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Manifesto – 10.11.08

 

Questo è un «giornale matto»: nessuno ha mai osato pubblicare un quotidiano senza notizie, quasi tutto in bianco. Qualcuno potrebbe dire che è un imbroglio. Invece questo è un campanello d’allarme, la «fotografia» di ciò che potrebbe succedere: ridurci ai minimi termini o addirittura sparire. L’incubo del silenzio: non è una minaccia, è una concreta possibilità. L’avevamo denunciato in piena estate: «Ci vogliono chiudere». Tremonti aveva appena varato una manovra che conteneva il taglio dei contributi pubblici all’editoria non profit e politica. Invece di fare una legge che mettesse ordine al settore eliminando gli abusi di finte cooperative e finti quotidiani, il governo aveva preferito tagliate tutto. Tutto tranne i contributi indiretti di cui beneficiano i grandi gruppi editoriali. Di lì è partita la nostra battaglia per la sopravvivenza: campagna di sottoscrizione (4 milioni di euro entro il 2008, l’ammontare dei fondi tagliati dal governo), campagna politica contro il decreto Tremonti per salvare noi stessi e tante altre testate. A tre mesi di distanza possiamo dire di aver incassato un successo, almeno parziale: il Parlamento ha deciso una moratoria sui tagli di Tremonti, ma i soldi del 2008 cominceranno ad arrivare solo tra qualche mese. E i nostri problemi sono tutti in piedi: in questi mesi le banche non ci hanno dato alcuna anticipazione sulle provvigioni pubbliche, il debito è cresciuto, i fornitori sono tutti in allarme, la sottoscrizione ci ha permesso di continuare a essere in edicola ma l’obiettivo che ci siamo dati è molto lontano. Gli 844.000 euro raccolti fino a ieri sono una straordinaria prova di generosità, ci hanno permesso di portare avanti una battaglia per la libertà e il pluralismo (cioè per la democrazia) che riguarda tutti, ma non bastano. «Fateci uscire» dicevamo due mesi fa. Lo ripetiamo oggi. Con questo «giornale matto», con i disegni di Vauro (avendo ieri a disposizione solo un «gettone di presenza» ce lo siamo giocato con lui), con sole quattro pagine (la carta costa e ce la danno col contagocce). Sottoscrivete, «costringeteci a uscire». Evitate che la libertà d’informazione sia ridotta a una pagina in bianco.

 

Repubblica – 10.11.08

 

Quelli della Diaz: le verità negate. La notte nera della democrazia

GIUSEPPE D'AVANZO

Uno stato che vessa e maltratta le persone private della libertà non è uno Stato democratico. Una polizia che usa la forza non per impedire reati, ma per commetterne, non può essere considerata "forza dell'ordine". Fatti di questo genere distruggono la credibilità delle istituzioni più di tanti insuccessi dei poteri pubblici". Valerio Onida, giudice emerito della Corte Costituzionale. Sono parole che bisogna tenere a mente ora che il processo per le violenze della polizia nella scuola "Diaz", durante i giorni del G8 di Genova, è prossimo alla sentenza. Il 21 luglio del 2001 è il giorno più tragico del G8 di Genova. È morto Carlo Giuliani in piazza Alimonda in una città distrutta dai black bloc ? che riescono inspiegabilmente a colpire indisturbati e a dileguarsi senza patemi. Per tutto il giorno, Genova è insanguinata dai pestaggi della polizia, dei carabinieri, dei "gruppi scelti" della guardia di finanza contro cittadini inermi, donne, ragazzi, anche anziani, spesso con le braccia alzate verso il cielo e sulla bocca un sorriso. Ora, più o meno, è mezzanotte. Mark Covell, 33 anni, inglese, giornalista di Indymedia.uk, ozia davanti al cancello della scuola Diaz, diventato un dormitorio dopo che i campeggi sono stati abbandonati per la pioggia. Covell si accorge che la polizia sta "chiudendo" la strada. Avverte subito il pericolo. Estrae l'accredito stampa, lo mostra, lo agita. I poliziotti, che lo raggiungono per primi (sono della Celere, del VII nucleo antisommossa del Reparto Mobile di Roma), lo colpiscono con i "tonfa" o "telescopic baton", più che un manganello un'arma tradizionale delle arti marziali: rigido e non di caucciù, a forma di croce: "può uccidere", se ne vanta chi lo usa. Colpiscono Mark senza motivo. Come, senza ragione, un altro poliziotto con lo scudo lo schiaccia ? subito dopo ? contro il cancello mentre un altro, come un indemoniato, lo picchia alle costole. Gli gridano in inglese: "You are black bloc, we kill black bloc" ("Tu sei un black, noi ti uccidiamo"). Covell cade finalmente a terra. E' semisvenuto, in posizione fetale. Potrebbe bastare anche se fosse un incubo, ma per Mark il calvario non è ancora finito. Tutti i "celerini" che corrono verso la scuola lo colpiscono a terra con calci (il pestaggio di Covell è ripreso da una videocamera). Covell rimarrà, esanime, circondato dall'indifferenza, in quell'angolo di via Cesare Battisti, al quartiere di Albaro, per oltre venti minuti. Ha una grave emorragia interna, un polmone perforato, il polso spezzato, otto fratture alle costole, dieci denti in meno. Quando si sveglia in ospedale, viene arrestato per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, concorso in detenzione di arma da guerra e associazione a delinquere. (E' ancora aperta l'indagine per individuare i poliziotti che lo hanno quasi ucciso. L'accusa: tentato omicidio). Distruggere. Annientare. E' con questo obiettivo che, dopo aver abbattuto con un blindato Magnum il cancello, le prime tre squadre del Reparto Mobile di Roma (trenta uomini) invadono, a testuggine, il pianoterra della scuola. Arnaldo Cestaro, "un vecchietto", è sulla destra dell'ingresso. Viene travolto. Lo gettano contro il muro. Lo picchiano con i "tonfa". Gli spezzano un braccio e una gamba. Ora ci sono urla e baccano. Nella palestra, ai piani superiori ragazzi e ragazze - anche chi si è già infilato nel sacco al pelo per dormire - comprendono che cosa sta accadendo. Tutti raccolgono le loro cose, il bagaglio leggero che si portano dietro da giorni. Si sistemano con le spalle al muro; chi in ginocchio; chi in piedi; tutti con le braccia alzate in segno di resa; chi ha voglia di un'ultima "provocazione" mostra al più indice e medio a V. Daniel Mc Quillan, quando vede le divise, si alza in piedi e dice: "Noi siamo pacifici, niente violenza". "Come se fossero un branco di cani impazziti, sono su di lui in un istante e lo colpiscono, lo colpiscono, lo colpiscono?", dicono i testimoni. La furia dei celerini si scatena contro chiunque e dovunque, irragionevolmente, con furore (si vede uno che mena colpi con una specie di mazza da baseball). Melanie Jonach racconterà di essere svenuta subito al primo colpo che la raggiunge alla testa. Gli altri, che vedono la bastonatura inflittale, ricordano i suoi occhi aperti ma incrociati, le contrazioni spastiche del corpo. Anche in queste condizioni, continuano a picchiarla e a prenderla a calci. Un ultimo calcio sbatte la sua testa contro un armadio: ora è "aperta" come un melone. Il comandante del VII nucleo, a quel punto, grida "Basta!". Raggiunge la ragazza. "La tocca con la punta dello stivale. Melanie non dà segni di vita e quello ordina che venga chiamata un'autoambulanza". (Melanie Jonach ci arriverà in codice rosso con una frattura cranica nella regione temporale sinistra). Nicola Doherty ancora piange in aula mentre racconta: "Hanno cominciato a picchiarci immediatamente. C'era gente che piangeva e implorava i poliziotti di fermarsi. Anch'io piangevo e chiedevo che la smettessero. Uno mi è venuto vicino e con fare dolce mi ha detto "Poverina!" e mi ha colpito ancora. Sembrava che ci odiassero. Ho visto un poliziotto con un coltello in mano, bloccava le ragazze, i ragazzi e tagliava una ciocca di capelli con il coltello". Voleva il suo personale trofeo di guerra. Altri continuano a gridare, dopo aver picchiato duro: "Dì, che sei una merda". Mentre colpiscono gridano: "Frocio!", "Comunista!", "Volevate scherzare con la polizia?", "Nessuno sa che siamo qui e ora vi ammazziamo tutti!". Lena Zulkhe, colpita alle spalle e alla testa, cade subito. Le danno calci alla schiena, alle gambe, tra le gambe. "Mentre picchiavano, ho avuto la sensazione che si divertissero". La trascinano per le scale afferrandola per i capelli e tenendola a faccia in giù. Continuano a picchiarla mentre cade. La rovesciano quasi di peso verso il pianoterra. "Non vedevo niente, soltanto macchie nere. Credo di essere per un attimo svenuta. Ricordo soltanto - ma quanto tempo era passato? - che sono stata gettata su altre due persone, non si sono mossi e io gli ho chiesto se erano vivi. Non hanno risposto, sono stata sdraiata sopra di loro e non riuscivo a muovermi e mi sono accorta che avevo sangue sulla faccia, il braccio destro era inclinato e non riuscivo a muoverlo mentre il sinistro si muoveva ma non ero più in grado di controllarlo. Avevo tantissima paura e pensavo che sicuramente mi avrebbero ammazzata". Dei 93 ospiti della "Diaz" arrestati, 82 sono feriti, 63 ricoverati ospedale (tre, le prognosi riservate), 20 subiscono fratture ossee (alle mani e alle costole soprattutto, e poi alla mandibola, agli zigomi, al setto nasale, al cranio). Che cosa ha provocato questa violenza rabbiosa e omicida? Come è stata possibile pensarla, organizzarla, realizzarla. Il 22 luglio, il portavoce del capo della polizia convoca una conferenza stampa e distribuisce un breve comunicato che vale la pena di ricordare per intero: "Anche a seguito di violenze commesse contro pattuglie della Polizia di Stato nella serata di ieri in via Cesare Battisti, si è deciso, previa informazione all'autorità giudiziaria, di procedere a perquisizione della scuola Diaz che ospitava numerosi giovani tra i quali quelli che avevano bersagliato le pattuglie con lancio di bottiglie e pietre. Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. All'atto dell'irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in ospedali cittadini". Il portavoce mostra anche le due molotov che sarebbero state trovate nell'ingresso della scuola, "nella disponibilità degli occupanti". Il processo di Genova ha dimostrato ragionevolmente (e spesso con la qualità della certezza) che nessuna delle circostanze descritte dal portavoce del capo della polizia (capo della polizia era all'epoca Gianni De Gennaro) corrisponde al vero. Quelle accuse sono false, quelle ragioni sono inventate di sana pianta. Si dice che l'assalto (la "perquisizione") fu organizzato dopo che un corteo di auto e blindati della polizia era stato, poco prima della mezzanotte, assalito in via Cesare Battisti con pietre, bottiglie e bastoni. Il processo ha dimostrato che non c'è stata nessuna pattuglia aggredita. Si dice che gli ospiti della Diaz fossero già feriti, quindi coinvolti negli scontri in città. Nessuno dei 93 arrestati era ferito prima di essere bastonato dai "celerini". Poliziotti, comandanti, dirigenti hanno riferito che, mentre entravano nella scuola, c'è stata contro di loro una sassaiola e addirittura il lancio di un maglio spaccapietre. I filmati hanno dimostrato che non fu lanciata alcun sasso e nessun maglio. Il comandante del Reparto Mobile di Roma ha scritto in un verbale che ci fu una vigorosa resistenza da parte di "alcuni degli occupanti, armati di spranghe, bastoni e quant'altro". Assicura che nella scuola (entra tra i primi) sono stati "abbandonati a terra, numerosi e vari attrezzi atti ad offendere, tipo bastoni, catene e anche un grosso maglio". Nella scuola non c'è stata alcuna colluttazione, nessuna resistenza, soltanto un pestaggio. Nessuno degli occupanti ha tentato di uccidere con una coltellata il poliziotto Massimo Nucera. Due perizie dei carabinieri del Ris hanno smentito che lo sbrego nel suo corpetto possa essere il frutto di una coltellata. Nella scuola non c'erano molotov. Come ha testimoniato il vicequestore che le ha sequestrate, quelle due molotov furono ritrovate da lui non nella scuola la notte del 22 luglio, ma sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. La prova falsa, manipolata, è stata inspiegabilmente distrutta, durante il processo, nella questura di Genova. In settimana il tribunale deciderà delle responsabilità personali dei 29 imputati (poliziotti, dirigenti, comandanti, alti funzionari della polizia di Stato) accusati di falso ideologico, abuso di ufficio, arresto illegale e calunnia. Quel che qui conta dire è che la responsabilità non penale, ma tecnico-politica di chi, impotente a fronteggiare i black bloc, si è abbandonato (per vendetta? per frustrazione? con quali ordini e di chi?) a pestaggi ingiustificati e indiscriminati, non può e non deve essere liquidata da questa sentenza. Centinaia di agenti, sottufficiali, ufficiali, dirigenti di polizia, funzionari del Dipartimento di pubblica sicurezza hanno mentito durante le indagini e al processo. E chi non ha mentito, ha negato, taciuto o dissimulato quel che ha visto e saputo. Dell'assalto alla "Diaz" non inquieta soltanto il massacro di 93 cittadini inermi diventati in una notte "criminali" a cui non si riconosce alcuna garanzia e diritto. Quel che angoscia è anche questo silenzio arrogante, l'omertà indecorosa che manipola prove; costruisce a tavolino colpevoli; nasconde le responsabilità; sfida, senza alcuna lealtà istituzionale, il potere destinato ad accertare i fatti. Le apprensioni di sette anni raddoppiano ora che, decreto dopo decreto, si fa avanti un "diritto di polizia". Il Paese ha bisogno di sapere se il giuramento alla Costituzione delle forze dell'ordine non sia una impudente finzione. Perché quel che è accaduto a Mark Covell e ai suoi 92 occasionali compagni di sventura rende chiaro, più di qualsiasi riflessione, come uno Stato che si presenta nelle vesti di sbirro e carnefice fa assai presto a diventare uno Stato criminale quando il dissidente, il non conforme, l'altro diventa un "nemico" da annientare.

