Back

Indice Comunicati

Home Page

Nell'attesa di uscire dall'incubo

Repubblica – 5.11.08

 

Dal palco Obama infiamma il Paese: "Negli Usa nulla è impossibile" - MARIO CALABRESI

CHICAGO - Un inno alla democrazia e alla capacità di cambiare. Barack Obama nel discorso più importante della sua vita, davanti a centinaia di migliaia di persone, ha commosso il suo Paese e il mondo rivendicando la forza della speranza contro il cinismo, la forza dell'uomo comune davanti al potere, la forza potente del sogno e del cambiamento. La forza dell'America, ha gridato Obama nella notte di Chicago, non è la sua potenza militare ma la capacità di creare «democrazia, libertà e opportunità». Un discorso di quindici minuti, intenso, emozionante, capace di promettere una nuova éra politica: «Questa vittoria non è il cambiamento ma la possibilità del cambiamento e se c'è ancora qualcuno che dubita che l'America sia un posto dove ogni cosa è possibile, dove si può realizzare il sogno dei nostri padri e dimostrare il potere della democrazia, questa notte la risposta è arrivata. L'hanno data le donne e gli uomini che sono stati in coda per ore per poter votare». Barack Obama è salito sul palco di Grant Park tre minuti prima delle undici di sera. La folla lo aspettava da ore, una serie di boati aveva scandito la conquista di tutti gli Stati chiave, ma la festa era scoppiata un'ora prima quando la Cnn lo aveva dichiarato presidente. Prima di prendere la parola Obama ha aspettato che John McCain concedesse la vittoria, poi con Michelle e le figlie - vestite di rosso e nero - è apparso in questa spianata verde chiusa tra il Lago Michigan e i grattacieli. A proteggere il nuovo presidente due immensi vetri antiproiettile, voluti dal secret service ai lati del leggio. Obama ha cominciato salutando Chicago, la sua città, la nuova capitale politica d'America, ha parlato con rispetto e stima del suo avversario repubblicano e ha ringraziato Michelle: «La roccia della nostra famiglia, l'amore della mia vita». Poi ha detto a Sasha e Malia che rispetterà la piccola promessa di prendere un cane: «Vi siete meritate il cucciolo, verrà con noi alla Casa Bianca». Le sue parole più convinte sono state per i milioni di volontari che hanno costruito la sua campagna, per «i lavoratori che hanno donato cinque o dieci dollari», per i giovani che hanno lasciato le famiglie per mesi: «Questa vittoria appartiene a voi e io non lo dimenticherò». Ha ripercorso la storia dell'America e delle sue conquiste e il lungo cammino dei diritti civili attraverso la vita dell'elettrice più anziana: una donna di Atlanta di 106 anni che si battè contro la segregazione razziale e che gli ha dato il suo voto. L'elenco delle cose su cui impegnarsi adesso è lungo: il pianeta in pericolo per il cambio climatico, la crisi finanziaria e quella delle case, i soldati che combattono in Afghanistan, «la necessità di creare lavoro e di costruire nuove scuole». Ma promette di provarci, chiede che il Paese sia unito con lui per riportare «la prosperità, la pace e restituire ad ognuno la possibilità di coronare il Sogno Americano». Il finale è hollywoodiano, lo raggiungono sul palco Joe Biden e tutti i parenti: si abbracciano e salutano a lungo mentre gli altoparlanti trasmettono una colonna sonora epica. In tutta America si riempiono le piazze e le strade e davanti alla Casa Bianca un'altra folla immensa festeggia pacificamente l'arrivo di un nuovo inquilino. Il primo nero della storia.

 

La Stampa – 5.11.08

 

Obama: "Il cambiamento per gli Stati Uniti è arrivato, yes we can"

CHICAGO - La giornata di oggi dimostra che «gli Stati Uniti sono il posto dove tutto è possibile»: così ha esordito Barack Obama, nel suo discorso subito dopo la vittoria elettorale, dalla piazza esultante e commossa di Chicago. «Il cambiamento per gli Stati Uniti è arrivato». Obama ribadisce la parola chiave dalla sua campagna elettorale, "we need change" (abbiamo bisogno del cambiamento) e parlando di fronte a decine di migliaia di persone nel parco di Grant Park, a Chicago, annuncia che il cambiamento è finalmente arrivato. L’America può, perché è un paese unito; l’America può, perché sa sognare. «Ho pensato stanotte a una donna che ha votato a Atlanta» ha detto Obama. «Somiglia molto ai milioni di persone che si sono messe in fila per far sentire la loro voce in questa elezione, salvo un dettaglio: Ann Nixon Cooper ha 106 anni». È stato un discorso pieno di accenni alla lunga storia dei diritti civili che ha condotto all’elezione del primo presidente nero, incluso un accenno a Martin Luther King, il «predicatore di Atlanta che disse ’we shall overcome». Obama ha ringraziato per il loro amore e il loro sostegno la moglie Michelle («la prossima first lady degli Usa»), le figlie Sasha e Malia e la nonna materna, scomparsa proprio il giorno prima del voto. La moglie e le figlie lo hanno accompagnato sul palco, vestite di rosso e nero, poi, dopo un bacio, lo hanno lasciato solo per il suo primo discorso da presidente eletto degli Usa. Dal palco della vittoria Obama ha promesso alle figliolette il cane che tanto desiderano: «Vi voglio tanto bene» ha detto Obama «Vi siete meritate il nuovo cagnolino che verrà con noi alla Casa Bianca». Malia, 10 anni, e Sasha, 7, sono poi tornate sul palco con la mamma. Nessun dettaglio per ora sulla razza o sul nome di questo cagnetto che seguirà le orme dei cani Bush, gli Scottish Terrier Barney e Miss Beazley. Poi Obama ha ringraziato il suo staff e i volontari che lo hanno sostenuto. “Questa vittoria appartiene a voi – continua - La nostra campagna è partita dal basso grazie a giovani e volontari, al loro coraggio. Questa è la vostra vittoria. Anche se stanotte festeggiamo, sappiamo le sfide che ci attendono domani. Sappiamo che siamo nel mezzo di una grande crisi economica, che ci sono soldati che continuano a morire in Iraq, che ci sono nuove scuole da costruire. Forse non in un anno, ma vinceremo queste sfide, ve lo prometto". «Il cammino davanti a noi sarà duro» e per questo ci «sarà bisogno di stare uniti» contro le avversità. La giornata di oggi dimostra che «gli Stati Uniti sono il posto dove tutto è possibile». E dopo otto anni di un presidente come che non ha ascoltato nessuno, il suo successore ha promesso agli americani una Casa Bianca aperta, che saprà ascoltare la gente: «Sarò sempre onesto con voi - ha detto, nel discorso della vittoria alla folla di Grant Park, a Chicago - vi ascolterò, anche se la penseremo diversamente». E conclude: "Il credo americano è Yes, we can (si, possiamo)".

 

Barack eletto presidente – Maurizio Molinari

Barack Obama incassa una netta affermazione nelle urne e diventa il primo afroamericano della Storia ad essere eletto presidente degli Stati Uniti. La vittoria conseguita ha dimensioni vistose. Barack conquista i principali Stati considerati in bilico - Florida, Pennsylvania e Ohio - consente ai democratici di vincere la Virginia per la prima volta dal 1964 e strappa numerosi territori repubblicani dall’Iowa al New Mexico, dal Colorado al Nevada. A spoglio ancora non ultimato Obama somma quattro milioni di voti in più rispetto al rivale repubblicano John McCain e ridisegna la mappa elettorale degli Stati Uniti regalando ai democratici la più importante vittoria dal 1994: era da allora infatti che il partito di Truman, Roosevelt e Clinton non controllava tanto la Casa Bianca che il Congresso. Camera e Senato saranno saldamente nelle mani di Nancy Pelosi e Henry Reid anche se non è ancora chiaro se al Senato raggiungeranno il quorum dei 60 seggi necessario per scongiurare l’ostruzionismo di un’opposizione che esce comunque drasticamente ridimensionata dalla dura sconfitta. Nella lunga notte di Chicago Obama ha compreso di aver vinto quando prima la tv Fox gli ha assegnato l’Ohio e poi la tv Cnn gli ha attribuito la Virginia. Alle 22, ora di Chicago, sono arrivati i voti della California ed è stato così raggiunto e superato il quorum dei 270 voti del collegio elettorale. Con il parterre del Grant Park di Chicago coperto da un tappeto umano di centomila anime che si estendeva nella città fino a toccare il milione di persone, Obama prima di dichiarare vittoria ha aspettato il discorso di concessione da parte del rivale dal quartier generale repubblicano in Arizona. Quando McCain ha reso omaggio al vincitore impegnandosi ad «aiutarlo ad affrontare nelle sfide che lo attendono», Barack è salito sul palco protetto dai vetri antiproiettili, assieme alla moglie Michelle ed alle figlie Malia e Sasha. «Se qualcuno dubitava della democrazia in America questa notte è la risposta» ha esordito il presidente eletto, riassumendo così il risultato elettorale: «The change has come to America», il cambiamento è arrivato in America. "Non ci sono più Stati rossi o Stati blu, ma solo gli Stati Uniti d'America". «Abbiamo iniziato con pochi soldi e pochi sostegni» ha continuato, rendendo omaggio a chi ha reso possibile la vittoria: l’«eroe» David Plouffe, manager della campagna, l’«amico» David Axelrod stratega politico, la moglie Michelle «amore della mia vita» e soprattutto «voi che mi avete sostenuto, avete donato 5 o 10 dollari e non avete dormito» per affrontare e vincere la più lunga e costosa campagna elettorale americana. Con il pubblico che ritmava il canto «Yes We Can» in un crescendo emotivo che attraversava Chicago, Obama ha concluso citando Abramo Lincoln per chiedere all’America di unirsi ed affrontare «sfide più grandi di un’intera vita, due guerre, un Pianeta da salvare e la peggiore crisi finanziaria dell’ultimo secolo». "Sono pronto a lavorare per chi non mi ha votato" ha detto. «Potrebbe non bastare un anno o un mandato per farcela ma vi prometto che alla fine riusciremo» ha concluso il presidente eletto, figlio di un kenyota e di una donna bianca del Kansas che si presentò al grande pubblico nel luglio di quattro anni fa parlando alla Convention democratica di Boston.

 

Punire gli atenei in rosso – Flavia Amabile

Un decreto legge sull’Università entro questa settimana per dare subito il via a due priorità: una modifica radicale dei criteri di selezione nei concorsi e norme più restrittive per gli atenei che non riescono a far quadrare i bilanci. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ieri ha incassato il sostegno della maggioranza, un sostegno che aveva chiesto con forza la scorsa settimana. E ha ottenuto il via libera a andare avanti in tempi rapidi su questi due aspetti della riforma dell’università. E quindi dare un’impronta diversa al regolamento Mussi per le assunzioni dei ricercatori che il governo ha sempre ritenuto poco trasparente e iniziare a differenziare fra atenei virtuosi e altri che non lo sono in modo da lanciare un primo segnale deciso e netto lungo la strada della meritocrazia e della lotta ai 'baroni'. E quindi ora al ministero si sta studiando come dare forma nel giro di pochi giorni a questo decreto-legge che probabilmente invece non conterrà l’annullamento di ogni ostacolo ai concorsi per ricercatori in modo da garantire un turn-over in favore di uno svecchiamento degli atenei. Su questo la maggioranza ha preferito affidarsi alle linee guida che dovranno vedere la luce la prossima settimana. Una volta messo a punto il decreto legge, al ministero si procederà ad una discussione con studenti, professori e università in modo da concordare le linee guida della riforma e poi il disegno di legge complessivo che conterrà le misure per premiare gli atenei virtuosi in base a parametri oggettivi quali il numero di laureati escludendo le lauree brevi, quelli che hanno trovato effettivamente lavoro in un periodo di tempo abbastanza breve, il numero di pubblicazioni scientifiche realizzate secondo sistemi internazionalmente riconosciuti e la capacità di ciascun ateneo di usare i finanziamenti pubblici più per la didattica che per il pagamento di stipendi e costi fissi. La riforma dell’università procederà insomma per tappe, in un clima di confronto, dialogo e ascolto ma senza rinunciare a combattere gli sprechi. E’ questo il programma di lavoro definito ieri mattina, «in perfetto accordo», dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dal ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini e dai vertici di Pdl e Lega di Camera e Senato, durante il vertice di maggioranza che si è tenuto nella residenza romana del premier in cui la Gelmini ha incassato il sostegno del governo e, in cambio, la Lega ha avuto le rassicurazioni che voleva sulle scuole di montagna, che non saranno toccate. Soddisfatta anche An, che si è spesa per il dialogo con le parti e per non esagerare con i tagli. «Siamo certi - dice Italo Bocchino dopo il vertice - che la Gelmini saprà combattere gli sprechi e dare un taglio riformista ai provvedimenti che ci proporrà».

