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Manifesto – 15

Manifesto – 15.11.08

 

Un'Onda inarrestabile - Stefano Milani

ROMA - Altro che Onda, è un fiume in piena quello che ieri ha allagato le strade di Roma. «Siamo più di duecentomila»: il primo megafono entra a piazza Venezia intorno alle 13 e fa andare i decibel alle stelle. Ma in pochi riescono a sentire. Sicuramente la voce non arriva a chi sta in coda al corteo, in quella stessa ora fermo alla stazione Termini. Per chi non mastica le strade della Capitale circa due chilometri e mezzo più indietro. Un serpentone lunghissimo agli occhi di tutti, non per quelli della Questura (sai che novità) che stavolta estrae il numero 30.000 sulla ruota dei partecipanti. Più ragionevoli dei matematici rinchiusi nei piani alti del Viminale sono (per fortuna) i loro colleghi mandati in strada a presidiare. Polizia e carabinieri ci sono, e pure in gran numero, ma mai come stavolta controllano distanti. L'area è più distesa. Si dialoga, ci si confronta con la testa del corteo. La scintilla poteva nascere intorno alle 14, quando l'Onda decide (come da programma ufficioso) di non confluire a piazza Navona sotto il palco della Cgil, ma virare verso Montecitorio. Un'invasione pacifica in un luogo altamente simbolico, rivendicano gli studenti. Ma anche altamente rischioso e logisticamente ingestibile, rispondono dalla Questura, per via di quello sterminato dedalo di viuzze che risalgono fino al piazzale antistante la Camera dei deputati. Comincia la trattativa. Le due parti sembrano distanti. «Di qua non si passa», dice categorico un funzionario di polizia con le spalle rivolte a Palazzo Madama. E lì non si passerà. Ma un varco si apre qualche metro prima. Ed è lì che il corteo vira, e i caschi blu lasciano fare. Nessuna tensione, nessun momento caldo. A quel punto l'Onda prende tutta la sua spinta e risale. Un paio di elicotteri guardano tutti dall'alto. Camionette con i lampeggianti blu presidiano l'intera zona, ma con discrezione. Sarà perché le manganellate dello scorso venerdì agli universitari che tentarono di invadere i binari della stazione ferroviaria di Ostiense, sono sembrate eccessive un po' a tutti. Sarà perché è il giorno dopo la sconcertante, per non dire vergognosa, sentenza della Diaz e la reputazione nei confronti degli uomini in divisa da parte degli studenti (e tra questi c'è anche chi nel 2001 era a Genova manifestava) è ai minimi storici. E davanti a Montecitorio la sentenza shock non può non essere rimarcata a gran voce: «Noi la Diaz non la scordiamo». Ma lo slogan più gettonato è un altro: «Siete tutti pregiudicati». Rivolto ad entrambi: forze dell'ordine e parlamentari. Cori, scritte, striscioni irriverenti e mani alzate. «Sarà un corteo pacifico» avevano giurato alla vigilia i collettivi universitari. Sono stati di parola. Dopo una buona mezzora di «assedio» si riparte, destinazione piazza Venezia. Qualche turista, intrappolato nel caos calmo del centro storico, non capisce: «What happens?». «Manifestescion», gli risponde un celerino. Continua a non capire. Qualche studente poi devia per piazza del Pantheon e fa una pausa pranzo, proprio vicino a uno striscione con scritto "Gelmini, facce du' panini". Non tutti quelli che sono arrivati da fuori a Roma torneranno a casa, molti (sei-sette mila) passeranno la notte alla Sapienza, dove oggi e domani c'è l'assemblea nazionale. E' tempo di controriforma. Nel frattempo si sono fatte le quattro del pomeriggio, l'Onda arriva sotto l'Altare della patria e da lì comincia il deflusso verso le proprie facoltà. Si percorre a ritroso il tragitto d'andata. Ci si divide tra via Cavour e il Colosseo. Da una parte la Sapienza dall'altra Roma Tre. La tranquillità regna sovrana. E non poteva essere altrimenti. Basta guardarli fin dalla mattina per capire che gli intenti dell'Onda sono tutt'altro che bellicosi. Per difendersi, l'esercito del surf usa scudi di gommapiuma. Così si presenta la testa del corteo partito dalla Sapienza. Scudi personalizzati, ognuno con un titolo di un libro e relativo autore. E la biblioteca umana spazia tra i generi più diversi: da Alice nel paese delle meraviglie a l'Iliade, da Il maestro e Margherita di Bulgakov a Gomorra, dall'Etica di Spinoza fino al Kamasutra (quest'ultimo di gran lungo il più testo gradito dalla folla e non solo). A simboleggiare la «cultura come unico mezzo di difesa», ma anche a sottolineare le tante, tantissime anime che compongono quest'Onda sterminata. Che si ingrossa man mano che si avvicina alla stazione Termini. Ad aspettarli ci sono gli studenti medi e tutte le altre onde anomale arrivate con treni più o meno "speciali", da ogni angolo del Belpaese. Milano, Venezia, Torino, Firenze, Napoli. Senza trascurare chi è arrivato in pullman o in macchina ed è stato ore imbottigliato nel famelico traffico capitolino, prima di poter sciogliere il proprio striscione e schiarire la voce. O chi, come Paolo studente al terzo anno di Giurisprudenza, partito ventiquattr'ore prima da Frosinone è arrivato pedalando in sella alla sua inseparabile "Graziella". «Quella usata da mio padre sessantottino». Siamo quasi a metà di via Cavour quando l'Onda appare davvero. Anche visivamente. E' un telone azzurro, di quelli dei lavori in corso, e davanti centinaia di bandierine blu sventolanti a simulare «l'Onda che vi travolge». Dietro ancora migliaia di studenti con le loro storie, i loro striscioni, le loro speranze. Ci sono i precari dell'Istituto nazionale di Fisica nucleare con la scritta "RICERCAti in Europa, senza futuro in Italia". C'è "Geologia in lotta" che protesta «contro la fossilizzazione della cultura». E, ancora dietro, "Pisa per il sapere" insieme agli studenti napoletani che marciano al suono rullante dei tamburi. Altro simbolo dell'Onda. Culturale sì, ma anche gioiosa e spensierata. Che non sventola nessuna bandiera politica, che non ostenta nessuna ideologia particolare, ma che canta a squarciagola una hit di qualche estate fa del Piotta: «Mai quest'onda mai mi affonderà/gli squali non mi avranno mai/quest'onda mai mi affonderà/Sha la la la la/Sha la la la la/Sha la la la la la/un'altra volta un'altra onda/Sha la la la la/Sha la la la la la/quanto resisterai...». Punto interrogativo. Questa è la vera scommessa dell'Onda adesso. Quanto resisterà? Perché dopo aver toccato ieri il suo apice ora è a rischio riflusso, in pericolo secca. «Non credo che siamo ai titoli di coda», rassicura Giorgio Sestili, studente di Fisica e uno dei leader del movimento. «Certo dopo oltre un mese di mobilitazioni e occupazioni nelle varie facoltà la stanchezza si fa sentire. Ma è solo una questione fisiologica, il progetto dell'Onda si è ben cementificato tra gli studenti, e sono convinto che questo progetto durerà nel tempo. Ci sono ancora troppe battaglie da portare avanti, e tutte importantissime». Oltre la 133, i tagli all'istruzione, le università pubbliche destinate a trasformarsi in fondazioni, c'è anche aria di aumento delle tasse, di ridimensionamento delle strutture didattiche e di chiusura dei laboratori. Insomma dopo l'autunno caldo, seguiranno un inverno e una primavera tutt'altro che tiepidi nelle università italiane. E a quel punto l'Onda è pronta a straripare nuovamente.

 

Professione ricercatore - Eleonora Martini

ROMA - Fisici, biologi, filosofi, chimici, statistici. Fa una strana impressione vederli sfilare insieme nelle strade di Roma, abituati come sono più agli angusti laboratori nostrani che alle manifestazioni di piazza. Eppure si sono armati di striscioni megafoni e volantini dove hanno spiegato per filo e per segno i motivi della loro protesta. Indossano magliette bianche dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, o arancione con su scritto «+tagli -precari -ricerca = zero futuro». Concreti, sobri, razionali. Sono i cervelli italiani, non quelli in fuga ma quelli schiacciati dallo stivale italico. Scienziati, docenti e ricercatori, quasi tutti precari. Non hanno certo l'entusiasmo trascinante dell'Onda studentesca che anche ieri ha invaso la capitale, perché la loro angoscia ha il respiro corto: non guarda al futuro, si ferma al presente. I tagli della legge 133 e l'ormai famigerato decreto Brunetta non lasciano loro alcuno scampo: il limite dei tre contratti da precario in cinque anni lo hanno superato quasi tutti da un pezzo. Hanno belle idee e si sentono cittadini d'Europa, ma di serie B. Davanti a loro c'è solo delusione, oltre alla disoccupazione. In tanti hanno aderito ieri allo sciopero nazionale indetto da Cgil e Uil (ma forse solo oggi si sapranno i dati di astensione dal lavoro), e in diecimila, forse più, provenienti dalle tante università e da ogni ente di ricerca d'Italia, hanno sfilato da Bocca della Verità fino a piazza Navona, dietro lo striscione d'apertura «Flc-Cgil, Uil Università Afam e ricerca, insieme per il futuro del paese». Non solo docenti e ricercatori, ma anche personale tecnico amministrativo, pochi però gli studenti. Molti, i più giovani, hanno preferito infatti l'altro corteo, magari solo per partecipare alla grande festa dell'Onda. Ma chi ha scelto di sfilare tra le bandiere rosse e azzurre dei sindacati (quasi tutta Cgil) non a caso ha lasciato la testa della manifestazione ai precari degli enti pubblici di ricerca con il loro striscione unitario. Infn, Ingv, Inaf, Ispra, Isfol, Cnr, Istat, Enea: dietro anonime sigle ci sono migliaia di giovani e non più giovani ricercatori grazie ai quali, per dirla con una battuta in voga, «Berlusconi può permettersi i capelli». Ma se fosse solo per questo, si potrebbe anche fare a meno della ricerca. Le conseguenze ben più serie dei provvedimenti governativi invece si capiscono meglio se ci si addentra nei laboratori del Centro di ricerca sperimentale del Regina Elena di Roma. Dove decine di ragazze, che ieri sfilavano in camice bianco, si occupano di «onconogenesi molecolare». Grazie a queste biologhe, tra i 25 e i 40 anni, progredisce nel nostro paese la ricerca contro il cancro. Annalisa, che ha 39 anni ed è precaria da dieci, studia il tumore alla prostata. Sembra quasi una beffa, ma il suo staff è composto solo da donne. E nessuna, tranne la capogruppo, è assunta a tempo indeterminato. Con contratti a progetto o borse di studio, i loro stipendi variano da 700 a 1.100 euro al mese, senza copertura per malattie e ferie, senza Tfr e senza contributi per la pensione. E per comprarsi un'auto a rate hanno ancora bisogno della garanzia finanziaria dei genitori. «Se mi venisse un cancro, o se aspettassi un figlio - racconta Francesca, 37 anni e borsista da 12 - perderei la borsa di studio senza alcuna possibilità di recuperarla». Racconta di aver cambiato nella sua lunga carriera precaria cinque laboratori e tutti «fatiscenti, con i topi, con strumenti vecchi di vent'anni, senza stampanti o un buon collegamento internet, assolutamente inutili per la ricerca e poco sicuri per noi». Eppure la sua capogruppo ha vinto il premio Nusug, molto ambito e assegnato ai migliori ricercatori del mondo. «Con quei soldi ci ha pagato i nostri stipendi, i computer, le sedie e la cancelleria». Nessuna di loro ha mai potuto accedere ai concorsi, anche perché l'ultimo, «che risale a dieci anni fa, l'ha vinto la mia direttrice, l'unica che aveva i requisiti legali per farlo, e non è stato facile nemmeno per lei». «Con questi tagli, la ricerca la faremo...su Google», è scritto su un lenzuolone. «Autonomia universitaria è sapere e democrazia», è invece il contributo della II Università di Napoli. A chiedere autonomia finanziaria sono anche i fisici dell'Infn, «perché si possano stabilizzare i 600 precari senza più limiti e poter finalmente far progredire i progetti di ricerca». «È assurdo - spiega Tommaso Spadaro - che si regali ad altri paesi l'esperienza unica di quei giovani che sanno far funzionare, ad esempio, le strutture del Cern di Ginevra. Dobbiamo a tutti i costi evitare che i criteri di valutazione siano come quelli scelti per l'università, che sono definite virtuose solo in base al bilancio». Doppiamente colpiti dal decreto Brunetta e dalla legge Gelmini sulle scuole, i «precari da sempre» dell'Agenzia nazionale per lo sviluppo dell'autonomia scolastica (ex Indire) fanno sapere che il contratto della maggior parte dei loro 154 lavoratori è in scadenza a fine anno. E poco importa che tra i loro compiti ci sia l'innovazione tecnologica delle scuole, «come ad esempio l'introduzione delle lavagne interattive multimediali», fiore all'occhiello della ministra dell'Istruzione. I giovani dell'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr portano per cappello la sagoma di uno scarpone-Italia che schiaccia cervelli. «Quelli che non sono fuggiti e soffrono in patria». Fanno parte di uno staff di cui nemmeno il capogruppo è assunto regolarmente e che è appena riuscito a farsi finanziare un progetto con fondi europei. «È incredibile che Brunetta metta un limite ai contratti a tempo determinato, che di solito durano non più di un anno, senza sapere che un progetto ha una durata standard di 4 anni e non è pensabile cambiare ricercatori a metà percorso - spiega Gianluca Baldassarre - e tra l'altro il Dl del ministro non considera i contratti di assegno di ricerca e i co.co.co come forma di precariato». «Ma ricordate - è l'augurio scandito in uno slogan - pestare cervelli non porta fortuna».