 

Muore Miriam Makeba dopo il concerto per Saviano

CASTEL VOLTURNO (CE) - La cantante sudafricana Miriam Makeba è morta nella clinica Pineta Grande di Castel Volturno, dove era stata trasportata dopo essere stata colta da un malore, al termine della sua esibizione al concerto anticamorra e contro il razzismo dedicato allo scrittore Roberto Saviano, a Baia Verde di Castel Volturno. L'artista aveva 76 anni. Era nata a Johannesburg il 4 marzo 1932. Aveva speso tutta la sua vita per l'impegno civile ed è morta 'sul campo', a Castel Volturno, un luogo-simbolo della lotta alla criminalità ed alla sopraffazione, dove aveva voluto partecipare a tutti i costi, nonostante le non brillanti condizioni di salute, al concerto anticamorra a sostegno di Saviano. Miriam Makeba era divenuta famosa in tutto il mondo per essersi battuta contro il regime dell'apartheid che aveva dilaniato il suo Paese, il Sudafrica. Per questo era diventata delegato delle Nazioni Unite. E non a caso il suo impegno contro la segregazione razziale, ingigantito dalla fama di cantante nota in tutto il mondo, aveva causato la reazione del governo sudafricano che, nel 1963 - in pieno regime di apartheid - l'aveva costretta all'esilio ed aveva messo al bando tutti i suoi dischi. Per tornare in Sudafrica, Miriam Makeba dovette attendere quasi 30 anni: soltanto nel 1990, infatti, Nelson Mandela riuscì a convincerla a tornare nella terra dove era nata (sua madre era di etnia swazi e suo padre, morto quando lei aveva sei anni, era uno Xhosa). Trasferitasi prima in Europa e poi negli Stati Uniti, proprio in quella lunga fase della sua vita, espresse il meglio di sè nel campo artistico. In America Miriam Makeba incise le sue canzoni più conosciute: Pata Pata, The Click Song e Malaika. Nel 1968 si sposò con Stokely Carmichael, un attivista per i diritti civili. Il matrimonio scatenò grandi polemiche negli Stati Uniti e la sua carriera ne subì un notevole rallentamento. Si separò dal marito - con il quale si era trasferita in Guinea - nel 1973. Nel 1985, dopo la morte della sua unica figlia, Bongi, tornò a vivere in Europa. Nel 2005 decise di dare il suo addio alle scene e lo fece con un memorabile tour, che toccò tutti i Paesi del mondo nei quali si era esibita. Ma il destino, per l'addio definitivo, le aveva riservato un altro appuntamento. Quello che ieri sera l'ha condotta sul palco di Baia Verde, a Castel Volturno, dove un pubblico accorso per una grande testimonianza di impegno civile, le ha riservato l'ultimo, indimenticabile applauso.

 

