sempre una tragedia".

 

Il potere ad personam Giuseppe D’Avanzo

Il partito democratico non voterà per la Corte Costituzionale Gaetano Pecorella, già avvocato di Berlusconi e creativo autore di leggi ad personam favorevoli al suo eccellentissimo assistito. È una buona cosa, e sarebbe eccellente se si sciogliesse di netto il nodo che stringe due questioni che stanno insieme come pere e mele. È di tutta evidenza che il peso istituzionale della nomina di un giudice della Consulta non può avere riscontro nell'elezione di una commissione politico-parlamentare di garanzia come è la Vigilanza Rai. Sono grandezze non paragonabili. Per la Vigilanza, che è - per le regole - appannaggio dell'opposizione (tanto più che il presidente del Consiglio controlla direttamente o indirettamente sei network televisivi) è sufficiente che la maggioranza non faccia mancare il numero legale per risolvere il problema. Per la Consulta occorre il consenso qualificato di due terzi del Parlamento. La "qualità" delle maggioranze necessarie dice da sola che la Consulta non può essere accostata, se non con uno sgorbio istituzionale, alla Vigilanza e sarebbe un'indecente tentazione di sbrigare l'affare nello stesso tempo e con un baratto bipartisan. Non solo per ragioni formali, che pure hanno il loro peso. La necessità di affrontare, separatamente e con altri criteri, intenzioni e consapevolezza, la scelta del giudice costituzionale interpella l'equilibrio e la natura stessa dell'architettura dello Stato, sollecitata in questi primi mesi del Berlusconi IV, da molte tensioni. Vediamo in quale "quadro" politico-istituzionale cade la nomina costituzionale. Il presidente del Consiglio ha deciso di affidare il suo governo non al potere legislativo della rappresentanza parlamentare di cui può non tenere conto (onorevoli e senatori sono nominati da un'oligarchia e non scelti dal popolo), ma a un potere "personalizzato" che agisce, rafforzato dalla legittimità popolare, con misure aventi forza di legge (ma diverse dalla legge perché particolari e non universali, vedi i decreti "Rifiuti" o "Alitalia"). Le novità della stagione sono dunque tre: l'assoluta prevalenza dell'esecutivo sul legislativo, l'abuso del decreto legge (vedi il provvedimento sulla riforma della scuola), la debolezza degli "argini" (la legge sospesa in nome della "decisione"; i mercati in crisi profonda; la giustizia soffocata dalla sue inefficienze e dal conflitto scatenato dalla politica). Quel che abbiamo sotto gli occhi è la crisi della divisione dei poteri, la debolezza di un'idea di equilibrio del sistema. Berlusconi, sostenuto da un consenso sempre più ampio (se i sondaggi hanno un credito) non nasconde la sua insofferenza per le prerogative delle istituzioni di garanzia (Quirinale, Corte Costituzionale, Authority). Non vuole che indeboliscano o limitino la sua legittimità. Vi dovrebbero soggiacere. È un pensiero che - direbbero i costituzionalisti - piega il pactum societatis che è la Costituzione (l'accordo sulle condizioni dello stare insieme) al pactum subiectionis (il reciproco impegno a ubbidire alle decisioni del governo legittimo). Ora, si può decidere della nomina senza tener conto di queste novità? Il dispetto della maggioranza per gli organi di garanzia dovrebbe