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Manifesto – 23

Manifesto – 23.10.08

 

I rettori chiudono le porte: «Niente agenti negli atenei» - Stefano Milani

ROMA - Berlusconi vuole mandare i poliziotti nelle università, convoca d'urgenza il ministro degli Interni Maroni perché passi la linea dura ma non sa, o fa finta di non sapere, che se i padroni di casa - i rettori - si oppongono, caschi blu e camionette sono obbligate a rimanere fuori dalle aule e dalle facoltà. E sarà questa la linea che i Magnifici d'Italia intendono intraprendere. Perché tutto vogliono fuorché blindare i propri atenei e alimentare così la tensione. Certo, più di qualcuno storce la bocca a sentir parlare di occupazioni o di blocco della didattica, ma di manganelli non vogliono neanche vederne l'ombra. Un secco «no» arriva dal rettore del più grande ateneo d'Europa, la Sapienza di Roma, Renato Guarini. In una lettera recapitata ai collettivi scrive tutto il suo disappunto. «La libertà di espressione e l'autonomia dell'università devono essere rispettate» e ricorda che «è tradizione nelle università europee che l'ingresso delle forze dell'ordine venga sempre autorizzato dal rettore». Lasciando a bocca asciutta il premier: «La Sapienza non ha mai ricorso ad azioni di forza e non intende farlo ora». Dunque, porte chiuse a polizia e carabinieri a Roma, come nella stragrande degli atenei italiani. A Trieste, il rettore Francesco Peroni, non ne vede il motivo di tutto questo: «Non c'è bisogno delle forze dell'ordine. In questo momento vedo solo persone pacificamente raccolte, che vogliono discutere, riflettere ed elaborare argomenti su temi che interessano non l'Università di Trieste, non la casta universitaria, ma tutta la comunità nazionale». Sulla stessa lunghezza d'onda il prorettore dell'Università di Torino, Sergio Roda, da una parte «molto preoccupato» per i tagli previsti dal decreto Gelmini, ma dall'altra «estremamente soddisfatto» per come sta montando la protesta nel suo ateneo. «Forse per la prima volta - aggiunge - ci si ritrova tutti dalla stessa parte della barricata, studenti e mondo accademico». E le minacce di Berlusconi? «Le interpreto come una posizione difensiva, nel senso che comincia a capire che la protesta non è roba da quattro soldi». La pensa così anche il collega di Padova, Vincenzo Milanesi, che auspica il dialogo: «Ci auguriamo che il governo non assuma atteggiamenti muscolari nei confronti dell'università, ma dia segnali di disponibilità per andare tutti insieme a parlare di cose concrete che possono ricondurre le ragioni della protesta ad un ragionamento». Colto di sorpresa dai "muscoli" del presidente del consiglio è anche il rettore dell'università dell'Aquila, Ferdinando di Orio. «Sono esterrefatto dalle sue parole», dice. E aggiunge: «Che non si voglia comprendere il significato di una protesta che interessa trasversalmente tutte le componenti accademiche, dagli studenti al personale docente, può rientrare nelle logiche del gioco democratico e delle opzioni politiche. Ma è davvero incomprensibile, e per certi versi irresponsabile, volere trasformare una civilissima e legittima mobilitazione di tutta l'università italiana in un problema di ordine pubblico». E poi ci sono loro, gli studenti. «Berlusconi ci manda i poliziotti? Da uno come lui c'era da aspettarselo». La notizia non sconvolge più di tanto i ragazzi di Fisica della Sapienza intenti a chiudere i lucchetti nella facoltà appena occupata. «Una provocazione», dicono in molti a cui «non risponderemo». O meglio, «risponderemo continuando a fare quel che stiamo facendo». Occupazioni, manifestazioni, assemblee, lezioni all'aperto continueranno e «Berlusconi dovrà prendersi la responsabilità delle sue azioni». Per nulla intimoriti sono quelli dell'Udu, l'unione degli universitari che lanciano lo slogan: «E ora picchiateci tutti». A ribadire che si va avanti. Ma il sasso lanciato dal cavaliere colpisce anche gli studenti di destra, in questi giorni impegnati a contestare i contestatori. Critiche, infatti, arrivano da Azione universitaria, il movimento studentesco legato ad An. Che se da un lato addita la protesta come «manovrata» e che «serve solo a rettori, presidi e baroni di turno a mantenere i loro privilegi», dall'altro «non si può accettare che venga negato il diritto di manifestare. Chi vuole protestare deve poterlo fare». Destra e sinistra per una volta uniti, solo Berlusconi poteva riuscire in questo nuovo miracolo.

