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IL MOSTRO UNICO

Manifesto – 31.10.08

 

Il mostro unico - Stefano Benni

Cari studenti facinorosi, sono la vostra amata ministra Gelmini. Dopo il cinque in condotta e il maestro unico, ho una nuova idea che potrà risollevare la scuola italiana. Da dove inizia l'istruzione? Dall'asilo. E proprio qui bisogna intervenire, perché i bambini diventino obbedienti e ligi al dovere. E le favole, con la loro sovrabbondante fantasia e il loro dissennato spreco di personaggi, li allontanano dal sano realismo e dal doveroso conformismo e alimentano il pericolo del fuori tema, della deboscia, della droga e del bullismo facinoroso. Perciò per decreto legge istituisco il Mostro Unico. Sarà proibito leggere favole che contengano più di un mostro o di un cattivo, con relativo aggravio per la spesa pubblica, e soprattutto si dovrà, in ogni fiaba, sottolineare la natura perversa, facinorosa e vetero-comunista di questo mostro. Secondo il Dmu (decreto mostro unico) sono proibiti ad esempio Biancaneve e i sette nani, perché Grimilde e la strega sono un costoso e inutile sdoppiamento di personalità nocivo all'immaginario dei giovani alunni, per non parlare dell'ambigua convivenza tra Biancaneve e i sette piccoli operai, di cui uno, Brontolo, sicuramente della Cgil. Cappuccetto Rosso è ammesso, ma si sottolinei come il cacciatore è evidentemente della Lega e il lupo di origine transilvana e rumena. Proibito Ali Babà e i quaranta ladroni, ne basta uno. Abolito Peter Pan, troppi pirati che gravano sulle casse dello stato. Abolito Pinocchio, anche accorpando il gatto e la volpe in un unico animale, restano il vilipendio ai carabinieri e il chiaro riferimento a Mediaset del paese dei balocchi. Ammesso Pollicino ma dovrà chiamarsi Allucione ed essere alto uno e settanta, per non costituire un palese sberleffo al nostro amato presidente del consiglio. Proibito Hansel e Gretel, perché i mostri sono due, la madre e la strega, e inoltre si parla troppo di crisi economica. Proibito il brutto anatroccolo. Se uno è brutto, lo è per motivi genetici e tale resterà. Inoltre Andersen era gay. Parimenti proibito il gatto con gli stivali per la connotazione sadomaso. Proibita, anzi proibitissima Cenerentola. Le cattive sono tre e assomigliano tutte a me. Cioè alla vostra ministra superficiale, impreparata e ciarliera. Ma la vostra Ministra Unica.

 

È arrivata l'alta marea - Eleonora Martini

ROMA - Un percorso troppo corto e una piazza troppo piccola per contenerli tutti. Strabordanti, hanno invaso ogni dove. E Roma si è arresa. Alle nove del mattino piazza Esedra, come chiamano i romani da sempre piazza della Repubblica, era una calca umana come non si vedeva da anni. Impossibile, letteralmente, attraversarla. Mezz'ora dopo lo striscione di apertura dei cinque sindacati - Flc-Cgil, Cisl-Scuola, Uil-Scuola, Snals-Confsals, Gilda Unams, che per la prima volta in assoluto si sono ritrovati insieme - «Uniti per la scuola di tutti», sfilava giù per via Barberini mentre ancora erano in arrivo treni e pullman da tutto il Paese. Cosicché, quando anche il piazzale della stazione Termini ha fatto il pieno, in migliaia hanno riempito via Nazionale e, come la pioggia che fino a poche ore prima aveva inondato le strade della capitale, hanno tracciato mille itinerari diversi per ricongiungersi con la testa del corteo che alle 11 era già in piazza del Popolo. Quando poi alle 13:30, dopo gli interventi, con l'Inno d'Italia si dichiara conclusa dal palco la manifestazione, la coda del corteo non è ancora del tutto defluita dal piazzale di partenza. Addirittura alcuni manifestanti rimasti bloccati con i pullman sul raccordo anulare e altri isolati al capolinea della metro Anagnina, rinunciando a raggiungere il centro città, improvvisano cortei bloccando totalmente anche il traffico periferico. Sono un milione di persone, secondo gli organizzatori, e oltre il 70% sono le adesioni allo sciopero generale della scuola. Ma per il ministero dell'Istruzione a incrociare le braccia è stato solo il 57,1% dei lavoratori («dato parziale» diffuso alle 14:50), e il ministro degli Interni Roberto Maroni molto istituzionalmente aggiunge la sua correzione: «In piazza erano solo 100 mila». Ma poi ammette: «Sono comunque tanti». La manifestazione di ieri a Roma è stata la risposta al detestato decreto Gelmini, il giorno dopo della sua conversione in legge da parte del Parlamento. Niente depressione, però: per tutti «non è che l'inizio». Un corteo ricco e variegato nella composizione sociale e partitica - ma non apolitico - creativo, colorato, rumoroso, allegro e pensante, che ha abbracciato almeno tre generazioni e colto decisamente di sorpresa gli stessi promotori. Troppo presi dalle divisioni interne ai vertici sindacali e dall'incertezza che Cisl e Uil hanno manifestato fino all'ultima settimana lasciando aperto al governo più di uno spiraglio, i leader hanno perso il polso della "base" e per paura di un flop hanno preferito tenere un basso profilo nella scelta del percorso. E invece maestre e insegnanti delle medie inferiori e superiori, docenti universitari, genitori e studenti, baby manifestanti e bidelli, personale amministrativo, precari e ogni tipologia di personale Ata, hanno affrontato viaggi lunghissimi e partecipato con entusiasmo disarmante. «Il paese reale è qui, per le scuole di tutti», recita uno striscione. Tantissime le adesioni anche dell'associazionismo sociale e di altre sigle sindacali come Cidi, Unicobas, Fsi, Arci, Fiom e tanti altri. «Per la prima volta anche le scuole tedesche del Südtirol hanno aderito ad uno sciopero nazionale e gli insegnanti hanno mostrato solidarietà ai colleghi di lingua italiana: una cosa impensabile prima», racconta Sabine, maestra elementare di Bolzano. «Stavolta la preoccupazione è tale che ci ha spinto a fare il viaggio - aggiunge il suo collega germanofono Norbert - l'autonomia della provincia non ci tutela perché è evidente che dovremo anche noi adeguarci alle direttive di Roma e invertire la rotta seguita finora che era quella di investire molto sulle scuole». Viene dall'altra punta estrema dello Stivale, Marisa Cuccì, segretario regionale Flc-Cgil della Sicilia. «Insegno da 35 anni, sono stata maestra unica e poi modulare e ho il polso di come è cambiata la società: non si può più tornare indietro», dice. E spiega che «la scuola siciliana sarà massacrata dal coniugato disposto della legge Gelmini e del federalismo fiscale: non siamo la ricca Lombardia né l'Emilia Romagna dove l'87% delle scuole è a tempo pieno, da noi che siamo al 3%, non si può tagliare altro». «Gel, non capisci? Certo, non hai letto ciò che hai firmato», è scritto su un cartello che, come quasi tutti, è home made. «Ministro Gelmini, ciucciati i calzini», urlano dei nanerottoli che hanno appeso al collo scritte tipo: «Bambino strumentalizzato». Che fa il paio con «Docente facinoroso nullafacente». I perugini esibiscono «Noi contiamo, voi contateci» e i livornesi «Questo è un paese per vecchi?». Eppoi: «Sotto il grembiule... niente» e «Non basta il grembiule a coprire l'ignoranza in cui sprofonda la vostra arroganza». Alcuni cartelli chiedono «Referendum», ma in molti spiegano che «non basta», «arriverà troppo tardi» e «non si può chiedere per le leggi finanziarie che nel frattempo taglieranno le gambe all'istruzione pubblica». «Genitori di destra e sinistra dicono no alla Gelmini»: viene da Reggio Emilia lo stendardo che sottolinea l'«apoliticità» del movimento. Non sono pochi i cartelli che insistono su questo tasto. Ma quando in coda arriva lo spezzone degli studenti medi e universitari l'aria cambia e non solo per i camion sound system. C'è il collettivo antifascista dell'università Roma Tre e ci sono gli «Studenti di sinistra» dell'ateneo di Firenze. «Siamo apartitici, non apolitici», dice una fiorentina. «Ora basta: fare politica significa semplicemente partecipare ogni giorno alla vita sociale. E quella italiana è basata sull'antifascismo», aggiunge uno studente romano di Scienza della formazione. «Questa manifestazione è la più grande vaccinazione facoltativa di massa per i bambini contro l'arroganza di Berlusconi», conclude felicemente un padre di famiglia.

 

Il no degli enti locali: viene avanti la disobbedienza istituzionale

Daniela Preziosi

ROMA - Il presidente della provincia di Roma lo annunciava ieri dalle pagine della Stampa: «Disobbedisco. Io, Nicola Zingaretti, a costo di finire commissariato, non tocco le scuole della mia provincia». E: «Da questo sommovimento sarebbero colpite 26 scuole, quasi ventimila studenti. In una fase economica poi che, al contrario, richiederebbe investimenti sulle infrastrutture pubbliche e sulla formazione». Il 'sommovimento' in questione è il piano Gelmini. E contro il piano della ministra dell'Istruzione, oltre a rivoltarsi il mondo della pubblica istruzione - insegnanti, studenti, genitori e via dicendo - ora si fa avanti la 'disobbedienza istituzionale'. Così il popolare presidente democratico ha annunciato che, per quanto riguarda il suo territorio, non applicherà la legge. Scatenando la reazione della destra romana che arriva a chiederne le dimissioni. Ma il piano Gelmini è inapplicabile. E a dirlo non sono solo i rappresentanti degli enti locali di opposto schieramento politico rispetto al governo centrale. E' infatti dal fronte delle regioni arrivano i guai più grandi per la ministra. Sono sei, quelle governate dal centrosinistra (Lazio, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Puglia e Sardegna) quelle che hanno deciso di fare ricorso alla Consulta perché la riforma mette in discussione l'articolo 64 della Costituzione, «ledendo l'autonomia scolastica e le competenze regionali di programmazione». Ma il malumore va ben oltre. Ieri la conferenza dei governatori ha ribadito il no al commissariamento previsto dalla finanziaria anticipata nel caso in cui entro il 30 novembre non si siano messi in regola con il piano di riorganizzazione degli istituti previsto dalla legge 133. Su questo già due settimane fa si era consumato lo strappo con il governo, al quale avevano chiesto il ritiro della norma . Ieri, nella stessa capitale che nel frattempo veniva percorsa in lungo e in largo da centinaia di migliaia di manifestanti, Vasco Errani, a nome di tutti i governatori, ha spiegato che «non ci sono le condizioni per l'attuazione del piano Gelmini per l'anno scolastico 2009-2010», visto che le iscrizioni si apriranno a gennaio . Troppo le variabili, troppe le questioni aperte, «non si può non tenere conto, per esempio, delle aree svantaggiate o di montagna», ha detto. La materia «deve essere reimpostata». Argomenti che il presidente ha discusso nel pomeriggio con Raffaele Fitto, il ministro dei rapporti con le regioni che a sua volta (invano) ha cercato di buttare acqua sul fuoco. «Il commissariamento non è un obbligo imprescindibile», ha detto «c'è l'esigenza di realizzare dopo 10 anni un piano di ridimensionamento scolastico che viene regolarmente rinviato». Ma sono solo chiacchiere, per Errani. «Bisogna cambiare strada. C'è la necessità che i rapporti tra governo e regioni cambino segno e siano basati su una leale collaborazione. Purtroppo il governo si muove invece spesso, se non sempre, con atti unilaterali che mettono l'intero sistema istituzionale in gravi difficoltà. Attendiamo risposte di merito». Governo avvertito.