essere elemento decisivo per chi deve integrare la Consulta. Chi è chiamato a quella responsabilità deve tenere in giusto conto (come ha detto in passato Gustavo Zagrebelsky) che "la Corte non è e deve temere di essere, o anche solo di apparire, organo della politica" perché la giustizia costituzionale (il controllo giudiziario su procedure e contenuti delle decisioni) "non è la prosecuzione in altra forma della contesa che si svolge in Parlamento e tra i partiti politici. Il massimo tradimento di questi chierici che sono i giudici costituzionali sarebbe quello di trasformarsi in una terza camera dove continua per interposte persone il confronto tra le parti del conflitto politico". Solo una Consulta "al di sopra" e "al di là" della politica potrà essere (e apparire) il luogo più adeguato per proteggere una dialettica istituzionale che può frantumarsi in una collisione tra le due idee opposte di Stato che sono oggi in campo. Bisogna allora chiedersi se il metodo partisan (il Pdl propone all'opposizione la nomina alla Consulta di "uno di noi" per avere in cambio alla Vigilanza "uno di voi") rafforzi o fiacchi la credibilità e l'indipendenza della Corte. Come è evidente, il problema va ben oltre il curriculum inadeguato di Gaetano Pecorella. Si discute di un metodo e della posta in gioco. Non deve sorprendere che la maggioranza voglia rendere la nomina quanto più possibile "partigiana". Non è un paradosso. Quanto più la Corte diventa "politica", e quindi "faziosa", tanto più apparirà "terza camera", luogo di appartenenze che ne cancella il carattere di garanzia: la Consulta come il Parlamento, ma senza la sua legittimità. Quindi, non giudici, non custodi delle regole, ma attori del conflitto. In assenza di un'idea viva e condivisa di una equilibrata divisione dei poteri, sarebbe un esito dagli effetti liquidatori. Se la Corte costituzionale non è "al di là" e "al di sopra" della contesa, ma con i piedi, la testa e il cuore nello scontro politico, è un epilogo fisiologico accettarne la subalternità al Parlamento e la soggezione al governo. Qualunque nome estratto dal teatro politico, quale che sia il suo prestigio, non potrà spezzare quel circuito vizioso. Al contrario ne accentuerà la "partigianeria". Sarebbe per la Consulta una catastrofica crisi perché una Corte costituzionale politicamente schierata o anche soltanto in apparenza schierata - sono parole ancora di Zagrebelsky - "meriterebbe di essere soppressa perché, se a favore della maggioranza, non se ne capirebbe l'utilità se non come inganno dell'opinione pubblica; se contro, se ne capirebbe l'utilità, ma mancherebbe totalmente di legittimità". Come si è già detto in altre situazioni analoghe, per l'opposizione e per quella parte di maggioranza che ancora crede nella essenziale funzione della Costituzione c'è un solo modo per sottrarsi a questo gioco a perdere: l'abbandono delle logiche mediocri del sottogoverno e del baratto poi detto "bipartisan". Si esalti, al contrario, la natura nonpartisan della scelta del giudice costituzionale. Non conti l'appartenenza politica. Si aprano le porte a chi possa essere e apparire "straniero" alla politica, se si vuole conservare alla Consulta il compito di conciliare i conflitti in modo pacifico e soprattutto credibile.

