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Tornano le tute blu e la Cgil è con loro -

Liberazione – 1.11.08

 

Tornano le tute blu e la Cgil è con loro - Stefano Bocconetti

E' saltata l'ultima analogia possibile. Per fortuna o per disgrazia, ma è saltata. Davvero da ieri, i paragoni fra quell'immensa, sterminata piazza a Roma del 30 ottobre e le piazze di 40 anni fa, quelle del '68, sono definitivamente archiviati. Perché all'epoca della grande ondata del secolo scorso, gli studenti e gli «operai massa» si guardarono con sospetto per lunghi mesi. S'erano simpatici reciprocamente, ma niente di più. Non si capivano. L'unità arrivò, ma molto dopo. Ora è tutto diverso. Tanto da renderlo imparagonabile. E forse più di tante analisi sociologiche, lo racconta bene la giornata di ieri. Giornata importante. Per il sindacato e per la sinistra. Ieri è stata la giornata in cui la Fiom, la Cgil dei metalmeccanici, ha riunito a Roma l'assemblea dei suoi delegati. Mille e più persone. Hanno indetto lo sciopero generale della loro categoria per il 12 dicembre. Non sono i primi a rompere la tregua, quella imposta dal governo durante i primi mesi della sua attività a colpi di sondaggi. Non sono i primi, la palma, è evidente, spetta al mondo della scuola. Sono i primi però a rompere la tregua con la Marcegaglia, con la Confindustria. Tregua che è stata invocata anche dall'opposizione parlamentare. In nome dell'emergenza seguita al crollo di Wall Street. In realtà ieri è accaduto anche qualcos'altro. Qualcosa che non è facile descrivere in poche parole, che magari ha un impatto meno immediato. Che, insomma, non conquisterà i titoli dei giornali ma è destinato a pesare. Tanto più a sinistra. Perché ieri è accaduto che la Cgil ha deciso di non lasciare soli i metalmeccanici. Non li lasceranno soli. Come pure è avvenuto qualche tempo fa, quando la Fiom s'è trovata da sola a combattere contro il brutto accordo sulle pensioni e sul welfare, firmato durante il governo Prodi. Certo, le parole di Epifani, che ieri ha parlato all'assemblea dei delegati, non sono state le stesse di Gianni Rinaldini, il leader della Fiom. I toni, le denunce, le priorità non sembrano identiche. Ma il segretario della Cgil ha ribadito che la Fiom è un pezzo del sindacato confederale. «Non chiedo di rinunciare alla dialettica - dirà Epifani - ma staremo in campo con ragioni condivise». Una dichiarazione, tanto più nel giorno in cui i giornali sono pieni dei retroscena che raccontano del nervosismo di Veltroni verso la Cgil, «colpevole» di non aver firmato la controriforma del contratto dei pubblici dipendenti; una dichiarazione, si diceva, destinata forse a rimescolare le carte nel più grande sindacato italiano. Probabilmente a rimodellare gli schieramenti interni. Questa è stata la giornata di ieri. E molto altro, perché in giornate come queste conta soprattutto il clima, la partecipazione. E chi era all'assemblea nella vecchia Fiera di Roma, ieri, non poteva non notare che dopo tanto tempo s'era di fronte ad un'assemblea sindacale «vera». Fatta di uomini, donne - e soprattutto giovani - attenti ai discorsi fatti dal palco, pronti ad applaudire ma anche a dissentire. Delegati veri, di quelli che sono in produzione, che trattano con le imprese. E i cui telefonini squillano raramente. E li usano solo per scambiarsi le informazioni su mille piccole vertenze nelle loro fabbriche. Questa è stata la giornata dei metalmeccanici, del ritorno dei metalmeccanici. Che però è iniziata in un modo strano per un'assemblea sindacale. E' cominciata con delle domande. Con la voglia di capire. E' cominciata con Rinaldini che ha speso un terzo dell'introduzione per provare a capire cosa sta avvenendo in queste ore nelle scuole, nelle università. Nelle piazze italiane. Domande, voglia di capire. Nessuna pretesa di egemonia, nessuna pretesa di «insegnare come si fa». Solo voglia di comprendere. Per poi, magari, provare ad abbozzare un pezzo di strada insieme. Sempre nel rispetto dell'a«autonomia» di quel movimento che riempie strade e media. E' cominciata in modo strano. Ed è proseguita in modo strano. Con la delegata che denuncia quello a cui quasi nessuno fino ad ora aveva pensato: e che cioè con la cassa integrazione, decuplicata, si ritrovano a spasso migliaia di lavoratori migranti. Che teoricamente potrebbero non avere più diritto al permesso di soggiorno, con altri che raccontano decine di altre storie. Ma anche con gli studenti, con i ricercatori che provano a spiegare dal palco quel che stanno facendo. Provano a spiegare la loro ribellione. E c'è quel tema che ritorna: «Non saremo noi a pagare la crisi». E' una parola d'ordine che sa parlare a questa assemblea. Che sta provando a scrivere una proposta perché non sia chi guadagna mille e quattrocento euro in una fabbrica a pagare la crisi. Si capiscono. Conta anche il fatto che metà dei delegati ha più o meno la stessa età dei giovani che parlano dal palco. Ma si capiscono. Anche quando si parla di precarietà. E improvvisamente scopri che i quotidiani editoriali del «Corriere della Sera» sul «vecchiume di questo sindacato», che difende solo i garantiti a scapito dei senza diritti, fa parte di un dibattito parallelo. Che riguarda altre persone, altri ambienti che neanche sfiorano quest'assemblea. Qui, questo «vecchio» sindacato non offre solo impegni. Racconta però che il settanta per cento delle sue vertenze è fatto per trasformare i contratti precari in posti di lavoro. Veri, degni di questo nome. Il settanta per cento delle vertenze è fatto per conquistare lavoro per altri ragazzi, altre ragazze. Si capiscono. Provano a capirsi. Col problema che si ritrovano tutti i movimenti sociali. Gli ultimi come quelli che li hanno preceduti: come rapportarsi alla politica. Come scontrarsi/incontrarsi con le istituzioni, con le assemblee elettive. Come imporre le loro scelte. Con una difficoltà in più: che ora, in Parlamento non c'è più la sinistra. Così un delegato di Pomigliano - Antonio Santarelli - conclude il suo intervento chiedendo al sindacato, al suo sindacato di fare da supplente. A Napoli, a Matera, a Bari - dice - abbiamo bisogno di sinistra. Non c'è, allora la faccia la Fiom, la faccia la Cgil. Una «scorciatoia» che forse è servita a suscitare dibattito. Ma resta la prima parte del suo discorso: l'opposizione sociale sta manifestandosi. Ed è vasta come nessuno poteva immaginare. Manca l'opposizione politica. Bisogna fare in fretta.

 

Perché non dovremmo fare lo sciopero generale? – Fausto Bertinotti

Pubblichiamo alcuni stralci dell'editoriale di Fausto Bertinotti che appare sull'ultimo numero della rivista «Alternative per il socialismo» in vendita in questi giorni.

I tempi continuano ad essere difficili. Peggio, opachi. La democrazia stessa si è fatta opaca, questo governo, concretamente e non senza abilità, ogni giorno, produce le tessere del mosaico di una costituzione materiale che scaccia la costituzione formale, la Carta fondamentale, quella della Resistenza e della Repubblica. La moneta cattiva scaccia la moneta buona. Il senso comune è aggredito nei suoi pozzi democratici da invasioni tossiche. Perciò bisogna sapere che quando si dice opposizione, se non si vuol fare la metafisica e la retorica dell'opposizione, si solleva un problema di assai ardua soluzione. Infatti se assumiamo questo obiettivo, quello della costruzione dell'opposizione nell'Italia di oggi, dobbiamo sapere che con questa semplice ed elementare scelta ci poniamo di fronte ad un compito enorme: quello di opporsi concretamente, e in primo luogo, alle politiche del governo, ai poteri economici che producono le ingiustizie del nostro tempo, ma, contemporaneamente, dobbiamo sapere che ci poniamo di fronte anche alla necessità della costruzione di un nuovo senso di appartenenza, di un nuovo senso comune democratico che possa ricostruire le basi di una convivenza oggi drammaticamente limitata dalla produzione, tutt'altro che innocente, di fenomeni di frantumazione sociale e di esclusione di cui i "nuovi ultimi" ne sono lo specchio più drammatico, proprio quegli immigrati che costituiscono il capro espiatorio eletto da questa società per nascondere il fondo strutturale dell'ingiustizia e della diseguaglianza. In ultima istanza si tratta, cioè, di dar corpo all'impresa della costruzione di un senso comune da costituirsi attorno alla lotta alla diseguaglianza come fondamento della partecipazione alla società civile... Ci vuole, cioè, un progetto sociale e politico. Altrimenti perché non ci sarebbe oggi l'opposizione? Non c'è verso, non si scappa alla questione di fondo: per fare l'opposizione, per tornare ad essere capaci di farla, bisogna indagare le ragioni della nostra sconfitta, di una sconfitta storica. Non è solo che la sinistra, per la prima volta, non sta in Parlamento, è che per la prima volta dopo la Resistenza, per la prima volta, le culture della sinistra sono minoritarie nel paese e la cultura della destra, della nuova destra, è maggioritaria in Italia... Bisogna dunque continuare la riflessione critica sulle ragioni contingenti e storiche della sconfitta per cercare di mettere a confronto tutto ciò che emerge nell'area non trascurabile delle realtà più attive del paese e, contemporaneamente, collegarlo con il che fare, con il lavorare alla costruzione dell'opposizione su più piani d'azione, tutti ugualmente necessari: la promozione di un agire collettivo nelle forme oggi possibili, quand'anche ancora inadeguate; un lavoro sociale e politico per l'innalzamento quantitativo e qualitativo dell'opposizione fino alla definizione di un programma comune dell'opposizione medesima; la creazione dei luoghi e l'invenzione delle forme per l'avvio di una ricerca condivisa sulla critica del capitalismo e sui lineamenti di un'alternativa di società oggi possibile in Europa. Possiamo cominciare da una domanda impegnativa. Qual è l'espressione, tra quelle conosciute, più forte di un'opposizione sociale e politica? E' lo sciopero generale, indubbiamente. Lo sciopero generale è sempre stato, nell'intera storia del movimento operaio, il banco di prova della maturità di un'opposizione, del consenso di massa e partecipato che vive con essa. Lo è ancora? Sì, lo può essere, specie se si esplorano le forme su cui c'è stata, nella fase alta del movimento altermondialista, già una prima ricerca, quella che si era riassunta nella formula dello "sciopero generalizzato", proprio per alludere ad una pluralità di apporti, di soggettività, di motivi, di processi decisionali che confluiscono in un moto unitario. E', certo, il sindacato che decide la proclamazione dello sciopero generale, ma è l'ambiente politico, il livello e l'ampiezza delle azioni collettive che ne genera le condizioni. Lo sciopero generale è sempre una manifestazione sociale, sindacale e politica insieme. Chiediamoci: non ci sarebbero oggi le ragioni in astratto per fare lo sciopero? Perché non ci dovrebbe essere uno sciopero generale come reazione politico-sociale alla catena dei morti sul lavoro, alle cause sociali che l'alimenta? Non sarebbe una ragione sufficiente per costruire un movimento di massa, di indignazione popolare? Non ci sarebbero le ragioni sufficienti nella necessità di opposizione concreta alle scelte di questo governo che, per restare sul solo terreno sociale, accentuano la precarietà, colpiscono i diritti sul lavoro, rifiutano anche il sostegno più elementare a salari, stipendi e pensioni colpiti da un drastico abbattimento ormai lungo di anni, che stravolge la percezione pubblica del lavoro nel pubblico impiego, che promuove un'aggressione alla scuola che ne colpisce i fondamenti di eguaglianza? L'attacco di questo governo alla scuola è un attacco a un fondamento democratico del paese, è un attacco carico di fattori concreti di controriforma e di grandi elementi simbolici. Riassuntivamente, si potrebbe dire che si sta rovesciando la lezione di Don Milani e che si sta consumando la, da destra sempre attesa, grande vendetta contro il ‘68. Non sarebbe sufficiente per una ribellione di massa? E ancora, viene eletto a normalità lo stato di emergenza. Si dispiegano, senza freni, le posizioni della Confindustria per l'affermazione del primato assoluto dell'impresa, si fa potente il tentativo di irretire il sindacato, di cancellare il contratto nazionale di categoria, fino a proporre l'orizzonte concreto dei contratti individuali. Sì, ci sarebbero tutte le ragioni per lo sciopero generale, eppure esso non è all'ordine del giorno. Perché? La domanda è terribilmente impegnativa e non accetta scorciatoie tranquillizzanti. Essa rinvia, perciò è così difficile, ad un'altra domanda per noi cruciale, che è come intervenire, non per denunciare le responsabilità altrui, non per rivendicare una scelta ad altri, ma per costruire le condizioni, con il nostro fare, dello sciopero generale o, almeno, per andarci vicino, reinsediando un conflitto sociale forte di un'attesa di un risultato e di una legittimazione sociale e politica riguadagnata. E' un'operazione difficile, perché non si realizza con un atteggiamento volontaristico: non possiamo pensare di spostare la stanza dei bottoni dal governo (dove non c'erano) a un qualche partito (dove non ci possono essere). Non si dà che, perché qualcuno prende una decisione, scatta il movimento. Lo sciopero generale è solo un esempio chiave perché limite; il ragionamento vale per l'intero conflitto di lavoro...

