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Liberazione – 8

Liberazione – 8.11.08

 

Ronde, clochard schedati, vietati campi nomadi e moschee

Claudio Jampaglia

Ronde legalizzate (e finanziabili dai Comuni) e referendum locali per autorizzare la costruzione di luoghi di culto altri dalle chiese cattoliche o di campi nomadi. Dopo la schedatura dei senza fissa dimora dell'altroieri e il permesso di soggiorno a punti la Lega fa l'en plein sul Ddl sicurezza passato definitivamente in Commissione Giustizia al Senato. Il voto in aula è previsto per martedì e stavolta il Pd sembrerebbe intenzionato ad una dura opposizione (lo promette Felice Casson, gli altri speriamo...). Ma comunque passerà. E quindi preparatevi, come dice la legge, a incontrare per strada la sera (o anche di giorno, perché no?) «guardie particolari giurate, nonché associazioni tra cittadini, con funzioni ausiliarie di sorveglianza dei luoghi pubblici» che «cooperano nello svolgimento dell'attività di presidio del territorio». Ronde. Regolamentate dai Comuni, che «segnalino a polizia locale e forze dell'ordine eventi che possano arrecare danno o disagio alla sicurezza urbana». Ronde «con funzioni ausiliarie di sorveglianza dei luoghi pubblici». Così dice la legge. Le armi non gliele hanno ancora date, ma se un cittadino avesse il porto d'armi che fa, si porta dietro il ferro? Allora immaginatevi una bella ronda, magari capitanata dall'onorevole Borghezio, sotto casa. E sentitevi sicuri. Tanto sono "solo" contro gli altri.  Come quei poveracci a cui un gruppo di camicie verdi bruciò delle baracche sotto il ponte Principessa Clotilde il 1° luglio del 2000 (Borghezio viene condannato nel 2002 a 8 mesi in primo grado, poi a 2 anni e 20 giorni, poi a una multa di 3mila euro in Cassazione). Erano extracomunitari, senza fissa dimora, forse spacciatori. La gente perbene non deve avere paura di Borghezio e nemmeno delle ronde. Perché signora mia, non basta nemmeno l'esercito, bisognerà farsi giustizia da soli. Chissà cosa diranno i poliziotti e i loro sindacati che tra pochi giorni dovranno trovarsi a fronteggiare oltre che i criminali, anche le ronde. Seguirle. Monitorarle. Evitare che facciano danni, che si mettano nei pericoli, che creino allarmi inutili da verificare continuamente. Un altro provvedimento boomerang? E chi se ne frega. A furia di spararla grossa e allargare a dismisura i provvedimenti sulla sicurezza si fanno danni alla sicurezza vera e a chi deve gestirla. E poi avanti con l'odio. Col sospetto. Conoscere le strade del proprio quartiere, frequentarle, viverle, viene tramutato in "controllo ausiliario di polizia". Vi immaginate il vostro vicino di casa destrorso e rincoglionito (ce n'è sempre uno) che chiede "chi va là" ai vostri figli che rientrano la sera. E poi? A furia di spararla grossa, però, si fanno anche buchi nell'acqua. E' il caso del famoso reato di immigrazione clandestina. Su cui il governo è costretto a fare indietro tutta dopo averlo sbandierato ai quattro venti. Con un emendamento presentato all'ultimo minuto dal governo in Commissione (si vergognavano?) il Ddl sicurezza cambia così quella che doveva essere la sua norma fondamentale: lo straniero irregolare scoperto dalle forze dell'ordine dovrà pagare un'ammenda da 5 a 10mila euro. Niente più arresto né processo per direttissima (e meno male, non solo per i migranti ma anche per le carceri, per i tribunali...). Si finisce con il verbale. Solo che difficilmente i migranti senza residenza, senza permesso, arriveranno col bancomat (come ironizza Casson). Quindi? Un verbale. Meglio così, lo ripetiamo. Dalla tragedia alla farsa. Ma siccome qualcosa devono pure dire di avere fatto. Allora via libera alle ronde. Forza. Opponiamoci. Facciamo ricorsi. Le ronde puzzano di anticostituzionale lontano un miglio. C'è la possibilità che dovranno rimangiarsi anche quelle. Perché il punto è che non sanno quello che dicono. Non hanno la più pallida idea di cosa stanno toccando. Non c'è altra possibile spiegazione. Si vede chiaramente dal "censimento di polizia" per i senza fissa dimora che segue quello contestatissimo anche dall'Europa dei rom (diabolico perseverare). Una norma stupida e inapplicabile che esisteva già (dal 1954). Come farà il Viminale a regolamentare, entro 180 giorni, un registro dei senzatetto? Sarà da ridere, per non piangere. Come spiega a Redattore Sociale Paolo Pezzana, presidente della Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, «non volendo pensare che il Governo agisca per motivi diversi dalla tutela dei diritti, non possiamo che dedurre che tale registro sia anche il modo per concedere a qualunque persona senza dimora una prestigiosa residenza anagrafica in Piazza del Viminale 1, a Roma, dove forse magari un giorno potranno anche, in caso di bisogno, essere domiciliati o addirittura alloggiati i "clochard" del paese». Una delle poche caratteristiche di massa dei senza fissa dimora è la mancanza di residenza anagrafica. La legge la imporrebbe a carico dei Comuni. Ma non ci riescono. Sopperiscono le organizzazioni sociali (dalla Caritas alle cooperative sociali) con "residenze amministrative" presso le loro sedi per questi "fantasmi burocratici" per poi accompagnarli a chiedere tessera sanitaria e accesso ai servizi. Sarà la polizia a farsi carico di tutto questo?

 

Statali in piazza al Nord brindano al successo. Brunetta nega

Brindano al successo gli statali della Cgil che ieri sono tornati in piazza nel nord Italia. Dopo la manifestazione del 3 novembre a Roma, quando si sono fermati i pubblici del centro Italia, la Fp Cgil ha confermato il calendario della mobilitazione contro il protocollo per i rinnovi contrattuali, decisa in un primo momento anche con Cisl e Uil che hanno poi firmato l'accordo con il governo. Il prossimo appuntamento della Cgil sarà il 14 novembre, quando la protesta dei dipendenti pubblici si sposterà al Sud; poi a dicembre dovrebbe esserci un fermo generale, sempre che non confluisca in uno sciopero generale della Cgil. «Con questo protocollo a fine anno le buste paga diminuiranno da un minimo di 30 a un massimo di 250 euro: non era mai successo nella storia della Repubblica. Inoltre nel 2009 saranno 57mila i precari, sui quali poggiano servizi fondamentali, che non vedranno rinnovati i loro contratti, per diventare 120mila nel 2010», ricorda il segretario generale della categoria Carlo Podda, rilanciando la proposta di andare al referendum tra i lavoratori. Per il ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta però, i numeri delle adesioni non sono così oggettivi: a metà giornata parlava di un misero 15% di adesioni, alla fine sarà - per lui - il 19,22%. Diverse le cifre date dal sindacato: «Oltre 60mila in piazza a Milano, con adesioni medie che in Lombardia superano il 50%, e punte che arrivano al 70-80%. A Bologna 40mila persone hanno partecipato alla manifestazione e l'adesione allo sciopero in Emilia Romagna è stata mediamente del 70% in tutti i comparti, con punte del 90% nei servizi per l'infanzia, nelle agenzie fiscali, nei piccoli Comuni. A Torino sono arrivate 15mila persone al corteo; le adesioni allo sciopero in Piemonte variano, a seconda dei comparti segnalati, da un minimo del 40% ad un massimo del 70%. A Genova si è concluso il corteo a cui hanno partecipato 5mila persone; anche il Liguria hanno scioperato da un minimo del 35% medio dei dipendenti della sanità, fino a punte del 70%. Padova, dove si è tenuta la manifestazione regionale del Veneto, ha visto 13mila persone. Le percentuali medie di adesione allo sciopero in Veneto, infine, vanno per la Cgil dal 50% nella sanità al 70% negli enti pubblici».

 

«Lo sciopero generale della Cgil per superare la concertazione»

Fabio Sebastiani

Si è invertita davvero una tendenza o la Cgil ha fatto una scelta tattica? Prima di rispondere alla tua domanda vorrei dire due cose in premessa. Prego. Innanzitutto, ricordare Carla Casalini. La sua perdita è stata enorme per noi tutti. E' stata a fianco di tutte le lotte e le battaglie sindacali più importanti. E poi denunciare che hanno devastato il sito della Rete 28 aprile, attraverso una invasione mirata di hacker. Fa parte del clima che si sta creando di spinte autoritarie, fasciste e comunque di sopraffazione. Ritorniamo alla prima domanda. No, non è solo tattica. E' una necessità. La Cgil ha scelto di lottare, e credo che sarà necessario fino allo sciopero generale. Alla base di questa scelta ci sono due spinte: di una parte della Cgil, della Fiom e della Funzione pubblica da una parte, e della base dall'altra. Adesso c'è la lotta. Però la Cgil dovrà definire una sua nuova piattaforma che superi la fase della concertazione e per fare questo ci sarà il congresso. Nel frattempo però avremo una lunga fase di conflitto. Ma fino a pochi mesi fa lo sciopero generale era una ipotesi remota. E' evidente che il gruppo dirigente della Cgil si è fermato un attimo prima del burrone. Una Cgil che avesse aderito alle linee guida della Confindustria insieme a Cisl e Uil sarebbe stata una catastrofe sia per il sindacato che per i lavoratori italiani. L'assemblea del Palalottomatica a Roma della Cgil ha posto rivendicazioni che vanno oltre la piattaforma confederale. Penso al punto sul precariato e a quello sulla cassa integrazione. Voglio dire, l'esplosione della crisi ha cambiato parecchio le carte in tavola. C'è la crisi ed ha cambiato molto. Considero un fatto positivo, però, che la Cgil non sia rimasta impermeabile. E' il segno di una recettività della Cgil. Ci siamo battuti per anni contro questo assetto. Penso a come è andata la conferenza di organizzazione alla fine di maggio dove votammo contro in pochissimi e ci fu la messa in minoranza della Fiom sul sistema contrattuale. Un clima che ancora risentiva totalmente del periodo negativo del governo Prodi. Se confronto questo, con la prospettiva dello sciopero generale, la mobilitazione dei metalmeccanici il 12 dicembre e l'azione delle altre categorie come Funzione pubblica e commercio, è chiaro che è cambiato totalmente il quadro. Di fronte alla crisi le alternative si fanno più nette. O scegli la linea che Sacconi ha chiamato della complicità. Cisl e Uil l'hanno scelta ed è da vedere se reggeranno anche con i loro iscritti. E' vero che c'è una crisi economica. E' vero che c'è il ritorno all'intervento pubblico, ma la sostanza è che si ripropongono tutte le politiche economiche di prima. Dicevi Cgil ricettiva, ma Alitalia? C'è stato un evidente cedimento, per la semplice ragione che i principi di democrazia che sono stati sostenuti un mese fa adesso non vengono più difesi mentre dall'altra parte c'è un governo e una Cai che stanno sperimentando un "reaganismo" fuori tempo. Trasformare un accordo collettivo non votato dai lavoratori in un contratto di adesione individuale è una mostruosità che va combattuta al di là del merito dell'accordo. Uno sciopero generale preparato con i quadri della concertazione potrebbe comportare dei rischi, o no? E' evidente che il sindacato è ancora quello della concertazione, anche se la concertazione non c'è più. Penso che lo sciopero generale riuscirà perché risponderà a un bisogno profondo delle persone. La colpa della crisi ce l'hanno la finanza come l'industria. E lo sciopero sarà per far parlare le persone in carne ed ossa. Secondo te la Fiom è uscita dal senso di accerchiamento? Veniamo da una distinzione profonda tra Fiom e Cgil. Il 23 luglio del 2008 c'è stata una grande assemblea a Roma autoconvocata dalla maggioranza della Fiom, da Lavoro Società e dalla Rete 28 aprile. Allora dicemmo, ci vuole l'autunno caldo e lo sciopero generale. La situazione si sta spostando. Questo spostamento non può essere però la ripetizione del 2002. La situazione è profondamente cambiata. La concertazione è finita e non si torna ad essa. E' necessario lo sciopero generale, ma come avvio di una ulteriore fase di movimento. Prevedere una lunga fase in cui come si diceva una volta si riorganizza la forza del lavoro. Sì, uno slogan degli anni sessanta e settanta. Oggi la differenza, però, la fanno i quattro milioni di precari. Quello che sta avvenendo sui precari che vengono licenziati dalla sera alla mattina, dimostra che le leggi degli anni '90 hanno fallito l'obiettivo che si proponevano, quello cioè di precarizzare l'occupazione ma di aumentare i posti di lavoro. Oggi sono solo lo strumento per licenziare più in fretta e in modo indolore. Nel programma della Cgil tutte le leggi devono essere rovesciate. Nell'immediato bisogna costruire intese, lotte e solidarietà sulla vertenze dei precari, così come il movimento degli studenti sta ponendo il punto sulla precarietà di vita e di lavoro. Torna in campo la questione della eguaglianza sociale, che è l'esatto opposto dell'ideologia del merito. Non sono contro il merito ma il merito non c'entra niente con quello che oggi viene proposto, che è in realtà un premio alla fedeltà, all'ubbidienza e alla selezione di classe. Ancora sulla Fiom, le proposte della Fiom sembrano avere un respiro che va al di là del recinto categoriale costruito dalla concertazione. Vedo una prospettiva in cui come nei momenti migliori della storia della Cgil l'esperienza e la cultura dei metalmeccanici diventa strumento di rinnovamento più generale di tutta la confederazione. La Fiom, poi, ha una sfida davanti a se. L'attacco delle aziende cresce e sarà durissimo, sia sul contratto nazionale che sull'aziendale. Tutto questo in una situazione di crisi difficile che verrà usata dai padroni per dividere e frantumare. Intanto, però, è l'unità sindacale ad essere frantumata. Oggi c'è un sindacalismo moderato che vede coincidenti le posizioni di Cisl, Uil e Ugl e il ritorno in campo di un sindacalismo conflittuale di massa, che non è solo quello della Cgil, come dimostra il successo dello sciopero dei sindacati di base. Penso che se tu mi dici unità, la Cgil debba dialogare coi sindacati di base. Il futuro è quello di una democrazia sindacale che permette ai lavoratori di scegliere con trasparenza e senza posti garantiti per nessuno.

