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Il Generatore di Ottimismo

Manifesto – 2.11.08

 

Il Generatore di Ottimismo - Alessandro Robecchi

Egregio Presidente del Consiglio. Capiamo la Sua necessità di ricevere al più presto la nostra invenzione, ma non siamo purtroppo ancora in grado di soddisfarLa: il Generatore Elettronico di Ottimismo non è ancora pronto. I nostri laboratori lavorano 24 ore su 24, gli esperimenti continuano senza interruzione, ma la sperimentazione sui soggetti sensibili presenta qualche problema. Applicato alle onde cerebrali di un precario della scuola, il Generatore Elettronico di Ottimismo produce fasi psichiche ben distinte: una vaga incazzatura prima, e una netta aggressività dopo. Naturalmente, visto l'uso di massa che il governo intende fare del Generatore di Ottimismo, è chiaro che la macchina deve essere affidabile. Abbiamo registrato fastidiosi intoppi sui soggetti cassintegrati, aumentati del 70% in pochi mesi. Anche qui il Generatore di Ottimismo sembrava funzionare, ma dopo qualche istante, il risultato è stato opposto: i soggetti sottoposti al test sono diventati intrattabili e scostanti, con una preoccupante tendenza alla mobilitazione e al turpiloquio contro il Suo governo. Durante i test con i ricercatori universitari, un nostro tecnico è stato aggredito e si è messo in salvo per miracolo. Per ora gli effetti collaterali più vistosi sono un aumento della sfiducia nei confronti di qualunque cosa rappresenti il governo e in particolare la Sua figura. Naturalmente abbiamo condotto esperimenti mirati, ma anche qui non è andata bene: azionato su un soggetto sensibile che ascoltava una dichiarazione di Cicchitto, il Generatore di Ottimismo è addirittura esploso causando un'interruzione della corrente. È triste dirLe che per un funzionamento affidabile del congegno bisognerà aspettare qualche tempo, forse se non si tagliassero i fondi alla ricerca potremmo darLe notizie più confortanti. In attesa di un positivo sviluppo, il nostro consiglio è di continuare a usare i suoi telegiornali.

 

«Sciopero generale: ce lo chiede la base» - Loris Campetti

Cinquemila delegati rappresentano il sistema circolatorio della Fiom, una rete fittissima di vasi e capillari che irrorano il corpo e il cervello del più forte sindacato dei metalmeccanici italiani. Venerdì hanno accolto con un'ovazione, tutti in piedi, la proposta di sciopero generale della categoria accompagnato da una grande manifestazione a Roma il 12 dicembre, avanzata dal loro segretario Gianni Rinaldini. Stessi applausi convinti quando Rinaldini ha rivendicato il ruolo della Cgil, casa naturale della Fiom, e quando Guglielmo Epifani ha detto: «La Fiom e la Cgil sono la stessa cosa». Un'affermazione che da tempo questi metalmeccanici non sentivano e di cui, verosimilmente, sentivano il bisogno. Una scena d'altri tempi, una passione che ha colpito l'intero gruppo dirigente della Cgil presente all'assemblea dei delegati. Rinaldini, come spieghi le ovazioni dei tuoi delegati? Do un giudizio molto positivo dell'assemblea che ha coniugato una preoccupata consapevolezza delle difficoltà prodotte dalla crisi con una forte combattività. Non è usuale l'ovazione negli attivi dei metalmeccanici che per natura, abitudine alla critica, raramente eccedono negli applausi di cui sono assai parsimoniosi. E' importante questa determinazione in una stagione così complicata, con la crisi finanziaria, economica e produttiva che pesa sulla condizione dei lavoratori. Siamo all'emergenza sociale, finora oscurata da chi nascondeva la realtà sostenendo che il problema riguardava solo le banche e il sistema finanziario. Non pensi che ad avere fortemente compattato i delegati abbia contribuito una ritrovata unanimità del gruppo dirigente? L'unanimità del gruppo dirigente c'è da alcuni mesi e non ha nulla a che fare con la ricerca di chi in passato avesse ragione e chi torto. Nasce piuttosto dalla consapevolezza collettiva della gravità della situazione che mette il sindacato di fronte a un bivio, rispetto a uno scenario segnato dalla pretesa del governo e della Confindustria di utilizzare la crisi per sancire un cambiamento strutturale dei rapporti con i sindacati. I quali possono decidere di accedere a una gestione della crisi vissuta come fase temporanea, da superare con il salvataggio pubblico del sistema finanziario, per poi riprendere lo stesso meccanismo di sviluppo fondato su basse retribuzioni, peggioramento delle condizioni lavorative e precarietà. Così il sindacato si renderebbe funzionale in cambio di una gestione diretta di pezzi di stato sociale, dal collocamento alla formazione, agli ammortizzatori sociali. E' la strada imboccata dalla maggioranza delle organizzazioni sindacali. Qual è quella della Cgil e della Fiom? Un sindacato che voglia difendere i valori della solidarietà, dell'uguaglianza e della democrazia deve aprire la strada a uno scenario nuovo, attraverso un'ipotesi alternativa al sistema di potere governo-Confindustria e a un modello di sviluppo che ha prodotto troppi guasti sociali, ambientali, culturali. La Fiom, così come la Cgil in questi mesi, si dice indisponibile a farsi inglobare dentro un processo che distruggerebbe i suoi valori, la sua cultura. Bisogna svelare i presunti paradossi dell'ideologia dominante, per cui mentre esplode la cassa integrazione e fioccano i licenziamenti dei precari si detassano gli straordinari e si controriforma la legislazione del lavoro per allungare gli orari; si dice che gli stipendi finiscono alla terza settimana e poi si fanno accordi nel pubblico che prevedono aumenti netti di 40 euro, e nel privato si siglano linee guida che comportano la riduzione dei salari. Siccome non sono tutti matti, la spiegazione è che c'è un disegno che mette nel mirino lavoratori pubblici e privati, studenti e pensionati. Dietro i tagli alla scuola e alla ricerca c'è una concezione della produttività basata sul peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita. Noi, nel percorso individuato con l'assemblea dei delegati abbiamo messo insieme le questioni inerenti la prospettiva con la necessità di costruire una rete di protezione sociale, utilizzando le risorse pubbliche che devono essere ingenti per elevare ed estendere gli ammortizzatori sociali a tutte le tipologie contrattuali. A questo scopo bisogna liberarsi della Bossi-Fini che prevede l'espulsione di quei lavoratori migranti che perdano il posto: al contrario, bisogna estendere anche a loro, oltre che ai precari, le coperture a cui ha accesso chi ha un contratto stabile nelle grandi aziende. Il segretario della Funzione pubblica, Carlo Podda, ha chiesto dalle pagine del manifesto alla Cgil di arrivare, prima dell'approvazione della Finanziaria, a uno sciopero generale di tutte le categorie. Che ne pensi? Quel che dice Podda è di assoluto buon senso: è evidente che l'articolazione delle iniziative di lotta già messe in campo e quelle già programmate per novembre richiamano la necessità di trovare un momento di unificazione che non può che essere lo sciopero generale, ed è di questo che dovrà discutere l'organismo dirigente della Cgil, valutando le tappe necessarie. Podda ha aggiunto che, qualora la Cgil decidesse di percorrere strade diverse, la Funzione pubblica sarebbe pronta a fissare per il suo sciopero generale la stessa data dei metalmeccanici. E' un'altra considerazione di buon senso, nel caso in cui i tempi dello sciopero generale deciso dalla Cgil fossero diversi da quelli della Finanziaria. Sarebbe paradossale arrivare a due iniziative nazionali determinanti come gli scioperi dei meccanici e dei pubblici, le due principali categorie dei lavoratori attivi, in momenti diversi, separati, proprio mentre governo e Confindustria fanno di tutto per dividere e contrapporre i lavoratori, dicendo infamie sia contro quelli pubblici - fannulloni - che contro i nostri. Il presidente di Federmeccanica Bombassei ha commentato così la vostra dichiarazione di sciopero generale: «La Fiom, come la Cina, non è più un fenomeno ma una certezza». Per molta stampa siete colpevoli di aver portato la Cgil sulla cattiva strada facendola «regredire» all'epoca Cofferati... Questa poi non è un'offesa, se ci si riferisce al 2001-2002. Gli organi d'informazione si trasformano in organi di partiti: hanno auspicato l'isolamento della Fiom e la rottura con la Cgil, ci hanno lavorato con impegno e oggi sono isterici per aver fallito il loro obiettivo. Non parlano mai del merito, delle condizioni dei lavoratori, dei pensionati, degli studenti, tutto e tutti vengono ricondotti alle manovre e agli schieramenti politici. Stanno aprendo una campagna di denigrazione nei confronti di Epifani perché ha osato dire che questa volta non c'è una posizione diversa tra la Cgil e la Fiom nel giudizio sugli accordi che abbiamo deciso di non firmare. A proposito di schieramenti politici, si fa un gran parlare di quanti danni produrrebbe al Pd il presunto arroccamento della Cgil. Le scelte della Cgil aprono uno scenario nuovo con cui tutti, compreso il Pd e comprese le forze alla sua sinistra, dovranno fare i conti. Uno scenario che riporta al centro la questione sociale.

 