 

Roma, ospedale San Giacomo: cariche su pazienti e lavoratori

Daniele Nalbone

Voleva essere un'occupazione dimostrativa quella dell'ospedale San Giacomo di Roma messa in atto ieri dalla rete cittadina per il diritto all'abitare. Si è tramutata in un'azione repressiva da parte delle forze dell'ordine che hanno trasformato dei problemi sociali come quello della sanità e dell'emergenza abitativa in una questione di ordine pubblico. Erano le 11 quando i blocchi precari metropolitani, Action e AS.I.A. RdB entravano nell'ormai ex ospedale, che in quei momenti viveva le ultime ore della sua vita come presidio sanitario: a mezzanotte infatti sono stati chiusi i battenti del nosocomio come previsto dal piano di rientro sanitario della Regione Lazio. Si stava preparando un'assemblea pubblica per spiegare ai pazienti e ai lavoratori della struttura il senso dell'azione dimostrativa e di lì a poco si sarebbe svolta una conferenza stampa, ma non c'è stato neppure il tempo di attaccare gli striscioni e prendere i megafoni che una cinquantina fra poliziotti, carabinieri e guardia di finanza in tenuta antisommossa faceva irruzione nella struttura caricando indistintamente dimostranti, pazienti e lavoratori. Dieci minuti di panico conclusi con quattro feriti tra cui una donna «che era entrata nell'ospedale per fare terapia oncologica - spiega il dottor Occhigrossi, delegato sindacale Fials e presidente del comitato "Salviamo il San Giacomo" - ed è uscita in ambulanza con la rotula rotta a causa delle cariche della polizia». Due giovani manifestanti sono dovuti ricorrere alle cure del personale sanitario per contusioni provocate da calci sulle gambe da parte degli agenti: «Neanche in Cile sotto Pinochet o durante il Ventennio fascista si sono mai viste le forze dell'ordine cariare a colpi di manganello dei cittadini all'interno di un ospedale» afferma incredulo il dottor Calligaris, anche lui delegato Fials. Donna Oliva, erede del cardinale Antonio Maria Salviati, trattenendo a stento le lacrime, ci racconta che lei si trovava in un ufficio al terzo piano dell'ospedale quando «mi sono affacciata alla finestra e ho visto dall'alto gli occupanti parlare tranquillamente con i lavoratori e i pazienti all'interno del cortile. Ho sceso le scale e ho trovato un vero e proprio muro composto dalle forze dell'ordine che improvvisamente hanno iniziato a travolgere e picchiare chiunque: addirittura hanno trascinato un bambino in carrozzina che, nella ressa, era stato strappato dalle braccia dei genitori. Alle mie proteste sul loro comportamento gli agenti mi hanno risposto che avevano ricevuto notizia via radio che i centri sociali erano entrati nell'ospedale e avevano spaccato tutto, altrimenti non avrebbero mai fatto una cosa simile». Ma non era così: «eravamo qui per iniziare una "custodia" sociale del bene pubblico San Giacomo per sottrarlo a eventuali fini speculativi e per sostenere un processo partecipato con lavoratori e degenti che ne definisca lo scopo pubblico finale e invece siamo stati attaccati dalle forze dell'ordine» spiega Paolo Di Vetta di Asia-RdB. Solo dopo l'arrivo dell'assessore regionale al Bilancio, Luigi Nieri e una serrata trattativa fra i movimenti, i vertici della Digos e Michele La Ratta, direttore del commissariato Trevi, si è giunti a una soluzione. «Proprio stamattina - ha spiegato l'assessore - la giunta della Regione Lazio ha approvato una legge che assicura la destinazione a uso pubblico dei locali dell'Ospedale San Giacomo». Sono le 15 quando circa 150 manifestanti escono dall'ospedale rassicurati sul futuro della struttura. «La nostra è stata un'iniziativa contro la macelleria sociale operata da Marrazzo e Berlusconi» ha spiegato al termine dell'occupazione Teresa Pascucci di RdB-Cub Sanità «contro il taglio dei posti letto e la chiusura degli ospedali. Contro chi vuole regalare alla sanità privata il servizio sanitario pubblico».

 

«Ma stavolta Dio non voterà a destra» - Guido Caldiron

Negli ultimi dieci anni il voto della destra religiosa ha assicurato una solido consenso all'amministrazione guidata da George W. Bush. E oggi, quale ruolo sta giocando la religione nella corsa alla Casa Bianca? Un quesito che abbiamo affrontato con Paolo Naso, profondo conoscitore della realtà statunitense, docente di Scienza politica all'Università La Sapienza di Roma e presso l'Istituto religioni e culture della Pontificia Università Gregoriana, già direttore del mensile Confronti e autore di alcuni saggi sul ruolo politico svolto dalle religioni, tra cui ricordiamo Il verde e l'arancio. Storia, politica e religione nel conflitto dell'Irlanda del nord (Claudiana, 1997), God Bless America. Le religioni degli americani (Editori Riuniti, 2002) e Come una città sulla collina. La tradizione puritana e il movimento per i diritti civili negli U.S.A., pubblicato quest'anno da Claudiana. George W. Bush ha sempre detto che è stato il Signore a invitarlo a scendere in politica: si è costruita così, negli ultimi dieci anni, l'egemonia della destra sul voto religioso? Nel 2004 Dio votò repubblicano, nel senso che Bush fu abilissimo, e più di lui lo fu il suo consigliere Karl Rove, nell'utilizzare al meglio la carta dell'11 settembre per rilanciare il concetto della "missione americana" affidata a un credente con una chiara impostazione di tipo "evangelical", un "born again christian", rinato in Cristo, quale è l'attuale inquilino della Casa Bianca. In quell'occasione Bush riformulò anche il suo linguaggio: la parola più usata nella campagna elettorale fu "evil", che possiamo tradurre con "il male", quello di cui nel Padre Nostro Gesù chiede di liberarci. L'utilizzo di una retorica religiosa, di un linguaggio proprio della teologia, fu un modo per stanare un elettorato tradizionalmente astensionista come è quello degli evangelici che, proprio perché sono concentrati nella dimensione dell'attesa del Regno di Dio che verrà, generalmente non vanno a votare. Invece in una campagna tutta giocata sui temi religiosi, con una continua contrapposizione tra "il bene e il male", questo elettorato decise di partecipare al voto per sostenere "il suo candidato". E queste sirene non funzionarono solo nei confronti degli evangelici, ma anche di una parte dell'elettorato cattolico. Infatti, secondo alcune stime, nel 2004 i cattolici votarono a maggioranza per i repubblicani mentre è noto che si tratta di voti che vanno tradizionalmente ai democratici. I repubblicani riusciranno nuovamente in questa impresa? Non credo: questa volta Dio non voterà per loro. E questo per due ragioni. La prima: perché il candidato repubblicano John McCain non ha le stesse credenziali di George W. Bush sul piano "religioso", ha addirittura modificato la propria affiliazione alla Chiesa durante la campagna: era anglicano all'inizio, battista del Sud alla fine per ingraziarsi i voti della destra evangelica. Credenziali che ha invece Sarah Palin, solo che la sua candidatura è arrivata troppo tardi e si è espressa su posizioni troppo radicali. La governatrice dell'Alaska è scesa in campo tardi, è stata giocata come arma della disperazione nella campagna repubblicana che stava andando malissimo, e il suo radicalismo, la sua teologia dell'Apocalisse, la sua inconsapevole ignoranza rispetto a temi geopolitici che riguardano il Medioriente, hanno spaventato perfino parte dell'elettorato conservatore. L'altra novità sembra rappresentata dallo spirito religioso del candidato democratico. Sì, Barak Obama interpreta al meglio una certa interpretazione religiosa e spirituale propria degli Stati Uniti. I suoi discorsi sono dei perfetti sermoni puritani. Quello che ha pronunciato alla Convenzione democratica di Denver a fine agosto, accettando la nomination per la corsa alla Casa Bianca, e che aveva per titolo "La promessa americana", si conclude esattamente come un sermone con un chiaro riferimento alle Scritture che devono guidare e animare il Sogno americano. Obama si candida così a poter intercettare anche il voto religioso, con il probabile risultato che il voto "evangelical", che non sarà forte come in passato, si potrà ripartire in modo molto più equo tra le due compagini politiche. Ma i cosiddetti "temi etici" cari all'elettorato religioso quale spazio hanno avuto nella campagna elettorale? Nel 2004 Bush e i repubblicani riuscirono a distrarre il Paese dai grandi temi dell'economia e della società per eticizzare la campagna elettorale. Puntarono tutto sui cosiddetti Moral Values: l'identità cristiana dell'America, la difesa della famiglia tradizionale, l'opposizione al riconoscimento delle coppie omosessuali, la lotta ai processi di secolarizzazione... Al centro dell'offensiva c'erano i tre temi che caratterizzano la destra religiosa fin dalla sua discesa in politica alla fine degli anni Settanta, nella fase che preparò la presidenza di Ronald Reagan: la lotta alla legge sull'aborto, la lotta per la preghiera nelle scuole - vietata in base al Primo emendamento della Costituzione che sancisce la netta separazione tra lo Stato e la Chiesa - e la totale opposizione a qualunque tipo di riconoscimento delle coppie omosessuali. Quest'anno i repubblicani hanno provato nuovamente a porre i temi etici al centro della campagna elettorale per la Casa Bianca, ma non ci sono riusciti. Questo sia per i limiti del candidato McCain su questo piano, sia perché hanno trovato in Barak Obama un avversario che non solo non ha rifiutato il confronto sull'etica, ma ha anzi, da credente molto impegnato quale è, accettato di misurarsi su tali argomenti facendosi così conoscere dall'elettorato religioso. Negli ultimi anni la destra si è candidata a offrire rappresentanza politica allo spazio della fede, ma il revival religioso negli Stati Uniti sembra essere un fenomeno molto più articolato. Di cosa si tratta? Intanto si deve chiarire come negli Stati Uniti il fattore religioso abbia una rilevanza enorme. La partecipazione settimanale alla vita di una comunità di fede, qualsiasi essa sia, è intorno al 50% della popolazione, vale a dire 10 volte quello che accade in Danimarca, 5 volte quello che accade in Inghilterra, due o tre volte quello che accade in Italia. Vi è una dimensione etica, sociale e culturale del fatto religioso che è davvero importante. Noi siamo abituati a guardare a questa presenza attraverso lo stereotipo della Bible Belt, una "cintura della Bibbia" che caratterizza tutti gli Stati del Sud, la Carolina, del Nord e del Sud, la Georgia, il Texas e via dicendo. Questa rappresentazione regge ancora, visto che in questi Stati la dimensione religiosa è ancora molto forte e la cultura biblica rappresenta una sorta di collante, la Chiesa e il Pastore sono punti di riferimento importante, interpretano bisogni e domande sociali e "di senso", ma il fatto religioso si sta sviluppando anche nel resto del Paese. Un dato illustrato molto bene dal fenomeno delle Megachurch, le enormi chiese che possono contenere migliaia di fedeli e che sono sorte inizialmente in California. Un'altro esempio di questo nuovo slancio religioso viene dal Texas, il paese dell'alta tecnologia dove la fede si coniuga con le tecniche più moderne della comunicazione e della rivoluzione informatica. Perciò il revival religioso iniziato da tempo negli Usa non caratterizza più soltanto gli Stati più poveri e isolati, ma è in realtà un fenomeno moderno e dinamico che coinvolge tutte le classi sociali. Non sono più i poveri afroamericani che cercano nella loro Chiesa un riconoscimento che non trovano in nessun altro ambito della società, ma l'appartenenza alla vita religiosa diventa una risposta di senso importante per i ceti medi e quelli medio alti, tecnici e operatori delle nuove tecnologie, settori emergenti della vita americana.

