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Scuola e società:

Liberazione – 11.11.08

 

Scuola e società: il manifesto reazionario del prof. Sartori

Piero Sansonetti

Il professor Giovanni Sartori, ieri, ha pubblicato un editoriale sul Corriere della Sera nel quale sostiene, con passione, una tesi che sommariamente potremmo riassumere così: la scuola deve tornare a prima del '68, deve essere funzionale all'impresa, deve essere fortemente selettiva. E anche i rapporti «educativi», in ogni angolo della società, devono tornare a un modello fermo e autoritario, facendo tabula rasa di tutta la scienza pedagogica e psicologica, che è stata la rovina di tutti noi, perché ha distrutto il principio di autorità. Non crediate che questo riassunto che vi ho offerto sia troppo fazioso o esageri i punti di vista di Sartori. Per convincervi trascriverò alcuni brevi passi dell'articolo. Sartori sostiene che esistono, nella scuola (e quindi nella sua crisi) tre fattori distorsivi. Primo tra tutti il '68. Scrive: «...Poi arrivò il '68 e da allora vige e impera la demagogia scolastica. Della quale sono finalmente venuti al pettine i nodi...Il sessantottismo è stato esiziale ( esiziale vuol dire enormemente dannoso, quasi mortale ndr) perché ha predicato l'ignoranza del passato...e perché, cavalcando la tigre dell'"antielitismo" (cioè l'idea della scuola aperta a tutti, non più di "élite", ndr) ha distrutto il principio del merito...». Secondo fattore distorsivo «il progressismo pedagogico (largamente di ispirazione psicanalitica) che ha infestato tutta la disciplina...che ha convertito al permissivismo tutte le madri dell'Occidente con la dottrina che il bambino non doveva essere frustrato da punizioni....». Terzo fattore distorsivo «la società dei servizi fondata sul sapere o quantomeno su alti livelli di istruzione...l'idea della società dei servizi nella quale nessuno si sporca le mani...che alimenta la corsa insensata al pezzo di carta...». Conclude Sartori: «Ma perchè tutti devono andare all'Università? C'è chi proprio non è tagliato per studi superiori (che difatti sono abbassati per accoglierlo)». Diciamo che - come sa fare sempre bene Sartori - in poche righe si espone con straordinaria chiarezza un manifesto dell'idea reazionaria di scuola, istruzione ed educazione. Si chiede la rinuncia agli studi pedagogici e alla bubbole della psicanalisi, la fine dell'ossessione egualitaria (secondo la quale tutti avrebbero gli stessi diritti, senza distinzioni tra ricchi e poveri, tra ragazzi di famiglie colte e bifolchi, tra giovani con maggiori o minori capacità di adattamento scolastico eccetera...). E si spiega come una svolta selettiva ed elitaria della scuola è fondamentale per il rilancio di una idea di società meritocratica e gerarchizzata. Cioè moderna, cioè efficiente. Che vuol dire meritocratica? E' una parola magica. Vuol dire dove comanda chi ha più merito, diciamo che comandano i migliori. I greci, per indicare i «migliori», usavano la parola «aristoi». E la società dei migliori - quella vagheggiata da Sartori - dai tempi dei greci si è sempre chiamata la società aristocratica. Durò circa 2000 anni. Fu rovesciata dalla rivoluzione francese, nel 1789. L'idea di Sartori - che, badate, è uno degli intellettuali di punta dello schieramento liberal - è quella di tornare a principi che precedettero l'89. Capite cosa c'è dietro la riforma Gelmini? Quali movimenti di pensiero, quali aspettative, quali propensioni per una riforma profonda e reazionaria - uso questo termine senza nessun intento offensivo, solo mi pare, in questo caso, assai più appropriato che il termine tradizionale di "conservatore"- non solo della scuola, ma della società, e dei principi fondamentali della civiltà, a partire da quelli costituzionali? E' proprio riflettendo su questi ragionamenti che si capisce come il movimento di lotta della scuola (l'Onda) non sia affatto un fenomeno settoriale. Riguarda l'intera società, riguarda l'organizzazione della nostra civiltà, riguarda direttamente la storia. L'ipotesi di una svolta netta, di feroce restaurazione - in certi tratti persino antiborghese - non è un piccolo aspetto del berlusconismo. Va molto oltre il berlusconismo. Coinvolge larghissima parte delle classi dirigenti e della intellettualità. Tocca settori largamente antiberlusconiani (dei quali fa parte lo stesso Sartori). Punta molto oltre la demolizione del '68. Credo che in sostanza punti alla cancellazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione.

 

