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Manifesto – 9

Manifesto – 9.11.08

 

L’amianto tra i rifiuti - Adriana Pollice

NAPOLI - Militari con maschera antigas, ma non antipolvere, guanti, maniche corte e nessuna tuta protettiva: i video realizzati dagli attivisti del presidio di Chiaiano, da ieri su youtube, raccontano come procedono i lavori nella cava che dovrebbe accogliere la discarica. Senza protezioni specifiche, stanno recintando con il filo spinato le vasche in cui camion sversano materiale raccolto nella stessa zona. «Filmati e fotografie - spiega Pietro Rinaldi - sono parte della documentazione che abbiamo consegnato in procura il 29 ottobre, insieme all'esposto con cui denunciamo la presenza di amianto, amianto che lo stesso generale Giannini, braccio destro di Bertolaso, ha quantificato in circa 10 mila tonnellate, accanto a centinaia di sacchi di rifiuti speciali siglati Enel». Appena due ore dopo il deposito della denuncia, arrivano nella selva i carabinieri del Noe «ma i lavori nella cava non si sono fermati - sottolinea l'ex sindaco di Marano, Mauro Bertini - nemmeno dopo l'ammissione di Giannini, anzi sono ripresi a velocità triplicata. Questo ci fa sospettare che la relazione stilata dal Noe minimizzi il rischio per consentire la realizzazione di un primo sito in cui stoccare una parte dei rifiuti. Nonostante l'evidenza». E così in oltre duemila ieri pomeriggio sono partiti in corteo dal presidio di via Cupa dei cani, non più per dire semplicemente no alla discarica, ma per chiedere la bonifica urgente della zona. Il lavoro di inchiesta comincia il 20 ottobre quando, per un improvviso e frenetico movimento di uomini e mezzi meccanici, il presidio ha scoperto che una spianata coltivata a prugne era stata sbancata, senza nessun avviso ai proprietari, per scavare una vasca di almeno 40 metri per 20, profonda circa due metri e mezzo. Un fosso di 800 mq di superficie capace di contenere dai 16mila ai 20mila metri cubi di materiale. Per una settimana circa le riprese seguano i lavori: gli operai della Ibi, la ditta appaltatrice, continuano a operare senza alcuna protezione mentre i militari «limitano i danni» con maschere inadeguate e guanti, mentre stendono il filo spinato. Nessuno dei civili deve essere stato informato della pericolosità del sito, visto che i fotogrammi mostrano un operaio steso a riposare nel cantiere. Nella vasca impermeabilizzata, a partire dal 22 ottobre, viene sversato il materiale, lo zoom permette di inquadrare prodotti per la coibentazione, eternit, sacchi celesti. Mezzi meccanici spianano e nuovi camion sversano, come si fa quando si vuole interrare materiale in modo permanente. Il tutto proviene da una collinetta lì vicino, sbancata per costruire una strada d'accesso alla futura discarica. Ancora le immagini ne mostrano una sezione, di un innaturale colore azzurrognolo, appena ricoperta dal terreno. Finché l'amianto giaceva lì, non costituiva un pericolo immediato per la salute ma, una vota portata alla luce dai mezzi del commissariato, sottoposto al vento e alle piogge, è diventato una bomba innescata sotto il naso degli abitanti di Chiaiano e Marano, che da settimane ne respirano le fibre. Il generale Giannini, dopo l'esposto, ha dovuto ammettere in diverse interviste la presenza di amianto e rifiuti speciali nella selva, accusando i residenti di non aver vigilato sulla zona negli anni passati. Ma camminando nei cortei di questi mesi, lungo le strade che si incrociano alla rotonda Titanic, sono molte le storie che la gente racconta. Racconta come dagli anni '80 strani camion di notte si inoltrassero nelle cave per sotterrare amianto, le stesse ditte che probabilmente fanno capo al potente clan dei Nuvoletta che regna su Marano, direttamente affiliato ai Corleonesi e in ottimi rapporti con i Casalesi, signori del traffico illegale di rifiuti. Forse le stesse ditte a cui l'Enel ha affidato lo smaltimento dei vecchi contatori, raccontano in zona. Forse, però, il contrasto alla camorra è un lavoro da generali più che da civili inermi. A ottobre, poi, gli operai dell'Ibi avevano provato a protestare davanti alle telecamere dei giornalisti per le misure di sicurezza, scarse se non inesistenti, con cui lavorano da mesi, ma l'intervento di uno strano personaggio, con l'aria di essere un referente della ditta, li aveva costretti ad allontanarsi: «Ci domandiamo chi sia questo tizio - racconta Bertini - dal fare minaccioso. Non vorremmo che la malavita vigilasse sulla rapidità dei lavori». Martedì scorso un'ispezione del pubblico ministero D'Alessio ha accertato nella cava quattro vasche piene di eternit, amianto e altri rifiuti speciali. Materiale che le analisi ambientali fatte a giugno dagli esperti del sottosegretario Bertolaso, stranamente, non avevano rilevato. Così la mobilitazione al presidio continua, la prossima settimana torneranno in procura a chiedere perché i lavori continuano senza alcuna garanzia per i lavoratori e gli abitanti della zona. Soprattutto perché Bertolaso e Giannini sono ancora al loro posto, nonostante i disastri non solo ambientali fatti in Campania.

 

«Noi, precari di Kyoto» - Eleonora Martini

Roma - Quando a fine anno l'Italia si troverà tagliata fuori dalla cosiddetta «eleggibilità» del Protocollo di Kyoto, allora forse sarà più chiaro a tutti quanto ci costa la propaganda populista del governo Berlusconi in materia di «risparmi» sulla spesa pubblica. Ma giusto per stare al gioco di Brunetta e Tremonti e di tanto ciarlare di efficienza, funzionalità, competitività e rapporto costi benefici, si potrebbe invitare i ministri della Funzione pubblica e dell'Economia a rifare due conticini semplici semplici che proprio non tornano. Quanto risparmia l'Italia sul taglio già in atto dei 675 ricercatori precari del neonato Istituto superiore per la Protezione e la ricerca ambientale (Ispra, in applicazione del Dl 112/08)? Considerando lo stipendio pro capite che al massimo raggiunge i 1.500 euro netti al mese, fa su per giù circa 1 milione e 700 mila euro l'anno che rientrano nelle casse pubbliche. Poca cosa davvero se si pensa che a loro sono affidati attività istituzionali di enorme importanza per il Paese, come l'amministrazione e la gestione del Registro nazionale dell'Emissions trading o della stima e della trasmissione dell'Inventario delle emissioni del gas serra. Impegni inderogabili presi a livello internazionale che non saremo più in grado di rispettare. In altre parole, quando a dicembre si concluderà l'eliminazione di tutto il personale precario dell'istituto, e in particolare di un gruppo di 8 (otto) ricercatori addetti, l'Italia sarà fuori da Kyoto e l'Unione europea inevitabilmente sarà costretta ad aprire una procedura di infrazione che costerà alle casse dello stato una prima multa forfettaria di 9 milioni e 900 mila euro, seguita dopo qualche tempo da sanzioni che vanno da 11 mila a 714 mila euro al giorno. Ma non sono gli unici soldi che usciranno, a conti fatti, dalle tasche degli italiani. Nel computo non va dimenticata la spesa sostenuta finora per la formazione di quei 325 lavoratori a tempo determinato e 350 atipici che da anni - a volte da decenni - costituiscono il motore portante dei tre enti vigilati dal ministero dell'Ambiente e confluiti ad agosto nell'Ispra: Apat (Agenzia per la protezione dell'ambiente e dei servizi tecnici), Icram (Istituto centrale per la ricerca sulle acque marine) e Infs (Istituto nazionale per la fauna selvatica). Si tratta di alcuni milioni di euro, da 3 a 5, secondo le stime messe a punto nel 2006 da Riccardo Liburdi, uno degli studiosi assunti a tempo pieno dell'Apat. Maltrattati da governi di destra e di sinistra, i ricercatori precari hanno ricevuto il colpo finale dagli ormai famigerati decreto 133 ed emendamento Brunetta, l'«ammazzaprecari», che riducono del 10% la pianta organica nella pubblica amministrazione, restringono il turn over ad una assunzione ogni cinque pensionati, e bloccano le procedure di stabilizzazione. In sostanza, porte in faccia sul futuro di giovani e meno giovani, persone tra i 30 e i 50 anni, a volte invecchiate tra un contratto co.co.co. rinnovato ogni sei mesi e un concorso per un anno a tempo determinato da condividere con altri 8 mila aspiranti. Dei 1500 lavoratori costituenti la pianta organica dell'Ispra, la metà sono precari. A farne le spese però saranno anche le aziende italiane, soprattutto quelle 945 più grandi che da sole producono la metà dell'inquinamento nazionale: sospendere la stima e la trasmissione dell'Inventario dei flussi di Co2 (anidride carbonica) e la gestione del Registro del mercato dei crediti di emissione «significa - spiegano alcuni ricercatori ex Apat che preferiscono rimanere anonimi - la perdita dell'«eleggibilità» dell'Italia del Protocollo di Kyoto, ossia del diritto acquisito dalle aziende a investire nei paesi in via di sviluppo o con economie di transizione in cambio di uno sconto sul tetto massimo di emissioni consentite in patria». Non solo: siccome ogni tonnellata di Co2 emesso va pagata e attualmente il prezzo viaggia attorno ai 20 euro, «le aziende - continuano i ricercatori - riceveranno un danno economico non indifferente anche dall'alterazione dei meccanismi di mercato, con transazioni valutabili nell'ordine di un miliardo di euro nel periodo 2008-2012». Se n'è accorta anche la ministra dell'ambiente Stefania Prestigiacomo che il 28 ottobre scorso, una decina di giorni dopo aver sostenuto la pretesa berlusconiana di rinegoziare con i partner europei i parametri di Kyoto, in un'intervista ha ammesso: «Se noi non rispettiamo gli obiettivi di Kyoto avremo delle penalizzazioni che possono ammontare a circa 450 milioni di euro l'anno, da qui al 2012». E pensare che l'unica persona che in Italia sa dove mettere le mani nella gestione del così tanto prezioso Registro dell'Emissions trading è una ricercatrice precaria di 37 anni il cui contratto scadrà a dicembre prossimo. Ne è di fatto responsabile dal 2003, ossia da quando il Registro è stato istituito in Italia in attuazione di una direttiva europea, e a quel lavoro si è totalmente autoformata. Quando, almeno un paio di volte l'anno, incontra i suoi omologhi europei a Bonn o a Bruxelles, la disparità è netta. «Solo paesi come l'Estonia o la Lettonia hanno uffici di 4 o 5 persone a fare il mio stesso lavoro, e nessuno è precario», dice. Tanto per fare un esempio, in Germania l'istituto addetto al Registro di compravendita delle quote di emissione conta qualcosa come 300 ricercatori. La stima e la trasmissione dell'Inventario delle emissioni di Co2 (per la Convenzione dei cambiamenti climatici dell'Onu) è garantita invece da un gruppo di 10 ricercatori di cui 7 con contratto atipico o a tempo determinato. Secondo l'emendamento Brunetta questo tipo di contratti non possono essere rinnovati oltre il giugno 2009. Non solo: entro quella data possono essere stabilizzati solo coloro per i quali sono già state avviate le procedure ad hoc. E tutto il gruppo degli otto che lavora su Kyoto, come anche i loro colleghi che garantiscono il controllo sui rifiuti, piuttosto che sulla potabilità dell'acqua, che lavorano al monitoraggio degli scarichi o della contaminazione dei suoli, della qualità dei fiumi e dei mari o della qualità dell'aria, tutti loro aspettano da anni un concorso interno per la loro regolarizzazione. Roberta, ricercatrice dell'Apat, ha 15 anni di lavoro precario alle spalle, proroga su proroga. Andrea, 32 anni, da solo gestisce il registro Ines, quello delle emissioni degli impianti industriali in acqua e aria. Vanno in ufficio tutti i giorni e timbrano il cartellino come i loro colleghi. Ma non hanno mai potuto accedere ai concorsi interni perché costretti sempre ad accettare contratti atipici, a partita Iva e via dicendo. Come loro c'è un intero gruppo di lavoro che l'Apat contrattualizzò nel 1999 per studiare gli aspetti geologici di Sarno subito dopo la frana. Anche loro pagati sempre a partita Iva, non hanno mai avuto i requisiti per essere assunti. Se poi il decreto 1441, passato alla Camera e attualmente in discussione al Senato, dovesse diventare legge, nessuno di loro potrebbe più vedersi rinnovare il contratto avendone collezionati più di tre nell'ultimo quinquennio. «Nello scorso governo Berlusconi - racconta un altro dipendente Apat - c'era stato un vero e proprio spoil system della dirigenza ed erano subentrati in massa esponenti di An, una classe politica di negazionisti dei problemi ambientali italiani, ma in realtà non c'erano mai stati grossi cambiamenti. La stessa cosa è successa poi con Pecoraro Scanio al dicastero dell'Ambiente che si era portato dietro mezzo Wwf. E finora nessuno si è accorto che c'è stato ancora un altro cambio al vertice del ministero. Malgrado tante chiacchiere, durante il Consiglio europeo dei ministri dell'Ambiente del 20 ottobre scorso la ministra Prestigiacomo non ha osato avanzare nessuna richiesta di rinegoziazione del Protocollo di Kyoto. Si tratta di una strategia tutta mediatica volta solo ad accaparrarsi il consenso delle imprese». Abbandonati a loro stessi perfino dai sindacati - «troppo divisi» - i precari dell'Ispra hanno ormai optato per l'autoconvocazione e l'autogestione. Sono in mobilitazione da fine settembre e praticamente in assemblea permanente pura lavorando molto di più dei loro colleghi con posto fisso. E allora? «Siamo decisi a lottare - promettono - adesso c'è lo sciopero del 14 novembre a cui aderiremo spero tutti, dipendenti fissi e non. Perché la ricerca pubblica è una risorsa strategica su cui investire anche, e soprattutto, in tempo di crisi economica internazionale».