 

Roma, i manganelli non fermano l'Onda. Prossima fermata: il corteo nazionale - Checchino Antonini

Loro sì che sono giovani, belli, abbronzati (a forza di sfilare succede). Continuano a manifestare, a uscire da facoltà e licei per parlare alla città. Per bloccarla. Trattano metro per metro con la polizia. Sfilano in migliaia. E non si fermano. Tanto che la questura dovrà dare vita a un minuto di follia, ai cancelli della stazione del treno per Ostia. Manganelli maldestri di carabinieri e poliziotti incapaci di uscire dall'angolo in cui s'erano ficcati. Bilancio: due studenti feriti, uno di loro medicato con 8 punti, un fotoreporter con un bozzo in fronte, una cronista di Repubblica colpita al capo e a un gomito. In tutto una decina di contusi. Dietro alle manganellate, gli studenti dell'Onda intravedono le minacce contenute nelle esternazioni del sottosegretario Mantovano. «Siamo-l'onda-che-vi-travolge», gridavano scendendo per Via Cavour, con i passanti che li applaudivano nonostante l'evidente deficit di comunicazione (ad esempio con gli automobilisti in coda), forse l'unico neo di questa stagione di movimento. Ieri mattina i cortei romani erano tre. Dalla Sapienza, gli universitari diretti all'appuntamento in Piazza dell'Esedra con i medi che partivano da Piazza Barberini. E poi giù verso i Fori dove ci sarebbero stati quelli di Roma 3 provenienti da Porta S.Paolo. Chimica "reagisce", Medicina "esce dal coma", Fisica sembra la facoltà con la maggior percentuale di manifestanti. Le occupazioni (Lettere, Sociologia, Scienze della comunicazione, Scienze Politiche ecc...) funzionano a intermittenza, la creatività si esprime non solo negli striscioni ma anche nelle forme di lotta: Psicologia s'è inventata i "laboratori notturni". L'Onda travolge, e non si cavalca. Lo avranno capito quel gruppuscolo con le svastiche sulle magliette allontanato dal corteo all'altezza di piazza dei Cinquencento? Lo avranno capito i settori del Pd pronti a un pasticcio concertativo per trasformare le facoltà in fondazioni di diritto privato? I tagli ci sono, così il blocco delle assunzioni: il decreto truccato non convince gli studenti che insistono nell'idea di un percorso di autoriforma dal basso. Sarà un capitolo importante della assemblea nazionale che si terrà a Roma il 15, dopo la manifestazione nazionale che attraverserà lo sciopero generale del comparto. Quella «regionale» di oggi a Firenze è parsa a tutti prematura e, forse, frutto di una forzatura moderata. Maglio farla dopo la verifica politica della manifestazione nazionale, spiegano in corteo. L'agenda prevede tre workshop (sulle forme di lotta, sul manifesto dell'autoriforma, sullo sciopero generale) prima della plenaria. E il 16, un nuovo incontro nazionale medi-univerisitari completerà la scrittura del manifesto per l'autoriforma dal basso. Manco la Cgil si lascia ingannare dal decreto imbellettato: «Non incide sui punti di sofferenza, non modifica la 133 - nota Mimmo Pantaleo, leader della Flc - crescono solo i fondi per le borse di studio». Ma sono piatti di lenticchie. Il Blocco, protagonista una settimana fa delle aggressioni a giovanissimi liceali in piazza Navona, smentirà di aver preso parte al corteo. Ci sarebbero, in Procura, un paio di informative piuttosto precise su chi avrebbe acceso la miccia a pochi metri dal Senato. E comunque, stavolta, non avrebbe potuto il Blocco. I medi sventolavano centinaia di bandierine rosse, semplici rettangoli di cellophane. «E' per caratterizzarci - spiegheranno - i fascisti non hanno spazio, né adesso, né mai». Qualcuno sa pure che ieri era il 91° della Rivoluzione d'Ottobre. Qualcuno è sceso in piazza con il grembiule: «E' un controsenso fare le classi-ghetto e poi imporre la divisa come segno di uguaglianza», commenta una ragazza del quarto liceo del Russell. E se le chiedi di che partito sia, lei, come quasi tutti risponde: «Non sono fascista». «Vogliono speculare sull'Onda anomala - spiega un gruppo del Virgilio - noi abbiamo altri contenuti, non abbiamo nulla in comune con chi grida "Gelmini zoccola" e mena cintate». Però non fanno sconti a nessuno: «Gelmini nasce da Berlinguer!». E il referendum? «Sarebbe impossibile per le norme inserite in Finanziaria, ridicolo farlo solo su grembiulini e voto di condotta. Servirebbe solo ad affidare a Veltroni la partita», spiega Paola di Lettere mentre il corteo è fermo su Ponte Garibaldi, viene calato uno striscione sul Tevere. Sulla lapide per Giorgiana Masi si legge chiaro "Kossiga boia". Sembra che la meta sia la "solita" ma, a 30 metri dal ministero, il fiume di migliaia di studenti svolta su Via Induno lasciando soli i caschi blu e verdi dei robocop antisommossa. Poi il minuto di follia contro gente perlopiù a mani alzate e nude, seguito da applausi amari e ironici. La questura smentirà la carica e conterà due contusi tra le sue fila. Come a dire 2 a 2. E sulla via del ritorno fischi ai carriarmati dispiegati al Circo Massimo per la pagliacciata patriottica di La Russa: «Ecco dove finiscono i soldi sottratti all'istruzione». Miglior cartellone, forse, quello di due ragazze del Liceo Visconti: «Silvio ricordati che i tuoi capelli li devi alla ricerca».

 

Nasce «Per la sinistra». Niente scissione - Angela Mauro

«A Ferrero dico: prendi fiato, fermatevi un attimo, non diamo spazio a dinamiche nevrotiche. Stiamo decidendo un ennesimo episodio di guerra intestina? Non voglio questo. Il mio è un appello sincero». Come previsto, la conferenza stampa di presentazione del documento "Costruire la sinistra: il tempo è adesso" e di lancio della nuova associazione "Per la sinistra" non è l'annuncio della scissione della minoranza vendoliana (47 per cento al congresso di Chianciano) da Rifondazione. Anzi. Dopo il battage degli ultimi giorni sulla stampa, Nichi Vendola cerca di spegnere i fuochi interni al partito. Lo sa, il governatore della Puglia, che rispetto alla Sinistra Democratica di Claudio Fava e agli altri promotori dell'associazione che mira alla costituzione di un nuovo soggetto politico di sinistra, la sua area è meno libera di agire, con una gamba tesa verso la nuova avventura e l'altra legata al partito guidato dalla maggioranza di Paolo Ferrero. Eppure Vendola non dà fuoco alle polveri. «Non abbiamo bisogno di scissioni ma di allargarci, farci contaminare dai segnali di cambiamento che ci circondano». A cominciare dalle mobilitazioni studentesche, per finire all'effetto Obama, «che è sotto gli occhi di tutti: ha debellato il leader della destra mondiale, Bush». Dunque, con Ferrero e la sua maggioranza che al congresso ha deciso di presentarsi alle europee del 2009 con il simbolo di Rifondazione comunista (falce e martello compresi) l'interlocuzione è ancora ferma alla fase del «rilancio unitario». E' la «nostra proposta - dice Vendola - un cartello elettorale che metta insieme tutti i pezzi della sinistra», consentendo a ognuno di «mantenere la libertà della propria prospettiva strategica». Tutti i pezzi della sinistra, a partire dai promotori della nuova associazione: Sd, una parte dei Verdi (all'iniziativa di ieri c'è il solo Paolo Cento), una del Pdci (l'area di Katia Belillo e l'astronauta europarlamentare Umberto Guidoni, presente ieri), intellettuali e pezzi di società civile (tra i firmatari del documento Moni Ovadia, Alberto Asor Rosa, Maria Rosa Cutrufelli, Giorgio Parisi, Simonetta Salacone, Marcello Cini, Wilma Labate, Luciano Gallino, Margherita Hack, Mario Tronti). E nonostante la risposta negativa già pronunciata da Ferrero, resta da parte dei vendoliani la richiesta di un congresso straordinario: «Quello di luglio - insiste Vendola - è stato il congresso sulla sconfitta. Siamo stati asfaltati, ma in questi mesi sopra ci hanno camminato migliaia di piedi, gli studenti, i metalmeccanici che scenderanno in piazza il 12. E' stato un congresso nella notte. Ora la nottata è passata: c'è l'alba. Dico a Ferrero: ci vogliamo sintonizzare?». Al di là di come finiscano le beghe interne di Rifondazione, gli altri vanno avanti. Lancia in resta, Sd si è tuffata a capofitto nella nuova impresa. Il leader Fava ha pure respinto al mittente l'invito di Walter Veltroni a candidarsi nel Pd. Per ragioni politiche. E non parla di "cartelli elettorali", il successore di Mussi. Obiettivo: un nuovo soggetto di sinistra. «Se si trattasse solo di elezioni, ci saremmo seduti davanti a un notaio a comporre le liste». Il punto è il processo. Che va affrontato con «umiltà e generosità», le parole d'ordine del movimento ex-diessino. Specifica Fava che nella nuova associazione «non ci sono padroni di casa e non ci sono ospiti». Si decide insieme. «Pratiche democratiche e soggetti nuovi», precisa Vendola. Anche la forma sarà decisa insieme agli iscritti dell'associazione (le tessere non sono ancora pronte ma ci saranno). «Il nuovo soggetto lo costruiamo con una consultazione di massa allargata», spiega la femminista Maria Luisa Boccia. «Primarie delle idee a gennaio», chiarisce Paolo Cento. Guidoni: «Non vogliamo fare l'ennesimo partito, nè rimettere in piedi i cocci dell'Arcobaleno: vogliamo gettare le basi per la sinistra del XXI secolo». Intanto, il primo appuntamento in vista è quello del 13 dicembre: assemblea nazionale della nuova associazione a Roma. E certo non sfugge ai vendoliani che proprio per quello stesso giorno la maggioranza del partito ha convocato il comitato politico nazionale del Prc. Sgambetto? Sospiri. «Riprendiamo fiato». Quello servirà di sicuro. Comunque. Punto di caduta non esclusivo ma ineludibile (dicono tutti), l'avventura di una lista unitaria (se così sarà, se non sarà un cartello tipo Arcobaleno) per le europee richiede tanta e lunga lena. Ti spiegano da Sd, che se - come sembra - si andasse a votare con l'attuale legge elettorale, la lista unitaria di sinistra, con evidentemente nuovo nome e simbolo, sarebbe l'unica del panorama politico italiano a dover raccogliere le firme per correre, in quanto priva di parlamentari eletti a Roma o a Strasburgo. Non contano i singoli, tipo Fava, europarlamentare eletto con "Uniti nell'Ulivo". A meno che non si voglia correre con il nome e simbolo del vecchio alberello prodiano. Scherzi a parte, le firme da raccogliere sono tante: dalle 30mila alle 35mila per ogni circoscrizione elettorale, delle quali il 10 per cento va rastrellato in ogni singola regione, stessa percentuale indipendente dalla popolazione in Piemonte come in Molise. Un problema che invece non si pone per Rifondazione o per i Verdi o per il Pdci, dovessero presentarsi con lo stesso simbolo della scorsa tornata. La cosa non spaventa. "Il tempo è adesso", insistono dalla nuova associazione che inevitabilmente guarda ad un rapporto di interlocuzione con il Pd. Da sinistra, s'intende, e più verso D'Alema che Veltroni. Con il leader di ItalianiEuropei c'è per esempio sintonia di giudizi sull'era Berlusconi. «Oggi assistiamo alla prima crepa seria del berlusconismo - dice Vendola - una crepa non ricucibile. Noi non dobbiamo cavalcare la tigre delle mobilitazioni, ma lavorare ad una sinistra contaminata da esse. Lo spazio c'è».