Ilva di Taranto, arriva la legge: o riduce le emissioni o chiude

Angela Mauro

Taranto - Lo Stato latita? Ok, si va avanti da soli. E' pronta la bozza della legge regionale pugliese per la riduzione delle emissioni industriali di diossina e altre sostanze inquinanti. Primo bersaglio: l'Ilva di Taranto, il colosso dell'acciaio più grande d'Europa, maggiore responsabile dei livelli altissimi di inquinamento dell'aria in città fin dagli anni '60, quando nacque come proprietà pubblica (Italsider) privatizzata a metà anni '90 con l'acquisto da parte di Emilio Riva. Secondo lo schema di legge - di cui Liberazione fornisce un'anticipazione - lo stabilimento siderurgico, che impiega circa 15mila dipendenti, dovrà ridurre le emissioni di diossina (policlorodibenzodiossina) e furani (policlorodibenzofurani) fino a un massimo di 2,5 nanogrammi (miliardesimo di grammo) a partire dal primo aprile del 2009. Un limite che dal 31 dicembre 2010 dovrà scendere ulteriormente fino a 0,4 nanogrammi. In caso di violazioni, Riva avrà 60 giorni di tempo per rientrare nei limiti previsti, pena la chiusura degli impianti. Il tetto di 0,4 nanogrammi è il massimo consentito dal protocollo di Arhus approvato dall'Unione Europea a febbraio 2004, recepito in Italia con la legge 125 del 2006, ma di fatto disatteso. Nel nostro paese è consentita una soglia massima di emissioni imbarazzante: 10mila nanogrammi. Con un tetto così elevato, è chiaro che nessun industriale è fuori legge in Italia. La normativa messa a punto dall'amministrazione Vendola "forza" - su un ambito regionale - quell'avvicinamento italiano alle disposizioni europee che a livello centrale continua a mancare. Un passo simile è stato compiuto due anni fa dal Friuli Venezia Giulia che ha indotto lo stabilimento siderurgico di Servola (ora gruppo Lucchini) a Trieste al rispetto del protocollo di Arhus anche se non con legge regionale, bensì con due atti amministrativi della direzione centrale ambiente. «Abbiamo lavorato sulla base dell'esperienza friulana che ha sanato la situazione di uno stabilimento di gran lunga più piccolo del gigante Ilva», sottolinea il governatore Nichi Vendola che ieri ha presentato la bozza della nuova legge a enti locali, sindacati, Arpa e oggi porterà il testo in giunta. «Siamo di fronte a un salto di qualità politico e culturale - continua - Per la prima volta, una regione italiana compie l'azzardo di dotarsi di una legge che ignora i limiti altissimi di emissioni tossiche consentiti in Italia. Siamo consapevoli del rischio di scontrarci con il solito "apparente buon senso" che sconsiglia interventi di tipo ambientalista in tempi di crisi economica. Ma è ora che lavoro e ambiente diventino unico paradigma. Il diritto alla salute, i diritti dell'ambiente non possono più essere contrapposti con il diritto al lavoro. Ci troviamo di fronte a cambiamenti climatici senza tregua, la temperatura è di 4-5 gradi superiore alla media stagionale, in Puglia non piove negli invasi, avanza il deserto nel Mediterraneo, i rabbini in Israele pregano addirittura per la pioggia. Bisogna accelerare sulla riconversione ambientale. L'Italia è davvero un caso da manuale». Com'è all'estero? Altrove in Europa, i dettami di Arhus sono una realtà da un pezzo. Un esempio su tutti: gli impianti "Airfine" di Linz in Austria, rigorosi nell'emissione di una quota di diossina non superiore allo 0,4 nanogrammi stabiliti dal protocollo europeo. Mentre il governo italiano persevera nell'errore, contrastando i recenti accordi comunitari sul clima e scegliendo di fatto di stare dalla parte degli imprenditori inadempienti sul rispetto delle norme anti-inquinamento, basta un rapido sguardo oltreconfine per capire che ovunque si sta meglio che da noi. In Belgio non si possono superare i 2,5 nanogrammi di emissioni per gli impianti costruiti prima del '93 e 0,5 per quelli realizzati dopo; in Germania e nei Paesi Bassi è come in Austria: 0,4 nanogrammi. In Giappone il limite consentito è 1 nanogrammo, in Canada 1,35. I dati sull'Ilva. «Solo dalle rilevazioni dell'Arpa compiute da giugno 2007 a giugno di quest'anno si ha un quadro certo su quanto inquina l'Ilva. E' la prima volta, da quando lo stabilimento è in produzione, che un ente indipendente e con funzioni di terzietà misura il livello dei più pericolosi agenti inquinanti e fornisce i dati alla pubblica opinione», specifica l'assessore regionale all'Ecologia, Michele Losappio. Effettivamente, prima delle analisi dell'Arpa si disponeva dei soli dati Ines, l'Inventario nazionale delle emissioni e loro sorgenti che fornisce solo indicazioni di massima sugli agenti inquinanti, indicazioni non misurate scientificamente ma stimate in base alle tecnologie e alla produzione Ilva. Eppure già con i soli dati Ines, si sapeva il 92 per cento della diossina prodotta in Italia è di responsabilità dell'Ilva di Taranto (l'8,8 per cento di quella prodotta in Europa). L'Arpa Puglia ha effettuato analisi in tre fasi sui fumi di uno dei camini dello stabilimento siderurgico (l'E-312 dell'impianto di agglomerazione). I risultati parlano di emissioni di diossina che oscillano dai 2,4 agli 8,1 nanogrammi, valori più bassi sono stati ottenuti per i soli giorni dal 23 al 26 giugno 2008, cioè durante la sperimentazione della cosiddetta tecnica "urea" (sostanza alcalina che se aggiunta ai minerali inibisce la formazione di diossina). Le denunce. Secondo una classifica elaborata di recente da Peacelink, Taranto è senza dubbio la provincia più inquinata d'Italia. Le responsabilità principali sono da addebitarsi all'Ilva che si è conquistato il primo posto nella graduatoria delle industrie inquinanti a Taranto stilata dalla procura qualche anno fa (al secondo posto l'Eni, segue la Cementir). Storia vecchia, quella dell'Ilva, pesante dei numerosi casi di malattie (anche mortali) contratte tra gli stessi operai e la popolazione. Eppure è solo negli ultimi due anni che in città si è sviluppata una certa coscienza civica sulla materia. Sono nate diverse realtà: l'Associazione "12 giugno", data che ricorda la morte, nel 2003, di un operaio dell'Ilva, Paolo Franco, 26 anni; quella dei "Bambini contro l'inquinamento"; l'associazione "Tamburi 9 luglio 1960", data in cui fu deposta la prima pietra dell'Italsider. C'è però un nuovo allarme degli ambientalisti sull'Ilva. Una delle ultime denunce riguarda il rischio che gli impianti siderurgici di Taranto emettano sostanze radioattive come altre acciaierie in Europa. Emissione di piombo 210 e polonio 210, recita l'atto d'accusa elaborato da Peacelink in collaborazione con l'Associazione Italiana Leucemie e il Comitato per Taranto (www.peacelink.it). Alla base della denuncia, diversi rapporti istituzionali stranieri incentrati su ricerche scientifiche condotte su alcune acciaierie nel Regno Unito. Dai "camini della diossina" può fuoriuscire radioattività, è il risultato degli studi. Colpa del minerale del ferro che viene trattato nei processi di sinterizzazione in ogni impianto di agglomerazione di qualunque acciaieria. Il minerale del ferro contiene infatti tracce di uranio e data l'enorme quantità trattata negli stabilimenti siderurgici, si può benissimo comprendere la portata dell'allarme. Taranto e le sue vittime. Il rischio radioattività è una preoccupazione in più per Taranto. Il colosso dei Riva si trova proprio alle porte della città. Basta uno sguardo alle mappe satellitari di "Google Earth", su internet, per avere un'idea della distanza ravvicinata tra la cosiddetta "area a caldo" dello stabilimento (agglomerazione, parco minerali, cokeria), cioè quella più inquinante, e il centro urbano. L'Italsider infatti fu costruita al contrario: la parte più sporca della fabbrica vicina al porto e alle navi che trasportano la materia prima (per risparmiare sui nastrotrasportatori), quella più "pulita" paradossalmente più lontana dalla città. E così ancora oggi il rione periferico dei Tamburi boccheggia per via del vicino parco minerali dell'Ilva, situato a soli 50 metri di distanza. «Nei giorni di vento nord-nord/ovest veniamo sepolti da polveri di minerale e soffocati da esalazioni di gas provenienti dalla zona industriale Ilva», avverte una ormai nota targa affissa dagli abitanti dei Tamburi su uno dei palazzi del quartiere nell'agosto del 2001. Va detto che da quando lo Stato ha aperto l'Italsider a Taranto, in città nemmeno i morti hanno pace: gli sbuffi delle ciminiere segnano lo skyline del cimitero, il marmo delle tombe da bianco è diventato rosso di polveri inquinanti. E' la vergogna più accettabile, in fondo: i morti non inalano, i vivi sì e si ammalano. Cosimo Semeraro è un signore pacato e gentile che due anni fa ha detto basta. Stop al silenzio, stop alle battaglie individuali, è ora di mettere insieme le voci di chi, per un motivo e per l'altro, è stato colpito dall'Ilva. E' lui il presidente di "12 giugno", associazione dei familiari delle vittime del lavoro nata nel 2006. Ex operaio dello stabilimento di Riva, addetto alla manutenzione di palazzine e spogliatoi, Semeraro ha scoperto di essere ammalato di asbestosi (anticamera del mesotelioma pleurico, tumore ai polmoni) nel '99. Esposizione all'amianto, recitano i referti medici. Ma, nonostante ciò, la sua domanda di prepensionamento si è scontrata con le reticenze dell'Inail che all'inizio non gli ha riconosciuto un numero di anni di contributi sufficiente. Adesso che è riuscito ad andare in pensione, il signor Cosimo si pregia della sua battaglia: «Ho fatto causa all'Inail e sono l'unico che sia mai riuscito a far condannare un dirigente dell'istituto, nel mio caso l'ex capo dell'Inail di Taranto, Supplizio, accusato di occultamento e soppressione del mio fascicolo. Il pm aveva chiesto una pena di otto mesi, il giudice gliene ha dati dieci: una soddisfazione». Ed è con soddisfazione e tanta lena che il signor Cosimo manda avanti l'associazione, la quale prende il nome dalla data di una celebre morte sul lavoro all'Ilva di Taranto: Paolo Franco, 26 anni, morto il 12 giugno 2003 perchè travolto dal crollo del ponteggio sul quale stava lavorando. «Quello di mio figlio è un incidente simbolo dell'inefficienza organizzativa dell'Ilva», dice Angelo Franco, che ne sa di queste cose visto che lui stesso ha lavorato come operaio all'Ilva per 30 anni. «L'inefficienza è nel sistema, mio figlio era preparato e io lo so perchè la formazione gliel'ho data io da ex operaio, non quei ridicoli corsi sulla sicurezza sul lavoro che ti fanno frequentare prima di entrare in fabbrica...». Annuisce Patrizia Perduno, vedova di Silvio Murri, morto a 38 anni il 21 maggio del 2004 anche lui come Paolo: il ponteggio gli è crollato sotto i piedi. «"Non è caduto, te l'hanno ammazzato": me lo dice la psicologa che mi segue», spiega Patrizia che campa della pensione Inail da far bastare per lei e suo figlio. Il processo è ancora in corso, ma alla sbarra sono finiti solo capireparto e tecnici, come per il caso Franco. «E' assurdo, questi alla fine erano amici di mio marito! Dovrebbero pagare i dirigenti, i padroni dello stabilimento, i Riva: sono loro che investono poco sulla sicurezza come sulla questione ambientale». Dal '93 al 2007 sono almeno 40 gli operai morti sul lavoro all'Ilva. «Non morti bianche: omicidi. Il profitto: conta solo quello. Gli operai sono solo numeri...», si sgola Piero Mottolese, anche lui ex operaio, al centro di una lunga storia di mobbing in fabbrica (costretto a lavori pesanti pur avendo subito due interventi alla schiena) e ora attivissimo sulle questioni del lavoro e ambientali. Le inchieste della magistratura. «Le sentenze non bastano, se la legge italiana resta ancora così permissiva sull'inquinamento industriale». Magari, ora che il governo regionale ha approntato la nuova legge per la riduzione delle emissioni tossiche, anche in procura a Taranto ci sarà maggiore fiducia. Un giro per i corridoi, una chiacchierata con i magistrati è sufficiente per cogliere le lamentele su come in passato sia stato difficile anche solo effettuare controlli negli impianti Ilva. Non era facile contare sulla collaborazione degli stessi operai: dotati di rilevatori, evitavano di avvicinarsi agli impianti, i rilevatori non rilevavano un bel niente. Paura di perdere il posto di lavoro, evidentemente. Eppure qualcosina si è mosso anche da parte della magistratura. Al palazzo di giustizia di Taranto esiste una sezione ambientale dal 1979, la prima sentenza di condanna nei confronti dell'allora Italsider di Stato per inquinamento del "Mar Grande" risale al 1980, all'82 quella per inquinamento da polveri. Franco Sebastio, che proprio in queste settimane ha assunto la carica di procuratore capo, c'era fin da allora. Si ricorda di come la prima sentenza di condanna per l'Italsider fu riformata dalla Cassazione. Una scelta, quella della Suprema corte, che agì da precedente quando, a distanza di pochi anni, un altro procedimento penale - questa volta contro l'Ilva - si concluse con l'assoluzione. La procura però presentò un ricorso che la Cassazione - stavolta - accolse. L'accusa per Riva: getto pericoloso di cose, unica ipotesi di reato configurabile secondo la legge italiana. Per lo stesso reato, a ottobre scorso, il patron dell'Ilva è stato condannato a due anni di reclusione dalla sezione distaccata di Taranto della corte d'Appello di Lecce (un anno e otto mesi per il direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso). Di recente, il Tar ha accolto la richiesta del comitato Taranto Futura per un referendum sulla chiusura dell'Ilva o almeno dell'area a caldo. «E' la risposta di una città stanca e disperata, ma rischia di essere un regalo a Riva. Il giorno in cui si perderà, avremo buttato all'aria tutti i passi compiuti negli ultimi anni», dice Vendola.

 

Trasporti, Italia bloccata. La protesta riesce ovunque

Chi si intende di numeri ha già calcolato che l'adesione allo sciopero dei trasporti che ieri ha paralizzato città e linee ferroviarie, è stata addirittura superiore alla mobilitazione precedente del 9 maggio di quest'anno. Le percentuali ruotano tutte attorno all'80-90%. Un dato che poi alla fine non riesce a "bucare" il video, dove tutto viene misurato in termini di disagi degli utenti. A Roma, e nel Lazio, l'adesione degli addetti del trasporto locale è stata, secondo i sindacati, dell'80%. Il 90% degli autobus sono tornati in deposito a Napoli, dove si sono fermate anche metropolitane, ferrovie locali e funicolari. Adesione al 100% per i trasporti pubblici a Catania, oltre il 90% a Bologna, Napoli, Venezia e Genova. La protesta, indetta da Filt-Cgil, Fit-Cisl, UilT, Ugl, Orsa, Faisa e Fast, è legata alla vertenza per il nuovo contratto unico della mobilità. Che cosa è il contratto unico della mobilità? Riunisce per la prima volta 250 mila autoferro-tranvieri, ferrovieri e addetti ai servizi connessi (pulizie, manutenzione, ristorazione e accompagnamento notte ferroviario). Il nuovo contratto prevede un aumento medio mensile pari a 150 euro dal primo gennaio 2008 e una durata quadriennale (dal primo gennaio 2008 al 31 dicembre 2011) per la parte normativa e biennale (dal primo gennaio 2008 al 31 dicembre 2009) per la parte economica. Inoltre, nel nuovo contratto, l'orario di lavoro è fissato a 38 ore settimanali e vengono determinati i parametri della retribuzione fissa e le modalità di quelle di secondo livello. La piattaforma interviene anche su regole d'appalto, regolazione del diritto di sciopero (che nei settori interessati dal contratto è di grande impatto sulla collettività), modelli retributivi e anche tutela ambientale. Finora le associazioni datoriali hanno risposto con un netto rifiuto della trattativa e, secondo quanto denuncia il sindacato, «con alcune comunicazioni dal chiaro contenuto dilatorio». Il Governo non solo sta in finestra a "godersi lo spettacolo", ma fa da sponda alle aziende negando le risorse di cui il settore avrebbe un bisogno urgente. «L'adesione massiccia di oggi (ieri, ndr) - sottolinea in una nota il segretario generale della Filt-Cgil Franco Nasso - è la chiarissima dimostrazione della volontà della categoria di difendere il proprio diritto alla tutela del reddito e delle clausole sociali nei processi di liberalizzazione». Secondo il leader della Filt, «il rifiuto al negoziato è basato su una bugia che distorce i contenuti della piattaforma, attribuendo costi aggiuntivi al rinnovo contrattuale che, come abbiamo più volte dimostrato, non ci sono». Per Nasso «si conferma la classica conduzione delle vertenze da parte di Asstra e Anav che bloccando il negoziato provocano il conflitto in attesa che il Governo e le Regioni mettano i soldi sul tavolo». Il presidente di Asstra, con Avia le due associazioni delle aziende del trasporto pubblico locale, Marcello Panettoni, ha ribadito «la disponibilità ad aprire subito il confronto per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro degli autoferrotranvieri, unico contratto di lavoro di cui siamo responsabili». E poi ha aggiunto che «la vertenza infiamma in modo ingiustificabile il clima sociale in un momento di congiuntura economica in cui di tutto c'è bisogno fuorché di conflitti evitabili». Più dura la reazione del settore "confindustriale", ovvero delle aziende ferroviarie private. Lo sciopero sarebbe sbagliato, «perchè considera il contratto unico della mobilità la sola risposta concreta per il rilancio del settore e soprattutto uno strumento per instaurare una concorrenza reale nel comparto». SBB Cargo Italia, Railion Italia e Rail Traction Company, «sono invece favorevoli all'individuazione di requisiti contrattuali minimi comuni, basati sugli standard europei, per riorganizzare la normativa specifica del settore cargo». Per le tre società «stabilire all'interno dell'attività ferroviaria le stesse norme per il trasporto regionale, per la movimentazione dei passeggeri e delle merci è una scelta irrazionale». Il contratto unico, sostengono, «sarebbe una limitazione alla libera iniziativa degli imprenditori privati, che non avrebbe precedenti in nessuno dei processi di liberalizzazione del mercato fino ad oggi realizzati in Italia ed in Europa».