 

«Il modello Usa? Non in Italia» - Teresa Pullano

Nadia Urbinati, docente di teoria politica alla Columbia University di New York, è avvilita per quanto sta accadendo in Italia. La prossima settimana la ministra Gelmini presenterà la legge di riforma dell'università e già circolano le prime indiscrezioni, che parlano ancora una volta di tagli e blocco dei concorsi. Come valuta, dagli Stati Uniti,l'approvazione del decreto Gelmini e i tagli all'università? È un progetto enorme e orrendo. È esplicita l'intenzione di privatizzare il sistema pubblico universitario. Il governo non sta semplicemente facendo tagli al bilancio, ma siamo di fronte a un evidente processo di privatizzazione. L'università italiana è stata edificata con i soldi pubblici degli italiani ed è un bene di tutti i cittadini, l'esito del lavoro di diverse generazioni. Il governo sta stravolgendo un bene collettivo. Qual è il progetto di fondo di questa riforma? A mio modo di vedere essa si inserisce in un progetto ben più vasto. L'attuale governo Berlusconi, rispetto al precedente, ha un'identità ideologica più decisamente di destra. La riforma della scuola e i tagli all'università si collocano all'interno di un progetto volto a trasformare l'identità sociale del paese. Le conseguenze della legge Gelmini si possono riassumere in tre punti: toglie il diritto a un eguale livello di istruzione (tra l'altro creando scuole ghetto per i figli degli immigrati), apre la strada alla diseguaglianza sociale-educativa e usa lo Stato (decurtando risorse per la scuola pubblica) per creare artificialmente un mercato privato della scuola. Questa riforma si colloca all'interno di un'ideologia gerarchica e inegualitaria. Nessun governo aveva finora usato così pesantemente la logica dei costi-benefici per governare la scuola. Il messaggio pare chiaro: la scuola non è un bene importante per i cittadini italiani. Al contrario, essa è l'elemento fondamentale di qualsiasi riforma, sia essa antiegualitaria o progressista. Nel primo caso, come sta ora accadendo in Italia, l'obiettivo è quello di ridurre l'eguale distribuzione del bene scuola con l'esito (a mio parere voluto) di rafforzare un'oligarchia (che si avvarrà di ottime scuole private) e rendere la grande maggioranza a malapena capace di giudicare. Il governo dice di ispirarsi al modello americano e usa l'argomento della meritocrazia contro la «casta» universitaria. Il modello americano si regge su un'etica che in Italia è un bene scarso. Negli Usa un caso come quello del figlio di Bossi (bocciato all'esame di maturità e poi riammesso dal Tar, ndr) oppure come quello della stessa Gelmini che, per avere l'abilitazione da avvocato, da Brescia è scesa a Reggio Calabria, finirebbero sotto inchiesta e a entrambi verrebbe chiesto di dimettersi. Sono episodi che denotano tutto fuorché il valore del merito, ma in Italia non destano nemmeno scandalo. Senza controllo censorio non c'è meritocrazia possibile. L'università italiana non ha bisogno di nessuna riforma, ne sono già state fatte troppe. C'è invece bisogno di etica. Si deve scardinare il sistema clientelare e nepotista che ancora resiste in larghi settori dell'università e della ricerca. Occorrerebbe far lavorare insieme un sistema di penalizzazioni e uno di incentivi. Non mi fido di chi in Italia si riempie la bocca con la meritocrazia e poi ignora o finge di ignorare che siamo, con la Russia e la Nigeria, tra gli stati più corrotti al mondo e per molti scienziati politici un modello di «democrazia clientelare». Chi parla di meritocrazia è quindi, se in buonafede, quantomeno superficiale. Inoltre, pensare che la privatizzazione porti meritocrazia è quanto meno superficiale. Chi lo afferma o è impreparato oppure in malafede. L'esempio più mastodontico di corruzione dilagante viene oggi proprio dal privato, come dimostra la crisi di istituti di credito bancari e assicurativi. Tornerebbe a lavorare nell'università italiana? Io cerco di tornare, faccio di tutto ma non ci riesco. È molto più facile arrivare alla Columbia University dall'Italia che dalla Columbia tornare in Italia. Si dovrebbero davvero introdurre degli incentivi e degli strumenti di valutazione del merito dei docenti e dei ricercatori. Per esempio si potrebbero diversificare gli stipendi: su una base uguale per tutti coloro che sono allo stesso livello di impiego, si potrebbero ipotizzare maggiorazioni per chi è più produttivo, non in termini di quantità ma di qualità. In Inghilterra è stato introdotto un sistema simile, che distribuisce le risorse in base al merito. Ma non sono certa che in Italia possa funzionare senza essere contaminato da forme di corruzione. Insomma, senza un senso etico del servizio non c'è possibilità di ottenere un sistema meritocratico. Ecco perché diffido di chi pensa che si possa introdurre il merito con una riforma. E poi, sarebbe opportuno smettere di riformare e invece pensare a preservare. Come giudica il movimento contro la Gelmini? Molto positivamente. Non ha nulla a che fare con il '68, perché vede fianco a fianco studenti, insegnanti, docenti e ricercatori con un obiettivo mirato e specifico, ovvero la preservazione della scuola pubblica. Questo movimento esprime un'esigenza vera, perché la legge Gelmini incide sulla vita reale delle persone. È quindi giustissimo che i cittadini protestino. Il Pd non è stato capace di anticiparlo perché non ha compreso la gravità della politica del governo in materia scolastica. Così i cittadini hanno anticipato l'opposizione. Si è dimostrato ancora una volta che si tratta di un partito statico: un partito di opposizione che segue anziché anticipare l'insoddisfazione dei cittadini dimostra di non essere in sintonia con la società. Ma vorrei concludere facendo io una domanda al nostro governo. I beni pubblici sono continuamente decurtati, ma le tasse restano invariate se non aumentano. Cosa fa il governo con i nostri soldi? In una logica di privatizzazione, che senso ha dover pagare per dei servizi che o non arrivano, o sono scadenti o sono in procinto di essere privatizzati?

 

Prima la festa, poi la rottura - Sara Farolfi, Antonio Sciotto

I dipendenti pubblici, da quest'anno, non hanno più un contratto, ma un protocollo scritto dal ministro Brunetta e firmato in calce da una parte dei sindacati, peraltro minoritaria. Si è concluso così l'incontro di ieri a Palazzo Chigi tra il governo e i sindacati del pubblico impiego - scuola compresa, peraltro a poche ore dalla bella manifestazione di Roma. Il protocollo Brunetta, che stanzia solo 70 euro lordi di aumento (poco più di 40 netti), è stato firmato solo da Cisl, Uil, Ugl e Confsal, e rigettato dalla Cgil: ma le sigle firmatarie non raggiungono il 51% necessario per poter firmare un contratto, e dunque non hanno potuto far altro che aderire all'erogazione unilaterale abbondantemente preannunciata dal ministro, senza di fatto ottenere un euro in più di quanto già offerto dal governo. Il segretario Cgil Guglielmo Epifani ha confermato gli scioperi regionali del 3,7 e 14 novembre prossimi - che a questo punto, però, sono revocati da Cisl e Uil (tranne la Uil Fpl) - mentre Carlo Podda (Fp Cgil), dal canto suo ha annunciato che la Cgil «prepara lo sciopero generale dei pubblici». Se consideriamo poi che oggi a Roma l'Assemblea dei delegati Fiom proclamerà lo sciopero dei metalmeccanici per dicembre, e che tante camere del lavoro hanno già proclamato scioperi generali (Torino, varie emiliane, Brescia) o invocano quello nazionale (Milano), si capisce bene che nella Cgil ci sono ormai forti pressioni per una mobilitazione generale nazionale di tutte le categorie. Uniti in piazza. «Non scambiamo un piatto di lenticchie con la forza di questa unità», aveva chiesto poche ore prima il segretario generale Cgil dal palco di piazza del Popolo. Unità 'dal basso' si potrebbe dire, quella che ieri si è manifestata in una piazza «sbagliata» semplicemente perché troppo piccola per accoglierne la dirompente (e prevedibile) presenza. «Uniti per la scuola di tutti», lo striscione di apertura del corteo, e quindi anche «per la pace, la democrazia, la tolleranza, l'uguaglianza...», dice Epifani. Ma Bonanni non ci sta, in apertura e chiusura del suo intervento, scandisce chiare e tonde due frasi: «Ci unisce la scuola, siamo uniti per la scuola». Come dire: su tutto il resto, nisba. Molto più di un piatto di lenticchie, un solco abissale tra piazza e palco. E le premesse non erano delle migliori: con una trattativa durata fino a notte fonda (e condita, pare, da minacce di revoca dello stesso sciopero da parte della Cisl) per decidere quale dei segretari generali, e quando dovesse parlare dal palco. Mentre in tutto il paese, treni e pullman stracolmi erano già in viaggio per raggiungere Roma. Divisi al tavolo. Tornando al tavolo del pomeriggio a Palazzo Chigi, Guglielmo Epifani ha fatto capire subito la contrarietà della Cgil: «Non c'è nessun motivo per cambiare idea sul protocollo - ha spiegato - L'aumento è inferiore all'inflazione reale e non c'è alcuna certezza sulla restituzione degli oneri accessori del maltolto. Inoltre, non ci sono novità sui precari». Al contrario, Cisl e Uil hanno firmato, in coerenza con quanto fatto già la settimana scorsa, quando Brunetta aveva presentato il testo e l'entità degli aumenti. Le due sigle hanno di conseguenza revocato gli scioperi di novembre (la Cisl li aveva già sospesi), ad eccezione della Uil Fpl (sanità ed enti locali), che invece sarà in piazza con la Cgil per gli stop regionali del 3,7 e 14 novembre. «Intanto facciamo gli scioperi regionali - ha spiegato Podda, Fp Cgil - ma stiamo preparando lo sciopero generale nazionale di tutti i lavoratori pubblici, con manifestazione a Roma nel mese di dicembre». Alla mobilitazione potrebbe decidere di aderire pure la scuola, anch'essa coinvolta nel rinnovo dei contratti, anche se la scelta della Flc Cgil potrebbe essere influenzata dal fatto che sulla questione Gelmini e in generale istruzione c'è ancora unità con Cisl e Uil. C'è da tener conto, tra l'altro, che il 14 novembre è previsto pure lo sciopero nazionale dell'università e ricerca, anch'esso, per ora, unitario. Le altre parti in causa, firmatarie del protocollo, si sono «rammaricate» per l'assenza della Cgil («mi dispiace moltissimo», ha detto il segretario Cisl Raffaele Bonanni), ma nel contempo si sono rallegrate del «risultato». Brunetta, tra l'altro, aveva aperto l'incontro scusandosi ufficialmente con Epifani per la frase pronunciata in un'intervista («me ne frego della Cgil»). Ma non è bastato per convincere la Cgil a firmare.

 

La «salvamanager» ritorna alla Camera

La salvamanager è di nuovo alla camera, nonostante le promesse di Tremonti. E' il 2 ottobre scorso, quando il senato approva un emendamento al decreto Alitalia che esclude le sanzioni penali previste dal reato di bancarotta per tutte le aziende dichiarate insolventi, ma non fallite. In pratica, per tutte le grandi aziende italiane che attraverso questa procedura accedono all'amministrazione straordinaria salvandosi dalla chiusura: Cirio, Parmalat e, ovviamente, Alitalia. E' lo stesso giorno in cui la compagnia di bandiera sembra definitivamente salva e l'intero governo, Tremonti compreso, va all'ambasciata tedesca per festeggiare. L'8 ottobre Report si accorge della cosa, l'anticipa a Repubblica e, il giorno dopo, il ministro dell'economia minaccia: «O sparisce quell'emendamento o mi dimetto». Peccato che lo stesso 2 ottobre, stavolta alla camera, sia arrivato un disegno di legge delega firmato dallo stesso ministro che annuncia addirittura due strade per salvare i manager oggi sotto processo a Roma e a Milano. Da un lato, promette di abbassare la pena massima per la bancarotta «tra gli otto e i dodici anni», premessa utilissima per far crollare la prescrizione del reato sotto a dieci anni. Dall'altro, ripete che il reato di bancarotta non si applica ai dirigenti di aziende insolventi ma non fallite, se non quando sono falsi gli atti che preludono a quell'insolvenza. Tremonti non promette più le dimissioni, anche se il testo è stato già assegnato alle commissioni giustizia e attività produttive e Li gotti (idv) dal senato e Tenaglia (Pd) dalla camera gli chiedono spiegazioni. Ora però nessuno sembra in grado di spiegare come mai una settimana fa, il senatore Giuseppe Valentino (Pdl) abbia presentato un progetto di legge che parla di concordato e fallimento e dedica l'articolo 2 alla bancarotta e alla modifica delle responsabilità penali. Di questo secondo testo neppure il Pd o l'Idv, sembrano sapere alcunché.