 

Chi paga la crisi - Galapagos

«Noi la crisi non la paghiamo» hanno gridato ieri decine di migliaia di studenti contro contro i tagli. Una speranza che rischia di rimanere tale. E non solo in Italia: i governi di tutto il mondo finora hanno dimostrato di avere a cuore più il denaro che gli uomini. Per il sistema finanziario le risorse sono arrivare a pioggia, mentre per chi perderà il lavoro e per rilanciare la crescita - possibilmente con un modello di sviluppo differente - nulla è stato fatto. Ma ora il ministro Scajola ha fatto una promessa: entro Natale il governo varerà un pacchetto per il sostegno delle imprese e dei redditi, ma solo quelli molto bassi. Non trattandosi di buttare soldi in aeroporti liguri, il ministro non ha fretta: se la prende comoda. Purtroppo Natale è già fuori tempo massimo. Ma la colpa non è solo di questo governo: la crisi che avanzava era evidente da mesi. Già nell'ultimo periodo del governo Prodi i segnali di scricchiolii si avvertivano, ma nessuno li ha sentiti. Ora la crisi è esplosa e rimettere l'economia italiana sul sentiero di crescita sarà durissimo. Ieri l'Istat ci ha detto che nel terzo trimestre il Pil è diminuito dello 0,5% rispetto al secondo trimestre che già aveva segnato una caduta dello 0,4%. Siamo in recessione «tecnica» dicono gli esperti con riferimento ai due trimestri consecutivi di declino del prodotto lordo. Di tecnico, però, non c'è nulla: la recessione è «reale». Lo dimostra un dato: rispetto allo stesso periodo dello scorso anno il Pil segna una caduta dello 0,9%: non solo non si è creata ricchezza, ma siamo diventati più poveri. I dati indicano che sarà una recessione lunga e dura. Il ricordo va a quella del '92-'92 quando il Pil per sei trimestri consecutivi registra cadute. Da quella recessione l'Italia uscì solo «grazie» alla feroce svalutazione della lira che rilanciò la competitività delle merci italiane. Ma il risultato per il lavoro fu drammatico: un milione di posti di lavoro furono distrutti e il reddito di milioni di persone cadde pesantemente. Negli anni successivi - a partire dal '93 - i conti con l'estero dell'Italia segnarono enormi attivi, anche 50 mila miliardi di lire. Quell'enorme tesoretto non fu sfruttato dalle imprese per investire e innovare, ma per buttarsi nella finanza, pretendendo (e ottenendo) dai vari giorni di allora una riforma del mercato del lavoro. Ovvero flessibilità per contenere non solo i salari, ma anche per iniziare a frantumare le organizzazioni sindacali. Oggi siamo allo stesso punto. Con l'aggravante delle «raccomandazioni» della Bce che invita i governi a frenare le richieste salariali. Cioè a far pagare la crisi al reddito fisso. E rispetto a 15 anni fa c'è una differenza non da poco: non c'è più la lira, capace con le continue svalutazioni a ridare «droga» alle imprese. E la crisi sarà pesante soprattutto nel tessuto più industrializzato del paese: il Nord Est che soffrirà pesantemente della recessione che coinvolge anche la Germania del quale è un fornitore di semilavorati, un terzista collettivo.

 

«Chi non c'è sbaglia». Epifani attacca Bonanni - Sara Farolfi

ROMA - «Chi non c'è sbaglia». Non si può dar torto al segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, ieri in corteo nella giornata di mobilitazione di università e enti pubblici di ricerca indetta da Cgil e Uil. Revocare la propria adesione a trentasei ore da una manifestazione, come ha fatto la Cisl, è un fatto che dovrebbe avere dell'incredibile. Non per chi non pensa di avere un mandato di rappresentanza, di dovere cioè rendere conto a qualcuno delle proprie decisioni. E' quanto spiegavano ieri anche alcuni delegati Uil durante il corteo: «Fidarsi solo della parola del governo non può essere sufficiente per ritirarsi da uno sciopero e la cosa ha creato parecchi problemi nei rapporti tra vertice e territori. La Uil ha confermato l'adesione perché nessuna garanzia è stata messa per iscritto». A Bonanni è bastato invece mettere piede nelle stanze del ministero per pensare di avere già incassato qualcosa. Ma con i tempi che corrono - con il leader Cisl ancora ieri pervicace nel negare l'intimo parterre di qualche giorno prima a casa del premier Berlusconi - stupisce fino a un certo punto. La manifestazione, come era facilmente prevedibile, è stata un successo (100 mila persone in piazza, secondo gli organizzatori). Trainata da un'Onda incontenibile, rinvigorita da una partecipazione eccedente quella dei soli iscritti Cgil o Uil, e in un clima di protesta montante che punta dritto allo sciopero generale del 12 dicembre. «Il massimo che la categoria potesse esprimere», per dirla con le parole di un navigato dirigente sindacale. «Non ci fermeremo - dice dal palco di piazza Navona Mimmo Pantaleo, neo segretario generale Flc Cgil - Il governo ha il dovere di discutere e di rispondere alla nostra piattaforma e chiediamo che la stessa posizione di soggetto contrattuale venga riconosciuta anche al grande movimento studentesco». Dell'incontro con la ministra Gelmini, Pantaleo fornisce tutt'altra versione: «Mettete da parte la vostra piattaforma e si può iniziare a discutere, questo ci ha detto Gelmini, e sono parole inaccettabili». «Strana idea di innovazione, trasformare l'istruzione in un fatto privato», dicono i tanti precari dal palco. Dal dottorando consapevole di essere alla mercè del 'barone' di turno, ai tanti precari degli enti pubblici di ricerca, in molti vincitori di concorso pubblico e ciò nonostante a concreto rischio di essere spediti a casa. «C'è una richiesta forte di riforme e non di tagli - commenta Epifani - Gelmini apra un vero confronto, senza soldi e con i tagli non c'è riforma che tenga». Curioso il fatto che a manifestazione in corso (indetta, ricordiamo, non dalla sola Cgil ma anche dalla Uil), il segretario della Uil, Luigi Angeletti, si sperticasse a dare del «partito politico» al sindacato di corso d'Italia. Le stesse parole usate dal ministro Brunetta, ma la cosa è curiosa fino a un certo punto dopo il precedente della scuola, con Bonanni e Angeletti, il 30 ottobre scorso, a precipitarsi giù dal palco della protesta per correre nella sede del ministero a firmare il rinnovo del contratto. Il clima, in quanto a relazioni sindacali, è pessimo. E, aggiungiamo, il livello è molto basso: ieri era anche la terza giornata di mobilitazione dei dipendenti pubblici (nel Sud e isole) e la Cisl ha non solo fatto le veci del ministro, ribaltando i dati di partecipazione forniti dalla Cgil, ma preparato il tutto - pare - organizzando assemblee ad hoc per boicottare lo sciopero. La Fp Cgil ha annunciato ieri un'altra giornata di mobilitazione, nazionale questa volta, tra gennaio e febbraio. Il combinato disposto di tutto ciò ha avuto come unica conseguenza positiva di ricompattare ciò che fino a pochi mesi fa sembrava incomponibile in casa Cgil, dove ora si lavora alacremente per preparare lo sciopero generale del 12 (che alcune categorie, come gli edili, hanno già dichiarato di 8 ore). E non ha mancato (prevedibilmente) di scatenare malumori in casa Pd, dove le diverse anime vicine alla Cgil (ex Ds) o alla Cisl (ex Margherita) sembrano convivere ultimamente da separati in casa. Forse a scanso di polemiche, il silenzio del partito democratico sulla manifestazione di ieri è stato quasi assordante. In piazza c'era il Prc: Ferrero e Bertinotti. Mentre, pressoché unico esponente «democratico», l'ex dirigente Cgil, Achille Passoni: «Rispetto tutte le posizioni in campo, ma in questo caso la Cisl ha sbagliato», dice Passoni. Walter Veltroni si dice «molto preoccupato per le divisioni sindacali»: «Il governo lavora per dividere e il Pd giudica questo tentativo grave e contrario all'interesse del paese». Sui tentativi (riusciti) del governo non ci sono dubbi, ma c'è anche qualcuno - e questo Veltroni non lo dice - che evidentemente si presta al gioco senza tante storie.

