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I DUE PORTABORSE

Liberazione – 13.11.08

 

Finalmente Cgil! - Stefano Bocconetti

E' già autunno. Improvvisamente, senza che molti se ne accorgessero. Ma è arrivato. L'hanno portato centinaia di migliaia di studenti, di professori, di genitori, naturalmente. Ma poi, come accade davvero con le stagioni, c'è un giorno, una data che segna il solstizio. E diventa autunno. Lo diventa davvero. E' esattamente quello che è avvenuto nelle ultime 24, forse 36 ore. Vale la pena, allora, ripercorrere in pillole le ultime vicende. Quelle che hanno portato la Cgil a decidere lo sciopero generale, il 12 dicembre. Dunque, l'altra sera, a Palazzo Grazioli, Berlusconi, i suoi ministri e la presidente degli industriali hanno convocato una parte - e solo una parte - del sindacato: la Cisl e la Uil. Un incontro informale si è affrettato a spiegare lo staff del premier, un pour parler senza impegni. Poche ore dopo, però, ciò che restava dell'unità sindacale è andata in frantumi. E' accaduto che le tre organizzazioni confederali siano andate ad un incontro con la Gelmini. Alla contestatissima titolare del dicastero dell'Istruzione hanno spiegato quali sono le loro controproposte: per evitare il massacro degli atenei, per evitare che la ricerca resti senza una lira. Per evitare che i precari - dopo contratti quasi decennali - restino a spasso di punto in bianco. La Gelmini, diligentemente, ha preso nota di tutti i discorsi. E ha aggiunto: «Ne parlerò con Tremonti», vedrò se e cosa si può fare. Tutto qui. Ma tanto è bastato perché la Cisl decidesse di sospendere lo sciopero unitario dell'università, in programma per domani. Quando a Roma sono attese, per la seconda volta nel giro di pochi giorni, centinaia di migliaia di persone. Poi, l'ultimo atto del «solstizio»: la riunione in Corso d'Italia, dove ha la sua sede la Cgil. Lì, nonostante le pressioni - esercitate da dentro e fuori dal sindacato - la più forte confederazione ha deciso di scegliere: e ha indetto lo sciopero generale per il 12 dicembre. Unendo ai metalmeccanici - che quel giorno avevano già deciso di fermarsi - tutte le altre categorie. Lo sciopero sarà di quattro ore ma le modalità esatte saranno decise nei prossimi giorni. Intanto però è sciopero, sciopero generale. Eccolo, allora, quest'autunno. Per molti versi uguale ad altri, ma per tante cose inedito. Non fosse altro perché è il primo che arriva senza che ci sia più una sinistra nelle istituzioni. Capace, quando è stata capace, di fare da sponda a quei movimenti. Ora è tutto diverso. Ora accade qualcos'altro. Oggi c'è un governo di destra. Che davanti al crollo dell'economia di carta che ha trascinato nel baratro anche l'economia reale, ha scelto di salvare le banche. Prova a rimettere in moto lo stesso meccanismo che ha portato al tracollo di Wall Street. E c'è una Confindustria che ha deciso di tagliare definitivamente i ponti con la stagione dei sorrisi, con la versione «riformista» che sembrò accompagnare le primissime fasi del governo Prodi. Ora c'è la Marcegaglia. Ha detto e chiesto che il «suo» governo le tolga di mezzo il sindacato, la contrattazione. La Confindustria ha chiesto e subito hanno varato la riforma del sistema contrattuale nel pubblico impiego. La Confindustria ha chiesto e subito il governo ha prodotto un testo lunghissimo, pieno di frasi roboanti. Dove però si capisce benissimo che alla fine i dipendenti degli uffici pubblici nei prossimi anni vedranno aumentare le proprie retribuzioni di una mancia. Di una miseria. E subito la Cisl e la Uil si sono affrettate a firmare quell'intesa. Così hanno deciso l'«affondo» anche sulla seconda fase dell'operazione: la riforma della contrattazione per le aziende private. La Cisl e la Uil - insomma quelli che sono andati a cena a Palazzo Grazioli con Berlusconi, Sacconi e la Marcegaglia - hanno già detto sì, preventivamente. A loro va bene, comunque. Va bene che il contratto nazionale sia azzerato, va bene che le trattative fra sindacato e impresa siano spostate in azienda. Poco importa se quel tipo di vertenze riguardino appena il diciannove per cento delle imprese. Quattro su cinque non ha una contrattazione aziendale, ma fa nulla. Perché - dicono - c'è comunque un sistema di recupero per quei lavoratori che non usufruiscono delle vertenze di fabbrica. Una miseria, ancora più scandalosa di quella prevista per il pubblico impiego. La chiamano riforma della contrattazione ma è una riforma, per legge, del sindacato. Che «conquisterà» posti negli enti bilaterali ma non avrà più voce in capitolo per discutere ciò che riguarda la vita dei lavoratori. La Cgil s'è rifiutata di firmare. Ha capito che non era solo un brutto accordo, un orribile accordo - perché la Cgil ha firmato anche orribili accordi - ma quel pezzo di carta avrebbe mutato la sua natura. E non c'è stata. A questo punto però si apre un problema. Che non riguarda più solo le organizzazioni sindacali. Perché già altre volte è accaduto che una parte delle confederazioni subisse il richiamo della Confindustria e del governo. Salvo poi fare precipitose marce indietro sull'onda della pressione dei propri militanti. Stavolta c'è di più. E riguarda la politica, riguarda il piddì. E' facile sostenere che oggi Veltroni - ma anche Bersani, D'Alema, Fassino, Rutelli, tutti - siano più in difficoltà degli altri. Di chiunque altro. Per farla grossolana, tutti e tre i sindacati - chi più esplicitamente, chi usando altre formule, chi in modo più sfumato - hanno salutato con gioia la nascita della nuova formazione riformista e moderata. Poi è accaduto che la Confindustria abbia imposto a due sindacati su tre di allinearsi. Uno, il più grande, il più radicato, non se l'è sentita di mutare pelle. E ora? Che farà il piddì? Perché l'inizio dell'autunno - sociale, economico e politico - ha fatto saltare uno dei capisaldi dell'ideologia piddina: non c'è più, insomma, la possibilità di ripetere le formule della campagna elettorale. Il lavoro «ma anche» l'impresa non funziona più. L'interesse del lavoro non può più andare a braccetto con l'interesse delle imprese. Di queste imprese. E' finita la stagione delle illusioni veltroniane. Il piddì deve scegliere. O col lavoro e la Cgil o di là, col governo e la Confindustria. O con le banche o col lavoro. O con la Marcegaglia e Sacconi o con quest'autunno.

 

L'Onda torna in piazza ma la Cisl si defila in onore del dialogo

Castalda Musacchio

La Cisl si sfila. Non parteciperà allo sciopero di domani proclamato a gran voce dal mondo dell'università. Non basterà questa consumata rottura a livello confederale a destabilizzare una protesta che si moltiplica in tutte le sue forme e che continua a reclamare il proprio diritto ad esistere contro i tagli annunciati, contro lo scempio che il ministro Gelmini vorrebbe della Pubblica istruzione; ma, certo, la rottura a livello sindacale si è definitivamente palesata. E in tutta la sua evidenza. Dopo l'incontro a palazzo Grazioli fra Berlusconi, alcuni ministri, la presidente di Confindustria Marcegaglia e i segretari di Cisl e Uil Bonanni e Angeletti, la Cisl si è defilata dallo sciopero dell'università. La Uil ha deciso di prendere tempo, mentre la Cgil, oltre a confermare tutte le mobilitazioni del 14 e del 15, ha annunciato per il 12 dicembre lo sciopero generale contro la politica economica e sociale del governo. Data che coincide anche con la protesta già annunciata della Fiom. Le motivazioni addotte dalla Cisl le ha spiegate ai cronisti Antonio Marsilia, segretario generale della Cisl-università: «C'è stato un passo avanti che potrebbe aprire una nuova fase nel confronto con il governo e il ministro Gelmini con il documento sottoscritto si è impegnato a modificare alcuni passaggi importanti della manovra governativa sull'università e a dare risposte concrete alle richieste contenute nella piattaforma. Vogliamo proseguire il confronto per arrivare a una riforma condivisa». In pratica è stata sostanzialmente accolta la richiesta del ministro che aveva proposto un rinvio per lo sciopero di domani «programmato prima che il governo approvasse le linee guida e il decreto e di continuare un proficuo lavoro di approfondimento dei problemi». Secca la replica del segretario generale Cgil Guglielmo Epifani: «Quello che è accaduto martedì sera, se confermato, è gravissimo, una cosa senza precedenti. Il presidente Berlusconi dimostra così di non avere alcun rispetto nei confronti dei suoi interlocutori, quando esprimono opinioni diverse dalle sue. Sul tema della crisi il governo non prevede momenti formali di confronto con tutte le parti sociali, mentre quelli "riservati" li tiene solo con alcuni soggetti, escludendo la Cgil, l'Ugl e tutte le altre rappresentanze di impresa». Proprio nell'incontro di martedì era stato firmato un documento, ad esclusione della Cgil, per l'individuazione tra le altre cose delle risorse contrattuali per il biennio economico 2008-2009 e anche per la stabilizzazione dei precari, per l'utilizzo del turn over e l'ampliamento delle dotazioni organiche (ricerca). Al termine di quell'incontro era stato lo stesso Marsilia (Cisl) a dichiarare: ««Il ministro ci ha assicurato che gli impegni assunti saranno ratificati dal governo. Mi sembra un buon punto di partenza per dare vita a una condivisa e moderna politica riformatrice delle istituzioni per il progresso civile ed economico del Paese». Decisioni su cui punta il dito Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil: «Abbiamo scritto insieme la piattaforma della protesta e siamo stati insieme all'incontro con il ministro Gelmini che è stato del tutto interlocutorio e che riguardava solo una parte di quella piattaforma. Pur apprezzando alcune dichiarazioni di buona volontà del ministro ad affrontare alcune criticità relative al problema del precariato e dei contratti complessivamente vengono riconfermati i tagli previsti dalla legge 133 e l'impianto del decreto Brunetta». In sostanza è in corso, e proprio da parte dell'Esecutivo, una strategia precisa: quella di dividere il mondo sindacale, strategia su cui la Cisl con la sua decisione - avvertono dalla Cgil - rischia di andarsi ad impantanare. Eppure, nonostante i ripensamenti, e tanti, che riguardano le organizzazioni sindacali confederali, l'Onda non si ferma. E in tutta Italia sono in corso i preparativi per una manifestazione attesa dal mondo dell'università e per ribadire senza mezzi termini un "no secco" all'idea di riforma dell'Istruzione che Gelmini ha in mente. «L'Onda - dicono gli studenti - continuerà a montare». Nonostante la decisione del governo di provvedere ad emanare quel decreto già diventato legge e già pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Domani a Roma sono attesi due cortei. Il primo partirà da piazza della Repubblica, il secondo da piazza Bocca della Verità e terminerà a piazza Navona. Intanto - avverte il movimento - proseguono le mobilitazioni nelle scuole in tutto il Paese: assemblee pubbliche e lezioni in piazza si intensificano in vista del 17 novembre, giornata di mobilitazione internazionale degli studenti.

