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L'OLD DEAL VATICANO

Manifesto – 12.11.08

 

L'old deal vaticano - Mariuccia Ciotta

Se «i criteri economicisti e politici cancellano l'etica, è in pericolo l'intera umanità» il grido d'allarme sale dalla stanze vaticane per bocca dell'Opus Dei, cardinal Julian Herranz, rimbalza nelle parole del segretario di stato della santa sede, Tarcisio Bertone, fino al porporato Javier Lozano Barragan, presidente del pontificio consiglio per la salute. È scoppiato un altro conflitto? L'America di Barack Obama ha lanciato un'offensiva globale? Ma il fervore degli uomini di Benedetto XVI, che ieri è salito di tono, ha per obiettivo il tempo della pace, si scaglia contro due episodi lontani geograficamente e uniti nello spazio senza confini della dignità umana. Il primo viene d'oltre oceano, dove il presidente eletto degli Stati uniti si appresta a chiudere l'era sanguinaria di George W. Bush con una serie di modifiche urgenti agli «ordini esecutivi» della Casa bianca, restrittivi dei diritti civili, tra cui figurano Guantanamo, l'Iraq, l'interruzione di gravidanza, le cellule staminali. Di torture e di massacri neanche una parola, l'orrore della Chiesa romana si concentra sulla «vita fin dal suo concepimento» e contro la ricerca scientifica che dovrebbe salvare esseri umani reali, «No alle cellule staminali embrionali, non servono a nulla» ha dichiarato Barragan. Il secondo episodio, emotivamente rilevante, è il caso di Eluana Englaro, la «bella addormentata» che vorrebbe uscire dal suo sonno crudele e che è a un passo dalla libertà. Ieri il procuratore generale della Cassazione, Domenico Iannelli, ha definito «inammissibile» il ricorso della procura di Milano contro il decreto della Corte d'appello che ha detto sì alla fine del suo stato vegetativo irreversibile. Lasciatela andare in paradiso, direbbe un buon pastore, mentre quello tedesco avverte, sempre attraverso Barragan, «è una mostruosità disumana e un assassinio». L'alta corte è avvisata a poche ore dalla sentenza. Quale idea della vita ha questo pontificato? Dalla cupola di San Pietro escono segnali di ostilità contro la nuova era americana che dovrebbe porre fine alla «guerra di civiltà», fiancheggiata da Ratzinger in nome del no al relativismo. Solo il cattolicesimo salverà l'uomo, né una religione, una politica o una filosofia diverse. Marxisti e liberal scomunicati. Il Vaticano osa dichiarare: «Dopo la sensibilità di Bush... gli Usa adesso fanno paura». E ancora: «Ci sono paletti anche per l'uomo più potente del mondo». Questo nuovo protagonismo del papa dà la misura della sua perdita di posizioni in campo occidentale, finito l'asse con l'amico americano, finita la crociata contro il resto del mondo. E se oltre la metà dell'elettorato cattolico Usa ha votato per il «new deal» obamiano, la solitudine vaticana si espande. Il cinismo della politica interna ed estera della Chiesa non si ferma di fronte ai fantasmi bambini, alle vittime delle guerre, alla distruzione del pianeta che hanno scandito gli otto anni passati, lo sguardo del papa è concentrato sulla sua perdita di egemonia morale. Certo, non sarà rinsaldata dalla negazione del progresso scientifico né dall'accusa di omicidio rivolta a un padre che lotta per amore di sua figlia. È sua la cultura della morte.

 

Scomunica vaticana: «È un assassinio» - Giorgio Salvetti

A un passo dalla fine dell'accanimento giuridico sul caso di Eluana Englaro, la ragazza che da 1992 viene nutrita con un sondino, la Chiesa ci mette ancora una volta lo zampino. Ieri il procuratore generale della Cassazione ha chiesto che venga dichiarato inammissibile il ricorso della Procura di Milano contro la sentenza che a luglio aveva giudicato legittimo sospendere l'alimentazione forzata di Eluana. Apriti cielo. La santa sede è subito intervenuta a piedi giunti. Il cardinale Javier Lozano Baragan, presidente del consiglio per la salute del Vaticano, ha detto che se la sospensione dell'idratazione e dell'alimentazione fosse messa in pratica si tratterebbe di una «terribile morte per fame e per sete, una mostruosità disumana, un assassinio». Mentre il papà di Eluana, per rispetto della corte che si è riunita in camera di consiglio, ha preferito un dignitoso no comment, le gerarchie ecclesiastiche non hanno saputo mantenere il voto del silenzio. Secondo il procuratore alla Cassazione, Domenico Iannelli, il pm di Milano non avrebbe dovuto portare la sentenza all'esame della corte di Roma perché non riguarda una questione di «interesse generale e pubblico ma si tratta di una tutela soggettiva e individuale». Significa che il caso di Eluana è stato indebitamente trasformato in una questione di stato e sulla pelle di quella ragazza e della sua famiglia si sta giocando un partita giuridica che prescinde dalla sua vicenda personale. In subordine, il procuratore ha chiesto che venga accolta solo la prima motivazione del ricorso che richiedeva un ulteriore accertamento dello stato di Eluana per valutare le «effettive condizione di irreversibilità dello stato vegetativo permanente». Una sorta di esame di stato medico permanente. «Non ho nulla da dichiarare, nella maniera più assoluta». Beppino Englaro, lo stoico papà di Eluana, ancora un volta non ha voluto commentare ma ha voluto esserci, in prima fila, davanti alla corte di Cassazione. Rispettoso, ancora una volta, delle istituzioni che hanno potere di vita e di morte su sua figlia. Solo quando l'udienza è terminata si è ritirato per tornare a Lecco dove attenderà la sentenza. I suoi avvocati sono soddisfatti della richiesta di inammissibilità avanzata dal procuratore. «Secondo noi - ha dichiarato Franca Alessio, curatrice di Eluana - la Procura di Milano non era legittimata ad impugnare la sentenza di luglio. A nostro giudizio quel decreto della corte d'appello va applicato altrimenti non si metterà mai la parola fine». Secondo Alessio la procura di Milano «si è lasciata trascinare da medici e neurologi che la pensano in modo diverso e ritengono che si possa sostenere che ci sia ancora una possibilità di vita, mentre continuare così sarebbe impietoso». L'avvocato Vittorio Angiolini, legale del signor Englaro, è fiducioso: «Bisogna lasciare alla Corte di Cassazione la serenità per prendere questa decisione. La discussione è stata ampia e credo che la Corte abbia tutti i materiali per decidere». L'avvocato Angiolini aveva chiuso la sua arringa davanti alla Corte con un appello: «E' ora che Eluana venga lasciata morire come chiede suo padre da 16 anni. Lo scopo della procura di Milano è quello di un accertamento che non abbia mai fine. Una cosa contraria ad ogni principio epistemiologico che porterebbe ad un livello tale di trasformazione per cui il medico diventerebbe colui che si impadronisce della vita altrui». Angiolini ha anche citato il vangelo secondo Giovanni dove dice che anche di fronte alla resurrezione di Lazzaro, Gesù ringrazia Dio perché sa che neanche lui può disporre della vita altrui e dare miracoli, ma si deve attenere alla volontà divina. Per il Vaticano, evidentemente, contano di più la volontà di papa Ratzinger & Compagnia e il potere dei sondini. Le dichiarazioni del cardinale Barragan hanno rotto quel silenzio che pure era stato invocato anche dal cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi. Solo in un secondo momento Barragan ha tentato di camuffare il suo intervento. «Non mi sono riferito alla Corte di Cassazione e al suo lavoro ma ho solo voluto ripetere la dottrina della Chiesa rispetto al vivere e al morire. Parlavo in generale in osservanza del quinto comandamento: non uccidere. Non mi riferivo a nessun caso specifico». Ma il tempismo delle sue parole non è opera della divina provvidenza. Il giudizio definitivo della Cassazione dovrebbe essere reso noto entro pochi giorni. Anche se le camere riunite della Cassazione avrebbero a disposizione fino a 30 giorni di tempo per pronunciarsi, la sentenza «verrà pubblicata nel più breve tempo possibile tenuto conto della particolarità del caso», ha reso noto il primo presidente della Cassazione Vincenzo Carbone. E speriamo che poi Eluana possa essere finalmente lasciata in pace dalle leggi di dio e degli uomini.

 