 

La Stampa – 16.10.08

 

Un romeno nell'Italia illegale – Flavia Amabile

E allora niente più allontanamento per rom e rumeni non in regola e nemmeno carcere per clandestini extracomunitari, al massimo una multa. E' il risultato del doppio stop ricevuto dal ministro dell'Interno Roberto Maroni, il primo da parte dell'Unione Europea, il secondo da parte dello stesso governo italiano che con un emendamento farà marcia indietro. Vicentiu Acostandei, vicepresidente del partito Identità Romena, vive da molti anni in Italia. Lavora come sistemista in un’azienda di telefonia mobile, ha in tasca un contratto a tempo indeterminato, e prima o poi anche una cittadinanza italiana che sta per chiedere. L’Unione Europea ha fermato i tentativi della Lega. «L’Italia è un paese particolare: qui i romeni arrivano, provano a lavorare, trovano anche qualcosa ma in nero. Stesso discorso con la casa: si affitta solo senza dichiarare nulla. Questo vuol dire che secondo la legge il romeno dovrebbe tornare nel suo Paese d’origine ma solo perchè in Italia le leggi non vengono applicate». Con questo stop dell’Unione Europea si verrà al massimo invitati a allontanarsi. «Mi sembra una regola più giusta: chi non ha lavoro o una casa non deve essere trattato come un criminale. Deve avere invece il tempo di regolarizzarsi». Se però il datore di lavoro non voleva regolarizzare prima il lavoratore... «Deve valere la regola del passato quando si avevano sei mesi di tempo se si veniva trovati senza documenti in regola ma si garantiva di avere un lavoro. In quei sei mesi si doveva denunciare il datore di lavoro inadempiente e trovare un’altro modo per regolarizzarsi». E chi non ci riusciva tornava a casa davvero? «In questo caso si creava una situazione critica perché se è vero che il cittadino comunitario ha il dovere di regolarizzarsi, è anche vero che ha il diritto di essere regolarizzato. A volte si ricorre a espedienti come la dichiarazione di ospitalità rilasciata dal proprietario di casa anche se paghi l’affitto senza che nulla sia denunciato. E’ una scappatoia non particolarmente bella ma a volte in questo modo si può ottenere la residenza». E però poi ci sono i criminali. Come comportarsi? «La criminalità non ha cittadinanza, se qualcuno danneggia un altro deve essere punito qualunque sia il suo passaporto. Si sa però che i crimini vengono effettuati soprattutto dagli stranieri che vivono in strada. E’ su di loro che bisognerebbe concentrarsi ma senza mandarli via, integrandoli». Integrare gli stranieri che commettono crimini? «Integrare gli stranieri. Noi romeni siamo una comunità ben inserita. Tra clandestini e regolari saremo un milione e mezzo di persone, in carcere ce ne saranno un migliaio, una quota infinitesimale, eppure veniamo identificati con loro, non so se per motivi politici, o elettorali, o altro». In molti vi confondono con i rom. «Con alcuni rom abbiamo la stessa cittadinanza. Dovremmo quindi obbedire alle stesse leggi ma i rom sono un’etnia a parte e rappresentano una questione sensibile». Che cosa vi pesa di più come comunità romena? «Di avere sulle nostre spalle due pesi da sopportare. Paghiamo le tasse ma non abbiamo nessuno che ci garantisce da chi delinque contro di noi, e nemmeno da chi danneggia l’immagine del nostro popolo».

 

Uno sconto se iscrivi i figli con gli stranieri – Barbara Cottavoz

NOVARA - Gli italiani fuggono dalle scuole con tanti stranieri e così il sindaco leghista per convincerli a tornare promette premi: sconti nelle mense e sul biglietto dello scuolabus. Succede a Novara, città governata da un primo cittadino del Carroccio dove, guarda caso, abita anche Roberto Cota, il deputato primo firmatario della mozione per le «classi d’inserimento». Due provvedimenti in contrasto? «Niente affatto, è tutto perfettamente in linea: entrambi puntano all’integrazione» ribatte il sindaco Massimo Giordano. Novara non ha un’altissima percentuale di stranieri: sono circa ottomila su 102 mila abitanti. Però sono concentrati in un quartiere, Sant’Agabio, vecchia zona operaia della città. Da qui gli italiani scappano: chi può vende la casa, chi resta si sente in trincea tra la moschea, contestata, e i tanti negozi e phone-center gestiti da stranieri. Anche nelle scuole della zona i novaresi sono sempre meno: i genitori preferiscono iscrivere i bambini in altri quartieri. Nella materna quest’anno si era arrivati al record di 81 bambini extracomunitari su cento iscritti. «Così si creano classi-ghetto: se lo straniero sta con lo straniero non c’è integrazione - ha commentato il sindaco -. Bisogna essere pragmatici». Il Comune, allora, ha messo subito in atto una strategia di emergenza: convincere le famiglie degli stranieri a iscrivere i piccoli in scuole di altre zone in cambio del trasporto gratuito. L’operazione è riuscita in parte e la percentuale di bimbi extracomunitari è scesa al 57%. «Ma servono interventi strutturali - sottolinea Giordano -. Sappiamo che diverse famiglie italiane non iscrivono i propri figli nelle scuole dove la presenza straniera è elevata. Vogliamo invogliare questi genitori a rivedere le loro posizioni approntando un pacchetto di incentivi che potranno tradursi in sconti sul buono pasto alla mensa o per il trasporto scolastico o altre iniziative simili». In Parlamento la Lega presenta una mozione per istituire «classi d’inserimento» soltanto per stranieri, a Novara un sindaco del Carroccio fa sconti agli italiani che vanno in aula con gli stranieri: non sembra nemmeno lo stesso partito. «Anzi - ribatte il sindaco novarese -. Lo scopo dei due provvedimenti è lo stesso: evitare le classi-ghetto. Noi vogliamo avere sempre italiani e stranieri in percentuali equilibrate nelle aule. Con le classi-ponte la situazione non potrà che migliorare, verranno superate le distanze fra chi già conosce la lingua e chi dovrà fare uno sforzo in più per mettersi al pari degli altri».