 

Che fine ha fatto l'edilizia pubblica? - Claudio Jampaglia

Milano - Al Westin Palace si sono ritrovati tutti i big e gli operatori del settore immobiliare. Quale futuro per il settore? Come scansare la crisi? Fuori piove. E signore e signori ben vestiti, gli ombrelli in una mano i volantini nell'altra, protestano. Sono impiegate, venditori, direttori di agenzia della Gabetti. Middle class. In mezzo alla strada. Arrabbiati. «La farsa Gabetti: licenzia 500 lavoratori, chiude 102 agenzie, ne riapre 200 in franchising». Dopo 61 anni dalla geniale idea del Cavalier Giovanni Gabetti, si cambia e si elimina il 45% della forza lavoro: 102 responsabili di agenzie, venditori, segretarie e 39 impiegate della sede centrale, comprese le tre centraliniste e receptionist. Anche loro "esuberi" nonostante sia difficile dimostrare che non serva più la funzione che infatti sarà "esternalizzata". Bugie di un licenziamento collettivo. Come cacciare quelli che costano meno, più gli assunti obbligatori (ma si può?) in un'azienda con un dirigente ogni 10 dipendenti. Poi ci sono i 200 collaboratori a progetto (partite Iva e cedolini) con contratti da 3-4 anni. Gabetti chiude? No passa al franchising. Una scelta strategica che non tocca il marchio del lusso immobiliare Sant'Andrea (i "signori" non vanno al franchising...). E poi c'è la crisi. E Gabetti è nel mezzo. Con 230 milioni di debiti (più di 200 solo nel 2007 col titolo azionario che è arrivato a perdere più della metà del valore). E con questa sforbiciata potrebbe risparmiare circa 30 milioni l'anno. Meno di un decimo dell'esposizione. E incassare qualcosa passando da 102 agenzie proprie sparse tra Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Cagliari a 215 agenzie in affitto del marchio. Che rischiano di loro. E i primi a cui hanno offerto questa "opportunità" sono ovviamente i dipendenti licenziati. Costo dai 60 ai 160mila euro più Iva, a seconda del negozio. La vetrina è in allestimento. Gli annunci di case non ci sono più. Carla è una venditrice. Ed è furiosa. Dopo 14 anni non si aspettava di essere costretta a mettersi la dignità sotto i piedi. Vittoria da 15 anni lavora in agenzia e ti dice che lei un lavoro a mesi non ce la farebbe proprio a sopportalo. Hanno cinquant'anni. Figli grandi («il mio mutuo sono gli studi delle mie due figlie», dice Carla). Vite che sembravano ben incanalate. Come quelle di Patrizia e Maria Grazia, ufficio contratti l'una, contabile l'altra. A questa azienda hanno dato 36 anni della loro vita. Ma a 53 anni sono "troppo giovani" per andare in pensione. E adesso chi ce le porta? E poi ci sono Antonella e un'altra Patrizia, impiegate da meno tempo. Con figli piccoli. Entrambe un mutuo. Un'azienda è sempre piena di queste storie. Come la collega che si è caricata 20 anni di rate il giorno prima di ricevere la bella notizia del licenziamento. O l'altra (21 anni in azienda) che si è sposata con un collega una vita fa. A casa tutti e due. Ma cosa volete farci, è la crisi, la vita. «E con queste leggi, abbiamo scoperto che di protezione per i lavoratori non ce n'è proprio». I sindacati baccagliano. Ma nei servizi non c'è cassaintegrazione, né mobilità. Solo un bel calcio nel sedere. A queste signore. Vestite bene. Simpatiche... A metà dicembre potrebbe arrivare la lettera del benservito. A quel punto rimarranno solo le cause individuali. Ma stanno imparando a lottare. Scioperano. Provano a unirsi. Non gli chiediamo cosa hanno votato ieri. Basta ascoltare la forza con cui difendono il sindacato oggi. «E ci credo con tutto quello che scrivono i "loro" giornali, ma poi chi ti difende quando stai messo come noi?». Al primo incontro l'azienda si è presentata con uno sconto del 5% sul prezzo del marchio in franchising. Al secondo era salito al 10%, più un altro 10% per ogni "esubero" che si prendevano. Questo per le agenzie. Le altre impiegate sperano piuttosto nella deroga alla cassaintegrazione. Ma con la valanga di richieste che ci sono, chi lo sa... Eppure con 124 anni di lavoro in Gabetti, perché non vi mettete in proprio? «E il capitale di partenza?», dice Vittoria. «Sai cosa vuol dire iniziare con le "fee" d'ingresso d'agenzia, più le royalties mensili, l'affitto dei locali... sono occhio croce 250mila euro d'investimento nel momento peggiore del mercato», spiega Carla. Già, il mercato. Le cifre parlano di una flessione del 6%. In periferia è tutto fermo e si riduce il prezzo. Nei centri città in media 6 mesi per vendere un appartamento con lo sconto (perché i prezzi del mattone italiano si assestano, ma non scendono mai). Però negli anni scorsi c'è stata la manna del rientro dei capitali, dell'investimento seconda casa, del boom mutui, della bolla delle compravendite per irrobustire il valore del metro quadro... «Tre, quattro anni fa, magari ci avremmo provato». «E comunque vista la rigidità che abbiamo subìto come agenzie dalla sede centrale mi chiedo onestamente perché con Gabetti». Per il marchio. «Ma il marchio siamo noi, l'avviamento siamo noi». L'azienda però dice che c'è la coda ad aderire alla proposta... «Ci sono tante richieste d'informazione». «Poi vogliamo vedere chi compra». «Con la concorrenza che c'è e loro che aumentano i negozi». «Riducendo le zone e in concorrenza con gli altri marchi dei nuovi soci». «Lasciamo "l'opportunità" ai ragazzotti coi cravattoni sgargianti». Avete presente quei giovani che provano a carpire informazioni sui vostri vicini, si fingono compratori della vostra casa, strappano gli annunci altrui dalle porte... E' l'agente immobiliare fai da te e selvaggio. A Milano ce ne sono tanti. Ancora per quanto? «Ho ritrovato dei documenti del Cavaliere sulla crisi degli anni '70 - racconta Patrizia - Sai cosa fece? Ridusse in periferia. Mantenne le grandi città. Visibilità e marchio...». Qui, invece, lo stanno dando alla rete franchising. La collezione marchi. Del "Cavaliere" che nel 1947 a Torino si inventò un mercato, queste donne parlano ancora con grande rispetto e qualche sospiro. Ma ormai la famiglia Gabetti ha solo il 16% del gruppo. Il socio di maggioranza si chiama Acosta (famiglia Giordano ) e l'immancabile Marcegaglia, le Generali, la finanziaria Finint e la più forte holding del franchising immobiliare la Ubh che controlla i marchi Professionecasa, Grimaldi immobiliare, Rexfin (e altri). Proprio quest'ultima alleanza sembra determinante per la piega degli eventi. Dallo scorso aprile hanno iniziato a "integrare" le attività delle due società: 1500 agenzie sul territorio, 200 "negozi finanziari" per un miliardo di euro di mutui al 31 dicembre 2007. Il modello è Ubh: marchio in affitto e agenti immobiliari imprenditori di se stessi. Ma basterà? I dipendenti sono scettici. Guardano i debiti. Le scelte di manager che costano quanto sbagliano. Nel 2007 quasi due milioni di euro di buonuscite. «Dovevamo essere l'azienda omnicomprensiva, dal mutuo all'affitto fino alle soluzioni d'arredo...». Invece costruiscono appartamenti a Dubai, hanno aperto la prima agenzia di proprietà a Timisoara (Romania), hanno incorporato progetti e debiti dei nuovi soci e pagheremo noi.

 

Manifesto – 13.11.08

 

I due portaborse - Loris Campetti

Governo e Confindustria insieme a Cisl e Uil hanno rispolverato una vecchia pratica politica che Enrico Berlinguer, parlando dell'atteggiamento della Dc verso il Pci, aveva chiamato conventio ad excludendum. Esclusa preventivamente dal «gioco», in questo caso, è la Cgil, contro cui padroni, governo e sindacati di riferimento stanno tentando di alzare un muro con tanto di filo spinato sopra. È difficile pensare ai 5 milioni e mezzo di lavoratori e pensionati della Cgil come a un esercito di estremisti irresponsabili, guidati da un segretario che non merita di partecipare a incontri tra gente perbene. Perbene sarebbero i presidenti Berlusconi e Marcegaglia, ospiti graditi Bonanni e Angeletti. L'incontro di martedì a palazzo Grazioli, da cui è stato escluso il segretario del più forte sindacato italiano, rappresenta un vulnus nella storia delle relazioni sociali italiane. È una rottura formale - e la forma in questi casi conta - e sostanziale. È qualcosa di più di un'offesa a un dirigente sindacale, è la testimonianza del disprezzo per le persone in carne e ossa, chi lavora e vive del suo magro salario e sceglie da chi farsi rappresentare, con chi tutelare i propri diritti. Cisl e Uil, al contrario, cercano e trovano la legittimazione nel rapporto con padroni e governo, non più con la propria base a cui sempre meno rendono conto. C'era da aspettarsela, la conventio ad excludendum. Berlusconi e compagnia l'hanno già praticata (ma non solo loro) nei confronti dei sindacati di base in mille occasioni, accontentandosi della firma di quelli consenzienti, a prescindere dalla loro rappresentanza reale. Ora non fanno che alzare il tiro. E i padroni hanno già siglato accordi e protocolli senza e contro la Cgil, persino su questioni generali come la riforma del sistema contrattuale. C'era da aspettarsi anche la disponibilità di Cisl e Uil a incontri esclusivi, da tempo si esercitano in accordi separati, fino ad annullare la partecipazione a scioperi unitari 24 ore prima che le piazze si riempiano di lavoratori. Così è stato nel pubblico impiego, appena tre ore dopo aver chiamato alla lotta e all'unità da una piazza del Popolo incapace di contenere tutta la protesta contro la politica governativa sulla scuola: parole di fuoco gridate dal palco da Bonanni e Angeletti, seguite dall'abbraccio con Brunetta ai danni dei lavoratori pubblici. Così è risuccesso ieri, quando i soliti due noti hanno ritirato la partecipazione allo sciopero dell'università e della ricerca di domani, evidentemente il primo effetto del vis-a-vis con Berlusconi e Marcegaglia. Ieri la Cgil ha proclamato lo sciopero generale per il 12 dicembre, la stessa data che i metalmeccanici della Fiom e i pubblici dipendenti della Fp-Cgil avevano scelto per il loro sciopero generale con una manifestazione unitaria - prima volta nella storia - a Roma. E' una scelta importante, quella della Cgil, e incoraggiante, un'iniezione di fiducia per chi non si rassegna al pensiero unico, per chi ha ancora un po' di rispetto per la gente che lavora e paga il conto della crisi, per la nostra traballante democrazia. E' una scelta che naturalmente non dipende dall'offesa di palazzo Grazioli. Però un merito alla va riconosciuto: ha contribuito a svelare le vere intenzioni di chi ci governa (Berlusconi), di chi pretende di comandarci (la Confindustria) e di chi è disposto per quattro danari a sacrificare gli interessi di chi gli ha dato, immeritatamente, fiducia. Adesso la parola passa alla politica, a chi, come il Partito democratico, dichiara la propria equidistanza tra capitale e lavoro e tra le confederazioni sindacali. Il messaggio che viene dalla giornata di ieri dice che l'unità sindacale è una conquista importante e faticosa, ma non può trasformarsi in una gabbia. La scelta della Cgil è coraggiosa e anche obbligata: meglio separarsi da Cisl e Uil, che dalla propria gente.