Epifani scioglie la riserva: «Sciopero a dicembre» - Antonio Sciotto

ROMA - «Unificare le lotte»: la formuletta magica che da giorni molti aspettavano, alla fine è stata pronunciata. Guglielmo Epifani ha proposto ieri al Direttivo (che voterà oggi) di «effettuare uno sciopero generale entro dicembre». Le assemblee tenute a Roma nelle ultime due settimane - prima quella dei metalmeccanici Fiom, poi i quadri e delegati Cgil, fino ai pensionati Spi - non avevano fatto altro che pressare per lo stop di tutte le categorie, e alla fine la segreteria della Cgil ha «sciolto la riserva», chiedendo ieri il mandato al Direttivo. Dopodomani, venerdì 14, scendono in piazza Università e ricerca, sabato 15 è prevista la fermata di tutti i lavoratori del commercio, indetta dalla Filcams contro l'accordo separato: entrambi sono scioperi di 8 ore con corteo a Roma. Il 12 dicembre è stato indetto lo sciopero dei meccanici, a cui si sarebbe dovuto sommare quello del pubblico impiego: anche loro, con modalità 8 ore più manifestazione nazionale a Roma. Ora però la decisione confederale potrebbe «superare» tutti i singoli stop, e assorbirli in uno solo. Ma ancora tutto è in movimento. Innanzitutto, quel che certamente si farà nelle forme finora pubblicate, sono gli stop di università e commercio: sono vicini, e le modalità dello sciopero generale Cgil si verranno a sapere solo lunedì prossimo, quando si terrà la segreteria della confederazione. Il Direttivo iniziato ieri, sospeso in serata e che si chiuderà oggi con la votazione, ha solo il compito di dare mandato a Epifani per indire lo sciopero generale: sarà la segreteria a stabilire i modi dell'attuazione e la data. La modalità non è cosa da poco: infatti lo sciopero potrebbe essere di 4 come di 8 ore, con corteo nazionale a Roma come invece per territori. Le categorie più avanzate sull'indizione di proprie proteste - i meccanici e i pubblici, che tra l'altro proprio al manifesto avevano dichiarato di voler unificare le date - è verosimile che preferiscano l'ipotesi più alta (8 ore, con manifestazione a Roma). Dall'altro lato, pare invece che Epifani e la sua segreteria vogliano «frenare», cominciando in dicembre solo con uno stop articolato per territori, o di 4 ore: in ogni caso, un'ipotesi minor rispetto allo «scioperone». Per quest'ultimo, si dovrebbe attendere fine gennaio o addirittura fine febbraio: i maligni dicono per «incoronare» l'uscita di Epifani dalla Cgil, verso un seggio europeo con il Pd (le elezioni si tengono in primavera). Insomma: per ora tutto il calendario di lotte resta confermato, e saranno poi i meccanici a dover «rimodulare» eventualmente le modalità del proprio sciopero, ma solo dopo la segreteria Cgil di lunedì. Se infatti Epifani fissasse la data dello sciopero generale lo stesso 12 dicembre, sarebbe «anomalo» che tenesse le conclusioni - come è previsto per il momento - dal palco dei meccanici. Oltretutto, lo stesso corteo nazionale a Roma della Fiom, rischierebbe di «oscurare» le manifestazioni territoriali di tutte le categorie. A maggior ragione, poi, se sfilassero a Roma con i meccanici anche i dipendenti pubblici. Allora pare più verosimile che Fp e Fiom, come tutti gli altri, in caso di «territorializzazione» della Cgil, «territorializzino» anche loro. Al Direttivo, ieri Epifani ha spiegato che «la piattaforma proposta dalla Cgil per affrontare la crisi economica si conferma la più giusta ad affrontare la situazione, ma le scelte del governo vanno in altre direzioni». Poi ha aggiunto: «La decisione di molte banche di adottare temporaneamente i tassi Bce invece che quelli Euribor per i mutui, le valutazioni di Bankitalia sugli effetti negativi della detassione degli straordinari sull'occupazione, il dibattito sulla necessità di sospendere la Bossi-Fini, vanno appunto nel senso indicato dalla Cgil nell'assemblea dei quadri e delegati». Epifani ha poi aggiunto un appello alle banche: «Mostrino sensibilità sociale sospendendo per un periodo la richiesta di pagamento dei mutui ai lavoratori in cassa integrazione o ai precari che hanno perso il lavoro».

 

I veri selvaggi di Alitalia - Gabriele Polo

Il primo responsabile di ciò che sta accadendo negli aeroporti italiani è Silvio Berlusconi, che prima ha affossato la vendita di Alitalia a Air France (lui, molto più che i sindacati) e poi ha inventato la «cordata italiana» per dare un seguito a quanto promesso in campagna elettorale. Poi c'è un altro «colpevole», Roberto Colaninno. Lui e i suoi compagni di ventura, un po' spinti dal Cavaliere, un po' bramosi di notorietà e facili guadagni, incuranti del disastro che stavano mettendo in piedi. È con questo grumo un po' cialtrone di politica e affari che se la devono prendere i passeggeri bivaccanti negli aeroporti, i cittadini che - comprensibilmente - s'infuriano per il diritto alla mobilità messo a rischio. Loro hanno fatto davvero qualcosa di selvaggio. Loro, che hanno millantato capacità industriali inesistenti e risorse finanziarie solo di carta, che hanno imbrogliato sui progetti scaricando tutti i costi dell'operazione sul debito pubblico e sottoscritto accordi sindacali già penalizzanti, che ora non vogliono nemmeno rispettare. Che intendono usare le proteste da loro provocate per introdurre il caporalato anche in un settore d'elite e per questa via ridurre i lavoratori a sudditi, fino a vietare il diritto di sciopero. Con i loro ultimatum, con l'accomodante appoggio di buona parte dei media; infine, se servirà, con la polizia e la magistratura. È una realtà «al rovescio» quella che scandisce in queste ore il progressivo black out del traffico aereo. Piloti e assistenti di volo stanno praticando uno «sciopero bianco» che rallenta tutte le procedure: per obiettivo hanno il semplice rispetto del primo accordo di palazzo Chigi. La Cai non vuole rispettarli, vuole peggiorarli, vuole disporre liberamente di una forza lavoro già dismessa dal fallimento Alitalia. La grande stampa e le televisioni ignorano questo passaggio, parlano di «egoismi corporativi», di «scioperi selvaggi» e inneggiano al licenziamento di massa. Cgil, Cisl e Uil non sanno più che pesci prendere, mentre dovrebbero imporre il rispetto dell'accordo originario, quello firmato da tutti, piloti e hostess compresi. Il governo fa finta che la Cai non sia tornata indietro rispetto a ciò che aveva promesso e prepara la rappresaglia, mettendo a frutto la rabbia di qualche decina di lavoratori che votano uno sciopero immediato ma del tutto virtuale. Uscirne non sarà facile, per nessuno. Quando, tra non molte ore, il trasporto aereo sarà al collasso, la Cai e il governo dovranno decidere: o accettare le richieste di piloti, hostess e personale di terra, rispettando i diritti minimi del lavoro e mettendo in pratica l'accordo di settembre, oppure affidarsi alle forze dell'ordine. Con le conseguenze del caso. A meno che rinsaviscano, ammettano il fallimento e chiamino in soccorso Air France: non sarebbe cosa indolore e le condizioni dettate dai francesi (o da chi per loro) sarebbero comunque peggiori di quelle proposte in primavera sotto il governo Prodi. Ma sarebbe comunque una soluzione ragionevole. Anche se è difficile pensarlo, perché la ragione è qualcosa che non sta nel bagaglio dei nostri capitani di ventura.

 

Verso il corteo. Treno low cost per l'Onda - Mariangela Maturi

MILANO - Ieri mattina gli studenti delle università milanesi si sono dati appuntamento davanti alla stazione centrale. Avvolti in una nebbiolina grigia, hanno chiesto la possibilità di un confronto con Trenitalia per stabilire i prezzi e gli orari dei treni che li porteranno a Roma per il corteo nazionale di venerdì. Ad aspettarli ci saranno i colleghi di tutt'Italia, per protestare unitariamente contro l'affossamento dell'università pubblica. Qualche delegato di Trenitalia è apparso dopo più di un'ora di presidio-assemblea nell'atrio della stazione, mentre gli studenti proponevano i loro interventi e distribuivano volantini ai passanti. Poi, il dietro-front: la delegazione ha temporeggiato, si è rifiutata di parlare al megafono davanti all'assemblea, ha fatto un paio di telefonate e se n'è andata. Trattativa saltata, gli studenti non sanno ancora come e quando partirà il treno previsto per domani. La risposta è arrivata in serata da Bologna: «In occasione della manifestazione nazionale e dell'assemblea nazionale degli atenei in mobilitazione, previste a Roma dal 14 al 16 novembre, Trenitalia applicherà le normali tariffe». Non solo, la società tiene a precisare che sono «prive di fondamento» le voci su «ipotetici accordi per prezzi politici». Mentre i delegati si allontanano all'orizzonte, si decide il da farsi: qualcuno propone un presidio alle biglietterie. Un cordone di celerini (ormai compagni di viaggio sempre presenti) fa cambiare idea al corteo improvvisato. Che stabilisce di cambiare direzione e incamminarsi alla volta di stazione Garibaldi (un quarto d'ora a piedi). Altro cordone, altro volantinaggio, altro silenzio da Trenitalia. Quindi, domani, non resta che trovarsi dalle 15 in stazione Centrale, dove Moni Ovadia intratterrà gli studenti con un incontro all'aperto in attesa di prendere il treno al minor prezzo possibile. E per agire su tutti i fronti, gli studenti si sono inventati anche una petizione on-line per chiedere treni speciali (http://www.petitiononline.com/Onda_Mi/petition.html). Immancabile il solito vicesindaco De Corato, adirato contro quelli che pretendono «di essere scarrozzati a sbafo». Anche a Torino ieri gli studenti sono partiti dalla sede delle facoltà umanistiche di Palazzo Nuovo e si sono diretti in corteo alla stazione di Porta Nuova per ottenere un biglietto a prezzo ridotto. A Napoli, riunione in stazione centrale per trattare sui treni del mattino di venerdì. «Trenitalia concederebbe lo sconto del 30%, quello previsto dalla "tariffa comitiva"» dicono gli studenti in assemblea durante la trattativa. In serata, però, la glaciale Trenitalia avvisa: «In occasione della manifestazione, Trenitalia applicherà le normali tariffe, le voci su ipotetici accordi per prezzi politici sono prive di fondamento». Anzi, invitano gli studenti a contattare l'azienda per concordare la modalità di viaggio. Capire in quanti disturberanno la quiete di questo o quell'Intercity va bene, ma di prezzi agevolati non se ne parla. Gli studenti di Bologna, dopo la solita trattativa, non si perdono d'animo e si attrezzano con una sottoscrizione online per raggiungere la quota che Trenitalia ha richiesto per raggiungere Roma. Firenze sforna l'asso nella manica, e tra una lezione in piazza e l'altra c'è chi trova il tempo per organizzare un aperitivo di autofinanziamento per soddisfare la fiscalissima Trenitalia. Immancabile il nord-est, già attrezzatissimo: il treno è alle 23.30 da Venezia santa Lucia, costo 20 euro andata e ritorno, con appello ai docenti perché sostengano gli studenti con un contributo economico. Si muovono alacremente anche le città più piccole: Pisa non vuole arrendersi al misero sconto del 10% e lancia una campagna di raccolta fondi in tutta la città per permettere agli studenti di non pagare più di 5-7 euro a testa. L'Aquila riesce ad aggirare l'ostacolo: l'Unione degli Universitari ha organizzato i pullman per Roma raccogliendo già centinaia di adesioni (si parte alle 7 di venerdì mattina dalla Fontana Luminosa). 14 È il giorno dello sciopero generale dell'università e della ricerca. A Roma si svolgerà un corteo nazionale, in arrivo migliaia di studenti da tutta Italia.