Ahi Ahi mister Brunetta – Antonello Caporale

Come deve essere la moglie di Cesare? Al di sopra di ogni sospetto. Chi si avventura nella sacrosanta battaglia contro i fannulloni e gli sprechi di Stato, deve poi garantire il massimo della trasparenza amministrativa e, avvolto in un sacro fuoco, imporre il valore della meritocrazia: solo i migliori saranno i primi. Solo i migliori saranno scelti. Tra i ministri il più noto e deciso assertore del merito e della trasparenza è indiscutibilmente il professor Renato Brunetta. Che di questa battaglia ne fa una ragione di vita. E che vita! Su e giù per le televisioni a elencare i fannulloni, di genere e di stile, su e giù per i ministeri a verificare - tornelli alla mano - che nessuno esca dal luogo di lavoro e stilare, verifiche alla mano, i migliori. E anche premiarli. Mister Brunetta vuole la massima trasparenza. L'ha detto e l'ha fatto. Ha imposto trasparenza, dunque curricula e retribuzioni, partendo dai suoi uffici. Ecco chi sono, ecco quanto guadagnano i miei consiglieri. E chi sono? E quanto guadagnano i consiglieri del ministro Brunetta? Cliccate sul sito, andate alla pagina: "Retribuzioni annue lorde dello Staff del ministro". Il capo di gabinetto, il consigliere di Stato Filippo Patroni Griffi, una lunga e onorata carriera al servizio delle istituzioni, percepisce per il suo incarico un emolumento accessorio di 85mila euro lordi l'anno. Poi lo stipendio. Già, lo stipendio. Giudicando forse inutile riferire la cifra, ha fatto scrivere: "Conserva il suo trattamento economico fondamentale". Nessun aiutino in più al visitatore curioso, seppellito anzi dalla domanda: di quale diavolo di trattamento fondamentale godrà il consigliere? La segretaria del ministro ha invece messo i puntini sulle i: guadagnavo 51mila euro (lordi) l'anno prima del trasferimento a palazzo Vidoni. Dopo il trasferimento la somma è lievitata di altri 34mila euro (lordi). Bella cifretta, vero. Quasi 4000 euro (netti al mese). Ma al ministero non c'è orario e Brunetta è indemoniato: di notte e di giorno, di sabato e di domenica, a Natale come a Pasqua, lavora e produce. Sempre disponibili bisogna essere. Giusto perciò il maxi incremento. Al pari della segretaria si sono regolati altri dello staff: hanno detto tutto, scritto fino al centesimo gli euro che intascano e quelli che pagano in tasse. Purtroppo sono in minoranza: dei dieci membri più vicini al Capo quattro hanno illuminato ogni dettaglio della propria situazione economica imitando, tra l'altro, il ministro; sei si sono rifugiati in corner utilizzando la fantastica dizione: "conserva il trattamento economico fondamentale". E vabbè, lo conserva. Lo conserva anche la vice capogabinetto dott.ssa Caterina Guarna che percepisce per l'incarico, come emolumento accessorio, 61.705,49 euro lordi l'anno. Il principale è scritto ma non è detto, è pubblico ma resta un pochino riservato. E comunque, si deve dire tre volte grazie al ministro. Perché, non contento di far trasparire gli stipendi dei suoi principali collaboratori (e di tutti i dirigenti e consulenti della Pubblica amministrazione italiana), ha obbligato ciascuno a esporre il proprio curriculum nella bacheca virtuale. Cliccate prego!. E noi clicchiamo. Proprio la dottoressa Guarna, come scrive, ha diretto nel 1998 l'ufficio di coordinamento per le Politiche di sviluppo e coesione. Ufficio centrale dove si smistano i fondi di finanziamento europei a favore delle regioni d'Italia più svantaggiate. Dal 2002 al 2005 ha assunto l'incarico di Autorità di Gestione del Programma Operativo 2000-2006 presso la Regione Calabria. Chiunque abbia voglia di sfogliare una qualunque collezione di un qualunque giornale italiano appurerà che in Calabria i soldi europei hanno creato più scandali che sviluppo. Un falò di milioni di euro bruciati dall'insipienza di un ceto politico inadeguato, per non dire peggio, e di una burocrazia distratta, per non dire altro. Anche il capo della segreteria tecnica del ministro, il dottor Renzo Turatto, proviene dalla Calabria, dove ha ricoperto l'incarico di responsabile, dal 2002 al 2005, del dipartimento bilancio, finanze, programmazione e sviluppo. Non essendo plausibile che il ministro abbia chiamato nello staff funzionari che non mostrassero altissime competenze, né essendo discutibile la tenacia con la quale Brunetta afferma quotidianamente il valore del merito nell'avanzamento di carriera, è del tutto evidente che la Calabria - nonostante le continue denigrazioni patite - abbia in silenzio fatto passi da gigante, innescando, nel disinteresse totale, e forse grazie alla Autorità preposta e per merito promossa, un formidabile circuito virtuoso cui il governo, riconoscente, ora segna nell'albo dei migliori. Altri devono invece stare in guardia e preoccuparsi del loro futuro. Ancora non inquadrabili, ma siamo lì lì, nella specie dei fannulloni, e con emolumenti non del tutto paragonabili ai collaboratori del ministro, i ricercatori impiegati all'Istituto Superiore della Sanità, godendo di un contratto da precari, temono di perdere il posto se i tagli ventilati (in qualche caso programmati) dovessero davvero compiersi. I ricercatori precari in Italia sono così tanti da essere destinatari di incarichi delicati e importanti. Troviamo precari chiamati a tutelare la salute pubblica intervenendo nel merito di crisi sanitarie molto note come l'Aids, la diossina o la melamina degli alimenti o anche il bioterrorismo. Ricercatori molto competenti, molto specializzati (e molto precari) a cui sono affidate - anche se non in via esclusiva - quotidiane attività di monitoraggio e di controllo di prodotti delicati (come, per esempio, la qualità del latte in polvere destinato ai bambini; la purezza dell'acqua minerale destinata ai grandi; la qualità e le eventuali contaminazioni dei giocattoli posti in commercio). Il governo garantisce che tutto è in ordine e la cura dimagrante toccherà soltanto la fannullaggine. Rami secchi e spesa, gonfiata, finalmente ritornata al suo peso forma. In effetti, e apriamo parentesi, il governo ha trovato il modo per promuovere - sebbene il clima non appaia favorevolissimo - una nuova grande banca, la nascente Banca del Meridione. Sei milioni di euro, solo per iniziare, solo per lo start-up. Soldi tolti a quel pozzo senza fondo delle spese per la cultura. Un pizzico di cultura in meno, e - forse - una banca in più. I precari della cultura e della ricerca però lamentano che la cura dimagrante, anche in ragione dei nuovi investimenti, alla fine li lasci stecchiti. E' abbastanza incredibile, ma non riescono proprio a tranquillizzarsi. Prendete per esempio quelli che temono di non veder rinnovato il contratto (nell'area vasta di quelli definiti atipici) all'Ispra, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Lì ci sarebbe (secondo dati forniti dai lavoratori nda), una rilevante incidenza dell'utilizzo di contrattisti. Parte di essi, usiamo non a caso il condizionale, sarebbero attualmente impegnati nella stima e nella trasmissione alle autorità internazionali di controllo dei gas serra. Il gruppo di lavoro (secondo la fonte citata a prevalente composizione di precari) gestirebbero ruoli delicati e rilevantissimi. Se i contratti non verranno rinnovati chi registrerà i gas? E chi li trasmetterà? Quale danno economico subirà l'Italia dalla eventuale inadempienza, per futura carenza di personale, di tali obblighi? Si lamentano coloro che temono di perdere il lavoro. Ma si lamentano anche coloro che il lavoro lo conserveranno. Come gli ingegneri e i geologi del Registro italiano dighe. Erano bravi e capaci, soprattutto efficienti: in poco più di ottanta tenevano sott'occhio circa 540 dighe effettuando ogni anno circa 1300 sopralluoghi e ordinando azioni di manutenzione straordinaria su circa 300 dighe. Un piccolo ente autonomo senza grilli per la testa e, scorrendo le cifre, senza fannulloni in giro. Con in più un bel gruzzoletto di soldi che venivano dal ticket pagato dai gestori delle dighe stesse. Però il governo, questa volta l'ex a guida Prodi, sempre nel nome della lotta agli sprechi, decise di sciogliere l'ente e immettere nel ruolo del ministero delle Infrastrutture i suoi tecnici. Abracadabra. Come per magia i sopralluoghi si sono rallentati, tanto che nel 2008 non è garantita l'effettuazione del calendario completo delle visite, e di soldi in più nemmeno l'ombra.

Lo Stato ha recuperato, vero, 200mila euro l'anno per l'eliminazione dei costi relativi al funzionamento del consiglio di amministrazione ma, ad oggi, ha perso nove milioni di euro l'anno legati al contributo che versavano i soggetti controllati all'ente controllore. Meglio di così!

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Usa, gli attacchi segreti ad Al Qaeda. Così Rumsfeld "copriva" le operazioni - ALBERTO FLORES D'ARCAIS

NEW YORK - Una dozzina di attacchi 'top secret' contro Al Qaeda dal 2004 ad oggi. Sono le operazioni che i reparti speciali americani hanno compiuto - colpendo l'organizzazione di Bin Laden e 'militanti in Siria, Pakistan ed altre località in giro per il mondo - grazie all'ordine (anch'esso segretissimo) firmato nella primavera 2004 dall'allora capo del Pentagono Donald Rumsfeld con l'approvazione di Bush. Lo ha rivelato ieri sera il New York Times sul suo sito online. L'"ordine segreto" di Rumsfeld dava ai militari l'autorità di attaccare Al Qaeda in ogni parte del mondo ed un mandato ancora più ampio per condurre operazioni coperte anche in Stati non in guerra con gli Usa. Nel 2006 una squadra di 'Navy Seal', il corpo speciale della Marina, ha attaccato un 'compound' di sospetti terroristi nel Bajaur che é una regione del Pakistan, vale a dire uno dei più importanti (ed ambigui) alleati americani. L'operazione - filmata passo passo da una videocamera sistemata su un Predator (l'aereo-spia senza pilota) - venne seguita in tempo reale al Centro Antiterrorismo dei quartier generale della Cia a Langley, in Virginia. Cioé a 7mila miglia di distanza. Alcune delle operazioni 'top secret' sono state condotte dai 'commandos' delle forze speciali coordinandosi con la Cia, altre - ad esempio il raid in Siria del 26 ottobre scorso - dirette proprio dall'agenzia di spionaggio Usa. Secondo il Nyt, che é riuscito ad ottenere queste informazioni da un ex 'top official'della Cia e che ha trovato le conferme da alti ufficiali delle forze armate Usa, almeno un'altra dozzina di 'Special Operations' sono state annullate, anche su pressione dei vertici militari. Perché troppo rischiose, perché "esplosive" da un punto di vista diplomatico o perché non vi erano abbastanza prove. Se solo due sono i paesi di cui vengono dati dettagli delle operazioni (Siria e Pakistan) il documento rivela che le 'Special Forces' americane sono intervenute anche in un'altra ventina di paesi: gli unici citati sono Yemen, Somalia, Arabia Saudita e "altri paesi del Golfo". Le 'fontì - militari ed agenti dell'Intelligence, alcuni ancora in servizio, altri no - hanno escluso che ci siano stati 'raid' in Iran, ma hanno 'ipotizzatò che 'commandos' Usa abbiano operato nel paese degli ayatollah usando "altre direttive riservate". Il documento firmato da Rumsfeld si chiama "Al Qaeda Network Exord" (dove Exord sta per ordine esecutivo) e dà il via libera ai militari americani per agire fuori dai teatri di guerra ufficiali. In passato il Pentagono aveva bisogno di avere l'approvazione missione per missione - con il risultato che servivano giorni di 'burocrazia’ per approvare un'azione da compiersi nel giro di ore. Con l'Exord di Rumsfeld la luce verde era praticamente sempre accesa. Le missioni 'segretè fuori dai teatri di guerra (Iraq e Afghanistan) sono servite ad esempio per uccidere o catturare singoli terroristi, un'evoluzione della 'rendition', la dottrina grazie alla quale agenti operativi della Cia rapivano e interrogavano (nelle carceri segrete in Europa e Asia) sospetti terroristi. Anche con l'Exorder altre operazioni speciali hanno continuato a richiedere un'ulteriore approvazione. Le missioni in Somalia dovevano avere come minimo il via libera di Rumsfeld, quelle in Siria e Pakistan dovevano essere approvate dal presidente. Quello del 26 ottobre é solo l'ultima di altre operazioni che i 'commandos' delle forze speciali hanno compiuto in Siria.

