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Manifesto – 30

Manifesto – 30.10.08

 

Sfascio neofascista – Stefano Milani, Giacomo Russo Spena

ROMA - Il suo volto è una maschera di sangue. Il flusso che scende dal naso non si arresta nemmeno con il ghiaccio, preso alla buona da alcuni amici in un bar di piazza Navona e avvolto in una busta di plastica. Il setto nasale probabilmente è rotto. «Fasci di merda», esclama mentre riprende i sensi dallo shock del colpo subito: «Una bottiglia - dice - mi hanno lanciato una bottiglia». E quella che l'ha colpito in pieno volto non è l'unica volata. Dopo giorni di sgarbi e «strumentalizzazioni nere» ai cortei medi, alle 13 avviene la resa dei conti. Tra l'«onda anomala» e Blocco Studentesco, la componente giovanile di Casa Pound Italia (organizzazione d'estrema destra appena fuoriuscita da Fiamma Tricolore). Si lanciano decine di sedie di vimini di un bar della piazza e un enorme pinocchio di legno, preso da un negozio di giocattoli. Poi contatti fisici con pugni, cascate e bastonate (dei neri). Cinque minuti di pura violenza nella manifestazione studentesca contro il decreto Gelmini. Con i ragazzi medi più piccoli ignari di quello che sta succedendo. «È un inferno, andiamo a metterci al riparo nel Mc Donald», urla una ragazza, non più che sedicenne, alle sue amichette mentre nella vicina piazza Navona c'è il fronteggiamento. Interrotto tardivamente, a suon di manganellate dalla polizia. Verranno fermati alla fine un giovane di sinistra e ventuno fascisti. Anche se poi alla questura centrale i neri, a sorpresa, avranno un solo arresto. Una giornata tesa fin dal mattino con centinaia tra liceali e studenti delle medie assiepati davanti al Senato, speranzosi nel miracolo che non ci sarà. Sono da poco passate le 10 quando si fa largo la notizia del via libera definitivo al decreto Gelmini. A quel punto, in pochi minuti, accade quello che non ti aspetti. Una cinquantina di studenti del Blocco tentano di arrivare alla transenna oltre la quale c'è solo Palazzo Madama. «Fatece largo - gridano - dobbiamo fare una iniziativa politica». La folle insorge. «Ogni iniziativa politica va discussa tutti quanti insieme» controbatte una ragazza. «Me ne frego», gli risponde uno dei ragazzi "dal cuore nero". E con lui se ne fregano tutti gli altri del Blocco che cominciano a farsi largo a suon di cinghiate. Gente piuttosto attempata rispetto alla media dell'età degli altri manifestanti. A piazza Navona, intanto, si è piazzato un camioncino bianco. «Pieno di bastoni, mazze e coltelli» qualcuno giura di aver visto. L'aria si fa sempre più tesa. Dal Blocco spunta anche qualche bandiera, un paio di tricolori. La connotazione politica è chiara e la piazza non gradisce. A loro viene rivolto uno striscione, lo stesso che ha capeggiato nei sit-in di questi giorni: «Né rossi né neri ma liberi pensieri». Ma i neri hanno altri pensieri. Fanno sul serio, impugnano caschi da moto e cominciano a picchiare, mentre gli studenti cercano di bloccarli per non fargli raggiungere la testa del sit-in. Ma niente, i fascisti non mollano, sfondano la folla, creano un vuoto al centro, accerchiano a gruppi di dieci e giù botte. L'effetto è un fuggi fuggi generale e tre feriti portati prima in ospedale e poi in questura per testimoniare sulla violenza subita. «Ero a terra mi hanno colpito con bottiglie, cinte e caschi - racconta Alessandro, uno degli aggrediti -. Ci hanno caricato con violenza, alcuni avevano anche dei moschettoni che hanno utilizzato come arma contundente». I "neri" sembrano prenderci gusto e ad ogni voce che stona dalla loro partono cinture, bottiglie e caschi alla mano. Partono sms e telefonate: «Che dobbiamo fare? Questi ci stanno massacrando. Si stanno prendendo la piazza». Cominciano a rincorrersi le voci dell'imminente arrivo degli studenti della Sapienza. La manifestazione degli universitari, a cui si aggregano molti attivisti dei centri sociali, arriva incazzata: «Siamo stufi - dice uno - delle violenze squadriste». «Il nostro movimento è antifascista e loro sono solo i provocatori mandati da Cossiga», aggiunge l'altro. Ma l'arrivo a piazza Navona viene ostacolato dalla polizia che si mette di traverso, sbarrando la strada. Ci sono momenti di tensione, con la celere che minaccia una carica che non ci sarà mai. Anzi all'improvviso fanno avanzare il corteo. «Ci avevano assicurato che i fascisti se ne erano andati», dice Flavia D'Angeli, di Sinistra Critica, tra le più attive a dialogare coi responsabili di piazza. Cosa non vera. Il corteo studentesco si trova davanti il Blocco. Nell'altro angolo di piazza Navona, vicino all'edicola, c'è il loro camioncino con i camerati (non tutti studenti) che impugnano le aste dei tricolori, utilizzate come mazze. Molti hanno facce cattive e si preparano allo scontro con «la fierezza di esistere e combattere». Vestono guanti imbottiti e si sfilano le cinghie dai pantaloni per utilizzarle come armi offensive. Indossano felpe dell'organizzazione o del gruppo musicale ZetaZeroAlfa. Tutte da scontro (col cappuccio grande che copre il volto). Altri invece sono vestiti casual: camicia, jeans e faccia da bravi ragazzi. «Fuori, fuori dalla piazza», urlano invece gli attivisti di sinistra che avanzano fino al contatto. Cosa che avviene. «La nostra è legittima difesa» dice tutto concitato Francesco Brancaccio, uno dei portavoce dell'Onda anomala, appena finiti gli scontri. Che porteranno all'arresto di G.Y. trentaquattrenne di Rifondazione Comunista e di B.M. diciannovenne del Blocco. Tornata la calma in piazza regna lo smarrimento. Molti studenti medi hanno volti atterriti. «Il problema non è Casa Pound ma la Gelmini che ha approvato il decreto», dice Martina, look alternativo. Tra gli stessi attivisti di sinistra si parla di «trappola». «È stato tutto - dice Valerio - costruito a tavolino da coloro che hanno paura di questo movimento». Comunque passati i momenti di tensione, successivi all'impatto, gli studenti universitari lanciano un corteo. Spontaneo. A cui si accodano tutti i ragazzi presenti. Un successo di consenso. Ritornano alla Sapienza tra cori («Noi la crisi non la paghiamo») e voglia di continuare la protesta. Alle 15 la manifestazione arriva davanti la Minerva, dove centinaia di giovani seduti sulla scalinata del rettorato applaudono alla vista della testa del corteo.

 

«E ora abroghiamola» - Daniela Preziosi

ROMA - «Referendum, referendum». Intorno alle 10 e mezza, quando sotto Palazzo Madama si diffonde la notizia che il decreto sulla scuola è legge, gli studenti che stringono l'edificio di un pacifico variopinto assedio scandiscono così. «Referendum» è già la parola d'ordine di qualche cartello a Corso Rinascimento. «Se passa la Gelmini: referendum» dice uno striscione dell'Italia dei Valori, aperto in aula. E «referendum» strilla il dipietrista Stefano Pedica, scavalcando le transenne e buttandosi a discutere con i ragazzi. «E' una buona idea», dice Anna Finocchiaro, capogruppo Pd, più senatorialmente aggirando lo sbarramento per raggiungere i manifestanti, «per rispondere con uno strumento di democrazia diretto contro un governo che si tappa orecchie e bocca». Dopo un paio d'ore, in una conferenza stampa convocata in fretta e furia a Montecitorio, Walter Veltroni pronuncia per la volta definitiva la parola: il Pd promuoverà la consultazione popolare contro il provvedimento, «il governo non ha voluto ascoltare nessuno di quanti chiedevano il ritiro del decreto», ha «rifiutato il confronto con il mondo della scuola», «ha ignorato un movimento civile». Dunque: «Quando delle forze politiche ritengono che delle decisioni del governo ledono gli interessi del paese, esse si avvalgono di un altro strumento previsto dalla Costituzione che è il referendum». Evviva, cade dunque l'ultimo tabù democratico, se la riderà più tardi Arturo Parisi, promotore del quesito contro il Lodo Alfano, fieramente osteggiato da Veltroni: «sarebbe puro sadismo» ricordare che fin qui ha sostenuto che «i referendum si fanno solo se si ha già la vittoria in tasca». Il leader Pd anticipa l'obiezione: l'istituto «va usato con parsimonia, ma la scuola e l'università sono temi importantissimi e le misure volute dal governo lasceranno effetti seri sul sistema informativo». Di qui la decisione «di promuovere un referendum abrogativo» della parte più estesa possibile del decreto Gelmini e l'appello «al mondo politico e tutto il mondo della scuola affinché questo referendum non sia l'espressione di una iniziativa di un partito politico ma il più grande referendum partito dalla società civile». Da giorni al Nazareno l'idea circolava. La prima entusiasta è stata Finocchiaro, poi uno alla volta tutti i 'big' hanno detto sì. Ieri, dopo l'approvazione della Gelmini, una riunione del coordinamento ha sancito la posizione del partito (e infatti in Transatlantico, alla Camera, i cronisti hanno intercettato un'adesione freddina di Massimo D'Alema, che dell'organismo non fa parte). Fuori dal Pd adesioni fioccano, intorno al principale azionista del vecchio centrosinistra si ricompongono le forze sparpagliate della defunta Unione. E tutte insieme tendono una mano verso il mondo della scuola, che nel frattempo ha messo in piedi una colossale opposizione autonoma al governo. Per Massimo Donadi «l'Idv raddoppia: dalla settimana prossima staremo nelle piazze non solo contro il Lodo Alfano ma anche per la raccogliere le firme contro la legge Gelmini. Mandiamo a casa due leggi vergogna. Possiamo sommergere questo paese con 4 milioni di firme», per Manuela Palermi del Pdci «sarà una passeggiata, vinceremo alla grande». Sì dai verdi e da Sinistra democratica, dal Prc scatta l'adesione del segretario Paolo Ferrero («Il governo è stato sordo alle proteste. Gli vanno sturate le orecchie») e del leader della minoranza Nichi Vendola («All'arroganza di chi ha voluto sbattere la porta in faccia allo straordinario e pacifico movimento» è «sacrosanto replicare»). Nelle scuole in movimento non tutti sono persuasi, in realtà. Michele Corsi, del coordinamento Retescuole di Milano, per esempio, è incerto: «Se ne potrà parlare, ma non prima di aver percorso ogni possibilità di mobilitazione. Nel frattempo le forze dell'opposizione istituzionale possono adeguare le loro proposte. Quella del Pd è ancora tagliare alla scuola pubblica non 8 ma 6 miliardi?». Del resto ci sarà tempo per discutere, persino troppo. Non sarà un lavoro facile, tant'è che l'Udc, per questa ragione, si sfila. Dice Pierferdinando Casini: «Andrà in votazione nel 2010, mi sembra che sia una presa di posizione di valore simbolico, quella di Veltroni, alla quale guardiamo con rispetto. Ma non aderiamo». In effetti il referendum non potrà essere convocato prima del 2010, visto che è già scaduto il termine per la presentazione del quesito (il 30 settembre ). Nei prossimi giorni il Pd incaricherà un gruppo di esperti. Il primo a fare «una ricognizione tecnica» è il costituzionalista Stefano Ceccanti: i quesiti, ragiona, debbono fare lo slalom fra i commi delle leggi, evitando di toccare materie tributarie e di bilancio, per le quali il referendum non è ammesso. Dalla legge 137, la Gelmini, si può abrogare la figura del maestro unico; dalla 133, la finanziaria anticipata del ministro Tremonti, si può scorporare qualche indicazione 'politica' sui tagli. Tutto questo per svuotare la controriforma 'di fatto'.

