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Liberazione – 26

Liberazione – 26.10.08

 

Ma ancora non è «Opposizione» - Stefano Bocconetti

Tanti. Una marea. Ovviamente non i due milioni e mezzo di persone che annunciano dal palco ma questa è una querelle che appassiona solo qualche sottosegretario del governo di destra. Sono tanti, almeno quanti ce n'erano sette anni fa alla festa dello scudetto della Roma. O quasi. Allora si disse un milione. Ora il «colpo d'occhio» è lo stesso: il Circo Massimo è stracolmo nel parterre, lo stesso nelle fiancate del terrapieno. E poi su, nelle stradine laterali, davanti alla sede della Fao. Ovunque. Tanti, anche se il «colpo d'occhio» non è entusiasmante. Lo notano un po' tutti, compresi molti leader del piddì: c'è un tappeto compatto di bandiere che sventolano, ininterrottamente, per tutte e tre le ore della manifestazione. Ma sventolano solo le bandiere col logo del piddì, che è davvero assai brutto. Molto poco scenografico. Tutto bianco, con dentro le due lettere - "P" e "D" - incastonate in due rettangoli, rossi e verdi. Per capire: la sensazione è un po' quella che può dare una gigantesca manifestazione fatta di soli militanti della Cisl. Sindacato poco incline alle mobilitazioni, molto più agli accordi. Brutto impatto visivo, allora. Ma quel tappeto uniforme di bandiere e di striscioni bianchi copre tutto il resto. Quel che non è piddì, lo devi andare a cercare col lanternino: qualche simbolo dei verdi, una o due del Pdci - al corteo c'era anche Cossutta che col Pdci non ha più nulla a che vedere ma fa lo stesso -, qualcuna delle pace e un centinaio di vessilli dell'Italia dei Valori. I dipietristi - al quale comunque dal palco, Veltroni ha reso omaggio, chiudendo definitivamente la «lite» dei giorni scorsi - si sono conquistati il loro quarto d'ora di notorietà. Innalzando, alla sinistra del palco, una serie di cartelli. Sopra ognuno di loro c'era una lettera. Tutti insieme dicevano: «Spostatevi a sinistra». La piazza li ha salutati con un applauso ma anche molta ironia: «Fatelo anche voi...». Si potrebbe continuare a lungo, raccontare mille «particolari» di questa giornata. Col rischio però di perdere il senso della manifestazione. Senso raccontato forse poco anche dagli interventi dal palco. Prima di Veltroni - un'ora di discorso -, in ossequio al «bilancino» programmatico del partito, hanno fatto parlare una precaria e una giovane imprenditrice, una poliziotta, il sindaco antimafia, una professoressa, un manager e un mediatore culturale. No, le parole, tutte le parole dal palco spiegano poco. Di più, forse, raccontano i volti dei cortei. Cortei dove si cantava l'inno di Mameli - e Veltroni dirà che questo l'ha riempito di orgoglio - ma dove vedevi sfilare pezzi di popolo. Soprattutto nel corteo partito da piazza dei Partigiani. Tanti anziani, del Sud, da Matera, Avellino, Potenza. Tante donne, tanti ragazzi e ragazze, tutti con le magliette anti-Gelmini. Tanti lavoratori. Con le borsette di plastica a tracolla, con dentro i panini, l'acqua, il caffè. Da consumarsi appena scesi dall'autobus, in modo da non dover spendere neanche un euro al bar. Popolo in piazza, allora. Sereno, tranquillo, disponibile allo scherzo. Anche se gli slogan si contano sulla punta delle dita. I due enormi «serpentoni» di persone che piano piano confluiscono al Circo Massimo preferiscono soprattutto cantare. Popolo in piazza, ancora. Che nei cartelli, più che nelle parole d'ordine, descrive il disagio di un paese, da sette mesi in mano alle destre. Il disagio di chi si trova a combattere la mafia, e si sente solo, di chi non può più permettersi di fare la spesa una volta a settimana, di chi non sa dove trovare i soldi per i libri dei figli. Più altri disagi: di chi si sente oppresso da una democrazia che si va restringendo, fino a chi non sopporta l'idea di dover andare a votare senza poter esprimere la preferenza (erano molti quelli che sostentavano una spilla con su scritto: «Si alla preferenza»). A voler fare i pignoli non erano molti i cartelli che denunciavano il clima xenofobo che si respira in Italia. Ma c'era attenzione al tema. Basta ricordare l'ovazione che ha accolto il «mediatore culturale» africano di Castel Volturno, che ha preso la parola poco prima di Veltroni. Questa è stata la giornata del piddì. Molto orgoglio di partito, molta ostentazione dei propri simboli. Molta voglia di fare comunità. Il tutto condito da un'ossessione, quella di urlare: «Ci siamo». Ma questa è stata anche una piazza di opposizione? Qui le impressioni si fanno più articolate, più sfumate. C'era antiberlusconismo, questo sì. Sottolineato dagli applausi con cui la piazza ha interrotto quasi trenta volte il discorso di Veltroni. Che da parte sua ci ha messo qualche aggettivo in più per definire il governo. Attento però anche qui a non esagerare: «Non è più tempo di protesta ma di proposta», «siamo riformisti» non sfascisti, e via con tutto l'armamentario sciorinato dal Lingotto ad oggi. Più duro sull'antifascismo, citando soprattutto Foa. Più duro sulle regole: «Al Presidente del Consiglio diciamo che la democrazia non è un consiglio di amministrazione». Più tiepido, assai più tiepido sull'analisi di quel che sta avvenendo in queste ore. Per lui - e qui ha quasi scandito le parole come gli oratori usano fare quando vogliono far scattare la molla dell'entusiasmo -, per Veltroni, si diceva, gli interventi pubblici a sostegno delle banche non dovranno tradursi in un controllo dello Stato sugli istituti di credito. Usa l'espressione «mai la politica dovrà entrare nelle banche», ma vuole dire che mai lo Stato dovrà interferire con le scelte dei privati. Lo applaudono anche in questo passaggio. L'unica volta i cui la piazza si mostra un po' tiepidina è quando arriva il momento degli aneddoti. Che chiunque segua Veltroni sa che sono il «centro» vero del suo discorso. Il segretario racconta dell'incontro col piccolo imprenditore angosciato davanti allo spettro della crisi finanziaria. Non riesce ad intenerire molto i cuori, cosa che invece farà poco più tardi quando chiederà misure a sostegno delle persone, dei lavoratori, le vittime del crollo di Wall Street. La destra, insomma, viene indicata come un pericolo. Ma non per le sue scelte, piuttosto perché è inadeguata. Incapace, «non all'altezza». Pasticciona. Ma tutto ciò è sullo sfondo. Forse a Veltroni questo bagno di folla interessa di più perché gli serve a citare le primarie, quel voto popolare che gli ha dato l'investitura. Questo bagno di folla gli serve per stoppare i tanti avversari interni al piddì, convinti che il silenzio di questi mesi non abbia giovato al partito. Forse è così, comunque la piazza lo acclama. E se così stanno le cose non è certo definibile una piazza d'opposizione. Anche se, tutta questa gente prima o poi dovrà pur pesare.

 

Prc, 300 piazze per l'opposizione che serve, come il pane – C. Antonini

Pane a un euro. Pane e rose, a volte. Come ieri mattina al mercato Trionfale di Roma dove per il quarto sabato di fila è stato distribuito pane a prezzo politico. Tra i militanti del circolo Ambrogio Donini c'era Paolo Ferrero, il segretario nazionale di Rifondazione. Un euro, meno della metà della media di mercato, per denunciare i rincari inaccettabili. Il grano duro, all'ingrosso, è sceso in un mese da 269 a 205 euro la tonnellata ma il prezzo al minuto è immutato. Una speculazione contro cui governo ed enti locali non fanno alcunché. Pane e una firma contro l'incostituzionale lodo Alfano, perché la legge torni ad essere uguale per tutti. Il primo dato da registrare è la triplicazione delle "Cento piazze contro il carovita", banchetti e gazebo in tutta Italia promossi dal Prc per discutere con il popolo della sinistra. Intanto quel pane «è una cosa concreta - spiega Ferrero a cronisti e cittadini - un gesto di segno opposto a quello del governo che trova i soldi solo per salvare le banche. Il pane è un elemento di solidarietà madi Via Doria serve anche a modificare il modo col quale siamo percepiti: non dobbiamo essere visti come quelli in cerca di una poltrona». Il mercato segna il confine tra la zona popolare del Trionfale - «qui il Pci aveva 2mila iscritti», ricorda Gianni Barbera, consigliere municipale del Prc - e quelle più "gentrificate" (dove sono stati espulsi gli abitant originari per far spazio a terziario e ceti abbienti) di Borgo e Prati. «I più entusiasti, anche stavolta, sono gli anziani», spiega a Liberazione , Gabriele, studente di Architettura. Per loro è una "svolta" questo pane che giunge a Roma da una cooperativa umbra. Arriva di notte in un centro sociale, quartier generale dei Gap, i gruppi di acquisto popolare. Molti prendono il pane e riprendono a fare la spesa, altri si fermano e vogliono parlare, commentano i talk show della tv, qualcuno dice: «Meno male che ci siete voi». Inevitabili gli interrogativi sul Circo Massimo che inizia a riempirsi dall'altra parte del centro. «E' la piazza dell'opposizione a corrente alternata, quella del Pd. Almeno, la sua rappresentazione politica certamente lo è. Noi siamo in piazza ogni settimana, ci siamo stati l'11 con la sinistra d'alternativa, il 17 con i sindacati di base. Non basta scendere in piazza contro Berlusconi, bisogna farlo anche contro Confindustria che gli ispira le politiche economiche. E il Pd approva le sue misure anche se non c'è nulla per l'economia reale». E coglie ancora l'«intelligenza degli studenti», Ferrero, e dello slogan del loro movimento: «Noi la crisi non la paghiamo». La sintonia è evidente ma in serata, un nuovo affondo del vice di Draghi in Bankitalia: vuole rialzare l'età pensionabile per uscire dalla crisi. «Una vergogna - commenta Roberta Fantozzi della segreteria nazionale Prc - che si pensi di scaricare ancora sui lavoratori il costo della crisi, serve l'opposto: riaprire una mobilitazione per la previdenza pubblica a partire dall'aumento delle pensioni pubblica, da un meccanismo di rivalutazione e dalla rimessa in discussione dei fondi previdenziali». «Le immense risorse, comparse in questi giorni per salvare borse e banche, devono servire per aumentare salari, pensioni e bloccare i prezzi», conferma da Milano Claudio Grassi, responsabile organizzazione del Prc. In fila per firmare il referendum ci sono persone comuni, spesso impegnate nel sociale. Maestre in lotta nella scuola a pochi metri, un infermiere del S.Giacomo, ospedale antichissimo espulso dal centro storico, una signora che tre volte a settimana va. volontaria, a fare il doposcuola ai bambini di Torbellamonaca, un'attivista dell'Assoutenti, un comunista «ortodosso» come il signor Davide, odontotecnico, perfino un monaco buddista. Dall'altro lato della strada, un gazebo del Pdl distribuisce un volantino con scritto solo che il "loro" governo sta ottenendo risultati. Accanto, semideserto anche lui, un punto di raccolta firme contro la tassa tv (con buona pace del servizio pubblico). All'altro capo del mercato, invece, è in corso un'iniziativa analoga di Sd. Squilla il telefono di Francesco Piobbichi, responsabile del dipartimento Prc del "partito sociale". «E' Campobasso - esclama - in meno di un'ora se ne sono andati 400 chili di pane». Il gazebo è stato issato nel popolare quartiere Cep. Era la prima volta ma già segnali positivi erano venuti dal mercatino dei libri allestito dal 25 agosto. «Migliaia di volumi che ci hanno consentito di sottrarre almeno 15mila euro alla grande distribuzione», spiega Italo Di Sabato del Cpf del capoluogo molisano. A fine mattinata si tirano le somme: diecimila chilogrammi in tutte le piazze italiane interessate. Si potrebbe fare di più ma è solo una questione di messa a punto della macchina organizzativa: ieri sono nati i Gap napoletani in cordata con associazioni consumeriste, parrocchie, comitati di quartiere e circoli del Prc. La prima uscita già la settimana scorsa, di fronte all'Università centrale. «Un modo per incorociare il disagio dei fuorisede e il movimento degli studenti», spiega Tommaso Fonzo, segretario del circolo Massimo Troisi e portavoce del Gap partenopeo, dopo un incontro con la comunità valdese: «La rete si allarga - spiega ancora - oggi abbiamo distribuito 300 pezzi al mercato di Porta Nolana in meno di due ore. E' un'area un po' difficile, i piccoli commercianti temono una forma di concorrenza ma poi tutti comprendono che si tratta di una forma di denuncia politica». Da Napoli a Venezia. Anzi Marghera, la periferia operaia della città vetrina. «Un quintale e mezzo in un'ora! E' stata una cosa importante - racconta a Liberazione , il segretario del circolo Prc - si sono avvicinate soprattutto persone anziane. Certe volte non ci rendiamo conto di quanta povertà ci sia in giro. Siamo rimasti entusiasti del risultato. Pane e firme, una questione è stata traino per l'altra. Noi stiamo affrontando la campagna referendaria assieme al Pdci, come Cantiere della sinistra, con uno spirito diverso dal giustizialismo dipietrista».