 

Chiare le mire del Cav. Il Pd si ricombatta. «No a rotture finali»

Daniela Preziosi

ROMA - «La divisione è più profonda che nel passato, dividere i sindacati per schieramenti politici è un gravissimo errore. Ma la politica ora deve fare un passo indietro. Intendo tutta la politica: il governo, ma anche noi». Avviso ai naviganti, amici e nemici. Lo fa Pier Paolo Beretta, l'ex numero due di Bonanni oggi parlamentare democratico. La notizia che il premier stia conducendo una 'consultazione parallela' fra governo, Cisl e Uil e Confindustria - notizia rivelata dallo stesso Guglielmo Epifani al direttivo Cgil - ieri ha dato al gruppo dirigente Pd la misura di quanto seriamente Silvio Berlusconi punti alla rottura fra sindacati. Ovvero a soffiare sul fuoco delle tormentate anime interne al corpaccione democratico, diversamente vicine a Cgil e Cisl. Che il premier lavorasse per la rottura fra sindacati non era un mistero. Ma la convocazione di un 'tavolo segreto' rende conclamato il tentativo di fare il replay del 2002, di quel 'patto per l'Italia che ha segnato una drammatica ferita fra confederazioni e un'altrettanto drammatica vicinanza fra Confindustria (all'epoca, quella del 'falco' Antonio D'Amato) e Palazzo Chigi. Ieri però, a Largo del Nazareno, la notizia ha provocato un ricompattamento interno che neanche la vittoria in Trentino era riuscita a ottenere. E l'avvio di un discreto ma determinato pressing, da parte della diplomazia Pd, sulle organizzazioni sindacali per non dare per fatta la rottura. Veltroni sa che per quanto i centristi, come Beretta, tendano a scaricare le colpe sul 'radicalismo' di Epifani, nessuno nel Pd può tifare per la rottura, che sarebbe l'anticamera di un grosso guaio in casa democratica. Adesso per Beretta l'unica strada è «accelerare il tavolo sulla riforma del modello contrattuale, affrontarla di petto e poi pensare alle regole per la democrazia sindacale».Il tentativo è quello di costringere Epifani a tornare indietro, ma si sa che la missione è impossibile. Ieri il leader, convalescente per un'operazione, ha fatto una breve apparizione nella sede. A nome del partito, è stata la capogruppo al senato Anna Finocchiaro ad attaccare duramente il governo: Berlusconi «gioca sulle divisioni e le alimenta», l'incontro segreto a Palazzo Grazioli «è un fatto gravissimo», un governo responsabile «in un momento di crisi economica e di difficoltà del paese dovrebbe lavorare per unire e costruire percorsi condivisi e, ove ve ne fossero, per ricomporre tensioni e divisioni, esattamente il contrario di quanto sta facendo il governo». Sui sindacati, neanche una parola. Minimizza il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, fra gli ispiratori del 'tavolo parallelo': «Incontri informali ci sono e ci saranno sempre, quel che contano sono i dati politici». Ma l'imbarazzo c'è e si sente. Il gioco a carte truccate del governo, una volta smascherato, scredita tutti quelli che vi hanno partecipato. Il terreno è scivoloso, anche Paolo Ferrero, il segretario Prc misura bene le parole, ma certo non è equidistante: «totale e piena solidarietà alla Cgil», «il governo punta a isolare e a spaccare il sindacato, la Cgil fa bene a opporsi e a denunciare questo tentativo come pure ad aver deciso di proclamare lo sciopero generale per il prossimo 12 dicembre, contro le politiche di Berlusconi e di Confindustria, vera ispiratrice di tale disegno». Ben diversi i toni del Pdci. Per Gianni Pagliarini il mancato invito a Epifani è «in linea col programma della P2», è grave il comportamento di Berlusconi «ma altrettanto grave quello di Bonanni e Angeletti, che, in barba all'unità e alle minime regole di rappresentanza sindacale, si prestano ai disegni autoritari e classisti di questo governo».

 

Da tutta Italia un'Onda in piena contro i tagli - Stefano Milani

ROMA - La marea è pronta ad alzarsi. L'obiettivo è «allagare» Roma, mandarla nuovamente in tilt. Allo sciopero di domani, indetto da due sindacati su tre (sì di Cgil e Uil dietrofront dell'ultima ora della Cisl), saranno in migliaia, «centinaia di migliaia» confidano sicuri i ragazzi dell'Onda. Universitari, ricercatori e studenti medi ancora una volta uniti contro i tagli all'istruzione e per chiedere il ritiro immediato della legge 133. In programma tre distinti cortei. Il più numeroso si prospetta quello che partirà dalla Sapienza, l'appuntamento è per le 9.30 a piazzale Aldo Moro, proprio davanti l'entrata dell'ateneo capitolino. Più o meno alla stessa ora un secondo corteo si muoverà da Piramide, con gli universitari di Roma Tre. Ed infine il terzo, da piazza della Repubblica dove a sfilare saranno gli studenti medi. Tutti si ritroveranno poi a piazza Venezia. Lì il "fiume" sarà in piena, ma non seguirà la corrente sindacale (diretta invece a piazza Navona), tenterà invece di rompere l'argine e risalire verso Montecitorio. «Lo assedieremo pacificamente - fanno sapere i collettivi - ci auguriamo solo che la Questura non metta veti al nostro percorso e non delimiti "zone rosse", perché quello che rivendichiamo è semplicemente il diritto democratico di manifestare pacificamente». Niente ministero della pubblica istruzione dunque, dove ci sarà invece un presidio di un centinaio di ragazzi di Azione universitaria (sigla studentesca di An) a ribadire il loro «no ai baroni» e a difendere in toto la riforma universitaria del ministro Gelmini fresca di approvazione. Gli "affluenti" dell'Onda sono già in viaggio da tutta Italia. Tra questi, circa 4.000 verranno con tende e sacchi a pelo così da dormire nelle facoltà occupate della Sapienza in vista dell'assemblea nazionale degli atenei che si terrà sabato e domenica all'interno della stessa città universitaria. «Un evento che non si vedeva da trent'anni» dice entusiasta Francesco Brancaccio, dottorando in Scienze politiche e uno degli organizzatori della due giorni di assise, il cui scopo sarà anche quello di redigere una controproposta al governo di autoriforma universitaria. Diversi i treni speciali messi a disposizione da Trenitalia per garantire l'afflusso massiccio alla manifestazione di domani. Non a Milano però, dove ieri una cinquantina di studenti hanno protestato davanti la biglietteria della Stazione centrale cercando di ottenere un treno speciale a prezzo accessibile (15 euro) che al momento latita. I vagoni "speciali" in partenza dalle stazioni di Venezia, Bologna, Pisa, Torino, Napoli sono invece già tutti esauriti. E allora in soccorso arrivano i pullman. Ne partiranno almeno un paio da ogni città italiana con sede universitaria. Ma anche oltre confine l'Onda si sta attrezzando. A Parigi un movimento spontaneo di studenti italiani organizzerà, sempre per domani, un presidio davanti al consolato generale d'Italia. La manifestazione è aperta a tutti: studenti, ricercatori, professori, genitori, semplici cittadini, sensibili al futuro dell'Italia e dell'Europa, dicono gli organizzatori. Un evento promosso «dal basso», indipendente da qualsiasi gruppo, partito politico o sindacato e vorrebbe essere l'inizio di una riflessione più ampia sulle scelte europee in materia d'istruzione. Sarà poi consegnato al console Luca Maestripieri un documento che esprime «rifiuto e indignazione verso le riforme della scuola e dell'università proposte dal governo italiano». E lo stesso accadrà a Londra, Barcellona, Granada, Berlino, Amsterdam, Bruxelles, Copenhagen. Nel Belpaese, come nel vecchio continente, le università sono diventate «centri per la commercializzazione di sapere mercificato», ecco perché l'Onda anomala diventa europea. Chi proprio non riuscirà ad essere a Roma, potrà seguire l'evento comodamente seduto davanti al proprio pc. Basta accendere le casse e collegarsi al blog www.raduni.wordpress.com. Una diretta di tre ore, di 20 radio universitarie a reti unificate, seguirà infatti l'intera manifestazione. E tra un ascolto e l'altro, magari fare una capatina sul sito del ministero dell'università e della ricerca intorno alle 14. Per quell'ora è previsto infatti un netstrike, ovvero un attacco telematico che consiste nel moltiplicare talmente tanto i contatti alle pagine del Miur da mandarlo in tilt. Una sorta di corteo informatico. «Loro fermano il nostro futuro - spiega Informatica in movimento - noi fermiamo i loro siti». Ogni mezzo è buono per ingrossare l'Onda.

 

Stop ai flussi per due anni. E niente cure per i migranti

Giacomo Russo Spena

E adesso la Lega annuncia il blocco del «flusso degli immigrati in Italia per colpa della crisi economica». La proposta arriva sotto forma di emendamento al disegno di legge sulla sicurezza, da ieri nuovamente al vaglio del Senato. Ma il Carroccio non si ferma qui. A Palazzo Madama presenta una serie di modifiche al testo che vanno tutte nella stessa direzione: contrastare gli immigrati, soprattutto se clandestini. Già quando il ddl era al Senato, prima, e alla Camera, poi, la Lega lo aveva condito a suo piacimento, proponendo permesso di soggiorno a punti e possibilità per i comuni di ricorrere a un referendum per decidere la costruzione di luoghi di culto (misura battezzata «antimoschee») e l'insediamento di nuovi campi rom. Emendamenti bocciati dalle Aule, anche perché nella stessa maggioranza erano nati malumori per l'eccesso di «durezza». In un ddl non «blando», e voluto dal ministro (leghista) Bobo Maroni, che introduce tra l'altro il reato di clandestinità. Stessa sorte era toccata ad una proposta sulla sanità per i clandestini. «Se malati potranno recarsi in ospedale - spiegava Mazzatorta, il leghista che lo aveva presentato - ma i medici avranno l'obbligo di verificare il loro permesso di soggiorno una volta effettuata la prestazione». Parole che fecero infuriare l'Ordine dei medici. Ora il Carroccio ci riprova. Con una norma che prevede l'obbligo per il dottore di segnalare lo straniero clandestino, che dovrà pagarsi ogni prestazione, compresa quella del pronto soccorso: il Servizio sanitario nazionale è gratuito per tutti, tranne che per gli «irregolari». Soldi, 2 milioni di euro, devono esser destinati, invece, a Lampedusa (dove c'è un vicesindaco leghista) come «risarcimento» per i disagi che l'isola deve affrontare per i continui sbarchi di immigrati clandestini. «Tutte queste misure hanno un'unica finalità: rendere impossibile una qualsiasi politica di integrazione nel nostro Paese», denuncia Marco Minniti, ministro ombra del Pd. In Aula dunque si annuncia battaglia tra i poli, con le pregiudiziali di costituzionalità del ddl presentate ieri dall'opposizione e già respinte dalla maggioranza. «Si gioca col fuoco - aggiunge Minniti - perché questi emendamenti producono un unico effetto: quello di spingere alla clandestinità». Intanto la Lega continua a Palazzo Madama a giocarsi tutte le sue cartucce razziste. Proponendo restrizioni su restrizioni. Gli immigrati, ad esempio, che hanno la residenza in Italia dovranno aspettare dieci anni prima di poter presentare domanda per ottenere una casa popolare. Richiesto poi lo stop ai ricongiungimenti familiari per procura e il divieto assoluto di girare per strada e nei luoghi pubblici con il volto coperto. «La norma già esiste - specifica il Carroccio - Vogliamo però che venga applicata nel modo più rigoroso possibile. Tutti devono poter essere riconoscibili». E avere un domicilio. I senza fissa dimora e i rom sprovvisti di residenza, per il partito di Bossi, non devono esser tollerati. «Mi sembra una norma sacrosanta», osserva il presidente della commissione Giustizia Filippo Berselli, che poi si lascia andare ad una battuta: «Perché i clochard non devono poter esser rintracciabili. E se dovessero ricevere l'eredità da uno zio americano? Come si farebbe per farglielo sapere?». Inoltre Berselli difende anche la proposta di legalizzare le ronde, altro provvedimento in discussione: «Davvero non capisco lo scandalo - afferma - danno una mano ai comuni e non gireranno armate». Tra i tanti emendamenti svetta anche un ordine del giorno. Che riguarda tutti. Anche i padani. Si chiede al governo di portare il fermo di polizia a 48 ore, in luogo delle 24 previste, anche senza la convalida del magistrato.

