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Manifesto – 23

Manifesto – 23.10.08

 

I rettori chiudono le porte: «Niente agenti negli atenei» - Stefano Milani

ROMA - Berlusconi vuole mandare i poliziotti nelle università, convoca d'urgenza il ministro degli Interni Maroni perché passi la linea dura ma non sa, o fa finta di non sapere, che se i padroni di casa - i rettori - si oppongono, caschi blu e camionette sono obbligate a rimanere fuori dalle aule e dalle facoltà. E sarà questa la linea che i Magnifici d'Italia intendono intraprendere. Perché tutto vogliono fuorché blindare i propri atenei e alimentare così la tensione. Certo, più di qualcuno storce la bocca a sentir parlare di occupazioni o di blocco della didattica, ma di manganelli non vogliono neanche vederne l'ombra. Un secco «no» arriva dal rettore del più grande ateneo d'Europa, la Sapienza di Roma, Renato Guarini. In una lettera recapitata ai collettivi scrive tutto il suo disappunto. «La libertà di espressione e l'autonomia dell'università devono essere rispettate» e ricorda che «è tradizione nelle università europee che l'ingresso delle forze dell'ordine venga sempre autorizzato dal rettore». Lasciando a bocca asciutta il premier: «La Sapienza non ha mai ricorso ad azioni di forza e non intende farlo ora». Dunque, porte chiuse a polizia e carabinieri a Roma, come nella stragrande degli atenei italiani. A Trieste, il rettore Francesco Peroni, non ne vede il motivo di tutto questo: «Non c'è bisogno delle forze dell'ordine. In questo momento vedo solo persone pacificamente raccolte, che vogliono discutere, riflettere ed elaborare argomenti su temi che interessano non l'Università di Trieste, non la casta universitaria, ma tutta la comunità nazionale». Sulla stessa lunghezza d'onda il prorettore dell'Università di Torino, Sergio Roda, da una parte «molto preoccupato» per i tagli previsti dal decreto Gelmini, ma dall'altra «estremamente soddisfatto» per come sta montando la protesta nel suo ateneo. «Forse per la prima volta - aggiunge - ci si ritrova tutti dalla stessa parte della barricata, studenti e mondo accademico». E le minacce di Berlusconi? «Le interpreto come una posizione difensiva, nel senso che comincia a capire che la protesta non è roba da quattro soldi». La pensa così anche il collega di Padova, Vincenzo Milanesi, che auspica il dialogo: «Ci auguriamo che il governo non assuma atteggiamenti muscolari nei confronti dell'università, ma dia segnali di disponibilità per andare tutti insieme a parlare di cose concrete che possono ricondurre le ragioni della protesta ad un ragionamento». Colto di sorpresa dai "muscoli" del presidente del consiglio è anche il rettore dell'università dell'Aquila, Ferdinando di Orio. «Sono esterrefatto dalle sue parole», dice. E aggiunge: «Che non si voglia comprendere il significato di una protesta che interessa trasversalmente tutte le componenti accademiche, dagli studenti al personale docente, può rientrare nelle logiche del gioco democratico e delle opzioni politiche. Ma è davvero incomprensibile, e per certi versi irresponsabile, volere trasformare una civilissima e legittima mobilitazione di tutta l'università italiana in un problema di ordine pubblico». E poi ci sono loro, gli studenti. «Berlusconi ci manda i poliziotti? Da uno come lui c'era da aspettarselo». La notizia non sconvolge più di tanto i ragazzi di Fisica della Sapienza intenti a chiudere i lucchetti nella facoltà appena occupata. «Una provocazione», dicono in molti a cui «non risponderemo». O meglio, «risponderemo continuando a fare quel che stiamo facendo». Occupazioni, manifestazioni, assemblee, lezioni all'aperto continueranno e «Berlusconi dovrà prendersi la responsabilità delle sue azioni». Per nulla intimoriti sono quelli dell'Udu, l'unione degli universitari che lanciano lo slogan: «E ora picchiateci tutti». A ribadire che si va avanti. Ma il sasso lanciato dal cavaliere colpisce anche gli studenti di destra, in questi giorni impegnati a contestare i contestatori. Critiche, infatti, arrivano da Azione universitaria, il movimento studentesco legato ad An. Che se da un lato addita la protesta come «manovrata» e che «serve solo a rettori, presidi e baroni di turno a mantenere i loro privilegi», dall'altro «non si può accettare che venga negato il diritto di manifestare. Chi vuole protestare deve poterlo fare». Destra e sinistra per una volta uniti, solo Berlusconi poteva riuscire in questo nuovo miracolo.

 

Dichiarazione di guerra – Marco Bascetta

Silvio Berlusconi ha perso la calma e anche la ragione. Il sorriso si trasforma in ghigno. Accade di fronte al dilagare di una nuova soggettività politica, di un tumultuoso movimento che in tutta Italia trascina centinaia di migliaia di persone. Un movimento tutt'altro che ideologico, attento, fin nel dettaglio, al merito delle questioni, determinato, giovane. Qualcosa che rompe con la schermaglia di alterne blandizie e villanie che occupa la scena politica italiana. È un fenomeno che il governo cerca penosamente di ricondurre all'estrema sinistra e ai centri sociali, del tutto incapace di comprendere quanto enormemente ecceda queste realtà. Un fenomeno contro il quale si schianta il mondo virtuale dei sondaggi e delle televisioni di regime. Questa scoperta genera il panico e il panico genera una dichiarazione di guerra in piena regola: la questione si risolverà a colpi di manganello, le forze di polizia saranno inviate a riconquistare e presidiare il territorio nemico, le università e le scuole italiane occupate. Persino nella Spagna franchista, fece scandalo l' ingresso della Guardia civil nell'università di Madrid nel 1968. E alla Spagna franchista questo paese comincia a somigliare fin troppo, più ancora di quanto Berlusconi, come lo si accusa dalle stesse file del Pd, assomigli allo Scelba del 1960. Il linguaggio del premier è di inusitata durezza: gli studenti in lotta vengono equiparati a una minoranza criminale, le cui gesta, gonfiate da una montatura mediatica, sarebbero strumentalizzate dalla sinistra. La conferenza stampa del presidente del consiglio rivela, senza più reticenze tutta la violenza insita nell' idea di governo che ispira il suo schieramento. E funziona immediatamente da moltiplicatore delle lotte. Tutto indica che le occupazioni, i cortei, le assemblee permanenti dilagheranno nei prossimi giorni in tutto il paese. Per le stesse autorità accademiche non sarà facile digerire un rapporto con il governo fondato sul diktat e sugli interventi di polizia, sull'infallibilità della «riforma» e sulla pura e semplice cancellazione delle voci di protesta che si levano dalle scuole e dalle università. Un blocco generalizzato della didattica si fa ogni giorno più probabile. E a quel punto la crociata di Berlusconi e Gelmini avrà ottenuto il risultato di mettere seriamente a repentaglio l'anno accademico e scolastico. Di fronte a una simile prospettiva anche il Pd ha dovuto rompere il silenzio e frapporsi tra gli studenti e il ministero degli interni. Ma dovrebbe essere consapevole che se il Cavaliere, come minaccia, passerà alle soluzioni repressive, non potrà tirarsi indietro. I movimenti riconducono sempre all'asprezza della realtà.

 

Prove di regime - Giuseppe Di Lello

Attenzione a non dire sciocchezze: non è un regime! Così ci ammoniscono in molti, ovviamente da sinistra e ci costringono a riflettere e a parlar sommesso per evitare strafalcioni di analisi politica. Intanto, lo smaccato tentativo di distruzione di ciò che resta della scuola pubblica da parte di questo non-regime, fa esplodere un grande movimento di protesta. È impetuoso e partendo da studenti, insegnanti e genitori, ha la potenzialità di divenire di massa, unitario, trasversale e di unificare altre lotte come quelle contro la disoccupazione, il carovita, il precariato, il razzismo verso i migranti, la distruzione dell'ambiente, l'impoverimento crescente di salariati e pensionati. È un massacro sociale e, per i vari patti europei di stabilità e di pareggio di bilancio, da anni non si può trovare mai un centesimo bucato per fermarlo: nel volgere di un weekend, però, su scala mondiale si sono trovati migliaia di miliardi da regalare a banche e banchieri in crisi finanziaria e così tutti si sono resi conto che i re, compreso il nostro, sono nudi. E allora il capo del nostro non-regime, intuendo la pericolosa espansività della protesta, che ti fa?: oggi promette di far intervenire la polizia per sgombrare scuole e atenei ma poi, non c'è dubbio, seguiranno gli sgomberi di operai che non avranno rispettato le leggi antisciopero che il Sacconi di turno sta doverosamente preparando. Non si era mai visto un attacco così pesante ai diritti fondamentali di libertà di riunione e di manifestazione del proprio pensiero, tutelati dagli articoli 17 e 21 della Costituzione, che non sono scindibili e che, non a caso, insieme coesistono nei cortei, negli scioperi, nelle assemblee e nelle occupazioni. È ora di reagire a questi continui tentativi di annullamento delle garanzie costituzionali giocati tutti su una pretesa tutela dell'ordine pubblico. Certo sono manifestazioni di dissenso ma - a ragion veduta - è proprio di un regime (o di forme che gli si avvicinano) far passare la protesta come turbativa dell'ordine pubblico perchè è proprio dalla protesta (forma democratica di libera espressione del proprio pensiero) che può iniziare lo sgretolamento di un «ordine» antidemocratico: e, allora, bisogna reprimerlo, e con la forza. Non è regime, ma somiglia moltissimo ad una fase intermedia che sta tra il regime e uno stato di diritto: uno stato di diritto autoritario, nel quale ci sono le regole ma il potere le può ignorare in nome della ragion di Stato che, poi, è la tutela degli interessi di chi governa. Le costituzioni moderne, compresa la nostra, affermano principi e approntano garanzie generali, da valere per tutti i cittadini, come ben spiega il troppo famoso articolo 3 della nostra Carta fondamentale che è, appunto, l'antitesi della ragion di Stato. Non trastulliamoci troppo con le disquisizioni sul non-regime e cerchiamo di cogliere tutta la gravità dell'attuale fase politico-istituzionale perché il dissenso e la protesta sono il sale della democrazia e minacciare di reprimerli con la forza è un attentato alla Costituzione. Reagiamo democraticamente e sfidiamo il non-regime ingrossando sempre più la marea che si riversa nelle occupazioni, nelle assemblee, nei cortei, negli scioperi.