 

«È una sconfitta per tutta la giustizia» - Guido Ambrosino

BERLINO - A leggere le notizie che gli arrivano da Genova, Hans-Christian Stroebele scuote la testa perplesso. Che il tribunale non abbia ravvisato responsabilità tra i dirigenti della polizia per «la massiccia e premeditata violazione dei diritti umani» alla scuola Diaz, e che i 13 agenti su cui si è scaricata la colpa del pestaggio abbiano avuto pene così basse da poter essere interamente condonate, è per Ströbele «una sconfitta per la giustizia». Un giudizio ancora più drastico viene da Annelie Buntenbach, nel 2001 anche lei deputata dei verdi, ora membro della direzione della confederazione sindacale Dgb: «Una sentenza vergognosa, scandalosa», nella parte in cui assolve i capi. Stroebele e Buntenbach non hanno dimenticato le gravi ferite, le fratture, i denti saltati, le facce gonfie di botte delle ragazze e dei ragazzi della Diaz-Schule. Furono i primi deputati tedeschi a precipitarsi a Genova per capire cosa era successo, per raccogliere notizie, per ascoltare le vittime della mattanza. Accompagnati dalla signora Mayer-Schalburg, all'epoca console tedesco a Milano, girarono per ospedali e carceri. Furono spesso i primi interlocutori per ragazzi tenuti isolati per giorni, impossibilitati a telefonare alle famiglie o a contattare il consolato. In Germania le immagini della scuola Diaz devastata, con muri e pavimenti sporchi di sangue, provocarono uno choc. Su 168 stranieri arrestati a Genova a ridosso del G8 del 2001, 73 erano tedeschi, fermati o in quella scuola - dopo essere stati pestati - o rastrellati nei giorni seguenti, sulla via del ritorno a casa. Tra i tedeschi più di 25, quelli della Diaz, dovettero essere curati in ospedale: piantonati dagli agenti, perché tutti indiscriminatamente accusati di «resistenza a pubblico ufficiale», possesso di armi proibite (le molotov portate dalla polizia alla Diaz), appartenenza alla rete terroristica del «blocco nero». Chi ancora si reggeva in piedi fu affidato alle cure degli aguzzini di Bolzaneto. Ströbele ha molto apprezzato l'impegno della procura di Genova: «Essere riusciti a condurre un'indagine contro importanti funzionari della polizia, essere riusciti a rinviarli a giudizio, aver smascherato le loro menzogne sulle molotov o sul fantomatico tentativo di accoltellare un agente, è già un risultato importante. So per esperienza diretta, come penalista, quanto sia difficile citare in giudizio pezzi dell'apparato statale che si ritengono intoccabili, in ogni paese del mondo». Ma, a dispetto del lavoro d'indagine, «ha prevalso l'omertà, il malinteso senso di cameratismo» dei corpi chiusi. Nemmeno la Germania, ricorda Ströbele, è esente dal rischio di violenze poliziesche: «Per prevenirle, da anni chiediamo che gli agenti siano identificabili, con un numero ben in vista sull'uniforme. Ma sbattiamo contro un muro». Annelie Buntenbach, nella direzione del sindacato tedesco, è responsabile per le politiche sociali. È lei a far da tramite tra il Dgb, la Lega dei sindacati, e i movimenti di critica della globalizzazione capitalista. Per lei la sentenza di Genova solleva un dubbio sulla tenuta dello stato di diritto in Italia: «È impensabile che un pestaggio delle dimensioni e della gravità di quello della Diaz sia avvenuto all'insaputa dei dirigenti e senza la loro copertura. Rinunciare a punire i responsabili significa dire che i diritti umani si possono prendere a calci, senza dover temere conseguenze». «Comunque - conclude Buntenbach - visto che il tribunale ha confermato che è stata fatta ingiustizia alle ragazze e ai ragazzi della Diaz, a loro il governo Berlusconi dovrebbe almeno chiedere scusa».

 

Difese ideologiche e giudici prudenti. «Lo saranno per i cittadini normali?» - Sara Menafra

GENOVA - Dottor Zucca, ieri sera ha lasciato l'aula del processo Diaz, in cui per tre anni ha sostenuto l'accusa assieme a Francesco Cardona Albini, mentre il pubblico urlava «vergogna vergogna» ai giudici che hanno respinto le vostre richieste di condanna. Ieri mattina come si sentiva? Sollevato. Con la coscienza di aver esaurito un compito, sapendo dal principio che non avremmo avuto alcun diritto sul risultato. Gabrio Barone, il presidente del collegio giudicante, ha detto che non c'era prova a supporto delle vostre accuse. Leggeremo la sentenza, ma prima di lui molti giudici, troppi giudici hanno sostenuto che il processo si doveva fare, qualcuno ha addirittura scritto che c'era una sovrabbondanza di prova. È il tema su cui si misureranno le motivazioni. È stato detto che avevate ipotizzato un grande disegno criminoso che coinvolgeva i vertici della polizia. E che quel disegno non c'era. I pm non hanno mai detto che ci fosse un unico disegno. Quattordici poliziotti che firmano un verbale sono imputati di aver sottoscritto un falso, un documento che parlava di prove inesistenti contro chi dormiva nella scuola. Che il verbale sia falso lo dice anche il giudice e da anni la Cassazione spiega che chi sottoscrive un verbale deve parlare solo di quello che percepisce direttamente e, se riceve informazioni da un'altra persona, deve dire chi è la fonte. Se a firmare c'era anche l'attuale capo dello Sco Gilberto Caldarozzi cosa dovevamo fare? Abbiamo chiesto agli imputati cosa avevano visto e, ad esempio, dove hanno trovato le molotov portate nella scuola. Hanno risposto solo «io non c'entro, non ho visto niente». È quello che dicono i ladruncoli. Ai nostri imputati non è tornata la memoria neppure dopo aver visto un filmato che li inquadrava mentre si passavano le bottiglie di mano in mano. O dopo che abbiamo provato che molti di loro erano entrati nell'edificio. Dire che credevamo in un teorema è una accusa ideologica, a difesa ideologica della polizia. Avete portato alla sbarra i vertici della sicurezza italiana, le istituzioni hanno reagito. Non è un stato un processo alla polizia. Volevamo solo sapere se gli autori della perquisizione alla Diaz e degli arresti erano degli ignavi o hanno avuto la consapevolezza di fare cose che non dovevano fare, anche se per un fine che ritenevano lecito. La «perversione per una nobile causa», espressione che abbiamo usato nel processo e che qualcuno ci contesta, è un concetto coniato da un ispettore della polizia londinese che indagava sui poliziotti. I fenomeni di cui stiamo parlando sono capitati e capitano in tutto il mondo. In tutto il mondo la polizia commette reati e aggiusta le prove, o per fare carriera o per sostenere un'inchiesta. Non è una bestemmia dire che queste cose succedono, che bisogna comprendere il fenomeno e capire cosa lo ha generato. In questi anni ha subito pressioni per le sue indagini? Non ho mai ricevuto telefonate da politici. Le motivazioni della sentenza ancora non ci sono. Ma un giudizio su questa vicenda ce l'avrà. Dico solo che spero che si possa imparare più da questa sconfitta dell'accusa di quanto si è imparato dalla vittoria dei poliziotti, coi loro relativi trofei, nella notte della Diaz. La sconfitta dell'accusa ci parlerà di quale debba essere il livello di certezza della prova nel processo penale. Se si alza questo livello e il giudice ci spiega con chiarezza quanto si deve alzare avremo qualcosa da imparare. Anche domani, quando alla sbarra non ci sarà un poliziotto, ma un cittadino qualunque. Avete detto e scritto che ci sono state testimonianze reticenti e false. Come si è sentito, lei che, come tutti i pm, coi poliziotti lavora tutti i giorni? Questo processo sarebbe finito o mai nato se chi ha fatto le cose descritte nei verbali fosse venuto a dirlo in aula. Le condanne per le lesioni sono state lievi e in ogni caso il processo non ha rintracciato i singoli picchiatori. Quando abbiamo cercato di sapere quali agenti erano entrati nella scuola, la polizia ci ha mandato elenchi incompleti, fasulli. In una delle liste c'era persino un agente ricoverato. L'ipotesi inquietante è che siano abituati a fare così, ma la scartiamo. Farete appello? La sentenza non c'è ancora. Non proseguiremo solo per sostenere il nostro convincimento. Si aspettava questa sentenza? Le statistiche mondiali dimostrano che i pm che indagano sulla polizia non hanno particolare gloria, ma solo sfighe. E allora perché farlo? Era nostro dovere.

 

Adesso tutti vogliono il testamento biologico - Alessandro Braga

MILANO - Adesso tutti si scatenano nel dire che c'è urgente bisogno di una legge sul testamento biologico. Da destra e da sinistra il coro è unanime, se si esclude qualche sparuto distinguo. Ma su come legiferare, le posizioni restano distanti, non solo tra maggioranza e opposizione, ma anche all'interno degli stessi partiti. E, pure in questo caso, a dimostrare la massima divisione è, ancora una volta, il Partito democratico. La sentenza della corte di Cassazione dell'altroieri, che ha messo definitivamente la parola fine alla lunga vicenda di Eluana Englaro, concedendo finalmente al padre-tutore Beppino la possibilità di «lasciare morire» sua figlia, in coma vegetativo da sedici anni, risveglia insomma la voglia di legiferare sul tema di tutti gli schieramenti. Ieri la suprema corte ha reso pubbliche le motivazioni della sua decisione: il procuratore generale di Milano non poteva impugnare la sentenza, perché non ne aveva diritto. Quindi il suo ricorso è «inammissibile» proprio per difetto di impugnabilità. Ma nelle venti pagine in cui motivano la loro scelta i giudici della Cassazione hanno anche voluto sottolineare la giustezza di una sentenza precedente, che dava ragione al padre di Eluana, sottolineando come quella decisione fosse pienamente conforme, e in più parti, allo spirito della nostra Costituzione, che sancisce il «diritto alla dignità della persona». Molti passaggi, inoltre, fanno riferimento al «consenso informato», considerato di «sicuro fondamento costituzionale», e «innegabilmente correlato» alla «facoltà del paziente non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche eventualmente di rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla». Ma le motivazioni della corte di Cassazione, a parte qualche «sbraitata» della destra contro i giudici che «vogliono introdurre in Italia la legittimazione dell'eutanasia» non sembra aver trovato ieri molto interesse tra gli esponenti del mondo politico, più accalorati nel dibattito sulla necessità di una legge sul testamento biologico. Ad «aprire le danze» è stato il ministro della Giustizia Angelino Alfano. «Come ministro dello Stato italiano dico che il Parlamento è chiamato a riempire questo vuoto normativo», ha detto intervenendo a margine di un convegno forense in corso a Bologna. Facendo comunque presente quali siano le sue posizioni sulla polemica seguita alla sentenza della Cassazione: «E' una discussione assolutamente comprensibile, in un momento di grande turbamento. Chi crede nel Signore prega per lei». Amen. E le parole di Alfano hanno subito avuto reazioni, sia in casa Popolo della libertà sia in casa Partito democratico. E se tra gli alleati del ministro c'è chi, come il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, si trova a dire semplicemente che «le due sentenze della corte di Cassazione impongono l'approvazione di una legge equilibrata sul testamento biologico», c'è anche chi come Maurizio Gasparri non perde l'occasione per polemizzare ancora con i giudici che, «a colpi di sentenze», possono far prevalere «principi sbagliati». Sbagliati per chi, è abbastanza evidente: per lui. Sul versante Partito democratico è invece il senatore Vannino Chiti a lanciare un appello perché si faccia al più presto una legge. E Anna Finocchiaro attacca la maggioranza, ricordando che «i politici che oggi si scagliano contro la sentenza della Cassazione sono corresponsabili di questo esito», visto che nella scorsa legislatura «non hanno voluto approvare una legge sul testamento biologico». Ma la capogruppo al Senato del Pd deve anche stare attenta a guardarsi le spalle dagli attacchi che arrivano dall'interno del suo partito. La vicenda di Eluana ha infatti fatto riemergere le divergenze nel Pd sulla normativa relativa al testamento biologico. Se l'ex ministro cattolico Giuseppe Fioroni chiede solo che «il rispetto della dignità della persona vada garantita sempre», è l'ala teodem a scatenarsi. Facendo subito uscire una nota per precisare che «il disegno di legge sul testamento biologico a firma del senatore Ignazio Marino non è l'unica posizione del Pd». E che quindi, se lo si vorrà far passare, sarà necessario passare sul loro corpo. Un avvertimento in piena regola all'ala più progressista del Pd, di cui fa parte la stessa Anna Finocchiaro, che ha presentato un disegno di legge, quello di Marino appunto, su posizioni abbastanza avanzate. Insomma, tutta questa voglia di legiferare rischia di provocare una discussione infinita tra maggioranza e opposizione che potrebbe portare a un testo condiviso da una maggioranza trasversale tra i due schieramenti. E dove, non è di difficile previsione, i cattolici faranno fuoco e fiamme in maniera bipartisan per renderlo il più aderente possibile ai dettami di santa madre chiesa.