 

Un acquirente «finto» fin dall'inizio - Francesco Piccioni

Perché la Cai di Colaninno sta facendo di tutto per gettare la spugna? Sgombrato il campo dalle patetiche accuse ai sindacati di non voler rinunciare a un gruzzolo di permessi sindacali (il repentino voltafaccia di Cisl, Uil e Ugl, ieri sera - accompagnato da quello ancora più improvviso della Filt Cgil - la dice lunga sul tasso di «resistenza» fin qui incontrato), restano in campo due ipotesi. La prima, di ordine strettamente «politico», vede le continue forzature di Cai come l'estremo tentativo di estirpare il sindacato «conflittuale» dall'azienda del futuro; imponendo una logica «a là Sacconi», dove la trattativa si riduce a un prendere o lasciare. In questo quadro, la vicenda Alitalia assume le caratteristiche di un esperimento in corpo vivo per stabilire un precedente normativo per le future relazioni industriali in questo paese. Per il governo, soprattutto, si è trattato proprio di questo. Ma quella stessa mossa era già stata fatta a palazzo Chigi, complice il «cedimento preventivo» di Bonanni (Cisl), Angeletti (Uil) e Polverini (Ugl). Stavolta, per un giorno, sono rimasti spiazzati anche loro. Infine, la residua «materia del contendere» non era poi gran cosa, finanziariamente parlando. Non si lascia un «affare» per così poco. La seconda ipotesi appare più probabile e coinvolge la tenuta della «cordata italiana». Una compagine mucillanoginosa, fatta di imprenditori in tutt'altre faccende affaccendati, ignari financo dei rudimenti del trasporto aereo e abituati agli agi garantiti da appalti e concessioni pubbliche (i più), o dalla pirateria di borsa. A parte Carlo Toto, padrone di quella AirOne che secondo molti soci è sopravvalutata (300 milioni) in vista della fusione con Alitalia. Fin qui, niente di eccessivamente strano. Poi però si viene a sapere (dal Sole24Ore) che gli advisor incaricati di stabilire l'attuale valore di mercato di Alitalia - Banca Leonardo e Rothschild - avrebbero fissato un prezzo tra i 900 milioni e il miliardo. Cai, invece, ne voleva spendere solo 300. Per una società allo stato neonatale, che ha appena deliberato un aumento di capitale fino a 1,1 miliardi, si tratta di una mazzata. Dovrebbe insomma aumentare l'offerta e contemporaneamente trovare altri soldi per fare qualche investimento (nuovi aerei, come scritto nel suo stesso «piano»). Insomma, questa banda di soci dovrebbe mettere mano alla tasca - o indebitarsi - per giocare la partita in modo almeno decente (ricordiamo sempre che i debiti di Alitalia sono già finiti, per decreto, nel debito pubblico). E' possibile? Un socio importante come Emilio Riva ha messo ieri in cassa integrazione 2.000 dei suoi operai dell'Ilva, per 13 settimane. Ha altro a che pensare. E si capisce meglio perché tutti diano il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ormai fuori del giro. Anche se dal suo entourage smentiscono con garbo. «Noi costruiamo tubi, abbiamo dato una partecipazione solo simbolica».

 

Il Congo senza pace. Goma stretta d’assedio. L’Onu assiste impotente - Serène Lasource

Goma è assediata ma ancora non cade. Nel momento in cui scriviamo, la situazione è estremamente tesa, ma la città ha ancora qualche chance di non trasformarsi in un inferno. Il cessate il fuoco unilaterale promulgato l'altroieri dalle forze «tutsi» (Cndp) del generale ribelle Laurent Nkunda Batware, ha per ora evitato conflitti più gravi di quelli dei giorni precedenti e dato un po' di tempo per le trattative che si stanno svolgendo sia a livello dei governi dei paesi della regione (Congo, Uganda, Ruanda in particolare) sia a livello di consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite. La realtà è che le relativamente esigue forze del Cndp possono in teoria entrare a Goma, da cui sono ormai distanti pochi chilometri, ma non possono mantenere l'occupazione. Lo scopo dell'offensiva lanciata dal Cndp è duplice: creare da un lato una situazione caotica e mostrare che né i peacekeeper della missione delle Nazioni unite (Monuc), né tantomeno l'esercito congolese, sono in grado di garantire la sicurezza delle popolazioni della provincia congolese orientale del Nord Kivu; dall'altro lato, costringere il nuovo governo congolese (insediatosi qualche giorno fa) a trattare - più o meno palesemente - con Nkunda un nuovo assetto dei poteri nell'area centro-settentrionale orientale (che comprende anche il Sud Kivu e l'Ituri, è estremamente ricca di risorse minerarie strategiche e agricole, allevamento di bestiame pregiato in particolare, e confina con Uganda e Ruanda, entrambi a vario titolo coinvolti nel supporto al Cndp). Goma e tutta l'area dei due Kivu alberga tuttavia un mistero. Le forze del Cndp non dispongono di armamento pesante e non superano in totale le quattromila unità; le forze armate congolesi dislocate nell'area sono (anzi erano, dato il loro drammatico stato di sbandamento) più del triplo e hanno mezzi pesanti; le forze della Monuc arrivano a diciassettemila unità nel complesso, di cui buona parte dislocate nei due Kivu, e dispongono di armamento pesante, elicotteri d'assalto, e buona mobilità terrestre. Come è possibile che qualche migliaio di soldati «ribelli» tenga in scacco forze che - se fossero realmente impiegate in combattimento - potrebbero aver ragione in qualche giorno del Cndp? Come è possibile che avvenga esattamente il contrario, e avvenga periodicamente? Ci sono due chiavi per sciogliere questo mistero. La prima e più importante è lo stato di estrema corruzione e incapacità dell'esercito congolese, dovuto a varie ragioni. Il salario di un generale arriva all'equivalente di 120 dollari mensili e quello dei soldati non supera i 50/60 dollari, ma i generali hanno di solito tre o quattro ville e lauti conti in banca all'estero. Non c'è gestione del materiale militare e nessuno sa realmente cosa viene comprato e cosa viene distribuito ai reparti. I circa 120mila soldati complessivi sono male armati, senza alcuna reale disciplina militare, e sono spesso abbandonati dai loro comandanti e da Kinshasa in zone remote, con catene di supporto inefficienti o inesistenti, la qual cosa trasforma i loro fucili e munizioni in carte di credito con incasso permanente presso le popolazioni. Comandanti e soldati vendono spesso munizioni e armamento al «nemico» o abbandonano nelle mani avversarie ingenti quantità di materiale militare quando fuggono lo scontro con il Cndp. Gli scontri recenti vicino a Goma non fanno eccezione e lo sbando è quasi totale, il che forse è, per le popolazioni e i rifugiati dalle aree a nord di Goma, ancora più pericoloso dell'invasione del Cndp. La seconda chiave è il ruolo e il mandato della Monuc. Le forze della Monuc e le agenzie delle Nazioni unite hanno svolto un ruolo positivo, impedendo almeno che accadessero sinora i massacri delle precedenti guerre e assistendo i rifugiati. È tuttavia evidente che esse sono bloccate da un intrico di veti che derivano dal gioco delle grandi potenze dentro il Consiglio di Sicurezza, dagli appoggi e le coperture che in particolare il Ruanda (nonostante dia un palese sostegno al Cndp), trova negli Stati uniti, nonché dall'ambiguo (per usare un eufemismo) ruolo della Francia, della Germania e della Gran Bretagna (e dei loro «clienti» in Africa centro-orientale). È evidente qui che le forze della Monuc sono estremamente restie (per il loro mandato ma anche per le resistenze a mettere in gioco la vita dei soldati e la elefantiaca struttura che dovrebbe supportarli), ad effettuare azioni militari. La popolazione, che dei «mandati» non sa niente e non è propensa a pensare che i soldati congolesi possano proteggerla, le vede come un inefficiente mastodonte che non sa fare niente per impedire le devastazioni che nascono dai continui scontri, nonostante la enorme disparità di forze. Come è noto, a poche settimane dall'insediamento come capo militare della Monuc, il generale Vicente Diaz de Villegas y Herrera ha dato le dimissioni, denunciando l'impossibilità - entro le condizioni date - di svolgere il proprio lavoro. Cosa non da poco. Sullo sfondo di questo «mistero» maggiore ce ne è un altro: un paese di 2,3 milioni di chilometri quadrati, circa 70 milioni di abitanti, risorse naturali eccezionali, ricchezze ingenti in certi strati superiori della nomenklatura (quella nuova di Kabila e quella vecchie di Mobutu), non riesce a stabilire un minimo di autorità nella sua regione chiave, l'Est, ove due paesi di modestissime proporzioni (Ruanda, 27 mila kmq, 33mila militari, 11 milioni di abitanti, e Uganda, 236 mila kmq, due terzi dell'Italia, 45 mila militari, 31 milioni di abitanti) fanno invece il bello e il cattivo tempo, assorbendo ed esportando le risorse naturali (minerarie ed agricole) che commerciano proprio con i due Kivu, legalmente e illegalmente. La chiave per comprendere anche questo mistero è sotterrata nella storia della colonizzazione europea e dei disastri operati ancor più nelle menti delle popolazioni conquistate, che nelle cose politiche ed economiche.

 

