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Quei tagli alla ricerca distruggono il futuro

Manifesto – 28.10.08

 

Quei tagli alla ricerca distruggono il futuro - Giorgio Parisi*

La legge 133, presentata a giugno e approvata in agosto, nella quasi totale indifferenza, prevede due disposizioni estremamente pesanti per l'università e la ricerca: la riduzione del 10% della pianta organica degli enti di ricerca e il quasi totale blocco delle assunzioni nelle università per i prossimi anni (un nuovo assunto ogni cinque pensionamenti), con la contemporanea diminuzione dei finanziamenti. Sono provvedimenti terribilmente preoccupanti. L'Italia è attualmente il fanalino di coda in Europa per quanto riguarda le attività di ricerca e sviluppo. La percentuale di queste attività, rispetto al Pil, è di poco più dell'1%, di fronte a una media europea del 2% abbondante. Lo scarso impegno dell'Italia in questo settore è ancora più grave se paragonato a quello decisamente superiore dei paesi asiatici emergenti, in particolare della Cina. Questo paese è spesso visto come un pericolo in quanto produce beni di largo consumo a basso costo, facendo concorrenza all'industria italiana; attualmente questo non è vero in quanto la nostra industria tende a coprire un settore di qualità più elevata. Tuttavia, se gli attuali rapporti di investimento rimarranno costanti nei prossimi anni, possiamo tranquillamente prevedere un sorpasso da parte della Cina anche nei settori tecnologicamente avanzati, lasciando ben poco spazio anche alle attività industriali di punta. Né ha senso argomentare che bisogna ridurre queste spese a causa della crisi economica. Al contrario proprio la crisi richiede un maggior intervento dello Stato, ed è ben noto che gli investimenti in ricerca e sviluppo sono i più efficaci. Non solo il governo si muove nella direzione sbagliata, ma quello che è peggio, effettua tagli indiscriminati, indipendentemente dalle reali necessità degli enti di ricerca e delle università. Tagliare tutto un comparto con una stessa proporzione per ciascuna delle sue componenti è il contrario di governare, è irresponsabile incapacità di fare delle scelte. Questo comportamento dei nostri governanti mi ricorda in maniera irresistibile quello stigmatizzato da un personaggio del fumetto Dilbert su Linus: «un taglio del 10% del budget di un progetto, è la classica percentuale che si spara anche senza aver pensato ai termini del problema, partendo dall'assunzione che tutto può essere tagliato del 10% senza peggiorare il risultato finale». In realtà invece questi tagli indiscriminati peggiorano gravemente la situazione in quanto impediscono alle nuove generazioni di rimpiazzare coloro che andranno in pensione per i prossimi anni, provocando un perdita netta per il paese e un danno ingiusto nei confronti dei giovani ricercatori. Non mi preoccupo per i pochi «fuori classe», i ricercatori di bravura eccezionale: un posto lo trovano sempre, e riusciranno a fare carriera anche in Italia, a meno che non decidano di accettare le offerte più invoglianti di prestigiose istituzioni estere. Mi preoccupano le migliaia di studiosi decisamente migliori della media, che speravano di trovare una sistemazione in Italia degna del loro valore. Ma il governo ha distrutto il giorno della loro assunzione, e se vorranno continuare a fare il loro mestiere, dovranno per forza emigrare. Questi provvedimenti quindi, oltre a essere antieconomici, sono chiaramente in contrasto con il dettato della nostra bella Costituzione, che affronta ripetutamente il tema della ricerca scientifica. Tutti conoscono l'articolo 33: «L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento»: la scienza è accostata all'arte e ne viene proclamata la libertà. Meno noto è forse l'articolo 9, che appartiene al primo blocco di 13 articoli, che elencano i principi fondamentali. Quest'articolo afferma che «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica». La ricerca scientifica è vista qui come un bene primario, da perseguire per il suo interesse culturale, e non per le sue ricadute economiche; anzi, tra i principi fondamentali non è detto che la Repubblica ha il compito di promuovere lo sviluppo economico. Per finire vorrei ricordare l'articolo 4: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». Lo Stato ha quindi il dovere di permettere ai cittadini dotati di talento per la ricerca di svolgere quest'attività in base alle loro capacità. Io sono fermamente convinto che la reale democrazia di un sistema politico si misura in base alle opportunità concrete che esso è in grado di offrire ai suoi cittadini, e alla possibilità che a ciascuno sia consentito di confrontarsi con tali opportunità. Bisogna assolutamente evitare che nelle carriere accademiche e di ricerca ci siano generazioni fortemente svantaggiate a causa di scelte arbitrarie. Con i provvedimenti della legge 133 i giovani talenti nati trenta-quaranta anni fa hanno sbarrata la possibilità d'accesso alla ricerca e alla carriera universitaria, benché siano capacissimi di dare importanti contributi innovativi. In questo modo si lede in modo insanabile il principio di eguaglianza e il diritto che tutti i giovani devono avere, a prescindere dalla loro fortuita data di nascita, di realizzare le loro scelte, se queste sono commensurabili alle loro capacità. Assumere nuovi ricercatori in base al merito, mediante giusti concorsi, utilizzando con la massima urgenza le risorse a disposizione e trovandone di nuove, è una necessità vitale per garantire il futuro del nostro paese in un mondo che deve affrontare gravi emergenze planetarie, ma è anche un obbligo costituzionale, se vogliamo che la nostra Legge fondamentale non rimanga lettera morta. Il direttore della Scuola Normale Superiore, Salvatore Settis, scriveva recentemente che un paese che costringe i suoi giovani talenti a emigrare distrugge il proprio futuro. Gli studenti hanno capito molto bene che questa è la posta in gioco e sono scesi in piazza, hanno occupato le università, hanno organizzato lezioni nelle pubbliche piazze. Difendono il loro futuro, e i docenti non possono che essere con loro.

*fisico teorico, professore e membro della National Academy of Sciences

«È stata una provocazione, ma reagendo avremmo fatto il loro gioco» - Andrea Gangemi

ROMA - «La presenza dell'estrema destra nel corteo di ieri è stata una provocazione che abbiamo subìto per senso di responsabilità, ma non sarà così per sempre». Roberto Iovino, responsabile nazionale dell'Unione degli studenti (Uds), commenta così la decisone di non reagire alla partecipazione di Blocco studentesco alla manifestazione romana. Il movimento «No Gelmini» è stato sempre spontaneo e apolitico, invece ha subìto la peggiore delle strumentalizzazioni. Come è stato possibile? Guarda, gli appuntamenti che abbiamo organizzato finora hanno dimostrato che questo movimento, in fondo, non è strumentalizzato. L'episodio di oggi (ieri, ndr) però, rivela che evidentemente non tutti gli studenti hanno ben chiaro quel rischio: non lo nascondo. Ma aggiungo che sul limite fisiologico di come oggi si esprimono queste piazze ci sono delle frange di estrema destra che vogliono creare scompiglio e disgregazione. Cosa che purtroppo era da aspettarsi. Data la particolare «debolezza» con cui si è consentito al Blocco di sfilare addirittura alla testa del corteo, viene però da chiedersi se esista ancora la discriminante antifascista dentro il movimento: in questo caso non l'abbiamo vista. Certo che sì, se si fossero presentati riconoscibili agli studenti. Sono stati i soliti furboni: mentre in piazza dicevano «siamo diversi ma tutti uniti, destra e sinistra», ai giornali hanno fatto un comunicato stampa rivendicando: «In duecentomila con il Blocco» (e anche la stampa, a cui chiediamo quantomeno di ridimensionare il fenomeno, li ha assecondati). Ma la discriminante, soprattutto a Roma, è molto forte, anche il 10 ottobre abbiamo urlato i nostri slogan contro Alemanno per dire che questa idea di scuola che contestiamo è totalmente di destra. Tuttavia la maggioranza degli studenti, anche quelli di sinistra, non ha esitato ad accettare la situazione, rimanendo in quella piazza. Noi all'inizio abbiamo provato a contendere la testa del corteo al servizio d'ordine di Casa Pound, poi abbiamo preferito mantenerci dietro, evitando il contatto; infine abbiamo provato a staccarci, riuscendoci solo in parte. Bisogna però chiarire una cosa: chiedere una presa di consapevolezza oggi (ieri, ndr) avrebbe significato picchiarci. E fare il loro gioco, disgregare il movimento, come prevede la strategia della tensione. A cosa ti riferisci esattamente? Penso che dalle dichiarazioni di Berlusconi della settimana scorsa (sull'intervento delle forze dell'ordine nei cortei, ndr), siano scattate una serie di operazioni scientifiche, del tipo: «Andate là e spaccateli». La stessa Digos normalmente avrebbe dovuto sbatterli fuori e non consentire questo scenario, non farci marciare insieme. Anche vedendo i maggiori quotidiani, mi sono reso conto che c'è qualcuno che in questa situazione ci sta speculando e che non aspettava altro. Archiviando questa giornata, come pensate di comportarvi nei prossimi giorni? Continueremo a non raccogliere le provocazioni a patto che questa gente, che l'anno scorso voleva picchiarci e adesso prova a cavalcare la protesta, la finisca con questo atteggiamento scandaloso. Ma quello che è successo non si ripeterà. E se non si ridimensioneranno, noi non potremo fare altro che difenderci.