 

E le preghiere dei cattolici puntano sul rimorso di papà Englaro

Giorgio Salvetti

Beppino Englaro chiede solo di potere liberare sua figlia e se stesso da un inferno durato 16 anni. Sa che staccare il sondino a Eluana sarà doloroso, poi spera solo di essere lasciato in pace. Ma mentre la politica dibatte, i religiosi non smettono di fare pressione sulla sua coscienza e su quella dei medici perché non sospendano l'alimentazione al corpo della ragazza. Tutto verrà fatto nel rispetto della legge e senza bisogno di correre o di scappare. Lo ha assicurato il professor Carlo Alberto Defanti, il neurologo di Eluana. La donna non verrà trasferita dalla clinica Talamoni di Lecco con un «blitz domenicale». «Posso dire che a brevissimo termine non accadrà nulla - ha assicurato il medico - ci sono diversi passi da fare: bisogna avere conferma degli impegni, prendere accordi. E questo richiede come minimo qualche giorno di tempo». Solo dopo, Eluana verrà probabilmente trasportata in una clinica di Udine dove si procederà alla sospensione dell'alimentazione. Per ora il padre non ha ancora chiesto le dimissioni dalla clinica di Lecco. Le suore che la assistono, però, vorrebbero tenerla sempre con loro. In stato vegetativo permanente. E per questo pregano: «L'amore e la dedizione per Eluana ci portano ad invocare il signore Gesù affinché la speranza prevalga anche in queste ore in cui sperare sembra impossibile. La nostra speranza è che non si procuri la morte per fame e sete ad Eluana. Se c'è chi la considera morta, lasci che rimanga con noi che la sentiamo viva». Non sono le suore, però, a dover decidere della vita e della morte, del bene e del male di Eluana, ma suo padre. «Un caso pietoso», lo ha definito l'Osservatore Romano, su cui si sarebbe giocato per non ascoltare il parere della Chiesa. E proprio impietosamente, a Beppino Englaro ora si rivolgono le autorità eccelsiastiche perché ci ripensi all'ultimo momento. Un atteggiamento che spazia dalla condanna morale e religiosa alla richiesta di ravvedimento che punta le sue ultime carte sul senso di colpa, tipico di un cattolicesimo senza carità cristiana. Monsignor Roberto Busti, vescovo di Mantova ed ex parroco del paese degli Englaro se la prende proprio con le parole di quel padre: «E' uno stato di diritto quello in cui si può condannare a morte un innocente?». Duro anche il cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi. Ieri ha scritto una lettera alle suore che curano Eluana, ha definito la sentenza della Cassazione una «conclusione irragionevole e violenta» e rivolgendosi a Dio ha chiesto «che non lasci mancare un'estrema opportunità di ripensamento a quanti si stanno assumendo la gravissima responsabilità di procurarle la morte privando acqua e nutrimento a questa Sua amata creatura». Non è un prelato, ma è pur sempre eminente la preghiera del governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, che chiede ai familiari di Eluana «un ripensamento»; lui però non ci ripensa e condanna il padre di Eluana a portare sua figlia fuori dalla Lombardia per porre termine al calvario.

 

A Washington l'ultima partita della vecchia era - Antonio Tricarico

Non sarà la nuova Conferenza economica e finanziaria di Bretton Woods richiesta da più parti, né un nuovo - e pericoloso, se non anacronistico - consenso di Washington. Tanto meno il folcloristico «super-G» invocato da Berlusconi e Tremonti. L'incontro dei capi di Stato e di governo delle 20 economie più importanti al mondo che si terrà oggi a Washington difficilmente andrà oltre annunci di principio e l'ennesima dichiarazione fatta al fine di stabilizzare i mercati finanziari, che magari lunedì le borse snobberanno con un nuovo tonfo. Si aggiunga che il vertice di una sola giornata sarà presieduto da George W. Bush, già sull'uscio della Casa Bianca. Mercoledì scorso il suo appello a non rinnegare l'economia di mercato ha rasentato la parodia, in un momento in cui il Tesoro americano inizia a rendersi conto che anche il suo gigantesco pacchetto di salvataggio per le banche americane non sta funzionando come pensato. L'incontro di Washington sarà però l'inizio di una partita globale, forse quella finale, che dovrà decretare i nuovi assetti politici ed economici. E' chiaro che la questione delle nuova regole globali intimamente si collega a chi le debba scrivere e poi soprattutto a chi debba farle rispettare. Una transizione che durerà probabilmente quanto la recessione economica appena avviata, sembrerebbe tutto il 2009. Oggi si capiranno anche quanto gli attori fino ad ora esclusi dal tavolo che conta, ossia le nuove potenze del Sud, vorranno ottenere un cambio sostanziale o meno nelle istituzioni finanziarie internazionali. Proprio il Fondo monetario internazionale, in crisi da diversi anni, ha anticipato tutti e si è posto come il potenziale nuovo regolatore globale, oltre che salvatore di ultima istanza dei paesi in difficoltà. Il tutto senza rimettere in dubbio l'ortodossia liberista con cui ha imposto le solite odiose condizioni liberiste ai governi di mezzo mondo, inclusa la liberalizzazione del mercato dei capitali e dei servizi finanziari, che sono il peccato originale alla base della crisi sistemica della finanza che viviamo oggi. «L'Fmi è morto, evviva l'Fmi», diranno a Washington i governi europei pur di difendere il gemello di Bretton Woods che controllano più degli Stati Uniti. Questi di contro, come sempre quando hanno vissuto una crisi economica di natura nazionale o internazionale, si sono ricordati dell'esistenza dell'Fmi - in cui dispongono ancora del potere di veto - e inviteranno le economie emergenti e i paesi europei a offrire un maggior contributo a questa istituzione, al fine di effettuare diversi salvataggi nei prossimi mesi. Salvataggi decisi di fatto dal G8, che continua a governare l'istituzione con la maggioranza delle quote. In molti si chiedono allora perché le economie emergenti dovrebbero pagare il conto di una crisi non causata da loro, senza avere poi voce in capitolo sulle scelte da operare. La Cina, pur se eviterà di sembrare non cooperativa a livello multilaterale, con il pacchetto di salvataggio interno appena varato e pari al 15 per cento del suo Pil è interessata ad aiutare prima di tutto la sua economia, e poi in caso gli altri. D'altronde in Asia esiste già un nuovo sistema regionale di salvataggio reciproco in caso di crisi - l'iniziativa di Chang Mai. Più «arrabbiati» potrebbero essere i governi latinoamericani. Loro vedono molto più reale lo spettro del ritorno del Fmi a governare l'America Latina, dispongono di riserve monetarie minori rispetto all'Asia e sono solo all'inizio dell'integrazione finanziaria su scala regionale. Sarà da vedere anche come le economie emergenti vorranno giocare allo stesso tempo su più tavoli, volutamente, per non chiudersi nessuno spazio in un ambiente così fluido come quello della crisi attuale. Oltre al loro possibile protagonismo in ambito Nazioni Unite in vista del prossimo vertice di Doha sulla finanza per lo sviluppo a fine novembre, Cina ed altri paesi hanno ventilato la necessità di entrare nel Forum per la stabilità finanziaria, oggi controllato dalle banche centrali del Nord sotto la guida del governatore italiano Mario Draghi. Il forum creato dopo le crisi asiatiche avrebbe dovuto prevenire altre crisi in qualità di embrione di una supervisione globale unificata. Un fallimento di fronte agli occhi di tutti che vedrà necessariamente Draghi & Co. cercare nuova legittimità allargandosi ai banchieri del Sud, non necessariamente anti-liberisti. In ogni caso mancheranno tanti paesi al tavolo di Washington, specialmente i più poveri. L'Unione Africana è stata snobbata, e con lei tanti altri. Alla fine il comunicato finale includerà quattro o cinque questioni su cui i paesi dichiareranno di voler introdurre più regolamentazione e coordinamento internazionale, senza però andare nello specifico e mettere le briglie ad alcuni attori e strumenti finanziari. Dietro le quinte Obama con il suo staff studierà a distanza come funziona il nuovo balletto globale dei 20 paesi che non hanno soluzioni ad una crisi senza precedenti, e saggiamente si terrà lontano dall'ultima foto di gruppo con Bush. Nel frattempo il mercato dei derivati continua a crescere, le transazioni nei paradisi fiscali sono sempre più frequenti e le nuove regole di rendicontazione permettono alle banche di truccare meglio i loro bilanci. «It's the economy, stupid!», diceva Clinton agli americani nel 1992. Si tratta della stessa economia iniqua che il G20 cerca di non cambiare.

 

Euro-recessione: Italia peggio di tutti - Carlo Leone Del Bello

L'area euro è in recessione per la prima volta dal 1998, ovvero dalla nascita della moneta unica. La situazione che, secondo la convenzione, identifica la recessione qualora si verifichino almeno due trimestri consecutivi di calo del Prodotto interno lordo (Pil), non si era infatti mai verificata. Anche l'Italia è in recessione, secondo la stima preliminare del Pil calcolata dall'Istat. Escludendo quest'ultima, le recessioni «tecniche» italiane sono state però ben tre negli ultimi otto anni: nel 2001, nel 2003 e nel 2005. L'Eurostat, l'istituto di statistica europeo, ha diffuso ieri la stima flash della crescita del Pil per l'eurozona: -0,2% nel terzo trimestre. Nel secondo trimestre, la decrescita economica dei quindici paesi che adottano l'euro era stata identica. Rispetto allo stesso periodo del 2007 - la cosiddetta crescita tendenziale - il segno rimane tuttavia positivo: +0,7%. Anche l'Unione europea «a 25» ha visto decrescere il Pil dello 0,2%, ma il dato del trimestre precedente non aveva segno negativo, bensì un «confortante» zero spaccato. I paesi con crescita trimestrale negativa sono pochi, ma «pesanti»: Germania (-0,5%), Italia (-0,5%), Spagna (-0,2%). Si «salvano» la Francia, l'Austria e il Belgio (tutti e tre con +0,1%), il Portogallo e i Paesi Bassi con crescita zero e la Grecia con un +0,5%. Chi sta fuori dall'euro non se la passa affatto meglio: il Pil del Regno unito va giù dello 0,5% rispetto al trimestre precedente. Tuttora mancanti i dati di molti paesi dell'est europeo e dell'Irlanda, paesi finora fra i più colpiti dalla crisi finanziaria e immobiliare. Tremenda la situazione di due delle «tigri baltiche», ovvero Estonia e Lettonia, con il Pil tendenziale in calo rispettivamente del 3,3% e 4,2%. L'Italia è il fanalino di coda dell'eurozona, sebbene il prodotto interno lordo negli ultimi due trimestri abbia subito lo stesso andamento di quello tedesco: -0,4% nel secondo e -0,5% nel terzo. Il primo trimestre tuttavia era andato molto meglio per la Germania, che chiude il quarto attuale con una crescita tendenziale dello 0,8%. L'Italia invece è sotto, rispetto al 2007, di un pesante 0,9%. Con la crescita tradizionalmente più debole rispetto ai partners europei, lo Stivale si trova in recessione per la quarta volta nel giro di otto anni. Questa volta però la decrescita è molto più forte, e il termine di paragone con cui confrontarsi diventa il biennio terribile 1992-'93, quando l'economia subì una contrazione per quindici mesi consecutivi. Ora è peggio, perché tutto lascia intendere che il quarto trimestre sarà ancora più debole. Il terzo trimestre infatti è stato appena sfiorato, per ragioni di tempo, dalla spaventosa crisi del credito che è seguita al fallimento della investment bank americana Lehman Brothers. Il canale del credito da allora si è prosciugato in modo notevole e, sebbene i tassi di interesse interbancari - misurati dall'Euribor - abbiano subito un rilassamento nelle ultime settimane, il volume degli scambi rimane comunque ridotto rispetto al solito. La domanda di beni di consumo, inoltre, non è solo in calo in ogni singolo paese europeo, ma sta rallentando in tutto il mondo. La tradizionale frenesia del consumatore americano si sta arrestando, di pari passo col rallentamento della impetuosa crescita del gigante cinese. Il notevole deprezzamento dell'euro che si è registrato nel corso dell'ultimo mese non avrà quindi un effetto miracoloso sull'export europeo. Di questa clamorosa mancanza di «locomotive» in grado di trainare la ripresa mondiale sono ben consapevoli i banchieri centrali - ai quali è affidata la gestione della politica monetaria - riunitisi ieri a Francoforte, prima di volare a Washington per il G20. Ben Bernanke, presidente della statunitense Federal reserve, ha affermato che le banche centrali sono fra loro in «stretto contatto» e stanno attentamente monitorando gli sviluppi, rendendosi pronti a prendere «ulteriori misure» in caso di necessità. Secondo molti osservatori, questo lascia intendere che la Fed potrebbe tagliare ancora il tasso di interesse - attualmente all'1% - durante la prossima riunione del 16 dicembre.