 

Dichiarazione di guerra – Marco Bascetta

Silvio Berlusconi ha perso la calma e anche la ragione. Il sorriso si trasforma in ghigno. Accade di fronte al dilagare di una nuova soggettività politica, di un tumultuoso movimento che in tutta Italia trascina centinaia di migliaia di persone. Un movimento tutt'altro che ideologico, attento, fin nel dettaglio, al merito delle questioni, determinato, giovane. Qualcosa che rompe con la schermaglia di alterne blandizie e villanie che occupa la scena politica italiana. È un fenomeno che il governo cerca penosamente di ricondurre all'estrema sinistra e ai centri sociali, del tutto incapace di comprendere quanto enormemente ecceda queste realtà. Un fenomeno contro il quale si schianta il mondo virtuale dei sondaggi e delle televisioni di regime. Questa scoperta genera il panico e il panico genera una dichiarazione di guerra in piena regola: la questione si risolverà a colpi di manganello, le forze di polizia saranno inviate a riconquistare e presidiare il territorio nemico, le università e le scuole italiane occupate. Persino nella Spagna franchista, fece scandalo l' ingresso della Guardia civil nell'università di Madrid nel 1968. E alla Spagna franchista questo paese comincia a somigliare fin troppo, più ancora di quanto Berlusconi, come lo si accusa dalle stesse file del Pd, assomigli allo Scelba del 1960. Il linguaggio del premier è di inusitata durezza: gli studenti in lotta vengono equiparati a una minoranza criminale, le cui gesta, gonfiate da una montatura mediatica, sarebbero strumentalizzate dalla sinistra. La conferenza stampa del presidente del consiglio rivela, senza più reticenze tutta la violenza insita nell' idea di governo che ispira il suo schieramento. E funziona immediatamente da moltiplicatore delle lotte. Tutto indica che le occupazioni, i cortei, le assemblee permanenti dilagheranno nei prossimi giorni in tutto il paese. Per le stesse autorità accademiche non sarà facile digerire un rapporto con il governo fondato sul diktat e sugli interventi di polizia, sull'infallibilità della «riforma» e sulla pura e semplice cancellazione delle voci di protesta che si levano dalle scuole e dalle università. Un blocco generalizzato della didattica si fa ogni giorno più probabile. E a quel punto la crociata di Berlusconi e Gelmini avrà ottenuto il risultato di mettere seriamente a repentaglio l'anno accademico e scolastico. Di fronte a una simile prospettiva anche il Pd ha dovuto rompere il silenzio e frapporsi tra gli studenti e il ministero degli interni. Ma dovrebbe essere consapevole che se il Cavaliere, come minaccia, passerà alle soluzioni repressive, non potrà tirarsi indietro. I movimenti riconducono sempre all'asprezza della realtà.

 