 

La Stampa – 10.11.08

 

Industria, crolla la produzione

ROMA - L’indice della produzione industriale corretto per i giorni lavorativi ha segnato, nel confronto con settembre 2007, una variazione positiva per l’energia (+0,2 per cento). Sempre secondo l’Istat, hanno registrato variazioni negative i raggruppamenti dei beni strumentali (- 8,2 per cento), dei beni intermedi (- 6,4 per cento) e dei beni di consumo (-5,7 per cento). Nel confronto tra il periodo gennaio-settembre 2008 e lo stesso periodo dell’anno precedente, si è registrato un incremento dello 0,2 per cento per l’energia. Hanno registrato variazioni negative i raggruppamenti dei beni intermedi (-3,4 per cento), dei beni strumentali (-2,6 per cento) e dei beni di consumo (-1,9 per cento il totale, -3,4 per cento i beni durevoli, -1,4 per cento i beni non durevoli). Gli indici destagionalizzati dei raggruppamenti principali di industrie, rispetto ad agosto 2008 sono diminuiti del 3,3 per cento per i beni di consumo, del 2,6 per cento per i beni intermedi, del 2,5 per cento per i beni strumentali e dell’1,7 per cento per l’energia. Nel mese di settembre 2008 l’indice della produzione industriale corretto per i giorni lavorativi ha segnato, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, variazioni positive solo nel settore dell’energia elettrica, gas e acqua (+3,5 per cento). Le diminuzioni tendenziali più marcate hanno riguardato i settori delle pelli e calzature (-19,3 per cento), del legno e prodotti in legno (-13,2 per cento), dei mezzi di trasporto (-12,8 per cento) e degli apparecchi elettrici e di precisione (-9,7 per cento). Nel confronto tra i primi nove mesi del 2008 e il corrispondente periodo del 2007, si sono registrati aumenti nei settori dell’energia elettrica, gas e acqua (+3,4 per cento), delle macchine e apparecchi meccanici (+0,4 per cento) e degli alimentari, bevande e tabacco (+0,1 per cento). Le diminuzioni più ampie hanno riguardato i comparti delle pelli e calzature (-9,5 per cento), del legno e prodotti in legno (-8,7 per cento) e dell’estrazione di minerali (-8,2 per cento).

 

La bicamerale resta al palo - AMEDEO LA MATTINA

ROMA - Nel centrodestra ora tutti si chiedono cosa c’è dietro la mossa di Fini, che ha proposto, insieme a D’Alema, una commissione bicamerale per il federalismo fiscale. La risposta che va per la maggiore non si ferma al dato tecnico (è utile o non è utile?), ma allunga lo sguardo ai progetti politici del presidente della Camera e dell’ex premier: entrambi si tengono la mano e si candidano alla leadership dei rispettivi schieramenti. Il più diffidente è il premier, che mette in fila tutti gli smarcamenti di Fini. Ha criticato il governo per l’eccessivo uso dei decreti. Ha sostenuto che prima vengono le riforme costituzionali e poi il nuovo regolamento parlamentare, al quale invece Berlusconi tiene tantissimo per rendere più veloci l’iter delle leggi. Era pronto a concedere il voto segreto sulla nuova legge elettorale europea, costringendo il Cavaliere a ritirarla. E’ di questi ultimi giorni poi la polemica sulla Finanziaria arrivata in aula senza che sia stato discusso un solo emendamento: Berlusconi ha minacciato di mettere la fiducia e Fini ha replicato che sarebbe «politicamente deprecabile». Ora c’è questo asse con D’Alema riemerso con forza l’altro giorno al convegno promosso ad Asolo dalle Fondazione finiana FareFuturo e da quella dalemiana Italianieuropei. Questa lettura «maliziosa» delle sue mosse fa sorridere il presidente della Camera. «Ma per carità... Intanto non è stata proposta nessuna Bicamerale come quella di D’Alema del 2001, ma un percorso per agevolare l’approvazione del federalismo tanto caro alla Lega. Il rischio - secondo Fini - è che i decreti attuativi del federalismo fiscale si arenino nel passaggio attraverso dodici commissioni, sei alla Camera e sei al Senato». «È un modo per dare una mano al governo», conferma l’ex presidente della Camera Violante. Si tratta semplicemente di una proposta «tecnica», spiegano i collaboratori di Fini: è piuttosto strano che tutti si siano messi paura nel sentire parlare di «bicamerale» e non hanno invece tenuto conto dell’altro tema «veramente politico» rilanciato ad Asolo, cioè la bozza Violante. Per la verità Bossi questo altro tema non se l’è fatto sfuggire e ha subito detto che questa bozza sulle riforme costituzionali è già «superata». E in questa direzione ieri il vicecapogruppo del Pdl al Senato Quagliariello ha annunciato che verrà varata nei prossimi giorni «una nuova proposta» su federalismo e riforme. Comunque, aggiungono ai piani alti di Palazzo Montecitorio, ci sarà un emendamento ispirato da D’Alema per istituire una commissione bicamerale: se verrà bocciato «amen e auguri a chi dovrà affrontare le forche caudine delle dodici commissioni parlamentari». A sparare contro la proposta Fini-D’Alema sono in tanti nella maggioranza, a partire dal ministro Brunetta: «C’è già una bicamerale che riguarda le Regioni. Non vedo la necessità di altri organismi». Per il deputato Pdl Osvaldo Napoli «il federalismo può essere discusso nelle sedi parlamentari proprie: una Bicamerale avrebbe senso per elaborare i principi della riforma, ma questo lavoro, grazie a Calderoli, è stato fatto con i Comuni e le Regioni». Un mezzo stop arriva anche dal capogruppo Pdl del Senato Gasparri, esponente di An: «Ben venga tutto ciò che accelera e semplifica le decisioni. Gli organismi esistenti possono essere rafforzati, più che duplicati». Un altro esponente di An, Italo Bocchino, è invece d’accordo con la proposta di Fini e D’Alema: «Non deve destare scandalo l’idea di affidare il delicato compito ad una commissione ad hoc, che eviti la palude dell’esame da parte di numerosi organismi». «Avremo tempo per pensarci», ha dribblato La Russa occupato con le celebrazioni del 4 Novembre. Ma la priorità non è il federalismo fiscale: «Con tutto il rispetto per la Lega - ha osservato Casini - bisognerebbe pensare a dare ossigeno alle famiglie che non arrivano alla fine del mese».

 

Obama, 200 leggi da cambiare

WASHINGTON - In vista del «più importante trasferimento di poteri nella storia americana», l’amministrazione uscente di George W. Bush e quella che le seguirà diretta da Barack Obama stanno collaborando in maniera «eccezionale» sui temi più urgenti del momento: le guerre in Iraq e in Afghanistan, la lotta al terrorismo e la crisi finanziaria. Lo scrive il Washington Post, alla vigilia del primo incontro alla Casa Bianca tra Bush e il presidente eletto. Sul tappeto restano tutte le questioni «ideologicamente e politicamente divisive» - tanto che, secondo lo stesso giornale, il team di Obama ha già pronta una lista di 200 provvedimenti dell’amministrazione Bush da modificare o annullare - ma è un fatto che già poche ore dopo il voto «il rancore della campagna abbia lasciato il posto a un impressionante livello di cortesia» tra i due campi. Lo stesso presidente ha ribadito ieri, nel suo discorso alla radio, che farà il possibile per assicurare «una transizione senza strappi». Rientrano per esempio in questo spirito i preparativi della Casa Bianca per organizzare una sorta di simulazione per vedere come i responsabili per la sicurezza nazionale di Obama risponderebbero nel caso di un attacco terroristico. «Se ci fosse una crisi il 21 gennaio (giorno successivo all’insediamento, ndr) - spiega Joshua B. Bolten, capo dello staff di Bush - sarebbero loro quelli chiamati ad affrontarla. Dobbiamo assicurarci che siano il più preparati possibile». Ovvio che sull’atteggiamento dell’amministrazione uscente pesa l’esperienza del suo arrivo alla Casa Bianca solo un mese dopo che Al Gore - dopo una durissima battaglia legale sul riconteggio dei voti conclusasi con una sentenza della Corte suprema il 15 dicembre del 2000 - aveva ammesso la sconfitta. Questi ritardi, combinati con la lentezza di alcune nomine e delle conferme da parte del Congresso, ebbero certamente un impatto sul grado di efficienza dell’amministrazione nei primi mesi del suo insediamento. E di questi vuoti - come riconosciuto dalla stessa commissione sugli attacchi dell’11 settembre - in un certo senso approfittò Al Qaeda. Allo stesso tempo, la cooperazione tra i due team - quello di Obama e quello creato da Bush per coordinare la transizione - è massima sui temi economici, al punto che gli uomini del presidente eletto si apprestano ad avere «un livello di accesso insolito al dipartimento del Tesoro e alle altre agenzie coinvolte nel tentativo di stabilizzare l’economia», sottolinea il «Washington Post». Che cita il portavoce della Casa Bianca Tony Fratto, secondo cui l’intenzione è quella di «non sorprendere i mercati» con il passaggio di consegne. In questo contesto, il giornale sottolinea in particolare il comportamento di Bush, sul quale sembrano non aver pesato in alcun modo tutti gli attacchi mossi durante la campagna elettorale dal candidato democratico. Il presidente, assicura Bolten, «non vuole che le sue relazioni personali o i suoi giudizi interferiscano con quello che è meglio per il Paese». «Si tratta di qualcosa di veramente memorabile», commenta Stephen Hess, della Brookings Institution, che lavora alle transizioni alla Casa Bianca sin dai tempi dell’amministrazione Eisenhower.

