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Passo indietro

Manifesto – 7.11.08

 

Passo indietro. A metà - Eleonora Martini

ROMA - La forza dell'Onda li ha costretti a mezzo passo indietro. Per l'università, come per la scuola, il governo Berlusconi ha scelto di nuovo la decretazione d'urgenza ma questa volta non se l'è sentita di tirare troppo la corda e ha concesso una boccata d'ossigeno almeno su due punti: sbloccato il turn over e ridimensionati i tagli ai fondi previsti dalla legge 133. Per esserne certi bisognerà attendere il testo del decreto legge varato ieri dal Consiglio dei ministri ma stando alle parole della titolare dell'Istruzione Mariastella Gelmini, che a conclusione del Cdm ha tenuto a Palazzo Chigi una conferenza stampa, sembra possibile una mezza inversione di rotta. Se non altro le «Linee guida per l'Università», varate anch'esse ieri dal tavolo interministeriale, sono solo «un documento programmatico di legislatura - ha spiegato la ministra - che offriamo al dibattito con il mondo accademico e che sarà oggetto di discussione nelle commissioni competenti e nelle Aule parlamentari». Quattro gli articoli che compongono il decreto legge - che «non è la riforma dell'università», butta le mani avanti Gelmini - misure definite «urgenti», soprattutto perché si interviene sui meccanismi di composizione delle commissioni esaminatrici dei concorsi universitari previsti per gennaio, che dovranno essere formate entro la prossima settimana. Ad esaminare i concorrenti non saranno più quattro membri eletti che affiancano uno interno, ma cinque docenti estratti a sorte tra 15 votati. Un metodo, spiega l'esecutivo, per rendere i concorsi più trasparenti. Ma qualcuno giura che anche quando una quindicina di anni i componenti delle commissioni si estraevano a sorte, i trucchi baronali colpivano ugualmente nel segno. Via libera comunque ai 1.800 concorsi già banditi che dovranno solo slittare di qualche settimana per poter mettere a punto le nuove regole del concorso. Previsto poi lo sblocco totale del turn over per gli enti di ricerca, mentre niente assunzioni per gli atenei con i bilanci in rosso (una ventina in Italia). Le università più parsimoniose invece saranno agevolate nel ricambio generazionale: dal 2009, non più una sola assunzione ogni cinque docenti che andranno in pensione, ma «due o in alcuni casi perfino tre ricercatori per ogni pensionamento», azzarda la ministra. Il tetto semmai sarà stabilito sulla spesa: il governo chiede «alle università di usare almeno il 60% delle risorse» recuperate dal pensionamento dei docenti «per assumere giovani ricercatori». Il tutto però dovrà essere «a costo inalterato», dice Gelmini, specificando che sono infatti confermati i tagli nel 2010 previsti in finanziaria. Ma per dare un segnale di emancipazione da Tremonti, la ministra dell'Istruzione annuncia anche un po' di soldi. Che, in tandem con meritocrazia, fa tanto giustizia sociale. E il concetto viene ribadito anche nelle Linee guida dell'università. Per cominciare ci dovrebbero essere 150 milioni di euro per «favorire il turn over». Poi, il 5% di quel Fondo di finanziamento ordinario tagliato dalla legge 133 viene rimesso in circolo: 500 milioni di euro saranno infatti stanziati «per le università più virtuose senza distribuzioni a pioggia» (parametri del Comitato nazionale valutazione universitaria). Soldi anche per gli atenei che eliminano i «corsi di laurea inutili», mentre 65 milioni di euro saranno destinati alle residenze universitarie con la promessa di 1700 posti in più per i fuorisede di tutta Italia. In arrivo, infine, «135 milioni di euro per borse di studio a favore di 180 mila ragazzi più meritevoli». Positivo il giudizio della Conferenza dei rettori, soprattutto perché, dicono, rappresenta una «premessa per la determinazione di un clima più costruttivo e di collaborazione nel quale affrontare le questioni legislative e finanziarie aperte». Per il neoeletto rettore della Sapienza di Roma, Luigi Frati, «si poteva avere di più», ma il decreto legge è comunque da considerare «un'inversione di tendenza». Giustificata questa volta, secondo Frati, anche l'urgenza. «Finalmente sarà più difficile truccare i concorsi», assicura il «barone» per antonomasia, preside per 16 anni della facoltà di medicina.

 

Crisi sociale sotto la Mole - Loris Campetti

Quando nel 2002 esplose la crisi Fiat, la più grave fino a quella data, furono in molti a teorizzare un nuovo volto della Detroit italiana che finalmente avrebbe potuto liberarsi dalla monocultura dell'automobile. Dal sindaco Sergio Chiamparino all'università, dagli intellettuali a gran parte delle forze di sinistra partì una campagna per la trasformazione dell'area urbana che avrebbe potuto e dovuto reggersi sui servizi, il terziario, il turismo, uscendo finalmente dal tunnel delle quattro ruote scavato da generazioni di Agnelli. Una città capace di riprendersi i suoi tempi, diversi da quelli scanditi dai cambi turno a Mirafiori. Era una sogno, si reggeva su basi ideologiche senza tener conto della composizione sociale torinese, della sua cultura industriale e dei suoi saperi. Poi la Fiat ha ripreso, grazie alla tolleranza delle banche, ai danari pubblici e all'arrivo del mago Sergio Marchionne. Con la ripresa della Fiat e con la scoperta (bella scoperta) che Olimpiadi e grandi opere si lasciano alle spalle cemento e poco d'altro, quelle teorie postindustriali cominciarono a perdere forza, e militanti. Dev'essere successo qualcosa di importante se oggi La Stampa titola con le parole di Luca Cordero di Montezemolo: bisogna ripartire dalla fabbrica. Le stesse parole usate in questi giorni dal sindaco. Cosa sia successo è presto detto: è precipitata la crisi peggiore che si ricordi sotto la Mole. I numeri sono impietosi: se dall'inizio dell'anno al 1° giugno, nel solo settore metalmeccanico 94 aziende dell'area torinese avevano fatto ricorso alla cassa integrazione, il 5 di ottobre il numero era salito in modo iperbolico a 329. Mentre parliamo con il segretario della Fiom, Giorgio Airaudo, nella sua scrivania arrivano altre 79 lettere di richiesta di cassa, 45 di aziende associate all'Amma, 23 all'Api e 11 di aziende non associate. E non è che a soffrire le conseguenze della crisi siano soltanto i lavoratori metalmeccanici. Battono cassa le aziende alimentari come la Abit (latte e derivati) che dopo la cassa integrazione minaccia di passare ai licenziamenti, quelle chimiche come la Michelin che pur non lavorando per la Fiat annuncia la chiusura dello stabilimento di Torino proponendo ai dipendenti il trasferimento in altri impianti. Poi c'è il caso clamoroso della Motorola, il gigante nordamericano dei telefonini che per aprire a Torino un centro di ricerca che avrebbe dato lavoro a un migliaio tra ingegneri e ricercatori ha ricevuto sovvenzioni dagli enti locali per almeno 10 milioni di euro. Di posti di lavoro altamente specializzati, alla fine, ne sono venuti fuori 370, di cui 170 precari. Il contratto di lavoro scelto da Motorola è quello del commercio, più conveniente. Un bel giorno d'autunno dell'anno di grazia 2008 è arrivato un signore dagli Stati uniti a comunicare ai 200 dipendenti rimasti - i precari erano già stati rimandati a casa - la decisione della direzione di chiudere il centro torinese e tutti a casa. Sistema italiano per i finanziamenti pubblici, gestione tipicamente americana della forza lavoro: non avendo pagato i contributi per gli ammortizzatori sociali, la Motorola non ha accesso alla cassa integrazione, dunque restano solo i licenziamenti. «Sembrava di essere negli Stati uniti - racconta Airaudo - con gli ingegneri che lasciavano l'ufficio con gli scatoloni in mano». Uno di questi ingegneri ha raccontato la sua triste storia: un mese prima si era licenziato dal posto dove lavorava per sbarcare in Motorola, convinto dalle promesse di un radioso futuro. Ma torniamo ai metalmeccanici. La Fiat subisce gli effetti peggiori della crisi come tutte le aziende automobilistiche concorrenti, ma è la prima volta, continua Airaudo, che alla crisi dell'auto si aggiunge quella dei camion (Iveco) e delle macchine movimento terra (la Cnh, che resiste grazie alle performances delle grandi macchine per l'agricoltura, costruite però negli Usa). Erano 13 anni che l'Iveco non faceva ricorso alla cassa integrazione. A Mirafiori la produzione sta scendendo ai minimi storici, 7-8 mila dipendenti sono già in cassa e a cascata la crisi si ripercuote su tutto l'indotto. «Non c'è mai stata una simile velocità nel contagio - dice Airaudo - e una simile espansione in tutti i settori». La copertura sindacale e sociale è ancora molto forte, ma solo nelle aziende con più di 50 dipendenti. Nelle sole aziende in cui la Fiom ha delegati, i contratti di lavoro precari non rinnovati sono 2.935, solo l'ipocrisia e la controriforma del lavoro impediscono di chiamarli con il loro vero nome, licenziamenti. In un arco di aziende che occupano 46 mila persone, quelle in cassa integrazione sono quasi la metà, 22.802. Tutta la veicolistica è in precipitosa ritirata, comprese le porte corazzate, alla faccia della campagna sulla sicurezza. Per non parlare dei carrozzieri che a Torino e in Italia si chiamano Pininfarina e Bertone, rispettivamente 1.750 e 1.150 addetti nell'area torinese, a cui si aggiungono oltre 1.000 dipendenti in Svezia e in Francia, nei settori della Volvo e della Matra acquistati da Pininfarina. E dire che la carrozzeria ha un andamento anticiclico, ma questa crisi fa eccezione. Pininfarina è sommersa dai debiti (6-700 milioni di euro) e risponde con pesanti ondate di cassa, la Bertone è in amministrazione controllata e per ora non ha prospettive di futuro. La crisi colpisce anche fonderie e stampaggio a caldo che producono non solo per l'auto. Per la prima volta la Berko, gruppo ThyssenKrupp, ha chiesto la cassa. Si fa prima a dire chi si salva: «L'aviazione, cioè la ex Fiat Avio ora in mano a fondi americani, l'Alenia e la Microtecnica. Si salvano grazie alle commesse pubbliche e alla produzione bellica». Come si si attrezza di fronte alla crisi peggiore il sindacato? E la Fiom, come risponde all'emergenza sociale torinese? «Torino non è un'eccezione ma un anticipatore di quel che capiterà in tutt'Italia», risponde Airaudo. Insomma, in un modo o nell'altro la città di Gramsci e Gobetti è sempre un laboratorio. Ne parleremo nella prossima puntata.

(1. continua)

 

Brodino bancario - Galapagos

Ieri la Bce ha ridotto i tassi di un altro mezzo punto. La Boe, la Banca d’Inghilterra ha fatto ancora di più: ha tagliato i tassi dell'1,5% portandoli al 3%, il livello più basso dal 1955. E altre banche centrali si sono accodate nella speranza di dare una spinta all'economia reale tagliando il costo del denaro. Ma la situazione economica appare pesantissima: le previsioni diffuse ieri dal Fondo monetario internazionale indicano che il 2009 sarà un anno nero, di recessione e non si stagnazione come molti in Italia cercano di convincerci. In questa situazione il taglio dei tassi appare come un «brodino» alle borse, ma inutile per rilanciare l'economia reale. E' da mesi che le economie di tutto il mondo davano segnali di recessione, ma le banche centrali e i governi hanno chiuso gli occhi facendo finta di non vedere. Peggio di tutte si è comportata la Bce che, ossessionata dall'inflazione, appena 4 mesi fa (il 3 luglio) aveva aumentato i tassi, quando tutti chiedevano di ridurli per non soffocare ulteriormente l'attività produttiva. Ma i comportamenti «ridicoli» della Bce non si fermano a luglio: il 2 ottobre, infatti, i banchieri di Francoforte lasciano immutati i tassi, sostenendo che l'inflazione è ancora rampante. Poi sei giorni dopo - l'8 ottobre - ci ripensano e tagliano il costo del denaro di mezzo punto. Improvvisamente la Bce scopre che l'inflazione non è più un problema, ma sta diventando un problema la crescita che si è bloccata. In realtà quel taglio fu realizzato pensando non all'economia reale, ma alla crisi del sistema bancario. Dietro il comportamento della Bce c'è tanta ideologia: il suggerimento» ripetuto ossessivamente nei mesi scorsi che i salari non dovevano recuperare gli aumenti dei prezzi, ha portato come naturale conseguenza a un ulteriore peggioramento nella distribuzione dei redditi visto che c'era chi nel frattempo l'inflazione poteva recuperarla ad libidum. Ma il peggioramento ha provocato una caduta dei consumi e della domanda complessiva in una fase (e la crisi finanziaria non c'entra) di evidente rallentamento della congiuntura. Ora la situazione sta ulteriormente peggiorando. I dati macroeconomici provenienti da molti paesi, anche ieri hanno confermato che la crisi è pesantissima. Alcuni numeri a caso: in Spagna la produzione industriale è scesa a settembre dell'8,8%; in Germania gli ordinativi sono crollati dell'8%; le immatricolazioni di auto in ottobre in Gran Bretagna sono cadute del 23%. E, nonostante il nuovo taglio del costo del denaro, le borse seguitano a ripiegare con perdite clamorose per la consapevolezza di una crisi che si sta aggravando giorno dopo giorno. La sintesi si può leggere nel prezzo del petrolio che oscilla attorno ai 60 dollari al barile perché la domanda è crollata. In pochi mesi siamo passati da una fase di stagflation a una, ancora peggiore, di depressione. Siamo vicini a quanto accadde nel 1929. A questo punto sarebbe necessario voltare pagina: i governi dovrebbero smettere di sprecare risorse per salvare il sistema finanziario e occuparsi, invece, dell'economia reale per sostenere gli investimenti, i redditi, l'occupazione e i consumi. In Germania hanno cominciato a operare. In Italia, invece, tutto tace.