 

Liberazione – 15.11.08

 

Meno male che ci sono loro... - Stefano Bocconetti

La serietà dei professori. Forse l'eccesso di serietà dei professori e dei ricercatori del Cnr. Neanche scalfita dalle musiche che mettevano a loro disposizione. Poi, l'incoscienza e l'ingovernabilità degli studenti medi. Costretti a restare fermi, a piazza Esedra, per ore e quindi «dispersi» in mille rivoli. Tanti ma forse meno che in altre occasioni. E poi loro, gli universitari, i ragazzi e le ragazze di tutta Italia. Gli studenti delle facoltà, i ricercatori. Un numero impressionante. La Questura - che a volte dimezza, a volte divide per dieci - ieri diceva che erano centomila. Comunque un fiume ininterrotto che ha sfilato dalle nove e mezza al pomeriggio inoltrato. Un fiume, un'onda appunto, che ha attraversato la città, ha «assediato» simbolicamente Montecitorio. Oppure s'è seduto in segno di protesta davanti al ministero della Pubblica Istruzione. O davanti al Senato. O ha fatto mille altre cose. Metti insieme tutti questi elementi ed ecco la giornata di mobilitazione dell'università di ieri. Giornata indetta dal sindacato, da un «pezzo» del sindacato, visto che la Cisl - coerente con gli impegni presi alla cena informale a Palazzo Grazioli - alla fine s'è sfilata e ha revocato l'adesione allo sciopero. I dati raccontano però che dappertutto le percentuali di adesioni sono altissime. Al punto che Epifani dirà che «tante altre volte hanno provato ad isolare la Cgil, ma non ci sono mai riusciti». Neanche stavolta. Una giornata indetta dal sindacato, si diceva. Ma che è diventata enorme, che s'è trasformata, grazie all'irruenza dell'«onda», del movimento giovanile contro la Gelmini. Irruenza è la parola giusta. Il corteo - era stato concordato con la Questura - sarebbe dovuto partire di mattina presto con destinazione piazza Navona. E' partito due ore e mezza dopo, ogni tanto si fermava, aspettava le delegazioni che nel frattempo sbucavano dalle vie laterali. Ha cambiato percorso, è arrivato a Largo Chigi, nella «casa» del governo. Senza un attimo di tensione. Il tutto mentre tante altre parti del «movimento» raggiungevano altri palazzi, altri palazzi della politica. La giornata, l'immensa - e per una volta si può dire: incalcolabile, almeno dal punto di vista dei numeri - manifestazione di Roma ha cambiato di segno, insomma, in corsa d'opera. Per rendersene conto bastava guardare i cortei, che - almeno sulla carta - ad un certo punto avrebbero dovuto riunirsi e percorrere insieme l'ultimo tratto di strada. Aprivano i professori, il personale docente e non docente delle università. Con loro anche i rappresentanti dei partiti che condividevano le ragioni dello sciopero. Si sono visti Ferrero, Bertinotti, Claudio Fava, qualche altro. Nessuno del piddì. Un po' di bandiere della Cgil, due - esattamente due - della Uil. Uno spezzone di corteo silenzioso, senza slogan. Che qualcuno, dal camion che li precedeva, ha provato a ravvivare diffondendo la musica di Bob Marley, senza molti risultati. Poi, tenendosi debitamente a distanza è passata l'onda. Sono arrivati gli studenti. Che hanno affidato a tanti segnali il racconto del loro movimento. Aprivano ragazzi e ragazze sandwich, che sui cartelli di gommapiuma - che magari sarebbero stati buoni anche per proteggersi dalle manganellate della polizia - non portavano parole d'ordine. Ma i titoli di centinaia di libri: dall'«Inferno» di Dante a «Sulla Strada» di Kerouac, passando per «Morte di un commesso viaggiatore» di Miller. Erano in piazza per difendere il loro diritto a leggerli. A conoscerli. Poi, l'ironia dei ricercatori di Firenze. Con uno striscione che ormai ha fatto scuola: «Berlusconi, senza la ricerca non avresti i capelli». O quella dei ragazzi di Potenza, di Cassino. «Se pensate che la conoscenza vi costi troppo, provate con l'ignoranza». E poi i giovani di Medicina di Milano che sfoggiavano enormi forbici, o quelli di ingegneria di Palermo e di Cagliari. O di Genova. Che esponevano strani striscioni con sù disegnati palazzi sbilenchi. Con una didascialia: «Senza sapere ci rimettiamo tutti». E ancora: i ragazzi e i professori di Frosinone. Semplici: «Siamo ad un millimetro dal baratro. Il decreto Gelmini è un deciso passo in avanti». Il tutto senza neanche una bandiera di partito. Anche qui, al massimo uno o due vessilli. Per il resto una marea di altre bandiere, alcune anche incomprensibili (ce n'era una giallo, rossa e nera, punteggiata di blu). Senza simboli. O meglio, senza simboli conosciuti nelle tradizionali manifestazioni. Nel tradizionale mondo della politica. Eppure, dai megafoni - che a tanti è sembrato l'unico legame con altre stagioni -, improvvisati speaker parlavano di politica. Denunciavano sprechi, denunciavano con una precisione ossessiva perché anche l'ultima versione del decreto Gelmini sull'università è distruttivo. Discorsi neanche troppo lunghi, di facile presa. Comprensibili. Discorsi che su ogni punto, su ogni taglio deciso dalla Gelmini, indicavano una controproposta. Discorsi che tutti insieme, insomma, delineavano una vera riforma dell'università. Che comincia però col rifiuto dei tagli del governo. Discorsi che si univano con tante, altre riflessioni. Sul fatto che il «movimento» sta reggendo un po' ovunque, anche se le forme dell'opposizione sono le più diverse. Sul fatto però che il «no» alla Gelmini non potrà vivere solo di appuntamenti romani. Riflessioni che continueranno oggi, quando a Roma faranno il punto su come andare avanti. Riflessioni che sono riusciti a spostare qualcosa? L'effetto sul governo si vedrà. Ieri, però, mentre sfilavano da un balcone di un palazzo è apparso uno striscione. Scritto a mano: «Ragazzi siete l'ultima speranza». E allora, in qualche modo, quell'enorme serpentone di ragazzi e ragazze ha già pagato.

 

«Il sapere è nostro». L'Onda dei 300mila travolge Gelmini

Francesco Raparelli*

Il '68 è mondiale e si gioca nel pieno dell'espansione welfaristica, in questo caso ci troviamo di fronte ad un movimento che seppur provinciale, parla un lessico globale, nell'intensità e nel soggetto. L'Onda anomala che ha sommerso gli atenei e le città ha codificato un punto d'attacco contro la crisi economica globale. Sono di ieri le notizie che parlano della recessione economica: la tendenza si è fatta realtà e a breve si passerà dalle indicazioni Istat alle biografie distrutte dai licenziamenti, dalla precarietà, dalla disoccupazione. Siamo solo all'inizio e questo Berlusconi lo sa ed è per questo che alza il tiro sul terreno dei diritti, della decisione, delle libertà. Cosa accade, infatti, se lo slogan scandito dai movimenti universitari, «Noi la crisi non la paghiamo», diviene linguaggio comune? In risposta ai dati Istat arriva il monito di Napolitano: sacrifici. Anche in questo caso, non poche somiglianze con i movimenti del passato, col '77. Il '77 è stato per molti versi un movimento italiano ed è stato un urlo di rabbia contro la crisi economica e l'etica del lavoro e dei sacrifici. La questione dell'autonomia dei nuovi soggetti sociali e del rifiuto del lavoro ha raggiunto quell'anno un punto di condensazione potentissimo: l'università, da Roma a Bologna, l'epicentro dell'esplosione. Eppure la crisi italiana portava con sé i confini stretti di una ristrutturazione ritardata. Oggi i ritardi sono leggerissimi, se non inesistenti, oggi la crisi italiana è solo qualche mese più in là del collasso statunitense. La crisi è globale e non possono che ambire all'estensione globale i movimenti che la contestano. Il rifiuto dei sacrifici non prevede la divisione delle «due società», ma si colloca al centro del declassamento senza fine del lavoro cognitivo e della crisi profonda dei ceti medi. Il rinnovato riformismo americano di Obama, in questo senso, è del tutto paradigmatico: servizi, dalla sanità alla formazione, innovazione; sostegno alle nuove povertà. La partita politica e sociale all'interno della quale si muove l'Onda anomala italiana è una partita complessa, quanto decisiva: come rispondere alla recessione economica imponendo risorse e sostegno per le nuove forme del lavoro, per la ricerca, per la formazione? Sembra un ragionamento contro-intuitivo, laddove la sua forza realistica sbaraglia ogni finzione liberale: solo un'economia della conoscenza fatta di diritti e di garanzie può mettere all'angolo la crisi. Dunque il no alla 133 diventa immediatamente un discorso d'alternativa. Le caratteristiche di questo movimento ci portano in Francia, senza possibilità d'errore. Le giornate del marzo e dell'aprile francese del 2006 ricordano le manifestazioni selvagge che dalle università italiane invadono le città, bloccano la produzione diffusa e propongono una nuova forma di sciopero. Abbiamo detto in più occasioni, un movimento profondamente politico (senza esitazioni sulla discriminante anti-fascista), ma anche un movimento senza partiti e irrappresentabile, fatto da una generazione post-ideologica, per questo radicale e combattiva. Eppure a differenza del movimento francese il movimento italiano sa accompagnare al pragmatismo una profonda ricerca di autonomia e di progettualità. Sarebbe bello che questa capacità costituente non vada smarrita con il ritorno fantasmatico della vecchia politica e con lo stile d'un tempo, tra mozioni e guerre gruppettare. Questo movimento può durare a lungo e andare lontano, se saprà conservare la gioia e la leggerezza conflittuale delle corse impreviste e non autorizzate tra le strade piene di traffico. Solo questi elementi possono salvare dalla noia e solo senza noia un movimento può farsi realisticamente rivoluzionario.