 

Robert Solow*: "Barack non tema il deficit" – Maurizio Molinari

New York - L'aumento del deficit pubblico può essere per Barack Obama lo strumento per rispondere alla recessione e risollevare l'economia nazionale». A sostenerlo è Robert Solow, Nobel per l'Economia, secondo il quale l'America è arrivata a una svolta economica che impone allo Stato federale di liberarsi dal timore dell'indebitamento al fine di adoperare «con saggezza» gli strumenti della finanza pubblica per consentire di sostenere l'occupazione e tornare a far crescere il consumo di beni e di servizi. Barack Obama preme sull'Amministrazione Bush per il varo di nuovo pacchetto di stimoli economici. L'incontro alla Casa Bianca si annuncia teso. Che cosa ne pensa? «Barack Obama fa bene a premere perché la realtà è che governa ancora Bush, ma il pacchetto di stimoli di cui parla è troppo vago. Non abbiamo ancora capito che cosa ha veramente in mente Obama». Che cosa c'è di non chiaro? «Anzitutto l'ammontare degli stimoli fiscali. In campagna elettorale ha parlato di 60 miliardi di dollari, ora alcuni leader democratici del Congresso accennano a 100 miliardi di dollari. E' ancora davvero troppo poco, una cifra inadatta alla pesante recessione a cui stiamo andando incontro». Se lei potesse suggerire a Barack Obama una cifra, quale sarebbe? «Almeno 300 miliardi di dollari». Per aiutare la classe media? «Di classe media si è parlato in campagna elettorale. Ora bisogna aiutare tutte le classi, tutti gli americani. E' la nazione che rischia di fermarsi. Serve un pacchetto di stimolo fiscale utile a risollevare il consumo di beni e servizi da parte di tutti. Altrimenti andremo a fondo, in tempi assai rapidi». Come bisognerebbe articolare questi stimoli fiscali? «Bisogna spendere più soldi pubblici ma in maniera saggia. Penso ad esempio alle norme dei singoli Stati che impediscono alle amministrazioni locali di spendere più dei profitti. E’ una norma inadeguata ai tempi che stiamo vivendo. Il governo federale dovrebbe dispensare Stati e città da questo obbligo perché è proprio tale obbligato equilibrio di spesa che spinge a licenziare pompieri, poliziotti, insegnanti e infermieri». Insomma lei suggerisce di consentire ai poteri locali di spendere di più? «Gli attuali limiti di spesa sono diventati controproducenti, non consentono di sfruttare le risorse esistenti per sostenere l'occupazione e i servizi». Che altro cambierebbe? «Sicuramente i sussidi di disoccupazione. Fino a questo momento chi perde il lavoro li riscuote al massimo per 39 settimane. Troppo poche per trovare una nuova occupazione. Ne servono almeno 13 in più». Ma anche questo porterebbe ad aumentare il deficit pubblico... «Bisogna rendersi conto che il deficit perde importanza. Vivremo con un deficit in aumento per sostenere la crescita economia». Cosa diranno gli europei tenaci sostenitori del patto di stabilità di Maastricht che pone dei limiti rigidi all'indebitamento pubblico? «Gli europei devono rendersi conto che la crescita globale sta precipitando. Il deficit è una carta economica che può essere giocata in situazioni di estrema necessità come l’attuale. Il totale del debito federale Usa è pari al 40-50% del Pil, molto meno di quello di un Paese come l'Italia, ed è in grado di essere facilmente sostenuto. I motivi che in genere spingono a evitare il deficit hanno a che vedere con la vitalità dell'economia e degli investimenti ma in questo caso la prima non c'è e i secondi stanno diminuendo sensibilmente. Tocca allo Stato fare la sua parte». Insomma, lei vede per l'Amministrazione Obama un programma economico segnato da un maggiore impegno dello Stato? «Esatto. Siamo all'inizio di una nuova fase economica nel segno del calo della produzione e dell'occupazione. Le aziende arrancano e gli investimenti privati pure. Tocca alla finanza pubblica svolgere il proprio ruolo, con sapienza e senza eccessi, per mettere in circolazione denaro sufficiente per sostenere i livelli di occupazione e portare alla ripresa dei consumi». Bush potrebbe fare subito qualcosa accettando le richieste di Obama? «Certo, potrebbe abolire la norma sui limiti di spesa di Stati e città di cui parlavo e potrebbe anche varare dei provvedimenti economici per far partire grandi progetti pubblici capaci di creare numerosi posti di lavoro. L'unica cosa che Bush non deve fare è stare fermo. Ma tocca ai democratici vincitori delle elezioni spiegare come pensano di battere la recessione».

*Premio Nobel per l’Economia. Robert Solow è nato a New York nel 1924. E’ famoso per il modello di crescita economica che gli ha fruttato il Nobel 1972.

 