 

Firenze val bene un’assemblea - Riccardo Chiari

Firenze - Avanti, con giudizio. Dribblando le polemiche. Concentrandosi piuttosto sui prossimi appuntamenti. Quelli quotidiani diffusi sul territorio e quelli nazionali della prossima settimana. Il grande sciopero-manifestazione del 14 novembre e la due giorni assembleare romana che ne seguirà, anch'essa annunciata come gigantesca. Con la progressiva presa di coscienza di far parte di un movimento che quasi miracolosamente può riconquistarsi un pezzo di futuro migliore. Il futuro lo sentono nelle loro mani, i quattrocento studenti universitari che si incontrano a Firenze, ma anche le centinaia di migliaia di loro coetanei che nelle ultime settimane hanno invaso le strade e le piazze della penisola, chiedendo una scuola, una università, un paese ben diverso e molto migliore di quello di adesso. Ne sono consapevoli quelli che si ritrovano in un caldo pomeriggio novembrino nel plesso scientifico di viale Morgagni. Ne sono consapevoli anche quelli che in Toscana non sono venuti. Del resto il rendez-vous è solo rimandato di una settimana. Tempo sufficiente per conoscersi meglio, accordare i suoni, approfondire i temi pratici e teorici in discussione. All'incontro fiorentino arrivano delegazioni di atenei di buona parte della penisola. Dalla Puglia e dalla Campania, dall'Emilia e dal Piemonte, dalla Lombardia e dalla Sicilia. Mancano i tre atenei romani, o meglio ci sono "in qualità di osservatori" quattro delegati dell'università di Roma 3. Il timore, espresso con una presa di posizione ufficiale della Sapienza, è quello di un'assemblea "dell'ala moderata del movimento". Almeno il coordinamento degli Studenti di Sinistra dell'ateneo fiorentino può a buon diritto smentire l'ipotesi: «Moderati no, diteci tutto ma moderati no». Negli ultimi dieci anni non ne hanno fatta passare una ai vertici della loro università. E quasi tutto quello che hanno denunciato, per tempo, si è rivelato esatto. Da Fernando Megli, futuro ingegnere meccanico, la chiave di lettura della giornata: «E' un primo incontro per conoscersi, per cercare di definire modalità di lavoro comune. Partendo dal principio politico che l'università resti pubblica, con fondi adeguati. Ad esempio basterebbe togliere l''autonomia', sarebbe già un buon punto di partenza». Ancora da Megli un'osservazione che sarà oggetto di discussione nei prossimi giorni. Sul tema dell'autoriforma dell'università, da parte degli stessi studenti: «Rischia di essere un tema 'dispersivo', quasi eccessivo per le nostre forze. Secondo me invece è importante che l'università, e l'istruzione in genere, diventino argomenti di discussione quotidiana nella società. Che coinvolgano tutti. Anche questo sarebbe un bel passo avanti, visto quanto è successo negli ultimi vent'anni». Dentro il plesso scientifico parte l'assemblea, mentre c'è un gran viavai di telecamere e cronisti. A Firenze è arrivato lo stato maggiore dell'Udu, la sigla universitaria più conosciuta, di area Pd. Ma seduti ad ascoltare ci sono anche le ragazze e i ragazzi dell'assemblea permanente fiorentina di Lettere e Filosofia, che stanno organizzando un'iniziativa di sottoscrizione per il manifesto. Da uno di loro, Andrea Facciolongo, un'osservazione: «Ok, siamo tutti d'accordo per dire no alla 133, e rifiutare le 'aperture' del governo. Ma quello che occorre davvero è una riflessione più profonda sull'università. C'è comunque un grande rispetto reciproco fra noi, un rispetto delle diversità. Mi sembra un buon segno». Al tavolo della presidenza i fiorentini Francesco Epifani degli StuSx e Alessio Branciamore di Su-Udu annunciano: «Il microfono è aperto, cinque minuti per intervento, senza scaletta predeterminata». Per ore ragazze e ragazzi intervengono, a sera arriva un documento condiviso da portare in dote all'assemblea generale della prossima settimana. «Sono proposte all'interno di una mobilitazione - chiudono Epifani e Catia Disabato - da estendere a tutta la società, perché la formazione e la ricerca devono tornare ad essere al centro dell'agenda politica».

 

«La sfida dell’Onda è ora quella di resistere a lungo» - Alessandra Fava

Genova - Resistete a lungo, solo così darete fastidio al potere; create delle forme di informazione alternativa; parlate agli altri studenti, specie quelli che non la pensano come voi: sono questi i consigli di uno che ha fatto il '68 e il '77 («non le considero medagliette ma esperienze»). Uno come Stefano Benni. Ieri mattina alle dieci era nell'aula M della facoltà occupata di Lettere per incontrare gli studenti, invitato dal gruppo del Laboratorio probabile, cogliendo l'occasione tra le prove de «L'ultima astronave» ieri sera al teatro dell'Archivolto e rinunciando all'ennesima visita all'Acquario. In queste settimane è stato in quattro atenei per capire e parlare. Prima considerazione: voi volete cultura e questo fa emergere che i somari sono dall'altra parte. «Voi dite vogliamo studiare di più e così fate emergere come l'Italia sia diventata più ignorante. La destra ha come obiettivo di rendere gli italiani più ignoranti e la sinistra veltroniana ha come compito di non farli vergognare di esserlo». Quindi primo consiglio (Benni non userebbe mai questa parola, «mi pare d'avere cent'anni»): comunicare. «Tante pantere, panterini e giaguari si sono persi. Invece bisogna cercare il più possibile di convincere gli altri studenti che non capiscono o hanno paura. Non con gli spot. Gli spot li fanno gli altri. Voi dovete impegnarvi in un corpo a corpo quasi erotico con uno che non la pensa come voi». Insomma, come diceva Francis Bacon, bisogna scegliere tra sensazione e spettacolo. E sembra di risentire alcune poesie benniane: «Non esiste la neutralità delle idee, ci sono alcuni che hanno idee, altri che hanno paura delle idee, alcuni non hanno idee per niente», snocciola Benni in facoltà. Dei giornalisti, «ce ne sono di bravissimi e di pessimi», meglio non curarsi. «La cosa migliore è trovare forme di comunicazione alternativa come facemmo con le radio. Io trasmettevo a Radio Alice, poi Radio città. Oggi ci saranno altre forme che dovete pensare voi». E una ragazza propone di andare sui bus e per la strada a parlare con la gente, che è quello che hanno fatto l'altro ieri con un drago gigante, lavavetri, spazzini, toghe e battitori di bugiardini come il «Gelmidol, supposte effervescenti». Ma prima di tutto continuare, «è l'unica cosa che dà fastidio al potere. Se ci rivediamo tra un anno vuole dire che è stata veramente un'onda. I grandi concerti tipo primo maggio sono grandi eventi con piccolissima forza politica, mentre per voi l'unica cosa che spero è che duri»'. Consapevoli che le provocazioni non mancheranno: «Piazza Navona è stata una scaramuccia ingigantita dai giornali, ma tenete i nervi saldi, giocheranno in modo scorretto e arriveranno momenti molti meno sereni di questo».

 

Cossiga: «Per reprimere l’Onda ci servirebbe il morto»

Aveva invitato le forze dell’ordine a non «avere pietà» e a «picchiare a sangue» gli studenti che protestano e anche «quei docenti che li fomentano». Ma non contento ieri l’ex presidente Francesco Cossiga ha rincarato la dose. Ha preso carta e penna, e ha scritto una lettera aperta al capo della polizia, Antonio Manganelli, dispensando consigli su come intervenire per sedare le manifestazione di questi giorni contro i tagli all’istruzione voluti dal ministro Gelmini. «Un’efficace politica dell’ordine pubblico - scrive il senatore a vita - deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti». Perciò Cossiga definisce «un grande errore strategico» reagire ad aggressioni e danneggiamenti dei manifestanti con «cariche d’alleggerimento, usando anche gli sfollagente e ferendo qualche manifestante». Bisogna essere più duri, per far sì, dice l’ex picconatore, che «di queste manifestazioni fosse vittima un passante, meglio come ho già detto un vecchio, una donna o un bambino, rimanendo ferito da qualche colpo di arma da fuoco sparato dai dimostranti: basterebbe una ferita lieve, ma meglio sarebbe se fosse grave, ma senza pericolo per la vita». Quindi la proposta: «Io aspetterei ancora un po’, adottando straordinarie misure di protezione nei confronti delle sedi di organizzazioni di sinistra. E solo dopo che la situazione si aggravasse e colonne di studenti con militanti dei centri sociali, al canto di "Bella ciao", devastassero strade, negozi, infrastrutture pubbliche e aggredissero forze di polizia in tenuta ordinaria e non antisommossa e ferissero qualcuno di loro, anche uccidendolo, farei intervenire massicciamente e pesantemente le forze dell’ordine contro i manifestanti, ma senza arrestare nessuno». Che nessuno lo ascolti!