*dottorando di ricerca in Filosofia politica

 

On Di Pietro, lei si vergogna almeno un po'? - Piero Sansonetti

Gesù li chiamava «Sepolcri imbiancati». Si riferiva alle classi dirigenti di quell'epoca, in Palestina: agli scribi e ai farisei. Diceva che erano gran signori di fuori e orribili di dentro («pieni di ossa di morto»), diceva che erano ipocriti. L'uscita di ieri dell'on Di Pietro a proposito della «mattanza cilena» compiuta a Genova, nel luglio del 2001, da polizia e carabinieri, che uccisero un ragazzo di 22 anni, ne ferirono in modo grave centinaia, ne torturarono decine e decine prima all'interno della scuola Diaz e poi della caserma di Bolzaneto e di altre caserme, l'uscita spavalda di di Pietro - dicevamo - fa pensare proprio a quella parabola del Nazareno: sepolcri imbiancati. Chi è Di Pietro? L'esponente della maggioranza di centrosinistra che dal 2006 al 2008 si è opposto con tutte le sue forze (e con successo) alla richiesta della sinistra di istituire una commissione parlamentare di inchiesta che facesse chiarezza sul comportamento di polizia e carabinieri. L'opposizione di Di Pietro fu quella decisiva: impedì che la commissione fosse formata. Di Pietro sosteneva che non c'era bisogno di nessuna iniziativa parlamentare perché bisognava avere fiducia nella magistratura, che avrebbe chiarito ogni ombra. Bene: ieri Di Pietro - dopo la sentenza assurda che manda assolti i vertici della polizia - senza neanche scusarsi per il disastro combinato negli anni scorsi con il suo atteggiamento da uomo di ferro della magistratura e della polizia, ha chiesto lui una commissione inchiesta, sapendo benissimo che il centrodestra non la concederà, e ora ha i numeri per non concederla, e che il rischio di una inchiesta del Parlamento non esiste. A me sembra che l'atteggiamento di Di Pietro ponga all'ordine del giorno una vistosa, clamorosa, drammatica questione morale. Tradisce una idea di politica come manovretta, calcolo, trasformismo, urlo finto, mascherata, che forse è l'espressione più alta del degrado della politica che sta dilagando in molte zone del parlamento e in molti partiti. In nessuna zona del parlamento, però, dilaga con l'evidenza e l'arroganza della quale è capace Di Pietro. Perché nel biennio 2006-2008, quando il centrosinistra aveva i numeri per imporre questa commissione, Di Pietro si oppose così strenuamente? Perché una parte del mondo politico di centrosinistra - del quale lui è espressione - ritiene che sia pericoloso far risultare le colpe molto gravi dei vertici della polizia e dei carabinieri in quelle giornate infuocate durante le quali - come ebbe a dire Massimo D'Alema - la democrazia in Italia fu sospesa. La sinistra chiedeva con insistenza la commissione di inchiesta per il motivo opposto: voleva che uscissero fuori le responsabilità vere, quelle di chi aveva diretto e comandato l'operazione folle di Genova. Non solo per ottenere la punizione dei colpevoli (cosa alle quale, personalmente, sono pochissimo interessato: meno gente si punisce, in generale, e meglio è) ma perché fosse chiara la condanna morale e per impedire che l'impazzimento di Genova si ripeta, e si ripeta la sospensione dello Stato di diritto. La richiesta di Di Pietro, comunque, è stata già respinta dalla destra. E questo è naturale. La destra, coerentemente, ha sempre detto che la polizia non si tocca e si è sempre opposta a inchieste parlamentari. Piuttosto, stupiscono le motivazioni del rifiuto. Il ministro Alfano, per esempio, ha detto che le sentenze della magistratura non si discutono. Ammetterete che una affermazione del genere, pronunciata da uno degli uomini di fiducia di Berlusconi, suona curiosa. Ignoriamo il momento nel quale Berlusconi ha deciso che la magistratura è un potere affidabile...

 

Caso Eluana, il suicidio assistito della Chiesa cattolica - Angela Azzaro

Ci sono morti vere e morti che non sono tali. La fine dell'alimentazione forzata per Eluana Englaro, a cui la Cassazione ha dato finalmente il via libera, non è una morte. Non è men che mai un omicidio, come sostengono il Vaticano e una parte della destra. Eluana è morta sedici anni fa, quando ha smesso di avere relazioni con il padre, la madre, gli amici. Quando ha smesso di sognare, sperare, amare e odiare. Che cosa è infatti la vita fuori dalle relazioni, dai desideri, fuori da quel corpo costretto in un letto da subito dopo l'incidente? E' invece reale la morte della capacità della Chiesa di parlare al dolore dei singoli, di fronteggiare - come un tempo sapeva fare - le grandi questioni della vita e della morte. Quando il confine si fa labile, quando le domande si infittiscono ed entra in gioco la libertà del singolo e della singola, la risposta del Vaticano diventa il dogma. La legge. L'imposizione. Un segno di debolezza che dal Vaticano ricade su una parte del Parlamento italiano che si accanisce contro Eluana e la sua famiglia evocando una legge che blocchi in extremis la loro scelta. Una scelta di morte? No, una scelta di vita per mettere fine a un dolore e a un lutto durati anche troppo. Dopo il clamore suscitato dalla sentenza della Suprema corte il dibattito politico si è concentrato sulla necessità di una legge, sollecitata ieri dal ministro della Giustizia Alfano, ma che vuole anche una parte dell'opposizione. La posizione dei Radicali, impegnati da sempre e in prima linea per la libertà di scelta, è la più rispettabile. Lo ha scritto anche ieri su queste pagine Maria Antonietta Farina Coscioni: serve una normativa che faccia finalmente chiarezza e non abbandoni il singolo alla furia del dibattito politico. Ci sono però posizioni altrettanto valide che chiedono di non legiferare per almeno due motivi. In primo luogo perché il diritto di scelta è già tutelato dalla Costituzione, lo dimostra la sentenza della Cassazione su Eluana. Oggi il problema non è quello di un "vuoto", ma di un pieno legislativo che rischia di ledere, in maniera decisiva, l'autodeterminazione delle persone. Lo dimostra la legge sulla fecondazione medicalmente assistita, voluta dal centrosinistra e dalla destra con la scusa di un presunto far west delle regole. Le regole c'erano e tutelavano il diritto alla salute e di scelta. Oggi c'è una legge fondamentalista che non garantisce nessun diritto, ma stabilisce norme autoritarie, in alcuni casi addirittura vessatorie. Il secondo motivo per cui si chiede di non legiferare (almeno in questo momento) sul testamento biologico deriva dall'esperienza della legge 40. Con questa maggioranza e in questo clima politico-culturale il rischio è di peggiorare la situazione spuntando anche gli strumenti che ancora ci offre la Costituzione. Ancora una volta si misura il deficit di dibattito e di informazione. Le parole vengono usate come strali per attaccare le posizioni altrui. O vengono usate in maniera impropria. Come ha fatto ieri L'Osservatore romano attraverso le parole di Lucetta Scaraffia. La sentenza su Eluana introdurrebbe «di fatto» l'eutanasia in Italia e costituirebbe «una sconfitta per tutti», mentre la voce della Chiesa «sarebbe stata inascoltata». Il caso di Eluana non è eutanasia. Non è un suicidio assistito. La sentenza consente al padre Beppino Englaro di dire basta all'accanimento terapeutico che mantiene in coma la figlia. L'eutanasia è un altro tema di cui discutere senza tabù, ma qui viene usato in maniera impropria. E' il segnale ennesimo che la furia ideologia del Vaticano ha smesso di capire le persone, di "sentire" insieme a loro.

 

Repubblica – 15.11.08

 

G20, missione impossibile per i Grandi della Terra - FEDERICO RAMPINI

Una Bretton Woods 2 per ridisegnare le regole della finanza globale, i poteri di intervento delle autorità pubbliche sui mercati. Più un Piano Marshall 2, un potente rilancio degli investimenti pubblici concertato a livello mondiale per sconfiggere la recessione. Sono le aspettative irrealistiche che alcuni governi europei hanno alimentato sull'agenda del vertice G-20 che si apre oggi a Washington. Un summit al quale gli europei - guidati da Nicolas Sarkozy - si presentano con un sembiante di unità che include perfino la Russia, cooptata in un fronte unito dopo che il crollo del prezzo del petrolio ha turbato le ambizioni neoimperiali di Mosca. Ma a fare gli onori di casa a Washington c'è ancora George Bush, deciso a difendere la sua eredità storica e a respingere ogni processo contro il capitalismo americano. Il presidente uscente - in carica fino al 20 gennaio - ha accolto i suoi ospiti con una difesa dei principi del libero mercato. Ha fatto capire che ostacolerà ogni tentativo della vecchia Europa di imporre forme di "dirigismo" che soffochino i mercati finanziari. In questo momento in realtà è l'aspetto "Piano Marshall" ad avere il sopravvento. Dopo che l'America, l'Unione europea e il Giappone sono sprofondati nella recessione, l'urgenza di un'azione coordinata per rilanciare la crescita dell'economia reale supera perfino il bisogno di terapie contro la malafinanza. Ma il Piano Marshall - con cui fu finanziata la ricostruzione europea dopo la seconda guerra mondiale - ebbe un pagatore unico, l'America. Oggi nessun paese ha i mezzi per fare da locomotiva unica della ripresa. Molti, anzi, esitano a impegnarsi con manovre di bilancio troppo onerose per i conti pubblici: o perché sono ancora appesantiti dai debiti del passato, o per una logica mercantilista (chi si muove per primo con un forte rilancio della domanda interna rischia di vedere aumentare le importazioni, e di regalare ai propri vicini i benefici della ripresa). Così sul fronte delle strategie di investimenti statali per promuovere lo sviluppo, a Washington chi vanterà la mossa più ardita paradossalmente è la Cina: nessun altro paese può eguagliare la sua manovra di 586 miliardi di dollari di spese pubbliche (in un biennio), pari a circa il 16% del Pil della Repubblica Popolare. Eppure Pechino, anche se è preoccupata per il netto rallentamento della sua crescita, ha ancora avuto un aumento del Pil del 9% nel trimestre scorso. Gli americani hanno alle spalle un flop: quest'estate Washington aveva varato 150 miliardi di aiuti diretti alle famiglie (assegni del Tesoro recapitati a domicilio), ma il clima di paura ha indotto i consumatori americani a mettere quei soldi da parte anziché spenderli. Barack Obama vuole riprovarci, con un'iniezione di potere d'acquisto di dimensioni analoghe possibilmente entro Natale. Ma non è detto che il Congresso uscente l'approvi. E al G-20 di oggi Obama manda solo due osservatori, per evitare di essere coinvolto anzitempo nelle responsabilità di un eventuale fallimento. Tra i paesi che brillano per timidezza c'è la Germania: colpita duramente dalla recessione, ancora non ha varato manovre significative per rilanciare i consumi e la domanda interna. E' un attendismo che la dice lunga sulla presunta compattezza del fronte europeo. Alla fine il G-20 spaccerà per "azione concertata" contro la recessione un elenco di provvedimenti decisi dai singoli governi, secondo criteri e priorità nazionali. Sul fronte della Bretton Woods 2 il quadro non è migliore. I leader mondiali hanno già pronto l'alibi: per arrivare alla prima Bretton Woods (nel 1944) ci vollero due anni di preparativi e poi tre settimane di serrate trattative sui dettagli, malgrado la leadership indiscussa dell'America di Franklin Roosevelt e l'illuminata ispirazione teorica di John Maynard Keynes. Non s'improvvisa in un week-end la grande riforma della governance globale che allora creò il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e il Gatt (antenato del Wto). In realtà già da anni i nuovi progetti di riforma sono sul tappeto, e ogni dettaglio tecnico è stato esaminato ai massimi livelli. Per esempio nella task force dei banchieri centrali presieduta dal nostro Mario Draghi. Ma sulle ricette ci sono profondi dissensi di principio, fossati ideologici che neppure la gravità di questa crisi ha fatto superare. L'idea di creare una Organizzazione mondiale della finanza - con poteri analoghi a quelli che ha il Wto per il commercio - continua a essere osteggiata da lobby che estendono i loro tentacoli da Wall Street ai paradisi fiscali off-shore. Portare sotto un controllo stringente delle banche centrali gli hedge fund; costringere le banche a inserire nei loro bilanci anche gli strumenti derivati: queste soluzioni si scontrano con resistenze fortissime soprattutto in America. Obama darà forse un segno di cambiamento se sceglierà un segretario al Tesoro che non abbia legami con Wall Street. Per il momento il summit creerà gruppi di studio, per prendere tempo senza decidere nulla di concreto. L'unica novità di oggi è che il G-20 prende di fatto il posto del G-8. E' un riconoscimento dell'importanza delle potenze emergenti. Ma la Cina, l'India o il Brasile non hanno ancora il know how finanziario per essere gli ispiratori di modelli nuovi di regolazione. E sospettano che li stiamo cooptando nella governance globale soprattutto per esigere da loro contributi generosi.