Congo, il paese dei bambini col kalashnikov - DOMENICO QUIRICO

GOMA - Gli occhi dei bambini di Kibati: Dio mio, li hai mai visti, quegli occhi, David Miliband, ministro degli Esteri di sua Maestà britannica? No, non li hai visti, perché in questo caso non avresti detto che, soltanto ora, nella parte orientale del Congo si rischia la più grande catastrofe umanitaria dei tempi moderni. Non li hai visti, quegli occhi, quando sei passato da Goma, capitale assediata del Kivu, e ti hanno portato soltanto al quartiere generale dell’inutile, tremebondo esercito con il casco blu dell’Onu. Sono occhi pieni di spavento, di un dolore senza lagrime, da non potersi piangere a viso aperto. Non è entrato, il ministro, nella tenda ospedale di «Médecins sans frontières», dopo aver superato la procedura di sicurezza, la tenda dove stanno i bambini colerosi. Sempre di più, ogni giorno che passa, con i grandi occhi sgranati di chi è arrivato all’ultima resa dei conti con la vita. E il portavoce della missione umanitaria francese, François Dumont, racconta che spesso non li si può salvare perché i contagiati fuggono per la paura dei combattimenti e non si riesce a trovarli più nel grande caos di Goma. E i bambini soldato? Quelli con la divisa verde di Kabila, il presidente, il kalashnikov tenuto sulle spalle come fosse una canna, l’elmetto (ah, non ci sono al mondo ancora gli elmetti da bambini, bisognerà pensarci, fabbricare) calato fin sugli occhi per non vedere, non avere paura. Quando arrivano a Goma le autorità straniere, i Grandi dell’Onu e dell’Umanitario, li fanno sparire, li tengono in caserma. L’Occidente ha il cuore tenero, le guerre le vuole ragionevoli e con pochi morti. Ma qui siamo in Africa, si impara presto a uccidere e a essere uccisi. I giochi, la scuola, il diritto a essere felici sono dettagli che pochi possono permettersi. Già, la più grande catastrofe umanitaria dell’Africa non è una possibilità: purtroppo è già avvenuta, siamo all’ultimo capitolo. Ci è semplicemente passata davanti agli occhi e per 14 anni: ha ucciso un milione di persone, tiene in ostaggio i superstiti, una generazione di bambini ad esempio che non ha mai avuto il diritto di sorridere. L’Onu, l’Occidente, le potenze, tutti non ce ne siamo accorti. E così oggi nella parte orientale del Congo si svolge la prima guerra in cui i profughi i rifugiati i fuggiaschi sono ormai ridotti alla condizione di arma, che entrambi i contendenti brandiscono con indifferenza, cinismo e ferocia. A Kibati, dodici chilometri fuori da Goma, capitale del distretto di una delle regioni del mondo più ricche in minerali e disperazione umana, si ammassano questi sopravvissuti di questa guerra dei Grandi laghi, che assomiglia ai conflitti europei che si innestavano gli uni negli altri, fino a formare unici, ultradecennali macelli. Loro hanno percorso tutti i gironi dell’inferno, fuggendo, camminando, urlando di dolore e di paura. E sono ancora vivi. Non li hanno ammazzati ladrerie iperboliche del Grande Furfante, Mobutu, che chiedeva la tassa persino sulle biciclette e sulle lenzuola degli ospedali e hanno così riempito i forzieri di altri congolesi, i notabili, i corrotti, a Parigi in Svizzera in Belgio. Non sono morti quando qui è arrivata un’altra folla di disperati, gli hutu ruandesi, inseguiti dalla Vendetta dei tutsi, ed erano armati e volevano cibo e terra. Non sono stati torturati a morte dai soldati di Cabila, il padre e poi il figlio, che adesso governa il Congo ma solo la parte che non conta niente, dove non ci sono i diamanti, il coltan, l’oro, il rame. Non li hanno sgozzati i miliziani del generale Nkunda, nuovo signore del Kivu. Le donne sono state violentate dalle tante milizie che passavano di qua, governativi e ribelli; ma sono riuscite a restare in vita anche loro. In fondo, in un posto così è un miracolo, val la pena di far finta di dimenticare. I bambini sono ancora qui a sgambettare nella melma di questo immenso campo per quaranta-cinquantamila persone, i piedi piagati dalla lava diventata tagliente come una lama, il ventre gonfio, coperti dagli stracci di mille fughe. Ma non indossano le divise dei soldati-schiavi, un altro miracolo: forse solo perché sono troppo piccoli persino per i rastrellamenti che fanno governativi e ribelli nelle scuole. Tanto che ormai in classe a Goma ci vanno intruppati, con il maestro in testa, sperando che il numero li aiuti. Sono vivi, sono loro, i profughi, i veri eroi di questo tempo dell’Africa. Intorno a Goma incontri questi pellegrini sfiniti che hanno marciato per anni ormai senza soste, senza riposo, spesso senza mangiare nè bere, umili, dimessi, l’occhio spento, atterriti dal loro stesso spettrale cammino. Per loro l’Onu non ha sparato una pallottola, solo tante parole. E quelle non contano. I signori, tutti sudici tutti colpevoli di queste guerra, da una parte un governo corrotto e incapace che pensa solo a recuperare le miniere, dall’altra un generale che dietro lo schermo della difesa della sua etnia, i ruandesi tutsi che vivono in questa parte del Congo, nasconde la volontà di impadronirsene, sono paccottiglia umana. Guerra etnica e guerra economica infilate l’una nell’altra come un incastro senza fine. Vincitori e vinti avanzano e si ritirano tirandosi dietro un immenso armento umano, un milione di persone, come ostaggio, barriera, forma di pressione. Tutte ormai rinserrate in un semicerchio di campi di fortuna, attorno a Goma. Il quarto lato è il grande lago Kivu. Adesso non possono più fuggire. Attorno assiste indifferente un fastoso fittume di foreste di acque di nuvole accaldate e basse. Non muoiono di bombardamenti aerei, cannonate, muoiono come un’oasi dai pozzi prosciugati, si svuota si spegne cade nell’oblio. Kibati è appena fuori dalla città, passata l’autarchica sbarra che un poliziotto, i cui occhi grifagni hanno visto tempi migliori per le piccole quotidiane esazioni, solleva con aria rassegnata. Gli ultimi soldati con i colori azzurri della terza brigata stanno al di qua della sbarra, ascoltano le radioline, non si sa mai, alla prima avvisaglia, può essere il momento di scappare di nuovo. Sullo sfondo, sotto buffe montagne di un fiammante verde panchina, dietro una linea di grandi antenne a poche centinaia di metri, ci sono, invisibili, gli altri, i ribelli del generale Nkuna. In mezzo, terra di nessuno, gli sfollati. Goma è la sintesi perfetta dell’Africa di oggi: in città c’è tutto, internet wi-fi, i negozi pieni, i ristoranti costosi sul lago; i vitelloni la domenica passeggiano, col vestito buono e la ragazza, sui «boulevard» dove mandrie di giudiziose caprette si accaniscono contro l’immondizia lasciata a marcire. Negli alberghi le coppie si sposano a mucchi, in bianco, con le invitate che esibiscono cappelli grandi come portaerei e lanciano gridolini di gioia isterica e contagiosa. Passano sulle jeep giapponesi i ricchi: grandi pance da padroni del vapore, anelli, catene d’oro. I bambini hanno la maglietta (originale) di Kaka o di Henry. È la borghesia di Kabila (prima era di Mobutu). Sono scappati in aereo quando i ribelli sembravano sul punto di prendere la città. Poi sono tornati, forse anche stavolta riusciranno a mettersi d’accordo con «il Generale». Sulla piazza principale, davanti alle banche, i blindati bianchi dell’Onu con gli scenografici sikh dal turbante azzurro, fumano e si annoiano. Hanno tirato sul tetto dei mezzi una tendina bianca per non prendere la pioggia che nuvoloni sontuosi annunciano imminente. Tutt’intorno alla città c’è l'Africa degli altri, i senza tutto. Ma anche la miseria non è mai tutta eguale, in questa si va a strati. Ci sono i vecchi, quelli che sono qui dal ‘95, ormai hanno tirato su casette di legno, sanno arrangiarsi, esibiscono una capretta e qualche gallina. Poi ci sono quelli scappati con le prime battaglie di due settimane fa, ormai hanno ottenuto un sacco di plastica con la sigla Onu che usano come tenda, sanno quando ci sono le distribuzioni di cibo e di legna, captano in un lampo il brusio di nuovi attacchi e dove bisogna spostarsi. E poi ci sono gli ultimi, quelli arrivati ieri, oggi, che ancora stamane marciavano lungo la strada che scende da Ngungu dove governativi e ribelli se le danno di santa ragione. Li hanno depredati gli uni e gli altri: sono nudi, è rimasta loro qualche pentola, qualcuno si è trascinato dietro uno di quei pesanti monopattini scolpiti nel legno che usano per i trasporti. Raccontano storie concitate di attacchi notturni, di compaesani sgozzati con il machete dai ribelli, di giorni e giorni passati nella foresta senza cibo, sotto la pioggia. Questa guerra che li uccide resta per loro un mistero metafisico, una fatalità come la pioggia che non viene o il vulcano Niyragongo che getta giù, com’è successo nel 2002, una micidiale fiume di lava. Attorno alla chiesa, un grande capannone dove campeggia un ingenuo poster di «Mtoto Gesù», il bambin Gesù, una folla immensa serpeggia paziente disciplinata, attende la distribuzione dei sacchi di farina dalla Croce rossa. C’è calma, oggi, gli aiuti possono essere distribuiti, ma in altri campi sulla linea incerta del fonte è impossibile arrivare. E’ la fame. Dentro la chiesa un giovane prete officia la messa. Ci vuole coraggio a dire parole di speranza mentre attorno infuria la disperazione. Ma lui ci prova, dice con umiltà, a annunciare «la buona novella». «Andate in pace» dice ai suoi quieti fedeli mentre dalla porta una folla impaziente di profughi comincia a trascinare dentro i fagotti. La Chiesa di notte è il loro rifugio. Sì, andate davvero in pace, gente di Kibati.

 

Corsera – 10.11.08

 

Sindacati, i lavoratori li sfiduciano – Renato Mannheimer

Dopo le ultime vicende è in calo la fiducia nel sindacato e la maggioranza dei cittadini non ritiene che riesca oggi a rappresentare gli interessi della gran parte dei lavoratori. Una sfiducia più accentuata nella popolazione attiva. Il sindacato rappresenta ancora la maggioranza dei lavoratori? Il dubbio è sorto ad alcuni osservatori in relazione a vicende recenti, dal caso Alitalia alla trattativa sulla contrattazione. Nell'insieme, questi episodi hanno contribuito a sviluppare un dibattito sul ruolo e sulla funzione del sindacato, suscitando reazioni e pareri contrastanti e contribuendo a ridelineare la sua immagine tra i cittadini. Da un verso i sindacati – o, di volta in volta, qualcuno tra essi – sono stati accusati di avere assunto spesso una funzione di freno per lo sviluppo economico e sociale del Paese. Dall'altro, secondo alcuni, le organizzazioni di rappresentanza non sarebbero in realtà più espressione della maggioranza «vera» dei lavoratori, ma ormai solo di una minoranza. Qual è l'opinione prevalente nel Paese? Si riscontrano atteggiamenti contraddittori: a) la maggioranza della popolazione ritiene che, malgrado tutto, il sindacato continui in generale a svolgere un ruolo essenziale per lo sviluppo. Ma questa opinione, espressa dal 49%, è solo poco più diffusa del parere opposto, secondo cui le scelte di alcuni sindacati finiscono, sempre più spesso, col costituire un ruolo di ostacolo alla crescita. La scelta tra l'una e l'altra opzione è, com'è ovvio, influenzata dall'orientamento politico: poco più del 60% dell'elettorato di Berlusconi sottolinea il ruolo di freno svolto da alcune organizzazioni. Viceversa, una percentuale ancora più elevata del seguito elettorale di Veltroni insiste sugli aspetti positivi dell'azione sindacale. Ma in entrambi gli schieramenti, grossomodo un terzo degli elettori si pone in maniera opposta al parere prevalente, a riprova della complessità del dibattito. b) La maggioranza dei cittadini, però, non ritiene che i sindacati, nel loro insieme, riescano oggi a rappresentare per davvero gli interessi della gran parte dei lavoratori. Anche in questo caso, a questa opinione, dichiarata dal 50% degli intervistati, si contrappone il parere contrario, solo poco meno diffuso (46%). E, anche in questo caso, l'orientamento politico svolge una funzione importante nel portare verso l'una o l'altra posizione. Ma conta – e in modo significativo – il ruolo lavorativo. Buona parte della popolazione attiva ritiene che, nel suo insieme, il sindacato non esprima più gli interessi della maggioranza dei lavoratori. In particolare, la pensa così il 54% degli impiegati e il 50% degli altri lavoratori dipendenti. Anche tra gli operai, dunque, la maggioranza relativa "sfiducia" il sindacato. Quest'ultimo trova maggiori consensi tra le categorie non direttamente impegnate nella produzione, quali studenti e casalinghe. Nell'insieme questi dati non possono che suggerire un ripensamento critico sulle funzioni e sul ruolo delle organizzazioni (ancora?) rappresentative dei lavoratori.