 

Nella scuola che simula la riforma: «Un disastro» - Andrea Gangemi

ROMA - Sarà pure una simulazione, ma è capace di spiegare la riforma con la forza dell'evidenza. Basta venire qui alla «Bruno Maffi» di Primavalle, Roma, e farsi condurre dalle novelle maestre uniche - anzi, prevalenti - nel tour della nuova, vecchissima scuola «gelminialmente modificata» che hanno allestito per tre giorni. Un profano che ha fatto le elementari prima del 1990 e non ha ancora figli può avere di «modulo» e tempo pieno, fiore all'occhiello di una scuola materna invidiata nel mondo, soltanto un'idea astratta. Che diventa concretissima nello sconforto di queste maestre che hanno provato a smembrare le loro classi per riaccorparle ad hoc secondo i nuovi dettami ministeriali. «Si tratta semplicemente di rinunciare a tutto» dice la maestra Alessandra, alle prese con una quinta con trenta alunni stipati. «Con l'orario ridotto devo correre, fare lezioni a tempo record per finire alle 12,30 - racconta - e oggi è stato impossibile iniziare la terza materia». Le fa eco Angela, invitata insieme ad altri genitori ad assistere in classe all'esperimento: «I bambini sono molto più distratti, e ieri pomeriggio Alberto mi ripeteva nervoso: "rivoglio lo spazio"». Magari si abitueranno, ma non è questo il punto. «Non ci spaventa l'idea di affrontare tutte le materie - continua la docente - anzi, potendo insegnare solo quattro nozioni base, indubbiamente l'attività si semplifica». Il vero problema è l'impoverimento generale della didattica. Rossella tiene ventotto marmocchi di una terza ottenuta ancora dalla fusione di due moduli: «Per potere assecondare i loro tempi di apprendimento - spiega - devo lavorare con gruppi ristretti. Ma oggi non posso fare altro che una lezione frontale "vecchio stile". È inutile - continua - che Brunetta dica "premiamo la qualità": la qualità può venire fuori solo da tempi lunghi». Senza considerare che, conclude Rossella, «mancando la compresenza degli altri insegnanti non hai modo di recuperare chi ha più difficoltà, che sarà lasciato a se stesso». «La scuola è stata sempre un cantiere di integrazione - considera amara una collega, Daniela - mentre tutti i provvedimenti del governo compongono un mosaico che tende a distruggere il diritto allo studio». In un'altra aula i bimbi sono intenti a disegnare, così come sono disegnate le otto-nove sagome dei nuovi compagnetti «in più» che presto potrebbero raggiungerli. «Ma questi sono silenziosi, e non vanno in bagno» osserva la maestra Roberta. Nell'atrio ci sono gli altri insegnanti in esubero che mostrano tutte le attività possibili grazie alla compresenza, e che il decreto renderà solo dei bei ricordi: laboratori, gite scolastiche, campiscuola. A completare la visita ci pensa la direttrice didattica dell'istituto Maffi, Renata Puleo: «Con la ricerca-azione e il problem solving - spiega - le nozioni spesso scaturiscono dagli stessi alunni. Se torniamo al "leggere, scrivere e far di conto", invece, dovremo rinunciare a tutte le attività che presuppongono l'intervento attivo del bambino. In altre parole - conclude - alla possibilità di contribuire a costruire una persona».

 

«Noi, dalla città del G8, respingiamo la polizia» - Alessandra Fava

GENOVA - Un movimento spontaneo, fuori dalla politica ufficiale, dai partiti e dai sindacati: ecco come si raccontano i collettivi, riuniti ieri pomeriggio in via Balbi per un'assemblea plenaria. La politica però la vogliono fare eccome: alle fermate dei bus, volantinando nelle piazze, cercando di spiegare alla gente che cosa significa le legge 133 e che Gelmini non si occupa solo di grembiulini scolastici. Si parla di assemblea permanente, di occupazione di piazze cittadine, di comunicazione allargata. E così nasce il primo comunicato stampa diretto al presidente del consiglio che minaccia all'università di arrivare coi blindati: «I collettivi tutti non cederanno al ricatto del presidente del consiglio e al tentativo di criminalizzazione del movimento - ha scritto ieri l'assemblea dei collettivi - promuoveremo e diffonderemo ogni forma di dissenso non violenta, oltre a difendere lo stesso diritto a dissentire» perché «la mobilitazione contro questa legge parla della difesa della democrazia in questo paese». Le lezioni all'aperto convincono tutti. Da lunedì prossimo, dopo le facoltà di lettere e di lingue straniere in via Balbi e nel centro storico, prendono piede anche a scienze della formazione al parco dell'Acquasola e a piazza De Ferrari; a Sant'Agostino per architettura; a ingegneria, fisica, scienze politiche e giurisprudenza (per quest'ultima «un autentico miracolo, visto che non fu occupata neppure nel '68», pare abbia detto il preside ai ragazzi). A Lettere e Lingue la didattica open air ha già avuto un discreto successo l'altro ieri e continuerà nei prossimi giorni. «Sono un po' come la mossa del cavallo negli scacchi. Non attaccare mai l'obiettivo ma cercare di aggirarlo», ha detto il professor Antonio Gibelli ai suoi allievi seduti sulle scale della Biblioteca universitaria. In un'ora, seguita anche da diversi passanti, li ha convinti ad amare Vittorio Foa e il suo libro «Il cavallo e la torre», ad essere scettici sulla noce di burro nel pesto (lo suggeriva Foa ma Gibelli non condivide per niente), a riflettere sulla necessità di difendere un sapere pubblico e anche a studiare l'Italia nella prima guerra mondiale. Nelle lezioni come nelle assemblee escono fuori schegge di libertà e di democrazia: l'Assemblea costituente e l'articolo 33, Don Milani e il suo no alle classi differenziate. Ieri a scienze della formazione è stato letto un discorso pronunciato a Roma l'11 febbraio del 1950 da Piero Calamandrei che invitava a difendere con i denti la scuola pubblica e di stato e vegliare sull'ascesa delle scuole private e di partito. Nessuno, docenti e studenti, lesina critiche. Che sia un'università nepotista, che si autopromuove, ingessata, non lo nasconde nessuno. «Il mio motto è migliorare non distruggere - dice il direttore del dipartimento di scienze antropologiche a Scienze della formazione, Mauro Palumbo - Qui vogliono azzerare la trasmissione dei saperi, ridurre gli stipendi specie in ingresso e far sparire la ricerca di base». Applausi degli studenti di scienze della formazione ammassati in assemblea. «L'università va male - spiega Gabriele di Lettere - promuove parenti e amici, ci sono prof che non fanno lezione ma non è togliendo i soldi che si risolvono i problemi». «Il ceto politico e anche l'opposizione non ha più coscienza della gravità delle riforme che toccheranno il destino dei giovani», commenta un professore di letteratura contemporanea, Franco Contorbia. Nel suo laboratorio, al quale si accede scavalcando un'impalcatura, un professore di psicologia cognitiva, Alberto Greco, pensa che «i casi di nepotismo sono limitatissimi, parlerei di cooptazione. L'università va avanti per volontariato, i fondi per la ricerca sono inesistenti, decine di professori come me sarebbero pagati per fare 60 lezioni e ne fanno 120- 180 per non chiudere i corsi». Così tra le idee per salvare il malato, anziché farlo morire di salassi, in alcune facoltà gira l'idea di inventare una specie di controriforma. Intanto tra mailing list, in nome di un cavaliere con spada e libri che cavalca un gatto inferocito inventato dal collettivo di Lettere e dall'Humpty Dumpty a mo' di simbolo, all'assemblea plenaria dei collettivi ieri tanti commentavano la decisione di Berlusconi di mandare la polizia nelle università. «E' una logica terroristica - dice una ragazza di Lettere - una palese provocazione, un invito alla violenza». Qui gli scontri di Milano richiamano il G8 genovese: «La stessa storia di sette anni fa. Si occupano di te con la repressione». Oggi pomeriggio ci sarà un corteo-funerale con tutti gli studenti vestiti di nero e una bara per commemorare la morte dell'Università pubblica, da Balbi a piazza De Ferrari. Tra le proposte che circolano c'è anche un festival dei saperi che illustrerà in piazza le tesi di neodottori di tutte le facoltà genovesi (un'idea nata a scienze politiche) e un altro corteo in città per il 30 di ottobre in occasione dello sciopero nazionale della scuola indetto dai sindacati confederali a Roma.

 

Non compra più nessuno - Carlo Leone Del Bello

La recessione morde sempre di più, e si sente nei consumi degli italiani. L'Istat ha diffuso ieri la radiografia di un paese che ce la fa sempre meno a mantenere un adeguato tenore di vita. La spesa delle famiglie si dirige infatti verso ciò che è strettamente necessario, prediligendo i bassi prezzi alla «qualità». Intanto, nel corso di quella che sembra ormai essere una guerra personale fra l'asse Berlusconi-Tremonti e le banche, ieri la stoccata è arrivata da queste ultime. I banchieri hanno infatti risposto con un coro unanime: «Stiamo bene così e non ci serve nessuna ricapitalizzazione». Una secca replica al premier Berlusconi, che martedì aveva lanciato l'allarme circa la necessità di ricapitalizzazione di «due o tre banche», è venuta direttamente dalla riunione mensile dell'Abi (Associazione bancaria italiana). La risposta più diretta è stata quella di Corrado Faissola, presidente dell'associazione: «Non so cosa significhi quello che ha detto Berlusconi». Inoltre, «l'Abi non ha mai interferito sui comportamenti dei singoli soggetti» - ha aggiunto Faissola - «anche perché, chi è preposto al controllo del livello di patrimonializzazione è la Banca d'Italia. E l'Abi non ha nessuna idea di mettersi contro la banca centrale». Che la situazione non sia così grave da richiedere aumenti di capitale generalizzati lo si può evincere anche dai dati presentati dall'associazione. Nell'ultimo mese infatti è cresciuta la liquidità dell'intero settore, anche a causa dell'aumento della preferenza per la liquidità da parte degli italiani. Niente corsa agli sportelli dunque, e addirittura si sono aggiunti 24 miliardi di depositi. E sembra anche non esserci nessun problema di credit crunch (la rarefazione del credito che si è vista negli Usa). Gli impieghi del settore, ovvero sostanzialmente i prestiti concessi, sono aumentati su base annua del 6,6% in settembre. Sarebbero inoltre in calo le svalutazioni di portafoglio, anche se il dato presentato è di luglio e non risente dunque dei disastri finanziari mondiali degli ultimi tre mesi, come ad esempio il crack Lehman. Le banche sono insomma compatte nel rifiutare l'aiuto offerto da Tremonti e Berlusconi. E comunque, in caso di difficoltà, un «piano B» l'ha già delineato Profumo, amministratore delegato di Unicredit: meglio i libici che Tremonti. Mentre le banche cercano di rassicurarsi a vicenda, gli italiani continuano a stringere sempre di più la cinghia. I dati diffusi ieri dall'Istat sul commercio al dettaglio sono impietosi, e mostrano una gravissima crisi dei consumi. L'indice in valore del commercio è infatti calato dell'1,3% in agosto su base tendenziale, ovvero rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Se può sembra «poco», è lo stesso istituto di statistica a mettere in guardia: nell'indice sono infatti incorporati i prezzi, e se questi nell'ultimo anno sono cresciuti, il calo in termini reali è molto più consistente. Di oltre il 5%, facendo una semplice addizione. Positivo l'indice riguardante i soli prodotti alimentari, a +0,8%, anche perché i prezzi del cibo sono aumentati più del resto. Crollo del 2,9% invece per i beni di consumo. Che la spesa degli italiani si diriga sempre di più verso beni a basso costo, penalizzando anche l'acquisto del «superfluo», lo si vede anche dai dati Istat, oltre che dall'osservazione della realtà quotidiana. Crollano le vendite di abbigliamento (-3,6%), le calzature (-5,7%), gli elettrodomestici (-3,5%) come i libri e le riviste (-4,1%). E soprattutto, quel poco che si compra, lo si compra sempre più dove presumibilmente costa meno, ovvero negli hard discount. Le vendite in queste categorie di negozi sono aumentate del 3%, mentre specularmente sono calate del 3% le vendite nei negozi su piccole superfici. Questo in agosto. I dati di settembre e ottobre, fra impennata della rata del mutuo e inflazione in leggero calo, saranno presumibilmente peggiori.