 

Manifesto – 5.11.08

 

Nell'attesa di uscire dall'incubo - Ida Dominijanni

La misura dell'evento globale non la danno le maratone televisive programmate su tutte le reti pubbliche e private, le feste per i Vip di governo e quelle (tre per tre correnti, tanto per non smentirsi mai) dei democrats nostrani. Fin qui, una se la potrebbe sempre prendere con il solito provincialismo della periferia dell'Impero, sfottere lo slittamento semantico che si rivelò politico dallo «yes we can» di Obama al «sì, si può» di Veltroni, ridere dei berlusconiani che saltano sul carro del (presunto) vincitore dopo aver vissuto per otto anni da parassiti di Bush. Ma basta mettersi di fronte a un computer, digitare twitter, dove scorre in tempo reale un'immane quantità di messaggistica dell'intero pianeta con tanto di carta geografica sotto e il puntino luminoso che si accende su ogni mittente, e la dimensione cambia. Si accende il puntino luminoso in California, parte il messaggino, «Ho votato all'alba, così c'era poca fila, sbrigatevi». Si accende in Canada, «Andate a votare», parte la replica dal Colorado «Cari amici canadesi, smettetela di pensare che noi americani non andiamo a votare». Puntini in Islanda, in Romania, a Parigi, a Berlino, a Caracas, a Buenos Aires: io sto con Obama, io vorrei essere alla festa di Chicago ma almeno ci saranno i miei genitori, io Obama non potre mai votarlo, ma se non voti Obama non per questo devi votare Mc Cain. Puntino in Pennsylvania, «voto Obama perché ho voglia di futuro e per il futuro è meglio lui che l'eredità di un vecchio guerriero». Puntino in Arizona, «Oggi Palin è qua ma se dio vuole da domani ce ne sbarazziamo». Puntino in Spagna, «Ma se Obama vince possiamo continuare a usare quel bel logo col sole che sorge o ci toccherà buttarlo dopo le elezioni?». Puntino in Giappone, alfabeto illeggibile ma il tema è sempre quello: Obama-McCAin, il mondo, il futuro, e il meticcio alla Casa bianca in rappresentanza del meticciato globale. In un lampo, come al solito, la posta in gioco virtuale è diventata ancora più grande della già enorme posta in gioco reale. In rete, senza gli ostacoli, gli attriti e le delusioni del reale, le aspettative, i sogni, i desideri volano più veloci e più leggeri. Ma il carisma di un leader reale si vede anche da qui, da quanto riesce a farsi terminale di questo scatenamento dell'immaginario e di questa sospensione nell'attesa. Alimentata dai colpi di scena della campagna elettorale prima, dalla febbre dei sondaggi e dai riti scaramantici poi, l'attesa è diventata la protagonista del rush finale: più che l'anticamera del giorno del Giudizio, come recitano i titoli dei tg, sembra la vigilia di Natale, dell'Evento e dell'Avvento. Una pioggia benefica di messianesimo sul territorio inaridito della politica, o l'ultimo colpo di coda venefico dei teo-cons? Dei due candidati alla guida dell'Impero, e di quello che il mondo sembra prediligere, sappiamo ormai tutto, di quanto ha saputo mettere in movimento finora dal basso pure, di quanto gli sarà difficile smuovere lo stato delle cose dall'alto, ammesso che lo voglia davvero fare, anche. Potremmo dormirci sopra e pensarci a mente fredda e a risultato certo. Invece nessuno andrà a letto presto la notte della vigilia. E dunque, questo godimento dell'attesa non parla di lui: parla di noi. L'ultima volta che il mondo si incollò davanti allo schermo fu per vedere e rivedere le Torri gemelle che crollavano, gli aerei-cyborg che le tagliavano in due, i corpi nudi di uomini e donne di 61 etnie che volavano giù, la nuvola di fumo sopra Manhattan che annunciava le bombe sopra Kabul e sopra Baghdad. Il mondo si era fatto globale, l'attacco al cuore dell'Impero e la revanche della nazione americana gli imponevano l'alt ristabilendo confini, divieti, controlli, torture, bandiere, certificati d'identità. Sono seguiti i sette anni peggiori della nostra vita. La lunga notte della vigilia non è l'attesa del salvatore né l'incoronazione dell'imperatore. Forse, più semplicemente, è la liberazione da un incubo.

 

La lunga attesa dellaChicago nera - Marco d'Eramo

CHICAGO - La chiesa evangelica del Cristo Unito è una casetta unifamiliare dipinta di giallo dai muri screpolati. Al suo fianco si apre un cancelletto arrugginito che conduce a un ingresso sul retro. Solo la bandierina a stelle e strisce piantata in un vaso senza fiori ti dice che questo è uno dei seggi elettorali nevralgici del sud della città. Il Chicago South Side è uno dei ghetti neri più segregati di tutti gli Usa (il tasso di segregazione è del 95%), area malfamata assurta a simbolo dell'abominio urbano statunitense, come l'East St. Louis, il North Philadelphia o Stuyvesant a New York, tutti quartieri di fronte a cui, anche nei suoi giorni peggiori, il Bronx sembrava un grazioso quartiere residenziale. È martedì mattina e ci arrivo in metropolitana, sulla linea rossa. Ma appena superata l'ultima fermata del centro, la Roosevelt, i passeggeri del convoglio cominciano a scurirsi, finché, quando scendo alla 69-esima sud, sono l'unico bianco rimasto nel vagone. Sempre più i ragazzi indossano i cappucci delle loro tute sopra il berretto da baseball, anche in quest'assolato giorno da estate di San Martino. Noi abbiamo della miseria urbana un'immagine diversa da quella statunitense. Pensiamo ad affollate bidonvilles, a una folla cenciosa tipo Calcutta. Invece qui hai strade deserte lungo cui scorrono negozi chiusi dalle vetrine sfasciate, distributori di benzina in rovina, casette dismesse dalle persiane bruciacchiate, praticelli incolti, fili spinati, negozi di pegni, spacci di alcolici difesi da inferriate stile Fort Knox. Non è la folla a incutere ansia quanto la solitudine, il deserto, pochi giovani a bigellonare in qualche incrocio. Altri che fanno di tutto per intimorirti quando t'incrociano: «Dove credi di andare, man?». Qui i soli bianchi che vedi sono quelli che gli altri bianchi, con molto tatto, chiamano white trash, «spazzatura bianca». Evidentemente i ragazzi neri mi prendono per un white trash. Mi aspettavo una lunga fila al seggio, invece gli elettori arrivano alla spicciolata, un paio al minuto. Tra loro vedi molti più malconci, claudicanti, obesi, invalidi, che negli altri quartieri: un'infelicità spicciola, un'infermità sommessa, una male di vivere liso. Eppure votano, a differenza delle altre volte, quando il tasso di affluenza dei neri è stato molto basso (ma quei pochi hanno votato tutti democratico). Mi dicono che il grande afflusso c'è stato la settimana scorsa, per l'early voting, il voto anticipato (concluso giovedì 30 ottobre), in cui hanno votato già 500.000 chicagoans, molti di loro neri, spinti alle urne da brigate di attivisti e militanti di Barack Obama. Perché qui, nel cuore del South Side, siamo a pochi isolati dalla Grande Moschea della Nation of Islam, la San Pietro dei Musulmani neri di Louis Farrakhan, il cui antisemitismo è stato sfruttato dai repubblicani per cercare di alienare l'elettorato ebreo da Obama - ma siamo anche a 15 isolati dalla Trinity United Church of Christ in cui officia il veemente pastore Jeremiah Wright le cui dichiarazioni incendiare sono state usate per tacciare Obama di antiamericanismo. Il voto di oggi nel South Side rappresenta per Obama una storica rivincita e l'epilogo di un lungo tragitto. Questo è infatti il quartiere in cui Obama ha subito l'unica sconfitta della sua carriera politica, quando nel 2000 cercò di vincere le primarie democratiche contro il deputato uscente, Bobby Rush. Bobby Rush è un ex Pantera nera, sfuggito per sbaglio nel 1968 all'eccidio delle Black Panthers di Chicago (due furono uccise e 5 ferite nel sonno dalla polizia), riconvertitosi pastore battista e rappresentante della Black America, difensore dei locatari degli alloggi popolari. Una Black America cui Obama era del tutto estraneo: non discende da schiavi residenti in America da secoli, ma da un vero kenyota di Nairobi; non ha il loro accento, non ha subìto i loro riti di passaggio, non conosce la loro musica. Obama era percepito come un africano, non un nero Usa. E contro Bobby Rush prese una sventola spaventosa: lo consideravano il candidato dei bianchi, lo zio Tom della situazione. La sua azione di assistente sociale nel South Side, la sua assidua frequenza alle furibonde prediche del pastore Wright costituivano l'unico percorso possibile per legittimarsi come Black American. La campagna contro il pastore Wright può avergli sottratto i voti di qualche razzista bianco (che comunque non avrebbe votato per lui), ma lo ha avvicinato al cuore di questi neri del South Side da cui lo separano il cosmopolitismo, l'istruzione, il censo, la riuscita nella vita. Nel viaggio di ritorno, l'altoparlante avverte che questa notte la metro viaggerà fino alle due per il gran raduno di Obama: i viaggiatori sono pregati di comprare il biglietto di andata e ritorno in anticipo perché molte casse saranno chiuse. Esco alla fermata di Madison, in piena downtown, e penso che qui tutto richiama il '68, non solo l'ex Pantera nera Bobby Rush. Quando infatti arrivo sulla Michigan Avenue, vicino all'Art Institute, uno dei più celebri musei del mondo, le strade sono già bloccate per il gran raduno della notte elettorale. I 75.000 biglietti sono già stati tutti venduti. Ma gli organizzatori si aspettano un afflusso di mezzo milione di persone qui nel Grant Park, il polmone verde che si estende tra il Lago Michigan e il centro. I giornali consigliano di rimanere a casa, per lo meno di non venire in macchina, e preannunciano file mostruose. Obama aveva solo 7 anni nel '68, quando proprio Grant Park fu il teatro di una delle più efferate repressioni del movimento pacifista. Al bordo del Parco, nell'Hotel Hilton si tenne infatti qui, nell'agosto '68, la Convention democratica che doveva scegliere il candidato alla presidenza, dopo che Bob Kennedy era stato ucciso in California. Affluirono decine di migliaia di pacifisti per manifestare contro la guerra in Vietnam. Per giorni e notti furono caricati da polizia a cavallo, picchiati, trascinati via. Innocenti passanti furono ricoverati negli ospedali. Le immagini di quella repressione fecero il giro del mondo. Proprio in quei giorni, i carri armati sovietici entrarono in Cecoslovacchia per estirpare la primavera di Praga. Le due immagini parallele - Chicago e Praga - mostrarono al mondo imperialismi autoritari simmetrici e simili. Forse nel grande raduno di ieri sera, nello stesso parco di 40 anni fa, c'era anche un segno di riconoscenza postuma per quell'epopea dei diritti civili.