 

Si accendono gli scioperi - Antonio Sciotto

La crisi dell'economia reale, delle fabbriche, dei posti di lavoro ormai si tocca con mano: la Fiom calcola che in diversi territori la cassa integrazione è aumentata del 30-40% nelle prime settimane di settembre, quando in luglio la situazione era ancora «fisiologica» (+10% rispetto allo scorso anno). I dati di un rapporto dettagliato verranno presentati venerdì 31, a Roma, nel corso dell'Assemblea dei delegati Fiom: in quell'occasione i metalmeccanici Cgil proporranno lo sciopero generale della categoria «entro la prima settimana di dicembre» - la data più probabile è venerdì 5. Dall'altro lato si intensificano le proteste nel commercio (lo sciopero contro l'accordo separato è previsto il 15 novembre), la scuola è in subbuglio e si ferma il 30, mentre lo stesso pubblico impiego - in caso dovesse rompersi l'unità a causa del dietro-front di Cisl e Uil - è pronto a indire uno stop nazionale. A questo punto, con tutte le categorie in piazza, la confederazione e Guglielmo Epifani non potrebbero che tirare una somma ineludibile: la Cgil è sull'orlo di uno sciopero generale. Per il momento è solo uno scenario, ma vista la precipitazione della crisi, e le risposte «sorde» da parte di governo e Confindustria, non pare esserci alternativa. Alcune cifre del «crack» dell'industria ci vengono anticipate da Maurizio Landini, segretario nazionale della Fiom: «Siamo davanti a un calo drastico della domanda, soprattutto nei settori auto e elettrodomestici, che da soli fanno il 40% della categoria; ma ci sono segnali negativi anche dalle acciaierie, come nel caso della Lucchini. Gli unici comparti che per ora restano fuori sono le macchine agricole e utensili. In settembre abbiamo registrato un aumento fino al 30-40% delle richieste di cassa integrazione, quando prima della pausa estiva eravamo al 10%. Ma le fasi più pesanti ce le aspettiamo nell'ultima parte dell'anno e nei primi mesi del 2009». Lo scenario è insomma drammatico, ma rischia di essere ancora più grave se si pensa che una gran parte degli addetti manifatturieri, a cominciare dai precari, è del tutto esclusa dagli ammortizzatori sociali. «Se consideriamo l'intero panorama industriale - riprende Landini - abbiamo 4 milioni e mezzo di lavoratori in Italia, ma la metà è in imprese sotto i 50 dipendenti. Tutto l'artigianato e la piccola impresa è privo della cassa integrazione ordinaria, come d'altra parte i precari. Questi ultimi rappresentano il 15% del settore: almeno 250-300 mila lavoratori a rischio, i primi a saltare quando si avvia un procedimento di cassa. Da nord a sud abbiamo non solo le grandi aziende, ma anche le terziarizzate e l'indotto coinvolti dalla crisi. Mentre soprattutto in Lombardia, in particolare nel milanese, abbiamo verificato che tante imprese saltano il passaggio della cassa e stanno avviando direttamente la mobilità». Ancora, terzo aspetto del «crack», c'è l'emergenza stipendi: «Non si pensi - continua il segretario Fiom - che sia scontato raggiungere l'80% del salario quando sei in cassa: chi è fermo un mese a zero ore arriva al 40-45%, quando ti va bene sei al 60%. Se dunque sommiamo la massa di precari a rischio, le imprese che non sono coperte dagli ammortizzatori sociali e i salari dimezzati per chi pure può usufruire della cassa, vediamo che si sta preparando una situazione sociale senza precedenti. Va considerato poi che il precariato coinvolto dalla crisi c'è anche nel pubblico impiego, come nel commercio e in tanti altri settori». La direzione della Fiom ha deciso ieri, all'unanimità, che all'Assemblea di venerdì verrà dunque proposta la mobilitazione generale di tutta la categoria, con manifestazione nazionale a Roma: il segretario generale Gianni Rinaldini afferma che lo sciopero si farà «contro le scelte del governo e della Confindustria». All'assemblea sarà presente anche Epifani. Landini spiega che verrà presentata una piattaforma dei metalmeccanici, da contrapporre alle politiche di governo e Confindustria, in tre punti: «Si chiede una nuova politica industriale, con intervento dello Stato, ma nella direzione di uno sviluppo ambientalmente sostenibile; poi si propone una seria lotta alla precarietà; e infine si respinge il modello contrattuale disegnato da Confindustria, a difesa del contratto nazionale e per un reale incremento dei salari». Sul fronte degli statali, il segretario della Funzione Pubblica Carlo Podda spiega che «sono confermati gli scioperi unitari con Cisl e Uil del 3, 7 e 14 novembre» e che «le assemblee sono molto agitate, con i lavoratori che vogliono capire le posizioni di Cisl e Uil, che hanno detto sì al protocollo Brunetta e nello stesso tempo non hanno disdetto né sospeso gli scioperi». «In assenza di risposte sui contratti - lo abbiamo detto sin dall'inizio - si passa allo sciopero generale, e noi siamo pronti».

 

Europee ed election day. Il Pdl blinda il porcellum - Matteo Bartocci

ROMA - Sarà dura, durissima. La discussione sulla riforma elettorale per le europee sbarca in aula alla camera e nel Pd ammettono che la partita per modificare la legge «taglia sinistra» voluta in solitudine da Fi e An parte tutta in salita. Il relatore della legge Peppino Calderisi - forzista ex radicale ferratissimo in materia elettorale - esclude subito a nome della maggioranza qualsiasi cambiamento. Nonostante tutti gli emendamenti delle opposizioni in commissione siano stati respinti e la legge per Strasburgo, che è una delle regole della democrazia, arrivi al voto dell'aula alla camera con i soli voti della maggioranza. Certo, a novembre i tempi di discussione non sono contingentati e dunque qualcosa si potrà fare per rallentare i lavori e denunciare quella che Massimo D'Alema e molti altri nel Pd chiamano una «legge antidemocratica». Ma l'impressione generale, spiegano al Nazareno, è che stavolta il Pdl faccia sul serio e punti a chiudere definitivamente la partita tra camera e senato entro novembre. In teoria la materia è puramente parlamentare. Lo testimonia il ministro Roberto Calderoli che in aula non esclude l'accoglimento di eventuali modifiche concordate avanzate a Montecitorio. Ma lo stesso ministro ufficializza che il Viminale sta valutando la possibilità di un «election day» che accorpi amministrative ed europee nel tentativo di fare cappotto e giocarsi il tutto per tutto a primavera 2009. Attualmente la legge italiana del '79 permette agli elettori fino a 3 preferenze e non prevede nessuno sbarramento. L'Europa lo consente fino al 5, che è la quota in vigore per esempio in paesi come Francia e Germania. Arturo Parisi (Pd), che pure è un bipolarista convinto, smonta in aula la legittimità dei cambiamenti proposti dal Pdl e mette a nudo la crisi di legittimità dell'Europa: «Su cento elettori europei - ricorda l'ex ministro ulivista - ben 58 o non hanno partecipato al voto o hanno espresso un voto che non ha ottenuto rappresentanza», per sbarramenti e altre diavolerie . A Strasburgo insomma siedono i deputati scelti da appena il 42% dei cittadini. Una democrazia più «americana» che europea. Per Pd, Idv e Udc invece la battaglia vera è sulle preferenze contro le liste bloccate. «Contro il porcellum europeo e la tirannide della maggioranza», tuona il deputato Paolo Corsini. Ma per accontentare la sinistra finita fuori dal parlamento a Roma ma ancora rappresentata a Strasburgo potrebbe farsi strada anche nella maggioranza l'accoglimento di bandiera di uno sbarramento più basso, al 4%, circa 1.300mila voti. La sostanza però cambia poco. Ad aprile 2008 i quattro partiti della Sinistra arcobaleno hanno raccolto tutti insieme poco più di 1 milione di voti (3,1%). Il Pdl comunque non si commuove e prova a blindare l'impianto di una legge elettorale che consente ai leader di nominare i deputati e di rispettare senza sorprese le «quote» di eletti tra Fi e An. Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl in senato esclude a chiare lettere qualsiasi modifica mentre il suo omologo alla camera Fabrizio Cicchitto fa addirittura di più: «Forti del consenso nel paese non abbiamo complessi di inferiorità verso nessuno. Siamo aperti al confronto sui regolamenti parlamentari e sulle riforme costituzionali». E grazie. Già nel 2005 l'allora Cdl provò a cambiare 50 articoli della Carta a maggioranza e se li vide cancellare dal referendum nel 2006. Il gioco si fa duro. Ma il Pd farà ostruzionismo? La decisione deve ancora essere presa, dicono nel gruppo alla camera. Veltroni in ogni caso si «è espresso chiaramente al Circo Massimo», «useremo tutti gli strumenti a disposizione della minoranza per provare a cambiare questa legge». Per ora si prova la carta del confronto. Una ventina di deputati e senatori di Pd, Udc e Idv (tra cui Franceschini, Marini, Rutelli, Fioroni, Tonini, Ventura, Buttiglione, Tabacci e altri) invitano tutti i parlamentari di buona volontà a un incontro trasversale per domani alla camera che non chiuda il dialogo sulle riforme. «Batta un colpo chi nel Pdl vuole discutere», dice la vicecapogruppo democratica Marina Sereni. La discussione entrerà nel vivo a metà novembre. Sicuramente l'Udc chiederà al presidente della camera Gianfranco Fini di consentire il voto segreto. In modo che i legittimi maldipancia del centrodestra vengano allo scoperto. Per ora non sono pochi. L'Mpa siciliano di Raffaele Lombardo critica sia l'addio alle preferenze sia lo sbarramento nazionale. Singoli di An come Fabio Rampelli insistono sulle preferenze per motivi interni alla nascita del Pdl. La stessa Lega, interessata al dialogo sul federalismo, potrebbe cercare un ruolo da pontiere.

 

Il Prc lombardo: «Federalismo sì, ma solidale» - Alessandro Braga

MILANO - Non un «no» pregiudiziale al federalismo, ma una netta contrarietà a questo federalismo sì. È partendo da questo presupposto, e con una proposta concreta da contrapporre a quella targata Calderoli, che il gruppo consiliare di Rifondazione comunista della Regione Lombardia ieri ha organizzato un convegno per discutere del difficile rapporto tra Nord e Sud del Paese e di dove può portare il federalismo. Un incontro che ha visto confrontarsi «pezzi da novanta»: il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino, il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, con una comparsata pure del governatore lombardo Roberto Formigoni, che non ha perso l'occasione per ribadire la sua preferenza per quel «modello lombardo» votato lo scorso anno dal consiglio regionale del Pirellone. Ma tant'è, visto che sul tema «è necessario un dialogo a 360 gradi» bene, per lui, anche quello del governo. A moderare il tutto, il nostro Guglielmo Ragozzino, nei panni dell'«uomo di strada» per evitare che il dibattito prendesse una piega un po' troppo «politichese». Rosa Russo Iervolino ha ribadito la necessità di un federalismo solidale, perché una parte del Paese altrimenti rischia di affondare. Nichi Vendola ha strappato applausi quando ha attaccato Formigoni, «la sua idea di sussidiarietà è soltanto abdicazione al mercato», o quando ha ricordato che dopo lo scandalo della clinica Santa Rita nessuno «ha messo in discussione il modello lombardo». Ancora, col lungo excursus sulla questione meridionale, da Salvemini a Gramsci, «che ha sempre voluto dire quale Italia vogliamo», contrapposta a quella settentrionale, «che è quella della separazione». E, a smontare pezzo per pezzo il federalismo bossian-berlusconiano, ci ha pensato Mario Agostinelli, capogruppo del Prc in Regione Lombardia. Un intervento, il suo, pieno di dati, numeri, per confutare tesi e luoghi comuni che fanno breccia anche a sinistra, in quel Partito democratico del Nord che parla solo di infrastrutture, consumi, liberalizzazioni, ma dimentica il nodo fondamentale, quella difesa dei diritti civili e sociali che non può essere solo «ridotto ai minimi per scuola, sanità e assistenza, ma deve essere allargato a tutto». Magari portando avanti l'idea di un federalismo diverso: che parta dal basso, dai municipi, per arrivare all'obiettivo, senza lasciare indietro nessuno.

