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Pro-family e anti-family in un solo governo

Manifesto – 16.11.08

 

Pro-family e anti-family in un solo governo - Alessandro Robecchi

Vi ricordate il Family Day? Che bellezza! Tutte quei pretini e suorine senza famiglia che lottavano per la famiglia! Tutti quei leader politici cattolicissimi con due o tre famiglie che si battevano per la famiglia! Tutte quelle belle iniziative per la famiglia volte all'alto e benedetto compito di impedire alle coppie omosessuali di farsi una famiglia! Giornata entusiasmante. Sul palco, a chiedere politiche per la famiglia, stava tra gli altri la signora Eugenia Roccella, oggi sottosegretario del governo che ha di fatto reintrodotto la pratica delle dimissioni in bianco per i lavoratori. Proprio così: lo sconsiderato e laicissimo (ah! ah!) governo Prodi contro cui si muoveva massiccio il Family Day aveva fatto una legge (la 188 del 17 ottobre 2007) che impediva le dimissioni in bianco dei lavoratori. Una pratica padronale schifosa: all'assunzione mi firmi una lettera di dimissioni, e poi prova a rimanere incinta e a mantenere il posto di lavoro, se sei capace! Piccola ma civile: una leggina pro-family che semplicemente garantiva alle lavoratrici di poter far figli senza rischiare il licenziamento. Il governo di destra, animato dalle più limpide voci del Family Day ha semplicemente abolito quella legge (decreto legge 112 del 25 giugno 2008, collegato alla finanziaria 2009): la pratica delle dimissioni in bianco torna in auge. Risultato: fare un figlio è più difficile, con buona pace degli atei devoti, che nell'occasione si dimenticano di abbaiare (sapete com'è, se non c'è sangue, colpa, espiazione non si divertono). C'è di più. La consigliera nazionale di parità Fausta Guarriello, che per dovere istituzionale vigila contro le discriminazioni di genere, avanza qualche riserva e viene cacciata dal ministro del lavoro Sacconi per: «radicale dissenso delle iniziative legislative del Governo». Così impara a essere pro-family. Ve lo dico sul serio: che aspettate a fare un bel Family Day? Signora Roccella, che aspetta a manifestare fieramente contro il suo governo? Non avrà mica firmato dimissioni in bianco, per caso!

 