 

Oggi, a Genova - Gabriele Polo

Quelle immagini sono già un giudizio, ciò che manca ora è una sentenza. L'ultimo fotogramma, rimandatoci dalla Bbc, immortala un poliziotto mentre introduce - la notte del 21 luglio 2001 - nella scuola Diaz le due famose molotov poi esibite per giustificare un massacro di ragazzi inermi. E, aggiungendosi ad altre sequenze, chiarisce tutto. Se ce ne fosse stato ancora bisogno. Scopre il velo di una mattanza messa in atto contro una generazione, per convincerla a starsene a casa per sempre, a lasciar perdere l'impegno pubblico e le passioni comuni - cioè la politica nel senso più alto del termine. Spiega un modo d'intendere il potere e le istituzioni come delega definitiva a una casta di «eletti» indisponibile a ogni messa in discussione e persino a ogni critica. Illumina sulla falsità della polizia e dei suoi vertici che nel corso degli anni si sono sempre più concepiti come apparato indipendente da ogni controllo, braccio armato e giudiziario allo stesso momento. E ci racconta - quell'immagine -, secondo i canoni della banalità del male, cosa abbia significato davvero la messa in mora dello stato di diritto di quelle giornate genovesi. Annuncio estremo di un processo che arriva fino ai nostri giorni. Oggi, su quei fatti criminosi, si pronuncia un tribunale della Repubblica. Una sentenza impegnativa e difficile, perché sul banco degli imputati ci sono anche alcune figure di vertice della polizia di stato - da Luperi a Gratteri a Calderozzi - accusate di falso, proprio per aver avallato (se non diretto) il tragitto di quelle molotov. E, fuori dall'aula, alle loro spalle la sentenza chiamerà in causa l'operato dell'ex capo della polizia, Giovanni De Gennaro, oggi assurto all'altissimo rango di surpercapo dei servizi segreti. Logica vorrebbe - quell'immagine vorrebbe - che gli imputati fossero condannati e con quella sentenza «condannato» anche il loro ex capo. Non per spirito di vendetta, ma per dovere di razionalità. Per non ridurre il tutto ai soliti capri espiatori da trovare nella «manovalanza» (seppur in divisa). Perché così vorrebbero giustizia e verità. Per rovesciare il parere dell'avvocatura dello stato (cioè di questo governo, che era poi lo stesso di allora) che nonostante tutto li vorrebbe innocenti. Ma soprattutto perché le istituzioni della Repubblica acquisirebbero un minimo di credibilità, sanando - almeno in parte - gli abusi commessi contro persone inermi e, attraverso esse, contro la stessa Costituzione. In gioco non c'è «solo» il giudizio sui crimini commessi: per quello basterebbero i fatti. Ma c'è anche il futuro di questo paese, se qui da noi sia o meno possibile prendere la parola, essere protagonisti del proprio futuro, agire pubblicamente senza che tutto questo sia sottoposto a un'autorità assoluta e incontrollabile. Insomma la libertà e i suoi diritti, quella democrazia di cui tutti parlano e che in troppi violentano ogni giorno.

 

I vertici della polizia sul banco degli imputati - Sara Menafra

GENOVA - La sentenza è attesa per questa sera, forse già nel pomeriggio. Tutto dipende dalle difficili scelte del collegio presieduto da Gabrio Barone. Dopo quasi tre anni di dibattimento e più di 200 udienze dovrà pronunciarsi sulla sorte di 29 poliziotti, alcuni dei quali dirigenti di primissimo piano del Dipartimento di pubblica sicurezza, tutti accusati di essere i responsabili della perquisizione e del pestaggio compiuti nella scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001. Probabilmente, è il processo più importante nato dalle giornate del g8 genovese. L'unico che abbia chiamato al banco degli imputati i vertici della polizia passata e futura, se si esclude quello al capo dei servizi segreti Gianni De Gennaro, ancora in udienza preliminare. Gli autori delle violenze nel dormitorio organizzato dal Genoa social forum, perquisito coi manganelli in pugno con la scusa dell'assalto a un'auto della polizia in realtà mai avvenuto, non sono mai stati identificati con chiarezza. Solo a uno di loro, appena qualche giorno fa, i pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini sono riusciti a dare un nome ed è probabile che a suo carico parta a breve una nuova richiesta di rinvio a giudizio. Per tutte le altre braccia fratturate e teste rotte, il tribunale giudicherà i funzionari e non gli agenti del Settimo nucleo antisommossa di Roma, all'epoca diretto da Vincenzo Canterini. Rischiano tutti 3 anni e 6 mesi per lesioni. Prima di ogni altra cosa però, il tribunale di Genova dovrà decidere cosa fare del destino dell'attuale capo dell'antiterrorismo Francesco Gratteri, del direttore del dipartimento analisi dell'Aisi (ex numero due dell'antiterrorismo) Giovanni Luperi e del direttore dello Sco Gilberto Calderozzi immortalati dalle telecamere della televisione genovese Primo canale mentre discutono di un sacchetto con dentro due bottiglie molotov. I due ordigni - sequestrati in piazza il giorno prima ma portati nei pressi dell'edificio dai due funzionari Troiani e Gava che rischiano 5 e 4 anni per violazione della legge sulle armi - furono essenziali per arricchire il magro bottino della perquisizione di quella sera e accusare i 93 manifestanti che dormivano all'interno della scuola di essere tra i responsabili del cosiddetto «black bloc». Nel corso del processo qualcuno alla Digos di Genova ha deciso di buttar via quelle bottiglie che persino in fotografia restano la prova più importante portata davanti al tribunale di Genova. Sono quelle che collegano con più chiarezza i dirigenti della polizia italiana non solo alla perquisizione della Diaz ma anche alla scelta di accusare i manifestanti all'interno della scuola di crimini inesistenti. I magistrati hanno chiesto una pena di 4 anni e 6 mesi per tutti i dirigenti coinvolti in quel gigantesco falso. Se il tribunale deciderà di accogliere le richieste molti di loro non perderanno il posto, visto che i regolamenti del dipartimento di sicurezza consentono di bloccare la sospensione dal servizio con un semplice ricorso in appello. Nei mesi passati la ricostruzione delle parti civili ha mostrato con sufficiente chiarezza il passaggio di consegne tra i dirigenti di polizia all'esterno del cortile e la dirigente della digos di Firenze Daniela Mengoni. C'è un fotogramma che la mostra all'interno della scuola ed è stata lei stessa a raccontare al processo di aver visto «il dottor Luperi che aveva questo sacchetto in mano»: «Ho visto il dottore che aveva questo sacchetto con in mano due bottiglie. Lui mi ha visto e mi ha chiamata». Il percorso di quelle bottiglie è stato spiegato più volte: da una piazza genovese lontana alcuni chilometri, fin nell'interno della scuola, poi subito fuori tra le mani dei dirigenti di polizia (antenna 1 mostra Gianni Luperi con quel sacchetto azzurro tra le mani) e infine di nuovo dentro alla scuola. Immagini mostrate ai giornalisti di tutto il mondo come prova delle violenze dei manifestanti. Nelle ultime settimane, la politica italiana ha preferito ignorare la vicenda genovese e la sentenza attesa. A nome del governo Berlusconi ha parlato l'avvocatura di stato, la stessa che durante il processo Bolzaneto aveva avuto il coraggio di ammettere le violenze e chiedere scusa ai manifestanti. Visto che stavolta si parla della Diaz e dei capi della polizia italiana, in aula i legali hanno chiesto l'assoluzione per tutti. E davanti al lungo elenco di violenze che ha colpito ragazzi inermi, spesso giovanissimi, l'avvocato Domenico Salvemini ha detto solo: «Le botte non sono state indistinte e contro tutti. C'è stato chi ha picchiato e chi no, la democrazia non è mai stata in pericolo». Sapremo oggi se il dottor Barone è della stessa opinione.

 

Bertinotti frena la scissione. Alle europee sinistra unita - Matteo Bartocci

ROMA - Quindici tesi per la sinistra. Oggi su Liberazione Fausto Bertinotti prova a riprendere il filo unitario rotto con la disastrosa sconfitta di aprile. Non per marcare le differenze e sollecitare scissioni di corrente ma per ritrovare «l'uscita a sinistra dalla crisi del movimento operaio del '900». Come titolo alle sue tesi Bertinotti riparte da se stesso agli stati generali di dicembre: «Per imparare a nuotare bisogna buttarsi in acqua», disse allora alla Fiera di Roma prima del disastro arcobaleno e ripete oggi, con un aforisma che Google attribuisce nientemeno che al guru Sai Baba. E' un invito all'unità della sinistra, a tutta la sinistra, a costruire quel big-bang necessario alla sua rinascita. Tesi dove la parola comunismo non è indicibile ma nondimeno deve essere maneggiata con cura. In una sinistra in cui le identità contano e vengono da lontano ma devono avere il coraggio di «fare massa critica» se vogliono ambire a trasformare la società. E' una sinistra che deve tornare a imparare, andando a lezione dal movimento della scuola, e ritrovare voce sul terreno sindacale (con la Cgil in primis) e su altre contraddizioni fondamentali, oltre a quella generata dal capitale, come quelle ambientale e di genere. Nelle ultime due tesi la lunga analisi sulla società e la sconfitta epocale di aprile precipitano nel futuro e nella forma della possibile reazione. Si legge chiaramente l'invito a un'impresa comune per una «forza politica unitaria e plurale così com'è oggi possibile» e a scegliere le primarie o comunque la partecipazione «una testa, un voto» per decidere tutto, a cominciare dai gruppi dirigenti. Non è il là alla scissione di Rifondazione verso Sinistra democratica. Né certamente la sua sconfessione. E' la prima forma pubblica, certo autorevole, della tregua che un po' goffamente l'area Vendola ha chiesto e ottenuto all'interno del partito pur impegnandosi ufficialmente nell'associazione con Fava e compagni. Una tregua che per Bertinotti può prendere due forme. In alto, alle elezioni europee, con una lista nazionale in cui, dice, è preziosa l'esperienza della Sinistra europea. Un precedente dove, anche se l'ex segretario non lo ricorda esplicitamente, la metà delle liste furono di iscritti al Prc e l'altra metà aperta all'esterno (movimenti, associazioni e stavolta, chissà, anche altri partiti o pezzi di essi) fino al clamoroso successo del «disobbediente» Nunzio d'Erme. In basso, insiste però Bertinotti, l'unità si può fare con un modello federativo dove rappresentanze territoriali e direzione centrale contino allo stesso modo (una sinistra lombarda, pugliese, etc. accanto a quella nazionale). Per le reazioni bisognerà attendere. Martedì intanto una riunione dell'area vendoliana «Rifondazione per la sinistra» ha registrato molti dissensi alla scissione. E non è da escludere nei prossimi giorni un documento pubblico firmato soprattutto da dirigenti di federazione ostili al salto nel buio fuori dal partito. L'idea prevalente, in questa fase piuttosto confusa, è di insistere per liste unitarie alle europee senza precludersi, là dove è possibile, liste di sinistra dal basso insieme a Sd e Verdi. Per esempio a Firenze, in Basilicata o a Bari. Ma è un doppio binario che sicuramente troverebbe l'ostilità di tutta la maggioranza di Rifondazione inclusa la componente ferreriana. Ieri sera il segretario nulla sapeva delle tesi di Bertinotti in uscita sul quotidiano del suo partito. Ma certo è che almeno per Ferrero dal congresso di Chianciano è uscito con chiarezza da un lato il no alla riproposizione dell'Arcobaleno, dall'altro il sì all'apertura delle liste di Rifondazione a soggetti comunisti e non comunisti. Sotto la falce e martello molto è possibile. Ma come spiega uno dei dirigenti a lui più vicini «non si può proprio fare che si chiede una tregua per le europee e poi ci si mette a fare la guerricciola alle amministrative dove si può». La sinistra, del resto, ha già dimostrato di buttarsi nell'acqua e finire per affogare.