 

Una campagna per denunciare Cossiga - Tomaso Clavarino

Luca Assirelli ha 31 anni, vive a Massa Lombarda (Ravenna) e nella vita fa l'impiegato. Una persona come tante, appassionato di politica e con un forte senso civico. Proprio questo senso civico l'ha spinto a recarsi presso il commissariato di Lugo e a sporgere denuncia nei confronti del senatore a vita Francesco Cossiga. «Il 23 ottobre è stata pubblicata un'intervista al senatore Cossiga su alcuni quotidiani - spiega Luca - nella quale l'ex presidente della Repubblica invitava il governo a reprimere con la violenza il movimento studentesco e a infiltrare al suo interno agenti provocatori. Una chiara violazione, a mio parere di alcuni articoli del codice penale». Luca si riferisce alla violazione degli articoli 414-415 del codice penale che proibiscono l'incitamento a commettere atti criminali e a disobbedire alle leggi. Dopo l'intervista, Cossiga aveva ribadito i concetti in aula al momento del voto sul decreto Gelmini e li aveva finanche peggiorati con altre dichiarazioni di guerra al movimento tre giorni fa. Parole che «fanno venire i brividi. Chiunque le pronunciasse in pubblico verrebbe denunciato per istigazione alla violenza, non vedo perché il senatore a vita Cossiga non possa esserlo». Per cercare di spiegare meglio la sua iniziativa Luca ha persino girato dei filmati, caricati su youtube, nei quali ne spiega le varie tappe. Il suo intento è quello di coinvolgere più gente possibile in questa iniziativa e sembrerebbe che ci stia riuscendo visti i quasi 16 mila contatti su youtube e le numerose adesioni. Ha preparato un format con delle istruzioni per far sì che chiunque possa andare a sporgere denuncia. Molti si sono impegnati a seguirlo in questo percorso, l'Associazione giuristi democratici si è offerta di prestare consulenza legale. Sa che molto probabilmente la sua denuncia finirà nel dimenticatoio, ma spera che possa almeno «risvegliare le coscienze dei semplici cittadini, perché per quanto riguarda i politici ho perso le speranze. A parte l'europarlamentare di Rifondazione Giusto Catania, nessuno qui in Italia si è mosso».

 

«E ora?». La sinistra che guarda Obama - Marco d'Eramo

CHICAGO - Una serie di giovani lavorano intenti/e al loro computer; in un clima di silenziosa efficienza. L'ufficio non è quello che ti aspetteresti da una sessantottina, sembra piuttosto un'agenzia pubblicitaria. E in un certo senso lo è, perché la MK Communications sta alla politica come le agenzie pubblicitarie stanno alle merci: vende strategie, organizza campagne. Per clienti ha enti pubblici, università, Ong, sindacati. MK sta per Marilyn Katz: «Se vai a Chicago, devi assolutamente incontrarla», mi aveva detto il saggista Mike Davis. Nel mondo politico chicagoan Katz è figura familiare: è amica da una vita di David Axelrod, il più importante stratega della campagna elettorale di Barack Obama, uomo chiave nella prossima amministrazione. Marilyn Katz ha anche fatto parte del comitato finanziario per la campagna di Obama e ha raccolto fondi per più di 100.000 dollari. In estate lo ha difeso dalle accuse di moderatismo. Quando le chiedo «Intanto, mi parli di sé», piccolina, capelli corti, irrequieta, il sorriso ironico, mi delinea una storia familiare: «Io sono della generazione del baby boom, sono nata nell'idea che gli Usa fossero una vera democrazia. Ma il movimento per i diritti civili nero, cominciato nel 1955, e poi le immagini dall'estero ci mostrarono quanto quell'idea fosse falsa. Non eravamo contro l'idea di democrazia americana, eravamo contro il tradimento delle promesse. Negli anni '60, allora studiavo alla Northwestern University, capii che era meglio fare la storia piuttosto che studiarla. Mi dimisi dalla mia sorority (la «sorellanza» di studentesse), ruppi i miei impegni (matrimoniali) e partecipai a tempo pieno al movimento studentesco, all'Sds - Students for a Democratic Society - insieme a Carl Davidson (prima vicepresidente e poi segretario dell'Sds), Tom Hayden, Rennie Davis, Michael Klonsky... insomma noi, i sessantottini: con molti di loro lavoro ancora adesso. Avevo relazioni strette con le Pantere nere, Bobby Rush e Fred Hampton . Ero il capo della sicurezza qui a Chicago per le manifestazioni per la Convention democratica nel 1968. Poi, nel 1969 ci fu la scissione e una parte del movimento entrò in clandestinità, con i Wetherman (gruppo che compì una serie di attentati, il cui nome, «metereologo» deriva dalla frase: «Non serve un meteorologo per sapere in che direzione soffia il vento», ndr), con quel Bill Ayers il cui nome è stato associato a Barack Obama, e che avevo conosciuto diciassettenne. A quel punto l'Sds si spaccò e io andai via dagli Stati uniti, in Ecuador. A quel periodo stavo con un ragazzo alto, biondo, con gli occhi azzurri e pensavamo di fare gli eroi rivoluzionari della guerriglia latinoamericana. In realtà avevamo più bisogno noi di loro che loro di noi. Ma poi di quei compagni non ho saputo più nulla, devono essere morti tutti. I repubblicani possono dire quello che vogliono, ma all'epoca esercitarono una violenza incredibile, squadre della morte, non solo in America latina, ma anche qui: Bob Kennedy, e solo in questa città 28 pantere nere uccise. Io sono stata molto fortunata a essere sopravvissuta. «Quando sono tornata qui alla fine degli anni '70 dovevo trovare i mezzi per vivere, ho girato film, ho fatto spot pubblicitari per McDonald, ho scritto libri. Nell'82 fui responsabile dei media e della stampa per la campagna elettorale di Harold Washington (che divenne il primo sindaco nero di Chicago). Il nucleo duro di quella campagna era costituito dalle solidarietà create da ragazzini negli anni '60. Washington cambiò il modo di fare politica, il modo in cui le decisioni sono prese in città. Prima di lui il processo era unidirezionale, scendeva solo dall'alto in basso. Dopo di lui il processo è andato nei due sensi: i gruppi di quartiere sono stati coinvolti, hanno avuto voce in capitolo. E quando il giovane Daley è diventato sindaco, non ha governato come aveva fatto suo padre per tanti anni (con la celebre «Macchina politica di Chicago», ndr), ma ha continuato a finanziare i programmi avviati da Washington. Per esempio quelli per consentire alloggi a buon mercato, dopo che l'amministrazione Reagan aveva tagliato i fondi federali per l'edilizia popolare. Washington ha fatto fuori la macchina politica, i cui uomini possono fare ancora una montagna di soldi, ma non hanno più nessuna influenza politica. Almeno a livello di città: a livello di stato dell'Illinois è un'altra storia, è un verminaio differente. Io nel frattempo avevo aperto questa agenzia di comunicazioni e continuavo a fare politica. Abbiamo aiutato Bobby Rush nelle sue campagne da deputato. «Nei primi anni '90 avevo riposto speranze in Bill Clinton, ma poi ho incontrato George Stephanopoulos (primo addetto stampa del presidente Clinton) e ho capito che era solo un politicante. Più tardi, nel 2002 la situazione era tremenda: il Patriot Act, un fascismo all'americana che procedeva strisciante, un clima di sospetto e delazione. E a settembre un giorno Carl Davidson mi telefona e mi dice "Ormai è sicuro che Bush farà la guerra in Iraq. Noi che possiamo fare?" Ormai erano quasi dieci anni che non organizzavamo più manifestazioni. La sinistra liberal era completamente sbandata, la popolarità di Bush era al massimo. Ma ci dicemmo che o allargavamo lo spazio pubblico o non ci sarebbe stato più nessuno spazio pubblico, perché questi qui volevano il controllo totale. Eravamo una quindicina, mettemmo insieme un paio di migliaia di dollari per il materiale e ci demmo appuntamento per il 6 ottobre. Facemmo telefonate e telefonate, soprattutto fu la prima manifestazione diffusa da internet. Invitammo tutta l'area progressista a parlare e intervenire, anche se i nostri deputati più di sinistra erano in sessione a Washington. E per la prima volta nel paese, 2.700 persone circa si riunirono per manifestare contro l'invasione dell'Iraq, più di sei mesi prima che avvenisse. «Fu in quell'occasione che Barack fece il suo famoso discorso contro la guerra in Iraq. A confronto, le prime manifestazioni contro la guerra in Vietnam, nel 1966 e 1967, erano piccolissime: 300-400 dimostranti. Un mese dopo eravamo in 20.000 a dimostrare. Ma questo era l'inizio. Conoscevo Obama da tanto tempo, ma non avevamo mai parlato di politica estera e lì mi fece un'impressione profonda. La folla radunata lì era composta da pacifisti incalliti, militanti veterani dei movimenti per la, anticapitalisti, antiimperialisti. Ma lui non ha cercato arruffianarsi la folla, ha mantenuto le sue posizioni, ha detto che lui non era contro la guerra in generale, ma questa era una guerra stupida, sbagliata. Cioè, lui manteneva e argomentava le sue posizioni rispetto a quelle della folla di fronte. Mi fece un'enorme impressione. E quando Barack decise di candidarsi al senato e io organizzai a casa mia la prima raccolta di fondi, dissi alla gente che invitavo: "Basta che venite qui a incontrarlo, non è necessario che diate denaro prima, basta che lo conosciate, ci parlate, e poi decidete". Anche loro furono impressionati dal suo carisma. «A spingere Obama non fu l'apparato, ma una rete di relazioni, di movimenti di donne, ambientalisti, dei diritti civili. L'apparato appoggiava altri candidati democratici. Intorno a lui si costruì invece una coalizione di centrosinistra. Io capisco benissimo il suo obiettivo di costruire il consenso più ampio. Io posso essere partigiana fino in fondo su temi come la guerra, il Patriot Act, la pena di morte, ma se dobbiamo affrontare il trasporto pubblico, il problema degli alloggi, la politica urbanistica, allora cerco di avere un approccio bipartisan per migliorare la vita. Lo so che l'atteggiamento bipartisan di Obama sta già creando delusioni nella sinistra radicale. Ma Carl Davidson e io abbiamo fatto campagna per Obama perché sappiamo che certo non è un socialista, è un capitalista progressista, ma comunque non è la stessa cosa del capitalismo reazionario dei Bush e dei McCain. Non mi faccio illusioni, lo so che non è un marxista, ma io mi preoccupo se la terra sopravvive se i miei figli sopravvivranno. «Mi fanno ridere quando dicono che Obama è un socialista. Ma hanno mai incontrato un socialista? Hanno la minima idea di cosa sia il socialismo? E comunque era vent'anni che non c'era un dibattito a sinistra, che non si discuteva più di modelli economici, la destra aveva preso il sopravvento, un'egemonia totale. Ma ora il vento cambia con la recessione. E anche con la vittoria di Obama. Il problema è: "Cosa faremo?" Intanto dobbiamo sapere chi siamo il "noi" di cui parliamo. La domanda che tutti ci poniamo è: "E ora?"».