 

Primo faccia a faccia tra Bush e Obama. Si annuncia una transizione rapida - Simonetta Cossu

Per più di due anni Barack Obama non ha perso occasione per attaccare l'attuale presidente, arrivando a dire «Quando George W. Bush lascerà la presidenza, il mondo intero tirerà un sospiro di sollievo». Parole dure che però ieri entrando alla Casa Bianca ha delicatamente messo da parte per il primo gesto materiale di passaggio delle consegne tra i due presidenti. Ad accoglierle Barack e Michelle sulla soglia della porta per i diplomatici (la porta nord lo accoglierà solo quando sarà presidente) George W.Bush e la moglie Laura. Un incontro cordiale e disteso che servirà più a Bush per gestire i prossimi 3 mesi visto che l'ultimo sondaggio rivela che il 76% degli americani disapprova la gestione del suo mandato, tanto impopolare da battere anche Nixon. Poi tutti insieme hanno fatto quello che il protocollo aveva stabilito: giro delle stanze, suggerimenti e illustrazione dei servizi a disposizione. Per Obama è stata sicuramente una visita emozionante, il neo presidente infatti non aveva mai messo piede nella stanza ovale che da gennaio sarà il suo ufficio. Ma a parte il protocollo formale, tra i due presidenti c'è stato anche un lungo colloqui di 90 minuti. Da soli, senza consiglieri o intermediari si sono seduti nei comodi divani dell'ufficio ovale e hanno incominciato il lungo lavoro di transizione che si concluderà il 20 gennaio prossimo. Bush ha fatto sapere che vuole una transizione rapida e indolore, questa almeno la promessa. I due presidenti si sono subito confrontati sui gravi problemi dell'economia, sui dati della disoccupazione ma anche sulle due guerre - su cui i due presidente sono su linee divergenti - tutti problemi che necessiteranno di un delicato coordinamento tra le due squadre ora sul campo. L'incontro alla Casa Bianca è stato preceduto da una lunga serie di apparizioni in Tv e interviste ai "nuovi" uomini squadra di Obama (per ora non è stata indicata alcuna donna) che l'America dovrà incominciare a riconoscere. Così ieri in una lunga intervista al Wall Street Journal il capo dello staff del presidente eletto, Rahm Emanuel, ha dettato quale sarà la linea che il neo presidente e il suo governo intende seguire. Una ricetta che Emmanuel ha riassunto così: «La lezione principale è fare quello per cui sei stato eletto, quello che hai promesso in campagna elettorale, senza partire per la tangente per rispondere a test ideologici chiesti da una parte del partito, che non erano parte della campagna». Con la netta vittoria democratica del 4 novembre al prossimo presidente è stata indicata «una chiara direzione di cambiamento a Washington». «Cambiamento nell'assistenza sanitaria che sta mandando in bancarotta i bilanci familiari e federali ed un cambiamento nella politica energetica che ci porta a spendere all'estero 700 miliardi di dollari» ha aggiunto il futuro chief of staff che ritiene che la prima legge che il presidente Obama si troverà a firmare sarà quella per garantire un'assistenza sanitaria a tutti i bambini americani. «C'è un accordo bipartisan alla Camera ed al Senato» afferma l'uomo che fino ad oggi ha guidato il gruppo democratico alla Camera, e che è stato scelto da Obama perchè, per dirla con le parole di Hillary Clinton, «conosce bene le due estremità di Pennsylvania avenue», cioè Casa Bianca - dove ha servito ai tempi di Bill Clinton - e Congresso. Ma che il 44°esimo presidente intende partire dando chiari segnali di cambiamento rispetto alla presidenza uscente appare sempre più chiaro. Apparendo sui programmi di Fox News , John Podesta, uno dei leader della squadra che sta preparando la transizione, lo ha esplicitato in modo chiaro: «Obama ritiene di aver ottenuto un vero mandato per cambiare le cose. Dobbiamo invertire la corsa che Bush ha deciso». E il segnale si preannuncia forte. L'entourage di Barack Obama ha infatti fatto sapere che il presidente intende fare pieno ricorso ai poteri riconosciuto al massimo organo esecutivo degli Stati Uniti che gli permette di emanare direttive senza dover passare dal Congresso. Il team per la transizione di Barack Obama ha già pronta una lista di circa 200 provvedimenti ed ordini esecutivi dell'amministrazione Bush da annullare o da modificare non appena il presidente eletto si insedierà. Nel mirino ci sarebbero in particolare le normative sul finanziamento alla ricerca sulle cellule staminali, sul cambiamento climatico e su altre questioni sociali come l'aborto. «Il genere di provvedimenti ai quali stanno guardando» sono quelli imposti da Bush per ragioni «apertamente politiche», spiega Dan Mendelson, che si è occupato di sanità nell'Ufficio gestione e bilancio dell'amministrazione Clinton. Secondo il Washington Post , quella lista già messa a punto potrebbe ulteriormente allungarsi nei prossimi giorni, se il presidente uscente decidesse di far passare provvedimenti dell'ultim'ora in un sussulto finale prima di lasciare la Casa Bianca. Tra queste ci sarebbe ad esempio il progetto, approvato dall'amministrazione Bush di aprire 360mila acri di suolo pubblico dello Utah alla trivellazione per petrolio e gas. Podesta ha fatto capire che così non sarà. Inoltre i consiglieri di Barack Obama stanno lavorando a un piano che dovrebbe prevedere il trasferimento negli Stati Uniti di decine, se non di centinaia, di detenuti della base di Guantanamo per essere sottoposti a processo. Lo scrive il sito Huffington Post , secondo cui il presidente manterrebbe così la promessa fatta in campagna elettorale di chiudere il campo di prigionia americano a Cuba, da lui definito «un capitolo triste nella storia americana».

 

La proposta di Lula: «Il G20 prenda il posto di Fmi e Banca mondiale» - Angela Nocioni

Rio de Janeiro - Da una parte i ministri che aspettano lumi dal Fondo monetario internazionale, dall'altra quelli dei Paesi che continuiamo a chiamare emergenti anche se sono emersi da un pezzo: Russia, Cina, Brasile, India. Questi ultimi l'hanno chiesto chiaramente: riforma immediata degli organismi internazionali del credito, Fmi e Banca mondiale vanno ridisegnati in compiti e funzioni. Non hanno ricevuto risposte positive, tutti gli altri Paesi presenti alla riunione del G20 a San Paolo in vista del vertice di sabato a Washington sulla crisi economica mondiale hanno risposto che no, nell'emergenza bisogna aspettare e usare quel che c'è senza affrettarsi a ridisegnare tutto. Il presidente brasiliano Lula da Silva, presidente pro tempore del G20, ha chiesto esplicitamente nel discorso d'apertura «una nuova architettura finanziaria mondiale» e ha proposto che il G20 - in alternativa al G7, club delle principali economie del pianeta - diventi la nuova struttura del potere economico globale. Gli ha risposto il ministro canadese delle finanze, Jim Flaerthy: «Non è questo il momento di pianificare nuovi schemi finanziari mondiali, né nuove organizzazioni di alcun genere». «Ora - ha concluso con enfasi il ministro - c'è da spegnere l'incendio». Anche il direttore del Fondo monetario internazionale, Strauss-Kahn, da giorni rilascia interviste per dire che non c'è da chiedere decisioni epocali all'incontro convocato per sabato da George W. Bush. «Non aspettatevi cambiamenti radicali, solo aggiustamenti pragmatici nell'emergenza» ha ripetuto anche ieri. Nelle riunioni preliminari al G20 di San Paolo i ministri economici di Brasile, India, Cina e Russia avevano sollecitato invece un intervento drastico. Guido Mantega, il ministro brasiliano, aveva chiesto addirittura un «Bretton Woods 2», un nuovo anno zero dell'architettura finanziaria globale, come quello che prima della fine della seconda guerra mondiale disegnò le strutture finanziarie che governano il pianeta da allora, ma nessuno gli dà retta. Mantega ha rassicurato sulle prospettive di tenuta del gigante economico brasiliano, la potenza continentale latinoamericana. «Quando sarà necessario interverremo per assicurare equilibrio - ha detto - sempre preservando l'equilibrio fiscale, bisogna riattivare i canali di credito e aumentare la liquidità, per questo la nostra politica di tassi è flessibile». Ha poi raccomandato che i Paesi più ricchi collaborino ad impedire la fuga di capitali dai Paesi con strutture bancarie più deboli. Lula ha rincarato la dose. Alla riunione di San Paolo ha iniziato il suo discorso così: «L'economia mondiale attraversa il momento più grave da decenni. Le misure che abbiamo preso finora ci hanno salvato dal peggio, ma rimangono i rischi e crescono le incertezze sulla tenuta dei Paesi meno forti. Chissà quanto reggeranno ancora il commercio e la finanza globale. E' evidente il disordine che regna nella finanza internazionale. Questo disordine minaccia l'economia reale. Non possiamo continuare a ignorare che tutto questo non si risolverà finché non ci decideremo a una governabilità più partecipativa». Sapendo di poter contare sull'effetto Obama, almeno per adesso, ha concluso: «Già sappiamo cosa successe nel 1929, quegli avvenimenti dovrebbero averci insegnato che le misure unilaterali solo rimandano il problema, non lo risolvono e fanno crescere la sfiducia». E ha dettato la linea secondo i desideri brasiliani: «Il sistema finanziario globale dovrebbe essere orientato da due principi: rappresentatività e legittimità delle istituzioni multilaterali». I Paesi del G7, mugugnano dietro le quinte gli addetti ai lavori di Brasile e Argentina, fanno orecchie da mercante perché preferiscono dare più strumenti al Fondo monetario internazionale per tamponare gli effetti della crisi nel malconcio sistema creditizio dei Paesi dell'est Europa entrati nell'Unione europea. Lula non l'ha detto, ma la sua posizione era talmente chiara da essere suonata come sfida alle vecchie potenze industriali. «I Paesi sviluppati non devono scaricare la crisi sui Paesi che sono ancora ad una fase precedente della crescita - ha concluso il presidente brasiliano - non c'è uscita solitaria da quest'emergenza, la situazione è così grave che o la si risolve tutti insieme o non la si risolve». Più chiaro di così era difficile.