 

Ti ricorda il '29? - Riccardo Bellofiore - Joseph Halevi

Possiamo oggi ripensare il New Deal di Roosevelt? Dipende dalle condizioni soggettive: dalla capacità di radicalizzazione della popolazione salariata, precaria, pensionata e via dicendo. Certamente, deve essere come minimo un'azione a livello europeo. La crisi «finanziaria» del 1929, che toccò il fondo come crisi «reale» nel 1932-3 (la disoccupazione balzò dal 4,5% al 25%, il resto erano lavori «precari»), nasceva da tre problemi: alta concentrazione nel settore monopolistico, dunque elevati margini di profitto e bassi salari; spostamento della ricchezza verso il casinò di Wall Street; concorrenza sfrenata tra le piccole aziende, che comportò una pletora di capitali. La crisi fu aggravata dal legame del dollaro all'oro; dalla politica monetaria restrittiva della Federal Reserve, indifferente ai crolli bancari; dalla demonizzazione della spesa pubblica da parte di Hoover. Il primo New Deal scaturiva dalla forte spinta a sinistra del partito democratico, grazie anche ai lavoratori immigrati non anglosassoni. Le misure prese immediatamente comprendevano, oltre allo sganciamento dal vincolo aureo, una più elastica provvista di liquidità da parte della Fed e il salvataggio delle banche, soggette ad una più stretta regolazione. Provvedimenti cruciali furono la Federal Deposit Insurance Corporation, cioè la protezione di conti bancari delle famiglie, che esiste tuttora, e il Glass-Stegall Act, cioè la separazione tra banche commerciali e banche di investimento, annullato da Bill Clinton (oggi le banche di investimento non scompaiono, né sono di nuovo separate dalle banche commerciali, semmai accedono ai depositi raccolti da queste ultime). Non vanno dimenticati, negli anni, gli interventi a sostegno dei mutui ipotecari sulla casa e il credito ai contadini, ma anche i sussidi alla disoccupazione, il salario minimo (superiore spesso a quanto garantito dal padronato), l'istituzione di un welfare nella sanità e la sicurezza sociale: innovazioni radicali, ma perseguite talora in modo contraddittorio e discriminatorio. A due altre istituzioni del New Deal - la Reconstruction Finance Corporation, per aiutare le banche, e la Home Owners Loans Act, per rifinanziare i mutui - si è fatto riferimento in questa fase come possibili risposte alla crisi. Il «nuovo patto» non si fermava alla politica monetaria espansiva o al sostegno al reddito. Lo illustra bene il National Industrial Reconstruction Act, la cui gestione ricadeva su un ente appositamente varato, la National Recovery Agency. L'obiettivo non era «keynesiano». Della domanda effettiva aggregata se ne occuparono pochissimo: Roosevelt era per il bilancio in pareggio, e l'Employment Act impose una massiccia decurtazione degli stipendi pubblici. L'obiettivo era semmai «pianificatorio». Anche se si affermò pragmaticamente, e fu di breve durata, si trattò di una gestione strutturale della domanda che accompagnava una ridefinizione politicamente governata dell'offerta, all'interno di un vero e proprio piano del lavoro. Giocava a favore il fresco ricordo della gestione pianificata dell'economia nel primo conflitto mondiale. L'asse del New Deal era «grande industria-sindacato». La prima si vide allentare le regole della legge antitrust. Al secondo si garantivano, col Wagner Act, la libertà organizzativa nelle aziende che era stata violentemente repressa negli anni Venti, e la contrattazione collettiva. Alla base vi era l'idea di istituire «contropoteri», dando «potere di mercato» anche ai sindacati. Si tentò anche una timida organizzazione dei consumatori. Tutto ciò comportò uno scontro con la terza componente del «patto», la piccola industria. Finì in un compromesso che non soddisfece nessuno, e che dovette tener conto del populismo regionale americano, che è da sempre contro il big business, le big unions e la centralizzazione a Washington, il big government. Per qualche anno gli interventi sulle infrastrutture pubbliche e l'occupazione diretta dei disoccupati da parte dello stato andarono avanti. Ai Civilian Conservation Corps, per la «protezione» della terra, e alla Public Works Administration, per i lavori pubblici, si aggiunse la ben più sostanziale Civil Works Administration, che li mise davvero in opera. Sono rimasti famosi la Tennessee Valley Authority, che col tempo sollevò alcune regioni da un profondo sottosviluppo, ed il piano di elettrificazione rurale. Dopo il 1935 il dilagare dei sit down e delle occupazioni di fabbriche per prevenire chiusure e serrate spinse alla promulgazione del Work Progress Administration Act, osteggiato dalla Corte Suprema, che diede lavoro a circa tre milioni di operai non qualificati. Tuttavia, al procedere della ripresa, la politica federale puntò al rapido raggiungimento del pareggio nel bilancio. Nel 1936 l'economia riguadagnò il livello pre-crisi. Tre anni dopo, malgrado la ripresa, gli aumenti della produttività e le ristrutturazioni comportarono il mantenimento della disoccupazione al 14%. La ricaduta del 1937 riportò la disoccupazione al 19%. Il «keynesismo reale» venne con la Seconda Guerra Mondiale: la produzione bellica ed un disavanzo di bilancio annuo di oltre il 25% del Pil portarono al «pieno impiego», facendo perfino aumentare i consumi privati rispetto agli anni Trenta. Dopo la guerra, nella c.d. «età dell'oro», la fase capitalistica 1945-1975, l'acquisizione teorica della possibile positività dei disavanzi nel bilancio pubblico fu pagata cara. Il sostegno alla domanda non fu «mirato», ma generico. Il perno fu negli Stati Uniti la spesa militare, che trainava anche le economie europee e asiatiche. Nei fatti, peraltro, i bilanci pubblici restarono in pareggio: quando, dalla metà degli anni Sessanta, i disavanzi crebbero e si ebbe un qualche recupero salariale, il sistema saltò, per le sue contraddizioni interne ed internazionali. Iniziò l'era del primato della finanza e dell'attacco permanente al lavoro, nella distribuzione ma prima ancora nella produzione.

 

La crisi non è nera. La borsa crolla, l’Africa respira. Almeno per ora

Stefano Liberti

Lontano dai grandi flussi finanziari, protetto di fatto dal suo isolamento e da un sistema bancario piuttosto elementare, il continente africano sembra per il momento al riparo dalle onde d'urto della crisi finanziaria che scuote le borse mondiali. Se le principali piazze d'affari del continente (Lagos, Nairobi, Casablanca, Tunisi, Il Cairo) hanno registrato perdite anche consistenti nelle ultime settimane, non si è trattato di nulla di paragonabile a quanto accaduto a Wall Street, alla City di Londra, o al Kabutocho di Tokyo. Nessuna grande società fallita, nessuna necessità di grandi piani di salvataggio, nessun panico generalizzato a sud del Mediterraneo. Solo il Sudafrica, peraltro avvitato in una delle più gravi crisi politiche dalla fine dell'apartheid, sembra essere stato veramente toccato dalla tormenta: il 29 settembre, l'indice All-Share della borsa di Johannesburg ha ceduto il 5,76%, realizzando la più forte perdita in un solo giorno dell'ultimo decennio. L'amministratore delegato del gigante delle assicurazioni Old Mutual si è dovuto dimettere in fretta e furia dopo aver annunciato che il suo gruppo aveva perso 135 milioni di dollari nella nazionalizzazione di Freddie Mac e Fannie Mae, i due pilastri del credito ipotecario negli Stati uniti. Ma al di là del Sudafrica, che fa caso a sé - e in misura minore degli stati del Nordafrica - non si è registrato nessun effetto di rilievo: per il momento il continente più fragile, che ha subito i contraccolpi devastanti prima di una crisi energetica, poi di una crisi alimentare, sembra resistere. E questo per una precisa ragione: i prodotti derivati spazzatura, legati ai mutui subprime statunitensi, non hanno raggiunto i mercati finanziari africani, più giovani e meno strutturati. «Non c'è alcun rischio sistemico nel settore bancario dei paesi africani», ha dichiarato al settimanale The Economist Benedicte Christensen, vice-direttore del dipartimento Africa del Fondo monetario internazionale (Fmi). Salvata dalla semplicità del suo settore finanziario, l'Africa può forse tirare un sospiro di sollievo? In realtà, gli effetti ci saranno, anche se non saranno immediati e direttamente legati ai prodotti finanziari tossici che dagli Stati uniti si sono diffusi in tutto il Nord del mondo. «Temiamo che una recessione in Occidente generi un taglio degli aiuti dei paesi donatori», ha sottolineato qualche giorno fa Jakaya Kikwete, capo di stato della Tanzania e presidente di turno dell'Unione africana. Una preoccupazione che è stata ripresa da diversi capi di stato africani, in particolare di quei paesi poveri di materie prime e quindi più vulnerabili. «La crisi riguarda soprattutto i paesi sviluppati, quei paesi che hanno organizzato un mercato finanziario che oggi non controllano più. Ma questi paesi sviluppati sono partner privilegiati del sud, quindi noi oggi ci interroghiamo sui possibili impatti di questa crisi sulle nostre economie», ha sottolineato tra gli altri il presidente del Burkina Faso Blaise Compaoré al recente vertice dell'Organizzazione per la francofonia in Canada. Diminuzione degli investimenti esteri diretti, degli aiuti allo sviluppo, delle commesse di prodotti manufatturieri o agricoli; questo preoccupa Compaoré, come buona parte dei suoi colleghi dell'Africa occidentale, una zona la cui economia è molto legata all'Europa e al Nord America. Per quanto periferica nel commercio mondiale, l'Africa non potrà in effetti essere completamente risparmiata dallo tsunami che ha colpito le Borse del Nord. La diminuzione del credito, il calo del flusso turistico, il probabile crollo della domanda estera e quindi delle esportazioni, l'abbassamento del livello delle rimesse degli emigrati, la flessione del prezzo delle materie prime sono altrettanti fattori che peseranno nel medio periodo sullo sviluppo dei vari paesi africani. Se il calo del valore delle materie prime (in primis il barile di petrolio) penalizza i grandi stati produttori del continente (dall'Angola alla Nigeria, dal Congo Brazzaville all'Algeria e al Sudan), ma favorisce gli stati non produttori, che vedono ridimensionarsi la propria bolletta energetica, gli altri fattori genereranno invece perdite per tutti. Prendiamo il crollo della domanda esterna e delle esportazioni, le cui prime avvisaglie si registrano in alcuni porti africani. Se si considera che il commercio intra-regionale, anche nelle grandi aree economiche come la Ecowas-Cedeao nell'Africa occidentale, o la Comesa (che riunisce diversi stati dell'Africa australe e orientale) è molto basso, si capisce che questa diminuzione della domanda può avere effetti devastanti. La gran parte dei paesi produttori, sia di materie prime che di prodotti agricoli o industriali, esportano al di fuori del continente, verso l'Europa, il Nord America, o l'Asia: per fare un esempio, il commercio intra-regionale della Cedeao è appena il 13% del totale. Stesso discorso per le altre aree: la carenza di infrastrutture, la diffidenza reciproca, le barriere informali spingono gli stati del continente a guardare lontano. E da questo punto di vista, una grande incognita pesa sul futuro di diverse economie africane: per il momento le grandi potenze asiatiche emergenti - India e Cina - sembrano resistere all'urto globale e mantengono tassi di crescita considerevoli. Ma se anche loro finiranno nel ciclone della crisi, la riduzione della domanda, in particolare di materie prime, rappresenterà un colpo violentissimo per vari paesi africani, che hanno costruito negli ultimi anni partnership solide e molto vantaggiose, soprattutto con Pechino. Un'ulteriore inquietudine è costituita dal trasferimento di fondi da parte degli emigrati. La recessione nei paesi d'accoglienza e il conseguente rallentamento dei settori che tradizionalmente impiegano manodopera straniera (come l'edilizia) produrrà un rallentamento di questi flussi. Si tratta di cifre tutt'altro che trascurabili: nel 2007, secondo il settimanale Jeune Afrique, l'insieme di questa manna si attestava sui 50 miliardi di dollari, una cifra pari al doppio dell'aiuto pubblico allo sviluppo. La maggior parte di questo trasferimento di fondi è approdata in Egitto, Marocco, Nigeria, Algeria e Tunisia, anche se a risentire di più di questa flessione saranno stati più poveri come il Mali e il Senegal dove i soldi della diaspora, minori in termini assoluti, sono un fondamentale motore di sviluppo economico. Se l'Africa nel suo insieme ha conosciuto negli ultimi anni tassi di crescita del Pil vertiginosi (6,3% nel 2008) e se questi tassi rimarranno relativamente alti nel breve periodo (tra il 4 e il 5% nel 2009, secondo le previsioni dello stesso Fmi), è pur vero che questi numeri sono per lo più trainati dagli alti prezzi delle materie prime (in particolare del greggio), destinati a scendere ulteriormente, nel momento in cui il mondo ricco entra in recessione. In questo quadro problematico, si possono tuttavia intravedere alcune opportunità per l'Africa. Innanzitutto, il continente può rappresentare una calamita per capitali occidentali a caccia di un rifugio sicuro dalla crisi finanziaria: in vari settori, relativamente poco sviluppati (telecomunicazioni, infrastrutture, trasporti, servizi), un investimento in alcuni paesi africani rappresenta un rischio minimo e una fonte di profitto quasi sicura. In seconda battuta, la contrazione della domanda estera porterà necessariamente i leader africani a ripensare il proprio modello economico e di sviluppo. Seguita all'impennata dei prezzi degli alimenti, che ha messo in ginocchio diversi paesi nei mesi scorsi, l'attuale crisi finanziaria non può non rappresentare un pungolo per rafforzare i mercati regionali, orientare la produzione verso il consumo locale, superare insomma la tradizionale diffidenza tra vicini. «È urgente che i paesi africani rivedano le proprie politiche agricole - ha detto l'altroieri a una riunione ad Addis Abeba il presidente della Commissione dell'Unione africana Jean Ping - per essere in grado di far fronte ai bisogni della popolazione e per entrare davvero in competizione sui mercati internazionali». Se questo auspicio sarà raccolto, non solo l'Africa sarà riuscita a uscire quasi indenne dall'uragano che ha colpito la finanza mondiale, ma avrà portato a compimento un'altra grandissima impresa: trasformare la crisi in opportunità.