Il generale dissidente che tiene in scacco Kinshasa e l'Onu

Stefano Liberti

Sguardo penetrante dietro l'occhialino da intellettuale, fisico allungato tipico dei tutsi, Laurent Nkunda - il generale Nkunda - è il fulcro e il simbolo dell'instabilità in cui versa da quasi quindici anni la regione orientale della Repubblica democratica del Congo (Rdc). Freedom fighter per alcuni, criminale di guerra per molti altri, fantoccio nelle mani di Kigali secondo i suoi detrattori, «liberatore di popoli» secondo lui stesso, Nkunda è oggi il principale ostacolo alla realizzazione degli accordi di pace e alla tortuosa e complessa transizione che ha portato il Congo alle elezioni generali del 2006 e alla formazione del primo governo eletto. Attivo nel Nord del Kivu, in quell'est in cui il presidente Joseph Kabila ha ottenuto nei giorni del voto percentuali bulgare, Nkunda è affabile e cortese, ragionevole e paziente. Accoglie i giornalisti nella sua base di Kirolirwe, lancia comunicati di moderazione attraverso il sito web del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp), il movimento che ha creato nell'estate del 2007, respinge le accuse di atrocità mossegli dal governo congolese e da organizzazioni come Human Rights Watch, oltre che da diversi funzionari delle Nazioni unite. Fedele pentecostale, laureato in psicologia, il generale si definisce un soldato per forza: a leggere le sue dichiarazioni, avrebbe preso le armi per una sorta di necessità morale, per difendere i tutsi banyamulenge, la sua comunità, dagli attacchi di quegli hutu interahamwe che, dopo aver massacrato i tutsi in Ruanda durante il genocidio del 1994, si sono rifugiati proprio nell'Rdc. In realtà, secondo le malelingue, Nkunda non fa altro che perseguire lo stesso disegno di potere e supremazia regionale portato avanti dal suo alleato e mentore Paul Kagame, il presidente del Ruanda che per due volte ha invaso il paese vicino con l'obiettivo dichiarato e un po' opportunistico di dare la caccia ai genocidiari. Il genocidio del Ruanda - il drammatico peccato originario della storia recente dei grandi laghi - è in molti casi pretesto per altre politiche, ragione per mire inconfessabili, come le risorse minerarie della zona, che Uganda e Ruanda saccheggiano senza scrupoli. Un traffico lucroso, di cui anche il Cndp e l'entourage del generale vorrebbero mantenere il controllo. Se Nkunda e il suo movimento si danno per obiettivo la «restaurazione della dignità per il Congo e i congolesi», è anche vero che il destino politico-militare del generale dissidente è intimamente legato a quello del Ruanda. A 27 anni, il giovane Laurent prende parte all'avanzata travolgente verso Kigali del Fronte patriottico ruandese (Fpr) di Kagame, che pone fine al genocidio. Torna poi in Congo e si unisce alle forze di Laurent-Desiré Kabila, allora alleato di Kagame, per rovesciare il dittatore Mobutu. Quando Kabila rompe con Kigali, Nkunda entra nelle fila del Rassemblement congolais pour la democratie (Rcd), il movimento ribelle finanziato dal Ruanda per rovesciare il nuovo padrone di Kinshasa. Segue una guerra sfiancante, che si conclude solo alla morte del vecchio Kabila, per mano di una sua guardia del corpo, e con la sostituzione frettolosa del presidente con il suo giovane figlio Joseph. Durante le successive trattative di pace, Nkunda si unisce all'esercito nazionale di transizione e viene promosso generale. Ma l'idillio dura poco: il novello graduato accusa presto il potere di Kinshasa - in cui è entrato a far parte con la carica di vice-presidente anche il leader del Rcd Azarias Ruberwa - di non fare abbastanza per proteggere i banyamulenge. Nell'estate del 2004, marcia con i suoi uomini su Bukavu, capitale del Sud Kivu, in una prova di forza a cui ancora una volta la Monuc, la missione Onu in Congo, assiste impotente. Gli anni seguenti sono un tira e molla di scontri e incontri, negoziati e combattimenti. Fino all'ultima offensiva su Goma di oggi, in cui il «generale intellettuale» sembra riproporre il solito schema: agitare il fantasma del genocidio tutsi per motivi probabilmente assai più terreni.

 

«Basta punizioni collettive» - Michele Giorgio

BEIT HANOUN (GAZA) - «Nam, Nahnu Nastatiyeh», ossia «Yes, We Can». I pacifisti del mare, giunti da Cipro mercoledì a Gaza city a bordo della Dignity, prendono a prestito, traducendolo in arabo, il famoso slogan della campagna presidenziale di Barack Obama per affermare la loro volontà di tenere aperta la «rotta» tra Cipro e la Striscia di Gaza - nonostante il rischio di un intervento della marina militare israeliana - e continuare a portare aiuti e solidarietà alla popolazione palestinese soggetta a un duro embargo. Ieri, capeggiato dal deputato e attivista Mustafa Barghouti e dal premio Nobel per la pace Mairead Maguire, il gruppo di pacifisti ha visitato i terreni ad est di Beit Hanoun trasformati in un paesaggio lunare dai bulldozer e mezzi corazzati israeliani in risposta ai lanci di razzi Qassam. Una vasta estensione di terra, un tempo coltivata, ora vietata a qualsiasi palestinese. Nel pomeriggio gli attivisti internazionali sono stati ospiti della sede di Gaza del Parlamento e hanno tenuto un incontro con i rappresentanti di tutte le forze politiche presenti nella Striscia. Uno dei pacifisti, l'israeliano ebreo Gideon Spiro, nel pomeriggio ha provato a far ritorno a casa passando per il valico terrestre di Erez ma ieri sera era ancora bloccato al terminal. Per lui si prevedeva il fermo da parte della polizia per aver violato la legge militare che proibisce ai cittadini israeliani di entrare nelle aree autonome palestinesi. Abbiamo intervistato Spiro, leader storico del movimento antinucleare israeliano. Quali sono le motivazioni che spingono un israeliano ebreo a prendere parte a questa missione pacifista a sostegno di Gaza? Sono qui a nome di tutti coloro che in Israele sono contro l'assedio di Gaza. È una punizione collettiva che colpisce uomini, donne e bambini che non hanno fatto nulla di male. L'embargo accende maggiormente il conflitto. Ho aderito subito perché si tratta di una missione di carattere umanitario ma che allo stesso tempo riafferma il diritto inalienabile del popolo palestinese ad essere libero e a costruirsi un futuro senza occupazione (israeliana). Vedere in giro a Gaza un israeliano ebreo è insolito da qualche anno. Come è stato accolto? Ho ricevuto un'accoglienza calorosa. Tanti sorrisi e strette di mano e coloro che parlano l'ebraico ne hanno approfittato per rinfrescare la conoscenza della lingua. Questa visita, dopo tanti anni che mancavo da Gaza, mi ha convinto ancora di più che un soluzione (di pace) è possibile se fondata sulla giustizia e la legalità. I palestinesi hanno bisogno di ascoltare israeliani che, come me, parlano il linguaggio dell'uguaglianza, del diritto internazionale, del rispetto reciproco e non dell'uso della forza e dell'oppressione. Tra qualche mese sono previste elezioni legislative in Israele. Cosa si aspetta? Se oggi le cose vanno male, in futuro potrebbero andare peggio. Si sta formando una coalizione di destra che ha buone possibilità di vincere le elezioni e ciò affonderebbe qualsiasi ipotesi di avvio di un vero negoziato tra le due parti, rilanciando peraltro politiche aggressive e la colonizzazione. E non dimentichiamoci che questa destra avrà tra le mani anche un enorme potenziale nucleare. Si riferisce al possesso, mai ammesso apertamente, di bombe atomiche da parte di Israele? Certo, agli ordigni di cui non si parla mai. I media occidentali riferiscono in continuazione della necessità di fermare i programmi nucleari iraniani ma dimenticano che il pericolo viene maggiormente dai paesi che già posseggono la bomba atomica, come Israele. Molti si chiedono se Israele attaccherà le centrali nucleari iraniane. Lei cosa si aspetta? Prima di tutto che la Comunità internazionale impedisca a Israele di lanciare un attacco che avrebbe conseguenze disastrose per tutta la regione. La vera soluzione del problema sta nel disarmo nucleare di tutto il Medio Oriente, a cominciare proprio da Israele.

 

L'America sognata da Barack Obama - Giulia d'Agnolo Vallan

NEW YORK - Distese di grano dorato, cieli immensi, treni che corrono attraverso verdi pianure, la parata del 4 di luglio in una cittadina di provincia, una famiglia raccolta allegramente intorno al tavolo della cena, tanti bambini.... Quella di American Stories - l'infomercial di trenta minuti che Barack Obama ha mandato in onda mercoledì sera su sette canali tv - è , allo stesso tempo, l' America da cartolina normanrockwelliana della promessa illimitata (luci dorate, musiche un po' melense, foto d'epoca e girato documentario) e un paese stretto dall'ansia. Inanellate in questo spottone realizzato con la collaborazione di Davis Guggenheim (il regista che «umanizzò» e rese personale la power point presentation ecologica di Al Gore nel documentario An Incoveniente Truth) sono infatti alcune biografie esemplari attraverso le quali (da un set che ricorda lo studio ovale della Casa Bianca) Barack Obama spiega ancora una volta come intende alleviare i problemi che affliggono gli States. Missouri, Ohio, New Mexico, Colorado, Kentucky, Florida, Kansas, Illinois... la mappa di America Stories dice molto sul target di questo sforzo da oltre tre milioni di dollari con cui il candidato democratico, a sei giorni dalle elezioni, ha voluto presentare il suo «caso». Lo stesso vale per la galleria di ritratti che vi appaiono: l'anziano signore che ha perso la pensione quando la compagnia che lo impiegava è andata a picco, la giovane mamma che organizza il frigo in modo che i suoi bambini sappiano razionarsi le merende, l'anziana coppia afroamericana costretta a ipotecarsi la casa per pagare le medicine, l'insegnante che fa tre lavori per mandare a scuola la figlia, l'operaio della Ford cassaintegrato dalla fabbrica per cui suo padre e suo nonno hanno lavorato tutta la vita... Da quella middle class generica di cui entrambi i candidati parlano sempre, Obama distilla una dimensione decisamente blue collar. E, rispetto all'abbietto paternalismo che sta dietro all'invenzione bidimensional/populista di «Joe l'idraulico» (e degli altri generici «il muratore», «la pettinatrice»... che stanno aggiungendosi al Circo Barnum della campagna McCain/Palin), qui l'idea è di osservare dei volti, leggere il peso dei gesti e dei dettagli, immaginare delle vite vere. In questo alternarsi di vite, Obama fa scivolare anche la sua biografia: il ricordo di un padre africano visto una volta sola, la presenza fortissima di una madre che, a otto anni, lo svegliava alle 4 e mezza del mattino per farlo studiare, il nonno sul fronte europeo della seconda guerra mondiale, mentre la nonna a casa lavorava in fabbrica... Narrativamente e strutturalmente, il messaggio è trasparente: Barack Obama, americano «come tutti voi» - in risposta all'alterità, all'elitismo (quando non si tratta addirittura di minaccia) di cui lo accusa il ticket repubblicano. Ma questo spot così compatto - in cui le immagini del giovane candidato, spesso in bianco e nero, fanno pensare a quelle dei giovani John e Robert Kennedy - evoca in più l'essenza dell'America come progetto/sogno collettivo, sfruttata magistralmente anche da Ronald Reagan. «Vi chiederò di essere parte attiva della nostra democrazia» promette Obama prima della fine dello spot, in cui è apparso live in uno stadio affollatissimo della Florida. Secondo i primi dati, l'informercial è stato visto da 30 milioni di spettatori, una cifra considerevole in una serata durante la quale la campagna del candidato democratico ha comunque dominato le news grazie anche alla prima apparizione congiunta di Barack Obama e Bill Clinton trasmessa live dalla Florida, stato ancora «in discussione» che Obama spera di conquistare proprio con l'aiuto dell'ex presidente e di sua moglie Hillary. Accolti da una ovazione(a riprova che nella campagna Obama tutto è calcolato perfettamente, fino all ultimo dettaglio, la folla era stata «scaldata» dall'attore Jimmy Smits, president liberal nella serie tv The West Wing) al loro arrivo sul palco, Obama e Clinton - i due grandi oratori e le due star del partito democratico - hanno scambiato convenevoli e complimenti. Mettendo a tacere (almeno per ora) chi dice che non ha ancora sotterrato l'ascia dopo la sconfitta di Hillary, Clinton ha generosamente fatto la parte «pragmatica» del duetto, elogiando il senatore dell'Illinois per la sua filosofia, la sua politica, la sua capacita decisionale e quella di mandare in porto le sue iniziative. Ha inoltre raccomandato a tutti di darsi da fare il più possibile per incoraggiare il voto, in questi ultimi giorni. Poi sedutosi su uno sgabello, ha lasciato che Obama brillasse di luce propria.