 

Manifesto – 11.11.08

 

Patente di razzismo - Luca Fazio

Siccome non tutti possono espatriare all'Eliseo come Carla Bruni per sentirsi fieri di non essere italiani, speriamo almeno che qualcuno si vergogni di vivere in un paese che si accalora per il colorito di Obama e per le battute razziste di Berlusconi e poi lascia passare sotto silenzio un disegno di legge sulla «sicurezza» che sembra pensato apposta per far rimpiangere la legge Bossi-Fini. Lo scandalo delle norme che verranno discusse oggi in Senato, infatti, è inferiore solo all'indifferenza che le circonda. Forse ci siamo distratti, eppure non abbiamo ancora registrato reazioni indignate da parte delle «forze» di opposizione, nessuno che abbia espresso l'intenzione di sdraiarsi sui binari, o magari solo sui banchi di Palazzo Madama. Eppure la nuova disciplina di stampo fascio/leghista che a colpi di emendamenti renderà impossibile la vita agli immigrati richiederebbe una capacità di mobilitazione (o indignazione) straordinaria, perché si tratta di un concentrato di perfidia applicato alla vita quotidiana di milioni di persone che vivono tra noi. Cominciamo da quello che viene spacciato come un miglioramento, l'aspetto più «soft» e un po' straccione del nuovo razzismo all'italiana. I «clandestini», vivaddio, non verranno più arrestati in massa come voleva il ministro Maroni in un primo momento (anche se l'internamento nei cpt per identificarli viene prolungato fino a un anno e mezzo) ma saranno costretti a pagare «solo» una multa da 5 a 10 mila euro: circa un anno di stipendio in nero di una badante che contribuisce a non far crollare il nostro welfare, o di un muratore rumeno non stupratore che ogni giorno rischia la vita nei nostri cantieri. Per restare ai furti legalizzati, oggi i senatori della Repubblica italiana discuteranno anche dell'introduzione di una nuova tassa: 200 euro per il rilascio o rinnovo di permesso di soggiorno. Non sarà odioso come lo ius primae noctis, ma da domani gli stranieri potrebbero non essere più uguali nemmeno davanti all'altare: sarà vietato sposarsi a chi non ha il permesso di soggiorno. E poteva anche andare peggio. Solo per l'opposizione dell'Ordine dei medici, infatti, non è passata una norma che obbligava i medici a trasformarsi in spioni e denunciare i malati «clandestini». Sulle ronde legalizzate - si discuterà anche di questo - ormai la partita la diamo per persa, se non per una questione di sfumature: come la sicurezza, si sa che non sono né di destra né di sinistra, piacciono a Tosi come a Cofferati. E per finire, hanno anche inventato la pagella del «negro buono», una sorta di patente a punti: penalizza chi passa col rosso o non paga le tasse (roba da italiani veri) e premia chi dà prova di italianità verace, «superando un corso atto a verificare il livello di integrazione sociale e culturale». In un rigurgito di democrazia, oggi il Senato si pronuncerà anche sull'istituto referendario: i rom potranno sostare in un Comune solo dopo l'indizione di un referendum cittadino. Cioè mai, e se non la capiranno, Opera e Ponticelli hanno già fatto scuola. Sarà battaglia in aula? Forse, anche questa volta, non ci resta che sperare nei cristiani più caritatevoli, gli unici che hanno il coraggio di scrivere che mai i rom hanno rapito bambini in Italia. Un fatto da secoli incontrovertibile, né di destra né di sinistra.

 

Il razzismo va in aula - Giorgio Salvetti

Ronde legalizzate. Multe salatissime e divieto di matrimonio per chi non ha il permesso di soggiorno, tasse e test di italiano per chi ne ha diritto. Campi rom solo se approvati con referendum e un'odiosa «patente a punti» sull'integrazione. Sono gli emendamenti vessatori approvati in commissione che, se possibile, peggiorano il disegno di legge 733 sulla sicurezza. Il provvedimento sarà oggi all'esame del Senato e, a meno di colpi di scena, potrebbe presto diventare legge. Un'ipotesi tanto più probabile visto il silenzio generale e la mancanza di indignazione di fronte a un decalogo a dir poco razzista, studiato a punto per discriminare e colpire duramente gli stranieri e i poveri. Entriamo nel merito e esaminiamo punto per punto le nuove norme. Gli enti locali possono avvalersi di associazioni di cittadini per presidiare il territorio. Significa che le ronde di destra e di sinistra, gradite a Cofferati come a Gentilini, sono riconosciute dallo Stato che delega e privatizza la sicurezza di tutti a gruppi di pochi «valorosi» fai da te. Possono essere arzilli pensionati, leghisti ubriachi o fascistelli infoiati. Poco importa. La casa non è più un diritto ma un dovere. E chi non ne ha una decorosa deve pagare dazio. Tutti i senza dimora saranno schedati e inseriti in un apposito registro. La richiesta di variazione anagrafica, per tutti (italiani, europei ed extraeuropei) è subordinata alla verifica delle condizioni igienico-sanitarie dell'immobile in cui la persona intende risiedere. Per gli stranieri significa che chi non ha una casa non avrà diritto al permesso di soggiorno. Per i rom c'è l'aggravante, qualsiasi comune voglia allestire un campo nomadi dovrà prima sottoporre la decisione a referendum. Significa rendere ingestibile e esplosiva la già pesante situazione delle comunità nomadi che prevedibilmente verranno scacciate da ogni parte. Per gli stranieri anche il matrimonio non è più un diritto, infatti chi non ha il permesso di soggiorno non potrà nemmeno sposarsi. «Nel caso uno dei nubendi - recita l'emendamento all'art. 51 - sia cittadino straniero è necessaria la presentazione di un documento attestante la legittimità del soggiorno nel territorio italiano». Per ora ci avevano provato solo alcuni arditi sindaci lombardi a discriminare i promessi sposi stranieri, adesso, grazie ai colleghi leghisti del Senato, questa bravata rischia di diventare legge per tutta Italia. Il «reato» di immigrazione clandestina non prevede il carcere, ma «solo» un'ammenda da 5 mila a 10 mila euro. Una somma che un «clandestino» non sarà mai in grado di pagare. Chi ha diritto ad avere il permesso di soggiorno per fare la pratica, oltre a presentare mille incartamenti dovrà anche pagare 200 euro. Se si considera una famiglia di tre persone si parla di una tassa per soli stranieri di 600 euro ogni due anni. Ma i soldi non basteranno perché per avere la carta di soggiorno sarà anche obbligatorio superare un test di lingua. Dopo le classi separate per i bambini, ora tocca ai grandi. Le modalità del test le deciderà per decreto il ministro degli interni chiamato a occuparsi di glottologia. Dulcis in fundo, e ci sarebbe da ridere, ma dato l'argomento, viene solo rabbia: il nuovo ddl prevede una patente dell'integrazione a punti. Recita il testo di legge: «contestualmente alla presentazione della domanda per il permesso di soggiorno», lo straniero sottoscrive un «accordo di integrazione articolato per crediti». Dieci punti a chi consegue un certificato di conoscenza dell'italiano, aderisce alla «Carta dei valori della cittadinanza italiana», ha «conoscenze basilari del sistema giuridico», ha frequentato un corso di «integrazione sociale e culturale» e un «livello adeguato di partecipazione economica e sociale alla vita della comunità». Decurtazione di punti per chi commette illeciti anche amministrativi (multe) o tributari (tasse). Manca solo la prova di dialetto lombardo veneto. Ma non si sa mai, i criteri infatti saranno fissati ancora una volta per decreto del ministero degli interni. In un paese dove l'italiano si parla male, multe e tasse non si pagano, e le leggi non le conosce nessuno e le rispettano in pochi, ci vuole davvero un bel coraggio. A quando la patente per i politici razzisti?

 

Soldi a scuole cattoliche e atenei privatizzati - Eleonora Martini

ROMA - Finanziamenti a pioggia su scuole e università? Non sia mai. Il nuovo motto della triade Tremonti-Brunetta-Gelmini sembra essere diventato: «cum grano salis». Ci vuole sale in zucca nel distribuire i fondi per l'istruzione, ha spiegato ieri ricorrendo al detto latino il sottosegretario all'economia Giuseppe Vegas nel suo intervento alla Camera durante il dibattito sulla finanziaria. Ma il "buon senso" del centrodestra porta sempre allo stesso punto: soldi pubblici ai privati. Che siano le scuole cattoliche (cioè la maggioranza assoluta delle private o paritarie) a cui il ministero di Tremonti sta pensando di «implementare se necessario» i finanziamenti, come ha annunciato Vegas, o le università pubbliche ridotte sul lastrico dal decreto legge approvato giovedì scorso in Consiglio dei ministri che oggi verrà pubblicato sulla Gazzetta ufficiale e che costringe di fatto gli atenei a trasformarsi in fondazioni private. Messo a punto ieri all'ultimo minuto, giusto in tempo per modificare i meccanismi di composizione delle commissioni per i concorsi universitari che si formeranno a cominciare da oggi, il decreto legge sull'università e la ricerca prevede infatti che gli atenei in rosso - quelli cioè che spendono per il personale il 90% del Fondo di finanziamento ordinario - non solo non possano più assumere ma siano anche «esclusi dalla ripartizione dei fondi». Un modo - dicono i sindacati - per ampliare il fronte delle università in crisi economica e ridurre sul lastrico quelle già sofferenti, così da costringere tutte ad aprire le porte ai privati. Eppure la ministra dell'Istruzione, soddisfatta di aver ottenuto nel Dl lo sblocco del turn over (la spesa per le nuove assunzioni non potrà però superare il 50% di quella relativa al personale andato in pensione) e un po' di soldi per «favorire la mobilità degli studenti garantendo il diritto allo studio» (65 milioni che forse potrebbero essere utilizzati per incrementare le residenze per gli studenti fuori sede), ha convocato per oggi pomeriggio i sindacati di categoria sperando di convincerli a ritirare lo sciopero generale del 14 novembre. Ma al momento Cgil Cisl e Uil sembrano inamovibili su un punto: o si ritirano i tagli, si trovano le risorse per i nuovi contratti, e si stravolge l'impianto generale della legge 133, oppure lo sciopero e la manifestazione sono inevitabili. Stessa richiesta viene dal leader del Pd, Walter Veltroni. «Questo decreto divide le università tra virtuose e non virtuose - aggiunge il segretario generale Cisl università, Antonio Marsiglia - con la scusa di voler premiare il merito, agli atenei non vengono date le medesime chance di partenza». Certamente la meritocrazia è l'altra idea fissa del governo Berlusconi. È nell'asse portante dei quattro articoli componenti il decreto legge per l'università e la ricerca: 135 milioni previsti per le borse di studio agli studenti più meritevoli e il 7% del Ffo (circa 500 milioni) che andranno agli atenei più qualificati secondo la valutazione dei Comitati nazionali (l'agenzia unica, Anvur, varata da Mussi non è mai decollata). I tagli previsti dalla legge 133 però non si toccano - recita il quarto articolo del decreto - e i 141 milioni di euro che servono da qui al 2011 per pagare lo sblocco del turn over saranno trovati riducendo le «dotazioni finanziarie delle missioni di spesa di ciascun Ministero». La copertura finanziaria del cuore del decreto dunque viene descritta così, con una frase del tutto generica. Stanziare più fondi alle scuole private, invece, non è difficile: come suggerisce il sottosegretario Vegas, «il problema può essere risolto per via amministrativa». Ma finanziare i privati vuol dire anche arricchire i più ricchi e impoverire i più poveri. Ed è proprio in questa direzione che va l'idea di aumentare le tasse universitarie per gli studenti fuori corso. Norma che viene suggerita nelle Linee guida abbozzate dal ministero di viale Trastevere e che, ha assicurato ieri la titolare, saranno però introdotte in un «disegno di legge organico di riforma» da discutere in Parlamento. Così, nel Paese dove nel 2006 il 66% dei 271.115 laureati ha terminato fuori corso, dove da almeno dieci anni non esistono più le agevolazioni per gli studenti lavoratori, dove la maggioranza del lavoro giovanile è precario e al nero, e dove il costo della vita per uno studente fuori sede è proibitivo, la ministra Gelmini trova il nemico da combattere in quegli studenti che «hanno scambiato l'università per un parcheggio».