 

«I giochi sono ancora aperti, decidiamo noi se e quando la partita è finita» - Giorgio Salvetti

MILANO - Il decreto 137 è passato, ma la partita è tutt'altro che chiusa. Questo è il parere unanime dell'intero movimento anti-Gelmini delle scuole primarie. «Anche ai tempi della Moratti - spiegano a Retescuole - buona parte della sua riforma era stata approvata dal parlamento, ma la forte opposizione nata dal basso, scuola per scuola, era riuscita di fatto a bloccarla e a renderla inapplicabile». Eppure allora si era di fronte ad una vera e propria riforma, mentre adesso si tratta di tagli senza logica. La 137 è un adeguamento per le sole scuole primarie ai tagli della manovra finanziaria di Tremonti che toglie risorse a tutto il comparto dell'educazione, dagli asili all'università, e che si sviluppa su tre anni. La lotta è soltanto all'inizio. Bisogna che i tagli vengano recepiti dalla finanziaria e poi ci vorrà tutta una serie di altri decreti. Per quanto riguarda le primarie saranno necessari regolamenti attuativi e circolari. Inoltre, il decreto convertito in legge ieri lascia ampi margini: passa il principio secondo cui di norma le classi faranno un orario di sole 24 ore con un unico maestro, ma è scritto nella legge, «salvo diverse esigenze richieste dalle famiglie». Si tratta da stabilire quante classi passeranno davvero al maestro unico. La lotta nelle scuole, dunque, può ridurre al minimo l'applicazione del provvedimento. «Far passare l'idea che la partita sia chiusa è proprio l'intenzione del governo - spiega Michele Corsi di Retescuole - per questo hanno fatto di tutto per stringere i tempi anche a colpi di fiducia. Hanno provato a cambiare la scuola con un blitz il più rapido possibile, ma non ci stanno riuscendo. Le manifestazioni di oggi saranno la prova che il movimento è in fortissima crescita e che i giochi sono ancora tutti aperti. Da domani si tratta di consolidare il movimento e di attrezzarsi per una lotta di medio e lungo periodo, sapendo anche dosare le energie. Ci sono manifestazioni spontanee ovunque, adesso si tratta di coordinare questa enorme energia affinché non si disperda e duri nel tempo». Mario Zafferri fa parte del neonato comitato di Lodi e non ha nessuna intenzione di mollare: «L'8 novembre abbiamo in programma un presidio a Casalpusterlengo e una fiaccolata serale, il 14 un corteo a Codogno, poi una festa in piazza». Altro che finita, in questi piccoli centri hanno appena cominciato. «Non era mai successo - racconta Mario - neppure ai tempi della Moratti, qui la destra spopolava, nessuno si aspettava un simile attacco alla scuola. Berlusconi può anche vincere in parlamento ma nel paese sta perdendo». E l'opposizione? «La scomparsa della sinistra e di un'opposizione combattiva - racconta Michele Corsi - ha convinto tutti che per salvare la scuola bisogna muoversi in prima persona. Il ministro ombra Garavaglia diceva che bastava tagliare 6 miliardi al posto di 8, ora Veltroni parla di referendum, è un passo avanti sull'onda della mobilitazione che viene dal basso. Non c'è alternativa alla protesta nelle scuole, perché anche se il referendum passasse si potrebbe abolire solo questo decreto, ma i tagli di Tremonti rimarrebbero comunque». Dunque che fare? Al movimento di insegnanti e genitori delle elementari certo non manca la fantasia, ma neppure la concretezza. I genitori milanesi sono tatticamente molto preparati. Alberto Ciullini, per esempio: «Il 25 gennaio ci sono le preiscrizioni, la Gelmini riduce l'orario a 24 ore salvo diverse esigenze delle famiglie? Bene, allora dobbiamo incazzarci e non iscrivere i nostri figli nelle scuole che non garantiscono il tempo pieno. Così abbiamo fermato Moratti, così fermeremo Gelmini».

 

E ora tocca ai writer - Alessandro Braga

Adesso resta solo da capire chi attaccherà Silvio Berlusconi la prossima volta. Nei primi mesi di governo non ha risparmiato nessuno: extracomunitari e rom. Manifestanti antidiscariche. Gli studenti che occupano le scuole (contro cui vuole usare la polizia), la scuola in generale (col decreto Gelmini). I magistrati. Ieri, se l'è presa con i writers, i graffitari. Per essere più precisi, con «gli imbrattatori di muri». Ché, per lui, non sono altro che quello. Non è la prima volta che il premier prova ad andare contro «quelli che sporcano i muri». Due settimane fa aveva già proposto la galera per inquinatori, gente che butta scaldabagni o vecchi frigoriferi per strada e, appunto, «imbrattatori di muri». Ma si era trovato a fare i conti con i suoi stessi ministri, che frenavano il suo impeto giustizialista: «È un cambiamento troppo grande, meglio pensarci bene», gli avevano detto in particolare Maroni, Matteoli e Stefania Prestigiacomo. E lui, Berlusconi, deve averci pensato bene. Tanto bene che ieri ha riproposto la stessa ricetta: «Venerdì, nel corso del consiglio dei ministri, faremo un decreto per introdurre il reato e delle pene per chi imbratta muri e negozi» ha detto il premier. Perché l'Italia, «dopo la tragedia di Napoli, deve recuperare la sua immagine, soprattutto all'estero». Insomma, basta usare i guanti nei confronti di chi sporca ovunque. Edifici, monumenti, mezzi pubblici. Poi, che qualcuno di questi sia più facilmente catalogabile nella casella artisti più che in quella vandali, poco importa. Quando c'è da usare la mano pesante non si può certo stare a guardare certe sottigliezze. Molto meglio dei «bei» muri grigi che tutti quei murales multicolori. Se poi le scritte appaiono dopo le manifestazioni di quei «facinorosi» aizzati dalla sinistra, peggio ancora: in un paese civile, che rinchiude i migranti nei Cpt e gli vorrebbe pure prendere le impronte digitali, sarebbe davvero impensabile l'idea di poter ancora vedere in giro scritte tipo «Peace and love» (contro la guerra) o «Fuori i preti dalle mutande» (contro l'abolizione o la modifica della legge 194 sull'aborto). Meglio modificare l'articolo 639 del codice penale, che già prevede sanzioni per i writers, ritenute probabilmente troppo leggere. Per gli imbrattatori oggi la sanzione prevista, che scatta solo in caso di querela, è una multa di 103 euro. Solo se il reato è commesso ai danni di edifici di interesse storico o artistico o su immobili del centro storico, allora scatta la reclusione fino a un anno e una multa di 1032 euro. L'idea di Berlusconi è di portare fino a 30mila euro la sanzione o infliggere una pena alternativa al colpevole: arresti domiciliari o lavori di pubblica utilità. Inoltre sarebbero previsti più poteri ai comuni per dotarsi di telecamere in modo da riprendere eventuali illeciti, non solo ai danni di edifici pubblici o sotto tutela dei beni culturali, ma anche di privati ripetutamente colpiti dai graffitari. E comunque, se il premier non dovesse riuscire nel suo intento, come al solito a colpi di decreto, al momento all'esame delle commissioni di Camera e Senato ci sono ben sette proposte di legge a riguardo. Tutte, ovviamente, che mirano a un giro di vite nei confronti dei writers e a un inasprimento delle pene. La più severa quella depositata a Montecitorio da Siegfried Brugger, presidente del gruppo misto, insieme a due colleghi delle minoranze linguistiche, Rolando Nicco e Karl Zeller, che chiede la reclusione fino a 6 mesi e una multa da 500 a 1500 euro per gli «imbrattatori semplici». Se invece lo sciagurato dovesse aver sfogato la sua «furia artistica» su un edificio di interesse storico, allora si arriverebbe a due anni di galera, fino a 5mila euro di multa e l'obbligo di ripulire a proprie spese quanto deturpato. Insomma, writers di tutta Italia siete avvisati: occhio a girare anche solo con un pennarello in tasca.