 

Berlusconi blinda il bilancio e nel Pdl scatta la rissa – Sara Menafra

Dura tutta la giornata, lo scontro sulla manovra finanziaria all'interno della maggioranza. E alla fine, quando il testo approda nell'aula di Montecitorio, nessuno è in grado di dire come andrà a finire. Quel che si capisce però è che ormai la tensione nel Pdl è esplicita, coinvolge gli ex aennini, come la Lega, ma tira in ballo pure alcuni esponenti di Forza Italia, dal nei secoli fedele Fabrizio Cicchitto al relatore in commissione Gaspare Giudice. Comincia tutto mercoledì notte, in commissione bilancio, quando il sottosegretario all'economia Giuseppe Vegas respinge tutti gli emendamenti, compresi quelli proposti dalla maggioranza, decidendo che la legge finanziaria debba veleggiare verso l'aula di Montecitorio così com'è, senza nessuna variazione. Una scelta a sorpresa che, in mattinata, spinge Gianfranco Fini a dissotterrare l'ascia di guerra: «A prescindere da qualunque valutazione di merito sulla Finanziaria», l'approvazione della commissione bilancio senza modifiche «è un'anomalia», che si trasformerebbe in una «situazione non soltanto anomala ma politicamente deprecabile», se il governo decidesse di porre la questione di fiducia. Silvio Berlusconi è a Mosca dove al fianco dell'amico Putin inanella gaffe sul nuovo presidente americano. E a chi gli gira le parole del presidente della camera risponde: «C'è molta difficoltà a capire che l'assalto alla diligenza è finito. Non è una cosa cosi facile una innovazione di questo genere, perché taglia le gambe a molti, soprattutto a tutte le lobby. Qualche reazione ce l'aspettavamo». Un voltafaccia bell'e buono. Non più tardi di una settimana fa, era il premier ad insistere con Tremonti perché accettasse qualche modifica alla legge finanziaria, un intervento a favore delle famiglie, chessò un bonus, una detassazione della tredicesima. Ed era lui a promettere ai suoi che l'avrebbe convinto a cedere qualche spicciolo. La battuta del premier piace poco alla sua maggioranza. Gianfranco Fini respinge stizzito: «Tra l'assalto alla diligenza e far discutere il provvedimento alla Camera c'è una bella differenza». L'opposizione batte sul tamburo del dissenso, con la voce di Massimo D'Alema - «Si calpestano i diritti del parlamento e la Costituzione» - e quella dell'udc Michele Vietti - «E' la prima volta nella storia della repubblica che la legge finanziaria approda in aula nello stesso identico testo uscito dal consiglio dei ministri». Strano ma vero, escono allo scoperto i rappresentanti della maggioranza di governo. Se Cicchitto morbidamente ammette che siamo davanti ad una recessione mondiale e che «non c'è dubbio che qualcosa va fatto, non soltanto sul versante dei tassi di interesse». Il presidente della commissione bilancio, Giancarlo Giorgetti (Lega), dice chiaro che la fiducia sarebbe «un atto di arroganza del governo nei confronti del parlamento». E' sera, quando il testo della finanziaria arriva in un aula semideserta. Entrando, il sottosegretario all'economia Giuseppe Vegas prova a placare gli animi. Dice che non c'è problema, che non è detto che sia necessario porre la questione di fiducia, purché gli emendamenti siano al massimo trecento. Non ne sembra troppo convinto neanche lui, visto che il suo ministro ha sempre fatto la faccia feroce e il premier è a Mosca e parla solo con i più intimi. Quando la discussione si apre, persino il relatore Gaspare Giudice si schiera nella fronda anti-fiducia. Deputato di lungo corso - è lo stesso processato e assolto in primo grado per associazione mafiosa, non più tardi di un anno e mezzo fa - siciliano, fa una lunga premessa sul fatto che con l'attuale maggioranza gli interventi economici saranno tanti, non più solo con la legge di bilancio. Quindi, invita il sottosegretario a dire «con chiarezza che non è sua intenzione fare ricorso al voto di fiducia, scelta che pregiudicherebbe un esame del testo utile per il paese». Bisogna intervenire a favore del Mezzogiorno e delle famiglie. E poi l'appello: «Non mettete la fiducia». I pochi presenti lo applaudono, pure la giovane Chiara Moroni, di Forza Italia e relatrice di maggioranza sulla legge di bilancio, si associa: «Il dibattito va approfondito - dice dopo aver sciorinato un incomprensibile elenco di numeri - per questo l'auspicio è che ci sia una discussione in aula, senza porre la questione di fiducia». Il sottosegretario Vegas rinuncia alla replica.

 

Una scissione da paura - Micaela Bongi

Una vita da «separati in casa, in una replica permanente dello scontro di Chianciano». Il governatore della Puglia Nichi Vendola, sconfitto alla fine di luglio al congresso termale di Rifondazione, descrive su Repubblica una impossibile coabitazione nello stesso partito tra la sua minoranza e la maggioranza guidata dal segretario Paolo Ferrero. Scissione inevitabile, dunque? Una cosa per volta. La sua area non lavora a questo, giura, anche se ormai tutto va in questa direzione. Oggi, per fare chiarezza dopo tre mesi che hanno visto «il mondo intero cambiato», Vendola non esclude invece «la richiesta di un congresso straordinario». Un'ipotesi che il segretario respinge al mittente senza troppi complimenti: «Di congressi si può morire. L'ultima cosa che farei, dopo un congresso combattuto, è rifarne un altro per discutere delle stesse cose». Del resto, anche se la minoranza può richiedere il congresso in qualsiasi momento, la mossa di Vendola rientra a pieno titolo nella guerra di nervi che oppone le due metà del partito. E che si gioca sul terreno delle prossime elezioni europee. In vista di quell'appuntamento, il presidente della Puglia insiste: «Noi lavoriamo per un soggetto più largo. Per questo proponiamo, alle europee, liste unite di un cartello delle sinistre». E ancora una volta Ferrero risponde: «Di europee discuteremo il prossimo anno. Ora il tema è come costruire un'opposizione di sinistra per essere più efficaci contro governo e Confindustria». L'area vendoliana Rifondazione per la sinistra in realtà appare ancora divisa al suo interno su tempi, modi e sulla stessa eventualità della scissione. Dunque per rompere gli indugi cerca di far uscire allo scoperto la maggioranza - anche proponendo il cartello elettorale - sulle «manovre di avvicinamento tra Pdci e Prc», l'ipotesi di costituente comunista o quantomeno di una lista comune alle europee, fosse anche con i comunisti italiani che si presentano sotto le insegne di Rifondazione (perché Chianciano ha detto che il simbolo dovrà restare), magari con qualche ritocco. La variegata maggioranza del Prc, a sua volta, seppure il segretario è più cauto e l'area di Claudio Grassi spinge invece verso la rimpatriata comunista sotto la falce e martello, a questo punto prende tempo puntando sulle difficoltà che agitano i vendoliani e sulla diversità di prospettive che esiste non solo al loro interno, ma anche tra loro e la Sinistra democratica di Claudio Fava e dentro la stessa Sd. Oggi a Roma sarà presentata l'associazione «Per la sinistra» di Vendola e Fava, con l'illustrazione del documento «Costruire la sinistra, il tempo è adesso». Il 13 dicembre il debutto ufficiale, con un'assemblea pubblica. Perché il nuovo soggetto dovrà essere costruito il più possibile dal basso, con primarie sui candidati e il programma, così da far dimenticare l'esperienza fallimentare dell'Arcobaleno, pura sommatoria di ceti politici. Ma, appunto, anche con queste cautele le prospettive non sono esattamente coincidenti. Se per Fava l'obiettivo è un nuovo centrosinistra, per i vendoliani - anche se lo stesso Vendola invita a dialogare col Pd - il nuovo ulivo dovrà essere una eventualità, non un presupposto. E anche sulle europee, se da una parte la proposta di un cartello serve soprattutto a stanare la maggioranza del Prc, è anche vero che in alcuni dirigenti della minoranza cresce la preoccupazione sull'eventualità, sempre più concreta, che sarà in vista dell'appuntamento a Strasburgo che la scissione precipiterà. Una preoccupazione che non lascia indifferente neanche Ferrero. E' per questo che nella minoranza c'è chi ritiene - o forse spera - che alla fine il segretario possa aprirsi all'ipotesi del cartello. Se così non sarà, non sarà necessariamente fatta maggiore chiarezza nelle file vendoliane. Perché se c'è chi, come l'ex capogruppo alla camera Gennaro Migliore spinge per accelerare la scissione e andare alle europee con Sd e chi ci sta ci sta, tra gli ex bertinottiani, a partire dallo stesso Fausto Bertinotti - che ha ripreso in mano il bandolo, suscitando qualche malumore tra i giovani - c'è chi vuole procedere con calma. O meglio, ritiene la scissione inevitabile, ma non altrettanto andare alle europee con una lista in competizione con il Prc. E persino dentro Sd, sebbene Fava sarebbe pronto a presentare una lista anche senza soci, si teme una sinistra polverizzata (senza sbarramento potrebbe rispuntare anche la lista dei Verdi) che arrivi alla resa dei conti a Strasburgo. Prima il soggetto, si argomenta, poi le liste. Fino all'ultimo, dunque, i vendoliani proporranno il cartello. E la rottura si giocherà in nome dell'unità.

 