 

Anche l'Ue a caccia di pirati con la Nato - Manlio Dinucci

L'Unione europea invierà a dicembre una forza navale lungo le coste somale per una «operazione contro la pirateria»: lo ha annunciato Javier Solana, alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune. Sarà composta da navi da guerra di nove paesi (Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Svezia, Olanda, Cipro e Lituania). La comanderà, dal quartier generale di Northwood (Gb), il vice-ammiraglio Philip Jones. Scopo ufficiale dell'operazione è difendere dagli attacchi dei pirati le navi del World Food Programme, che portano aiuti umanitari nel Corno d'Africa. Per lo stesso nobile scopo è appena entrato nell'Oceano Indiano un gruppo navale della Nato, lo Standing Nato Maritime Group 2 (Snmg2). Ne fanno parte sette navi da guerra di Italia, Stati uniti, Germania, Gran Bretagna, Grecia e Turchia. Lo comanda un contrammiraglio italiano, Giovanni Gumiero, a bordo del cacciatorpediniere Durand de la Penne, nave ammiraglia del gruppo. Lo Snmg2, il cui comando è assunto a rotazione dai paesi membri, dipende dall'Allied Joint Force Command Naples, permanentemente agli ordini di un ammiraglio statunitense (oggi Mark P. Fitzgerald), lo stesso che comanda le Forze navali Usa in Europa. Ma - ha dichiarato ieri lo stesso ammiraglio Fitzgerald - «c'è poco che possiamo fare per fermare i pirati, in quanto le regole d'ingaggio devono ancora essere stabilite». La Nato ha comunque annunciato che, in questo «sforzo umanitario», «continuerà a coordinare la sua assistenza con l'operazione Enduring Freedom a guida statunitense». Emerge quindi il reale scopo dell'operazione. In Somalia, la politica statunitense sta subendo un nuovo scacco: le truppe etiopiche, qui inviate nel 2006 dopo il fallimento del tentativo della Cia di rovesciare le corti islamiche sostenendo una coalizione «anti-terrorismo» dei signori della guerra, sono sotto attacco e si stanno ritirando. Washington prepara quindi altre operazioni militari per estendere il proprio controllo alla Somalia, paese importante e strategico per la sua posizione geografica sulle coste dell'Oceano Indiano. Per controllare quest'area è stazionata a Gibuti, all'imboccatura del Mar Rosso, una task force statunitense. L'intervento militare si intensifica ora con la nascita del Comando Africa degli Stati uniti, nella cui «area di responsabilità» è stato inviato il gruppo navale Nato. Questo crescente intervento militare provocherà in Somalia altre disastrose conseguenze sociali, alimentando lo stesso fenomeno della pirateria. Esso è nato in seguito al saccheggio delle zone di pesca somale da parte di flotte straniere e allo scarico di sostanze tossiche, che hanno rovinato i piccoli pescatori, diversi dei quali sono poi ricorsi alla pirateria. Che la caccia ai pirati sia un paravento, lo dimostra l'altro compito ufficiale affidato allo Snmg2: visitare alcuni paesi del Golfo persico (Kuwait, Bahrain, Qatar ed Emirati arabi uniti), partner della Nato nel quadro dell'Iniziativa di cooperazione di Istanbul. Le navi da guerra della Nato andranno così ad aggiungersi alle portaerei e molte altre unità (tra cui il gruppo di spedizione d'attacco Iwo Jima, passato dalla Sesta alla Quinta flotta), che gli Stati uniti hanno dislocato nel Golfo persico e nell'Oceano Indiano, per controllare le rotte petrolifere, assediare l'Iran e bombardare l'Afghanistan con l'aviazione navale. Ufficialmente sempre per proteggere i mercantili dagli attacchi dei pirati, sono arrivate nell'Oceano Indiano navi da guerra britanniche, russe e indiane. Non poteva mancare la marina militare italiana, che ha l'onore di comandare il gruppo navale della Nato, con tanto di tricolore sulla nave ammiraglia. Come sempre, però, agli ordini di un ammiraglio statunitense.

 

Liberazione – 23.10.08

 

Scuola, Università e Ricerca: mille ragioni di una lotta

Fabio de Nardis*, Federico Giusti**

La proteste nelle scuole e nelle università contro i progetti della Gelmini si diffondono a macchia d'olio su tutto il territorio nazionale. Ovunque cortei spontanei invadono le città, le scuole sono occupate con la complicità di docenti e genitori. Le Università sono praticamente tutte in agitazione attraverso la costituzione di coordinamenti di studenti, ricercatori e docenti. Il Governo Berlusconi ha se non altro avuto il merito di aver prodotto una unità intergenerazionale che già si configura nella sua soggettività politica di trasformazione per una società democratica della conoscenza. Il 23 sarà giornata di mobilitazione in molte città italiane. A Pisa, tra le principali realtà in agitazione, dove il movimento organizza quotidianamente iniziative che raccolgono larghi consensi nell'opinione pubblica, è prevista una grande manifestazione che unirà gli occupanti di scuole e università, contro questo assurdo progetto di riforma. Se venisse approvato, ne pagheranno le spese i giovani e giovanissimi di oggi e di domani, le loro famiglie, la gran parte della collettività, salvo i settori sociali da sempre privilegiati. Questa riforma è di natura classista perché diminuendo le ore di istruzione nelle scuole dell'obbligo colpisce le famiglie con meno reddito (i momenti di socialità sono a pagamento e inesistenti le ore di recupero scolastico concepite come approfondimento delle materie e ampliamento degli orizzonti culturali). Per l'università la controriforma prevede tagli per 1.500 milioni di euro, trasformazione delle università in fondazioni private, tasse d'iscrizione alle stelle. L'università, che già oggi costa troppo, finirà sempre più col diventare accessibile alla sola "élite", mentre gli altri si consoleranno con la Costituzione che continuerà a raccontargli la fiaba del diritto allo studio. La ricerca sarà gestita con criteri e per obiettivi funzionali agli interessi privati dei nuovi padroni degli atenei. Immaginate cosa pretenderanno dai ricercatori, e prima ancora dagli studenti, le società farmaceutiche, una volta che avranno messo le mani sulle università! Gli organici saranno ridotti secondo lo schema 1 assunzione ogni 5 pensionamenti. Con buona pace per la qualità dell'attività didattica (in termini di contenuti e di metodologie) e per l'adeguamento dei percorsi formativi alle esigenze sociali. Nessuna stabilizzazione dopo anni di precariato per migliaia di ricercatori, tecnici e amministrativi. Una specie di avviso di licenziamento a futura memoria. Anche gli altri comparti dell'istruzione subiranno le conseguenze di questo "nuovo" assetto dell'università, che non può non essere lo spettro incombente sugli studi dopo la scuola superiore. Per non parlare del degrado culturale e civile che si abbatterà sulla vita collettiva, in particolare nelle città universitarie. La furia controriformatrice della ministra Gelmini e del suo staff di "esperti" sta imperversando ovunque nell'istruzione. Sono suoi bersagli anche la scuola elementare e quella media (inferiore e superiore). Nelle elementari, col ritorno al "maestro unico" del secolo scorso, si riduce l'organico docente di decine di migliaia di maestre e maestri; si dequalifica pesantemente una scuola ritenuta validissima a livello internazionale; si rubano 4 ore al "tempo/scuola" settimanale; si abolisce il "tempo pieno", che si sostituisce, a richiesta delle famiglie, con una specie di "badanza", affidata non si sa a chi. Nella scuola media, si accorpano istituti e altri si chiudono; si tagliano fondi per 8 miliardi di euro, mentre se ne regalano milioni alle scuole private; si riduce il personale di circa 85mila insegnanti e 45mila lavoratori ausiliari, tecnici e amministrativi; si pensa di ridurre l'orario di lezione e di abolire il 5° anno in certi istituti; si stivano 30 e passa alunni per classe, da "gestire" con bocciature col "5" in condotta o in una materia o gruppo di materie. Classi concepite come luoghi di ordine autoritario, conforme al pensiero dominante. E tanti saluti a chi si dibatte in difficoltà scolastiche o di relazione, porta con sé un handicap o viene da un altro angolo del mondo e avrebbe bisogno di essere riconosciuto nella sua dignità esistenziale. Da settimane si cerca di resistere a quest'attacco. Lo si fa approfondendo le questioni, facendo assemblee, manifestazioni, partecipando in massa al corteo delle centinaia di migliaia di manifestanti del 17 ottobre a Roma, convocato con lo sciopero generale dai sindacati di base. I luoghi di lavoro sono decisivi per accumulare la forza sociale adeguata a spuntarla, la battaglia in difesa della scuola pubblica è una battaglia di civiltà tra l'altro determinante anche per le sorti della sinistra in questo paese. Non apprezziamo in questo senso chi nel nome di un pragmatismo antideologico predica oggi la possibilità di emendare una proposta di legge che va solo ritirata. E ci spiace che anche il Presidente Napolitano si sia esposto in questo senso. La legge Gelmini non è emendabile salvo condividerne l'impianto generale, che propone subalternità ai dettami di un modo di produzione e distribuzione delle risorse evidentemente in crisi. Noi chiediamo un'altra scuola, un'altra università, un altro sistema pubblico della ricerca dentro una società liberata dalle secche del capitalismo.