 

Aiuti per l'auto, primo scontro tra Obama e Bush

L'industria automobilistica in crisi è diventata uno degli oggetti dello scontro politico tra l'amministrazione Bush e la futura amministrazione Obama. La crisi dell'auto è uno dei temi affrontati dal presidente eletto durante il suo incontro con George W. Bush, lunedì alla casa bianca: Obama gli ha chiesto esplicitamente di prevedere un pacchetto di aiuti immediati d'emergenza per il settore. A quanto pare, Bush gli ha risposto che potrebbe prevedere qualche aiuto e anche un più ampio pacchetto di incentivi all'auto se Obama e i democratici al Congresso faranno cadere l'opposizione all'accordo di libero scambio con la Colombia - questo almeno secondo le indiscrezioni che riportava ieri il New York Times, dato che il colloquio era a porte chiuse. Il capo del team di transizione di Obama, John Podesta, nega che ci sia stata alcuna offerta di «scambio» tra il sostegno all'auto e l'accordo con la Colombia, e così ha fatto la portavoce di Bush, Dana Perino. Il punto però resta: Obama chiede di accelerare un pacchetto di 25 miliardi in prestiti federali per il settore automobilistico, previsti da una recente legge (Obama promette anzi di raddoppiarlo a 50 miliardi). L'amministrazione Bush è restìa ad attingere per l'auto dal famoso pacchetto di 700 miliardi di dollari per salvare la finanza (e l'economia) in crisi, approvato dal Congresso degli Stati uniti in ottobre. I segnali di allarme del settore però sono chiari - a cominciare da General Motors: lunedì le sue azioni sono crollate al valore del 1946, cioè 3,36 dollari, un crollo del 23percento. Altri costruttori, da ford a Chrysler, sono in pericolo: e se le tre «big» del settore dovessero crollare, almeno 3 milioni di posti di lavoro verrebbero meno. A questo si è mostrato sensibile il presidente eletto, già in campagna elettorale.

 

La guerra dell’acqua. Quando l’oro azzurro diventa un nemico

Guglielmo Ragazzino

MATEARE (NICARAGUA) - I cittadini del Nicaragua sono convinti che il loro paese sia benedetto da dio quanto alla ricchezza e allo splendore dell'acqua. Sono però disperati perché non hanno saputo conservare per sé e per i figli la loro ricchezza lasciando che qualcuno la rubasse, per venderla, usarla, sporcarla in vario modo. Così l'acqua, da fantastica risorsa, si è trasformata nel suo opposto, un pericolo mortale. Il viaggio della Carovana comincia in un mondo difficile. Le prime due tappe, sono esperienze di passione e di miseria sofferte da popolazioni povere; due tappe successive riguardano comunità che lottano contro le conseguenze: le malattie e le morti dovute all'acqua malsana, l'acqua nemica. Si comincia da Mateare, pochi chilometri a sud della capitale. Mateare è un grande comune di trenta o quarantamila abitanti, dispersi in otto o dieci comunità minori. Per esempio una di queste, Brasiles che ci accoglie, ha la fortuna di essere sul bellissimo lago di Managua. I brasilesi ne parlano però, con qualche motivo, come del lago più inquinato del mondo. C'è l'acqua nera che oggi ammorba i pozzi dai quali da tempo immemorabile la popolazione tira la sua acqua, per le necessità domestiche e per l'orto e i campi; c'è l'acqua di scarico delle fabbriche che finisce nella falda, dove confluiscono anche i veleni dell'agricoltura industriale. Sulla strada si vede una fabbrica, moderna di aspetto, «Holcim tessile». Forse è quella di cui parla un documento che la cooperativa locale ci fa leggere. «All'altezza del chilometro 15 e 500 della 'carretera nueva' per Leon, presso l'entrata del cimitero vecchio, a 500 metri dalla carretera, è sorto uno stabilimento a capitali asiatici da parte di imprese locali. E con questo tutte le acque nere della città di Sandino sono sfociate nei terreni comunitari». Il danno maggiore deriva dal fatto che le acque nere non sono trattate; ne consegue un odore fetido, che impedisce alla popolazione dei barrios Sayda Gonzales e los Castros perfino di mangiare in pace. La comunità ha fatto ricorso al ministero della salute, familiarmente Minsa, e a quello delle risorse naturali e dell'ambiente, Marena. Ma inutilmente: a Mateare «le istituzioni pubbliche non applicano le proprie stesse leggi in difesa del liquido vitale». Così le acque di superficie e profonde si contaminano senza rimedio con tutti i veleni possibili e poi scendono al lago, sotto forma di fango putrido. Le ultime immagini sono una donna che cammina con una gran cesta di bellissimi pesci invitanti, tratti dal lago e più in là, lungo uno scivolo che spezza la fitta vegetazione tra la strada e il lago, un potente fuoristrada che traina fino in acqua un motoscafo da diporto, pilotato da una giovane donna. La bomba. Il saper fare in tema di acqua spetta sempre più spesso alle donne, anche da queste parti. Una donna di Abangasca, parlando dal palco, elencherà tutte le buone cose che le donne, le mujeres, sanno fare con l'acqua pulita. Nell'elenco al quarto o quinto posto, dopo lavare i panni e i bambini e tenere pulita la casa, c'è un «lavare gli uomini», los barones, che rinvia a saperi comuni e antichi. La ricerca che la Carovana compie per raggiungere la comunità indigena di Abangasca non è semplice, ma alla fine ha successo, anche con la mediazione di Luigi Partenza del Cospe, e si conclude quando ci viene incontro una donna gigantesca e sorridente, alta almeno tre metri, accompagnata da un altro personaggio, piccolissimo, con imponente giacca da cerimonia che sfiora la terra e una testa di cartone pressato larga almeno un metro. Li accompagna una musica di tamburi, pestati con tutta la forza dei giovani dagli orchestrali dodicenni. Anche la gigantessa e il testone sono, come qualcuno ha già intuìto, mossi e interpretati da due ragazzetti che saltano e ballano a tutta forza, ammirati da una caterva di bambini e bambine che sono seduti, composti e pieni di dignità, sulle sedie dei grandi e degli ospiti attesi. Siamo arrivati al Centro social Ma. Elena Reyes, un edificio senza pareti in un bosco assai ricco, costruito con «l'appoggio solidale» di Cgil-Cisl-Uil di Brescia e del Mlal (Movimientos laicos para America latina). Più in là un campo di calcio dalle porte piccolissime e in discreta pendenza. Le discese vi riusciranno alla grande. Ci spiegano che quella è la loro terra, dalla notte dei tempi. In seguito l'hanno addirittura ricomprata dalla Corona di Spagna. La contaminazione delle acque per questa comunità passabilmente felice arriva dopo il 1998, l'anno dell'uragano Mitch che sconvolge alla fine di ottobre i paesi del Centroamerica. Gli anni successivi, dal 2000 al 2004, sono anni secchi, tanto che nel 2002 con l'approvazione generale la società S. Antonio applica una bomba, in italiano una pompa, di grandi dimensioni per avere acqua nelle sue coltivazioni, soprattutto la canna. Ma a fianco della bomba grande dell'industria multinazionale c'è anche la bomba piccola, dei poveri, di cui si parla nella scheda. Già nel 2004 cominciano i problemi: La contaminazione dei campi in cui gli indigeni coltivano fagioli e riso e frutta in modo naturale, diventa insopportabile: la coltivazione della canna per produrre zucchero, etanolo, metanolo, liquori (flor de cana: vi dice niente?), cioè l'agricoltura industriale del latifondo, funziona solo con una quantità di prodotti chimici che inquinano acqua, terreni, aria, mare. Ettari ed ettari di mangrovie non ci sono più. Il disastro è poi ancora più intenso quando si brucia quel che resta dopo il taglio della canna e il villaggio indigeno è investito dai fumi. Anche il lavoro promesso non vale. L'inserimento di una sola macchina tagliatrice ha recentemente eliminato 400 lavoratori che però restano in loco e respirano gli stessi fumi di prima. Così parte la prima di molte iniziative legali contro la S.Antonio, con una raccolta pubblica per le spese di 3.000 dollari. S. Antonio naturalmente fa parte del gruppo di Pellas, il grande proprietario locale. Siccome il progenitore di casa Pellas arrivava da Genova, almeno nella leggenda, proprio come Cristoforo Colombo, gli italiani, i genovesi soprattutto sono visti con sospetto. Sospetto confermato dopo che il capo di casa Pellas è stato nominato, venti giorni fa, console onorario d'Italia a Granada, storica capitale del Nicaragua.