Assolto l'imperdonabile - Marco Revelli

I giudici del processo di Genova avevano la grande opportunità - l'ultima - di difendere un residuo brandello di «dignità», chiamiamola così, del nostro Paese. L'hanno perduta, e con essa hanno perduto anche la propria, di dignità. La sentenza per i fatti della Diaz è vergognosa, come tutti i commentatori equanimi l'hanno definita, per questo. Perché assolve l'imperdonabile. Legittima, con i sacri crismi della procedura giurisdizionale, l'inaccettabile. E in questo arreca un vulnus - produce una lacerazione non solo giuridica, ma morale e sociale - forse addirittura più grave dei gravissimi fatti stessi. A Genova, a Piazza Alimonda, in corso Italia e poi, in un crescendo di accanimento e di ferocia a Bolzaneto e alla Diaz, era avvenuto qualcosa di ben più grave di un semplice eccesso nella gestione dell'ordine pubblico. Di una malaccorta gestione da parte dello Stato del proprio «monopolio della forza». A Genova, di fronte allo sguardo di tutti, su un palcoscenico globale, in quelle maledette giornate di luglio del 2001, era venuto alla superficie, e si era manifestato un sottofondo infetto del nostro ordinamento statuale, impastato di arbitrio e di violenza, di ferocia cinica e di disprezzo di ogni regola: quello che Norberto Bobbio aveva a suo tempo definito il «potere invisibile». Cioè una sfera occulta del potere, sottratta al controllo democratico, addestrata e predisposta a maneggiare la vita dei suoi stessi cittadini con disinvolta discrezionalità, brutale e protetta, impasto di «corpi separati dello stato» e di professionisti della provocazione, di servizi cosiddetti deviati e di schegge coperte del neofascismo di nicchia. Quel secondo livello, che si configurava come un «doppio-Stato», era stata una costante della vicenda italiana, aveva sotteso i tumultuosi decenni della strategia della tensione e del terrorismo stragista, e prima il delicato passaggio al centro sinistra (chi si ricorda lo scandalo del Sifar?), o poi, ancora, il fatidico Settantasette (ricordate l'assassinio di Giorgiana Masi)... Ma era rimasto, appunto, invisibile. Occulto. Avvolto nel cono d'ambra delle azioni coperte perché inconfessabili. Pubblicamente intollerabili. A Genova, invece, per la prima volta, quella pratica e quell'apparato si sono mostrati alla luce del sole, senza pudore, in una grande rappresentazione crudele. Tutti gli ingredienti del «potere invisibile» sono stati ostentati: la tortura, l'accanimento sui corpi, il macello di massa nella scuola-dormitorio, il sangue e le teste spaccate a freddo, l'accanimento su gente inerme che dormiva e l'irrisione dei feriti, il coro osceno degli aguzzini e le bocche cucite delle vittime. Nulla è stato risparmiato allo sguardo. E ora, a sette anni e mezzo di distanza, dopo un lungo iter processuale, quel secondo livello infetto della nostra statualità riceve l'imprimatur e la tacita legittimazione del terzo potere dello Stato. Di quel potere giudiziario che dovrebbe, per sua natura, funzionare come strumento di controllo sugli altri due. Per questo la responsabilità dei giudici di Genova è enorme. Si potrebbe dire che essi hanno contribuito, per questa via, a mutare la «costituzione materiale» del nostro Paese; a minarne i fondamenti (almeno formali) di legalità in un momento nel quale va maturando in ampi settori delle forze di governo e dei loro apparati una inquietante tentazione all'uso muscolare delle proprie prerogative. Alla forzatura, nel pieno di una crisi che si preannuncia devastante, dei limiti stessi dello «stato di diritto» per mettere in gioco il peggior repertorio del «governo in tempi difficili». Perché l'abbiano fatto, quei giudici - perché si siano decisi a una così evidente umiliazione della loro funzione - è difficile dirlo. Probabilmente non per convinzione politica. Né necessariamente per adesione ideologica alle forze di governo, o per odio culturale nei confronti del coacervo di movimenti che fu «vittima sacrificale» a Genova. Forse solo per «mancanza di coraggio». Per voglia di quieto vivere. Per desiderio di seguire la linea di minor resistenza. Ma il punto è proprio questo: che di mancanza di coraggio (della pavidità di coloro che ne dovrebbero essere i custodi) muoiono le democrazie, forse più ancora che della violenza dei loro falsi servitori.

 