 

Liberazione – 31.10.08

 

L'Onda vi ha sommerso! - Piero Sansonetti

Ieri avevamo titolato: «l'Onda vi sommergerà». L'Onda è il "nome d'arte" che ha assunto questo movimento, grandissimo, di studenti e professori. Avevamo visto giusto. L'Onda li ha sommersi. E' stata una manifestazione enorme quella di ieri a Roma (indetta dai sindacati della scuola e dai movimenti degli studenti): nel suo genere, sicuramente, è stata una manifestazione senza precedenti. A memoria, l'unica protesta politica più forte e di massa di questa, forse, è stata la famosa marcia guidata nel 2002 da Sergio Cofferati al Circo Massimo, contro la deturpazione dello Statuto dei lavoratori. Ve la ricordate? Fu un evento straordinario, emozionante, e inflisse una sconfitta durissima al governo-Berlusconi, che fu costretto a rinunciare al suo progetto contro lo Statuto e anche a cambiare l'asse politico e le ambizioni del suo governo. Ieri, a Roma e nelle altre città d'Italia, è successo qualcosa di analogo. Se mettiamo insieme tutte le manifestazioni che si sono svolte nelle varie città, oltre a quelle di Roma e di Milano, possiamo calcolare che sono scese in piazza diversi milioni di persone, cioè un una quantità di gente ancora più grande di quella del 2002. Sento molto esponenti politici, della destra e del governo, reagire stizziti a questa Onda. Dicono che gli studenti non sanno perché protestano. E addirittura minacciano di mandare la polizia, si armano di manganelli, diventano ministri con l'elmetto. Stanno facendo un errore enorme. Gli studenti e i professori sanno benissimo cosa dicono, cosa vogliono, perché protestano, con chi e contro di chi. E non son gente che si mette paura per qualche poliziotto all'uscio della scuola. Vogliono difendere le loro scuole, le università, cioè l'idea che la pubblica istruzione è il fattore fondamentale di tenuta e di crescita di una società. Sono convinti che demolire l'istruzione pubblica, o venderla ai privati, o affidarla al mercato, vuol dire gettare un velo nero sul futuro della nostra civiltà. Per questo ce l'hanno con la legge Gelmini e con la legge 133 sull'Università. Credere che sono solo ragazzi sbandati è uno sbaglio visuale così grande che potrebbe avere conseguenze dolorosissime per chi lo fa. Se qualcuno di loro ieri fosse sceso un momento in piazza e avesse cercato di guardare negli occhi questo fiume di popolo e questo pezzo, grandissimo, dell'ultima generazione di studenti, forse avrebbe capito. Avrebbe capito che ieri è finita la prima parte della storia del governo Berlusconi. Ieri si è voltata pagina nella politica italiana.

 

Da Milano a Palermo si manifesta ovunque - Claudio Jampaglia

Milano - Come cantava De Andrè "Il cuore d'Italia da Palermo ad Aosta si gonfiava in un coro di vibrante protesta". O se preferite «Il vento non si può fermare» come diceva un cartello a Milano in una delle manifestazioni più partecipate e con più striscioni del decennio (piazza Duomo piena veramente). Difficile fare la somma finale. Forse una giornata storica di ribellione intergenerazionale. Un capolavoro politico. Che mette insieme mamme ed adolescenti che a casa fanno fatica a parlarsi, lavoratrici e professoroni (pochi come sempre) storicamente su opposte barricate. E poi un mare d'insegnanti. Davanti i girotondi di bambini con un camion a pompare i classici under 14 di Crapapelata. Dietro i sound system, i fumogeni, le kefie. Uno degli unici striscioni tradizionali in plastica e caratteri stampati era quello di apertura: "Scuola e università non pagheranno la vostra crisi". Ovviamente oltre a quelli di partiti (Rifondazione e Pdci) e sindacati (tanta Cgil, Cub-Rdb, Sdl, non pervenuti Cisl e Uil). Il resto è un florilegio di libera creatività e "sovversione" fai da te. Merito delle maestre, dei bambini, dei genitori. L'alleanza è saldissima. E allegra. "La scuola non molla però tra poco crolla". "Non abbiamo tempo pieno da perdere". "Voglio 2 maestre uniche". "Rimedio Enterogelmini attenzione non somministrare in età scolare". Enormi forbici di cartone per tagliare le teste di chi passa e un travestimento da "babau Gelmini che spaventa i bambini" che si aggira tra gli striscioni facendo ridere e scappare i più piccoli. Tanti, tutti strumentalizzati ovviamente. Col loro piccolo striscione e i cori. La "stella" di nome e di fatto è ovviamente lei: Gelmini. Ci sono un gruppo di Ata con spazzoloni e camici che ne hanno davanti una in carne ed ossa con al braccio "un brunetta". Solo che questa Gelmini ha un po' di barba cammina male sui tacchi e strepita: «Vi ho contato uno ad uno siete 5mila e maleinformati...». Un cartellone dice: "Gelmini Maria Stella 4 in pagella". Un camion dei medi ha sul tetto una "Gelminator" che divora gli studenti. Un ragazzo delle medie: "Gelmini sei un troll". E poi tanto antigoverno: "Contro il regime dei buffoni", scrivono gli studenti di un artistico con facce e maschere ad hoc. «Miliardi alle banche, miliardi all'Alitalia e per la scuola taglia, taglia, taglia», cantano quelli di Sesto San Giovanni. Un altro liceo porta il famoso affresco leonardesco con scritto "Sarà l'ultima cena?" le facce sono però di Berlusconi, Tremonti e tutto il governo. Un po' di antipolitica. E tanta voglia di "bloccare tutto". Le parole positive ci sono: tempo, qualità, cultura, rispetto. E una spruzzata di antirazzismo dalla testa alla coda, contro le classi ponti e per ricordare Abba, ammazzato in queste strade, 40 giorni fa. E questa è solo, in ultrasintesi, Milano. Perché poi non si sa da dove continuare. A Torino erano altri 100mila. Con magno gaudio della Cgil che però, anche sotto la Mole, non rappresentava la radicalità e la pluralità del corteo. Speriamo se ne rendano conto. Di cosa? Che insieme si è molto forti, ma non è nelle loro mani e piattaforme - e soprattutto in quelle scivolose dell'unità sindacale - la forza di questo movimento. Un corteo delle scuole "Giù le mani dal nostro futuro" e uno degli universitari che si incontrano a metà strada. Anche qui tanta ironia. Fiori di carta sulle giacche con scritto "La scuola pubblica è un fiore all'occhiello". Camice bianco, guanti e un paziente morto su uno stendibiancheria per gli studenti di medicina: "I tagli hanno ucciso anche lui". Le studentesse di Ostetricia sfilano così: "No futuro... no parti". In Piazza Castello, l'orchestra del Teatro Regio suona in solidarietà con gli studenti mentre gli universitari improvvisano un'assemblea in stazione di Porta Nuova. Prese di mira le stazioni ferroviarie anche a Firenze con un corteo di 4 mila che blocca per mezz'ora Campo di Marte eludendo il blocco della polizia all'entrata principale. Idem alla stazione di Brescia. Occupati a Genova i binari della stazione di Piazza Principe (oltre 10mila in corteo dai Cobas al presidente della regione Martini). A Trieste in stazione hanno fatto lezione docenti e studenti di fisica (il corteo lo fanno oggi). A Catanzaro hanno bloccato anche il viadotto d'accesso al centro città. Secondo la Cgil siciliana - «e non abbiamo paura di essere smentiti» - oltre 200 mila persone in piazza nell'isola: 20 mila a Catania, 10 mila a Messina, 6 mila a Siracusa, 10 mila a Trapani, 5 mila a Caltanissetta, 2mila a Cefalù. Il resto, un altro 100mila e passa, a Palermo tra scuole e 5mila universitari che si sono aggiunti al corteo sindacale. Oltre 20 mila persone, arrivate da tutta la Sardegna, a Cagliari con in testa genitori e bambini della scuola elementare Corte Piscedda di Capoterra colpita dalla disastrosa alluvione del 22 ottobre. Secondo i sindacati la legge 133 significherà la chiusura del 50% dei 1600 istituti scolastici sardi, creando pendolarismo anche nelle classi di grado inferiore. E poi Venezia con una manifestazione di 10mila che hanno invaso il Ponte della Libertà che collega la città lagunare alla terra ferma. Ad aprire uno striscione che recita "L'onda anomala travolge la città". Subito dietro, una studentessa porta un cartello che raffigura la ministra nelle vesti di una santa "Beata Ignoranza" (Sinistra Democratica lo distribuiva a modi santino in tante città). 4mila a Belluno, 3mila a Verona (circondati dalla polizia). Ma anche 1500 a Bolzano (scuole di lingua italiana e tedesca), mentre a Trento gli studenti promuovevano un presidio e poi un corteo non autorizzato (li vogliono denunciare perché hanno creato disagio al traffico, sigh). 600 persone a Mantova, 500 ad Aosta, 400 a Piacenza. 1000 ad Ancona e 600 a Jesi in due manifestazioni di collettivi studenteschi e centri sociali. 5mila sotto una pioggia battente e fino sotto alla Prefettura a L'Aquila. Altrettanti a Lecce e Bari in due manifestazioni che hanno sorpreso anche gli organizzatori. A Napoli tre istituti superiori sfilano a Portici, mille studenti ad Arzano. Assemblea all'università Orientale e corteo di 500. A Crotone sit-in al liceo classico Pitagora. Manifestazioni a Cosenza, Reggio Calabria e Vibo Valentia (quasi tutti gli istituti chiusi) E ancora a a Capri e a Lipari (Eolie). E poi in ordine definitivamente sparso Rovigo, Adria, Perugia, Foligno, Bergamo (qualche migliaio) e decine di altre cittadine... Alle 15 studenti universitari e collettivi medi di Milano sono ancora a Piazza Affari ("Noi la crisi non la paghiamo", no?) per un'assemblea aperta tra musica e happening, poi si rimettono in marcia. Destinazione Statale per organizzarsi per le mobilitazioni di oggi (lezioni in Duomo, presidi e infopoint). Non prima di aver dovuto fare i conti con una ventina di "compagni" che decidono di alzare un po' lo scontro con la polizia in via Torino. Petardi e un cavo tirato in mezzo alla strada. Isolati subito. Alle 16.38 a Bologna medi e universitari stanno ancor provando a occupare la stazione ferroviaria. Trattativa di 40 minuti con la polizia. Alcuni si mettono a studiare per terra e poi desistono. Ma continuano sui viali. Staranno ancora girando?

 

Ferrero: «Pronti al referendum. Sugli scontri piena chiarezza»