 

La Siria nel mirino. «È terrorismo, ci difenderemo» - Michele Giorgio

La Siria ha definito ieri «criminale e terroristica» l'aggressione subita domenica nel villaggio di Sukkariyya da parte di un commando americano entrato nel suo territorio lungo la frontiera con l'Iraq (almeno otto le persone uccise). «Abbiamo bisogno di sapere perché hanno compiuto quest'aggressione», ha detto il ministro degli esteri Walid Moallem al termine di un colloquio con il ministro degli esteri britannico David Miliband. «Gli americani sappiano che stiamo facendo del nostro meglio», ha aggiunto, in riferimento alle attività della sicurezza siriana per impedire le infiltrazioni di miliziani islamici diretti in Iraq. Washington, dopo essere rimasta in silenzio per molte ore, ieri ha rivendicato la paternità del raid aereo in territorio siriano. Una fonte governativa anonima ha descritto l'attacco come «un successo» nella lotta contro al Qaida. «Quando si è di fronte ad un'occasione importante, bisogna coglierla. È esattamente quanto le truppe americane aspettavano, in particolare quando si tratta di combattere contro stranieri che entrano in Iraq», ha aggiunto la fonte lasciando intendere che le persone uccise, o almeno una parte di esse, erano un obiettivo di grande importanza. La Cnn da parte sua ha riferito dell'uccisione di un presunto trafficante di armi, Abu Ghaduya. La Siria invece parla di civili morti. Versioni sulle quali probabilmente non verrà fatta mai piena luce. L'attenzione si concentra perciò sul significato politico dell'aggressione e i suoi risvolti sullo scacchiere mediorientale. Un quotidiano siriano, al Thawra, ha denunciato il silenzio arabo sulla vicenda - condanne ufficiali sono arrivate solo da Teheran e da Beirut - domandandosi se esso non «incoraggi le forze di occupazione a commettere qualcosa di più grave». Certo, nelle ore successive al raid, il segretario generale della Lega Araba Amr Moussa ha condannato l'attacco statunitense e denunciato la «violazione della sovranità siriana», ma l'Arabia saudita è rimasta in silenzio, come le altre petromonarchie. Hanno taciuto anche Giordania ed Egitto, segnalando che i principali alleati di Washington in Medio Oriente hanno gradito la «lezione» data dall'Amministrazione Usa uscente alla Siria. A parziale sostegno di Damasco è invece scesa la Francia, presidente di turno dell'Unione europea, chiedendo che venga fatta «piena luce» sull'attacco. Mosca ha condannato apertamente il raid americano. «Crediamo che attacchi che sono da condannare non dovrebbero essere lanciati sul territorio di Stati sovrani», ha detto il ministero degli esteri russo. Non deve essere sottovalutato anche l'appoggio che il governo iracheno ha dato al raid. Il portavoce Ali Debbagh ha sottolineato che Baghdad aveva già «chiesto alle autorità siriane di consegnare i membri di questo gruppo che utilizzano la Siria come base per le loro attività terroristiche contro l'Iraq». Il governo nato sotto occupazione quindi si mostra in piena sintonia con Washington e conferma la sua disponibilità a raggiungere l'accordo di sicurezza in discussione con l'Amministrazione Bush che darà a Washington la possibilità di usare l'Iraq come una enorme base militare. «L'attacco a Sukkariyya ha una doppia chiave di lettura - ha detto al manifesto l'analista arabo Mouin Rabbani - la prima è l'evidente intenzione americana di affermare la volontà di continuare la cosiddetta guerra preventiva, colpendo, per la prima volta, la Siria che di recente è uscita dall'isolamento in cui Washington l'aveva costretta a rimanere per anni, peraltro senza poter reagire all'attacco israeliano (subito lo scorso anno, contro un presunto sito di sperimentazione nucleare, ndr)». La seconda, ha aggiunto Rabbani, «è molto legata ai rapporti futuri tra Baghdad e Stati Uniti. Washington ha messo in chiaro quale sarà la strategia militare che attuerà grazie a basi militari (in Iraq) che sono situate tra Siria e Iran, paesi che considera ostili. Tutto ciò mentre varie formazioni politiche irachene sono impegnate a tentare di bloccare un accordo di cooperazione militare che già mostra la sua pericolosità per la stabilità della regione». Sullo sfondo si muove il presidente siriano Bashar Assad. Se da un lato può vantare alcuni successi diplomatici, soprattutto, nelle relazioni con l'Europa, e politici in Libano. Dall'altro il suo paese, un tempo impenetrabile, si mostra esposto alle infiltrazioni dei qaedisti libanesi e dei servizi segreti stranieri. Nell'ultimo anno in Siria sono stati uccisi il capo militare di Hezbollah, Imad Mughniyeh, e un esponente di primo piano degli apparati di sicurezza, vicino al presidente Assad. Senza dimenticare gli attentati rimasti avvolti nel mistero.

 