 

Manifesto – 1.11.08

 

Il «Venerabile» presentatore - Alberto Piccinini

«In linea di massima sono d'accordo con la riforma Gelmini, perché garantisce un po' d'ordine». Parole di Licio Gelli, pronunciate ieri a Firenze durante la presentazione del programma Venerabile Italia, in onda da lunedì prossimo alle 22.30 su Odeon tv (canale 827 di Sky). Il suo programma. Già il fatto che al burattinaio dei burattinai, 87 anni, venga affidata un trasmissione sulla storia d'Italia «dalla guerra di Spagna agli anni '80, dal fascismo al crac dell'Ambrosiano», lasciava presagire un sinistro stracult televisivo. O almeno un'enorme beffa mediatica. Quel che è successo ieri è ancora meglio. Gelli parla: «Il maestro unico è molto importante perché, quando c'era, conosceva l'alunno. Poi il tema dell'abbigliamento è importante perché l'ombelico di fuori non dovrebbe essere consentito, e poi la confidenza tra alunno e professore dovrebbe essere limitata». Ha sempre detto, il fondatore della P2, che quando guarda l'Italia di oggi vorrebbe i diritti d'autore. Lo ha ripetuto ieri: «Tutti si sono abbeverati al Piano di Rinascita Democratica (...) Mi dovrebbero pagare i diritti, ma non fu possibile depositarli alla Siae». Se pure la Gelmini (intesa come Riforma, e persino come ministro) fosse prevista in quel piano, non sappiamo. «Archivi non ne ho: alcune cose vengono sepolte nell'oblio e poi possono riemergere», ha commentato sibillino. Burattinaio, Gelli lo è da quando l'affiliato Maurizio Costanzo lo soprannominò così in un intervista per Corriere della Sera nel 1980. Il tempo ha lavorato perché le sue parole, ogni volta che tornano, siano avvolte da una torva grandezza. Si era detto persino che la Sony Pictures aveva iniziato a lavorare a un film sulla sua vita. Si erano spesi i nomi di George Clooney e Stanley Tucci Non è si più saputo niente. L'uomo, poeta dilettante e vanitoso, ne sarà stato deliziato. E quando parla lui, aperte virgolette. A proposito di scuola, ieri Gelli si è calato nei panni della «maggioranza silenziosa» evocata in questi giorni da Berlusconi, tessera P2 1816 rispedita indietro. Ha detto: «Le manifestazioni non ci dovrebbero essere, gli studenti dovrebbero essere in aula a studiare. Nelle piazze non si studia; se viene garantita la libertà di scioperare dovrebbe essere tutelato anche chi vuole studiare, e molti in piazza non ne hanno voglia. Dovrebbe essere proibito di portare i bambini in piazza perché così non crescono educati». Poi, passando alla politica: «I partiti veri non esistono più, non c'è più una destra o una sinistra». E ancora: «Non condivido questo governo perché se uno ha la maggioranza deve usarla, senza interessarsi della minoranza». Certo, ha proseguito il Maestro, «l'unico che può andare avanti è Berlusconi, non perché era iscritto alla P2, ma perché ha la tempra del grande uomo. Se dovesse morire, cosa che non gli auguro perché la morte non si augura a nessuno, Forza Italia non potrebbe andare avanti perché non ha una struttura partitica». Odeon tv è una delle reti televisive più bizzarre della storia recente. Negli anni '90 fu di Callisto Tanzi e dei democristiani. Nacque e fallì rovinosamente, battuta sul campo dalle reti Fininvest e da Publitalia. Non prima di aver ospitato un programma sportivo intitolato Forza Italia, condotto da Walter Zenga. Oggi è una syndication che fa parte del portfolio di Raimondo Lagostena Bassi, una vita passata a far compravendita di canali tv preziosissime frequenze, da ultimo un megaprogetto di tv sul cellulare, La3. Infine, Venerabile Italia condotto da Licio Gelli assieme a Lucia Leonessi, autrice del libro La verità di Licio Gelli, annuncia la partecipazione di esperti come Giulio Andreotti, Marcello Veneziani, Marcello Dell'Utri. Ah, già: «Marcello Dell'Utri è una bravissima persona, onesta e di profonda cultura. Non credo sia un mafioso», ha precisato Gelli ieri. «C'è una sentenza che si trascina dietro e che sarà tirata fuori al momento opportuno perché tutto è guidato». Detto da uno come lui suona quantomeno paradossale. Inquietante, invece, l'accenno alle stragi: «Ci sono sempre state e ci saranno sempre perché non c'è ordine: infatti sono arrivate dopo gli anni '60. Se domani tornassero le Br ci sarebbero più stragi».

 

«Sciopero generale» - Loris Campetti

«Non siamo stati noi a rompere il percorso unitario dei sindacati del pubblico impiego: la decisione è stata presa, e subito dopo la straordinaria giornata unitaria di lotta della scuola, da due confederazioni, la Cisl e la Uil. Noi manteniamo le tre giornate di sciopero e il programma decisi unitariamente, e a questo punto giungeremo a uno sciopero generale di tutta la funzione pubblica perché per noi e credo per l'insieme dei lavoratori che rappresentiamo, quell'accordo siglato da Cisl e Uil che attacca l'occupazione, penalizza i precari e riduce ulteriormente il potere d'acquisto dei salari è inaccettabile. Uno sciopero generale da effettuarsi, naturalmente, prima dell'approvazione della Finanziaria. E siccome la gente non capirebbe il senso di due scioperi generali, dei pubblici e dei metalmeccanici, a pochi giorni di distanza tra di loro, sono convinto che dovremo scioperare insieme, il 12 di dicembre. Pur mantenendo separate e distinte la natura e le vertenze delle due categorie». Il segretario generale della Funzione pubblica Cgil, Carlo Podda, ci ha rilasciato questa intervista al termine dell'assemblea nazionale dei delegati Fiom che ha indetto lo sciopero generale per quella data, con manifestazione nazionale a Roma. Ma Carlo Podda dice una cosa in più, altrettanto impegnativa, rivolta all'intera Cgil. Per la prima volta, dunque, tute blu e statali sciopereranno e manifesteranno insieme, a parte gli scioperi generali di tutte le categorie. Come mai questa scelta? Per molte ragioni, anche se questa proposta che avanzo dovrà essere vagliata dagli organismi dirigenti della categoria competenti a decidere. La ragione più importante è che bisogna porre fine alle polemiche sulle presunte contrapposizioni tra dipendenti pubblici e privati, cioè ai tentativi di dividere i lavoratori e le loro organizzazioni. Ripeto però che non sarebbe compresa dalla nostra gente una scelta diversa, perché c'è la necessità di trovare un momento di unificazione delle lotte e delle iniziative cresciute in un processo di articolazione. E' già da qualche mese che Funzione pubblica e Fiom lavorano insieme per mettere in campo una resistenza ai tentativi di scatenare la guerra tra i lavoratori, portato avanti dal governo con attacchi pesanti, con l'accusa intollerabile ai dipendenti pubblici di essere dei fannulloni. La politica dell'esecutivo colpisce tutti i lavoratori dipendenti e i pensionati, attaccando il lavoro e l'occupazione nei servizi pubblici, di conseguenza peggiorandone e riducendone la qualità e la quantità, dalla scuola alla sanità. Lo sai che la metà dei nidi di Roma funziona grazie al lavoro dei precari? Dev'essere chiaro che l'accordo siglato da Cisl e Uil prevede, oltre a una mancia che non recupera neanche la metà dell'inflazione, l'espulsione di 57 mila precari nel 2009 e 120 mila nel 2010. Che si aggiungerebbero a quelli della scuola. Per questo bisogna cercare di unificare anche le risposte di lotta. Ho molto apprezzato le parole di Gianni Rinaldini ai delegati della Fiom, e gli applausi convinti della sala che ne sono seguiti, sulla necessità di battersi contro le divisioni. Lavoratori pubblici e metalmeccanici insieme in uno sciopero generale. Cioè le due principali categorie della Cgil. Ma l'esigenza di unificazione delle lotte di cui parli non dovrebbe interrogare l'intera organizzazione? Non è arrivata l'ora di uno sciopero generale nazionale di tutte le categorie del sindacato guidato da Epifani? Penso che sia utile che la Cgil prosegua il percorso articolato di lotte e manifestazioni di natura territoriale e delle categorie, esprimendo al massimo il suo potenziale. Non dimentichiamoci che c'è lo sciopero generale del commercio, quello della ricerca, e che rimane la mobilitazione delle scuole contro la riforma Gelmini. Da iscritto e militante di un'organizzazione in cui milito da trent'anni, penso che, come si è sempre fatto al termine di una fase articolata di lotte, dovrebbe esserci lo sciopero generale di tutta la Cgil. E ovviamente, in tempo utile per raggiungere gli obiettivi che sono alla base delle vertenze di categoria e dell'annunciata vertenza confederale. Questa è una proposta che avanzo a titolo personale, va da sé che spetta alla Cgil ogni decisione nel merito. Come vanno interpretate le convergenze tra voi e i metalmeccanici? Con il fatto semplicissimo che ci sono convergenze di merito, sui contenuti. Come ho detto una volta al manifesto, condivido la strategia di Bruno Trentin che parlava di alleanze a geometria variabile. Non sono disponibile a letture strumentali di alcun tipo, e i risultati raggiunti rispetto agli obiettivi posti ci danno ragione. Io sono disponibile a confronti e convergenze analoghe anche con altre categorie del lavoro privato, ma finora nessuno mi ha avanzato delle proposte. Perciò apprezzo l'apertura nei nostri confronti della Fiom e del suo segretario. Torniamo all'accordo siglato con il ministro Brunetta da Cisl e Uil. Quali sono i punti per voi inaccettabili? Attraverso la rottura di una tradizione ventennale di unità, fatta per ragioni esterne alla categoria, Cisl e Uil hanno deciso di aiutare il governo. 68 euro lordi rappresentano meno della metà dell'inflazione e molto meno di quanto abbiamo ottenuto negli ultimi bienni contrattuali, quando l'inflazione era assai minore. E non c'è nessuno scambio che possa in qualche modo giustificare l'accettazione delle pretese del governo. Non certo sull'occupazione e sui precari. Vorrei sapere come si sentono, quei militanti di Cisl e Uil che giovedì manifestavano nelle strade e nelle piazze di Roma, dopo quella firma delle loro organizzazioni. Ti segnalo che la Confindustria, che normalmente dice la sua su ogni contratto pubblico, lamentandosi per i costi eccessivi, questa volta non ha aperto bocca. Secondo te perché? Perché quell'accordo separato le va benissimo, e apre la porta al tentativo di imporre anche ai privati contratti che svalorizzino e precarizzino ulteriormente il lavoro e i salari.