«Un'onda europea» - Teresa Pullano

FIESOLE (FI) - Sembrano dei monaci quegli studenti che, uno ad uno, percorrono la stretta strada che, in mezzo agli ulivi, ai colori e alla dolcezza delle colline di Fiesole, conduce alla Badia. Qui dei monaci c'erano per davvero, a partire dal 1028, anno della fondazione del convento. Oggi questo luogo ospita un ente di ricerca e di studi dottorali e post-dottorali che è finanziato e gestito direttamente dalla Commissione europea. L'Istituto universitario europeo è un centro di eccellenza a livello continentale, qui arrivano docenti e dottorandi da tutto il continente, spesso da tutto il mondo. Eppure, anche se in questo spicchio d'Europa non si parla nemmeno l'italiano (la lingua ufficiale all'interno della Badia è l'inglese), anche qui sono preoccupati. Il trio Gelmini-Brunetta-Tremonti è riuscito nell'impresa di rompere la quiete di questo luogo di solito così appartato. Una parte dei dottorandi, italiani e stranieri, si è costituita in un gruppo, «Iue in movimento», che comunica all'esterno attraverso un blog. Hanno indetto varie assemblee all'interno dell'università, hanno partecipato agli incontri con l'«onda» fiorentina. Sono scesi in piazza, si sono sporcati le mani anche loro, che in genere appaiono un po' snob e distaccati dalla vita della città e del paese che li ospita. Il prossimo 5 novembre tre professori dell'Istituto, Donatella della Porta, Antonella Romano e Heinz Gerard Haupt, terranno delle lezioni su «movimenti, diritti e libertà» in piazza Sant'Ambrogio a Firenze. Mentre loro, i dottorandi hanno volantinato al mercato di piazza delle Cure e a piazza Sant'Ambrogio. La loro posizione l'hanno esplicitata in un comunicato ufficiale nel quale affermano di essere anche loro parte del movimento italiano, perché la legge Gelmini li riguarda, anche se di primo acchito potrebbe sembrare il contrario. L'Iue infatti non subirà tagli, perché dipende direttamente da Bruxelles ed è una vera e propria riserva indiana. Qui i dottorandi italiani hanno condizioni di studio che nemmeno si sarebbero potuti sognare rimanendo in una qualunque delle nostre università. In primis, tutti hanno una borsa di studio che li copre per tre anni almeno. E questo senza che in cambio gli venga chiesto nulla che esuli da un'attività di studio. Quindi, niente lavoro gratuito per fare gli esami, correggere le tesi di laurea e fare il ricevimento, come invece accade per la maggior parte dei loro colleghi. Inoltre, le condizioni materiali di lavoro sono incomparabili con quelle che anche il migliore tra gli atenei italiani può offrire. Purtroppo però, almeno per gli studenti italiani, il sogno finirà presto. Chi ha finito o sta finendo ha solo due possibilità: o si sceglie di rimanere in Italia e ci si piega ai diktat dei baroni locali, accettando la penuria di risorse e un contesto in cui non c'è nessuna circolazione delle persone e delle idee, a dispetto delle parole d'ordine comunitarie. Oppure, spesso a malincuore, si lasciano gli ulivi di Fiesole per un posto come professore nelle università straniere. Eppure non solo i dottorandi italiani vorrebbero rimanere a lavorare come professori nelle università nostrane, ma anche, pensa un po', gli altri, gli stranieri. Ecco perché la pseudoriforma della Gelmini è davvero troppo. Ce lo racconta Alice, dottoranda al quinto anno che lavora sui movimenti sociali: «Quelli approvati e chiamati impropriamente "riforma" sono solo tagli. Ad un sistema che è già esangue. Usciti da qui, noi italiani non abbiamo alcuna prospettiva di poter rimanere a lavorare nelle università del nostro paese, e anche gli stranieri che si vorrebbero fermare da noi sono scoraggiati. Non sanno nemmeno come devono fare per accedere ai concorsi, figuriamoci vincerne uno». Ecco perché, nel comunicato ufficiale che hanno diffuso, gli studenti di Fiesole chiedono che, anziché attuare il taglio di 1,4 miliardi di euro dal fondo di finanziamento ordinario degli atenei, si introduca un sistema di valutazione della ricerca e della didattica a livello nazionale. Il blocco del turn over e il progetto delle fondazioni private, scrivono, non farebbe altro che aggravare lo stato di sfacelo dell'università. Ciò che loro chiedono è invece una riforma dei concorsi e percorsi di carriera che premi la qualità della ricerca e scardini meccanismi di selezione e avanzamento guidati da pure logiche di potere. E di certo questi dottorandi non accettano di essere etichettati come «fannulloni» o «facinorosi» come tentano di fare il governo e una parte dei mezzi di comunicazione. Loro rivendicano, come tutto il movimento degli studenti, competenze e autonomia di giudizio. Le loro competenze le metteranno infatti al servizio di un'analisi dettagliata del decreto Gelmini sulla trasformazione delle università in fondazioni, quando uscirà. Approfittando dell'interdisciplinarietà che caratterizza l'istituto e dello sguardo europeo, il decreto sarà analizzato dal punto di vista giuridico, economico e politico. Sarà poi messo in prospettiva con le linee guida della politica europea della ricerca e dell'università. I dottorandi produrranno cosi un vero e proprio documento. Chissà allora che l'arretratezza e la spregiudicatezza della Gelmini non balzino all'occhio di qualche funzionario europeo. «Uno dei nostri scopi», continua Alice, «è anche quello di far conoscere all'estero il decreto Gelmini e le proteste. Attraverso i dottorandi stranieri, alcuni dei quali collaborano anche con giornali e radio nei propri paesi, vogliamo che l'Europa sappia cosa stanno facendo alla ricerca e all'università italiane. Grazie alla nostra pubblicità, alcuni mezzi di comunicazione danesi hanno parlato della sedicente riforma Gelmini». Per tutti c'è la preoccupazione che l'Italia sia l'avanguardia di riforme del sistema universitario che in parte sono già in atto negli altri paesi membri. Michele ha già discusso la sua tesi di dottorato e per ora, in attesa di un futuro impiego non precario all'università, rimane al sicuro in questa riserva indiana che è l'Istituto europeo. Lavora all'Osservatorio delle carriere accademiche dell'Istituto, che monitora le modalità di accesso alla carriera universitaria in Europa. È dunque ben piazzato per inquadrare a livello comunitario ciò che sta accadendo qui da noi: «La Francia è il paese che segue più da vicino i progressi italiani. Non solo i francesi si sono presi Sarkozy, imitazione d'oltralpe del nostro Presidente del consiglio, ma hanno introdotto una riforma dell'università che prevede tagli consistenti. Anche in Germania c'è stato, negli anni passati, un depotenziamento della ricerca. Ne è nato un forte movimento tra gli studenti che pero è stato sconfitto: la riforma si è fatta e le proteste si sono spente. Il rischio, da evitare, è che succeda la stessa cosa in Italia». Per Michele proprio l'Europa è stata l'apripista di una generale dequalificazione dell'insegnamento e della ricerca universitari con il format del 3+2. «È proprio per difendere un'idea forte di servizio pubblico di qualità che anche noi dottorandi di Fiesole ci stiamo muovendo». Con la legge Gelmini già approvata, il progetto Tremonti per le fondazioni private e il blocco del turn over incentivato da Brunetta non si andrà affatto verso una maggiore trasparenza e apertura al merito, al contrario l'Italia sarà, ancora più di oggi, una macchia nera nel panorama scientifico europeo.

 

La Russa: il 4 novembre sarà vacanza

ROMA - Se il 2 novembre «ogni famiglia ricorda i propri morti, così la grande famiglia della Difesa ricorda i propri caduti». Questa volta il ministro Ignazio La Russa si riferisce a «quelli di ieri e quelli di oggi, quei militari che in tutte le epoche sono stati chiamati a servire la patria difendendola o operando per essa fino al sacrificio della propria vita», senza scendere in particolari. Il ministro, in competizione con il titolare del Viminale, il leghista Roberto Maroni, sulla sicurezza, aggiunge che «oggi dobbiamo ricordare anche chi, ispirato dalle stesse motivazioni, ha perduto la vita nell'adempimento del proprio dovere in patria, nella lotta alla criminalità e per cause di servizio». Poiché per il 4 novembre, festa delle forze armate, ha deciso di lanciare una campagna in grande stile, con tanto di spot in televisione, al cinema e negli stadi, il ministro della difesa e «reggente» di Alleanza nazionale annuncia poi a Gr parlamento che la ricorrenza della fine della prima guerra mondiale «sta per ridiventare non solo festa nazionale, perché lo è già, ma giorno di vacanza, esattamente come lo è il 2 Giugno e come lo è il 25 Aprile». Il novantesimo anniversario del 4 novembre prevede, oltre alla cerimonia a Roma, all'Altare della patria, un week end, il prossimo, con esibizioni delle forze armate in tutti i capoluoghi di regione e il concerto di Andrea Bocelli a Roma, a piazza del Popolo. E il ministero della difesa manderà persino militari nelle scuole, non a sostegno della legge Gelmini, ma per spiegare la prima guerra mondiale.

 

Non si torni a glorificare la guerra - Domenico Gallo

Come tutti sanno il 4 novembre, anniversario della fine della I guerra mondiale, ricorre la festa delle forze armate e dell'unità nazionale. Quest'anno la celebrazione della festa del 4 novembre sta diventando qualcosa di straordinario per l'attivismo del ministro della Difesa, La Russa, che ha organizzato una lunga serie di manifestazioni di vario genere e ha previsto, persino, l'invio nelle scuole di ufficiali della Forze Armate per celebrare la ricorrenza con gli studenti. In linea di principio non c'è niente di strano che un paese celebri una festa delle proprie forze armate per ricordare i caduti di tutte le guerre e non c'è niente di strano che in Italia questa data venga fissata proprio il 4 novembre, anniversario della resa dell'esercito austriaco e quindi della fine della I guerra mondiale. Tuttavia è innegabile che, in Italia, questa festa sconta un peccato originale. Essa è stata istituita, all'indomani della guerra, per celebrare la «vittoria» di Vittorio Veneto, sotto la spinta dell'esigenza di elaborare il lutto, secondo il vecchio schema della retorica patriottica, trasformando la morte in «sacrificio», in offerta generosa della vita per la salute della collettività. Per questo è stato inventato il rito del «milite ignoto», tumulato nel sacello dell'Altare della Patria il 4 novembre 1921. Nella prima metà del secolo scorso le nostre piazze e le nostre chiese, i nostri municipi si sono ammantati di lapidi che «celebravano» il sacrificio dei nostri combattenti, caduti per la Patria. Nello stesso tempo quelle lapidi chiudevano la bocca a ogni dissenso che potesse mettere in discussione i meccanismi della politica e del potere che quelle morti avevano prodotto. Morire per la Patria era un evento sacro e generoso: solo con questa trasfigurazione ideologica della morte si poteva rendere accettabile alla coscienza collettiva il peso insostenibile del dolore che aveva devastato la vita di quasi tutte le famiglie italiane (la grande guerra aveva prodotto circa 750.000 morti, il doppio dei caduti che si sarebbero avuti con la II guerra mondiale). Se nella seconda metà del secolo scorso quelle lapidi non sono state più erette, e il culto della morte non è stato più celebrato, ciò è avvenuto perché la politica (e la Costituzione) lo ha impedito. Proprio questo vuol dire il ripudio della guerra: che la morte è stata tolta dagli utensili della politica, che deve perseguire i propri legittimi obiettivi con mezzi diversi dalla violenza bellica. Sotto l'egida della Costituzione repubblicana, il mutato clima culturale, politico e istituzionale ha trasformato il senso delle celebrazioni del 4 novembre rispetto all'impostazione originaria. Senonché la situazione è cambiata con l'avvento al governo di un ceto dirigente portatore di una cultura politica estranea, se non configgente, con i valori costituzionali. Con un ministro della difesa che, con riferimento all'Afghanistan, ci ha fatto sapere di non nutrire più alcun «pregiudizio» in ordine al ricorso alla guerra come strumento della politica e che ha trasformato le celebrazioni di momenti della resistenza, come l'8 settembre a Roma, in occasioni per l'apologia delle bande repubblichine, è evidente che tutto quest'ardore celebrativo nasconde un'operazione ideologica. Il rischio è quello di tornare alle origini e di trasformare nuovamente il 4 novembre in un momento di celebrazione della morte e di glorificazione della guerra: insomma una festa anti-ripudio della guerra. Il 4 novembre bisogna reagire alla fanfara suonata dal pifferaio La Russa, confrontandosi con la memoria storica e mettendo a nudo la falsità dei miti con i quali si è corrotta in passato e, oggi, si sta tentando di nuovo di corrompere la coscienza collettiva. Bisogna ricordare che quella guerra è uscita fuori da ogni schema razionale e che il progresso scientifico applicato all'arte della guerra ha trasformato il conflitto bellico in sterminio di massa e aperto la strada ai fascismi del XX secolo, a ulteriori barbarie e ad altri olocausti. Non si deve dimenticare, ma bisogna di nuovo fare lezione dalle tragedie del passato per evitare che si ripetano nel nostro futuro. La ricorrenza del 4 novembre deve essere utilizzata non per glorificare la guerra, come si accinge a fare il ministro La Russa, ma per celebrare la fine dell'orrendo massacro che ha insanguinato l'Europa e per riproporre l'impegno a salvare le generazioni future dal flagello della guerra che, nel secolo scorso, come recita il preambolo della Carta delle Nazioni Unite, per ben due volte, nel corso della stessa generazione ha causato sofferenze indicibili all'umanità.