 

Sette milioni di poveri - Sara Farolfi

ROMA - Povero e immobile. Allarma la fotografia del paese che ci consegna l'Istat, a maggior ragione se inserita all'interno del quadro recessivo sul quale ci affacciamo e che, c'è da presumere, non sarà breve. Dice l'Istat, nell'indagine diffusa ieri, che in Italia ci sono 7,5 milioni di persone «relativamente» povere, il 12,8% dell'intera popolazione. Lo stesso numero di un anno fa - con una variazione positiva minima che rispecchia l'aumento dei prezzi del paniere preso a riferimento - che restituisce l'immagine di un paese sostanzialmente immobile, dove chi vive nei pressi o al di sotto della soglia di povertà non ha alcuna speranza di un miglioramento delle proprie condizioni. Tutt'altro. Con la crisi che impazza e la cassa integrazione che dilaga è fondato il timore di un netto peggioramento. Anche perchè, e questa è la premessa d'obbligo, i dati di cui parla l'istituto nazionale di statistica sono quelli calcolati sulla basel della «soglia di povertà relativa», che l'Istat ha quantificato, per il 2007, in 986 euro (il dato equivale alla spesa media mensile per persona): i nuclei familiari di due persone che ogni mese hanno una spesa pari o inferiore a questo valore sono considerati «relativamente poveri». Ben diversa è la stima della «povertà assoluta» - che l'Istat ha sospeso qualche anno fa per rivederne il metodo di calcolo e che dovrebbe ritornare l'anno prossimo - dove la soglia è definita con un paniere di beni e servizi «indispensabili». Questo significa che i dati sulla povertà «relativa» parlano dei 'meno poveri' tra i poveri, le cui fila si ingrossano, donne e uomini che lavorano, faticano a campare e non hanno speranza alcuna di miglioramento. Una condanna all'immobilità sociale - quando non al peggioramento - di cui parla anche l'Onda di proteste di questi giorni. E immobile (ma con un andamento che tende progressivamente ad aggravarsi) è anche la forbice che c'è tra il nord e il sud del paese, dove l'incidenza della povertà relativa è di ben quattro volte superiore a quella osservata nel resto del paese. Nel Mezzogiorno è povero il 22,5% delle famiglie, e si tratta di un livello di povertà più grave, o più «intensa» per usare il linguaggio statistico: la spesa media (per un nucleo di due persone) è pari infatti a 784 euro al mese (contro i 950 euro di media nazionale). In testa alla drammatica classifica sono la Basilicata (dove sono povere il 26,3% delle famiglie) e la Sicilia (il 27,6%). Sul versante opposto, guida le regioni con più bassa incidenza di povertà il Veneto, seguito da Toscana, Lombardia, e Trentino Alto Adige. E arriviamo al dato qualitativo. Più è largo il nucleo familiare, e più figli si hanno, più si alza il tasso di povertà. Le famiglie numerose sono più diffuse al sud, ma se si parla di nuclei di anziani (o di nuclei con almeno un ultrasessantaquattrenne) o di monogenitorialità, allora il tasso di povertà si alza a mano a mano che si sale nella cartina geografica del paese, e arriva a superare le percentuali del mezzogiorno. In entrambi i casi si parla soprattutto di donne: il 48% e il 23% delle famiglie povere con a capo una donna sono anziane sole e monogenitori. Scontato è (o dovrebbe essere) il legame tra povertà e livello di istruzione e di partecipazione al mercato del lavoro. In generale, osserva l'Istat, «si tratta di una povertà legata alla difficoltà di accedere al mercato del lavoro, in cui la presenza di redditi da lavoro o da pensione non è sufficiente a eliminare il forte disagio dovuto alla presenza di numerosi componenti a carico». Il 13,9% dei nuclei familiari con a capo un operaio è povero (ma a sud si sale al 27%), con un'incidenza doppia rispetto a quella osservata tra le famiglie con a capo un lavoratore autonomo, e quasi quadrupla per quelle di liberi professionisti. Un quadro drammatico insomma, a cui il governo non intende dare risposta alcuna. Sia nell'immediato (è pronto il decreto per mettere in sicurezza banche e imprese, e nulla è previsto per sostenere redditi e pensioni, figuriamoci i precari), che nel futuro. Il modello a cui anche la riforma del welfare si ispirerà (è teorizzato nel libro verde di Sacconi che a giugno sarà legge) è quello della social card per i più bisognosi, 40 euro al mese per fare la spesa, qualcosa di meno persino di un'elemosina. Su questa situazione socialmente esplosiva precipita oggi la crisi. Il partito democratico chiede «8 miliardi di euro, subito, per l'economia reale, a favore di salari, pensioni e piccole imprese». La Cgil presenta oggi, all'assemblea nazionale dei quadri e dei delegati, le sue proposte anti-crisi.

 

Non solo disoccupati: sempre più operai si trovano sotto la «soglia» - Galapagos

I poveri esistono ancora. E sono tanti: oltre sette milioni e mezzo di italiani, quasi il 13% dell'intera popolazione, secondo quanto stima l'Istat per il 2007. E' da paese civile, da settima potenza economica mondiale che un cittadino su 8 sia povero? E' da paese democratico che da anni - e senza distinzione di colore dei governi in carica - non si riesca a far fare un piccolo salto di qualità alla vita di milioni di persone? Come si può spacciare per aiuto ai più deboli la «social card» - 40 euro al mese - della quale beneficeranno solo i molto poveri che seguiteranno a rimanere molto poveri e non solo statisticamente? Inutile sottolineare che nel Mezzogiorno le percentuali di povertà si moltiplicano a volte per tre. Certo, stiamo parlando di povertà relativa, qualcosa di incommensurabile con il miliardo e passa di persone che nel mondo vivono con un euro al giorno. Per essere più chiari, la soglia di povertà relativa in Italia per una famiglia di 2 persone è fissata in 986 euro, 1 milione 900 mila vecchie lire. Con meno di 1000 euro al mese, ci dice l'Istat, si vive (anzi si sopravvive) parecchio male, non si arriva alla fine del mese, anche a tirare la cinghia a più non posso. Ma chi sono i poveri? Prima di tutto i disoccupati - ci dice l'Istat - con una percentuale del 27%. A seguire i non occupati (13,9%) che sono le persone che non cercano lavoro solo perché sanno che tanto non lo troverebbero e vanno a ingrossare le file del lavoro nero. A seguire quelli (12,3%) che si sono ritirati dal lavoro e campano con una pensione irrisoria. Insomma, niente di nuovo: visto che lo stato sociale è quasi assente e non vengono creati posti di lavoro o condizioni per favorire l'accesso al lavoro per mancanza di strutture di sostegno alle donne con figli. Ma quello che è più grave è che sta avanzando una nuova categoria di poveri. Sono gli operai, i lavoratori monoreddito con bassi profili professionali: sono il 13,9% del totale degli operai e sono in crescita perfino nel ricco Nord, dove in un anno sono saliti dal 6,7 al 7,6%. Siamo di fronte al popolo dei call center, della «false» partite Iva, degli occupati nelle ditte di pulizie, ma anche dei part time occupati anche nell'industria che difficilmente arrivano a 700 euro al mese. Le leggi sulla precarizzazione del lavoro sono sicuramente servite a migliorare le statistiche sugli occupati e quelle sul tasso di disoccupazione, ma nulla hanno modificato sul fronte dei redditi. E la povertà ora alligna anche in chi ha un lavoro spesso faticosissimo, ma retribuito con salari di merda. E questo ripropone la questione del modello contrattuale che forse favorirà l'elite operaia, ma penalizza milioni di lavoratori che rischiano di sprofondare nell'inferno della povertà, dell'emarginazione sociale con un modello che assomiglia sempre più a quello - profondamente ineguale - degli Stati Uniti. Il livello di povertà, come sempre, è inversamente proporzionale al livello di istruzione: altissima per chi ha al massimo ha fatto le elementari, modesta per chi ha come minimo la licenza di media superiore. E l'istruzione è una variabile dipendente del livello di povertà. Ma questo problema la riforma Gelmini non lo risolve. Anzi lo esaspera: l'istruzione accentuerà la sua caratteristica di classe con l'esaltazione delle scuole private.

 

Radiografia dell'Onda - Stefano Milani

ROMA - È possibile studiare l'Onda? Prenderne l'essenza, metterla in una provetta ed analizzarla in laboratorio? Se è «anomala» poi, diventa tutto più complicato scomporla, decodificarla, definirla. Ci ha provato Edoardo Novelli, docente di comunicazione politica, insieme agli studenti del Dams di Roma Tre con un'interessante ricerca-sondaggio effettuata su un campione di 700 studenti a cui è stato chiesto di compilare un questionario. Chi sei, cosa fai, come vivi, per chi voti, quali sono i tuoi punti di riferimento, a cosa aspiri e via dicendo. Tutto materiale raccolto durante un'affollatissima assemblea di fine ottobre, mentre gli studenti organizzavano le mobilitazioni fuori dai loro atenei. Una fotografia di quello sterminato esercito del surf che quell'Onda sta cavalcando da settimane contro il decreto Gelmini, ora diventata legge dello Stato. Il risultato che ne viene fuori è sorprendente, anomalo se vogliamo. Ti aspetti dei «facinorosi», ti ritrovi dei «bamboccioni». Il 75% vive ancora a casa con mamma e papà, «me li dai tu 700 euro per prendere quaranta metri quadri in affitto in periferia», ci dice Luca studente di Lettere. Bamboccioni per necessità, come dargli torto. Ma le sorprese sono altre. Politica? No, grazie. E nemmeno l'ideologia. «Noi ragioniamo sul merito e non per spirito di bandiera», dicono. I valori degli anti-Gelmini sono altri, i sessantottini non crederanno ai loro occhi: famiglia, amore, amicizia. L'impegno politico è solo al settimo posto. Lo dimostra il fatto che la stragrande maggioranza di loro (83,6%) non è iscritto nè a partiti nè a organizzazioni politico-sindacali. Certo, la connotazione vira decisamente più a sinistra, o meglio al centro sinistra. Nelle ultime elezioni uno su due ha messo la croce sul Partito democratico, nel senso che l'ha votato. Segue Sinistra arcobaleno (16,8%), Italia dei Valori (10,1%), Sinistra critica (3%) e poi il "partito" del non voto (9,5%) che tiene insieme astenuti, voti nulli e schede bianche. E Veltroni è pure il politico più apprezzato, anche se decisamente più in basso (ottavo) nella top ten dei personaggi pubblici a cui i ragazzi «si sentono più vicini e in sintonia» (così recita la domanda). Sul podio c'è chi non ti aspetti: oro a Roberto Benigni, argento a Roberto Saviano (ci può stare), bronzo a Marco Travaglio. Due su tre sono personaggi pubblici, molto popolari e televisivi, in mezzo la figura che più incarna in questo momento l'impegno civico e civile. Seguono Gino Strada e Beppe Grillo, più staccata la strana coppia Jovanotti-Papa Wojtyla, chiudono il terzetto Veltroni, Di Pietro e il presidente della repubblica Napolitano. Politica in zona retrocessione dunque, ma guai anteporre il prefisso "anti". «Meglio una voglia di una nuova politica, come rifondazione di una politica rappresentativa dei ragazzi che risponde alle loro idee e ai loro valori», come crede Francesca Cantù, preside della facoltà di Lettere e filosofia di Roma Tre. E come confermano molti studenti. «A noi non interessa il gioco destra-sinistra, a noi interessa che la scuola e l'università restino pubbliche, che il precariato sparisca, che i tagli all'istruzione e alla ricerca vengano abbattuti. Non è politica questa?». E la buona politica è anche quella che combatte la corruzione, che risulta (34,2%) l'urgenza maggiormente percepita dagli studenti, più del lavoro (29,7%) e del costo della vita (24,5%), comunque temi caldi. Decisamente più lontane le urgenze di chi invece li governa, come la sicurezza, la criminalità e l'immigrazione. Dalla ricerca, ha commentato Novelli «sono emersi aspetti conflittuali assimilabili ai valori degli anni '70, '80 e '90, vale a dire l'impegno, la sfera personale e l'antipolitica, che costituiscono un unico soggetto inclassificabile che forma insieme agli altri un'onda anomala». Un mix forse troppo riduttivo per fotografare un movimento la cui forza sta proprio nella «non appartenenza» e «l'imprevedibilità» come ci tiene a sottolineare Anna, studentessa del Dams. Sennò che Onda anomala sarebbe.