 

«Mama Africa», voce anti-apartheid – Mario Luzzatto Fegiz

Miriam Makeba ha sempre saldato la sua arte con la militanza in favore dei poveri, della gente di colore, delle buone cause come del resto dimostrato dal suo ultimo impegno, un concerto contro la camorra. La Makeba ha una lunghissima carriera iniziata nel Sudafrica degli anni 50, durante il regime dell'apartheid e delle township in cui era segregata la popolazione nera. Nata il 4 marzo 1932 a Johannesburg, aveva debuttato nel 1953 con «Lakutshona llange» cantata con i Manhattan Brothers. Poi si unisce al gruppo jazz sudafricano delle Skylarks. Il grande successo arriva con il musical «King Kong» che fa circolare il nome della Makeba anche al di fuori del Sudafrica. Nei primi anni '60 l'impegno politico diventa assoluto: nel '63 ai funzionari dell'Onu denuncia il regime dell'apartheid. La rappresaglia da parte del governo di Pretoria non si fa attendere e le viene revocata la cittadinanza. Intanto la fama come cantante continua a crescere, soprattutto grazie alle eccellenti interpretazioni di brani della cultura Xhosa e di un inno come la ritmatissima «Pata Pata». Fra i suoi amici ed estimatori, Harry Belafonte, con il quale realizzò anche un album intitolato «Miriam Makeba and Harry Belafonte». L'attivismo politico le fa conoscere (e poi sposare) Stokeley Carmichael, uno dei leader del movimento nero Black Panthers che la trasforma in una «nemica» del governo americano fino alla scelta dell'esilio in Guinea. Negli anni '70 e '80 l'interpretazione di moltissimi temi popolari l'hanno resa celebre in tutto il mondo come «Mama Africa». La biografia «Makeba: My Story» ripercorre una vita romanzesca fino al rientro in patria nel 1990, dopo la liberazione di Nelson Mandela. Fino all'ultimo ha conservato intatta l'intensità della grande interprete. Fra i suoi ultimi lavori l'album dal vivo «En public à Paris et Conakry» del 2005.

 

Fabbriche chiuse e casinò, gli obamiani tristi di Detroit – Aldo Cazzullo

DETROIT - La faccia imbronciata, gli occhi assenti, il gesto meccanico, il ritmo e pure l'orario sono gli stessi di quando lavoravano in fabbrica. Ora però gli operai neri li trovi alle 7 del mattino al Greek Casinò, uno dei cinque di Detroit; in mano, un canestro da pop-corn pieno di monetine, che infilano nelle 2.400 slot-machine con la stessa mogia compulsività con cui ancora il mese scorso si piegavano sulla catena di montaggio. Per vedere la faccia triste dell'America non è necessario scendere al confine con il Messico; si può salire qui al Nord, nel Michigan. Un tempo tra gli Stati più ricchi, ora precipitato al 32˚ posto come reddito pro capite, ma balzato in testa per criminalità e disoccupazione. Qui, dove Barack Obama affronta la prima crisi della sua presidenza. Ci sono ancora, gli operai della capitale dell'automobile, dai volti accesi, ottimisti e quasi tutti bianchi. Sono sul murale che Diego Rivera affrescò su commissione della famiglia Ford nel 1932, quando Detroit era la più grande città-fabbrica del mondo. Stamattina sono quasi tutti neri gli operai che arrivano al lavoro in auto, nello storico stabilimento di Pontiac della Gm. La fabbrica è chiusa, ma loro non hanno un altro posto dove trovarsi. Quando ci sono tutti, partono per il centrocittà, verso uno dei nuovi casinò aperti dal sindaco nero Kwame Kilpatrick prima di finire in galera, il mese scorso: ha licenziato il vicecapo della polizia che minacciava di rivelare la sua storia con la segretaria. «Non ho nessuna storia!» assicurò il sindaco. Poi trovarono gli sms. Così la gestione politica della crisi grava sulla governatrice del Michigan, Jennifer Granholm, la signora bionda apparsa alle spalle di Obama nella prima conferenza stampa dopo la vittoria. Sarà Detroit il banco di prova. Se fallisse anche una sola delle tre grandi compagnie dell'auto, la recessione che già si intravede precipiterebbe. Il problema è che tutte e tre sono sull'orlo del fallimento. Gli ultimi dati sono di venerdì scorso. La General Motors perde un miliardo di dollari al mese e il portavoce Tony Sapienza annuncia altri 3.600 licenziamenti. La Ford ha denaro per tirare avanti fino all'aprile 2009, a patto di tagliare un altro 10% del personale, già diminuito del 40% in tre anni. I dati della Chrysler - amministrata dall'italoamericano Bob Nardelli erede dell'italocanadese Tom LaSorda e del mitico Lee Iacocca - non si conoscono: il fondo Cerberus che la controlla non è tenuto a comunicarli; ma si sa che è messa ancora peggio. Nancy Pelosi, speaker democratica della Camera, ha ripreso per conto di Obama le trattative sospese da Bush. I manager dell'auto chiedono altri 25 miliardi di dollari, oltre ai 25 già stanziati dal piano Paulson. Inoltre Rick Wagoner della Gm chiede 10 miliardi per accollarsi la Chrysler. Obama è pronto a dare molto, a un patto: che non siano soldi gettati nella fornace delle perdite, ma servano a «fare altre cose, in modo diverso». La nuova amministrazione democratica vagheggia un «big bang» dell'auto: meno Suv, più piccole cilindrate; meno consumi e inquinamento, più ricerca e nuove tecnologie. Il panorama di oggi è desolante. «Jefferson, Daimler-Chrysler» è ancora scritto alle porte dell'unico stabilimento ancora aperto in città. La Chrysler non è più della Daimler ma il nome del nuovo padrone, appunto Cerberus, non è apparso tranquillizzante. Il parcheggio degli operai è mezzo vuoto; quello delle auto invendute è pieno. Hamtramck, la fabbrica delle Cadillac e delle Buick, è un bastione assediato da ciminiere spente e capannoni dai vetri rotti. All'interno la situazione non è migliore, spiega G.F., ingegnere italiano che chiede di restare anonimo per non ingrossare le fila dei licenziandi: «Io mi sono formato in Fiat, dove l'automazione è molto più avanti. Qui ho lavorato tre settimane alla catena di montaggio, e pensavo di diventare matto: le auto si fanno ancora a forza di braccia, ma la fatica mentale è ancora peggiore. Pure le relazioni sindacali sono antiche. La scena per cui vieni convocato e licenziato si vede solo nei film, o in altre aziende. In Gm liberarsi di un dipendente costa almeno 65 mila dollari, e le trattative non finiscono mai». Il rapporto tra Detroit e Chicago veniva paragonato a quello tra Torino e Milano: qui la fabbrica, là il terziario; Detroit guardava alla sua vicina come a una città affarista e remota, Chicago la ignorava. L'accostamento non regge più. Detroit, a differenza di Torino, non ha investito in tecnologia e non si è diversificata. L'unico business alternativo sono gli ospedali, che impiegano 10 mila infermieri. Da Hamtramck parte l'Eight Mile, il Miglio 8 del film di Eminem, che è di queste parti. Un'officina riparazione freni mezza chiusa, e un topless bar. Un ufficio per assicurazioni auto (il 75% delle polizze dura un mese, poi scade e si gira senza), e un sexy-shop. Un negozio di pneumatici usati, e una sala massaggi. Fermate di bus deserte: non a caso Michael Moore - che è di Flint, qui vicino - scrive che «se dovete prendere un bus a Detroit portatevi Guerra e pace, lo finirete prima che arrivi». L'unica fabbrica che fuma e stride come l'officina di Vulcano è la Warren Truck, gruppo Chrysler, dove si fanno anche i carri armati. La vittoria di Obama è scivolata via senza accendere grandi speranze. Qui la campagna elettorale quasi non s'è vista: le primarie sono state invalidate; McCain ha tentato qualche comizio, vista l'accoglienza ha chiuso gli uffici e congedato i volontari. Il motivo d'agitazione è un altro: martedì 18 torna dopo tempo la figlia più illustre di Detroit, Madonna; il concerto è già esaurito. Altro fattore di orgoglio è l'università del Michigan, dove hanno insegnato Fermi e Sabin e ora più modestamente si allena Michael Phelps. La crisi morde anche le grandi tradizioni sportive di Detroit: i Pistols non vincono l'Nba dal 2004, i Tigers erano i favoriti nel baseball ma non sono arrivati ai playoff, nel football i Lyons hanno perso otto partite su otto. «I Lyons sono della famiglia Ford, e da sempre indicano la salute della città - ci spiega Ron Dzwonkowski, editorialista del quotidiano locale, che si chiama Detroit Free Press ma si paga -. Purtroppo si tratta di fondere, o almeno far collaborare, tre aziende diverse, tre mentalità incompatibili. La Ford è una famiglia, in ogni senso. È Detroit. La Gm è una public company. La Chrysler è di privati che hanno sbagliato investimento. Ora la prospettiva, se Obama mette i soldi e tutto va bene, è una fusione che segnerebbe la fine del marchio Chrysler e la perdita di 35 mila posti, più 70 mila nell'indotto. In una città dove la disoccupazione ufficialmente è al 9%, ma in realtà nei quartieri degradati è al 40, sarebbe drammatico». Da qui la voce, con ogni probabilità una leggenda metropolitana, che gira a Detroit: un reparto di polizia militare sarebbe stato richiamato dall'Iraq per timore di sommosse, come quelle devastanti del '67. Ma c'è un piano B, forse più efficace. Dall'altra parte del lago, in Canada, sta per aprire un nuovo casinò.