 

Un martedì da leoni - Marco d'Eramo

Ancora due giorni. E poi questa storica, intensa, estenuante campagna presidenziale sarà conclusa. Incrociando le dita e facendo gli scongiuri, pare quasi certa la vittoria del candidato democratico, il senatore Barack Obama. Persino il Partito repubblicano ne sembra convinto, tanto che ha passato l'ultimo mese e mezzo non tanto a tentare di sconfiggere i democratici, quanto a contenerne l'ondata e a condizionare la futura amministrazione Obama. Gli strateghi repubblicani hanno cercato di estorcergli promesse che poi dovrà mantenere, come quella di una massiccia escalation in Afghanistan, di una maggiore spesa militare, di un aumento degli effettivi dell'esercito e dei marines. La stessa candidata repubblicana alla vicepresidenza, Sarah Palin, ha avvertito che la nave sta affondando e cerca già di districarsi dall'abbraccio asfissiante di John McCain per ricavarsi uno spazio autonomo per un proprio futuro politico. E il tema su cui lo stesso McCain batte e ribatte è che non si può permettere ai democratici di controllare tutto, sia l'esecutivo (presidenza), sia i due rami del legislativo, Camera e Senato, come se per sei anni, fino al 2006, non fosse avvenuto il contrario simmetrico, con i repubblicani a controllare tutto. Invece i democratici cercano il colpo del Ko. Negli ultimi due anni hanno avuto il controllo della Camera e una risicatissima maggioranza al senato, ma solo grazie a un senatore, Joe Lieberman, ora transfuga tra i repubblicani. In questa situazione, nessuna delle riforme promesse è stata votata (anche a causa del potere presidenziale di veto). Non solo, ma il parlamento controllato dai democratici ha votato a favore di proposte di George Bush: liberticide come il permettere le intercettazioni telefoniche senza mandato del giudice, o imperialistiche come definire banda terrorista l'esercito nazionale di un paese sovrano (Iran). Sono i senatori democratici ad avere votato a favore del bilancio militare più alto della storia non solo degli Stati uniti, ma del mondo. Queste due votazioni mostrano che non basterà una semplice maggioranza per far passare almeno una parte delle misure che Obama ha promesso (ma che sarà molto difficile per lui mantenere, con i chiari di luna che la recessione impone al bilancio pubblico). Anche perché alcuni senatori democratici (di Nebraska, Louisiana e Virginia) si situano a destra di Gengis Khan. È improbabile che i democratici ottengano una maggioranza a prova di ostruzionismo parlamentare, ma per loro è indispensabile ottenere una maggioranza di 7-8 seggi, cioè avere 57-58 senatori su 100 per far passare riforme come quella della sanità (la riforma sanitaria ideata a suo tempo da Hillary Clinton fu affossata da un senato democratico). E serve loro una maggioranza di 25-30 seggi alla Camera (su 435 deputati). Sono questi gli obiettivi indispensabili del voto di martedì. Solo a queste condizioni, gli americani per bene potranno, come dice Joel Rogers, «tornare a casa dopo otto anni di esilio».

 

L'«Obomania» e la sinistra critica - Marco d'Eramo

«Contro Obama» s'intitola la rubrica di Alexander Cockburn pubblicata il 22 ottobre da The Nation, il più importante settimanale della sinistra americana. Di questa sinistra Alexander è un esponente atipico. Intanto è inglese e non americano, anche se non è flemmatico affatto, anzi polemista assai irruento, giornalista «cattivo». Suo fratello Patrick è un giornalista affermato. Suo padre Claude, giornalista anch'egli, era stato denunciato come comunista da George Orwell (l'autore di 1984, La fattoria degli animali). Non vive in una grande città, ma in una sperduta contea della California settentrionale. Alexander ha scritto insieme a Susanna Hecht un bel libro sull'Amazzonia (The Fate of the Forest: Developers, Destroyers and Defenders of the Amazon, Verso 1989). Insieme a Jeffrey Sy. Clair produce Counterpunch, la più graffiante newsletter politica degli Usa (proprio in questi giorni Counterpunch ha lanciato una sottoscrizione per poter sopravvivere: ricorda nulla?). Nella sua rubrica, Cockburn sfotte l'«Obamania»: chiunque vuole criticare Obama, deve andare nei parchi e sussurrare, altrimenti viene preso a male parole nella propria famiglia. Non solo, ma Cockburn non trova nessuna ragione positiva per votare per Obama, ma solo ragioni per votare contro McCain-Palin. Allora cosa c'è da sperare? gli chiedo. «Da quello che si è visto finora, pochissimo. Le sue posizioni nei quattro anni al senato sono state tutte di centrodestra, e assai opportuniste. Il suo istinto fondamentale è il moderatismo, il bipartisanismo, il centrismo. La prima volta che io ne ho sentito parlare, fu nel 2006 quando andò in Connecticut ad appoggiare nelle primarie democratiche quel bieco figuro che è Joe Lieberman (l'ex candidato democratico alla vice presidenza con Al Gore nel 2000, ora divenuto sostenitore di John McCain, esponente di spicco della lobby ebraica) contro il candidato pacifista. Tutte le posizioni progressiste che aveva preso nelle primarie per conquistare la base di sinistra, le ha poi rinnegate. Per limitare la corruzione elettorale, si era impegnato a limitare le spese al finanziamento pubblico. McCain ha mantenuto la promessa, ma Obama appena ha visto che stata raccogliendo il triplo dei fondi di McCain ha detto che non avrebbe usufruito del finanziamento pubblico per poter avere mani libere. A febbraio si era dichiarato contro le intercettazioni non autorizzate da un giudice, ma poi a giugno ha votato a favore sostenendo che «la capacità di monitorare e rintracciare persone che vogliono attaccare gli Stati uniti è uno strumento vitale dell'anti-terrorismo». Si era leggermente sbilanciato a favore dei palestinesi, ma poi a giugno è corso a parlare alla comunità ebraica per dichiarare il suo indefettibile sostegno a qualunque politica israeliana. Aveva promesso un ritiro immediato dall'Iraq, ora si dice pronto a un ritiro responsabile, cioè diluito nel tempo e non totale. Soprattutto, si è impegnato ad aumentare di 90.000 unità le forze armate e ad accrescere ancora di più il bilancio della difesa. Tieni conto che, con 635 miliardi di dollari, il bilancio dell'anno scorso è stato in termini reali il più alto di tutta la storia americana e che gli Stati uniti già ora spendono per il Pentagono più soldi di quanto tutto il resto del mondo spende in militare. E Obama promette di bombardare una nazione sovrana come il Pakistan e il suo vice Biden già ci dice che le relazioni con la Russia saranno il primo test importante della nuova amministrazione». Ma qualche riforma la dovrà pur fare, vista la crisi economica. «Se continua come adesso, farà piccole riformine. E soprattutto, si mangerà in spese militari i soldi che dovrebbe destinare alle riforme. Se continua così, finirà come la Grande Società e la Guerra alla Povertà di Lyndon Johnson che furono ingoiate e stritolate dalla guerra in Vietnam. Sarà preso nella tenaglia tra le riforme e invece rafforzare l'impero. E poi quella follia della guerra in Afghanistan! Se non prende posizioni radicali, finisce male, e in due anni perde le elezioni di mezzo termine. Ma i suoi principali consiglieri sono della scuola monetarista, sono Chicago boys. E il suo ministro del tesoro verrà sicuramente da un gigante di Wall street, se non sarà Robert Rubin (ex ministro del tesoro di Clinton, sarà una altro di Goldman Sachs (il cui nomignolo è Government Sachs vista la quantità di ministri che provengono da quella banca). Wall street ha dato un sacco di soldi a Obama che ha raccolto una cifra record. Se questa stessa somma l'avessero tirata su i repubblicani, ora tutti i liberal d'America starebbero a recriminare sul gran capitale che vuole far eleggere il suo comitato d'affari. Se viene sostenuto anche uno di destra come Colin Powell e dalla voce del capitale mondiale, cioè il Financial Time, qualcosa vorrà pur dire». Ma le riforme non vennero dall'alto, il New Deal non se lo inventò Franklin D. Roosevelt, ma ci fu un potentissimo movimento sociale, un'ondata mai vista di scioperi. Anche Johnson lanciò la «guerra contro la povertà» spinto dalle rivolte nere e dai movimenti per i diritti civili. Ora non si vede niente di simile all'orizzonte. «Potenzialmente c'è un potentissimo movimento populista, anche se per ora è informe. La gente è incazzata nera con il salvataggio delle banche. Vogliono vedere i banchieri di Wall Street impiccati e appesi dai ponti. Mi piace il senatore del Montana, John Tester, quando dice che la gente «vuole vedere i banchieri che hanno schiantato Wall Street in divisa da carcerati a raccogliere lattine lungo le autostrade» (spesso negli Usa la manutenzione stradale è assolta da detenuti). Se la Palin fosse meno scema, avrebbe il potenziale per organizzare questo movimento e spingerlo in direzione poujadista e qualunquista. Ma potrebbe essere un movimento di sinistra, se qualcuno sapesse organizzarlo, qualcosa potrebbe succedere. Se Obama avrà la maggioranza parlamentare che gli serve per governare, la prima cosa che dovrebbe fare è una commissione d'inchiesta per incriminare i banchieri d Wall Street. Ma il fatto è che Obama ha dato per scontato l'appoggio della sinistra e si spinto sempre più a destra. E la sinistra non ha fatto nulla per mettergli pressione. Non ci ha nemmeno provato. Guarda uno come Michael Moore che nel 2000 aveva appoggiato Nader: ora non ha espresso nemmeno la più piccola critica verso Obama. Anche tra i nostri lettori che nel 2000 erano per Nader, ora sono pochi quelli che voteranno la candidata verde Cinthya McCKinney o Nader. Il fatto è che i ragazzi di oggi sono analfabeti politicamente. I figli del mio codirettore Jeffrey St. Clair vanno matti per Obama, ma nessuno di loro si è registrato per andare a votare. Dovrebbero imparare l'Abc del conflitto, magari rileggersi un po' di Capitale di Marx». Anche l'Europa carica Obama di un'immensa aspettativa. «C'è una tremenda inflazione delle aspettative e un'attesa esagerata per quel che un presidente può fare. In economia il presidente può poco senza il Congresso. Mi fanno imbestialire quelli che dicono che Obama restaurerà l'autorevolezza americana, il buon nome dell'America. Siamo tutti contenti perché Obama restaurerà l'impero americano! Perché sarà un imperatore buono, perché sarà un Tito Flavio. Ma siamo matti? Nessuno sa più cosa è l'internazionalismo. Se vivevi nel IV secolo dopo Cristo, che cosa ti auguravi? un imperatore buono o che i barbari si riversassero a dissolvere l'impero? La sinistra non sa più dove è finito l'anti-imperialismo. Se non è scemo, Obama chiuderà Guantanamo e metterà fuori legge le torture, ma solo quelle più estreme, non tutte. E così sarà un imperatore buono e rafforzerà l'impero e potrà bombardare l'Afghanistan, strangolare per fame i palestinesi, rovesciare Chavez, riprendere il controllo dell'America latina. Da questo punto di vista, Bush è stato un ottimo presidente, ha fatto più lui per minare l'impero di qualunque anti-imperialista al mondo. Non dobbiamo augurarci dei Tito Flavio, ma dei Nerone. Viva Domiziano!»