 

"Figlio mio, vai avanti non fuggire dall'Italia" – Maria Corbi

NAPOLI - Un sospiro lungo, la mano che indugia nervosamente nei capelli, uno sguardo di rimprovero: «Lei allora non è una paziente, è una giornalista?». Si. Il dottor Saviano è perplesso. «Devo avvertire che lei è qui?». Il cellulare in mano pronto a chiamare chi ogni giorno si occupa della sicurezza del figlio, Roberto, ma anche della sua e di sua moglie. Ogni spostamento, ogni novità deve essere registrata. Poi il dottore si siede, sembra esausto, i capelli candidi perfettamente pettinati, la cravatta blu allentata, uno sguardo diretto e gentile. «Forse ho bisogno di sfogarmi anche io». Niente telefonata. «Vuole chiedermi se ho paura?». Sì. «Ho paura per mio figlio. Io la mia vita l’ho fatta e no, non credo di potere definire paura quello che provo. Certo quando torno a casa la sera e vedo passare accanto alla mia auto motociclisti che indossano caschi integrali, ci penso...». Un prima e un dopo scandisce la vita di questo signore che ha dedicato la vita alla famiglia e alla medicina, specializzazione allergologia e pneumologia. Prima: quando la sua era una famiglia normale e viveva in un paese del sud. Dopo: quando nel 2006 uscì il libro «Gomorra», scritto da quel suo primo figlio con cui, si capisce, deve esserci stata più di un’incomprensione, nonostante il grande amore. «Ma che vuole i figli maschi spesso assomigliano di più alla mamma e Roberto è legatissimo alla sua, sono uguali nel carattere ma anche nelle idee più a sinistra delle mie che sono stato un vecchio democristiano». Torniamo alla paura. «Guardi a volte è più la rabbia, come ieri sera quando a Radio 24 ha telefonato un tizio con l’inflessione tipica di quelli di Casal di Principe per dire che Roberto Saviano parlava di camorra, ma poi aveva i genitori che erano legati anche loro a questa camorra. Il conduttore, Cruciani, lo ha fermato, ma ormai aveva detto quella calunnia orribile. Ho preso il telefono per intervenire, ma poi ho posato perché so che Roberto preferisce così». Il dottor Saviano sa che questo fiume di parole gli costerà una telefonata di rimprovero, ma va avanti, come se questo potesse alleviare in qualche modo l’ansia che lo tormenta. Sul cellulare ha il messaggino che gli ha mandato l’altro figlio, anche lui spostato dalla procura in una località segreta del nord. «Papà sei preoccupato per Roberto? Cerchiamo di rimanere tutti tranquilli». Già, tranquilli, parola che stride con le notizie che si susseguono e che dettano la condanna a morte della camorra per Roberto Saviano, colpevole di aver usato un’arma impropria, ma efficacissima, per combatterli: la letteratura. Ha ascoltato lo sfogo del figlio l’altra sera alla radio quando ha svelato la sua stanchezza, il dubbio: «Mi chiedo se ne è valsa la pena». «Si, ne è valsa la pena». Nonostante più di una volta gli abbiano consigliato di negare di essere il padre di Roberto Saviano. Quando ci pensa gli viene da piangere. «Mi scusi», dice. «Io non rinnegherei mai mio figlio, sono fiero di lui. Lui non si perdona per averci coinvolti, ma gli voglio dire di stare tranquillo perché non avrei voluto mai che rinunciasse alla sua battaglia, alla sua arte. E poi certo