Prove di regime - Giuseppe Di Lello

Attenzione a non dire sciocchezze: non è un regime! Così ci ammoniscono in molti, ovviamente da sinistra e ci costringono a riflettere e a parlar sommesso per evitare strafalcioni di analisi politica. Intanto, lo smaccato tentativo di distruzione di ciò che resta della scuola pubblica da parte di questo non-regime, fa esplodere un grande movimento di protesta. È impetuoso e partendo da studenti, insegnanti e genitori, ha la potenzialità di divenire di massa, unitario, trasversale e di unificare altre lotte come quelle contro la disoccupazione, il carovita, il precariato, il razzismo verso i migranti, la distruzione dell'ambiente, l'impoverimento crescente di salariati e pensionati. È un massacro sociale e, per i vari patti europei di stabilità e di pareggio di bilancio, da anni non si può trovare mai un centesimo bucato per fermarlo: nel volgere di un weekend, però, su scala mondiale si sono trovati migliaia di miliardi da regalare a banche e banchieri in crisi finanziaria e così tutti si sono resi conto che i re, compreso il nostro, sono nudi. E allora il capo del nostro non-regime, intuendo la pericolosa espansività della protesta, che ti fa?: oggi promette di far intervenire la polizia per sgombrare scuole e atenei ma poi, non c'è dubbio, seguiranno gli sgomberi di operai che non avranno rispettato le leggi antisciopero che il Sacconi di turno sta doverosamente preparando. Non si era mai visto un attacco così pesante ai diritti fondamentali di libertà di riunione e di manifestazione del proprio pensiero, tutelati dagli articoli 17 e 21 della Costituzione, che non sono scindibili e che, non a caso, insieme coesistono nei cortei, negli scioperi, nelle assemblee e nelle occupazioni. È ora di reagire a questi continui tentativi di annullamento delle garanzie costituzionali giocati tutti su una pretesa tutela dell'ordine pubblico. Certo sono manifestazioni di dissenso ma - a ragion veduta - è proprio di un regime (o di forme che gli si avvicinano) far passare la protesta come turbativa dell'ordine pubblico perchè è proprio dalla protesta (forma democratica di libera espressione del proprio pensiero) che può iniziare lo sgretolamento di un «ordine» antidemocratico: e, allora, bisogna reprimerlo, e con la forza. Non è regime, ma somiglia moltissimo ad una fase intermedia che sta tra il regime e uno stato di diritto: uno stato di diritto autoritario, nel quale ci sono le regole ma il potere le può ignorare in nome della ragion di Stato che, poi, è la tutela degli interessi di chi governa. Le costituzioni moderne, compresa la nostra, affermano principi e approntano garanzie generali, da valere per tutti i cittadini, come ben spiega il troppo famoso articolo 3 della nostra Carta fondamentale che è, appunto, l'antitesi della ragion di Stato. Non trastulliamoci troppo con le disquisizioni sul non-regime e cerchiamo di cogliere tutta la gravità dell'attuale fase politico-istituzionale perché il dissenso e la protesta sono il sale della democrazia e minacciare di reprimerli con la forza è un attentato alla Costituzione. Reagiamo democraticamente e sfidiamo il non-regime ingrossando sempre più la marea che si riversa nelle occupazioni, nelle assemblee, nei cortei, negli scioperi.

 