 

Ferrero: «Bene la tregua, ma no al congresso» - Romina Velchi

«Vendola propone una tregua all'interno del Prc. Bene. Per quanto mi riguarda la pratico unilateralmente dal 27 luglio, giorno in cui è finito il congresso. A partire da ciò non posso che felicitarmi del fatto che Vendola escluda finalmente ogni ipotesi di scissione». Paolo Ferrero commenta così le dichiarazioni del governatore della Puglia che ieri, insieme a Claudio Fava, ha battezzato la nuova associazione "La sinistra". Ma non è disgelo tra le due anime del Prc, perché i punti di dissenso restano tutti. Intanto la proposta di congresso straordinario raccoglie un secco no sia da Ferrero che dal suo principale alleato nella maggioranza uscita vincente da Chianciano, Claudio Grassi: «Non sta né in cielo né in terra, il congresso si è appena concluso. Mi sembra un'idea strampalata», dice infatti il responsabile organizzazione. Ma l'idea registra reazioni negative anche all'interno della stessa area "vendoliana" se per esempio Milziade Caprili, benché avvertendo di parlare «dalla periferia», la bolla come «irricevibile» e Tommaso Sodano, ex senatore, la definisce un'ipotesi «distruttiva, che porterebbe molti compagni a tornarsene a casa». Anche la proposta del cartello elettorale non trova consensi. Il ragionamento di Vendola è semplice: siccome incombe la "spada di Damocle" delle elezioni europee (appuntamento quanto mai importante per la sopravvivenza politica), perché farci del male reciprocamente andando ognuno contro l'altro armato? Facciamo una tregua, un cartello elettorale appunto; poi si vede. Sul merito Ferrero preferisce non rispondere, convinto com'è che tenere il partito inchiodato fino a giugno ad un dibattito che va avanti da mesi (Arcobaleno sì, Arcobaleno no) sia un suicidio: «Il titolo è: come si uccide un partito». Che invece deve mettere tutte le sue energie per «uscire dalle stanze e lavorare dentro il movimento, dentro la società. Che poi equivale a trovare i voti». E poi non si sa ancora ufficialmente con quale legge si andrà a votare. Che è l'obiezione anche di Grassi, che respinge esplicitamente l'ipotesi del cartello elettorale: «Tocca ad altri avanzare una proposta, non a chi ha proposto la Sinistra arcobaleno, col risultato disastroso che sappiamo. Noi abbiamo sostenuto la S.A. anche se il progetto non ci convinceva. Ora facciamo la prova del budino: andiamo al voto col nostro simbolo e vediamo quanto consenso ottiene». Anche il Pdci, per voce dell'ex senatrice Manuela Palermi, boccia il cartello elettorale: «E' probabile che la proposta di rimettere insieme i pezzi della Sinistra arcobaleno non inglobi noi, che in quanto comunisti veniamo considerati dei rottami. Ma l'approdo, o l'allargamento, come lo chiama Vendola, mi pare evidente che debba interpretarsi nella confluenza nel Pd». In ogni caso, «non siamo assolutamente interessati. La consideriamo una proposta vecchia e sostanzialmente inutile, oltreché surreale». E questo è uno dei motivi per i quali, sia nell'area vendoliana che nella maggioranza del partito, le assicurazioni sulla non volontà di arrivare alla scissione non hanno ancora convinto del tutto. «Non capisco - dice infatti Ferrero - in che relazione stanno le dichiarazioni di Vendola con quelle di Fava che annuncia un nuovo soggetto politico alleato naturale del Pd». Tra i vendoliani, se Caprili esprime un «dissenso per difetto» all'idea di Claudio Fava delle «sinergie tra me, Nichi Vendola, Umberto Guidoni e Paolo Cento» («L'alleanza dev'essere più larga, perché limitare?», si domanda), lo "stop and go" di questi giorni ha generato una confusione che ancora non si è dissipata. «Io sono fermo alla mozione che ho sottoscritto al congresso - precisa Sodano - L'associazione deve essere di aiuto al processo costituente» e non dare origine ad una nuova «frammentazione». Come Augusto Rocchi, anche Sodano si dice contrario a «scorciatoie elettoralistiche». «Il cartello non dipende solo da Rifondazione. Se non decolla che facciamo? Il "con chi ci sta" mi vede contrario; sarebbe un'altra piccola sigla. Allora meglio andare al voto con il nostro simbolo». Alfonso Gianni ce la mette tutta per sgomberare il campo da ogni dubbio: «E' una costruzione mass-mediologica, l'ipotesi della scissione non è all'ordine del giorno» (anche perché, ha già avuto modo di dire, oggi non ci sono le condizioni). «L'associazione - spiega ancora - serve per rifondare e riunire la sinistra, non comporta assolutamente una precipitazione sull'appuntamento elettorale. Certo è che dobbiamo evitare di fare la fine della sinistra argentina o di quella francese, cioè dividere una piccola percentuale in tanti zero virgola».

 

Manifesto – 8.11.08

 

Obiettivo autoriforma - Francesco Raparelli*

Pensavano di aver usato le armi giuste stavolta. Dopo i manganelli della festa del Cinema, dopo le minacce di sgombero per le occupazioni, dopo le denunce e i neofascisti di piazza Navona, dopo i Cossiga e i Mantovano, il primato della comunicazione. Conferenza stampa per la Gelmini, toni meno dirigisti, anticipati dagli editoriali distensivi del Corriere, Giavazzi e Franchi in prima fila: questi giovani che protestano vogliono il cambiamento, il decreto aiuta gli studenti e i precari e combatte i baroni: la Gelmini fa parte dell'Onda! Sipario. Giochi linguistici, appunto, laddove ci si rende conto che i consensi calano e che il movimento sta vincendo e non si ferma. Astuzie della comunicazione che ci consegnano il nocciolo profondo del tentativo di riforma gelminiano: differenziare i finanziamenti per gli atenei, imporre la logica dell'efficienza produttiva, innalzare conseguentemente le rette e introdurre il numero chiuso, il tutto accompagnato da qualche briciola per le borse di studio o i prestiti d'onore. «Ne resterà soltanto uno», recitava un vecchio film: ne resteranno solo poche, eccellenti, ben finanziate e inaccessibili ai più, salvo per chi, poverissimo, sarà disposto a caricare sulle proprie spalle ventenni debiti per decine di migliaia di euro. La triste fine del debito privato americano la conosciamo tutti, si chiama crisi globale. Ma il movimento non si è perso nelle astuzie della comunicazione ed è andato al cuore della faccenda: senza il ritiro della legge 133 le lotte non si fermano. La giornata di ieri ne è stata dimostrazione straordinaria: decine di migliaia di studenti e precari in corteo, a Roma, a Milano, a Napoli e in molte altre città. Niente male per una giornata di manifestazioni interamente auto-organizzate, a soli otto giorni dalla grande mareggiata del 30 ottobre. Ed è proprio a partire dallo storico risultato del 30 ottobre che il movimento della Sapienza in particolare, ma degli atenei in rivolta più in generale, ha rivolto un appello alle forze sindacali, di base e confederali, per dare vita e costruire assieme un grande sciopero generale in grado di paralizzare il paese e di imporre un'altra agenda in merito alle politiche sociali. L'offensiva che questo governo sta infliggendo alle istituzioni del welfare ci pone di fronte a un bivio epocale: accettare la dismissione delle garanzie pubbliche, riconquistare democraticamente il welfare, trasformare questa riconquista in una grande sfida di nuova politica. Ed è proprio la democratizzazione della ricerca e della formazione in genere che sta a cuore a questo movimento. Autoriforma dell'università, la parola d'ordine che attraversa le mobilitazioni, che compone l'agenda delle discussioni di facoltà. Non solo il blocco della città come nuovo strumento di sciopero,ma anche la proposta, la costruzione di un'alternativa concreta, una grande potenza auto-normativa degli studenti e dei precari della ricerca. Lungo la manifestazione del 14, durante la due-giorni di assemblee nazionali che si svolgeranno presso la Sapienza il 15 e 16, i temi saranno questi: lo sciopero generale per un verso, l'autoriforma dell'università per l'altro. Nello stesso tempo, la necessità di articolare lo slogan che non smette di fare il giro del paese, «Noi la crisi non la paghiamo!».

*dottorando di ricerca in Filosofia politica

 

Più che al fascismo, sulla scuola il governo torna all'Ottocento

Salvatore Cingari*

Alcuni giorni fa su questo giornale veniva opportunamente ricordato un discorso di Pietro Calamandrei del 1950 in cui si ipotizzava una dittatura «larvata» basata sostanzialmente sull'impoverimento della scuola pubblica a vantaggio di quella privata. Ma già nell'Italia post-unitaria la conservazione gattopardesca degli antichi equilibri passava, nella politica scolastica, per una mediazione fra pubblico e privato, garantita dalla legge Casati. Lontani anni luce dunque dal vicino scenario della Francia repubblicana che cercava di promuovere l'emancipazione individuale dai vincoli comunitari, familiari e confessionali, l'invadenza del «pubblico» era del resto poco tollerata, in Italia, dalle famiglie del ceto dirigente, che tendevano a rivolgersi alle scuole private. Sentite un po' com'è attuale questa storia. Autunno del 1873. Seduta fiorentina della commissione d'inchiesta Scialoia sulla istruzione secondaria maschile e femminile. Viene sentito Luigi Ridolfi, notabile della consorteria locale, figlio del Cosimo ex ministro dell'istruzione della Toscana post-lorenese, a cui viene chiesto un parere sulla netta preferenza delle famiglie per le scuole non governative. «Una prima cagione - spiega Ridolfi - (...) credo debba trovarsi nel modo di elezione dei Maestri a mezzo di concorsi». Infatti se tale «modo» garantisce la scelta per quanto riguarda l' «idoneità scientifica», non poteva rassicurare i sudditi dell'Italia unita per quella «morale». La nomina per concorso, inoltre, determina una disomogeneità di metodi e principii fra i docenti. Infine, «presso i maestri» eletti a concorso, «è raro e difficile che abbia sufficiente autorità morale il Preside, o il Rettore, dell'Istituto», il quale, aggiungeva Ridolfi, doveva restringere la propria azione agli aspetti disciplinari e amministrativi, senza che nessuno rispondesse dell'indirizzo generale dell'insegnamento. Preferibile era perciò che i presidi, scelti oculatamente dalla pubblica amministrazione, scegliessero a loro volta i «maestri» che offrirebbero così alle famiglie «quelle garanzie che derivano dalla personale responsabilità e ispirassero quella fiducia che nessun regolamento può dare». Questa pagina inedita che giace all'archivio centrale dello Stato di Roma (Mpi, Div.scuole medie, Commissione d'inchiesta sulla istruzione secondaria maschile e femminile, busta 6bis, fasc.38) è utile per approfondire la genealogia politico-ideologica del progetto di riforma Gelmini e del neo-conservatorismo tremontiano. L'idea della chiamata diretta dei capi d'istituto allude esattamente alla stessa esigenza di controllo sociale che muoveva i liberali italiani all'epoca della Destra storica, scossi dal fantasma della Comune di Parigi. E d'altra parte, continuando a sfogliare le carte dell'inchiesta, il disagio dei «padri di famiglia» per la pluralità di orientamento culturale fra i professori nei licei governativi, rispetto al monolitismo confessionale di quelli privati-cattolici, non richiama la giustificazione ormai di nuovo popolare, che il maestro unico alle scuole elementari favorisca il ripristino di un salutare principio di autorità? E non è anche così per quanto riguarda l'idea di un eccessivo affaticamento dell'allievo, esposto a troppi stimoli cognitivi, per le ristrette esigenze dell'angusta borghesia italiana emergente? Oggi del fascismo il blocco dominante di interessi non ha bisogno, dato che non esiste un soggetto antagonista forte e strutturato. Gli è sufficiente tornare all'Ottocento: ma, attenzione, ad un '800 pre-unitario (ed insieme post-moderno), che non deve più neppure entrare a compromessi con lo stato-nazione. La dittatura «larvata» di Calamandrei, cioè, in cui la coercizione è anche e soprattutto disseminata nel sociale.