 

Il pastore e filosofo Cornel West sul «fratello nero» - Luca Celada

LOS ANGELES - Filosofo, intellettuale, pastore protestante, teorico critico e occasionale rapper, Cornel West è uno degli interpreti più lucidi dell'ethos afroamericano contemporaneo. Militante infaticabile per la causa dei diritti civili, è cresciuto sotto l'influenza di Malcolm X e delle Pantere nere. Applica oggi dalla cattedra di filosofia delle religioni a Princenton una rigorosa analisi «strutturale» della dinamica razziale della società americana. Pragmatico e mistico, recupera le tradizioni afroamericane - la predica, la musica, il blues - come paradigma dell'esperienza nera «allargata» alla nazione nell'era «catastrofica» inaugurata dall'11 settembre. Nelle ultime settimane ha diviso il proprio tempo fra la campagna a favore di Obama e la promozione del suo ultimo libro Hope on a Tightrope in cui applica la sua critica senza sconti anche a Barack Obama, primo candidato afroamericano forse sulla soglia della presidenza e di cui tra l'altro scrive. Le dichiarazioni che seguono sono state raccolte da interviste a Tavis Smiley della Pbs e Sonali Kolhatkar di Pacifica radio. Lei ha fatto campagna attiva per Obama... Ho promesso al caro fratello Barack Obama che avrei fatto pressione a tutto campo per vederlo alla Casa bianca e ho voluto mantenere la parola, facendo 14 comizi in un giorno a Columbus e 16 a Cleveland perché l'Ohio è naturalmente, con la Florida e la Virginia, uno stato cruciale. Ho voluto fare tutto ciò che ho potuto perché è la nostra migliore opportunità per ridare potere alla gente di tutti i giorni, i lavoratori, i poveri, ma anche la middle class. Allo stesso tempo la mia critica proviene dallo stesso amore perché in fin dei conti Barack Obama non è Gesù Cristo, è un vascello imperfetto, forte quanto lo saremo noi. Quando di fatto vincerà, l'ho detto al mondo: quella notte ballerò la break dance, ma la mattina mi sveglierò critico. Perché? Perché è una questione di principio: lui è un mezzo per ridare voce ai lavoratori e credo che capisca anche la differenza fra il suo ruolo e uno come me che ha una vocazione «profetica» e socratica. La sua missione è un governo liberale ma voglio che sia anche tenuto a una politica progressista. C'è entusiasmo fra gli afroamericani per la prospettiva di un presidente nero? Da presidente Barack Obama potrebbe essere una meravigliosa forza positiva, capace di contrastare in parte l'ingiustizia razziale del paese. Ma badate bene, Obama non è un leader nero ma un leader americano che è nero. Credo a esempio che rappresenterà una forza positiva sui temi della povertà e degli abusi e della brutalità della polizia ma non è una certezza perché sicuramente dovrà far fronte a molte altre pressioni. È un'ottima cosa un presidente progressista di qualunque colore ed è bene che sia Barack ma questo non fa di lui un «leader nero». Obama si è consciamente plasmato come leader americano e giustamente altrimenti non avrebbe potuto essere eletto. Per questo continueremo ad avere bisogno dei nostri leader, degli Al Sharpton e degli Jeremiah Wright (l'ex pastore di Obama ndr) a guidare la nostra gente. Barack Obama saprà effettivamente istituire i cambiamenti che ha promesso nella misura in cui l'opinione pubblica si organizzerà e manterrà la pressione politica su di lui. Se noi saremo forti lui lo sarà, se saremo deboli invece potrà soccombere agli interessi delle corporation o di altri. Un presidente nero significherà la fine del razzismo? No naturalmente, sarà un colpo a favore del progresso ma non si cancella un retaggio di 400 anni con un colpo di spugna; è una strada lunga e dura percorsa da gente disposta a sacrificarsi e a lottare per rendere accettabile anche l'idea di un nero nella massima carica politica, ma la discriminazione, nella casa, nella scuola e nella strada resta. È vero che c'è un nero alla testa della Time Warner e una nera che guida Brown University ma direi che c'è stato un progresso disunito, da un lato progresso da un altro stagnazione per la working class e perfino regressione nel caso del complesso carcerario-industriale. Anche un marziano che scendesse negli Stati uniti e vedesse una popolazione nera dell'11% ma del 55% in carcere capirebbe che c'è qualcosa che non va. E quale sarà la reazione fra i bianchi? Esistono ancora fratelli e sorelle bianchi malati, che non sapranno accettare l'idea di un presidente dalla pelle nera. Di buono c'è che si tratta di una minoranza. I numeri sono molto minori di 40 o di 20 anni fa ma ancora sufficienti per pesare e ci sarà sicuramente un contraccolpo e avremo bisogno del coraggio dei bianchi per farsi carico di questi «cugini» e di dichiararsi contro la xenofobia e allo stesso tempo gli afroamericani dovranno capire la natura di questa reazione e non reagire ingenuamente alle inevitabili provocazioni. Quale sarebbe l'apporto concreto di presidente Obama? Rappresenta la fine di un'era, quella di Reagan e di Bush, il quale, ricordiamolo, ha rifiutato di passare una legge da $1,8 miliardi a favore dei bambini disabili dicendo che non c'erano fondi sufficienti. Ora che le banche sono in crisi: 700 miliardi per socializzare le perdite dei mercati finanziari si sono trovati. Questa è l'ipocrisia e la mendacità cui siamo stati abituati. L'impero barcolla, la democrazia americana traballa, il malessere culturale e il tracollo economico minano la nostra società e dall'alto c'è solo indifferenza verso i deboli e i vulnerabili e la politica della paura dalla destra, ma non funzionerà. La «strategia sudista» è finita, il regno della destra si è concluso e anche l'egemonia conservatrice. Barack Obama è il simbolo di questo cambiamento; sta a noi assicurarci che continui ad esserlo una volta insediato alla Casa bianca,

 

Liberazione – 2.11.08

 

Perché ci diciamo comunisti - Paolo Ferrero

Da un po’ di tempo Liberazione pubblica con grande rilievo articoli che chiedono di abbandonare il nome comunista. Al fondo la tesi riproposta in varie salse è che la parola comunismo è inutilizzabile perché l'esperienza storica concreta ne ha stravolto il significato. Tra chi propone di abbandonare il nome comunista vi è chi si pronuncia a favore del nome sinistra, chi a favore del socialismo, chi non propone nulla. Tutto questo si intreccia con un altro filone di dibattito che propone di andare oltre il Partito della Rifondazione Comunista, per fare un altro partito, per fare un'altra cosa che non sia un partito, etc. Le argomentazioni portate mi pare ripropongano un po' stancamente quanto già sostenuto da Occhetto e dai suoi sostenitori dopo l'89 ma tant'è, come si sa la prima volta la storia si presenta come tragedia, la seconda come farsa. Per quanto mi riguarda io la penso così: Il concetto di comunismo ha una storia che travalica le vicende del secolo breve. Non voglio qui affrontarlo. Mi pare invece utile sottolineare come in Italia il gruppo dirigente comunista alle origini si è formato nella vicenda dell'occupazione delle fabbriche e valorizzando la costruzione dei consigli di fabbrica. Nel corso della guerra ha saputo dar vita ad un movimento di resistenza antifascista unitario e democratico che ha contribuito a liberare l'Italia e a dare al nostro paese un assetto democratico strutturato attorno ad una carta costituzionale assai avanzata. Successivamente i comunisti hanno variamente lottato e con una certa efficacia contro lo sfruttamento e per la giustizia sociale. Un terzo degli elettori italiani è arrivato a dare fiducia ad un partito che si chiamava comunista e che poneva la questione morale come punto non secondario della riforma della politica. Rifondazione comunista nel suo piccolo è stata presente nei vari conflitti che hanno percorso il paese ed è stata in grado di collocarsi positivamente nella grande stagione nel movimento no global. Il tutto cercando di intrecciare le lotte per i diritti sociali con quelle per i diritti civili, lotte operaie e lotte ambientali, lotte per la redistribuzione del reddito con le lotte contro la mercificazione delle persone, dell'ambiente, delle relazioni sociali. In altri termini la parola comunismo in Italia è legata alle battaglie per la giustizia e la libertà. Dopo l'era craxiana non mi pare si possa dire lo stesso per la parola socialismo. La parola sinistra ha storicamente un significato positivo nel nostro paese. Ha a mio parere un difetto e cioè che si tratta di una coperta che copre molte cose. Ad esempio all'interno del partito democratico vi sono persone e posizioni che si definiscono di sinistra che sono però anche variamente confindustriali e per nulla anticapitaliste. La parola sinistra cioè da sola non definisce una posizione chiara dal punto di vista della divisione di classe della società né dal punto di vista della volontà di superare il capitalismo; tant'è che negli anni scorsi abbiamo giustamente detto che esistevano due sinistre, quella moderata e quella radicale o alternativa o antagonista. Da questo punto di vista il definirsi di sinistra e comunisti mi pare rappresenti un modo chiaro per dire da che parte si sta. Siamo di sinistra ma siamo anche comunisti, cioè lottiamo contro lo sfruttamento, quando serve anche contro il Vaticano e ci battiamo per il superamento del capitalismo. Dirsi comunisti è quindi una risorsa per qualificare il nostro essere di sinistra. Porre il tema del comunismo significa porre il nodo della rivoluzione, del cambiamento radicale dello stato di cose presenti. Tant'è che quando taluni esponenti del centrosinistra affermano di non voler mai più fare accordi con liste che contengano la falce e il martello lo dicono non certo per la nostra storia ma perché siamo concretamente, politicamente, qui ed ora, anticapitalisti. Questo per quanto riguarda l'Italia. I comunisti però, in particolare quando hanno preso il potere, hanno anche fatto grandi disastri. Lo stalinismo ha contraddetto radicalmente le aspirazioni di giustizia e libertà del movimento comunista. Per questo ci siamo chiamati Rifondazione Comunista. Non solo il nome di un partito ma un progetto politico: rifondare il comunismo avendo fatto fino in fondo i conti con lo stalinismo. Riconosciamo che la storia dei comunisti e delle comuniste è la nostra storia, ne abbiamo analizzato gli errori e gli orrori al fine di non ripeterli. Rifondazione e Comunista sono quindi due termini che si qualificano a vicenda, ci parlano della persistenza ma anche della discontinuità, ci parlano della contraddittorietà del nostro tentativo di andare oltre il capitalismo nel nostro essere fino in fondo uomini e donne di questo tempo. La rifondazione del comunismo è quindi il progetto politico che abbiamo scelto quando Achille Occhetto ha sentenziato che il comunismo era solo un cumulo di macerie. Nulla vieta che altri oggi la pensino come Occhetto ma a me francamente pare che i guai che abbiamo avuto negli anni scorsi non siano derivati dal nostro nome ma piuttosto dai nostri errori politici, in primo luogo la scelta di andare al governo. Io penso quindi che oggi sia più necessario di ieri dirsi comunisti, di Rifondazione comunista. E' il nome che meglio di qualunque altro definisce qui ed ora il nostro anticapitalismo e la nostra autonomia da un ceto politico che si definisce di sinistra ma con le cui prospettive politiche abbiamo poco a che spartire. E' evidente che si potrebbe continuare ad argomentare a lungo ma voglio utilizzare lo spazio che mi resta per sollevare un paio di quesiti. In primo luogo è evidente che la discussione dovrebbe cominciare da qui, cioè dalla rifondazione comunista. Si tratterebbe di aprire una discussione non a negativo ma a positivo. Si tratterebbe di ragionare su come rendere al meglio oggi la prospettiva comunista. Di come la nostra azione non si possa situare solo al livello politico della rappresentanza. Di come si ridefinisca la politica comunista in relazione ai movimenti, alle mille vertenzialità, alle forme di mutualismo. Di come si intreccino oggi i diversi conflitti e come possono interagire in una prospettiva di superamento del capitalismo. Di come si possa affrontare la crisi capitalistica proponendo il tema del controllo sociale dell'economia ed evitando la guerra tra i poveri. Di come si intrecci la lotta per il salario con quella per il reddito sociale con la lotta contro la mercificazione di ogni ambito sociale, e così via. Il dibattito di cui avremo bisogno non riguarda la ripetizione dell'occhettismo ma l'approfondimento della prospettiva della rifondazione comunista. Purtroppo però Liberazione non si cimenta sul terreno della rifondazione comunista ma su quello del suo superamento. In secondo luogo è bizzarro che il giornale del Partito della rifondazione comunista metta in prima pagina il dibattito sul superamento del comunismo e a pagina 19 gli articoli in cui alcuni dirigenti del partito avanzano proposte politiche e cercano di far avanzare il progetto di rifondazione comunista. In altre parole, la vera novità non mi pare il dibattito sul comunismo, ma il fatto che oggi Liberazione , il giornale del Prc, sia il soggetto che con maggiore costanza e determinazione chiede il superamento del Prc e del suo progetto politico. Devo dire che questa novità non mi pare molto utile.