Nella scuola che simula la riforma: «Un disastro» - Andrea Gangemi

ROMA - Sarà pure una simulazione, ma è capace di spiegare la riforma con la forza dell'evidenza. Basta venire qui alla «Bruno Maffi» di Primavalle, Roma, e farsi condurre dalle novelle maestre uniche - anzi, prevalenti - nel tour della nuova, vecchissima scuola «gelminialmente modificata» che hanno allestito per tre giorni. Un profano che ha fatto le elementari prima del 1990 e non ha ancora figli può avere di «modulo» e tempo pieno, fiore all'occhiello di una scuola materna invidiata nel mondo, soltanto un'idea astratta. Che diventa concretissima nello sconforto di queste maestre che hanno provato a smembrare le loro classi per riaccorparle ad hoc secondo i nuovi dettami ministeriali. «Si tratta semplicemente di rinunciare a tutto» dice la maestra Alessandra, alle prese con una quinta con trenta alunni stipati. «Con l'orario ridotto devo correre, fare lezioni a tempo record per finire alle 12,30 - racconta - e oggi è stato impossibile iniziare la terza materia». Le fa eco Angela, invitata insieme ad altri genitori ad assistere in classe all'esperimento: «I bambini sono molto più distratti, e ieri pomeriggio Alberto mi ripeteva nervoso: "rivoglio lo spazio"». Magari si abitueranno, ma non è questo il punto. «Non ci spaventa l'idea di affrontare tutte le materie - continua la docente - anzi, potendo insegnare solo quattro nozioni base, indubbiamente l'attività si semplifica». Il vero problema è l'impoverimento generale della didattica. Rossella tiene ventotto marmocchi di una terza ottenuta ancora dalla fusione di due moduli: «Per potere assecondare i loro tempi di apprendimento - spiega - devo lavorare con gruppi ristretti. Ma oggi non posso fare altro che una lezione frontale "vecchio stile". È inutile - continua - che Brunetta dica "premiamo la qualità": la qualità può venire fuori solo da tempi lunghi». Senza considerare che, conclude Rossella, «mancando la compresenza degli altri insegnanti non hai modo di recuperare chi ha più difficoltà, che sarà lasciato a se stesso». «La scuola è stata sempre un cantiere di integrazione - considera amara una collega, Daniela - mentre tutti i provvedimenti del governo compongono un mosaico che tende a distruggere il diritto allo studio». In un'altra aula i bimbi sono intenti a disegnare, così come sono disegnate le otto-nove sagome dei nuovi compagnetti «in più» che presto potrebbero raggiungerli. «Ma questi sono silenziosi, e non vanno in bagno» osserva la maestra Roberta. Nell'atrio ci sono gli altri insegnanti in esubero che mostrano tutte le attività possibili grazie alla compresenza, e che il decreto renderà solo dei bei ricordi: laboratori, gite scolastiche, campiscuola. A completare la visita ci pensa la direttrice didattica dell'istituto Maffi, Renata Puleo: «Con la ricerca-azione e il problem solving - spiega - le nozioni spesso scaturiscono dagli stessi alunni. Se torniamo al "leggere, scrivere e far di conto", invece, dovremo rinunciare a tutte le attività che presuppongono l'intervento attivo del bambino. In altre parole - conclude - alla possibilità di contribuire a costruire una persona».