San Francisco, su a sinistra - Marco d'Eramo

SAN FRANCISCO - Il direttore Tim Redmond, blue jeans, occhiali e capelli grigi annodati a coda di cavallo, mi guida su per le scale della nuova, grandissima sede del San Francisco Bay Guardian (SFBGuardian), uno dei due più autorevoli settimanali alternativi Usa (l'altro è la newyorkese Village Voice) e uno dei più antichi (fu lanciato nel 1966): i free weeklies sono gratuiti e vivono delle entrate pubblicitarie. Poiché si rivolgono a un pubblico urbano, con molti giovani e singles, rappresentano in misura maggiore o minore le voci più indipendenti e più critiche nel panorama della stampa Usa. E come San Francisco è la città più di sinistra degli Stati uniti, così il suo settimanale alternativo è uno dei più progressisti (anche se a suo tempo non consentì ai suoi dipendenti di sindacalizzarsi). «Eri venuto nella vecchia sede. Questa l'abbiamo comprata sei anni fa». Gli obietto che avrebbe dovuto vendere l'anno scorso perché ora i prezzi stanno scendendo. Dalla finestra si vede un terreno incolto sotto un'autostrada. «Quest'area sarà sviluppata e quindi il valore di questo edificio salirà ancora. Come giornale siamo contro questo progetto speculativo, ma come soggetto economico ne trarremo vantaggi». Il suo ufficio è una vera e propria baraonda: montagne di carte, dossier, foto ingiallite sparse ovunque a nascondere scaffali e sommergere pavimento, sedie, scrivania, schermo del computer («ma io qui trovo tutto, è il mio disordine»). «La recessione? Certo che ne subiamo gli effetti, come tutta la stampa. Ma meno di altri giornali e di altri settimanali alternativi: quello di Atlanta è fallito perché avevano fatto acquisizioni sbagliate. Noi non siamo espansionisti, e questo ci salva. Abbiamo dovuto fare un po' di licenziamenti, sei, abbiamo ridotto il numero delle pagine: qualche anno fa ogni numero era composto da 140 pagine, ora ne stampiamo circa 80. Ma il problema vero della stampa americana è che non è riuscita a catturare i lettori giovani. Per fortuna noi ce l'abbiamo un pubblico giovane. Parlavo in una classe di liceo e c'erano 32 adolescenti e quando ho chiesto cosa leggevano, beh qualcuno ci leggeva a noi, qualcuno leggeva il New York Times su Internet ma nessuno, proprio nessuno leggeva il giornale di qui, il San Francisco Chronicle che perde milioni di dollari a settimana ed è in pessime acque. Hanno dovuto fare licenziamenti massicci, ma il colpo più grave per loro è stato Internet. Prima se uno cercava lavoro, doveva comprarsi per forza il Chronicle, dove c'erano le inserzioni delle offerte. Adesso con i siti specializzati trovi tutto in rete. Noi abbiamo circa 200.000 lettori che ci leggono in rete, più o meno quanti ci leggono su carta. Ma il 90% del gettito pubblicitario è ancora su carta. E ci vorrà tempo prima di riequilibrare le entrate. Ma in rete o su carta, o al telefonino, o sull'orologio, ci sarà sempre bisogno di un reporter a tempo pieno che scovi le magagne del potere, scoperchi le reti di corruzione nella polizia, gli appalti truccati. Si parla tanto di giornalismo diffuso: ma non si può fare a meno di giornalisti a tempo pieno. Il giornalismo è la democrazia: è l'opinione pubblica». «Il settore immobiliare di San Francisco ha risentito relativamente poco della crisi. I prezzi non sono scesi. Perché la città è piccola (solo 740.000 abitanti, più piccola di San Josè che è nella stessa area metropolitana) e c'è sempre nuova gente che viene ad abitare qui, mentre il parco immobiliare è limitato. Poi ci sono molti stranieri che investono in case qui. L'ultimo grattacielo costruito è stato venduto tutto a stranieri a scopo d'investimento o per venirvi a passare tre settimane l'anno. Ma la crisi si fa sentire. Perché se qui i prezzi delle case non scendono, non aumentano nemmeno. E la gente non può più usare la casa come garanzia per nuove ipoteche: questo era il meccanismo con cui non solo pagavano le iscrizioni al college dei figli, ma i piccoli imprenditori si mantenevano a galla ipotecando la casa nei periodi di magra e riscattando l'ipoteca nei momenti di boom. Queste elezioni sono un referendum sulla crisi e sulle politiche economiche di Bush. Mio fratello dirige un'impresa edile nello stato di New York e le persone con cui lavora sono colletti blu tradizionalisti, di discendenza italiana o irlandese, perciò razzisti, macho, conservatori, quelli che si chiamavano Reagan democrats (l'elettorato popolare democratico che nell'80 si spostò su Ronald Reagan). Ma adesso sono spaventati. Anche mio fratello è terrorizzato per la prima volta in vita sua. Hanno paura non di Osama Bin Laden, non del terrorismo, ma di perdere il lavoro, di perdere la casa, di non poter mandare i figli al college (qui la semplice iscrizione a una buona università costa dai 25.000 ai 45.000 dollari l'anno). Questa gente dieci anni fa magari s'indignava per l'aborto o il matrimonio dei gay. Ma adesso non gli importa più niente. A causa della crisi (e nella settimana che ci separa dal voto la situazione non può migliorare all'improvviso) non funziona più la guerra delle due culture su cui si è basata l'egemonia repubblicana. E poi è anche un fatto generazionale. Il 70% di chi ha meno di 30 anni è a favore del matrimonio tra gay: loro sono nati e cresciuti in una società in cui i gay sono dappertutto, hanno vicine di casa lesbiche, vedono gay che passeggiano a braccetto per la strada, vedono film con gay. Fra dieci anni nessuno parlerà più di questo tema. Certo, qui in California c'è il referendum sui gay, ed è molto serrato, anche perché mormoni e chiesa cattolica hanno raccolto in tutta la nazione 25 milioni di dollari per fare campagna qui in California. Ma ci pensi? gente che spende 25 milioni di dollari per impedire a qualcuno di sposarsi». «Quest'elezione rappresenta un punto di svolta. Certo, diciamocelo, l'America non è un paese post-razziale. Sarebbe bello se fosse così, ma non è vero. Basta ascoltare la campagna di sussurri e insinuazioni contro Obama, sul suo essere segretamente musulmano, sul suo essere in realtà un terrorista. Ma io credo che la crisi peserà più del razzismo. In questo senso l'elezione è un referendum anche sul peso relativo di razza e recessione: quale conta di più? Certo che il messaggio di Obama è un po' vago. Ma comunque ha detto che vuole aumentare le tasse per i redditi superiori a 250.000 dollari l'anno e diminuirle per i redditi minori. E ci vuole coraggio negli Usa per un'affermazione simile: nella politica americana aumentare le tasse è una bestemmia che in tempi normali ti farebbe perdere le elezioni a colpo sicuro. Mia zia vota contro Obama proprio perché vuole tassare i ricchi: «io sono ricca e non lo voto». Certo, nessuno fa riforme se non ci è costretto. La vera battaglia progressista comincerà quando Obama avrà vinto le elezioni: e io penso che vincerà. C'è un movimento di base che gli ha fatto vincere le primarie e che ora lo sta portando alla Casa bianca. D'altronde non penso che qualcuno a Washington si sveglia la mattina e decide di varare leggi progressiste. La spinta viene da fuori, dal resto del paese, dalla base, dalle città. Credo che con la globalizzazione si tornerà a unità più piccole dello stato nazione, in definitiva a qualcosa come le città-stato. L'Italia e la Francia potranno dissolversi forse nell'Unione europea, ma Parigi resterà Parigi e Roma resterà Roma. Le città sono il motore del progresso. Basta guardare la carta elettorale negli Usa: le città sono tutte democratiche, mentre suburbi, hinterland, banlieues, sono tutti repubblicani. Perché in città sei confrontato con gente diversa da te, di colore diverso, di reddito diverso, la vedi sul tram, per strada, non puoi ignorare la realtà, devi accettare la complessità della tua esistenza, non puoi far finta di pensare, come fanno nei suburbi, che tutti sono bianchi, biondi, pulitini e agiati come te. Non è un gioco di parole che città è civiltà. Guarda qui a San Francisco: nel paese si discute tanto di un servizio sanitario universale. Noi come città ce l'abbiamo già: chiunque viene qui è coperto. La legge è stata approvata otto mesi fa ma è entrata in vigore da solo due mesi e vi sono già 10.000 iscrizioni. Io non mi definisco americano, preferisco definirmi sanfranciscano».

 

Sondaggi Usa, l'arte di sbagliare - Gordon Poole

Prima delle elezioni presidenziali del 1948 la società di sondaggi Gallup annunciò con sicurezza che ci sarebbe stata una netta vittoria del candidato repubblicano Thomas Dewey sul democratico Harry Truman, che era stato vice di Franklin D. Roosevelt e divenne presidente alla morte di quest'ultimo nel 1945. Vinse invece Truman. Gli esperti di sondaggi avevano fatto un errore che nessun analista farebbe oggi: si erano serviti di nomi presi a caso dagli elenchi telefonici e addirittura dal Registro automobilistico. Così avevano limitato la base del sondaggio, escludendo le persone più povere, proprio quelle che più probabilmente avrebbero votato per i Democratici. Da allora la demoscopia ha certamente fatto dei progressi. Tuttavia, i tentativi degli esperti di fare previsioni durante le attuali elezioni, a partire dalle primarie, sono spesso naufragati, col risultato che gli esperti si sono mostrati sempre più riluttanti a esprimersi. Per esempio nessun sondaggista aveva previsto che Hillary Clinton avrebbe stravinto nel New Hampshire. E nessuno aveva previsto che il Partito repubblicano avrebbe scelto una donna come candidata alla vice-presidenza, una possibilità che a me era sembrata evidente dopo la sconfitta di Hillary Clinton, specie quando Obama non la scelse (o lei non accettò) come candidata alla vice-presidenza. Le difficoltà incontrate nel fare previsioni circa le attuali elezioni sono dovute ad alcuni fattori nuovi, per affrontare i quali gli esperti di sondaggi non erano attrezzati. La società statunitense ha subito dei cambiamenti in questi ultimi tempi che l'hanno trasformata in modi che i sociologi non hanno saputo ancora quantificare. Non disporre di un modello sociologico affidabile mette i sondaggisti in difficoltà allorché cercano di determinare i criteri di selezione delle persone da intervistare. Non si tratta soltanto dell'ormai consolidato superamento del concetto di uomo medio americano, average American man, che chiaramente non avrebbe la pelle scura o gli occhi a mandorla, né sarebbe di madrelingua spagnola: il residuo attaccamento dei Repubblicani a questo screditato criterio identitario, presente in alcune esternazioni di McCain e soprattutto della Palin, rischia di sconfinare nel razzismo. Certe reazioni razziste anti-Obama da parte di seguaci di McCain durante qualche suo comizio hanno costretto quest'ultimo a richiamare all'ordine settori della propria base e a protestare la sua ammirazione e il suo rispetto per Barack Obama. Nel corso di un suo comizio, una donna ha preso il microfono per dirgli che non si fidava di Obama perché «è un arabo»(!), al ché McCain ha ripreso il microfono, ringraziandola, ma per specificare che non è così, anzi «Obama è una persona decente». La rapidità con la quale si sono verificati i cambiamenti nella società e nel corpo elettorale statunitense è sbalorditiva. Come tutti sanno, è la prima elezione nella quale si presentano una donna e un afro-americano come candidati dei due partiti che contano, novità che mettono in movimento pulsioni a livello psico-sociale imprevedibili. C'è un enorme afflusso di elettori ispanici, una maggiore visibilità e un senso della propria forza dei gay e delle lesbiche. Soprattutto c'è la crisi economica, che tocca vasti settori della cittadinanza, sia del proletariato industriale e impiegatizio che delle classi medie. Una campagna, che è iniziata con una diffusa preoccupazione per le guerre in Iraq e Afganistan, si trova ora ad affrontare il crollo di istituzioni bancarie che sembravano solide, masse di persone che perdono la casa di proprietà o i risparmi di una vita, la disoccupazione in aumento, un sistema sanitario allo sfascio con decine di milioni di persone senza alcuna assicurazione medica. Un magma simile non sta fermo abbastanza per essere misurato, sondato e classificato. Le categorie sociali, già di per sé fluttuanti, sono attraversate da forze economiche e sociali forti, che possono minarne la tenuta ideologica tradizionale. Qualche esempio: i poveri bianchi della zona dei monti Appallachi, fra i quali molti minatori, sono conservatori, tradizionalisti e poco propensi a votare per un nero o per una donna. Fra gli ispanici sono diffusi sentimenti anti-black, anche perché, essendo generalmente più scuri degli americani di origine nord-europea, temono di essere considerati come colored. E poi ci sono i cubani anti-castristi della Florida, tradizionalmente repubblicani. Ma tutti questi gruppi, e altri ne potrebbero essere menzionati (gli agricoltori, i lavoratori delle industrie), sono colpiti dalla crisi economica, e potrebbero sentirsi spinti a sostenere i Democratici e Barack Obama nella speranza di condizioni di vita migliori. Un altro problema per gli esperti di sondaggi nel loro sforzo di capire come voterà la gente a novembre è capire che peso potrà avere il razzismo nel determinarne le scelte. Il vescovo Blase Cupich, su America (settimanale cattolico, 18/19/2008), ha sentito il bisogno, con l'approssimarsi delle elezioni, di ricordare ai cattolici che il razzismo è un peccato. Su Slate, Jacob Weisberg (23/8/2008) è arrivato a sostenere che «Il razzismo è l'unico motivo per il quale McCain potrebbe vincere». In un editoriale sul New York Times (4/10/2008) Nicholas D. Kristof, basandosi su vari studi psicologici, evidenzia il possibile peso di un razzismo strisciante, quello di votanti che involontariamente si fanno influenzare da un'avversione per i neri, che opera al di sotto della soglia della loro percezione. Davanti alla domanda dell'intervistatore di un sondaggio se l'intervistato avrebbe avuto difficoltà a votare per un nero, pochi ormai se la sentirebbero di rispondere di sì (secondo alcuni sondaggi, circa il 5%): «razzista» è diventata una brutta parola. Ma è prevedibile che una parte non indifferente di elettori normalmente democratici nel segreto delle urne preferirà l'eroe di guerra di origine irlandese, bianco come loro, al meticcio con il nome preoccupante di Barack Hussein Obama. Allora la domanda diventa: Quanti punti di vantaggio nei sondaggi dovrebbe avere Obama per controbilanciare l'effetto razzismo? Il 5%? Il 10%? È arduo prevedere quante donne, contrariate dalla sconfitta di Hillary Clinton nelle primarie, la prima donna a provare seriamente a diventare presidente degli Stati Uniti, voteranno il partito con una candidata donna alla vice-presidenza, per quanto tutt'altro che femminista. Oltre a questi problemi che rendono difficile ogni previsione, c'è un altro elemento che si discute poco, ma che ha non poco peso. Ricordando il risultato delle ultime elezioni, probabilmente rubate grazie a brogli e intralci al voto nei confronti di elettori poveri, soprattutto neri, in Florida - uno stato elettoralmente in bilico tra Repubblicani e Democratici - le prossime elezioni si presentano estremamente complesse, con forti motivi di preoccupazione quanto al loro regolare svolgimento. Un'altra novità è la netta inversione nella tendenza, che ormai sembrava irreversibile, al calo del numero dei votanti. Un recente intervento televisivo di Obama ha registrato un'audience di trentanove milioni di spettatori. La stessa spettacolarizzazione della politica, se da una parte inquina la serietà del discorso politico, spingendo verso l'utilizzo del «sound bite», cioè brevi battute a effetto prive di sostanza, dall'altra ha suscitato un ritorno al voto che in queste prossime elezioni promette di essere massiccio. Fatto positivo, certo, ma i sistemi elettorali dei singoli stati, diversi tra loro, sono accomunati dal fatto di non essere minimamente pronti a reggere questo flusso dei votanti. Si è sempre votato, assurdamente, di martedì, ma martedì, in questo caso il 4 novembre, è un giorno lavorativo, in cui difficilmente un lavoratore avrà la possibilità di fare lunghissime code per poter accedere alle urne. Inoltre la burocrazia necessaria per l'identificazione dell'elettore, ancora una volta diversissima da uno stato all'altro, è spesso tanto complicata e arbitraria da consentire l'eliminazione di persone che, quando sono entrate nel seggio, avevano ogni motivo di credere di essere abilitate al voto. A queste difficoltà se ne aggiungono altre. Le «voting machines» sono spesso mal funzionanti e lente e comunque sono poche. I programmi usati sono tutti di fornitori di campo repubblicano. La scheda elettronica, che non prevede la copia cartacea stampata, può essere facilmente cambiata o cancellata. Per garantire il voto a tutti, ci vorrebbe una spesa di milioni di dollari in quasi tutti gli stati per rinnovare il macchinario e aumentare significativamente il numero dei seggi elettorali, ma con un governo occupato a dare soldi alle banche, è inverosimile che ciò avvenga. L'anticipazione del voto è un espediente per attenuare le difficoltà, ma non è chiaro fino a che punto servirà. Il sistema statunitense del maggioritario secco, che tanto piace a Marco Pannella, è comunque quanto di meno democratico concepibile, se si esclude il partito unico. Tuttavia - e ancora mi lascio andare a una previsione - le imminenti elezioni, con le loro complicazioni, ad alcune delle quali ho accennato qui, potrebbero essere anche peggiori delle ultime. Tali da suscitare ancora una volta l'offerta di Fidel Castro di mandare osservatori cubani per controllarne il regolare svolgimento.