*storico

 

Prc,Vendola a Ferrero: «Tregua per le europee» - Micaela Bongi

Non è l'annuncio della scissione. Neanche un passo spedito in quella direzione. Anzi, presentando con il leader di Sd Claudio Fava la nuova associazione «Per la sinistra», il leader della minoranza Nichi Vendola propone al segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, una tregua. Un «gesto di maturità politica», lo chiama, per «evitare l'ultimo episodio di guerra», per «non farci del male». Quello della scissione, sostiene il presidente della Puglia, è «un gossip alimentato non da me. Io parlavo di rilancio unitario». Ciò non toglie che seppure tempi e modi della rottura non sono fissati, anche perché dentro la minoranza non mancano i frenatori, l'ipotesi resta. Ma un passo alla volta. Il leader dell'area Rifondazione per la sinistra per ora rilancia l'idea del «cartello unitario» alle europee, che eviti la competizione a sinistra, spiega Vendola. Alla presentazione del documento «Costruire la sinistra, il tempo è adesso», ci sono anche i verdi Paolo Cento e Loredana De Petris. A firmarlo, del Pdci c'è Umberto Guidoni. E poi Moni Ovadia, che illustra il progetto con Maria Luisa Boccia, e Margherita Hack, Mario Tronti, Luciano Gallino, Parisi. Un'iniziativa «senza padroni di casa e ospiti», viene detto, «orizzontale», lontana dall'esperienza tutta di ceto politico dell'Arcobaleno. La proposta di cartello per le europee è invece il tentativo di tenere soggetto unitario e liste su piani diversi, per evitare lo scontro a Strasburgo tra la Rifondazione di Ferrero e i vendoliani, rimandando a dopo il voto la riorganizzazione della sinistra. Insomma, per affrontare la scissione dopo la chiamata alle urne di giugno. In questo modo la minoranza del Prc non dovrebbe scegliere prima di quell'appuntamento se restare nel partito, creando una frattura con Sinistra democratica che comunque presenterebbe la sua lista, o presentare una lista insieme al movimento di Fava e Mussi, andando a una rischioso scontro con il Prc. Oltretutto, argomentano tra i vendoliani, è difficile sostenere il rilancio unitario, l'allargamento, partendo da una scissione. La soluzione del cartello dovrebbe servire a convincere chi coltiva progetti diversi dal soggetto unitario di Fava e Vendola: ognuno manterrebbe la propria identità. Ma a rispondere subito picche, dalla maggioranza del Prc, è il responsabile organizzazione Claudio Grassi: «Non capisco cosa sia un cartello, quattro simboli tutti insieme diventerebbe una cosa illeggibile. Ai compagni della minoranza dico: noi abbiamo accettato l'Arcobaleno, scelta che si è rivelata fallimentare, questa volta andiamo con il simbolo del Prc, anche perché si tratta della proposta che ha vinto il congresso, e vediamo quanto consenso ottiene. Dopo tireremo le somme». Un congresso straordinario, come propone Vendola? «Non sta né in cielo né in terra». Il segretario Ferrero, che di europee vuole parlare solo dal prossimo anno, accoglie positivamente la proposta di tregua ma per sottolineare che qualcosa non torna: «La tregua la pratico unilateralmente dal giorno in cui è finito il congresso, ma la minoranza ha rifiutato la gestione unitaria. Non posso che felicitarmi del fatto che Vendola escluda finalmente la scissione, anche se non capisco in che relazione stanno le sue dichiarazioni con quelle di Fava, che annuncia un nuovo soggetto politico 'alleato naturale del Pd'». Perché il coordinatore di Sd sostiene che «il Pd è il nostro interlocutore principale e, stabilendo un'attenta piattaforma programmatica, nostro alleato naturale». Dal canto suo, Ferrero deve comunque tenere conto della chiusura dei grassiani che spingono verso il Pdci. E comunque fin d'ora nella minoranza non viene vista certo come un'apertura al cartello - tutt'altro - la decisione, annunciata ieri dal segretario, di convocare per il 13 e 14 dicembre il Comitato politico del Prc. Proprio per il 13 è fissato il debutto dell'associazione «Per la sinistra» con un'assemblea a Roma. Di fonte al doppio impegno gli esponenti della minoranza che sono nel Cpn saranno costretti a scegliere. Un antipasto di quel che accadrà se, come appare più che probabile, Ferrero dirà no al cartello. Ma a questa concreta eventualità i vendoliani non sono ancora attrezzati.

 

«Purché ora sappiano stare al governo» - Daniela Preziosi

ROMA - «Il Pd deve ancorarsi al centro. Il film dell'alleanza fra dal Prc a Dini lo abbiamo già visto e sappiamo come va a finire: male. Vogliamo fare qualche accordo a sinistra? Vedremo i programmi. Ma il nostro tema è un altro: da noi l'elettorato di centro deve sentirsi garantito. Se lo tradisci, non ti vota». Il deputato Stefano Graziano fa parte del gruppetto dei 'follini'. Pochi, ex Udc, ma per niente isolati. Sono quelli che dentro il Pd conducono una battaglia senza quartiere a tutto quello che ha a che vedere con la sinistra: pensieri, parole, opere e manifestazioni (a quella del 25 ottobre, infatti, non sono andati). L'idea delle alleanze con Vendola e compagni non piace: «La nostra stella polare deve essere un'altra: o cercare un rapporto forte con i centristi, o cercare le alleanze con quelli che li rappresentano meglio». Cioè l'Udc. «Altrimenti il destino è segnato: quelli votano Berlusconi». Che un pezzo della sinistra si muova in direzione Pd non piace a molti centristi, da Beppe Fioroni a Dario Franceschini a Francesco Rutelli. Oggi sono gelidi verso il segretario. Ma se Veltroni facesse un gesto troppo affettuoso verso la neonata associazione 'Per la sinistra', embrione di un possibile nuovo soggetto ex comunista, sarebbero pronti ad aprire la crisi formale al Nazareno. E così la novità è che ieri, assente il leader per motivi di salute, anche i veltroniani hanno mantenuto il low profile sugli ex arcobaleno. «Non mettiamo limiti alla provvidenza: il Pd deve sfondare al centro, direttamente o con alleanze», spiega Stefano Ceccanti. «Quanto alla sinistra, qualcosa di non estremo si può ancora prendere. Ma appunto, solo qualcosa». Il costituzionalista ha abbozzato un'analisi del voto delle presidenziali Usa. Arrivando alla conclusione che anche lì ha contato il voto cattolico: «Sin dalle presidenziali del 1980, chi vince tra i cattolici, la minoranza più baricentrica anche perché socialmente più composita, vince le presidenziali», dice. E così sarà un caso, ma ieri Vendola ha annunciato la sua associazione, ha dichiarato interesse generico verso l'alleanza con il Pd, ma contemporaneamente ha frenato sulla scissione dal Prc di Ferrero. E questo è un classico caso di convergenza parallela con gli interessi di Veltroni. I due, Ventola e Veltroni non si sarebbero sentiti direttamente - anche se non c'è da escluderlo - ma si sarebbero mandati segnali. Per il segretario del Pd non è momento di incontri al vertice, che potrebbero metterlo in difficoltà con l'ala centrista del suo partito. Ma di incontri territoriali, di alleanze locali. Le stesse però che anche la parte ferreriana del Prc non disdegna. Non che tutti i cattolici la pensino come Fioroni e Follini, nel Pd. Per Pierluigi Castagnetti, per esempio, «la scelta di Vendola e Fava ha una ragione profonda, in fondo è la parte della sinistra che aveva accettato la scommessa dell'Unione. Non quella sistematicamente indisponibile alle soluzioni. Penso ai rifiuti a Napoli: un pezzo di sinistra radicale ideologizzava qualsiasi scelta.Vendola, da amministratore, si è comportato ben diversamente. Allearsi con loro è lo sbocco naturale del Pd. Basta che dicano con chiarezza che sono una sinistra di governo e non di opposizione». Insomma, Vendola e Binetti nello stesso schieramento? Sì, per Castagnetti, «bisogna avere una visione più larga sui valori. E poi mica si affrontano tutti i giorni tematiche così. Del resto Binetti e Vendola sono già stati alleati». Lo sono stati, senza essere direttamente colleghi. Vendola era, ed è, governatore della Regione Puglia, durante il governo Prodi. Paola Binetti era senatrice e per poco non fa cadere il governo per non aver votato la fiducia sul decreto sicurezza, in un passaggio che parlava di discriminazioni contro gli omosessuali. E tra Pd e sinistra, su questi temi, non si può dire che siano stati fatti grandi passi di avvicinamento. «Vendola e Binetti possono tranquillamente essere alleati», assicura Roberto Di Giovan Paolo, cattolico ma non teodem. «Sono uno dei tanti senatori cattolici che chiedono al Pd di prendere una posizione su questi temi sensibili. E quando si ha una linea chiara, si può anche stare in minoranza, con chiarezza».

 

E ora boom disoccupati - Maurizio Galvani

Gli Stati Uniti sono ufficialmente in recessione, ora certificata dal National Bureau of Economic Reasearch incaricato di misurare i cicli economici del paese. E a togliere di mezzo eventuali dubbi sono arrivati ieri altri due dati macroscopici. Il primo sulla disoccupazione: in ottobre, il tasso è schizzato al 6,5%, il livello più alto dal 1994. Il secondo proveniente dal mondo dell'automobile: nel terzo trimestre, la Ford ha perso altri 3 miliardi di dollari, la General Motors 4,2. In borsa, il titolo è crollato.