 

Il Brasile di Lula - Maurizio Matteuzzi

ROMA - Il presidente Lula in visita in Italia da domenica, dopo Berlusconi (martedì) e prima del papa (oggi), ieri si è concesso per un'intervista. In mattinata il manifesto, il Corriere della Sera, la Repubblica, Il Sole-24 ore e il Messaggero sono stati invitati all'ambasciata brasiliana di piazza Navona (le domande dell'intervista quindi sono miste), dove, all'entrata, erano parcheggiate due Fiat Linea uscite forse dagli stabilimenti di Betim, vicino a Belo Horizonte, e con su scritto ben visibile «Ethanol powered», alimentate con il combustibile «biologico» (ma sul biologico ci sono opinioni molto controverse) fatto dalla canna da zucchero. Un'ora di conversazione, affabulatore affascinante che 5 anni di potere di alto profilo non hanno cambiato, l'orgoglio dell'ex migrante nordestino-ex leader sindacale di aver dimostrato che «un lavoratore» è in grado di governare un paese grande e complesso come il Brasile meglio di professoroni tipo il suo predecessore Fernando Henrique Cardoso, e di aver, forse per la prima volta, fatto risvegliare «il gigante dormiente». Quali saranno le richieste del Brasile, decima potenza industriale al mondo, nel summit del G-20 di sabato? Il Brasile non farà alcuna richiesta particolare. Ha già fatto tutte le proposte che doveva fare e concesso quello che doveva concedere nella politica industriale. Ora sta aspettando che i paesi ricchi, in primis gli Stati uniti, flessibilizzino le loro posizioni, a cominciare dai sussidi agricoli. Rispetto alla crisi economica, io credo che la cosa principale da decidere a Washington è che il sistema finanziario mondiale deve essere regolato. In Brasile, nelle nostre banche di sviluppo la leva, ossia il rapporto fra gli attivi e i crediti concessi, non può superare di 10 volte il loro patrimonio liquido, negli Stati uniti è arrivata a 35 volte e c'è chi dice che in alcune banche fosse di 90 volte. Con il pretesto della libertà di mercato si è consentito al sistema finanziario di funzionare come un casinò, dove l'unica cosa importante era far soldi. E' essenziale che le istituzioni multilaterali tornino a funzionare davvero. Ma per questo ci vuole una profonda riforma, delle Nazioni unite, dell'Fmi, della Banca mondiale, o forse ci vuole qualche nuovo strumento. Queste istituzioni furono create per curare i paesi poveri. Ma adesso che la crisi è arrivata ed è scoppiata e nei paesi ricchi, non profferiscono verbo. Quando la crisi scoppiò in Brasile o in Argentina, tutti sapevano e dicevano cosa bisognava fare ma adesso che la crisi è esplosa negli Stati uniti, silenzio assoluto. L'unica cosa che so con certezza è che i poveri non possono pagare questa crisi. Paesi come il Brasile e altri dell'America latina che hanno passato 20 anni con un'economia senza crescita e che da poco più di 5 anni hanno cominciato a crescere non possono essere le vittime dell'irresponsabilità del sistema finanziario internazionale. Si parla molto, negli Stati uniti e in Europa, di una crescente «concorrenza» fra i leader della «sinistra responsabile» (parole del segretario di stato Usa Condoleezza Rice), come Lula, e quelli della «sinistra radicale», Chavez, Morales, Correa, forse Lugo. Che ne pensa di questi giudizi e crede che questa divaricazione possa influire sul processo d'integrazione dell'America latina? In primo luogo io non li considero «radicali». Ogni presidente parla in funzione del suo pubblico. Quindi io credo che Chavez parli alla sua realtà in Venezuela, Correa alla sua in Ecuador, Evo alla sua in Bolivia e noi alla nostra in Brasile. Dal punto di vista economico non vedo dove ci sia spazio per il radicalismo, a meno che un paese ritenga di poter sopravvivere da solo nel mondo. Questo paese non esiste. Ciò ci permette e ci obbliga a trovare accordi con altri paesi. E il Brasile lavora nel miglior modo possibile con tutti i paesi dell'America latina. Noi non confondiamo i nostri rapporti personali con quelli fra capi di stato, essere presidente di un paese e avere relazioni d'amicizia con altri presidenti non significa diventare un gruppo di amici. Il rapporto non può essere questo, ma è il rapporto fra lo stato del Brasile e lo stato del Venezuela che dovrà durare anche dopo i nostri governi. Noi finora abbiamo lavorato a stretto contatto di gomito con Chavez, Correa, Morales e continueremo a lavorarci. Il Brasile ha la responsabilità che gli deriva dal fatto di essere la più grande economia della regione. Quindi deve avere più pazienza, più solidarietà e offrire più contributi ai nostri vicini. E' così che pensiamo di rafforzare l'Unasur, il Mercosud e le nostre economie. Lei ha detto di sperare molto in Obama e allo stesso tempo è amico di Cuba. Crede che con il suo aiuto sarà possibile arrivare alla fine dell'embargo Usa? Quando io vinsi le elezioni per la prima volta, alla fine del 2002, alcuni analisti economici dicevano che il Brasile non aveva scampo, che era un paese fallito. Io ero consapevole che se avessi fallito, avrei frustrato milioni di lavoratori, nessuno dei quali era mai arrivato prima alla presidenza della repubblica. Io dovevo provare loro che anche un semplice lavoratore poteva amministrare il Brasile. Quando fui eletto avevo un capitale politico econorme e l'ho usato per fare aggiustamenti economici necessari per poter arrivare al momento che stiamo vivendo ora. Abbiamo fatto aggiustamenti molto duri ma insieme a molta politica sociale. Abbiamo cominciato a redistribuire risorse subito, senza aspettare, come suggerivano alcuni compagni, che iniziasse a crescere l'economia ma appunto per farla crescere. Quindi abbiamo lanciato una forte politica sociale: agricoltura familiare, credito e micro-credito alle gente povera, «fame zero», «borsa famiglia», «luce per tutti». I poveri hanno cominciato a consumare e le imprese hanno dovuto produrre di più e il commercio ha potuto vendere di più. Con la crescita della produzione economica in 5 anni abbiamo creato 11 milioni di lavori formali, 2 milioni solo da gennaio a settembre del 2008, più che negli 8 anni del governo precedente. Perché dico questo? Perché credo che con Obama accadrà lo stesso. Ci sono molti che dicono che gli Usa sono falliti, come dicevano del Brasile. Uno che è stato eletto come è stato eletto Obama e con le aspettative create dalla sua elezione, non può fallire. La frustrazione sarebbe così grande che non so quanti secoli ci vorrebbero perché un nero fosse di nuovo eletto presidente degli Stati uniti. E Obama deve avere la consapevolezza che se non prenderà rapidamente misure per affrontare la crisi, le accuse che oggi piovono addosso ai repubblicani e al presidente Bush, fra qualche mese pioveranno su di lui. Ma lui ha un capitale politico così grande, da poterle prendere. Io credo che dovrà anche fare qualche gesto e debba capire che ormai non sussiste neanche una sola ragione per mantenere il blocco contro Cuba. Nessuna ragione. La guerra fredde è finita, il muro di Berlino è caduto. Nel 2010 ci saranno elezioni presideziali a cui, dopo due mandati, non potrà ripresentarsi. Come si arriverà all'individuazione il candidato del Pt dopo-Lula? Io già provo saudade perché la prossima campagna presidenziale sarà la prima dall'89 in cui io non sarò candidato. Credo che il Pt debba costruire una base solida per portare avanti il progetto che stiamo impiantando in Brasile. E lavoro sull'ipotesi che il candidato debba essere del Pt. Il partito discuterà sulla candidatura e io, l'ho già ribadito pubblicamente più di una volta, andrò a dire che la mia ministra della Casa civile, Dilma Rousseff, ha potenzialità straordinarie per essere la candidata. Ma la cosa più importante per noi è costruire prima un'alleanza fra diversi partiti e un programma solido. Se continua l' onda su cui ci muoviamo, il governo arriverà alla data delle elezioni in posizioni di forza. Poi se le vinceremo o no, saranno gli elettori brasiliani a deciderlo. Ma io sono molto ottimista. L'Amazzonia e gli indigeni che vi abitano sono in pericolo o no? La domanda la faccio io: quando i paesi ricchi rispetteranno davvero il protocollo di Kyoto e i limiti imposti alle emissioni di Co2? Poi si potrà cominciare a discutere le responsabilità di ciascun paese. Il Brasile, tutti lo sanno, è favorevole alla politica dei bio-combustibili e stiamo dimostrando che è pienamente compatibile la produzione di bio-combustibili, la preservazione ambientale e la produzione degli alimenti. Il Brasile ha più di 400 milioni di ettari di terra coltivabile, di cui solo l'1% è coltivato a canna da zucchero. In Brasile fra riserve indigene, parchi nazionali e parchi statali fanno probabilmente un'estensione pari a quella dell'Europa e la popolazione indigena è cresciuta, da 300 a più di 700 mila. Ha detto più volte che non si ripresenterà per un terzo mandato. Potrebbe essere che stia pensando di ripresentarsi nel 2014? Di quest'ipotesi in Brasile si parla molto. Ma io credo che sia umanamente impossibile e politicamente illogico che uno lavori al proprio progetto politico per poi riprenderlo dopo 4 anni. Supponiamo che io possa far eleggere un mio candidato. Io dovrei appoggiare questo candidato perché faccia un buon governo. Se lui governerà bene ovviamente avrebbe il diritto a presentarsi per la rielezione. Sarebbe assurdo avere un candidato che fosse lì solo per tenere in caldo il posto a un altro. E anche se nel 2009 fosse eletto un candidato dell'opposizione, potrebbero sorgere decine di nuovi leader... Ma è lei che ha l'80% dei sondaggi a suo favore... Sì ma di qui alle elezioni potrebbe non essere più l'80%. Due anni in politica sono una vita. Poi, vivere con l'80% di sondaggi favorevoli è facile, il difficile è vivere con il 30% o anche meno. Io credo che si debba guardare alla politica come si guarda al calcio. Un giocatore fa un gol, la torcida applaude, gridano il suo nome e cinque minuti dopo se lui sbaglia un rigore diventa un cane. Io credo che dobbiamo mantenere sempre l'equilibrio sua quando le cose vanno bene sia quando vanno male.