 

«Noi, dalla città del G8, respingiamo la polizia» - Alessandra Fava

GENOVA - Un movimento spontaneo, fuori dalla politica ufficiale, dai partiti e dai sindacati: ecco come si raccontano i collettivi, riuniti ieri pomeriggio in via Balbi per un'assemblea plenaria. La politica però la vogliono fare eccome: alle fermate dei bus, volantinando nelle piazze, cercando di spiegare alla gente che cosa significa le legge 133 e che Gelmini non si occupa solo di grembiulini scolastici. Si parla di assemblea permanente, di occupazione di piazze cittadine, di comunicazione allargata. E così nasce il primo comunicato stampa diretto al presidente del consiglio che minaccia all'università di arrivare coi blindati: «I collettivi tutti non cederanno al ricatto del presidente del consiglio e al tentativo di criminalizzazione del movimento - ha scritto ieri l'assemblea dei collettivi - promuoveremo e diffonderemo ogni forma di dissenso non violenta, oltre a difendere lo stesso diritto a dissentire» perché «la mobilitazione contro questa legge parla della difesa della democrazia in questo paese». Le lezioni all'aperto convincono tutti. Da lunedì prossimo, dopo le facoltà di lettere e di lingue straniere in via Balbi e nel centro storico, prendono piede anche a scienze della formazione al parco dell'Acquasola e a piazza De Ferrari; a Sant'Agostino per architettura; a ingegneria, fisica, scienze politiche e giurisprudenza (per quest'ultima «un autentico miracolo, visto che non fu occupata neppure nel '68», pare abbia detto il preside ai ragazzi). A Lettere e Lingue la didattica open air ha già avuto un discreto successo l'altro ieri e continuerà nei prossimi giorni. «Sono un po' come la mossa del cavallo negli scacchi. Non attaccare mai l'obiettivo ma cercare di aggirarlo», ha detto il professor Antonio Gibelli ai suoi allievi seduti sulle scale della Biblioteca universitaria. In un'ora, seguita anche da diversi passanti, li ha convinti ad amare Vittorio Foa e il suo libro «Il cavallo e la torre», ad essere scettici sulla noce di burro nel pesto (lo suggeriva Foa ma Gibelli non condivide per niente), a riflettere sulla necessità di difendere un sapere pubblico e anche a studiare l'Italia nella prima guerra mondiale. Nelle lezioni come nelle assemblee escono fuori schegge di libertà e di democrazia: l'Assemblea costituente e l'articolo 33, Don Milani e il suo no alle classi differenziate. Ieri a scienze della formazione è stato letto un discorso pronunciato a Roma l'11 febbraio del 1950 da Piero Calamandrei che invitava a difendere con i denti la scuola pubblica e di stato e vegliare sull'ascesa delle scuole private e di partito. Nessuno, docenti e studenti, lesina critiche. Che sia un'università nepotista, che si autopromuove, ingessata, non lo nasconde nessuno. «Il mio motto è migliorare non distruggere - dice il direttore del dipartimento di scienze antropologiche a Scienze della formazione, Mauro Palumbo - Qui vogliono azzerare la trasmissione dei saperi, ridurre gli stipendi specie in ingresso e far sparire la ricerca di base». Applausi degli studenti di scienze della formazione ammassati in assemblea. «L'università va male - spiega Gabriele di Lettere - promuove parenti e amici, ci sono prof che non fanno lezione ma non è togliendo i soldi che si risolvono i problemi». «Il ceto politico e anche l'opposizione non ha più coscienza della gravità delle riforme che toccheranno il destino dei giovani», commenta un professore di letteratura contemporanea, Franco Contorbia. Nel suo laboratorio, al quale si accede scavalcando un'impalcatura, un professore di psicologia cognitiva, Alberto Greco, pensa che «i casi di nepotismo sono limitatissimi, parlerei di cooptazione. L'università va avanti per volontariato, i fondi per la ricerca sono inesistenti, decine di professori come me sarebbero pagati per fare 60 lezioni e ne fanno 120- 180 per non chiudere i corsi». Così tra le idee per salvare il malato, anziché farlo morire di salassi, in alcune facoltà gira l'idea di inventare una specie di controriforma. Intanto tra mailing list, in nome di un cavaliere con spada e libri che cavalca un gatto inferocito inventato dal collettivo di Lettere e dall'Humpty Dumpty a mo' di simbolo, all'assemblea plenaria dei collettivi ieri tanti commentavano la decisione di Berlusconi di mandare la polizia nelle università. «E' una logica terroristica - dice una ragazza di Lettere - una palese provocazione, un invito alla violenza». Qui gli scontri di Milano richiamano il G8 genovese: «La stessa storia di sette anni fa. Si occupano di te con la repressione». Oggi pomeriggio ci sarà un corteo-funerale con tutti gli studenti vestiti di nero e una bara per commemorare la morte dell'Università pubblica, da Balbi a piazza De Ferrari. Tra le proposte che circolano c'è anche un festival dei saperi che illustrerà in piazza le tesi di neodottori di tutte le facoltà genovesi (un'idea nata a scienze politiche) e un altro corteo in città per il 30 di ottobre in occasione dello sciopero nazionale della scuola indetto dai sindacati confederali a Roma.