 

Ma quale tregua, Sinistra democratica sfida l’area Vendola

Matteo Bartocci

Tra le varie aree di Rifondazione sarà pure una «tregua», come hanno concordato ieri Paolo Ferrero e Nichi Vendola, ma sulle prospettive politiche gli ex soci dell'Arcobaleno continuano a vederla in modo opposto. All'assemblea nazionale degli amministratori di Sinistra democratica a Firenze, 400 quadri locali belli tosti, l'ipotesi di un cartello elettorale a sinistra del Pd non sfonda proprio, anzi. Claudio Fava, coordinatore del movimento ex Ds, è chiarissimo: «Noi vogliamo lanciare un nuovo partito della sinistra subito. Entro la fine dell'anno ci sarà un nome, uno statuto e un nuovo simbolo». E l'associazione che avete presentato venerdì a Roma? «E' uno strumento leggero ed essenziale ma di passaggio», risponde Fava, per il quale l'ipotesi di un cartello elettorale tipo Arcobaleno 2 «non esiste proprio». E a chi obietta che così si aprirebbe lo scontro fratricida a sinistra l'eurodeputato risponde per le rime: «Ma ben venga una sana competizione elettorale tra noi! L'Arcobaleno ha perso proprio perché era un'unità fittizia di culture e strategie politiche diverse. Non si può fingere un'unità che non c'è. Per noi il tema del governo e dunque di un nuovo centrosinistra alleato col Pd non può essere accantonato». Anche Fabio Mussi alza le spalle di fronte alle difficoltà dell'area vendoliana del Prc: «Noi lavoriamo perché tutta la sinistra si unisca. Se non è possibile si unirà quella che è possibile». Ma quale? Naturalmente le scissioni non si augurano a nessuno, è evidente però che l'offensiva di Sd punta innanzitutto all'area vendoliana di Rifondazione (il 47% del partito). Che oggi come non mai appare confusa sul da farsi. Se Gennaro Migliore auspica che nel Prc si apra il dibattito perché «una sinistra unita è più utile oggi di prima», tanti ex bertinottiani non la pensano così. Dal lombardo Augusto Rocchi al toscano Milziade Caprili fino all'ex vicecapogruppo in senato Tommaso Sodano, in molti concordano nel dire che lasciare ora Rifondazione sarebbe semplicemente esiziale. Sono voci certo non dissonanti da quella di Fausto Bertinotti, che in un incontro di qualche giorno fa con Ferrero ha marcato la sua distanza con l'attuale corso rifondarolo ammettendo però con una inusitata franchezza che «fare una scissione prima delle europee sarebbe un suicidio». Di fronte al quale la strada del «soggetto dentro/fuori» Rifondazione scelta con «l'associazione per la sinistra» appare un ibrido incomprensibile e alla lunga insostenibile dentro un partito che continua ad essere lacerato. Lo dimostra, per esempio, il caos al congresso regionale della Sardegna dove, in controtendenza, la maggioranza di Chianciano è minoranza (il 37%) e ha abbandonato i lavori alla semplice comparsa di Nichi Vendola per un dibattito «non concordato nel partito» con Renato Soru. Strappi, risse e sollecitazioni (vedi sopra Diliberto) che non smuovono Ferrero, preoccupatissimo soprattutto per i conti in rosso di Liberazione. Per ora la sua linea è rafforzare una sinistra. «autonoma» Come e per fare che si vedrà.

 

Pdci, ultimatum a Ferrero: «Liste con noi, si decida» - Daniela Preziosi

Roma - È nata l'associazione 'per la sinistra'. I vendoliani però, allontano l'idea di una scissione dal Prc. Oliviero Diliberto, si allontana anche l'ipotesi dell'unità dei comunisti alle europee, Prc-Pdci? Non entro nella discussione del Prc, che guardo con rispetto ma anche con molta apprensione, visto che dal suo esito derivano conseguenze per tutta la sinistra. La nostra linea è semplice: intanto rimettiamo assieme i due partiti comunisti. Fa sorridere l'idea di quelli che vogliono mettere insieme tutta la sinistra, ma non vogliono riunificare i due partiti comunisti, le due forze più affini. Naturalmente, non auspico la scissione: vorrei che tutta Rifondazione si rimettesse con noi. La sua è la linea del congresso Pdci. Ma quello del Prc, soffertissimo, ha votato di andare alle europee con il proprio simbolo: un'altra linea politica. Per cambiarla, non dovrebbero convocare un nuovo congresso? Un altro congresso sarebbe una farsa, un suicidio. Dovremmo continuare a discutere su noi stessi mentre Berlusconi cambia la faccia delle democrazia italiana? E mentre il Pd è lacerato da quattro o cinque linee diverse al suo interno, anche sulle alleanze? Dobbiamo mettere in campo una forza in grado di rispondere alla domanda di opposizione che viene dalla base. Il mese di ottobre - le manifestazioni dell'11, del 25 e quella gigantesca del 30 sulla scuola - ci consegna un problema e un'opportunità: quella di essere all'altezza della domanda di lotta che viene dal nostro popolo. Partiamo dall'unico dato certo: l'arcobaleno è stato un fallimento. Chi lo ripropone è fuori dal mondo. Non c'è spazio politico fra i comunisti e il Pd. L'abbiamo verificato anche al voto siciliano: a Catania il Pdci da solo ha preso più dell'arcobaleno. E dico Catania perché è la città di Claudio Fava, il portavoce nazionale di Sd. Noi abbiamo avanzato la nostra proposta: ora Rifondazione deve darsi una mossa. Arrivare alla vigilia delle europee senza un progetto politico significa rifare un cartello elettorale. E così perdere. Se qualcuno vagheggia la riedizione dell'arcobaleno, esplicita o mascherata, andiamo da soli. Ferrero dice: se ne parla a febbraio. Capisco e rispetto il travaglio interno al Prc. Né voglio creare difficoltà a Ferrero. Ma il tempo stringe. Invito i compagni della maggioranza del Prc a dare delle risposte. Ci sono momenti in cui i gruppi dirigenti devono prendersi delle responsabilità. Insisto: ma il Prc ha fatto la scelta di correre con il proprio simbolo ad un congresso. La politica va avanti, non si ferma ai congressi. E comunque l'idea di presentarsi alle europee con due simboli molto simili è grottesca. Figuriamoci se poi si aggiungesse un terzo simbolo di sinistra... A proposito: state pensando a ritrovare una 'falcemartello' comune? Il problema è politico, non grafico. E comunque qualsiasi proposta avanzassi ora, la brucerei. Il Pdci affronterà laicamente qualunque ipotesi... Claudio Grassi, numero due del Prc, dice: le nostre liste sono aperte... Appunto, affronteremo laicamente qualunque ipotesi, salvo quella di chiedere ai comunisti italiani di andare sotto il simbolo di Rifondazione, ovviamente. Grassi lo sa bene. Per il Prc e il Pdci tornare insieme dopo dieci anni, non è mettere indietro le lancette dell'orologio? No, in questi anni sono successe molte cose. Dieci anni sono un'era politica che si è conclusa nel 2008 con il disastro dell'arcobaleno. Ora possiamo guardare avanti. Ma innanzitutto, dobbiamo verificare se la maggioranza del Prc vuole questa riunificazione. L'attuale maggioranza Prc ha sostenuto la segreteria di Bertinotti e di Giordano. Un percorso politico pieno di distanze da voi: penso alla scelta della nonviolenza, della Sinistra europea, al rapporto con Cuba... Ma oggi nella maggioranza ci sono due componenti determinanti che non hanno condiviso quelle scelte. Ha ragione chi dice che la linea del Prc la detta Essere comunisti? Stavo solo dicendo che si sono rimescolate le carte. E la segreteria di Ferrero non si può ascrivere alla continuità con Bertinotti. Comunque, le cose che ci uniscono sono più di quelle che ci dividono. E con quello che succede, mettersi a spaccare il capello in quattro... A sinistra del centrosinistra, eravate la 'tendenza culturale' più unitaria. Perché oggi non credete alla possibilità di alleanza con il Pd? Quel centrosinistra non c'è più. La scelta del Pd ha scavato un solco con la sinistra. Non è detto che resti così per sempre ma, un domani, un eventuale rapporto con il Pd passa per la sconfitta dell'attuale dirigenza. Alle prossime amministrative valuteremo caso per caso, sui programmi. Fra chi vuole l'alleanza con il Pd ci sono quelli della vostra minoranza interna. Una minoranza che - segnalo - a differenza di quella del Prc, che ha avuto il 48 per cento, ha preso il 13. La loro è una scelta suicida, ma il suicidio è la scelta propria di chi la compie. Perché tenete tanto alla falcemartello? Non è un simbolo 'esclusivo', lontano e che allontana, persino incomprensibile per gli studenti che si mobilitano in questi giorni? Perché questa politica melassa in cui tutti tendono ad assomigliarsi, io credo che, sia meglio avere un'identità forte. Invito tutti a guardare anche fuori dall'Italia. Quando i ragazzi gridano 'un altro mondo è possibile' non chiedono una politica 'riformista' ma una società radicalmente diversa. Forse sono comunisti inconsapevoli. I nostri percorsi possono incrociarsi. Ma se anche noi abdichiamo all'idea di cambiare il mondo, non li incroceremo mai.

 

Asse tra Fini e D’Alema. Bicamerale sul federalismo - Alessandro Braga

ASOLO (Treviso - Che tra i due ci fosse un feeling particolare era risaputo da tempo. E l'incontro di ieri infatti, più che a svelarlo, è servito semmai a ribadirlo: tra Massimo D'Alema e Gianfranco Fini c'è, e ci sarà in futuro sempre più forte, un rapporto privilegiato. Forse, anche grazie alla giornata di ieri, un vero e proprio asse. Seduti sullo stesso palco, al termine di una due giorni organizzata dalle fondazioni ItalianiEuropei (che fa capo a D'Alema) e FareFuturo (area Fini), i due sembrano essersi trovati a proprio agio uno accanto all'altro. Se non per indole e sentimenti comuni almeno per convenienza, sono riusciti benissimo a far buon viso a cattivo gioco. Pure nei vestiti erano simili: non fosse per la cravatta, ovviamente rossa per D'Alema, altrettanto ovviamente azzurra per Fini, sarebbero stati quasi gemelli. Asolo, profondo veneto. Un paesello di settemila anime sulle colline trevigiane: un borgo pieno di viuzze, saliscendi, casette in pietra; un bel castello, costruito tanto tempo fa da una regina illuminata; tanti ristorantini tipici e bar fighetti; per le strade, fanciulle imbellettate e signorotte «in tiro». Piena marca trevigiana, al centro del feudo lombardo veneto. La location ideale per un convegno dal titolo «Federalismo e riforme istituzionali». La platea, cento giovani rigorosamente bipartisan selezionati in parti uguali dalle due fondazioni. Insomma gli elementi per parlare di prove di dialogo trasversale ci sono tutti. Ci si mette pure il direttore del Tg1 Gianni Riotta, chiamato a fare da moderatore dell'incontro, a versare un po' di miele sul tutto: «Già il fatto di vedere qui, uno accanto all'altro, due esponenti di primo piano di due schieramenti avversari è un fatto positivo - dice Riotta - soprattutto se si pensa che, ai tempi in cui erano ragazzi, tra i due schieramenti c'era sì confronto, ma non proprio nei termini del dialogo». E a confermare che qualcosa da qui può nascere, e non in maniera episodica ma più strutturale, è lo stesso Gianfranco Fini: «Forse è presto per parlare di spirito di Asolo, se son rose fioriranno - si schermisce il presidente della camera dal palco - ma qui si evidenzia una comune consapevolezza e una traccia per una nuova stagione riformista, più efficace di quanto sia stata finora». Applausi dal pubblico, che anche in questo frangente è bipartisan, con battimani divisi in egual misura tra l'uno e l'altro degli oratori. Insomma, si passa dalla baita di Lorenzago, coi suoi quattro saggi (ma lì il percorso delle riforme non finì molto bene per gli ideatori di quella bozza), al teatro Duse del castello di Asolo, con D'Alema e Fini a ritagliarsi il ruolo di uomini del dialogo. L'uno, per cercare di spostare un po' più a suo favore gli equilibri interni al Partito democratico; l'altro, per continuare la sua personale ascesa agli scranni istituzionali puntando magari, al prossimo giro, direttamente al Quirinale. Non a caso anche ieri Fini ha ribadito l'equazione democrazia-antifascismo che qualche mal di pancia tra i suoi colonnelli ha provocato. Perché, almeno finora, tra le condizioni, se non sufficienti almeno necessarie, per salire al Colle, c'è l'antifascismo appunto. I due si sono trovati d'accordo su tutto o quasi. Intanto dalla necessità condivisa di ripartire, per le riforme, dalla bozza Violante. Di cui, ha detto Fini, «sarebbe un grave errore non tenere conto, visto che con una serie di ritocchi potrebbe essere una buona base di partenza». E poi sulla costituzione di una commissione bicamerale per l'attuazione del federalismo fiscale. «Non credo sia possibile che i decreti delegati possano essere valutati attraverso il parere di sei commissioni, sarebbe un non parere - ha detto il presidente della camera - penso piuttosto a una commissione bicamerale finalizzata all'esame dei decreti e mi auguro che ci sia un emendamento in questo senso nel dibattito parlamentare sul disegno di legge». Parole dolcissime per D'Alema, che già la sera prima a cena coi ragazzi del convegno aveva ricordato come Fini si fosse opposto all'affossamento della bicamerale da lui presieduta. E che ha subito replicato: «Certamente noi presenteremo un emendamento per una commissione bicamerale per l'attuazione del federalismo fiscale e la carta delle autonomie». Tutto d'amore e d'accordo. Pure sul fatto di usare questa legislatura «per completare la transizione e raggiungere alcuni obiettivi come un governo più forte, ma anche un parlamento rafforzato». Insomma, se anche lo spirito d'Asolo fosse di là da venire, l'intesa tra Fini e D'Alema pare essere ormai ben salda. Ma guai a parlare di «prove generali di dialogo», ha spiegato l'ex ministro degli Esteri attaccando i giornalisti che «sicuramente domani titoleranno così, magari con un pezzo scritto da Roma, e senza nemmeno essere venuti qui». Ora ci sarà da vedere come lo prenderanno, questo asse, Silvio Berlusconi e Walter Veltroni. Perché, se anche i due sul palco non erano certo semplici comparse, per poter parlare di prove generali bisogna avere gli attori protagonisti. E quelli, almeno per il momento, sono altri.