 

Aiuti a banche e imprese, ma per salari e pensioni «non ci sono risorse» - Sara Farolfi

Banche e imprese possono dormire sonni tranquilli: per loro le risorse si troveranno, e senza contropartita alcuna. Ma guai a parlare di sostegno di salari e pensioni, perchè lì invece le certezze si diradano in men che non si dica e iniziano a fioccare i «forse», «vedremo», «i fondi a disposizione sono pochi». Si è fatta strada in questi giorni la proposta (lanciata anche dal segretario del Pd, Veltroni) di una detassazione delle 'tredicesime'. «E' una delle ipotesi, vedremo, ma tutto dipende dai fondi a disposizioni che sono naturalmente scarsi», ha detto ieri il premier Berlusconi parlando all'assemblea di Confcommercio. Aggiunge il ministro del welfare, Maurizio Sacconi: «Lavoriamo all'interno del bilancio già previsto, perchè la manovra è già stata realizzata». E chiude Giuseppe Vegas, sottosegretario all'economia: «Misure come la detassazione della tredicesima fanno parte del programma del Pdl ma, a differenza della detassazione degli straordinari, non è detto che le condizioni della finanza pubblica ne consentano la messa in atto in tempi rapidi». Intendiamoci, detassare la tredicesima mensilità di stipendio (per chi ce l'ha) darebbe appena un soffio di respiro in più a salari che sono ultimi nella classifica dei 30 paesi Ocse. Suona invece a dir poco lunare l'intenzione del governo di prorogare la detassazione di straordinari e premi - che con ogni probabilità verrà estesa anche ad alcuni comparti del pubblico impiego - in tempi in cui dalle imprese fioccano le richieste di cassa integrazione e mobilità. Più in generale, una manovra finanziaria congegnata e nella sostanza approvata tre mesi fa, quando ancora non era chiaro in quale misura la crisi finanziaria avrebbe impattato sull'economia reale, imporrebbe quantomeno un ripensamento di alcune delle scelte di fondo. Viene addotta, ormai in automatico, la giustificazione dei vincoli di bilancio. Ma non se a fare le richieste sono i potentati di turno. Sulle banche (a sostegno delle quali il governo ha già varato due decreti legge) ieri è arrivata ufficialmente la schiarita, dopo il botta risposta tra il premier e gli amministratori di diversi istituti di credito sull'opportunità di un intervento pubblico nella ricapitalizzazione delle banche stesse. «Se le banche lo chiederanno il governo è a disposizione ma senza condizioni punitive nè per il management nè per gli azionisti», ha detto ieri Berlusconi. Se cioè gli istituti di credito lo vorranno, lo stato metterà i soldi (sottoscrivendo azioni di risparmio e obbligazioni convertibili) ma senza chiedere nulla in cambio e senza penalizzazioni per azionisti o manager (timori all'origine della diffidenza delle banche negli ultimi giorni). Ma il pacchetto allo studio del governo in questi giorni è quello che riguarda gli aiuti alle imprese. Il punto si farà oggi a palazzo Chigi in un vertice tra governo, Abi (associazione banche italiane) e tutte le maggiori associazioni imprenditoriali. «Quello che è importante - ha detto ieri Berlusconi - è non fermare il flusso dei finanziamenti dalle banche al mondo delle imprese e delle famiglie, e su questo noi interverremo». Poco prima Confcommercio aveva dettato le proprie richieste, simili a quelle avanzate da Confindustria nei giorni scorsi: garanzia dello stato ai prestiti erogati alle piccole e medie imprese (anche per quelli erogati attraverso soggetti terzi come i consorzi fidi), detassazione degli utili reinvestiti e crediti d'imposta sugli investimenti (anche con finalità di efficientamento energetico). Il Pd prova a incalzare: «Il governo trovi i soldi per salari e pensioni, perchè il paese sta davvero male».

 

Brunetta, Cisl e Uil riscrivono da soli il modello contrattuale

Antonio Sciotto

ROMA - Ieri si è tenuto a Palazzo Vidoni, sede del ministero della Pubblica amministrazione, l'incontro tra il ministro Renato Brunetta e i sindacati sulla riscrittura del modello contrattuale del pubblico impiego, sulla base del protocollo presentato la settimana scorsa dal ministro: la Cgil, a causa del pesante attacco lanciato da Brunetta dalle pagine del Riformista («chi se ne frega della Cgil») non ha partecipato al tavolo. Il segretario Guglielmo Epifani aveva chiesto le scuse ufficiali, che però non sono mai arrivate: c'è stata solo una nota del portavoce, che derubricava la frase a «battuta scherzosa», aggiungendo che «non c'era la volontà di offendere la Cgil». Evidentemente troppo poco. Dall'incontro «separato» con Cisl, Uil, Ugl, Confsal e rappresentanti delle regioni, è venuta fuori la road map del nuovo modello: entro il 10 novembre dovrebbero essere pronte le linee guida, che poi confluirebbero in un maxi-accordo con la Confindustria, per avere regole comuni pubblico-privato. La prossima settimana i sindacati proporranno le proprie osservazioni. Paolo Pirani (Uil) spiega che «si sta lavorando attorno a linee guida che erano già state definite con Confindustria». La Cisl, con Gianni Baratta, ha aggiunto di «sperare che la polemica Cgil-Brunetta possa rientrare». La Cgil è polemica nei confronti delle altre due confederazioni, sia sul merito dell'eventuale accordo che sulla questione legata al dissidio con il ministro. Va ricordato che due sere fa la Cisl, non appena ricevuta la convocazione sui contratti da Palazzo Chigi (l'incontro si terrà oggi), ha sospeso gli scioperi previsti per novembre. Quegli stessi scioperi che invece la Cgil conferma. Carlo Podda, segretario Fp Cgil, attacca: «Ci aspettavamo che le altre organizzazioni pronunciassero parole di condanna sul "chi se ne frega" del ministro Brunetta rispetto alla Cgil. Non si tratta di sterili polemiche, pensiamo che quel tipo di linguaggio debba considerarsi offensivo per tutto il sindacato, e così noi l'avremmo considerato, anche se destinataria dell'offesa fosse stata un'altra organizzazione». «Per quanto riguarda il merito dell'incontro - ha aggiunto Podda - prendere a riferimento le linee guida di Confindustria, sulle quali ci sono opinioni diverse tra noi, non può che accentuare le divisioni. E nulla si è detto sul modello contrattuale già attivato dal ministro Brunetta, basato sull'unilateralità e la ripubblicizzazione del rapporto di lavoro: a noi pare si stia addirittura arretrando dal protocollo a cui Cisl e Uil hanno appena aderito». Infine, rispetto all'incontro di oggi sul rinnovo contrattuale, Podda ha spiegato che la Cgil «ci starebbe se ci fossero soluzioni positive sugli aumenti, il salario accessorio e i 57 mila precari. Ma temo che non ci saranno». Così, è probabile che l'accordo non si firmi, dato che Cisl e Uil non raggiungono il 51% necessario di rappresentanza.

 

Testa a testa in Florida - Matteo Bosco Bortolaso

NEW YORK - Sfida in Florida per Barack Obama e John McCain, con lo spettro di un nuovo 2000. Ieri i due candidati alla Casa Bianca hanno fatto campagna nello «Stato del Sole» dove i sondaggi li danno a poca distanza l'uno dall'altro, forse solo a due punti percentuali, che statisticamente equivalgono a un pareggio. Né McCain né Obama, però, hanno speso una parola, ieri o negli ultimi giorni di campagna elettorale, sul raid americano in territorio siriano di domenica scorsa. L'intervento degli Stati uniti potrebbe avere molte conseguenze: Washington potrebbe addirittura chiudere la sua ambasciata a Damasco. Ma in Florida, ieri, ci si è concentrati soprattutto sugli affari interni. Obama, prima di spostarsi nello Stato del Sole, ha parlato a Raleigh, in North Carolina, rispondendo alle accuse repubblicane di essere «un socialista». «Non so quale sarà la prossima - ha detto con ironia - alla fine della settimana (John McCain) mi accuserò di essere un comunista travestito perché condividevo i miei giocattoli con gli altri bambini dell'asilo. Ho pure condiviso un sandwich con burro di arachidi e marmellata». Nello stesso momento il suo numero due, Joe Biden, stava già facendo campagna in Florida, in un paese che porta il nome di un pianeta, Jupiter. «Alzati, Florida, alzati per la nazione che noi tanto amiamo - ha detto il senatore alla fine del suo comizio, illuminato dal sole - io sono pronto, Barack Obama è pronto!». John McCain, invece, parlava a Miami, assicurando i suoi sostenitori: sotto la sua amministrazione avrete più entrate grazie alle trivellazioni di petrolio vicino alle coste. Parlando ai dissidenti cubani della Little Havana di Miami, il senatore ha detto che «se trivelleremo al largo delle coste della Florida, voi vi meriterete più di queste entrate, che non dovrebbero essere mandate a Washington ma a Tallahassee», la capitale. Anche la numero due del ticket repubblicano, Sarah Palin, ha battuto sullo stesso tasto: parlando nella città di Joe l'idraulico, Toledo in Ohio, la governatrice dell'Alaska ha detto che con lei alla Casa Bianca ci sarebbe una «chiara rottura» rispetto a George W. Bush, che in questi ultimi anni avrebbe puntato troppo sull'importazione di oro nero dall'estero piuttosto che sul petrolio domestico. Dopo gli anti-castristi, per McCain è stata la volta dei leader dell'esercito a Tampa, sempre nel campo di battaglia della Florida. Mostrarsi fianco a fianco con gli esperti della national security, secondo la campagna repubblicana, serve a mostrare la sua grande esperienza che invece mancherebbe al giovane Obama. La Florida ha un bottino goloso per entrambi i candidati: ben 27 voti elettorali dei 270 necessari per assicurasi la vittoria. Lo stato dove molti pensionati americani vanno a svernare viene indicato dagli esperti come «il classico swinging state». Il consistente elettorato ebraico locale, solitamente democratico, pare non essere così convinto da Obama. E proprio l'altro ieri Joe l'idraulico è andato all'attacco del senatore dell'Illinois perché la sua vittoria sarebbe tale da portare alla «morte di Israele». Dichiarazioni riprese dal ticket McCain-Palin, che hanno accusato Obama di essere filo-Olp. Nello Stato del Sole, quattro anni fa, Bush batté Kerry con il 52% dei voti contro il 47%. Ieri i sondaggi per la Florida davano un vantaggio ad Obama di soli 2 punti, cinque in meno rispetto a quelli di un giorno prima: lo Stato sembra davvero swinging, in ballo. Uno swing tale che sull'assolata Florida si allungano le ombre di un nuovo 2000. Otto anni fa, proprio in questo Stato, pochi voti tennero l'intera nazione con il fiato sospeso: aveva vinto Bush o Gore? Le notizie degli ultimi giorni non aiutano. Il governatore locale, il repubblicano Charles Crist, ha chiesto di tenere aperti i seggi dalle 7 del mattino alle 7 di sera, perché gli elettori che votano in anticipo sono già tantissimi. Ma i responsabili dei seggi rispondono picche, perché non hanno abbastanza personale per turni così lunghi e talvolta rimandano a casa gli elettori. Obama cerca di portare alle urne più persone possibile con una pioggia di spot elettorali. La sua campagna ha raccolto talmente tanti soldi da potersi permettere 30 minuti di prime time - nella notte italiana - con un messaggio trasmesso praticamente a reti unificate.