 

Liberazione – 23.10.08

 

Scuola, Università e Ricerca: mille ragioni di una lotta

Fabio de Nardis*, Federico Giusti**

La proteste nelle scuole e nelle università contro i progetti della Gelmini si diffondono a macchia d'olio su tutto il territorio nazionale. Ovunque cortei spontanei invadono le città, le scuole sono occupate con la complicità di docenti e genitori. Le Università sono praticamente tutte in agitazione attraverso la costituzione di coordinamenti di studenti, ricercatori e docenti. Il Governo Berlusconi ha se non altro avuto il merito di aver prodotto una unità intergenerazionale che già si configura nella sua soggettività politica di trasformazione per una società democratica della conoscenza. Il 23 sarà giornata di mobilitazione in molte città italiane. A Pisa, tra le principali realtà in agitazione, dove il movimento organizza quotidianamente iniziative che raccolgono larghi consensi nell'opinione pubblica, è prevista una grande manifestazione che unirà gli occupanti di scuole e università, contro questo assurdo progetto di riforma. Se venisse approvato, ne pagheranno le spese i giovani e giovanissimi di oggi e di domani, le loro famiglie, la gran parte della collettività, salvo i settori sociali da sempre privilegiati. Questa riforma è di natura classista perché diminuendo le ore di istruzione nelle scuole dell'obbligo colpisce le famiglie con meno reddito (i momenti di socialità sono a pagamento e inesistenti le ore di recupero scolastico concepite come approfondimento delle materie e ampliamento degli orizzonti culturali). Per l'università la controriforma prevede tagli per 1.500 milioni di euro, trasformazione delle università in fondazioni private, tasse d'iscrizione alle stelle. L'università, che già oggi costa troppo, finirà sempre più col diventare accessibile alla sola "élite", mentre gli altri si consoleranno con la Costituzione che continuerà a raccontargli la fiaba del diritto allo studio. La ricerca sarà gestita con criteri e per obiettivi funzionali agli interessi privati dei nuovi padroni degli atenei. Immaginate cosa pretenderanno dai ricercatori, e prima ancora dagli studenti, le società farmaceutiche, una volta che avranno messo le mani sulle università! Gli organici saranno ridotti secondo lo schema 1 assunzione ogni 5 pensionamenti. Con buona pace per la qualità dell'attività didattica (in termini di contenuti e di metodologie) e per l'adeguamento dei percorsi formativi alle esigenze sociali. Nessuna stabilizzazione dopo anni di precariato per migliaia di ricercatori, tecnici e amministrativi. Una specie di avviso di licenziamento a futura memoria. Anche gli altri comparti dell'istruzione subiranno le conseguenze di questo "nuovo" assetto dell'università, che non può non essere lo spettro incombente sugli studi dopo la scuola superiore. Per non parlare del degrado culturale e civile che si abbatterà sulla vita collettiva, in particolare nelle città universitarie. La furia controriformatrice della ministra Gelmini e del suo staff di "esperti" sta imperversando ovunque nell'istruzione. Sono suoi bersagli anche la scuola elementare e quella media (inferiore e superiore). Nelle elementari, col ritorno al "maestro unico" del secolo scorso, si riduce l'organico docente di decine di migliaia di maestre e maestri; si dequalifica pesantemente una scuola ritenuta validissima a livello internazionale; si rubano 4 ore al "tempo/scuola" settimanale; si abolisce il "tempo pieno", che si sostituisce, a richiesta delle famiglie, con una specie di "badanza", affidata non si sa a chi. Nella scuola media, si accorpano istituti e altri si chiudono; si tagliano fondi per 8 miliardi di euro, mentre se ne regalano milioni alle scuole private; si riduce il personale di circa 85mila insegnanti e 45mila lavoratori ausiliari, tecnici e amministrativi; si pensa di ridurre l'orario di lezione e di abolire il 5° anno in certi istituti; si stivano 30 e passa alunni per classe, da "gestire" con bocciature col "5" in condotta o in una materia o gruppo di materie. Classi concepite come luoghi di ordine autoritario, conforme al pensiero dominante. E tanti saluti a chi si dibatte in difficoltà scolastiche o di relazione, porta con sé un handicap o viene da un altro angolo del mondo e avrebbe bisogno di essere riconosciuto nella sua dignità esistenziale. Da settimane si cerca di resistere a quest'attacco. Lo si fa approfondendo le questioni, facendo assemblee, manifestazioni, partecipando in massa al corteo delle centinaia di migliaia di manifestanti del 17 ottobre a Roma, convocato con lo sciopero generale dai sindacati di base. I luoghi di lavoro sono decisivi per accumulare la forza sociale adeguata a spuntarla, la battaglia in difesa della scuola pubblica è una battaglia di civiltà tra l'altro determinante anche per le sorti della sinistra in questo paese. Non apprezziamo in questo senso chi nel nome di un pragmatismo antideologico predica oggi la possibilità di emendare una proposta di legge che va solo ritirata. E ci spiace che anche il Presidente Napolitano si sia esposto in questo senso. La legge Gelmini non è emendabile salvo condividerne l'impianto generale, che propone subalternità ai dettami di un modo di produzione e distribuzione delle risorse evidentemente in crisi. Noi chiediamo un'altra scuola, un'altra università, un altro sistema pubblico della ricerca dentro una società liberata dalle secche del capitalismo.