*resp. Nazionale Università e Ricerca PRC, **Confederazione Cobas Pisa

 

“Noi non abbiamo paura” - Piero Sansonetti

Gli studenti hanno risposto a Berlusconi occupando molte facoltà universitarie e molte scuole. «Non abbiamo paura» hanno detto. C'è una splendida canzone di Paolo Pietrangeli, del '68, che contiene un verso famosissimo (che Paolo strillava con la sua voce bella e roca, accompagnandosi con la chitarra, ed entusiasmava i ragazzi di allora): «...Non siam scappati più, non siam scappati più!». Quella canzone parlava di Valle Giulia, l'epica giornata di marzo (primo marzo) che diede il via al '68. Lo Stato cercò di sopprimere il '68 con la violenza delle camionette, e gli studenti resistettero. Vinsero. C'è un abisso tra il '68 e oggi. Il movimento di allora e la grande mobilitazione degli studenti e dei professori di oggi hanno in comune quasi niente, visto che avvengono in due epoche storiche abissalmente lontane. Però le classi dirigenti italiane stanno vivendo queste lotte, queste rivolte, con lo stesso spirito di allora. Hanno paura. Non capiscono bene. Non conoscono i linguaggi degli studenti, i meccanismi delle loro mobilitazioni, le possibilità di negoziato. Fu così anche 40 anni fa. E questa incapacità delle classi dirigenti di affrontare la «novità politica», l'imprevisto, provocò il corto circuito, l'incendio. Berlusconi minaccia di usare la polizia, istigato dal giornale di Vittorio Feltri, «Libero», che ieri titolava a tutta pagina: «Chiamate la polizia». Dava la linea al premier. E' chiaro che chi sta perdendo la testa, chi ha paura, non sono gli studenti, è il potere, è il governo. Ha fatto bene Veltroni a rispondere con la nettezza con la quale ha risposto ("Liberazione" che parla bene di Veltroni è una rarità assoluta!), ha fatto bene Ferrero a evocare l'immagine drammaticissima di Bava Beccaris (il feroce generale sabaudo e "umbertino"che nel 1900 attaccò la piazza di Milano, in rivolta, e la disseminò di morti). Berlusconi cosa vuole dire quando ci avverte che il problema degli studenti lo risolerà con la polizia? Che difenderà la riforma Gelmini "in armi"? Ieri a Roma si sono svolti i funerali di Vittorio Foa, uno dei più grandi protagonisti del movimento operaio dell'ultimo secolo (aveva 98 anni). Ricordando la sua figura, Pietro Marcernaro ( sindacalista e uomo politico torinese, allievo di Foa) ha raccontato un aneddoto fantastico della vita di Foa. Successe che non so bene chi stava preparando un libro di testimonianze, intitolato "perseguitati dal fascismo", e chiese a Foa un ricordo personale (avendo Vittorio passato in un carcere fascista gli 8 anni più belli della sua gioventù, dai 25 ai 33 anni). Vittorio Foa rispose stupìto alla richiesta. Disse: «Ci deve essere un equivoco, io non sono stato perseguitato dal fascismo, io ho perseguitato il fascismo. E lo ho perseguitato così tenacemente che alla fine loro, impauriti, sono stati costretti a mettermi in prigione...». La mobilitazione degli studenti sta davvero mettendo in crisi la politica e la sua agenda. L'opposizione alla riforma Gelmini, innanzitutto, è formidabile. Difficilissima da aggirare. E per il governo Berlusconi il rischio di perdere la riforma Gelmini ( o addirittura di vedere il ministro costretto alle dimissioni) è un vero incubo. Perché il rischio è che si rovescino tutti i fattori positivi che hanno segnato questi primi sei mesi della legislatura. Che si inverta il flusso dell'opinione pubblica e si blocchi l'idea che siamo entrati in una fase nella quale chi governa può fare quello che vuole, senza ostacoli e senza dover rendere conto. Chi è il più preoccupato di tutti, per questa nuova situazione? Prima ancora del premier è preoccupato il "gotha" della borghesia italiana, diciamo Confindustria. La quale sa benissimo che se si apre il ciclo delle lotte e dei conflitti, e se il governo perde la "bacchetta magica", chi ci va di mezzo è il disegno di restaurazione che Confindustria contava di portare a termine col favore del berlusconismo. Riduzione dei salari, ma soprattutto riduzione dei diritti e colpo mortale ai sindacati che permetta, per un lungo periodo, la prospettiva del potere assoluto degli imprenditori. Passaggio fondamentale l'accordo con Cisl e Uil sui contratti, al quale con fatica si sta opponendo la Cgil. Il movimento degli studenti può dare una spinta, spostare il clima, condizionare lo stesso movimento sindacale, spingerlo a sinistra, dargli forza. E far saltare i sogni di Confidustria. E se succede questo tutta la partita politica italiana riparte da zero, si torna a prima del grande successo elettorale berlusconiano di aprile. Berlusconi lo sa che questo è il rischio. Più o meno successe così anche nel 2001, quando prima il movimento no global poi la grande mobilitazione della Cgil tagliarono le gambe al suo disegno, lo sconfissero alla radice. Per questo reagisce pensando alla polizia. Immaginandosi di poter abbattere il movimento in pochi giorni. Come andrà a finire? Dipenderà tutto da quel misterioso "teorema di Foa". E cioè dalla domanda: E' Berlusconi che sta perseguitando gli studenti o gli studenti che perseguitano lui?

 

Riforma dei contratti, Angeletti contro Cgil: «Fa obiezioni idiote»

Roberto Farneti

«Questo nuovo sistema contrattuale potrà migliorare di molto le condizioni economiche dei lavoratori. Ecco perchè non possiamo fermarci e perchè proseguiremo verso l'accordo». Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, spiega così ai 107 direttivi della propria organizzazione, in collegamento "on line", la decisione di firmare l'avviso comune con Cisl e Confindustria, stracciando la piattaforma comune sottoscritta con la Cgil. Il più grande sindacato italiano non è d'accordo? "Chissenefrega", sembra dire Angeletti, incurante delle conseguenze negative per i lavoratori che potrebbero derivare da un accordo separato, mentre il governo si sfrega le mani: «Meglio un accordo senza la Cgil che niente», ha ripetuto anche ieri il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. E' significativo che, per sostenere la propria posizione, il leader della Uil ricorra alle caricature: «La Cgil - argomenta Angeletti - ha posto questa obiezione: non vogliamo regole. Mentre è noto che i più deboli, cioè noi, hanno bisogno di regole. Dunque sono obiezioni idiote». La successiva precisazione diffusa dalla Uil, secondo cui in realtà Angeletti avrebbe parlato di obiezioni «futili», non cambia la sostanza di un modo di fare polemica che comunque denota una grave mancanza di rispetto nei confronti del sindacato guidato da Guglielmo Epifani, accusato di "estremismo" e di essere incapace di prendere decisioni perchè diviso al proprio interno. Angeletti fa l'esempio del contratto del commercio, non firmato dalla Cgil: «Hanno fatto un appunto sul problema dell'apprendistato. Così non si fa un accordo - osserva - neanche per darsi il buongiorno al mattino». Franco Martini, segretario generale della Filcams Cgil, scuote la testa: «Noi - premette - ce l'abbiamo con Confcommercio, non con Cisl e Uil. Preciso, tuttavia, che il punto dirimente non è solo quello dell'apprendistato, che comunque comporterà una riduzione dei diritti per nuovi assunti, ma anche il lavoro domenicale». In barba all'obiettivo dichiarato della riforma del modello contrattuale, infatti, l'accordo separato sul contratto del commercio «indebolisce il ruolo della contrattazione di secondo livello, in quanto - spiega Martini - c'è una norma che consente alle aziende, superato un periodo di quattro mesi nel quale va trovata un'intesa, di rendere obbligatorio il lavoro la domenica». Obiezioni concrete, insomma. Come quelle utilizzate dalla Cgil per spiegare che il modello contrattuale proposto nell'avviso comune porterà, in realtà, a una riduzione dei salari. Prendiamo ad esempio i metalmeccanici. Attualmente ogni punto di inflazione vale 18 euro, secondo l'intesa da domani dovrebbe valerne - chissà perché - 15,2. Oltre a questo, l'avviso comune prevede che il calcolo dell'inflazione debba essere depurato dal fattore energia. Se applicato negli ultimi quattro anni, la Cgil ha calcolato che questo modello avrebbe significato complessivamente per gli operai 900 euro secchi in meno. Comprensibile, pertanto, l'imbarazzo dei metalmeccanici della Cisl, il cui Consiglio generale ha approvato ieri un documento con il quale si chiedono «decisive modifiche al testo». La Fim dice di condividere «le linee guida dell'avviso comune tratteggiato tra Confindustria, Cisl e Uil» ma subito dopo punta il dito sugli aspetti che non vanno, ponendo obiezioni identiche a quelle mosse dalla Cgil. Il no sostanziale di Confindustria alla contrattazione territoriale, attraverso il riferimento alla "prassi comune", è infatti per le tute blu della Cisl, «un macigno che rischia di annullare, almeno nella nostra categoria, le aperture sulla contrattazione territoriale». Non solo. Il calcolo del valore punto contenuto nel documento «così come è scritto non è accettabile», grida la Fim, che rimprovera a Cisl e Uil di avere ceduto di fronte a una «evidente forzatura della Federmeccanica». I metalmeccanici della Cisl denunciano quindi «un deficit di coinvolgimento» che ha segnato la costruzione della prima parte del negoziato con Confindustria e chiedono anche che sia chiarito il capitolo relativo al recupero dei differenziali di inflazione e l'introduzione "ex novo" della clausola per cui la decorrenza degli aumenti dei rinnovi parta dal primo giorno successivo alla scadenza del contratto.