 

Antifascismo? Sì, certo. Ma questi giovani non vogliono etichette

Roberto Gigliucci

Il movimento/onda degli studenti universitari visto in questa sua prima fase da dentro la facoltà di Lettere della Sapienza di Roma: soltanto questo vorrei tradurre in parole qui, senza voler fare un diario nudo e crudo ma anche senza voler mettere un cappello sul gesto, la protesta e il flusso studenteschi. Cercando di cogliere la specificità del movimento in una facoltà umanistica come la nostra, che risulta "inutile" e marginale anche sulle ribalte mediatiche più progressiste; la fuga dei cervelli, la sofferenza dei ricercatori e dei precari, la mancanza delle strutture: tutti lamenti che sembrano riguardare esclusivamente le facoltà scientifiche. Certo, viva la scienza, è ovvio, viva l'acceleratore di particelle, viva la fisica quantistica e la cosmologia, viva la ricerca sul cancro e quant'altro, come potrebbe non essere così. Però esiste (resiste?) anche la cultura umanistica e letteraria, ed è scienza anche questa, ed è produzione di pensiero, sguardo sul mondo, prospettiva sul come cambiarlo. Comunque. La facoltà di Lettere della Sapienza è mossa da una agitazione molto intelligente. Assemblee di singoli dipartimenti fanno il punto per poi convogliarsi in assemblee generali. Non c'è occupazione, per ora, tranne il presidio nell'aula magna, e non c'è sospensione della didattica. Queste strategie mi sembrano, almeno per ora, vincenti: l'interruzione delle lezioni non disturberebbe minimamente la controparte e anzi darebbe un'immagine di volontà di non lavoro, assurda ma sicuramente strumentalizzabile. Quindi buona idea continuare a fare lezione. Alcuni di noi docenti sceglie magari di collocare in spazi contigui alle lezioni (una mezz'ora dopo, ad esempio) momenti di confronto con gli studenti. Altri scelgono la lezione in piazza, vero trovato spettacolare della attuale protesta. E alcuni di noi partecipano alle assemblee. Posso testimoniare ad esempio dell'assemblea del mio dipartimento (Italianistica e Spettacolo) organizzata dagli studenti giovedì scorso, con grande affluenza di giovani e la partecipazione di una decina di colleghi. Pochi, ma si sono fatti tutti sentire, invitati a parlare calorosamente dai ragazzi. Giulio Ferroni, ad esempio, ha ribadito il suo profondo pessimismo sulla possibilità di scardinare il sistema culturale infernale che regna nel nostro paese, fondato sul trionfo dell'identico e del virtuale, ma ha invitato tutti a prendere in mano la propria gioventù e trasfigurarla in ragione e azione. Pessimismo su basi adorniane, il suo, non certo distruttivo, anche se cosciente tragicamente dell'estinzione (alla Bernhard, per intenderci). Applausi a non finire. Così molti consensi anche per le parole di Biancamaria Frabotta, di Renzo Bragantini e degli altri partecipanti "anziani". Tutti hanno per lo più invitato gli studenti a volare alto, a non perdere l'occasione straordinaria di un movimento che, se ci riesce, può durare e costruire un pensiero critico vasto e incisivo. In molti, fra studenti e docenti, credono proprio questo, e cioè che un movimento così complesso e tutt'altro che minoritario, anzi maggioritario fino a parere oceanico, non può limitarsi a condurre una battaglia pur sacrosanta contro l'articolato di un decreto legge e la speculazione che lo sottende. Dovrà affrontare il problema più grande, quello che si pone un giovane all'età della ragione, e lo pone con forza al paese: cosa non va in questo paese? È possibile che l'Italia sia veramente un sistema corrotto ove la norma è la costante eccezione, dove cioè il difetto, la viziosità è assolutamente sistemica? Alcuni studenti di Lettere mi hanno detto proprio questo: noi vorremmo chiedere a tutti con forza: come raddrizzare un paese storto? E provare a dare risposte. Onda d'urto. Altri studenti hanno mostrato la loro volontà assoluta di continuare ad essere, come si dice, irrappresentabili, ovvero apartitici. E temono di non poterlo essere più, specialmente dopo gli scontri a piazza Navona. Per moltissimi questo è stato un discrimine. Dopo piazza Navona, dicono, è ricomparso il fantasma della politicizzazione. Se qualcuno ha voluto questo (l'hanno voluto quelli che hanno il potere?), l'ha ottenuto. D'altra parte c'è anche chi si domanda, soprattutto fra noi docenti, come potranno i giovani del movimento continuare a rimanere svincolati dai partiti o quantomeno dagli orientamenti politici fondamentali, polari, se le cose procedono e si approfondiscono. C'è poi un timore serpeggiante, soprattutto fra i tanti giovani che partecipano al movimento ma non sono nei collettivi o comunque nelle sfere "dirigenziali" e organizzative spontanee. Il timore è quello di essere identificati come popolo di sinistra. Ovvero comunisti. La distorsione delle parole, fomentata e diffusa dal sistema informativo berlusconiano, ottiene il suo effetto, e nei giovani lo ottiene ormai senza ombra di dubbio. Per molti giovani essere ritenuti "comunisti" (le virgolette sono d'obbligo, ma non devono essere uno specchietto per le allodole) è penalizzante, al di là del fatto che sia rispondente a una verità o meno. Ma c'è di più (di peggio). Per alcuni anche essere considerati antifascisti è penalizzante, perché l'antifascismo ora risulta 1. provocatorio, 2. ideologizzato, quindi 3. politicizzato. Qui si tocca con mano l'esito trionfale di quella corruzione semantica, di quella manipolazione linguistica di cui parlavamo, e di cui spesso parla così efficacemente Moni Ovadia. Ormai la frittata potrebbe essere fatta. Ormai potremmo avere una popolazione giovanile democratica e intelligente, consapevole della nostra storia costituente e repubblicana, ma che comunque non esita a ritenere che dichiararsi antifascista sia rischioso e poco produttivo, soprattutto squalificante. Capisco che questo può scandalizzare molti, ma io parlo dall'interno dell'Università e, per quanto la mia specola sia limitata, ovviamente, tuttavia temo abbia una sua credibilità. E allora, prendendo la parola in prima persona, cosa pensare di tutto ciò? Mi verrebbe di fare riferimento subito agli "errori della sinistra", ma forse andrei meno sul generico. Direi allora: è valsa la pena difendere a oltranza la necessità attuale del definirci comunisti? Non era meglio difendere con tutte le forze l'onore storico del comunismo italiano (id est democrazia, costituzione, opposizione responsabile, onestà e rigore attraverso i decenni, coraggio di scelte difficili, protagonismo in elaborazioni epocali come quelle di Berlinguer, ruolo europeo straordinario ecc.) e rinunciare all'idea che la parola comunismo sia eterna? E l'antifascismo? Io non voglio né posso rinunciarci. Ma questi giovani, anche i più colti e sensibili, finiranno per doverci rinunciare? Mi piacerebbe molto che qualcuno rispondesse…

 

«Io, delegata Fiom, spero in uno sciopero di tutte le categorie»

Fabio Sebastiani

Come l'hanno presa i delegati e le delegate la dichiarazione dello sciopero generale dei metalmeccanici per il 12 dicembre? Liberazione ha intervistato una di loro, Anna Maria Fasoli, della Eds, azienda informatica di Roma da poco assorbita da una grande multinazionale, la Hp. Non ti sembra anche a te che tiri aria nuova nel movimento sindacale? Il sindacato nella precedente legislatura di Berlusconi ha sopperito al vuoto politico della sinistra. Ci siamo trovati a fare battaglie a tutto tondo. Poi tutto si è complicato con il Governo Prodi. Anche perché i lavoratori si aspettavano iniziative forti che n on sono venute. I lavoratori hanno percepito questo come la difficoltà del sindacato a prescindere da chi era a capo del governo. La Fiom, lo voglio ricordare, però si è schierata contro l'accordo sul Welfare. Precarietà, salari bassi, equa ripartizione della ricchezza del paese, sicurezza sul lavoro, tutti temi sui quali sono state espresse posizioni molto nette. Speravamo addirittura in una cancellazione della legge 30. Ed oggi che accade? Adesso ci ritroviamo di fronte a una situazione allucinante. Un attacco fortissimo al sindacato. E' evidente che si sta pensando in tutti i modi di far comparire la Cgil come il sindacato dei "No". E invece abbiamo visto che in alcune situazioni difficili come Alitalia la Cgil ha preso posizioni coraggiose che poi i lavoratori hanno anche apprezzato. La decisione della Fiom non si può definire uno sciopero politico, il suo obiettivo dichiarato, del resto è il nuovo modello contrattuale. Il nuovo modello contrattuale? Non lo chiamerei né nuovo e nemmeno modello. Tra i lavoratori è poco vissuta questa discussione. Senza contare che quella piattaforma non è stata nemmeno condivisa. C'è una grossa difficoltà perché nei posti di lavoro i problemi sono altri e sono tutti di un certo peso. Vanno dalla cassa integrazione alla mobilità, alle acquisizioni pirata da parte delle multinazionali. Come il caso Eds, che è stata comprata da Hp. Di fatto, è il più grande colosso del settore, ma al momento di entrare prima ci hanno prima tolto l'integrativo e poi ci hanno fatto capire che siamo alla vigilia di un salasso di 700 posti di lavoro su 3200. Cosa ne pensi dello sciopero del 12 dicembre? Adesso vedo che i lavoratori sono fortemente preoccupati. Sarebbe rischioso da parte del sindacato mettere insieme questioni politiche e questioni sindacali. Il sindacato deve tornare a rappresentare le esigenze dei lavoratori. Certo, poi non possiamo accettare leggi finanziarie che danno soldi alle imprese e niente ai servizi o ai redditi. Credo che questo sciopero i lavoratori lo accoglieranno benissimo. Credo che risponderanno perché questa fase la stanno interamente vivendo sulla propria pelle, dal salario, alla sicurezza alle ristrutturazioni. Sono convinta che arriveranno risposte molto forti. Dopo anni di concertazione ci si può fidare di questo sindacato? E' chiaro che da parte del sindacato ci dovrà essere una risposta altrettanto forte e trasparente. Si sta chiudendo finalmente quella fase della concertazione che abbiamo vissuto male. I lavoratori erano talmente dissociati dalle discussioni sul contratto nazionale che il distacco lo potevi toccare con mano. La Fiom torna a fare la voce fuori dal coro e da traino. Lo sciopero della scuola parla di un grande movimento. Credo che in questa fase è proprio lo sciopero che è importante fare. Ci sono motivi interni al settore delle tute blu, e spero anche che si arrivi a uno sciopero generale di tutte le categorie in modo da portare le discussioni in tutto il mondo del lavoro. Prima, durante il periodo della concertazione c'erano dei veri e propri muri. Ci sono temi invece che sono trasversali. Non temi una guerra tra poveri? Il contratto a tempo indeterminato non è più un contratto di riferimento, e i salari sono da ottocento euro. L'assopimento dei lavoratori negli ultimi anni è stato un po' pesante. Certo, adesso siamo in una fase in cui ognuno ha addosso la condizione di precarietà, anche i cosiddetti stabili. Credo che, anche se non ancora visibile, prima o poi una presa di coscienza collettiva ci sarà. Dall'indignazione individuale si può cominciare a passare alla solidarietà. E ciò che accaduto nella scuola in qualche modo lo dimostra.