Castalda Musacchio

«E' stata davvero una enorme manifestazione di popolo». Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione, è appena rientrato dal corteo romano e certamente non ha dubbi. «Non c'è bisogno di leggere le cifre», replica ai cronisti. «La manifestazione ha visto scendere in piazza un popolo immenso». «Un popolo - aggiunge - che chiede di non smontare la scuola pubblica. Un popolo che è sceso in piazza contro un governo che trova invece i soldi per banche e banchieri. Il decreto Gelmini deve essere ritirato». Anche per questo - sottolinea Ferrero - Rifondazione appoggerà senza riluttanza l'indizione del referendum contro una legge già bocciata dal mondo della scuola. «Ma non con un referendum promosso dall'alto: intendiamo far sì che siano le associazioni, le organizzazioni a partecipare alla raccolta delle firme». Rifondazione, comunque, appoggerà tutte le iniziative e sarà a fianco degli studenti - ha aggiunto il segretario Prc - in tutte le prossime mobilitazioni «anche perché proprio queste non si fermeranno come non si fermerà una protesta che andrà avanti insieme alla raccolta delle firme contro il decreto Gelmini». Una protesta pacifica non violenta democratica che, evidentemente, qualcuno, e non è ancora noto sapere chi, ha tutta l'intenzione di "sporcare" e di strumentalizzare in senso assolutamente negativo. Come per quegli scontri di piazza Navona con quelle immagini che hanno fatto il giro del web su cui è chiaro - Ferrero lo rimarca - «il Viminale deve far luce». Anche perché ad essere arrestato e rilasciato, proprio a seguito di quei fatti, è stato proprio un dipendente di Rifondazione. «Abbiamo chiesto al Ministero degli Interni di fare chiarezza. Anche perché - sottolinea il segretario Prc - non è possibile che un camion pieno di spranghe arrivi nel centro di Roma, in una zona super controllata. Evidentemente c'è chi lo ha fatto entrare». «Il compagno di Rifondazione - aggiunge - si occupa proprio di organizzare le manifestazioni per il partito. Ha relazioni con le forze dell'ordine ed è una persona conosciuta. Ieri - racconta Ferrero - era stato chiamato dagli studenti a seguito dei primi scontri con i fascisti. Lui è rimasto a piazza Navona esclusivamente a difesa degli studenti, non ha picchiato nessuno e quando stava andando via è stato fermato alle spalle da agenti in borghese. Convinto di essere stato aggredito, solo a terra ha capito che si trattava di poliziotti». «L'intera vicenda è filmata, ma - precisa il segretario di Rifondazione - ho voluto spiegarla perché non c'è niente da nascondere. Non è possibile che persone con le spranghe arrivino a 100 metri dal Senato». E lo stesso racconto di Yassir getta altre ombre su quegli scontri. «E' stato terribile», racconta. «Me ne stavo andando via. Mi sono sentito prendere da dietro sul collo. Ho avuto davvero paura potessero essere quelli del "blocco". Ho cercato di divincolarmi, mi sono ritrovato con varie persone addosso. Alla fine ho sentito qualcuno che ha detto "il soggetto è immobilizzato" e a quel punto mi sono rasserenato. Anche perché ho pensato "meno male" sono i poliziotti e non i fascisti». Ma il fatto di essere stato trascinato via senza motivo, certo, non gli va giù. «E' un'esperienza da dimenticare, in diciotto anni di manifestazioni quello che è accaduto a piazza Navona non mi era mai accaduto». Yassir del resto lo conoscono tutti. Lavora a Rifondazione da tempo. Ha sempre fatto parte dell'organizzazione del partito, ha partecipato varie volte al servizio d'ordine e di vigilanza per le manifestazioni. E ha contatti continui con le forze dell'ordine proprio a causa del suo lavoro. «Ne ho fatte tante di manifestazioni, da Genova in poi, e posso ben dire che abbiamo sempre organizzato manifestazioni in modo pacifico e non violento. La nostra è sempre stata una protesta assolutamente democratica e civile». Ma quel modo di intervenire delle stesse forze dell'ordine è stato davvero inatteso. Anche perché - annota - «il funzionario che mi ha arrestato è lo stesso con il quale avevo parlato due giorni fa per un'altra manifestazione, quella di piazza Venezia, e mi sono sorpreso di questo fatto, anche se debbo dire che poi l'iter seguito è stato assolutamente sereno». Yassir è stato rilasciato ieri mattina. Tra due settimane ci sarà il processo. «Speriamo bene - dice - speriamo che si risolva tutto, e presto». E' questo l'auspicio di tutti. Anche perché - conclude Ferrero - «provocazioni di questo tipo non debbono accadere più. Abbiamo visto a Genova i black block che scorazzavano liberi in città mentre i manifestanti venivano picchiati. Non vorremmo mai più rivedere quelle scene scioccanti».

 

Repubblica – 31.10.08

 

Il giorno della verità dei fratelli d'Italia - GIUSEPPE D'AVANZO

Chissenefrega della solita conta, un milione e mezzo, un milione, ottocentomila o fate voi. Roma è per intera paralizzata. E' impossibile anche entrare in città. Decine di pullman sono "spiaggiati", come balene, sul Grande Raccordo e, nell'impossibilità di raggiungere il centro storico, migliaia di persone se ne vanno in processione, allegre e rumorose, là dove sono: lungo l'anello autostradale, alla Magliana. In centro, chi si è mosso da piazza della Repubblica scende dal Pincio verso piazza del Popolo che il serpente - quieto e colorato di palloncini blu e giallo e rosso - ha ancora la coda nella posta di partenza. Chi con realismo dispera di arrivarci, in piazza del Popolo, cambia strada. La protesta si frantuma e si disperde dilatandosi là dove trova spazio e strade libere da affollare. I cortei diventano tre e si muovono in direzioni diverse, gli universitari e gli studenti dei licei venuti dalla Sapienza e da molte città del Mezzogiorno se ne vanno verso Trastevere e circondano il ministero della Gelmini e le gridano: "Mariastella, arrenditi. Sei circondata!" Quanti saranno? Importa davvero a qualcuno, se non al governo imbarazzato ("poche migliaia di persone"), avere un numero? E' il giorno della realtà, questo, quale che siano i numeri. E' il giorno della robusta e ostinatissima realtà. È il giorno della concretezza della vita quotidiana di studenti e insegnanti, delle compromesse speranze di futuro dei più giovani e delle loro famiglie. È il giorno della tangibilità di una sdegnata rabbia per il presente che - con la voce e il corpo di centinaia di migliaia di uomini e donne, ragazze e ragazzi che nella scuola e nelle università ci vivono, ci lavorano, ci studiano, ci sperano - mette finalmente in un canto, per un'intera mattinata, le formule vuote e le verità rovesciate che avvelenano il discorso pubblico. Dice un'insegnante in piazza della Repubblica - non sono ancora le nove, la pioggia è intensa e tutti sono già zuppi d'acqua e non se ne curano - : "È come se mi avessero messo davanti allo specchio. Io ho i capelli neri e loro mi dicono che sono biondi. Li ho corti e quelli dicono che ho i capelli lunghi. Dicono che sono strabica, incartapecorita dagli anni e sdentata e invece io so di essere giovane con gli occhi e i denti giusti. Dicono che sono depressa e io invece so di essere energica e decisa. Quel che dicono di me, non mi racconta, non mi descrive. Quella non sono io. Questa non è la scuola che abito e conosco. Hanno bisogno di trasfigurarla per poterla distruggere in silenzio e nel disinteresse dei più. Ecco perché sono qui. Sono qui perché non voglio vedere distrutta la scuola pubblica che è la mia scuola e la scuola di tutti. Vorrei fare io una domanda a tutti: chi ne parla, conosce davvero la scuola?". È un leit motiv: davvero conoscete la scuola, signori? Davvero la conosce il governo? Di quale scuola parlano, parlate? Di quella che ogni giorno, con i suoi ritardi e le sue eccellenze, con i suoi sacrifici e pigrizie, con i suoi piccoli sconosciuti eroismi, apre i battenti? O di quella che immaginano o lasciano immaginare per poterla schiacciare? Sono domande - spiegano in una singolare coincidenza di opinioni, studenti e professori, bidelli e maestri, sindacalisti e ricercatori - che impongono di chiamare le cose con il loro nome, finalmente. Così, anche se negli slogan Mariastella Gelmini è protagonista e trasfigurata in santa, "Santa Ignoranza", nei colloqui, nei capannelli, nelle discussioni che si accendono qui e lì il decreto diventato ormai legge dello Stato non ha una madre, ma soltanto un padre: Giulio Tremonti. Dice uno: "La Gelmini, di suo, avrebbe dovuto proporre un disegno, un progetto educativo, un documento da discutere, un percorso riformatore per passare dalle criticità di oggi - che ci sono e non trascurabili - a un assetto più soddisfacente nel futuro. Non lo ha fatto. La sua è una presenza muta. È una comparsa. Il primattore è l'altro, è Tremonti. Suoi sono i tagli e questa riforma - che è una falsa riforma - non è altro che tagli al personale docente, amministrativo e tecnico; risparmi per il bilancio dello Stato; riduzione dell'orario scolastico e fine del tempo pieno; tagli al Fondo di finanziamento delle università e trasformazione degli Atenei in Fondazione private. Noi abbiamo bisogno di più riforma e invece ci danno meno risorse e nessuna riforma". È il giorno della realtà, questo. Non è il giorno dei "grembiulini", del "cinque in condotta", del maestro che da "unico" diventa per magia, per conformismo e obbedienza dei media, "prevalente". In una parola non è il giorno dei codici comunicativi e vuoti che, con sapienza, Berlusconi ha messo in campo per nasconderla e manipolarla, la realtà. L'"avviso ai naviganti" del mago di Arcore puntava ad accendere il solito dispositivo, a innescare un riconoscimento identitario della società con la sua leadership, a indicare un ostacolo da rimuovere: i "fannulloni", gli "ignoranti", il "potere dei sindacati", gli "insegnanti pagati troppo per quel che fanno e danno", una scuola che è soprattutto o forse soltanto "spreco". In una parola, un'"infezione" che minaccia la salute del Paese. La protesta contro la riforma della scuola -suggeriva il premier - compromette il diritto allo studio. Pregiudica il futuro dell'educazione che invece la riforma assicura. Le proteste danneggiano la formazione dei più operosi. Quindi, la loro stessa libertà. Berlusconi ha voluto indicare alla sua gente - "la maggioranza silenziosa" come va dicendo la Gelmini - un terreno di conflitto, quasi una chiamata alle armi, un nuovo ambito di ostilità di un'Italia: la sua Italia, contro l'altra che non lo ama o che vuole giudicarlo senza pregiudizio per quel che fa. Non ha esitato a minacciare l'arrivo dei Reparti Celere nelle scuole e università "okkupate" perché sempre un "diritto di polizia" si affaccia quando "lo Stato non è più in grado si garantirsi gli scopi empirici che intende raggiungere ad ogni costo". A quanto pare, se si guarda questa piazza e queste vie, Berlusconi per una volta ha sbagliato i suoi calcoli. Clamorosamente. Per la prima volta, in questa legislatura. Come dicono lungo via Sistina, "il governo è riuscito nel miracolo di mettere insieme tutte le sigle sindacali", che solitamente intrattengono tra di loro i rapporti che il cane ha con il gatto. Ha consentito a un'intera generazione, distratta, disillusa, spettatore passivo distante dal luogo comune, di scoprire che la politica non è appartenenza a un partito o a un gruppo, a una fazione o a un'ideologia, ma che è politica soltanto la volontà di opporsi e resistere a un progetto di ordine sociale che esplicitamente rinuncia a una concezione dello Stato "garante legale dell'eguaglianza" per disegnare esclusioni e differenze, creare privilegi e divisioni. Non c'è chi in questo corteo, che ora affolla piazza del Popolo e via Ripetta e via del Babuino fino a piazza Augusto Imperatore e piazza di Spagna, non abbia letto il decreto e toccato con mano che "i grembiulini" sono soltanto polvere negli occhi che acceca. Lo studente universitario ti spiega pignolissimo come "il Fondo di finanziamento ordinario delle università viene progressivamente ridotto di 63,5 milioni per il 2009, di 190 milioni per il 2010, di 316 milioni nel 2011, di 417 milioni per il 2012 e di 455 a partire dal 2013, un risultato che si otterrà vietando di assumere personale oltre il 20 per cento dei pensionamenti dell'anno precedente. Una morta lenta che ucciderà tutti, i buoni e i cattivi senza alcun discernimento: chi ha disperso le sue risorse e chi le ha utilizzate al meglio; chi ha valorizzato il merito e chi ha inaugurato un insegnamento inutile per dare una cattedra all'amante o al figlio. Dicono: quel che non darà più lo Stato lo forniranno le Fondazioni, ma quali, ma come? Il governo non lo dice perché o non lo sa o non può dire che vuole un'università privatizzata". È la trama della realtà che fa capolino. È il suo giorno. Per una volta, la "comunicazione" può attendere. I trucchi non funzionano. Quell'indifferenziazione tra reale e fittizio che sempre Berlusconi riesce a costruire appare sgonfia come una ruota bucata. La gente che è qui, che ancora non riesce a raggiungere piazza del Popolo, sembra che ancora riesca a distinguere ciò che accade davvero da quel che la politica e i suo cantori raccontano. Madri di famiglia ti spiegano come cambierà concretamente la loro vita e la vita del figlio con la fine del "tempo pieno", con il "maestro unico" e l'orario settimanale di ventiquattro ore. "Che cosa è più educativo la strada, la televisione o la scuola?", chiedono. La realtà. Ha il fiato corto Berlusconi quando si lamenta della "scandalosa capacità di mentire su cose di buonsenso" o quando nega che ci siano tagli. Qui se ne vanno in giro con nella borsa o in tasca il decreto e, sollecitati, sono pronti a squadernartelo sotto gli occhi. "I docenti a tempo determinato che voleranno via come stracci saranno 87.341 in tre anni. Nel 2009/10, 42.105; 25.560 nel 2010/11; 19. 676 nel 2011/2012. Questo per gli insegnanti. Per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario sono previsti 42.500 posto in meno, il 17 per cento in meno. Come si fa a dire che non ci sono tagli?". In piazza del Popolo, un'orchestrina intona l'inno di Mameli. È bizzarro, e di certo non consueto, che prima sottovoce, poi con sempre maggiore forza e convinzione, quel canto dilaghi in ogni angolo della piazza. A pensarci meglio, non è fuori posto "Fratelli d'Italia". Anzi, quel canto appare coerente. Forse può essere addirittura il senso della giornata. Le persone che sono qui, quale che sia il loro numero, sembrano sapere che è in gioco "un'idea di Italia" a cui non vogliono rinunciare. Sanno che "la scuola pubblica, la scuola di tutti", quell'idea la custodisce. Anche con i suoi deficit.