 

La Stampa – 28.10.08

 

"Pronti a lasciare tutto" – Giovanna Favro

TORINO - «Sono pronto a dimettermi». Il rettore Francesco Profumo butta sul tavolo della discussione e delle proteste che agitano le università italiane tutto il peso e il prestigio di uno dei più accreditati atenei d’Europa, il Politecnico di Torino: «Se il governo non cambierà strada, convocando i rettori, ritirando tagli insostenibili a aprendo la via a una seria riforma delle università, non potrò che dimettermi, insieme agli altri rettori italiani. Ne abbiamo parlato, siamo tutti d’accordo». Ed Enrico Decleva, «magnifico» della Statale di Milano e presidente della Conferenza dei rettori, conferma: «Non potremo fare altro. La Finanziaria infligge alle università un colpo mortale». Rettore Profumo, ieri lei ha sospeso le lezioni e convocato una conferenza d’ateneo per discutere la situazione. E’ così grave? «Se entro pochi mesi non cambierà nulla i rettori non potranno che dimettersi, perché non saranno più in grado non dico di progettare sviluppo, ma neppure di pagare gli stipendi ai professori». A quanto ammontano i tagli? «A livello nazionale, un miliardo e 450 milioni nel 2013. Al Politecnico, partendo da 114 milioni attesi dallo Stato per il 2009, il fondo di finanziamento ordinario calerà a 103 milioni nel 2010, 92 nel 2011 e 90 nel 2012. Peccato che già nel 2008 la spesa per gli stipendi del personale supererà i 99 milioni. Per far fronte agli scatti stipendiali e all’inflazione, i fondi dovrebbero invece crescere del 5% l’anno». Non avete altre entrate? Il 60% del vostro bilancio non viene da industrie, Ue, privati e altri enti? «Sì, ma non certo per gli stipendi. Su progetti di ricerca specifici abbiamo molti finanziatori, ma servono anche fondi certi e continuativi sia per gli stipendi che per i progetti di lungo periodo». Quanti docenti perderete con il turnover ridotto al 20%? «Di qui al 2011 non potremo rimpiazzare 74 professori e ricercatori, 84 nel 2012». Di conseguenza? «Potremo garantire 74 mila 844 ore di lezione, contro le 88 mila 641 del 2008. Il calo d’ateneo sarà del 15,6%, più drammatico in alcune facoltà: meno 30,5% di lezioni ad Architettura 2, 21,6% ad Architettura 1, 14,8% a Ingegneria 1, 12,9 a Ingegneria 3. In un sistema già sottofinanziato, si innesca un processo molto pesante: lo stop del turnover, oltre a polverizzare le speranze di giovani e precari, arriva proprio in una fase di uscite di massa». Vanno in pensione tutti ora? «A metà degli anni Settanta ci furono concorsi di massa e queste persone escono ora tutte insieme. Si rischia insomma, di svuotare di botto gli atenei». Spariranno dei corsi di laurea? «E’ ovvio che non sarà possibile mantenere l’attuale offerta formativa nei prossimi anni». Molti rettori temono che la possibilità di trasformare gli atenei in fondazioni private cancelli la libertà della didattica e della ricerca in nome degli interessi dei privati che pagheranno i conti. La pensa così anche lei? «Penso che le università debbano restare pubbliche, anche se l’interlocutore non deve più essere solo lo Stato, ma anche le Regioni e l’Europa». Gli atenei sono senza colpe? «No l’università deve fare autocritica: i 77 atenei hanno 360 sedi, certo troppe, e si sono eccessivamente spezzettati corsi e saperi. Ma non darci i soldi per pagare gli stipendi dal 2010 non è la soluzione. Serve una grande e importante riforma di cui tutti sentiamo la necessità». Che cosa chiede? «Una nuova governance, con catene decisionali più corte. Oggi la stessa decisione è vagliata da troppi organismi. Occorrono nuove regole di reclutamento che premino i migliori, e un sistema serio di valutazione della ricerca che garantisca più fondi a chi lavora di più e meglio. Chiedo che il ministro sieda a discutere con i rettori, e che non ci siano per le università solo tagli finanziari, per di più non sostenibili, ma discussione dei contenuti. Il modello delle università è vecchio di trent’anni. E’ tempo di cambiare».

Uccidere Berlusconi? – Flavia Amabile

Sarà pure una goliardata, o un modo per farsi pubblicità a poco prezzo, però, insomma. Da una quindicina di giorni su Facebook è nato un nuovo gruppo, si chiama «Uccidiamo Berlusconi». Sono 2.424 iscritti, almeno alle statistiche di ieri sera, in realtà saranno più o meno 1.500 visto che molti si sono registrati più volte. Tutti si presentano con nome e foto, e sono d’accordo nell'inveire con violenza e istigare all'odio contro il presidente del Consiglio sul social network più alla moda in Italia. Il loro grido di battaglia è: «Nel frattempo che ci viene in mente una bella idea per farlo fuori, cominiciamo con l’insultarlo...» Accanto campeggia una foto di Berlusconi dal volto tumefatto e pesto. I responsabili di questa idea di cui non è ancora del tutto chiaro l'obiettivo si chiamano Daniel Disanto, Christian Falanga e Mirko Boncristiano. Come gli altri sono giovani studenti universitari italiani o all’estero. Nell'elenco degli iscritti appaiono anche Francesca Versace e un Totò Cuffaro ma probabilmente sono scherzi nello scherzo. Il manifesto di Berlusconi dal volto tumefatto, invece, è firmato da donchisciotte.net, il sito di un centro sociale di san Giovanni Valdarno.