Obama si muove già da presidente - Matteo Bosco Bortolaso

NEW YORK - Entrerà alla Casa bianca tra tre mesi, ma Barack Obama si sta già muovendo da presidente. Per oggi è stata annunciata la sua prima conferenza stampa, in programma dopo un incontro con i suoi consiglieri economici. Ieri George W. Bush, in un discorso nel giardino della Casa bianca, ha confermato che la sua amministrazione collaborerà con il presidente in pectore nel delicatissimo periodo di transizione: i due si incontreranno la prossima settimana. Per gestire il passaggio di consegne, Obama ha nominato una serie di «clintoniani». Capo del «transition team» è John Podesta, l'ultimo capo dello staff della Casa bianca di Bill Clinton. Podesta, attualmente capo del Center for American Progress, ha esperienza e saggezza: una classica eminenza grigia. Lo affiancheranno Valerie Jarrett e Pete Rouse. Ieri, inoltre, Obama ha ricevuto il President's Daily Brief (Pdb), preparato ogni notte dalla Cia. Il compito di fornire ogni mattina al presidente lo scenario aggiornato sullo stato del mondo tocca al direttore nazionale dell'intelligence, che di solito è accompagnato da funzionari della Cia. Il rapporto è costituito da alcune parti, prevalentemente di analisi, a cui hanno accesso anche altri membri dell'amministrazione (il capo del Pentagono, il segretario di Stato e altri), e sezioni «top secret» che sono relative soprattutto alle operazioni d'intelligence in corso e sono riservate solo al presidente. Obama, secondo quanto ha detto il direttore dell'intelligence, Mike McConnell, riceverà d'ora in poi l'intero Pdb preparato per George W. Bush. Fino all'aprile 2004, solo 10 Pdb storici erano stati declassificati nei 50 anni in cui la Cia ha prodotto documenti del genere, ma non si era mai trattato di memorandum redatti per un presidente in carica. Quattro anni fa, invece, vennero resi noti stralci del briefing preparato per Bush il 6 agosto 2001, sulla scia delle polemiche e delle insinuazioni secondo le quali il presidente aveva sottovalutato informazioni di un attacco in arrivo da parte di al Qaeda (che si materializzò poche settimane dopo, l'11 settembre). Il Pdb del 6 agosto si intitolava «Bin Laden intenzionato a colpire negli Usa». Il testo era limitato a sette capoversi, disposti su una pagina e un quarto, che riassumevano precedenti storici e informazioni recenti, molte generiche, sulle intenzioni di al Qaeda. Mentre Obama e il suo team si preparano alla successione con un occhio all'intelligence, tra i repubblicani è resa dei conti, anche perché i democratici hanno vinto con numeri da record. Secondo Michael McDonal della George Mason University, hanno votato 133.3 milioni di persone: il 62,4% degli aventi diritto. Il record non supera però quelli del 1960, quando si votò per JFK, o quello del 1964. Obama ha ottenuto, secondo i primi conteggi, il 52.3%, delle preferenze: è il primo democratico dopo Jimmy Carter nel 1976 ad ottenere più del 50% nel voto popolare. Cosa che fa infuriare i repubblicani, già alle prese con gli scontri tra quelli pro-McCain e quelli pro-Palin. La sera dell'election day, la Palin pretendeva di leggere un discorso subito dopo quello di McCain: per consuetudine, i candidati vice non parlano nella notte del voto. Secondo il New York Times, due stretti collaboratori di McCain, Mark Salter e Steve Schmidt, in un teso incontro con la Palin le hanno vietato di parlare e la governatrice non ha potuto far altro che comparire silenziosa e tesa sul palco con il candidato sconfitto, fischiata da vari sostenitori repubblicani. In prima linea al fianco della Palin c'è Randi Scheunemann, che è stato il principale consigliere di politica estera di McCain e secondo alcune voci sarebbe stato licenziato nei giorni scorsi (ma lui nega), perché ritenuto la «gola profonda» che ha informato i media sui colpi bassi contro la Palin preparati dall'altra fazione. Le informazioni di Scheunemann avrebbero alimentato soprattutto gli editoriali di Bill Kristol, un editorialista conservatore che ha esortato McCain, giorni fa, a licenziare una serie di consiglieri critici della Palin. La crisi esplosa nello staff che ha perso le elezioni è il segno più evidente di una crisi più profonda che attraversa il mondo conservatore americano. Una ventina di pensatori conservatori si sono riuniti ieri a Washington a casa di un leader del movimento, Brent Bozell, per ripensare il futuro di una parte politica che sembra aver esaurito il patrimonio di idee su cui ha vissuto di rendita dagli anni di Reagan ed è alla ricerca di una nuova linea e di un «Obama di destra». La preoccupazione maggiore della destra americana è legata al fatto che il voto per Barack Obama ha mostrato tendenze forse di lungo periodo. Un'intera generazione di giovani elettori, per esempio, appare essersi spostata nel campo democratico e può restarci a lungo, come era accaduto negli anni Ottanta, quando lo spostamento avvenne verso i repubblicani di Reagan. Preoccupa anche il dato sull'importante voto ispanico, vinto da Obama con un devastante 67-31%. Tra i leader repubblicani che si sono messi in azione per cercare di guidare la nuova fase, oltre alla Palin (il cui futuro dipende da quanto resterà danneggiata la sua immagine), ci sono già l'ex candidato presidenziale Mitt Romney e l'ex «speaker» della Camera degli anni Novanta, Newt Gingrich, che si appresta a lanciare conferenze a livello nazionale per proporre un nuovo modello conservatore, su cui costruire un tentativo di riscossa nelle elezioni per il Congresso nel 2010.

 

Cambio di regime - Tariq Ali

La vittoria di Barack Obama segna un passaggio generazionale e sociologico decisivo nella politica americana. In questa fase è difficile prevedere il suo impatto, ma le aspettative della maggioranza dei giovani che hanno portato Obama alla vittoria restano alte. Forse non è stata una valanga, ma il voto è stato abbastanza consistente; i democratici hanno conquistato più del 50% dell'elettorato (62,4 milioni di elettori) e hanno solidamente insediato una famiglia nera alla Casa Bianca. Il significato storico di questo fatto non va sottovalutato. È accaduto in un paese dove una volta il Ku Klux Klan era il gruppo politico più ampio della storia americana e contava milioni di membri lanciati in una campagna di terrore mortale contro i cittadini neri, avvalendosi di un sistema legale basato sul pregiudizio. Com'è possibile dimenticare le fotografie dei primi trent'anni del secolo scorso che ritraevano gli afro-americani linciati sotto lo sguardo d'approvazione delle famiglie bianche, famiglie intente a godersi il loro picnic mentre assistevano alla scena? Nella voce memorabile di Billie Holliday: «black bodies swinging in the southern breeze and strange fruit hanging from the poplar trees» («corpi neri oscillano nella brezza del sud, dagli alberi di pioppo pende uno strano frutto»). Negli anni '60 le lotte di massa per i diritti civili portarono alla fine della segregazione e alle campagne per la registrazione dei neri negli elenchi elettorali, ma anche all'assassinio di Martin Luther King e Malcom X (proprio quando quest'ultimo stava iniziando a invocare l'unità di neri e bianchi contro un sistema che opprimeva gli uni e gli altri). Sarebbe banale osservare che Obama non è uno di loro. Lo pensa il 96% degli afro-americani che sono usciti di casa per votarlo. Può anche darsi che gli dispiaccia, ma per il momento stanno festeggiando. Come biasimarli? Solo due decenni fa, Bill Cinton ammoniva il suo rivale democratico, il governatore liberal dello stato di New York, Mario Cuomo, che l'America non era ancora pronta a eleggere un Presidente il cui nome terminasse con la «o» o con la «i». Solo pochi mesi fa, i Clinton assecondavano apertamente sentimenti razzisti sottolineando ripetutamente che gli elettori bianchi della working class avrebbero sicuramente respinto Obama, e ricordavano ai Democratici che anche Jesse Jackson aveva ottenuto un buon risultato durante le primarie. La nuova generazione di elettori ha dimostrato che si sbagliavano: il 66% dei votanti di età compresa tra 18 e 29 anni, corrispondenti al 18% dell'elettorato, ha votato per Obama; il 52% della fascia di età compresa tra i 30 e i 44 anni (il 37% dell'elettorato) ha fatto altrettanto. La crisi del capitalismo senza regole e del libero mercato ha portato a uno slancio nel consenso a Obama in stati ritenuti finora territorio dei Repubblicani o dei Democratici bianchi, accelerando il processo che ha decretato la sconfitta di Bush e Cheney e della banda neo-con. Ma il fatto che McCain e Palin abbiano comunque ottenuto 55 milioni di voti sta a ricordarci quanto sia tuttora forte la destra americana. I Clinton, Joe Biden, Nancy Pelosi e molti altri pezzi da novanta democratici utilizzeranno questa argomentazione per fare pressione su Obama affinché resti fedele al copione che ha utilizzato per vincere le elezioni. Tuttavia, gli slogan moderati e buonisti non basteranno a garantire la vittoria anche al secondo mandato. La crisi è troppo avanzata e le domande che agitano la maggior parte dei cittadini americani - come ho potuto verificare quando sono stato lì, poche settimane fa - riguardano il posto di lavoro, la salute (40 milioni di cittadini non hanno assicurazione sanitaria) e la casa. La retorica da sola non basta per affrontare la recessione in atto nell'economia reale: ci sono mille miliardi di dollari di debiti di carte di credito che potrebbero far crollare altri giganti del sistema bancario; il declino dell'industria automobilistica porterà a una disoccupazione su larga scala; e c'è la manovra di salvataggio che ha fatto indebitare generazioni future di americani nei confronti di Wall Street. Le misure prese dall'amministrazione Bush in preda al panico, predisposte e orchestrate dall'amico dei banchieri e ministro del tesoro Paulson, hanno privilegiato poche grandi banche, che stanno godendo dei finanziamenti pubblici. I democratici e Obama hanno dato il proprio assenso all'operazione e troveranno difficile tirarsi indietro per passare a un altro fronte. L'espandersi della crisi, comunque, potrebbe obbligarli a muoversi in una direzione diversa. Le misure di austerity colpiscono sempre i meno privilegiati, e il futuro del nuovo presidente e della sua squadra dipenderà dal modo in cui essi affronteranno questo problema. È un pessimo momento per essere eletti presidente, ma è anche una sfida, e Franklin Roosevelt negli anni '30 la accettò imponendo un regime social-democratico di regole, di opere pubbliche, e un approccio fantasioso nei confronti della cultura popolare. Lo soccorse l'esistenza di un forte movimento dei lavoratori e della sinistra americana: gli anni di Reagan-Clinton-Bush hanno contribuito a distruggere l'eredità del New Deal. Siamo di fronte a una new economy fortemente dipendente dalla finanza globale, e a una America deindustrializzata. Obama possiede la visione o la forza per rimettere le lancette di questo orologio indietro e avanti allo stesso tempo? In politica estera, l'approccio Obama-Biden non è stato troppo diverso da quello di Bush o McCain. Un New Deal per il resto del mondo richiederebbe una rapida partenza dall'Iraq e dall'Afghanistan, senza intraprendere ulteriori avventure in quelle regioni né altrove. Biden si è virtualmente impegnato in una balcanizzazione dell'Iraq che ora appare meno probabile, dato che il resto del paese, così come l'Iran e la Turchia, si oppone per ragioni diverse alla creazione di un protettorato israelo-americano nel nord dell'Iraq con basi americane permanenti. Obama farebbe bene ad annunciare un ritiro rapido e completo. A parte tutte le altre considerazioni, i costi sono oggi proibitivi. E inviare in Afghanistan le truppe di stanza in Iraq non farebbe che ricreare il problema da un'altra parte. Come hanno osservato numerosi diplomatici, militari ed esperti di intelligence britannici, la guerra nell'Asia del sud è persa. Washington è certamente consapevole di questo fatto. Da qui, i negoziati con i neo-talebani dettati dal panico. Possiamo solo augurarci che i consiglieri di politica estera di Obama pretendano una ritirata anche su questo fronte. E l'America del sud? Certamente Obama dovrebbe imitare il viaggio di Nixon a Pechino e volare all'Avana, mettendo fine all'embargo economico e diplomatico nei confronti di Cuba. Persino Colin Powell ha riconosciuto che il regime ha fatto molto per il suo popolo. Sarà difficile per Obama predicare le virtù del libero mercato, ma i cubani potrebbero certamente aiutarlo a creare un vero sistema sanitario negli Stati Uniti. La gran parte degli americani sarebbe felice di credere in questo cambiamento. Altre lezioni le potrebbero offrire anche gli altri paesi sud-americani, che avendo previsto la crisi del capitalismo neoliberista hanno cominciato a strutturare diversamente la loro economia più di un decennio fa. Se cambiamento significa che nulla cambia, allora coloro che hanno portato Obama alla Casa Bianca potrebbero decidere, tra qualche anno, che un partito progressista negli Stati Uniti è diventato una necessità.

 

Vergogna Berlusconi. L'Italia fa scandalo

ROMA - L'interprete ha tradotto, al Cremlino qualcuno ha sorriso, i più sono rimasti in silenzio. Increduli. Silvio Berlusconi durante la conferenza stampa con il presidente russo Dimitri Medvedev ha detto che «Obama ha tutto, è giovane è bello ed è anche abbronzato». Poi, più tardi, quando gli hanno raccontato delle prime reazioni dell'opposizione italiana, ha spiegato. Ma senza correggere una parola, certo senza chiedere scusa. Ha detto che «si trattava di una carineria assoluta, di un grande complimento». E chi si scandalizza? Secondo il presidente del Consiglio «hanno il torto di non avere il sense of humor, peggio per loro. Se scendono in campo gli imbecilli siamo fregati, dio ci salvi dagli imbecilli». Intanto la notizia arrivava nelle redazioni di tutto il mondo, occupate giusto a rilanciare le rituali frasi di auguri al nuovo presidente degli Stati uniti diffuse dai leader di tutti i paesi. Quelle dell'Italia non sono state rituali. Cnn, Abc, Ap, Bloomberg, Drudge Report, Herald Tribune in America (dove diventa subito la notizia più spedita via mail dai lettori), Telegraph, Guardian, Reuters e Times in Gran Bretagna e poi Australia, Germania... Ovunque Berlusconi viene definito come «impolitico». Ricordano i precedenti: le corna al meeting dei ministri degli esteri europei, le avances alla presidente della Finlandia, quella volta che diede del kapo nazista all'europarlamentare socialista, le battutacce al primo ministro danese. Un personaggio folkloristico, ma il primo ministro italiano. E, ricordano i media americani, il miglior alleato di Bush in Europa. Dimenticando buon per noi le ripetute gaffe «nazionali», gli elogi del fascismo e le volgarità maschiliste. Se non è ancora un incidente diplomatico, è già un caso politico a casa nostra visto che il partito democratico che aveva appena smesso di festeggiare la vittoria di Barakc Obama come una «sua» vittoria strilla, si indigna, denuncia. Anche alla camera dei deputati dove è Pierluigi Castagnetti ad interrompere i lavori per dire che «Berlusconi non si rende neppure conto di quello che dice». Poi è un fuoco di fila. Walter Veltroni aspetta un po' poi dichiara che le parole di Berlusconi «colpiscono gravemente l'immagine e la dignità del nostro paese sulla scena internazionale e rischiano di provocare, dopo quelle usate ieri dal capogruppo della Pdl al senato, una incrinatura nei rapporti di amicizia con quel paese e quel popolo che ha dato al mondo un grande segnale di speranza e cambiamento». Si riferisce il segretario del Pd alla frase del presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri: «Al Qaeda è contenta della vittoria di Osama», bestialità che a questo punto confrontate con quelle del premier sembrano poca cosa. Proprio Gasparri prova a difendere il suo leader spiegando che quella di Berlusconi «è un'operazione simpatia che la sinistra non capisce». Quasi più imbarazzanti dell'uscita del Cavaliere, le interpretazioni benevole di ministri e parlamentari della Pdl piovono a raffica. Per La Russa «si tratta della simpatica espansività latina degli italiani». Per il portavoce di Berlusconi Bonaiuti la colpa delle polemiche è dell'«esercito dei moralisti della sinistra». Per il povero ministro Rotondi c'è a tutto una spiegazione, «c'è una teoria psicologica per cui il fondamento del razzismo è l'invidia dei bianchi per un colore più gradevole». Così è il trionfo del leghista Calderoli: «Obama abbronzato? Io preferisco la Rula», dice ricordando la giornalista palestinese Rula Jebreal. Che fu la prima ad essere offesa da Calderoli. Ma allora, ricorda la giornalista, «Berlusconi mi chiese scusa».