 

A colpi di firme separate finisce la pax veltroniana - Daniela Preziosi

ROMA - Parola d'ordine: «non drammatizzare», rafforzare i pochi e ormai precari fili che uniscono i tre sindacati, valorizzare ogni singola trattativa che finisce con una firma comune. Magari deviare il discorso verso la via crucis dell'Alitalia, dove Cgil Cisl e Uil insieme sottoscrivono il Lodo Letta e comunque tengono, resistono ancora su un fronte unico. Fatto sta che se il problema esiste, e nessuno lo ha mai negato, oggi una dopo l'altra le rotture che la Cgil di Guglielmo Epifani sta consumando, le firme separate, investono in pieno il partito democratico. Non è ancora un terremoto. Ma non è neanche più il fiume carsico delle riflessioni, che scorre dentro il partito e che quando affiora segna un confine: quelli che tirano verso la Cgil, quelli che tirano verso la Cisl. Sull'unità sindacale il Pd, al momento della sua fondazione, ha scommesso molto del suo radicamento sociale e moltissimo della sua tenuta interna. Se salta quell'unità, se quella prospettiva si aggiorna sine die, il Pd è destinato ad entrare in una fase di turbolenza il cui esito non è affatto scontato. All'indomani della grande manifestazione del 25 ottobre, l'ex ministro Paolo Gentiloni, a nome dei centristi, ha indicato la linea gradita alla sua parte: «Non dobbiamo chiuderci a catenaccio sui nostri schemi tradizionali. L'opposizione esiste se usa la sua forza per diventare maggioranza. Il Pd contribuisca un'intesa sulla contrattazione secondaria senza appiattirsi sul sindacato». Tradotto: caro Veltroni, adesso molla la Cgil. Dall'altra parte, i toni sono più soft. Dice l'ex ministro del lavoro Cesare Damiano: «Il problema c'è, e dando per premessa l'autonomia reciproca del sindacato e del partito, resta che il problema investe in pieno il Pd. Che ha, fra i suoi iscritti e dirigenti, autorevoli esponenti e valanghe di iscritti tanto della Cgil che della Cisl, e in misura minore della Uil. Dunque è un tema che va affrontato quanto prima». Ma come? «Usando il nostro metodo di sempre: schierandoci sulle scelte di merito, misurarle sul nostro programma. Non si sente nessun bisogno di importare al nostro interno i conflitti del mondo sindacale». Ma è una parola. Com'è una parola ripetere come un mantra la formula «i democratici sono per l'unità sindacale perché l'unità sindacale rende i lavoratori più forti», se l'unità sindacale, al contrario, si allontana. Il Pd, com'è ovvio, resta alla larga da dichiarare la propria posizione sulle singole vertenze sindacali, che poi tanto singole non sono, visto che riguardano settori chiave del paese, come il pubblico impiego. Ma che succederà quando, e potrebbe essere a giorni, l'ennesima rottura si consumerà sulla riforma del modello contrattuale - proprio quella di cui parla Gentiloni - e il partito democratico, programma alla mano, non potrà schierarsi con i sindacati che firmeranno con Confindustria e Governo? Il rafforzamento della leadership di Veltroni, dovuto all'indubbio successo del Circo Massimo, rischia di infiacchirsi subito. Ma la strategia di Walter Veltroni, che ieri è tornato da un breve interludio madrileno dov'era volato giovedì mattina subito dopo la manifestazione della scuola, giovedì mattina, è tutt'altra rispetto all'«affrontare subito il problema». Ed è la strategia del rinvio. L'autunno caldo non coglie impreparato il Pd. La radicalizzazione dello scontro fra la maggiore organizzazione sindacale e il governo, invece, sì. Ma Veltroni non può lasciare la piazza e l'opposizione a Epifani, a rischio di farne una riedizione del Cofferati del 2002. Epifani accelera dice che «Fiom e Cgil sono la stessa cosa»? E Veltroni rallenta. Spiega agli ex popolari di non cadere nella trappola del governo, che cerca di dividere i sindacati per dividere il Pd. E a quelli più vicini alla Cgil fa un discorso uguale e opposto: i metalmeccanici rappresentano una grande e prestigiosa storia sindacale. Ma, come ripetono quelli che sono molto vicini al segretario, sarebbe negativo per tutti «finire incastrati nella ridotta Fiom».

 

Il pestaggio del Blocco che nessuno ricorda

Stefano Milani, Giacomo Russo Spena

ROMA - Anche se nessuno lo dice, o non lo vuole dire, tutto è cominciato la mattina. Mercoledì 29 ottobre, ore 9,45. Il Senato è già pacificamente «assediato» da centinaia tra liceali e studenti delle scuole medie, a manifestare contro il decreto Gelmini che da lì a poco verrà approvato. Quindici, sedici anni al massimo l'età dei ragazzi più grandi che scandiscono i soliti slogan, le solite rivendicazioni, sentite da giorni fuori dalla scuole e dalle università di mezza Italia. Nella stessa ora, qualche chilometro più in là, un corteo è fermo a piazza Venezia, anche questo diretto verso Palazzo Madama. Ci sono i ragazzi del liceo ginnasio statale Pilo Albertelli e di altri istituti romani. Cinquecento in tutto. All'altezza dell'Altare della patria, dietro di loro, spunta un camioncino bianco, seguito da una trentina di ragazzi. Felpe nere, jeans, caschi in mano: sono i ragazzi di Blocco studentesco. Si aggregano al gruppone stando dietro. Si manifesta insieme in piena tranquillità. Si sentono solo i cori all'indirizzo del ministro Gelmini. E così per via delle Botteghe oscure, Largo di Torre Argentina, Corso Vittorio Emanuele. Ma l'armonia si spezza poco dopo. Ore 10,30, il corteo è ad un passo da entrare a piazza Navona, quando il Blocco decide di non voler stare più dietro, pretende di avanzare. «Fateci passare, ora guidiamo noi», urlano dai megafoni. E con i megafoni spunta anche qualche tricolore, insieme ad un paio di altri vessilli con il loro simbolo, un lampo bianco su sfondo nero. È in quel momento che si accende la miccia. Alcuni studenti dell'Albertelli chiedono di ammainare le bandiere, «la manifestazione non è politica, state dietro», dicono. Ma invano, i ragazzi del Blocco non sentono ragione: vogliono la testa del corteo. L'acceleratore del camioncino va giù tentando di sfondare. Per mettere il «capello», come avvenuto qualche giorno prima al corteo dei medi, all'Onda anomala. C'è troppa gente però, e la viuzza che si riversa davanti il Senato è piuttosto angusta per il mezzo "pesante" che deve arrendersi a piazza Navona, parcheggiato ad una decina di metri dal Caffè Domiziano. Non molto lontano da quello dei Cobas che, fino a quel momento, era il palco degli interventi degli studenti. Il tutto mentre il decreto Gelmini diventa legge dello stato. Se i manifestanti si organizzano con nuovi cori di dissenso, il Blocco decide di forzare. Di mettere il proprio camion al centro di Piazza Navona, al posto di quello della confederazione dei comitati di base. Gli attivisti neri si incordano e avanzano a spinta. Gli studenti medi provano a frapporsi. A fare muro. Ma è tutto inutile. Il Blocco carica stile stadio, sguainando le cinghie dai pantaloni e dando cascate chiunque capitasse sotto tiro. Qualcuno giura di aver visto anche qualche mazzetta di legno (non quelle con avvolto il tricolore usate da lì a poco). È panico. Qualche studente più coraggioso prova a resistere, aiutato da qualche attivista che si stacca dal camion dei Cobas, ma è tutto inutile. Blocco studentesco inizia una mattanza. «Mi hanno circondato e colpito ripetutamente - testimonia Valerio, uno studente di RomaTre - Sono caduto a terra e lì ho preso altri calci». Viene lasciato a terra, sanguinante. Portato all'ospedale Santo Spirito gli metteranno due punti in testa e gli diagnosticano un brutto ecchimosi all'occhio destro (avrà 10 giorni di prognosi). La gente attorno lo soccorre. Ma Valerio non è il solo che farà le spese della violenza nera. Parte infatti a Piazza Navona, tra gli studenti spaventati che scappano, la caccia all'uomo. Contro chiunque abbia osato mettersi contro la «prepotenza nera». La caccia dura almeno 15 minuti. Dagli altoparlanti del camioncino dei camerati si infonde tranquillità. «Rimaniamo compatti, siamo tutti studenti. Stiamo qui contro la Gelmini», gridano i ragazzi del Blocco con le note di Rino Gaetano che gonfiano i subufer. Ma se il cielo è sempre più blu, la terra continua a tingersi di rosso. «Ho preso una bottigliata da dietro e almeno quattro colpi di casco», dice Maurizio che riporta ancora addosso i segni dell'aggressione. Anche intorno al Senato è caccia all'uomo. Se ne accorgono tutti tranne la polizia. Una docente delle elementari che passava per via delle Coppelle vede un ragazzo, «tredici, quattordici anni al massimo» con la cinta in mano mentre insegue un suo coetaneo. Trenta metri più avanti, a piazza delle Cinque lune, scena analoga. Stavolta sono «due ragazzi più grandi, ma non arrivano a vent'anni. Uno ha una cinta, l'altro due caschi e li sbatte addosso alla schiena di un giovane che riesce a scappare». La signora prova ad urlare: «Ma che fate!». Non si vede un uomo in divisa nei paraggi. Solo un vigile urbano, anche lui ha visto la scena, «Bisogna chiamare la polizia», dice. A trovarla. Passa qualche secondo, poi finalmente fa capolino un gruppo di caschi blu. La docente racconta ad uno di loro quel che ha visto poco prima. «Rimanevano indifferenti, "so' ragazzate, stia tranquilla signora non si fa male nessuno" mi dicevano». Le mazzate date da Blocco fanno, nel frattempo, il giro della città. «Cosa? Veramente i fascisti si sono presi la piazza a furie di aggressioni», dice un universitario esterrefatto, parlando al telefono con un concitato liceale che a piazza Navona sta assistendo ai pestaggi. Poi prende il megafono, per raccontare agli altri universitari in quel momento alla Sapienza cosa stia succedendo sotto Palazzo Madama. Scatta l'indignazione. Ma anche la rabbia. In giro di un'ora all'ateneo accorrono a dar manforte attivisti dei centri sociali capitolini. Poi la partenza per Piazza Navona: la metro a Termini fino al Colosseo, da dove parte un determinato corteo di 300-400 persone: «Siamo tutti antifascisti», scandiscono. Percorrono Corso Vittorio Emanuele «armati» solo di caschi (e nemmeno tutti), ma arrivati alle porte della piazza del Nettuno un cordone della polizia sbarra la strada. Parte la trattativa coi funzionari di polizia e carabinieri. Poi all'improvviso le celere si toglie. «Ci avevano assicurato che i fascisti fossero andati via dalla piazza», riportano molti manifestanti. «Così siamo caduti nella trappola», aggiunge qualcun altro col senno del poi. La manifestazione universitaria si trova infatti nell'altra parte della piazza i militanti di Blocco schierati, come veri «combattenti» fascisti, in file. Gambe larghe, petto in fuori, testa alta e, soprattutto, mazze in mano. Aste di bandiere, di legno, lunghe un metro. A quel punto parte il contatto con il corteo partito dalla Sapienza che lancia oggetti: sedie dei tavolini dei bar circostanti, portaceneri e bottiglie. Tutto in maniera disorganizzata e soprattutto senza mazze. Cosa che invece utilizzano i neri. Cinque minuti di botte con la polizia, che ancora una volta rimane ferma a guardare. Per poi iniziare a caricare da dietro. Sia quelli di Blocco che gli studenti. «Stavo cercando di parlare con un funzionario per fargli rendere conto di cosa avessero combinato, quando mi hanno colpito con una manganellata», racconta Marco che qualche ora dopo si farà mettere sette punti in testa. Durante l'intervento la polizia sembra conoscere bene gli attivisti di estrema destra che, quasi tutti fermati, vengono fatti sdraiare per terra. «Levati Francesco (Polacchi, il leader di Blocco, ndr), vai via, vai via», dice un funzionario di piazza al ragazzo vestito con camicia a righe e jeans. Che a sua volta gli risponde urlando «fermi, questi sono i miei ragazzi». È uno dei più concitati, fin dal mattino, in quella piazza. Dove tutto è cominciato.