 

La produzione crolla del 2,1% in un mese, ma il governo non si muove - Sara Farolfi

ROMA - Piove sul bagnato, e il governo fa orecchie da mercante. Pessimi segnali arrivano dal fronte dell'economia reale. A settembre la produzione industriale ha registrato una caduta del 2,1% rispetto ad agosto, mentre rispetto a settembre 2007 il crollo è stato pari al 5,7%. Gli effetti della crisi mondiale precipitano su uno scenario già critico del mercato interno. E i dati diffusi ieri dall'istituto nazionale di statistica confermano il fatto che di una crisi di domanda si tratta, con i «beni di consumo» in caduta del 5,7% su base annuale. Non solo. In picchiata sono anche i «beni strumentali», che scendono, rispetto a settembre 2007, dell'8,2%. Per beni strumentali si intendono i beni acquistati dall'imprenditore (macchinari, attrezzature, e computer per esempio) destinati a essere utilizzati per più esercizi. Il crollo marcato segnala dunque un analogo crollo degli investimenti, effetto forse della restrizione del credito dalle banche alle piccole e medie imprese. Gli indicatori Istat segnano profondo rosso per tutti i settori, ad eccezione di «energia elettrica, gas e acqua». Le diminuzioni tendenziali (cioè su base annuale) più marcate riguardano i settori delle pelli e calzature (-19,3% rispetto a settembre 2007 e -12,4% rispetto a agosto), dei prodotti in legno (-13,2% su base annuale, -6,8% su base mensile), dei mezzi di trasporto (-12,8% e -5,7%) e degli apparecchi elettrici e di precisione (-9,7% e -5,8%). Ma un segno negativo accompagna tutti gli altri settori produttivi (dalla chimica alla alla gomma plastica fino all'industria della carta, stampa e editoria). Una cosa è certa: la crisi non sarà breve, le domande di 'ammortizzatori sociali' (cassa integrazione e mobilità, sostanzialmente) sono destinate ad aumentare, mentre per i moltissimi precari impiegati nella produzione ciò che si profila è il licenziamento secco. «Per i segnali che abbiamo noi, la situazione è destinata a peggiorare», commenta Susanna Camusso, segretaria confederale Cgil. Oltre alla questione di redditi e degli ammortizzatori che andrebbero estesi anche ai precari - dice Camusso - «occorre rilanciare gli investimenti, per evitare che la progressiva diminuzione della produzione si traduca nel deterioramento dell'apparato produttivo del paese». Di tutto ciò, il governo per ora non sembra particolarmente preoccupato. «Da qui a natale, tutti i paesi europei prenderanno i loro provvedimenti a sostegno dell'economia», ha detto ieri il ministro del tesoro Giulio Tremonti. Per combattere la crisi Tremonti pensa al rilancio della domanda pubblica e ieri ha annunciato una riunione del Cipe, il comitato per la programmazione economica, «per sbloccare gli investimenti pubblici». Ma il pensiero quotidiano va ai saldi di finanza pubblica e a più riprese, nelle ultime settimane, il ministro ha fatto capire che i cordoni della borsa sono sigillati. L'unica misura concreta - contenuta in un emendamento alla finanziaria, slittato due settimane fa e ripresentato ieri - è l'aumento a 600 milioni di euro (da 450 circa) del fondo per la proroga della cigs e degli ammortizzatori in deroga (a cui si aggiungono 20 milioni per l'indotto di Malpensa): poco più di un pannicello caldo, a fronte dei dati diffusi ieri che lasciano presagire un'ondata di richieste di cassa integrazione. Anche l'emendamento presentato da Pd e Idv e accolto ieri da maggioranza e governo - per la destinazione dell'eventuale extra gettito alla riduzione della pressione fiscale su lavoratori dipendenti e pensionati con reddito medio basso - è stato smorzato immediatamente: «Si tratta di una clausola di stile - ha messo in chiaro il sottosegretario all'economia Vegas - Non stiamo parlando di tesoretto».

 

Nella metalmeccanica è già recessione. L'economia reale in attesa di misure – Francesco Piccioni

«Il settore metalmeccanico accentua le tendenze, sia quando sono positive che quando sono negative». L'analisi congiunturale di Federmeccanica riporta un florilegio di segni meno, persino in quei comparti - come le «macchine e apparecchi meccanici» - che erano stati fin qui immuni da ogni riflusso. E' il segnale della gravità della crisi che si sta scaricando sull'economia reale, pur provenendo da quella «di carta», puramente finanziaria. Lo spostamento è facile da descrivere, basta guardare la percentuale di imprese (14%) che comincia segnalare «problemi di liquidità». In un'economia fatta soprattutto di piccola e media impresa, ogni investimento non viene fatto con «mezzi propri», ma ricorrendo ai prestiti bancari; che si vanno rarefacendo. Il vicepresidente dell'associazione degli imprenditori, il trevigiano Luciano Miotto, vi aggiunge un'ulteriore difficoltà: le trasformazioni del sistema bancario hanno di fatto portato la decisione sulla concessione di un prestito dal direttore di filiale (che conosceva bene l'imprenditore e sapeva valutarne la posizione anche a prescindere dallo stato temporaneo dei conti) a livelli funzionariali che non interagiscono affatto con il territorio di riferimento. Lo scenario non è roseo, e stavolta per davvero. Nel terzo trimestre la flessione del settore è dell'1,7%, ma solo perché riferita a luglio e agosto. In settembre - dato Istat di ieri mattina - ha accelerato fino al -3%. Rispetto allo stesso periodo dello scorso c'è un gelido -6,1, foriero di risultati ancora peggiori nel prossimo periodo. Alla base del crollo c'è sua la forte contrazione della domanda interna, sia - e anche questo per la prima volta - un calo di quella estera, «sia pure più contenuta». L'interscambio totale di prodotti metalmeccanici ha fatto perciò segnare un -3,5 nel terzo trimestre. Ciò nonostante, il saldo tra esportazioni e importazioni è rimasto fortemente positivo: 24,6 miliardi di euro quest'anno (contro i 17,4 del 2007). C'è di buono - paradossalmente per gli imprenditori - che nessuno più sostenga che il «libero mercato» sa trovare da solo il suo «punto di equilibrio». Insomma, l'intervento statale è non solo ben accetto, ma addirittura preteso. Fin qui «il pubblico» - sia negli Usa che nel resto dell'occidente - si è prodigato «con cifre imponenti» nel salvataggio delle banche. Ora, ricorda Miotto, «si scopre che ci si può salvare grazie al manifatturiero», ma si devono mettere in campo politiche mirate, perché «chi produce la ricchezza reale sono gli agricoltori e chi fabbrica qualcosa, non la finanza».

 

Il New Deal viene da Pechino - Joseph Halevi

In un articolo pubblicato sulla rivista statunitense The New Republic nel 1940, Keynes osservò molto amaramente che «è politicamente impossibile in una democrazia capitalistica organizzare la spesa (pubblica ndr) su una scala tale da comprovare la mia tesi, eccetto in una situazione di guerra». Infatti oggi la grande spesa reale proviene dalla Cina nella forma di un programma, deciso ieri dal governo di Pechino, di 586 miliardi di dollari articolato su due anni, pari al 7% del prodotto interno lordo per ciascun anno. Lo scrivemmo un mesetto fa: appena la dirigenza cinese si convince che la crisi capitalistica non è arrestabile rilancerà massicciamente l'economia interna. Così fu poco dopo lo scoppio della crisi asiatica nel 1997, portando deliberatamente in deficit il bilancio pubblico nazionale. Raffrontiamo ora il programma cinese con ciò che sta accadendo in «occidente». Dall'inizio della crisi finanziaria nel 2007 le banche centrali hanno di fatto regalato alle banche oltre mille miliardi di dollari ma solo per tamponarne gli squarci da Titanic. Questi soldi non vanno a finanziare attività effettive. Nella maggioranza dei casi finiscono in conti che le banche private hanno presso le banche centrali oppure in buoni governativi a breve termine. Gli unici stanziamenti reali degli Usa risalgono ai 100 miliardi di dollari varati lo scorso gennaio per rimborsi fiscali una tantum. Poi nulla da nessuna parte fino alle settimane recenti quando Giappone, Corea e Germania hanno annunciato spese complessive per 311 miliardi di dollari. Vergognosamente i governi occidentali sono stati capaci stanziare meno di 415 miliardi, appena il 70% della somma cinese quando le loro economie sono nell'insieme di gran lunga più ampie di quella di Pechino. L'incapacità occidentale di passare da una politica di regali alle banche ad una di stimolo diretto alla domanda ed all'occupazione, deriva non solo da una precisa volontà di classe: il lavoro deve in ogni caso rimanere la variabile di aggiustamento, quindi deve restare flessibile cioè, come disse Greenspan, sottoposto ad una paura crescente. Nasce anche dalla mancanza di strumenti. Il programma cinese si basa su due assi istituzionali: un sistema bancario controllato o comunque guidato dallo Stato ed il comparto dell'industria pubblica, prevalentemente concentrato nei rami della siderurgia, chimica, cemento. La spesa verrà destinata ad obiettivi pianificabili come le infrastrutture, canalizzazioni, l'edilizia e la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto. Le industrie statali verranno dirette a fornire le produzioni necessarie ed il sistema bancario convoglierà i finanziamenti pubblici laddove verranno coinvolte imprese private. Meccanismi di trasmissione di questo genere per tali dimensioni in occidente ne esistevano ma sono ormai molto flebili. Negli Usa permangono nell'ambito del settore militar-industriale. 3000 nuovi aerei da guerra li producono, no problem. New Orleans non la ricostruiscono e non per mancanza di cemento. E questa sarà la montagna che il buon Obama dovrà scalare. In Giappone ed in Corea esistono attraverso il sistema monopolistico integrato che lega i grandi conglomerati e le loro banche al governo. Però tali paesi sono antikeynesiani sul piano interno dato che le capacità produttive sono strutturalmente connesse al sostegno delle esportazioni. Per stimare l'impatto del programma cinese bisognerà studiarne i particolari. Tuttavia le aree di intervento non richiederanno grandi importazioni dato che la Cina ha le capacità produttive necessarie sebbene attingerà alla siderurgia ed ai cementifici nipponici e coreani. Potrà invece subire un rallentamento il calo delle importazioni di materie prime con ripercussioni positive sull'America latina e l'Australia. E' da sottolineare che un piano concepito dalla Cina in funzione del mercato interno e diretto dai settori statali della Rpc sta diventando l'asse di riferimento dei mercati borsistici asiatici ed europei. Il fatto è tanto più rilevante se si considera che Pechino ha apertamente detto che l'aiuto alle società finanziarie multinazionali non costituisce una priorità al cospetto della sua economia.