 

Liberazione – 7.11.08

 

Donne, neri, giovani, ispanici. Ecco come ha vinto Obama

Stefano Bocconetti

Un sondaggio, un altro sondaggio. Che in America sembrano aver ripreso quota dopo le gaffe alle presidenziali di quattro anni fa. L'ultima rilevazione, pubblicata l'altro giorno dal New York Times , è però diversa dalle altre. E' il primo sondaggio dopo il successo di Obama e fotografa come sono composti i due blocchi elettorali: quello democratico e quello repubblicano. Quali sono le categorie in cui ha vinto l'uno o l'altro, quali i settori sociali. Se ci si pensa, tanto più analizzando i numeri che scompongono il voto di Obama, viene fuori un'istantanea delle «aspettative» che ha suscitato il primo leader nero alla Casa Bianca. Naturalmente, come del resto hanno sempre pensato tutti gli osservatori, per prima cosa Obama ha «fatto il pieno» nella comunità afro-americana. Il 23 per cento dei suoi 63 milioni di voti lo deve ai neri d'America. Per contro, appena un insignificante uno per cento sono gli afroamericani in quell'esercito di 55 milioni che ha votato per McCain. Una percentuale addirittura più bassa di quella che raccolse Bush, nel 2004. Ma tutto ciò, come detto, era in gran parte scontato. Uno degli elementi che probabilmente ha pesato di più nel successo del senatore democratico, è stato l'apporto della comunità ispanica. Che oggi rappresenta l'undici per cento del «blocco» democratico. Anche qui, un solo paragone: quattro anni fa, sul totale dei voti che prese l'allora candidato Kerry, la comunità di lingua spagnola «pesava» solo per il sei per cento. Al contrario, fra le fila repubblicane gli ispanici nel 2004, erano il secondo gruppo etnico, col sette per cento. Ora sul totale dei voti di McCain, quella percentuale si è ridotta. Inutile aggiungere che la stragrande maggioranza, il 90 per cento, dell'elettorato repubblicano anche in questo caso è rappresentato dai bianchi. Che invece rappresentano il sessantun per cento degli elettori che hanno infilato la scheda col nome di Obama. Una percentuale che è scesa rispetto ai numeri di Kerry (i bianchi erano il 66 per cento degli elettori che nel 2004 scelsero i democratici), un fenomeno che si spiega comunque con la crescita della partecipazione delle altre comunità. E ancora. Barack Obama ha costruito il suo successo col voto delle donne. Sono il cinquantasei per cento del suo elettorato. Ma soprattutto - anche questo un dato nuovo - col voto delle nuove generazioni. E si tratta di numeri enormi: la maggioranza dei suoi elettori, il cinquantadue per cento per l'esattezza, ha meno di quarantacinque anni. Un risultato che è quasi specularmente contrario a quello di McCain: il candidato repubblicano fra i suoi sostenitori conta solo il quaranta per cento di under 45. Nulla. Il candidato repubblicano, insomma, è stato percepito come vecchio, inadeguato. Ma c'è di più. E forse anche di più significativo. I numeri relativi al reddito, alle fasce di reddito. E qui c'è anche un un dato che non ti aspetti. Si scopre, infatti, che fra gli elettori di Obama, la categoria più rilevante è quella di chi guadagna sopra i cinquantamila dollari all'anno. Sono il 58 per cento. Naturalmente i paragoni sono impossibili perché il sondaggio non rivela l'orientamento al voto dei vari gruppi sociali ma descrive solo la «composizione» dei due blocchi di elettori. Un accostamento sommario è però in qualche modo possibile: e ci si accorge allora che chi dichiarava un reddito sopra i 50 mila dollari costituiva il sessantun per cento dei voti repubblicani quattro anni fa. Si parla di quelle fasce medie, insomma, che probabilmente permisero nel 2004 la rielezione del Presidente della guerra. Oggi, spaventate o già tormentate dalla crisi di Wall Street, quegli stessi gruppi sociali hanno voltato le spalle all'erede di Bush. L'ultimo dato riguarda quegli elettori che per la prima volta hanno deciso di cambiare partito. Per capire: il sei per cento del «blocco» di Obama ha tranquillamente dichiarato ai sondaggisti di essere «repubblicano convinto». Ma questo quattro novembre non se la sono sentita di sostenere McCain. Molto per l'inadeguatezza del candidato alla Casa Bianca, molto per colpa della candidata vice-presidente, qualcuno anche per il programma di Obama. Si tratta di sei elettori su cento. Un gruppo apparentemente ristretto che però sembra aver permesso il successo in quegli Stati dove i democratici si sono affermati per un soffio. Qualche esempio? La North Carolina, per dirne uno. I dati definitivi di questo Stato sono stati resi pubblici solo ieri sera (ora italiana), dopo molte operazioni burocratiche. Ha prevalso Obama per 14 mila voti, per uno zero, virgola zero-uno per cento. Due milioni e 23 mila, contro i due milioni e 9 mila di McCain. Questo nelle elezioni presidenziali. Ma il fenomeno dello spostamento di elettori risulta ancora più evidente nel voto per il Senato. E fra gli Stati dove si è svolto, si può citare sempre il caso della Carolina del Nord. Dove, nello stesso giorno, la candidata repubblicana, Elizabeth Dole, s'è fermata sotto la soglia del 44 per cento. Il risultato più basso dell'elefantino negli ultimi vent'anni. Così a conti fatti, i repubblicani sono maggioritari in piccolissimi gruppi sociali. Le comunità rurali, gli elettori Evangelici, fra i bianchi ultrasettantenni. Ed è difficile immaginare che il partito possa ripartire da queste basi. Non sarà facile comunque neanche per Obama. Il candidato democratico dovrebbe, infatti, aver stravinto in tutte le aree marginali delle grandi città. Di tutte le grandi città. Elettori che, per dirne un'altra, gli hanno garantito nuovi seggi alla Camera dall'Alabama, dall'Arizona, dal Colorado, dal Nevada, dal New Mexico, dal North Carolina e dalla Virginia. Elettori che chiedono di cambiare, che chiederanno il rispetto degli impegni presi durante la campagna elettorale. Elettori che chiederanno di cambiare molto e molto in fretta.

 

La squadra di Obama? qualche clintoniano ma molti volti nuovi

Martino Mazzonis

Chicago - I tempi sono bui e bisogna fare in fretta. Non c'è spazio per crogiolarsi. Barack Obama sta già lavorando alacremente alla costruzione del governo e al passaggio di poteri. La crisi economica e le guerre non aspettano i tempi istituzionali e a gennaio, quando avverranno le consegne, la nuova amministrazione dovrà essere pronta a lavorare from day one , dal primo giorno. E' divertente, sia Hillary Clinton che John McCain hanno usato l'argomento durante le rispettive campagne contro il presidente eletto. La sua impreparazione, sarebbe stata un handicap in questi tempi di crisi. Non solo, tirare fuori nomi buoni serve a dare un'impressione positiva al Paese e ad avere una macchina efficace ed efficiente. Obama è un pragmatico, sa di dover produrre risultati e cercherà di circondarsi di gente di alta qualità - a prescindere dalla collocazione politica nel partito. In Congresso, intanto, la nuova maggioranza sta frenando sulla possibilità di far uscire il Paese dai guai in pochi mesi. Le aspettative sono enormi e bisogna mettere le mani avanti. Probabilmente è per questo che le persone che Obama ha messo al lavoro per preparare il passaggio dei poteri sono in parte suoi fedelissimi e in parte figure chiave dell'amministrazione Clinton. La notizia quasi certa, anche se per adesso l'interessato non ha accettato l'incarico, è la richiesta a Rahm Emanuel di lavorare come capo dello staff della Casa Bianca. Una nomina che piace a Israele, da dove proviene la famiglia del prossimo segretario generale della Casa Bianca. Emanuel è una figura controversa, lui e il presidente si conoscono bene perché vengono entrambi eletti a Chicago. Figlio di immigrati ebrei, Emanuel è il tipico esponente della Machine, la macchina politica di Chicago, che non passa esattamente per essere il luogo più alto della politica Usa. La macchina, in realtà è il passato della politica dell'Illinois, ma era il luogo dei pacchetti di voti, del controllo dei consensi su base etnica, degli accordi sotto banco che dominò la politica locale fino agli anni '70. La nomina di Emanuel crea dunque diversi scontenti tra i liberal. Sia per questa provenienza, che per i legami con Israele - il padre era un militante, combattente sionista. Ora Emanuel non avrà nessun ruolo in politica estera e come chief of staff, uno che conosce la politica nei suoi aspetti più torbidi può fare comodo. Emanuel conosce casa Bianca e Congresso e siccome tutti sostengono che il grande problema di Obama sarà controllare la maggioranza democratica - che vorrà tutto e il contrario di tutto e subito - avere occhi che conoscono il partito e il Parlamento sono mlto utili. Molto dipende da chi avrà intorno. L'ex capo di staff di Clinton, John Podesta è il responsabile della transizione dall'era Bush del gruppo che gestirà la transizione. In questo caso la scelta è più che sensata. Podesta non avrà incarichi nella futura amministrazione, ma deve lavorare al passaggio di consegne. Uno che ha fatto il suo lavoro sa bene a cosa bisogna pensare. Nel team con Podesta anche il capo dello staff di obama in Senato, Rouse e la consigliere Valerie Jarrett. Si fa il nome di Susan Rice come consigliera nazionale per la sicurezza - un'afroamericana con lo stesso cognome, ci si scherza da mesi. Per il resto, ciascun media importante ha la sua mazzetta di nomi e la sua ridda di voci. circolano più o meno un milione. Un nome che sembra sicuro è quello del capo ufficio stampa, non un luogo di potere, ma la faccia, la voce del presidente. Il prescelto dovrebbe essere il 37enne Robert Gibbs, già capo della comunicazione del senatore e tra i coordinatori dello staff della campagna. Gibbs è uno che parla con la stampa, aperto e disponibile. I reporters lo apprezzano e questo, per il presidente è un bene. Per la Segreteria di Stato - il ministero degli Esteri - si fanno i nomi decine di nomi. Dal senatore John Kerry, proprio lui. E' uno dei primi ad essersi schierato con Obama, ha esperienza di politica estera, è stato contro la guerra in Iraq e, soprattutto, non ha legami con l'amministrazione Clinton. Lo stesso Kerry starebbe premendo parecchio per avere il posto. Ha un rivale in Bill Richardson, governatore del New Mexico e bravissimo diplomatico - fu ambasciatore all'Onu. Il tema dei legami la presidenza democratica degli ani 90 è cruciale. Molta della gente ancora in giro viene da quella esperienza, anche giovani, che occupavano posizioni minori. Alcuni verranno sicuramente scelti. Altri no, perché, come ha detto un pezzo grosso dello staff di Obama al New York Times , «Non vogliamo dare l'impressione di un Clinton 3». Lavorare a questo equilibrio tra gente preparata a fare il lavoro e novità è il compito più difficile. E' molto probabile, ad esempio, che la governatore dell'Arizona Janet Napolitano, tra le facce nuove e combattive del partito, possa fare l'attorney general, il ministro della Giustizia. Ruolo delicatissimo dopo otto anni di sberleffi alla Costituzione. Alla Difesa i nomi che circolano sono quelli di un ex generale Nato e di Chuck Hagel, senatore moderato repubblicano molto critico con l'amministrazione Bush in materia di politica estera e di Iraq. Larry Summers, che occupò il posto per un anno e mezzo con Clinton ed ha consigliato Obama nei giorni del disastro finanziario, potrebbe andare al Tesoro. E' un personaggio poco amato e molto litigioso e questo gli toglie punti: a Obama piace la gente che sa lavorare assieme agli altri. L'elenco continua ed è molto lungo. La verità è che Obama ha spesso sorpreso con le sue scelte: nei giorni in cui si aspettava la nomina del vice, Biden era nella rosa, ma abbastanza in fondo alla lista. Tanto vale aspettare.