 

Un poliziotto oltre il limite - GIUSEPPE D'AVANZO

La pessima sentenza di Genova per i pestaggi della Diaz imponeva che subito dovessero venire dalle istituzioni, dalla polizia, dalla politica chiari segnali rassicuranti della fedeltà alla Costituzione delle forze dell'ordine. Per un intero giorno, il silenzio. Un silenzio non imbarazzato, non pudico, ma quasi soddisfatto. Come se l'esito minimalista del processo genovese, che si sovrappone alla mediocre e ambigua conclusione del dibattimento per le torture di Bolzaneto, potesse chiudere senza danno - "e finalmente" - la ferita profonda che i giorni del G8 hanno aperto tra lo Stato e la società, tra le istituzioni e una giovane generazione di cittadini. In questo assordante e colpevole silenzio, ha preso la parola soltanto Vincenzo Canterini, il comandante del Reparto Mobile, della Celere di Roma, condannato a quattro anni di carcere (tre cancellati dall'indulto). Canterini, il capo delle tre squadre del VII nucleo antisommossa che, per prime, invasero la Diaz e, armate dei micidiali manganelli "tonfa" usati al contrario, bastonarono decine di ragazzi e ragazzi, ferendone 82 e riducendone tre in fin vita. Canterini ha scritto ai suoi "ragazzi" una lettera che è una sfida alla Costituzione, un oltraggio alla "disciplina" e all'"onore" che dovrebbero orientare, per la Carta, i servitori dello Stato. È una rivendicazione di uno spirito di corpo omertoso ("Io e voi sappiamo benissimo che cosa è successo; ci siamo guardati più volte negli occhi"). È un avvertimento alle gerarchie che avrebbero abbandonato il "Reparto" al loro destino ("Abbiamo perso una battaglia; ma quante volte si siamo sentiti umiliati e forse traditi"). È soprattutto la riproposizione delle menzogne disseminate, nel corso di sette anni, per impedire l'accertamento della verità. Scrive Canterini: "Quante volte chi ci aggrediva pensava di averci sopraffatto e poi si accorgeva che invece eravamo vivi e fieri di noi (?) Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni". La verità è che nessuno ha aggredito, nella Diaz, Canterini e i suoi "ragazzi". La verità è che nella Diaz non c'è stata nessuna colluttazione, non fu trovato nessun passamontagna, nessun bastone, nessuna catena, nessun maglio spaccapietre (come accreditò una sua relazione di servizio). La verità è che nessuno dei picchiatori di Canterini fu ferito (anche questo giurò) e i referti medici furono tutti manipolati. La verità - la sola verità che pessime sentenze, miopi convenienze politiche, opportunisti istituzionali non potranno cancellare - è che quella notte di luglio Canterini e i suoi "ragazzi", forse dopo essersi guardati negli occhi, si abbandonarono a un pestaggio brutale di uomini e donne indifesi e inermi. "Facciamogli vedere che alla lunga saremo noi a vincere", è l'esortazione conclusiva di Canterini. È un'esortazione anche per noi. Se vince un poliziotto come Canterini perdiamo tutti. Dopo aver letto il comandante dei nuclei antisommossa sappiamo di non poterci affidare soltanto alla civiltà e al senso civico delle polizie. Sappiamo di aver bisogno di difendere con intransigenza le garanzie offerte dalla Costituzione e i diritti assicurati dalla legge, quelli calpestati a Genova. Sappiamo di dover ancora pretendere di sapere (nonostante la giustizia si sia mostrata timida e impotente) che cosa, come, perché sono state sospese a Genova le regole e l'umanità; con la responsabilità di chi è nato quel "vuoto di diritto" che ha consegnato la vita delle persone, spogliata di ogni dignità, alla violenza arbitraria, disumana che Canterini ha l'arroganza di rivendicare. Una domanda, però, pretende una risposta subito. Canterini e i suoi "ragazzi" possono ancora restare nei ranghi della polizia?

 

Canterini: "Io e i miei uomini martiri, paghiamo per tutti ma non ci arrendiamo" - CARLO BONINI

ROMA - Il questore Vincenzo Canterini, ex comandante del VII Nucleo mobile nei giorni del G8, condannato, insieme ai suoi capisquadra, a 4 anni di reclusione dal Tribunale di Genova per la mattanza della "Diaz", sta rientrando a Bucarest, al suo ufficio di dirigente Interpol. Ha in mano una lettera, che pubblichiamo qui a fianco. Dice: "L'ho appena finita di scrivere ai miei ragazzi. Quelli che, da giovedì sera, pagano per tutti. Dei martiri civili". Di martiri civili e senza processo, alla "Diaz", ce ne sono stati 93. Donne, uomini. Giovani, anziani. Erano inermi e innocenti. "In questi sette anni, non c'è stato un solo giorno in cui non mi sia associato al giudizio che di quella notte venne dato dal mio vice, Michelangelo Fournier. Disse: "È stata una macelleria messicana". E lo disse la prima volta che, insieme, fummo sentiti dal procuratore aggiunto di Genova, qualche giorno dopo i fatti. Cosa doveva dire di più? Il punto è che non sono io, non siamo stati noi i macellai di quella notte". Chi è stato allora? "Me lo ha già chiesto in passato e glielo ripeto: non lo so. So però, e il processo lo ha dimostrato, che in quella scuola c'era una macedonia di polizia. Più di 400 tra agenti e funzionari. Il professor Silvio Romanelli, il mio avvocato, in aula, ha giustamente parlato della "notte del volontario". Di decine, centinaia di agenti arrivati nella scuola comandati da non si sa bene chi e perché. Ma, in sette anni, si è preferito che il faro rimanesse puntato soltanto sul VII nucleo". È colpa forse della Procura o del metro di giudizio del tribunale se non si è riusciti a sfondare questo muro di omertà, o non invece di chi questo muro lo ha eretto proprio tra voi poliziotti? Di chi non sa, non ricorda, non ha visto. "Non sono abituato a discutere il lavoro e le scelte dei magistrati e tanto più le sentenze che pronunciano. Dico però che se questo doveva essere l'esito, allora sono orgoglioso di aver ricevuto la condanna più alta. Perché è giusto che sia io a rispondere dei miei uomini. Anche di quello che non hanno fatto. Anzi, le dispiace se le leggo un brano della lettera che ho scritto ai miei uomini?". Legga. "Il 21 luglio del 2001, dopo 18 ore di servizio, ci è stato ordinato di entrare in piena notte, in un edificio che non conoscevamo, e ci è stato detto che, probabilmente, vi avremmo trovato occupanti pericolosi ed armati. Io e voi sappiamo benissimo cosa è successo, ci siamo guardati più volte negli occhi. E guardandoci abbiamo capito la nostra professionalità, il nostro cameratismo, la nostra dignità". Mentre intorno a voi dei civili diventavano degli invalidi, ad esempio. Questo non lo ricorda. "Guardi, io non ho intenzione di rifare il processo. Di ricordare in quale piano della scuola erano i nostri capisquadra e i nostri uomini. Cosa erano in grado di vedere o di impedire. Ma forse è utile sapere che per fare 93 feriti sono stati impiegati 4 minuti, il che è difficile per un reparto di 70 uomini. È utile sapere che all'interno di quella scuola io non sono neppure entrato. Che, quella sera, non indossavo neppure il casco. Non avevo il tonfa. Non avevo la pistola. Che il mio vice, entrato nella scuola, si tolse il suo di casco per gridare a uomini che non erano del VII di interrompere le violenze. Diciotto testimoni tra gli aggrediti presenti nella scuola, hanno riferito in aula che uomini del VII si adoperarono per soccorrere i feriti. Questa è forse una spedizione punitiva?". L'odio di quella notte avrà pure dei padri. Non crede? "Io non odio nessuno. A Genova, abbiamo avuto i nostri feriti, i nostri ustionati e, come ho ricordato ai miei uomini, seguendo un istinto che forse trascendeva dal semplice dovere istituzionale, abbiamo buttato il cuore oltre l'ostacolo. Contro individui mascherati, violenti ed organizzati, quanto e forse meglio di noi". Alla Diaz, nessuno era mascherato e violento. I travisati e i violenti erano i poliziotti. "Voglio solo dire che, in 41 anni di carriera immacolata, non sono mai caduto nella trappola dell'odio che chiama odio. Ai miei uomini del VII, oggi, dico questo. E mi scusi se leggo, ma anche a 60 anni, non ho perso la capacità di emozionarmi: "Abbiamo perso una battaglia. Ci siamo sentiti umiliati e forse traditi. Ma quante volte chi ci aggrediva pensava di averci sopraffatto e poi si accorgeva che invece eravamo vivi e fieri di esser noi. (...) Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni. Diamogli l'illusione di avere vinto e facciamogli vedere che alla lunga saremo noi a vincere perché potremo guardarli negli occhi non con l'odio, che si riserva ad un nemico, ma con la serena consapevolezza della nostra innocenza. Coraggio ragazzi il vostro comandante vi è vicino ed ancora indossa il casco insieme a voi. Ancora non ci hanno messo a terra"...". "Il vostro comandante indossa il casco con voi". È una minaccia? "Per carità. È orgoglio e fratellanza con i miei uomini". Chi sono "tutte queste persone nei passamontagna" a cui si riferisce? I suoi colleghi di quella notte? "Chi vuole capire, capisca. Dico solo che i celerini saranno anche ignoranti, ma non sono stupidi".

 

La Stampa – 15.11.08

 

Blitz di Gordon Brown per guidare le riforme

L’orchestra delle Giubbe Rosse ha accolto i leader del G20 nel Grand Foyer della Casa Bianca dando inizio ad un summit che ha per protagonista il premier britannico Gordon Brown, intenzionato ad affidare a questo forum economico globale il compito di rispondere alla crisi finanziaria, mettendo così in ombra il G8. Brown ha pianificato con cura il blitz di Washington. Due lunghe telefonate con Barack Obama lo hanno convinto che il nuovo presidente degli Stati Uniti condivide la strategia di una risposta alla crisi di Wall Street che sia «globale» coinvolgendo a pieno titolo Cina, India, Brasile, Messico e Sud Africa. E sulla stessa lunghezza d’onda c’è Nicolas Sarkozy, presidente di turno dell’Unione Europea, perché, come scrive «Le Monde», con il G20 «gli occidentali prendono atto di essere minoritari nei nuovi equilibri globali» e coinvolgono le economie emergenti «prefigurando la scomparsa del G8». Il premier britannico è così arrivato negli Stati Uniti con un giorno di anticipo per illustrare al Council on Foreign Relations la proposta di «patto globale contro la crisi». Dopo essere stato presentato da Robert Rubin, l’ex ministro economico di Clinton oggi braccio destro di Barack, Brown ha illustrato i «quattro punti» sui quali chiederà di impegnarsi ai 20 capi di governo: cooperazione sulla politica fiscale, concordando un «pacchetto globale di stimoli» basato sulla riduzione delle imposte; «scadenze precise» per il varo delle riforme dei regolamenti finanziari e per le istituzioni internazionali «con i primi impegni entro la fine dell’anno»; sblocco delle trattative sul libero commercio; impegno a «versare ulteriori fondi al Fmi per sostenere le economie più a rischio». Brown a Washington ha incontrato subito il brasiliano Lula da Silva, presidente di turno del G20, e quindi il ministro del Tesoro in carica, Hank Paulson. Con entrambi ha parlato un linguaggio a metà strada fra George W. Bush e Barack Obama. In sintonia con il presidente uscente ha ammonito sui rischi di «cedere al protezionismo» e in sintonia con il presidente entrante si è detto per accelerare lo sviluppo dell’industria verde, futuro motore dell’«occupazione e della crescita globale» come l’hi-tech negli Anni Novanta. Brown accelera perché punta ad uscire dal summit di oggi con un risultato di alto profilo: l’intesa fra i 20 Paesi che sommano l’85 per cento del pil e due terzi della popolazione del pianeta a darsi un’agenda comune per superare la crisi globale. Riuscendo nell’impresa sarebbe proprio Brown, nelle vesti di presidente di turno del G20 a partire da gennaio, a diventare il regista di un processo di riforme che punta a dare vita alla «nuova Bretton Woods» destinata a rimpiazzare gli equilibri e le istituzioni finanziare create dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Ciò che piace a Obama di questa scommessa è cominciare a immaginare il mondo in dimensioni meno anguste rispetto al dialogo ristretto fra Usa, Ue, Giappone e Russia. Se il G8 verte sulla collaborazione fra Occidente e Russia, nel G20 l’Occidente punta su un multilateralismo che premia la Cina. Da qui la conseguenza di un possibile indebolimento della rilevanza G8, da gennaio a guida italiana. Non a caso le nostre feluche sono mobilitate nel tentativo di ostacolare il blitz americano di Downing Street, dirottando il summit verso un risultato minimo.