 

Vi spieghiamo cosa sono i Gap «gruppi di acquisto popolari»

Francesco Piobbichi e Angela Lombardi

"Non si arriva a fine mese", è proprio il caso di dirlo vedendo il successo dell'iniziativa tenuta ieri in molte piazze d'Italia, dove ancora una volta come facciamo da settimane, abbiamo distribuito il pane ad un euro al kg contro il carovita trovando piena sintonia con il popolo della quarta settimana. La crisi che stiamo vivendo è la conseguenza delle politiche neoliberiste fatte di precarietà e bassi salari, di liberalizzazioni e privatizzazioni, di aggressioni ai beni comuni e abbattimento del welfare e scuola pubblica. Questi lunghi anni di neoliberismo hanno devastato le nostre città, i nostri quartieri sono franati socialmente così come la nostra presenza. Ed è nei quartieri che aumenta l'ansia e la paura, questo avviene perché l'impoverimento generalizzato viene vissuto come solitudine, come colpa soggettiva, una colpa che ti incattivisce contro chi sta nel gradino sotto al tuo. Un processo d'impoverimento che in questi anni non ha incontrato la politica e l'agire collettivo come risposta, così la povertà oltre che una colpa è diventata invisibile. La sinistra, diciamocela tutta, ha saputo solo praticare la politica della riduzione del danno in questi anni, consentendo così ad una cultura autoritaria di sedimentarsi e di divenire egemonica. Siamo stati lontani dagli echi e dalla sofferenza quotidiana del nostro popolo che da tempo non arriva a fine mese. In questo quadro i risultati non verranno da una politica "riformatrice" che si pone prima il tema del governo "contro Berlusconi" senza riflettere fino in fondo su come modificare già da subito i rapporti di forza con i poteri forti e prospettare un'uscita a sinistra dal la crisi economica. Dobbiamo ritornare in strada, ed affrontare un lavoro lungo che si pone il problema di ricostruire un'opposizione di sinistra in una relazione nella quotidianità, con il vissuto ed i bisogni delle persone. Possiamo fare questo investendo in una nuova forma dell'agire politico, intrecciando vertenzialità, mutualismo, e nuove forme di democrazia che investono anche il nodo della rappresentanza. Bisogna ricominciare a sperimentare che la lotta, il conflitto cambia le nostre vite qui e ora, bisogna accontentarsi e rivendicare le piccole vittorie come il forno che dopo i nostri banchetti ad un euro al kg abbassa il prezzo del pane nel quartiere. A partire dalla campagna contro il caro vita occorre unificare l'autunno, per questo la nostra mobilitazione non deve essere vissuta come episodica ma permanente, come stiamo facendo da settimane. La nostra proposta politica è quella di rovesciare le politiche neoliberiste e chiedere ai governi, a partire dal nostro di rispondere alla dilagante povertà con misure sociali: adeguamento di salari e pensioni all'inflazione reale, paniere popolare calmierato con prezzi politici per i beni di prima necessità, riduzione generalizzata delle tariffe, lotta alla precarietà, potenziamento del welfare e difesa della scuola pubblica. Questa è secondo noi la ricetta per uscire dalla crisi, perché se il popolo risparmia sul pane, è difficile far ripartire l'economia! Abbiamo provato a costruire i GAP (Gruppi di Acquisto Popolari), a partire dai quartieri popolari, molte e molti di noi, assieme a realtà come Action lo stanno facendo da più di un mese con uno sforzo umano ed organizzativo enorme, una nuova forma di lotta che ci pare vincente pur tra mille difficoltà. Noi avanziamo una piattaforma politica in cui vengono coinvolti non solo il governo, ma anche le istituzioni locali che su questo terreno possono fare molto. Vogliamo aprire una vertenza costruendo al tempo stesso un nuovo mutualismo in grado di rinsaldare i legami sociali e produrre nuova militanza sociale. Nella relazione politica e sociale con gli uomini e con le donne che ci aiutano nella distribuzione si ricostruisce la lotta di classe settimana dopo settimana, questo è per noi il partito sociale. I GAP sperimentati a Roma con un lavoro condiviso insieme ad Action, sono diventati sempre di più in tutta Italia, siamo partiti con 800 kg, e settimana dopo settimana la quantità di pane acquistato collettivamente da un popolo fatto di precari, disoccupati, lavoratori, studenti, casalinghe, migranti, pensionati e arrivata a 10.000 kg. Questo popolo che da tempo sa che non si arriva a fine mese e che vive questa condizione in assoluta solitudine ha oggi la possibilità concreta di riprendere voce mettendosi insieme. Il GAP, parola nobile presa in prestito da una sigla resistente è una riscoperta di una pratica di solidarietà fra pari, vecchia e dignitosa come la storia del movimento operaio. Solidarietà quindi, e non carità, perchè rispettare la dignità è importante. Nasce e si sperimenta così, un nuovo mutualismo vertenziale da utilizzare come alternativa concreta, utile. Da domani dovremo quindi attrezzarci per proseguire su questa direzione, compagni e compagne non è che l'inizio... Draghi vuol far pagare la crisi ai lavoratori: «In pensione più tardi» - Roberto Farneti

Far pagare la crisi dell'economia ai lavoratori. E' ancora questo il pensiero comune di governo, Confindustria e Banca d'Italia. Mentre nel mondo si discute della fine del liberismo sfrenato - con Nicolas Sarkozy che sottolinea il primato della politica sull'economia e il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, che vede nella posizione assunta dal presidente francese un avvicinamento (inconsapevole?) di quest'ultimo «al socialismo» - in Italia si ripropone il solito modello strabico di intervento pubblico: soldi alle banche e alle imprese, niente a lavoratori e pensionati. L'economia italiana non è competitiva? Invece di puntare il dito sulla scarsa produttività di tutte quelle imprese che in questi anni si sono messe in tasca fior di profitti senza reinvestirli nell'innovazione tecnologica e di prodotto, il chiodo fisso di governo, Confindustria e della stessa Banca d'Italia è che la strada per aiutare l'economia e i conti pubblici sia far lavorare di più i lavoratori.

L'ultimo attacco lo ha sferrato ieri il vice direttore generale di Bankitalia, Ignazio Visco: allungare l'età pensionabile e aumentare la produttività del lavoro sono le uniche vie percorribili, sostiene Visco, per «il mantenimento e l'espansione del livello di vita raggiunto nel nostro paese». Non basta. Negli ultimi dieci anni la produttività totale dei fattori nel nostro paese ha ristagnato a fronte di una crescita media annua attorno all'1% negli altri principali paesi europei e all'1,5% negli Usa. Ebbene, secondo Visco «una parte significativa di questo ritardo - afferma - può essere ricondotta ai vincoli al corretto funzionamento dei mercati», all'eccesso «di regolamentazione e all'introduzione di barriere all'entrata o di misure volte a proteggere le quote di mercato delle imprese esistenti». Curioso: mentre a livello internazionale si cercano soluzioni condivise per affrontare una fase di crisi acutissima («decisioni conclusive» saranno prese, annuncia Sarkozy, alla riunione del G20 il 15 novembre a Washington) da noi Bankitalia predica le virtù del libero mercato. «Una proposta inaccettabile», ribatte Claudio Grassi, della segreteria del Prc. «Ci vorrebbe - spiega Grassi - un po' di senso del pudore. La crisi che si sta consumando in questi giorni ha evidenziato un mondo, quello delle banche e delle borse, fatto di speculazioni e di manager superpagati. Il signor Profumo, a capo dell'Unicredit, cioè una delle banche più in crisi, solo nel 2007 - ricorda il dirigente del Prc - ha percepito 9 milioni di euro, tanto quanto lo stipendio di 500 lavoratori». La strada per rimettere in moto l'economia non è quindi quella di alzare l'età pensionabile o di ridurre i salari. «Questa è la ricetta praticata in tutti questi anni e che ci ha portati al disastro attuale. Al contrario - afferma Grassi - bisogna utilizzare le immense risorse che sono apparse improvvisamente in questi giorni per salvare borse e banche, per aumentare salari, stipendi e pensioni e per bloccare i prezzi dei beni di prima necessità come pane, pasta e latte». L'oggettivo scivolamento verso la povertà di molte famiglie è testimoniato anche dalle crescenti difficoltà a pagare la rata del mutuo, al punto che 1,9 milioni di mutuatari sarebbero a rischio di insolvenza. A lanciare l'allarme è una ricerca dell'Adusbef che, esaminando i dati raccolti nei maggiori tribunali, stima per quest'anno una crescita del 22,3% del numero di pignoramenti ed esecuzioni rispetto al 2007. Opposta la visione di Confindustria. Quello che si aspettano gli imprenditori in un momento così difficile è un pacchetto di interventi fiscali, di misure a favore dell'attività produttiva e di stanziamenti pubblici alle infrastrutture che permettano di sopravvivere alla crisi e di tirare il fiato dopo la tempesta. «Ci aspettiamo dal governo a breve - dice la presidente Emma Marcegaglia - sostegni fiscali per tutte quelle imprese che investono in ricerca e innovazione, in risparmio energetico e che aumentano anche il proprio capitale». La prima risposta arriva dal ministero dello Sviluppo economico che, annuncia Claudio Scajola, ha attivato un fondo da 600 milioni «finalizzato per fondi di garanzia specifici a favore delle pmi a sostegno del capitale di rischio». Ma non è solo lo Stato a dover garantire le imprese. La loro parte la devono fare anche le banche. «I soldi dati alle banche non devono rimanere al loro interno, devono servire ad erogare credito alle imprese. Questo è il grande problema di oggi e su questo non faremo sconti a nessuno», avverte la presidente degli imprenditori, che boccia misure come la detassazione della tredicesima: «Tutto quello che è un po' spot - taglia corto - non so quanto possa veramente incidere sui consumi».

 

La risposta necessaria: sciopero generale - Dino Greco

C'è una relazione possibile fra l'imponente movimento che dagli atenei e dalle scuole sta rimettendo in moto una generazione socialmente devastata e che pareva (politicamente) inertizzata e un movimento dei lavoratori che torna - sia pure sotto una debole guida - a dare qualche prova di esistenza in vita? C'è un terreno su cui lavorare, una trama da costruire, tale da unificare la lotta per una scuola pubblica qualificata, per il diritto universale ad una istruzione libera, non ipotecata dall'impresa, affrancata dal ritorno di discriminazioni censitarie, con la lotta operaia contro l'asservimento totale del lavoro al capitale? E' possibile reagire a quella depressione mortifera che fa sembrare inutile ogni gesto di protesta, che rende vana ogni resistenza alla progressiva soppressione dei principi costituzionali e dei diritti di cittadinanza? E ancora: si può ingaggiare una battaglia perché dalla crisi del capitalismo - che non coinvolge solo i santuari della finanza e che, a ben vedere, neppure lì ha la sua origine, ma solo la sua perversa risposta - si possa uscire non già rimettendo sui medesimi binari il convoglio deragliato, ma con una critica radicale del modo di produzione e di scambio? Naturalmente, ogni resipiscenza è la benvenuta, ma dubito, per usare un eufemismo, che una risposta di sistema, all'altezza dei temi posti possa trovare albergo nel Pd che le domande più sopra formulate ha rimosso in radice, considerando il conflitto fra capitale e lavoro un relitto novecentesco ed avendo introiettato la forma capitale come il solo ordine sociale possibile. Mentre l'occasione di rientrare in partita è offerta alla sinistra, se nei movimenti che tornano ad innervare l'anemica vita politica del Paese saprà riaffondare le proprie indebolite ma non estinte radici. Non è il lavoro di un giorno o di qualche mese, visto il deserto che è alle spalle, ma talvolta la realtà riserva accelerazioni che vanno capite e prese di slancio. E tuttavia è mia opinione che lo snodo cruciale, la possibilità di conferire alla lotta spessore e durata, risiedono, ancora una volta, nel ruolo che i lavoratori e le loro organizzazioni sapranno giocare. Nelle condizioni date, ritengo che sarà decisivo se la Cgil - la quale oggi come non mai vede messa a repentaglio la propria stessa autonomia - tornerà ad essere il fattore coagulante di un sommovimento che attraversa tutta la società, ma che sino ad oggi è restato del tutto privo di guida, politica e sociale. La risposta necessaria è lo sciopero generale. Non ne parlo come di un episodio isolato, o come di un consolatorio canto del cigno, ma come di un movimento di lotta destinato a durare, a mettere in campo una replica che sia finalmente all'altezza della drammaticità delle condizioni di vita e di lavoro di tanta parte del popolo e che sappia contrapporsi al processo involutivo che soffoca la società italiana e compromette le basi democratiche del Paese. Ecco la possibilità non già di teorizzare-rivendicare-auspicare, ma di praticare un nuovo protagonismo del lavoro che comincerebbe a saturare alcune delle profonde ferite che hanno separato e contrapposto strati sociali accomunati da un'identica oppressione e subalternità. Ecco la possibilità di ricostruire - non a tavolino, ma attraverso il conflitto - un pensiero critico da tempo sepolto sotto una greve coltre di conformismo. Non regge l'alibi, frutto di un irriducibile riflesso burocratico, secondo cui fra i lavoratori non vi sarebbe disponibilità alla lotta: tutte le volte che ci si è loro rivolti con un linguaggio e con obiettivi chiari essi hanno risposto. Anche di recente. Ed in misura superiore -manco a dirlo - alle attese. Sento già il sarcasmo di quanti liquideranno questa ipotesi come ingenua infatuazione "neo-soreliana", come scorciatoia palingenetica verso velleitari desideri di riscossa. Ha certamente qualche fondamento il dubbio che un sindacato in difficoltà nell'esercizio del ruolo che gli è proprio, ancora in bilico amletico sul crinale di una surreale trattativa con Confindustria (il cui oggetto reale - la riduzione del salario e l'imbavagliamento del sindacato - è quanto di più grottesco sia possibile immaginare), possa interpretare un ruolo di tale fattura. Ma se di questo si rendesse capace, tutta la realtà, a partire dagli equilibri politici, ne sarebbe attraversata e sconvolta. E si riaprirebbero giochi, anche a sinistra, che oggi paiono inesorabilmente chiusi.