La giornata si era aperta con il Dipartimento al lavoro che comunicava che in ottobre 240 mila persone hanno perso il posto di lavoro, portando la cifra complessiva dei primi dieci mesi del 2008 a 1,2 milioni di unità. La recessione avanza a grandi passi e nel paese sono 10,1 milioni di persone senza un posto di lavoro. Non c'è comparto dell'economia che non paghi la crisi iniziata con la speculazione dei subprime: i disoccupati si contano soprattutto nelle costruzioni, nella manifattura e nelle vendite al dettaglio. Regge, ancora, il comparto dei servizi, in particolare in ambito sanitario e minerario. L'auto americana invece si è proprio fermata. La Ford ha dichiarato di aver perso tra luglio e settembre 3 miliardi di dollari, con una flessione delle vendite del 25%. La Gm ha dichiarato di aver avuto perdite operative pari a 4,2 miliardi di dollari, ridotte formalmente a 2,5 miliardi dopo aver utilizzato 6,9 miliardi di liquidità. E dopo la pubblicazione dei conti, il numero uno del gruppo Richard Wagoner ha annunciato che interromperà le trattative di fusione con Chrysler, per concentrarsi sui suoi gravissimi problemi finanziari che ormai mettono a rischio le attività del gruppo. Una delegazione delle tre di Detroit (Ford, Gm e Chrysler) hanno incontrato giovedì Nancy Pelosi, la presidente democratica del Congresso. Alla riunione hanno partecipato i numeri uno delle tre case automobilistiche - Wagoner per la Gm, Alan Mulally per la Ford e Bob Nardelli per la Chrysler insieme al capo del sindacato di categoria Uaw, Ron Gettelfinger - per chiedere ancora più aiuti. Almeno 50 miliardi di dollari; 25 miliardi liquidi e 25 miliardi di dollari per coprire le spese per l'assistenza dei dipendenti. L'assedio delle quattro ruote a Washington arriva mentre il neo presidente Barack Obama sta mettendo a punto la sua nuova squadra per l'economia, tema centrale della campagna elettorale. La nomima del segretario al tesoro Usa è la più urgente di fronte all'attuale recessione e al crack occupazionale. Sembrano non esserci più soldi anche per gli ammortizzatori sociali e i sussidi. «Alcuni singoli stati - sostiene il National Employment Law Project - sono in bancarotta e non hanno più riserve per poter pagare i sussidi». Il numero delle richieste è sensibilmente aumentato: sono «3,84 milioni le persone che beneficiano di un aiuto, il livello più alto livello degli ultimi 25 anni». Con il trend attuale e - con i tagli che le imprese hanno annunciato per le prossime settimane - le casse potrebbero risultare presto insolventi. La CnnMoney riporta l'esempio dello stato del Michigan (dove hanno sede le Big Three) con l'industria dell'auto al collasso. Quest'anno le richieste di un sussidio sono aumentate già del 21% e il tasso di disoccupazione - in quella regione - è salito all' 8,7%, rispetto all' 7,3% di un anno fa. «Il fondo del Michigan ha già speso circa 1,1 miliardi di dollari in contributi», ha dichiarato Stephen Geskey presidente del fondo statale. Anche in Ohio, le richieste di sussidio sono salite in un anno del 40% e la cassa del fondo ha «disposizione solamente 305,6 milioni di dollari», scrive la CnnMoney. Il dato fornito dal Dipartimento al lavoro rivela altre cose. Ovvero che è cresciuto il numero di coloro che rimangono senza lavoro per più di 27 settimane (2.3 milioni di persone); è cresciuto il numero dei dipendenti licenziati che non si aspettano di essere richiamati al lavoro (ad ottobre sono 4.4 milioni e molti tra coloro che sono stati espulsi vengono dal mondo della finanza); è salito il numero delle persone che sono impiegate par-time (più 645 mila a ottobre e complessivamente 6.7 milioni in tutto il paese); perdono per primi il posto di lavoro le minoranze nere (11.1 per cento) quella ispanica (8,8 per cento) ma i più colpiti sono il gruppo dei teenagers (20.6%)

 

Il feudo dei coloni. I dissidi di Hamas-Fatah sul fronte di Hebron

Michele Giorgio

HEBRON - Regna l'abituale confusione a Bab Zawiye. Ambulanti che urlano, acquirenti scettici, taxi che fanno lo slalom tra le bancarelle. Le scolaresche sciamano per le strade intasate di automobili. A pochi metri dal quartiere palestinese c'è l'altra Hebron, la zona H2, controllata dall'esercito israeliano, per la quale si aggirano solo sparuti gruppi di coloni ebrei e pattuglie della polizia. I palestinesi che abitano lì si comportano come topi: rintanati in casa, fanno di tutto per evitare i coloni, che nelle ultime settimane sono più aggressivi del solito. I settler sono infuriati con il governo e con l'esercito israeliano, ma sfogano loro rabbia soprattutto contro i palestinesi. Gli ultimi, gravi scontri si sono avuti qualche notte fa, non lontano dall'insediamento ebraico di Kiryat Arba, quando decine di estremisti si sono scatenati lanciando sassi contro le case palestinesi, profanando decine di tombe in un cimitero musulmano e fracassando i vetri di un'ottantina di auto arabe. Un raid punitivo contro i palestinesi, seguito alla demolizione da parte dei soldati di un «avamposto colonico», illegale non solo per la legge internazionale ma anche per le autorità di occupazione. «Chiedere aiuto alla polizia palestinese è inutile - spiega sconsolato Fares Sweiki, che abita lungo la strada che collega Kiryat Arba e Hebron - : gli agenti non possono avvicinarsi agli insediamenti, e poi sanno bene che se provassero a difenderci si troverebbero sotto il fuoco dei soldati e dei coloni israeliani». Parole che fanno riflettere sulla condizione di Hebron, in modo particolare della sua zona H1 - l'85% della città - ufficialmente sotto il controllo dell'Anp, ma dove in realtà a dettar legge è sempre l'esercito israeliano. Dal 25 ottobre ad accrescere l'amarezza della popolazione contribuisce il dispiegamento di 550 agenti dei reparti speciali delle forze fedeli al presidente Abu Mazen. Uomini addestrati in Giordania con fondi statunitensi ed europei e che l'Anp, dopo aver ricevuto il via libera di Israele, ha inviato a Hebron per riportare «legge e ordine» nelle strade. Ma in città sanno bene qual è il vero compito di questi reparti scelti: fare la guerra ad Hamas, che ha già preso il controllo di Gaza un anno fa e gode di molti consensi anche in Cisgiordania. «Proteggono gli israeliani, non noi: li hanno inviati qui non per difenderci dai coloni ma per aiutare Israele», protesta Musa, un disoccupato. Khaled, commerciante e simpatizzante di Fatah, il partito di Abu Mazen, è deluso: «Hamas non mi piace, ma il problema di Hebron non sono gli islamisti ma l'occupazione e i coloni». I leader locali del movimento islamico preferiscono non incontrare la stampa, specie quella internazionale: sanno di essere nel mirino della forza speciale dell'Anp e non si espongono. Militanti e simpatizzanti di Hamas invece sono meno timorosi. «Il governo di Ramallah (l'Anp di Abu Mazen, ndr) ci fa la guerra mentre dovrebbe lottare contro coloro che occupano la nostra terra», dice Mahmoud J., membro di una delle famiglie più in vista di Hebron. Un suo amico, Mustafa M., non è di Hamas ma punta anche lui l'indice contro l'Anp. «A Ramallah - dice con tono minaccioso - pensano solo a spartirsi i soldi che arrivano dall'estero mentre a Hebron tante famiglie muoiono di fame. Hamas invece aiuta la popolazione e sono certo che non resterà a guardare le azioni del mukhabarat (il servizio di sicurezza)». Un avvertimento che ha trovato conferma qualche giorno fa, quando Ismail Radwan, uno dei massimi dirigenti di Hamas, da Gaza ha fatto sapere che se in Cisgiordania continueranno le campagne di arresti di attivisti e simpatizzanti della sua organizzazione, il dialogo con Fatah non vedrà mai la luce. «Non è possibile parlare di riconciliazione mentre ogni notte tanti dei nostri vengono arrestati dalle forze dell'Anp e di Israele», ha protestato, dimenticando però che a Gaza la tanfisiya, la forza speciale di Hamas, tiene sotto costante pressione quelli di Fatah e spesso proibisce la distribuzione dei quotidiani di Ramallah. «Hebron è una roccaforte di Hamas». I giornali di mezzo mondo di recente si sono affannati a spiegare che Abu Mazen non avrebbe altra scelta che fare la guerra al movimento islamico. Una lettura della situazione sul terreno che tralascia il dato più scottante: la presenza di 500 coloni israeliani che di fatto tengono in scacco il futuro di questa città spaccata in due parti. Di fatto l'invio dei 550 agenti speciali dell'Anp a Hebron conferma che l'attuazione della Road Map, da tutti considerata morta, è in atto da mesi. Ma solo da parte palestinese. La prima fase di quel presunto «percorso di pace» tracciato dagli americani ma completato con le condizioni poste dall'ex primo ministro israeliano Ariel Sharon, prevede da parte dell'Anp la cosiddetta «lotta alle infrastrutture del terrorismo», cioè Hamas, e la parallela cessazione delle attività di insediamento in Cisgiordania da parte di Israele che, al contrario, prosegue senza sosta. Senza avere alcuna certezza sull'indipendenza palestinese, apparentemente non scosso dal fallimento di Annapolis e da un anno di negoziati di pace senza esiti, Abu Mazen e il suo entourage, a bassa voce, hanno ordinato ai servizi di sicurezza di coordinarsi con l'esercito israeliano nella lotta al «nemico comune», Hamas, come ha rivelato un articolo pubblicato nelle scorse settimane dal quotidiano Yediot Ahronot, mai smentito dall'Anp. D'altronde il coordinamento è evidente sul terreno. Proprio a Hebron, il mese scorso, il capo dell'intelligence palestinese Aqel a-Saadi ha annunciato la scoperta di un tunnel e di un presunto deposito di armi di Hamas e l'arresto di militanti islamici che, a suo dire, si preparavano «a scardinare la sicurezza e la stabilità» in Cisgiordania. Il tunnel è stato distrutto dagli israeliani allertati dall'Anp e nei giorni successivi le unità speciali palestinesi hanno effettuato decine di arresti definiti dal loro comandante, Alaa al Saifi, «un'operazione contro i malavitosi». Il generale Keith Dayton, che da circa due anni, per conto degli Stati uniti (e indirettamente di Israele), sta supervisionando l'addestramento dei reparti speciali dell'Anp in corso in Giordania e nel centro di intelligence di Gerico, non sente il bisogno di mascherare queste manovre. Confermando, in un'intervista al quotidiano al Ayyam di Ramallah, di essere in costante contatto con il comandante in Cisgiordania dell'esercito israeliano, Dayton ha spiegato che «la sicurezza è il primo passo, economia e stabilità non possono essere raggiunte in un clima in cui la gente ignora il potere dell'Anp». Due giorni prima, il ben informato quotidiano al Quds al Arabi di Londra aveva riferito che 700 agenti palestinesi del II Battaglione vengono attualmente addestrati nel Muwaqqar Camp, in Giordania ma finanziati interamente dagli Usa, assieme ai reparti speciali iracheni. Nei Territori occupati sono ormai in tanti a scommettere che presto si disputerà il secondo, forse decisivo, round della guerra civile palestinese.

 

Repubblica – 8.11.08

 