 

Gaffe Obama, la Bruni riapre il caso. «Felice di non essere più italiana»

PARIGI - Carla Bruni ha detto di essere felice di non essere più italiana dopo le frasi di Silvio Berlusconi che aveva definito «abbronzato» Barack Obama. La moglie di Nicolas Sarkozy a febbraio ha ottenuto la nazionalità francese. «Quando sento Berlusconi prendere questa cosa alla leggera e scherzare sul fatto che Obama è "sempre abbronzato", mi fa strano. Lo si metterà sull'umorismo... Ma spesso, sono molto felice di essere diventata francese», ha dichiarato la Bruni in un'intervista apparsa domenica su Le Journal du Dimanche. La première dame di Francia nell'intervista ha detto inoltre che, dato il suo ruolo di moglie del presidente, non ritiene più opportuno firmare petizioni, ma desidera impegnarsi per l’uguaglianza, aiutando le élite a cambiare. «Se fossi soltanto ’la cantante’ Carla Bruni, firmerei senza problemi il manifesto per l’uguaglianza reale in Francia, ma mi chiamo Bruni-Sarkozy e il mio nome mi appartiene meno». La modella-cantante si è però detta d’accordo con le linee generali di questo testo: «Mi sono spesso chiesta da dove veniva il blocco delle nostre società che fa in modo che siamo così bianchi, nelle élite, in Parlamento, nei circoli dirigenti (la musica, la moda sono una cosa diversa) mentre la società è un incrocio», ha proseguito, «Siamo paralizzati dalle abitudini. Il potere ha spesso avuto la stessa testa, uomini bianchi e piuttosto vecchi. Le abitudini, alla fine, diventano una sclerosi.. Mio marito non è Obama. Ma i francesi hanno votato per il figlio di immigrato ungherese, il cui padre ha un accento, la cui madre è di origine ebrea; e ha sempre rivendicato di essere un po’ un francese venuto da altrove. E anch'io non corrispondo al profilo di première dame: sono un artista, nata italiana!». Poi Carla Bruni ha parlato di un episodio di razzismo avvenuto nel 1992 negli Stati Uniti. «Siamo stati in Sud Carolina diversi giorni per un servizio fotografico. Ma io e Naomi Campbell abbiamo sempre pranzato nella nostra roulotte, anche se lì vicino c'era un buon ristorante. Quando ho chiesto il motivo, mi hanno risposto che Naomi non l'avrebbero mai fatta entrare, perché di pelle nera. Veder vincere Obama, è stata quindi una gioia immensa». «Anche noi italiani siamo ben lieti che Carla Bruni non sia più italiana, anzi siamo addirittura felici. Chissà che un giorno Carla Brunì non sia costretta dalla sua burrascosa vita a richiedere la cittadinanza italiana», ha commentato il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. «La signora Carla Bruni è libera di dire e pensare ciò che vuole. La signora Carla Sarkozy farebbe bene a ispirarsi a una maggiore cautela. Felice di non essere italiana, ma abbiamo potuto apprezzare quanto sia felice di guidare italiano e di parlare con terroristi italiani» ha sottolineato invece il vicepresidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli che aggiunge: «La sinistra dè noantri, ammutolita per l'occasione, non ha una parola da spendere, non dico in difesa del premier (verrebbe giù il cielo) ma per l'italianità offesa. Ieri con Stalin oggi con Carla Bruni. Aspettiamo con ansia, ma temo inutilmente, il giorno in cui la sinistra starà dalla parte dell'Italia».

 

l’Unità – 10.11.08

 

Nigeria, la «fabbrica di bambini» da vendere all'Occidente

Andrea D'Orazio

Centotrentacinque euro. Ci sono posti in Africa dove con questa cifra si va avanti per mesi: acqua, cibo, farmaci, un po' di vestiti. In Nigeria corrispondono alla somma di 20.000 naira, un piccolo, effimero tesoro che per un contadino o un operaio può rappresentare la paga di oltre un anno di lavoro. Per 20 mila naira c'è chi è disposto a tutto, anche a vendere una vita umana. A Enugu, una delle città più povere nel sud del Paese, c'è un posto in cui di vite ne sono nate tante, e altrettante sono state comprate, immesse sul mercato e vendute al miglior offerente. A scoprirlo è stata la polizia locale, in un luogo sulla carta tanto sicuro quanto lontano da ogni squallido commercio: un ospedale, una clinica per maternità molto conosciuta in zona, affollata di giorno, troppo silenziosa di notte, quando nei corridoi e nelle sale operatorie cominciava tutta un'altra attività che coinvolgeva medici, infermieri e personale esterno. Secondo le prime ricostruzioni della polizia nigeriana, che ha fatto irruzione nella struttura, il medico responsabile dell'ospedale di Enugu attirava giovani donne che portavano avanti gravidanze non desiderate, proponendo loro di aiutarle ad abortire. Le adolescenti venivano invece rinchiuse fino al giorno del parto, poi, il baratto: il neonato in cambio del piccolo tesoro, 20.000 naira, senza possibilità di scelta. Per chi decideva di non separarsi dal proprio bambino erano botte. I pargoli venivano poi venduti, a nigeriani ma anche a stranieri bianchi per una cifra che oscillava tra i 300.000 e i 450.000 naira (2.000-3.000 euro). Per molte donne ricoverate non c'è stato neanche il cambio in denaro. Una volta entrate in clinica venivano drogate, violentate, costrette a partorire e allontanate dal proprio bambino. A raccontarlo alla France Presse è stato una diciottenne, una delle 20 ragazze liberate dopo l'irruzione della polizia: «Mi hanno fatto un'iniezione e sono svenuta, quando ho ripreso conoscenza mi sono resa conto che ero stata stuprata, poi mi hanno rinchiuso e il medico ha abusato di me più volte». Secondo il responsabile locale per la sicurezza, Desmond Agu, ad entrare in ospedale, in alcuni casi, erano donne molto giovani e molto povere «che ricorrevano a questa pratica volontariamente». Ma nella clinica Enugu c'erano anche «donne ricoverate da tre anni, ingravidate da ragazzi chiamati appositamente dal primario della clinica, quindi obbligate a fare figli in condizioni di schiavitù». In alcuni casi, i bambini vengono dati alla luce per avere più manodopera o farli prostituire. Secondo le organizzazioni locali che da anni si battono contro il traffico di essere umani - così come riportato dalle agenzie di stampa - la pratica non è rara in Nigeria, il Paese con il maggior numero di abitanti del continente africano, pari a 140 milioni. Non esistono dati precisi sulle «fabbriche dei bambini», come sono state ribattezzate dalla stampa nazionale, e sul numero di neonati destinati ogni anno alla vendita, ma secondo gli attivisti si tratta di un'attività diffusissima, gestita da organizzazioni molto strutturate. «Pensiamo siano più grandi di quanto sappiamo», dice Ijeoma Okoronkwo, direttore regionale dell'Agenzia nazionale per il bando del traffico di esseri umani. Le strutture simili alla clinica di Enugu scoperte finora nel Paese sono almeno una decina. «Tutto questo esiste da tempo - ha aggiunto Okoronkwo - ma noi ne siamo al corrente solo dal dicembre 2006, quando un'ong ha lanciato l'allarme e ci ha segnalato che i neonati venivano venduti e che vi erano coinvolti gli ospedali». Ma chi compra i bambini? Secondo la polizia e le organizzazioni umanitarie si tratta soprattutto di gente del posto. Nella società nigeriana la sterilità di una donna sposata è un fardello e c'è gente disposta a a pagare qualsiasi cifra per comperare un bambino. «Molte persone - afferma Okoronkwo - non sanno neppure che quel che fa è fuori legge, credono si tratti di una adozione». Nigeriani, dunque, ma nessuno esclude che il traffico possa essere alimentato anche da stranieri, europei o americani - come accade già in altri Paesi dell'africa subsahariana - persone per le quali 2.000, 3.000 euro rappresentatno una cifra irrisoria. Intanto, le "fabbriche" continuano a produrre, incrementate da un ritmo che, secondo dati Unicef, varia da i 10 ai 15 bambini venduti ogni giorno.

 

Svastiche sull'auto: squadristi contro giornalista del Tg3

Ancora un'azione squadrista contro il tg3: a farne le spese è stato il giornalista Santo Della Volpe. Tornando da un viaggio ha ritrovato la sua auto, parcheggiata sotto casa, coperta da scritte di vernice bianca, "falli" disegnati sulla carrozzeria, sul parabrezza, sul parafanghi, sui  vetri. Poi strisce di vernice bianca tutto intorno all’auto e scritte sul paraurti posteriore. Ma soprattutto tra un'ingiuria e un disegno osceno c’è una croce celtica con in alto a sinistra la lettera "T" e in basso a destra la lettera "S". Cioé la firma di un noto gruppo neofascista della zona Trieste-Salario. Secondo Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo21, gli «inquirenti stanno svolgendo le indagini ma siamo in presenza di un nuovo allarmante episodio di intimidazione squadristica nei confronti di un giornalista e di una testata che non intendono piegarsi al triste spirito dei tempi». L’episodio denunciato da Santo Della Volpe fa infatti seguito all’assalto della Redazione di «Chi l’ha visto?» e alle minacce rivolte al direttore di Repubblica Ezio Mauro. «Gli squadristi, continuano nelle loro provocazioni - dice Giulietti - Evidentemente si sentono ben protetti. Forse è giunto il momento di promuovere una risposta forte ed unitaria e che veda protagoniste tutte le associazioni del settore dell’informazione». Per queste ragioni l’associazione ha deciso di dare la propria adesione all'iniziativa "per la libertà e la dignità della comunicazione", promossa a Roma per il 10 dicembre dalla Tavola della Pace. Solidarietà a Santo Della Volpe arriva anche da Carlo Verna, segretario dell'Usigrai, secondo il quale l'episodio «s'inserisce in un contesto d'intimidazioni ripetute, che respingiamo. Un clima inaccettabile, intorno alle redazioni, in particolare a quelle del servizio pubblico. Alla solidarietà a Della Volpe va aggiunta una ferma richiesta a chi indaga e al ministro degli Interni - conclude Verna - di non sottovalutare certi accadimenti dell'ultima settimana». Il Presidente del Senato, Renato Schifani, ha espresso la sua «sincera solidarietà» al giornalista del Tg3 Santo Della Volpe, oggetto di intimidazioni estremiste. «Ogni sintomo di intolleranza - ha sottolineato il Presidente Schifani - deve essere condannato duramente». «La tutela delle nostre regole democratiche - conclude il Presidente del Senato - deve sempre essere ribadita con fermezza».


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