 

La marea post-televisiva che rifiuta la fabbrica del consenso

Benedetto Vecchi

L'onda anomala segue percorsi non prevedibili e può cambiare direzione e produrre esiti inattesi anche dagli stessi partecipanti. È imprevedibile perché multiforme, talvolta contraddittoria perché chi vi partecipa esprime modi d'essere, visioni della realtà che spesso le lenti offuscate dell'interpretazione continua a leggerli con categorie e griglie analitiche appesantite dal tempo. Questa prima e parziale lettura del movimento che sta scuotendo l'università i media l'hanno registrata poco, per metterla subito in archivio. E l'onda risponde anche in questo caso in maniera anomala. Gli studenti e le studentesse non si sentono, né vogliono essere rappresentati da nessuno se non da loro stessi. Diffidano dei partiti (tutti, nessuno escluso), ma anche dei media, che a dare una rappresentazione della realtà sono pur sempre deputati. E qualche dubbio sulle scienze sociali non è è da meno, visto che l'inchiesta sull'«onda anomala» presentata ieri a Roma è stata definita dagli studenti intervenuti a commentarla «un sondaggio». Un'inchiesta certo parziale, anche per ammissione degli stessi ricercatori e docenti che l'hanno condotta, ma sul rapporto tra questi studenti e studentesse e il sistema dei media alcuni dati li offre per segnalare come i «produttori di opinione pubblica» sono screditati ai loro occhi. Se un qualche azzardo interpretativo è concesso, si potrebbe dire che l'onda anomala è una «generazione post-televisiva», nel senso che preferisce informarsi attraverso canali multipli, anche se Internet è di gran lunga il medium preferito. Quasi il cinquanta per cento dei settecento intervistati dichiara che si informa attraverso la rete, navigando indifferentemente tra siti mainstream e alternativi. Ma come ha tenuto a precisare un giovane del Dams intervenuto, la forma privilegiata della rete sono i blog messi in piedi da studenti e studentesse e «linkati» ad altri blog dello stesso tipo. Dunque la rete non come il mondo della controinformazione a portata di click, ma come un contesto dove acquisire informazioni, rielaborarle in una presa di parola che, come un tam-tam, ha stabilito un fitto reticolo di blog, siti autogestiti che funzionano come un media «in divenire». Chissà cosa potrebbero dire i fondatori di Indymedia. Il loro slogan - «Non odiare i media, diventa tu stesso un media» - sembra essere diventato il normale accesso all'informazione di questo movimento, ma in una forma sicuramente non prevista, anomala appunto. Non progetti per siti di «movimento», ma blog, racconti in prima persona, il rinvio a altri siti, un «taglia e cuci» in una caotica costruzione di «un punto di vista» che diffida e «decostruisce» tanto le versioni governative che quelle dell'opposizione parlamentare. Solo così si spiega il rapporto episodico con la carta stampata (solo il sei per cento) e quello più frequente, ma tuttavia minoritario, con la televisione (poco più del ventotto per cento usa anche la televisione per acquisire informazioni). Per di più è una lettura e una visione «infedele», nel senso che il tempo passato a leggere giornali o a guardare la tv è poco. Molti sono, infatti, i giovani che leggono il giornale dalle due alle quattro volte a settimana. E se i telegiornali sono visti tutti i giorni, per la televisione la scelta principale va ai film, i telefilm, mentre i programmi di intrattenimento sono «filtrati» attentamente. Disincanto dunque verso la «fabbrica del consenso». Gli animi, ieri a Roma, si sono scaldati solo nella denuncia della disinformazione fatta dai media su alcuni fatti recenti (Piazza Navona). Ma poi preferiscono sottolineare che la presa di parola di questi giovani uomini e donne post-televisivi è un fatto che ha stabilito un prima e un dopo. Il prima plumbeo del movimento, il dopo della condivisione di una condizione dove il diritto di accesso a un'università pubblica, di massa e qualificata (qui la critica del funzionamento attuale dell'università è radicale) è considerato oramai un diritto sociale di cittadinanza non mediabile. E sono gentili e cortesi quando ricordano che non vivono sulla luna. Il rifiuto della precarietà è radicale, perché lavorano già precariamente e il futuro non promette un cambiamento di condizione. Una forte consapevolezza della drammaticità della crisi economica, che impedisce di sperimentare una socialità piena al di fuori della famiglia. L'onda anomala vuol continuare a crescere. Sa che le prossime settimane la vedranno di nuovo in azione, ma nessuno prefigura cosa accadrà. C'è stato, appunto, un prima, dove molto era prevedibile, ma c'è stato un dopo considerato il contesto dove, per costruire un futuro, occorre cambiare il presente. Per questo occorre socializzare le esperienze, il proprio sentire. E già ieri pomeriggio, in rete, il tam-tam dei blog ha detto che l'inchiesta era un sondaggio, più affidabile di altri, ma pur sempre un sondaggio. In fondo, hanno imparato la lezione e si comportano proprio come un media che non delega a nessuno la rappresentazione della propria realtà.

 

Rom, il caso è aperto - Alberto D'Argenzio

BRUXELLES - Tutto a posto con i Rom? Nemmeno per idea. A dirlo, a chiare lettere, è il rapporto scritto da Gérard Deprez, eurodeputato belga liberale e presidente della Commissione libertà pubbliche del parlamento europeo, a coronamento della missione a Roma di un gruppo di eurodeputati il 18 e 19 settembre scorsi. Un rapporto che non lascia a dubbi: «Le azioni perpetrate contro i Rom dalle autorità italiane violano diversi obblighi dell'Italia rispetto alle norme internazionali sui diritti umani». Affermazione che chiamano conseguenze. Secondo Deprez, il governo deve scardinare quanto prima tutta la strategia legale messa in piedi dal ministro degli interni Roberto Maroni per contrastare la cosiddetta emergenza Rom. «Le autorità italiane - si legge al termine delle 40 pagine del rapporto - devono abrogare immediatamente tutte le normative e ordinanze che hanno come bersaglio i Rom». Ce ne sono parecchie. E dire che durante tutta l'estate fino all'autunno lo stesso Maroni era andato in giro ripetendo che le normative italiane erano in linea con l'Europa, affermazioni che trovavano una mezza sponda nel commissario Ue alla giustizia, libertà e sicurezza Jacques Barrot, pronto ad approvare a voce gran parte dei decreti italiani, per quanto solo formalmente, in attesa di valutarli sul campo. Ebbene, secondo il rapporto Deprez quelle norme non vanno bene materialmente e nemmeno formalmente. Le richieste di «abrogazione» sono infatti a tutto campo, colpiscono «l'aggravante di clandestinità» fino ai decreti e le ordinanze che danno poteri speciali ai prefetti in Campania, Lazio e Lombardia, senza dimenticare la raccolta delle impronte, «che oltretutto viola le normative sulla protezione dei dati». Scappa a questa censura il decreto di modifica della direttiva sulla libera circolazione, ma solo perché è già stato corretto dal governo. A settembre i servizi giuridici del parlamento, seguiti poi dalla stessa commissione Ue, avevano bocciato l'aggravante di clandestinità perché questa non fa differenza tra clandestini comunitari ed extracomunitari. Maroni aveva ribattuto che si trattava di un problema risolvibile con un'interpretazione corretta della norma. L'interpretazione non è ancora arrivata e la legge rimane incompatibile con il diritto Ue, quindi, insiste Deprez, da «abrogare». Stessa sorte spetta al decreto 92/2008, quello che definisce la presenza dei Rom in Campania, Lazio e Lombardia come causa di grande allarme sociale con possibili gravi ripercussioni sull'ordine pubblico e la sicurezza e con lui vanno abrogate le tre ordinanze che istituiscono «lo stato di emergenza» in queste regioni con relativi superpoteri ai prefetti. Da cancellare anche i «Patti per la sicurezza adottati a Napoli, Roma, Milano, Firenze, Torino, Genova, Catania, Bari, Cagliari, Venezia, Modena, Prato e Trieste». Oltre ad abrogare, il governo italiano viene invitato anche a fare, a non dire e a condannare. Vanno lanciate campagne anti-razzismo mentre «le autorità italiane - si legge sempre nelle conclusioni del rapporto - devono immediatamente smettere di fare commenti anti-Rom e di incendiare l'odio» e devono invece «condannare pubblicamente tutti i pogrom anti-Rom e assicurare alla giustizia i responsabili». Da investigare, dice sempre Deprez, sono anche «i presunti casi di abusi da parte della polizia». Insomma un quadretto che sbugiarda tutta la strategia italiana. Oggi pomeriggio inizia la discussione del rapporto ed è attesa una dura battaglia tra destra e centrosinistra, la stessa andata in scena durante la missione di settembre, ma questa volta giocata sugli emendamenti da apporre al testo. Il rapporto dovrà passare per la Commissione libertà pubbliche e poi per la plenaria. Un cammino non semplice.

 

«Vendola va alla scissione Sarà una dependance Pd» - Daniela Preziosi

Claudio Grassi, lei è il principale alleato del segretario del Prc Ferrero. Sul manifesto l'area vendoliana batte un colpo e avverte: faranno liste unitarie a sinistra con o senza la maggioranza. Voi cosa rispondete? Che per il governo è finita la luna di miele con gli italiani , che c'è un forte movimento nella scuola, che la Cgil si riposiziona a sinistra. Il 12 dicembre la Fiom e la Funzione pubblica hanno deciso uno sciopero generale e una manifestazione. E' in corso un cambiamento positivo. E la loro proposta cos'è? In sostanza un percorso di scissione dall'unica forza che a sinistra ha una consistenza. Non mi sembra una grande idea, né un granché utile alla sinistra. Alla lettera Gennaro Migliore dice: liste unitarie alle europee, visto che la legge non si farà. Rispondete no? Rispondiamo no. E' un'operazione sbagliata, tutta a perdere. E' la riproposizione della sinistra arcobaleno formato bonsai. Il Pdci non ci sta, i verdi hanno già detto che vanno da soli. L'anno scorso a dicembre si sono svolti gli stati generali, a aprile le elezioni. Migliore dice che questa volta c'è il tempo per una «consultazione democratica di massa». Non vedo tutta questa differenza. Migliore dice che bisogna subito discutere nome, simbolo e carta di intenti. Quello che capisco è che dà un'accelerazione a una lista con la sola Sinistra democratica. Ripropone un'operazione già tentata due volte tentata, con l'arcobaleno e poi al congresso, e due volte sconfitta. E che comunque scivola nel moderatismo: nel rapporto con fra Prc e Pd non c'è più il binomio 'unità-autonomia' ma vince la logica di Sd: fare accordi sempre e comunque. E però anche voi in concreto fate accordi ovunque, vedi Abruzzo. Al comune di Torino e alla provincia di Milano il Pdci lascia le giunte e voi restate. Diliberto se ne va sui contenuti: la finanziaria Chiamparino, ad esempio, per voi va bene? Non conosco la situazione torinese. In Abruzzo abbiamo ottenuto le nostre condizioni nel programma, penso all'acqua come bene pubblico. A Bologna abbiamo rotto con Cofferati che in materia di sicurezza faceva una politica come quella della destra. La nostra linea, locale e nazionale, è guardare ai programmi. E invece questa nuova formazione politica vive il Pd in modo molto più stretto e essenziale, mi pare. E la vostra linea alle europee? Abbiamo un mandato dal congresso: presentarci con il nostro nome e simbolo. E' quello che faremo. Eppure Diliberto da mesi dice che andrete con il Pdci. E voi non lo escludete... Diliberto ha ragione, ma nel senso: lui espone la scelta chiara e netta del suo partito. Noi ne abbiamo fatta un'altra. E comunque distinguerei. Il piano politico è: se dopo dieci anni chi è uscito dal partito mi dice che le ragioni della scissione sono superate, sono molto contento. E spero che la stessa riflessione sia fatta anche da altri che sono usciti in questi anni. Quanto alle europee, ripeto, stiamo al mandato congressuale. E poi dobbiamo ancora vedere con che legge si andrà. Ma siamo pronti a verificare una discussione, un rapporto con il Pdci e con le altre forze interessate al dialogo con Rifondazione. Le nostre liste sono aperte, com'è sempre stato. A maggior ragione ora. Sta chiedendo a Diliberto di reiscriversi e di stare nelle liste del Prc? Questo lo vedremo dopo. Oggi mi interessa mettere in campo l'unità di queste forze nei movimenti e nell'opposizione politica e sociale a Berlusconi. Una volta che avremo ricostruito una presenza dei comunisti nelle lotte, e che avremo chiaro con che legge... Insisto: se la legge non cambia? Capisco che questa vicenda possa stuzzicare i giornalisti. Ma noi non intendiamo affrontare in questo modo questa discussione. Abbiamo un mandato congressuale. Peraltro, siamo in presenza di un'operazione che potrebbe essere scissionistica. E' la seconda volta che pronuncia la parola scissione. Pensa che sia in corso una scissione? Spero di no. Questi compagni hanno fatto il congresso escludendola. E giurando di essere contrari al superamento di Rifondazione. Mi aspetto che siano coerenti. Aggiungo che su questa base hanno raccolto il 47 per cento dei voti: sono sicuro che se decidessero di uscire dal Prc il grosso di quei compagni non li seguirebbero. Dunque, nonostante il tesseramento 'separato', nessun problema? Disciplinare no, qui siamo di fronte a scelte politiche. Questi compagni ritengono esaurita la loro esperienza in Rifondazione comunista, e esaurita la funzione di un partito comunista. Voi invece pensate che la complessità dell'opposizione, anche dei movimenti che attraversano le città senza una sola insegna di partito, persino facendo fatica ad escludere i fascisti dai cortei, si possa rappresentare 'a botte di falce e martello', come dice Migliore? Non le sembra un simbolo un po' troppo 'esclusivo'? Sono gli argomenti che mi sono sentito dire quando ci siamo inventati il simbolo dell'arcobaleno. Risultato: non abbiamo raccolto i voti della sinistra né quelli dei comunisti. Nella scuola siamo in presenza di un movimento spontaneo con obiettivi fortemente di sinistra: difesa della scuola pubblica e lotta alla precarietà. Un movimento non si riconosce su un simbolo ma su come una forza politica sta in campo sulle sue richieste. Quindi, nel caso, anche su una forza che esibisce falce e martello? Su un partito comunista che guarda avanti, che lotta per un'altra società, che non si accoda. Un partito combattivo, radicale e anticapitalista può incrociarsi questi movimenti. Una dependance del partito democratico non ha nessuna chance.