Un po' Clinton, un po' Reagan, il nuovo stile della Casa Bianca

VITTORIO ZUCCONI

WASHINGTON - Poiché la presidenza americana è stile, prima ancora che sostanza, se guidare una nazione di nazioni come questa è capacità di parlare direttamente alla gente, prima ancora di pretendere di governarla, è davvero cominciato un giorno nuovo, negli Stati Uniti. Uno nel quale il futuro presidente sa addirittura prendere in giro sè stesso, non gli altri, e promette di regalare alle bambine un cagnolino senza pedigree, un mutt, un incrocio di razze, "come sono io", sdrammatizzando con una parola sola tutta la retorica debordante del "nero alla Casa Bianca". E ricordarci, sorridendo, che tutti, al mondo, siamo mutt, incroci di razze diverse, come lui. Per fare quello che soltanto il suo ovvio modello, Kennedy nel 1960, fece, affrontare subito, a urne ancora calde l'esame pubblico della conferenza stampa per dirci, implicitamente e quasi subliminalmente, che lui non ha paura di quello che lo aspetta e dunque neppure noi dobbiamo avere paura, ha scelto un giorno di nuovi, e spaventosi scricchiolii dell'economia americana. 240 mila disoccupati in più, un milione e 200 mila posti di lavoro scomparsi soltanto quest'anno, la General Motors che fa sapere di avere finito i soldi. Lo fa non perché abbia soluzioni miracolose da offrire per raddrizzare il bilancio catastrofico ereditato dal predecessore Bush, oltre l'attesa promessa di un "stimolo" di una nuova pioggia di assegni e di riduzioni fiscali per la classe media, ma per indicare da subito quale sarà il proprio stile di governo, la "trasparenza" che aveva promesso, quella voglia di "assumersi le responsabilità". Come Reagan giocava al buon padre che rimbocca le coperte ai bambini la sera, così Barack Obama vuol dare il senso, e non ancora la sostanza, che lassù, all'ultimo piano del potere, sta entrando un giovane adulto. Non più un vecchio ragazzo. John F. Kennedy, che adorava il rischio delle conferenze stampa e si divertiva a bluffare con i giornalisti, attese appena 48 ore, dalla vittoria strettissima dell'8 novembre al giovedì successivo, il 10, per convocare la stampa e affrontare subito il problema della Guerra Fredda. Lui ha aspettato 72 ore per mostrarci che cosa sarà "l'Obama Style", il doppio volto di un uomo capace di voli retorici quando servono per eccitare la folla, "Yes we Can!", di autoironia, per smontare il "culto" del "nero" e ricordarci che lui è, come il futuro cagnetto, tanto bianco quando nero, ma anche di gelida serietà, quando la festa finisce e arriva il conto. Lo "stile Obama" non è quello di Kennedy, del gattone che gioca con i topolini della "press" e magari mente, come fece JFK negando di avere problemi di salute. Il "presidente eletto" come vuole il suo titolo prima del 20 gennaio, semmai ricorda quello di Franklyn Roosevelt e del suo "la sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa". Obama è un centrista clintoniano, non quel "marxista in pectore" che la campagna avversaria aveva cercato invano di dipingere, un seguace di quel "parlare a sinistra e governare al centro" che Clinton, un altro che assaporava le conferenze stampa fino a quando fu costretto a parlare non di politica ma a mentire su "relazioni sessuali che non ho mai avuto", aveva adottato. Governare al centro, per la classe media che è di operai come di impiegati e di "Joe l'Idraulico", è la sua proposta rivoluzionaria, dopo 8 anni di politica fiscale che aveva risucchiato la ricchezza proprio dalla classe media verso l'alto, senza ricadere. Riorientare la grande nave del governo federale verso i "paycheck" le buste paga, e non i dividendi o i bonus, è la prima cosa che ha detto ieri da "eletto", con quella serietà vellutata, ma ferrea, cordiale e distante, come vuole la "gravitas" delle istituzioni che è il suo "stile". Di uno che capito che questa terribile fine 2008 non è tempo di barzellette. Il coro muto dei clintoniani che gli facevano da sfondo, a cominciare dal suo nuovo capo di gabinetto, un altro prodotto di quella dura, cinica, realista "scuola politica di Chicago", Rahm Emanuel, era la testimonianza che il clintonismo senza Clinton è tornato alla Casa Bianca. Un Obama 1 che comincia a somigliare a un Clinton 3. Chi ricorda le esitanti conferenze stampa di "W" Bush che le centellinava per paura, la rabbia torva di Nixon che gridava "non sono un mascalzone", sapendo di esserlo, il tedio mortifero dell'ingegnere Jimmy Carter che passava dal misticismo alla pignoleria del tecnico che spiega il funzionamento di un reattore, non può non rallegrarsi che alla Casa Bianca sia tornato qualcuno che avvicina l'abilità comunicativa di Reagan, la composta serietà di Bush il Vecchio, la capacità di sorridere, quando è giusto farlo, di Kennedy, discutendo anche del cagnetto per le bambine. Scelta per la quale, "ho consultato ex presidenti e il presidente in carica", il cui terrier ieri ha morso la mano di un reporter, forse geloso del futuro "first dog" che lo soppianterà, del nuovo "cane supremo" e allegramente "bastardini". Anche chi gli aveva votato contro, pensando all'arrivo di un ideologo con piani quinquennali in tasca, ha visto che alla Casa Bianca non è arrivato soltanto un uomo giovane, snello ed elegante. Ma qualcuno che invece di provare pietà per i poverelli, come proclamava Bush il "conservatore compassionevole", sa che la macchina del governo, la sola lobby dei senza lobby, deve riportarli al centro del proprio lavoro. O rischiare di distruggere il "sogno" di tutti, non soltanto quello, ora finalmente realizzato, di Martin Luther King.

 

Non sparate sui nuovi adolescenti. Una generazione denigrata

LUCIANA SICA

MILANO - Non è solo un intellettuale brillante, uno studioso serissimo, un clinico da sempre in trincea: Gustavo Pietropolli Charmet sembra il cantore di quella generazione così enigmatica, indecifrabile, composta da I nuovi adolescenti (secondo il titolo di un suo libro pubblicato anni fa da Raffaello Cortina). È uno psichiatra di formazione freudiana, ha settant'anni, ha insegnato per una vita alla "Bicocca", è ancora attivissimo a Milano con i suoi giovani pazienti, quelli che lui definisce tristi - con disarmante semplicità. Di Charmet è uscito un tascabile ricco di idee inconsuete ma molto fondate, che traccia un sorprendente identikit di questi ex bambini prodigiosi, piccoli imperatori vezzeggiati e ora confusamente immersi nella lunga cerimonia dell'addio all'infanzia, ormai sulla ribalta del grande teatro della crescita. È un librino molto denso nella sua agilità, rigoroso e chiaro, destinato soprattutto ai tanti genitori e insegnanti spesso disorientati, spiazzati, allarmati dai comportamenti "normali" ma non per questo meno oscuri e problematici dei ragazzi alle prese con l'età incerta, fatta di rituali bizzarri, scarti, arresti, e poi improvvise accelerazioni: s'intitola Fragile e spavaldo. Ritratto dell'adolescente di oggi (Laterza, pagg. 126, euro 10). Nelle conclusioni, Charmet accenna con qualche preoccupazione alle ricette sbrigative dell'attuale governo per il sistema al collasso dell'istruzione italiana. Non c'è traccia di un programma ma solo la volontà - malissimo dissimulata - di destrutturare la scuola pubblica, con quei "tagli" massicci e indiscriminati che colpiscono un ceto sociale squattrinato e debolissimo sul piano del prestigio sociale. Oltre alla trovata risibile del ritorno al grembiulino, alla riedizione di un'improbabile e non richiesta vicemamma nel ruolo di maestra unica, c'è qualcosa di più nelle intenzioni di questa cultura di destra che osanna la semplificazione contro il culto della complessità di una sinistra intellettuale percepita come parolaia e inconcludente. Intanto si cerca di ristabilire nelle aule un clima fondato sulla minaccia, dal ripristino del voto in luogo del giudizio: un numero secco per inchiodare i ragazzi alla mortificazione di un fallimento scolastico, alla bocciatura per il 5 in condotta: un provvedimento che non spaventerà i bulli - quelli veri, disperati e violentissimi. Per Charmet, e non solo per lui, gli adulti hanno da un pezzo abbandonato il sistema educativo della colpa e oggi con affanno si chiedono se la relazione che gli adolescenti stabiliscono con l'autorità e soprattutto con la realtà sia adeguata. "Si sente parlare ovunque - scrive - di nuove regole da proporre ai giovani, di "paletti" da ricollocare negli snodi cruciali della crescita... C'è l'impressione che sia avvenuta una diserzione di tutti coloro che avrebbero dovuto sorvegliare affinché i paletti rimanessero al loro posto e non venissero divelti da branchi di giovani inselvatichiti". Il punto è se sia possibile ristabilire una comunicazione con questi adolescenti limitandosi a un puro salto all'indietro. O se questa operazione sia forse rassicurante per il bisogno di certezze che imperversa, e però del tutto illusoria. Da qui parte la nostra intervista con Charmet. Si può tornare alla cultura del castigo - come se i "nuovi adolescenti" somigliassero anche solo vagamente a quelli degli anni Cinquanta? "Mi sembra un discorso male impostato. Una scuola che parla retoricamente di regole, di principi, di valori ma non è capace di costruire una quotidianità fondata sulla relazione, sulla passione per la conoscenza, sulla partecipazione attiva - una scuola così non va bene. Per il momento si vedono solo "tagli" e trovate di sapore demagogico: nessun progetto culturale o di rifondazione della scuola italiana". Sì, professore, ma in attesa di un progetto appena credibile, un po' tutti ormai sembrano d'accordo sulla necessità di modelli educativi più forti, più severi: magari quelli di una volta, degli anni precedenti alla "contestazione" e al clima permissivo che ha prodotto... "Non importa essere favorevoli o contrari al tentativo di ripristinare il vecchio ordine, perché comunque per poterlo fare i ragazzi dovrebbero essere disponibili a riconoscere alla scuola un significo etico e simbolico, ma non lo sono affatto: è del tutto improbabile che si riesca davvero a sottometterli al rispetto delle regole con lo spauracchio d'inflessibili castighi". Cos'è allora che si dovrebbe fare per coinvolgere di più questi adolescenti descritti come campioni di nichilismo, senz'altro spesso indifferenti e svogliati? "Se vogliamo recuperarli alla motivazione allo studio - e questo sì: a me sembra davvero uno dei problemi più gravi che abbiamo in Italia - bisogna aumentare moltissimo la competenza e la capacità educativa della scuola: lasciata così, non è all'altezza di uno scenario globale che proprio non consente scelte intellettualmente pigre. Della qualità degli studi, di un'adeguata trasmissione dei saperi, di questo si sente parlare poco e niente, mentre prevale la tendenza temibilissima a scivolare nelle semplificazioni più aberranti e anche pericolose perché illudono sulla possibilità di risolvere i problemi, e invece non fanno che rimandarli e dunque sostanzialmente aggravarli... È tutto un gran chiacchiericcio politico e anche mediatico rassicurante per la massa degli adulti più spenti, vuoti di ideali, perfettamente robotici". Leggendo i suoi libri - e quest'ultimo, in particolare - sembra molto più severo con questi adulti che con i suoi adolescenti narcisisti, fragili e spavaldi. A lei, questi ragazzi fanno simpatia. E infatti scrive: "Chi conosce i giovani, finisce per apprezzarli". Lei li conosce: cosa apprezza di loro? "A rischio di apparire buonista o anche idealizzante, non sono favorevole alla denigrazione massiccia che subiscono questi ragazzi che invece sì, io tendo ad apprezzare. Quando sono dentro una relazione con un adulto abbastanza competente, sono molto etici, s'impegnano sul piano della narrazione di sé, mostrano una grande capacità di ricognizione della loro mente. A dispetto delle apparenze, sono affettivi: ad esempio, la loro vita di coppia è molto più evoluta di quella degli adolescenti di un tempo, hanno un livello di autonomia reciproca elevato, non coltivano eccessivamente il sentimento della gelosia, magari hanno smarrito il senso della grande passione amorosa, onirica, a vantaggio però di una certa pacatezza e stabilità. Soprattutto hanno introdotto una pariteticità reale tra maschile e femminile che senz'altro avrà una ricaduta sui loro rapporti più maturi, sulla genitorialità futura, sulla vita familiare e nei rapporti con i figli... A me non sembra poco". Ma chi è l'adulto "abbastanza competente". I genitori no, gli insegnanti neppure... Sarà lo specialista, il terapeuta, uno come lei? "No, per questi adolescenti l'adulto competente è chiunque coltivi ed esprima una forte passione per "qualcosa". Ecco, quando individuano qualcuno che secondo loro va bene, in base a criteri anche difficili da decodificare, possono esserne soggiogati. Anche un docente un po' svitato, ma realmente appassionato della sua materia, diventa un punto di riferimento, una risorsa. Gli altri adulti - quelli opachi - non sono contestati, non sono avversari da abbattere, semplicemente rimangono del tutto irrilevanti". Lei sta parlando dei ragazzi "normali", non proprio di quelli che indulgono nelle varie condotte a rischio e conquistano i notiziari... Sembra invece piuttosto preoccupato da quello che definisce il fenomeno della reclusione volontaria: davvero può esserci il rischio di un rifugio difensivo nel mondo del virtuale? "Sì, credo che il virtuale possa mettere al riparo dallo sviluppo di sintomi psichici gravi. Nessuno deve vedere l'adolescente troppo fragile per reggere lo sguardo dell'altro, mille volte meglio restare in relazione senza corpo: è la celebrazione della più radicale delle difese rispetto all'eventualità di sperimentare il sentimento sociale della vergogna. Sarà allora il caso di incoraggiare gli adolescenti a incamminarsi verso la condivisione, a non temere i traumi e le mortificazioni. Diversamente i nostri ragazzi seguiranno le orme dei loro colleghi giapponesi: un milione di ragazzi spariti dalla circolazione, chiusi nella loro cameretta a comunicare on line, come in un ospedalino da campo nelle retrovie della vita".