 

Se il nuovo messia diventasse un falso profeta. Obama e il suo fantasma - Judith Butler

Pochissimi di noi sono immuni dall’euforia di questo momento. I miei amici della sinistra mi scrivono che provano qualcosa che si avvicina alla «redenzione», oppure che «il paese ci è stato restituito» o che «finalmente abbiamo uno di noi alla Casa bianca». Naturalmente, come loro, anch’io mi scopro travolta dall’incredulità e dall’eccitazione, perché il pensiero che il regime di Gorge W. Bush sia finito è un enorme sollievo. L’idea di Obama, un candidato nero riflessivo e progressista, muta il quadro storico e sposta il terreno politico. Proviamo però a ragionare attentamente su questo terreno mutato, anche se adesso non possiamo conoscerne appieno i contorni. L’elezione di Barack Obama è storicamente significativa sotto vari aspetti ancora da valutare, ma non è – e non può essere – una redenzione: sottoscrivendo i modi enfatici di identificazione proposti da lui («siamo tutti uniti») o da noi stessi («Obama è uno di noi»), rischiamo di convincerci che questo momento politico possa superare quegli antagonismi che della vita politica sono costitutivi. Ci sono sempre state delle buone ragioni per non abbracciare l’ideale dell’«unità nazionale», e per sospettare di un’identificazione assoluta e totale con qualsivoglia leader politico. Dopo tutto, il fascismo faceva in parte affidamento proprio su questa identificazione totale con il leader, e i Repubblicani si sforzano anch’essi di organizzare l’affetto politico quando, ad esempio, Elizabeth Dole si rivolge al suo pubblico dicendo: «io amo ciascuno di voi». Diventa ancora più importante riflettere sulla politica dell’identificazione entusiastica, se consideriamo che il sostegno tributato a Obama ha coinciso con il sostegno tributato a cause conservatrici. In un certo qual modo, ciò spiega il suo successo «trasversale». In California, Obama ha vinto con il 60% dei voti, eppure una porzione significativa di coloro che hanno votato per lui ha votato anche contro la legalizzazione del matrimonio gay (52%). Come interpretiamo questa apparente discrepanza? In primo luogo, ricordiamoci che Obama non ha sostenuto esplicitamente i diritti relativi al matrimonio gay. Inoltre, come ha osservato Wendy Brown, i Repubblicani si sono accorti che l’elettorato non è galvanizzato dalle questioni «morali» come nelle elezioni precedenti; le ragioni per cui gli elettori ha votato per Obama sembrano essere di natura prevalentemente economica, e il loro ragionamento appare più strutturato dalla razionalità neoliberista che da preoccupazioni di ordine religioso. Questo è chiaramente uno dei motivi per cui il ruolo assegnato a Palin – galvanizzare la maggioranza  dell’elettorato sulle questioni morali – si è rivelato un fallimento. Ma se le questioni «morali » come il controllo delle armi, il diritto all’aborto e i diritti dei gay non sono state tanto determinanti come lo erano state in passato, forse ciò accade perché esse prosperano in un compartimento separato della mente politica. In altre parole, siamo di fronte a un nuovo configurarsi del credo politico che rende possibile avere opinioni contrastanti nello stesso tempo. Questo ha assunto una chiara rilevanza nell’emergere del contro-effetto Bradley, quando gli elettori hanno potuto ammettere – ed hanno ammesso – esplicitamente il proprio razzismo, ma hanno dichiarato che avrebbero votato ugualmente per Obama. Aneddoti raccolti sul campo comprendono affermazioni come la seguente: «So che Obama è un musulmano e un terrorista, ma lo voto ugualmente; per l’economia è meglio lui». Questi elettori si sono tenuti il loro razzismo e hanno votato per Obama, albergando le loro convinzioni scisse senza doverle risolvere. D’altro canto, non possiamo sottovalutare, in queste elezioni, la forza della dis-identificazione: un senso di repulsione all’idea che George W. abbia «rappresentato» gli Stati Uniti davanti al resto del mondo, un senso di vergogna per le nostre pratiche di tortura e detenzione illegale, un senso di disgusto per il fatto che abbiamo scatenato la guerra con motivazioni false e abbiamo propagato idee razziste sull’Islam, un senso di allarme e di orrore perché gli eccessi della deregulation economica hanno portato a una crisi economica globale. È nonostante la sua razza, o grazie ad essa, se Obama è infine emerso come il rappresentante preferito dalla nazione? Adempiendo a questa funzione rappresentativa, egli è allo stesso tempo nero e non nero (alcuni dicono «non abbastanza nero» e altri dicono «troppo nero»), e di conseguenza può piacere agli elettori che non solo non hanno modo di risolvere la loro ambivalenza su questa questione,ma non vogliono risolverla. La figura pubblica che consente alla popolazione di sostenere e mascherare la sua ambivalenza appare nondimeno come una figura di «unità»: questa è certamente una funzione ideologica. Tali momenti sono intensamente legati all’immaginario, ma non per questo sono privi di una loro forza politica. Via via che le elezioni si avvicinavano, è cresciuta l’attenzione nei confronti della persona Obama: la sua sobrietà, la sua determinazione, la sua capacità di non perdere la calma, il suo modo di mantenere una certa posizione di equilibrio di fronte ad attacchi perniciosi e alla retorica politica di basso conio, la sua promessa di ricostruire una versione della nazione che vada oltre la sua attuale vergogna. Naturalmente la promessa è allettante, ma se l’abbraccio di Obama ci portasse al convincimento che possiamo superare ogni dissonanza, che l’unità è veramente possibile?Quante possibilità abbiamo di andare incontro a una certa inevitabile delusione, quando questo leader carismatico mostrerà la sua fallibilità, la sua disponibilità al compromesso e persino a tradire le minoranze? Dopo tutto, Obama è a mala pena un uomo di sinistra, nonostante i richiami al «socialismo» indirizzatigli dai suoi avversari conservatori. In che misura le sue azioni saranno condizionate dalla politica di partito, dagli interessi economici, dal potere statale? In che misura sono già state oggetto di compromesso? Se cercheremo attraverso questa presidenza di superare il senso della dissonanza, allora avremo gettato amare la politica critica in favore di un entusiasmo le cui dimensioni fantasmatiche si dimostreranno decisive. Forse non possiamo evitare questo momento fantasmatico, ma stiamo attenti a quanto esso sarà temporaneo. Se ci sono razzisti dichiarati che hanno detto: «so che è un musulmano e un terrorista, malo voto ugualmente», sicuramente ci sono anche persone nella sinistra che dicono: «so che ha svenduto i diritti dei gay e la Palestina, ma è comunque la nostra redenzione». So molto bene, e tuttavia: è questa la formulazione classica del disconoscimento. Attraverso quali mezzi sosteniamo e mascheriamo convincimenti contrastanti di questo genere? E a quale prezzo politico? Senza dubbio il successo di Obama avrà effetti significativi sul corso economico della nazione, e sembra ragionevole supporre che vedremo una nuova logica della regolazione economica che somiglia alle forme europee della social-democrazia; in politica estera, vedremo senza dubbio un rinnovamento delle relazioni multilaterali. E senza dubbio ci sarà anche un trend generalmente più liberal sulle questioni sociali. Ma non c’è molta ragione di sperare che formuli una politica giusta per gli Usa in Medio Oriente, anche se è certamente un sollievo il fatto che egli conosca Rashid Khalidi (il docente di storia araba della Columbia University, noto per le sue posizioni pro-Palestina, che Obama è stato accusato dai Repubblicani di frequentare, ndr). Il significato indiscutibile della sua elezione ha interamente a che fare con il superamento dei limiti implicitamente imposti ai traguardi degli afro-americani; allo stesso tempo, essa farà venire a precipitazione il cambiamento del modo in cui gli Stati Uniti si auto-definiscono. Se l’elezione di Obama segnala la volontà della maggioranza dei votanti di essere «rappresentati» da quest’uomo, allora i l «chi noi siamo» si costituisce ex novo: siamo una nazione fatta di molte razze, di razze mescolate; Obama ci offre l’occasione di riconoscere chi siamo diventati e cosa dobbiamo ancora essere, e per questa via sembra essere superata una certa spaccatura tra funzione rappresentativa della presidenza e popolazione rappresentata. Questo è un momento entusiasmante, certo. Ma può durare? E deve? A quali conseguenze porterà l’aspettativa quasi messianica di cui quest’uomo è investito? Per avere successo la sua presidenza dovrà produrre qualche delusione, sopravvivere alla delusione: l’uomo diventerà umano, si dimostrerà meno potente di quanto potremmo desiderare, e la politica cesserà di essere una celebrazione senza ambivalenza e cautela; insomma, la politica si rivelerà, più che un’esperienza messianica, una sede di dibattito intenso, di critica pubblica, e di necessario antagonismo. L’elezione di Obama significa che il terreno del dibattito e della lotta è mutato, ed è un terreno migliore, senza dubbio. Ma non è la fine della lotta, e sarebbe molto sprovveduto da parte nostra vederla in quel modo, sia pure provvisoriamente. Senza dubbio saremo d’accordo o in disaccordo con le varie iniziative che prenderà o non prenderà. Ma se l’aspettativa iniziale è che Obama sia e sarà la «redenzione» stessa, allora lo puniremo senza pietà quando ci tradirà (oppure troveremo il modo di negare o sopprimere la nostra delusione per mantenere viva l’esperienza dell’unità e dell’amore non ambivalente). Se vuole evitare una delusione drammatica, Obama deve agire rapidamente e bene. Forse l’unico modo che ha di impedire uno «schianto» – una delusione di gravi proporzioni che gli rivolterebbe contro la volontà politica – è assumere iniziative importanti entro i primi due mesi di presidenza. La prima dovrebbe essere chiudere Guantanamo e trovare il modo di trasferire i procedimenti dei detenuti in tribunali legittimi. La seconda, predisporre un piano per il ritiro delle truppe dall’Iraq e iniziare ad attuarlo. La terza, ritirare le sue dichiarazioni bellicose su una escalation della guerra in Afghanistan e cercare soluzioni diplomatiche multilaterali in quell’area. Se non compisse questi passi, il suo sostegno da parte della sinistra sarebbe destinato a deteriorarsi nettamente, e si riproporrebbe la spaccatura tra falchi liberal e sinistra contro la guerra. Se nominasse personaggi come Lawrence Summers in posti chiave del governo, o se continuasse le politiche economiche fallimentari di Clinton e Bush, allora, a un certo punto, il messia sarebbe rigettato come un falso profeta. Piuttosto che di una promessa impossibile, abbiamo bisogno di una serie di azioni concrete che comincino a ribaltare le terribili abrogazioni della giustizia commesse dal regime di Bush; se ciò non avvenisse, la delusione sarebbe pesante e drammatica. La domanda è: quanta dis-illusione è necessaria per riacquistare una politica critica, e quale forma di delusione più drammatica ci ricaccerebbe nel grave cinismo politico degli ultimi anni? Una certa rinuncia all’illusione è necessaria per poter ricordare che la politica attiene non tanto alla persona, all’impossibile e alle belle promesse che Obama rappresenta, quanto piuttosto a quei cambiamenti concreti che potrebbero iniziare a produrre, nel corso del tempo e non senza difficoltà, condizioni di maggiore giustizia.