 

Se vince Obama, il figlio degli schiavi... - Piero Sansonetti

Dopodomani, martedì, si vota negli Stati Uniti e probabilmente si decide molto, moltissimo sul futuro dell'America, e parecchio anche sul futuro del pianeta. Non tutte le elezioni americane sono uguali. Alcune contano di più, alcune di meno. Questa conta moltissimo, come quella del '32, quando vinse Roosevelt, come quella del '60, quando vinse Kennedy, come quella della svolta a destra, nell'80, quando vinse Reagan. Sapete tutti come stanno le cose. Si sfidano due candidati, uno bianco, ex militare, repubblicano, conservatore, molto amante del mercato, e convinto che la guerra sia spesso una buona opzione. Si chiama McCain è uno dei pochissimi, forse l'unico eroe del disgraziatissimo conflitto del Vietnam. L'altro candidato è nero, ha un papà africano, è giovane, è liberal, ha una idea più pacifica delle relazioni internazionali ed è un po' meno innamorato del mercato. Si chiama Obama, è - in tutta la storia degli Stati Uniti - il terzo nero che è riuscito ad entrare nel Senato, vera e propria roccaforte dell'America bianca; ed è il primo che è riuscito a superare tute le diffidenze razziali e a vincere le primarie democratiche e dunque a giungere a un passo della presidenza. Noi sappiamo cosa succederà se vincerà McCain. E ne siamo, francamente, terrorizzati. McCain è un personaggio più "pulito" moralmente di George W. Bush, che era un po' un ritratto della corruzione e della degenerazione politica. Ma McCain, proprio perché, forse, più autonomo e di personalità più spiccata, davvero è pericolosissimo. Punterà a ristabilire il prestigio distrutto e la forza svanita degli Stati Uniti nel mondo. Lo farà con l'unico strumento che padroneggia: l'esercito, la guerra. Se vincerà Obama, non sappiamo ancora che presidente sarà. Però siamo sicuri di due o tre cose. Che per la prima volta nella storia dell'umanità, un nero, un afroamericano siederà sul tetto del potere del mondo. «Vendicando», se possiamo dire così, la barbarie atroce - lo schiavismo - sulla quale nacque la grande civiltà americana e la sua egemonia su tutto l'Occidente. E siamo sicuri che cercherà di affrontare la crisi economica, rivalutando quelle idee e quei mezzi (l'intervento dello Stato in economia, lo sviluppo del welfare, etc) che il reaganismo aveva spazzato via. Se vince Obama il reaganismo è definitivamente seppellito. Quasi un trentennio di storia di capitalismo moderno si concludono. Cioè scompare la forma di capitalismo che meglio hanno conosciuto le ultime generazioni. E si apre una grande sfida. Vengono in superficie le grandi domande: è giusto accumulare ricchezze in poche mani? Fino a che punto è lecito? E' giusto redistribuire? Quanto può decidere lo Stato su questi temi? E' ragionevole pensare a un mondo non più rigidamente diviso tra ricchi e poveri? Il mercato può essere ridimensionato? Non sappiamo se Obama, in caso di vittoria, troverà le risposte. E' già molto pensare che si porrà queste domande.

 

«Se vince la destra sarà una tragedia» - Miriam Tola

New York - È 7 febbraio, il Super-Martedi delle primarie è passato da poco. Mentre gli strateghi delle campagne di Hillary Clinton e Barack Obama pensano a come farsi lo sgambetto, Patricia Williams invita alla conciliazione. Dalle pagine di The Nation, firma l'intellettuale afro-americana, docente di legge alla Columbia University, sottolinea il significato storico delle candidature democratiche e finge di lasciarsi andare al sogno dell'America progressista del dopo Bush: "Ora che abbiamo raggiunto la cima della montagna, che siamo andati oltre la razza, oltre gli stereotipi di genere e sfondato il tetto di cristallo, mi chiedo che cosa altro ci sia da fare. Che cosa è rimasto da sognare? Schiacciamo un pisolino". Il sogno numero 1, per quanto carezzevole, richiama alla realtà: «La dottrina della guerra preventiva è superata da quella della pace preventiva. Pandora compare dal nulla, acchiappa per le gambe i due diabolici gemelli: Tortura e Guantanamo. Li rinfila nel vaso e la folla intorno impazzisce». Williams è nata a Boston all'inizio degli anni Cinquanta, quando ancora la città era divisa tra il privilegio dei bianchi e l'oppressione degli ex schiavi. La sua bis-bis nonna aveva appena undici anni quando il padrone, un rispettabile avvocato del Tennessee di nome Austin Miller, la mise incinta. Così, al momento di decidere se andare all'università, sua madre le suggerì che studiare legge era una buona idea perché, le disse «i Miller erano avvocati e (il diritto) ce l'hai nelle vene». Williams è cresciuta insieme al movimento per i diritti civili ed è l'autrice di The Alchemy of Race and Rights: Diary of a Law Professor , straordinario intreccio tra studio teorico e narrativa personale diventato un classico del femminismo di colore. All'indomani dell'11 settembre è stata una delle voci più lucide a commentare i rischi costituzionali della guerra al terrore. Alla vigilia delle elezioni le abbiamo chiesto di chiudere gli occhi. Questa volta per immaginare come sarebbe l'America di John McCain e Sarah Palin. Ci sarebbero differenze rilevanti tra l'amministrazione Bush e quella McCain? Non ne vedo tante. Il 4 novembre è in ballo la reputazione internazionale degli Stati Uniti. Bush l'ha rovinata in modo criminale e McCain non sembra preoccuparsene. Scegliendo Sarah Palin come vice-presidente ha dimostrato di curarsi solo delle apparenze e poco alla competenza. Se fosse per John McCain l'intervento americano nelle zone calde del pianeta sarebbe deciso dai carri armati. In W. ( il ritratto di George Bush firmato da Oliver Stone, ndr), si vede Dick Cheney illustrare il suo piano per il Medio Oriente nel corso di una riunione di gabinetto: l'exit strategy non esiste, l'obiettivo finale èl'Iran e il controllo permanente delle risorse. Ecco, lo scenario che più mi fa paura: McCain e Palin che dichiarano guerra all'Iran spalleggiati da un partito Repubblicano dove estremisti religiosi e lobbisty della compagnie petrolifere si uniscono nel coro "drill baby drill". Per Cheney sarebbe un sogno che diventa realtà. Prima di candidarsi McCain aveva denunciato l'uso della tortura dei "nemici combattenti". Chiuderebbe Guantanamo? John McCain è un veterano del Vietnam che ha sperimentato la tortura sulla propria pelle. Forse si, farebbe chiudere Guantanamo. Direbbe però che è stata necessaria nella guerra al terrore. E non si sognerebbe mai di chiedere scusa ai detenuti e alla comunità internazionale per aver calpestato l'habeas corpus. Parliamo di Palin, sotto un'amministrazione McCain, Sarah Palin potrebbe diventare presidente… Non riesco a immaginare distopia peggiore. Pensavo che con Bush avessimo toccato il fondo, Palin mi costringerebbe a ricredermi. Lei è la donna simbolo della continuità della dottrina Bush, l'icona dell'ideologia repubblicana più retriva, della parte più reazionaria del partito con cui McCain ha flirtato e da cui nelle ultime settimane ha provato timidamente a distanziarsi. Il discorso di Palin alla convention repubblicana mi ha fatto rabbrividire: ha usato una retorica maschile cruda e guerriera camuffata da rossetto e tailleur. Palin è contraria all'educazione sessuale nelle scuole, alla contraccezione e al finanziamento alle scuole pubbliche. Si dice sensibile ai bisogni dei bambini handicappati, quelli nati con bisogni speciali ma è non ha mai parlato di sostegno pubblico alle madre che devono occuparsene. Negli ultimi giorni tra loro ci sono stati dei contrasti. Segno che nello Studio Ovale potrebbero esserci dei conflitti? Litigheranno sul global warming. McCain, che al contrario di Palin forse ha frequentato qualche lezioni di biologia, non si azzarda a dire che l'emergenza climatica non dipende dall'attività umana. Dick Cheney ha esteso nei fatti i poteri del vice-presidente. Palin farebbe lo stesso? Palin corre per la vice-presidenza senza neppure sapere in che cosa, precisamente, consista questo ruolo. Ma tra le righe delle sue maldestre risposte alla stampa ho letto un sostegno alla teoria della "unitary executive" promossa da Dick Cheney e sostenuta dagli scritti legali di John Yoo. Cheney e Yoo hanno aperto le porte all'era dell'esecutivo imperiale e affermato l'idea, priva di qualunque fondamento giuridico, che in quanto il vice-presidente presiede il Senato, ha competenze anche legislative che estendono il potere esecutivo. Come reagirebbero i mercati all'elezione di McCain? Il 5 novembre le borse internazionali crollerebbero a picco. Fuori dagli Stati Uniti le aspettative verso Obama sono alte: la sua sconfitta peserebbe sull'economia globale, la materia che McCain ha confessato di capire meno. La depressione economica potrebbe aggravare le tensioni sociali. Qualcuno potrebbe andare a caccia di capri espiatori. Ho sentito dire, ad esempio, che l'esplosione della crisi dei subprime è stata innescata dall'altro numero di afro-americani che chiedevano mutui. Temo che le conquiste del movimento per i diritti civili, quelle delle donne e dei afro-americani, verrebbero cancellate. Si tornerebbe all'America degli anni Cinquanta. Gli afro-americani come vivrebbero la vittoria di McCain? Chi parla di folle di afro-americani inferociti per le strade non mi convince per niente. L'immagine della rabbia black spesso è frutto delle paure dei bianchi. Intorno a queste elezioni c'è un grado di tensione e ansia molto intenso che, sia chiaro, coinvolge tutti, non solo gli afro-americani, coinvolge tutti. Se ci fossero sospetti di frode elettorale forse questa volta anche i pensionati di Palm Beach con le camicie a fiori non starebbero a guardare. Nelle scorse settimane ci sono stati problemi consistenti in Ohio e decine di episodi inquietanti in diversi stati. In tre contee delle stato di New York sulle schede elettorali è comparso il nome Barack Osama. Anche questa volta i tentativi di influenzare le elezioni fanno paura.

 

Repubblica – 2.11.08

 