 

La Stampa – 8.11.08

 

Pronto, parla Barack - BORIS BIANCHERI

Dobbiamo abituarci all’idea che, almeno per qualche mese, se non più, ogni cosa che Obama dica o faccia, o qualunque cosa si faccia o si dica di lui, finirà nella prima pagina di ogni giornale del mondo e nell’apertura di ogni notiziario televisivo. Non si è ancora calmato il chiasso suscitato dalla poco felice battuta di Berlusconi su un nuovo presidente americano giovane, bello e abbronzato (poco felice, a mio avviso, non tanto per le reazioni che può aver suscitato in America quanto per il baccano che era fatalmente destinata a suscitare in Italia) ed ecco che le telefonate fatte da Obama a vari leader mondiali tra mercoledì e giovedì danno luogo a mille congetture e maldicenze. I primi sono stati i francesi ad annunciare che Obama aveva avuto un colloquio attorno a mezzanotte con il presidente Sarkozy. Poi si sono susseguiti i vari portavoce: anche la signora Merkel ha ricevuto una telefonata, si affrettano a dire a Berlino; e anche Gordon Brown, aggiungono da Londra. Veniamo a sapere così, man mano che il fuso orario lo permette, che Obama ha telefonato ai leader di Francia, Germania, Gran Bretagna, Israele, Giappone, Corea, Canada, Messico e Australia. La Casa Bianca lo conferma e aggiunge, come per rassicurare gli assenti, che il neo-eletto presidente americano si riserva di incontrare altre personalità in occasione del vertice del G20 il 15 novembre. Quale criterio ha seguito Obama con le sue telefonate? Evidentemente non ama le formule standard. Non ha incluso infatti tutti i Paesi del G8 e ha lasciato fuori la Russia e, sino a ieri sera, anche l’Italia. In Europa, ha dato la priorità al classico terzetto che, per esempio, conduce il dialogo con l’Iran, di Francia, Germania e Gran Bretagna. L’Italia - rassegniamoci - sta un gradino più sotto e non avrà contribuito ad alzarne le quotazioni presso Obama il fatto che il nostro presidente del Consiglio si trovasse a Mosca proprio nel giorno del suo trionfo, quasi nello stesso tempo in cui Medvedev pronunciava un discorso sullo stato della Federazione Russa e sulla sua politica estera, molto duro nei confronti dell’America e carico di minacce. Dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Obama ha lasciato fuori la Russia e non si è affrettato a chiamare Pechino. E questo è più inatteso, data la statura che ha oggi il grande Paese asiatico nei rapporti internazionali. Ma ricordiamoci che una politica di collaborazione con la Cina, da Nixon a George Bush, è stata inventata e perseguita soprattutto da parte repubblicana. Ha telefonato invece in Giappone, cosa naturale data l’importanza dei rapporti nippo-americani sia in campo strategico che in campo commerciale e finanziario, e vi ha associato la Corea, cosa che ci induce a riflettere una volta di più sullo straordinario progresso compiuto negli ultimi due decenni da questo Paese che molti sono abituati a considerare ancora come una promessa mentre supera, per prodotto interno e peso nel commercio internazionale, molti grandi Paesi europei. Obama ha incluso, tra le sue, una telefonata a Shimon Peres: non ricordare Israele sarebbe stato una gaffe imperdonabile sul piano interno e si sarebbe prestato a pericolose interpretazioni su quello internazionale. Ha anche incluso saggiamente i due Paesi con cui gli Stati Uniti confinano, il Messico e il Canada, e l’anglofona Australia, con cui condivide nell’Oceano Pacifico notevoli interessi e che vi esercita un importante ruolo di equilibrio. Non risulta abbia telefonato in India e neppure in Brasile, ricordando forse che, quando Clinton citò una volta alcuni Paesi sudamericani tra i maggiori amici dell’America, sollevò in altri un putiferio. Forse a questa lista, mentre scriviamo, si sono aggiunti altri Paesi. Forse non conviene darvi, comunque, più importanza di quanta ne meriti. Ci dice in ogni caso che Obama non si assoggetta volentieri a delle regole, né a quelle del protocollo né a quelle della politica estera istituzionalizzata. La quale, anche nella sua concezione del mondo, come in molte altre cose, è portatrice di qualche novità.

 

Barack, i timori del Vaticano - GIACOMO GALEAZZI

CITTA' DEL VATICANO - Il nuovo inquilino della Casa Bianca non è un fedelissimo alleato «pro-life» come il suo predecessore e in Vaticano affiorano malumori. All’indomani del trionfo elettorale di Obama, Benedetto XVI mette i «paletti bioetici» al nuovo presidente Usa intenzionato a finanziare la ricerca sulle staminali embrionali e ad estendere la legislazione sull’aborto. «La semplice idea di considerare l’embrione come materiale terapeutico contraddice le basi culturali, civili ed etiche su cui poggia la dignità della persona», mette in guardia Benedetto XVI al meeting della Pontificia Accademia per la Vita sulla donazione degli organi. «Gli abusi nei trapianti e il loro traffico, che spesso toccano persone innocenti quali i bambini, vanno condannati come abominevoli- avverte Joseph Ratzinger-. La comunità scientifica e medica devono rifiutarli come pratiche inaccettabili. Lo stesso principio etico vale per la creazione e distruzione di embrioni umani destinati a scopo terapeutico». Al di là della soddisfazione per la «storica elezione» del primo afroamericano, in Curia suscita apprensione, «nel merito», il cambio della guardia alla Casa Bianca dopo otto anni in cui Bush è stato il principale alleato vaticano nelle battaglie della bioetica. Non a caso buona parte della Conferenza episcopale Usa ha appoggiato McCain-Palin, considerando Obama «il portabandiera del relativismo etico e della società secolarizzata». Alla vigilia del voto, il vescovo di Kansas City, monsignor Robert Finn ha addirittura indirizzato un vibrante messaggio via radio e tv minacciando «l’inferno per chi vota Obama che è un fanatico abortista». I fedeli favorevoli al leader democratico «mettono in gioco la loro salvezza eterna che dipende dall’importante scelta elettorale». Votando Obama, «i cattolici si rendono partecipi dell’atto dell’aborto». E per il neo-presidente è stata un boomerang e «uno scandalo per i credenti» la scelta come vice del «cattolico del dissenso» Biden, finito nel mirino della Chiesa Usa per il sostegno all’aborto e alle unioni illegittime. Un passo falso di Obama con Roma affiancarsi «un cattolico molto controverso» poiché, spiega il cardinale statunitense James Francis Stafford, Penitenziere Maggiore della Santa Sede, rappresenta «uno scandalo per la Chiesa un politico cattolico che appoggia la legislazione pro-aborto». Eppure il 54% degli elettori cattolici ha votato Obama, come riconosce ieri l’Osservatore Romano. Per lui e la speaker democratica della Camera, Nancy Pelosi, è stato proposto persino il divieto di ricevere la comunione. Al Palazzo Apostolico e tra i ministri della Santa Sede affiora preoccupazione. Il segretario di Stato, Tarcisio Bertone rimarca che «i vescovi americani hanno parlato chiaro» sulla questione dell’aborto e sulle posizioni «pro-choice» del nuovo presidente degli Stati Uniti, mentre il portavoce papale padre Federico Lombardi ha ricordato a Obama il «rispetto dei valori umani e spirituali essenziali». Un augurio che è anche un monito a «promuovere la pace» e favorire la dignità delle persone. «Archiviata la novità di un’elezione sorprendente, adesso il discorso si sposta sui contenuti dell’azione di governo e i provvedimenti concreti che Obama assumerà», spiega il cardinale Julian Herranz, presidente della Commissione disciplinare della Curia Romana, giurista di fiducia di Benedetto XVI e massimo rappresentante in Curia dell’Opus Dei. Oltre al sì alla pena di morte contro la quale la Santa Sede ha appena firmato una richiesta di abolizione all’Onu, il nodo è la difesa della vita. «Il punto determinante, evangelico è la dignità della persona umana come fondamento di tutti i diritti e doveri inalienabili- precisa Herranz-.La Santa Sede ha sempre avversato la discriminazione razziale, in Africa appena cinquant’anni i vescovi erano tutti missionari occidentali tranne due presuli locali mentre adesso il Terzo Mondo è centrale per la Chiesa. Sotto questo profilo la svolta negli Usa è positiva, il problema è che il programma con cui Obama ha vinto, in alcuni punti, contravviene apertamente alla dottrina cattolica». Attende di vederlo all’opera il cardinale Giovanni Battista Re, ministro vaticano per i Vescovi e presidente della pontificia commissione per l’America Latina. «Obama è stato capace di intercettare umori e aspettative degli americani, però ora dovrà confrontarsi con i fondamenti della legge morale naturale», avverte Re. L’allarme della Curia è che Obama si faccia interprete di una concezione positivista del diritto e di quel relativismo etico stigmatizzato da Benedetto XVI. Un pericolo tanto più grave, precisa Re, oggi che «per influenze culturali e ideologiche la società si trova in una situazione di smarrimento e confusione».

 

Congo, strage di civili davanti ai Caschi blu - JEAN-PHILIPPE RÉMY

KIWANDJA - Per avere l’esatta misura della carneficina che è avvenuta a Kiwandja tra mercoledì e giovedì, bisognerebbe visitare ogni quartiere, passare al setaccio ogni borgata del Nord Kivu, tanto i morti sono numerosi ovunque. Ma è evidente che la cittadina nell’Est della Repubblica democratica del Congo ne ha ricevuto una razione supplementare. La maggior parte sono vittime dei ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) del prete-generale Laurent Nkunda, composto in gran parte di tutsi, costretti a fronteggiare un nemico spesso in abiti civili nella riconquista dei quartieri ostili, abitati da hutu congolesi. In una minuscola abitazione del quartiere di Mabongo II, i morti sono, secondo i vicini, tutti della stessa famiglia: due adulti, un bambino, due adolescenti. Lungo un centinaio di metri, altri cadaveri sono nascosti dentro altre case. Soprattutto uomini, giovani. Ma c’è anche una donna. Poco lontano, un vecchio con un proiettile in testa. Giovedì sera, numerosi giornalisti erano riusciti a entrare in città e avevano contato decine di morti civili, sedici nel quartiere visitato dal nostro giornale. Ma non potevano essere cifre definitive, troppi quartieri non erano stati controllati. Un abitante della città, unico sopravvissuto della famiglia, aveva detto di essere stato risparmiato «soltanto perché andassi nella foresta a dire gli altri di non unirsi ai mai-mai», i guerrieri tradizionalmente alleati della potere centrale, nemici dei tutsi. Mercoledì il Cndp aveva lanciato un’offensiva per riprendere Kiwandja, caduta il giorno prima nelle mani dei mai-mai, sostenuti dal gruppo paramilitare Fdlr (ribelli hutu ruandesi) e da elementi dell’esercito governativo. Il prete-guerriero aveva avvertito la popolazione civile di lasciare subito l’abitato, per non diventare un bersaglio. Ora, in città il maggiore Muhire, consigliere militare di Nkunda, non cerca di minimizzare le perdite. Riconosce di non aver fatto prigionieri ma sostiene che a essere uccisi sono stati solo «i malintenzionati», i combattenti. «Il numero dei morti che ho potuto contare sul campo di battaglia superava i cinquanta», conferma e sottolinea «l’ostilità» di Kiwandja, dove, secondo lui, «tutti i negozi appartengono ai mai-mai o all’Fdlr». Un altro ufficiale del Cndp, stimava invece in duecento i nemici uccisi in città. Giovedì sera, una portavoce della missione delle Nazioni Unite in Congo (Monuc) si diceva «estremamente preoccupata» dai rapporti che gli stavano arrivando. La portavoce evocava «bambini reclutati a forza, donne stuprate ed esecuzioni sommarie». Intanto, la gran parte degli abitanti della città vagavano alla ricerca di un riparo per la notte all’addiaccio, senza acqua, cibo, senza servizi igienici, e senza che nessuno, compresa l’Onu, potesse portare qualche forma di aiuto. Fin dall’inizio dei combattimenti, i caschi blu hanno cincischiato nella loro base, dispiegando i soldati soltanto all’interno, armi alla mano, pronti a sparare su chiunque, civili compresi, cercasse di entrare nella loro fortezza circondata dal filo spinato. Le malefatte dei mai mai e la vendetta sanguinosa dei ribelli del Cndp sono successe a poche centinaia di metri in linea d’aria dalla base. Nell’ambulatorio gestito da una chiesa protestante, il Cbk, poco lontano dal centro, un pugno di infermieri, uomini e donne, hanno deciso di restare a tutti i costi per curare i feriti e cercare di evacuarli nell’ospedale di Rutshuru, a quattro chilometri di distanza. Col camice bianco tutto insanguinato uno di loro spiega: «Non possiamo chiudere, ci sono donne incinte che devono partorire, non le possiamo lasciare sole, sul pavimento». Come tutti gli altri che lavorano con lui, sorretti da un eroismo silenzioso e discreto, l’infermiere trema di rabbia quando parla delle Ong internazionali che sono fuggite dalla città alle prime difficoltà, abbandonando la popolazione a se stessa: «Sono scappati tutti, tranne Medici senza frontiere. Se fossi al governo, proibirei a questa gente di tornare qui». Immediato cessate-il-fuoco e creazione di un corridoio umanitario: è quanto chiede il vertice regionale in corso a Nairobi sulla tragedia in corso nel Nord Est della Repubblica Democratica del Congo. I capi di stato si dichiarano inoltre disponibili ad inviarvi peacekeeper se fosse necessario, e chiedono all’Onu - presiedeva i lavori proprio il segretario generale dell’organismo, Ban Ki-moon - di rendere più forte il mandato dei caschi blu che operano nella regione, e di provvederli di risorse adeguate. Lo ha dichiarato il ministro degli esteri keniano Moses Wetangula a conclusione dei lavori. Immediata la risposta dei ribelli: «Il vertice internazionale di è un altro summit inutile», ha dichiarato il portavoce dei ribelli guidati da Laurent Nkunda, Bertrand Bisimwa. «Avrebbero dovuto pretendere che il governo congolese accetti di negoziare con noi - ha aggiunto Bisimwa, sottolineando come il Cndp abbia - già decretato un cessate il fuoco unilaterale e la creazione di un corridoio umanitario».