 

I timori di Israele, le speranze dell'Anp - Stefania Podda

La prima mossa, dopo la vittoria, li ha rassicurati. Un uomo di Israele in squadra, nella squadra che Obama sta mettendo rapidamente in piedi per gestire questi tre mesi, o poco meno, di transizione e per prepararsi alle scelte che dovrà fare appena insediato. E la prima nomina del nuovo presidente è stata per Rahm Emanuel, trentotto anni, figlio di genitori emigrati da Israele negli Stati Uniti negli anni Sessanta, molto legato alla terra d'origine. Il padre, Binyamin, è stato nella sua gioventù membro dell'Etzel, il gruppo clandestino ultranazionalista che combatté contro il mandato britannico in Palestina. Rahm Emanuel sarà il segretario generale della Casa Bianca, ruolo importante, che permette una quotidiana e influente vicinanza con il presidente. Logico dunque che Israele abbia letto questo primo passo ufficiale del nuovo presidente democratico come un tentativo di rassicurare un alleato molto preoccupato dall'ipotesi di svolte alla Casa Bianca. Ma ieri "Ha'aretz" faceva notare che due dei consiglieri più stretti di Obama, Daniel Kurtzer e Dan SHapiro, hanno senza dubbio a cuore le sorti di Israele, e soprattutto sono entrambi convinti che la sicurezza dello Stato ebraico passi per la creazione di un vicino Stato palestinese. L'evoluzione dei rapporti, sinora strettissimi, tra i due paesi dipenderà però molto anche da un altro fattore, oltre alle personali inclinazioni politiche di Obama: i risultati delle elezioni politiche anticipate che si terranno in Israele il 10 febbraio. Nell'ipotesi che vinca Tzipi Livni, i rapporti saranno più facili, la nuova leader di Kadima potrà riprendere i negoziati con i palestinesi da dove Ehud Olmert ha lasciato. Ossia dall'inconcludente conferenza di Annapolis, ma anche dalla sostanziale apertura all'iniziativa di pace saudita, una proposta che potrebbe mettere intorno ad un tavolo non solo israeliani e palestinesi, ma anche i paesi arabi. Non solo, ma da ministro degli Esteri, Livni è stata la prima a parlare esplicitamente della necessità di un negoziato con la Siria e da mesi le diplomazie non ufficiali dei due paesi sono in contatto. Da quello che è trapelato in questi giorni, e che viene confermato anche da un dossier del ministero degli Esteri, Obama punta molto su un negoziato con Damasco, anche in previsione di una partita diplomatica più ampia che comprenda anche l'Iran. Ma se, invece di Livni, dovesse vincere il Likud di Benyamin Netanyahu, la situazione potrebbe complicarsi. Il leader della destra è contrario ai negoziati con l'Anp così come sono stati impostati dal governo Olmert. Troppe concessioni per Netanyahu che non vuole trattare sullo status di Gerusalemme né sul diritto al ritorno dei palestinesi. Massima chiusura anche sull'ipotesi di aprire una trattativa con Damasco o con Teheran. Per Obama non sarebbe facile trattare con un governo di destra guidato da un leader che ama giocare all'uomo forte e che potrebbe alzare la posta e sfidare anche Washington, decidendo di bombardare i siti nucleari iraniani in una sorta di risposta preventiva alle minacce che giungono da Teheran. La vittoria di Obama ha dunque dato a Kadima e ai laburisti, questi ultimi in caduta libera nei sondaggi, la possibilità di giocarsi un'ottima carta questi mesi di campagna elettorale: il rischio che i rapporti tra Israele e Stati Uniti si complichino più di quanto non permetta la precaria situazione in Medio Oriente. «Se Israele si mette da solo in un angolo - ha detto Livni - e viene percepito all'esterno come contrario al dialogo, potremmo inaugurare l'epoca peggiore della nostra storia». «Se vince Netanyahu - ha aggiunto Ophir Paz-Pines, del Labour - perderemo una opportunità storica. Certo, Bibi parla un inglese fluente, ma lui e Obama non si capiranno, non possono capirsi. Lui dice no al piano saudita, no alla divisione di Gerusalemme, no al ritiro dalle Alture del Golan. Solo no. Il presidente americano cercherà invece di far avanzare il processo di pace sin dal giorno dopo il suo insediamento, e potrebbe riuscirci perché gli arabi hanno fiducia in lui come non ne hanno mai avuta nel suo predecessore». E in effetti, il mondo arabo aspetta e spera. Aspetta un cambio di rotta che corregga quello che è sempre stato percepito come un atteggiamento di acritico appoggio a Israele. In politica estera, e a differenza del suo predecessore, Obama si muove con pragmatismo. Fermezza sui princìpi, ma nessuna chiusura aprioristica al dialogo, né con l'Iran né con la Siria e nemmeno con Hamas. Se per Bush il movimento islamico non è mai stato un interlocutore da accogliere al tavolo del negoziato, per il nuovo presidente è più realistico non escludere una parte del popolo palestinese che controlla una parte del futuro Stato palestinese, almeno se si vuole arrivare ad una pace possibile e duratura. Che dunque Obama abbia una posizione più aperta del suo predecessore alle istanze palestinesi, tenendo sempre ferma la sicurezza di Israele, è fatto che rassicura l'Anp. E anche Hamas, nonostante le dichiarazioni rituali di scetticismo, guarda con interesse alla futura amministrazione. A gennaio toccherà dunque a Obama riavviare il dialogo interrotto. A cominciare dall'ultimo obiettivo fallito dell'amministrazione Bush che ad Annapolis - tra la generale perplessità - aveva annunciato un accordo entro il 2008. Salvo ammettere ieri che per quest'anno non se ne parla.

 

Bivio Prc: Vendola fa "La Sinistra". Ferrero spegne l'ipotesi congresso - Claudio Jampaglia

«Ho l'impressione che di congressi si possa morire. L'ultima cosa che farei, dopo aver fatto un congresso di sei mesi molto combattuto, è rifarne un altro per discutere delle stesse cose». Alle 8 del mattino, dagli schermi di Omnibus , Paolo Ferrero chiude ogni spiraglio al dialogo con i vendoliani, rispondendo alla provocazione (un eventuale congresso straordinario) ma non alla proposta (liste della sinistra unita per le europee). Nessuna replica alle altre accuse mosse da Nichi Vendola su Repubblica (la "costituente camuffata" col Pdci, la rinuncia a incalzare e interloquire col Pd, la stasi ancora congressuale e la negazione del dibattito). «Per quanto mi riguarda il problema è ricollocare Rifondazione e la sinistra dentro la società - ribadisce il Segretario del Prc - se abbiamo perso le elezioni è perchè non abbiamo più un contatto con la nostra gente che non ci riconosce più un grado di utilità». Comunque la si giri, però la questione c'è. E si potrebbe partire da quel "nostra gente" pronunciato da Ferrero per fotografare lo scontro. Chi legge "la nostra gente" a partire dagli iscritti e via via a quelli che entrano in contatto, si mischiano, simpatizzano, si mobilitano ecc. Nel Partito, dal Partito, col Partito (c'è altro?). Chi vorrebbe cogliere tutta e subito la sinistra, alle europee e oltre. E per farlo lancia oggi l'associazione "Per la Sinistra". «Un progetto di ricostruzione di una comunità politica e culturale, non in contrasto col Prc», rivendicano i fondatori. Ma che usa la parola "soggetto politico" per disegnare il suo domani. Siamo ancora e sempre nei corridoi di Chianciano allora? In realtà no. Perché il mondo va, con la crisi, le vertenze, l'America... E vanno anche interviste e articoli che creano dibattito, fibrillazioni. Si torna insomma a paventare la scissione. Colpa dei giornalisti, ovviamente, che schematizzano posizioni complesse e fanno disastri (e tutti si incazzano ma leggono avidamente). Così volano accuse di volontà scissioniste, volano risposte di voler evitare il dibattito nel merito. Allora proviamo a entrarci, nel merito. Patrizia Sentinelli, dell'area vendoliana, lo spiega così: «Avanziamo una proposta politica, al Prc in primis, per promuovere una lista unitaria delle sinistre alla europee. Su questo vogliamo un pronunciamento politico formale. L'abbiamo già chiesto in direzione. Lo richiediamo. Abbiamo bisogno di cose nuove da Chianciano. Ci sono novità. Bisogna muoversi per una proposta che unisce. Sulla crisi come sulle vertenze che si sono aperte nella società. E lo vogliamo fare con due iniziative parallele: la richiesta di liste unitarie al partito e l'associazione per un soggetto di tutta la sinistra». Morale: almeno evitiamo la frantumazione e i probabili scarsi risultati elettorali alla sinistra del Pd. Poi vedremo. Risponde Claudio Grassi, della segreteria nazionale: «Ma perché dobbiamo metterci a discutere sette mesi prima delle europee se non sappiamo nemmeno con quale legge si voterà? Mi sembra più urgente impegnarsi nella costruzione di iniziative sul territorio. Lavorare per il nostro radicamento. E quando ci sarà la legge, ne parleremo con tutti nel partito e nella sinistra». Probabilmente il leader di Essere Comunisti andrebbe anche oltre. Una costituente comunista? «Noi non abbiamo mai proposto la costituente comunista. Noi sosteniamo la linea di Chianciano». E il riavvicinamento con Diliberto? «Ribadisco che dopo dieci anni se qualcuno ritiene che siano superate le motivazioni della scissione, lo trovo un fatto positivo. E spero che anche gli altri che se ne sono andati da Rifondazione possano pensare allo stesso modo. Lo trovo un processo positivo da non disprezzare». Il riferimento è a Sinistra Critica e a Ferrando. Che completerebbero l'area delle falci e martello. Liste comuniste alle europee? In molti pensano che almeno quei voti sarebbero sicuri, chiari. Fin qui un non dialogo. Che ripete fino alla noia lo schema di Chianciano. Il partito reduce da una disfatta epocale e governato da una maggioranza del 53% che accorpa 4 mozioni congressuali diverse (contro la mozione di maggioranza relativa) che ripete "abbiamo vinto il congresso, lasciateci lavorare". La "minoranza" che dopo aver escluso per decine di volte una scissione, deciso di collaborare al minimo alla vita del partito e dato il via a un'associazione per fondare una comunità politica più ampia di quella del partito stesso, ricade nella fibrillazione della possibilità di scissione in vista delle elezioni europee. La sintesi, l'unica parola che troviamo è: debolezza. Di tutti. Quella di un partito alle prese con una ricostruzione della rotta con pochissimi mezzi e una quadratura dei rapporti di maggioranza costante (sono di questi giorni le discussioni sulle segreterie di Lombardia e Roma che i grassiani avrebbero ottenuto e molti ferreriani contestano). E quella di un'area politica scaraventata da maggioranza a minoranza, che vive da «separata in casa», con tanta gente a spasso e un faticoso cammino per riannodare i fili di un progetto schiantatosi alle elezioni, che in questi giorni porta fuori la sua maretta interna. Per carità, discussioni ce ne sono sempre state, sulla strutturazione dell'area, su linea, efficacia, su chi parla troppo (sui giornali) e chi non parla mai. D'altronde è dura costruire un gruppo dirigente senza nulla da dirigere. Ma stavolta si sono evidenziati divisioni e malumori. In maniera diretta è il «ma dove cazzo andiamo?» (sulla scissione) di Alfonso Gianni, riportato dal Corsera di ieri. Ma l'area fa una certa fatica a mantenere l'ordine. Sarà probabilmente aiutata dal lancio dell'associazione "Per la sinistra" ma il tempo trascorso dal suo annuncio al suo varo non è stato proprio breve. E torniamo da capo. "State lavorando contro il Partito perché volete andarvene". "No. Siete voi che vorreste che ce ne andassimo". Quanto durerà ancora?