 

Una misteriosa strage precipita sugli affari indiani di Mosca

Astrit Dakli

La vendita di armi e strumenti bellici è una delle più importanti voci del bilancio russo, e l'India uno dei più importanti clienti, se non il più importante in assoluto. Doppiamente catastrofico è stato quindi l'ancora oscuro incidente che sabato sera nel mar del Giappone ha provocato la morte di 22 uomini a bordo del sommergibile nucleare d'attacco K-152 «Nerpa», nuovo di zecca e destinato ad essere ceduto alla marina indiana. Il K-152 (Nerpa è il nome di una foca d'acqua dolce siberiana; una volta in forza alla marina indiana l'unità sarà ribattezzata Chakra) è stato preso in leasing dall'India insieme ad un altro sommergibile della stessa classe, ed è destinato a costituire il nuovo nerbo della potenza navale di New Delhi, armato di 28 missili a corta gittata (300 km) ma capaci di portare una testata nucleare. Il costo del leasing decennale delle due unità, considerate le più temibili prodotte dalla Russia, si aggira intorno a due miliardi di dollari ed è quindi comprensibile l'ansia con cui non solo in Russia ma anche in India si stia cercando di capire cosa è successo sabato sera. La versione ufficiale, in attesa dei risultati della «meticolosa inchiesta» ordinata personalmente dal presidente Dmitrij Medvedev, è che per qualche motivo è scattato in modo anomalo il sistema antincendio nei compartimenti di prora del sommergibile: il sistema consiste nel rilascio in pressione di un gas pesante, il freon, che spegne le fiamme sottraendo tutto l'ossigeno dall'ambiente. Chiaro che ciò provoca anche il soffocamento di ogni organismo vivente che si trovi nello stesso ambiente, a meno che non sia dotato di un respiratore autonomo: l'inchiesta dovrà accertare non solo perché il sistema antincendio sia entrato in funzione ma anche e soprattutto perché tante persone si trovassero nei compartimenti prodieri, e non fossero dotate di respiratori, che dovrebbero essere disponibili per l'intero equipaggio. Ma qui sta il nocciolo del disastro: oltre agli 81 uomini dell'equipaggio, a bordo del K-152 in quel momento si trovavano ancora ben 127 persone, definite «tecnici di cantiere», perché l'unità stava effettuando le prime prove generali di navigazione dopo il rilascio dai cantieri di Vladivostok: tutti questi tecnici, che dovevano fare la «messa a punto» della complessa macchina, probabilmente non erano dotati dei respiratori e non erano sufficientemente disciplinati per seguire in modo tempestivo le misure di emergenza - o magari neanche le conoscevano. Infatti, dei 22 morti solo tre erano marinai, gli altri tutti «civili». E può anche darsi che a far scattare il sistema antincendio sia stata qualche manovra avventata, ordinata dal costruttore per accelerare i tempi o ottenere prestazioni migliori: la stessa cosa avvenuta l'anno scorso in una miniera siberiana, col risultato di 108 minatori uccisi.

 

La coppia Obama fa il sopralluogo - Marco d'Eramo

NEW YORK - Su invito del presidente George W. Bush, Michelle e Barack Obama hanno compiuto ieri pomeriggio una visita alla Casa bianca, dove Laura e George hanno mostrato loro i quartieri privati in cui si trasferiranno il 20 gennaio prossimo. Dopo il giro d'onore, i due presidenti, quello uscente e quello eletto, si sono riuniti per una discussione a porte chiuse che Obama aveva predetto «sostanziosa». Di per sé, la visita è un atto rituale dovuto. L'anormalità sta nel momento: non era mai successo che il vincitore varcasse la porta del n. 1600 di Pennsylvania Avenue nemmeno sei giorni dopo la chiusura dei seggi. Per esempio, Bill Clinton aveva ricevuto George W.Bush solo il 19 dicembre (ma in quel caso il ritardo era dovuto anche ai riconteggi in Florida). Nel 1980 Jimmy Carter aveva incontrato Ronald Reagan il 20 novembre, più di due settimane dopo il voto. La rapidità del percorso mostra in primo luogo che Bush vuole essere ricordato come il presidente che ha reso facile, morbida e oliata la transizione dei poteri. Non è un caso che proprio ieri siano stati diffusi i risultati di un sondaggio Cnn che ne fanno il presidente uscente più impopolare della storia degli Stati uniti, almeno da quando simili sondaggi sono stati pubblicati: il giovane Bush registra un record di 76% di opinioni sfavorevoli, stracciando il record precedente di Harry Truman nel 1952 (67%). Perfino Richard Nixon era meno impopolare (66%) quando fu costretto a dimettersi. Gli Stati uniti - ha fatto sapere la Casa bianca - stanno combattendo due guerre e sono nel bel mezzo della peggiore crisi economica degli ultimi 30 anni: dunque non c'è tempo per le lungaggini rituali. Di questa urgenza è ben cosciente lo staff di Barack Obama che si sta a poco a poco definendo in pubblico. È infatti eccezionale che un presidente eletto designi così presto il capo dello staff della Casa bianca (Obama ha nominato Rahm Emmanuel, 49 anni, deputato di Chicago, efficace procacciatore di fondi per le campagne elettorali, e politico micidiale). Con la stessa celerità il presidente eletto ha nominato i due direttori della sua squadra di transizione, John Podesta che era stato capo dello staff della casa bianca sotto Clinton, e Valerie Jarrett, avvocata di Chicago, da tempo consigliera e amica di famiglia di Obama, e quasi di sicuro candidata a sostituire il nuovo presidente nel suo seggio al Senato. John Podesta ha annunciato che almeno i ministri più importanti (economia, difesa, sicurezza nazionale, energia e sanità) potrebbero essere nominati già la settimana prossima. E si parla sempre più spesso di almeno tre repubblicani Doc inclusi nella nuova compagine governativa. Ma dietro la cortesia formale, è già scontro violento tra la nuova e la vecchia amministrazione. Scontro frontale sulla politica economica. Lo si vede dal rifiuto opposto di Obama all'invito di Bush a partecipare al summit dei 20 paesi più industrializzati che si terrà sabato prossimo, 15 novembre, a Washington: Obama non vuole avvallare con la sua presenza le politiche bushiane. Intanto è guerra sul controllo dei famosi 700 miliardi di dollari del controverso piano di salvataggio approvato dal Congresso in ottobre. Su chi dà a chi, con quali regole, secondo quali criteri, con quale grado di trasparenza, sono tutti punti su cui è in corso una guerriglia sotterranea di tutti contro tutti: stanno appena venendo alla luce i forti contrasti tra Ben Bernanke, governatore della banca centrale Usa, la Federal reserve, e Henry Paulson, ministro del Tesoro (ed ex presidente della banca Goldman & Sachs). Dalle dichiarazioni di Rahm Emmanuel, è scontro sul piano di stimolo all'economia: Obama vorrebbe vedere incluso tra l'altro un prolungamento del periodo in cui un disoccupato può ricevere un sussidio. Chiede anche che nel piano di salvataggio per l'industria dell'auto sia inclusa una clausola che vincola i prestiti alla maggiore efficienza energetica dei motori. Quel che però la squadra di Obama teme di più sono i colpi di coda dell'amministrazione Bush, la massa di nomine dell'ultimo minuto, di decreti presidenziali (presidential orders), direttive ministeriali che rischiano di legare le mani alla nuova amministrazione per mesi e mesi. In un'intervista alla rete Fox News, John Podesta ha detto: «Vediamo che anche oggi l'amministrazione Bush si sta muovendo con aggressività per fare cose che io penso non sono probabilmente nell'interesse del paese». I decreti presidenziali sono un aspetto spesso sottostimato della politica Usa. Nell'ottobre 2001 Bush emanò un decreto presidenziale rispetto a cui sembravano quasi irrilevanti le restrizioni inflitte dal Patriot Act a libertà e diritti civili. Fu quel decreto a permettere alla Cia di andare a rapire e uccidere chiunque in qualunque paese. Al contrario delle leggi, i decreti presidenziali hanno lo straordinario vantaggio di non dover essere approvati dal Congresso. Il loro svantaggio è che possono essere revocati con la stessa rapidità e lo stesso arbitrio. E infatti Podesta ha già detto che tra le prime decisioni del nuovo presidente, e le prime firme che apporrà, vi sarà la revoca di tutta una serie di Presidential Orders emanati da Bush. Sono decreti e non leggi, parecchi ma nessuno ha fatto numeri. Podesta ha solo citato due esempi. Il primo è il decreto presidenziale che negava finanziamenti federali alla ricerca sulle cellule staminali. Il secondo è la vendita - decisa a ottobre dall'amministrazione Bush - di 144.000 ettari di terre demaniali in Utah per aprirle allo sfruttamento petrolifero, nonostante si trovino accanto a due tra i più bei (ed ecologicamente più fragili) parchi nazionali Usa, il Arches and Canyonlands e il Dinosaur National Monument. Ma non è chiaro se e come Obama riuscirà a bloccare quest'iniziativa, visto che l'asta è prevista per il 19 dicembre, un mese prima del suo insediamento. Un altro decreto che potrebbe essere revocato è quello che nega il finanziamento pubblico Usa a Ong o gruppi che favoriscono la pianificazione familiare (e che l'amministrazione Bush aveva accusato di favorire l'aborto).

 

Repubblica – 11.11.08

 

Meloni: "Quella battuta su Obama Berlusconi poteva risparmiarsela" - EDOARDO BUFFONI

ROMA - Il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, se non fosse ministro, scenderebbe in piazza assieme al movimento studentesco. A patto - spiega - che "si manifesti contro qualcosa: contro la realtà della casta, dei privilegi e delle baronie". Giorgia Meloni risponde in diretta per un'ora alle domande degli spettatori di Repubblica Tv. A scrivere sono molti studenti, e nel videoforum si affronta dunque subito il tema dell'Onda, delle proteste nelle scuole e nelle università. "Io da studentessa impegnata in politica in passato sono scesa in piazza - ricorda Giorgia Meloni - anche contro governi della mia parte, ad esempio contro il ministro dell'Istruzione d'Onofrio. Ma nelle manifestazioni studentesche di questi giorni riscontro delle strane saldature tra baroni e studenti, anche perché la riforma dell'università, va detto, va incontro agli studenti e mette a freno le baronie. Nelle proteste di piazza non sono riuscita a carpire una proposta alternativa a quelle del governo. Si dice solo no e basta". Il governo secondo lei ha sbagliato a non ascoltare i giovani? "No, il governo non ha sbagliato particolarmente. Certo, bisogna confrontarsi con le rappresentanze giovanili, ma ripeto, non sono riuscita a vedere una loro proposta alternativa. Dire no alla Gelmini, e chiedere di ritirare il decreto è solo uno slogan che funziona. E mi è sembrato strano - aggiunge il ministro - che dopo l'approvazione, la scorsa settimana, del decreto sull'università che prevede borse di studio ai meritevoli, fondi per le residenze e uno sblocco parziale del turn over, e che dunque va incontro agli studenti, nessuno ha detto che il provvedimento va in quella direzione". Cosa pensa dell'irruzione dei giovani di estrema destra nella sede Rai di Via Teulada? "Ho seguito la vicenda di Chi l'ha visto, sono contenta che sia stato chiesto scusa, ma mi ha fatto riflettere il fatto che in quella trasmissione siano stati usati video con facce di minorenni. Sia chiaro, non giustifico quella iniziativa, ma mi chiedo se sia normale che un programma televisivo faccia quel genere di servizio. Non credo che sia di sua competenza e non mi è mai capitato di assistere ad una trasmissione che in merito a questi episodi ricercasse i volti delle persone". Giorgia Meloni ha 31 anni ed è il più giovane ministro della storia della Repubblica italiana ed è deputato da quando ne aveva 29. Come descritto dall'inchiesta di oggi su Repubblica, l'età media del potere in Italia è 70 anni. Non sarebbe meglio avere un premier più giovane di Berlusconi, ad esempio Fini? "Fini sarebbe un ottimo leader, ma il Popolo della libertà ha una leadership molto forte che è quella di Silvio Berlusconi e per ora andiamo bene così. Comunque il problema della gerontocrazia è reale, siamo un paese bloccato. Dove i giovani non hanno sbocchi. E la politica non gliene da. Il mio è un caso isolato". Cosa pensa della battuta di Berlusconi su Barack Obama abbronzato? "Sarebbe stato meglio se se la fosse risparmiata. Ma sarebbero tante le cose da risparmiare nella politica italiana e non solo: con la stessa attenzione con cui torniamo su queste vicende, dovremmo occuparci delle cose che tanti quotidiani stranieri dicono di noi. La battuta di Berlusconi può essere stata vista come una gaffe, ma poi è stata esagerata per farne un caso politico. Mi pare che la risposta migliore l'abbia data Obama con una telefonata al presidente Berlusconi ripresa in tutto il mondo. Comunque il caso è stato un po' forzato". Nel Consiglio dei ministri è possibile dissentire dal premier? "Certo. Il nostro cdm non deve essere disegnato come quello di Ceausescu. Siamo un sistema democratico, c'è un Consiglio dei ministri, ci sono le forze politiche e si può dibattere di tutto". Cosa pensa delle classi differenziate proposte dalla Lega? "E' un provvedimento ancora da studiare nel dettaglio. Può essere comunque uno strumento utile per integrare i giovani stranieri, altro che razzismo o apartheid. Chi viene in Italia deve fare una scelta chiara e consapevole sulla patria in cui vuole vivere. Perché la patria è una scelta. Ma poi vi chiedo: è davvero solidarietà far entrare in Italia tutti questi immigrati per poi metterli a lavare i vetri ai semafori?".