 

Repubblica – 13.11.08

 

Governo e Berlusconi, in calo la fiducia - ALESSANDRA VITALI

ROMA - La vicenda Alitalia che sembrava risolta e invece è caos, una riforma della scuola che continua a incassare proteste e malcontento, la crisi finanziaria, l'assenza di interventi ad ampio spettro per sostenere imprese e famiglie, le gaffe sul piano internazionale. Un inverno freddo per Silvio Berlusconi e il suo governo. Il sondaggio realizzato dall'istituto Ipr Marketing per Repubblica.it rivela un significativo calo di fiducia nei confronti del premier e del suo esecutivo. Che diventa vistoso nel caso di alcuni ministri. Come quel 5% in meno per Maria Stella Gelmini. Diminuisce la fiducia anche nel Popolo delle libertà, il Partito democratico cerca di rimontare dopo i momenti difficili dei mesi scorsi. La luna di miele con gli elettori sembra essere già finita: anche se il Cavaliere mantiene un significativo gradimento. A soffrire della contrazione sono sia l'esecutivo che Berlusconi, in qualità di presidente del Consiglio. Entrambi perdono quattro punti percentuali. L'offuscamento della fiducia nei confronti del premier si riflette anche sul Pdl. Che pur rimanendo il partito che riceve maggiore fiducia, subisce un'erosione di quattro punti. Due punti guadagna invece il partito di Walter Veltroni, in significativa ripresa dopo la flessione dei mesi passati. Due punti percentuali in più accordati anche alla Lega, stabile di fatto fin dall'inizio della legislatura. Nessuna variazione per Italia dei valori e Udc. Evidenti le flessioni per i ministri. La crisi e i timori di recessione non giovano a Tremonti, che cede il 4%. Tra fannulloni, tornelli e sostegno al pacchetto anticrisi del titolare del Tesoro, va male anche al sempre popolare Brunetta, che perde 3 punti percentuali. A registrare un -2% sono Matteoli (Infrastrutture e trasporti), Prestigiacomo (Ambiente) e Calderoli (Semplificazione legislativa). Disastroso l'esito per il titolare dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini: -5%. Un risultato che va oltre le previsioni, anche quelle dello stesso Berlusconi che, nel pieno delle proteste contro la riforma della scuola, aveva paventato un calo di consensi nei confronti del ministro addebitandolo tuttavia a "una vasta azione di disinformazione".

 

Se prevale l'ideologia - MASSIMO GIANNINI

ROMA - La sana retorica del Sogno americano spinge Paul Krugman a evocare il prossimo avvento di "Franklin Delano Obama" e la possibile apertura di un nuovo corso rooseveltiano, ricco di speranza e proiettato nel futuro. L'insana logica dell'incubo italiano ci costringe a fare i conti con un conflitto politico-sindacale fuori dal tempo e dalla storia, gravido di rischi e ripiegato sul passato. Di fronte alla tempesta perfetta dei mercati finanziari e dell'economia reale, una classe dirigente degna di questo nome, in una democrazia seria e responsabile, si darebbe un'unica missione: unire gli sforzi collettivi in una sorta di "comitato di salute pubblica" e concordare, nei limiti del possibile e nel rispetto dei rispettivi ruoli, le misure necessarie a fronteggiare la crisi. Ma in questa Italia arrabbiata e irresponsabile succede l'esatto contrario. Tutto va in frantumi. La maggioranza rompe con l'opposizione, la Cgil rompe con il governo, i sindacati confederali rompono tra di loro, gli irriducibili rompono con gli autonomi. In questo quadro in rapida decomposizione l'unica cosa che resiste sono gli scioperi, che sono un costo per gli imprenditori, un sacrificio per i lavoratori e un danno per i consumatori. Stiamo assistendo a una stupefacente moltiplicazione di errori tattici, di rigurgiti ideologici, di riflessi condizionati. Il primo errore lo commette Berlusconi, che in un momento di forte tensione sociale non trova di meglio da fare che tagliar fuori la Cgil da un vertice segreto a Palazzo Grazioli in cui riunisce ministri economici, Confindustria, Cisl e Uil. Il secondo errore lo commettono la Marcegaglia, Bonanni e Angeletti, che non avvertono l'urgenza morale e l'esigenza politica di chiedere l'allargamento del tavolo o di rifiutare l'invito del premier. Sono errori dettati non da dilettantismo, ma da un ideologismo: questo governo di destra sempre più marcata, soprattutto attraverso la filiera dei ministri ex-socialisti memori delle feroci battaglie sulla scala mobile, non rinuncia all'obiettivo di regolare una volta per tutte i conti con la Cgil: l'ultimo avamposto del dissenso sociale contro un esecutivo che, ormai, tollera solo il consenso universale. A questo ideologismo (che trova una sponda gregaria nei segretari di Cisl e Uil, colpevolmente disposti a riesumare il fantasma degli accordi separati e lo spettro dei Patti della lavanderia) Epifani risponde con un riflesso pavloviano. Un altro sciopero il 12 dicembre, stavolta solitario, che si somma all'impressionante sequenza "cilena" delle agitazioni in corso: da quella dei cobas Alitalia che da tre giorni tengono sotto ricatto il Paese (dalla quale si sono dissociate le sigle del cosiddetto Fronte del no) a quella dell'Onda studentesca che domani torna in piazza contro la riforma Gelmini e i tagli alle università (dalla quale, per riflesso pavloviano uguale e contrario, si è ora dissociata la Cisl). Da questo scenario di conflittualità endemica l'opinione pubblica può ricavare solo un'inquietante sensazione di inadeguatezza. È inadeguato il governo, cui sta palesemente sfuggendo il controllo della situazione. Siamo in pieno ciclo recessivo, e non si vede ancora una "exit strategy". Si rincorrono voci, si alternano ipotesi, ma per ora si sa solo che "anche il Tesoro ha problemi di liquidità", come avverte Tremonti. In questo clima, il premier dovrebbe avere tutto l'interesse a svelenire il clima: costruire un pacchetto anti-crisi, coinvolgere l'opposizione sindacale in un confronto leale e trasparente di fronte al Paese, chiamare l'opposizione politica a un dibattito serrato ma rispettoso di fronte al Parlamento. Sta facendo l'opposto. Delegittima il centrosinistra e insulta il Pd. Spacca la Triplice e attacca la Cgil. È una scelta insensata e potenzialmente suicida. Un vero uomo di Stato come Nicolas Sarkozy non la compirebbe mai. Ma è inadeguato anche il sindacato. La drammaticità del momento richiederebbe quello che un tempo si sarebbe definito un "equilibrio più avanzato". Uno sforzo unitario, piuttosto che la ricerca di una distinzione. Il terreno è infido, ma ci sarebbe. La crisi morde più duramente i ceti meno abbienti, che vanno difesi con tutti gli strumenti possibili. Ma è ormai chiaro che molti (tra gli ultimi, i penultimi e comunque i più deboli) sono fuori e lontani dal perimetro della rappresentanza confederale. E dunque le piattaforme rivendicative e le "azioni di lotta" di Cgil, Cisl e Uil, tanto più se frammentate e contraddittorie tra loro, finiscono per assumere una fisionomia fatalmente corporativa, che spesso tutela chi è già tutelato e magari lascia scoperto chi non gode di alcuna protezione sociale. E per quanto possano essere legittime le proteste e le agitazioni messe in campo dai confederali in questi e nei prossimi giorni (al contrario di quelle realizzate da Aquila Selvaggia, in palese violazione delle norme di legge) non si può non tenere conto del devastante effetto-domino che producono nei cittadini, sempre più esasperati dai disservizi pubblici e dai disagi privati. Sono scelte scontate e probabilmente autolesioniste. Un grande leader sindacale come Luciano Lama non le avrebbe mai compiute.

 

La Stampa – 13.11.08

 