 

La Stampa – 31.10.08

 

Scuola, il giorno dopo lo sciopero

ROMA - Dopo gli scontri in piazza Navona tra studenti di destra e di sinistra è arrivato il momento dell’unità: studenti universitari, di scuola media, di opposte fazioni, sono scesi ieri in piazza a Roma e in tante altre città italiane accanto a genitori, bambini e lavoratori del comparto scuola chiamati a raccolta dai sindacati in uno sciopero generale. Un milione in piazza a Roma, secondo gli organizzatori, anche se il ministro dell’Interno Roberto Maroni minimizza parlando di sole 100mila presenze, che però hanno intasato la capitale e riempito ben tre cortei lungo le vie del centro. E gli studenti sono rimasti uniti anche di fronte alla minaccia di venire denunciati. Alla fine della giornata soddisfatti i sindacati. «Mai vista una piazza così», dice il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. E tutti puntano al referendum per abrogare la legge Gelmini, approvata solo mercoledì. Lo annuncia il partito Democratico, è d’accordo l’Italia dei valori, favorevole la sinistra extraparlamentare. Il Codacons ha annunciato di aver già iniziato a raccogliere le firme. Silvio Berlusconi non solo non sembra scalfito dalla protesta ma anzi rilancia tornando ad attaccare l’opposizione: «La sinistra è scandalosa, ha questa capacità assoluta di rovesciare il vero e di non dire la verità». Non si placano, però, le polemiche relative agli scontri di Piazza Navona: il sottosegretario all’Interno, Francesco Nitto Palma, in un'informativa urgente del Governo alla Camera, ha infatti sostenuto che gli scontri più duri di Piazza Navona dell’altro ieri sono stati avviati da un gruppo di circa 400-500 giovani dei collettivi universitari e della sinistra antagonista che è venuto a contatto con gli esponenti di Blocco Studentesco. Nitto Palma ha spiegato che in piazza quel giorno c’erano un centinaio di persone del Blocco Studentesco, con un camioncino. «È usuale - ha sottolineato - che durante le manifestazioni i mezzi con altoparlanti raggiungano piazza Navona». Prima dell’arrivo del gruppo dei 400-500, ha ricostruito il sottosegretario, c’erano stati momenti di tensione e contatti tra i manifestanti del Blocco Studentesco e quelli di sinistra, ma «l’interposizione del personale di polizia in abiti civili ha evitato possibili tafferugli. In questo frangente - ha sottolineato - il personale di polizia non ha udito cori apologetici del fascismo, ma slogan contrapposti». In seguito, molti studenti hanno cominciato ad abbandonare la piazza. «Quelli del Blocco Studentesco, raggruppati intorno al camioncino ed invitati più volte ad allontanarsi dalla piazza dalle forze di polizia - ha proseguito Nitto Palma - avevano iniziato a spostarsi portandosi verso piazza delle Cinque Lune con l’intenzione di andare verso il ministero della Pubblica istruzione. Ma arrivati nella piazza il gruppo ha deciso di fermarsi». Nel frattempo, ha riferito, «da Corso Vittorio sono giunti circa 400-500 persone appartenenti a collettivi universitari ed alla sinistra antagonista che si sono uniti agli altri studenti. Alcuni indossavano caschi di motociclista e, invece di attestarsi nella piazza a manifestare, si sono fatti largo tra i ragazzi e, arrivati all’altezza di piazza delle Cinque Lune si sono dapprima schierati urlando slogan contro i fascisti e poi hanno iniziato un fitto lancio di oggetti, sedie e tavolini prelevati dai bar della piazza». Alcuni esponenti del Blocco, ha continuato il sottosegretario, «ma in numero molto minore, si sono schierati ed hanno preso bastoni dal camioncino, mentre i ragazzi dei Collettivi sono avanzati venendo a contatto. Le forze dell’ordine hanno quindi separato i contendenti».

 

Occupa la scuola, non interrompere – Flavia Amabile

Allora, occupare una scuola si può. Senza interrompere le lezioni, però. Il ministro dell'Interno Roberto Maroni l'ha precisato ieri. ''Chi occupa abusivamente le scuole impedendo ad altri l'esercizio del diritto di frequentare sarà, come giusto, denunciato alla magistratura". E quindi che cosa accadrà a chi verrà denunciato? Potrà difendersi? Se ci si trova di fronte a una denuncia per l'occupazione abusiva di scuole e l'impedimento ad altri studenti di usufruire dell'insegnamento, l'azione penale è obbligatoria. L'occupazione di edifici pubblici e l'interruzione di pubblico servizio sono due reati previsti rispettivamente dall'articolo 633 (fino a due anni di reclusione la condanna) e 340 (fino ad un anno di reclusione, ma per i promotori la pena può arrivare a cinque) del Codice Penale. Per capire che cosa accadrà dopo la denuncia, però, bisogna andare a riprendere le sentenze della Cassazione sull'argomento. La numero 35178 del 2007 prevede che i precari della pubblica amministrazione non possano occupare i locali per ottenere un contratto a tempo indeterminato. Rischiano una condanna per interruzione di pubblico servizio. C'è anche un'altra sentenza della Cassazione. Risale a qualche anno prima e riguarda proprio le occupazioni studentesche. Viene pronunciata nel 2000, i giudici della seconda sezione penale affermarono che occupare la scuola in segno di protesta non è reato. Anzi, può essere considerato un diritto, un modo legittimo di intervenire sulla propria formazione. La vicenda risale alla fine degli anni Novanta e si riferisce a 11 studenti di un istituto tecnico di Prato che avevano proclamato l'autogestione. La vienda era finita in tribunale. Il pretore li aveva assolti, a quel punto il procuratore generale di Firenze e il pm di Prato avevano fatto ricorso. I giudici della Cassazione respinsero il ricorso con questa motivazione: gli studenti sono soggetti attivi e non semplici frequentatori della scuola. E quindi hanno il diritto di partecipare alla gestione con un «incisivo» potere-dovere di collaborazione, protezione e conservazione della scuola, oltre che di iniziativa per «il miglioramento delle strutture e dei programmi di insegnamento». Per il procuratore generale e per il pm di Prato l' occupazione doveva essere considerata un comportamento illegittimo, visto che non aveva collegamento con la funzione scolastica ed educativa, ma era diretta a manifestare una protesta. Per la Suprema Corte, invece, «se è innegabile che l' edificio, nella sua struttura muraria e nelle sue attrezzature, appartiene allo Stato e, di conseguenza, non dev'essere danneggiato, è altrettanto vero che la scuola costituisce una realtà non "estranea agli studenti", che contribuiscono e concorrono alla sua formazione e al suo mantenimento». «La sentenza della Cassazione non aggiunge molto a centinaia di sentenze dei giudici ordinari sulle occupazioni che, salvo rari casi, hanno assolto gli studenti non pronunciandosi né a favore né contro, o facendo rientrare la protesta tra le attività didattiche integrative - aveva dichiarato allora Rosario Drago, esperto di questioni scolastiche - Ma ora per la scuola s' impone l' obbligo di regolare questo diritto. D' ora in poi, temo, l' occupazione sarà rivendicata». Quando Luigi Berlinguer sedeva sulla poltrona di ministro dell' Istruzione, per risolvere il problema delle occupazioni, disse che si poteva prevedere una settimana di sospensione delle lezioni per consentire ai ragazzi di svolgere attività autogestite. Lo «stop» delle lezioni sarebbe avvenuto nel mese di novembre, quando nelle scuole superiori inizia la stagione delle proteste.

 

Il popolo del ghetto che spaventa i bianchi – Lucia Annunziata

SUNRISE (Florida) - Tutto questo è straordinario, portentoso, ma capisco. Capisco perché l’America può avere paura della elezione di Barack Obama. Il pensiero arriva laterale, come tutti quelli inconfessabili. Concentro il mio fastidio (la mia paura?) in maniera da analizzarlo. Ma l’analisi è il peggior rimedio. Sono da ore dentro un’astronave. Non ho altre immagini per descrivere la profonda emozione e la lontananza dal resto del mondo che traspira in questo spazio chiuso. Lo Stadio BankAtlantic Center, lungo la statale 95 che percorre la Florida dal Sud al Nord, da ore ha lasciato la terra per divenire una fonte di «esperienza». La folla pompa, come un motore, odori, rumori, sudore; l’adrenalina è un collante che forma una seconda pelle. E in mezzo a questo battito sostenuto, c’è Barack Obama, intoccabile, liscio, come avviluppato da una membrana. Ha un vestito grigio che cade senza una piega - eppure lo avrà addosso da ore. E’ salito con i soliti brevi balzi sulla scaletta del palco, ma da quando è davanti alla folla non spreca un movimento. Una mano per sottolineare la pause del discorso, un mezzo giro per essere sicuro di risultare visibile a tutti. Le urla della sala non lo scuotono. E’ una pallida, luminosa zona di calma in mezzo a una tempesta di passioni. Voglio uscire. Negli ultimi ventotto anni ho seguito ogni elezione americana. Ma nessuna delle onde di entusiasmo che periodicamente le precedono, dal 1980 di Reagan al 1992 di Clinton, si misura con quello che si è messo in moto intorno ad Obama. Sunrise, dove siamo, è un posto di nulla, un non-stop su una autostrada, dietro cui si allarga uno dei molti quartieri neri. Non è dunque un comizio per la Tv questo, come quello che fra poco tutti seguiranno sullo schermo, a Orlando, con Bill Clinton; ma forse per questo è più vero. La folla arriva dal mattino a ondate così massiccie che la polizia deve continuare a bloccare il traffico sulla superstrada. Arrivano con impeto. Sono tutti neri. Non i neri della pubblicità e nemmeno quelli di Columbia o Harvard, così perfettamente digeriti dalla nostra estetica. Sono neri del ghetto, che portano con sé il ghetto: frigorifero con il cibo, ombrelli per farsi ombra, sedie pieghevoli. Sono tutte le facce di una integrazione data, negata, limitata, e non tutte queste facce sono rassicuranti: ci sono le commesse, le signore della classe bene, le anziane donne con file di nipotini senza genitori, ma anche i ragazzi delle gang, i lavoratori giornalieri, le ragazzine sfacciate, e il rasta puzzolente e «fatto» ha lasciato il suo angolo di strada per arrivare fin qui. Lontano dalla città, i bianchi sono solo una spruzzatina di diversità, e i Latini non ci sarebbero comunque. Si materializza così un mondo che è tutto interamente nero. E’ l’America senza i bianchi. Con il suo inglese, le sue abitudini così diverse, un mondo parallelo che finalmente emerge, invece di essere, come ogni giorno, spezzettato nel volto della cameriere, o del giardiniere, o dell’autista. E nell’emergere mostra apertamente qualcosa che abbiamo letto, nei romanzi di James Baldwin soprattutto, ma di cui raramente abbiamo fatto esperienza diretta: l’intensità. Ci possono arrivare i sentimenti circoscritti da secoli di ghetto. Non è infatti una semplice folla elettorale questa, e Obama non è un semplice candidato presidenziale. Pregano, cantano, ballano. L’intensità della loro certezza è tutta raccoglibile in un piccolo episodio successo mentre tutti si aspettava fuori. Nell’angolo del dissenso (spazio ufficiale) si presenta un repubblicano, giovane, che innalza un cartello con scritto «Obama è il presidente di Hamas». Viene circondato, giovani neri vogliono convincerlo, si passa all’Iraq, alla disoccupazione, si alzano le voci - fino a che dal fondo si stacca un vecchio nero, magrissimo, con le mani spaccate, un lavoratore della terra, che pare uscito da Huckleberry Finn, si avvicina, punta il dito verso il repubblicano, e tuona con la certezza di chi ascolta gli angeli: «Uomo, ho una notizia da darti: il 4 novembre il presidente degli Stati Uniti cambierà. E sarà un nero». Non Obama, non un politico. Non uno qualunque, ma il presidente degli Stati Uniti. E sarà nero. È la voglia, la attesa, la speranza di quasi tre secoli di ghetto. Sempre finite con una uccisione o una delusione. Che si risvegliano oggi di nuovo, e trasformano una elelzione in una preghiera. Questa preghiera è quello che avverto dentro la navicella spaziale. È così lontana da noi bianchi questa dimensione, è così poco mediato questo rapporto razziale, che la parte istintiva di me si ritrae. Il momento passa, ma quell’attimo (posso dire di “razzismo”?) c’è stato. Sufficientemente lungo per capire la forza tellurica che contiene questa sfida elettorale, e i miasmi di paura che sta spargendo: per i bianchi c’è il timore di essere presto spossessati, per i neri il timore di venire per l’enessima volta ricacciati fuoti. Capisco anche infine perché al centro di questa navicella ci sia un Obama così controllato, a pulsione così bassa da sembrare lontano. L’Obama-Zen, come tutti i commentatori chiamano la sua calma. Per fortuna che è così. Se alla passione di tutti i presenti aggiungesse la sua, questa sarebbe non un’astronave, ma una scatola di cerini incendiati.