 

La Stampa – 11.11.08

 

Caso Eluana, lo stop del Vaticano

ROMA - Sospendere l’idratazione e l’alimentazione in un paziente in stato vegetativo è «una mostruosità disumana e un assassinio»: lo ha ribadito il presidente del consiglio Pontificio per la Salute, cardinale Javier Lozano Barragan, in attesa della sentenza della cassazione sul caso di Eluana Englaro. Intanto, il sostituto procuratore generale della Cassazione, Domenico Iannelli, davanti ai giudici delle sezioni unite civili della Suprema Corte ha sostenuto che va dichiarato inammissibile il ricorso della Procura generale di Milano contro i decreto con cui, nel luglio scorso, la Corte d’appello del capoluogo lombardo diede il via libera all’interruzione dei trattamenti sanitari che tengono in vita Eluana Englaro, la trentasettenne in stato vegetativo permanente dal 1992. Per il pg, infatti, la procura milanese non era «legittimata ad esercitare l’azione civile», poiché non si tratta in questo caso «di tutelare un interesse pubblico, ma si è di fronte ad una situazione soggettiva individuale». Se la Corte dovesse invece ritenere ammissibile il ricorso, secondo il pg di Cassazione, «il primo motivo esposto dalla Procura generale di Milano, inerente la verifica dell’irreversibilità delle condizioni di Eluana, dovrebbe essere accolto, con il conseguente annullamento con rinvio del decreto dei giudici d’appello. »La verifica della condizioni di irreversibilità - ha sottolineato il pg Iannelli - è però a mio parere preclusa, proprio perchè la procura non aveva potere di esercitare in questo caso l’azione civile«. In sostanza, per il Sostituto procuratore generale, la procura milanese non poteve impugnare il decreto dei giudici d’appello: se così non fosse stato, però, secondo Iannelli, il verdetto di secondo grado sarebbe dovuto essere annullato con rinvio, per consentire, una ulteriore verifica sullo stato di salute di Eluana. Infatti, non vi è stata recentemente alcuna analisi delle condizioni di irreversibilità dello stato della donna, in stato vegetativo permanente dal 1992, che secondo il Pg, la Corte d’appello di Milano avrebbe dovuto fare effettuare. Nel caso in cui, le condizioni di Eluana, ad un nuovo esame, non dovessero apparire irreversibili, la donna, a suo parere, dovrebbe continuare a vivere. L’avvocato Franca Alessio, curatrice speciale di Eluana Englaro, ha voluto ricordare davanti ai giudici che, nel luglio scorso, dissero sì all’interruzione delle cure. «La richiesta della procura è impietosa», ha detto Alessio. Anche l’avvocato Vittorio Angiolini, che affianca Beppino Englaro, papà di Eluana, nella battaglia giudiziaria che dura ormai da tanti anni, ha voluto ribadire la correttezza del decreto della Corte d’appello di Milano, fondato proprio sul principio di diritto che la Suprema Corte, nell’ottobre dello scorso anno, enunciò annullando con rinvio la precedente decisione dei giudici del merito, con cui l’autorizzazione allo stop delle cure era stata negata. Il verdetto della Cassazione arriverà in tempi brevi, ma sembra proprio da escludere oggi. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha detto «mi aspetterei il rispetto sempre della dignità della persona».

 

Io, trentenne a caccia di lavoro – Flavia Amabile

Ho voluto provare perché in tanti me l'avevano raccontato, eppure poteva sembrare lo stesso una leggenda metropolitana. Se non ci credete, fatelo anche voi: provate a calarvi nei panni di un laureato trentenne, scegliete come me una laurea di quelle a prova di critiche: ingegneria informatica. Parlo di una laurea completa, non di un corso breve, i tre anni che sono poco più di un diploma. Fingete di aver preso 110 e lode e di aver avuto già alcune esperienze di lavoro, scrivete il tutto in un curriculum, poi andate a cercare tra le offerte di lavoro quelle che fanno al caso vostro. Sono stata una laureata trentenne alla ricerca di un lavoro per tutto il mese di ottobre, e ho voluto rendere anche più completa la mia inchiesta. Ho creato due curriculum quasi identici: cambiavano solo nome, cognome e sesso. Li ho spediti a oltre 80 aziende che il mese scorso cercavano un IT manager, un dirigente che gestisse le reti informatiche o qualcosa di simile. E ho fatto anche qualcos'altro: ho creato due curriculum per diplomati trentenni alla ricerca di un posto come programmatori del web, sistemisti, analisti informatici. Anche in quel caso esperienze di lavoro alle spalle, diploma con il massimo dei voti e curriculum del tutto uguali, eccetto nome, cognome, sesso. Che cosa è accaduto? Che mi sono trovata in una giungla senza regole in cui, nei panni di laureata/o, ho trovato di tutto ma non un lavoro. Perché pur avendo referenze di tutto rispetto, copiate da un rispettato manager che da anni lavora con successo, laureati e laureate trentenni faticano a trovare lavoro come se la laurea, quella all’antica, cinque anni di studio, fosse quasi un ostacolo. E comunque, pur avendo referenze di tutto rispetto e sei-sette anni di esperienza alle spalle, i posti disponibili prevedono uno stipendio di massimo 2 mila euro netti al mese. E come diplomata/o ho capito che qualcosa potevo ottenere ma solo a patto di conoscere l'arte di saltare di liana in liana probabilmente per una vita intera. Chi vuole conoscere il mercato del lavoro italiano deve provare prima o poi ad affrontare questo viaggio in un mondo in cui non esiste alcuna certezza. Lo stesso curriculum può essere selezionato oppure no, senza alcun tipo di criterio logico. Probabilmente a valere sono scelte puramente casuali e le pari opportunità del tutto sconosciute. In questo mondo selvaggio per la stessa figura professionale si può chiedere un diploma, una laurea breve o una specialistica senza che nessuno possa dire alcunché. E' del tutto normale, ad esempio, che a chi cerca un lavoro come manager informatico la Mediolanum invii un'offerta nel settore bancario come Family Banker. E' normale anche blindare i posti offerti, limitandoli alle persone residenti nella provincia dove ha sede l'azienda. E meno male che la Lega non è riuscita ancora a farne una regola. Dei quattro trentenni che ho creato, a passarsela peggio di tutti sono i laureati: uomini e donne non ha molta importanza. La mia laureata si chiamava Emma Bongini, aveva 35 anni, una laurea in ingegneria informatico con il massimo dei voti, una buona esperienza di lavoro alle spalle, un posto da IT manager da trovare. Ha inviato oltre 80 curriculum in un mese: in isposta ha ricevuto una telefonata per un appuntamento di lavoro per una posizione superspecializzata dove avrebbe strappato un contratto solo se avesse saputo tutto sugli ascensori e se avesse avuto anche le certificazioni necessarie a garantire le sue conoscenze. E ha ricevuto anche una email per dirle che l'avevano scartata. Il laureato si chiama Paolo Mosciarelli, ha 35 anni ed è il clone di Emma. Stessa laurea, stessi voti, stessa esperienza alle spalle e i curriculum a cui appendere una speranza per il futuro. Non lo ha contattato nessuno ma nessuno lo ha nemmeno scartato. Fra i diplomati fin dall'inizio si respira un'aria diversa. La donna si chiama Giulia Michetti, ha 35 anni, un diploma di maturità, molti corsi di specializzazione e un’ampia esperienza di lavoro. Ha inviato oltre 100 curriculum e ricevuto 9 telefonate per fissare un appuntamento e andare a fare un colloquio. Tutti le hanno offerto un contratto a tempo determinato o a progetto. L’unico appuntamento per un contratto a tempo indeterminato l’ha avuto solo dopo che un uomo si è ritirato dalla selezione, non andando all’appuntamento. Infine c'è Andrea Testelli, 35 anni, un diploma di maturità e un percorso professionale del tutto identico a quello di Giulia. Anche lui è alla ricerca di un lavoro come programmatore o analista. Ha inviato 84 curriculum del tutto identici a quelli di Giulia, li ha spediti a pochi minuti di distanza da lei ma ha ricevuto 2 telefonate per fissare un appuntamento. Poche, senza dubbio, però un’offerta era di quelle che non si possono rifiutare: lo volevano per un contratto a tempo indeterminato. E quindi tutti quelli che hanno chiamato hanno chiesto di Giulia, la diplomata, e non di Andrea, il suo clone al maschile, per i loro contratti a progetto o a tempo determinato, tutti accompagnati da frasi del tipo: 'iniziamo con un contratto di questo tipo, poi vedremo...' , tutti soprattutto da iniziare subito perché l’azienda aveva appena avuto una commessa impegnativa e doveva trovare chi la realizzava. E quindi se le donne diplomate e specializzate si adattano a fare una vita alla Tarzan, liana dopo liana, saltando da un contratto a tempo determinato all’altro, da un contratto a progetto all’altro possono riuscire a assicurarsi un po’ di soldi alla fine del mese. Per l’uomo diplomato e specializzato, le possibilità di trovare un lavoro precario sono meno alte ma, con un po’ di pazienza e tenacia, a lui l’offerta di un contratto a tempo indeterminato prima o poi arriva. Loro, le aziende coinvolte loro malgrado nella ricerca, cadono dalle nuvole, smentiscono. Laura Nocera, responsabile delle selezione e della gestione delle risorse umane della Esedra: 'Siamo in tante persone a controllare le richieste. Può capitare che qualcuna sfugga!. Nulla di tutto questo è una sorpresa. Il terzo Rapporto sul lavoro atipico in Italia lo diceva con chiarezza qualche mese fa: 'Il rischio di essere impiegati in forma precaria diminuisce con l’età ma è sempre maggiore per le donne (sostanzialmente il doppio nelle classi 35-44 e 45-54 anni La probabilità di essere “precario” in età adulta è maggiore per chi lavora nel Mezzogiorno: il 23% delle lavoratrici meridionali nelle fasce di età centrali (35-54 anni) vive il disagio dell’instabilità occupazionale - contro il 14.6% delle donne che vivono nel Centro e il 9,5% di quelle del nord – instabilità nella quale, in ragione dell’età relativamente avanzata, rischiano di restare intrappolate'. E poi: 'Se in media l’orizzonte temporale per chi è occupato con un contratto temporaneo non supera l’anno nel 70% dei casi, tra le donne è oltre il 76% e per più di un terzo i sei mesi'.