Sapienza studentesca - Stefano Milani

ROMA - «Libertà è partecipazione», cantava Giorgio Gaber. Che sarebbe stato fiero nel vedere quant'è libera quest'Onda. Anomala e concreta, incazzata e pacifica, spensierata e partecipata. Che riesce a portare in piazza oltre duecentomila tra studenti medi, universitari e ricercatori, farli sfilare festosi per le strade di Roma, arrivare fino a Montecitorio, gridare tutto il dissenso contro una legge, la 133, «taglia futuro», per poi ritornare nel proprio habitat naturale, l'università, a ragionare sui contenuti. «Autoriforma» è la parola all'ordine del giorno. L'obiettivo principe della due giorni d'assemblea romana, che si conclude oggi, è quello di elaborare una serie di proposte per riformare davvero il sistema universitario italiano. Una «costituente», la chiamano gli studenti. Perché nessuno vuole difendere lo status quo - che è fatto di precariato, di logiche baronali, di una formazione sempre più spizzicata e superficiale - ma tutti vogliono poter dire la loro. Tutti. Da Palermo a Bolzano. Almeno in tremila sono rimasti a Roma dopo la manifestazione di venerdì. E la mattina dopo si arrotolano i materassini e i sacchi a pelo. Qualcuno si stiracchia, si sgranchisce la schiena per la notte insonne passata su una panca di legno all'«Hotel Sapienza». Così è stata ribattezza l'università capitolina dai fuorisede fermatisi per il weekend. Organizzazione alla buona, ci si attrezza come si può. Lo spazio non manca, sono le comodità a scarseggiare. Le camerate sono le quattro facoltà occupate, equamente divise più o meno per area geografica o per corso di laurea di appartenenza. Fisica brulica di studenti milanesi insieme ad un primo blocco di napoletani. Il secondo è a Scienze politiche e divide il pavimento con chi è arrivato dal nord-est, da Verona, Padova, Venezia, Udine. Qualcuno si stringe a Geologia. E poi c'è Lettere, la più grande e quindi la più ospitale, con corridoi più lunghi e spaziosi per contenere coperte e vettovaglie di bolognesi, torinesi, cagliaritani, palermitani, foggiani, baresi, impossibile elencarli tutti. Qui in settecento dormono anche larghi e non si lamentano. Non sarà così la mattina, in fila davanti agli unici sei bagni a disposizione. «Ma chissenefrega, mica siamo venuti per fare una gita», dicono. E infatti qui si lavora. Ma prima dell'avvio dei workshop l'adunata dietro il rettorato. Rigorosamente all'aperto, troppa gente per essere chiusi nella quattro mura di un aula, pur Magna che sia. Amplificazione extra così tutti possono sentire. Finalmente si comincia: «Il movimento che tutti stiamo vivendo e che abbiamo contribuito a generare è un movimento straordinario». A Tania, studentessa di Filosofia, l'onore di aprire la plenaria con queste parole. Ascoltate e condivise da «un movimento che non accetta rappresentanza». Un movimento, prosegue la studentessa, «che guarda al cambiamento e che sa che il cambiamento non è delegabile, va agito da subito, nel pieno delle forme di auto-organizzazione e nel conflitto. Un movimento che ha saputo esprimere in modo chiaro e inequivocabile il suo antifascismo, respingendo le provocazioni del Blocco Studentesco nei cortei. Non solo: un movimento che partendo dalla propria specificità è in grado di parlare alla società tutta, allargando i temi della mobilitazione e che insieme è in grado di sperimentare nuove forme di organizzazione, superando anche qualsiasi forma di rappresentanza interna al movimento stesso». Autoriforma, dunque. Che non è, dicono, «una semplice carta di intenti, né tantomeno un tentativo di burocratizzare l'irrappresentabilità del movimento. L'autoriforma è invece l'apertura di un processo che già vive nelle pratiche del movimento, è un passaggio di consolidamento delle forme di autorganizzazione e un rilancio degli elementi del conflitto». Il microfono passa di mano in mano. «Siamo il primo fronte di opposizione sociale al governo Berlusconi senza di noi non si sarebbe mosso niente, se ci fermiamo la protesta nel Paese non andrà avanti, bisogna allargare e generalizzare lo sciopero», dice tra gli applausi un ricercatore precario. C'è perfino chi è arrivato direttamente dalla Germania per portare la solidarietà e il saluto degli universitari di Berlino, Monaco, «dove anche lì la protesta sta crescendo». È invece terminata la protesta a Catania, da parte degli universitari che da ieri occupavano il rettorato dell'università per denunciare la «linea politica del rettore e del senato accademico, che non hanno espresso contrarietà alla trasformazione degli atenei in fondazioni». Tra loro non c'era Marco Trovato, studente catanese all'ultimo anno di Fisica, perché a Roma in assemblea. E c'è un po' di rammarico per uno come lui che da più di un mese sta cercando di portare l'Onda fin sotto l'Etna e coinvolgere più ragazzi possibile alle mobilitazioni. «Un'impresa a Catania - dice - dove l'arretratezza culturale, anche tra i giovani, è l'ostacolo più grande da combattere». Ma un po' di soddisfazioni Marco se l'è tolte lo stesso. Con l'occupazione della facoltà di Fisica, fatto storico, mai accaduto prima. «Qualcosa si è mosso anche da noi, ed è grazie soprattutto all'eco di questo straordinario movimento studentesco». Effetto Onda: anomala e coinvolgente.

 