 

Corsera – 31.10.08

 

Questi fantasmi - Pierluigi Battista

La violenza politica è una bestia che si autoalimenta, che si dilata a dismisura quanto più riesce a occupare il centro della scena, quando riesce a imporsi con prepotenza nel cuore del discorso pubblico. L’escalation violenta è una profezia che si autoavvera se riesce a trasmettere con successo la sua atmosfera impastata di angoscia e di tensione. Perciò i trecento violenti che da opposte sponde, durante una manifestazione di migliaia e migliaia di studenti, si sono affrontati con le mazze e le spranghe a Piazza Navona, riuscirebbero a riscattare la loro miserabile minorità quantitativa se si regalasse loro un supplemento di attenzione (e di apprensione) che non meritano. E raggiungerebbero un altro scopo: risvegliare i nostri fantasmi facendoci smarrire il senso della realtà e delle sue giuste proporzioni. I violenti esistono, e di loro si devono efficacemente occupare i responsabili dell’ordine pubblico. Esistono (sempre) le frange lunatiche, gli irriducibili dell’estremismo manesco e arrogante. Si sono esibiti a piazza Navona ed è più che probabile che nel girotondo dei cortei e delle occupazioni possano trovare altri palcoscenici propizi per le loro ostentazioni di potenza para-militare. Ma quello che ci attanaglia e ci impedisce di capire è invece lo spettro della violenza, il ricordo lancinante di stagioni in cui la violenza, il terrore, il sangue, lo scontro fisico e persino i deliri di annientamento del nemico politico diventarono il tragico tono dominante di un’epoca, trascinando l’intero «movimento» di allora nei gorghi di una deriva cruenta. È il fantasma degli «anni Settanta » che ci induce ogni volta a decifrare le cose come un’eterna ripetizione del sempre uguale, come la replica e la riattualizzazione interminabile di un momento archetipico della nostra storia. A intensificare questo sentimento di perenne già visto e già sofferto contribuiscono certo le liturgie, i modi d’essere e di parlare di una generazione che anche stavolta non finisce di abbeverarsi alla mitologia di un fantastico e primigenio ’68 da far rivivere con appositi riti mimetici. E del resto il lugubre armamentario dei violenti di piazza Navona (le solite spranghe, i soliti caschi, i soliti visi coperti, le solite agili movenze che teatralizzano lo scontro fisico, i soliti camioncini zeppi di armi contundenti) appare anch’esso come il canovaccio ossessivo di chi vuole recitare il remake degli eterni anni Settanta. Ma, come in un gioco di specchi, la stessa fissazione rischia di riverberarsi nelle teste e nelle penne di chi commenta, interpreta i fatti di questi giorni, indaga la dinamica delle piazze solcate dagli studenti, appannando la capacità di distinguere e cogliere le differenze, ingigantendo allarmi, fobie, timori alimentati dai traumi del passato. E invece trecento violenti non sono la prefigurazione di ciò che dovrà necessariamente accadere in dimensioni maggiori e più drammatiche: sono trecento violenti e basta. Non un prolungamento dei cruenti anni Settanta, ma una scheggia delimitata e circoscritta cui si può ancora impedire di contaminare i tanti che con la pratica e il mito della violenza non hanno (al momento) nessuna dimestichezza, nessuna attrazione fatale. La violenza degli anni Settanta disponeva di una diffusa ideologia che forniva ai violenti legittimazione e credibilità. Si inscriveva in un contesto emotivo e morale che aveva ancora nel mito della palingenesi rivoluzionaria la sua fonte di ispirazione. Era immerso in un movimento che individuava nella figura del poliziotto il braccio armato dello «Stato borghese» da abbattere con tutti i mezzi. La guerra sanguinosa tra «fascisti» e «comunisti» era l’orizzonte esistenziale di un numero incalcolabile di giovani e meno giovani. Oggi fare il gioco della guerra tra «fascisti» e «comunisti» è solo un patetico rifacimento di una storia senz’anima e il richiamo alle identità maledette del passato, una recita in cui l’attimo dello scontro violento ne è solo il compimento rituale. La sovraesposizione mediatica di cui la scena violenta inevitabilmente gode dipende dalle qualità spettacolari che l’urto delle spranghe e dei volti coperti contiene in sé. Ma la paura che il tafferuglio di piazza Navona possa essere l’inizio di una svolta violenta destinata a coinvolgere centinaia di migliaia di persone finora immuni dal virus della violenza è piuttosto la proiezione di un incubo, l’incubo degli anni Settanta, che rischia di materializzare i fantasmi evocati, anziché allontanarli e tenerli a bada. Perché ciò non accada, molto dipenderà dagli stessi studenti se saranno in grado di arginare la tentazione della radicalizzazione violenta inopinatamente risvegliata dai fatti di piazza Navona e se sapranno sottrarsi all’incantamento politico-mediatico in cui si privilegia il gesto che fa scalpore a scapito di tutto il resto. Molto dipenderà dalla saggezza di chi nel governo ha le redini dell’ordine pubblico e vorrà muoversi per isolare e rendere innocui i pochi violenti e non per regalare generosamente loro un piedistallo martirologico. Molto dipenderà anche da chi commenta e interpreta la protesta, se riuscirà a non lasciarsi imprigionare dai fantasmi del passato e da uno schema ricalcato sugli avvenimenti di oltre tre decenni fa. La storia non è un destino già scritto in partenza e la lezione del passato non può essere un alibi, un automatismo mentale per non capire che non tutto è sempre uguale a se stesso, malgrado le apparenze.

 

Walter tesse e Guglielmo strappa - Maria Teresa Meli

Sembrano passati anni luce dalla fine del ’98, quando Walter Veltroni, neoleader dei Ds, accarezzò l’idea di affidare l’organizzazione del partito a Guglielmo Epifani. Ora Veltroni è segretario del Pd, Epifani della Cgil, ma i rapporti tra i due non sono quelli di un tempo. E’ più di un mese che Veltroni tenta di ricucire ciò che Epifani strappa. Ma adesso che quel che il leader della Cgil ha rotto è l’unità sindacale, tutto diventa più difficile. «Questa vicenda - osserva Enrico Letta - presenta dei problemi per il nostro partito. Ma può anche servire da esame di maturità: il Pd non avrà un sindacato di riferimento e alla fine dovrà farsene una ragione». Aggiunge Fioroni: «Noi non possiamo stare dalla parte della conservazione». Già, i moderati del Pd, gli ex della Margherita e non soltanto loro, non possono seguire Epifani lungo questa china. E inevitabilmente finiscono per avere migliori rapporti con Raffaele Bonanni: «Sono più dentro il Pd io che Guglielmo», scherza il leader della Cisl con un collega. Non è un caso, del resto, che ieri le agenzie riportassero solo due dichiarazioni ufficiali di appoggio al segretario della Cgil: quelle di Ferrero e Diliberto. Questa è la situazione. Finora Veltroni è riuscito a gestirla, cercando di salvare il "compagno Guglielmo" a furia di mediazioni. La prima si è svolta nel salotto di casa sua: Colaninno e il leader della Cgil hanno stretto lì l’accordo sull’Alitalia. Il segretario Pd lo ha fatto poi sapere per respingere le critiche di chi lo dipingeva come il burattinaio di Epifani il massimalista. Ma tanta pubblicità non è piaciuta al leader della Cgil il quale ha confidato a un amico sindacalista di essere «arrabbiato». Poi è partita la storia della contrattazione con Confidustria. Ancora una volta Veltroni è stato costretto a intervenire. Con Emma Marcegaglia, per spiegarle che ci voleva del tempo ma che alla fine avrebbe cercato lui stesso di spingere per l’accordo. Con Cisl e Uil, chiedendo di aspettare prima di firmare senza la Cgil. Mediazioni e dichiarazioni: «Superate le divisioni sindacali»; «Gli statali non sono fannulloni, ma tutto quello che si può fare per l’efficienza e la produttività va bene», e via di questo passo. Parole che certo non spingevano alla rottura, anzi. Ma Epifani è andato avanti dritto come un treno: «Tutti quelli che incontro mi chiedono di tener duro, di non firmare». Un treno che non si è fermato neanche ieri: «Ovvio, il segretario della Cgil non ha firmato con Confindustria e ora non può firmare più niente», commenta la Pd Maria Paola Merloni. Un treno che non si fermerà neanche oggi quando la Fiom annuncerà il suo sciopero in solitaria e all’iniziativa sarà presente Epifani. Quello stesso Epifani che l’anno scorso voleva "commissariare" l’organizzazione dei metalmeccanici, ora ne sposa la linea dura e pura. Del resto, il segretario della Cgil, nonostante l’aspetto mite, è fatto di tutt’altra pasta. E’ sufficiente ricordare che all’epoca dello scontro per la leadership dei Ds tra Cofferati e Fassino era il più estremista e puntava addirittura alla scissione. Veltroni non può sposare una linea massimalista, non è la sua e lo ha dimostrato in questo periodo. Il 6 ottobre, in un incontro riservato con i sindacati, è arrivato a dare ragione a Cisl e Uil, che spingevano per l’accordo con Confindustria, e non alla Cgil. Finora, però, il segretario del Pd è stato bene attento a non rompere i rapporti con Epifani. Perché aveva la manifestazione del 25 e gli serviva la macchina organizzativa della Cgil, dicono maliziosamente i suoi avversari interni. Ma così non è. Certo, non è che l’appoggio del sindacato non sia stato gradito e ricercato in vista del Circo Massimo. Il segretario del Pd, però, non strapperà con Epifani, anche se le sue prese di posizione lo mettono in difficoltà con l’ala filo-Cisl del partito. Piuttosto tenterà caparbiamente di portare avanti il compito di mediatore che ha assunto in questo periodo. E di pungolare la Cgil cecando di rimetterla in carreggiata, facendo anche dei distinguo tra la posizione del Pd e quella dell’organizzazione di Epifani. E’ un sentiero stretto, quello che Veltroni si accinge a intraprendere, un sentiero che si snoda tra i moderati del partito stufi del massimalismo della Cgil e l’Epifani versione dura.


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