 

Boicottiamo la festa del 4 novembre - Piero Sansonetti

La Lega di Bossi ha proposto di cambiare l'Inno nazionale. Niente più Fratelli d'Italia , canzone troppo romana, e al suo posto il Piave . Il ministro La Russa, che pure era sempre stato molto attaccato all'inno di Mameli, si è detto entusiasta. Perché? Diciamo che le due canzoni sono tutte e due molto brutte, ispirate ai valori nazionalisti, retoriche, un po' fascistelle. Tutte e due molto guerresche, con qualche connotazione sanguinaria. E allora perché scambiarle? Per un motivo molto semplice: il verso più importante dell'inno di Mameli, è anodino e patriottico e senza riferimenti all'attualità: «Italia chiamò». Il verso più importante del Piave ha invece riferimenti fortissimi all'oggi: «Non passa lo straniero». E assume, nella attualità politica, un fortissimo significato xenofobo. Se Il Piave diventasse l'Inno ufficiale, l'Italia assumerebbe in forma solenne una posizione xenofoba e razzista, di rifiuto e di condanna dell'immigrazione. Questo piace alla Lega. E piace anche a La Russa, che inoltre apprezza l'aspetto del Piave più legato all'idea di guerra, di guerra come grande valore, come obiettivo di una comunità e di un popolo, come vera realizzazione dello Stato. Del resto il ministro La Russa e il governo stanno preparando un gran numero di cerimonie per celebrare con tripudio il 90° anniversario di quella che il papa Benedetto XV definì «l'inutile strage». Cioè la prima guerra mondiale, quella che viene chiamata la grande guerra, e che è stata un avvenimento orribile, feroce, sanguinosissimo. Del quale è giusto parlare, per spiegare ai giovani che le classi dirigenti europee impazzirono e si macchiarono di ignominiose colpe, di scelte dissennate, che poi aprirono le porte al fascismo e al nazismo. Invece rischiamo di assistere a delle vere e proprie esaltazioni dello spirito patriottico: lo Stato spenderà centinaia di milioni per spiegare ai giovani che l'Italia vinse quella guerra e che questo le fa onore e gloria. Sarebbe bello se riuscissimo in qualche modo a boicottare le iniziative filo-guerra che avverranno nei prossimi giorni. Se ci organizzassimo per andarle a contestare, a far casino, per spiegare a chi le ha preparate che in questo modo esalta le carneficine, i delitti di massa, la cultura dell'assassinio, della violenza e della morte. Non so se ci riusciremo. Comunque almeno diamo sostegno alle campagne organizzate dai movimenti pacifisti, come il "movimento nonviolento" (www.nonviolenti.org), i Beati costruttori di Pace (www.beati.org) e PeaceLink (www.peacelink.it). Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato un articolo di Mao Valpiana il quale, a nome di queste organizzazioni, invitava a esporre le bandiere della pace alle finestre, a dare volantini, e chiedeva agli insegnanti di portare in classe libri come Un anno sull'altopiano (di Emilio Lussu) o Addio alle armi di Ernest Hemingway, e poi di leggere poesie di Ungaretti. Aderiamo a questa iniziativa, e intanto pubblichiamo, qui di seguito, alcuni versi bellissimi di Giuseppe Ungaretti, scritti all'indomani della grande guerra. La poesia si chiama San Martino del Carso, e parla di San Martino, paese raso al suolo dai combattimenti:

Di queste case

Non è rimasto

Che qualche

Brandello di muro

Di tanti

Che mi corrispondevano

Non è rimasto

Neppure tanto

Ma nel cuore

Nessuna croce manca

E' il mio cuore

Il paese più straziato

 

Manifesto - 26.10.08

 

Se Kossiga spara ancora - Alessandro Robecchi

C'è soltanto una cosa più deprimente delle parole di Francesco Cossiga, ed è il fatto che siamo ancora qui a occuparci di Francesco Cossiga. La mirabile lezione di guerriglia di stato fornita dall'ex presidente, con le sue suggestioni argentine e cilene, la sua confessione (io facevo così) e il delizioso tocco macho-fascio (picchiare le «maestre ragazzine») ci costringono a farlo, ma, diciamolo, controvoglia. Anche la grande stampa ha preferito glissare: che Cossiga teorizzi il terrorismo di stato per fermare un movimento pacifico non ha fatto notizia, non ha «bucato». Se l'anziano gladiatore fosse uscito di casa con una pizza in testa o vestito da sioux avrebbe avuto più audience. La linea prevalente è alzare le spalle, minimizzare: c'è sempre un tenero nonnetto da qualche parte che dice quant'era bella la prima guerra mondiale. Forse è giusto così: le tattiche guerrigliere di Cossiga Francesco sono vecchie come il cucco, Berlusconi le conosce e le ha già applicate (Genova). Eppure c'è qualcosa di più grave ancora, per noi e per il paese, delle esternazioni da colonnello greco del senatore Cossiga. C'è il fatto che in una società avanzata, alle prese con le sue crisi, le sue speranze di cambiamento, le sue resistenze alla privatizzazione totale, le sue onde anomale, la sua difesa dei diritti, la sua informazione deviata e il suo peronismo per gli acquisti, siamo ancora qui a occuparci di Francesco Cossiga. E' davvero deprimente: Cossiga voleva menarmi quando avevo sedici anni, e ora che ho moglie, figli, casa, macchina e lavoro, Cossiga vuole menarmi ancora. Ammetterete che c'è qualcosa di maniacale. Certo il tempo è dalla nostra parte, verrà un giorno in cui chiacchierando di cose irrilevanti potremo dire, ehi, ti ricordi Cossiga? E serenamente rispondere: no.

 

Il gran giorno del Veltroni bis - Micaela Bongi

ROMA - Il cielo è sempre più grigio, ma la pioggia risparmia il popolo democratico. Walter Veltroni è sudato, dopo cinquanta minuti di comizio. Stringe mani, torna sul palco attraversando speditamente il corridoio «umano» che seprara il podio dal grande palco dove i leader democratici hanno ascoltano, con più o meno entusiasmo (Francesco Rutelli, apparentemente, meno di tutti) il segretario. Si canta in coro l'inno d'Italia, per chiudere la giornata dell'orgoglio democratico. E poi tutti a casa con i Procol Harum, A whiter shade of pale, stessa sigla finale del Lingotto. Ma se «un'altra Italia è possibile», come da nuovo slogan del Pd veltroniano usato dal leader per chiudere il suo comizio, sul palco del Circo Massimo c'è anche un altro Walter, rispetto a quello incoronato segretario a Torino. Meno pallido. Perché non è a una convention, ma a una grande manifestazione di piazza. E perché sei intensissimi mesi di governo Berlusconi costringono anche il leader del «ma anche», del dialogo e dell'autosufficienza, a fare i conti con la realtà. E così, prima di tutto, il leader scalda il catino del Circo Massimo non quando, all'inizio del suo discorso, dice «con orgoglio» che «quella di oggi è la prima grande manifestazione di massa del riformismo italiano» perché «il Partito democratico è il più grande partito che la storia d'Italia abbia mai conosciuto». Ma quando ricorda Vittorio Foa, «condannato e messo in galera perché era antifascista» e «per chi crede che fino a un certo punto ci sia stato un fascismo in fondo non troppo cattivo, va ricordato che era il 1935». E l'Italia, signor presidente del consiglio, è un paese antifascista». L'Italia, ripete Veltroni, come artificio retorico che intervalla il suo discorso, è anche «un paese migliore della destra che lo governa». Anche se «la fotografia dell'Italia attuale sta sbiadendo, ha quasi del tutto perso i colori» e «i volti degli italiani appaiono sgranati e in bianco e nero». E' un discorso, quello del segretario del Pd, che non esce dai confini nazionali se non per portare esempi. Persino Barak Obama è citato, insieme a John McCain, soltanto per dire che entrambi i candidati alla presidenza degli Stati uniti, a differenza di Silvio Berlusconi, mai «risponderebbero con un'alzata di spalle a una domanda sulla decisione di Roosevelt di mandare a combattere e morire migliaia di ragazzi americani, morti per restituirci la libertà e la democrazia». Una democrazia che non se la passa tanto bene. Anche se Veltroni assicura di fronte alle centinaia di migliaia di manifestanti che «noi non pensiamo che questo governo sia la causa di tutti i mali» e «non saremo noi a gridare al regime». Ma quello che più pacatamente descrive il segretario democratico ci somiglia molto: «E' l'idea del potere che non è tenuto a rispondere dei suoi comportamenti. E' un'idea del potere inaccettabile. E' la confusione tra governare e prendere il potere. Contro questi rischi l'opinione pubblica, la cultura, la coscienza critica del paese, l'antico amore degli italiani per una democrazia viva e piena devono farsi sentire». Abbandonato il mito dell'autosufficienza, il segretario descrive il Pd come «un grande partito di popolo», ma sorvola sulla «vocazione maggioritaria». Anzi: il Pd «fa dell'opposizione, un'opposizione di popolo, il modo per incidere oggi sulla realtà del paese e per essere domani, strette le alleanze che le idee e i programmi vorranno, nuova maggioranza e nuovo governo per l'Italia». Quali alleanze non è precisato. Nel corteo ci sono anche militanti di Sd con uno striscione che chiede «spostatevi a sinistra». Ma Veltroni la parola sinistra non la dice nemmeno una volta. E' l'orgoglio «riformista», quello che viene celebrato. Eppure il segretario fa forse il suo discorso più «di sinistra» da quando guida il Pd. Certo, chiama in soccorso, per criticare duramente i tagli alla scuola e all'università, il presidente francese Sarkozy e lo storico di destra Franco Cardini che descrive Tremonti come l'opposto di Robin Hood. Ma chiede una, due, tre volte interventi non solo per le piccole e medie imprese ma anche sui salari e le pensioni. «Noi chiediamo di ridurre, a partire dalla prossima tredicesima, il peso delle tasse sui lavoratori dipendenti e sui pensionati». Si sintonizza con gli studenti che manifestano contro i decreti Gelmini e Tremonti, pur aprendo al confronto in parlamento, ma dietro ritiro dei decreti in questione. Dice che «fa rabbrividire la mozione della Lega sulle classi differenziate per bambini stranieri», è «segregazione etnica». E, respingendo l'equazione «immigrazione-insicurezza», Veltroni arriva a dire, lui che da sindaco di Roma aveva sollecitatto al governo Prodi il decreto anti-rumeni, che «non si può negare uno dei fondamenti della nostra civiltà: sono gli individui che commettono un crimine che vanno puniti. Mai i gruppi, mai le comunità etniche, sociali o religiose». E' quando mette una linea netta di demarcazione tra il Pd e il Pdl che il segretario scalda il Circo Massimo. Ed è un'ovazione quando punta l'indice contro «la vostra cultura dell'individualismo e dell'egoismo», quella della destra berlusconiana. L'Italia è migliore di chi la governa, ripete il leader del Pd. Ma di fronte alla foto sgranata, in biano e nero, di fronte ai prossimi 4 anni e mezzo di governo Berlusconi, Walter Veltroni non offre molto più di un «messaggio di fiducia. Le cose possono cambiare. Le cose cambieranno, non c'è rassegnazione che non possa cedere il passo alla speranza». Ecco che torna Obama. Ma qui, nell'Italia migliore, le elezioni del «si può fare» le ha vinte qualcun altro. Ora, forte dei numeri del Circo Massimo, Veltroni dovrà superare anche la difficile prova delle Europee per convicere i suoi che un altro segretario non è possibile.