 

Elezioni europee. La destra blinda 5% e liste - Romina Velchi

La riforma della legge elettorale europea procede spedita nel suo iter parlamentare e, così pare, senza trovare ostacoli sul suo cammino. In commissione affari costituzionali, alla Camera, si è concluso l'esame degli emendamenti e per stamattina è previsto il voto per dare mandato al relatore (che è Giuseppe Calderisi, Pdl) di riferire in Aula, dove il provvedimento dovrebbe arrivare già lunedì prossimo. Lo stato dell'arte è poco rassicurante. Durante l'esame in commissione affari costituzionali tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni (380, di cui 306 solo dell'Udc) sono stati respinti, tanto che lunedì scorso i deputati dell'opposizione hanno abbandonato i lavori. Ne consegue che il testo è rimasto pressoché quello iniziale: soglia di sbarramento al 5% (il Pd proponeva, bontà sua, il 4) e liste bloccate senza preferenze. L'unica modifica riguarda le circoscrizioni: il testo Calderisi proponeva di portarle dalle attuali 5 a 15: saranno invece 10. Inoltre, si prevede la raccolta delle firme per i partiti o i gruppi politici che non hanno 10 parlamentari nazionali oppure 3 eurodeputati (il caso di Radicali, Socialisti, Verdi o Pdci) e la presenza del 50% di donne nelle liste. Stando così le cose è probabile che in Aula ci sarà battaglia. Da più parti è stato chiesto al presidente della Camera Fini di concedere il voto segreto. In fondo, un precedente c'è già e risale al 2005, quando proprio a Montecitorio l'allora presidente Pierferdinando Casini lo concesse (sempre in materia di legge elettorale) su un emendamento del governo sulle quote rosa; la maggioranza andò sotto. In ogni caso, «trattandosi di un tema trasversale - sostiene Mario Tassone (deputato Udc) - che riguarda la qualità della democrazia, la partecipazione dei cittadini e il superamento di un sistema bipolare che ha messo in crisi la politica, dovrebbe essere sottratto ai giochi della maggioranza e della minoranza». Si vedrà. Ci spera Antonello Soro, presidente dei deputati del Pd, che in Aula prevede «sorprese». Chi non si aspetta sorprese, invece, è Paolo Ferrero, segretario del Prc, il quale, però, invita a non arrendersi e ad aumentare la mobilitazione nel paese, unico modo per tentare di contrastare questa «idea oligarchica della politica». Nel mirino, infatti, non c'è solo la sinistra. C'è anche l'Udc: togliere le preferenze serve soprattutto a indebolire quei potentati ex democristiani che drenano voti verso il partito di Casini. Evidente il combinato disposto negativo di questa manovra con lo sbarramento al 5% per un partito che raggiunge a mala pena il 6. Anche per questo è all'Udc che il neonato "Comitato per la democrazia", che si è costituito ieri per tutelare «la reale libertà di scelta dei cittadini», guarda come un alleato. Del Comitato fanno parte Verdi, Ps, Rifondazione comunista, Sd, Partito socialdemocratico, Partito liberale e il gruppo 101. Il comitato chiederà un incontro con il presidente della Repubblica e con quelli di Camera e Senato «per esporre il problema politico della mancanza di rappresentatività di alcuni partiti che, a causa della riforma elettorale allo studio, potrebbe estendersi all'Europa». Inoltre, organizzerà un incontro con un gruppo di giuristi e, appunto, con i centristi per stabilire un percorso che impedisca «ad una riforma elettorale, che sembra nascere ad hoc e senza una giustificazione valida, di penalizzare anche nel parlamento europeo i partiti che aderiscono al Comitato e l'Udc».

 

Americani già al voto per evitare guai. La paura: «E se votassero tutti?». I trucchi per eliminare i neri dalle liste - Martino Mazzonis

New York - Quanti americani andranno a votare? A giudicare dalle code ai seggi della Florida, parecchi. Già, in questi giorni si può già votare e i segnali sono incoraggianti per la democrazia. Negli States è possibile votare a distanza e in anticipo per chi non si trova nel luogo di residenza o per altri motivi. Le regole cambiano in ogni Stato. Quest'anno i democratici hanno incoraggiato l'idea di portare molta gente ai seggi nelle settimane precedenti il 4 novembre. Con i disastri elettorali del 2000 e del 2004, che furono determinati anche dal malfunzionamento del sistema, prevenire è meglio che curare. Andando prima a votare, il cittadino può scoprire se è stato cancellato dalle liste, se il suo nome è uguale a quello di un carcerato che ha perso i diritti di voto, se il modulo riporta un cognome trascritto male. Le possibilità che ci siano errori sono molte. Per un Paese che va in giro per il mondo a monitorare le elezioni e a esportare democrazia è un bel paradosso. Trucchi o meno, gli americani che hanno già votato sono molto più numerosi che in passato. In diversi Stati cruciali per la vittoria, hanno già superato il 10 per cento del totale. Gli afroamericani hanno votato come non mai in Virginia e North Carolina. Meglio per loro, perché le notizie di questi giorni sui rischi per l'election day si moltiplicano. Un rapporto pubblicato dal Pew research center parla del giorno delle elezioni come di una possibile "tempesta perfetta" ed elenca tutti i guai che potrebbero capitare. Il titolo è esplicativo: «E se il giorno in cui convochiamo le elezioni si presentassero tutti?». A dire il vero i malfunzionamenti ci sono già, a prescindere da una temuta superaffluenza: in Michigan i repubblicani hanno provato ad impedire il voto a coloro che hanno perso la casa con la crisi dei subprime - non sarebbero più residenti nello Stato. Inutile dire che per la maggior parte sono afroamericani. Un tribunale ha fermato questo scempio. In Ohio la battaglia legale sarà durissima: il numero di nuovi registrati al voto è molto alto e i repubblicani contestano l'amministrazione democratica in carica, sostenendo che ha fatto registrare anche chi non poteva. McCain e Palin parlano spesso di furto del voto. Mettono le mani avanti e preparano qualche scherzo del giorno dopo (solo nel caso la vittoria dell'avversario dovesse essere risicata). Il rapporto del Pew spiega che problemi ci potrebbero essere in diversi Stati: Georgia, Florida, Ohio, Missouri, Pennsylvania, Wisconsin, New Mexico, Nevada, Colorado, Virginia e nel distretto di Washington DC. Cinque o sei tra questi sono stati chiave per aggiudicarsi la vittoria. I problemi nascono dalla differenziazione del sistema: ci sono Stati (o contee) che usano la scheda cartacea, altri che usano le macchine elettorali elettroniche, altri macchine elettroniche con supporto cartaceo. Negli ultimi anni le macchine sono state cambiate diverse volte: dopo il disastro della Florida nel 2000 (c'è un bel film televisivo con Kevin Spacey sulla faccenda, si chiama Recount ), tutti sono corsi ai ripari. A volte peggiorando o complicando la situazione. Un altro guaio? Alcuni Stati hanno introdotto l'obbligo di presentare un documento di identità con foto. La cosa stupirà, ma gli States sono un Paese dove ci si fida, e dunque il documento di identità non esiste. Esiste la patente o la tessera del welfare. Ma non tutti ne hanno una. Guarda un po', ad averne di meno sono ancora una volta gli afroamericani. E poi ci sono le intimidazioni: a volte lo sceriffo locale indaga sul tuo cognome spagnolo (e tu la volta dopo eviti di andare a votare), oppure c'è più polizia nelle strade il giorno del voto (e tu, giovane afroamericano, non esci di casa), in alcuni Stati gli studenti non vengono fatti votare nonostante risiedano nel luogo dove studiano. Le due campagne, specie quella democratica, hanno uno stuolo di avvocati e volontari pronti ai seggi negli Stati chiave. La speranza è che il risultato sia talmente netto da far dimenticare quanto funziona male il sistema elettorale della prima democrazia del mondo.

 

Repubblica – 23.10.08

 

Se il dissenso è un reato - EZIO MAURO

Davanti a una protesta per la riforma della scuola che si allarga in tutt'Italia e coinvolge studenti, professori, presidi e anche rettori, il Presidente del Consiglio ha reagito annunciando che spedirà la polizia nelle Università, per impedire le occupazioni. La capacità berlusconiana di criminalizzare ogni forma di opposizione alla sua leadership è dunque arrivata fin qui, a militarizzare un progetto di riforma scolastica, a trasformare la nascita di un movimento in reato, a far diventare la questione universitaria un problema di ordine pubblico, riportando quarant'anni dopo le forze dell'ordine negli atenei senza che siano successi incidenti e scontri: ma quasi prefigurandoli. Qualcuno dovrebbe spiegare al Premier che la pubblica discussione e il dissenso sono invece elementi propri di una società democratica, non attentati al totem della potestà suprema di decidere senza alcun limite e alcun condizionamento, che trasforma la legittima autonomia del governo in comando ed arbitrio. Come se il governo del Paese fosse anche l'unico soggetto deputato a "fare" politica nell'Italia del 2008, con un contorno di sudditi. E come se gli studenti fossero clienti, e non attori, di una scuola dove l'istruzione è un servizio e non un diritto. Se ci fosse un calcolo, le frasi di Berlusconi sembrerebbero pensate apposta per incendiare le Università, confondendo in un falò antagonista i ragazzi delle scuole (magari con il diversivo mediatico di qualche disordine) e i manifestanti del Pd, sabato. Ma più che il calcolo, conta l'istinto, e soprattutto la vera cifra del potere berlusconiano, cioè l'insofferenza per il dissenso. Lo testimonia l'attacco ai giornali e alla Rai fatto da un Premier editore, proprietario di tre reti televisive private e col controllo politico delle tre reti pubbliche, dunque senza il senso della decenza, visto che a settembre lo spazio dedicato dai sei telegiornali maggiori al governo, al suo leader e alla maggioranza varia dal 50,17 per cento all'82,25. Forse Berlusconi vuol militarizzare anche la libera stampa residua. O forse "salvarla", come farà con le banche.