 

Repubblica – 12.11.08

 

Quell'odio verso gli ultimi - MICHELE SERRA

"GLI incendiarono il letto sulla strada di Trento", cantava Fabrizio De André nella splendida e spaventosa Domenica delle salme, rassegna degli orrori sociali in atto e in preparazione nei ruggenti Ottanta. Raccontava di un clochard bruciato vivo dai giovanotti di Ludwig, usciti dall'inferno e dunque innamorati delle fiamme. Da ieri anche una panchina di Rimini, dimora abituale di un senzatetto italiano che si chiama Andrea, è annerita dal fuoco. Anche a lui "incendiarono il letto". Ora è in ospedale a Padova, con il quaranta per cento del corpo coperto di ustioni, di piaghe e dolore. La panchina, vuota, campeggia in ogni pagina di carta o di pixel, e dopo il rogo ha lo stesso colore indefinito e scuro dei rifiuti. Accanto c'è una bottiglia vuota: conteneva la benzina che ha bruciato Andrea, all'una di notte, mentre dormiva. Qualcuno dice di avere visto due adulti e un ragazzo allontanarsi nel buio mentre Andrea prendeva fuoco. Ma ancora non si sa chi abbia cosparso i piedi di Andrea di benzina e poi lo abbia acceso come una carta vecchia. Si sa, però, che queste cose ogni tanto succedono. Ultimamente pare che i deboli suscitino persino più odio dei potenti. Nessuno li invidia o li teme, ma c'è in giro una micidiale fregola di "normalità", di benessere obbligatorio, di bei vestiti e belle facce, che evidentemente rende osceno e insopportabile, agli occhi di qualcuno, l'esistenza dei barboni, dei miserabili, degli sfigati a vario titolo che ancora si ostinano (e come osano?) a viverci accanto. Può essere stato un paranoico, un emulo di Ludwig (perché di nazisti, in giro, ultimamente ce ne sono un bel po'), un sadico, un gruppo di bulli, uno spacciatore disturbato dalla presenza di Andrea: gli spacciatori, si sa, contribuiscono anche loro al Pil e dunque si sentono infinitamente più rispettabili di uno sfaccendato. Si esclude solo, con certezza, l'ipotesi di una ritorsione o di una vendetta, perché Andrea era un emarginato del genere inoffensivo, mai litigato con nessuno, facilmente sopportato dal quartiere, aiutato dai benemeriti volontari cattolici di un'associazione che si chiama Casa di Betlemme (ora lo assistono in ospedale). L'unico disturbo che Andrea poteva dare era quello del suo ingombro fisico. Della sua esistenza, per quanto minima e appartata, e dei due metri di panchina che gli facevano da domicilio. La panchina è, con lui, l'altra vittima di questo crimine scemo e ripugnante. Basta leggere certe zelanti ordinanze comunali che trattano panchine, scalinate e giardini pubblici come i potenziali nidi di bipedi infestanti, bivacchi di sfaccendati, mendicanti molesti, sedi d'elezione per quella intollerabile sedizione sociale che è la povertà in canna, la miseria vera, quella antica e derelitta che si strascica per terra, quella che non si lava e non sogna più decoro, quella che fruga tra i nostri rifiuti, quella che ancora balugina in certi underground urbani, dietro cespugli e cavalcavia, oppure osa emergere sulle panchine dei parchi guarnite di cartoni e coperte vecchie per la notte. Non la fortuna di Andrea, ma la sua disgrazia gli ha attirato l'odio di alcuni sconosciuti. Se riusciranno a trovarli, sarebbe interessante, forse addirittura avvincente capire che cosa c'è dentro la testa di chi si accanisce contro l'ultimo degli ultimi. Nel governo c'è chi chiede (com'è ovvio la Lega) un censimento dei "barboni", non so dirvi se con o senza impronte digitali. Ma un bel censimento delle paranoie sociali, senza fare i nomi dei coinvolti ma almeno elencando i sintomi, e azzardando qualche terapia, quando?

 

Rifiuti, sigilli dentro la discarica e Roma rischia l'effetto Campania CECILIA GENTILE

ROMA - Sigilli al gassificatore di Malagrotta, alla periferia ovest della capitale. I carabinieri del Noe sono arrivati ieri mattina presto, a due giorni dall'inaugurazione, fissata per domani, e hanno chiuso l'impianto costruito per trasformare in energia 500 tonnellate di ecoballe al giorno, ricavate da 1500 tonnellate di rifiuti indifferenziati. Per i carabinieri e per la Procura di Roma, che ha aperto un'inchiesta, quel gassificatore è l'ennesimo schiaffo ad un territorio già devastato da impianti inquinanti e ad alto rischio. A Malagrotta non c'è solo la discarica più grande d'Europa, che dal 1984 ha accumulato oltre 30 tonnellate di rifiuti perseguitando la popolazione della zona con i suoi miasmi. Nella stessa area ci sono una raffineria, un impianto per rifiuti tossici ospedalieri, un deposito di carburanti, una gigantesca cava. Il decreto legislativo 334/99, conosciuto come Seveso 2, vieta che nello stesso sito siano concentrati più impianti industriali ad alto rischio. Bisogna capire allora chi e perché ha rilasciato l'autorizzazione alla costruzione del gassificatore. Per questo i carabinieri hanno portato via dagli uffici della Regione Lazio tutti i documenti della pratica, iniziata con la precedente giunta Storace e proseguita con quella Marrazzo. Altra ragione del sequestro, l'impianto antincendio risultato non a norma. "E' un segno che lo Stato esiste", commenta soddisfatto il presidente del comitato dei residenti Sergio Apollonio, da sempre avverso al nuovo impianto. Per Guido Bertolaso, sottosegretario per l'emergenza rifiuti in Campania, invece, il sequestro del gassificatore di Malagrotta "non è un segnale positivo", perché riapre la strada allo spettro dell'emergenza proprio come in Campania. La fase del commissariamento nel Lazio è finita il 31 dicembre 2007. Ma il vero superamento dell'emergenza è tassativamente subordinato alla realizzazione del piano rifiuti, che prevede, in primis, la chiusura definitiva della discarica di Malagrotta, la raccolta differenziata al 50% nel 2011, l'attivazione di questo e di altri gassificatori, per un totale di quattro in tutta la regione. "A Malagrotta la discarica è in esaurimento da molti anni - prosegue Bertolaso - ma si è succeduta una proroga dietro l'altra". Malagrotta ormai scoppia. Ma, per stessa ammissione del presidente Piero Marrazzo, Roma non potrà fare a meno di una discarica, specialmente nei prossimi due anni, che saranno di transizione. Dunque, o il Comune del sindaco Pdl Alemanno individua un nuovo sito, oppure la Regione governata dal Pd lascerà aperta quella di Malagrotta, decidendo ulteriori ampliamenti, come già fatto in precedenza. Finora la proposta per aree alternative è solo una: Monti dell'Ortaccio, a tre chilometri da Malagrotta, e viene dallo stesso proprietario della discarica e del gassificatore, Manlio Cerroni.

 

"Basta con la tv che mi dileggia, questa sinistra è contro l'Italia"

CLAUDIO TITO

ROMA - "Basta con questa tv che mi dileggia solo. Anche lì c'è la mano dell'opposizione. La verità è che la sinistra vuole quattro anni e mezzo di campagna elettorale. Polemizzano solo, soffiano sulla protesta. Lo stanno facendo pure con l'Alitalia. Mi insultano infischiandosene degli interessi del Paese". Silvio Berlusconi si sfoga. Punta l'indice contro il centrosinistra. Reo di provocare un clima di ostilità nei suoi confronti . Ma se la prende soprattutto con i giornali e le televisioni. Che, a suo giudizio, si esercitano in un "continuo e insopportabile dileggio". Su tutti i canali, in prima serata, ogni giorno. Il Cavaliere ha appena incontrato il presidente brasiliano Lula ("Una persona simpaticissima") e per allentare un po' la tensione del vertice ufficiale, invece di tornare a Via del Plebiscito, fa fermare la macchina a Corso Vittorio. All'angolo con Piazza del Gesù e a pochi passi da Palazzo Grazioli. Si infila in un negozietto di bigiotteria. Spille, anelli, ciondoli, collanine. Colori sgargianti, tutto rigorosamente in plastica. "Sapete - spiega cogliendo i dubbi dell'interlocutore - io ricevo tante scolaresche, tanti bambini e quando li saluto regalo a ciascuno di loro una cosetta. Roba di pochi euro...". La scorta aspetta fuori. Nessun curioso fa capolino. E lui, tra uno scaffale e l'altro, si trasforma in un fiume in piena. Liquida la Bicamerale proposta da Fini e D'Alema. Poi parla della "crisi economica che rischia di peggiorare", dell'"inaccettabile ricatto" dei piloti Alitalia, del "Pallone d'oro" Kakà che presto scenderà in politica, di Obama che dovrà imprimere "subito una svolta come ho fatto io a Napoli, altrimenti il consenso si perde in un momento". Ma soprattutto, appunto, punta l'indice contro il Pd. E contro quel sistema della comunicazione che "non va". Lo stallo sulla Rai è il suo obiettivo. Da settimane sottolinea con la matita rossa il "disfattismo televisivo". In questa fase, quindi, i nuovi vertici di Viale Mazzini stanno diventando una priorità. Le tv "mi dileggiano" e "la presa per il c... sta diventando un'abitudine insopportabile". La colpa è della sinistra che "soffia sempre e comunque sul fuoco delle polemiche". Niente a che vedere con il socialista Lula: "Lui è una persona simpaticissima. Lo conosco dal 2002, ci siamo visti in tanti vertici internazionali. E' davvero una persona capace, un vero amico". Il Brasile sarà un importante anche per affrontare la tempesta finanziaria che sta investendo le economie mondiali? "Non può che avere un ruolo importante rispetto alle scelte che ci attendono. Abbiamo un accordo per vederci in Brasile a febbraio". Si ferma, si sposta da un angolo all'altro del negozio per evitare la luce dei neon. Abbassa la voce e passa ad una digressione di carattere personale: "Nessuno lo sa, ma io ho costruito un ospedale in Amazzonia che porterà il nome di mio padre. L'ho fatto insieme a Don Verzè. Un tempo lì i bambini venivano operati di appendicite stendendo un lenzuolo sui cofani delle jeep". Anche al presidente brasiliano ha illustrato la sua linea sui rapporti tra gli Usa e la Russia? "Certo ed è d'accordo con me nel considerare decisivo risolvere immediatamente la crisi missilistica. E' ancora più importante della crisi delle borse. Se si continua a puntare le armi uno contro l'altro, allora si fa un alto indietro alla Guerra Fredda. Una cosa pazzesca. Per questo mi sto impegnando in un'opera di mediazione e Obama è il primo a sapere che nessuno come me può aiutarlo". Sul nuovo presidente americano, però, qualche polemica lei l'ha scatenata. "Solo in Italia la sinistra poteva pensare che quella mia battuta avesse qualcosa di razzista. In America nessuno ci ha fatto caso e lui stesso si è fatto una risata. Io ho solo detto che è intelligente, bello e abbronzato. Non ho detto che è alto perché stavo con Putin e Medvedev che sono quanto me". Si blocca, come se volesse soppesare le parole. D'un tratto sorride e volge la faccia verso le lampadine del negozio: "Eppoi noi stiamo tutta l'estate a cercare di abbronzarci al sole e d'inverno ci mettiamo sotto le lampade. Anche lui ci scherza: avete visto che sta cercando un cane che sia un "incrocio" come lui?". Sarà in grado di affrontare i tanti problemi che stanno vivendo gli Usa? "E' una persona valida. Qualcuno sostiene che è solo il prodotto di una campagna pubblicitaria. Non è assolutamente vero. Farà grandissime cose. Certo, gli è caduta addosso una fase difficilissima. Anzi, la crisi lì sta anche peggiorando. Deve imprimere subito una svolta come ho fatto io a Napoli e quasi sull'Alitalia. Altrimenti il consenso si perde in un momento. Ma là la situazione è diversa". In che senso? "Avete visto il discorso di McCain? Da noi invece la sinistra vuole quattro anni e mezzo di campagna elettorale. Polemizzano solo, soffiano sulla protesta e se ne infischiano degli interessi del Paese. Attaccano sempre il presidente del consiglio senza tenere conto dell'Italia". Eppure c'è chi, come Fini e D'Alema, propone la Bicamerale per le riforme insistendo sul dialogo. "Non c'entro nulla, è una cosa loro. Io mi occupo delle relazioni internazionali e della crisi economica. Di cose importanti". Si passa tra una mano e l'altra un piccolo monile e poi riattacca: "Chi pensate, ad esempio, che stia soffiando su Alitalia? Sempre loro, la sinistra". La Cgil, però, ha firmato l'accordo. "Lo fanno nonostante la firma della Cgil". Ma come pensate di risolvere questa vertenza? "Quello di questi giorni è un atteggiamento irresponsabile, inaccettabile. Noi di certo non ci piegheremo ai ricatti. Alla fine, la Cai dovrà andare avanti facendo le assunzioni individuali. A sinistra, insomma, stanno sbagliando tutto". Ammetterà che in Trentino hanno vinto? "Era prevedibile. Ma se vedete i dati assoluti hanno perso voti. Io poi non mi sono impegnato, ho dato una sola intervista. In Abruzzo invece ci andrò, almeno 3-4 volte e vedrete che la musica sarà diversa. Ma c'è un'altra cosa che davvero non riesco a digerire". Ossia? "Quello che non sopporto più è il continuo dileggio sulle televisioni e sui giornali". A cosa si riferisce in particolare? "In tv, ogni giorno, su tutti i canali, in prima serata mi prendono per il c.... Questa abitudine sta diventando insopportabile. Deve finire". Ricomincia a scegliere le collanine e saluta. Poi torna indietro. Giusto il tempo di raccontare cosa è successo tra Lula e i calciatori brasiliani del Milan: "E' stato contentissimo di incontrarli. Vorrebbe portare in politica Leonardo. Che è davvero una persona intelligente e che ha a cuore la sorte dei bambini. Ma Lula mi ha detto che in futuro anche Kakà potrà essere interessato alla politica".