«Siamo tantissimi» - Antonio Sciotto

ROMA - Un corteo così i lavoratori del commercio se lo ricorderanno a lungo: decisamente il più grosso della loro storia, non paragonabile neanche alle manifestazioni unitarie. E in piazza c'era solo la Cgil: un fiume compatto di decine di migliaia di bandiere Filcams, dalla Bocca della Verità a Piazza Navona, tantissimi i giovani e le donne, dato che questo settore rappresenta il simbolo della precarietà. Rapporti frammentati e part time, interinali, contrattisti a progetto, la massima flessibilità degli orari: e ora ci si mette anche la domenica, che Confcommercio vuole obbligatoria, con l'avallo dell'accordo separato di Cisl e Uil. Sul furgoncino d'apertura una ragazza canta il karaoke, e il settimo giorno è quello più gettonato: la classica «Domenica è sempre domenica», la più romantica «Domenica bestiale» di Concato. Fino alla versione Filcams di Rita Pavone: «Perché perché, la domenica mi lasci sempre sola, per andare a lavorare obbligatorio». Lavoratori delle grandi catene commerciali, quelle dove la domenica è diventata un must: Ikea, Carrefour, Gs, Auchan, Castorama, ma anche McDonald's e i marchi della moda, da Zara a Gucci, fino alla Lidl, i supermercati Pam ed Esselunga. Senza dimenticare la Feltrinelli, a cui i manifestanti hanno mandato un saluto passando davanti al grande store multipiano di Largo Argentina. Ma ci sono anche tantissimi lavoratori degli appalti, delle pulizie o delle mense legate a tanti ministeri che la finanziaria ha tagliato pesantemente: sono almeno 20 mila quelli che a breve perderanno il posto. Dal palco Norman Diliete, giovane delegato Filcams della Gucci di Varese, spiega perché i lavoratori sono scesi in piazza: «La domenica è un giorno di riposo, ma Cisl e Uil hanno firmato accettando che fosse obbligatoria. Noi avevamo chiesto una pausa per consultare i lavoratori, perché devi sentire quelli che poi le condizioni le vivono in prima persona. Ma poi, mi chiedo, è davvero possibile che l'unica occasione rimasta per socializzare la domenica sia il centro commerciale? Deve restare aperto a tutti i costi, anche privandoci di poter vedere le nostre famiglie almeno la domenica?». Francesca Battistini, dell'Esselunga di Firenze, tocca l'altro nodo che ha portato la Cgil a non firmare l'accordo separato, lo scorso 18 luglio: «Vogliono apprendisti di serie A e apprendisti di serie B: i nuovi assunti dovrebbero essere pagati di meno, con meno riposi e più lavoro. E poi, con le domeniche comandate, si può arrivare a lavorare fino a 12 giorni di seguito: ma chi lo dice ai nostri figli che non possiamo vederli più?». In piazza ci sono delegazioni dei metalmeccanici, del pubblico impiego, dei chimici, dei pensionati, c'è tutta la segreteria confederale Cgil. Confederazione e categoria, dopo gli ultimi mesi di divisioni interne sul modello contrattuale e i rapporti con il governo, in questa fase appaiono compatti. Si va verso lo sciopero generale del 12 dicembre, e la Cgil sta puntando tutto, vuole rovesciare i rapporti di forza. Tanto che Guglielmo Epifani dice alla piazza: «Non siamo noi nell'angolo, non può esserlo un'organizzazione con quasi 6 milioni di iscritti: è il governo, il presidente del consiglio, che vuole dividere. Ma così non fa che dividere sè stesso dalla parte sana del Paese: i lavoratori, i giovani, i pensionati, chi manda avanti l'Italia con la sua fatica». Prima di lui, il segretario Filcams Franco Martini, aveva spiegato che «la Cgil ha rigettato quel contratto non per motivazioni politiche, come viene scritto su molti giornali, ma per il suo contenuto: perché vogliamo contrattare le domeniche, e perché non accettiamo la discriminazione dei nuovi assunti. Ma soprattutto perché con Cisl e Uil c'era un patto di consultazione che è stato violato. Volevamo sentire i lavoratori, e se loro avessero accettato un accordo, noi avremmo firmato. Ma evidentemente era difficile spiegare ai propri iscritti le cose negative che sono state siglate». A Cisl e Uil, Epifani chiede: «Non è che avete firmato apposta quel contratto separato? Per poi arrivare a dire che è la Cgil che si isola?». «Neanche sapevamo che stavano siglando quel contratto: ce l'hanno fatto sapere a cose fatte, e lo hanno chiuso in un cassetto. Le cose poco trasparenti, come la cena a casa di Berlusconi, non ci piacciono». Poi il leader Cgil ha citato Sarkozy: «Persino il governo francese, che è di centrodestra, riconosce che la domenica debba essere volontaria». Al governo, Epifani ha ricordato le 6 proposte presentate dal sindacato, rinnovando la richiesta di un tavolo contro la crisi: per detassare le tredicesime ed estendere la quattordicesima ai pensionati, utilizzando non solo il miliardo di euro stanziato per gli straordinari, ma anche i 15 miliardi di Irpef pagati in più quest'anno da dipendenti e pensionati. In piazza c'erano anche politici: Paolo Ferrero (Prc) ha spiegato che «il corteo dimostra come l'opposizione a questo governo sia extraparlamentare: in Parlamento se ne fa poca ed è inefficace». Cesare Damiano (Pd) chiede all'esecutivo di «non dividere, riprendendo lo spirito di concertazione del Patto del 1993».