 

Tagli, Ferrero fa il Tremonti - Sara Menafra

ROMA - Scarpe rotte eppur bisogna andar. In tempo di vacche magrissime, Rifondazione comunista sta pensando di stringere la cinghia. Durante la direzione politica della scorsa settimana, il segretario Paolo Ferrero e il responsabile dell'organizzazione Claudio Grassi hanno presentato una proposta di regolamento organizzativo che taglia, e di molto, spese e stipendi. In piccolo, una specie di finanziaria in stile tremont-brunettiano, con rigide prescrizioni per i dipendenti di partito e gli eletti regionali ed europei, visto che di parlamentari italiani al momento non ce n'è neppure uno (ed anche per questo il bilancio si è ristretto). Il voto definitivo non c'è ancora, se ne discuterà all'assemblea convocata per il prossimo 21 novembre, ma la bozza ha cominciato a circolare tra funzionari di partito e amministratori locali. Le nuove regole sono rigide. Il segretario nazionale che nel regolamento seguito al precedente congresso aveva uno stipendio corrispondente a quello di un parlamentare (cioè circa 14.000 euro) prenderà 3.500 euro. I membri della segreteria nazionale, il tesoriere, il presidente del Collegio nazionale di garanzia, che prima arrivavano al 45% dei salari di Montecitorio, scenderanno a 2.200 euro. E più o meno lo stesso discorso varrà per gli eventuali deputati e senatori, per i membri del parlamento europeo e per i consiglieri regionali. I primi, che fino ad ora versavano al partito il 55%, dovranno consegnare l'intera busta paga a Viale del Policlinico per poi vedersi restituire 3.200 euro. E i regionali avranno 2.200 e nulla più. Come nella finanziaria di Tremonti, anche in quella di Grassi e Ferrero c'è un emendamento salva manager: se fino a dieci giorni fa il testo prometteva tagli immediati, già giovedì scorso si è deciso che il regolamento si applicherà a partire dalle prossime elezioni. Sarà decurtato lo stipendio del consigliere che potrebbe essere eletto la prossima settimana in Trentino, e sarà tagliato pure quello di chi riuscirà a farsi nominare in Abruzzo. Ma tutti gli altri sono salvi fino alla prossima elezione. Claudio Grassi, in veste tremontiana, rivendica la proposta e anzi alza (o meglio, abbassa) la posta: «Abbiamo proposto la parificazione tra i funzionari, gli eletti e i normali salari delle persone comune. Gli emolumenti devono essere tutti abbattuti a 2.200 euro. Sul parlamento abbiamo il vantaggio di ragionare sul pulito, chi si candida d'ora in poi conoscerà le regole». Esulta pure il trotzkista di Falcemartello Claudio Bellotti, membro della segreteria e responsabile «area radicamento sociale del partito»: «Non è solo un problema di risparmi, c'è un forte elemento politico. Anzi, al congresso la mia mozione aveva proposto che tutti i salari di partito fossero equiparati a quelli di un operaio di quinto livello. Non è passata...». A dirla tutta, la strategia economica di Rifondazione non è sempre e solo orientata al risparmio. Con il cambio di direzione politica, anche per dar spazio alla cospicua minoranza, sono aumentati i dirigenti di partito. Quando il segretario era Franco Giordano erano in tutto 29. Ora sono 52, compresi tre responsabili ambiente (uno per l'ambiente, uno per i beni comuni e uno per i rifiuti), e un responsabile «feste» differente da quello per «campagne politiche, manifestazioni, eventi». Eppure, quando si parla di iniziative territoriali e rimborsi, la nuova organizzazione mette mano alle forbici. Sui viaggi poi, nessuna pietà. Con il nuovo regolamento organizzativo, dall'elenco delle regioni autorizzate a spostarsi in aereo - «solo per le emergenze», come diceva anche il vecchio testo - ne sono state cancellate parecchie: il Veneto, ma non il Friuli, la vendoliana Puglia ma non la Calabria. Persino i compagni della Val d'Aosta, vendoliani anch'essi, non sono autorizzati a prendere l'aereo, sebbene il lusso sia consentito al più ferreriano e ben collegato Piemonte. Vietato, se non in casi estremi, pure l'uso dell'automobile. Vinicio De Vito, exbertinottiano e segretario provinciale di Lecce, non fa una piega: «Sono entrato nel Comitato politico nazionale da poco e ho fatto poche trasferte, quasi tutte in macchina con altri compagni. Comunque, l'elemento più grave mi sembra il taglio dei rimborsi sulle iniziative politiche». Effettivamente, pure sulle trasferte legate alle iniziative territoriali c'è un taglio netto. Il nuovo regolamento dice dovranno essere «le strutture organizzatrici» a pagare le spese degli dirigenti presenti e non più la direzione centrale. «La furia ideologica del partito sociale non mi convince», dice il segretario provinciale di Napoli, Andrea Di Martino, che con uno stipendio a 1.400 non naviga certo nell'oro. Solo sulle tessere, si sa già che non ci saranno tagli. Fino a ieri chi si iscriveva pagava dieci euro. Da domani, se non è studente o disoccupato, ne pagherà quaranta.

 

Liberazione – 5.11.08

 

Il peccato originale dell'America - Massimo Cavallini

Miami - Per chi ha votato, ieri, Barak Obama? Per sé stesso, o per "l'uomo bianco"? La domanda - paradossale e ridicola, ma a suo modo persistente, come la proverbiale pulce nell'orecchio - è tornata alla mente ieri mattina, quando sugli schermi televisivi scorrevano le immagini del candidato democratico mentre, insieme alla moglie Michelle, usciva dal seggio di Chicago, nel quale aveva, come si dice, adempiuto ai suoi doveri elettorali. E non era, quella domanda, soltanto il ricordo d'uno scherzo. Poiché, tre giorni or sono, intervistato dal conduttore del "Daily Show with Jon Stewart" - un telegiornale satirico d'enorme successo - proprio a questo quesito Barack Obama aveva dovuto, tra il serio ed il faceto, dare una risposta. Lei - gli aveva in sostanza chiesto Jon Stewart - è figlio d'un uomo nero del Kenya e di una donna bianca del Kansas. Non teme che, dovesse la sua parte bianca prevalere al momento del voto, il cosiddetto "Bradley effect" possa, all'ultimo istante, spingerla a scegliere John McCain? No, aveva risposto Obama con un sorriso, lui a votare sarebbe andato, il martedì successivo, senza alcun dubbio di natura razziale. Ed era certo che anche tutti gli altri americani avrebbero fatto lo stesso. Perché, aveva aggiunto Obama, il "Bradley effect" - se mai è esistito - è una cosa del passato, la reliquia di un'America che non esiste più. Insomma: in queste elezioni dell'anno 2008, aveva ribadito, vincerà il migliore, a prescindere dal colore della pelle. Ma poi - stando allo scherzo - non aveva voluto rivelare a chi, in effetti, lui avrebbe dato il suo voto tre giorni più tardi. Col che - dando un'ennesima testimonianza della sua molto pronta ed eloquente intelligenza - il candidato democratico aveva anche finito per rivelare (oltre lo scherzo, per l'appunto) una, anzi due serissime verità. La prima, è che, come sopra, tutto lascia credere che il "Bradley effect" - il fenomeno per il quale gli elettori bianchi dicono nei sondaggi che voteranno per il candidato nero, ma poi, nel proverbiale segreto dell'urna, evitano di farlo - questa volta non funzionerà. E, la seconda, è che proprio questo, il Bradley effect, rimane l'unico (o, quantomeno il principale, dovesse contro ogni previsione funzionare) fattore in grado di negare a Barack Obama la gloria del trionfo e, insieme, l'onore e l'onere di diventare il primo presidente di pelle nera nella storia d'una grande democrazia i cui fondatori erano, tutti, proprietari di schiavi. Salvo una replica del tormentone dell'anno 2000 (improbabile ma, anch'essa, come la vittoria di McCain, non del tutto impossibile) quando questo articolo verrà letto, già si conoscerà in quasi ogni dettaglio l'esito del voto. E non è un azzardo immaginare che, a quel punto, l'America ed il mondo già stiano celebrando una vittoria - e forse persino una vittoria travolgente, per "landslide" come si usa dire - di Barak Obama. Già adesso tuttavia - quando ancora i seggi restano aperti in gran parte del paese - si possono in tutta tranquillità scegliere gli aggettivi che definiscono quest' ancor sconosciuto risultato. Uno su tutti, scontato, ma, al di là degli esiti, immancabilmente esatto: storico. Storico perché - se, come appare quasi certo, vincerà Obama - la democrazia americana avrà, eleggendo il suo primo presidente nero, cominciato a fare davvero i conti con il proprio "peccato originale". O, come qualcuno sostiene, sarà finalmente entrata, a dimostrazione di un'intima vitalità, nella fase "post-razziale" della sua storia. E storico perché, dovesse John McCain riuscire a ribaltare le molto tetre previsioni della vigilia, ciò significherebbe l'esatto contrario. Ovvero: che l'America non ha accettato - forse per la prima volta nella parabola d'una democrazia che proprio nella sua "incompiutezza" ha sempre trovato la fonte della sua dinamicità - la sfida del proprio futuro. La più grande rimonta della storia del voto presidenziale - più grande anche di quella, celeberrima, che vide la vittoria di Truman nel 1948 - finirebbe, paradossalmente, per rappresentare anche il più colossale balzo all'indietro, il trionfo di vecchie idee, di vecchi principi. E soprattutto, di vecchie paure. Quella, in particolare, di riconoscere la "diversità" del proprio essere, la cangiante pluralità del proprio mosaico etnico e culturale come motore di progresso. O, meglio: come vera fonte, in ultima analisi, della universalità dei valori di cui l'America, in una "eccezionalistica" visione di se stessa, si crede (a torto o a ragione) portatrice. Ma non solo di questo parla la storia di queste elezioni. Il presidente Obama è, in effetti, se presidente sarà, molto più del moltissimo che il suo essere primo presidente di pelle nera degli Stati Uniti d'America racconta al mondo. Perché il suo arrivo alla Casa Bianca è, a suo modo, una volta storica che si sovrappone ad una svolta storica. O meglio: ad una realtà che, al di là d'ogni questione razziale, già è, in sé, un cambio d'epoca. L'implosione del sistema finanziario globale - un'implosione i cui effetti ancora è impossibile misurare - è comunque il tramonto d'una visione del mondo, una fine (e, inevitabilmente, un nuovo inizio) con cui anche McCain, dovesse vincere contro ogni previsione, dovrebbe, volente o nolente, fare i conti. Nata per divorare il mondo, la globalizzazione senza freni ha finito per divorare se stessa. Ed ora occorre ricominciare. Ancora è difficile dire da dove, ma occorre ricominciare. In questi due lunghi anni di campagna elettorale - ovvero: da quando, nel gennaio del 2007, a Springfield, Illinois, Barack Obama ha annunciato, sulle orme di Lincoln, la sua candidatura alla presidenza - molti hanno visto con incredulità crescere quella che sembrava una sfida alle leggi della natura (un nero con un nome da musulmano che corre per la Casa Bianca, mai visto né immaginato). E, nel contempo, hanno invano cercato nei generici programmi e negli ancor più generici slogan di questo "impossibile" candidato - "Yes we can", "change we can believe in" - qualcosa che corrispondesse alla oggettiva "radicalità" della sua presenza nella contesa. Obama, il candidato del "cambiamento", appare davvero per molti aspetti - come prima Hillary Clinton e poi McCain hanno senza successo ripetuto - una "tabula rasa", una pagina bianca, un libro ancora tutto da scrivere. E certo è che, alla base del cambio da lui proposto, c'è una filosofia della conciliazione e non del conflitto. Qualcuno l'ha definito - con più d'una buona ragione - "The great listener", il grande ascoltatore, contrapposto al "the great communicator", il grande comunicatore, che fu Ronald Reagan. Quello stesso Ronald Reagan i cui principi - base di un partito repubblicano che appare allo sbando - sono stati sepolti dalla crisi finanziaria. Barak Hussein Obama, primo presidente nero della storia degli Stati Uniti d'America, e guida della più grande potenza del mondo, è, in fondo, soprattutto questo: un moderato, un uomo di compromesso chiamato ad affrontare una situazione che, in sé, reclama soluzioni radicali, nuove scelte. Un uomo che ha aperto una nuova pagina di storia e che su questo, sulla sua capacità di rispondere alla crisi del capitalismo globale, verrà dalla Storia giudicato. Ieri Barack Obama ha probabilmente - come ha lasciato intendere rispondendo alla domanda di Jon Stewart - davvero votato per se stesso. Ora dovrà spiegare - a se stesso ed al mondo - perché l'ha fatto.