 

Il tempo lungo del ricambio - NADIA URBINATI

La vittoria di Barack Obama ha riaperto le ferite della sinistra italiana dimostrando una volta di più come sia misera la sua condizione: è più facile per un nero essere eletto alla Casa Bianca che per un partito riformista vincere le elezioni in Italia. Che cosa c'è che non va e perché l'Italia è così refrattaria al cambiamento in meglio e così irrimediabilmente conservatrice e facile al cambiamento in peggio? Che cosa ha portato Obama a vincere che può costituire un insegnamento per la sinistra italiana? Con tutta onestà penso che guardare in questo modo all'America di Obama, cercare nella vittoria di Obama una guida per la sinistra italiana, sottolinea una debolezza che è ancora più macroscopica di quella che la sconfitta dell'aprile scorso ha registrato. Fare domande giuste può aiutare a dare risposte adeguate. Obama non può essere un modello per nessun paese che non sia l'America. Mai come in questo caso l'America si è confermata un'eccezione. Quanto tempo un francese dovrà aspettare per vedere un africano varcare la soglia dell'Eliseo o un italiano quella di Palazzo Chigi? Dunque, l'America non può essere imitata. Né vale accalappiarne gli slogan. Lo slogan "I can" dimostra il coraggio (tutto americano) di chi lo ha forgiato e voluto perché solo chi ha la consapevolezza della propria forza sa essere ragionevolmente responsabile da rischiare. Proviamo a immaginare il senso del ridicolo che quello slogan poteva gettare su Obama se egli fosse stato sconfitto. La vittoria di Obama può essere di un qualche aiuto solo se ci consente di vedere meglio i nostri problemi (i problemi del Partito democratico e in senso generale dell'opposizione). Il problema italiano è la mancanza di leadership. Leadership é una parola complessa. E' un nome singolare-collettivo che è fatto di tante componenti: dalla formazione scolastica, alla struttura dei partiti, al sistema di selezione a tutti i livelli della società, all'ordine istituzionale e - ultimo, ma primo al sistema etico e di valori. Tutto questo insieme compone la leadership di un paese democratico. Come si può intuire si tratta di una forma di vita e di società, non semplicemente di una qualche riforma o di ingegneria elettorale o accomodamenti a puzzle. Il tempo di formazione e consolidamento delle classi politiche (delle quali la leadership è parte) è un tempo lungo. Anche se con le elezioni si possono cambiare i rappresentanti in tempi relativamente brevi, il pool da dove i possibili candidati emergono o si formano non é azzerato ad ogni elezione. La società politica (partiti e movimenti hanno bisogno di stabilità e continuità nel tempo). Questo mette in evidenza la tensione interna alle democrazie elettorali: ricambio periodico e in tempi brevi come norma del ciclo elettorale, ma riconferma dell'eletto per più di un mandato come regola di prudenza, anche perché per far sì che un politico renda conto agli elettori è almeno necessario che si ricandidi. In sostanza, il paradosso è che se si vuole che l'elezione svolga la sua funzione di incentivo-deterrenza sull'eletto non ci deve essere un ricambio continuo, con i rischi evidenti di formazione oligarchica (è su questo aspetto che i critici della democrazia hanno insistito sistematicamente per gettare discredito su questo sistema politico). Comunque sia, la classe politica democratica è a un tempo stabile ed esposta al mutamento. Tuttavia, mutamenti troppo repentini e radicali sono un problema e dovrebbero essere un'eccezione. Ad insegnarcelo é proprio il caso italiano, perché i problemi che oggi ci attanagliano hanno avuto origine quando la classe dirigente nazionale (i suoi partiti moderati, soprattutto) è stata liquidata con il codice penale nello spazio di una manciata di mesi. Da allora, siamo alla ricerca di una classe politica, se non eccelsa almeno di valore meno mediocre di quella che abbiamo, e soprattutto meno corrotta. Per anni si é pensato che l'ingegneria elettorale potesse risolvere il problema e si é imboccata la strada assurda di cambiare sistema elettorale praticamente ad ogni legislatura, e a seconda dell'interesse della maggioranza di turno. Una stabile regolarità nel ricambio della leadership politica richiederebbe sistemi elettorali stabili. La stessa logica ha precipitato l'erosione del partito della sinistra. Il paradosso italiano potrebbe essere così sintetizzato: tutto cambia e tutto peggiora perché nulla muta. E infatti, non c'è parola più abusata di "riforma". L'esempio del sistema scolastico è quanto di più sconfortante: in pochi anni lo abbiamo cambiato e ricambiato e cambiato ancora in ogni ordine e grado eppure pochissimo è cambiato nel sistema di reclutamento o di pulizia morale nei metodi di assegnazione degli incarichi. Il risultato non è una scuola migliore e più aperta al merito ma una scuola peggiore più esposta ai rischi di classismo; e questo ovviamente non aiuta a formare o consolidare una classe dirigente, politica e sociale che sia. La continua rincorsa a riformare (ogni governo disfacendo quello fatto dal precedente - anche non aveva fatto cose pessime) ha contribuito a destabilizzare più che a consolidare un sistema efficiente e giusto di selezione. Riformare l'involucro senza cambiare l'atteggiamento mentale ed etico degli attori è tra le ragioni quella che più ha contribuito a generare le disfunzioni delle quali ci lamentiamo.

 

La Stampa – 12.11.08

 

Gb, tredicenne rifiuta il trapianto di cuore: morirà a casa coi genitori

LONDRA - Una ragazza di 13 anni affetta da una malattia al cuore che finirà certamente per ucciderla, ha vinto la sua battaglia per respingere le cure che l’ospedale voleva imporle e, dopo un’esistenza trascorsa per la maggior parte in ospedale, morirà a casa propria circondata dalla sua famiglia. Hannah Jones, questo il nome dell’adolescente, è affetta da una grave cardiomiopatia - malattia che tra l’altro le ha provocato una debolezza al cuore che non pompa sangue come dovrebbe - contratta a causa delle cure ricevute quando, all’età di 5 anni, le era stata diagnosticata una rara forma di leucemia. L’unica speranza di sopravvivenza per la ragazza è il trapianto al cuore al quale lei si è rifiutata di sottoporsi, in quanto non le garantirebbe un futuro normale, bensì un’esistenza segnata da cure e medicinali. I genitori, Andrew e Kirsty, rispettano il suo rifiuto, sostenendo di comprendere perchè la loro bambina, dopo aver trascorso la maggior parte della sua vita in ospedale, non ne voglia più sapere di operazioni e terapie sfiancanti. Determinate ad avere la meglio sulla volontà di Hannah per salvarle la vita, le autorità sanitarie dell’Herefordshire, la contea dove vive la ragazzina, avevano cercato di ottenere un’ingiunzione dall’Alta Corte che permettesse loro di togliere l’adolescente ai genitori e di costringerla a sottoporsi al trapianto. Ma dopo essere stati convinti dal padre a parlare con Hannah prima di dare inizio a qualsiasi procedimento legale, gli avvocati che rappresentano i funzionari sanitari hanno deciso di fare marcia indietro e di consentire alla ragazzina di respingere le cure. «Hannah deve essere stata molto convincente, perchè dopo aver parlato con i legali questi hanno detto che non porteranno avanti alcun procedimento», ha dichiarato il padre al tabloid The Mirror. Spiegando come la figlia sia giunta alla conclusione di respingere le cure e di morire a casa propria, il padre ha dichiarato: «Non ha preso questa decisione a cuor leggero. Hannah ha scelto di voler vivere e morire con dignità a casa, con i suoi genitori. È oltraggioso che il personale dell’ospedale presuma che noi non abbiamo a cuore l’interesse di nostra figlia. Hannah ne ha già passate tante, visto che in passato ha sofferto di leucemia e il suo cuore è stato indebolito dalle cure che ha dovuto affrontare dall’età di cinque anni». In una lettera indirizzata alla famiglia, Chris Bull, dell’autorità sanitaria dell’Herefordshire, ha dichiarato di essere giunto alla conclusione che cercare di costringere Hannah a sottoporsi al trapianto sarebbe stato «inappropriato» e di aver capito che la ragazza ha deciso di rifiutare le cure «pur comprendendo a fondo la gravità delle sue condizioni» ed il fatto che «potrebbe morire».