 

La Stampa – 7.11.08

 

Tremonti: non si cambia - ALESSANDRO BARBERA

ROMA - Sì agli emendamenti presentati in Commissione, ma «dobbiamo confermare i saldi». Ieri, mentre a Montecitorio montavano i mugugni dei deputati, a chi gli ha parlato al telefono da Mosca riferiva di un Giulio Tremonti deciso: la Finanziaria triennale deve uscire dalla Camera confermando la linea del rigore. Nonostante il taglio di mezzo punto dei tassi di interesse da parte della Banca centrale europea, il differenziale fra titoli di Stato tedeschi e italiani resta alto. E il ministro dell’Economia, dopo aver fatto già una grossa concessione con le modifiche al decreto su scuola e università, ora non sente più ragioni. «La situazione - dice Tremonti - non permette passi falsi». Mai in un momento delicato come questo si sente il peso di avere sulle spalle il terzo debito pubblico del mondo. «I dati di oggi del Fondo monetario non sono per nulla rassicuranti» spiegava ieri in Transatlantico l’ambasciatore del ministro in Parlamento, il sottosegretario Giuseppe Vegas. «L’ipotesi di un -0,6% per il prodotto interno lordo nel 2009 è una ragione in più per tirare dritto. Se cambiassimo strada con l’idea di sostenere la crescita, il risultato potrebbe essere un boomerang: l’aumento del differenziale sui tassi e del costo degli interessi sul debito». Il problema ora è come chiudere la questione evitando la protesta dei parlamentari (in particolare quelli del Sud) e una nuova blindatura in aula con voto di fiducia. La maggioranza ha già pronta una soluzione degna della miglior tradizione della prima repubblica: un maxiemendamento messo a punto dal relatore Gaspare Giudice, ma approvato non in aula, bensì dal «Comitato dei nove», il luogo nel quale maggioranza e opposizione si incontrano per discutere delle questioni procedurali. Dentro, con tutta probabilità, ci saranno tutte le novità congelate in Commissione Bilancio, più qualche concessione alle richieste dei deputati. La più importante - così ieri riferiva ai colleghi il presidente leghista della Commissione Giancarlo Giorgietti - sarà la restituzione alle scuole private dei 130 milioni tagliati dalla manovra. Via libera inoltre all’aumento da 450 a 600 milioni del fondo straordinario per la cassa integrazione, a circa 90 milioni a favore dei servizi segreti e altri 45 nel triennio per polizia e carabinieri. Tutti soldi, eccetto forse quelli per la scuola, reperiti però all’interno della Finanziaria. Salta invece l’allentamento al Patto di stabilità dei Comuni: la Lega aveva caldeggiato una modifica che permettesse a quelli virtuosi di calcolare la spesa storica su cinque anni (e non su uno solo) ottenendo così un margine di manovra sugli avanzi di bilancio. Ma calcoli alla mano si sono accorti che non sarebbe stato così: eccetto Brescia, tutte le città del nord ci avrebbero perso. Ci sarà comunque l’esclusione dal Patto di due voci di spesa: quelle per calamità naturali e quelle sostenute con fondi europei. Resta ancora da capire se le modifiche basteranno a far rientrare la protesta dei deputati e ad evitare il voto di fiducia. La lobby del Sud è irritatissima per i tagli di oltre dieci miliardi di euro alle risorse del Fas (il Fondo per le aree sottoutilizzate) a favore di altre voci. «Il governo lo usa come un bancomat», dice il Pd Francesco Boccia. La protesta della maggioranza comincia proprio da lì: mercoledì mattina in Commissione l’Mpa di Raffaele Lombardo presenta un suo emendamento contro il governo, e per poco non manda sotto la maggioranza. La protesta è tale da costringere a tarda sera Giudice a presentare un altro emendamento che avrebbe obbligato il Cipe, il comitato interministeriale per la programmazione economica, a chiedere il parere vincolante delle Commissioni parlamentari prima di destinare quei fondi. Il no secco di Vegas e Giorgetti costringerà Giudice alla marcia indietro fra le battute ironiche dei colleghi dell’opposizione, visto che di solito il relatore di maggioranza presenta solo emendamenti concordati con il governo. L’altra incognita che potrebbe costringere il governo alla fiducia è l’ostruzionismo dell’opposizione: «Non siamo disponibili a scambiare la disponibilità a evitare la fiducia con l’inemendabilità della Finanziaria. O cambiano direzione, oppure il nostro sarà un no deciso», avverte il relatore Pd di minoranza Pierpaolo Baretta

 

I baroni frenano la Gelmini – Flavia Amabile

Mariastella Gelmini scende in conferenza stampa alle 17,30 di ieri dopo un consiglio dei ministri più difficile del previsto. Annuncia un decreto legge con alcuni provvedimenti d’urgenza e le linee guida che daranno vita alla riforma dell’università. Il decreto legge è breve: contiene quattro articoli e un bel po’ di dubbi. Perché, quando nel primo pomeriggio il consiglio ha inizi,o fra i ministri circola un testo del provvedimento. Ma al termine della riunione il testo viene riconsegnato ai tecnici che continuano a lavorarci. Probabilmente solo stamattina consegneranno la versione definitiva che diventerà legge la prossima settimana. Il problema è che durante la riunione c’è stato un cedimento alla lobby dei «baroni» universitari che sono riusciti a scongiurare il pericolo di veder cambiare in modo radicale la formazione delle commissioni dei concorsi. Non a caso il decreto alla fine incassa gli applausi della Crui, la conferenza dei rettori, e lascia insoddisfatta l’ala più riformista della maggioranza «Si complicano le procedure senza mutarne la sostanze», lamenta Giuliano Cazzola del Pdl. Alla fine, infatti, passa un compromesso: le commissioni saranno formate eleggendo un pool di 12 professori all’interno del quale saranno estratti a sorte coloro che si occuperanno della selezione. La modifica andrà a incidere sui concorsi già banditi e in scadenza lunedì: 3700 posti da professore e 320 da ricercatore. Ci saranno quindi ritardi nella formazione delle commissioni ma il ministro ha promesso che entro gennaio tutto sarà pronto «solo con un leggero slittamento di qualche settimana». Il decreto prevede il via libera alle sanzioni per le università con bilanci in rosso che non potranno assumere ulteriore personale, nè per docenti nè per figure amministrative. Non è chiaro invece che cosa accadrà agli atenei più spendaccioni con il turn-over. Nel decreto infatti vengono stanziati 150 milioni di euro per favorire l’assunzione di giovani: almeno il 60% (dal 20% attuale) delle assunzioni dovrà essere destinato a nuovi ricercatori che dal 2009 dovrebbero garantire 3 mila posti in più. Le università potranno decidere anche di far andare in pensione i docenti con più di 70 anni di età e far raddoppiare, o anche triplicare, i posti per i ricercatori: un calcolo effettuato sulla base del fatto che un docente anziano guadagna circa 130 mila euro l’anno contro i 40 mila di un ricercatore. Gli enti di ricerca vengono esclusi dal blocco delle assunzioni e potranno assumere nuovi ricercatori, e i bandi di concorso per ricercatori già banditi sono esclusi dal turn-over. Avranno finanziamenti le università che ridurranno sedi distaccate non funzionali e corsi di laurea «inutili e con pochi alunni» e 500 milioni di euro prelevati dal Fondo del Finanziamento Ordinario andranno alle università che si distingueranno per produzione scientifica e organizzazione e qualità della didattica in base a parametri di valutazione internazionali. Il decreto prevede anche 135 milioni di euro in borse di studio e esonero dalle tasse per tutti i ragazzi capaci e meritevoli ma privi di mezzi economici. Il ministero ha calcolato che sono 180 mila, 40 mila in più rispetto a quelli che oggi riescono ad usufruirne. E altri 65 milioni verranno utilizzati per garantire 1700 posti letto in più per studenti. I fondi per queste spese verranno in parte prelevati dal Fas, il fondo per le Aree Sottutilizzate. Il consiglio dei ministri ha poi approvato le linee guida della futura riforma dell’università che prevedono lezioni in lingua straniera, prestiti d’onore per gli studenti, valutazioni periodiche dell’attività svolta dai docenti, commissariamento per gli atenei inadempienti dal punto di vista finanziario, limite di due mandati per i rettori.

 

Gli studenti ci riprovano con gli operai - ANDREA ROSSI

TORINO - Abbiamo appena strappato un fondo sanitario integrativo. Io sono delegato sindacale: voglio leggere le carte, voglio capire, per poi spiegarlo per bene agli altri. Ma sono un operaio. Non ho studiato, ci vorrebbe un aiuto». Gianni Iannetti, 43 anni, delegato sindacale; il «consulente» si chiama Enrico e studia Medicina all’Università. Si parla di sanità. Gianni chiede; Enrico si prende un attimo e risponde. No, non sembra davvero il ’68, la lotta studentesca che si salda al movimento operaio in nome di un’ideologia. Questo gruppo che si raduna sotto la pioggia somiglia più all’incontro di grumi di malessere, dove il comune denominatore si porta appresso parole come crisi, recessione, tagli, incertezza. Studenti e operai si incrociano alle due di un pomeriggio scuro, porta venti di Mirafiori. Torino, Fiat Powertrain: gli operai del primo turno escono, dentro quelli del secondo. Li aspettano una ventina di universitari e un volantino. Prove tecniche di saldatura. Oggi si replica: alla controinaugurazione dell’anno accademico del Politecnico partecipano delegati sindacali, operai di aziende in crisi. Si parla del futuro dell’Università che arranca, e del presente di migliaia di lavoratori, che si chiama cassa integrazione, mobilità, aziende in crisi. «Non vogliamo pagare la loro crisi»: il titolo del volantino è una dichiarazione d’intenti. «Noi universitari non ci stiamo: non si può penalizzare l’istruzione in un momento così drammatico, là dove si dovrebbe invece investire in sapere e conoscenza», attacca Paola, studentessa a Scienze Politiche. Gianni Iannetti approva: «Nemmeno noi operai la vogliamo pagare. Arrivare alla fine del mese è sempre più dura, sono anni che sulle nostre spalle pesa il carovita». Non è il sodalizio degli «ultimi», ma poco ci manca. Certo è che studenti e operai si sentono così. E allora provano a compattarsi per superare insieme l’ostacolo. Funziona? Sì e no. Giuseppe Acciardi esce quasi di corsa. Afferra il volantino ma non si ferma. «Qui abbiamo tutti qualche problema: noi, questi ragazzi. Ma non li risolviamo mischiandoli. Ognuno fa storia a sé». Paola, studente, scuote la testa. «La precarietà sui luoghi di lavoro, le aziende in crisi, il precariato tra i giovani riguardano tutti. Oggi tocca voi, ma domani ci saremo noi al vostro posto. Ecco perché questa lotta è di tutti». Chi si ferma racconta di un movimento che sta lievitando. «In fabbrica si comincia a parlare di scuola, non succedeva da anni», dice Giovanni Aloisio. «Alcuni colleghi raccontano dei loro figli, delle occupazioni e di una preoccupazione che dai ragazzi è strisciata fino ai genitori». La scuola in fabbrica e la fabbrica a scuola. Il timore per un presente da lavoratori e da padri; l’ignoto che afferra i figli che un domani saranno lavoratori, ma oggi guardano impauriti la loro università, sperano che i genitori non perdano il lavoro e possano ancora pagare gli studi. Qui, a Mirafiori, padri e figli si ritrovano. Un patto tra generazioni. Non durerà un pomeriggio, giurano. Si comincia ora, si prosegue insieme. «È andata bene», dicono alla fine, quando il via vai ai cancelli s’interrompe. «Torneremo. Insieme», assicura l’operaio Gianni. Ma l’universitario Ivano non sembra convinto. «Non siamo riusciti a rompere il muro. Siamo ancora noi e voi, mondi distinti». Si vede che hanno paura di non essere capiti a fondo. Sentono, o temono, un’innata diffidenza. «Lavorano dalle sei del mattino, magari pensano che noi ci siamo svegliati a mezzogiorno per venire qui a distribuire un volantino», insiste Ivano. «Forse ci considerano privilegiati». Alla fine sono gli operai a guidare, e pilotare, la saldatura tra i due mondi. «La prossima volta ci sarà un manifesto comune. E al prossimo sciopero generale, a Roma o a Torino, andremo sotto le stesse insegne».

 

The Guardian: "Italia, bastione d'indifferenza per il digitale"

Anna Masera

"In quale posto del mondo il cittadino medio passa solo due ore a settimana online?". E ' la domanda critica con cui il Guardian dedica un articolo all'Italia - definita "bastione dell'indifferenza per il digitale" - e al paradosso che vede la "patria degli inventori di radio e telefono" fare uno scarso utilizzo di Internet. "Alcuni apprezzano questa sorta di tecnofobia", sottolinea il quotidiano britannico, "e anche i turisti pensano che questo stile di vita a bassa tecnologia sia incantevole". Il quotidiano segnala quindi che, stando alle ricerche svolte dalla Jupiter Research, in Italia l'utilizzo medio di Internet" è diminuito tra il 2007 e il 2008'. "Il dato più interessante", si legge, è che "sebbene attualmente in Italia la possibilità di collegarsi a Internet sia più semplice che mai, molti residenti stanno in realtà rifiutando l'allaccio alla Rete". Sarà: non posso che concordare sul fatto che il governo Berlusconi non ci aiuti, ad abbattere il digital divide e facilitare l'accesso alla Rete (per esempio il Wi-Fi e il Wi-Max sono troppo indietro! Chissà come mai..?..). Però ricordiamo ai colleghi inglesi che non ci piace lo stereotipo "solo Slow-Food e mandolino": siamo tra i primi utenti di telefonini al mondo, siamo noti maniaci per i gadget elettronici, e siamo anche tra i maggiori "pirati" di software al mondo...Che vorrà pur dire qualcosa!