 

«Il piano Gelmini? è inapplicabile» - Daniela Preziosi

«La competenza delle regioni è sul piano di riorganizzazione della scuola. E lì c'è un elemento indiscutibile. Le iscrizioni si aprono a gennaio. Le procedure per i piani di riordino scolastico, invece, prevedono un percorso - per capirci: le province consultano i comuni, e poi le scuole e via dicendo - che rende ormai tecnicamente impraticabile la realizzazione di qualsiasi riorganizzazione». Il presidente della regione Emilia Romagna Vasco Errani è anche presidente della Conferenza delle Regioni, e cioè rappresenta tutti i governatori. E stavolta tutti, ma proprio tutti, la pensano come lui. «Il governo ha definito il risparmio. Dopodiché non si è preoccupato né dei tempi né delle forme attraverso cui questo risparmio può essere effettivamente realizzato. Quindi la nostra posizione è: la riforma per l'anno 2009-2010 non si può realizzare» Dunque, presidente, che si fa? Rimettiamoci intorno a un tavolo, discutiamo della qualità della riorganizzazione. Facciamo un'intesa e procediamo verso una piano realizzabile. Cosa intende per qualità della riorganizzazione? L'Italia è un paese articolato e diversificato. Non si può dire 'sotto i 50 alunni si chiude'. Vi sono realtà in cui va tenuto conto della qualità complessiva del territorio. Le zone della montagna, per esempio. Se gli togli tutti i servizi, corri il rischio di spendere molto di più rispetto alla scelta di mantenere una scuola. E ancora: se tu chiudi una scuola devi fare il trasporto scolastico, perché l'istruzione è un diritto costituzionale. Chi paga? Chi paga? Gli enti locali e le regioni. Non è serio. Ragioniamo seriamente? Allora partiamo dalle necessità qualitative del sistema scolastico e del sistema territoriale. Dopodiché ciascuno farà la propria parte.

Il ministro delle regioni Raffaele Fitto ha detto che il commissariamento previsto per le regioni che non riescono a realizzare il piano non è un obbligo di legge. Mi pare che ministro abbia capito le nostre ragioni. Adesso però è il governo che deve dare delle risposte. Certo è che non può continuare una relazione tra governo e regioni fondata sul fatto che noi ci facciamo carico della collaborazione dall'altra parte si fanno atti unilaterali. La scuola è un esempio eclatante, ma non c'è solo la scuola. Ma cosa significa così parlare di federalismo? Il commissariamento, poi, è uno schiaffo istituzionale. Concretamente in cosa consiste? Entro il 15 dicembre arriverebbe un commissario che fa il piano di riorganizzazione nelle regioni dove entro il 30 novembre non s'è fatto. Non ha nessuna efficacia. In Emilia Romagna noi siamo a posto: ma un commissario che arriva il 15 dicembre che fa, visto che le iscrizioni alle scuole si aprono a gennaio? Non può fare niente. Sento un filino di orgoglio emiliano: la sua regione è pronta, diceva? Noi sì. Siamo alla terza generazione di piani di riorganizzazione scolastica. Li abbiamo fatti d'intesa con le istituzioni scolastiche, con il ministero, discutendo con genitori, famiglie, docenti e comuni. Perché solo così si può realizzare una riorganizzazione di qualità. Quindi il governo finirà per commissariare le regioni governate dal Pdl? Finirebbero commissariate diverse regioni, al Nord come al Sud. La Gelmini ormai è legge. Cosa chiedete? Diciamo: fermatevi, riapriamo il confronto. Togliete quell'articolo 3 della legge 154. A quel punto rivediamo i numeri della finanziaria e costruiamo insieme un percorso praticabile. La pensano così anche i presidenti delle regioni governate dalla destra? La posizione è unanime. Anche perché il problema è oggettivo: non ci sono i tempi. Le faccio una domanda come presidente dell'Emilia Romagna. Lei, come sei governatori del centrosinistra, ha fatto ricorso alla Corte costituzionale contro la legge Gelmini. Premetto che negli ultimi tempi ho ridotto al massimo il conflitto interistituzionale perché penso che sia un elemento negativo. Ma di fronte alla pervicace volontà di gestire in modo unilaterale le competenze che riguardano anche le regioni, senza nessuna possibilità di dialogo, ho deciso di fare questi ricorsi. Per evidenziare che chi ha scelto la strada del conflitto non sono io, ma il governo. Se il governo fosse disponibile a riaprire il confronto, le cose cambierebbero.

 

Madison è tutta per Obama - Marco d'Eramo

MADISON (WISCONSIN) - «Martedì sera finalmente ritorno a casa, dopo otto anni di esilio, dopo otto anni in cui mi sono vergognato di essere americano, otto anni di torture, di invasioni ingiustificate, di libertà civili calpestate, di arroganza e dispotismo», mi dice Joel Rogers appena ci sediamo a tavola. Joel è professore di scienze politiche alla Wisconsin University e uno degli esponenti più lucidi della sinistra americana. L'attesa qui è palpabile, anche se tutti fanno gli scongiuri e incrociano le dita. Questo stato era considerato uno dei «campi di battaglia» in cui si sarebbe decisa la campagna elettorale, uno stato «in bilico». Ma ora tutti i sondaggi danno Barack Obama in netto vantaggio su McCain: Obama al 51-52% e John McCain al 41-44%, a seconda delle rilevazioni. E - soprattutto - danno il candidato democratico sopra la soglia del 50%. Questa soglia è importante perché nel caso di una personalità così esposta al pubblico come Obama, è assai improbabile che dopo 10 mesi di campagna ininterrotta qualcuno possa essere ancora indeciso: è molto più probabile che l'affermata «indecisione» nasconda un'ostilità, quando non un razzismo che non osa rivelarsi in pubblico. Qui viene chiamato «effetto Bradley», dal nome del candidato nero alla carica di governatore della California, Tom Bradley, che nel 1982 perse le elezioni nonostante i sondaggi lo avessero dato sempre in ampio vantaggio. La spiegazione fu proprio l'inconfessato razzismo che non osava rivelarsi ai sondaggisti. Perciò essere sopra il 50% significa vincere anche nel caso tutti gli indecisi ti votino contro. Ma proprio il razzismo è la grande incognita di queste elezioni, mi dice Matthew Rothschild (niente a che vedere con la famiglia dei banchieri), direttore del mensile The Progressive fondato da Robert Lafollette (1855-1925), uno dei politici più progressisti della storia americana, forse il più ostile all'influenza delle grandi corporations sul parlamento e sul governo di Washington. Se Joel Rogers pensa che martedì sera tornerà a casa, io mi sento a casa quando vengo qui a Madison, dopo stati come Arizona, Nevada, New Mexico: Madison è una piccola cittadina, sull'istmo di tre laghi, con una grande università, piena di giovani. È una cittadina di sinistra, dove vedi solo stickers per Obama, ma non nel senso di San Francisco dove domina l'anticonformismo liberal, pro gay, femminista. Qui l'aria è più da socialdemocrazia nordica: i suoi abitanti, come quelli del Minnesota, sono a stragrande maggioranza di discendenza scandinava, mentre la città industriale dello stato, Milwaukee, sul lago Michigan, è a forte impronta tedesca ed è in pratica un suburbio di Chicago da cui dista solo 120 chilometri. «Non so perché torni a vedermi, quando l'ultima volta avevo pronosticato una vittoria di John Kerry e mi sbagliavo di grosso», mi dice Matthew Rothschild. «Un mese fa ero molto scettico rispetto alle possibilità di vittoria di Obama. Adesso sono molto più ottimista. Perché nel frattempo sono successe tre cose. La prima è naturalmente la crisi finanziaria, di fronte a cui McCain non sa cosa dire, se non ripetere la vecchia tiritera di deregulation e taglio tasse: quando la banca Lehamn Brothers è fallita, tutte le borse sono crollate, e solo le azioni di Obama sono salite. Il secondo fattore è che Obama ha vinto i tre dibattiti televisivi, ha imparato la lezione e non ha commesso gli errori di Nixon e Al Gore che invece di demolire con calma le scempiaggini che diceva Bush, ridacchiava ironico, così alla fine la gente si è ricordata solo il suo sorrisetto beffardo e non le idiozie di Bush. Il terzo fattore è stata Sarah Palin che si è rivelata molto meno intelligente, meno qualificata e meno informata di quel che ci si aspettava. In ogni caso, candidando la Palin, McCain si è privato del suo argomento più forte: l'esperienza. Nessuno può pretendere che Obama sia meno esperto della Palin». Su questo punto ha un'opinione diversa John Nichols, editorialista del settimanale The Nation e vice direttore del Madison Capital Times, un giornale dalla storia curiosa, che noi del manifesto invidiamo tanto: un piccolo, autorevole quotidiano nato nel 1917, che ancora fruisce della donazione di un benefattore, che gli garantisce l'indipendenza economica: «McCain da un lato e Joe Biden (candidato democratico alla vicepresidenza) dall'altro sono due politici classici, senatori di lungo corso, anziani, tipici animali di Washington», mi dice John Nichols nel bar, il Caffè Ancora, dove lavora tutti i pomeriggi, di fronte alla Cupola del Campidoglio dello stato del Wisconsin: «Invece, da parecchi punti di vista, Obama e Palin hanno storie simili: sono giovani; erano sconosciuti cinque anni fa; non hanno mai ricoperto un incarico a livello nazionale; ambedue si sono fatti un nome andando contro corrente rispetto al proprio partito. Insomma questi due candidati esprimono l'importanza che ha assunto la dimensione mediatica, l'aspetto. Hai contato i settimanali di moda maschile che hanno Obama in copertina? Non come politico, ma come icona "alla moda". Candidando loro due, i due partiti hanno riconosciuto l'importanza della faccia». Mi chiedo se, più ancora che l'effetto Bradley, non rischi di intervenire «l'effetto Dewey», o «effetto Truman» che dir si voglia: nelle elezioni del 1948, il candidato repubblicano Thomas Dewey era dato nettamente vincitore da tutti i sondaggi, dopo 16 anni di ininterrotto governo democratico. La mattina dopo il voto alcuni giornali uscirono con la vittoria di Dewey Ci ricorda nulla a noi?). Invece vinse a sorpresa Harry Truman, il presidente uscente (insediato nel 1945 per la morte di Franklin Delano Roosevelt). «No, escludo una rimonta alla Truman», dice Rotschild, «McCain è troppo inetto, la sua campagna elettorale sbanda da tutte le parti». Scongiuri a parte, tutti ormai guardano al dopo vittoria. Rothschild perché, da direttore di un mensile, già chiede pezzi che saranno letti a dicembre, quando l'euforia della vittoria (incrociando le dita) sarà ormai passata: «Il maggior cambiamento che produrrà Obama è quello simbolico: il razzismo è una cicatrice profonda nella storia americana, una ferita di tre secoli. Certo, alcuni neri di sinistra temono che con un presidente nero, diventi difficilissimo far avanzare la causa nera, battersi per le discriminazioni positive, per la bonifica dei ghetti neri: i neri poveri saranno lasciati a se stessi e resi responsabili della propria povertà: "Ma quale razzismo?" gli diranno "se abbiamo votato un presidente nero". Per il resto, è assai probabile che, viste le sue posizioni centriste, Obama guiderà il paese come una combinazione di Clinton e Bush padre. Ma chiuderà Guantanamo e la sua guida dell'impero sarà più scaltra e meno crudele di quella di Bush». A Nichols chiedo quanto ci metterà la nuova amministrazione a riavviare quello che chiamo «il ciclo Prozac della sinistra», ovvero il ciclo per cui durante la campagna c'è grande entusiasmo, militanza, dopo il voto c'è enorme esultanza per la vittoria, e dopo qualche mese, di fronte all'inadempienza del partito vincitore, il popolo di sinistra è sopraffatto dalla depressione e deve ricorrere a dosi massicce di Prozac. «Intanto non basta la vittoria di Obama. È necessario che ci sia anche una "maggioranza di governo" alla Camera e al Senato. Per maggioranza di governo, non intendo il 50% più uno, perché nei ranghi democratici ci sono parecchi conservatori più a destra dei repubblicani. Con 50 più uno sei nella situazione Joe Lieberman (il senatore del Connecticut che era stato candidato democratico alla vicepresidenza, ora appoggia McCain e nell'ultima legislatura era l'ago della bilancia perché con lui i democratici avevano la maggioranza di un voto e senza di lui le forze erano alla pari, nel qual caso diventa decisivo il voto del vicepresidente in carica, ossia Dick Cheney). Per esempio i senatori di Nebraska, Virginia e Louisiana sono dei reazionari. Perciò serve una maggioranza di 57-58 senatori (su cento), almeno per passare approvare leggi d riforma. E alla camera, su 435 seggi, serve una maggioranza di 240-245 deputati. Questi due obiettivi sono importantissimi, quasi quanto la vittoria di Obama. Ma per quanto riguarda l'effetto Prozac, ci vorrà di più di qualche mese. Penso che il paese concederà molto tempo a Obama, aspetterà che realizzi una parte delle sue promesse. Sa che il compito è immane e gli farà credito per tutto il 2009. Il credito verrà a scadenza solo nel 2010, quando ci saranno le elezioni di metà mandato (che rinnovano la totalità della Camera e un terzo del Senato). Solo a quel punto, se Obama «non sarà passato alla consegna», come si dice qui, i democratici subiranno una sconfitta pesante. Un po' come successe a Clinton, dopo la sua vittoria del 1992: per tutto il 1993 un sacco di gente di sinistra sperò ancora molto in lui e poi nel 1994 ci fu l'onda di marea repubblicana». Nichols ha scritto vari libri sul sistema dell'informazione americano. Gli chiedo come giudica la copertura della campagna da parte dei mass media. «È stata pessima. Intanto va premesso che i quotidiani e i grandi network televisivi sono in crisi: hanno ambedue perso lettori e spettatori a vantaggio di Internet. E la recessione economica taglia ancora di più le entrate pubblicitarie. Quindi hanno licenziato, ridotto gli staff: cioè la copertura non è stata al meglio delle loro possibilità. Ma c'è un elemento più profondo. I nostri mass-media non sono fatti per descrivere la politica in termini di contenuti, di programmi, di idee: sono attrezzati solo per riferirne in termini individuali, di storia personale. E invece in questa campagna erano in gioco problemi di fondo. Hillary ha posto un problema di genere, Obama di razza, e McCain ha posto un problema di classe, col suo essere così spudoratamente capitalista, con otto case, la moglie miliardaria. Giornali e notiziari tv sono stati sessisti con Hillary, razzisti Obama, servili rispetto al denaro. Quello che hanno fatto col reverendo Wright è immondo: ma si è mai visto un politico che è ritenuto responsabile delle parole pronunciate dal pastore, o dal prete da cui ascolta messa? Ma Obama è stato perfetto: per tutta la campagna ha sempre agito da presidente, mai da candidato. Perché sa che un candidato nero non potrà mai vincere. Jesse Jackson era un candidato nero. Obama non ha mai reagito agli attacchi con aggressività. Ecco perché questa non è una campagna, è un evento».