 

Obama offre a Hillary il posto di Condoleezza – Maurizio Molinari

Barack Obama dà appuntamento a John McCain e pensa a Hillary Clinton come Segretario di Stato, rifacendosi in entrambi i casi all’esempio che gli viene dal presidente Abramo Lincoln. E’ stata la portavoce Stephanie Cutter da Chicago a far conoscere le due mosse del presidente-eletto. Tutto è iniziato nella tarda serata di giovedì, quando la carovana d’auto dell’ex First Lady è entrata nel parcheggio sotterraneo del quartier generale di Obama al 233 di North Michigan Avenue. L’incontro fra gli ex avversari nelle primarie democratiche è durato oltre un’ora e poco dopo sono stati due alti funzionari del «team Obama» a far sapere all’Associated Press di cosa si era parlato: l’ipotesi di assegnare a Hillary la guida del Dipartimento di Stato. Ieri mattina, parlando a New York, la Clinton è stata molto prudente: «Ogni decisione spetta al presidente eletto, non dirò nulla, gli unici a cui tocca parlare sono i portavoci del team della transizione». Ma il sorriso di Hillary tradiva la soddisfazione per essere entrata nella rosa dei candidati per la poltrona più ambita della nuova amministrazione, alla quale Obama affiderà il compito di «rilanciare le alleanze», come ha più volte detto durante la campagna. Sulla strada di Hillary vi sono però altri candidati: John Kerry, che vanta un credito nei confronti di Obama avendolo lanciato alla Convention di Boston del 2004; Bill Richardson, governatore del New Mexico che diventerebbe il primo Segretario di Stato ispanico; Richard Holbrooke, l’ex mastino della diplomazia negli anni dei Clinton. Ma Hillary ha una qualità in più, che ha poco a vedere con l’esperienza diplomatica di Holbrooke ed è l’esatto contrario dell’amicizia con Obama che vantano Kerry e Richardson: è stata una rivale politica del nuovo presidente. A sottolineare l’importanza di «lavorare assieme ai rivali» è stato proprio Obama, facendo trapelare da alcuni suoi collaboratori, l’apprezzamento per il libro «Team of Rivals» (Un team di rivali) nel quale Doris Kearns Goodwin ricostruisce la vita di Abramo Lincoln soffermandosi sulla sua abilità nel «portare al governo i propri avversari politici». Proprio su questo terreno Obama punta a distinguersi da Bush: se negli ultimi otto anni l’inqulino dello Studio Ovale ha voluto persone di assoluta fedeltà, personale e politica, Barack punta a governare l’America con un «team di rivali» al fine di «unire conservatori, liberal e indipendenti» come promesso nel discorso della vittoria. Si spiega così anche l’invito a John McCain, il repubblicano sconfitto nelle urne con una differenza di oltre 7 milioni di voti. L’appuntamento è sempre al 233 di North Michigan Avenue lunedì mattina. Stephanie Cutter precisa che per McCain non è in vista l’offerta di un posto nel governo ma Obama «guarda a lui per stabilire una solida collaborazione con il Senato» sin dall’inizio della nuova amministrazione, quando si tratterà di far ripartire l’economia. «I punti di raccordo fra Obama e McCain sono stati chiari a tutti durante la campagna elettorale» aggiunge Cutter, parlando di «comune interesse a dare al popolo americano un governo più efficace ed efficiente» a cominciare dai temi sui quali «la pensano alla stessa maniera» come la difesa dell’ambiente e la lotta allo sperpero di denaro pubblico. Se il richiamo a Lincoln, che accettò di pagare il prezzo di una guerra civile pur di unire l’America spaccata dalla schiavitù, consente di leggere le aperture a Hillary e McCain, il percorso scelto dal nuovo presidente non è privo di rischi. A cominciare dalla forte presenza di clintoniani nel proprio team che può farlo apparire un presidente quasi sotto tutela: dalla scuderia di Bill e Hillary vengono infatti non solo Emanuel e il portavoce Robert Gibbs ma anche John Podesta regista della transizione, Gregory Craig prossimo consigliere per la sicurezza, Anthony Lake uomo di punta sull’Iran e due dei maggiori consiglieri economici, Larry Summers e Robert Rubin, oltre ad una miriade di funzionari. A conferma che l’unico establishment democratico con cui si può governare Washington è clintoniano.

 

Pil, la Confindustria abbassa le stime

ROMA - Confindustria ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita dell’Italia per il 2008 e il 2009: l’Ufficio Studi stima una riduzione del Pil dello 0,4% nel 2008 e dell’1% nel 2009 (-0,2% e -0,5% nelle valutazioni precedenti). Le nuove previsioni - spiega il Centro Studi in una nota - sono dettate dalla caduta dell’attività produttiva nel secondo e terzo trimestre ben superiore a quanto atteso anche nelle analisi più pessimistiche. La contrazione interessa anche il terziario, oltre che il settore industriale. Le precedenti stime, seppure negative, erano meno pessimiste: indicavano un Pil a -0,2% e -0,5% rispettivamente nel 2008 e nel 2009. È «la recessione più lunga dal dopoguerra», afferma Confindustria che sottolinea come sia anche la «più grave perchè comune a tutte le maggiori economie industriali dentro e fuori dall’Unione Europea» con «segni preoccupanti di rallentamento dai Paesi emergenti». E secondo Confindustria la pesante situazione di recessione rende «non più rinviabili misure di rilancio dell’economia», cioè interventi di sostegno da parte del governo per fronteggiare la grave crisi economica. «I governi nazionale devono sostenere la domanda attraverso investimenti pubblici, riduzione delle imposte sui redditi bassi e agevolazioni agli investimenti per le imprese. Solo con politiche espansive sarà possibile riportare l’economia sui binari della crescita nella seconda metà del 2009», sollecitano gli economisti di viale dell’Astronomia che tornano anche a sollecitare tassi di interesse più bassi puntando il dito nuovamente contro la tempistica della politica della Bce. «La Bce, che aveva stretto il credito in luglio quando il Pil di Eurolandia stava già arretrando, è in clamoroso ritardo nel ridurre i tassi reali (l’inflazione core è ferma all’1,9%) e non tiene conto del costo del denaro pagato effettivamente dalle imprese», dice il Centro studi di Confindustria. Non solo. «È cruciale», per gli industriali anche «l’azione già intrapresa per evitare il credit crunch». «L’economia italiana ed europea stavano già retrocedendo quando la disponibilità di credito, seppure a costo elevato, era rimasta abbondante. I danni di una contrazione dei prestiti sarebbero irreparabili», concludono gli industriali.

 

"Questa sentenza è una vergogna" - ALESSANDRA PIERACCI

ROMA - La Diaz è stata la vergogna della polizia, ma questa sentenza è la vergogna della magistratura. Le assoluzioni hanno creato un clima che non è bello, potrebbe provocare qualche testa calda. Se ne sono oltraggiato io, figuriamoci gli altri, i feriti, i no global». Luigi Fazio, 56 anni, ne ha passati oltre trenta in polizia, sempre operativo, ma poi ne è venuto via «disgustato», per ritirarsi in campagna, a Roma. Ha partecipato all’irruzione «sbagliata», quella alla scuola Pascoli, accanto alla Diaz, dove si trovava il media center dei no global: è stato condannato a un mese per aver «strattonato e piegato un braccio e colpito al volto con una manata un giovane che era nella scuola, con l’aggravante di essere un sovrintendente di polizia». Perché la decisione dei giudici la indigna? «Perché un ladro di polli prende tre mesi, mentre chi ha deciso e ordinato l’irruzione nulla. Sono rimasti i poveracci. Sono stato forse io a fare tutto da solo, sono stati Canterini e gli altri? C’ero io alla riunione in questura per dare il via a un’operazione sconsiderata? Allora anche la magistratura ha dimenticato quel massacro, se oggi 10-15 capi d’imputazione sono sfumati. Al mio legale, l’avvocato Diego Perugini, il pm ha detto che io ero quello che c’entrava meno di tutti, ma lui non poteva permettersi di perdere i pezzi. Beh, ora hanno perso tutto. Tra pubblico ministero e giudici hanno fatto un pasticcio». Ma lei non è pentito di quella notte? «Io non ho il manganello insanguinato e sono certo che se fossi entrato alla Diaz avrei cercato di fermare chi picchiava. Anzi, se avessi avuto io responsabilità di una decisione, mai avrei autorizzato un’irruzione nelle scuole in quella situazione, nel clima di quei giorni. Però non mi sono potuto rifiutare. All’inizio avevo pensato che ci fosse stato magari un buon servizio di intelligence. Invece niente, un fallimento. Adesso voglio essere onesto: mi sono pentito anche di essere entrato alla Pascoli, però c’ero solo io? C’erano due funzionari responsabili, commissari, ispettori capo. Alla fine tutto a tarallucci e vino, paga solo Fazio, per un riconoscimento per di più sbagliato». Che cosa ricorda di quelle ore? «I feriti che uscivano o venivano portati fuori. In un primo momento ho pensato davvero che ci fossero stati degli scontri, con i poliziotti che, attrezzati e addestrati, avessero avuto decisamente la meglio. Ma sanguinavano a decine, poi ci sono stati giornali e tv, non credevo ai miei occhi. Così mi sono vergognato, io che in tutta la mia carriera non ho mai sparato un colpo, nemmeno quando ho catturato rapinatori di banche. Quella non era la mia polizia. E dopo questa sentenza non so che dire, mi sto perdendo, non riesco a capire. E’ come se i giudici avessero deciso che quel massacro non c’è stato. Durante l’inchiesta, mi sono sentito dire da qualche dirigente che era meglio non partecipassi a operazioni di ordine pubblico, vista la mia posizione... Avevo già cominciato a pagare solo io. Così me ne sono andato. Meglio la mia campagna, coltivare l’orto come faceva mio padre in Calabria. Io no, io a 16 anni scaricavo cemento a Torino. Oggi mi godo la mia bambina e qualche amico. Ho una pensione da 1600 euro. Polizia e magistratura non sono stati buoni con me, ma Dio sì».


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