 

Testamento biologico. «Soluzione condivisa, i Teodem si adeguino» - Alessandro Braga

MILANO - «Ora tutti parlano della necessità e dell'urgenza di una legge sul testamento biologico. Ma quando nel 2006 posi all'ordine del giorno in commissione Sanità del Senato questo tema dal centrodestra arrivò ostruzionismo». A parlare è Ignazio Marino, senatore del Pd, primo firmatario di un disegno di legge sul testamento biologico. «E anche tra di noi - aggiunge, con chiaro riferimento all'ala Teodem - qualcuno fu felice che non si portasse avanti la discussione». Dopo la sentenza della Cassazione sul caso di Eluana Englaro sembra che una legge sul testamento biologico sia diventata una priorità per il Parlamento. Cosa ne pensa? Che sia una cosa giusta. Io mi posi il problema già nel 2006, ma allora ci furono alzate di scudi contro la mia proposta da parte del centrodestra e anche alcuni miei colleghi di coalizione, e parlo dell'ala Teodem e della senatrice Binetti, non furono, per usare un eufemismo, particolarmente dispiaciuti del fatto che la discussione si fosse arenata. Ora il suo disegno di legge raccoglie le firme di 101 senatori di entrambi gli schieramenti. Perché è strutturato in modo tale da dare una risposta complessiva al problema, toccando tre aspetti fondamentali: il testamento biologico, il tema delle cure palliative e della terapia del dolore. Bisogna solo dare efficacia all'articolo 32 della nostra Costituzione che parla di diritto alla salute per tutti e di «non dovere» di prestazione delle cure. Se una persona cosciente può rifiutarsi di farsi curare perché una persona a cui è ormai riconosciuta l'impossibilità di ripresa non deve avere lo stesso diritto? Questa cosa non c'è nella nostra Costituzione solo perché all'epoca non era possibile immaginare gli straordinari avanzamenti che la scienza avrebbe fatto negli anni a venire, tutto lì. Qualcuno però continua a parlare di eutanasia e di omicidio. Mi sembra una sciocchezza. Io, personalmente, sono contrario all'eutanasia. La questione è sempre quella che ho spiegato prima: rendere attuale la nostra Costituzione per cancellare i ritardi del nostro paese rispetto al resto del mondo. Però anche nel suo partito non c'è una sola posizione, tanto che avete presentato diversi disegni di legge. Questa cosa non è vera fino in fondo. Se si guardano le diverse proposte, dalla mia a quella di Veronesi, o di Carloni, si scopre che sono molto simili. Un solo ddl è sostanzialmente diverso, ed è quello dei Teodem. Non a caso è il testo che piace anche alla sottosegretaria Roccella. Però sono i più agguerriti nel portare avanti la loro posizione. Riuscirete nel Pd ad arrivare a una soluzione condivisa? Veltroni non dovrebbe intervenire in quanto segretario? Non so se Veltroni interverrà nella discussione. Però so che i capigruppo di Camera e Senato hanno dato mandato a sei esponenti del Pd di cercare una soluzione condivisa. E i sei parlamentari sono Livia Turco, Paola Binetti, Umberto Veronesi, Maria Antonietta Coscioni, Daniele Bosone e il sottoscritto. Quindi se questa «commissione» arrivasse a una soluzione, anche i Teodem dovranno attenersi a quanto deciso. A quel punto penso proprio di sì. Non teme la possibilità di una saldatura tra i cattolici dei due schieramenti per arrivare a una legge «al ribasso»? No, perché anche tra i cattolici ci sono persone che capiscono il bisogno di una regolamentazione di questo tema, e che dicono che è giusto che una persona possa lasciare le sue indicazioni su quali cure intende farsi somministrare e quali no. Il rischio che si arrivi a una legge peggiorativa invece c'è? Questo sì. Se si andasse a votare domani probabilmente prevarrebbe una posizione che porterebbe a una legge che farebbe disastri incredibili. Penso sia necessario un po' di tempo per ascoltare tutti e arrivare a una legge davvero valida.