 

Una sindrome «Syriana» nelle elezioni americane - Tommaso Di Francesco

Speriamo che l'ultimo raid aereo americano sia davvero l'ultima di Bush. Va in onda la sua uscita di scena, ma sulla scia di sangue delle guerre, bipartisan come l'Afghanistan, «immotivata» come l'Iraq. La Siria, che ora chiede un pronunciamento dell'Onu, ha definito «atto di terrorismo puro» l'assalto di commando arrivati su elicotteri dal confine iracheno, minando case e uccidendo otto civili ad Abu Kamal. «Un successo» dice il Pentagono. Un vero «successo», vista la disperazione delle donne e degli uomini del villaggio. Quelle rovine sarebbero dovute precipitare sulla campagna elettorale americana a una settimana dalle elezioni, anche perché la crisi resta aperta e l'ambasciata Usa a Damasco annuncia la possibile chiusura. Ma è una sindrome «Syriana» che trova invece un fragoroso silenzio. Obama, che pure non s'è distratto per le «minacce di morte» razziste, non se n'è accorto. McCain sarà tutt'altro che dispiaciuto. Sappiamo bene però solo quel che vuole fare il presidente in carica George W. Bush. Lasciare il segno della sua «guerra infinita» al terrorismo che tanta devastazione ha prodotto, un'ingombrante eredità in quel Medio Oriente dove la questione palestinese appare, insieme, irrisolta e cancellata, proprio mentre ad essa restano appese le elezioni anticipate in Israele. Protesta per il raid perfino l'Iraq da dove gli elicotteri Usa sono partiti. E ieri il presidente del parlamento iraniano, Ali Larijani, ha avvertito la Casa bianca che come reazione al «suo terrorismo» dovrà affrontare «risposte inimmaginabili», anche con attacchi suicidi. Le consegne al successore, dice il Pentagono, avvengono in tempo di guerra. E il passaggio dello scettro vede una politica aggressiva Usa che condizionerà l'operato del prossimo inquilino della Casa bianca, anche se, com'è ormai credibile, sarà Barack Obama. Non ha forse il Congresso approvato con voto bipartisan, su proposta di Bush, un bilancio militare di 612 miliardi di dollari, quasi a sostegno degli «insufficienti» 700 miliardi impegnati per salvare il sistema finanziario in crisi? L'America mostra la necessità di sostenere i propri interessi con la forza militare per mantenere la supremazia. Siamo di fronte all'ennesima avventura. Il governo italiano, mano nella mano con Bush, ha taciuto - mentre si trovava in grande imbarazzo il presidente Napolitano ospite al vertice del Cairo della Lega araba. Ma i governi di tutto il mondo accusano. Chiedono «spiegazioni» addirittura la Gran Bretagna e la Francia irritata perché il raid americano colpisce l'iniziativa diplomatica di Sarkozy. Che ha favorito la rottura dell'isolamento di Damasco e la straordinaria ripresa dei rapporti diplomatici tra Siria e Libano. Non a caso lo stesso premier libanese, il discusso Siniora, ha definito «inaccettabile» l'attacco. Teme una ricaduta libanese. Ora non c'è che attendere, le forze armate siriane ma anche gli hezbollah sono in stato di allerta.. Se la motivazione del Pentagono per questo «crimine a sangue freddo» secondo la Lega araba, è stata prima un attacco ad Al Qaeda poi la punizione di un «trafficante d'armi», chi impedirà di fare altrettanto a Israele che ha già colpito a scopo «preventivo» la Siria solo un anno fa?

 

Liberazione – 30.10.08

 

Assemblea alla Sapienza. «Siamo tutti antifascisti e nonviolenti. Nessuno ci strumentalizzi»

«Siamo tutti antifascisti». Gli studenti non accetteranno nessuna provocazione, nessuna strumentalizzazione perché - urlano - «il nostro è un movimento pacifico, non violento, perché le nostre manifestazioni - scandiscono dal megafono - sono in nome dei diritti, perché rifiutiamo qualsiasi forma di violenza antidemocratica». Si è sfilato così per le vie delle città dopo quegli scontri a piazza Navona, con le immagini delle sbarre con adesivi tricolore impugnate a mo' di clava, con le sedie e i tavolini che volavano da tutte le parti, con le facce dei ragazzi feriti che hanno fatto d'un tratto il giro del web. Si è sfilato così, con la voglia di ripristinare soprattutto dei valori violati da gruppuscoli estremisti che avrebbero voluto oscurare la protesta di «un'onda colorata, pacifica, libera». Un corteo imprevisto messosi in moto in modo spontaneo, sorto, subito dopo gli scontri, subito dopo l'approvazione del decreto vergogna, per arginare quella violenza "fascista" che aveva tutta l'intenzione di strumentalizzare in senso negativo una protesta che fino a ieri aveva messo insieme studenti "di destra e di sinistra", che aveva messo insieme un movimento "apartitico" in nome del libero sapere. Un corteo che si è mosso a passo lento da piazza Navona, ha raccolto intorno a sé tutti gli studenti già protagonisti del sit in di fronte al Senato e fra slogan scanditi ad alta voce contro Gelmini, e contro un governo che è sordo alla protesta, è giunto sino alla Sapienza. E' qui che i ragazzi e le ragazze, in una grande assemblea a cielo aperto, di fronte al rettorato, hanno scandito e ribadito le loro rivendicazioni. «Nessuno ci fermerà», chiarisce uno studente di scienze politiche. «Quello che è accaduto oggi è stato costruito ad arte da chi ha davvero paura di noi». E si chiede l'immediata liberazione di chi è stato arrestato, si chiede ai media di non strumentalizzare una vicenda che resta costruita ad arte per offuscare le vere ragioni della protesta, contro la legge 133 che blocca i tagli alla ricerca, contro un decreto, 137, che riporta indietro la scuola di più di trent'anni. A parlare è anche un ragazzo di un liceo romano. «Da venerdì ci stiamo organizzando - racconta -. Da lunedì il blocco studentesco (che fa riferimento a Casa Pound, ndr ) - spiega - è presente in tutti i nostri cortei e cerca di fomentare la violenza. Davanti alla nostra scuola minaccia gli studenti, minaccia anche di occupare le classi. Noi - urla il ragazzo - non ci stiamo, perché è chiaro che non vogliamo accettare nessuna provocazione da parte di nessuno». «Abbiamo altro da fare» spiega ancora al megafono un altro studente di Lettere. «Abbiamo altro da fare - continua - che stare qui a parlare di un gruppuscolo di imbecilli provocatori». E' così che si passa la palla del confronto ad altre assemblee che, da ieri, si sono tenute a ruota in tutte le facoltà occupate. E un'altra decisione - annunciano al megafono - viene presa. Oggi un altro corteo partirà dalla Sapienza per incontrare quello promosso dalla grande manifestazione dei sindacati contro la riforma che questo governo vuole varare a tutti i costi. «L'onda - dicono gli studenti - non si fermerà. Nessuno arresterà - concludono - la nostra voglia di futuro».

 

Ferrero: «Isolare violenti e provocatori. Immediato rilascio di Yassir»

Paolo Ferrero non ha dubbi: «L'approvazione della contro-riforma Gelmini, avvenuta al Senato nel mezzo delle proteste dell'intero mondo della scuola, è una vergogna. Siamo e restiamo dalla parte degli studenti, dei docenti e ricercatori in lotta contro il decreto sulla scuola e quello sull'università». «Ecco perchè - aggiunge il segretario di Rifondazione comunista - ci faremo promotori di una richiesta semplice e immediata che già sale, in queste ore, dal mondo della scuola: quella di un referendum popolare abrogativo sia del decreto 137, appena convertito in legge dal Senato, che della legge n. 133, quella sull'università, approvata dalle Camere a fine luglio». Il segretario del Prc chiede poi al governo di isolare i violenti. «La provocazione degli studenti di estrema destra infiltrati nel corteo della mattina e le forze dell'ordine che hanno preso a manganellate pacifici studenti e giovani maestre sono atti gravissimi e inaccettabili». E ancora: «Chiediamo l'immediato rilascio, da parte della Questura di Roma, del dipendente della Direzione nazionale del Prc Yassir Goretz, presente ai disordini con l'unico fine di portare solidarietà a studenti e docenti pacifici, in alcun modo responsabile di alcunché. Riteniamo infine che il ministro degli Interni sia tenuto a riferire immediatamente su quanto avvenuto».

 

Abbracci a Napoli, cortei ovunque. Venezia, "preso" Ponte della Libertà. L'Onda non si ferma e oggi rincara

Non è, ovviamente, solo Roma il teatro della lotta degli studenti contro le riforme Gelmini. L'Onda ha raggiunto ormai da giorni tutte le città italiane che ieri, mentre il Senato trasformava in legge il progetto della nuova scuola di Berlusconi, sono state attraversate da cortei e diverse forme di protesta. A Napoli gli studenti dei licei Genovesi e Vittorio Emanuele si sono trovati in mattinata a piazza del Gesù per abbracciarsi contro la riforma. Poi un corteo ha attraversato il centro della città fino piazza Garibaldi dove i manifestanti hanno occupato i binari 7 e 8 della Stazione centrale. Contemporaneamente è stata occupata la facoltà di Lettere dell'Università Federico II. Una veglia di preghiera per convincere il ministro «a rivedere la legge che impoverisce la scuola e l'università italiane» ci sarà poi oggi pomeriggio nel Duomo. Ad Alessandria un gruppo di studenti degli istituti superiori ha occupato i primi due binari della stazione ferroviaria, finché non è arrivata la polizia ad allontanarli dopo una ventina di minuti. I ragazzi, tra 100 e 150, si sono poi diretti in corteo verso alcuni istituti incitando i compagni ad uscire dalle aule. Poi sono stati occupati l'istituto tecnico industriale Volta e la Facoltà di Scienze. In Veneto sei province su sette sono state toccate dall'Onda. Nel veneziano sette istituti superiori sono stati occupati, a Verona è stato occupato lo scientifico «Fracastoro». A Padova e a Vicenza sono state organizzate veglie per celebrare «il funerale dell'Istruzione». A Treviso autogestione con assemblee permanenti. A Venezia , dopo aver tenuto lezioni in piazza San Marco gli studenti abbatteranno oggi un altro tabù della protesta lagunare: l'occupazione del Ponte della Libertà che unisce Venezia alla terraferma. Gli studenti lo percorreranno contromano, sulla corsia di sinistra, in direzione di Mestre. Manifestazione anche a Catanzaro , dove sono scesi in piazza gli studenti delle scuole superiori. Dopo avere appreso l'esito della votazione del Senato i manifestanti hanno bloccato tutto il traffico cittadino. A Firenze circa un migliaio di studenti universitari e medi ha partecipato alla protesta in strada. Dopo aver sfilato in corteo i manifestanti sono arrivati nel cortile degli Uffizi dove sono stati intonati slogan contro la legge Gelmini. Gli studenti hanno poi improvvisato un sit-in in piazza Signoria. In mattinata anche lezione alla stazione ferroviaria di Campo di Marte, con gli studenti e i professori della facoltà di psicologia. Alcuni studenti e professori si sono invece «incatenati» simbolicamente davanti all'istituto alberghiero Saffi. L'orchestra del Teatro Regio di Torino suonerà questa mattina in piazza per gli studenti in corteo, quando i partecipanti alla manifestazione approderanno davanti al Teatro in Piazza Castello. Qui il corteo si fermerà circa mezz'ora per assistere al concerto. Ieri intanto gli studenti torinesi hanno distribuito i volantini della loro protesta agli operai della Fiat di Mirafiori. L'assemblea No-Gelmini, nel capoluogo, ha deciso di estendere le ragioni della protesta al di fuori dell'ambito accademico «perchè l'attacco alla scuola si ripercuote su tutti i settori della società». A Torino ci sono state lezioni all'aperto in piazza Vittorio Veneto e davanti al museo Egizio, mentre nel comprensorio di Grugliasco 28 nuovi dottori hanno ricevuto il titolo (dopo aver discusso la tesi all'interno dei locali) nello spiazzo in cui dal 7 ottobre è allestita una tendopoli. Sono stati più di un centinaio gli studenti che ad Alessandria hanno bloccato due binari della stazione, interrompendo la linea ferroviaria per una ventina di minuti poco dopo mezzogiorno. A Verbania «Notte Bianca» al liceo Cavalieri e all'istituto tecnico Cobianchi. A Potenza è stato organizzato un presidio in via del Gallitello, che ha portato al blocco del traffico nella più importante zona commerciale della città.