 

Corsera – 8.11.08

 

Le scomode verità - Alberto Ronchey

Al Presidente la Costituzione degli Stati Uniti concede «prerogative quasi regali», come osserva Tocqueville in La démocratie en Amérique. A tanto tempo dalla Convenzione di Filadelfia, 1787, è ancora così malgrado i successivi emendamenti. L’originario disegno costituzionale fu concepito per 4 milioni di cittadini, fra i quali appena 880 mila con diritto di voto. Poi quella consociazione patriarcale di fine ‘700 ha generato l’attuale macrosocietà multirazziale, multireligiosa, competitiva e spesso conflittuale con 300 milioni di cittadini, alla base della massima superpotenza nel mondo attuale. Ora le sovrane prerogative del potere presidenziale, dopo il voto del 4 novembre, vengono conferite a un afroamericano. L’evento è di portata politica e storica incalcolabile, non solo negli Stati Uniti ma ben oltre. L’ascesa del coloured people era già da tempo manifesta, sia nelle cariche pubbliche, sia nella vita sociale. Basta ricordare gli alti compiti affidati a Colin Powell e Condoleezza Rice, o i riconoscimenti e i successi ottenuti da personaggi come Jesse Jackson, Clarence Thomas, Richard Parsons. Ma ora, con Barack Obama, «il primo nero» è alla Casa Bianca. Obama dovrà governare fra i residui d’ogni pregiudizio razziale, più o meno latente, se non fra movimenti aggressivi eredi del Ku Klux Klan o delle Black Panthers. Al neopresidente spetterà, nello stesso tempo, la responsabilità di affrontare innumerevoli problemi non risolti e anzi esasperati negli ultimi anni fino alla scadenza del mandato di George W. Bush. Nell’economia, oltre a fronteggiare il collasso di Wall Street che ha contagiato il sistema finanziario su scala internazionale, dovrà intervenire con urgenza sulla crisi dei mutui e dei valori immobiliari che negli Stati Uniti assilla i risparmiatori anche se punisce gli speculatori. Ma dovrà presto affrontare anche fondamentali questioni come il debito pubblico raddoppiato, il passivo del commercio con l’estero, le incognite sulla variabile gestione delle riserve monetarie accumulate dalla banca centrale in Cina e finora investite nei titoli del Tesoro di Washington. Nello scenario politico e strategico internazionale, gli oneri assunti dalla «superpotenza gendarme» hanno raggiunto lo stadio della massima superestensione. In politica estera, l’agenda del neopresidente comprende i conflitti cronicizzati nell’Iraq e nell’Afghanistan dei talebani favoriti dall’instabilità del Pakistan, il pericolo del nazionalismo atomico iraniano, le difficili relazioni con la Russia di Putin, il proselitismo castrista nel Sudamerica delle sfide anti-yanqui da Chávez a Morales e oltre. Ma non è ancora tutto, anzi c’è molto di più. Rimane il contenzioso ecologico, «una scomoda verità» secondo il film documentario di Al Gore. Sulla questione dell’inquinamento ambientale, infatti, l’emissione massima di esalazioni fino all’effetto «serra» deriva dall’iperconsumo energetico degli Stati Uniti. È questa la più complessa vertenza internazionale, mentre l’attesa conversione del massimo sistema industriale alle fonti energetiche alternative, con la riduzione dei consumi di petrolio e gas, impone alti costi per un’efficace tutela dell’ambiente. Se non ora, mentre incombe la recessione dell’economia, nei prossimi tempi sarà questo negli Stati Uniti e in ogni società industriale il «problema dei problemi».

 

Riforma sanitaria: primo test per Obama – Massimo Gaggi

NEW YORK - Stanley Ann Dunham, morta a 53 anni per un cancro alle ovaie, passò l’ultima parte della sua vita combattendo, più ancora che con la malattia che l’aveva colpita, con le assicurazioni private che le lesinavano le cure mediche più costose, che la costringevano a seguire procedure estenuanti, a compilare pacchi di moduli. È una storia comune a molti americani, soprattutto i malati cronici: le assicurazioni Usa pagano senza battere ciglio operazioni chirurgiche e trattamenti «una tantum», ma cercano di evitare come la peste i pazienti con patologie che richiedono terapie che vanno ripetute di frequente. Ma Stanley Ann, scomparsa nel 1995, non era una donna qualsiasi: era la madre di Barack Obama. E lui, nei 21 mesi spesi nella campagna elettorale, ha raccontato la sua storia in tutte le piazze d’America: il suo modo di spiegare perché aveva deciso di mettere la riforma della sanità - insieme al piano di sviluppo di fonti energetiche alternative e non inquinanti - al centro del suo programma presidenziale. Il crollo finanziario degli ultimi due mesi, i «salvataggi» a raffica di banche, assicurazioni e imprese in crisi che hanno fatto impennare la spesa pubblica e il deficit, oggi rendono più difficile l’applicazione di una riforma che ha costi elevati: 65 miliardi di dollari secondo gli esperti di Obama, 100 o 110 secondo gli analisti indipendenti che hanno esaminato il progetto. Il presidente eletto tre giorni fa dagli americani ammette che l’emergenza economica potrebbe costringerlo a ridimensionare o rinviare a qualche parte del suo piano. Ma Obama non può certo rinunciare alla riforma sanitaria perché il sistema attuale, oltre a lasciare 45 milioni di cittadini (tra i quali ci sono ben 9 milioni di bambini) senza alcuna copertura sanitaria e a garantire a molti altri solo una tutela limitata, ha costi enormi: il 16 per cento del reddito nazionale, il 50 per cento in più di quanto spendono, in media, i Paesi europei o il Canada. Certo, il sistema Usa ha anche i suoi vantaggi: liste d’attesa più brevi, molte strutture mediche d’eccellenza, ricerca avanzatissima. Ma i costi sono spaventosi e il sistema delle assicurazioni private - che in un mercato «perfetto » dovrebbe garantire più efficienza - in realtà funziona male e produce nuove burocrazie. I motivi sono essenzialmente due: da un lato il paziente non ha le conoscenze e la libertà di scelta necessarie per comportarsi da soggetto economico, da consumatore del mercato della sanità; dall’altro il mantenimento dei rapporti con decine di compagnie assicurative, ognuna delle quali ha le sue regole, i suoi standard di rimborso, la sua modulistica, obbliga ogni singolo medico a riempire il suo studio di schiere di segretarie ed esperti di pratiche amministrative. Se passerà, la riforma di Obama non cambierà radicalmente questa situazione: anche se soffrono per le disfunzioni del sistema, gli americani non vogliono sentir parlare di nazionalizzazioni. E, d’altra parte, le assicurazioni sono società con centinaia di miliardi di dollari di capitalizzazione che rappresentano una parte centrale del sistema finanziario Usa e nelle quali milioni di investitori e molti fondi pensione hanno messo buona parte dei loro fondi, dei loro risparmi. Una riforma radicale del sistema era stata tentata nel 1993 da Hillary Clinton, un anno Casa Bianca. Fu il più grosso fallimento di quell’Amministrazione: il progetto di Hillary scatenò la reazione di lobby finanziarie potentissime che fecero affondare la riforma, crearono in Congresso un clima di ostilità nei confronti dei Clinton e aprirono la strada alla rivincita dei repubblicani che nel ’94 conquistarono la maggioranza in Parlamento, costringendo Bill nel ruolo di presidente «dimezzato». Meno ambiziosa, ma anche più praticabile, la riforma di Obama è costruita su tre pilastri: 1) allargamento dell’intervento del programma Medicaid (l’assistenza sanitaria per i poveri) in modo da coprire obbligatoriamente tutti i bambini e da garantire alle famiglie a basso reddito contributi e sgravi fiscali che consentano loro di acquistare una polizza a condizioni agevolate; 2) creazione del National Health Insurance Exchange con l’obiettivo di mettere insieme un «pool» di compagnie che, attratte dalle economie di scala della negoziazione collettiva di un gran numero di polizze, consentano alla famiglia americana media di risparmiare 2.500 dollari l’anno rispetto a quanto paga oggi; 3) divieto, per le compagnie, di rifiutarsi di assicurare cittadini che già soffrono di una malattia cronica (oggi la cosiddetta «pre-existing condition » viene invocata spessissimo dalle assicurazioni per rescindere i contratti con i malati che richiedono le cure più costose). Misure importanti, attorno alle quali Obama vuole costruire una politica di utilizzo capillare delle tecnologie informatiche, convinto che la «digitalizzazione» della sanità può far risparmiare decine di miliardi di dollari. Durante la campagna elettorale il candidato democratico ha anche promesso di far sentire il suo fiato sul collo all’industria farmaceutica, da lui accusata di far pagare le medicine vendute negli Usa quasi il doppio rispetto ai prezzi praticati in Europa o in Canada. Ma, pur con tutti questi interventi, i tecnici indipendenti che a suo tempo hanno confrontato la «ricetta» sanitaria di Obama con quella degli altri candidati democratici e, più di recente, con quella del repubblicano McCain, hanno concluso che i suoi risultati saranno comunque limitati. Anche se partirà subito, la riforma del leader nero comincerà a produrre qualche risultato solo dal 2010. Da quell’anno al 2019 il numero dei cittadini privi di copertura dovrebbe progressivamente ridursi dagli attuali 45 a 26 milioni. Il costo complessivo per il «taxpayer» sarà di 1,7 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari in un arco di dieci anni. Un intervento di certo meno «statalista» di quello proposto da Hillary Clinton nel cui piano c’era la copertura sanitaria obbligatoria per tutti i cittadini, ma comunque più interventista della riforma di McCain, tutta centrata su incentivi volti a rendere le assicurazioni più efficienti e a responsabilizzare i cittadini nel rapporto con le compagnie. Curiosamente, però, proprio McCain, che fino a quattro giorni fa ha accusato Obama di voler «redistribuire» la ricchezza, fino al punto di soprannominarlo «redistributionist- in-chief», aveva formulato una proposta che, se applicata, avrebbe avuto effetti di redistribuzione del reddito più marcati di quella di Obama. Mentre il leader democratico manterrà intatto il sistema attuale nel quale molti datori di lavoro forniscono una polizza sanitaria ai loro dipendenti, McCain avrebbe, infatti, realizzato una piccola rivoluzione: avrebbe sostituito queste polizze - siano esse trattamenti da poche centinaia di dollari al mese per gli operai o le costosissime assicurazioni garantite, in totale esenzione d’imposta, a manager e banchieri - con uno sgravio fiscale annuo di 5.000 dollari, uguale per tutti.


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