 

«Le due opposizioni tornino a parlarsi» - Matteo Bartocci

Una manifestazione «straordinaria e straripante nei numeri ma senza una prospettiva politica». Nichi Vendola, presidente di centrosinistra della Puglia e leader della minoranza di Rifondazione, ha seguito il corteo del Pd solo in tv. Anche a distanza tuttavia coglie tutto il potenziale di quella manifestazione e chiede che le «due piazze», quella della sinistra dell'11 ottobre e quella riformista del 25, tornino a parlarsi. «Come numeri - registra Vendola - è stata una manifestazione straordinaria. Una presenza straripante che è anche un formidabile potenziale di opposizione e un gigantesco deposito di anticorpi democratici e di sentimenti progressisti». Però? Il problema è che a quel popolo e al suo enorme potenziale non corrisponde una piattaforma politica. E' un popolo che vuole un'opposizione, che però non vede ancora incarnarsi, che non coglie le ragioni di una crisi che non è solo finanziaria ma è nella coesione sociale del paese e nella sterilizzazione del suo Dna antifascista. In piazza c'era un popolo ricco di suoni e povero di parole. Un miscuglio di corpi sociali che comunque chiedono più sinistra. Parlo per me, come semplice cittadino, ma io da quella marea umana mi sento più protetto. In questo vortice di sub-culture di destra c'è bisogno di attraversare la solitudine di Roberto Saviano e di interrogarsi su tante vite proletarie buttate nella spazzatura, sugli spaventosi buchi neri di memoria e di civiltà di questo paese. In quella folla vedo la possibilità di un argine, magari con parole che per la mia cultura politica posso trovare scarne, ambigue o imprecise, ma che comunque rappresentano una barriera semantica all'ondata della destra. Pentito di non esserci andato? Guarda, io non volevo partecipare a questa manifestazione. Volevo vederla, annusarla, capire che dentro ci sono tante storie. E' un modo di guardare l'Italia. Quello che dico non è soggezione al Pd. Niente affatto. Sta proprio nel moderatismo del Pd la debolezza politica della sua effimera opposizione. E' questo che chiede a noi una interlocuzione con quella piazza. Abbiamo incontrato molta gente che ha sfilato l'11 ottobre. Un popolo di centrosinistra - operai, insegnanti, dipendenti pubblici - come interagirci? L'11 ottobre è stata una manifestazione segnata da bandiere di tutte le gradazioni del rosso. Era una somma algebrica di enclave partitiche o ideologiche. Una manifestazione identitaria che naturalmente rappresenta comunque il polmone fondamentale di qualunque animazione sociale e politica nei luoghi di lavoro e nelle città. E quindi anche l'11 c'era un popolo potenziale animato da una straordinaria generosità ma che ha una difficoltà evidente a rappresentarsi con la forza di una proposta politica. Ora il Pd ha fatto anche lui il suo rilancio identitario. Ma le due piazze devono parlarsi. Devono provare a costruire non alleanze tattiche ma interloquire davvero, sfidarsi sul piano delle idee e dei programmi (stesse parole di Veltroni, ndr), interrogarsi reciprocamente sulla precarizzazione del lavoro, la svalorizzazione degli apparati formativi o sul totalitarismo pedagogico di questa tv a reti unificate. Queste due piazze dovrebbero provare a parlarsi anche sui temi della bioetica, con più laicità, e sui diritti civili, perché l' attacco ai diritti sociali si sposa con l'attacco alle libertà. Dal palco Veltroni ha archiviato la vocazione maggioritaria e aperto ad alleanze ma senza specificare quali. Tu dici che le due piazze devono interagire. Ma come, a quali condizioni? Se la società è frammentata e la politica è la bandierina delle lobby e della piccole patrie come fa a vivere la sinistra? La destra non ha vinto solo nelle urne, ha vinto nell'immaginario e nella pancia. Allora dobbiamo fare una battaglia di cultura e di idee. Una battaglia aperta alla comprensione delle domande più che ossessionata dallo sfornare le solite risposte. Perdonami. Però alle amministrative, per esempio in Abruzzo, si rischia di andare ognun per sé. Le alleanze sui territori devono essere governate dalla saggezza di chi nei territori opera. Per me lì la discussione sulle alleanze deve essere sulle città, sulla loro crisi, sulla necessità di riconvertirle dal punto di vista urbanistico, energetico e ambientale. Molti modelli di governo sono finiti per aria. Penso a Bologna, a Firenze o a Roma. Non sfuggo alla domanda ma le alleanze nelle città si devono fare a partire dalle tante esperienze progressiste che nelle città ci sono. Devono partire dall'idea di città e costruire un blocco sociale alternativo alle destre. Il problema non è quanti capibastone o pezzetti di ceto politico aggiungo o tolgo qua e là. Perché non hai partecipato alle iniziative contro il carovita decise da Rifondazione? Distribuire il pane a un euro è molto distante da quello che dicevi? E' una scelta politica che semplifica questo passaggio. Lo dico con rispetto verso i miei compagni ma il popolo non è in una sorta di infanzia permanente. Testimoniare generosamente la nostra vicinanza al disagio sociale non supplisce al deficit di iniziativa e di prospettiva politica del partito. Ma a dare il pane c'era anche Sd. Si possono fare iniziative testimoniali e simboliche come questa ma la politica è costruire un sapere condiviso, è capire cosa genera la crisi alimentare e su questa base costruire programmi completi, alternativi e credibili. Non voglio fare polemiche ma ci sarà una differenza tra un gruppo di volontariato cattolico che dà il pane e un partito politico. Per questo quell'iniziativa rischia di essere effimera. Noi invece dobbiamo mettere al centro la ricostruzione dei soggetti, delle alleanze e di un blocco sociale che allarghi le reti di protezione, risarcisca chi soffre e difenda i diritti di tutti e di ciascuno. Per ora questo nel mio partito non lo vedo. E per questo chiedo oggi che le due piazze, dell'11 e del 25, si parlino. L'11 ottobre hai lanciato l'«associazione per la sinistra». A che punto è il tesseramento? E' un percorso orizzontale, a rete,stanno nascendo federazioni locali e regionali. Cerchiamo di essere liberi nelle forme e ci concentriamo sul fare. Ma c'è già? C'è un logo, un simbolo? Ci stiamo ancora lavorando. Escludi che questo tesseramento sia il passo verso una possibile scissione? E' sempre la solita discussione. La scissione di un partito non mi preoccupa, mi preoccupa la scissione di un partito dai suoi soggetti sociali. Non c'è salvezza nella separazione del politico e del sociale. La sinistra deve essere spietata con se stessa sulle ragioni della sua sconfitta. Ma deve anche essere capace di riappassionarsi e di riappassionare dentro una prospettiva di libertà e di giustizia.

 

Aspettando il futuro - Gabriele Polo

«Visto quanti siamo? Se la prossima volta vinciamo ci tocca scappare in Svizzera». In questa frase - un po' scherzosa, ma neanche tanto - raccolta al Circo Massimo ci sono tutti i problemi del Pd che ieri ha rinunciato all'idea dell'autosufficienza: la soddisfazione per il successo numerico e la vaghezza della proposta politica, l'aver raccolto (almeno ieri) il gran bisogno di opposizione che c'è nel paese che ha dato vita a una bella giornata di democrazia e la grande difficoltà di renderla concreta, quell'opposizione. E l'incertezza per il futuro. Perché dietro all'orgoglio veltroniano dell'Italia migliore e possibile c'è una proposta che resta al di sotto della sfida necessaria, non all'altezza della terribile ricetta che il nazional-populismo berlusconiano getta addosso a una realtà che la recessione montante può rendere spettrale.

Walter Veltroni e tutto il gruppo dirigente del Pd possono essere soddisfatti (per un giorno), ma questo successo li carica di responsabilità e si devono alquanto preoccupare per il futuro prossimo. Perché se è pacifico che non si va da nessuna parte senza chi è sceso in piazza ieri a Roma, molti dubbi ci sono sulla ricetta che viene proposta a questo «popolo». È giusto, naturale e doveroso denunciare tutti i guasti causati ogni giorno dal governo in carica, fino a esplicitarne il carattere eversivo. Ma individuarne il contrappeso in un progetto nazional-riformista offre scarse possibilità di soluzione. Di fronte al degrado politico, sociale e culturale rappresentato «benissimo» dal governo di centro-destra, proporre la serenità di un'azione parlamentare da «tempi normali» sembra inadeguato; appellarsi alla responsabilità di un'altra Italia in attesa di tempi migliori per renderla diversa rischia di gettare al vento le energie di quanti si sono ritrovati per cercare al più presto una via d'uscita. L'evidente contraddizione tra la forza numerica della manifestazione di ieri (sicuramente più radicale di chi parlava dal palco) e la debolezza del suo sbocco politico era del tutto evidente, ad esempio, sul tema della formazione: a un movimento di massa - del tutto nuovo e originale - che fa saltare i nervi al potentissimo presidente del consiglio, è stato detto «vi appoggeremo nelle vostre lotte», ma poi è stato proposto di partecipare a un confronto politico - magari anche aspro - tra maggioranza e minoranza. Un confronto reso impossibile in partenza dalla violenza di chi sta al governo. Che faranno ora le migliaia di persone convenute al Circo Massimo? Questa è la vera domanda cui dovrebbe rispondere chi li ha chiamati a raccolta. Perché il 25 ottobre non passi alla storia come una semplice prova di «esistenza in vita», o la testimonianza di una generosa volontà che può solamente attendere tempi migliori. Se verranno, tra quattro anni e mezzo, mentre «quello» non retrocede di un centimetro.

 

Scuola, tre giorni di fuoco per fermare la riforma - Andrea Gangemi

ROMA - È partito il countdown per il decreto Gelmini. Martedì prossimo verranno messi ai voti i 250 emendamenti presentati dall'opposizione, ma è molto probabile che il fronte compatto della maggioranza non ne faccia passare neanche uno. E che stavolta non abbia bisogno di ricorrere alla fiducia quando, mercoledì 29 alle 10 del mattino, l'aula di Palazo Madama esprimerà l'ultimo voto. Giusto il giorno prima dello sciopero generale indetto da Flc-Cgil, Cisl e Uil, e a due giorni dalla data di scadenza del decreto legge che istituisce il maestro unico. E se la maggioranza parlamentare, sorda ad ogni richiesta, si avvia spedita a convertire in legge uno dei provvedimenti più impopolari degli ultimi decenni, anche dal mondo dell'istruzione non giunge il benché minimo segno di resa. Oggi a Roma i docenti e gli studenti del dipartimento di Fisica occupato della Sapienza hanno invitato insegnanti e genitori delle elementari per approfondire insieme gli effetti della «riforma Gelmini», e intrattenere i bambini con esperimenti scientifici. Per domani è prevista un'altra giornata di cortei studenteschi in tutto il Paese, e in molti istituti potrebbero scattare nuove occupazioni. Martedì comincerà invece con un presidio davanti al ministero dell'Istruzione, quando l'associazione Retescuole consegnerà alla ministra circa 32mila firme raccolte contro il decreto nei suoi due mesi di vita. A convocare l'adunata pomeridiana davanti al Senato, in coincidenza con l'inizio dei voti, ci hanno pensato i Cobas. «Sarà davvero il 28 ottobre "sotto l'egìda" della sgrammaticata avvocata bresciana? - si chiede il portavoce nazionale Piero Bernocchi - La violenta dichiarazione di guerra di Berlusconi contro il popolo della scuola pubblica, gli studenti e tutti/e coloro che si oppongono alla legge 133 e al decreto Gelmini - aggiunge - non ha minimamente rallentato l'espansione del movimento di lotta, anzi l'ha potenziato». Una veglia notturna «dalle Alpi alla Sicilia» per illuminare la notte della vigilia con fiaccolate e una scritta luminosa - «Fermatevi» -, da comporre nelle piazze con candele e lumini, è stata lanciata dall'assemblea genitori e insegnanti delle scuole bolognesi, già promotrice di una «notte bianca della scuola». Mercoledì mattina, l'ultimo immancabile presidio su Palazzo Madama. «Sarà autoconvocato, non c'è stato neanche bisogno di discuterne» dice Simonetta Salacone, battagliera direttrice didattica della scuola «Iqbal Masih» di Centocelle, a Roma, focolaio della protesta estesasi poi su scala nazionale. «E a dimostrare che per noi non è affatto la fine - aggiunge - i coordinamenti cittadini delle scuole si riunirano lo stesso pomeriggio per organizzare nuove iniziative». Già l'indomani «una grande "ola" passerà per Roma». Forse, viste quelle delle ultime settimane, rischia di sbilanciarsi un po', ma Mimmo Pantaleo, leader della Flc-Cgil, parla della «più grande manifestazione per la scuola che la nostra memoria ricordi. Quasi 1.000 pullman, 5 treni speciali, tanti arrivi spontanei da ogni parte d'Italia - dice il sindacalista - faranno confluire in piazza della Repubblica centinaia di migliaia di persone che sfileranno per chiedere il ritiro dei provvedimenti del governo e l'apertura di un confronto». E un accenno a smorzare il pugno duro agitato questa settimana da Berlusconi sui manifestanti è giunto dal capo della polizia Antonio Manganelli: «Siamo chiamati a garantire i diritti di tutti, sia nell'esprimere il dissenso che il consenso - ha detto - anche se non sono giustificabili né i blocchi stradali o ferroviari, né, tantomeno, forme di violenza».

 