 

Scuola, oggi sciopero e corteo a Roma. Tute blu e pensionati con gli studenti - Roberto Farneti

Da ieri la "riforma" Gelmini è legge. La voce del "popolo della scuola", in larga maggioranza contrario al provvedimento, come dimostra la straordinaria partecipazione di studenti, insegnanti e genitori alle proteste di questi giorni, è rimasta inascoltata per precisa scelta di un governo arrogante e della maggioranza di destra che lo sostiene. E tuttavia la battaglia in difesa dell'istruzione pubblica, dell'università e della ricerca non si ferma qui. Già oggi centinaia di migliaia di persone sfileranno per le vie di Roma nel giorno dello sciopero generale proclamato da Cgil Cisl Uil insieme a Snals Confsal, Gilda. In sciopero anche Unicobas e Comitati degli insegnanti precari (Cip), mentre hanno dato la loro adesione alla protesta le associazioni Cittadinanzattiva e Federconsumatori. Quella di oggi sarà «la più grande manifestazione di sempre a sostegno del futuro della scuola pubblica», assicurano il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni, e il segretario generale della Flc Cgil, Mimmo Pantaleo. Nove treni speciali e quasi mille pullman porteranno i manifestanti nella Capitale. Il corteo partirà alle 9.30 da Piazza della Repubblica per concludersi a Piazza del Popolo, dove per la Cgil parlerà il segretario generale Guglielmo Epifani, mentre per gli altri sindacati interverranno i segretari generali di categoria: Francesco Scrima (Cisl scuola), Massimo Di Menna (Uil scuola), Rino Di Meglio (Gilda) e Marco Paolo Nigi (Snals Confsal). Lavoratori della scuola e studenti non saranno da soli. In piazza con loro ci saranno i metalmeccanici della Fiom, con uno striscione adatto per l'occasione: "Classe metalmeccanica". Ieri il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini ha portato la propria solidarietà ai manifestanti di Piazza Navona e ha confermato l'intervento di due universitari all'assemblea nazionale dei 5mila delegati e delegate dei metalmeccanici Cgil che si terrà domani a Roma. Anche la segreteria nazionale della Fim sarà presente con una delegazione: «Il buon funzionamento della scuola pubblica - affermano le tute blu della Cisl - riguarda tutti. Nessuno - sostiene la Fim - nega la necessità di intervenire anche in un processo di razionalizzazione della spesa da concordare con il sindacato, ma i fondi reperiti vanno reinvestiti nella scuola e nella ricerca». Annuncia la propria partecipazione al corteo la segreteria nazionale dello Spi-Cgil: «Mentre siamo impegnati a chiedere anche per i "nonni" le risorse per vivere - spiega lo Spi Cgil - siamo al fianco degli studenti e dei loro insegnanti e continueremo a chiedere, con loro e per loro, che il diritto all'istruzione sia rafforzato. E che anzi a questo diritto sia affiancato il diritto all'apprendimento permanente anche per i genitori ed i nonni». Il fatto che questo sciopero della scuola - a differenza di quello generale dello scorso 17 ottobre proclamato dai sindacati di base Cobas, Cub e SdL - giunga dopo l'approvazione del provvedimento è la conseguenza della difficoltà della Cgil a trovare una sintesi unitaria con Cisl e Uil. Anche ieri il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, ha detto che lo sciopero serve ad «aprire il dialogo con il governo» a cui la Cisl chiederà moduli settimanali «da 30 a 40 ore». Diversa la posizione del movimento, che invece è sceso in piazza contro tutti i tagli del decreto Gelmini ed è quindi schierato per la difesa del tempo pieno di 40 ore (8-16). Per la Cgil, la mobilitazione deve avere come obiettivo il «cambiamento delle norme approvate: contro i tagli all'occupazione e contro la chiusura di scuole con meno di 200 studenti», scrivono Fammoni e Pantaleo. Una piattaforma che non convince i sindacati di base, i primi a muoversi con lo sciopero generale del 17 ottobre e la manifestazione che ha portato in piazza a Roma 500mila persone. Pierpaolo Leonardi, coordinatore nazionale Cub, «invita gli studenti a non sostenere i cortei sindacali e a continuare nella propria autonoma mobilitazione di massa». Secondo la Cub quello di oggi è uno sciopero che «arriva, come spesso accade a Cgil, Cisl e Uil, fuori tempo massimo e a decreto approvato, e soprattutto non chiama tutti alla lotta contro questo governo reazionario». Piero Bernocchi, portavoce Cobas, guarda avanti: è vero, i tagli alla scuola sono passati, ma «la partita resta aperta visti i numerosi passaggi che attendono, prima dell'attuazione, la legge Gelmini e la 133, e tenendo conto sopratutto - sottolinea Bernocchi - dell'intenzione del popolo della scuola pubblica di proseguire e intensificare la lotta nei prossimi giorni, fino ad arrivare ad una oceanica manifestazione nazionale unitaria, con tutte le componenti del fronte in difesa della scuola». Claudio Grassi, della segreteria di Rifondazione Comunista, disegna un percorso di lotta articolato su vari livelli: «Sottoporremo la legge Gelmini a referendum popolare abrogativo - dice Grassi - e le mobilitazioni e le proteste pacifiche e democratiche non si fermeranno, a partire dallo sciopero generale sulla scuola» di oggi «che Rifondazione comunista appoggia e sostiene».

 