 

«C'è un cuore di frontiera che batte contro Washington» - G.Caldiron

«Gli Stati Uniti hanno una dimensione continentale, se uno vive a Helena, capitale del Montana, è più lontano da Washington di quanto noi italiani non siamo lontani da Mosca. Inoltre si tratta di territori sterminati e scarsamente popolati. Il Montana copre un'estensione di oltre 380mila km quadrati e ha meno di un milione di abitanti, come se tra il Brennero e Napoli ci fossero soltanto gli abitanti di Bologna e della sua provincia». Docente di Istituzioni politiche nordamericane e di Scienza dell'opinione pubblica all'Università di Padova, è stato anche Visiting Fellow alla Columbia University di New York, Fabrizio Tonello è un attento studioso della realtà statunitense a cui ha dedicato diversi saggi, tra cui Il giornalismo americano (Carocci, 2005), Da Saigon a Oklahoma City. Viaggio nella nuova destra americana (Limina, 1996), La politica come azione simbolica (Franco Angeli, 2003) e Il nazionalismo americano (pp. 224, euro 17.00), pubblicato in questi giorni da Liviana. Gli abbiamo chiesto di spiegarci il ruolo esercitato negli Stati Uniti, fino alla sfida tra Obama e McCain, dagli appelli populisti contro l'establishment di Washington e dalla contrapposizione tra gli Stati e le istituzioni federali. Quanto hanno pesato nella campagna elettorale i tradizionali temi della polemica anti-Washington che caratterizzano da sempre la politica Usa? Come si è visto nella campagna dei repubblicani è indubbio che questo elemento abbia ancora il suo peso e rappresenti una fetta di elettori potenzialmente ampia. Il fatto di aver scelto una candidata proveniente da uno Stato che non potrebbe essere più marginale e periferico rispetto ai luoghi del potere federale, come sono Sarah Palin e l'Alaska di cui è Governatrice, lo indica chiaramente. Durante tutta la campagna elettorale sia Palin che John McCain hanno continuato a autodefinirsi come "maverick", una parola che viene dal gergo del West e che indica un animale "non marchiato": un modo per ribadire la loro natura indipendente anche rispetto allo stesso Partito repubblicano. Non a caso Barak Obama ha invece insistito per tutti questi mesi sul fatto che McCain ha votato nel 90% dei casi al Senato a favore delle proposte di George W.Bush, quindi seguendo la linea dei repubblicani. Del resto lo stesso episodio di "Joe l'idraulico", di cui si è parlato molto in queste ultime settimane di campagna - il caso del falso idraulico dell'Ohio, in realtà una macchietta politica costruita dai repubblicani per fare colpo sull'opinione pubblica -, si inserisce in questo filone dell'uomo della strada che chiede conto a Washington delle sue azioni: in questo caso a Obama delle sue proposte sulle tasse. Il sentimento di ostilità verso le istituzioni federali non è però nuovo nella storia americana, a quando si può far risalire? Questa rottura tra il centro e la periferia, tra Washington e il resto del paese è sempre esistita nella politica americana, si tratta di un elemento che era presente già prima della stessa Rivoluzione. Infatti questo conflitto giocava un ruolo nella politica inglese, paese da cui provenivano i coloni delle tredici colonie originarie da cui sono nati gli Stati Uniti d'America. Si trattava della contrapposizione tra "country" e "court", vale a dire tra il paese puritano, borghese e nazionalista e la corte corrotta e filo-straniera, tendenzialmente "papista" come si diceva allora. Si deve poi considerare come negli Stati Uniti si siano definite delle culture politiche in modo diverso da quanto è accaduto in Europa: piuttosto che lungo la contrapposizione tra destra e sinistra, nel confronto serrato tra centralismo e localismo. La stessa Guerra di Secessione ha avuto come sfondo, al di là della questione della schiavitù, proprio l'emergere di spinte localiste di fronte al tentativo di unificare il paese a partire dal potere di Washington. Ma se volessimo fotografare l'estensione di questo risentimento nei confronti di Washington, che nel corso degli ultimi decenni è stato alla base di fenomeni come quello delle "milizie" o della rivendicazione negli Stati del Sud dell'uso dei vecchi emblemi confederati, quale geografia dell'America emergerebbe? Una fotografia di questa tendenza ce l'hanno offerta le ultime due elezioni presidenziali, quelle del 2000 e del 2004, che hanno visto il voto per i democratici affermarsi nelle metropoli e sulle due coste, su tutta quella del Pacifico e sulla parte settentrionale di quella dell'Atlantico, mentre nei sobborghi rurali e negli Stati dell'interno hanno prevalso i repubblicani. Ciò detto, è certamente nell'Ovest del paese che questi sentimenti trovano maggiore diffusione, in Stati dove i repubblicani hanno goduto tradizionalmente di una forte base: penso al Wyoming, al Montana, al Nebraska, all'Utah, al Nevada, per non citarne che alcuni. Luoghi "mentalmente isolati", caratterizzati dalla scarsa popolazione e dal forte isolamento delle aree residenziali. I repubblicani hanno puntato molto su queste zone, costruendovi un consenso stabile a partire da quella che appare come una contraddizione: in questi Stati si odia Washington ma si cerca in tutti i modi di accaparrarsi i fondi federali. Proprio il caso dell'Alaska è emblematico: il senatore Ted Stevens viene rieletto lì ormai da decenni proprio in virtù delle risorse che è riuscito a far stanziare da Washington, comprese quelle che sono servite a costruire ciò che gli americani hanno ribattezzato come il "Bridge to Nowhere", il ponte verso il nulla che serve per collegare alla terra ferma un'isola di soli cinquanta abitanti e che è costato oltre 320 milioni di dollari. E nel Sud come stanno le cose? Nemmeno in queste elezioni ci si può attendere un segnale di cambiamento? Gli Stati del Sud che votavano a maggioranza democratico sono passati con i repubblicani a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta in reazione alle politiche contro la segregazione degli afroamericani sostenute dal loro vecchio partito. Lo stesso Lyndon Johnson, il Presidente democratico che nel 1964 firmò il Civil Rights Act, la legge che garantiva i diritti civili degli afroamericani, veniva dal Texas e dopo aver siglato quella norma disse: «Con questa legge ci siamo giocati il voto del Sud per i prossimi decenni». Oggi è la rivoluzione demografica che potrebbe far pendere nuovamente la bilancia dalla parte dei democratici. Potrebbe accadere così in Florida, dove le nuove leve della comunità ispanica non hanno più al centro dei loro interessi l'opposizione a Castro e alla politica di Cuba. E sarebbe molto significativo se Obama vincesse, come alcuni sondaggi già ipotizzano, nello Stato della Virginia che ospitava a Richmond la capitale della Confederazione ai tempi della Guerra di Secessione. Quindi, al di là dell'esito del voto, quale scenario ci si può attendere per il futuro? Intanto c'è da tener conto di un elemento: malgrado i repubblicani abbiamo perso molti voti al Congresso, il tasso di consenso di cui godono nelle aree in cui si esprime fortemente il risentimento verso Washington resta alto. Molti considerano inoltre in modo diverso il Presidente e "il sistema politico": secondo tutti i sondaggi il tasso di fiducia dei cittadini verso deputati e senatori è intorno al 10%, mentre George W. Bush - uno dei presidenti meno popolari della storia americana - raccoglie comunque ancora oggi una percentuale intorno al 20%. Inoltre, dopo una campagna elettorale così dura, dopo tutto il veleno che è stato sparso soprattutto contro il candidato democratico, credo che potranno apparire nuovi gruppi radicali e pericolosi. Infatti, per quanto assurdo possa sembrare, si deve considerare come una minoranza degli elettori americani, ma stiamo comunque parlando di alcune decine di milioni di persone, sono davvero convinti che Obama sia un musulmano e per questo rappresenti un potenziale pericolo per gli Stati Uniti.

 

Ferrero: «Lo sbocco politico? Lo sviluppo del movimento»