La ricetta contro il «crack dei crack»? Un new deal europeo, puntato sul sociale

Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi

La lezione più profonda del New Deal è un'altra rispetto a quella ripresa dal «keynesimo reale» o dall'attuale salvataggio di emergenza. E' la possibilità di cogliere l'occasione della nazionalizzazione della finanza per promuovere un intervento strutturale diretto dello Stato, mobilitando un «esercito del lavoro». Una sfida che ci piomba addosso, ma non è inattesa. Chi riteneva prematuro porsi i problemi di una più alta e produttiva spesa pubblica è costretto a ricredersi: ci obbliga la devastazione della crisi - sociale, ambientale, energetica. Dalla crisi non si esce se non si trova un nuovo traino di domanda effettiva, e una alternativa di politica economica richiede un diverso Stato, un diverso lavoro, la costruzione di contropoteri. Così fu, per quanto contraddittoriamente, con Roosevelt. Bisogna avere il coraggio di riprendere a pensare in grande: con i piedi per terra, e la testa ben alta, ricollocarsi a quel livello dello scontro, dentro una più netta rottura con la logica capitalistica. Non potrà essere la svalutazione del dollaro a far ripartire la congiuntura mondiale. Si richiederebbe piuttosto una espansione coordinata della domanda interna nelle varie aree, il cui perno siano una spesa pubblica riqualificata e alti salari: il «ritorno dello Stato» va da un'altra parte. La ricerca parossistica di un «pavimento» alla crisi finanziaria non sta infatti rispondendo alla carenza di domanda. E le misure che eventualmente saranno prese arriveranno fuori tempo massimo per evitare una grave recessione, e il rischio concreto di una successiva prolungata stagnazione. Scrivemmo che le banche centrali erano arrivate al capolinea. Ci sono rimaste, continuando a lanciare soldi alle private senza successo. Il dogma dominante è non mettere soldi in mano alle persone che devono spenderli per consumi, o alle istituzioni pubbliche che possono spenderli dentro un disegno di modifica della qualità di produzione e occupazione. Tutto ciò chiarisce l'improrogabilità di massicci provvedimenti di sostegno ai debitori ultimi e compratori primi, con rilevanti riduzioni di tasse su bassi e medi salari, sostegni sui mutui, e così via. Ma non ci si può fermare lì: si deve procedere non verso una spesa pubblica anticiclica «generica», ma verso una spesa diretta e «mirata» dello Stato. La dimensione europea è quella adeguata. Qui, dentro una segmentazione valutaria che può rendere credibile una politica di controlli di capitale, molte cose sarebbero possibili. Sta saltando di nuovo il Patto di Stabilità: si deve chiedere che le spese in conto capitale (in senso ampio) vengano escluse dai parametri, e così quella spesa statale che sostiene l'attivazione di uno sviluppo diverso. Si può pensare, in modalità tecniche da definire, a una sorta di «consolidamento» dei debiti pubblici dell'area, trasformandoli in proprietà, mentre contemporaneamente si lancia un finanziamento per programmi di intervento infrastrutturale: siamo in un momento in cui lo Stato è il solo garante della «fiducia». A questo scopo si possono mobilitare anche le riserve auree dell'Unione, senza aver paura di rimuovere il tabù del finanziamento monetario del disavanzo. E' possibile l'istituzione di una banca europea di finanziamento che si articoli nei vari paesi dell'Unione. Ancora su scala europea, è necessario impedire che gli squilibri delle bilance dei pagamenti diventino un vincolo implicito operativo, con impatto reale. Quella banca deve poter allora agire da clearing union, «riciclando» gli avanzi di parte corrente intraeuropei. Si romperebbe così con il miope neomercantilismo che frantuma il vecchio continente e rende miopi e contrastanti le politiche economiche. Da tempo avvertiamo che una crisi dal lato del debito pubblico o dal lato degli squilibri commerciali si può materializzare, non autonomamente ma di rimbalzo: per l'impatto asimmetrico sull'Unione della crisi finanziaria globale derivante dall'insostenibilità reale del «nuovo capitalismo». La probabilità ora è aumentata. Una strategia d'urto sull'architettura istituzionale europea è propedeutica a una politica della spesa pubblica aggressiva non solo nella entità ma soprattutto nei contenuti. L'idea di partenza è elementare. Un diverso profilo strutturale delle economie europee, in primis l'Italia, richiede un impegno finanziario forte e compresso nel tempo per cambiare il «paradigma» delle economie. Solo lo Stato può promuoverlo, e la crisi ha ricreato una «finestra» in cui l'azione pubblica può sfruttare, o produrre cooperativamente, bassi tassi di interesse a suo favore. Occorre però individuare le grandi questioni inevase della società: partire dalle domande dove massima è l'interconnessione tra le problematiche economiche, ecologiche, e di genere, e dove la risposta passa per la promozione di attività ad alta intensità di lavoro e alta tecnologia.

Ci limiteremo a pochi cenni, del tutto insufficienti e preliminari. Un ente energetico europeo può definire politiche industriali e rapporti con i paesi produttori, dentro un grande piano ambientale a livello micro e mesoeconomico: il che richiede finanziamenti delle trasformazioni a livello delle imprese, usando leggi e incentivi come anche penalizzazioni. Garibaldo ricorda da tempo un altro tema, la mobilità sostenibile: dai nuovi motori, alla gestione via ICT del traffico nei grandi centri metropolitani, sino alla costruzione di nuovi mezzi di mobilità urbane. Va poi rivisto radicalmente il sistema dei trasporti, privilegiando quello su rotaia rispetto a quello su gomma, o quello aereo low cost. E' urgente la risistemazione dei bacini idrici e delle coste. In tutti questi casi, una vera «emergenza», si deve poter accedere ai fondi strutturali, applicando una legislazione di protezione e di sussidio analoga a quella degli Stati Uniti verso le industrie militari. Discorsi che possono essere estesi all'acqua, all'istruzione, alla sanità: a tutti quei bisogni pubblici o semi-pubblici che devono diventare il riferimento di una nuova classe di prodotti e servizi. In un'ottica del genere, il lavoro non può essere precario o mal pagato. Solo la lotta può spostare gli assi di priorità, non gli schemi astratti di politica economica. Un «programma» non si improvvisa, è frutto di un lavoro collettivo. Non si parte però se non si hanno le idee chiare sul come stanno le cose e sul come iniziare il cammino: se non si attivano, insieme, lotte e immaginazione programmatica. Ma i più atterriti e ammutoliti sono proprio i sindacati, gli unici che potrebbero fare qualcosa vista l'attuale inesistenza della sinistra sul piano europeo.  (3. Fine)

 

Sovranità alimentare - Serena Corsi

MAPUTO (Mozambico) - «Siamo qui», ha risposto l'Africa alla chiamata di decine di movimenti contadini del resto del mondo arrivati qui a Maputo per la quinta conferenza mondiale della Via Campesina, il movimento nato quindici anni fa per opporsi agli effetti devastanti della globalizzazione liberista sull'agricoltura di piccola scala. «Siamo qui» hanno ripetuto i movimenti dei sette paesi aggiuntisi in quest'ultima conferenza (Angola, Camerun, Congo, Togo, Tanzania, Niger e Nigeria) a quelli dei cinque che già facevano parte di Via Campesina Africa (Mozambico, Sudafrica, Mali, Madagascar e Senegal). Seicento delegati da settantadue paesi li hanno salutati al suono dei tamburi africani per inaugurare una cinque giorni di riunioni e dibattiti gestita in maniera impeccabile dagli anfitrioni della Unac, la Uniao Nacional de Camponeses de Mozambique: si vede che sono andati a scuola di organizzazione dai sem terra brasiliani, che da qualche anno hanno cominciato a portare in Africa la «escolas de campo», la formazione agricola rodata negli assentamentos in Brasile. La conferenza quadriennale (l'ultima fu nel 2004 a San Paolo) è il cuore della vita politica del movimento: qui si decidono le strategie comuni per il futuro. Tanto più delicate in un momento di crisi a trecentosessanta gradi come quello che ste vivendo il mondo in questi mesi. «Assistiamo alla convergenza di quattro crisi: alimentare, climatica, energetica e finanziaria», dice Paul Nicholson, sindacalista rurale basco, per anni portavoce della Via Campesina Europa. «Una risposta possibile alla crisi è che il mondo si rifugi di nuovo nel mercato e nella tecnologia, cause ideali e concrete del disastro a cui assistiamo. Un'altra possibilità è di applicare il concetto di sovranità alimentare: priorità ai consumatori locali, decisionalità ai produttori locali, sostegno all'agricoltura su piccola scala». Ma le parole d'ordine possono essere le stesse per un contadino dello Sri Lanka in lotta contra la Monsanto, per un'europeo che investe nell'agricoltura biologica, per un africano colpito dalle inondazioni? «Per esempio, i nostri compagni europei fanno pressione sui governi affinchè tolgano i sussidi all'agricoltura che strangolano i nostri mercati», spiega Fabil, esponente di un sindacato rurale senegalese che ha guidato le rivolte contro l'impennata dei prezzi degli alimenti e lotta quotidianamente contro la privatizzazione della terra. «I sussidi all'agricoltura non sono affatto motivo di conflitto dentro la Via Campesina», aggiunge Francesco dell'Ari, Associazione rurale italiana. «Per la stragrande maggioranza, essi servono a migliorare le performance dell'agroindustria, costringendo noi piccoli coltivatori a prezzi più alti che restringono il nostro mercato». Un impatto meno vistoso, ma con un risultato finale identico: l'espulsione dalle campagne. In Europa, una famiglia contadina al minuto è costretta a lasciare la campagna, mentre in seno alla stessa Unione europea si tratta per l'approvazione degli Epa, trattati di libero commercio che sembrano una riedizione - peggiorata - di quelli falliti nella Wto a causa dell'opposizione e della pressione dei sindacati agricoli e di alcuni governi di paesi in via di sviluppo. «Dobbiamo prepararci ai tempi feroci che vengono» dice nel suo intervento Dena Hoff, contadina del Montana e portavoce di Via Campesina Nordamerica. Perché è inevitabile che la crisi cuore del sistema si ripercuota con ancora più violenza sulle sue periferie: «La crisi ricadrà interamente sulle nostre spalle. Quello che dobbiamo fare è preparare una resistenza che non dipenda dall'aiuto di nessun governo, mantenere il controllo delle risorse naturali e lottare con più forza che mai contro le compagnie transnazionali», dice Chuki Nanjudaswamy, dell'associazione dei contadini dello stato indiano del Karnataka. L'India negli ultimi anni ha fatto da punto di riferimento globale alla resistenza contro le sementi transgeniche: nel Tamil Nadu, i movimenti rurali hanno vinto una battaglia importante per il diritto dei contadini a rifiutare semi geneticamente modificati ma, secondo l'attivista Traja Teega, il governo subisce le enormi pressioni della transnazionali (in particolare la Monsanto, che non può rinunciare a un mercato di centinaia di milioni di contadini) per abolire le distinzioni fra semi tradizionali e transgenici nelle etichette di vendita. In India ne sanno qualcosa anche di «rivoluzione verde», un processo di cui si parla sempre di più anche per l'Africa. La crisi alimentare è venuta utile a più di un governo per proclamare la necessità di un aumento della produzione e aprire le porte ai pilastri della green revolution: concentrazione agricola, investimenti esteri, espulsione dei piccoli agricoltori «poco produttivi» dalle campagne. «Ma noi sappiamo bene che la crisi alimentare è causata proprio da storture di questo tipo», dice Mamadou Sissoka, cordinatore di Via Campesina Africa. «Altro che rivoluzione verde. Si aspettano che eseguiamo ordini come questi, altrimenti gli organismi internazionali ci tolgono gli aiuti". Un ricatto che tiene ostaggio da decenni un continente intero. Il Mozambico ne è un esempio lampante, con più della metà del bilancio statale costituito dalle donazioni e dai finanziamenti della cooperazione internazionale. E proprio la relazione con le ong è stata uno dei capitoli principali della conferenza. «D'ora in poi ciascuno di noi dovrà discutere con ogni ong la visione del modello agricolo prima di accettare aiuti», dice ancora Mamadou. Un criterio che, se verrà applicato, farà da doveroso spartiacque, e che è stato abbozzato per la prima volta nel 2007 a Nyeleni, in Malawi, durante il forum mondiale sulla sovranità alimentare, quando per la prima volta i movimenti africani hanno cominiciato a parlare con la voce propria e non della miriade di organizzazioni umanitarie. Di fatto nel documento finale sulla politica di alleanze, il pericolo della cooptazione viene ricordato più volte. Un campanello d'allarme che suona anche nel caso di governi estramente «vicini» al movimento contadino, com'è il caso del movimento rurale angolano legato al partito al potere, Mpla. «Sarà presunzione, ma pensiamo che l'appoggio internazionale garantito dalla Via campesina a un piccolo movimento nazionale possa divenire più significativo dell'influenza, interessata, di un partito al potere. Questa, perlomeno, è la sfida che abbiamo raccolto», commenta il mozambicano Bartolomeu. Tutt'altro spirito per le alleanze con gli altri movimenti sociali, indispensabili ad accumulare forze per resistere alla crisi: «Non dobbiamo più pensare alle alleanza come funzionali all'uno o all'altro movimento, ma per il bene dell'umanità», dice ancora l'americana Dena. Si deve guardare, in particolare, ai movimenti urbani e a quelli delle donne. Infine, un'ovazione ha accolto l'idea presentata da un delegato messicano di schierare Via Campesina a fianco dei migranti, criminalizzati in ogni parte del mondo. Quelli giunti a Maputo in rappresentanza di milioni di contadini, sono - e più d'uno prende il microfono per ricordarlo - «quelli rimasti». I padri, le madri, i fratelli o gli amici degli altri: quelli partiti per attraversare il Mediterraneo, gli Urali o il deserto del Messico.

 

Palestina «in casa» - Michele Giorgio

GERUSALEMME - Da queste parti, di solito, a portare la gente allo stadio sono quasi sempre i partiti, per raduni volti a dare un segno della loro forza. Da qualche tempo però i campetti palestinesi si affollano di giovani innamorati del football e la passione per lo sport più amato e seguito nel mondo stasera avrà il suo momento più alto con l'amichevole tra le nazionali di Palestina e di Giordania. Nello stadio nuovo di zecca «Faisal Husseini» (8mila posti, costato quattro milioni di dollari) di Ram (Gerusalemme Est), alla presenza del presidente della Fifa Joseph Blatter, del rais Abu Mazen e, forse, anche di Michel Platini, la Palestina giocherà per la prima volta in casa, nei Territori occupati, mettendo fine all'esilio forzato in Giordania e Qatar e all'odissea degli allenamenti sul campo della città egiziana di El Arish, nel Sinai. «Finalmente abbiamo un campo regolamentare per la nostra nazionale, era una vergogna non poter vedere qui i nostri ragazzi battersi per l'onore della Palestina», spiega orgoglioso Mohammed Ghazawna, 46 anni, con un passato di studente universitario in Sardegna, motivo della sua passione per il Cagliari. «Ma tifo anche per la Roma di Totti», precisa prima di sospirare ricordando i tempi d'oro di Falcao e Conti.