Epifani: "Ormai siamo al basso impero" - ANTONELLA RAMPINO

ROMA - E’ una bruttissima pagina, una cosa da basso impero. Angeletti e Bonanni da Berlusconi a Palazzo Grazioli senza di noi... E con la Confindustria. Emma Marcegaglia avrebbe dovuto sollevare il problema della mancata presenza della Cgil. Non riesco a capirla, forse è una fase di debolezza». E’ il giorno in cui la Cgil decreta lo sciopero generale per il 12 dicembre, ma è anche il giorno dopo l’ennesima, violenta, rottura sindacale. Guglielmo Epifani è tra l’infuriato e il divertito. Infuriato, «perché questo è un copione già visto, con il “patto della lavanderia” del 2001, eppure ripercorrono gli stessi errori». Divertito, «perché a Palazzo Grazioli è stato visto anche Luigi Angeletti, che aveva smentito di essere presente». E a traccheggiare era stato anche Bonanni. Ma qui, lo sguardo cambia di nuovo: «Abbiano almeno il coraggio di dire che c’erano, invece di collezionare brutte figure». Non era la prima volta, c’era già stata la cena di Tremonti con i capi di Cisl e Uil. Ma a lei non l’invitano mai? E soprattutto, basta questo per isolare la Cgil? «E’ per questo che parlo di basso impero: un governo democratico ha il dovere istituzionale di confrontarsi con tutti, e di rispettare tutti. Stavolta, hanno escluso anche l’Ugl». Perché, secondo lei? «Non lo so. Ma ho un sospetto: c’entra qualcosa l’asse D’Alema-Fini sul federalismo? E perché Confindustria sì, e non i rappresentanti dei commercianti, delle piccole imprese, degli artigiani, che Berlusconi mette sempre in cima ai propri pensieri? E un governo che si comporta così, come i ladri di polli, è un governo convinto della forza delle proprie proposizioni? E poi sono legittimato a pensare che con quell’incontro si volesse spingere Confindustria a fare l’accordo senza la Cgil. Ma se è così, dov’è l’autonomia dal governo di Confindustria, rivendicata da Marcegaglia sin dal primo minuto?» Teme che Confindustria faccia l’accordo senza di voi? «Non lo temo per me, lo temo per loro: non è nell’interesse delle imprese. Perché in questo modo Confindustria avrà lo sfascio, avrà due piattaforme in ogni settore e in ogni impresa. Sarebbe davvero improvvido, l’esperienza mi dice che se una categoria di Cgil propone 1 euro d’aumento, Cisl e Uil ne proporranno 3. Secondo lei, a Confindustria conviene?». Cgil ha indetto lo sciopero generale. E’ per questo che la Cisl ha cancellato la partecipazione alla manifestazione sulla scuola? «No. Noi facciamo lo sciopero generale perché in una condizione di calo della domanda e degli investimenti, con una crisi così dura, le scelte del governo non sono adeguate. Si dovrebbero sostenere i redditi e le famiglie, e fare anche per le imprese quel che si fa per le banche. A questo serve, in una situazione di crisi gravissima, la finanza pubblica: a fare politica industriale. Sarkozy e Merkel hanno deciso quali sono i dieci settori fondamentali che bisogna preservare dalla contendibilità. Berlusconi e il colbertista Tremonti ce l’hanno un’idea, o scambiano il fine con il mezzo?». E per combattere una situazione di questo tipo lo sciopero non è uno strumento inadeguato? C’è chi, come il ministro Sacconi, vorrebbe rivedere le regole. «Lo sciopero è uno strumento. E faccio presente che non è la modalità furba e inammissibile dello sciopero bianco, quello di una parte del personale di volo, che danneggia le aziende e i cittadini. Il punto è se il governo vuole cambiare la sua politica di bilancio, se per esempio vuol dare sostegno alle famiglie usando le tredicesime, come abbiamo proposto noi. Quanto alle regole, non tutto il governo la pensa come Sacconi. Sanno che se si mettono in discussione i diritti, non si va da nessuna parte». Chi non la pensa come Sacconi? «Altri». E la Cisl, che non scende in piazza con voi venerdì? «Si sottraggono sulla base di impegni della Gelmini totalmente campati in aria. Noi non vogliamo difendere i baroni, né la proliferazione degli atenei e delle cattedre, ma non siamo così babbei da pensare che una semplice politica di tagli sia una riforma. Per ritirare lo sciopero, bisognava rimettere in discussione le scelte della Finanziaria. Tremonti non vuol farlo. A un certo punto, la Gelmini ha fatto proprio lo schema di Brunetta: facciamo un accordo, ci ha detto, e così con quello forse da Tremonti otteniamo qualcosa. Ma i rapporti tra Gelmini, Tremonti e Berlusconi sono affar loro. Io non faccio un accordo per mettere un ministro contro un altro». Epifani, le diranno che lei è il portabandiera della sinistra. La Cgil, pur con i suoi 5milioni e 700 mila iscritti, rischia l’isolamento politico. Anche sulla scuola. «Non è la Cgil ad essere isolata. E’ Berlusconi che, in calo di consensi non per nostro merito ma perché le scelte del governo hanno messo in moto un movimento, prova a estromettere la Cgil. Facciamo così, vediamo venerdì come va lo sciopero...». E qui sul volto di Epifani si apre un largo sorriso.

 

Università: calano gli iscritti – Flavia Amabile

Sono al centro di polemiche da settimane ormai gli studenti italiani, l’Istat li fotografa nel suo Annuario statistico 2008 e il ritratto che ne fa rende anche più acceso il dibattito sulle riforme messe a punto dal ministro dell’Istruzione. Secondo l’Istat gli studenti delle scuole primarie e secondarie aumentano anno dopo anno mentre calano quelli delle università. Nell’anno scolastico 2006/2007 sono stati 8.938.005 gli iscritti dalle classi elementari alle superiori, 28.898 in più rispetto a quello precedente. Ormai da qualche anno il tasso di scolarità è intorno al cento per cento per la scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado, mentre è in continuo aumento quello della secondaria di secondo grado, passato dall’89,8% del 2001/2002 al 92,5% del 2006/2007. Ora, visto che il numero di docenti diminuirà nei prossimi tre anni di oltre 87 mila unità le classi dovranno risultare più affollate. L'aumento del rapporto alunni/classe aumenterà dello 0,20 nel 2009/10 e di 0,10 nei due anni scolastici successivi. Più persone vanno a scuola, e quindi aumenta l’istruzione: la quota di persone con qualifica o diploma di scuola secondaria superiore è del 32,4%, mentre il 10,2% possiede un titolo di studio universitario. A perdere terreno sono le università. I giovani iscritti per la prima volta negli atenei nell’anno accademico 2006/2007 sono poco più di 308.000, circa 16.000 in meno rispetto all’anno precedente (-5,0%), confermando il calo delle immatricolazioni iniziato nel 2004/2005; a registrare aumenti degli iscritti solo i corsi triennali dei gruppi chimico-farmaceutico (+5,2%) e ingegneria (+4,7%). A credere nella laurea soprattutto i giovani di Molise, Abruzzo, Basilicata e Lazio, regioni in cui per 100 residenti di 19-25 anni più di uno su due è iscritto ad un corso accademico, spesso fuori sede. Le donne si confermano più studiose degli uomini: 71 ragazze su 100 proseguono gli studi oltre la scuola secondaria, i ragazzi sono 61. E sono soprattutto loro ad arrivare alla laurea: circa 24 ogni 100 venticinquenni, contro i 17 laureati ogni 100 maschi della stessa età. Al Centro-Nord gli atenei risultano più numerosi di quelli del Sud e la mobilità territoriale degli studenti universitari è piuttosto elevata: uno studente su cinque studia in una regione diversa da quella di residenza. Anche perché circa il 60% degli studenti universitari che si laureano negli atenei del Sud Italia non trova un «lavoro continuativo» nelle regioni meridionali. Al contrario, la stessa percentuale di studenti laureati al nord lavora in maniera stabile. In ogni caso si hanno opportunità migliori concludendo tutto l’iter universitario, cioè il modulo «tre anni più due». Al Nord lavora continuativamente il 66,3% dei laureati dei percorsi lunghi ed il 54,9% nei corsi triennali; seguono i laureati del Centro (rispettivamente 53,6% e 45,9%) e, appunto, quelli del Mezzogiorno (con il 43,4% ed il 34,7%). Una persona su quattro ha al massimo la licenza elementare. Il 32,4% degli italiani infatti ha qualifica o diploma di scuola secondaria superiore mentre un italiano su 10 (il 10,2%) ha un titolo universitario. L’incidenza di chi ha al massimo la licenza elementare - pari nel complesso della popolazione al 25,9% - risulta ormai estremamente bassa per le classi più giovani: 1,8% tra i giovani di 15-19 anni contro il 70,1% tra gli ultra sessantacinquenni. La selezione scolastica è più forte nelle scuole secondarie di secondo grado soprattutto nel primo anno dove quasi due ragazzi su 10 non superano gli scrutini di fine anno. Questi i dati principali dell'ultimo rapporto Istat, ma se non fossero sufficienti, il sito Tuttoscuola ha preparato un dossier sulla scuola e su tutte le 'bugie' di governo e opposizione. ps: Dopo le lezioni nelle piazze e nelle stazioni e in vista della manifestazione a Roma di venerdì prossimo, la protesta degli studenti si muove anche su Internet. In rete si annuncia infatti, per oggi alle 14, un netstrike contro il sito del Ministero dell’università e della ricerca, cioè un attacco informatico che consiste nel moltiplicare talmente tanto i contatti alle pagine del Miur da mandarlo in tilt. Insomma, si tratta di una sorta di «corteo» informatico. «Loro fermano il nostro futuro - spiega »Informatica in movimento« -...noi fermiamo i loro siti».

 

Berlusconi: "Gli Usa hanno provocato Mosca sullo scudo"

Maurizio Molinari

New York - Dmitry Medvedev e Silvio Berlusconi parlano all’unisono contro lo scudo anti-missile di George W. Bush lasciando intendere che potrebbe essere questo un terreno di incontro con Barack Obama, che ieri ha mandato un segnale di apertura a Mosca affidando la transizione dei poteri al Pentagono all’ex senatore della Georgia Sam Nunn, molto critico su posizionamento dello Scudo in Europa Orientale. Le dichiarazioni degli inquilini del Cremlino e di Palazzo Chigi sono arrivate a poche ore di distanza. In coincidenza con l’arrivo a Mosca di William Burns, numero 3 del Dipartimento di Stato, Medvedev ha affidato a «alti funzionari» il compito di respingere le nuove proposte Usa: «Non le accettiamo, parleremo solo con la nuova amministrazione Obama che Bush sta tentando di ostacolare con queste offerte». Poco dopo, da Smirne, il presidente del Consiglio ha picchiato duro sullo scudo voluto da Bush definendolo «una provocazione contro la Russia» che ha portato alla «contrapposizione di due arsenali nucleari capaci di distruggere l’intera popolazione mondiale». Parlando nella conferenza stampa finale del vertice italo-turco, Berlusconi ha fatto sue le posizioni del Cremlino: «Diciamolo chiaro vi sono state delle provocazioni alla Federazione russa con il progetto di collocare missili in Polonia e Repubblica Ceca, il riconoscimento unilaterale del Kosovo e poi ancora l’accelerazione del processo di entrata di Ucraina e Georgia nella Nato». Da qui l’auspicio del premier per un «incontro fra il nuovo presidente americano e quello russo» in piena sintonia con quanto proposto da Medvedev a Obama, accennando ad una data estiva. Se i portavoce di Barack evitano commenti sulla politica estera durante la fase di transizione dei poteri e il Dipartimento di Stato aspetta di «leggere il testo di Berlusconi» prima di reagire ad un apparente rovesciamento delle posizioni italiane su scudo antimissile e Kosovo, a spiegare quanto sta avvenendo è Marshall Goldman, volto di punta del «Russian Center» di Harvard, secondo il quale «l’Europa sta tentando di favorire un riavvicinamento fra Washington e Mosca, con Gordon Brown e Sarkozy che parlano con Obama mentre Berlusconi sta molto vicino a Putin, e quindi anche a Medvedev». L’operazione diplomatica europea però, sottolinea Goldman, è uno dei cremlinologi più ascoltati negli Usa, «potrebbe essere vanificata da Medvedev che minacciando di schierare i missili a Kaliningrad mette in difficoltà Obama prima ancora di avergli parlato»: «Sarebbe stato meglio se Medvedev avesse detto dei missili a Barack durante una telefonata anziché facendo un annuncio». Il presidente eletto non parla in merito perché, come ribadisce la portavoce Stephanie Cutter, «in questo Paese c’è un governo alla volta», ma manda segnali indicando i nomi di punta del team incaricato della transizione. Per gestire il passaggio delle consegne al Pentagono ha scelto Sam Nunn, 70 anni, ex senatore della Georgia, veterano del negoziato sugli armamenti della Guerra Fredda e autore, assieme al repubblicano Richard Lugar, della legge che garantisce aiuti alla Russia in cambio dello smantellamento delle armi nucleari. Nunn è ben conosciuto a Mosca, dove sono state apprezzate le sue posizioni contro l’allargamento della Nato all’Ucraina e critiche sul dispiegamento dello scudo antimissil. «Questo sistema di difesa non è ancora pronto, la minaccia iraniana non è ancora matura e dovremmo lavorare con la Russia sulla protezione da attacchi missilistici», ha di recente affermato Sam Nunn. L’altro nome svelato da Obama è quello di Madeleine Albright, l’ex Segretario di Stato che guidò la diplomazia Usa durante la guerra in Kosovo. Sarà lei, affiancata dall’ex deputato Jim Leach, a parlare per conto di Barack durante il summit del G20 che si terrà a Washington nel fine settimana. Se Medvedev o Berlusconi hanno un messaggio per Obama dovranno affidarlo a lei.