 

L'Argentina torna sull'orlo del crac - ARTURO ZAMPAGLIONE

NEW YORK - Dopo l'Islanda, l'Ungheria e l'Ucraina, un altro anello debole della finanza globale rischia di spezzarsi: è l'Argentina di Cristina Fernandez de Kirchner, il cui indice azionario chiamato Merval ha perso martedì l'11 per cento e ieri un altro 16 per cento, con ripercussioni anche sulle Borse europea, e in particolare su quella di Madrid scesa dell'8,25 per cento. Era inevitabile che la nuova crisi argentina riaprisse le ferite del 2001, quando il "default" su 95 miliardi di dollari del suo debito pubblico ebbe conseguenze drammatiche per centinaia di migliaia di risparmiatori in giro per il mondo che avevano acquistato quei "bond". Il rischio adesso è di un "default-bis", come induce a pensare la manovra del governo di Buenos Aires, che l'altro ieri ha annunciato la nazionalizzazione dei dieci maggiori fondi pensione privati che hanno asset per 29,5 miliardi di dollari. "Le decisioni che abbiamo preso rientrano nel contesto internazionale per affrontare la crisi e serviranno a proteggere i nostri pensionati e i nostri lavoratori", ha spiegato la Kirchner, che ha ereditato la poltrona presidenziale dal marito Nestor, presentando il piano di nazionalizzazione al parlamento. I dieci fondi, chiamati Afjp, erano nati dalla privatizzazione del sistema pensionistico avviato in Argentina nel 1994, parallelamente ad altri paesi dell'America latina. Alcuni di questi fondi sono emanazione di gruppi bancari europei (Bbva, Hsba, Ing) o americani (MetLife). In media hanno dato il 14 per cento all'anno: un buon rendimento, che però deve scontare il tasso di inflazione più elevato che altrove e una performance basata sui valori nominali dei bond, più alti dei valori di mercato. Comunque nell'ultimo anno, per effetto delle incertezze politiche e della tempesta finanziaria mondiale, i fondi pensione hanno perso il 2,25 per cento. Di qui l'intervento del governo. La nazionalizzazione ha sollevato molte polemiche. Secondo alcuni critici il governo vuole saccheggiare i fondi pensione in vista di pesanti impegni finanziari: anche nel 2001, ricordano, fu fatto qualcosa di simile. I collaboratori della Kirchner replicano che i saccheggiatori sono in realtà i gestori dei fondi, che hanno imposto commissioni molto alte senza dare adeguate garanzie: tant'è vero che negli ultimi anni si era già assistito a uno spostamento degli accantonamenti pensionistici dagli strumenti privati alle casse dello stato. Si prevede un dibattito molto acceso sulla nazionalizzazione, anche perché la Kirchner si è indebolita dal confronto di qualche mese fa con gli agricoltori sulle tasse alle esportazione. Ma alla fine, secondo l'analisi di Eduardo van der Kooy, un celebre columnist del Clarin, la maggioranza di centrosinistra farà quadrato e la legge sarà approvata. Resta però da vedere quali saranno le conseguenze sull'economia argentina. Il fantasma di un nuovo "default" dell'Argentina ha accentuato ieri il malessere di tutti gli indici dei paesi emergenti, dalla Russia al Brasile (ieri la Borsa di San Paolo è stata sospesa per eccesso di ribasso), che quest'anno hanno perso complessivamente il 55%.

 

E’ boom del piccolo prestito tra privati - SANDRA RICCIO

ROMA - La crisi delle banche sta mettendo le ali al social lending, il piccolo prestito tra privati che si ottiene nelle comunità online e senza l’intermediazione degli istituti di credito o delle finanziarie. Spaventati da quanto sta succedendo sulle Borse di tutto il mondo, i piccoli risparmiatori italiani pare abbiano preso a migrare verso il prestito sociale. Il fenomeno è confermato dai dati arrivati da Zopa.it, prima community di social lending in Italia che ha raccontato come nei momenti più neri del credit crunch il sito sia stato letteralmente preso d’assalto. In pratica nei dieci giorni che hanno seguito il lunedì nero delle Borse mondiali (6 ottobre) Zopa.it ha registrato una media di 2.500 visite al giorno, con un incremento del 50% rispetto ai dieci giorni precedenti e con un aumento delle iscrizioni del 65%. «È il segno che quando le banche non si prestano più soldi a vicenda, non fidandosi di chi ha in pancia cosa, le persone continuano invece a farlo e si interessano a forme alternative di investimento e di finanziamento, dicono da Zopa.it. “Oggi tutti spiegano che occorre tornare all’economia reale», ha commentato Maurizio Sella, Amministratore Delegato di Zopa.it. «Con la nascita di Zopa.it abbiamo precorso i tempi cercando di ridare un volto umano alla finanza personale, tornando a legarla direttamente ai progetti e ai bisogni delle persone e operando con la massima trasparenza verso tutti. La crescente attenzione che gli italiani ci stanno riservando in questi giorni testimonia che in molti vedono in Zopa.it la risposta giusta agli eccessi della cosiddetta economia di carta». Il concetto base del prestito sociale è molto semplice: chi ha denaro lo mette a disposizione di chi lo cerca in prestito. Chi presta riceve il capitale più gli interessi previsti, chi ottiene credito usufruisce di un tasso agevolato. Il tutto con le dovute garanzie e il supporto di un assicurazione che protegge da eventuali brutte sorprese. E con un Taeg medio del 9,5% per i Richiedenti, il successo dei "people assets" continua anche ad ottobre a sbaragliare gli intermediari tradizionali. Infatti, secondo le ultime rilevazioni effettuate da Bankitalia, chi chiede un prestito fino a 5mila euro ad una finanziaria si ritrova mediamente un tasso del 16,52%. Per i Prestatori il rendimento lordo medio è pari al 7,7%. e l’80% di loro si attesta all’interno di una forbice che va dal 6,5 all’8,4%. I 100 Prestatori che all’interno della community riescono ad ottenere il rendimento migliore si posizionano addirittura intorno all’11%. In Italia gli Zopiani che si sono registrati alla community hanno ormai sfondato quota 25mila e l’importo complessivo dei prestiti che si sono fatti direttamente online è pari a 3.350.730 euro (dato aggiornato al 21 ottobre 2008).

 

La Stampa – 23.10.08

 

Borse, nuovo crollo in Asia

TOKYO - Torna la tempesta sulle piazze finanziarie mondiali, dopo tre giorni di recupero oggi si è innescata una nuova ondata di crolli generalizzati. Pesa il moltiplicarsi di allarmi per le prospettive dell’economia reale dei paesi avanzati, che trovano numerose conferme sui deboli risultati che stanno giungendo dalle società quotate. Il Nikkei durante la sessione odierna aveva registrato perdite che hanno raggiunto il 7,5 per cento, per poi recuperare nelle ultime contrattazioni. Gli speculatori, a caccia di buoni affari, sono entrati in scena per fare il pieno di azioni a prezzi ridotti, secondo gli operatori. L’indice più ampio della Borsa di Tokyo, il Topix, ha registrato la perdita di 17,53 punti, pari all’1,97 per cento, scendendo a 871,70 punti. «Il mercato reagisce al rafforzamento dello yen e al tonfo della Borsa statunitense» ha spiegato Tomoko Fujii, economista della Bank of America a Tokyo. «In generale gli investitori giapponesi si mostrano più prudenti di fronte ai rischi e questo tende a sostenere lo Yen» ha detto Tomoko Fujii. Alla Borsa di New York, l’indice Dow Jones ha chiuso ieri sera in ribasso del 5,69 per cento. Nel mercato dei cambi, il dollaro continua oggi a stare sotto i 98 yen. L’euro è sceso sotto i 124 yen per la prima volta in sette anni. Il galoppante apprezzamento dello yen, legato ai timori di recessione in Europa, penalizza gli esportatori giapponesi. Anche le altre Borse asiatiche oggi hanno chiuso con forti perdite. A Seoul l’indice della Borsa ha registrato una perdita del 7,4 per cento.

 

Proteste o voti? – Flavia Amabile

In pochi se ne sono resi conto, ma ieri è accaduto qualcosa di miracoloso. Berlusconi condannava le proteste, minacciava di sguinzagliare agenti ovunque e Forza Nuova dall'estrema destra, il Pd, ma anche quel che resta di Rifondazione Comunista, rispondevano con le stesse parole: giù le mani dalle proteste, è sacrosanto diritto degli studenti manifestare, esprimere il loro dissenso. C'è da stupirsi? Non tanto perché se all'estrema destra e all'estrema sinistra venissero tolte le proteste, ben poco resterebbe loro per attirare persone, creare movimenti, aggregare futuri voti. E quindi, nella speranza di fideizzare almeno le future generazioni, insieme hanno attaccato Berlusconi e il suo singolare modo di concepire la democrazia. Berlusconi, dal canto suo, era stato chiaro. «È una violenza, convoco Maroni per dargli indicazioni su come devono intervenire le forze dell'ordine. Lo Stato deve fare il suo ruolo garantendo il diritto degli studenti che vogliono studiare di entrare nelle classi e nelle aule». Un attacco e una mossa che aveva stupito molti: dov'era finito il Berlusconi liberale? Qualche ora dopo, veniva annunciato l'arrivo di Maroni a palazzo Chigi. E poi la convocazione di una riunione tecnica domani con il sottosegretario Alfredo Mantovano a fare da presidente e i vertici delle forze di Polizia per studiare «i rischi per la sicurezza e per l'ordine pubblico nel caso di eventuali forme violente di protesta contro il provvedimento del Governo in tema di scuola». E la domanda restava identica: dov'era finito il Berlusconi liberale? Annegato nei sondaggi. Più va avanti la protesta, più nel Paese cresce il consenso al ministro Gelmini, ricorda il sondaggista Nicola Piepoli in una intervista al telegiornale dell'emittente romana T9. Il clima di tensione che si sta diffondendo nei licei e nelle università non è condiviso dalla maggior parte degli italiani, che per reazione stanno apprezzando l'iniziativa del governo. Non condivisi, secondo Piepoli, anche i metodi della protesta, percepita come poco moderna e giudicata addirittura «vecchia» e con caratteristiche del secolo scorso. Berlusconi i sondaggi li segue, li commissiona, e di sicuro ha dei dati simili anche lui, per cui ieri ha preferito cavalcare la protesta alla protesta, assumere il piglio decisionista che la maggioranza degli elettori gli chiedono di avere. La scuola è una preziosa riserva di voti, tutti vogliono assicurarsi la propria quota, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti in particolare in queste ore. Quel che accadrà ora è facile da immaginare. Ci saranno scontri più o meno aspri a seconda del colore politico degli atenei. I rettori infatti possono appellarsi allo Statuto di autonomia e al principio di libertà e tenere la polizia fuori dal loro territorio. Qualcuno si avvarrà dei propri diritti, qualcun altro no. E se poi, per disgrazia, dovesse verificarsi uno scontro vero tra forze dell'ordine e studenti, meglio essere preparati a tutto. ps: per chi volesse meno scenari politici e più scenari economici, ecco un link ad un'analisi molto precisa sulla riforma Gelmini.