 

Gheddafi a Mosca offre una base navale ai russi

Non piacerà agli americani e probabilmente neanche a molti europei la notizia, rimbalzata ieri da Mosca, di un'offerta di Gheddafi ai russi per installare una base militare navale nel porto di Bengasi, nel Mediterraneo. La notizia viene da un quotidiano economico russo, Kommersant, e coincide con l'arrivo del leader libico nella capitale russa, ieri, per tre giorni. Muammar Gheddafi è arrivato 23 anni dopo la sua ultima visita in Russia, che allora era ancora Unione sovietica. E' sbarcato all'aeroporto moscovita di Sheremetyevo e ha avuto un primo incontro con il presidente russo Dimitry Medvedev, che ieri sera lo ha invitato a cena nel castello di Meindorf, vicino alla capitale. Gheddafi invece risiederà (nonostante il freddo) nella sua ormai celebre tenda beduina, che si porta sempre dietro nelle rare trasferte all'estero. I servizi russi cercavano di convincerlo a rinunciare in quanto considerata una soluzione troppo pericolosa per la sua sicurezza. Ma ieri sera Gheddafi ha piantato la tenda all'interno del Cremlino, nei giardini Taininski. Oggi i colloqui entreranno nel vivo e oltre a Medvedev vi parteciperanno il premier Vladimir Putin e Aleksei Miller, il numero uno del colosso statale russo del gas Gazprom. Molta la carne al fuoco. Dalla base navale a una centrale nucleare per usi civili made in Russia, da un sostanzioso shopping di armamento russo ad accordi nel campo dell'energia. Gheddafi si presenta con buona disposizione verso i suoi anfitrioni per cercare di superare il malcontento del Cremlino verso di lui per non aver dato seguito agli accordi - generosi - firmati di recente con Mosca. In aprile l'allora presidente Putin aveva concesso la cancellazione del sostanzioso debito libico verso la Russia, 4.5 miliardi di dollari, in cambio di importanti contratti commerciali con imprese russe. Forse ora Gheddafi è arrivato a Mosca (anche) per onorare quegli impegni. Si parla di acquisti di armamenti - caccia Sukhoi 30 e Mig 29, sistemi missilistici Tor-M1 e carri armati T-90 - per almeno 2 miliardi di dollari. E di accordi energetici che potrebbero sancire il superamento del rifiuto finora opposto da Tripoli a entrare in quella Opec del gas su cui stanno lavorando i russi (e in America latina il venezuelano Hugo Chavez). Sarà interessante vedere le reazioni del mondo esterno ai propositi libici di acquistare dalla Russa le armi e soprattutto una centrale nucleare per usi pacifici. Con l'Iran questo tema ha scatenato una crisi internazionale, ancora niente affatto conclusa. Agli occhi dell'occidente Gheddafi non è - o non è più - Ahmadinejad, non è più il paria escluso dal consesso mondiale per il suo appoggio «al terrorismo», ha rinunciato ai programmi per dotarsi di armamenti di distruzione di massa e proprio ieri il Dipartimento di stato Usa ha annunciato di aver ricevuto l'assegno libico di 1.5 miliardi di dollari a mo' d'indennizzo per le vittime dell'aereo Panam precipitato su Lockerbie nell'88. Dopo di che via le sanzioni e via agli accordi economici che la ricchissima Libia assicura in entrata e in uscita. In settembre è stata in visita a Tripoli la signora Rice, segretario di stato Usa, rompendo un digiuno diplomatico che durava da 55 anni. Ma nonostante i gesti pubblici di riconciliazione e apertura, fra Libia e Stati uniti permane una diffidenza sospettosa dura a morire. Ecco che una base militare russa a Bengsai può essere vista da Gheddafi come una sorta di garanzia contro colpi di coda che in una situazione di acuta crisi mondiale - economica e politica - non si possono escludere. E Gheddafi, memore dell'attacco aereo Usa dell'86 (da cui si salvò per provvidenziale «soffiata» dell'allora premier socialista Bettino Craxi) non si fida tanto dell'America e offre una eccellente possibilità alla Russia - la cui unica base navale all'estero ora è quella di Sebastopoli, in Crimea, sul mar Nero - di mettere un piede stabile nel Mediterraneo. I contatti esistono già. In Libia ha fatto scalo in settembre la Flotta russa del nord diretta nei Caraibi per le «manovre congiunte» a cui l' ha invitata il presidente Chavez. Un altro che, come Gheddafi, non si fida degli americani e che, come i russi, considera meno insicuro un mondo sempre meno americo-centrico.

 

Repubblica – 1.11.08

 

Padova, l'ispiratore di Google: "Guadagno meno, resto per tigna"

CURZIO MALTESE

PADOVA - Lo "spriz" o "spritz" è il tipico aperitivo di Padova. I ragazzi si ritrovano, soprattutto il mercoledì e giovedì sera, si gonfiano del beverone alcoolico e fanno un po' o tanta bisboccia per le strade del centro. Tutto qui. Non molto nella città universitaria che è stata per trent'anni il più feroce laboratorio di violenza politica d'Italia, il regno dei timer e della P38, la culla delle stragi nere e dell'autonomia operaia di Toni Negri, il primo teatro di morte delle Brigate Rosse, l'arsenale di Mambro e Fioravanti, l'incubo delle "notti dei fuochi" illuminate da dieci, dodici attentati. Dagli anni Sessanta fino ai Novanta della Pantera e oltre, fino agli scontri fra neri e "no global" di Casalini. "E' la prima volta da trent'anni che a Padova la protesta universitaria non fa scorrere sangue per le strade. E' la prova che questo movimento è del tutto nuovo, nulla a che vedere con il '68, il '77 e successivi". A parlare così non è un leader dell'Onda, ma il magnifico rettore Vincenzo Milanesi. Un po' del merito del miracolo di questi giorni è più suo che del solito Sant'Antonio. E' l'unico rettore italiano ad aver sposato senza riserve la protesta degli studenti, ma ha ottenuto in cambio che non vi fosse alcun blocco della didattica. La protesta si è diretta verso le forme più creative, quasi giocose. "In tanti anni ne ho viste troppe per non sapere che qui una scintilla diventa subito un incendio". In realtà il conflitto, come direbbe Toni Negri, rimane vivo sotto la cenere. Ma si è spostato dal laboratorio politico ai laboratori veri e propri, quelli delle facoltà scientifiche. Ed è un conflitto fortissimo. Da una parte ricercatori e studenti, dall'altra i baroni dell'università. Che a Padova, ma non solo, significa anzitutto i baroni della medicina. E' intorno a Medicina che avvengono le guerre vere di potere, il novanta per cento degli scandali e delle parentopoli. Proviamo a raccontare questa guerra silenziosa a partire da una storia parallela, da due casi, l'esimio professor Antonio Ambrosini e il ricercatore semplice Massimo Marchiori. L'esimio prof. Ambrosini è una potenza di Medicina, con tre o quattro incarichi all'Università, presidente della società italiana di ginecologia e ostestricia (Sigo) e primario della clinica ginecologica di Padova, un vero barone con agganci bipartisan in politica. Impossibile incontrarlo. "E' molto impegnato". Forse non è neanche la giornata giusta. Ambrosini era finito una prima volta sotto inchiesta settimane fa, dopo la denuncia di alcuni professori per aver subito forti pressioni sulla scelta dei commissari chiamati ad assumere i ricercatori. L'archiviazione è stata rapidissima. Più difficile archiviare lo scandalo dell'altro giorno. Secondo la documentatissima ricostruzione de La Stampa il professor Ambrosini avrebbe operato una paziente a Padova nello stesso giorno in cui presiedeva un convegno a Shangai. Dove peraltro aveva invitato suo figlio Guido, già assunto nella stessa clinica del padre a spese dell'Asl. La prova non è difficile. Basta affiancare la foto del brindisi di Ambrosini a Shangai, disponibile su Internet, con il documento della clinica che certifica la sua presenza come primo operatore in un parto cesareo lo stesso giorno. Il mondo medico padovano è in subbuglio, ma molti hanno testimoniato solidarietà al barone di fronte all'"aggressione mediatica e giudiziaria": la procura infatti ha aperto un'inchiesta. L'ubiquità miracolosa ha fruttato al professor Ambrosini il sessanta per cento della spesa dell'intervento, un parto cesareo. Ovvero 4200 euro in 54 minuti. Quanto un ricercatore universitario guadagna in due mesi e mezzo. E passiamo al Ricercatore. Incontrarlo è facilissimo. Basta andare al dipartimento di Matematica e aspettare la fine dell'affollata lezione. Il giovane che mi accoglie in uno spoglio ufficetto sembra uno studente fuori corso, con jeans sdruciti e maglioncino blu. In realtà ha 38 anni, si chiama Massimo Marchiori ed è una delle maggiori personalità mondiali dell'informatica. Senza di lui non ci sarebbe Google. Per ammissione degli stessi inventori americani, Page e Brin, che hanno applicato una scoperta di Marchiori, l'algoritmo Hyper Search. Un genio. Il colosso di Mountain View lo corteggia da anni. Lui ha preferito rimanere a Padova, dove da ricercatore ha uno stipendio (a rischio) di 2000 euro al mese. L'ultima offerta americana che ha rifiutato era di 600 mila dollari netti all'anno, più i benefit. "Non posso più presentarmi al bar degli amici sotto casa, a Mestre. Mi dicono: te g'ha inventà gugol e guadagni meno di noi? Ma la ricerca è così da sempre, uno scopre, altri applicano. Sono una persona felice, godo di una libertà assoluta. Non c'è prezzo per questo. Ero felice quando lavoravo a Hyper Search, qui dentro, con una sola macchina condivisa con quaranta ricercatori. Senza fondi, perché i baroni consideravano la rete un giochino poco serio. Sono felice ora, mentre lavoro al nuovo progetto". Il web semantico. Per farla molto breve, un sistema di ricerca che può cambiare l'accesso alla cultura di alcuni miliardi di uomini. "Mi piacerebbe finirla qui e non a Boston, dove ho un altro incarico. Ma con questi tagli, non so come finirà. E' già difficilissimo ora trovare collaboratori. Un qualsiasi laureato in informatica trova un'azienda che lo paga il doppio dell'università e mica tutti sono pazzi come me". "La mia storia? Eccola. Mi sono laureato a Padova, specializzato in Olanda. Sono tornato a casa, a Venezia, ma non riuscivo a vincere un concorso. Mi sono visto passare davanti figli di ex rettori, nipoti di baroni, raccomandati d'ogni tipo. Ho mandato i miei lavori al Mit di Boston e mi ha chiamato subito di persona Tim Barners Lee (il creatore di World Wide Web, ndr). Un giorno sono andato a San Diego a esporre i risultati delle mie ricerche. Alla fine mi ha chiamato Larry Page e abbiamo discusso a lungo sulle possibili applicazioni. L'anno dopo lui e Brin hanno creato Google. Sono sempre stati onestissimi con me, hanno sottolineato un'infinità di volte il debito di Google con Hyper Search". "Che cosa penso della cosiddetta riforma Gelmini? Sono sbalordito. A furia di lavorare con gli americani, sono diventato ingenuo come loro. Mi aspetto ogni volta, da qualsiasi governo italiano, che annunci nuovi fondi per la ricerca. Invece arrivano puntuali i tagli. Non m'intendo di politica ma non posso credere che non capiscano quanto stanno facendo. Tagli di questo tipo, indiscriminati, dovrebbero realizzare miracolosamente, secondo loro, una gestione virtuosa dei fondi universitari. Al contrario, rafforzano i baronati. Perché è evidente che, senza criteri di merito, a franare sono sempre i più deboli politicamente, cioè quelli che fanno ricerca, mentre i forti, i baroni, se la cavano sempre. Nell'uso di Internet il ritardo dell'università italiana è tragico. Ma presto non sarà un problema, perché di questo passo il futuro è una specie di Cepu, un'istruzione di serie B o C. Perché sono tornato in Italia? Me lo chiedo anch'io. Resto per tigna, e per gli studenti. Non vorrei rassegnarmi, ma non so fino a quando". Marchiori è un mito per gli studenti di mezzo mondo. Per i suoi è un formidabile biglietto da visita: "Studio con Marchiori".