Il '68 è finito andate in pace - ILVO DIAMANTI

E' raro che un anniversario acquisti tanta forza quanto, quest'anno, il Sessantotto. Evocato, di continuo, grazie alle - e a causa delle - manifestazioni degli studenti universitari contro le politiche del governo. In particolare, contro la ministra Mariastella Gelmini, il cui decreto, in effetti, c'entra poco con l'università. Tuttavia, la scuola e soprattutto l'università stanno al crocevia delle esperienze e delle attese dei giovani. Riflettono e acuiscono un disagio che ha ragioni lontane. E' comprensibile, anche per questo, la tentazione di cercare i segni di una storia che si ripete. Quarant'anni dopo. Anche se, a nostro avviso, si tratta di periodi difficili da comparare. Anzitutto, per il contesto sociale e globale che li caratterizza. Quarant'anni fa la contestazione studentesca giungeva in Italia per contagio internazionale. Dopo avere infiammato molte importanti piazze e università. Citiamo, per tutte, le rivolte nei campus universitari USA e il maggio parigino. Il Sessantotto, in altri termini, fu un passaggio d'epoca internazionale, trainato da movimenti che attraversavano società, economia, religione, cultura e politica. Nelle scuole e tra i giovani, però, quella fase assunse un senso specifico. Marcò, infatti, la frattura generazionale tra figli e genitori. Dove i genitori - insieme ai professori, ai politici, agli imprenditori (allora definiti, non a caso, "padroni"), alle gerarchie della Chiesa - evocavano l'autorità. E venivano, come tali, contestati. Perché il 1968 è, anzitutto, una rivoluzione antiautoritaria, che ridisegna i ruoli e i rapporti sociali: in famiglia, a scuola, nel lavoro, nella politica. E innova profondamente i riferimenti etici e di valore, gli stili di vita, i costumi sessuali. Gli avvenimenti di questa fase hanno un carattere molto diverso. Si verificano in un contesto globale di implosione finanziaria ed economica. In Occidente e in Europa non si scorgono grandi movimenti di protesta. Prevale, invece, un'insicurezza diffusa, da cui si irradiano spinte populiste e domande d'ordine. Quanto alla mobilitazione degli studenti in Italia, avviene in uno scenario molto diverso. I professori: 40 anni fa stavano dall'altra parte della barricata. Oggi, sono vicini a loro. Ma sarebbe sbagliato parlare di "complicità", come denuncia la destra. Le rivendicazioni di questa fase hanno un'impronta prevalentemente "difensiva". Ciascuno rema per proprio conto. I docenti: protestano contro la marginalizzazione della propria categoria e della scuola. Gli studenti e i giovani, invece, manifestano contro il furto del futuro. Dovrebbero prendersela "anche" con i professori (e con i genitori). Ma il governo e questa maggioranza offrono un buon bersaglio polemico. E per loro è prioritario manifestare la propria esistenza, anche se "contro"; per sfidare la propria condizione di generazione perdente e invisibile. Il richiamo al Sessantotto, quindi, pare poco fondato. Se risuona di frequente è per iniziativa degli attori politici, in base a ragioni legate al presente. Guarda al Sessantotto l'opposizione di sinistra riformista e radicale. Per nostalgia. Ma soprattutto nella speranza che le proteste studentesche si trasformino, come allora, in movimento. Che il movimento eroda il consenso del governo. Che incrini l'immagine del Cavaliere invincibile. Che restituisca alla sinistra, spaesata, la base sociale perduta. Questo Sessantottismo minimalista si scontra con un Antisessantottismo ben più ambizioso e consapevole, espresso dalla destra al governo. Ben più determinata della sinistra a fare i conti con l'eredità di quella stagione. Lo ha chiarito bene la ministra Gelmini, subito dopo l'approvazione del decreto: "Si torna alla scuola della serietà, del merito e dell'educazione". Dando, quindi, per scontato che oggi nella scuola non vi siano serietà, merito ed educazione, la ministra riporta il calendario indietro di quarant'anni. E riafferma i valori della tradizione. Scanditi dai provvedimenti - altamente simbolici - assunti nei mesi scorsi. Il voto in condotta: la disciplina. Gli esami di riparazione, il ritorno dei voti: la selezione e il merito. I grembiulini, il maestro unico: l'autorità. La volontà di fare i conti con il Sessantotto è espressa, senza perifrasi, anche dal ministro Maurizio Sacconi (intervistato da Vittorio Zincone, sul Magazine del Corriere della Sera): "Il sessantottismo è il male oscuro, il cancro di questo Paese". Una metastasi prodotta "dall'Università corporativa figlia della sinistra degli anni Settanta". Parallelamente, l'Antisessantottismo investe altri puntelli dell'identità di sinistra. Il sindacato unitario e in particolare la Cgil. Valori come la solidarietà e l'egualitarismo. Per contro, aderisce al discorso etico elaborato e predicato dalla Chiesa di Benedetto XVI, teso a marcare i confini della verità definiti dalla fede cattolica. A papa Ratzinger, non a caso, si ispirano molti esponenti politici e culturali della destra (anche se non solo). Cattolici e laici. Atei devoti e credenti disciplinati. Ma il nucleo dell'Antisessantottismo coincide con il ritorno dell'autorità, delle istituzioni e delle figure che lo interpretano. Da ciò la polemica contro i professori, i maestri e, in fondo, i genitori (sessantottini). Incapaci di comportarsi davvero da padri, maestri e genitori. Simboli dell'antiautoritarismo da sconfiggere. Non si tratta, peraltro, di un discorso nuovo. In Inghilterra, Tony Blair, alcuni anni fa, si espresse apertamente contro l'eredità sociale e culturale del Sessantotto. In Francia, un anno e mezzo fa, Sarkozy, appena eletto, impostò il suo piano di riforme proprio sulla scuola. Il ritorno all'autorità perduta venne, simbolicamente, sottolineato dall'obbligo imposto agli studenti di alzarsi all'ingresso degli insegnanti. Tuttavia, in Italia, questa polemica oggi appare strumentale. Non c'è partita fra le due diverse letture, perché il Sessantottismo è appassito, insieme ai suoi miti e ai suoi eroi. Si pensi al sindacato, diviso, il cui consenso è sceso a livelli minimi fra gli operai. E resiste solo fra i pensionati. Si pensi al solidarismo e all'egualitarismo: parole indicibili. Si pensi al disincanto dei genitori e dei professori. Loro, i primi a sentirsi sconfitti. Mentre il ritorno dell'autorità - di ogni autorità - è ostacolato non da ideologie e da teologie della liberazione, ma, anzitutto, dalla scomposizione corporativa della società, frammentata in mille interessi organizzati, chiusi, gelosi e irriducibili. Si pensi alla rivoluzione dei costumi e della morale sessuale, oggi presidiati dal consumismo e dal "velinismo di massa" diffuso dai media. In particolare dalle tivù del Cavaliere. Gli studenti che manifestano nelle scuole e nelle università, dunque, non debbono preoccuparsi troppo del Sessantotto. Semmai, del Sessantottismo e - ancor più - dell'Antisessantottismo. Conviene loro, per questo, marciare da soli. Liberarsi di padri, maestri e professori. Ma anche di coloro che li esortano a liberarsi di padri, maestri e professori. E cerchino di guardare avanti. Il loro futuro - incerto - non è quarant'anni fa.

 

La Stampa – 2.11.08

 

E la protesta continua – Flavia Amabile

E adesso? Ora che il decreto 137 è diventato legge, e che nelle scuole torneranno i maestri unici e il voto in condotta a far media con le altre materie, che cosa faranno gli studenti scesi in piazza a protestare? Continueranno a protestare è la risposta se lo si chiede ai diretti interessati. Già da domani gli studenti di Azione Studentesca (vicini ad An) ricominceranno con le agitazioni, proveranno ad occupare l’istituto tecnico Botticelli a Roma. A dicembre organizzeranno un’autogestione al Carlo Urbani di Ostia. «Si va avanti», conferma Stefano Scialanga, dirigente provinciale di Azione Studentesca. Si prosegue secondo lo schema utilizzato in queste ultime settimane dal movimento: occupazioni brevi e mirate negli istituti superiori si spiega il decreto, si fa informazione si tira avanti per un po’ e poi si passa ad un’altra scuola. Ma ha senso protestare contro qualcosa che ormai è legge? E lo sanno che ora rischiano di diventare invisibili? «E’ chiaro che la protesta studentesca va scemando - risponde Stefano - Però è necessario andare ancora avanti nell’operazione anti-menzogna e informare, poi gli studenti decideranno». Quello che Azione Studentesca andrà a dire da domani nelle scuole agli studenti delle superiori che torneranno in classe è che sono stati strumentalizzati. «Sono scesi in piazza per gli interessi dei docenti. Aveva senso una mobilitazione del genere per il grembiule o per il maestro unico? Che c’entrano quelli delle superiori? E perché allora non scendere in piazza quando il ministro Fioroni diede un aumento di fondi alle scuole private?». Gli studenti vicini ad An di Azione Studentesca insomma non si fermano qui, allo sciopero di giovedì. Continueranno ad organizzare occupazioni, forti del fatto che il sindaco Alemanno ha garantito che è un diritto degli studenti protestare e che non ci saranno conseguenze legali. E se anche ce ne fossero Lotta Studentesca, il movimento giovanile di Forza Nuova, ha annunciato un servizio di difesa legale gratuito. «Anche se rispetto all’ultimo periodo si allenterà la tensione, gli studenti non rinunceranno a iniziative mirate», spiega Andrea Moi, presidente della Consulta provinciale degli Studenti di Roma. Né si fermeranno i giovani della Rete degli studenti. «Ci saranno ancora occupazioni per tenere alta l’attenzione soprattutto in zone periferiche dove non si è ancora fatto», promette Luca De Zolt, il leader della Rete. Non bisogna dimenticare nemmeno che il 17 novembre è la giornata nazionale della mobilitazione degli studenti e che proprio quel giorno si terrà la prossima udienza del processo per direttissima delle persone fermate negli scontri di giovedì scorso a piazza Navona. E però ci saranno soprattutto altre forme di protesta. «Continueremo con le lezioni all’aperto, le auto-gestioni con il coinvolgimento dei docenti, le assemblee pubbliche, i dibattiti aperti. Non vogliamo che la scuola si chiuda in sé stessa ma che si apra il più possibile», spiega De Zolt. In Umbria, infatti, sono già pronti a dare il via alla prima occupazione coordinata che avverrà in più scuole della regione contemporaneamente e che avrà un programma articolato con lezioni docenti universitari all’aperto, assemblee e altro. Il tutto sarà annunciato in un blog che gli studenti stanno realizzando e metteranno in rete il giorno d’inizio dell’occupazione. Ancora manifestazioni di protesta, dunque, e non solo: «Ci evolveremo in un movimento propositivo - promette Marco Grandinetti, responsabile organizzativo della Rete - Faremo quadrato per fornire la nostra alternativa, la nostra idea di scuola».

 