 

"Non ci faremo comandare da un negro" – Maurizio Molinari

La candidatura di Barack Obama è stata una manna per il nostro movimento». Don Black, creatore del sito Internet suprematista bianco «Stormfront», è uno dei leader dei gruppi razzisti americani che sta traendo giovamento, in termini di raccolta di adesioni come anche di fondi, dal successo politico del candidato afroamericano alla presidenza. Tanto più Obama avanza verso la Casa Bianca, tanto più i suprematisti sentono crescere la loro forza, con un’inversione di tendenza rispetto al forte declino registrato a partire dalla fine degli Anni Settanta. Non a caso Jeff Schoep, capo del movimento nazionalsocialista americano, parla di «un crescente interesse per le nostre attività» coinciso con la campagna elettorale che ha visto Obama duellare prima con Hillary Clinton e poi con John McCain. I dati raccolti dagli investigatori dell’Fbi e dai ricercatori del «Southern Poverty Law Center» di Montgomery, in Alabama, concordano nell’indicare non solo un aumento del numero di iscritti ma anche un proliferare di nuovi gruppi razzisti: oggi sono stimati in circa 900 con un aumento del 5 per cento rispetto a due anni fa e un totale di militanti che supera le 50 mila anime. Per ricostruire cosa è avvenuto negli ultimi mesi basta ascoltare Schoep: «Le politiche di apertura agli immigrati e la candidatura di Barack Obama ci stanno aiutando molto, la nostra nazione si sta trasformando, l’inglese scompare perché viene sostituito dallo spagnolo e gli Stati Uniti d’America stanno diventando un grande ghetto del Terzo Mondo», che potrebbe presto essere guidato dal primo presidente afroamericano della Storia. Una delle conseguenze del boom di popolarità dei suprematisti, che accusano il governo federale di essere eterocontrollato da un «complotto sionista», è l’apertura da parte del movimento nazionalsocialista di nuove sedi in 38 Stati. Secondo il «Center» dell’Alabama, guidato da Mark Potok, si tratta di un fenomeno molto diverso dai razzisti bianchi che sfilavano con i cappucci bianchi del Ku Klu Klan degli Anni Cinquanta e Sessanta. «La novità di questi nuovi gruppi razzisti sta nel fatto che si aprono alla classe media - si legge in un rapporto del Poverty Center - organizzano eventi sociali e si trasformano in punti di incontro dove gli iscritti e i militanti non indossano cappelli bianchi ma vestiti normali, come tutti gli altri cittadini». Fra gli Stati dove si è registrato il maggior incremento di questi gruppi c’è la Pennsylvania, teatro fra il 2000 e il 2007 dell’aumento del 41 per cento della popolazione di immigrati ispanici. La tesi dei separatisti bianchi è che l’aumento degli immigrati ha portato ad un’impennata di microcriminalità e così in piccole località come Shenandoah sono state organizzate ronde di volontari per pattugliare le strade dopo il tramonto, sostituendo di fatto la polizia. «Bisogna prevenire i crimini commessi dai clandestini e dai trafficanti di droga» si leggeva in uno dei volantini di reclutamento. «Siamo di fronte ad un fenomeno nuovo - ha spiegato a Usa Today Ann Van Dyke, titolare della commissione Diritti Umani della Pennsylvania - perché questi nuovi razzisti parlano la lingua della gente comune, invocano la sicurezza per i nostri bambini e si incontrano non in eventi semiclandestini come facevano gli skinheads bensì in luoghi pubblici, come le librerie cittadine». In questi ambienti l’ostilità nei confronti del senatore dell’Illinois è dilagante. Solo nel sito «Stormfront» oltre trecento persone hanno lasciato dei messaggi inneggianti alla necessità di dar vita ad una «rivoluzione bianca» per impedire di far arrivare alla Casa Bianca un presidente afroamericano determinato «a portarci via i nostri fucili».

 

Repubblica – 28.10.08

 

L'incubo della "jihad" bianca che può cambiare la Storia – V.Zucconi

WASHINGTON - L'ombra che da sempre oscura il "sogno" di Barack Obama e che lo accompagnerà per sempre, per ogni minuto della sua presidenza se dovesse raggiungerla, riappare in un documento giudiziario in Tennessee, con il volto di due neonazi bianchi e di una possibile strage. Lo dice una delle tante braccia del sistema di sicurezza nazionale americana, l'ufficio federale per il controllo di "Alcool, Tabacco e Armi da Fuoco", la Atf, chiamata in causa perché i due aspiranti imitatori di Harvey Lee Oswald e di Shiran Shiran, gli assassini di Kennedy, avevano progettato di svaligiare un'armeria e dotarsi di un arsenale per massacrare Obama e fare strage di ragazzi e ragazze neri in una scuola del Tennessee. Mitomani, idioti ubriachi o strafatti, immaginari crociati di una jihad bianca e cristiana contro l'uomo nero, qualunque cosa fossero questi due good ole boys, questi vecchi bravi ragazzi sudisti, la loro storia emersa da un documento finora sigillato in un tribunale ripropone, ad appena sette giorni dal voto, la stessa domanda che si legge negli sguardi dei dodici apostoli, degli agenti del Servizio Segreto - molti dei quali neri di pelle come il loro protetto - che da dieci mesi circondano Barack Obama: in una nazione dove l'assassinio politico ha segnato la storia dei grandi e rivoluzionari movimenti civili, da quell'Abramo Lincoln freddato perché aveva osato affrancare gli schiavi, a Luther King, ammazzato perché aveva sconvolto le acque torbide dell'apartheid sudista. Qualcuno, là fuori, fra i proprietari di 200 milioni di armi da fuoco, sta ribollendo di collera e di terrore al pensiero che lo "sporco negro" possa diventare il Capo, e quindi il simbolo vivente, dell'intera nazione. Non c'è neppure bisogno di essere uno di quei bravi soldati di pace, di quegli uomini e quelle donne che circondano Obama come picchetti umani pronti a incassare il proiettile destinato a lui, per sapere che dal primo giorno nel quale lui lanciò la propria sfida a 220 anni di storia del potere americano, il senatore dell'Illinois è stato, da qualcuno, da qualche parte, nelle anse più buie e malate del ventre americano, considerato un dead man walking, un condannato a morte, un uomo che vive una vita in prestito. È perfettamente possibile che anche questo complotto di nazi, di klanisti, di imbecilli senza qualità, sia soltanto uno delle migliaia che ogni giorno Fbi, Servizio Segreto (il corpo incaricato della protezione per le alte cariche dello stato), sceriffi e polizie indagano, contro tutti, contro Bush come contro i sindaci dei più modesti villaggi, scoprendo che si tratta di folli millanterie o di pure espressione di malattie mentali. E che la notizia del possibile piano, diffusa per prima proprio da quella rete tv, la Fox, che più detesta e assale Obama, volesse sottolineare la "pericolosità" di eleggere un "morto che cammina" e magari piegare qualche indeciso a favore del vecchio usato sicuro, McCain. E' stata proprio la Fox, e la macchina della propaganda repubblicana, ad alimentare per settimana la storia del rapporto fra Obama e un ex membro del terrorismo radicale di sinistra, e forse oggi spera di ricreare un processo di associazione psicologica. Ma Barack Obama fu il primo, fra tutti i candidati, a ricevere la protezione del servizio segreto, nel gennaio scorso, segno che il governo federale temeva o sospettava quello che tutti, in tutto il mondo, abbiamo pensato quando abbiamo visto un uomo con la sua storia e il suo volto puntare a quella Casa occupata sempre e soltanto da uomini bianchi, in una nazione che ancora una generazione fa uccideva chiunque, neri, bianchi, cattolici, ebrei, protestanti, osasse riconoscere non il potere, ma i diritti civili minimi ai figli degli schiavi. E chiunque abbia frequentato gli ultimi e ormai sempre più idrofobi comizi anti-Obama di McCain e soprattutto della sua "pit bull col rossetto" e le giacche di Valentino, la Palin, ha visto e sentito i ruggiti di odio, non di semplice avversione politica, contro "il fottuto negro comunista terrorista islamico arabo", giusto per sintetizzare le litanie, e gli slogan, che si alzano come effluvi tossici da una parte della folla e che soltanto una volta McCain, (non la sua valletta) si sono sentiti in dovere di zittire. Minoranze, questi che sono stati sentiti gridare "ammazzatelo" a quei comizi, pochi fanatici, certamente, perché la maggioranza di chi gli voterà contro non lo farà per ragione razziali o culturali, o almeno non lo ammetterà mai in pubblico. Anche due disperati in Tennessee, che addirittura avevano calcolato in 102 le loro vittime, pronti a morire, da bravi martiri del nulla della jihad neonazi, nella loro privata pulizia etnica, non sono nessuno, in una nazione di 305 milioni di persone, se non una pustola sulla pelle di un popolo che si prepara alla vittoria sensazionale e commovente del figlio di un immigrato keniano e di una ragazza del Kansas. Una "bufala" anche questa, come la grottesca storia del complotto di Denver durante la Convention? Può darsi. Ma se avessero arrestato Lee Harvey Oswald il giorno prima dell'assassinio di Kennedy, con un fucile comperato per posta, e il progetto di sparare all'auto presidenziale da un magazzino di libri a Dallas, probabilmente avremmo scritto, esattamente 45 anni or sono, che era un povero demente. Dimenticando, come la Sarajevo 1914 dovrebbe sempre ricordarci, che basta un demente con un'arma per cambiare la storia.

 