 

Il mistero della bomba scomparsa

LONDRA - Gli Stati Uniti nel 1968 hanno perso una bomba atomica sotto il ghiaccio del nord della Groenlandia, a seguito di un incidente a un bombardiere B-52. Lo ha rivelato la Bbc, sulla base di documenti declassificati grazie alla legge americana sulla libertà di informazione, il Freedom of Information Act. Il 21 gennaio del 1968, un B-52 si schiantò sul ghiaccio a pochi chilometri dalla base militare di Thule, sulla costa nord-occidentale della Groenlandia (territorio danese), la base più settentrionale delle forze armate americane, centro nevralgico del sistema di radar che proteggevano il paese durante la guerra fredda. A bordo del bombardiere c’erano quattro bombe atomiche. Tre vennero recuperate, una non venne mai trovata, nonostante le ricerche anche sottomarine. L’incidente fu tenuto segreto per 40 anni. Secondo la Bbc, gli americani ritengono che la radioattività si sia dissolta nella massa d’acqua e che non ci sia più pericolo.

 

Corsera – 11.11.08

 

Obama è Renegade: ecco i nomi in codice – Elmar Burchia

WASHINGTON - Barack Obama è «Renegade» (il rinnegato) così lo aveva già ribattezzato il secret service americano per identificarlo rapidamente, da quando nel maggio 2007 il senatore era stato messo sotto la protezione degli agenti federali. La stampa Usa ha svelato ora i nomi in codice, o «nicknames», ovvero i soprannomi che la scorta ha assegnato agli altri membri della famiglia del 44esimo presidente. «Renegade», che per certi versi potrebbe anche essere l'omonimo telefilm con Lorenzo Lamas, non è però un nomignolo scelto a caso: nel codice militare della Nato è il termine con cui si indicano gli aerei sospettati di essere stati dirottati da terroristi. Gli 007 incaricati di vegliare sulla sicurezza dei membri della nuova amministrazione si sono sbizzarriti anche stavolta nello scegliere i nomi in codice: la moglie Michelle è «Renaissance» (Rinascimento); le due figlie Malia e Sasha saranno d'ora in poi identificate rispettivamente coi nomi di «Radiance» (radiosità) e «Rosebud» (che può essere il bocciolo o anche la famosa scritta che compariva sullo slittino in una scena del film «Quarto potere»). Tutti cominciano con la R, e questo non guasta in ambiente militare e/o dei servizi segreti, visto che questi nomignoli devono essere abbastanza chiari per essere facilmente riconoscibili. Il vicepresidente eletto Joe Biden è «Celtic» (celtico) mentre la moglie Jill «Capri» - in questo caso tutti con la C. I vari presidenti (con relative consorti e famiglie) si sono visti affibbiare negli anni i nomi più strani, spesso divertenti: George W. Bush si è guadagnato il nome di «Tumbler», cioè il bicchierone piatto da acqua o da cocktail; la first lady Laura quello di «Tempo». «Evergreen» (sempreverde) è stato invece il nomignolo assegnato dalla scorta dell'intelligence per Hillary Clinton mentre «Eagle» (aquila) era quello del marito Bill. «Energy» veniva chiamata la figlia Chelsea mentre per il vicepresidente Al Gore era stato scelto il nome di «Saw Horse» (il cavalletto per segare la legna). George Bush senior era chiamato «Timberwolf» (lupo dei boschi), la consorte Barbara «Tranquility». E ancora: Ronald Reagan e la moglie Nancy erano rispettivamente «Rawhide», (dalla omonima serie tv western) e «Rainbow» (arcobaleno). Tra i nomi decisamente più bizzarri c'è «Dancer», data a Rosalynn Carter, moglie del presidente Jimmy Carter; «Searchlight» (proiettore) per Richard Nixon; «Lancer» (lanciere) per John F. Kennedy e «General», naturalmente per Harry Truman.

 

«Meglio se fallite». La rivolta dei passeggeri – Francesco Di Frischia

ROMA - «Vergognatevi». «È meglio se fallite». «Siete privilegiati e vi lamentate pure... ». Sono durissimi i commenti di migliaia di passeggeri, rimasti ieri a terra negli aeroporti di Fiumicino, Linate e Malpensa, tra bagagli smarriti e poche informazioni: al termine della giornata saranno un centinaio i voli annullati solo nella capitale, oltre ai cento partiti con ritardi fino alle 6 ore. Analoga scena a Milano: una cinquantina le cancellazioni. Allo sciopero bianco dei piloti, che hanno imposto il blocco a tutti gli aerei non in linea al cento per cento con le regole Enac, si è sommata la rivolta selvaggia degli assistenti di volo. Nel principale scalo romano, verso le sei del pomeriggio, intervengono addirittura i poliziotti: formano una specie di cordone per difendere il personale di terra e calmare un gruppo di viaggiatori furibondi quando alcune hostess si allontanano da un check-in assediato. C’è chi le rincorre. «Ma che, scioperate pure?», urla un imprenditore veneto. Equivoco subito chiarito: è solo il cambio turno. Tullia, 50 anni, titolare di un albergo a Perugia, è diretta a Londra per la Fiera mondiale del turismo: «Che schifo, hanno lasciato un Paese a piedi. Sono 20 anni che guadagnano tanto, troppo. Basta privilegi». Anna Lauro, assessore al turismo del comune di Amalfi, diretta anche lei alla fiera londinese, aggiunge: «Non so se partirò. Credo che la protesta sia una cosa seria e lo sciopero improvviso un’altra. Perché nessuno ci ha informati? Che succederebbe se i medici d’improvviso chiudessero una sala operatoria?». A pochi metri da lei c’è Michael Carter, 32 anni, americano, insegnante in vacanza in Europa. È incredulo: «Mai vista una cosa del genere: solo in Italia...». Ai terminal nazionale e internazionale di Fiumicino, davanti ai banchi delle informazioni, si formano lunghe code con punte di mille viaggiatori in attesa di aggiornamenti. C’è persino chi, riuscito a salire a bordo, è stato invitato a sbarcare: è successo in mattinata sull’Az 60 per Madrid. Lo racconta ancora sconcertata Ileana Petri: «A un tratto una hostess ci ha informato che dovevamo scendere. Ci ha detto: tutto nasce dalla guerra tra piloti e Cai...». «Sinora sono stato solidale con loro, hanno molte buone ragioni per arrabbiarsi - commenta Mario Gerbin, imprenditore diretto ad Accra e rimasto pure lui a terra - ma l’agitazione senza preavviso danneggia tante persone che lavorano. Il diritto di sciopero è sacrosanto, ma la legge deve essere rispettata». Caos anche ai nastri del trasporto bagagli, con le valigie accumulate in sala riconsegna dopo essere state imbarcate e poi sbarcate per via della cancellazione dei voli: molti passeggeri hanno dovuto attendere ore prima di poterle ritirare. Luigi Tomiazzo, imprenditore veneto sulla rotta di Djerba, taglia corto: «Ho il volo cancellato, non so quando partirò. Avevo appena ripreso a viaggiare Alitalia, per darle fiducia. Dopo quanto accaduto oggi, basta: addio, compagnia di bandiera». Tino Peggion, suo collega, pure lui diretto in Tunisia, è ancora più duro: «Meglio che fallisca, se non è competitiva la sua sopravvivenza, è solo un danno e un peso per le tasche degli italiani ». Rabbia e rassegnazione, la stessa, facce cupe, le stesse, anche tra i tanti passeggeri ostaggi di Linate. Come a Roma, già dalla mattinata, ritardi e cancellazioni nei voli Alitalia. «Lo sciocco sono io che ancora una volta mi sono fidato a prenotare con loro - protesta un avvocato che doveva rientrare a Roma - ma è l’ultima volta! ». «Almeno ci dessero informazioni precise - sbotta un collega napoletano - sapremmo cosa fare». Molti riescono a partire con altre compagnie. Altri rinunciano al viaggio e si mettono in fila per il rimborso. Qualcuno si prepara a passare la notte su una sedia. È l’epilogo di una giornata storta.

 

E Berlusconi chiamò Colaninno - Francesco Verderami

L’allarme era scattato domenica. Berlusconi si era affrettato a chiamare i soci Cai per evitare che nella cordata si aprissero nuove crepe, tali da compromettere l’«operazione Az». E ancora ieri mattina il premier ha voluto sincerarsi che tutto filasse per il verso giusto. Perciò Berlusconi ha sentito Colaninno ed altri imprenditori della società: «A tutti - racconta il Cavaliere - ho detto che il governo è al loro fianco, che li ringraziamo per quanto stanno facendo e che continueremo a seguirli, ad essere loro vicini». Le tensioni sindacali - culminate ieri con la paralisi dei cieli - avevano provocato nuove tensioni nella cordata, e il presidente del Consiglio lo riconosce quando spiega che «in momenti come questi sale la voglia di dire "ma chi me lo fa fare". Invece no, bisogna andare avanti. E così sarà». Sull’«italianità della compagnia di bandiera» Berlusconi ci ha messo la faccia e non vuole sorprese. Il passaggio di questi giorni è stato certamente meno drammatico rispetto a quanto accadde il 31 ottobre, quando al momento della firma del contratto Cai fu sul punto di passar la mano, spiazzando il premier. Da allora il Cavaliere monitora quotidianamente la situazione, grazie a Gianni Letta. Il sottosegretario alla presidenza per una volta si è trasformato in falco, e per proteggere l’«operazione Az» ha avallato la linea dura del ministro Matteoli, con la precettazione dei lavoratori che ieri hanno aderito allo sciopero. Si è trattato di un segnale politico rivolto agli acquirenti di Alitalia ma anche ai sindacati confederali che avevano sottoscritto l’intesa, e che al riguardo avevano chiesto «garanzie» al governo e alla cordata. Palazzo Chigi le ha mantenute, e anche Cai - tramite l’ad Sabelli - ha assicurato che non convocherà più tavoli di trattativa per le sigle rimaste fuori dall’accordo. Come non bastasse, l’esecutivo è pronto a nuove mosse se fosse necessario. Non è un caso che il titolare delle Infrastrutture abbia chiamato ieri Maroni, «perché - avvisa Matteoli - in caso di scioperi selvaggi dovrà essere il Viminale a intervenire. Non è pensabile che venga bloccato il Paese. Non lo tollereremo e non lo permetteremo». È il blackout del sistema a preoccupare il presidente del Consiglio, perché non c’è dubbio che l’opinione pubblica scarica per ora sui lavoratori di Az le responsabilità della paralisi nei cieli, ma se la situazione si protraesse a lungo sarebbe il governo a pagarne le conseguenze. La precettazione serve per prepararsi a ogni eventualità. Tuttavia, siccome - per usare un’espressione di Confalonieri - «Berlusconi non è la Thatcher», il Cavaliere confida che non si arrivi a un drammatico braccio di ferro, e dell’ex premier inglese preferisce citare un motto: «Chi governa non può abbattersi di morale». Berlusconi non vuol fare la parte della Thatcher, d’altronde non è questo lo scenario che si ipotizza a Palazzo Chigi. Il prossimo via libera di Bruxelles alla vendita di Alitalia farà partire infatti il timing che porterà Az in mano alla Cai entro il primo dicembre. Ma Sabelli è al lavoro con gli avvocati perché già la prossima settimana si decidano i criteri di selezione e si passi all’assunzione del personale. Tutto dovrebbe quindi avvenire prima dello sciopero proclamato per il 25 novembre. I lavoratori a quel punto saranno posti dinnanzi all’aut aut: accettare le nuove condizioni o perdere la cassa integrazione. «A quel punto - come sottolinea Matteoli - chi non sarà più dipendente non avrà più titolo a entrare nelle zone aeroportuali». Più chiaro di così... Il governo mette ancora in conto un periodo di disagi, il ministro delle Infrastrutture ammette che «l’operazione non sarà indolore». Nel frattempo Berlusconi continuerà a «star vicino» e a «ringraziare» gli imprenditori della cordata. Perché, fin dall’inizio, il premier sa qual è l’anello debole, la vera incognita dell’«operazione Az»: Cai.


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