La ricetta Obama: politica dal basso, web e selfcontol - Martino Mazzonis

Detroit - I sondaggi stanno riducendo la forbice di distacco tra i due candidati alle presidenziali Usa: tra un minimo di tre punti e un massimo di sette, ma a livello degli Stati - quel che conta per la vittoria finale - Obama è in netto vantaggio. E la scorsa notte, alle otto nella costa est, ha provato a dare un colpo finale mandando in onda un superspot di trenta minuti su diversi network televisivi durante il quale hanno parlato persone incontrate in questi 21 mesi di campagna. La capacità di raccogliere fondi consente al democratico questi eccessi. McCain ha già pronto la risposta da trenta secondi che dice, «Obama non è ancora pronto». La verità è che ad essere sembrato non pronto, fino ad oggi, è l'esperto, quello con le cicatrici. Non è solo l'abilità oratoria che avvantaggia Obama, è l'equilibrio mostrato in ogni frangente difficile della campagna. Come ha fatto Barack Obama ad arrivare in fondo? Cosa ha permesso a un junior senator afroamericano di arrivare a un centimetro dalla Casa Bianca (per entrarci bisogna vincere il voto vero, come hanno scoperto Al Gore e di John Kerry, che pure avevano i sondaggi dalla loro). Il messaggio politico è importante. Vendere cambiamento, fine della guerra in Iraq, assicurazione sanitaria per tutti, scuole migliori e college accessibili in cambio di un servizio civile, infrastrutture ed energia pulita aiuta. Ma c'è qualcosa in più, quando gli americani eleggono il presidente, eleggono la persona. Del presidente si devono fidare, dal presidente devono farsi ispirare. Il rapporto tra presidente e cittadini è diretto e questi sono tempi duri, nei quali tutti sentono di avere una scelta difficile da fare. Dai racconti di coloro che hanno avuto a che fare con il candidato democratico, un elemento di forza che traspare è l'estrema stabilità del personaggio, una convinzione di avere il vento dalla propria anche quando non sembrerebbe così. «Ho ripetuto che il cambiamento viene dal basso e non dall'alto. Ho ripetuto «Yes we can» quando eravamo in alto e quando eravamo in basso», ricorda spesso Obama nei suoi comizi. L'uomo appare tranquillo, lavora all'obiettivo e procede diritto. Come quando - lo ha raccontato al settimanale Time - dopo l'esplosione delle polemiche sul reverendo Wright, suo mentore religioso, accusato di essere un estremista anti americano, invece di scaricarlo o di cercare di ridurre il danno, ha letto il suo famoso discorso sulla razza. Un discorso difficile, dove spiegava il perché delle parole di Wright, figlio di una generazione che è stata presa a bastonate per il fatto di essere nera. Obama si fidava del giudizio degli americani e della sua capacità di convincerli. Ad accompagnare un personaggio così carismatico in questi mesi c'è uno staff che è un mix di esperienza, organizzazione, grande innovazione. La campagna del senatore è uguale a se stessa dall'inizio, nessuno (o quasi) è stato scaricato, i consiglieri, gli organizzatori sono gli stessi e tra loro non c'è competizione. Non guadagnano solo parecchio, condividono il messaggio politico del candidato. E ragionano assieme su come avrebbero provato a vincere le elezioni e la durissima battaglia delle primarie, dall'inizio. L'esperienza, Obama l'ha presa da Tom Daschle, ex leader della maggioranza democratica in Senato. Il capo dell'organizzazione David Plouffe e altri dei suoi, vengono direttamente dalle campagne vittoriose del senatore in pensione. Così come un'idea matura di come funziona davvero Washington. David Axelrod, lo stratega, è con Obama dalla corsa per l'Illinois, è un ex giornalista dal passato liberal che pensa in grande. Come il suo datore di lavoro e amico. Grazie a Daschle sono arrivate alleanze e una prima rete di sostenitori fuori da Chicago. Con questo gruppo Obama lavora dall'inizio, questa gente ascolta nei momenti difficili. Poi, si dice, decida lui. Esattamente il contrario delle campagna Clinton prima e McCain poi. Dagli staff dei due senatori è stata cacciata gente, si è speso male, si è cambiato modo di procedere diverse volte. Con un gruppo come quello di Obama, Hillary avrebbe vinto. Con questo gruppo solido Obama ha costruito la campagna più partecipata della storia americana, raccogliendo montagne di soldi da un numero enorme di donatori (più di tre milioni), aprendo centinaia di sedi in giro per il Paese, spostando vagoni di volontari da uno Stato all'altro. Gli anni passati nel South Side di Chicago a fare il community organizer, una via di mezzo tra l'operatore sociale e l'organizzatore politico, sono serviti a forgiare l'idea di una campagna che fa della partecipazione la sua arma. Un uso brillante di internet ha fatto partecipare i suoi milioni di sostenitori, li ha informati di cosa stesse succedendo, li ha tenuti in contatto tra loro, facendo crescere blog interni al sito della campagna stessa. Tutto in tempo reale, con una base pronta ad andare a parlare in strada del tema del giorno. L'organizzatore Plouffe ha sempre mandato dei video simili ai memo inviati alla stampa per informare sulla strategia, sul come e perché venissero investiti i soldi in Florida piuttosto che in Virginia. Come per il caso del reverendo Wright, la campagna ha preso sul serio i suoi sostenitori, non gli ha solo venduto le straordinarie virtù incantatrici del giocattolo politico che ha per le mani. Ed ha avuto ragione. I volontari sono giovani, spesso istruiti, innamorati del messia, d'accordo, ma anche abbastanza svegli da non credere solo agli slogan. Hanno ricevuto mail che chiedevano 5 dollari per pagare gli spot in quello Stato e altre che chiedevano di mandare Sms. Come nella serata del discorso di accettazione della nomination, quando dallo stadio di Denver sono partiti 80mila messaggi. Sono i giovani volontari che in questi giorni si spostano dalla sicura New York per andare a fare porta a porta in Virginia, loro che hanno contribuito a una registrazione al voto senza precedenti, loro che in questi giorni faranno milioni di telefonate. Saranno ancora loro, il 4 novembre, a vigilare ai seggi, ad accompagnare la gente che non guida. Stanno tutti votando in anticipo per poter dedicare al volontariato il 4 novembre (le file ai seggi sono una costante di questi giorni). La passione suscitata ha poi contribuito a mettere in moto un meccanismo emulativo. I gruppi locali si sono organizzati, gli artisti hanno prodotto musica, i videomaker caricato cose in rete, i grafici disegnato magliette. E la gente comune organizzato té in casa, venduto torte per strada, fatto caroselli con la moto, partecipato a feste di raccolta fondi. I quartier generali di Obama brulicano di persone. C'è un insieme di anarchia e organizzazione. Quelli di McCain (e quegli degli avversari delle primarie) sono pieni, ma c'è una gerarchia stretta, sono uffici. Quelli di Obama sono centri di quartiere. Basterà tutto questo a vincere le elezioni? Servirà questo e di più. Bisognerà essere riusciti a tranquillizzare i lavoratori bianchi e conservatori in alcuni Stati, il ceto medio impaurito dal colore della pelle del possibile presidente democratico. In caso di vittoria, però, il presidente Obama avrà una grande rete di cittadini con cui parlare - lo ha fatto, chiamando alla mobilitazione, contro la prima versione del piano Paulson di soccorso alle banche. In caso di vittoria, Obama, avrà anche un problema. A tutta questa gente ha promesso molto. Ha promesso di cambiare l'America in meglio.

 

Repubblica – 30.10.08

 

Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos

Curzio Maltese

Aveva l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo de’ Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo de’ Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi. Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove. Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse. Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire". Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto". Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì". È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati". Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra. Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae. A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".

 

Obama, trenta minuti su sette tv per ricostruire il Sogno americanoMario Calabresi

KISSIMMEE (Florida) - Ieri sera alle venti è andato in onda sulle televisioni americane il primo messaggio a reti quasi unificate di Barack Obama. Appoggiato ad una scrivania, con la bandiera a stelle e strisce alle spalle, in uno studio che sembrava una via di mezzo tra quello Ovale della Casa Bianca e un salotto di provincia, il candidato democratico ha promesso di ricostruire il Sogno americano e la classe media. Obama aveva comprato mezz'ora di spazio su sette canali nazionali per trasmettere un superspot elettorale a cinque giorni dal voto. Un filmato lungo trenta minuti frutto di settimane di lavoro del regista Davis Guggenheim, figlio del documentarista ufficiale della campagna di Robert Kennedy e autore con Al Gore del documentario premio Oscar sul riscaldamento globale. Uno speciale, dal titolo Barack Obama: American Stories, che ha raccontato la vita del candidato (si sono viste le immagini dei suoi genitori e dei nonni) ma soprattutto la storia di quattro famiglie messe in ginocchio dalla crisi americana. Il regista le aveva scelte con cura e la voce narrante di Obama le ha raccontate una per una, a partire dalla mamma bianca che denuncia i costi impossibili della sanità, al pensionato nero che deve tornare a lavorare per poter pagare le medicine alla moglie malata di artrite, alla ragazza madre ispanica che deve fare due lavori per poter crescere la figlia, fino all'operaio che ha perso il lavoro alla Ford, l'azienda per la quale lavoravano anche suo padre e suo nonno. E' la descrizione dell'America "rotta" che va soccorsa e ricostruita prima che vada definitivamente a pezzi: "Sono decenni che parliamo degli stessi problemi. Negli ultimi venti mesi ho girato in lungo e in largo il Paese, Michelle e io abbiamo incontrato tanti americani che vogliono un cambiamento concreto e duraturo che faccia una differenza nella loro vita". Infine Obama ha parlato di sua madre, Ann Dunham, delle difficoltà che ha avuto per combattere contemporaneamente contro il tumore che l'ha uccisa e l'assicurazione sanitaria che non voleva pagarle le cure. Lo spot si è concluso con un collegamento in diretta con una cittadina della Florida dal nome simbolico, Sunrise (alba), dove Obama stava terminando il suo comizio. Nessun candidato aveva mai pensato ad un'offensiva mediatica di questa portata: in passato il miliardario texano Ross Perot - che corse nel '92 come terzo incomodo contro Clinton e Bush padre - aveva comprato una serie di maxispot ma mai di questa lunghezza e su tante televisioni contemporaneamente. Obama si è potuto permettere di spendere cinque milioni di dollari in mezz'ora perché la sua raccolta fondi ha superato la cifra stratosferica di 600 miliardi di dollari. Tanto che nelle ultime tre settimane ha saturato l'etere con i suoi spot: ne ha trasmessi 140 mila, che messi uno dietro l'altro occuperebbero 53 giorni. Gli strateghi di Obama avevano studiato a lungo quando giocare la carta dell'ultima offensiva e hanno deciso che doveva essere ieri sera, che mercoledì era il giorno giusto, convinti che l'onda emotiva del video e del comizio notturno che ha tenuto con Bill Clinton sia in grado di arrivare fino a martedì prossimo e di convincere gli indecisi. McCain per replicare ha usato la tribuna che gli ha messo a disposizione la Cnn, invitandolo alla trasmissione di Larry King, e ha attaccato accusando Obama di voler alzare le tasse e di non avere l'esperienza per difendere l'America dalla minaccia del terrorismo.

 

La Stampa – 30.10.08

 

Che è successo a piazza Navona – Flavia Amabile

Vi ho postato tre video per avere da più punti di vista una ricostruzione filmata degli scontri di ieri a piazza Navona durante la manifestazione di protesta contro la riforma della scuola e dell'università del ministro Gelmini. E vi propongo il racconto dei giovani di centro-sinistra e quello di un esponente di Blocco Studentesco visto che ognuno fornisce la propria versione dei fatti. Tutte le ricostruzioni non riusciranno però a chiarire i dieci minuti di assenza della polizia. Dieci minuti in cui studenti e militanti se le davano di santa ragione, i più piccoletti e inesperti si facevano spaccare la testa mentre le forze dell'ordine rimanevano ferme. Erano già dentro la piazza quelli di Blocco Studentesco, con il loro camion pieno di spranghe e bastoni. Quando sono arrivati i cortei universitari i poliziotti all'inizio hanno fatto da scudo poi, all'improvviso è arrivato una specie di ordine. I poliziotti hanno allargato le fila e gli studenti sono entrati. Gli scontri sono iniziati subito dopo. E allora perché questa polizia in assetto anti-sommossa resta ferma?
I tre racconti - Diana, 19 anni, iscritta al primo anno di Scienze della Formazione Primaria di Roma Tre. “Erano le 10:30 circa e stavo a piazza Navona, vicino all’obelisco, seduta in cerchio con le altre studentesse di Formazione Primaria di Roma Tre. Quando è stato approvato il decreto, alcune persone hanno cominciato a correre urlando: scappate, scappate! Ci siamo subito alzate e ho visto un ragazzo giovane, di 14-15 anni, cadere e sei ragazzi del Blocco Studentesco, vestiti di nero con caschi, manganelli, catene e coltelli, prenderlo a calci per poi fuggire mentre sanguinava a terra. Quando alcuni studenti hanno provato a soccorrerlo i ragazzi in nero del Blocco Studentesco sono tornati e hanno picchiato anche loro, colpendoli in testa”. Marina, 22 anni, iscritta al 4° anno di Scienze della Formazione Primaria di Roma Tre. “Anche io stavo a piazza Navona quando quelli del Blocco Studentesco hanno cominciato a caricare e ho visto i sei giovani che si accanivano sul ragazzino con caschi e manganelli. Allora abbiamo chiamato subito il 112 per chiedere aiuto ai carabinieri. Ci è stato risposto di parlare con i poliziotti già presenti nel luogo. I poliziotti erano fuori piazza Navona, radunati in piazza delle Cinque Lune, schierati verso il Senato. La risposta del loro coordinatore alle nostre richieste di soccorso - un ragazzo a terra sanguinante ed altri feriti – è stata quella che lì erano già presenti e schierati 10.000 poliziotti e per tanto la sicurezza era garantita, e caso mai saremmo dovuti essere noi manifestanti a dividerci spontaneamente in schieramenti contrapposti sulla piazza. Quando gli abbiamo fatto presente che la questione esulava dagli schieramenti politici trattandosi di violenza di alcuni provocatori, ha ritirato quanto appena affermato”. Guelfo Bartolucci, responsabile romano di Blocco Studentesco, fermato e identificato ieri dalla polizia. «Queste persone hanno marciato per circa 250 metri fino a giungere verso di noi, scatenando il panico generale, e scompigliando il movimento. Noi siamo rimasti vicino alla nostra camionetta e non siamo scappati - continua - tenendo fede al nostro diritto di manifestare. A un certo punto è arrivata la carica con sedie, catene, posaceneri. La cosa che vorrei sottolineare è che noi avevamo sfilato il 27 con in testa un cappello con la stella rossa, a testimonianza della nostra volontà di non dare un colore politico alla manifestazione. La cosa che abbiamo notato è che, mentre il nostro corteo era composto prevalentemente da ragazzi giovani, nel fronte opposto molti erano adulti. C’è da dire però - conclude Bartolucci - che l’attacco non è stato mosso al Blocco, ma all’intero movimento studentesco che si è creato, tant’è che tra i fermati c’erano circa 10 esponenti del Blocco e 5 studenti comuni, che durante l’aggressione si sono fatti coraggio e sono rimasti in piazza con noi. Al momento dell’assalto eravamo circa una trentina, ma non abbiamo niente da recriminare contro chi è scappato».