Su straordinari e tredicesime maggioranza all'assalto di Tremonti

Roberto Mania

ROMA - È un braccio di ferro maggioranza e governo sulle misure da prendere per sostenere i redditi più bassi. Mentre la crisi comincia a toccare direttamente l'economia reale, con l'impennata della cassa integrazione e il rischio che le risorse si esauriscano presto, si sta segnando un solco tra la linea per ora inflessibile del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, e le richieste dei parlamentari del centrodestra. Dall'inizio della legislatura è forse il primo scricchiolio che si avverte nella maggioranza sulla politica economica e sociale. Oggi Tremonti sarà ascoltato dalla Commissione Bilancio della Camera e il relatore alla Finanziaria, Gaspare Giudice, incontrerà il sottosegretario all'Economia, Giuseppe Vegas. Sono stati presentati più di 800 emendamenti alla Finanziaria, e molti riguardano il sostegno ai redditi. L'obiettivo dei parlamentari è di strappare qualcosa tra le pieghe della manovra, nel decreto "salva banche" o nel collegato lavoro. Ma sarà difficile superare le blindature del governo nonostante le maglie allargate dall'Europa nell'interpretazione del Patto di stabilità. "La crisi c'è. Il rigore è necessario e anche obbligatorio - dice Giudice che è anche vicepresidente della Commissione Bilancio della Camera - ma ci può essere una scelta diversa nell'equilibrio complessivo". Politichese sì, ma sufficientemente chiaro. Per dire che qualcosa si deve fare anche sul lato delle famiglie. Non c'è solo quello delle imprese. "Se io dovessi scegliere - dice ancora - sceglierei le famiglie". L'impostazione del governo però è diversa: impedire che il sistema produttivo si congeli per la mancanza di afflusso del credito. Sul lato della domanda gli interventi precedenti hanno avuto effetti scarsi. L'abolizione dell'Ici non ha inciso sui redditi più bassi perché, per loro (fino a 40 mila euro), era già stata cancellata dal governo Prodi; la social card deve ancora arrivare, per quanto con effetto retroattivo a partire da ottobre. C'è stata, per il secondo semestre dell'anno, la detassazione (con l'aliquota secca del 10 per cento) degli straordinari e sui premi di risultato. Tremonti ha garantito alla Confindustria, e ha trovato le risorse, la proroga per il 2009 del provvedimento. E qui potrebbe esserci una novità: il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, punta ad alzare da 30 mila a 35 mila il reddito l'asticella delle fasce di reddito che potrebbero beneficiare della detassazione. La platea dei lavoratori interessati salirebbe così di oltre 900 mila unità. Difficile che lo sgravio fiscale possa essere esteso anche ai dipendenti pubblici (3,5 milioni). In questo caso costerebbe troppo, fino a due miliardi. E troppo onerosa è certamente la detassazione della tredicesima: 8-9 miliardi se estesa a tutti i lavoratori. "I soldi non ci sono", ripetono al ministero di Via XX settembre. Ma qui lo scontro con la maggioranza parlamentare si fa netto: "Noi abbiamo intenzione di insistere", dice Maria Teresa Armosino, deputata di Forza Italia, già sottosegretario al Tesoro. "E lo faremo "virilmente"", aggiunge. Un gruppo di parlamentari del Pdl ha proposto in commissione Bilancio di limitare lo sgravio fiscale ai redditi più bassi di lavoratori e pensionati. Stefano Saglia, presidente della Commissione Lavoro, parlamentare di An, sostiene che è "anche una questione estetica". Insomma non ci può essere un "decreto salva banche" e niente per il lavoro. "Capisco - spiega - che la detassazione della tredicesima abbia un costo elevato, ma non la escluderei a priori. Di sicuro si deve incrementare con urgenza il fondo per le casse integrazioni in deroga". Poi, quasi rilanciando la proposta del segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, Saglia chiede a Berlusconi di aprire un confronto con le parti sociali. "Il presidente sarà pure allergico al rituale delle trattative, ma è in quella sede che si possono trovare le misure a sostegno del reddito". Al ministero dello Sviluppo si sta limando il pacchetto di interventi per le imprese con tanto di fondo di garanzia da 600 euro. Al Lavoro si sta monitorando la situazione. Se dovessero servire risorse per la cig in deroga il fondo sarà rinforzato (ora ci sono 600 milioni), entro l'anno Sacconi vuole portare a casa la riforma degli ammortizzatori sociali, con l'aumento dell'indennità di disoccupazione. Ma il pallino, cioè i soldi, c'è l'ha Tremonti.

 

Corsera – 28.10.08

 

La caccia bipartisan ai consensi facili – Gian Antonio Stella

Dilaga la rivolta nelle scuole? Tutti voti guadagnati. La battuta non è di Walter Veltroni, Antonio Di Pietro o Paolo Ferrero. La battuta è di Gianfranco Fini. E fu fatta in occasione dell'ultimo grande "incendio" scolastico prima dell'attuale. Quello scoppiato nel 2000 contro la svolta meritocratica tentata da Luigi Berlinguer. Disse proprio così, come ricorda una notizia Ansa, l'allora presidente di Alleanza Nazionale: «Dovrei ringraziare la Bindi e il suo collega Berlinguer, perché da medici e insegnanti verrà un consenso nuovo e fresco al Polo». E non si trattava di una strambata estemporanea. Il giorno in cui i professori ribelli erano calati a Roma «per dire no al concorso per gli aumenti di merito», il primo a portare la sua solidarietà ai manifestanti era stato lui, l'attuale presidente della Camera. Opinione solitaria? Per niente: l'onda dei contestatori, allora, fu cavalcata (fatta eccezione per la Lega, che non aveva ancora ricucito del tutto col Polo e preferì una posizione più defilata) da tutta la destra. Dall'inizio alla fine. Lascia quindi sbalorditi sentire oggi Mariastella Gelmini dire che «il disastro dell'istruzione in Italia è figlio delle logiche culturali della sinistra contro il merito e la competitività », che «per decenni scuola e università sono state usate come distributori di posti di lavoro, di clientele e magari di illusioni » e che la sola sinistra ha la responsabilità d'avere seminato «l'illusione che lo Stato possa provvedere a dare posti fissi in modo indipendente dalla situazione economica e dal debito pubblico». Sia chiaro: la sinistra e il sindacato hanno responsabilità enormi, nel degrado non solo della scuola e dell'università, ma dell'intera macchina pubblica italiana. Fin dai tempi in cui lo psiuppino Lucio Libertini teorizzava che «l'attivo della bilancia dei pagamenti e la consistenza delle riserve non sono dati positivi in assoluto» e il segretario comunista Luigi Longo tuonava che «non è lecito al governo trincerarsi dietro le difficoltà finanziarie ». La caricatura feticista del garantismo che ha permesso di restare in cattedra a professori che insegnano voltando le spalle agli alunni o sono stati condannati per essersi fregati i soldi delle gite scolastiche è frutto di una deriva sindacalese. E così la nascita delle «scodellatrici » che devono dar da mangiare ai bambini perché «non spetta» alle bidelle. E tante altre cose inaccettabili. Che la situazione sia tutta colpa della sinistra e solo della sinistra, però, è falso. E lo scaricabarile, oltre a essere indecoroso, impedisce a una destra moderna di fare i conti fino in fondo con la storia, con i problemi del Paese e con se stessa. Perché forse è una forzatura polemica quella di Enrico Panini, segretario nazionale Cgil-scuola, quando dice che i precari «erano il serbatoio e lo spasso della Dc». Ma le sanatorie per i professori non le ha inventate la sinistra: la prima porta la firma di Vittorio Emanuele II nel 1859. «In eccezione alla regola del concorso... ». Hanno radici profonde, i mali della nostra scuola: «Dal 1860 ci sono stati 33 ministri della Pubblica Istruzione, ciascuno desideroso di distinguersi rovesciando l'opera del predecessore. Il danaro è stato lesinato; e lo Stato e i Comuni, prodighi in ogni altra cosa, hanno fatta economia nel più fruttifero degl'investimenti nazionali», scrivevano nel 1901 H. Bolton King e Thomas Okey nel libro L'Italia di oggi. Cosa c'entra la sinistra se perfino Giovanni Gentile, del quale gli stessi antifascisti più antifascisti riconoscono la statura, durò come ministro della Pubblica istruzione solo una ventina di mesi? Se addirittura Benito Mussolini fu costretto a cambiare in quel ruolo più ministri di quanti allenatori abbia cambiato Maurizio Zamparini? Se la Dc per mezzo secolo ha mollato quel ministero-chiave solo rarissime volte e mai a un uomo di sinistra? Se la sanatoria più massiccia fu voluta dalla democristiana Franca Falcucci che nel 1982 propose alle Camere di inquadrare nel ruolo i precari della scuola e a chi le chiese quanto sarebbe costata rispose 31 miliardi e 200 milioni di lire l'anno, cifra che si sarebbe rivelata presto 53 volte più bassa del reale? La verità è che sulla scuola, il precariato, il mito clientelare del posto pubblico hanno giocato, per motivi di bottega, praticamente tutti. E che l'egualitarismo insensato di un pezzo della sinistra e del sindacato si è saldato nei decenni col sistema clientelare democristiano e socialista, socialdemocratico e liberale e infine cuffariano e destrorso. Fino all'annientamento dell'idea stessa del merito. Annientamento condiviso per quieto vivere da tutti. Trasversalmente. L'ultima dimostrazione, come dicevamo, risale nella scuola a nove anni fa. Quando Luigi Berlinguer riuscì a recuperare 1.200 miliardi di lire per dare aumenti di merito ai professori più bravi: uno su cinque sarebbe stato premiato con 6 milioni lordi l'anno in più in busta paga. Uno su cinque era troppo poco? Può darsi. Dovevano essere definiti meglio i criteri? Può darsi. Il sistema dei quiz non era l'ideale? Può darsi. Ma l'obiettivo del ministro era chiaro: «Va introdotto il concetto di merito. Chi vale di più deve avere di più». Fu fatto a pezzi. Dai sindacati e dalla "sua" sinistra, per cominciare. Basti ricordare il rifondarolo Giovanni Russo Spena («meglio distribuire i soldi a tutti e concedere a tutti un anno sabbatico a rotazione»), il verde Paolo Cento, la ministra cossuttiana Katia Bellillo («no alla selezione meritocratica dei docenti») o il leader dei Cobas Piero Vernocchi, deciso a far la guerra «contro ogni tipo di gerarchizzazione del sistema scolastico». Ma anche la destra cavalcò le proteste. Alla grande. Francesco Bevilacqua, di An, attaccò al Senato il ministro accusandolo di avere «stabilito per legge che il 20% dei docenti in Italia è bravo e che gli altri lo sono meno o non lo sono affatto ». Il suo camerata Fortunato Aloi sostenne alla Camera che quel «concorsaccio non poteva assolutamente non mortificare coloro i quali operano nel mondo della scuola» i quali avevano «giustamente mobilitato le piazze». Lo Snals, che certo non era un sindacato rosso, fu nettissimo. Punto uno: «Rifiuto di ogni forma di selezione fra gli insegnanti». Punto due: «Riconoscimento della professionalità di tutti i docenti». E i primi ad appoggiare la lotta, con un documento che intimava al governo di «sospendere immediatamente il concorso», furono l'allora casiniano e oggi berlusconiano Carlo Giovanardi, la responsabile Scuola di An Angela Napoli e la responsabile Scuola di Forza Italia Valentina Aprea. La quale, vinta la battaglia contro il concorso meritocratico per i professori, ne scatenò subito un'altra sui dirigenti scolastici: «Sconfitto sul fronte dei docenti ora Berlinguer vuole prendersi una rivincita con i capi di istituto. I discutibili criteri di valutazione rimangono inalterati, con la conseguenza di creare il battaglione del 20% di super-presidi e conferendo la patente di mediocrità al restante 80%». Parole inequivocabili. Dove non erano contestate solo le modalità ma l'idea stessa degli aumenti di merito che pure dovrebbe essere cara a chi si proclama liberale. Come sia finita, quella volta, si sa. Luigi Berlinguer fu costretto a rinunciare, dovette mollare la carica di ministro e il suo naufragio è stato la pietra tombale di ogni ipotesi meritocratica. E noi ci ritroviamo, dieci anni dopo, alle prese con gli stessi temi. Aggravati. Vale per la destra, vale per la sinistra. Le quali, come accusa uno studio di «Tuttoscuola» (www.tuttoscuola.com), non si fanno troppi scrupoli di cavalcare ciascuno la propria tigre anche «addomesticando » i numeri. Che senso ha? Come spiega il dossier della rivista di Giovanni Vinciguerra, «al nostro Paese serve un recupero di qualità del confronto politico e sociale in un momento di così profonda crisi del ruolo e della legittimazione sociale del sistema educativo nazionale, non guerre sui dati o sui grembiuli».