 

Repubblica – 7.11.08

 

Se la parola "abbronzato" è più pericolosa di "negro"

MASSIMO ARCANGELI*

Impadronirsi di un'offesa, talvolta, è rivendicare orgogliosamente la propria identità. Qualcosa di simile è avvenuto presso la comunità dei neri americani, alcuni dei quali, in barba ad ogni possibile sostituto neutro o eufemistico blacks blacks people afroamericans si sono autoassegnati tempo fa un termine fortemente denigratorio come niggers. Si pensi anche alle attiviste del movimento americano Women's Liberation che si sono appropriate negli anni Settanta di termini negativi e tuttavia, se oggi quasi tutti non userebbero mai la parola negro per rivolgersi a una persona di colore, non è tanto perché, credo, i vocabolari o le redazioni giornalistiche l'abbiano stigmatizzata o bandita o abbiano consigliato almeno di sostituirla con nero, ma perché in fondo i neri hanno visto riconosciuti i loro diritti di persone. Quel che si nega quando, riferendosi al neoeletto presidente americano, lo si definisce abbronzato. Qui il nemico non è l'offesa patente alla dignità della persona ma un razzismo subdolo e insinuante. Un nemico, in un certo senso, interno. Pericoloso quanto quello esterno, visibile e affrontabile. Se non di più.

*preside di Lingue e Letterature Straniere dell'Università di Cagliari

 

L'immagine peggiore - CURZIO MALTESE

I bookmakers in questi casi non accettano scommesse. Da mesi, in previsione dell'evento storico dell'altra notte, si aspettava la prima gaffe di Silvio Berlusconi sul colore della pelle del nuovo presidente americano. Il Cavaliere non delude mai le peggiori aspettative e la battuta è arrivata. L'unica sorpresa è la tempistica. Ad appena ventiquattr'ore dall'elezione il premier se n'è uscito con la storia di Obama "abbronzato". Non è la solita cafonata alla quale ci ha abituato e ci siamo ormai rassegnati da lustri. È una definizione grondante di razzismo. Il peggior razzismo, quello semi inconsapevole e quindi assai autoindulgente che dilaga in Italia, fra la preoccupazione del resto del mondo. Una malattia sociale che un governo responsabile dovrebbe combattere, invece di sguazzarci con gusto. Scontata la gaffe, ovvia la reazione. In simili frangenti Berlusconi adotta due reazioni standard. La prima: non l'ho mai detto. È la più assurda, ma paradossalmente efficace (in Italia). Come fai a discutere con uno che nega se stesso? La seconda è: l'ho detto ma non avete capito. Stavolta ha usato questa. "Abbronzato era un complimento, una carineria" ha spiegato ai soliti cronisti bolscevichi. "E se non lo capite, allora andate a fare...". Sommando così carineria a carineria. S'intende che "andare a fare" è detto con affetto. Con eguale affetto i giornalisti potrebbero ricambiare l'invito, ma probabilmente le giustificazioni valgono solo dall'alto verso il basso. Non stiamo a farla lunga. Non si tratta solo di vergogna. Chi ne ha ancora la forza? È piuttosto la disperazione di essere ogni volta precipitati in questo indegno pollaio. Gli elettori americani in un giorno hanno cambiato la storia del mondo. L'avvento del figlio di un africano alla Casa Bianca sta spingendo miliardi di persone, pur nel mezzo di una crisi spaventosa, a interrogarsi sui valori profondi della democrazia, la più straordinaria conquista dell'umanità, in fondo a un cammino secolare di sangue e intolleranza. E il contributo dell'Italia berlusconiana a questo grandioso dibattito qual è? Questa miserabile trovata, volgare e razzista, senza neppure il coraggio dell'assunzione di responsabilità o la dignità di porgere le scuse. Non bastava la sortita a caldo del ministro Gasparri, il quale, confondendo le proprie ossessioni di ex fanatico fascista con la competenza internazionale, aveva commentato "sarà contento Bin Laden". Ci voleva pure lo strazio supplementare della "battuta" di Berlusconi, che ha ormai girato il mondo, con danno enorme per il Paese. In pochi minuti infatti la rete ha deluso la speranza residua, che non lo prendessero sul serio, come altre volte. Come siamo abituati a fare qui, rassegnati a non scandalizzarci per lo scandalo, a non chiamare fascismo il fascismo, razzismo il razzismo. C'era stata la rincorsa provinciale ad appropriarsi di Obama. Tutti si proclamano o cercano l'Obama italiano, a destra e a sinistra. Quando in Italia un Barack Obama non avrebbe neppure il diritto di voto. I figli d'immigrati, 440 mila fra nati e cresciuti qui, non sono considerati cittadini italiani, per via del medievale ius sanguinis. Lo ricordiamo nell'ipotesi, piuttosto remota, in cui fra le centinaia di obamisti dell'ultima ora si trovasse un politico serio. Ecco l'occasione per proporre finalmente una legge civile in materia d'immigrazione. A cominciare dal presidente del Consiglio, i cui molti cantori hanno illustrato nei giorni scorsi alle masse ammirate le straordinarie analogie fra Berlusconi e Obama. Come non scorgere, del resto, l'assoluta comunanza delle due parabole. Il figlio di un pastore kenyano che arriva alla Casa Bianca a soli 47 anni e promette di cambiare il mondo. E l'uomo più ricco d'Italia che a 72 anni, con il solo aiuto del novanta per cento dei media da lui controllati, torna a Palazzo Chigi, dopo aver cambiato i capelli. È naturale che Berlusconi abbia adottato Obama, ripromettendosi di dargli presto "buoni consigli". Incrociamo le dita perché non avvenga, nell'interesse stesso del premier. Non si sa come la Casa Bianca potrebbe reagire a una frase del tipo: "Vieni, abbronzato, che ti spiego come non farsi processare". Che fare? Vergognarsi per loro, ridere, piangere. Fingiamo pure che tutto sia normale. Però quanto stringe il cuore ascoltare il nobile discorso dello sconfitto McCain: "Il popolo ha scelto. Ho avuto l'onore di salutare il nuovo presidente degli Stati Uniti. È una giornata storica". Non si potrebbe avere un giorno un conservatore come questo a capo della destra italiana, anche di seconda mano?

 

Casalesi, tritolo per un attentato. A rischio Saviano o un magistrato - CONCHITA SANNINO

NAPOLI - Tritolo. Cinquanta chilogrammi. Mette i brividi l'ultima indiscrezione che arriva dal fronte di Gomorra. Una devastante partita di esplosivo sarebbe già in possesso del gruppo stragista del clan dei Casalesi, l'ala terroristica guidata dal superlatitante Giuseppe Setola. Materiale che sarebbe già giunto a destinazione. I pubblici ministeri dell'antimafia considerano questa voce "attendibile, fondata". E si fanno domande: dov'è custodito quel tritolo? E soprattutto: a chi è destinato? È l'interrogativo cui si cerca di dare una risposta attraverso una serrata attività d'intelligence, e in una notte che si trasforma anche in un'altra corsa contro il tempo. Giro di vite per le misure di sicurezza. Dopo i contatti immediati con le questure di Napoli e Caserta e con i rispettivi vertici dei carabinieri, il codice rosso scatta al Viminale. Diventa visibile sul territorio il rafforzamento della protezione agli "obiettivi sensibili". Si temono azioni dimostrative dinanzi a uffici di polizia e carabinieri non solo a Casal di Principe, ma anche in altre località. Viene naturalmente intensificata la vigilanza per tutti i possibili bersagli della cosca che dalla scorsa primavera a oggi ha sterminato innocenti, familiari di pentiti e di testimoni di giustizia, colpito donne e massacrato extracomunitari. Allerta massima sul cordone già steso intorno a Saviano, al magistrato Raffaele Cantone. È un allarme che, significativamente, chiude la giornata organizzata proprio a Casal di Principe da intellettuali e studiosi per una giornata anticamorra organizzata da Sinistra democratica e che aveva riempito il paese con manifesti contro i criminali ("Facciamo neri i camorristi") e in segno di solidarietà per Roberto Saviano ("Saviano è amico mio"). Manifesti che, già di buon mattino, in alcuni casi appaiono strappati o coperti da insulti contro l'autore di Gomorra. Poche ore più tardi, ecco tornare l'emergenza attentati. Una notizia che, catturata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, conferma e accresce il rischio già noto a tutti gli inquirenti impegnati sul fronte dei casalesi. Il procuratore aggiunto Franco Roberti, con i pm Alessandro Milita, Cesare Sirignano, Antonio Ardituro, Raffaello Falcone, Catello Maresca, Francesco Curcio, Giovanni Conzo, Marco Del Gaudio, avevano in diverse inchieste raccontato la potenziale capacità eversiva della cosca mafiosa del casertano. Un piano B del terrore, dopo i numerosi colpi subiti dal gruppo dei bidognettiani (le denunce per racket, i numerosi pentiti). Un clan che tuttora vive della protezione di larga parte della società civile di interi comuni del casertano, ma il cui gruppo di fuoco è ormai ridotto a pochi elementi, dopo la cattura dei tre killer fedelissimi di Setola, Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e Oreste Spagnuolo. Quest'ultimo è divenuto pentito dopo appena tre giorni dalle manette, un'arma" preziosa nelle mani della giustizia. È lo stesso Spagnuolo, a raccontare al pool antimafia, il 7 ottobre scorso: "Setola mi ha parlato del fatto che cercava di procurarsi un detonatore con telecomando. Non mi ha spiegato cosa voleva farci, ma diceva che era un modo facile per uccidere". E il disegno del tritolo ora ricorda da vicino la strategia dei corleonesi che sfociò negli attentati contro Falcone e Borsellino. Ma sul fronte di Gomorra lo Stato ha annunciato che non farà marcia indietro. A Caserta, sette giorni fa, è tornato il ministro dell'Interno Roberto Maroni, per annunciare che i 400 uomini di rinforzo e i 500 parà della Folgore sarebbero rimasti ben oltre la scadenza di dicembre. "Lo Stato non se ne va a Natale, da questi territori". Lo Stato che deve arrivare prima del tritolo.

 

Corsera – 7.11.08

 

Le nuove ragioni dell’occidente - FRANCO VENTURINI

I l trionfo di Barack Obama non è, come sostengono i suoi tifosi più accesi da questa parte dell'Atlantico, una automatica vittoria dell'Europa. L'America continuerà a tutelare prima di tutto i suoi interessi, continuerà a ragionare da superpotenza, continuerà a sollecitare la collaborazione talvolta scomoda dei suoi alleati. Non ci sarà una improvvisa europeizzazione degli USA. Ma se le illusioni facili sono mal riposte, non lo è la speranza strategica di adeguare l'Occidente alla caduta del Muro con quasi vent'anni di ritardo. Il change che Obama porterà presto alla Casa Bianca nasce in condizioni che più difficili non potrebbero essere, incalzato da una crisi economico-finanziaria di cui ancora nessuno conosce i confini e minacciato da conflitti regionali che hanno avuto il solo merito di «localizzare» parzialmente il terrorismo. E questo mentre emerge davvero il mondo multipolare, mentre si rende necessario l'aggiornamento della governance economica (ma inevitabilmente anche politica) del mondo, mentre l'America che Obama eredita da George Bush ha la peggiore immagine internazionale dai tempi del Vietnam. Come dire che la ricerca del successo, per il neoeletto presidente, avrà bisogno di un multilateralismo efficace; che l'America dovrà puntare sul dialogo pur continuando, come fanno tutte le potenze, a tenere il dito sul grilletto; che all'approccio ideologico-religioso di Bush e di Cheney subentreranno le leggi del pragmatismo; che si continuerà a favorire la democrazia, ma senza volerla «esportare» a tutti i costi con elezioni destabilizzanti (si pensi, per citarne uno solo, all'esempio palestinese e alla vittoria di Hamas). Ebbene, sono esattamente queste le premesse indispensabili per rilanciare davvero il rapporto transatlantico. Non si tratta soltanto di seppellire definitivamente i dissensi tra gli americani e alcuni governi europei, per esempio sull'Iraq. La posta è assai più alta: si tratta di poter dissentire senza lacerazioni perché al dialogo tra alleati si accompagnerà un nuovo reciproco rispetto, perché ognuno avrà non soltanto bisogno degli altri per raggiungere i propri obbiettivi ma anche una nuova disponibilità a capirne le ragioni. La guerra fredda, con le sue priorità di sicurezza, non consentiva un simile rapporto tra americani ed europei. Nel dopo-guerra fredda, fino a ieri, l'alleanza ha vissuto una maturazione lenta e fatta anche di passi indietro. Ora Barack Obama, un po' perché ne avrà bisogno e un po' perché afferma di crederci, può essere il leader di un Occidente dotato di nuove ragioni, di nuovi metodi e dunque di nuova forza. Per cogliere l'occasione bisognerà, è vero, superare ostacoli formidabili. A cominciare da quello della crisi finanziaria, che tuttavia favorisce e quasi impone un nuovo approccio alle relazioni internazionali: le risposte devono obbligatoriamente essere coordinate, i Paesi emergenti o da tempo emersi come la Cina diventano interlocutori irrinunciabili, e per una volta l'Europa ha avuto buon gioco nel conquistare un ruolo di iniziativa rispetto a tutti, anche agli USA. Obama ne avrà preso nota, come di certo aveva preso nota in agosto dell'utile lavoro svolto dagli europei per non far dilagare gli scontri russo-georgiani. Ma c'è dell'altro. Obama ha fatto della guerra in Afghanistan una sua priorità, e il prezzo sempre più alto del conflitto gli dà ragione: la vittoria militare è lontana e forse impossibile, occorre modificare la strategia complessiva e tentare di dividere i talebani. Ma per risultare credibile, questo tentativo richiede un aumento delle forze sul terreno e un maggior impegno finanziario di chi non è presente. Gli europei nicchiano, e rilevano a ragione che i civili uccisi (anche in Pakistan) contribuiscono al peggioramento della situazione. Più impegno e tattiche militari diverse, l'accordo è possibile se lo si vuole raggiungere. L'Europa vorrebbe che Obama affrontasse subito i nodi del Medio Oriente, sostiene il coinvolgimento diretto degli USA in una prova di dialogo sul nucleare iraniano, vuole convincere Washington che le tensioni con Mosca non vanno esacerbate pur in presenza della nuova e talvolta minacciosa volontà di potenza della Russia. Nulla, in questa agenda, sembra poter impedire a Barack Obama di tenere a battesimo un rapporto contemporaneamente più stretto e più equilibrato con gli alleati europei. Ma naturalmente per intendersi come per ballare bisogna essere in due, e sarebbe davvero triste che l'Europa si presentasse alla grande occasione chiamata Obama divisa o indecisa. Il treno di un nuovo Occidente rischierebbe di non passare più.