A Ram l'entusiasmo è alle stelle e sorridono soprattutto gli ambulanti che hanno immediatamente sostituito abiti e scarpe con pantaloncini e magliette, copie perfette dell'uniforme della nazionale. Vanno a ruba le bandiere palestinesi che stavolta sventoleranno per un gol fatto e non per difendere un terreno minacciato dalle scorribande dei coloni israeliani. Sono attesi autobus carichi di appassionati provenienti da tutta la Cisgiordania. Per la tanto desiderata «prima» in terra di Palestina gli spettatori saranno molte migliaia in più dei posti disponibili al Faisal Husseini. La pressione sui calciatori è enorme e gli ultimi allenamenti si sono svolti a porte chiuse. «Ci siamo preparati bene perché vogliamo vincere. E' una amichevole ma un match internazionale è sempre importante per la nostra gente, tanti sventoleranno la nostra bandiera per affermare l'unità dei palestinesi», dice Ahmad Kashkash, ala sinistra, nato e cresciuto a Gaza, in una pausa dell'allenamento pomeridiano diretto dal nuovo allenatore, Izzat Hamza, che per anni è stato il selezionatore delle nazionale giordana. A pochi metri di distanza il mediano Ayman Hendi è impegnato a calciare verso la porta difesa da Abdallah Sidawi, portiere esperto e «chioccia» dei nazionali più giovani. Sono assenti ufficialmente per infortunio i due naturalizzati (un cileno e uno statunitese) ma si sussurra che qualcuno, in alto, stia premendo per utilizzare solo calciatori nati in Ciagiordania e Gaza, almeno per questa volta. Il calcio prova a fare da collante e ad ottenere ciò che la politica fallisce: la riconcilazione tra i simpatizzanti di Fatah, il partito di Abu Mazen, e quelli di Hamas, il movimento islamico che da oltre un anno controlla la Striscia di Gaza. Ma anche ad offrire ore di svago ad una popolazione che ogni giorno deve fare i conti con le «chiusure», il muro e i posti di blocco delle forze di occupazione. Ne sanno qualcosa proprio i calciatori di Gaza, i più penalizzati dalle restrizioni imposte dalle autorità militari israeliane. La Palestina attualmente è al 180esimo posto su 207 nella classifica della Fifa ma due anni fa era salita fino al 115esimo mettendo a segno qualche vittoria di prestigio contro formazioni arabe sulla carta più dotate. Poi è venuto il crollo, figlio della impossibilità della nazionale di poter giocare a ranghi completi le partite ufficiali. Di recente è stata penalizzata per non aver affrontato Singapore ed eliminata dalle qualificazioni per i mondiali del 2010. Israele non ha consentito a 18 tra calciatori e dirigenti palestinesi di lasciare Gaza e la richiesta della federazione palestinese di un rinvio del match non è stata accettata dalla Fifa che ha poi assegnato la vittoria a tavolino e il passaggio del turno alla squadra asiatica. La passione per il calcio comunque è rieplosa nei Territori occupati e dopo ben otto anni, quindi dall'inizio della seconda Intifada, gli abitanti della Cisgiordania hanno un campionato di calcio da seguire che però non include la Striscia di Gaza. Ufficialmente per motivi legati al blocco israeliano ma anche per ragioni «politiche»: la Federazione calcio palestinese non riconosce le attività sportive organizzate da Hamas. A dare l'impulso decisivo alla ripresa del torneo è stata la nomina a presidente della Federazione del generale Jibril Rajoub, un ex comandante dei servizi di sicurezza. Abbandonata la divisa militare e l'attività di repressione degli oppositori politici, Rajoub ha assecondato la sua forte passione per il calcio e si è battuto per rilanciare il campionato e «riportare a casa» la nazionale esule tra Giordania e Qatar. Con ogni probabilità l'impegno sportivo di Rajoub non è distante dalla politica come lui sostiene ad ogni occasione ma in ogni caso l'ex capo dei servizi di sicurezza è stato l'unico a lanciare inviti concilianti al premier di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, un noto appassionato di calcio, a seguire la nazionale stasera in diretta tv. «Siamo tutti palestinesi e tifosi della nostra squadra, teniamo il calcio fuori delle agende dei partiti», ha esortato qualche giorno fa. A Gaza pero' non hanno digerito l'esclusione dal campionato. «Alla fine del torneo avrebbero potuto sfidarsi le vincenti in Cisgiordania e a Gaza», si lamenta Nasser al Agha, un abitante di Gaza city. «Ma per la nazionale - aggiunge subito dopo - tiferemo tutti insieme».

 

Corsera - 26.10.08

 

Università, il business dei laureati precoci – Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

Tasic, un serbo di 19 anni, è finito su tutti i giornali del mondo perché, partito per l'America per studiare, ha preso la laurea e pure il dottorato in otto giorni? Noi italiani, di geni, ne abbiamo a migliaia. O almeno così dicono i numeri, stupefacenti, di alcune università. Numeri che, da soli, rivelano più di mille dossier sul degrado del titolo di «dottore». I «laureati precoci», studenti straordinari che riescono a finire l'università in anticipo sul previsto, ci sono sempre stati. È l'accelerazione degli ultimi anni ad essere sbalorditiva. Soprattutto nei corsi di laurea triennali, dove i «precoci» tra il 2006 e il 2007, stando alla banca dati del ministero dell'Università, sono cresciuti del 57% arrivando ad essere 11.874: pari al 6,83% del totale. Tema: è mai possibile che un «dottore» su 14 vada veloce come Usain Bolt? C'è di più: stando al rapporto 2007 sull'università elaborato dal Cnvsu, il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, quasi la metà di tutti questi Usain Bolt, per la precisione il 46%, ha preso nel 2006 l'alloro in due soli atenei. Per capirci: in due hanno sfornato tanti «dottori» quanto tutti gli altri 92 messi insieme. Quali sono queste culle del sapere occidentale colpevolmente ignorate dalle classifiche internazionali come quella della Shanghai Jiao Tong University secondo cui il primo ateneo italiano nel 2008, La Sapienza di Roma, è al 146˚ posto e Padova al 189˚? Risposta ufficiale del Cnvsu: «Stiamo elaborando i dati aggiornati per la pubblicazione del rapporto 2008. Comunque i dati sui laureati sono pubblici e consultabili sul sito dell'ufficio statistica del Miur». Infatti la risposta c'è: le culle del sapere che sfornano più «precoci» sono l'Università di Siena (494ª nella classifica di Shanghai) e la «Gabriele D'Annunzio» di Chieti e Pescara, che non figura neppure tra le prime 500 del pianeta. Numeri alla mano, risulta che dall'ateneo abruzzese, che grazie al contenitore unico di un'omonima Fondazione presieduta dal rettore Franco Cuccurullo e finanziata da molte delle maggiori case farmaceutiche (Angelini, Kowa, Ingenix, Fournier, Astra Zeneca, Boheringer, Bristol- Myers...), conta su una università telematica parallela non meno generosa, sono usciti nel 2007 la bellezza di 5.718 studenti con laurea triennale. In maggioranza (53%) immatricolati, stando ai dati, nell'anno accademico 2005-2006 o dopo. Il che fa pensare che si siano laureati in due anni o addirittura in pochi mesi. Quanto all'ateneo di Siena, i precoci nel 2007 sono risultati 1.918 su un totale di 4.060 «triennali»: il 47,2%. La metà. Ancora più sorprendente, tuttavia, è la quota di maschi: su 1.918 sono 1.897. Contro 21 femmine. Come mai? Con ogni probabilità perché alla fine del 2003 l'Università firmò una convenzione coi carabinieri che consentiva ai marescialli che avevano seguito il corso biennale interno di farsi riconoscere la bellezza di 124 «crediti formativi». Per raggiungere i 148 necessari ad ottenere la laurea triennale in Scienza dell'amministrazione, a quel punto, bastava presentare tre tesine da 8 crediti ciascuna. E il gioco era fatto. Ma facciamo un passo indietro. Tutto era nato quando, alla fine degli anni Novanta, il ministro Luigi Berlinguer, adeguando le norme a quelle europee, aveva introdotto la laurea triennale. Laurea alla portata di chi, avendo accumulato anni d'esperienza nel suo lavoro, poteva mettere a frutto questa sua professionalità grazie al riconoscimento di un certo numero di quei «crediti formativi» di cui dicevamo. Un'innovazione di per sé sensata. Ma rivelatasi presto, all'italiana, devastante. Colpa del peso che da noi viene dato nei concorsi pubblici, nelle graduatorie interne, nelle promozioni, non alle valutazioni sulle capacità professionali delle persone ma al «pezzo di carta», il cui valore legale non è mai stato (ahinoi!) abolito. Colpa del modo in cui molti atenei hanno interpretato l'autonomia gestionale. Colpa delle crescenti ristrettezze economiche, che hanno spinto alcune università a lanciarsi in una pazza corsa ad accumulare più iscritti possibili per avere più rette possibili e chiedere al governo più finanziamenti possibili. Va da sé che, in una giungla di questo genere, la gara ad accaparrarsi il maggior numero di studenti è passata attraverso l'offerta di convenzioni generosissime con grandi gruppi di persone unite da una divisa o da un Ordine professionale, un'associazione o un sindacato. Dai vigili del fuoco ai giornalisti, dai finanzieri agli iscritti alla Uil. E va da sé che, per spuntarla, c'è chi era arrivato a sbandierare «occasioni d'oro, siore e siore, occasioni irripetibili». Come appunto quei 124 crediti su 148 necessari alla laurea, annullati solo dopo lo scoppio di roventi polemiche. Un andazzo pazzesco, interrotto solo nel maggio 2007 da Fabio Mussi («Mai più di 60 crediti: mai più!») quando ormai buona parte dei buoi era già scappata dalle stalle. Peggio. Perfino dopo quell'argine eretto dal predecessore della Gelmini, c'è chi ha tirato diritto. Come la «Kore» di Enna che, nonostante il provvedimento mussiano prevedesse che il taglio dei crediti doveva essere applicato tassativamente dall'anno accademico 2006-2007, ha pubblicato sul suo sito internet il seguente avviso: «Si comunica che, a seguito della disposizione del ministro Mussi, l'Università di Enna ha deciso di procedere alla riformulazione delle convenzioni» ma «facendo salvi i diritti acquisiti da coloro che vi abbiano fatto esplicito riferimento, sia in sede di immatricolazione che in sede di iscrizione a corsi singoli, nell'ambito dell'anno accademico 2006-2007». Bene: sapete quanti studenti risultano aver preso la laurea triennale nell'ateneo siciliano in meno di due anni grazie ad accordi come quello con i poliziotti (76 crediti riconosciuti agli agenti, 106 ai sovrintendenti e addirittura 127 agli ispettori) che volevano diventare dottori in «Mediazione culturale e cooperazione euromediterranea»? Una marea: il 79%. Una percentuale superiore perfino a quella della Libera università degli Studi San Pio V di Roma: 645 precoci su 886, pari al 73%. E inferiore solo a quella della Tel.M.A., l'università telematica legata al Formez, l'ente di formazione che dipende dal Dipartimento della funzione pubblica: 428 «precoci» su 468 laureati. Vale a dire il 91,4%. Che senso ha regalare le lauree così, a chi ha l'unico merito di essere iscritto alla Cisl o di lavorare all'Aci? È una domanda ustionante, da girare a tutti coloro che hanno governato questo Paese. Tutti. E che certo non può essere liquidata buttando tutto nel calderone degli errori della sinistra, come ha fatto l'altro ieri Mariastella Gelmini dicendo che di tutte le magagne universitarie «non ha certo colpa il governo Berlusconi che, anzi, è il primo governo che vuol mettere ordine». Sicura? Certo, non c'era lei l'altra volta alla guida del ministero. Ma la magica moltiplicazione delle università (soprattutto telematiche), la corsa alle convenzioni più assurde e il diluvio di «lauree sprint», lo dicono i numeri e le date, è avvenuta anche se non soprattutto negli anni berlusconiani dal 2001 al 2006. E pretendere oggi una delega in bianco perché «non si disturba il manovratore», è forse un po' troppo. O no?

 