 

Cosentino: "Saviano rende un cattivo servizio all'Antimafia"

GUIDO RUOTOLO

ROMA - Sottosegretario, ha visto? Oltre 160 mila firme, appelli di premi Nobel, insomma per Roberto Saviano è un plebiscito. «E’ un grande... intendiamoci ha acceso i riflettori su una realtà che andava illuminata, ma...». Ma cosa? «Saviano non è l’unico, il solo... e rende un cattivo servizio a tutti quei servitori dello Stato che ogni giorno sono impegnati nell’Antimafia, a quelle persone perbene, anche ai politici che con la camorra non hanno nulla a che vedere». Eccolo qua, Nicola Cosentino, il sottosegretario all’Economia, nato e cresciuto a Casal di Principe, Gomorra, ma poi esiliato a Caserta, segretario regionale di Forza Italia. Da settimane è sotto tiro dei pentiti, dei magistrati, della stampa per le sue relazioni pericolose con i Casalesi. Succede persino che un autorevole parlamentare forzista a Roma racconti per strada che ha saputo da un altro collega che «la procura di Napoli ha chiesto l’arresto di Cosentino». Insomma, è sulla bocca di tutti. Ma il sottosegretario non molla, respinge le accuse, si difende. Cosentino, sia il presidente Berlusconi che il ministro Tremonti la stanno coprendo.... «Mi copre la mia coscienza. In tanti anni di politica mai un avviso di garanzia. E i miei fratelli, le loro imprese non hanno nessun rapporto con la pubblica amministrazione». Di interviste non vuole sentire parlare. «Sono un uomo di Stato. Ho deciso con i miei avvocati di andare in Procura a difendermi da accuse che non stanno in piedi. Magari l’intervista la facciamo dopo». Solo che, da quel che trapela, la Procura antimafia di Napoli non ha, in questo momento, nessuna intenzione di ascoltarlo. E allora, di fronte a tutte le accuse il diritto di replica è d’obbligo. Dunque, i verbali dei pentiti. Il sottosegretario spiega che la maggior parte sono dichiarazioni antiche, «fino al 1996», e che la Procura conoscendole non le ha ritenute «attendibili». Poi è arrivato, negli ultimi mesi, l’imprenditore Gaetano Vassallo, che ha parlato di una «bustarella» di 50 mila euro smentita dall’altro imprenditore Sergio Orsi. Ma sempre Vassallo ha anche accusato Cosentino di essere intervenuto invece per favorire la realizzazione dell’inceneritore di Santa Maria la Fossa, ormai di competenza di «Sandokan», Francesco Schiavone: «Fesserie - replica Cosentino - ma se tutti lo sanno che io sono sempre stato contrario, e l’ho detto pubblicamente, agli inceneritori...». Appalti, fratelli, relazioni pericolose. Il problema di Nicola Cosentino non sono solo i magistrati e i pentiti, ma anche la fronda interna a Forza Italia, che lui stesso ha denunciato in una conferenza stampa. Adesso, l’ultima calunnia che si racconta è che, a proposito degli inceneritori, Berlusconi ha annunciato il quinto inceneritore in Campania (non previsto dal decreto del sottosegretario Bertolaso), che dovrebbe realizzarsi a Giugliano. «E’ terra dei Mallardo, la famiglia alleata con i Casalesi - dicno i calunniatori forzisti - e questo significa che se dovesse saltare un inceneritore c’è l’altro per soddisfare gli appetiti camorristici». Torniamo a quelle «antiche» dichiarazioni di pentiti fino al 1996. Dario De Simone racconta che i Casalesi avevano già votato per Cosentino. «Fesserie - replica il sottosegretario - io nel ‘94 ho votato a sinistra. Mani Pulite aveva distrutto il mio partito, il Psdi, e io andai nell’Alleanza democratica. Votai alla Camera per l’ex comunista Lorenzo Diana, al Senato per Corvino. E già nel ‘93 votai il candidato a sindaco di Casal di Principe, Renato Natale. Un vero sindaco antimafia». Lui, della storia delle relazioni pericolose dei fratelli, dice che non ha nulla da chiarire: «Un mio fratello si è fidanzato con la sorella di Peppe ‘o padrino (killer dei Casalesi, all’ergastolo, ndr) quando lui era un ragazzino. Un altro, la figlia di uno che fu arrestato nel blitz contro i Casalesi. Morì in carcere ed era innocente». E del fatto che i suoi fratelli sono stati identificati in compagnia di pregiudicati? «Mica si possono chiedere a tutti i certificati penali... Altro discorso è se con i pregiudicati si fanno affari. Non mi pare che questo sia il nostro caso». Si infervora quando difende la sua famiglia, l’impero economico costruito nella provincia di Caserta e non solo: «I miei fratelli fondarono l’Aversana Petroli nel 1975, fornendo carburante agricolo, poi si allargarono con le attività industriali, poi le forniture di gas, i distributori di benzina. Sono dieci anni che le imprese dei miei fratelli non hanno rapporti con la pubblica amministrazione. In politica da tanti anni, ai sindaci che fanno riferimento a me non ho mai chiesto incarichi o appalti per i miei fratelli. Questa è la verità. Se i magistrati mi vogliono ascoltare...».

 

"Uscite dai ghetti e votate Obama" – Maurizio Molinari

Jacksonville - La grande gonna rigonfia a chiazze bianche, azzurre, verdi e gialle è lo sgargiante messaggio visivo con cui Michelle Obama arriva sul palco del Prime Osborn Center per presentarsi alle migliaia di afroamericani che lo riempiono come una di loro. Nell’ex porto della Confederazione sudista del nord della Florida, roccaforte dei «redneck» bianchi ultraconservatori, oltre un terzo degli abitanti è afroamericano e la moglie del candidato democratico punta sulla loro volontà di riscatto per portarli in massa alle urne al fine di strappare ai repubblicani lo Stato che fece vincere George W. Bush tanto nel 2000 che nel 2004. Appena i cori «Yes We Can» si placano e la folla di giovani e famiglie la ascolta in religioso silenzio, Michelle parla del padre, Fraser Robinson III. «Era un operaio, lavorò duro, soffrì di sclerosi multipla ma non si lamentò mai perché lui e mia madre sapevano che avevano il privilegio di poter lavorare». Chi ascolta capisce il riferimento all’emancipazione dalla schiavitù. Il Fraser Robinson originale, bisnonno di Michelle, apparteneva ad una famiglia di ex schiavi di Georgetown, South Carolina, che negli anni Trenta del Novecento si spostò a Chicago durante la «Grande Migrazione», l’esodo dei neri dal Sud che cambiò il volto delle metropoli del Nord dell’America. La parabola dei Robinson coincide con la storia famigliare della maggioranza dei presenti - i bianchi non arrivano a una dozzina - e Michelle parla con l’orgoglio della discendente di schiavi quando si chiede «chi avrebbe mai detto che avremmo partecipato a un comizio politico in pieno mattino?» per poi rivolgersi ai «nostri anziani con le lacrime che scendono sulle guance quando si rendono conto di cosa sta avvenendo in America». «Parlo a chi ha 50, 60, 70, ma anche 80 e 90 anni - incalza la moglie di Barack - e vi chiedo di ricorrere alla vostra forza e determinazione per andare a votare, appena potete, i seggi sono già aperti e anche se i giovani sono molto importanti servite voi per poter vincere qui in Florida». La campagna democratica usa Michelle dove la sua identità afro serve di più. Farle fare comizi di fronte alla classe media bianca in Indiana, Ohio e Pennsylvania potrebbe nuocere a Barack, qui a Jacksonville invece giova essere la figlia di Fraser Robinson III. L’appello agli anziani afroamericani, memoria vivente delle sofferenze inferte dalla segregazione finita solo a metà degli anni Sessanta, spiega come il team di Obama ha organizzato il parterre del Prime Osborn Convention Center: dentro l’area riservata al pubblico vi sono due grandi spazi recintati per i più anziani che non riescono a camminare da soli, per chi si muove con le stampelle, ha la sedia a rotelle o comunque ha bisogno di aiuto. Vengono da case di riposo nei quartieri più poveri e disagiati di una città che resta divisa fra bianchi e afroamericani. «Voi sapete cos’è il sogno americano aiutatevi a coronarlo» dice Michelle, usando toni molto determinati, quasi aggressivi: «Se qui in Florida i democratici hanno perso le ultime due presidenziali è perché molti anziani non hanno votato, è ora di farlo, così impediremo ai repubblicani di rubarci un’altra vittoria». Il riferimento a quanto avvenne nel 2000, quando Bush vinse la Florida e la Casa Bianca per appena 537 voti, infiamma il pubblico che risponde con il coro elettorale «Do-Vote» (Votate!) giocato sul ritmo fra le due «O» che richiamano il nome di Obama. Una donna con i capelli grigi si emoziona, sente venirsi meno, chiede aiuto e dal palco è Michelle che le getta una bottiglietta d’acqua gridandole un «Change is coming» (il cambiamento è in arrivo) che trasforma il parterre in una grande discoteca dove tutti ballano, ognuno alla propria maniera. «Siete voi a poter decidere di aver un’educazione migliore per i vostri figli, più protezioni sociali, più garanzie di lavoro e una vita più sicura» incalza Michelle, che dedica il finale alle «famiglie dei veterani della Florida». Statistiche alla mano gli afroamericani sono circa il 20 per cento degli ex militari che risiedono nello Stato, sono gli elettori che potrebbero essere sedotti dall’ex prigioniero di guerra John McCain e per evitare la fuga di voti Michelle è energica: «Barack da presidente tratterà i veterani con il rispetto che non hanno mai avuto». Ovvero: con lui avrete una migliore assistenza sanitaria. Fra i veterani che ascoltano c’è Bruce Six, 52 anni, ex marinaio reduce della Prima Guerra del Golfo, secondo cui «Obama sarà presidente nonostante l’effetto-Bradley» perché la possibilità che i bianchi non lo votino a causa della razza «è tramontata a causa della crisi economica, in America i soldi contano più del colore della pelle e tutti sanno che siamo diventati più poveri a causa dei repubblicani». Vicino a lui Gloria Jefferson Lewis, 65 anni, sogna «Michelle alla Casa Bianca» perché «è una donna vera, che sa cosa vuole e sa essere vicino al marito». E se qualcuno la accusa di essere «troppo aggressiva» lei ribatte: «A volte noi donne nere sappiamo che tacere non serve a nulla». Dorothy Barnum è di qualche anno più anziana, indossa un grande cappello viola, dice quasi rassegnata che «il razzismo non finirà con l’elezione di Obama» ma non dubita sulla sconfitta di McCain perché «decideranno le donne e Michelle convince molto più di Sarah Palin perché ha più esperienza e sa gestire meglio la famiglia». Quando Michelle alza entrambe le braccia per salutare e il pubblico esce ammassandosi attorno a bancarelle che vendono spillette «Obama-Kennedy» e magliette con la scritta «Mission Possible» sullo sfondo della Casa Bianca, il team di Obama è già in moto verso la prossima meta: Gainesville. La raffica di comizi di Michelle nelle regioni della Florida a maggiore percentuale di neri si spiega con l’esito degli ultimi sondaggi. Per Nbc-Mason Dixon McCain è avanti di appena un punto - 46 a 45 per cento - grazie al sostegno di uomini bianchi, ispanici e veterani ma Obama è in crescita sostenuto da donne, indipendenti, under-35 e neri. Vincerà chi riuscirà a far votare il numero maggiore di propri elettori. E Michelle scommette che a fare la differenza saranno gli ultimi testimoni delle sofferenze inferte dalla segregazione.


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