 

Ibm e i big Usa: chi ha paura del Barack «statalista» - Massimo Gaggi

«Questa grave crisi è una disgrazia, ma è anche un'occasione di cambiamento, di modernizzazione. E il nuovo presidente è il salesman giusto per attuarla» dice il capo dell'Ibm San Palmisano. «Certo - aggiunge - a noi dell’Ibm serve anche che continui il libero scambio: la nostra è una compagnia globale, operiamo in 170 Paesi». Queste caute parole pronunciate ieri mattina dal numero uno del gigante americano dell’informatica, durante un breakfast al Council on Foreign Relations, rendono bene il clima che regna nel mondo degli affari, a due giorni dall’elezione di Obama: fiducia nel leader democratico (Palmisano, che dialogava con Bob Rubin, uno dei candidati al Tesoro, ha fatto capire di averlo votato), ma anche preoccupazione. Perché Obama potrebbe irrigidire l’economia allargando troppo l’intervento pubblico, per il timore che ceda alle pressioni dei sindacati ai quali è stata promessa una legge che rafforzerà la loro presenza nei luoghi di lavoro, per la possibilità che vengano introdotti vincoli al «free trade». La Borsa di New York, che nelle due sedute successive all’elezione di Obama ha perso il 10 per cento, è lo specchio di questo malessere. Parlare di un "voto di sfiducia" di Wall Street nei confronti del nuovo presidente sarebbe scorretto. Mercoledì sullo Stock Exchange si era abbattuta una raffica di cattive notizie: dopo il crollo del settore delle costruzioni e la frenata dell’industria manifatturiera, anche il settore dei servizi - l’unico che poteva ancora dare fiato all’economia - ha registrato una contrazione di dimensioni impressionanti. E ieri anche i dati delle vendite al dettaglio hanno confermato che gli Usa stanno scivolando in una recessione profonda, mentre la crisi dell’auto continua a peggiorare a vista d’occhio. Oggi arriveranno i dati sul mercato del lavoro e molti temono che un’altra impennata della disoccupazione spinga ancora più giù l’indice Dow Jones. Nelle sei sedute prima dell’«election day» il mercato azionario aveva recuperato il 18 per cento del suo valore. Una battuta d’arresto era abbastanza inevitabile: il mercato sconta il fatto che la crisi è molto grave, durerà a lungo e che - tamponata l’emergenza della paralisi del credito - tutti gli interventi che il governo Obama potrà mettere in campo (investimenti pubblici, sostegno al mercato dei mutui, eccetera) avranno bisogno di mesi, se non di anni, per produrre effetti nell’economia reale. «Nulla di decisivo accadrà a breve termine» dice Darren Winder, capo delle strategie della boutique finanziaria Cazenove. «Non vedo fattori che possano capovolgere, nell’immediato, un trend che rimane al ribasso». I giornali della destra, ovviamente, soffiano sul fuoco: «La luna di miele è già finita», titolava ieri il «New York Post», proprio in riferimento alla situazione borsistica. Certo, Wall Street non aveva mai brindato a un nuovo presidente con un ribasso del 5,1 per cento, come accaduto mercoledì. Il record precedente era del 1932 quando la Borsa rispose con un -4,5% all’elezione di Roosevelt. Che però, poi, con le sue politiche "interventiste", fece risalire abbastanza rapidamente il listino (mentre la disoccupazione rimase elevatissima ancora per diversi anni). Il mondo degli affari oggi sembra tutt’altro che ansioso di rivivere l’esperienza del New Deal che «all’inizio peggiorò le cose incoraggiando, col National Industrial Recovery Act del 1933, la formazione di "cartelli" di imprese» denuncia l’ex capo dei consiglieri economici di Bush, Gregory Mankiw. Anche per il politologo conservatore Michael Barone Obama rischia di combinare guai se pensa di ripercorrere il sentiero tracciato 80 anni fa da Roosevelt. E John Gapper si chiede, sul «Financial Times» di ieri, se l’Obama che si insedierà fra 66 giorni alla Casa Bianca somiglierà più al «tecnocrate non ideologico» che ha governato la sua poderosa macchina elettorale o al "community organizer" di Chicago legato a doppio filo coi sindacati. Ma molti altri economisti e imprenditori - virtualmente tutti quelli della Silicon Valley - sono, invece, convinti che la cura Obama aiuterà l’economia Usa a imboccare il sentiero di una lenta ripresa. La pensa così anche l’analista Ed Yardeni, ex economista della Fed e grande conoscitore dei mercati internazionali, che però avverte: «Prima che Obama si insedi la recessione peggiorerà. E’ importante che capisca che, applicando subito il suo piano di aumento delle tasse per i redditi più elevati, finirebbe per deprimere ancor più l’economia». Austan Golsbee, l’economista più vicino al neoeletto, non ha bisogno di essere convinto: «Questa, ormai, è la crisi finanziaria più grave dell’ultimo secolo: dobbiamo evitare che evolva in una vera depressione. E’ questa la nostra priorità assoluta». E Obama, che già durante la campagna elettorale aveva messo le mani avanti («non sono nato in una mangiatoia…»), ora che è stato eletto deve sì dare certezze (magari "battezzando" subito la sua squadra economica), ma deve anche raffreddare le enormi aspettative che si sono create durante la sua campagna elettorale.

 

Dai «cinesi bolliti» alle corna. Le battute di Silvio l'Incompreso

Gian Antonio Stella

Convinto che grazie a lui l'Italia sia «il Paese più simpatico del mondo», Silvio Berlusconi si è lanciato ieri in una delle battute che lo fanno ridere assai. E nella scia dell'astuta diplomazia internazionale di due ministri come Umberto Bossi e Roberto Calderoli che da anni chiamano i neri «bingo bongo», ha ieri salutato Barack Obama come uno «che è anche bello, giovane e abbronzato». Come prenderà la cosa il prossimo presidente americano, al quale il nostro premier si era già offerto di «dare consigli» come usavano i barbieri col «ragazzo spazzola» non si sa. È da quando era piccolo che come tutti i neri sente spiritosaggini del genere: «cioccolato», «carboncino», «palla di neve»... Non ci avesse fatto il callo non sarebbe arrivato alla Casa Bianca. Certo, se il Cavaliere voleva «sdrammatizzare» il primo commento del «suo» capogruppo al Senato Maurizio Gasparri dopo l’elezione («Al Qaeda sarà contenta») non poteva scegliere parole più eccentriche. Fatti i conti col contesto internazionale, è probabile che Obama farà spallucce: boh, stupidaggini all’italiana. Da prendere così, come le barzellette da rappresentanti di aspirapolvere sui lager, i malati di Aids, i froci... L’importante è non prendere sul serio chi le racconta. Esattamente quello che hanno fatto, in questi anni, molti dei protagonisti della scena mondiale. Spesso spiazzati dalle sortite di un uomo che secondo Giuliano Ferrara è «un’opera pop». Nessuno è mai stato stato così contento di se stesso e così spesso «incompreso» sulla scena mondiale. Basti ricordare quando disse al parlamento europeo che avrebbe proposto a un amico che girava un film sui lager nazisti di dare al socialista Martin Schulz la parte del kapò. Gelo in aula. Interrotto dopo lo stupore da urla d’indignazione. E lui: «Era solo una battuta per cui è scoppiato a ridere l’intero Parlamento. Un’osservazione di venti secondi poiché volevo allentare l’atmosfera... La vicenda è stata enormemente gonfiata dalla sinistra». In realtà, spiegò, «in Italia tengono banco da decenni storielle sull’Olocausto. Gli italiani sanno scherzare sulle tragedie per superarle...». E a quel punto si incazzarono ancora di più gli ebrei. Che difficile, farsi capire... Non lo capirono i ministri degli Esteri europei quando a una riunione a Caceres fece le corna a un collega durante la foto ufficiale: «Volevo far ridere un simpatico gruppo di giovani boy-scout». Non lo capirono i giornalisti russi il giorno che, già ustionati dal numero di cronisti assassinati a Mosca, restarono basiti per il modo in cui reagì alla domanda di una giovane reporter che aveva osato chiedere a Putin se avesse una relazione con una gentile signorina: fece finta di imbracciare un mitra e di dare una sventagliata. Non lo capì il danese Rasmussen quando spiegò che «è anche il primo ministro più bello d’Europa... Penso di presentarlo a mia moglie, perché è molto più bello di Cacciari... Secondo quello che si dice in giro... Povera donna». E poi non lo capì il giornalista del Times: «Nel bel mezzo del discorso di Chirac in Canada, Berlusconi si è alzato e ha cominciato a distribuire orologi agli altri leader, con un delizioso sprezzo politico». Non lo capirono i palestinesi quando ammiccò: «Arafat mi ha chiesto di dargli una tivù per la striscia di Gaza, gli manderò "Striscia la notizia"». E non lo capì il cronista del giornale russo Kommersant durante la visita di Berlusconi e Putin allo stabilimento Merloni di Lipetsk: «Il premier italiano era particolarmente attivo ed era chiaro che aveva un obiettivo: non sarebbe stato contento se non fosse riuscito ad avvicinarsi ad un gruppo di operaie. Poi rivolto a Putin: "Voglio baciare la lavoratrice più brava e più bella". Aveva già individuato la sua vittima. Si è avvicinato a una donna grande come la Sardegna e con tutto il corpo ha fatto il gesto tipico dei teppisti negli androni bui dei cortili, quando importunano una ragazza che rincasa. Lei s’è scansata ma il signor Berlusconi in passato deve aver fatto esperienza con donne anche più rapide di questa: con due salti ha raggiunto la ragazza e ha iniziato spudoratamente a baciarla in faccia». Che male c’è? È estroso. Macché: non lo capiscono. Come quella volta che spiegò: «Mi accusano di aver detto che i comunisti mangiano i bambini: leggetevi il libro nero del comunismo e scoprirete che nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi». Non l’avesse mai fatto! Immediato comunicato del ministero degli Esteri cinese: «Siamo contrariati da queste affermazioni infondate. Le parole e le azioni dei leader italiani dovrebbero favorire la stabilità e lo sviluppo di relazioni amichevoli tra la Cina e l’Italia». Uffa, era una battuta... Sul cibo, poi... «Rimpasto? No, grazie, non mi occupo di paste alimentari... Poi, dopo la visita in Arabia Saudita, mangio solo riso in bianco...». E si indispettirono i sauditi. Uffa, che permalosi... Il massimo lo diede sulla sede dell’agenzia alimentare europea che rischiava di finire a Helsinki: «Parma sì che è sinonimo di buona cucina, mentre i finlandesi non sanno nemmeno cos’è il prosciutto. Come si può pensare di collocare questa agenzia in un Paese che forse va molto fiero della renna marinata o del pesce baltico con polenta? Per portare l’Agenzia a Parma ho rispolverato le mie doti di playboy con la presidente finlandese Tarja Halonen». Ed ecco l’incidente diplomatico. Con tanto di protesta ufficiale e convocazione dell’ambasciatore italiano: come si permetteva? Immediata rappresaglia delle associazioni dei produttori finlandesi: «Non compreremo più vini e oli italiani». E lui: «Ho fatto solo una battuta di galanteria. C’è una mancanza di sense of humour...». In fondo si tratta di strategia internazionale. «Cazzeggio strategy», diciamo. Mica le capisce, certe reazioni. Lui, quando a un vertice è saltata fuori la storia che è bassotto mica se l’è presa. Si è tolto una scarpa, l’ha messa sul tavolo e l’ha mostrata a tutti: «Visto? Non ce li ho i tacchi alti. È che mi dipingono così».


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