non poteva prevedere quello che sarebbe accaduto e che dimostra quanto lui abbia ragione». Il successo, addirittura l’Oscar - «credo che arriverà» - ma anche la preoccupazione. «Io mi ero accorto già domenica che qualcosa non andava, che Roberto aveva un momento difficile, quando mi ha chiamato per farmi gli auguri per il mio compleanno, una cosa che non è mai successa in 28 anni...». Presente e passato si mescolano in questo studio dove alle pareti c’è la foto del medico santo Giuseppe Moscati: «Tanta gente al paese veniva nel mio studio solo per baciarlo». Tempi in cui la vita scorreva normale, quando Roberto era solo un ragazzo pieno di sogni. «Roberto non è mai stato ragazzo», spiega il padre. «Anche quando era piccolo era serio, acuto, pungente. A tredici anni ha letto “Il Capitale” di Marx e a quattordici si è fatto regalare per il compleanno l’Iliade e l’Odissea». Omero che diventa il legame tra l’epica eroica dei tempi antichi e l’epica vile della camorra cantata da Saviano. Un lungo silenzio che riporta al passato. «Come vorrei che ci fosse ancora il colonnello, il suo nonno materno, Carlo, che lo ha cresciuto con il mito della legalità e che adesso scoppierebbe di fierezza». Altre lacrime bagnano le guance arrossate di questo signore distinto che per il figlio ha imparato a chattare su internet, il modo più sicuro di parlarsi. Il pensiero va a quando gli negarono l’ingresso al teatro Mercadante dove davano la prima teatrale di «Gomorra»: «troppo pericoloso, mi dissero». «Non è facile vivere come Roberto, non poter venire mai da noi per ragioni di sicurezza. L’anno scorso quando è morta mia madre lui non ha potuto vederla viva l’ultima volta ma ha preteso di esserci per il funerale e al paese è successo di tutto, strade bloccate, un poliziotto con la pistola anche sull’altare». «Per questo, spiega, non nego che mi sarebbe piaciuto vederlo in Parlamento mi sarei sentito più sicuro per lui». La politica? Meglio sorvolare. «Che devo dire? Che certo oggi tutti sono solidali ma non dimentico le parole di Iervolino e Bassolino...». In Gomorra c’è «il catechismo» del padre al figlio, una sorta di iniziazione alle armi. Il dottor Saviano sorride: «gli raccontavo di quando ero in fanteria ed ero negato a sparare, il resto è poesia». Ma nel libro c’è anche un padre che presenta al figlio la bambina avuta da una ragazza romena. «Non sa le voci che sono nate in paese!», sorride. «La verità è che abbiamo perso due figlie e Roberto sa quanto mi sarebbe piaciuto avere anche una bambina». Saviano ci tiene a sfatare le leggende nate intorno al mito del figlio, perché sa che solo riportandolo «per terra può aiutarlo a ritrovare la normalità. Hanno scritto che era un campione di pallanuoto. Ma quando mai! A mala pena sa nuotare... Aveva invece un futuro da grande pianista. Che Roberto ha vissuto a Casal di Principe... Falso anche questo». E la fidanzata Serena? «Quella è vera. Era la donna giusta, l’unica insieme alla madre in grado di sopportarlo. Posso dire un’ultima cosa?». Certo. «I Saviano sono gente tosta. Roberto all’estero? Non credo, forse una vacanza ma non certo una fuga, credo che rimarrà in Italia».


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