 

Concorsi contro le baronie – Flavia Amabile

«Le commissioni dei concorsi universitari? Introduciamo il meccanismo di elezione del Doge» disse Renato Brunetta, ministro per la Pubblica Amministrazione, durante il consiglio dei ministri di giovedì scorso agli altri ministri riuniti per approvare il decreto legge sull’Università. Ora, Brunetta, da veneziano quale è, quel meccanismo lo conosce bene ma non intendeva davvero trasferire di sana pianta negli atenei un sistema che attraverso una ventina di complicati passaggi per metteva di arrivare alla nomina del doge scongiurando i brogli. Piuttosto voleva sottolineare la necessità di introdurre un sistema che al sorteggio puro proposto dal ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini unisse anche la cooptazione. La proposta di Brunetta passò senza difficoltà. I problemi iniziarono il giorno dopo, venerdì scorso, nell’ufficio del capo di gabinetto del ministero dell’Istruzione dove il sistema del doge doveva essere tradotto in un articolo di legge del decreto approvato sulla fiducia, senza ancora un testo definitivo. Impresa non semplice anche perché la modifica andava a incidere sui concorsi già banditi e in scadenza ieri: 3700 posti da professore e 320 da ricercatore. Il rischio di veder arrivare una pioggia di ricorsi era alto. Per avere il testo pronto da inviare alla presidenza della Repubblica per l’ultima firma, infatti, è trascorso l’intero fine settimana. E solo stamattina in Gazzetta Ufficiale (con data di ieri) è apparsa la modifica che introduce il doppio criterio: il sorteggio e la cooptazione sulla base di liste di docenti esterni alla facoltà da cui proviene il bando, liste estese a tutta l’Italia e a cui sarà necessario registrarsi per partecipare. E prevede anche la presenza di un professore associato nella commissione. «Le commissioni che giudicheranno gli aspiranti professori universitari di prima e seconda fascia saranno composte, a differenza di quanto accadeva fino ad ora, da 4 professori sorteggiati da un elenco di commissari eletti a loro volta da una lista di ordinari del settore scientifico disciplinare oggetto del bando e da 1 solo professore ordinario nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando. Si evita così il rischio di predeterminare l’esito dei concorsi e si incoraggia un più ampio numero di candidati a partecipare», promette il ministero in una sintesi del decreto. «In attesa di un riordino organico del sistema di reclutamento dei ricercatori universitari le commissioni che giudicheranno i candidati al concorso - si legge ancora nella sintesi - saranno composte da 1 professore associato nominato dalla facoltà che richiede il bando e da 2 professori ordinari sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando. La valutazione dei candidati avverrà secondo parametri riconosciuti anche in ambito internazionale». Confermate tutte le altre novità introdotte dal decreto: le sanzioni per le università con bilanci in rosso che non potranno assumere ulteriore personale, nè per docenti nè per figure amministrative, lo sblocco del turn-over per favorire le assunzioni di giovani docenti, i fondi per borse di studio e case dello studente. Ovviamente confermate le linee guida che prima o poi diverranno un disegno di legge da discutere in Parlamento. Nel frattempo ieri il ministro Gelmini ha incontrato i sindacati Cgil Cisl e Uil. «Ho proposto di rinviare lo sciopero di venerdì, programmato prima che il Governo approvasse le linee guida e il decreto, e di continuare un proficuo lavoro di approfondimento dei problemi». La proposta è stata accompagnata anche da alcuni argomenti come la possibilità che fosse revocato il finanziamento del turn-over o il sostegno a famiglie e imprese proprio ieri deciso in Finanziaria. Al termine di tre ore di riunione i sindacati sono usciti divisi. La Cgil non ha voluto saperne. Il segretario generale della Flc-Cgil Mimmo Pantaleo ha giudicato «del tutto insufficienti» le proposte e confermato lo sciopero. Cisl e Uil di categoria stanno valutando se le rassicurazioni date dal ministro - in particolare per quanto riguarda stabilizzazione dei precari e risorse per i rinnovi contrattuali - sono sufficienti a fare dietrofront. Questioni che continueranno a essere approfondite al ministero e che saranno riprese giovedì in una riunione alla quale parteciperà anche il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta.

 

In pista con i trucchi dello sciopero bianco - ROBERTO GIOVANNINI

ROMA - Se volesse davvero, Alitalia ci metterebbe un minuto ad azzerare quasi totalmente gli effetti dello «sciopero della pignoleria» scatenato da qualche giorno dai piloti e dagli assistenti di volo della compagnia di bandiera. Basterebbe organizzarsi in modo efficiente, far fare ai piloti il lavoro dei piloti e al personale di terra il loro. Perché il comandante della Lufthansa, durante la preparazione dell’aeromobile, se ne sta seduto tranquillamente in cabina ad aspettare che tutto quanto sia predisposto con precisione teutonica. Il comandante Alitalia, invece, se vuole partire (quasi) in orario deve darsi da fare come un invasato, districandosi tra torre di controllo, rampisti, assistenti di volo, autisti e chi più ne ha più ne metta. Ecco perché la decisione dei piloti - assolutamente legale, pare - di rispettare scrupolosamente il «manuale operativo» può provocare tanti ritardi e disagi. In più, come scopriamo, nell’aviazione civile la buona collaborazione dei piloti è fondamentale. Vediamo come, seguendo un comandante in azione. La presentazione. Il lavoro comincia al briefing center. Qui il pilota si presenta materialmente, e una volta «accreditatosi» sul computer il sistema gli stampa su carta tutte le informazioni necessarie: la situazione meteo, il carburante, le rotte da seguire, e tutte le notizie utili sulle destinazioni. È un discreto malloppo di carta, e «normalmente» un comandante ne legge con attenzione solo la prima parte. Il resto, «tira via». Se si dovesse leggere «bene» tutto, come prescritto, si possono bruciare 10-15 minuti. Raggiungere l’aereo. Davanti al briefing center c’è il parcheggio dei pulmini noleggiati da Alitalia (quante polemiche!) con cui gli equipaggi raggiungono gli aerei. È un’impresa farcela rapidamente, l’organizzazione è atroce: se un pilota non si agita e comincia a tempestare di telefonate, può impiegarci 30, anziché 15 minuti. Dare l’ok all’aeromobile. Il nostro pilota, si è capito, è già in ritardo quando arriva sottobordo. Qui comincia a svolgere i moltissimi controlli per l’accettazione dell’aereo: dentro dev’essere tutto in ordine, tutti gli apparati devono funzionare bene, tutti i documenti in regola. Condizione paradisiaca. Che non si verifica MAI. Il libro tecnico. È una documentazione che va compilata correttamente dal tecnico di terra, e il comandante deve verificare che tutto corrisponda e sia bollato e firmato. Il carburante è quello richiesto? Le firme che servono ci sono? Le ispezioni giornaliere ci sono? Le anomalie segnalate dall’ultimo equipaggio sono state eliminate? Si può fare in 5 minuti. Ma anche in 15. Dipende. Il controllo interno. Se corrono, gli assistenti di volo possono metterci pochissimo a controllare le tasche dei sedili, le cappelliere, sotto i sedili, i bagni. A volte qualcuno dimentica qualcosa. A volte la Polizia - lo fa per vedere se i controlli si fanno davvero - lascia un pacco innocuo ma angosciante da qualche parte. Gli assistenti di volo possono però essere molto scrupolosi nel controllo. I comandanti possono richiedere che un sedile rotto o un tavolinetto spaccato sia registrato PRIMA di partire, come si dovrebbe, e non DOPO, come si fa di norma. Qui si possono bruciare molti minuti. I passeggeri arrivano? Ricordiamoci del nostro pilota Lufthansa: sta in cabina, aspetta che il personale di terra e dell’aeroporto faccia tutto. Poi fa una firma, e decolla. Sarebbe così anche per il manuale operativo Alitalia. Ma la verità è che negli stessi istanti il pilota italiano e il suo equipaggio sono già sull’orlo di una crisi di nervi. I bus dei passeggeri non arrivano? Datti da fare per sollecitare. Mancano le sedie a rotelle per due invalidi? Telefona. L’assistente che accompagna a bordo due bambini è sparita? Protesta, chiama, falla cercare. Altrimenti, puoi partire con mezz’ora di ritardo. Anche di più, se «sfori» il limite orario e sei costretto a farti dare un nuovo piano di volo. Lumache sulla pista. Il manuale è chiarissimo: durante il rullaggio sulla pista non si devono superare i 20 nodi. Neanche 40 chilometri all’ora, una cosa tremenda, quasi tutti vanno al doppio. Ma non si potrebbe. In volo, ma astuti. Pilota, hai fretta, vuoi recuperare il ritardo? Allora devi supplicare i controllori dello spazio aereo perché ti diano una rotta diretta fino all’aeroporto. E ricorda di chiedere l’autorizzazione per poter volare a 330 nodi (oltre 600 km/h) anche se sei al di sotto dei 10.000 piedi (3.000 metri). Si dovrebbe andare a 250 nodi, ma se non c’è traffico... Atterrare bene, è importante. È fondamentale scegliere la pista giusta. Ad esempio, a Fiumicino: se atterri sulla pista di destra, in tre minuti raggiungerai l’area di parcheggio e il finger per i passeggeri. Ti mandano sulla pista di sinistra? Consumerai 15 minuti per arrivare.