 

Obama si fa scudo? Praga no - Tommaso Di Francesco

La notizia sembra contraddire l'auspicio dell'editoriale del Financial Times: «Con l'avvento di Obama c'è la possibilità di rivedere la decisione di Bush sull'installazione a Est dello Scudo antimissile». Ieri il presidente polacco Lech Kaczynski ha riferito della telefonata ricevuta dal neo-eletto presidente americano, nella quale Obama, oltre che «sottolineare l'importanza della partnership strategica tra Polonia e Stati uniti», avrebbe confermato l'intenzione di mantenere inalterato il piano di installare dieci missili intercettori in Polonia e il mega-radar Usa nella Repubblica ceca. Sarebbe una risposta durissima alla minaccia del presidente russo Medvedev che ha annunciato venerdì la possibilità d'installare, come ritorsione, i missili Iskander nell'enclave di Kaliningrad (quasi dentro la Germania e a 500km da Varsavia). Gli Stati Uniti, dopo la minaccia di Medvedev, hanno offerto alla Russia un «compromesso»: la disponibilità del Pentagono ad autorizzare ai militari russi l'accesso a elementi della componente europea dello Scudo. E la Russia ha reagito rispondendo che non metterà in campo gli Iskander solo se la nuova amministrazione di Washington rinuncerà al progetto. Da Varsavia sembrano dire che «Obama non rinuncia» e, per ora, Washington non smentisce né conferma. Ecco dunque che torna di stretta e drammatica attualità il progetto di scudo antimissile voluto da Bush, che ha diviso la Nato stessa, e che prevede l'installazione di 10 rampe di missili intercettori in Polonia e un megaradar militare Usa a settanta chilometri da Praga. E che ha visto la protesta di massa delle popolazioni locali, in particolare quelle delle Repubblica ceca. «Qual è il giudizio del movimento contro lo Scudo, all'annuncio di Varsavia che mostra un Obama che conferma il sistema missilistico di Bush?», chiediamo a Petr Uhl, già portavoce di Charta 77 e ora esponente del movimento contro lo Scudo: «Io sono un grande ammiratore di Obama - ci risponde - e penso che la sua vittoria sia davvero una svolta storica. ma voglio capire bene se è vero quello che dichiara l'incredibile Lech Kaczynski. Perché di una cosa sono convinto: Obama non è un cow-boy come George W. Bush, non può non tenere conto del fatto che più del 70% dei cittadini cechi è fortemente contraria all'installazione del sistema Radar antimissile sul territorio della Repubblica ceca. Noi ci felicitiamo con la sua elezione ma chiedendogli di rinunciare al pericoloso progetto». È stata quella dei dei cittadini cechi una protesta che - insieme alla pesante crisi economica che vede l'annuncio di decine di migliaia di licenziamenti nella grande industria, a partire dalla Skoda - ha influito anche sul risultato delle ultime elezioni di metà e fine ottobre, amministrative e per un terzo del senato. Che hanno visto la sconfitta della destra del partito Ods (Civici democratici) al governo e la vittoria netta del Cssd (i socialdemocratici) che con il 35,85% si sono assicurati il governo di tutte e 13 le regioni e hanno conquistato seggi decisivi per il rinnovo del senato. Dati che rimettono in discussione la possibilità che l'euroscettico Ods (con il presidente Vlacav Klaus che non espone la bandiera dell'Ue) possa ridiscutere, come promesso, la ratifica del Trattato di Lisbona - la Repubblica ceca da gennaio è presidente di turno dell'Unione europea. «Il governo Topolanek è inaccettabile durante la presidenza ceca dell'Ue» ha dichiarato Jiri Paroubek leader dei socialdemocratici e il Partito comunista (Kscm) che ha avuto ben il 15% dei consensi, ha chiesto le dimissioni del premier. Fatto ancora più dirompente, non avendo più la maggioranza assoluta necessaria, il governo di destra non può più ratificare il Trattato con gli Usa sullo Scudo antimissile firmato a Praga in luglio dal premier Mirek Topolanek e dal segretario di stato Usa Condoleezza Rice. Di questo come della notizia su «Obama favorevole allo Scudo» che viene da Varsavia, parliamo con Jan Tamas, portavoce del movimento contro lo Scudo, Ne Zakladne, che da due anni promuove la protesta dei cittadini. Ora che accadrà? Aspettate che Obama venga a Praga a spiegare quello che vuole fare davvero? In questi giorni il quotidiano filoccidentale e filogovernativo «Mlada Fronta Dnes» che appoggia da sempre lo Scudo americano, dice che ora, con Obama, i cittadini cechi saranno «ben disposti verso lo scudo visto finora solo come uno strumento di Bush»? È falso, i cechi al 71% dicono sempre no. Henry Obering, che è il capo dell'agenzia americana per la difesa missilistica, è andato a Varsavia in questi giorni ed è venuto anche a Praga, e dice esattamente che lui vuole insistere perché le rampe di 10 missili intercettori in Polonia e il radar presso Praga siano operativi nei primi mesi del 2012. Ora il movimento che è contro lo Scudo di Bush aspetta chiarezza da Obama. È una delle nostre speranze, mentre Bush, che sarà presidente per altri due mesi e mezzo, continua a credere che una possibile mediazione sia la concessione alla Russia delle ispezioni: Petr Uhl, ex portavoce di Charta 77, ha più volte ricordato che così gli Stati uniti, senza memoria della Primavera '68, ci riportano in casa i generali russi non proprio popolari a Praga. Per dire la verità, io personalmente non ho grande grandi speranze su Obama, perché so che dietro questi piani ci sono gli interessi del complesso militare-industriale americano ed europeo. Non mi aspetto cambiamenti repentini dall'America, e le dichiarazioni del presidente polacco - tutte da verificare - sembrano darmi ragione. Noi sicuramente continuiamo la nostra lotta facendo pressione sui nostri politici, qui nella Repubblica ceca. L'importante è che si conferma il no dell'opinione pubblica e dei cittadini cechi contro lo scudo. Per questo domani, lunedì 10 novembre, organizzeremo un incontro con i sindaci della regione dei monti Brdy dove dovrebbe essere installato il Radar del sistema antimissili e una conferenza all'interno del parlamento ceco, alla quale parteciperà anche l'europarlamentare Giulietto Chiesa. È importante per noi far sentire una voce dell'Europa. La Repubblica ceca, comunque andrà, assumerà a gennaio la presidenza dell'Unione europea. Quanto ha influito sul risultato delle elezioni la questione dello scudo e come ha reagito il governo di destra? Questo governo ha assolutamente ignorato la volontà della popolazione di questo paese dove risulta dagli ultimi sondaggi di fine ottobre che due cittadini su tre continuano ad essere contrari. Per più di due anni hanno cercato di firmare questo accordo con gli Stati uniti sulla base militare americana Radar, sapendo che la maggioranza della popolazione ceca era ed è contro e chiede un referendum popolare. Si è anche radicato un vasto movimento di decine e decine di comuni che, nell'area dei monti Brdy dove dovrebbe essere installato il radar, hanno già espresso il loro referendum dicendo no. Queste di ottobre sono state le prime elezioni dopo la nascita di questo grande movimento contro il Radar e i cittadini cechi hanno mandato un segnale al governo dicendo: non ci piace che voi andate avanti con questo progetto sapendo che non lo vogliamo. La maggior parte della popolazione ha votato per un cambio, per questo hanno scelto i partiti della sinistra, i socialdemocratici e i comunisti. Tra gli altri risultati importanti, c'è stata l'elezione a senatore di Jiri Dienstbir, già ministro degli esteri della Rivoluzione di velluto, un uomo della Primavera '68, contrario allo Scudo Usa e alla guerra «umanitaria» della Nato del 1999. Inoltre la destra ha perso il controllo di tutte le tredici regioni. Ricordo che molti deputati socialdemocratici fanno parte del movimento e nel 2007 sono perfino andati in delegazione negli Usa per coinvolgere contro lo Scudo la solidale presidente del Congresso, Nancy Pelosi. Va ricordato che alla prima convocazione del Senato, ancora quello non rinnovato, la Destra Ods ha tentato una forzatura, mettendo all'ordine del giorno l'approvazione dello Scudo. Un colpo di mano che, anche per la nostra iniziativa, non è passato. Tutto è stato rimandato a dopo il 20 gennaio. Non a caso subito dopo l'insediamento di Obama.

 

Liberazione – 9.11.08

 

Assemblea "Realizziamo la Costituzione": proposte concrete per difendere i diritti umani - Antonio Ferraro

Non si poteva trovare luogo più adatto e significativo, come il "Nuovo Cinema Aquila" di Roma, confiscato alla mafia, per ospitare l'Assemblea nazionale "Difendiamo i diritti umani. Realizziamo la Costituzione" organizzata dalla Tavola della pace, Libera e Strada Facendo. Nell'anno in cui si celebrano i 60 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e della Costituzione italiana, il cammino verso un cambiamento palpabile di una società sempre più ingiusta e discriminatrice non può che partire dagli stessi diritti scritti decenni fa, ma ancora non completamente garantiti nel nostro Paese. Una giornata, quella di ieri, ricca di analisi e proposte, frutto di un efficace intreccio tra realtà sociali diverse, portatrici di esperienze di vita diverse. «La crisi economica, sociale, culturale e politica non bisogna attenderla, già ci siamo immersi. Il liberismo è la causa principale della crisi, perché punta alla disuguaglianza e alla lesione dei diritti» afferma il magistrato Livio Pepino del Csm. E aggiunge: «In Italia siamo arrivati addirittura alla schedatura dei bambini rom, dei clochard. L'art. 3 della Costituzione dice che lo Stato deve rimuovere gli ostacoli alle pari opportunità, non crearli come sta facendo». Sotto accusa, dunque, le politiche di esclusione sociale del governo, che sta alimentando una guerra tra ultimi e penultimi senza precedenti. Dai tagli in Finanziaria, alle disposizioni sull'immigrazione, che «ripristinano un sistema pre-moderno, dove ad una parte dei cittadini viene negato per legge il diritto a poter vivere in libertà», allo smantellamento dello stato sociale, attraverso anche la sua svendita al mercato, come proposto dal Libro verde di Sacconi. Non si può tollerare che la crescita sociale sia subalterna a quella economica, perché quest'ultima «non può esistere se slegata dalle dinamiche di vita della gente e legata solamente alle regole drogate della borsa. Sarà sempre un fallimento, che pagano sempre i più deboli», dice Gianpiero Griffo della Fish (Federazione italiana per il superamento dell'handicap), che precisa come «le persone con disabilità sono le più colpite dalla povertà, perché non riescono ad accedere neanche all'istruzione, al lavoro». Proposte efficaci per migliorare il sistema di protezione sociale vengono elencate dal Cantiere Welfare: definizione dei livelli essenziali di assistenza sociale, incremento del fondo sulla non autosufficienza, reddito minimo di cittadinanza, piano nazionale di sostegno alle donne e ai bambini migranti, maggiore partecipazione della società civile alle scelte che la riguardano. E tra i beni comuni da difendere, inevitabile il riferimento alla scuola pubblica, «un bene pubblico da difendere alla pari dell'acqua e di altri beni essenziali. Scuola pubblica che va ampliata anche alla scuola per l'infanzia con un piano di intervento per i bambini e le loro madri, al fine di facilitare l'occupazione femminile come avviene nella maggior parte dei paesi d'Europa». Non mancano gli appelli a muoversi da subito per passare dalla retorica al fare. Lucio Babolin, presidente del Cnca, parla chiaro: «Attraverso il nostro fare decliniamo il futuro e la speranza per quei 7,5 milioni di italiani che non possono ambire ad una condizione di vita migliore. Dobbiamo essere come mille punture di spillo che stimolano la politica e le istituzioni a rendere esigibili i diritti. Noi siamo il Partito dei diritti». Il primo grande appuntamento dell'agenda dei diritti umani è per il 10 dicembre, giornata nazionale d'azione per i diritti umani, con una grande manifestazione sotto la sede Rai di Via Mazzini per un'informazione libera e per una televisione pubblica sganciata dai condizionamenti dei partiti e dei poteri forti. «Oggi l'informazione gioca un ruolo fondamentale, ma dovrebbe essere pulita e plurale. Invece viene strumentalizzata e inserita in processi di monopolizzazione, rendendo l'informazione di fatto un ulteriore fattore di disgregazione sociale». Insomma, il messaggio è lanciato ed è univoco: «Tutti i diritti umani per tutti».