 

Qualcosa da obiettare – Massimo Gramellini

Pur non avendone mai fatto parte, e forse anche per questo, alla diversità morale della destra ex missina io un po’ ci credevo. Fino a ieri. Quando sul Corriere della Sera ho letto l’articolo di Fabrizio Roncone sull’epopea dei biglietti omaggio alla Fiera cinematografica di Roma. Un arraffa arraffa che ha impegnato strenuamente la giunta del sindaco puritano, né più né meno di quel che accadeva ai tempi delle amministrazioni di sinistra, ma con un’aggiunta di bulimia dettata dalla fame arretrata. L’alfiere di questa campagna all’ultimo scrocco si chiama Umberto Croppi, sodale di Alemanno negli anni della Nera Gioventù e perciò nominato assessore alla Cultura. Il Groppi assessore alla Cultura (lo ripeto per convincermene) si presenta all’ingresso della sala con due biglietti e quattro persone, e all’inserviente che gli fa notare la sfasatura aritmetica risponde seccato: «Vabbè, dov’è il problema? Ne mancano due? Facciamo che non mancano più. Entrano tutti. Qualcosa da obiettare?» Sì, Groppi, qualcosa da obiettare. Facciamo che con due biglietti si entra in due, e ci si mette pure in coda. Facciamo che chi dice con arroganza «facciamo che non mancano più» vuol far pesare la propria influenza su una persona che reputa inferiore. Facciamo che se lo venisse a sapere Aragorn, l’eroe buono della vostra giovinezza tolkieniana, vi rinchiuderebbe nella caverna degli orchi buttando via la chiave. Facciamo che, se voi non siete più diversi e la sinistra non lo è più da un pezzo, ci toccherà chiedere di diventare diversi ai democristiani.

 

Congo. Il prete-guerriero assedia Goma – Domenico Quirico

Sotto la pioggia, ciabattando nel fango con i sandali fatti con vecchi copertoni di camion, spingendo biciclette cariche di fagotti, tirandosi dietro vecchi e bambini, i cinquantamila del campo profughi di Kibati si sono messi in marcia. Senza urla, in ordine, rassegnati: cento volte sono partiti così, fuggono da sempre, è la loro vita. A Goma, capitale del Nord Kivu che conta mezzo milione di abitanti, la notizia è arrivata in un baleno: i rifugiati sono partiti, arrivano i ribelli. Le scuole hanno subito chiuso, i negozi hanno sprangato le porte, i taxi-moto chiassosi e onnipresenti sono di colpo scomparsi. All’imbarcadero sul grande lago Kivu i traghetti arrugginiti che collegano con Bukavu sull’altra sponda sono stati assaliti con frenesie da girone dantesco. Respinti, i profughi della terza guerra del Congo hanno costeggiato le ville dei notabili dell’era del dittatore Mobutu appena rimesse a nuovo dai notabili dell’era Kabila, il nuovo padrone; e poi si sono messi in marcia verso Gisenyi, la prima città ruandese oltre la frontiera. Dove saranno ospitati, chi darà loro cibo e medicine, nessuno lo sa. L’ennesima catastrofe umanitaria in queste terre feroci è già iniziata, aspetta solo qualcuno che la trasformi in statistiche e contabilizzi l’ammontare dei rimorsi. I soldati dell’armata congolese erano già fuggiti da ore, hanno sfiorato la città con gli inutili carri armati e hanno imboccato la strada dissestata che porta a Bukavu. Fuggono comodamente, loro, in camion. Spariti anche gli elicotteri della Guardia presidenziale, le truppe scelte, almeno nella propaganda governativa. A Goma la popolazione che non è fuggita perché non ha la forza di gettarsi nella foresta, si è barricata in casa e spia le colline. All’aeroporto i candidi blindati delle Forza di pace delle Nazioni Unite, 5000 uomini, aspettano anche loro l’arrivo dei ribelli. Secondo alcuni testimoni, ieri, hanno sparato tentando di fermarne l’avanzata: ma i seimila lanzichenecchi del generale Laurent Nkunda, che sta per realizzare il sogno di creare un suo Stato nel Nord-Congo, erano inarrestabili. Il comandante dei caschi blu si è appena dimesso per protesta contro i superiori, dal quartier generale al Palazzo di vetro non arrivano ordini, solo annunci di riunioni che si concludono con un nulla di fatto. Il capo missione Alan Doss aveva promesso «che avrebbe fatto tutto il possibile per difendere la città». Hanno sparato, è vero, gli indiani del contingente, ma contro la popolazione di Goma che inveiva per la loro impotenza. «Il generale» forse già oggi prenderà possesso della sua capitale e deciderà che fare di questa patetica armata delle buone intenzioni. E pensare che i miti soldatini Onu hanno nello zaino l’ordine tassativo di arrestarlo: il prete-guerriero ascetico e feroce è ricercato dal tribunale internazionale con l’accusa di genocidio. I suoi uomini, congolesi di etnia tutsi, non conoscono altra guerra che quella sporca; qui, nelle foreste del Kivu, non si fanno prigionieri. La terza guerra del Congo è teleguidata e appoggiata dagli strateghi tutsi di Kigali, si spara già con l’artiglieria alla frontiera. Queste terre immense, gonfie di minerali e vuote di uomini, sono destinate a diventare il cuore di un grande impero tutsi, abitato dai coloni venuti del sovrappopolato e povero Ruanda.

 

Corsera – 30.10.08

 

«Noi siamo la nuova destra». L’ascesa di quelli del Blocco

Fabrizio Caccia

ROMA - Quelli dei Collettivi li hanno cacciati ieri mattina da piazza Navona, ma poi se li sono ritrovati a sera in tv, in prima fila sulla piazza mediatica: Francesco Polacchi, leader nazionale del Blocco Studentesco, 22 anni, ospite di Mentana a Matrix, e Guelfo Bartalucci («Ma ghibellino nell’anima»), 19, leader romano, intervistato da Sky. Se questo voleva, il «Blocco» l’ha ottenuto. Far parlare di sé, dei «nuovi fascisti del Terzo Millennio», «né nostalgici né fanatici», «né razzisti né antisemiti », «mille cuori una bandiera» come dice una canzone degli Zeta Zero Alfa, il gruppo che canta da anni la loro rivoluzione. Era stato il Secolo, il quotidiano di Alleanza nazionale, due settimane fa ad intercettare per primo il fenomeno: la destra, quest’anno, presente e attiva nel movimento studentesco. Capace di mobilitarsi, di occupare i licei (Orazio, Nomentano, Azzarita, Russell, Farnesina, Colombo) col suo simbolo, il fulmine nel cerchio («il fulmine è energia, il cerchio è la comunità» dice Marco Casasanta, 22 anni) in tutti i manifesti. Il «Blocco Studentesco» è forte e organizzato: ha preso 37 mila voti nelle scuole due anni fa alle ultime elezioni della Consulta provinciale, il vicepresidente della Consulta adesso è uno di loro, si chiama Giorgio Evangelisti. Così organizzati da essere notati anche a sinistra: ieri sempre il Secolo, a pagina 4, citava gli articoli di manifesto e Liberazione «quasi ammirati dall’impresa del Blocco». Perché, comunque, malgrado tutti gli attacchi, i sospetti, le diffidenze, le paure che ancora li circondano, il «Blocco» e «Casa Pound» (i loro fratelli maggiori) cominciano a farsi notare sul serio. Cercano spazi, si allargano, con i giornali («Blocco», «Fare quadrato»), con la radio (Rbn, Radio Bandiera Nera), su internet (www.bloccostudentesco.org). Sono arrivati anche allo stadio Olimpico, quando gioca la Roma: «Padroni di casa», il gruppo in Curva Sud, è il loro. E quando vanno in trasferta cambiano nome: sullo striscione si firmano «Ospiti indesiderati». E niente saluti romani, ma solo perché sennò scatta il Daspo. Crescono in tutta Italia: a Verona, Palermo, Lecce, Arezzo. Nelle scuole fanno «sindacalismo studentesco»: si battono per le aule, le palestre, le biblioteche, la vita quotidiana degli studenti. Nel loro programma c’è la battaglia per il libro di testo unico («contro la mafia delle case editrici e dei professori », spiegano) per non far spendere soldi alle famiglie in libri di testo simili a quelli dell’anno precedente. E ancora: le gite in montagna per riavvicinare gli studenti alla natura («la nostra è una visione spirituale»), la triplicazione delle ore di educazione fisica (perché, anche se non l’ammettono, hanno tutti, ragazzi e ragazze, il culto del corpo) e infine il progetto «Fratello Sole », l’installazione di pannelli solari sui tetti degli istituti («Con l’energia alternativa si risparmierebbe veramente. Non con i tagli della legge Gelmini... »). Sono nati nell’estate del 2006 e dopo appena due anni e mezzo ora è nato anche il «Blocco universitario», attivo negli atenei. «Blocco Studentesco odia gli stupidi», è uno dei loro slogan preferiti. Oppure: «La ricreazione è finita ». Il quartier generale si trova in un ex edificio della Pubblica istruzione (quando si dice il destino) vicino piazza Vittorio, occupato anni fa da quelli di «Casa Pound», «movimento apartitico e non extraparlamentare», si affretta a specificare il suo leader carismatico, Gianluca Iannone, 35 anni, il cantante degli Zeta Zero Alfa di cui sopra. Stavano con la Fiamma tricolore, prima. Ma ora l’alleanza si è interrotta. All’ingresso sul muro hanno dipinto con la vernice i nomi del loro Pantheon personale: da Evola a Guenon, da Clausewitz a Marco Aurelio. Iannone indosso ha una maglietta nera. Sul retro c’è una scritta: «Violenti, insensati, macabri». Racconta che sono gli aggettivi usati tempo fa da un quotidiano per definire quelli del «Blocco». Il quotidiano è stato poi querelato. Casa Pound «osa», come dicono i «camerati » giocando sull’acronimo («Occupazioni a Scopo Abitativo»). Hanno occupato il palazzo vicino piazza Vittorio dove adesso ci vivono 18 famiglie. In un altro edificio, poi sgomberato dalla polizia, in via Lima, c’erano anche somali ed eritrei («questo a dimostrazione che non siamo affatto razzisti, nel Blocco Studentesco ci sono pure un indiano e un italo-africano», aggiunge Andrea Antonini, 37 anni, che è pure consigliere nel XX municipio, eletto con «La Destra» di Storace). Ieri, dopo la battaglia di piazza Navona, hanno ricevuto pure la visita di solidarietà di due consiglieri comunali di An, Ugo Cassone e Luca Gramazio. Due alleati in Campidoglio, in questo momento, non sono un dettaglio trascurabile.