Frida Nacinovich

Diluvia sul sistema finanziario internazionale, diluvia anche sul belpaese. Al terzo piano di viale del Policlinico le finestre sono aperte, fanno uscire una nuvoletta di fumo. Una boccata di sigaro al davanzale e il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, fa il punto della situazione. «Lo sbocco politico? Lo sviluppo del movimento». Dall'inizio di ottobre sembra che l'Italia si sia svegliata dal torpore post elettorale: manifestazioni su manifestazioni, molto partecipate, donne e uomini di tutte le età scesi in piazza. Poi la Cgil, che prende le distanze dalla Cisl e dalla Uil sulla "riforma" del modello contrattuale. E ancora, all'interno delle categorie del maggior sindacato italiano, ci sono da registrare le mancate firme del Commercio e del Pubblico impiego sui contratti. Mentre la Fiom ha deciso uno sciopero per il prossimo dicembre. Carne al fuoco ce n'è parecchia. Con un occhio inevitabilmente alle elezioni presidenziali americane e l'altro sempre fisso sugli sviluppi della politica italiana, Ferrero risponde alle nostre domande. Prima domanda: la Cgil batte un colpo, e le forze della sinistra? Le dimensioni della crisi che attraversa il paese spingono la Cgil a fare una scelta netta: o con il governo o con i lavoratori. La Cisl è passata dall'altra parte, la Cgil no. Ma la crisi di questo modello di sviluppo impone anche alla sinistra di avere un progetto. Averlo è una necessità. Questa sinistra è all'altezza della sfida che viene imposta dalla realtà dei fatti? Non siamo all'altezza, ma qualche idea ce l'abbiamo. La prima questione è quella di generalizzare il conflitto. Andare oltre la lotta del commercio, del pubblico impiego, dei metalmeccanici, per arrivare al più presto a uno sciopero generale. Penso che le lotte dei lavoratori dovrebbero intrecciarsi, fondersi con il movimento di studenti, insegnanti, genitori. Stai segnalando con semplicità, con naturalezza, uno scenario che non è scontato. Queste lotte hanno molti punti d'incontro. C'è un minimo comun denominatore che è l'insicurezza nel futuro, la precarietà sempre più diffusa, i pochi soldi e il senso di subire un'ingiustizia profonda. Non è poco. Gli studenti di tutta Italia gridano in coro: "Noi la crisi non la paghiamo". Uno slogan che rende perfettamente l'idea, che apre uno scontro generazionale, che si sta allargando anche ai fratelli maggiori precari della ricerca, della didattica, del lavoro. I movimenti di lotta sono riusciti a centrare la questione. Proprio "per non pagare la vostra crisi" bisogna costruire uno sciopero generale e una mobilitazione di massa. Lo slogan degli studenti parla ai diversi soggetti, alle diverse vertenze, socializza i disagi di tutti quelli che protestano. La crisi vista dai media è l'altalena delle borse, il bollettino di piazza affari, solo nei tagli bassi l'effetto diretto sul mondo del lavoro con il continuo aumento della cassa integrazione e della mobilità, trova qualche spazio. La crisi che fa notizia è l'altalena delle borse. Ma il dato vero è un altro: su una situazione già di per sé molto difficile - le famiglie non arrivano in fondo al mese e i rapporti di lavoro sono sempre più precari - si abbatte la batosta della recessione e dei licenziamenti. Di più, oggi il terreno è quello delle grandi fabbriche ma soprattutto delle piccole e piccolissime realtà produttive che non godono neppure degli ammortizzatori sociali. Le cifre ufficiali già parlano di 200mila licenziamenti. In ottobre sono scese in piazza le opposizioni, i sindacati confederali, il sindacalismo di base, studenti, insegnanti e genitori... Ma c'è anche chi ancora non ha manifestato, chi è rimasto a casa. Penso ai nuovi disoccupati, a quella parte della popolazione emarginata, dagli anziani ai migranti senza un permesso di soggiorno regolare, spinti dalla destra a guerre fra poveri che mettono in luce le peggiori pulsioni di questo paese. Ecco perché si è detto di sospendere la Bossi-Fini. Quando dico intrecciare le proteste penso a mettere insieme gli ultimi ai penultimi. Chi rischia il posto a chi già è stato licenziato, a chi un posto di lavoro non l'ha mai avuto. Generalizzazione del conflitto su una piattaforma di sinistra. Non sarà chiedere troppo? Penso ad una piattaforma comune che non sia solo difensiva, basata su due aspetti. In primo luogo la difesa dei redditi: in questa situazione aumentare gli stipendi, le pensioni e bloccare i mutui non è più sufficiente. Sto dicendo che serve una generalizzazione degli ammortizzatori sociali, che va rivendicato il salario sociale. Dicono che la crisi potrebbe durare due lunghi anni. Prendiamolo per buono. Bisogna far sì che in questi due anni le persone possano mangiare e mantenere la casa. Chi non è così fortunato da poter godere di ammortizzatori deve quindi avere la possibilità di accedere ad un salario sociale. Nell'Italia di oggi il carovita non è una trovata pubblicitaria ma una concreta realtà. In un solo fine settimana Rifondazione comunista è riuscita a vendere 10mila chili di pane ad un euro. A maggior ragione il governo - che ha qualche potere in più di noi - potrebbe intervenire sul carovita: occorre redistribuire il reddito. In secondo luogo non possiamo pensare di uscire da questa crisi regalando soldi alle imprese e alle banche. Occorre una rivoluzione ambientale e sociale dell'economia. Stai parlando di un intervento dello Stato nell'economia? Certo. Occorre tassare le rendite e porre un tetto agli stipendi. Occorre ripubblicizzare il credito, nazionalizzare le banche al fine di rendere possibile l'investimento per la riconversione della nostra economia in senso ambientale, per potenziare la ricerca, i servizi, per rendere effettivo il diritto allo studio per tutte e tutti. Al livello europeo occorre superare Maastricht, perché il ruolo della Banca centrale europea non può essere unicamente quello di sorvegliare la stabilità della moneta. Stiamo parlando di una vera e propria rivoluzione politica. Basteranno le variegate forze della sinistra italiana? Da più parti si parla di un partito che le rappresenti tutte... L'idea di fare un nuovo partitino che si aggiungerebbe agli altri, non mi sembra andare nella direzione giusta. Casomai potrebbe peggiorare ancora lo stato delle cose. Io penso che si possa lavorare ad un coordinamento delle opposizioni di sinistra, ad organismi unitari che provino a costruire un movimento politico di massa che faccia le due cose di cui abbiamo appena parlato: la difesa del reddito e una proposta di uscita da sinistra dalla crisi. La "politicità" sta dentro la costruzione del movimento di massa. Mi spiego: se il governo Berlusconi ha frenato sulla sua riforma dell'università, lo ha fatto a causa della forza del movimento di protesta. Non perché è stato incalzato dall'opposizione parlamentare. Dalla crisi non se ne esce con un di più di moderazione o consociativismo. In altre parole, la crisi non si supera con un dialogo tra i poli. Perché è entrato in crisi un modello di sviluppo e noi dobbiamo sviluppare un movimento che ne proponga un altro. Il consociativismo servirebbe solo a mettere qualche toppa su una camera d'aria ormai da buttare. Un'ultima domanda: perché gli studenti si definiscono né di destra né di sinistra ma solo portatori di liberi pensieri. Non è che la politica ha fallito? Le rivendicazioni degli studenti sono di sinistra, esprimono una cultura di sinistra. Infatti non si pongono solo l'obiettivo di bloccare Berlusconi, ma vogliono riformare l'università. Contemporaneamente danno voce a un senso di estraneità alla politica per quello che è stata negli ultimi anni, chiunque governasse. La loro è anche una critica al bipolarismo, all'alternanza che non serve a cambiare lo stato delle cose. Non abbiamo parlato del referendum... Non sostituisce il movimento, ma è una proposta utile. Decideremo nel comitato politico nazionale convocato per il 13 e 14 dicembre.

 

“Chi l’ha visto” smaschera il Blocco. Casa Pound marcia su Via Teulada - Francesco Ruggeri

Ragazzini sgomenti quando loro coetanei li prendono a cinghiate. Accadeva all'ombra della Macchina da scrivere , l'Altare della patria come lo chiamano i romani, durante il corteo studentesco del 28 ottobre. Data non casuale, probabilmente, per un assalto squadrista in piena regola. Poco dopo i noti scontri di Piazza Navona che, per i cinegiornali dell'era Berlusconi, sarebbero stati causati dai centri sociali. Seguiranno ore e giorni di commenti scandalizzati di esponenti della destra contro i facinorosi di estrema sinistra. E' bastato un filmato di trenta secondi, in coda all'ultima puntata di Chi l'ha visto , per ristabilire un punto di vista diverso. Chi è l'aggressore? Chi l'aggredito? E dove sarebbe l'internità dei giovani di destra al movimento studentesco? Una trentina di secondi girati da operatori del servizio pubblico ma ancora inedite. Scorrono in coda alla puntata del popolare programma condotto da Federica Sciarelli, senza alcuna enfasi se non il rallenty sulle cinghiate, vera prova di coraggio - quasi sempre molti armati contro pochi inermi - in voga tra le sigle della destra sedicente antisistema. Trenta secondi nemmeno accompagnati dall'appello di rito ai telespettatori. Il cinghiatore più accanito sembra lo stesso che incitava, poco dopo, i suoi colleghi dal camion di Piazza Navona. Nessun "chi l'ha visto" da parte di Sciarelli ma tanto basta perché, verso l'una e trenta della notte, in quaranta, quasi tutti travisati come i celerini alla Diaz, si presentino ai tornelli di Via Teulada per un raid tra i corridoi, ormai vuoti, della Rai. Solo una truccatrice li incrocia nei corridoi. Ai meno giovani viene in mente quello che doveva fare il drappello dei golpisti agli ordini del colonnello della forestale, Berti, all'epoca del putsch Boghese. In mattinata i centralini della trasmissione e i telefoni di alcuni redattori squillano senza parole o con minacce: le voci impresse sui nastri in possesso della Digos dicono di sapere dove abitino i giornalisti e le loro famiglie. Parlano anche a nome di Forza nuova, provengono anche da utenze intestate a Roberto Fiore, conducator del partitino, che si spiccia a smarcarsi dalle telefonate minatorie e dal raid: tutte «facezie». Ma intanto Fn denuncia presunte liste di proscrizione emanate da Chi l'ha visto . Casa Pound, sedicente centro sociale di destra i cuoi pargoli animano il Blocco studentesco, rivendica tutto su You tube e, nell'epoca delle "guerre umanitarie" ha buon gioco a stuprare la semantica definendo il raid una "corsa futurista". Anche i pestaggi, da quel pulpito, li chiamano «ragazzate». I discoli immortalati con la cinghia sono, o dovrebbero essere tutti, vecchie conoscenze della digos ma perfino un sindacato di polizia si meraviglia di come non siano stati «attenzionati» come avvenuto per i ragazzi di sinistra. «L'aggressione di chiaro stampa fascista e squadrista che la giornalista Federica Sciarelli e la redazione di Chi l'ha visto , trasmissione da sempre impegnata, con inchieste coraggiose dalla parte dei cittadini, ha dovuto subire ieri notte, non merita solo la nostra piena solidarietà e la nostra vigile denuncia, merita anche e soprattutto l'attenzione del Ministero dell'Interno - commenta il segretario nazionale di Rifondazione, Paolo Ferrero - che ora non ha più scuse nel sottovalutare continue aggressioni neofasciste o addirittura nel cercare di sovvertire la verità in merito alle vere responsabilità di chi ha premeditato, organizzato e messo in atto le violenze di piazza Navona, come ha cercato di fare il sottosegretario all'Interno riferendone in una sede istituzionale, e cioè di fronte alla Camera, venerdì scorso». Da parte sua Federica Sciarelli, impegnata ieri nella riunione di redazione, si limita a ricordare di «non aver mai coinvolto il pubblico. Non ho sollecitato i telespettatori a fornire alcuna indicazione. Mi sono solo limitata a dire "guardate queste immagini", come del resto è documentato dalla registrazione della trasmissione». E' la prima volta di un blitz del genere in una tv del servizio pubblico (ma qualcuno ricorderà il battesimo del fuoco di un manipolo di audaci che pestarono un attempato signore musulmano in diretta in una tv privata veronese). Per Sandro Curzi, consigliere di amministrazione Rai, è un campanello d'allarme da non sottovalutare: la classe politica dovrebbe interrogarsi sul clima che promuove e incoraggia certe azioni. Ma, tranne la lapidaria solidarietà di Cicchitto a Chi l'ha visto (ma lo stesso ex piduista ha minacciato gli universitari romani colpevoli di aver contestato con cori e striscioni Bocchino del Pdl), da destra si soffia sul fuoco gridando alla «caccia alle streghe» (Gramazio di An), alla trasmissione «vergognosa e illiberale» (Mussolini nipote). Telefonate così, giura Storace, ne riceve tutti i giorni e il raid avrebbe «particolari gustosi»: «Davvero mezzo mondo insorge per tutto ciò?». Spicca quanto dichiara Dell'Utri: in Rai ci sarebbero «facce gotiche e dark» e le sue trasmissioni alimenterebbero una «visione negativa della vita». Secco il sindacato dei giornalisti: senti da che pulpito...

 

Corsera – 5.11.08

 