*resp. Nazionale Università e Ricerca PRC, **Confederazione Cobas Pisa

 

“Noi non abbiamo paura” - Piero Sansonetti

Gli studenti hanno risposto a Berlusconi occupando molte facoltà universitarie e molte scuole. «Non abbiamo paura» hanno detto. C'è una splendida canzone di Paolo Pietrangeli, del '68, che contiene un verso famosissimo (che Paolo strillava con la sua voce bella e roca, accompagnandosi con la chitarra, ed entusiasmava i ragazzi di allora): «...Non siam scappati più, non siam scappati più!». Quella canzone parlava di Valle Giulia, l'epica giornata di marzo (primo marzo) che diede il via al '68. Lo Stato cercò di sopprimere il '68 con la violenza delle camionette, e gli studenti resistettero. Vinsero. C'è un abisso tra il '68 e oggi. Il movimento di allora e la grande mobilitazione degli studenti e dei professori di oggi hanno in comune quasi niente, visto che avvengono in due epoche storiche abissalmente lontane. Però le classi dirigenti italiane stanno vivendo queste lotte, queste rivolte, con lo stesso spirito di allora. Hanno paura. Non capiscono bene. Non conoscono i linguaggi degli studenti, i meccanismi delle loro mobilitazioni, le possibilità di negoziato. Fu così anche 40 anni fa. E questa incapacità delle classi dirigenti di affrontare la «novità politica», l'imprevisto, provocò il corto circuito, l'incendio. Berlusconi minaccia di usare la polizia, istigato dal giornale di Vittorio Feltri, «Libero», che ieri titolava a tutta pagina: «Chiamate la polizia». Dava la linea al premier. E' chiaro che chi sta perdendo la testa, chi ha paura, non sono gli studenti, è il potere, è il governo. Ha fatto bene Veltroni a rispondere con la nettezza con la quale ha risposto ("Liberazione" che parla bene di Veltroni è una rarità assoluta!), ha fatto bene Ferrero a evocare l'immagine drammaticissima di Bava Beccaris (il feroce generale sabaudo e "umbertino"che nel 1900 attaccò la piazza di Milano, in rivolta, e la disseminò di morti). Berlusconi cosa vuole dire quando ci avverte che il problema degli studenti lo risolerà con la polizia? Che difenderà la riforma Gelmini "in armi"? Ieri a Roma si sono svolti i funerali di Vittorio Foa, uno dei più grandi protagonisti del movimento operaio dell'ultimo secolo (aveva 98 anni). Ricordando la sua figura, Pietro Marcernaro ( sindacalista e uomo politico torinese, allievo di Foa) ha raccontato un aneddoto fantastico della vita di Foa. Successe che non so bene chi stava preparando un libro di testimonianze, intitolato "perseguitati dal fascismo", e chiese a Foa un ricordo personale (avendo Vittorio passato in un carcere fascista gli 8 anni più belli della sua gioventù, dai 25 ai 33 anni). Vittorio Foa rispose stupìto alla richiesta. Disse: «Ci deve essere un equivoco, io non sono stato perseguitato dal fascismo, io ho perseguitato il fascismo. E lo ho perseguitato così tenacemente che alla fine loro, impauriti, sono stati costretti a mettermi in prigione...». La mobilitazione degli studenti sta davvero mettendo in crisi la politica e la sua agenda. L'opposizione alla riforma Gelmini, innanzitutto, è formidabile. Difficilissima da aggirare. E per il governo Berlusconi il rischio di perdere la riforma Gelmini ( o addirittura di vedere il ministro costretto alle dimissioni) è un vero incubo. Perché il rischio è che si rovescino tutti i fattori positivi che hanno segnato questi primi sei mesi della legislatura. Che si inverta il flusso dell'opinione pubblica e si blocchi l'idea che siamo entrati in una fase nella quale chi governa può fare quello che vuole, senza ostacoli e senza dover rendere conto. Chi è il più preoccupato di tutti, per questa nuova situazione? Prima ancora del premier è preoccupato il "gotha" della borghesia italiana, diciamo Confindustria. La quale sa benissimo che se si apre il ciclo delle lotte e dei conflitti, e se il governo perde la "bacchetta magica", chi ci va di mezzo è il disegno di restaurazione che Confindustria contava di portare a termine col favore del berlusconismo. Riduzione dei salari, ma soprattutto riduzione dei diritti e colpo mortale ai sindacati che permetta, per un lungo periodo, la prospettiva del potere assoluto degli imprenditori. Passaggio fondamentale l'accordo con Cisl e Uil sui contratti, al quale con fatica si sta opponendo la Cgil. Il movimento degli studenti può dare una spinta, spostare il clima, condizionare lo stesso movimento sindacale, spingerlo a sinistra, dargli forza. E far saltare i sogni di Confidustria. E se succede questo tutta la partita politica italiana riparte da zero, si torna a prima del grande successo elettorale berlusconiano di aprile. Berlusconi lo sa che questo è il rischio. Più o meno successe così anche nel 2001, quando prima il movimento no global poi la grande mobilitazione della Cgil tagliarono le gambe al suo disegno, lo sconfissero alla radice. Per questo reagisce pensando alla polizia. Immaginandosi di poter abbattere il movimento in pochi giorni. Come andrà a finire? Dipenderà tutto da quel misterioso "teorema di Foa". E cioè dalla domanda: E' Berlusconi che sta perseguitando gli studenti o gli studenti che perseguitano lui?

 

Repubblica – 23.10.08

 