 

Il sindacato internazionale ai governi: «La crisi non la paghino i migranti» - Silvana Cappuccio

«Servono comportamenti trasparenti, politiche coerenti ed una nuova architettura globale fondata sul rispetto della dignità e dei diritti umani»: così Sharan Burrow, presidente della Confederazione sindacale internazionale (Csi), a Manila, dove si è da poco concluso il secondo Forum internazionale sui migranti e lo sviluppo (GFMD, Global Forum on Migration and Development). Scopo del GFMD era una riunione intergovernamentale "informale" per discutere di politiche relative alle migrazioni. La decisione di adottare un percorso al di fuori dalle sedi istituzionali internazionali, come le Nazioni Unite, già di per sé desta quanto meno un legittimo sospetto. Soprattutto di questi tempi, in cui il tema dei migranti, mentre assume un'importanza crescente per le sue dimensioni e qualità, viene spesso ridotto ad una questione di pubblica sicurezza o di pura convenienza economica. Per questa ragione, il Forum è stato preceduto da una serie di riunioni e dibattiti da parte della società civile (Civil Society Days, CSD, ovvero giornate della società civile), non solo per scambiare idee ed opinioni sul tema delle migrazioni in generale, ma anche e specialmente per portare l'asse del dibattito globale sul rispetto dei diritti umani fondamentali. I sindacati di diversi paesi e le federazioni internazionali di categoria, le cosiddette Global Unions, coordinati dalla Csi, insieme con organizzazioni non governative di varia provenienza e diverso orientamento, hanno presentato delle proposte e raccomandazioni a conclusione degli incontri. La pesantissima crisi finanziaria e ambientale non può essere assunta da pretesto per adottare ulteriori restrizioni verso una delle parti più vulnerabili del mondo. Chi lascia il proprio paese, è spesso costretto a farlo perché spinto dalla carestia, dalle guerre, dalla fame, dal bisogno di cercare delle opportunità di vita e di lavoro per sé e la propria famiglia. Sono persone, non merci: ed invece persino il linguaggio corrente quasi sempre riflette un approccio strumentale, colpevolizzante e privo del rispetto che è indispensabile, a cominciare dall'aggettivo "illegale" con cui si definiscono coloro che sono privi della documentazione richiesta dalla burocrazia, aggettivo che di fatto addebita la responsabilità alla persona e non alle politiche a monte. I sindacati hanno espresso una crescente preoccupazione fondata sulle violazioni dei diritti e sulle discriminazioni verso gli immigrati, diffusamente praticate in tutte le aree del mondo, quelle ad alto reddito e quelle in via di sviluppo, nell'ambito di aree regionali o all'interno di paesi, come in India, dove sono in netto aumento le migrazioni dalle aree rurali verso quelle di nuova industrializzazione. Sono in espansione anche i settori in cui queste pratiche si consumano. Si assiste ultimamente al traffico di donne e uomini nell'industria manifatturiera, basato su accordi tra soggetti senza scrupoli come le agenzie del lavoro e i datori di lavoro. Le prime concludono degli accordi con i lavoratori o le loro famiglie, quasi sempre intascando grosse somme di denaro dietro la promessa di far avere loro un posto di lavoro e dunque facendo loro intravvedere la concreta realizzazione del sogno di una vita migliore e degna. I padroni spesso si rivelano spietati: sequestrano i passaporti all'arrivo, dietro miserabili scuse come quella di custodirli, propongono alloggi indegni e sottopongono le persone ad orari e condizioni di lavoro pesantissimi, calpestandone l'umanità ed ignorando che quelle sono realtà estranee e lontane da ogni punto di vista per chi ci arriva, dalla lingua al cibo al clima alla religione ai costumi. Per di più, è tutt'altro che rara la pratica di dedurre mensilmente dal salario promesso una somma fissa di denaro, adducendo un "debito" del lavoratore per un ulteriore rimborso del trasporto. Sono soprattutto le donne, specialmente le giovani, ad essere le vittime di questa "nuova" forma di schiavitù. Ancora una volta le donne, che sono più della metà dei migranti e solo il 60% delle quali ha un lavoro, spesso peggiore, non tutelato, meno pagato e sotto ricatto. Ulteriore ironia della "sorte": invisibili nel mondo della comunicazione globale e in tempo reale. Ignorate, pur costituendo la maggioranza delle vittime del traffico di persone e pur essendo oltre il 70% dei 32 milioni di rifugiati nel mondo. Proprio loro che nei processi di migrazione giocano un ruolo cruciale per le famiglie, le comunità e lo sviluppo, dappertutto, in Africa come in Europa, in Asia come in America. Sindacati e ong hanno ribadito che devono essere riconosciuti e difesi i diritti umani fondamentali di ogni migrante, quale che ne sia lo status e senza discriminazioni, e che questa è la sola base di una possibile discussione nell'ambito del GFMD. Questo significa prevedere l'accesso a servizi pubblici di qualità, un lavoro dignitoso, salari adeguati alle stesse condizioni dei lavoratori dei paesi di accoglienza, sicurezza sociale, libertà di iscrizione al sindacato, lavorare in condizioni salubri e sicure, applicazioni delle leggi e copertura dei contratti collettivi di lavoro.

 

Guerra in Congo, l'Angola manda truppe per sostenere l'esercito

contro i ribelli tutsi - Francesca Marretta

La guerra in nord Kivu, a est della Repubblica Democratica del Congo-Rdc rischia di allargarsi all'intera Regione dei Grandi Laghi. Sono diverse le fonti che parlano di un intervento dell'Angola, gigante petrolifero africano, a fianco delle truppe governative congolesi, per arginare la violenta offensiva della ribellione tutsi del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) guidata dall'ex generale Laurent Nkunda, appoggiato dal Ruanda di Paul Kagame. Secondo l'agenzia Afp, nella zona degli ultimi combattimenti tra esercito regolare e milizie tutsi a nord di Goma, vi sarebbero combattenti di lingua portoghese. A Kibati dove i soldati fedeli al presidente Kabila hanno organizzato un campo base, un comandante uraguaiano della Monuc, la missione di peacekeeping dell'Onu in Rdc, ha riferito alla stessa agenzia di stampa che da venerdì le truppe angolane si sono unite all'esercito congolese con l'ulteriore appoggio di soldati dello Zimbabwe. La Monuc ha smentito la presenza di soldati di Luanda nella regione, ammettendo tuttavia l'esistenza di una «cooperazione militare» tra Angola ed Rdc e che «la linea del fronte è molto fluida». Stessa smentita arriva da Kinshasa. Anche Luanda smentisce la presenza di proprie divisioni, con la motivazione che «l'interferenza diretta od indiretta di parti terze aggraverebbe il conflitto». E su questo non c'e dubbio. Si tratterebbe infatti di una riedizione di quella che è passata alla storia come la "prima guerra mondiale africana", durata in totale dal 1996 al 2004, che ha avuto come terreno di scontro la Rdc e a cui hanno preso parte sei paesi della Regione, con alterne alleanze e uno scopo comune, assicurarsi accesso alle ingenti risorse minerarie custodite a est del Congo: rame e cobalto, oro, diamanti e coltan. Durante la seconda fase di tale guerra, Angola, Namibia e Zimbabwe combatterono a fianco di Laurent-Désiré Kabila, padre dell'attuale presidente congolese. Intanto dal Kivu continuano ad arrivare agghiaccianti testimonianze di massacri di civili inermi, perpetrati dalle milizia di Nkunda, come dalla guerriglia hutu filogovernativa congolese mai mai. Gli stessi soldati regolari, sono responsabili, come tutti gli altri uomini in armi, di stupri in numero impressionante. Lo denunciano in continuazione le organizzazioni umanitarie che riescono a raggiungere i villaggi, dopo le ondate di violenza. Nella città di Kiwanja (75 km da Goma) la sezione locale della Croce rossa parla di centinaia di vittime in seguito agli scontri dei giorni scorsi tra milizie di Nkunda e mai mai. Contadini, insegnanti, amministratori, uccisi a sangue freddo con i kalashnikov puntati sulla faccia. In molti sono stati fatti prigionieri, le donne violentate e rapite per farne bottino di guerra. Ieri le Nazioni Unite hanno confermato le denunce di Human Rights Watch (Hrw), presente a Kiwanja: Tanto i ribelli tutsi di Laurent Nkunda che i miliziani filogovernativi della Repubblica democratica del Congo (Rdc) hanno commesso in questa zona «crimini di guerra». Nonostante l'evidenza, Laurent Nkunda smentisce ogni coinvolgimento. La provincia di Goma, è sempre stata ritenuta dall'ex generale tutsi un focolaio della rivolta hutu. Dunqnue chiunque per Nkunda potrebbe essere un mai mai o un hutu ruandese travesto da civile. Mentre si consumava il massacro di Kiwanja, Nkunda, aria da intellettuale, modi raffinati nell'eloquio, ha concesso un'intervista portandosi dietro un agnellino di nome Betty, simbolo di quella pace che proprio lui afferma di volere. Perchè, sostiene il capo della ribellione tutsi che si definisce un pastore avventista "born again", il solo scopo delle sua battaglia è garantire la libertà alla sua gente, i tutsi congolesi. «Devi soffrire per essere libero. C'è un prezzo per la libertà», ha dichiarato il quarantunenne ex generale congolese che ai tempi del genocidio dei tutsi in Ruanda combattè a fianco di Kagame nelle fila Fronte patriottico ruandese, che sconfisse il regime hutu genocidario. Da allora Nkunda, appoggiato da Kigali, sostiene di dover difendere i tutsi congolesi dai fuoriusciti ruandesi rifugiatisi in Congo e dai mai mai. E adesso dice di essere pronto, se Kinshasa non tratta, a marciare sulla capitale. Le posizioni conquistate intorno a Goma da Nkunda potrebbero essere il preludio ad una occupazione della zona da parte del Ruanda, che da quindici anni a questa parte ha avuto, come confermano rapporti delle Nazioni Unite, un grosso ruolo nel saccheggio delle ingenti risorse di questa instabile regione.