 

Battaglia persa, tra condoni e manette – Sergio Rizzo

ROMA - Tutto è cominciato con l’imperatore Adriano. Iberico d’origine, non soltanto si adattò fulmineo ai costumi italici. Li precorse addirittura. Il primo provvedimento economico che adottò dopo aver conquistato il potere fu un condono di massa che cancellò i debiti con il Fisco degli ultimi sedici anni di tutti i cittadini dell’impero. Poco importa se, rinunciando a riscuotere 900 milioni di sesterzi, pari al gettito di un anno intero, l’Erario imperiale rischiò la bancarotta. Allora non si andava a votare, ma nonostante questo è accertato che mai imperatore fu così popolare. Lungo questa strada siamo arrivati fino a oggi. Ma se l’Italia è il Paese europeo nel quale l’evasione fiscale è lo sport forse più diffuso, ci sono certamente colpe più recenti. Diversamente non si spiega come mai, stando ai dati di una tabella pubblicata dall’Espresso un paio d’anni fa, i gioiellieri abbiano dichiarato al fisco, nel 2004, mediamente 16.644 euro lordi: 1.280 euro lordi per tredici mensilità. Cifra oggettivamente modesta, non soltanto perché inferiore di ben 5 mila euro al reddito dei falegnami, e addirittura alla retribuzione di un operaio, ma anche in rapporto ai redditi di 12 anni prima. Quando mediamente gli stessi gioiellieri denunciavano l’equivalente, considerata anche l’inflazione, di 13.067 euro. Numeri, del resto, non molto differenti rispetto a quelli di altre categorie. Intendiamoci: sarebbe assolutamente sbagliato caricare la croce dell’evasione soltanto sulle spalle dei lavoratori autonomi. Le cronache hanno dimostrato che quasi nessuno, a parte i lavoratori dipendenti e i pensionati che non fanno il doppio lavoro, può scagliare la prima pietra. Il fatto è che l’Italia alterna periodi nei quali si dichiara (apparentemente) lotta senza quartiere agli evasori a periodi in cui l’infedeltà fiscale è a dir poco tollerata. Se non addirittura giustificata con le presunte vessazioni del Fisco. È rimasta celebre la dichiarazione di Silvio Berlusconi, il quale nel febbraio del 2004 sentenziò che evadere le tasse in caso di pressione fiscale «troppo alta», non era solo «moralmente giusto», ma rientrava nel «diritto naturale». Non che il premier non sapesse quanto purulenta fosse, da anni, la piaga dell’evasione. Nel 1981 l’ex ministro delle Finanze Franco Reviglio, che aveva come giovane consigliere Giulio Tremonti, sbottò pubblicamente: «L’approvazione della legge per colpire l’evasione fiscale non è più procrastinabile. Essa è stata dettata dal preciso scopo di restituire efficacia deterrente alle sanzioni penali in materia tributaria, attraverso una tempestiva irrogazione». Proprio così, disse: «tempestiva irrogazione ». Erano passati sette anni dal primo condono fiscale tombale che aveva seguito la riforma fiscale di Bruno Visentini, e il Parlamento si apprestava ad approvare, non senza qualche brivido, la legge sulle «manette agli evasori». Chi avesse sgarrato, da allora in poi, avrebbe testato le patrie galere. Ma una tale professione di inflessibilità, confermata anche dal successore di Reviglio, Rino Formica, fu accompagnata da un altro condono fiscale. Manette e sanatoria insieme: sai che paura? Quell’anno, era il 1982, si decise comunque di dare l’esempio, e un paio di mesi prima che la legge sulle manette fosse approvata, nel carcere di Caserta finì Sophia Loren, ritenuta colpevole di non aver pagato le tasse nel 1963. Vent’anni prima, alla faccia della «tempestiva irrogazione delle sanzioni penali». La Loren rimase in cella 17 giorni. Inutile dire che i risultati delle «manette» furono a dir poco deludenti. Nei primi due anni di applicazione della legge vennero arrestate 93 persone. Numero che salì a 551 nei primi quattro anni. Inutile anche dire che poco dopo, nel 1991, arrivò un nuovo condono fiscale. Quindi, fra il 1994 e il 1995, insieme al condono edilizio, fu la volta del concordato fiscale. Finché si prese atto che la legge sulle manette agli evasori non aveva funzionato, né mai avrebbe funzionato. E si ripiegò su norme che avrebbero dovuto consentire al Fisco almeno di recuperare i soldi. Pia illusione. Un nuovo condono sbucò nel 2003, con Tremonti ministro, insieme a una gragnuola di altre sanatorie, compreso un nuovo perdono per i reati edilizi. Il tutto preceduto dal famoso «scudo fiscale», che consentiva a chi aveva esportato illegalmente capitali di regolarizzare, senza nemmeno l’obbligo dei reimpatrio, conti correnti e proprietà all’estero semplicemente pagando il 2,5%. Misura imitata anche dalla Germania, che però fissò la tassa al 25% e poi al 35%: per salvare almeno le apparenze. Perché come si può pensare di spaventare gli evasori con condoni a ripetizione (gran parte dei quali si sono rivelati autentici flop), o una giustizia dalla lentezza tale che la prescrizione dei reati è la normalità? Valga ad esempio la sconcertante ammissione di un ex ministro della Repubblica, quel Cesare Previti condannato a 6 anni di reclusione per concorso in corruzione al processo Imi-Sir: «Perché non parlai della parcella nel 1997 ma soltanto ora? Non corro più rischi fiscali». Quei rischi che difficilmente vanno in prescrizione per i contribuenti infedeli in altri Paesi. Sapete quanti ne sono stati arrestati fra il 2000 e il 2007 negli Stati Uniti? Ben 11.691, soltanto per reati federali. E pochi se la sono cavata a buon mercato: la condanna media è stata di 30 mesi, saliti a 37 per i manager di imprese che hanno evaso il fisco. Ve lo immaginate se succedesse in Italia?

 

La fabbrica dei docenti - Francesco Giavazzi

La situazione nelle nostre università è paradossale. Studenti e professori protestano contro una riforma che non esiste; il ministro, preoccupato dalle proteste, non si decide a spiegare quel che intende fare per riformare l'università. L'unica certezza è che nei prossimi mesi si svolgeranno nuovi concorsi per 2.000 posti di ricercatore e 4.000 posti di professore ordinario e associato, ai quali seguiranno, entro breve, altri 1.000 posti di ricercatore. In tutto 7.000 posti, più del dieci per cento dei docenti oggi di ruolo. I 4.000 posti di professore saranno semplicemente promozioni di persone che sono dentro l'università. Le promozioni avverranno secondo le vecchie regole, cioè con concorsi finti. E' assolutamente inutile che un giovane ricercatore che consegue il dottorato a Chicago o a Heidelberg faccia domanda: di ciascun concorso già si conosce il vincitore. I 3.000 concorsi per ricercatore assicureranno un posto a vita ad altrettanti dottorandi che lamentano la loro condizione di precari. In tutte le università del mondo ad un certo punto si ottiene un posto a vita, ma ciò avviene solo dopo aver dimostrato ripetutamente di saper conseguire risultati nella ricerca. Qui invece si chiede la stabilizzazione per decreto senza neppure che sia necessario aver conseguito il dottorato. Il ministro ha ereditato questi concorsi dal suo predecessore e non pare aver la forza per cambiarli e assegnare i posti secondo criteri di merito piuttosto che di fedeltà. Gli studenti ignorano tutto ciò e sembrano non capire l'importanza di meccanismi di selezione rigorosi, in assenza dei quali le università che frequentano vendono favole. In quanto ai professori, buoni, buoni, zitti, zitti. Se questi concorsi andranno in porto ogni discussione sulla riforma dell'università sarà d'ora in poi vana: per dieci anni non ci sarà più posto per nessuno e ai nostri studenti migliori non rimarrà altra via che l'emigrazione. La legge finanziaria dispone un taglio ai fondi all'università che è significativo, ma non drammatico: in media il 3% l'anno (1,4 miliardi in 5 anni su una spesa complessiva di circa 10 miliardi l'anno). Si parte da tagli quasi nulli nel 2009, mentre poi le riduzioni diverranno via via crescenti per raggiungere la media del 3% nell' arco di un quinquennio. Il taglio non è terribile, anche considerando che la stessa Conferenza dei rettori ammette che in Italia la spesa per studente è più alta che in Francia e in Gran Bretagna. Comunque reperire risorse è sempre possibile: ad esempio, si potrebbero cancellare le regole sull' età di pensionamento approvate dal governo Prodi, ritornare alla legge Maroni e investire i denari così risparmiati nella ricerca e nell'università. Né mi parrebbe osceno far pagare tasse universitarie più elevate alle famiglie ricche e usare il ricavo in parte per compensare i tagli, in parte per finanziare borse di studio per i più poveri. Come spiega Roberto Perotti in un libro che chiunque si occupa dell'università dovrebbe leggere («L'università truccata», Einaudi, 2008) tasse uguali per tutti sono un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi. I dati dell'indagine sulle famiglie della Banca d'Italia, citati da Perotti, mostrano che il 24% degli studenti universitari proviene dal 20% più ricco delle famiglie; solo l'8% proviene dal 20% più povero. Nel Sud la disparità è ancora più ampia: 28% contro 4%. Il ministro Gelmini afferma che il suo modello è Barack Obama: forse il ministro non sa quanto costa a una famiglia americana mandare il figlio in una buona università. In una delle migliori, il Massachusetts Institute of Technology, la frequenza costa 50.100 dollari l'anno (40.000 euro), ma il 64% degli studenti che frequentano il primo livello di laurea riceve una borsa di studio.


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