 

Il poliziotto buono e quello cattivo - Francesco Verderami

Ieri mattina Silvio Berlusconi invitava il Paese a essere «ottimista» davanti alla crisi finanziaria, ieri sera Giulio Tremonti ha detto che «è ottimistico parlare di recessione». Delle due l’una: o è il gioco del poliziotto buono e di quello cattivo, o tra Berlusconi e Tremonti c’è qualcosa che non va. Di sicuro è diverso l’approccio all’emergenza: da una parte c’è il leader politico pronto a sforare i limiti di Maastricht per dare ossigeno al Paese e offrire una deduzione fiscale «almeno alle famiglie numerose»; dall’altra c’è il garante del patto sottoscritto con l’Europa che non intende toccare la Finanziaria perché vuol tenere «al riparo la credibilità del sistema nazionale» e con essa «l’asta dei Bot». Sarà pur vero che insieme stanno cercando una soluzione alla crisi, ma su tempi e modi hanno visioni divergenti. Berlusconi punta a una «scossa immediata» anche per evitare un crollo della sua credibilità, che si rifletterebbe sulla stabilità del governo; Tremonti è proiettato invece sul medio-termine, e ha buon gioco nel sottolineare che non sono alle viste scadenze elettorali. Così il vertice di ieri al Tesoro tra i ministri che dovevano discutere sul piano anticrisi, ha avuto più o meno l’epilogo del faccia a faccia avvenuto la sera prima tra il premier e il titolare dell’Economia. Perché a fronte delle insistenze del Cavaliere, Tremonti ha sostenuto la tesi che «un evento globale di questa portata non può essere contrastato con strumenti di politica nazionale». Da giorni si era preparato a respingere anche la richiesta di detassare le tredicesime, sparando sulla proposta avanzata da Veltroni: «Roba da comizi». «Pensare - così dice Tremonti - che a fronte di questa crisi un governo possa stabilizzare il tenore di vita dei propri cittadini con un provvedimento, è cosa da campagna elettorale. Quanto a noi, con il debito pubblico che abbiamo...». Crudo come crudo è ormai da tempo, da quando preannunciava un nuovo ’29, il ministro dell’Economia ha parlato a nuora (cioè all’opposizione), perché suocera (cioè la maggioranza) sentisse: perciò è pronto a garantire stabilità al sistema bancario, a introdurre misure che assicurino l’erogazione del credito alle imprese, a dare i soldi necessari per il pubblico impiego. Poi basta, «non intendo perdere la faccia». L’ha detto ai ministri ieri pomeriggio. E saranno pure tutti sulla stessa barca, ma non la pensano tutti allo stesso modo, se è vero che Matteoli - lasciando il vertice - aveva un’aria cupa: «Un’ora di riunione per sentirsi dire che non c’è una lira», si sfogava con qualcuno al cellulare. E dopo una breve pausa, proseguiva: «Maastricht, Maastricht... Io lo capisco Giulio, ma in questo momento Maastricht non c’è, non può esistere. Servono soldi alle famiglie. Silvio deve capirlo». «Silvio» l’ha capito, e non da oggi. Un mese fa - quando non era ancora partito lo tsunami - Confalonieri, che si definisce un «impolitico», gli lanciò un avviso: «Berlusconi ha pulito Napoli, ha salvato l’Alitalia, ora però deve dare dei soldi alle famiglie che non arrivano alla fine del mese». Era un modo per mettere in guardia l’amico di una vita, perché si coprisse il fianco scoperto. Ma già a quei tempi il titolare del Welfare Sacconi aveva le mani tra i capelli, mentre osservava i dati della cassa integrazione: «Qui se ci dice culo è recessione». Ieri Tremonti si è spinto ancor più avanti, e senza citarla ha evocato la parola depressione. Non è chiaro come il suo discorso possa conciliarsi con l’appello all’ottimismo di Berlusconi, «mi chiedo dove risieda la verità», commenta la sindacalista Polverini: «Spero - aggiunge la leader dell’Ugl - che prevalga il buon senso di Berlusconi, orientato a sostenere le famiglie oltre a banche e imprese». Forse davvero il Cavaliere e il ministro dell’Economia si sono divisi i ruoli del poliziotto buono e di quello cattivo, però sarebbe meglio che lo spiegassero almeno ai dirigenti del Pdl, dato che Gasparri dice di «non capire Giulio», e di esser rimasto «stupito» dalla sua sortita: «Se Berlusconi cerca di infondere ottimismo, com’è possibile che il ministro dell’Economia vada in controtendenza? Sappiamo che lui è schierato in prima linea, ma penso sia necessario confrontarci per assumere una posizione comune, tra governo e maggioranza». Mancava solo che il capogruppo al Senato del Pdl invocasse la famosa «cabina di regia»... Nel centrodestra sta salendo la tensione, e tutti aspettano la mossa di Berlusconi. È il premier infatti che prima o poi dovrà uscire allo scoperto, anche l’opinione pubblica è da Berlusconi - non da Tremonti - che attende una risposta. Se il Cavaliere continua a prender tempo, è perché non ha ancora messo a punto una strategia comunicativa per parlare al Paese, è perché non sa quanto sia profondo il pozzo della crisi.

 

Il timore nel Pd: inseguire Di Pietro - Maria Teresa Meli

E’ qualche giorno che Walter Veltroni va consultando i dirigenti del suo partito sull’ipotesi di un referendum, e non solo loro. Il segretario del Pd ha sondato anche la periferia e ha capito che questa iniziativa è popolare, che il tema della scuola è molto sentito pure nell’elettorato di centrodestra. Perciò ha deciso di andare avanti su questa strada. «Mobilitiamoci», è la sua parola d’ordine. Il fatto che in realtà, come ammetteva ieri il costituzionalista di rito veltroniano Stefano Ceccanti, l’unico referendum tecnicamente possibile sia quello sul maestro unico poco importa. Quel che conta è la mobilitazione, la raccolta di firme, il ritorno di Veltroni al rapporto diretto con il "suo popolo". E prima della conferenza programmatica il segretario convocherà gli "Stati generali" della scuola. Un tema, questo della scuola, su cui Veltroni insisterà: la campagna elettorale per le europee è già cominciata. Com’è naturale in un partito qual è il Pd non tutti si sono schierati al fianco del leader. Massimo D’Alema non è «contrario», lo ha specificato lui stesso, però ha anche detto di «non essere entusiasta». «E’ una mobilitazione politica anche inevitabile», secondo l’ex ministro della Farnesina, ma di qui a dire che poi il referendum si farà sul serio è un altro discorso: «Chissà che succederà nel 2010». Già, chissà. D’Alema, che non è stato consultato dal segretario, appare più che tiepido. Simile l’atteggiamento di Franco Marini. Anche l’ex presidente del Senato non era stato sondato dal segretario: «Non sono pregiudizialmente contrario però devo capire bene di che si tratta». Chi invece è convinto di aver ben compreso il senso di questa iniziativa è Marco Follini: «E’ un inseguimento di Di Pietro». Il senatore del Pd è sconsolato e anche un po’ arrabbiato: «Il Partito Democratico che si abbandona al radicalismo contraddice se stesso e le sue buone intenzioni, e offre pure un vantaggio alla maggioranza. Sì, il centrodestra non vede l’ora di avere un’opposizione radicale». Il fassiniano Francesco Tempestini bolla come mera «propaganda» l’iniziativa di Veltroni sulla scuola. E maliziosamente aggiunge: «Andate a guardare il commento del direttore dell’Unità: è favorevole al decreto Gelmini!». Insomma, non tutti sono entusiasti di questa sortita ad effetto del segretario, che prima della conferenza stampa ha convocato un coordinamento lampo, onde evitare che qualcuno poi lo accusasse, come capita, di agire sempre da solo. Ma c’è un altro aspetto di questa vicenda che appare importante. E’ un aspetto che inquieta non poco Follini: «Sotto le mentite spoglie referendarie rinasce l’Unione». Ma quel che scandalizza tanto il senatore del Pd è uno degli obiettivi del segretario. Veltroni, infatti, è riuscito a mettere insieme da Ferrero a Di Pietro, è riuscito, cioè, a creare un fronte comune delle opposizioni su una proposta del Partito Democratico. Di più, Veltroni ha bruciato sul tempo Italia dei Valori anche se i dipietristi rivendicano la primogenitura dell’idea. E ha mostrato che il partito c’è e che si muove «non per un referendum settoriale come quello sul lodo Alfano», ma su un tema «che riguarda il primo vero grande momento di partecipazione e mobilitazione da dopo la vittoria di Berlusconi». Che poi tutto ciò produca veramente qualcosa e dia una spinta al Pd al momento è difficile da prevedere.


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