 

La Stampa – 9.11.08

 

Tramonta l'impero dei consumi – Barbara Spinelli

Tra le molte leggende sprofondate il giorno della vittoria di Barack Obama, c’è quella della maggioranza silenziosa, che Nixon invocò nel 1969 per opporsi alle idee del Sessantotto e alla sua sete di mutamento. È una leggenda che faticava a morire, perché calmava le paure di una parte dell’America spesso inascoltata anche se estesa, e perché un elettorato che tace è sempre comodo per chi comanda. La maggioranza silenziosa era contro le riforme brusche dei costumi, e in genere difendeva lo status quo. Negli Stati Uniti coltivava sogni di egemonia nazionale, per i quali tuttavia non voleva pagare prezzi economici. Il sogno era quello seicentesco della nazione eletta: la nuova Israele, la «città sopra la collina» proposta ai primi coloni americani da John Winthrop, governatore del Massachusetts. Il sogno era talmente spazioso che tutto il resto - quadrare i conti, ad esempio - pesava come piuma. Qui è il cuore delle smisurate illusioni che ultimamente si sono infrante, prima nelle guerre di Bush, poi nel mondo della finanza, infine nel voto a Obama. Essere una superpotenza, o meglio l’unica potenza globale, significava precisamente questo: l’espansione dell’America - la sua natura di «nazione indispensabile» - esentava gli Stati Uniti dall’essere, oltre che indispensabile, solvibile. La maggioranza silenziosa, che per definizione non ha nulla da dire, consumava intanto soldi, petrolio, case e chimere. Il culmine lo raggiunse Dick Cheney, vicepresidente. Interrogato sulle guerre che Bush iniziò senza chiedere sacrifici ma anzi tagliando le tasse, replicò: «Deficits don’t matter». Che ce ne importa dei deficit. Nell’era Bush i deficit erano addirittura benvenuti. Appena due settimane dopo l’11 settembre, il presidente incitava i cittadini a consumare di più: «Andate a Disney World in Florida, portatevi le famiglie, godetevi la vita!». La guerra contro il terrore diventava una condizione permanente dell’esistenza americana, il presidente ne profittava per indebolire giudiziario e legislativo, la Costituzione e le leggi internazionali venivano violate, la minaccia climatica ignorata, ma l’americano poteva continuare come se niente fosse, comprando a credito. La guerra illimitata e la presunzione della nazione eletta servivano a nascondere il fatto che l’America era ormai a corto di risorse, dipendente dall’estero per petrolio e finanze, senza i mezzi della sua mondiale supremazia. Lo storico Andrew Bacevich spiega con lucidità questa follia di grandezza fondata sull’insolvenza e il simulacro (The Limits of Power - The End of American Exceptionalism, New York 2008). Eisenhower riteneva che non c’è sicurezza senza solvibilità: una verità ricordata a Obama e McCain dal moderatore dell’ultimo dibattito televisivo. Nessuno dei candidati ha osato discuterla, osserva giustamente il commentatore del sito di Contropagina (www.contropagina.com). La maggioranza silenziosa è stata d’un tratto svegliata dalla crisi finanziaria, fiutando l’immenso inganno. Ma per tanto tempo s’era autoingannata, e non sarà facile condurla a nuovi ragionamenti. Da questo punto di vista non è così vero che Wall Street ha tutte le colpe e Main Street nessuna. Main Street è stata per decenni incapace d’articolar verbo: è stata passiva, al tempo stesso impaurita e compiaciuta. Non meno di Cheney, ha ritenuto che il debito fosse un’opportunità, più che un imbarazzo. Ha accettato quel che il ministro della Difesa Rumsfeld disse sette giorni dopo l’11 settembre: «La scelta è questa: o cambiamo il nostro stile di vita, il che è inaccettabile, o cambiamo il modo in cui vivono gli altri, che è l’unica cosa da fare». La grande menzogna (la bolla) comincia in America con l’abitudine a un’abbondanza sempre più ampia e fittizia: comprarsi un’abitazione senza avere i soldi era la stessa cosa che comprarsi un impero senza possedere capacità e mezzi. Così è avvenuto, secondo Bacevich, che cita lo storico Charles Maier, il passaggio degli Stati Uniti dall’Impero della Produzione all’Impero dei Consumi. Ci fu un momento in cui i politici sentirono scricchiolare il Titanic: accadde il 15 luglio ’79, quando Jimmy Carter fece un discorso sullo stile di vita che doveva cambiare, dipendere meno dal petrolio, risparmiare più che consumare. La risposta fu il discorso di candidatura di Reagan, il 13 novembre ’79, che venne eletto promettendo ben altro: prodigalità e primato imperiale sarebbero continuati, e anche deficit e sprechi. La maggioranza aveva scelto un cambiamento che assicurava, con altri metodi economici, un Impero dei Consumi ancor più smisurato. La vittoria di Obama non significa per forza abbandono dell’inganno. La storia di Carter dimostra che denunciare il simulacro e l’insolvenza è avventura scabrosa. Ma il disastro odierno è vasto, e l’appello ripetuto al cambiamento lascerà tracce nelle menti, così come lasceranno tracce la speranza rimessa in moto da Obama, il senso che l’impossibile può divenire possibile, che il difficile va tentato: tutte cose cui la maggioranza silenziosa, oscillando fatalisticamente fra rassegnazione e presunzione, non era abituata. Oggi il vizio fatalista si stempera, e assieme a esso forse l’egoismo di chi non vuol dar soldi al bene comune: è il motivo per cui Paul Krugman chiede a Obama di «non pensare in piccolo», di osare l’assistenza sanitaria per tutti che l’America non possiede. Sarà costoso: non di più, tuttavia, delle somme abnormi spese in guerre fallite o impantanate. La fede di Obama nell’eccezionalismo Usa è intensa, e ha le sue giustificazioni ma anche i suoi tranelli. Solo lì, è vero, un meticcio ha dimostrato di poter divenire capo dello Stato («un incrocio come me», ha scherzato venerdì coi giornalisti, paragonandosi al cane bastardo che vuol comprare). Ma la presunzione imperiale non è da lui denunciata e nei discorsi manca l’appello alla sobrietà dei consumi, anche se la dipendenza energetica è il suo cruccio. Al Gore è più sensibile all’appello, e sarà importante vedere se nella futura amministrazione avrà uno spazio. Il nuovo presidente ha criticato sin da principio l’intervento in Iraq, ma non sembra riconoscere che la guerra è uno strumento forse inadeguato: le guerre di Bush hanno provocato caos anziché ordine, non solo in Iraq ma in Afghanistan e Pakistan. Il risultato che dopo sette anni tarda a venire in Afghanistan inficia alle radici la scelta di militarizzare la lotta al terrore. L’Europa è figlia dell’Impero dei Consumi. Non ha il vizio dell’indebitamento né la mania di grandezza, avendo abbattuto dentro di sé la bestia nazionalista, ma da quel modello d’impero è affascinata, e anch’essa ha trovato il modo di profittarne ricavandone sicurezza e autoinganni. Quel che rischia, oggi, è di esser trascinata nel gorgo, e di restare afasica il giorno in cui Washington dovesse cambiar politica sul serio. Dovrà trovarle dentro di sé, le parole per dire e fare quel che vuole, senza attendere un alleato intento a curare le proprie storture. Dice ancora Bacevich che i grandi americani sono di rado ascoltati, perché dicono cose realiste e per questo sgradite. Non sarebbe male che quella tradizione rivivesse. Che Obama riscoprisse il realismo di Reinhold Niebuhr, il teologo profeta che nel secondo dopoguerra mise in guardia contro l’eccezionalismo e contro «il sogno di manipolare la storia, nato da una peculiare combinazione di arroganza e narcisismo: una minaccia potenzialmente mortale per gli Stati Uniti». Che consigliò ai Figli della Luce di non credersi votati alla luce, di non rispondere ai «figli di questo mondo» e al loro cinismo con la follia dell’immaginazione, il sentimentalismo e la stupidità. Niebuhr era un cristiano nemico del messianesimo politico: dopo anni di ubriacatura fondamentalista, l’America e anche l’Europa hanno bisogno di questa disintossicazione.

 

"Un giro di vite per i fuoricorso" - RAFFAELLO MASCI

ROMA - E adesso tocca ai fuori corso. Nell’ambito di una razionalizzazione della spesa universitaria non si può più tollerare che ci sia il 35-40 per cento degli studenti che scambia l’università per un parcheggio, ne ingolfa le strutture e si laurea in forte ritardo o, peggio, non si laurea affatto. Occorre intervenire. Ed è quello che si appresta a fare il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini che a questo fenomeno ha fatto riferimento ieri parlando a Sanremo nel corso di un seminario a porte chiuse riservato ai 140 direttori delle sedi territoriali di Confindustria. L’incontro si è tenuto in mattinata all’hotel Royal. Si parlava di crescita economica, imprese e riforme istituzionali, presente il leader degli industriali Emma Marcegaglia. La Gelmini si è rivolta a un’assemblea chiusa e in un hotel blindato per evitare «comitati di accoglienza» da parte degli studenti. Neppure ai giornalisti è stato permesso avvicinarsi. «Non è vero che nella scuola sono stati fatti tagli esagerati - ha detto il ministro secondo la testimonianza di chi c’era - e non è vero che intendiamo chiudere le scuole di montagna, ma vogliamo solo accorpare le unità amministrative in maniera di produrre dei risparmi, senza toccare il servizio». Si è poi lamentata per la disinformazione che ha circondato i suoi provvedimenti e per le speculazioni politiche del caso. «D’ora in avanti - ha detto - farò molti incontri per spiegare la vera natura dei provvedimenti sulla scuola». Poi è passata a parlare dell’università e in questo contesto ha inserito il discorso sui fuori corso, facendo subito un distinguo: «Ci sono studenti che vanno fuori corso perché lavorano, e questi vanno aiutati, ma ce ne sono altri che stanno all’università come in un parcheggio e non possono essere trattati allo stesso modo». In effetti il fenomeno dei fuori corso è un pesante fardello che grava sugli atenei italiani da almeno trent’anni, tant’è che cominciò ad occuparsene negli Anni 80 l’allora ministro Antonio Ruberti. Fino alla Riforma Zecchino del 3+2, su 100 iniziali iscritti se ne laureavano 25-27 e tutti gli altri abbandonavano, magari dopo aver frequentato l’Università per 7, 8, 9 anni. Da quando sono state introdotte le lauree brevi (2000-2001) il fenomeno si è attenuato e oggi si laureano circa la metà degli iniziali iscritti, ma più di un terzo lo fa al di là dei tempi dovuti. La questione ha anche un impatto economico, considerando che i fondi statali vengono elargiti in base al numero degli iscritti, tant’è che le università fanno pubblicità alle loro sedi proprio per attrarre studenti: più sono e più soldi arrivano, anche se - visti i risultati - molti di questi soldi sono di fatto sprecati. «Il problema posto dal ministro esiste - dice Giorgio Allulli, direttore della Ricerca all’Isfol e uno dei maggiori esperti italiani di valutazione del sistema dell’istruzione - ma bisogna affrontarlo tenendo presenti tre punti: primo, che si è molto ridimensionato rispetto a 10-15 anni fa. Secondo, che il sistema si è già dotato di un criterio di ripartizione di alcuni fondi in base al quale si distribuiscono risorse incrociando il numero degli iscritti con quello degli esami sostenuti. Terzo, bisogna stare attenti a non premiare neppure solo le università che producono esami e quindi laureati perché si rischia la dequalificazione degli esami e la proliferazione delle lauree facili». Per il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, la riforma Gelmini sulla scuola «taglia alcuni costi e rimette a posto i numeri. Ma non bisogna fermarsi qui. È necessario varare una riforma sul merito, sull’efficienza e sulla qualità. Quello che è stato fatto andava fatto, ora bisogna continuare su questi temi». «La scuola italiana così com’è non va bene - ha detto il leader degli industriali - a chi protesta dico che dovrebbe guardare la classifica a livello europeo. Siamo sempre stati negli ultimi posti. Non possiamo più andare avanti così. Le ultime aperture fatte sui ricercatori, l’attenzione al merito e all’efficienza degli Atenei sono significative e siamo convinti che la riforma della scuola e dell’Università sia molto importante».