L'ombra della razza – Barbara Spinelli

Quel che sta succedendo nel sottosuolo americano, forse solo la letteratura può esplorarlo e dirlo: il dilemma fra il pensiero lucido e l’assillo istintivo, fra quel che professi in pubblico e quel che a mala pena confessi a te stesso. E il peso torbido della memoria, quella che incattivisce. Aiutano a comprendere, i giornali e i pronostici, ma giunti alla fine di una campagna elettorale così densa aiuta ancor più un racconto profetico di Hermann Melville: Benito Cereno. Il protagonista, detto lo Spagnolo, è il capitano di una nave, la San Dominick, che in un lungo periplo è preso in ostaggio dagli schiavi neri che trasporta. A salvarlo, lungo le patrie coste cilene, sopraggiunge il capitano Amasa Delano, che impersona l’America nordista, fiduciosa, ottimista. Una certa ottusità innocente impedisce tuttavia all’americano di intuire il disastro, e solo all’ultimo egli capirà che lo spagnolo non è il malvagio da castigare, ma prigioniero del cruento ammutinamento guidato da un nero in apparenza innocuo, Babo. Babo voleva liberare gli schiavi, condurli in Africa, ma la liberazione è sfociata in atrocità cannibaliche. Alla fine il buon capitano invita Cereno a dimenticare la trista avventura e a ricominciare la vita («Guardate, il sole che là risplende ha dimenticato ogni cosa, e così il mare e il cielo azzurro; hanno voltato pagina, loro»). Non così per Cereno, spezzato e marchiato per sempre dalla memoria. «Voi siete salvo», ribatte Delano sorpreso, «che cosa vi ha gettato addosso quest’ombra?». «Il negro», risponde Cereno. Se il voto del 4 novembre è un ciclone, il suo occhio è qui: in quest’ombra secolare che fatica a cancellarsi. Nel nodo intricatissimo che il vecchio marinaio bianco porge a Delano, perché lo sciolga come si fa con gli enigmi. Quando Melville pubblicò il racconto, nel 1856, l’America era in tumulto razziale, e cinque anni dopo il Nord abolizionista entrò in guerra con il Sud schiavista. Non per questo l’ombra americana si dissolse: né quella del crimine bianco, né quella dei neri tentati dal separatismo violento. La segregazione sarà abolita solo dal presidente Lyndon Johnson, e neanche allora l’Unione divenne vera unione. Quando firmò l’Atto sui Diritti civili, nel '64, Johnson predisse una secessione interiore del Sud: per generazioni, il Sud avrebbe punito i democratici. Obama conosce le insidie dell’Unione incompiuta. Quest’anno, tuttavia, è assai speciale. L’impero volitivo è divenuto un colosso che ha perso l’equilibrio. Crollo dell’economia, dell’influenza nel mondo, di guerre invincibili: l’amministrazione Bush ha accentuato una frana già da decenni avvertibile (distacco del dollaro dall’oro, fine della guerra fredda) e gli americani sono alle prese con chimere d’un tratto sfatate. Gli ultimi otto anni sono stati un’unica bolla illusoria, fatta di smisurata sicurezza di sé, di fede nei trucchi dell’ideologia, di incompetenza, di cecità. È il motivo per cui Obama, cosciente della bancarotta, viene sulla carta dato per vincente. Ma quel che è scritto sulla carta non dice necessariamente la realtà del sottosuolo, il suo ribollire irrazionale, l’incapacità di sottrarsi alla memoria quando essa si traveste in Erinni. Non dice l’ombra del nero, presente in tanti americani bianchi declassati: soprattutto nelle piccole città della Virginia, della Pennsylvania, del Midwest, che Obama ha descritto con parole crude e vere in un discorso tuttora malvisto del 6 aprile (la frustrazione economica che spinge i declassati a abbracciare fucili, fondamentalismo religioso o xenofobia; che rende disgustosa la politica e attraente la bellicosità su cultura e Valori). Quest’America è conquistata dalla calma coerenza con cui Obama parla di economia, ma una parte del suo animo è come navigasse nella nave alla deriva cui Melville dà, non fortuitamente, il nome di San Dominick. Nell’isola di Santo Domingo (Haiti dal 1804) avvenne la prima liberazione dalla schiavitù nera, durante la Rivoluzione francese. Guidata dal nero illuminato Toussaint Louverture, essa degenerò in massacri di bianchi. La mirabile prefazione di Guido Carboni, nell’edizione Einaudi di Benito Cereno, spiega quanto pesino sull’oggi quei drammi: la cultura nera che fugge nell’invisibilità, il «confine orribile eppure rassicurante» che l’America sommersa sogna di preservare tra i colori, il mulatto visto come massimamente infido. La tendenza dei liberali ottimisti, negli Stati Uniti, è di dimenticare l’ombra o accomodarsi. Come Delano, si fanno carezzare da dolci alisei e si dicono che anche l’America, come il sole, ha voltato pagina. Può darsi che il 4 novembre confermerà il risveglio già in corso: milioni di neri, giovani, astensionisti, si sono iscritti al voto. Ma gli analisti che studiano il fenomeno razziale sostengono che una cosa sono i sondaggi, altra gli intimi patemi dei bianchi: è il dilemma su cui insiste, da mesi, Nicholas Kristof sul New York Times. Esiste un razzismo ignaro (un «razzismo senza razzisti»), che può troncare il cammino di Obama. C’è un 10 per cento di americani dichiaratamente razzisti (pronti anche alla violenza) che in ogni caso non voterebbero democratico. Ma i bianchi che senza esser razzisti hanno clandestine prevenzioni razziali sono molti: il 40-50 per cento. Alcuni studi di psicologia sociale, diretti dal professor Thierry Devos dell’università di San Diego, confermano il groviglio persistente di ombre e di nodi. Le indagini rivelano un «baratro fra quel che l’americano bianco pensa esplicitamente e implicitamente». Esplicitamente egli fa propri i principi dell’uguaglianza e della mescolanza di culture. Spesso gli capita di sospettare che i neri possano essere perfino più patriottici di certi bianchi. Ma ben diversamente parla l’inconscio (il «pregiudizio implicito», automatico): in tal caso è solo il bianco ad apparire americano, non l’afro-americano e ancor meno l’asiatico-americano. Il pregiudizio è potente anche nei neri, che da secoli interiorizzano lo stereotipo dei bianchi (è parte della strategia dell’invisibilità). A ciò s’aggiunga la diffidenza deviata, che usa surrogati come la religione. Quasi un terzo degli elettori è convinto che Obama sia musulmano (e se anche lo fosse? ha chiesto Colin Powell) e non sono pochi i conservatori cristiani che vedono in lui l’anticristo: il 10 per cento degli americani è comunque persuaso di vivere l'Apocalisse. I meno scortesi affermano che Obama non ha esperienza. Non a caso McCain attacca Obama l’alieno, soprattutto quando s’abbarbica a Sarah Palin che è la sua punta non di diamante ma di veleno: sul candidato nero il ticket non dice nulla, ma «i veri americani sono altrove». Obama sa le ombre, tutte. Sa che se vince sarà una rivoluzione per l'America, e un trauma. Ne ha un ricordo personale: la sua amatissima nonna lo ha cresciuto adorandolo, ma sotterraneamente aveva paura dei neri. Agli amici, confida che la battaglia non finirà con una vittoria. Che bisognerà vincere le diffidenze razziali dei bianchi e anche dei neri. Sa di essere un diverso in ambedue i mondi. Fuori dagli Stati Uniti si guarda a Obama con tensione, speranza. I terroristi, temendo diminuzioni di reclute, preferiscono McCain. Sul sito dell’Economist, un sondaggio mondiale ha votato Obama in massa. La copertina del settimanale è tutta bianca, al centro il candidato nero avanza come venendo da lontano. It's Time, è il titolo. È l'ora. La politica estera Usa muterebbe, ma meno del previsto. La fede di Obama nell’eccezionalismo della civiltà Usa è intensa. Ma in America la sua vittoria scuoterebbe i fondamenti. Culturalmente li scuoterebbe anche in Europa: in quel che si muove o resta immobile nelle nostre menti, nel nostro sguardo sull’immigrato, il diverso. La lotta contro l’ombra di Benito Cereno è affidata a ciascuno: è tra le più urgenti.

 

Corsera – 2.11.08

 

Il «normale» scandalo dei defunti. I morti violati per soldi

Gian Antonio Stella

«Cessate d’uccidere i morti», invocava Giuseppe Ungaretti. Scriveva, il grande poeta, della carneficina della guerra. Ma mai come oggi quei versi sono apparsi attuali. Mai come oggi, infatti, la morte è stata stuprata. «E’ arrivato questa mattina il corpo di una bambina, che ne facciamo? Deve essere cremata», chiede in un’intercettazione il dipendente al titolare di un’azienda coinvolta in uno degli scandali più sconvolgenti. Risposta: «Mah... Niente cremazione, buttala via, nell'immondizia, tanto è poca roba». Lo facevano sul serio, di buttare i corpi nel pattume. La cronaca di Nadia Francalacci su Panorama gela il sangue: «Quando le ruspe hanno iniziato a scavare, è spuntato un piede. Era di uno dei sei corpi saponificati abbandonati in un campo di 30 metri quadrati assieme ai resti di amputazioni ospedaliere, a feti abortiti per gravi malformazioni e a decine di sacchi di plastica neri che contenevano le ceneri di centinaia di persone cremate e mai riconsegnate ai familiari». Non passa giorno, ormai, senza il trauma di una nuova inchiesta della magistratura o di una nuova ispezione dei carabinieri dei Noe, i Nuclei operativi ecologici. I quali, partendo da una indagine sul «riciclaggio» di maniglie di ottone, crocefissi, bare e perfino abiti dei defunti, hanno messo sotto esame una cinquantina di strutture che si occupano di cremazioni scoprendone di tutti i colori. È successo a Roma, dove i giudici indagano da tempo su diverse salme dimenticate nelle loro casse in un deposito anche per due anni mentre già i parenti portavano «mazzi di crisantemi al camposanto di Fiumicino, convinti che le ceneri dei familiari stessero definitivamente lì». È successo a Padova, dove qualche settimana fa sono state sequestrate le ceneri di tre persone buttate tutte insieme nello stesso contenitore dagli addetti alla cremazione di una ditta che si vantava d'avere ottenuto il riconoscimento di controllo di qualità «Iso 9000». È successo a Segrate, dove sono state trovate otto casse che contenevano ceneri mischiate di chissà quanti defunti e ottanta casse zincate con i resti ossei di centinaia di corpi ormai derubati della loro identità. È successo a Mirteto, Prato, Collecchio, Roccastrada, Vignola, Fornovo, Parma, Piacenza e, insomma, un po' in tutte le località in cui la «Euroservizi», una delle aziende più coinvolte, aveva vinto gli appalti per le cremazioni. Per non dire di Fidenza, dove la società aveva ammassato in 60 sacchi neri dell'immondizia una tale quantità di ceneri che, dice una stima, «potrebbero appartenere a circa 2 mila corpi cremati». Tra i rifiuti, dicono le cronache, c'erano «un tronco umano saponificato e una bara bianca con un bambino al quale era stato tolto il nome». Tutti insieme. Tutti mischiati. Nell'indifferenza totale per l'impegno assunto (in cambio di soldi, tanti soldi) e per il dolore lancinante dei parenti, convinti che «quella» piccola urna con le ceneri loro consegnata contenesse davvero i resti del padre, della madre, del fratello, del figlio... Nella «A livella», la straordinaria poesia di Totò dedicata alla giornata che si celebra oggi («Ogn'anno, il due novembre, c'è l'usanza / per i defunti andare al Cimitero...»), il «nobile marchese signore di Rovigo e di Belluno» lo sputa in faccia al vicino di tomba, il netturbino Esposito Gennaro: «la Vostra salma andava, sì, inumata / ma seppellita nella spazzatura!». Il senso di quelle rime struggenti, la morte che come una livella mette tutti sullo stesso piano, dal nobile marchese fino a Gennaro «’o muorto puveriello», era però un altro. A mischiare le ceneri, nella sua misericordia, è Dio. Che però distingue una dall'altra ogni singola sua creatura. O se volete, laicamente, a mischiare tutto è la natura. Non l'ingordo padrone di un'impresa funebre che vuole risparmiare sull'accensione del forno, sulle bare, sui vestiti messi addosso ai morti da mogli, sorelle, figlie in lacrime. Eppure, per millenni, il rispetto per i morti è stato uno dei cardini della cultura umana. In Occidente come in Oriente. Gli egizi cercavano con la mummificazione di conservare i corpi perché sopravvivessero nell'Aldilà e infilavano tra le bende del defunto un rotolo di pergamena col Libro dei Morti, chiamato serenamente il «Libro per uscire al giorno». Gli antichi greci lavavano e profumavano le spoglie mortali dei loro cari e ornavano le case con mirto e alloro e andavano in processione al cimitero accompagnati dalle melodie dei suonatori di flauto e gli adulti venivano seppelliti con i sigilli e i dadi e le donne coi gioielli più preziosi e i bambini coi loro giocattoli. E gli etruschi coprivano le pareti delle tombe con pitture che raffiguravano il defunto seduto a un grande banchetto presieduto da Ade e Persefone. E i romani custodivano in casa, nei «penetralia», le maschere di cera degli antenati che veneravano e invocavano a protezione della famiglia. E Polibio racconta nelle sue Storie pagine indimenticabili sui riti (la salma portata al Foro sui rostri, la Laudatio funebris dalla tribuna, il corteo con i parenti che indossavano le maschere funebri degli avi...) con cui le famiglie patrizie onoravano i loro cari nei giorni dello strazio. Per non dire di culture lontane come quella di Tana Toraja nell'isola indonesiana di Sulawesi, dove il morto non è davvero morto ma solo «addormentato» finché non viene sepolto e i funerali vengono dunque trascinati per mesi e mesi, anni ed anni, e tutti i parenti accorrono e si ritrovano intorno a chi «dorme» per cucinare e mangiare insieme il maiale e i polli e certe focacce fritte che sono una bontà. Per questo, oggi, è il caso di fermarsi un attimo a riflettere sul senso di queste cronache oscene che ci tolgono il sonno. E di domandarci se, in fondo in fondo, non sia tutto «normale», che una società che troppo spesso non rispetta i vivi non possa poi rispettare i morti. Quanto agli immondi mercanti che trattano le salme fottendosene della loro sacralità e del dolore che dilania le mogli, i mariti, i figli, c'è solo da sperare che (al di là della giustizia nei tribunali degli uomini) avessero ragione gli antichi greci. Secondo i quali i malvagi che non portavano rispetto a un defunto venivano per anni perseguitati dalla sua anima, fino a renderli pazzi.


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