Se il dissenso è un reato - EZIO MAURO

Davanti a una protesta per la riforma della scuola che si allarga in tutt'Italia e coinvolge studenti, professori, presidi e anche rettori, il Presidente del Consiglio ha reagito annunciando che spedirà la polizia nelle Università, per impedire le occupazioni. La capacità berlusconiana di criminalizzare ogni forma di opposizione alla sua leadership è dunque arrivata fin qui, a militarizzare un progetto di riforma scolastica, a trasformare la nascita di un movimento in reato, a far diventare la questione universitaria un problema di ordine pubblico, riportando quarant'anni dopo le forze dell'ordine negli atenei senza che siano successi incidenti e scontri: ma quasi prefigurandoli. Qualcuno dovrebbe spiegare al Premier che la pubblica discussione e il dissenso sono invece elementi propri di una società democratica, non attentati al totem della potestà suprema di decidere senza alcun limite e alcun condizionamento, che trasforma la legittima autonomia del governo in comando ed arbitrio. Come se il governo del Paese fosse anche l'unico soggetto deputato a "fare" politica nell'Italia del 2008, con un contorno di sudditi. E come se gli studenti fossero clienti, e non attori, di una scuola dove l'istruzione è un servizio e non un diritto. Se ci fosse un calcolo, le frasi di Berlusconi sembrerebbero pensate apposta per incendiare le Università, confondendo in un falò antagonista i ragazzi delle scuole (magari con il diversivo mediatico di qualche disordine) e i manifestanti del Pd, sabato. Ma più che il calcolo, conta l'istinto, e soprattutto la vera cifra del potere berlusconiano, cioè l'insofferenza per il dissenso. Lo testimonia l'attacco ai giornali e alla Rai fatto da un Premier editore, proprietario di tre reti televisive private e col controllo politico delle tre reti pubbliche, dunque senza il senso della decenza, visto che a settembre lo spazio dedicato dai sei telegiornali maggiori al governo, al suo leader e alla maggioranza varia dal 50,17 per cento all'82,25. Forse Berlusconi vuol militarizzare anche la libera stampa residua. O forse "salvarla", come farà con le banche.

 

Proteste o voti? – Flavia Amabile

In pochi se ne sono resi conto, ma ieri è accaduto qualcosa di miracoloso. Berlusconi condannava le proteste, minacciava di sguinzagliare agenti ovunque e Forza Nuova dall'estrema destra, il Pd, ma anche quel che resta di Rifondazione Comunista, rispondevano con le stesse parole: giù le mani dalle proteste, è sacrosanto diritto degli studenti manifestare, esprimere il loro dissenso. C'è da stupirsi? Non tanto perché se all'estrema destra e all'estrema sinistra venissero tolte le proteste, ben poco resterebbe loro per attirare persone, creare movimenti, aggregare futuri voti. E quindi, nella speranza di fideizzare almeno le future generazioni, insieme hanno attaccato Berlusconi e il suo singolare modo di concepire la democrazia. Berlusconi, dal canto suo, era stato chiaro. «È una violenza, convoco Maroni per dargli indicazioni su come devono intervenire le forze dell'ordine. Lo Stato deve fare il suo ruolo garantendo il diritto degli studenti che vogliono studiare di entrare nelle classi e nelle aule». Un attacco e una mossa che aveva stupito molti: dov'era finito il Berlusconi liberale? Qualche ora dopo, veniva annunciato l'arrivo di Maroni a palazzo Chigi. E poi la convocazione di una riunione tecnica domani con il sottosegretario Alfredo Mantovano a fare da presidente e i vertici delle forze di Polizia per studiare «i rischi per la sicurezza e per l'ordine pubblico nel caso di eventuali forme violente di protesta contro il provvedimento del Governo in tema di scuola». E la domanda restava identica: dov'era finito il Berlusconi liberale? Annegato nei sondaggi. Più va avanti la protesta, più nel Paese cresce il consenso al ministro Gelmini, ricorda il sondaggista Nicola Piepoli in una intervista al telegiornale dell'emittente romana T9. Il clima di tensione che si sta diffondendo nei licei e nelle università non è condiviso dalla maggior parte degli italiani, che per reazione stanno apprezzando l'iniziativa del governo. Non condivisi, secondo Piepoli, anche i metodi della protesta, percepita come poco moderna e giudicata addirittura «vecchia» e con caratteristiche del secolo scorso. Berlusconi i sondaggi li segue, li commissiona, e di sicuro ha dei dati simili anche lui, per cui ieri ha preferito cavalcare la protesta alla protesta, assumere il piglio decisionista che la maggioranza degli elettori gli chiedono di avere. La scuola è una preziosa riserva di voti, tutti vogliono assicurarsi la propria quota, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti in particolare in queste ore. Quel che accadrà ora è facile da immaginare. Ci saranno scontri più o meno aspri a seconda del colore politico degli atenei. I rettori infatti possono appellarsi allo Statuto di autonomia e al principio di libertà e tenere la polizia fuori dal loro territorio. Qualcuno si avvarrà dei propri diritti, qualcun altro no. E se poi, per disgrazia, dovesse verificarsi uno scontro vero tra forze dell'ordine e studenti, meglio essere preparati a tutto. ps: per chi volesse meno scenari politici e più scenari economici, ecco un link ad un'analisi molto precisa sulla riforma Gelmini.

 

 


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