Ufficiali Nato in affitto nella villa del boss – Lorenzo Cremonesi

CASAL DI PRINCIPE (Caserta) — Via Toti numero 10. Sul confine tra la municipalità di Casal di Principe e San Cipriano. La villa è circondata e protetta da un alto muro, su di un ampio perimetro. Il portone e il cancello in ferro. Gli accessi sono sorvegliati dall'interno da telecamere ultima generazione. Potrebbe essere una delle tante villone che riempiono gli spazi di questa regione del casalese: costruite come fortini, ricordano la logica medioevale a difesa del clan, piegate su se stesse, affacciate su quello che viene chiamato «il luogo », la corte interna. Con una differenza però. Questa è una delle proprietà immobiliari note della famiglia di Antonio Iovine, classe 1964, detto «ninno» perché piccolo di statura, tra i più pericolosi boss d'Italia, ricercato da oltre 12 anni. E con una peculiarità ancora più curiosa: la villa è ormai da tempo affittata ad ufficiali americani in servizio nelle vicine basi Nato. «Paradossale e assurdo, no? Le casse della Nato, cui contribuisce anche il governo italiano, alimentano quelle della camorra organizzata», dice Franco Roberti, coordinatore della direzione distrettuale antimafia di Napoli. Un fatto noto al comando provinciale dei carabinieri di Caserta, che assieme alla magistratura da tempo cercano di mettere sotto sequestro i beni della camorra, comprese le ville affittate alla Nato. Quante? «Probabilmente centinaia — commenta il colonnello Carmelo Burgio, ex comandante della missione dei carabinieri a Nassiriya che da oltre 4 anni dirige gli oltre 1.360 carabinieri della provincia —. Con introiti milionari per la malavita locale, che così riesce a riciclare in modo pulito gli introiti delle sue attività illecite. Solo l'anno scorso, nel marzo 2007, riuscimmo a sequestrare beni pari a cento milioni di euro del clan Bianco-Corvino e a localizzare una cinquantina delle loro ville, che erano state acquistate grazie ad un largo giro di truffe alle assicurazioni auto. Di queste oltre 40 erano state affittate a militari americani stanziati nelle basi Nato campane. Oggi quasi tutte sono ancora abitate da ufficiali Usa con le loro famiglie. Ma gli affitti, che sono alti per queste regioni e variano in genere dai 1.500 agli oltre 3.000 euro mensili, vanno ora ad un fiduciario dello Stato». Alla procura di Napoli sospettano tra l'altro che anche il clan di Giuseppe Setola, considerato tra gli autori del massacro di sei giovani di colore poche settimane fa, abbia affittato alla Nato. «Occorre capire chi sono gli intermediari della camorra presso gli americani », dice preoccupato Raffaele Cantone, magistrato di Cassazione esperto dei Casalesi. La villa di via Toti ha un iter molto particolare. «Antonio Iovine, assieme a Michele Zagaria, detto " Capa storta", e gli Schiavone è al comando della camorra casalese. Si arricchiscono anche con gli affitti alla Nato», dicono i carabinieri. «Calcoliamo che quella dove vive la famiglia di Iovine, sempre tra Casal di Principe e San Cipriano, valga almeno un milione di euro e quella molto vicina di via Toti oltre 800mila. Nell'aprile di quest'anno gli abbiamo sequestrato beni per il valore di 80 milioni di euro. Ma il giudice per le indagini preliminari ci ha negato i sequestri delle ville. In particolare, per quella intestata alla madre di Iovine e affittata agli americani, ci è stato detto che non ci sono prove sufficienti per dimostrare che è stata comprata con fondi sporchi», specifica il tenente dell'Arma Giuseppe Tomasi, da oltre trent'anni impegnato nella lotta alla camorra. La scorsa estate i carabinieri hanno arrestato la moglie di Iovine, Enrichetta Avallone, 40 anni, accusata di aver garantito i contatti tra i il marito latitante e i camorristi. La villa venne intestata alla madre al momento del suo acquisto nel 1986: valore di allora 15 milioni di lire per oltre 500 metri quadri edificati. Come dimostrare che è stata acquistata con fondi illegali? Risponde il colonnello Burgio: «Sono maestri nella truffa. La moglie di Iovine aveva ideato un ottimo sistema per i beni più costosi. Vestiti, mobili, televisori, video erano tutti corredati dai bigliettini da cui risultava che erano regali di amici, conoscenti e parenti, così non doveva dimostrare con che soldi li aveva comprati». Persino le centinaia di scarpe con marchi costosi negli armadi erano contrassegnate come improbabili doni.

 

L'obbligo di ascoltare - Sergio Romano

Interpellati sull'opportunità di una grande manifestazione popolare contro il governo, i leader del Pd hanno risposto ricordando quella organizzata da Berlusconi durante il governo Prodi. Il confronto non mi convince. Dopo la magrissima vittoria delle sinistre nel 2006, la soluzione migliore sarebbe stata una coalizione al centro fra i riformisti dei due campi. Ma non la vollero allora né Romano Prodi né, a dispetto di qualche iniziale apertura, Silvio Berlusconi. Fu quello il momento in cui il leader di Forza Italia decise che il governo non avrebbe retto alle proprie contraddizioni e che occorreva accelerarne la fine. Il ricorso alla piazza non mi piacque, ma rispondeva a una strategia politica. A quale strategia risponde la grande manifestazione del Circo Massimo? Il centrodestra ha vinto le elezioni e il governo gode di un consenso superiore al 60%. Leggo, qua e là, che la manifestazione sarebbe servita a «fare proposte». Mi chiedo se vi sia davvero qualcuno oggi, a destra come a sinistra, che conosca la ricetta con cui uscire dalla crisi del credito e sappia con buona approssimazione quali problemi dovremo affrontare nei prossimi mesi. La soluzione, quando verrà, sarà europea, se non addirittura atlantica; e il governo italiano, chiunque lo presieda, prenderà decisioni che saranno il risultato di una concertazione collettiva. Sperare che da una grande manifestazione di piazza potesse emergere un programma credibile era quindi, nella migliore delle ipotesi, illusorio. Potevano emergere invece risentimenti, denunce e quel gioco al rialzo verbale che è l'inevitabile ingranaggio di queste occasioni. Non penso che i leader del Pd volessero delegittimare Berlusconi (un esercizio già tentato inutilmente), credo che abbiano corso un rischio inutile e dato un'evidente dimostrazione di forza organizzativa ma di debolezza politica. Di questa vicenda, tuttavia, sono responsabili anche il governo e soprattutto il suo leader. Berlusconi crede che i consensi del momento e la sua abbondante maggioranza (conquistata peraltro grazie a una particolare legge elettorale) gli permettano di governare per decreti e pubbliche sortite, di trattare l'opposizione come un'entità ingombrante e faziosa, di lamentarsi se i telegiornali e la stampa non raccontano la realtà che gli piacerebbe leggere e vedere, di affermare oggi e smentire domani come se gli italiani non fossero in grado di distinguere una dichiarazione dall'altra. Non comprende che l'esercizio del potere comporta anche obblighi e responsabilità. Ha il diritto di governare e di prendere in ultima analisi le decisioni che gli sembrano più opportune. Ma ha anche l'obbligo di informare, consultare, ascoltare. Per due ragioni. In primo luogo perché l'avversario umiliato e frustrato cede spesso alla tentazione di assumere atteggiamenti sempre più intransigenti e radicali. In secondo luogo perché la grande maggioranza degli italiani è stanca di litigi, insulti e accuse reciproche. Spero che Berlusconi non si illuda. Dietro i sondaggi rassicuranti delle ultime settimane si nasconde una marea crescente di scetticismo, rabbia e sfiducia che rischia d'investire l'intera classe politica. Stiamo andando verso momenti difficili durante i quali occorrerà prendere decisioni impopolari. Non servono né le grandi manifestazioni popolari né lo stile aggressivo del presidente del Consiglio. Servono nel rispetto dei ruoli una visione e un impegno comuni.

 

Quando la Palin parla, il partito trema – Alessandra Farkas

NEW YORK - Dopo il blitz di un giorno alle Hawaii per visitare la nonna gravemente malata, Barack Obama è tornato a far comizi nelle piazze. A dieci giorni dal voto, il candidato democratico ed il suo rivale repubblicano John McCain hanno trascorso l’intero week-end alla conquista del Vecchio West, cui potrebbe toccare il compito di decidere il prossimo presidente degli Stati Uniti. Entrambi hanno battuto i tre Stati del sud-ovest confinanti con l’Arizona di McCain e considerati cruciali dalle rispettive campagne: Nevada, Colorado, New Mexico. Anche se rappresentano soltanto 19 voti elettorali (5 ciascuno per Nevada e New Mexico, 9 per Colorado) la gara qui è più aperta che altrove ed entrambi sono certi di potercela fare. “Io sono uno del vecchio West di cui capisco le sfide”, ha detto McCain durante due comizi in New Mexico. Ma se la tradizione elettorale in queste zone favorisce da decenni il GOP (Bush stravinse contro John Kerry nel 2004) Obama appare già in vantaggio in Nevada e Colorado (da 3 a 6 punti in più), e in New Mexico (più 8 punti). Secondo gli esperti in quest’area potrebbe essere determinante il voto dell’elettorato ispanico, che i sondaggi danno in favore di Obama nel 61% dei casi, contro il 29% di McCain. E gli ultimi rilevamenti danno Obama saldamente in testa anche a livello nazionale. L'ultimo, di Newsweek, attribuisce al candidato democratico un vantaggio di 13 punti. Obama ha il 53% dei consensi contro il 40% di McCain. La novità principale, sottolinea il settimanale, è che Obama è in vantaggio in tutte le categorie di elettori, compresi i bianchi della classe lavoratrice e le donne, in fuga da McCain dopo l’entrata in scena di Sarah Palin. All’interno della campagna elettorale repubblicana in molti avrebbero cominciato a scaricare su di lei la responsabilità del tracollo di McCain, designandola già come il capro espiatorio in caso di una sconfitta. Ciò avrebbe indotto la Palin a ribellarsi contro i guru di McCain, per gestire di testa propria la campagna elettorale. «E’ stufa marcia dei suggerimenti dello staff repubblicano che si sono rivelati per lei solo un boomerang», spiegano i media, «sta sempre più disertando i consigli degli esperti del partito per fare e dire ciò che le aggrada». Il suo entourage conferma che la governatrice dell’Alaska «non si sente più legata alle direttive che continuano a darle Steve Schmidt e Nicole Wallace», due dei maggiori collaboratori di McCain. Il risultato, almeno per ora, non sembra confortante. «McCain rischia di cadere dalla padella alla brace», ironizza l’Huffington Post, «Ogni volta che Sarah apre bocca il partito trema». Ma il fatto che il 58% degli americani giudichi l’ex reginetta di bellezza “insufficientemente preparata” non ha scoraggiato l'idraulico più famoso d'America dal sognare una carriera politica. In un'intervista alla Fox news, "Joe l'idraulico", ovvero Samuel Joseph Wurzelbacher, divenuto il simbolo della classe media per i repubblicani, ha spiegato che la «politica è una parte importante» della sua vita e che sta valutando di presentarsi, tra due anni, come candidato nel seggio del suo distretto in Ohio. Non ha voluto precisare per quale partito perché non ce n’era bisogno. In un’intervista al giornale di destra Washington Times, Joe ha rivelato di “avere paura per l'America”, in caso di una vittoria di Obama. Intanto arriva la conferma che, per la prima volta dall’inizio della campagna, Bill Clinton e Barack Obama saliranno sul palco insieme. L'appuntamento è fissato per mercoledì a Orlando, in Florida. Dopo gli scontri verbali, anche violenti, delle primarie, i due hanno fatto pace alla Convention democratica incontrandosi però solo una volta in pubblico, l'11 settembre scorso nell'ufficio di Bill ad Harlem. Durante le primarie democratiche, Clinton aveva più volte e duramente attaccato il rivale della moglie Hillary per la sua inesperienza, paragonando la vittoria di Obama nella Carolina del sud a quella ottenuta nel 1980 da Jesse Jackson, che poi perse le primarie. E sabato anche McCain è tornato ad attaccare Obama, accusandolo di aver già scritto il discorso della vittoria (l’artefice sarebbe l’ex capo di gabinetto di Clinton John Podestà). «L’America ha bisogno di un candidato che finisca la gara prima di dichiararsene vincitore», ha detto ieri il senatore dell’Arizona arringando la folla in New Mexico. «Voglio che il mio rivale doni quel manoscritto allo Smithsonian», ha aggiunto, «Così quando sarò io ad arrivare primo il 4 novembre, lo metteranno accanto al giornale di Chicago che nel 1948 scrisse prematuramente “Dewey ha battuto Truman”.

 

Repubblica - 26.10.08

 

Ilva di Taranto. Il ministero rimuove i tecnici anti-diossina - GIULIANO FOSCHINI

TARANTO - Sul loro tavolo c'era il futuro del più grande stabilimento siderurgico d'Europa, l'Ilva di Taranto. E la salute di centinaia di migliaia di cittadini. Avrebbero dovuto decidere, infatti, se concedere o meno alla fabbrica l'Autorizzazione integrata ambientale (Aia), una carta necessaria per la prosecuzione dell'attività. Invece, non decideranno nulla. Il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, li ha rimossi: al loro posto ha nominato tecnici di sua fiducia. "Una decapitazione del sapere tecnico-scientifico che dà forte ragione di inquietudine" attacca il presidente della Regione, Nichi Vendola. Che a questo punto ha deciso di fare da solo: nelle prossime settimane il governatore presenterà infatti al consiglio regionale una legge che imporrà all'Ilva, così come a tutte le altre aziende che producono in Puglia, la riduzione delle emissioni inquinanti. "Stabiliremo un cronoprogramma: più passa il tempo - dice Vendola - e più dovranno tagliare. Altrimenti saremo costretti a farli chiudere". La decapitazione ministeriale dei tecnici è stata scoperta dai pugliesi il 15 ottobre. "Convocati a Roma ci siamo trovati davanti il nuovo presidente del nucleo di coordinamento scelto dal ministro Prestigiacomo - spiega l'assessore all'Ambiente, Michele Losappio - Stranamente, più volte e con grande enfasi, ha voluto sottolineare come le emissioni dell'Ilva siano tutte nei limiti dell'attuale normativa nazionale". "Per la prima volta poi - continua il direttore regionale dell'Arpa pugliese, il professor Giorgio Assennato - al tavolo c'erano anche i tecnici dell'azienda". "Insomma l'aria sembra cambiata, almeno al ministero" dice invece Vendola, proprio lui che appena insediato aveva fatto proprio un piano industriale d'accordo con la famiglia Riva. L'Ilva effettivamente ha speso 300 milioni di euro per modernizzare gli impianti e ha dimostrato la possibilità di ridurre le emissioni. "Non ha mantenuto però molti degli impegni presi - continua il governatore pugliese - E soprattutto nel piano presentato al Ministero parla di riduzioni delle emissioni di diossina molto lontane rispetto alla nostra pretesa: indicano limiti tre volte superiori rispetto a quelli che noi chiediamo". Ecco perché la Regione Puglia ha già annunciato che se le carte in tavola non cambieranno, esprimerà parere negativo al rilascio dell'Aia. Ma il parere non è vincolante. Da qui la decisione di intraprendere la strada della legge regionale. "Qui si vuol far credere - spiega ancora il presidente pugliese - che in realtà non c'è niente da fare. Che o c'è la fabbrica con tutti i suoi veleni, o c'è una salubrità mentale assediata dalla disoccupazione. Ci si mette davanti all'opprimente aut aut che o si muore di cancro o si muore di fame. Invece investendo nelle tecnologie quelle riduzioni possono arrivare. In caso contrario, meglio una vita da povero che una morte sicura". L'Ilva negli ultimi quattro anni ha prodotto utili per 2,5 miliardi. "E approfittando del vantaggio competitivo che deriva dal non avere i rigori normativi di altre aree d'Europa farà sempre più utili" dice Vendola. "In qualsiasi parte d'Europa, Slovenia esclusa, l'Ilva fosse stata, avrebbe dovuto chiudere o abbassare le emissioni" spiega il professor Assennato. "Soltanto in Italia esiste una legge con dei limiti così alti". Il governo pugliese, in più riprese, ha chiesto di cambiare quella norma sia al governo di centrosinistra sia a quello di centrodestra. "Mai abbiamo avuto risposte. E ora mi trovo con i dirigenti cambiati, con Emilio Riva, il padrone dell'Ilva, come socio della Cai e sempre lui come principale beneficiario della processione anti Kyoto del governo Berlusconi. Io ho il dovere di mettere tutti gli interlocutori di fronte alle proprie responsabilità". Questo scontro istituzionale arriva dopo un altro, violentissimo, avvenuto quest'estate. Per motivare la richiesta di diminu-zione degli inquinanti, e in particolare del benzoapi-rene, l'Arpa pugliese aveva allegato una serie di analisi dell'Università di Bari. Soltanto da due anni, infatti, l'Agenzia regionale per l'ambiente sta monitorando l'Ilva. Il direttore regiona le del ministero, Bruno Agricola, ha sostenuto che "le campagne effettuate non pos sono essere ritenute valide". I criteri di rilevamento, nel 2005 e nel 2006, non avrebbero rispettato quanto previsto da una legge del 2007. In sostanza, avrebbero dovuto prevedere il futuro.