 

L'ultimo affondo della Casa Bianca: pioggia di decreti anti-ambiente - MARIO CALABRESI

NEW YORK - Alla vigilia dell'ultimo fine settimana della campagna elettorale si registra un grande attivismo della Casa Bianca: ieri si è saputo che George W. Bush sta lavorando per varare, il più in fretta possibile, un pacchetto di nuovi regolamenti che allenteranno le leggi a tutela dei consumatori e dell'ambiente, prima dell'arrivo di un nuovo presidente più sensibile all'ecologia. Lo ha rivelato il Washington Post secondo cui ci saranno ben novanta nuove direttive all'insegna della deregulation, per ammorbidire o abolire tout court gli attuali vincoli inquinanti che limitano l'industria privata, abbassare gli standard sull'acqua potabile e revocare una norma essenziale che regola lo smaltimento delle scorie delle miniere di carbone. Ma se gli occhi di tutti continuano ad essere puntati sui sondaggi, che confermano il vantaggio di Barack Obama (anche se l'Associated Press sottolinea che il 14 per cento degli elettori è ancora indeciso), il vero terremoto elettorale potrebbe portarlo, come quattro anni fa, Osama Bin Laden. Secondo il canale televisivo Abc, i servizi segreti americani sono convinti che il leader di Al Qaeda potrebbe tornare a farsi sentire proprio prima del voto perché - è la tesi degli analisti - un suo silenzio potrebbe essere letto come un'ammissione di impotenza e di irrilevanza. E proprio ieri l'esercito americano ha lanciato un attacco con due missili in Pakistan, facendo 28 morti in una zona di confine con l'Afghanistan nota per essere una enclave dove nascondono molti militanti taliban vicini ad Al Qaeda. "Non credete nemmeno per un secondo - ha detto Obama davanti ai suoi fan in Missouri - che sia fatta, non illudevi che il potere ci conceda alcunché. La partita si incattivirà, ne sono sicuro, nei prossimi quattro giorni". Nessuno dei due candidati ha parlato di politica estera, continuano entrambi ad essere concentrati sull'economia e McCain per il secondo giorno consecutivo ha fatto campagna in Ohio - insieme all'ormai famoso Joe l'idraulico e al governatore della California Arnold Schwarzenegger - e ha martellato Obama con la stessa accusa: di avere una politica economica troppo di sinistra e di voler alzare le tasse. I sondaggisti repubblicani ieri sono tornati a sostenere che la distanza tra i due candidati è inferiore a quello che sembra e che la partita è ancora aperta. Ma una rilevazione del New York Times sostiene che McCain non riesce a recuperare e che la sua palla al piede è sempre più la sua vice Sarah Palin, che non è ritenuta all'altezza del ruolo dal 59 per cento degli elettori. Perfino il capo di gabinetto del periodo finale della presidenza Reagan, Ken Duberstein, ha annunciato che voterà per Obama perché non comprende la scelta affrettata della Palin: "Anche a McDonald's - ha detto a Cnn - fanno tre colloqui prima di assumere una persona". Nello staff democratico sono sempre più convinti di poter ottenere una vittoria a valanga e per questo hanno deciso di andare all'attacco in tutta America, anche nelle tradizionali roccaforti repubblicane, e di lanciare gli spot di Obama perfino a casa di McCain, in Arizona, dove il candidato repubblicano chiuderà la sua campagna elettorale con un comizio lunedì notte. L'ultima polemica della giornata è scoppiata quando lo staff di Obama ha annunciato che per mancanza di spazio sarebbero rimasti a terra tre giornalisti che fino ad oggi avevano viaggiato sull'aereo del candidato. Ma si è immediatamente notato che i tre appartenevano a testate che negli ultimi giorni hanno espresso il loro sostegno per McCain: New York Post, Washington Times e Dallas Morning News. La campagna di Obama si è difesa spiegando di essere stata costretta perché ci sono troppe richieste e troppo pochi posti. Il portavoce Bill Burton ci ha poi tenuto a sottolineare che la rete Foxnews, di proprietà di Rupert Murdoch e arcinemica di Obama, continua ad avere il suo posto sull'aereo.

 

La Stampa – 1.11.08

 

Berlusconi a Colaninno: "Ora firmi" - AUGUSTO MINZOLINI

ROMA - L’ultima spinta, quella vera, Silvio Berlusconi l’ha data insieme a Gianni Letta al presidente di Cai, Roberto Colaninno, dopo aver insistito per tutto il giorno con i soci che fanno parte della cordata che sta per rilevare Alitalia, chiamandoli ad uno ad uno. Il premier era fuori di sé. La riapertura del «caso» Alitalia in una situazione che vede il governo già impegnato sul fronte della crisi economica e della scuola, lo aveva davvero reso furioso. E nel colloquio a tre si è sfogato contro questo Paese che non vuole modernizzarsi, riformarsi, che rischia di essere troppo arcaico e lento per tenere il ritmo degli altri Paesi. «L’Italia - ha spiegato ai suoi interlocutori - è il Paese dei veti e dei ricatti. E’ una situazione inaccettabile. Succede sulla scuola e adesso qualcuno vuole riaprire il caso Alitalia. Sempre con le stesse logiche. Caro Colaninno devi andare avanti. Non è pensabile che una compagnia come Alitalia che ha il suo valore - le ultime valutazioni che sono state fatte lo dimostrano - debba fallire solo per il “no” dei piloti. Noi vi siamo venuti incontro come governo. Non poco. Ora siete voi che dovete mostrare il coraggio necessario. Se i sindacati confederali accetteranno, come chiedete, di firmare il contratto, voi dovete presentare l’offerta. Farete la compagnia con chi ci sta. I piloti non ci stanno? Assumerete voi chi volete. Mettete da parte i dubbi e andate fino in fondo. A questo punto non potete assolutamente tirarvi indietro». Messa così era difficile per Colaninno e per gli altri soci Cai tirarsi indietro. Anche se da quelle parti da qualche settimana i timori di fare un buco nell’acqua avevano fatto aumentare in qualcuno la tentazione di mollare tutto, magari usando come alibi l’atteggiamento poco collaborativo dei piloti. «Ho parlato con Colaninno una decina di giorni fa e non mi sembrava più entusiasta come all’inizio di questa avventura - racconta il presidente della Commissione Trasporti, Mario Valducci -. L’idea di dover tentare un’operazione difficile con il sindacato dei piloti che voleva ancora mettere bocca sulla gestione dell’azienda non gli andava a genio. Ora, magari con l’aiuto di qualcuno, la Cai ha dimostrato di avere quel pizzico di decisionismo indispensabile in questi frangenti: se il sindacato dei piloti non firmerà, li chiameranno ad uno ad uno proponendogli l’assunzione e vedrete che il 70% dirà di sì». Quindi, ieri sera dopo una giornata pesante, in cui in consiglio dei ministri aveva tirato le orecchie a Gianfranco Rotondi per aver partecipato a Ballarò («ha rotto l’embargo») e aveva calmato con le buone ma anche con una certa fermezza l’irritazione di Renato Brunetta nei confronti di Giulio Tremonti (il giorno prima il ministro dell’Economia aveva mandato un suo funzionario a “controllare” l’andamento delle trattative per la firma del protocollo di intesa per il contratto del pubblico impiego), il premier è riuscito a tirare un sospiro di sollievo: «L’Alitalia sopravvivrà anche dopo la mezzanotte di oggi». La giornata di ieri, infatti, è stata un susseguirsi di momenti delicati. Racconta un ministro impegnato nella trattativa: «Diciamoci la verità, piloti e hostess li avevamo già persi. Da giorni avevamo capito che sarebbero andati alla rottura. L’importante per noi era portare alla firma tutti i sindacati confederali per convincere Cai a presentare l’offerta. Solo che ieri pomeriggio la Cgil - al solito - ha accettato all’inizio di firmare solo un documento e non il contratto ponendo questioni tecniche. Un atteggiamento determinato, almeno questa volta, non da una logica politica, ma dal rispetto dei soliti rituali sindacali. Roba del secolo scorso. Questo ha fatto irrigidire Cai che da settimane era assalita da dubbi. Per cui abbiamo corso il rischio che saltasse il tavolo solo perché qualcuno voleva ripetere i minuetti di un tempo. Poi alla fine ha prevalso il buonsenso». Appunto, ieri per ore si è andati avanti con alti e bassi, rasentando più volte il ciglio del precipizio. Tant’è che nell’opposizione gente come Di Pietro, il leader di Rifondazione Ferrero e l’ex dc Vietti, già indicavano nel governo e in particolare in Berlusconi il responsabile dell’ipotizzato fallimento della compagnia. «La famosa cordata Berlusconi - aveva tuonato per tutto il pomeriggio l’ex pm - altro non era che un maldestro tentativo di accaparrarsi i beni dell’Alitalia alle spalle dei lavoratori. Adesso che la trattativa è fallita il governo faccia un bagno di umiltà e rimetta all’asta l’Alitalia». C’è, insomma, chi ha quasi tifato per la rottura, considerandola un obiettivo positivo. E’ un atteggiamento che appartiene alla politica italiana e che ieri, a fine giornata, è stato oggetto di una riflessione amara del Cavaliere con alcuni dei suoi consiglieri. «C’è chi non vede l’ora - ha fatto presente - di strumentalizzare i problemi, addirittura i drammi di questo Paese, a fini politici. E c’è chi nella difesa dei propri privilegi non si rende neppure conto della crisi che stiamo attraversando. Ci vorrebbe un po’ di ottimismo e, invece, c’è chi è pronto a pronunciare dei “no” irresponsabili a costo di far fallire un’azienda. E chi fomenta la piazza su temi delicati come la scuola per coprire le proprie contraddizioni». E ora tocca all’Ue e al partner straniero: superato lo scoglio del contratto e delle modalità di assunzione con i sindacati, il nuovo «D-Day» del piano Fenice dovrebbe essere il 12 novembre. In quella data, infatti, si attende il responso della Ue sul prestito ponte da 300 milioni, varato ad aprile dal Tesoro. Secondo indiscrezioni riportate dai media francesi, il 12 novembre dovrebbe essere anche il giorno in cui Cai annuncerà la scelta del partner straniero: in corsa sempre Air France e Lufthansa, mentre sembra più lontana l’ipotesi di British Airways, con la quale però non sono stati sospesi i contatti. Cai ha una trentina di giorni per mettere a punto tutto i dettagli: il commissario Augusto Fantozzi, ha infatti detto di avere liquidità fino al primo dicembre. Ma alcuni adempimenti sono già stati compiuti: è il caso della domanda per il certificato di operatore aereo che la società presieduta da Roberto Colaninno ha già presentato il 23 ottobre, e quello per la licenza di esercizio di vettore aereo consegnata all’Enac il giorno dopo.