 

Di Pietro di legge e di reato - ANTONELLA RAMPINO

ROMA - «Se non ora, chi?». L’urlo lacerò la notte di piazza Navona, quella convocata per raccoglier firme nel nome del diritto contro una legge, il Lodo Alfano. Se non ora, chi? E quel che «chi», nel lapsus ego-riferito di Antonio Di Pietro, la dice lunga. Dice: io, qui e ora. Però, fatta salva l’unità di tempo e di intenti, in quel «chi» ci stanno almeno due persone. Dice infatti Antonio che se condannano Marco Travaglio per diffamazione (di Cesare Previti) «è una stella al merito». Dice poi Di Pietro che se si vuol istituzionalizzare una qualche responsabilità limitata per i blog, «è pura censura». Dice, l’Antonio di reato, che «hostess e piloti devono bloccare gli aerei, l’Alitalia mica è un affare di famiglia». E però poi il Di Pietro di legge raccoglie firme contro le immunità del Lodo Alfano, convoca referendum sulla scuola, esulta per anche apprezzabile celebrazione, con apposita giornata torinese, della legalità. Politico di piazza Antonio, dentro un Di Pietro di governo, come si dice. E quando poi Antonio e Di Pietro s’incontrano, magari urlando «se non ora, chi?», prende corpo Antonio Di Pietro legalitario d’educazione poliziottesca prima e giuridica poi, che oggi da politico incede nell’illegalismo protestatario. Sull’Alitalia, ancora fino a ieri sera, quando ha ribadito senza tema il concetto dell’interruzione di pubblico servizio (reato) ma su pressione dell’alleato democratico ha concesso un «certo, gli aerei devono volare». Lo faranno in Francia, negli Stati Uniti ci provò (e dovette gettare la spugna) Newt Gingrich, e in Italia è un progetto disegnato da Ricardo Franco Levi per l’allora governo Prodi, e che ora arriverà alla Camera il 6 novembre. Ma niente da fare: che ci sia il nome di un responsabile, per ogni blog, al leader dell’Italia dei Valori non va giù. Il provvedimento, che Berlusconi e Bonaiuti vorrebbero rispolverare, era del governo amico: niente da fare. Di Pietro sconti non ne fa, e ne sa qualcosa Veltroni. E del resto, eletto Obama, l’istituzionale Di Pietro ha subito tributato giusto plauso alla clamorosa innovazione democratica «che manda a casa Bush», mentre il capopopolo Antonio ha gridato «e adesso basta con la base di Vicenza». Dimenticando che quella non revocabile decisione presa da un governo in carica impegna l’Italia, e che fu formulata da un governo di centrosinistra. Quello di Prodi, appunto. E’ da lungo tempo, però, un decennio almeno che Di Pietro lavora, con elettoralmente efficace ambiguità, come un outsider ben insediato nel Palazzo, come un maverick cresciuto in seno all’Ulivo, all’Unione, al Partito democratico, scoprendo temi ritenuti marginali. Come se loro, quelli del centrosinistra, si occupassero di pubblicità, e cioè del prodotto politico, e lui invece del marketing, cioè dei clienti-cittadini. Per questo, dei tanti episodi che si potrebbero citare, il più significativo resta quello della «censura» ai blog. Al di là della sua realizzabilità (per anni, ai tempi di Clinton, lo speaker del Congresso americano Newt Gingrich studiò il modo per metter ordine nel web, e concluse che la rete imbriglia, ma non può essere imbrigliata), la norma sui blog è un buon bersaglio per i «clienti» dipietristi. Si vorrebbe iscrivere i blogger a un registro, e poter applicare il codice, reati a mezzo stampa compresi. Non la si applicherebbe, dice Di Pietro, ai semplici blog ma solo a quelli che costituiscono impresa: il rischio è che vengano ritenuti tali anche i siti individuali, se hanno pubblicità. L’obiettivo, quindi, non sarebbero gli speak-corner, gli Hyde Park del web. L’obiettivo sarebbe Beppe Grillo, e i suoi epigoni. Infatti, la battaglia è proprio di Grillo, la cui faccina spunta cliccando l’iconcina battagliera «No ammazza-blog» sul sito dipietrista. «Internet è l’unico media libero», è lo slogan. Sarà. Ma intanto, mentre l’Antonio di reato insorge, il Di Pietro legalitario offre sponda: assistenza, legale appunto, a chi violerà quella norma. Perchè, naturalmente, «chi, se non ora»?

 

Europa – 12.11.08

 

Gelmini, quel poco da salvare - GILIBERTO CAPANO

Le linee-guida che il ministro Gelmini presenta oggi ai rettori sono un canovaccio in cerca di grandi interpreti. Un canovaccio in cui sono elencati tutti i problemi, oramai da troppo tempo noti, del sistema universitario e abbozzate, in modo spesso generico, alcune soluzioni. Per arrivare ad un sistema basato su «autonomia, responsabilità e merito» il documento ministeriale elenca cinquanta obiettivi-azioni da perseguire sui quali il ministro intende aprire il dibattito pubblico e politico. Nulla da dire sul metodo. Dopo le forzature e i conflitti suscitati dagli interventi sulla scuola e quelli, finanziari, sull’università, questo nuovo modo di procedere deve essere valutato in modo estremamente positivo. Per quanto riguarda il contenuto del documento, come sempre in questi casi, vi sono luci ed ombre. Non vi è dubbio che l’intento profondo che muove le linee guida sia quello di modernizzare, finalmente, il nostro sistema universitario, attraverso azioni di razionalizzazione organizzativa e procedurale al fine di renderlo più efficiente ed efficace. Vi è però una asimmetria tra le parti in cui si elencano solo obiettivi da raggiungere e quelle in cui si abbozzano le soluzioni. Un esempio per tutti del primo caso: la prima sezione, dedicata all’offerta formativa, individua con chiarezza “che cosa” fare, ma non “come”. Meno corsi di laurea, meno dispersione, più insegnamenti in lingua straniera, ecc. Assolutamente condivisibile. Ma nessuna proposta sugli strumenti e le strategie con le quali perseguire questi obiettivi. Per contro, vi sono alcune tematiche per le quali non solo vengono enunciati gli obiettivi, ma vengono anche avanzati principi costitutivi per le strategie di intervento. È il caso, ad esempio, della questione del reclutamento e carriera dei docenti e della governance. E qui stanno le proposte che suscitano perplessità e qualche preoccupazione. Sulla questione dei docenti, pur distinguendo finalmente le procedure di promozione degli interni da quelle di reclutamento dall’esterno, vengono enunciati principi generalissimi, come aumenti stipendiali legati al merito scientifico e all’impegno didattico, che fanno intravedere il rischio di una ingessatura, a fin di bene, del sistema. Su questo punto bisognerebbe avere il coraggio di superare una visione ottocentesca della professione docente e lasciare agli atenei la possibilità di gestire realmente il proprio personale docente. Che siano le università a decidere, all’interno di alcune regole precise sull’uso delle risorse, come e chi promuovere e come e chi reclutare dall’esterno. Ecco, qui forse le linee-guida dovrebbero essere più coraggiose e guardare non dico all’Inghilterra, ma all’Olanda, alla Svezia, ad alcuni Länder tedeschi (invece che continuare a guardare alla Francia e alla Spagna). Sulla governance la necessità di «autonomia, democrazia e bilanciamento dei poteri, responsabilità chiare, valutazione dei risultati ed efficacia gestionale» viene declinata proponendo alla discussione principi deboli oppure discutibili. È debole, ad esempio, il principio che si debbano distinguere le competenze del senato accademico da quelle del consiglio di amministrazione perché esse sono già distinte in tutti gli statuti. Il problema, nella realtà, sono le prassi consociative che caratterizzano gli atenei e che dipendono, fra l’altro, dalla composizione autoreferenziale e corporativa degli organi collegiali. Qui forse si doveva, e si dovrebbe, andare oltre l’esistente e proporre una composizione innovativa del cda (non più elettivo ma di nomina per esempio, con componenti scelti sulla base del criterio della competenza e non della rappresentanza). È discutibile, invece, la proposta di «ridefinire il ruolo del rettore, creando le condizioni affinché questi possa realmente assumere la piena responsabilità delle sue decisioni (chiaramente delineate nel programma elettorale)». Siamo ancora a questo punto, ancora all’elezione diretta del rettore. Eppure tutti sanno che l’elezione diretta della massima carica di governo degli atenei sta alla base dei meccanismi distributivi che caratterizzano il governo degli atenei. Difficilmente un rettore può essere eletto sulla base di un programma elettorale serio; di solito l’elezione si basa su un programma generico che deve accontentare i più. E non può essere che così. Tra i principali paesi del mondo occidentale solo in Spagna e in Germania (dove però in alcuni Länder le cose stanno cambiando) il rettore è eletto direttamente. In Olanda, Svezia, Inghilterra, Danimarca, Austria, Australia, Canada, Giappone, Francia, per non parlare poi degli Stati Uniti, il rettore è selezionato o sulla base di una elezione indiretta o, nella maggior parte dei casi, mediante un processo di nomina. Vorrà pur dire qualcosa se gli altri, quasi tutti gli altri, procedono in un altro modo? Le linee guida, insomma, sono un dignitoso punto di partenza di una discussione. Se, però, si vuole davvero fare qualcosa di serio per cambiare la nostra università si deve avere la lungimiranza di andare oltre il nostro passato. Possiamo solo sperare che gli attori coinvolti – ministri, parlamentari, esperti, giornalisti rettori, studenti – siano capaci di interpretare in modo responsabile e coraggioso questo canovaccio. Speriamo che siano interpreti da Oscar.


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