 

Repubblica – 9.11.08

 

Totò Riina e Sandokan. In cella con i superboss - PAOLO BERIZZI

MILANO - "Tiriamo la vita avanti", dice Totò Riina. Il vecchio boss malato ma sereno, che con filosofia si rassegna al fluire del tempo, che riempie pagine di lettere, chino sullo scrittoio. "Perché mi hanno tolto la televisione?, che ho fatto?" chiede, stizzito, Francesco Schiavone. Il nuovo boss che ringhia, che allude. La barba grigia e incolta del Capo dei Capi. Quella scura, lunga e curata di Sandokan. Il padrino di Cosa Nostra di qua, il re dei Casalesi di là. Area riservata 41 bis, carcere di Opera. Due tunnel super blindati - una cinquantina di passi - separano le vite in gabbia di Totò Riina e di Francesco Schiavone. Sono le due facce di chi ha ucciso e fatto uccidere e ora, nella pancia di questo cubo di cemento, il più sorvegliato d'Italia, si presentano con espressioni diverse. Una, quella di Riina, sembra quietata; l'altra per niente. Settantotto anni e dodici ergastoli uno, 54 anni e una recente condanna (processo Spartacus) al carcere a vita l'altro. Carriere criminali costruite in due piccoli paesi - Corleone e Casal di Principe - che con loro sono entrati nell'empireo di mafia e camorra, assurgendo - da semplici toponimi - a spietate organizzazioni criminali (i corleonesi, i casalesi). Riina e Schiavone sono in carcere dal '93 e dal '98. Sottoposti al regime più duro, le aree riservate del 41 bis, quelle delle telecamere in cella, della socialità limitata (due ore) e con un solo "vicino", dei colloqui con il vetro. Una "bolla" invisibile al mondo. Perché nessuno, a parte i parlamentari, può entrare in queste aree. Il deputato radicale Maurizio Turco, l'altro giorno, è piombato a Opera chiedendo di potere visitare i detenuti-fantasma ("Il governo dovrebbe consentire ai giornalisti di vedere e fare vedere come vivono questi detenuti, servirebbe come spot anti-mafia per i giovani che, vedendo solo il lato vincente del potere e non quello della sconfitta, del abbrutimento, del carcere a vita, continuano a farsi affascinare dai clan criminali"). "Le fiere in gabbia" come li chiamano gli agenti penitenziari e come, al contrario - lo ha detto esplicitamente il 16 giugno in video-conferenza dal carcere de L'Aquila dove era detenuto prima - non vuole essere considerato "Sandokan" Schiavone. Sono sei, nel penitenziario milanese, i detenuti del 41 bis. Turco ha trascorso un'ora e mezza nel girone dei dannati, faccia a faccia con alcuni dei boss di maggiore spessore criminale del Paese. I primi a ricevere la sua visita sono stati proprio Riina e Schiavone. Barba incolta, dimagrito, camicia scura, l'uomo che ordinò le stragi dei magistrati Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e le bombe di Roma, Firenze e Milano nel 1993, è seduto davanti al tavolino sistemato sul lato destro della cella due metri per tre. Nella sua "casa" ci sono un armadio aperto con dentro i vestiti, un muretto altro un metro e cinquanta che separa il bagno, il letto. Il ministro Alfano ha deciso di inasprire il regime di 41 bis e di ampliarne l'applicazione, con un emendamento bipartisan al ddl sulla sicurezza approvato l'altro giorno in commissione giustizia al Senato. "L'unica cosa che voglio che si sappia è che Totò Riina è un detenuto modello", dice il vecchio boss. Lo ripete come un mantra. Tre volte. "Sono un detenuto modello". Quattro anni fa - sempre a Turco - consegnò questa frase sibillina: "Dica a Roma che non parlo". La Capitale, dunque il governo, dunque lo Stato al quale lanciò una sfida sanguinaria, fu anche al centro delle confidenze che Riina fece nel 2001 a Salvatore Savarese, un detenuto selezionato dal Dap per pranzare e parlare con il boss nel carcere di Ascoli Piceno: "Io sono il parafulmine d'Italia - si fece scappare - ma io, meschino, ho sempre travagliato, la vera mafia sta a Roma...". Quando Turco gli domanda come sta (ha tre by pass e ha subito due infarti), il capo dei corleonesi stringe le spalle. Il volto è sereno, da vecchio capo ora rassegnato. Risponde: "Tiriamo la vita avanti". E la vita di Riina in carcere scorre tra le due ore di socialità al mattino (ha chiesto una cyclette per tenersi in forma), la lettura dei giornali (immancabile La Gazzetta dello Sport), le lettere che scrive continuamente alla moglie Ninetta Bagarella e ai quattro figli, e la televisione dove segue le imprese di Valentino Rossi e le partite di calcio. Sul piccolo schermo nei mesi scorsi non si perse nemmeno una puntata de "Il Capo dei Capi", la fiction sulla sua vita. Il commento sulla serie televisiva suonò tutto sommato benevolo: "Capirei se fossi morto, ma non lo sono ancora. Potevano aspettare un po' per questo film, no?". La televisione, in carcere, specie quando non c'è, può diventare anche fonte di angoscia. A cinquanta metri dalla cella di Riina c'è quella che ospita Francesco Schiavone. Tono grave, sguardo rabbioso: "Perché dal 9 agosto me l'hanno tolta?", chiede il boss che ha trasformato i Casalesi nel clan più violento e temuto d'Italia? Come se Sandokan volesse ignorare tutto quello che da agosto a oggi è successo. Le minacce a Roberto Saviano (fatte arrivare anche dall'aula di un tribunale attraverso la lettura di un testo da parte del suo avvocato), la strategia sanguinaria messa in atto dalla camorra casertana contro pentiti, rivali e extracomunitari. "Sono in 41 bis da 10 anni - racconta Schiavone - e da 5 in isolamento totale. Se voglio fumare devo chiedere l'accendino alle guardie. E il 9 agosto - non so perché - mi hanno tolto la televisione (misura prevista dal 14 bis, un ulteriore restringimento delle condizioni di detenzione). Che cosa ho fatto? Perché?". La vecchia mafia di Riina e la nuova camorra di Schiavone si specchiano nel "cubo" di Opera. Tutti e due mandano un messaggio allo Stato al quale hanno fatto la guerra. Uno pensa a campare, l'altro abbaia.

 

Corsera -9.11.08

 

«No a una Revolución nera». La trincea di Little Havana – Aldo Cazzullo

MIAMI — «Obama, Osama/juntos en la cama…». La battuta che gira tra i tavoli, sul nuovo presidente che divide il talamo con il nemico, poteva nascere solo dalle fervide menti dei cubani di Miami. Gente immaginifica, che ha chiamato il suo ristorante simbolo Versailles come la reggia del Re Sole, il piatto-bandiera moros y christianos che non sono neri e bianchi ma fagioli e riso, e ora esercita la sua fantasia su una nuova era che la lascia scettica. Little Havana, la Cuba in esilio a Miami, è all'opposizione. In tutta l'America, e anche nel resto della Florida, gli ispanici hanno votato in gran parte Obama. Tranne qui, dove McCain supera il 67%, e il presidente eletto divide il quartiere, le generazioni, anche le famiglie. Nella sede del più acceso movimento anticastrista, l'Alpha 66 — un tempo luogo di cospirazioni, oggi semplice posto di ritrovo, vicino alla fiamma eterna che ricorda «los martires» della Baia dei Porci —, i vecchi esuli commentano indignati quello che considerano il voltafaccia della famiglia Pujol. Il nonno, José Luis, popolare voce della radio cubano-americana, si è battuto come un leone fino all'ultimo: «Se vince Obama avremo anche noi i pionieros nelle scuole», vale a dire i balilla di Fidel. Ma la nipote, Alexandra Palomo-Pujol, 24 anni, si è schierata con Barack, ha aperto per lui un comitato elettorale e ha trascinato con sé pure la madre, Rosa, per la disperazione degli anziani. Il nonno, capelli candidi, sguardo ombroso, non si dà pace. Sostiene che si è avverato l'incubo degli Anni Settanta: «Ora l'America conoscerà davvero il Black Power, il potere nero. Sento parlare di rivoluzione. Una parola che mi fa paura. Cominciano tutti con nobili intenzioni e finiscono per arricchirsi e impoverire il popolo». La nipote, bionda tinta, sorriso smagliante, dice che «dobbiamo pensare al futuro in America, non al passato a Cuba. La nostra dev'essere vita, non esilio. Obama ha una storia da emigrante, come noi. È davvero una rivoluzione». José Luis Pujol e i cubani repubblicani vorrebbero un embargo ancora più duro, fino alla caduta del regime. Alexandra Pujol e i cubani democratici chiedono di poter visitare la madrepatria più spesso che una volta ogni tre anni, di poter mandare più dollari ai parenti sull'isola. Il nonno è rimasto con i coetanei sull'Ottava strada anzi Calle Ocho, il cuore della piccola Avana, con i tavolini da backgammon sotto le palme, i murales con George Washington e José Marti abbracciati e la paella criolla di Versailles. La nipote si è trasferita a Coconut Grove, dove nel '68 c'erano gli hippy e ora ci sono gli yuca, young urban cuban american, giovani rampanti che girano in cabriolet e bevono margaridas da mezzo litro. Lo scrive il Miami Herald: anche tra i cubani, sotto i 29 anni Obama vince; sopra i 65 anni non arriva al 20%. I capi della comunità, ovviamente, rendono omaggio al nuovo potere. I tre riconfermatissimi deputati repubblicani, Ileana Ros-Lehtinen e i potenti fratelli Mario e Lincoln Diaz-Balart, hanno espresso guardinga stima per Obama. Proprio come il sindaco Manuel «Manny» Diaz e il presidente della contea Carlos Alvarez: tutti sostenitori di McCain. Altri cubani guardano a Obama con sincera speranza. Insospettabili come José Basulto, anticastrista storico, reduce della Baia dei Porci, collaboratore della Cia. Emergenti come Joe Garcia, ex portavoce della Fondazione cubano-americana, candidato sconfitto alla Camera. Si è lasciato fotografare con Barack pure Don Francisco, il presentatore sovrappeso citato nel Guinness dei primati perché conduce da quasi cinquant'anni la stessa trasmissione, Sabato Gigante, dove ha fatto spassose interviste in anglo-spagnolo a Bush. Ai cubani tutto sommato quel presidente che parlottava la loro lingua — Vamos a ganar! Vamos todos contra el comunismo! — non dispiaceva. George W qui vinse entrambe le volte, anche grazie al fratello governatore Jeb e alla moglie messicana Columba Garnica Gallo Bush, la cui biografia La Cenerentola della Casa Bianca ha come sottotitolo E' troppo tardi papà: così rispose Jeb al padre che gli suggeriva di cambiare fidanzata; il nipotino fu poi chiamato, a sorpresa, George. Ora i democratici hanno sfatato la maledizione della Florida, che costò la Casa Bianca a Gore e Kerry e la vita a 4.200 soldati Usa e centinaia di migliaia di iracheni. Anche questo è motivo di insoddisfazione, spiega Vilfredo Del Toro, nome da guerrigliero o da attore, che nel suo negozio di immagini sacre sulla Calle Ocho ha sì una foto del Che, ma non spavaldo con il basco: «bucherellato», come lo definisce lui, e disteso sul tavolo dell'obitorio. «Obama è un'estremista e non mi piace. Però noi siamo stanchi di vedere i nostri figli cadere dall'altra parte del mondo, mentre a novanta miglia da qui Castro morirà indisturbato nel suo letto, speriamo presto. Una vergogna per tutti noi». Non è proprio così. I cubani non hanno bisogno di arruolarsi. Controllano il business più redditizio, quello dei funerali: non si ha idea, dice Del Toro che con i suoi santini lavora nell'indotto, di quanti pensionati del New Jersey e del Minnesota vengano a morire qui. Questo suscita qualche invidia tra gli altri latini. E poi i salvadoregni scampati agli squadroni della morte, e gli haitiani usciti vivi dall'illuminato governo di Papa Doc Duvalier, faticano a comprendere perché un cubano appena tocca terra abbia diritto al permesso di soggiorno, mentre loro se lo debbano sudare in anni di lavoro nero. Pure per questo hanno votato in massa per Obama. Che qui ha vinto anche grazie a un'altra comunità influente. Gli ebrei della Florida sono 800 mila. Portatori di grande autorità morale. A Miami vive uno dei gruppi più numerosi di sopravvissuti alla Shoah, qui ricordata da un monumento con decine di donne e bambini raffigurati negli spasimi dell'agonia. Il museo ebraico ricorda altri patimenti: le conversioni imposte dagli spagnoli, i cartelli che ancora negli Anni ‘30 vietavano l'ingresso agli alberghi déco di Ocean Drive a miliardari newyorkesi che avrebbero potuto comprarli e licenziare tutti. Oggi la comunità ha come punto di riferimento il console di Israele, vecchia conoscenza dell'opinione pubblica italiana: Ofer Bavly, che a Roma fu il combattivo braccio destro dell'ambasciatore Ehud Gol. Spiega Bavly che per gli ebrei della Florida la sicurezza di Israele è un punto non negoziabile, ma Obama ha dato ampie garanzie al riguardo. Anche per questo l'ha appoggiato — spostando più di un voto latino — pure Don Francisco; che si chiama in realtà Mario Kreutzberger, figlio di Erik Kreutzberger fuggito dalla Germania dopo la Notte dei Cristalli.


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