 

La Stampa - 26.10.08

 

Riaprire il futuro – Barbara Spinelli

C’è qualcosa che stona, nello stupore contrariato con cui si reagisce alle occupazioni di scuole e università. Come se la mente non fosse più capace di cercare le cause, negli effetti che ci si accampano davanti. Come se la storia e la realtà si esaurissero interamente nella parte terminale, e alla sorgente non ci fosse nulla. Come se avessimo disimparato ad agire calcolando le conseguenze, presenti e passate. L’occupazione di un’università è una violenza, certo. Si impedisce a chi partecipa in modi diversi alla vita pubblica di farlo, perché gli spazi comuni non lo sono più. Ci si prende un diritto togliendolo a altri. Spetta tuttavia a chi pensa e governa capire perché questo accade. Se non lo fa, non sentirà attorno a sé che lo strepito degli Uccelli di Hitchcock, e non troverà né i mezzi né le parole dell’azione autorevole. Ben più intelligibile apparirà la realtà, se non ci si ferma all’ultimo tratto della storia. La rabbia degli studenti non è senza rapporto con l’autunno delle finanze e con il crollo, brutale, di certezze ostentate per decenni sulle virtù autoregolatrici del mercato. Negli interstizi delle rovine nascono fiori neri che riflettono drammi di ieri e di oggi: sono una nemesi, una sorta di giustizia che colpisce le ingiustizie dei progenitori. Ogni nemesi è poco sottile e corre il rischio di farsi usare da difensori di uno status quo che va comunque mutato; ma essa dice anche che non esiste impunità, né nel pensiero né nella prassi.  Non si può impunemente parlare per anni dell’enorme debito lasciato ai figli, e stupirsi che uno degli slogan studenteschi sia: «La vostra crisi non la pagheremo noi». Una classe politica non può impunemente infrangere la legalità, condonare falsi bilanci o conflitti d’interesse, screditare magistrati, e poi meravigliarsi che la cultura della legalità ovunque si sfibri. Non bastano i grembiuli e il 7 in condotta a restaurare la legge lungamente vilipesa. I manifestanti dell’opposizione, ieri, hanno citato le parole di un grande, Vittorio Foa: «Sono un po’ scettico sul linguaggio dei valori che sento in giro: vorrei vedere degli esempi perché è dagli esempi che può nascere qualcosa». La manifestazione è stata un successo imponente: anche questo non stupisce. Più fondamentalmente: non si può per decenni ripetere il motto di Margaret Thatcher - There is no alternative, non c’è alternativa alle sregolatezze del mercato - e poi fare subitanei dietrofront senza mettere in questione un’ideologia sfociata in disastro: disastro per tanti, specie per gli studenti che il precariato sentono di doverlo proiettare in un avvenire più buio. Fino a oggi, solo l’ex governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan, ha riconosciuto «errori nati da ideologie liberiste» durate quarant’anni. Il ministro Gelmini ha ragione quando dice agli studenti: «Non bisogna creare illusioni che producono poi cocenti disillusioni»; «Non vogliamo vendere promesse che non possiamo mantenere». Non ci sono soldi nelle casse statali per i sogni: né quelli degli studenti né quelli venduti in campagna elettorale, ed è vero che gli studenti vivono in una bolla. Ma cos’è stata la vita delle generazioni dei padri, se non un succedersi prodigioso di bolle e dottrine indifferenti ai fatti? Perché questo sguardo feroce sull’ultima bolla, senza ricordare le rovinose penultime? È qui che salta il nesso tra causa ed effetto, tra chi ha il futuro alle spalle e chi ce l’ha davanti, ma chiuso. Non sono i tagli alle spese che colpiscono, nella legge Gelmini. È chiaro che urge spender meglio, creare università d’eccellenza, premiare il merito: molti soldi inutili son stati sperperati. Quel che colpisce è il vuoto di pensiero, su quel che significano per il domani italiano e occidentale l’istruzione come la ricerca. Quel che scandalizza è il parlare dell’istruzione più come spesa che come investimento nelle generazioni nuove. Manca un discorso riformatore che annunci: ho questo futuro da edificare per voi, oltre a tagli alla cieca, grembiulini e 7 in condotta. Manca poi l’uso appropriato delle parole. Guardando agli atenei occupati, il presidente del Consiglio non vede che facinorosi, e con volto torvo (perché così torvo?) prima comunica l’invio della polizia, poi ritratta. Nel frattempo il governo parla di terroristi e fa salire le angosce, prepara al peggio, resuscita l’incubo di Bolzaneto (secondo governo Berlusconi). Il modello non è Greenspan ma i vocaboli eversivi di Cossiga, un ex capo di Stato, sul Quotidiano Nazionale: «Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco le città (...) Dopodiché, forti del consenso popolare, (...) le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano» (il corsivo è mio). La strategia non è nuova: far montare la tensione, creare un’ennesima paura che gonfia i sondaggi di popolarità. È da anni che governanti senza bussola usano la paura come dottrina e come prassi. Non si è sentito mai, ultimamente, un politico che magari rimprovera le occupazioni ma dica: il futuro comunque è nella scuola, nei professori. Non s’è sentito perché tempi lunghi e futuro non sono nel suo dizionario. Anche qui, dopo un dominio sì assoluto del presente, non può che esserci nemesi. Frank Furedi, che studia da anni la paura, sostiene che questa volta la sua natura cambia. Dopo l’11 settembre ci fu paura, ma essa restò in fondo personale, solitaria. Oggi è panico da orda in Borsa, ed è «la prima vera paura collettiva, globale». Gli individui hanno più che mai bisogno di comunità, di non esser soli. Il crollo finanziario sfregia fondamenti esistenziali come la fiducia, il debito, la speranza. Il paradosso è che quando crolli non hai molto da perdere, e smetti la paura. I contestatori italiani sentono questo. Da due secoli, gli studenti in tumulto sono una premonizione e un cimento per tutti. Confermano contraddizioni spaesanti: tutto è al tempo stesso più connesso e più sconnesso di quanto immaginavamo. Che lo vogliano o no, essi sono la futura classe dirigente, l’avvenire che s’impersona. Hanno la speranza, dunque non considerano la società come statica, fatale. Dicono no pregiudizialmente, ma intanto s’allenano a intervenire sulla realtà. Così nasce l’educazione civica, sostiene Michael Walzer. Così ci si abitua a «pensare alla cittadinanza come a un incarico politico»: a pensare se stessi «come futuri partecipanti nell’attività politica, non meramente come spettatori bene informati» (La Stampa 23-10). Nelle aule occupate è stato visto lo slogan di Obama: yes we can. Obama ha successo perché spezza i recinti della paura e ristabilisce il nesso tra cause e effetti, ieri e oggi, padri e figli. Al famoso Joe, l’idraulico arricchito ostile alle tasse, ha detto: «Tu una volta eri tra i meno ricchi, bisognoso della solidarietà dei più abbienti. Prova a pensare al Joe che sei stato». La novità è qui, nell’invito a vedere nel futuro il nostro ieri. Obama dice alla società civile: sei una risorsa politica solo se scopri quel che in te è statico, immemore, non responsabile; quel che non funziona in te, oltre che nei governi. Gian Enrico Rusconi dice cose simili, su La Stampa del 24 ottobre, quando rammenta che la società civile, sempre e disordinatamente invocata, contiene il meglio e più spesso il peggio. Gli studenti italiani sono attratti dai giovani americani che dopo anni d’apatia si iscrivono in massa a votare. Pare che quel che piace loro in Obama sia il ragionamento difficile, non la semplificazione. È una novità su cui vale la pena riflettere.

 

Israele senza governo: voto anticipato

GERUSALEMME - Il premier designato israeliano, Tzipi Livni, informerà oggi ufficialmente il presidente Shimon Peres del fallimento dei negoziati per la formazione di un nuovo esecutivo, aprendo così la strada alle elezioni anticipate: lo hanno reso noto fonti governative israeliane. A condannare al fallimento il tentativo di Livni - che aveva incassato il sostanziale accordo dei laburisti e dei comunisti del Meretz - è stato lo Shas, il partito religioso in cui voti sono indispensabili per garantire alla coalizione la maggioranza alla Knesset. Livni si è rifiutata di impegnarsi a concedere ulteriori fondi per il welfare e a porre il veto a qualsiasi negoziato sui Gerusalemme, come richiesto dalla formazione nazionalista, che ha di conseguenza rifiutato di appoggiare la coalizione. «Ho compiuto una scelta a favore degli interessi nazionali» ha spiegato la Livni la scorsa notte, dopo il colloquio con Peres. Riferendosi all’atteggiamento dei possibili alleati di governo la Livni ha aggiunto: «Quando mi sono trovata a dover scegliere fra i continui ricatti oppure elezioni anticipate, ho preferito le elezioni». «Nessuno mi può ricattare», ha sottolineato. Le elezioni anticipate si renderebbero necessarie se Peres dovesse constatare che nella Knesset (parlamento) attuale non c’è alcuno in grado di formare un nuovo governo. Secondo la stampa è possibile che esse si svolgano verso la fine di gennaio o nella prima metà di febbraio. Da oggi in poi, salvo sorprese dell’ultima ora, inizieranno dunque la manovre elettorali: se il fallimento dei negoziati per la formazione del governo è un nuovo colpo per l’immagine vincente di Livni - già incrinata dal successo di stretta misura nelle primarie - decidendo di porre una data limite ai negoziati il leader del Kadima si è ritagliata un'immagine che potrà tornarle utile in campagna elettorale, quella del leader che non si piega ai diktat dei partiti pur di guidare un esecutivo. Ciò non toglie che il «no» dello Shas lasci l’attuale Ministro degli Esteri in una posizione di debolezza politica: è infatti molto più agevole presentarsi alle urne da Primo ministro uscente. I veri vincitori sembrano così essere due: Ehud Olmert, che pur travolto dagli scandali continuerà ad occupare ad interim la poltrona di Primo ministro per qualche altro mese, e il Likud, il partito conservatore dell’ex premier Benjamin Netanyahu. Alle urne il Kadima e i laburisti di Ehud Barak - alleati nella coalizione uscente - si batteranno per accaparrarsi lo stesso elettorato a tutto vantaggio del «falco» Netanyahu, al quale lo Shas difficilmente dirà di no. A uscirne malconci rischiano di essere i colloqui di pace israelo-palestinesi: Netanyahu è schierato su posizioni assai più intransigenti rispetto all’esecutivo di Olmert, nonostante Livni - capo-delegazione dei negoziatori israeliani da quasi un anno - si sia dichiarata favorevole a concessioni meno ampie rispetto a quelle del suo Primo ministro, una posizione che molti analisti hanno interpretato come un tentativo (fallito, a posteriori) di guadagnarsi l’appoggio dei partiti nazionalisti e religiosi. La Knesset che si riunirà domani per l’inizio della sessione invernale avrà dunque presumibilmente solo qualche settimana di vita prima di essere sciolta. La data probabile delle elezioni, secondo quanto riporta il quotidiano israeliano Hàaretz, è compresa tra febbraio e marzo, presumibilmente il 17 febbraio. L’iter che porterà alle urne è infatti il seguente: dopo l’annuncio formale da parte del premier designato dell’impossibilità di formare un governo, il presidente Shimon Peres avrà tre giorni di tempo per eventuali ulteriori consultazioni prima di informare il presidente della Knesset; da quel momento e nelle tre settimane successive è possibile presentare una richiesta di nomina di un deputato per un nuovo incarico se questa porta la firma di almeno 61 parlamentari sui 120 della Knesset. Se nessuna richiesta verrà avanzata al termine di questo periodo, inizieranno i 90 giorni di campagna previsti prima delle elezioni, che si svolgerebbero dunque nell’ultimo martedì disponibile, il 17 febbraio. Una seconda possibilità è che i leader dei partiti si mettono d’accordo su una data specifica (che non può essere precedente) e approvino una legge ad hoc: nessuno tuttavia sembra interessato a ritardare ulteriormente il voto.


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