 

Il preside che non sciopera – Flavia Amabile

Le cifre sono state ai limiti del bulgaro: un milione di persone in piazza, e il 90% delle scuole chiuse, hanno raccontato gli organizzatori. Ora, come al solito, bisogna rivedere un po’ al ribasso le cifre ma su una cosa sono tutti d’accordo, sia chi ha manifestato sia chi è andato a scuola: mai uno sciopero è stato altrettanto imponente. Professori rimasti fuori dai cancelli perché i bidelli hanno partecipato in massa, portoni rimasti chiusi e interi edifici deserti e poi gli altri, quelli che a scuola ci sono andati comunque. Come al liceo Martin Luther King di Genova, a Sturla. Sono 1380 alunni divisi tra classico e scientifico per 60 classi. Due giorni fa corridoi e aule erano vuoti tranne quattro classi, due del liceo scientifico, due del classico. «Da noi circa l’80% degli studenti hanno fatto sciopero e il 60% dei docenti», racconta Renato Dellepiane, il dirigente scolastico dell’istituto. Volendo rovesciare le cifre si può dire che il 20% degli studenti e il 40% dei docenti sono entrati, hanno fatto i «crumiri», non hanno partecipato alla protesta. Dellepiane ha 65 anni, da 20 fa il preside. Da allora «crumiro» lo è sempre stato, per scelta. A volte quando ancora era professore, qualche volta ha scioperato, da dirigente mai più. «Per senso di responsabilità - spiega lui - per senso del dovere. Sono d’accordo con alcune delle rivendicazioni di chi ha fatto sciopero ma il momento era troppo delicato, non potevo lasciare la scuola: non sapevo che cosa avrebbero fatto gli alunni o i docenti». Dellepiane è il dirigente che questa primavera ha dovuto gestire un delicato problema con un professore trovato da una studentessa a compiere atti osceni in classe e che sa il bullismo che cosa è e come combatterlo. Nella scuola vorrebbe più rigore. «E il ministro Gelmini qualche risposta la da: con il voto in condotta, in un certo senso con il grembiule che sembra una stupidaggine, e invece frena la corsa alle griffes di tanti studenti». E’ d’accordo con la reintroduzione dell’educazione civica fra le materie da studiare e vorrebbe che il ministro «facesse pulizia nelle università». Ma vorrebbe anche che ritirasse tutti i tagli. «Perché a noi fanno paura l’accorpamento delle classi di concorso, la riduzione dell’orario, i tagli ai docenti. Sono un ridimensionamento di tutta la nostra attività». E quindi non ha nulla da dire contro quelli che hanno scioperato ma ha lavorato sodo per arrivare a riempire almeno quelle quattro aule. «Ho riunito tutti i rappresentanti di classe, ho spiegato loro il mio punto di vista sul decreto Gelmini e sui tagli, e ho detto che secondo me bisognava informarsi bene su quel che prevedevano le novità introdotte dal governo. Ho ascoltato le loro posizioni poi i rappresentanti sono tornati dagli studenti a riferire. Si è creato un dibattito con i docenti e le classi i cui docenti erano più disponibili a discutere sono venute per intero. Hanno fatto lezione normale ma anche parlato di quello che stava accadendo. E’ stato il professore di storia e filosofia a approfittare della lezione di educazione civica per parlarne». Problemi all’ingresso? Insulti, prese in giro? «Nessuno, i ragazzi sono entrati senza alcun problema di picchetti da superare». E ora, lasciato alle spalle lo sciopero, le agitazioni, il periodo più convulso della protesta, per Dellepiane inizia un’altra fase. «Ho convocato di nuovo i rappresentanti di classe lunedì. Consegnerò loro un po’ di documentazione: il testo della 137 e gli articoli del decreto 133 che si riferiscono alla scuola. Ho aggiunto anche alcune dichiarazioni sindacali». Le dichiarazioni sindacali? Il preside che non ha mai scioperato diffonde le posizioni dei sindacati? «Offro agli studenti la possibilità di informarsi, poi convocheremo un’assemblea e ne discuteremo tutti insieme. Devono sapere, devono capire, e l’unico modo per farlo è avere le informazioni».

 

Il fantasma dei brogli resuscita Gore – Lucia Annunziata

WEST PALM BEACH (Florida) - Poveretto, Al Gore. Ce ne sono pochi di politici al mondo (per non dire in America) così per bene e così sfortunati. Ultimo rappresentante di una genia per la quale la politica era prima un onere e poi un onore, agli interessi del partito ha sempre detto sì. Con la prontezza con cui abbassò la testa al dovere di un americano e andò in Vietnam, a dispetto delle sue convinzioni e dei suoi privilegi (contrariamente alla maggioranza dei suoi coetanei di Harvard e Yale, fra cui Bush e Clinton); la stessa prontezza con cui si ritirò nel 2000 da una battaglia legale per la presidenza da cui lo distanziavano solo 537 voti, perché lo scontro avrebbe messo alla prova la credibilità delle istituzioni americane. E oggi che è qui - ha detto sì, come sempre - per la prima volta su un palco elettorale a sostenere Obama, dopo otto anni, proprio nello Stato dove perse la presidenza, c’è così poca gente che lui e la moglie Tipper devono venire trattenuti per un po’ dietro al palco nella speranza che la sala si riempia. Ma resta semivuota. Un centinaio, i presenti. Una fila di signori e signore in maggioranza bianchi, liftati o ben curati. Gente che vive a Palm Beach tutto l’anno, democratici, spesso ebrei, che amano Al Gore per la pacata aria di Good Old Boy che gli viene dalla sua aristocratica famiglia. Del resto, è proprio questo il problema: la Florida è la stessa dannazione di sempre. Con la complicata mappa sociale e razziale di questo Stato, i Wasp della costa del sud, e i bianchi poveri delle Everglades, i latini cubani potentissimi, e i latini poverissimi che lavorano i campi, i neri che controllano la macchina politica di Miami, e quelli dei ghetti, vincere è sempre una lotteria. O meglio, vincere è sempre una lotteria un po’ truccata. Imbrogli? Non proprio, non è esattamente corretto chiamarli così nella democratica America, ma in Florida, nel 2000, si accertò che in 6000 circoscrizioni in cui il voto fu ricontato, i voti dei neri e dei poveri annullati furono tre volte di più di quelli bianchi (fonte New York Times, 12 novembre 2001). Stavolta dunque si è scatenata una guerra preventiva da entrambe le parti, democratici e repubblicani, a suon di avvocati, e di presenze elettorali. E così arriviamo al povero Al Gore, mobilitato anche lui per rappresentare il non-rappresentabile: è venuto a mostrare la sua faccia in Florida, per ricordare a tutti la lezione del 2000. Che un politico venga a celebrare la sua sconfitta, è qualcosa che si vede di rado. Per fortuna che il tempo aiuta tutti. Con estrema grazia Al e Tipper si presentano come se invece di un comizio fosse un the fra amici. Il tempo sembra aver fatto bene a entrambi. Tipper è un po’ dimagrita da quando era la moglie imprevedibile del vicepresidente nella Camelot clintoniana (viva Tipper: era l’unica che non stava mai a dieta e sosteneva che il rock fa male ai ragazzi). E Al ha acquisito, con i capelli bianchi (e il Nobel) finalmente un po’ di senso dell’umorismo. Inizia con un paio di battute su se stesso. «Cari amici, eccomi qui, proprio qui, dopo otto anni . Me ne sono reso conto prima quando ho visto una signora fissarmi... l’ho salutata e lei mi ha detto: lo sa che se si tingesse i capelli di nero sarebbe molto simile ad Al Gore?». Il clima si rasserena, con un sospiro di sollievo delle Grandi Dame di Palm Beach! Gore è ormai così tranquillo che ci riprova. «La recessione è cominciata il giorno del giuramento di Bush nel gennaio del 2001. E io sono stato il primo licenziato!». I pochi cuori presenti sono ormai riscaldati - «Al, guarda che ti ho votato», dice un signore dalla sala, «Grazie» , dice lui - e il comizio è quasi finito. Gore parla del programma di Obama per una nuova economia che porti a sottrarsi al petrolio, ricorda a tutti che la parola «change» l’ha usata per primo lui. Dimenticate le tensioni nel partito democratico, le litigate con Bill e Hillary (alla fine giustizia divina ha voluto che anche loro finissero fuori). Obama è l’ultima ragione per unire a questo punto il partito democratico. Al e Tip si sfilano per raggiungere il prossimo appuntamento, mentre la campagna elettorale, a meno due giorni, avvolge le bandiere. Ma non è finita. I posti vuoti lasciati dai candidati e dai volontari, vengono silenziosamente occupati dagli avvocati. Una marea. Da entrambe le parti. Solo in Florida c’è una task force di 5000 avvocati volontari, il maggior gruppo mai messo insieme, guidato dallo stesso Charles Lichtman che nel 2000 difese Gore, e che oggi vuole anche lui una piccola rivincita. E’ accanto a Obama, impegnato in 18 ore al giorno di volontariato, da giugno. Lo stesso in Ohio, Pennsylvania, Virginia, dove più incerta è la situazione. E i repubblicani , anche se non danno cifre, hanno a loro volta fatto lo stesso. Finirà che in ogni posto dove si vota ci saranno due avvocati a controllare e scontrarsi, dicono tutti. Il che la dice lunga sul fatto che nessuno al momento sa esattamente chi sarà il vincitore. Insomma, abbiate fede. La campagna sta per finire, ma, come dice Gore, «il bello comincia ora».


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