Il sogno e la vita

Barack Obama, acclamato all'inizio della campagna elettorale come il nuovo Kennedy, ha tagliato il traguardo nei panni del «Roosevelt nero», l'uomo che può salvare l'America dal tracollo con un altro New Deal. Nello strano tepore di questa notte di novembre a Chicago i dati del voto che scorrono sui tabelloni disseminati nel prato del Grant Park alimentano la frenesia di migliaia di fan del candidato democratico. Il boato più grande quando la Pennsylvania, Stato al quale McCain si era aggrappato disperatamente, viene assegnata a Obama. Che è avanti anche in altri Stati-chiave, soprattutto la Florida. Ma McCain ha rimontato in Virginia e a tarda sera (negli Usa) è ancora in corsa. Il vantaggio del senatore dell'Illinois rispecchia un finale di campagna condizionato in larga misura dalla crisi nella quale il Paese è sprofondato nelle ultime otto settimane. Obama ha raccolto larghi consensi tra i lavoratori e i ceti medi usciti impoveriti dal quarto di secolo dell'«era Reagan». Ma ha avuto anche il sostegno di cento altri gruppi, coalizioni di interessi, reti sociali, messi insieme dalla sua formidabile macchina elettorale. Ha tifato per lui perfino il mondo della finanza. Può sorprendere, visto che il leader democratico vuole dare più potere ai sindacati e intende porre limiti alla libertà di scambi commerciali. Ma, in fondo, anche negli anni '30 del Novecento la terapia di Roosevelt impiegò molto tempo per risollevare l'occupazione, mentre fu un toccasana quasi immediato per la Borsa. Smarrita nella crisi, l'America di oggi ha fame di certezze, ha bisogno di vedere un progetto, un percorso. Obama li aveva costruiti da tempo mentre John McCain, iniziata la campagna tenendo sotto braccio il generale David Petraeus, a un certo punto ha dovuto cambiare copione. Impresa per lui complicata: la volata, alla fine, gliel'ha tirata solo «Joe l'idraulico». La battaglia a tutto campo è diventata soprattutto uno scontro su come produrre e distribuire la ricchezza. Un calvario per il candidato repubblicano, a disagio sui temi economici e costretto, per non scoprirsi a destra, a fare sua una ricetta fiscale di Bush che in passato aveva bocciato. Nonostante ciò McCain ha dato ancora una volta prova della sua leggendaria capacità di resistenza anche nelle situazioni più avverse. Ma a questo punto la sua rimonta è davvero problematica. Se la spuntasse sarebbe una grande sorpresa: la vittoria di quelli che pensano che, davanti all'esperienza e alla storia di McCain, Obama sia solo «un bel vestito su una stampella»; e anche di un'America, poco visibile ma forte, che teme quella che vede come la rabbia repressa dei neri, un popolo che non dimentica il passato in schiavitù e oggi si sente comunque confinato in un ruolo subalterno. Difficilmente, però, le previsioni della vigilia verranno sovvertite: la crisi ha cambiato l'America più in profondità di quanto non appaia a prima vista. Pesano meno le battaglie sui temi etici: i cultural warrior combattono meglio quando l'economia prospera. Anche per questo nell'ultimo mese l'immagine di Sarah Palin si è appannata. La gente ha ancora voglia di sperare, ma ha perso il suo proverbiale ottimismo e, sempre più incapace di misurare la distanza tra l'American dream e la realtà del Paese, trova in Obama, come dice Bruce Springsteen, l'uomo che ha portato la misura di quella distanza nella sua vita e nel suo lavoro. Da oggi si volta pagina: si parlerà del grande crack con un linguaggio più crudo, le promesse di sconti fiscali verranno ridimensionate. E alla «nuova Bretton Woods» bisognerà negoziare con gli altri Paesi ammettendo le proprie colpe. Riavvicinare il sogno alla realtà richiederà anni e costerà al vincitore di questa notte gran parte del suo capitale politico.

 

Europa – 5.11.08

 

We the People - GUIDO MOLTEDO

Hanno vinto gli americani. Il voto di ieri è la vittoria della partecipazione, della voglia di contare, del desiderio di decidere – We the People – la direzione del paese. È la vittoria della volontà collettiva di assegnare al futuro presidente un mandato forte ma fortemente condizionato dall’impegno a scrivere un capitolo nuovo della storia del paese. Che questa straordinaria prova di democrazia sia stata attivata da un personaggio come Barack Hussein Obama conferisce a questo 4 novembre un significato storico. Non solo per il colore della sua pelle. I tanti voti che ha ricevuto sono il risarcimento nei confronti di una minoranza troppo a lungo oppressa e discriminata, ma sono soprattutto il riconoscimento che solo un loro rappresentante può essere il simbolo della volontà di riconciliazione di un paese lacerato. Di un paese diviso lungo linee non solo razziali, ma anche culturali, religiose e sociali, una divisione alimentata lucidamente e follemente da anni di oltranzismo conservatore. Una corrente di pensiero e di azione così forte da essere stata in grado di legare al suo guinzaglio un cane sciolto come John McCain, avversario formidabile di Obama e, chissà?, perfino imbattibile, se avesse dato retta più alla sua indole che ai suoi consiglieri. Le lunghe file ai seggi, le avevamo già viste nelle gelide giornate di gennaio, quando è iniziata ufficialmente la grande corsa. Poi i comizi affollati come non mai per la rockstar democratica. E l’impressionante mobilitazione di volontari di tutte le età e di tutte le classi, con internet, con il porta a porta, con la donazione di milioni in biglietti di cento, cinquanta dollari, anche meno. Oggi comincia un’altra storia. Che sarà di questo immenso patrimonio di generosità e di desiderio di contare? Il “movement” che ha reso possibile il miracolo Obama, e che insieme ne è figlio, non ha alcuna intenzione di tornare a casa. Se saprà ancora farsi sentire e valere, e se il nuovo presidente considererà prezioso il suo sostegno, il voto di ieri entrerà nei libri di storia non solo per la sua portata simbolica ma anche perché avrà ridato valore e centralità – non solo nella fase elettorale ma anche nel governo del paese – alla politica partecipativa che ormai in tutto l’Occidente era data per morta.

 

l’Unità – 5.11.08

 

Obama realizza il sogno – Roberto Rizzo

Chicago - «Yes, we can»: “Sì, possiamo” è «Il credo americano». Un Barack Obama compreso e commosso ha chiuso i 17 minuti del suo discorso da presidente eletto davanti a 100mila persone a Chicago tornando allo slogan che ha sintetizzato la sua campagna del cambiamento. Quanti voti? In tutto non si sa ancora, almeno 338 e gliene bastavano 270. Ma Barack Obama diventa il 44esimo presidente degli Stati Uniti con un bottino straordinario di Stati che include la Virginia, la Florida, la Pennsylvania, l'Ohio, il Colorado, il New Mexico, il Nevada... Come a dire tutti gli Stati che erano incerti alla vigilia del voto. E anche l’affluenza alle urne è un dato storico, oltre il 64%. Sono le 22 in punto, ora di Chicago, quando la Cnn proietta la vittoria di Barack Obama alle presidenziali del 2008. Non appena la notizia appare in sovrimpressione sugli schermi Jumbotronic disseminati nell'area di Grant Park, un boato si leva dalla folla in attesa dei risultati. Non ci sono ancora dati ufficiali: sulla carta l'area verde dovrebbe contenere più o meno 100mila persone, ma sono le stesse forze dell'ordine a stimare una partecipazione attorno al milione di persone. Tutta la zona Downtown si e' trasformata in una gigantesca festa di piazza. E nonostante le misure di sicurezza, le transenne, i camion della nettezza urbana usati a mo' di sbarramento, l'atteggiamento della polizia per una volta non è ostile. Chicago è la città di Obama. Due ore dopo, Obama sale sul palco. Accompagnato dalla moglie e dalle due bambine. «Se qualcuno ancora aveva dei dubbi sul fatto che l'America sia la terra delle infinite possibilità - esordisce - questa notte ha avuto una risposta». Ha un'espressione stanca ma felice. Come quella di chi ha appena superato l'esame della sua vita. E sente l'adrenalina venirgli meno. «Hanno votato ricchi e poveri. Democratici e repubblicani. Etero e gay. Bianchi, neri, gialli. Disabili e non disabili. Persone che hanno votato per la prima volta nella loro vita, convinte che questa volta le loro voci saranno ascoltate. L'America ha lanciato un messaggio al mondo: non siamo la somma di tante diversità. La somma di Stati bianchi e blu. Siamo gli Stati Uniti d'America». Non è stato necessario aspettare la fine degli scrutini per rendersi conto che il repubblicano John McCain l'ha spuntata solo in una manciata di Stati meridionali: Alabama, Georgia, Mississippi, Missouri. Oltre all'Arizona e al Nebraska. Quando gli exit poll attribuiscono a Obama la vittoria in Florida, in Virginia e in Pennsylvania, è chiaro che i giochi sono chiusi. McCain ringrazia i sostenitori dalla sala delle feste di un golf club a Phoenix in Arizona e si prende la colpa della sconfitta. Il senatore repubblicano ha parlato a Phoenix in Arizona dicendo ai suoi sostenitori che «l’America si è espressa in modo forte e chiaro». È molto di più: è la vera fine dell'amministrazione Bush e dell'egemonia neocon sulla politica americana. Sarah Palin, governatore dell'Alaska, che sino all'ultimo ha pregato di entrare alla Casa Bianca come vice presidente, non riesce a nascondere un'espressione di rabbia e dolore. «Vi ascolterò sempre - promette Obama in mondovisione - Soprattutto quando non saremo d'accordo. Quello che è cominciato 21 mesi fa non finisce stanotte. La nostra sfida comincia adesso». Un leader storico della black politic, il reverendo Jessie Jackson, piange. E sono lacrime di gioia. E finalmente dagli altoparlanti arriva la musica: Bruce Springsteen. Intanto, mentre procede lo spoglio delle schede, appare chiaro che i democratici consolidano la maggioranza alla Camera.

 

Afghanistan, raid aereo su un matrimonio

Secondo la testimonianza degli abitanti di un villaggio afgano, un raid aereo ha colpito i partecipanti a una festa di matrimonio, uccidendo numerose persone; fra le vittime molte donne e bambini. I feriti sono stati trasportati nell'ospedale di Kandahar. I militari americani sostengono di non avere informazioni sull'incidente. Il presidente afgano Hamid Karzai, nel discorso di congratulazioni per la vittoria di Barack Obama, ha fatto un accenno all'episodio, parlando di vittime civili di un raid aereo nel distretto di Shah Wali Kot, provincia di Kandahar. Non ha specificato il numero delle vittime.

 

il Giornale – 5.11.08

 

Una vittoria storica, ma sarà davvero di sinistra?

E’ finita un’epoca; quella di Bush. Ne è iniziata un’altra: quella del primo presidente di colore nella storia degli Stati Uniti. Un risultato che appena 40 anni fa, quando fu assassinato Martin Luther King, sarebbe stata inimmaginabile e che fa onore al Paese. Non fosse che per questo Barack Obama passerà alla storia. Ma gli americani sperano che il leader democratico possa passare alla storia soprattutto come il capo dell Casa Bianca che ha rilanciato l’economia dopo un periodo di forte crisi, come Franklin Delano Roosevelt o Ronald Reagan. Non è un mistero per nessuno che senza il crash di Wall Street forse Obama non ce l’avrebbe fatta. Appena due mesi fa, in occasione delle Convention dei due partiti, il clima nel Paese era molto diverso e le perplessità sul suo conto diffuse. Barack affascinava una parte importante dell’elettorato democratico ma veniva considerato un oggetto misterioso dalla maggior parte degli elettori. Il tracollo del mondo finanziario e l’avvento della recessione ha però cambiato completamente il quadro. Il desiderio di conoscere meglio l’uomo, il suo passato, le sue idee è stata soppiantato dall’urgenza di capire chi tra i due candidati fosse il più indicato per di risollevare l’economia nazionale. E dopo i tre dibattiti televisivi i dubbi sono evaporati: meglio Obama, anche se sarebbe ingeneroso mettere sotto accusa McCain, che doveva prendere le distanze da Bush pur militando in un partito mai come ora impopolare. Una sfida quasi impossibile, che lui, da vecchio combattente, non solo ha accettato ma ha tenuto viva fino a 24 ore fa. Merita senz’altro l’onore delle armi, John McCain. Chiunque al suo posto avrebbe fatto molto peggio. Obama ha stravinto negli Stati più colpiti dalla crisi economica: Ohio, Pennsylvania, Indiana e anche, più a ovest, New Mexico e Nevada, a conferma del ruolo determinante dell’economia nell’orientare le scelte degli elettori. Ed è stato fenomenale nell’impostare la campagna elettorale. Negli ultimi otto anni i repubblicani si erano dimostrati molto più moderni e spregiudicati, guidati dai cinici sortilegi dello spin doctor Karl Rove, ma quest’anno i rapporti di forza si sono ribaltati. Gli strateghi democratici non hanno sbagliato un colpo, azzeccando sia la strategia complessiva, sia le operazioni sul campo, quartiere per quartiere, soprattutto nelle ultime 72 ore. Il sistema elettorale ha retto l’urto di una partecipazione massiccia e questa è un’eccellente notizia per gli Usa, considerate le traversie del 2000 e del 2004. I democratici, secondo le proiezioni volano anche al Congresso, dove ampliano la maggioranza di cui già disponevano. Washington sarà tutta blu, il colore del partito dell’asinello; ma questo aumenta il carico sulle spalle di Obama. Esaurita la luna di miele, il futuro presidente non avrà scuse. E probabilmente sorprenderà non pochi dei suoi attuali sostenitori. Sbaglia, anche qui in Italia, chi è persuaso che Barack applicherà un programma riformista. Obama di sinistra lo è davvero, ma è innanzitutto un politico pragmatico, che in passato non ha esitato a cambiare agenda, amicizie, idee. Nulla di sorprendente; quasi tutti i politici sono così, ma chi lo conosce bene, già pronostica un’ ulteriore correzione di rotta. Per compiacere il centro e forse in parte anche la destra, più che i “liberal” americani. Obama non ha finito di sorprenderci.


Top

Indice Comunicati

Home Page