 

Tina Brown: "Alla Casa Bianca comanderà Michelle" – Francesco Semprini

NEW YORK - Michelle Obama sarà una moderna First Lady al fianco di Barack, il Roosevelt nero che cambierà l’America del nuovo millennio. Non ha dubbi, Tina Brown, la celebre giornalista anglo-americana oggi al timone del neonato sito «The Daily Beast». Come definisce la notte del 4 novembre? «Un cambiamento storico, politico, umano e sociale. Non si tratta solo di una conquista dal punto di vista razziale ma è la vittoria della generazione del nuovo millennio, un movimento trasversale che usa Internet e racchiude in sé razionalità e idealismo». Come vede Michelle Obama alla Casa Bianca? «Sarà lei la vera regista, il comandante sul campo di Pennsylvania Avenue, l’anima della famiglia presidenziale. Per carattere e fisicità avrà un ruolo anche più rilevante della precedenti First Lady, diverso per genere dalla stessa Hillary. Senza tuttavia sconfinare dalle seconde linee, come prevede il galateo della Casa Bianca». Sono qualità richieste alla moglie del Presidente americano? «Alla moglie di un presidente dell’America del nuovo millennio. Michelle è una donna straordinaria, preparata culturalmente e con il giusto senso della famiglia. Ha le caratteristiche della donna indipendente, e di madre e moglie capace. Le sue origini le consentiranno di stare sempre con i piedi per terra, e così riuscirà a essere una saggia e moderna First Lady». E le piccole Malia e Sasha, come cresceranno alla Casa Bianca? «Spetta alla madre il compito più difficile, sono convinta che Michelle farà un ottimo lavoro, si vede da come si sta muovendo in questi giorni, fa di tutto per rendere il cambiamento meno brusco possibile». Tra poco ci sarà un nuovo «First Dog», un cane, come lo chiamerebbe lei? «W, ovviamente». Lo show di Oprah al Grant Park di Chicago le è piaciuto?
«Uno spettacolo forte, urla liberatorie. Ma a me hanno colpito molto di più le lacrime di Jesse Jackson. Sono le lacrime di gioia per la vittoria di una battaglia iniziata con Martin Luther King, proseguita con lui e portata a termine con Barack». Che ne pensa della battuta di Silvio Berlusconi su Obama? «Il solito umorismo inopportuno. Non ritengo però che sia una frase offensiva o che dietro ci fosse del pregiudizio». Che cosa si aspetta da Obama presidente? «Penso che gestirà il Paese in maniera pragmatica e attenta ai bisogni dei cittadini, senza tuttavia lasciarsi tentare da politiche di sinistra. L’America è un Paese abbastanza centrista, sarebbe uno sbaglio perdersi in derive radicali, ma sono sicura che Obama saprà mantenere la giusta distanza anche dalle scelte di sinistra di cui ha parlato in campagna elettorale». Come cambierà l’America nei prossimi quattro anni? «Abbiamo una lunga lista di problemi cui dedicarci, alcuni molto gravi, e nessun presidente è in grado di risolverli rapidamente. Tuttavia spero di assistere all’inizio di una fase di rinnovamento, grazie al quale il mondo avrà una percezione migliore degli Stati Uniti, riflesso di quel cambiamento generazionale che Barack Obama rappresenta. Pensa ancora che Hillary sarebbe stata un candidato migliore? «Purtroppo non era il momento giusto per lei. Il cambio generazionale per voltare pagina il Paese lo ha visto incarnato in Obama». Ritiene che in America il sessismo sia più resistente dei pregiudizi razziali? «Sì, la battaglia contro il razzismo ha compiuto passi in avanti, ma la discriminazione contro le donne è più dura a morire, lo si è visto con le campagne denigratorie nei confronti di Hillary durante le primarie, ma anche nei confronti di Sarah Palin nell’ultima fase delle elezioni. E i media sono spesso responsabili. Questo però vale anche per l’Europa». Lei sta lavorando a un libro su Bill e Hillary, «The Clinton Chronicles»: quale sarà il loro ruolo nei prossimi quattro anni? «All’inizio manterranno un profilo basso, ma sono sicura che saranno di grande aiuto per Obama, sia per i consensi che raccolgono sia per lo spessore della loro immagine politica. Barack non si priverà di un appoggio così prezioso». Se il suo prossimo libro fosse «The Obama Chronicles», come lo inizierebbe e quale fine vorrebbe dargli? «Lo inizierei con le primarie e qualche flash-back per raccontare la sua storia. La fine? Obama, il Roosevelt nero, il Presidente che ha cambiato l’America nel nuovo millennio».

 

Corsera – 13.11.08

 

Veronesi: «Testamento biologico, il medico può dire no»

Mario Pappagallo

MILANO - Se la morte è il termine naturale della vita umana, di fronte alla possibilità di allontanare questo confine chi deve porre limiti e a quali condizioni? La tecnologia? Le istituzioni? I medici? «Io penso che ognuno di noi ha il diritto di autodeterminarsi e di esprimere cosa vuol fare nel caso si trovasse in condizioni che lo privano della sua identità e dignità. Ognuno deve essere libero di scegliere». E’ il senatore Umberto Veronesi a parlare. Il Veronesi medico si ferma di fronte al confine tra vita artificiale e morte naturale. E affida a uno stringato disegno di legge il suo modello di testamento biologico. Il caso Eluana Englaro ha fatto cambiare idea all’ex ministro della Sanità («Non serve una legge, basta il notaio», diceva fino a poco tempo fa). Ora la legge occorre. «Disposizioni in materia di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di volontà», è il titolo del ddl 972 che porta la sua firma. Nove articoli in tutto. Si aggiunge alla decina di altri testi in attesa di giudizio... parlamentare. «La mia legge - spiega - non riguarda il tema dello stato vegetativo permanente nella sua globalità, ma solo il diritto di ogni cittadino di rifiutare questo modo innaturale di terminare la propria vita. Oggi la decisione di come e quando prolungare l’assistenza è completamente nelle mani dei medici, mentre invece è diritto inalienabile di ogni cittadino decidere se iniziare o quando lasciare il trattamento di sostegno». A Veronesi non piace il termine accanimento terapeutico («E’ un controsenso linguistico»). «Compresa l’alimentazione e l’idratazione artificiale». «In passato - aggiunge il senatore Pd - c’era la paura di morire anzitempo. Oggi c’è quella di sopravvivere oltre il limite naturale della vita, in una condizione artificiale, priva di coscienza e di vita di relazione ». Conseguenza dell’ipertecnologica medicina moderna. Un limbo che «pone la società di fronte a dilemmi sconosciuti alla storia e al pensiero». E che ha portato a un movimento, negli Stati Uniti e in Europa, favorevole alla possibilità di esprimere, in condizioni di normalità e di lucidità mentale, le «direttive anticipate» che i medici devono rispettare «nel caso che un danno cerebrale grave impedisca la consapevole espressione di assenso o di dissenso alle cure proposte». Un movimento che ha scatenato il dibattito tra medici e pazienti, tra laici e credenti, tra politici appartenenti agli stessi partiti. Per i medici contrari al testamento biologico c’è l’obiezione di coscienza: «E’ data la possibilità al medico che ha in carico il paziente di non seguire le indicazioni di volontà anticipate, se questo contrasta con le sue convinzioni etiche, affidando il paziente ad altri medici». E ai veti del Vaticano risponde: «Chi ha fede sceglierà di affidarsi a Dio. O, ancora per fede, rifiuterà trattamenti che potrebbero salvarlo (le trasfusioni di sangue per i Testimoni di Geova). Chi non ha fede, potrà affidarsi ai poteri della scienza medica o scegliere di stabilire dei limiti».

 

Nel Pd sale il gelo dell’ala filo Cisl

La prima reazione è uguale per tutti: sbaglia il governo a spaccare i sindacati e a tentare l’isolamento della Cgil. Premessa ovvia. A cui segue il resto. E il resto è che, seppur potrebbe apparentemente giovare al Pd, nessuno in quel partito si augura il bis del Cofferati stile 2002-2003. Anche se per un anno almeno così rischia di essere. I vertici della Confindustria ne hanno parlato con i big del Pd e hanno espresso la loro convinzione: Guglielmo Epifani non firmerà niente, non può permetterselo, stretto com’è tra metalmeccanici e statali (che dopo i pensionati sono la parte più consistente dei suoi iscritti). Lascerà questa incombenza a chi gli succederà. Nel partito di Veltroni sono d’accordo con questa analisi. Uno sbocco, seppur non a brevissimo termine, potrebbe essere quello di candidare Epifani alle europee. «Se ne è parlato», dice il ministro ombra Andrea Martella. «E’ un’ipotesi», conferma il coordinatore organizzativo del Pd Beppe Fioroni. Nel frattempo, però, bisogna affrontare la divisione del sindacato, cosa non facilissima. «Occorre tornare all’unità», esorta Pierluigi Bersani. «C’è il rischio di una divaricazione pericolosa», gli fa eco Piero Fassino. Ma né l’uno né l’altro addebita la responsabilità della spaccatura a Bonanni e Angeletti che l’altra sera si sono attovagliati al tavolo del governo. «La linea dei duri e puri non è vincente», ammette Michele Ventura, ministro dalemiano del governo ombra. E a proposito di D’Alema chissà se era un caso la sua presenza, l’altro ieri, alla conferenza internazionale della Cisl. Nel Pd, comunque, già ai tempi dell’Alitalia gli ex margheritini avevano fatto presente agli ex Ds che «bisogna tenere conto anche delle nostre posizioni che non si riconoscono in quelle della Cgil». E non che ora la situazione sia diversa. Fioroni, reduce da un colloquio con il segretario della Cisl Bonanni, dopo aver debitamente insultato il governo, osserva: «Non è che si può esaltare Obama e poi andare appresso a vecchi riti comunisti. Bisogna togliere le incrostazioni, la Cgil non è la cinghia di trasmissione del Pd e il suo leader non può fare come Giosuè e dire: "fermati sole". Un sindacato non fa politica ma deve fare i contratti. E questo è esattamente l’atteggiamento di Bonanni. Del resto, se il presidente del Consiglio ti invita è difficile non andarci perché un sindacato autonomo non ha governi amici o nemici». E il 12 dicembre, al loro sciopero generale, gli uomini della Cgil non avranno al fianco il Pd (se si eccettuano le adesioni personali). «Ma siamo fuori di testa?», dice Fioroni a un compagno di partito che gli chiede se sia opportuno o meno scendere in piazza. Per Massimo Calearo, ex presidente di Federmeccanica, ora deputato del Pd, non ci sono dubbi: «La Cgil non è il sindacato, ma un sindacato». Come a dire: il Pd deve scindere le sue sorti da quelle dell’organizzazione di Epifani. Ed Enrico Letta è altrettanto determinato: «La divisione tra le confederazioni non si può evitare, è nelle cose, si può solo gestire, prendendo atto che noi e i sindacati siamo due cose diverse». Già, il Pci non c’è più, il Pds nemmeno e anche i Ds sono scomparsi. Ora c’è il Pd il cui sindacato di riferimento non può più essere la Cgil. Toccherà ancora una volta a Walter Veltroni calarsi nei panni del paziente mediatore e tentare di evitare che la Cgil si faccia troppo male e che il solco tra l’organizzazione di Epifani e il Pd si allarghi ulteriormente.


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