 

L'accordo di facciata - Marco d'Eramo

L'unico risultato vero del summit economico tenutosi ieri a Washington è che - nei fatti se non nelle forme - ha definitivamente sepolto quello strano oggetto chiamato G-7, cioè il gruppo dei sette paesi più ricchi del mondo (Usa, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, Canada), i cui leader si riunirono per la prima volta nel 1975 su iniziativa del presidente francese Giscard d'Estaing. Nel 1997 G-7 fu allargato alla Russia post-sovietica e divenne G-8. Strombettata come la nuova Bretton Woods (il paesetto del New Hampshire dove nel luglio 1944 fu deciso il sistema monetario mondiale del dopoguerra), la riunione di ieri doveva discutere le misure per risolvere la più grave crisi economica planetaria degli ultimi decenni, per evitare che si ripetano speculazioni finanziarie come quelle che l'anno scorso hanno portato alla crisi del mutui subprime. Questa riunione era stata sollecitata dal presidente francese Nicholas Sarkozy per delineare una nuova regulation internazionale che limiti l'arbitrio di banche ed hedge funds. Sarkozy voleva che il G-8 si riunisse a New York (sede dell'Onu). Il presidente statunitense George W. Bush ha invece ottenuto che il vertice si tenesse a Washington (dove gioca in casa) e che fosse allargato a 20 paesi: Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Cina, Corea del Sud, India, Indonesia, Messico, Sudafrica, Turchia ed Unione europea, oltre a quelli del G-8. La mossa di Bush era dovuta a tre motivi: 1) allargando la composizione del summit, diluiva il potere di ognuno dei suoi rappresentanti, e lo depotenziava nel suo insieme; 2) l'inclusione od esclusione di nuovi paesi poteva essere un modo per regolare vecchi conti (come l'esclusione della Spagna dell'odiato Josè Zapatero, benché il suo Pil sia una volta e mezzo il Pil turco) o per rinsaldare alleanze traballanti (come con l'Argentina o, appunto, quella con la Turchia, incrinata dalla guerra in Iraq e dalla protezione che gli Usa accordano ai curdi). Il terzo, più importante motivo è che il G-8 non esprime più l'attuale geografia del potere economico mondiale. Potenze emergenti come quelle di Cina, India e Brasile sono ormai realtà così rilevanti da non poter essere più trascurate. In particolare, la Cina è oggi il maggiore detentore mondiale di liquidità, ed è - seguita da Giappone ed Arabia saudita - il maggiore creditore degli Stati uniti. È perciò inevitabile che, a partire dal 2009, il G-8 si allarghi magari non a 20 paesi, ma certo a 14, creando un G-14 che esprimerebbe quasi il 90% del Prodotto lordo planetario. E va detto che non si seppellirà mai troppo presto quel retaggio del colonialismo europeo che era il G-8. Per il resto - al momento di scrivere il vertice non era ancora concluso - è facile prevedere che questo summit segua lo stesso destino dei vertici ambientali: impegni vaghi, unanimità di facciata, disaccordo e stallo di sostanza. Come per il Protocollo di Kyoto, gli Stati uniti avversano ogni proposta che possa lontanamente impegnarli a una disciplina. La deregulation finanziaria è considerata responsabile della crisi attuale, ma quasi nessuno è pronto a imporre nuovi regolamenti ai «mercati». Di certo non l'ultraliberista Bush che per guarire i disastri del laissez-faire chiede ancor più laissez-faire. Ma anche il prossimo presidente Usa, Barack Obama, è stato muto su questo punto, sia durante la campagna sia dopo: tra le misure che ha proposto per superare la crisi, non compare una regulation del sistema finanziario, anche perché i suoi più influenti consiglieri economici sono proprio i responsabili della deregulation finanziaria sotto Clinton. E non sono solo gli Usa a tentennare. Anche l'Unione europea è dilaniata: si pensi che solo ora l'Ue ha avviato un processo per armonizzare le differenti leggi che in ognuno dei suoi 27 stati membri regolano l'attività finanziaria. La Gran Bretagna di Gordon Brown diffida di misure che metterebbero in pericolo il ruolo della City di Londra come piazza principale della finanza mondiale. La Germania di Angela Merkel è restia ad approvare misure che la costringerebbero a correre in soccorso delle economie dei suoi vicini. L'unico a proporre con energia una regulation è Sarkozy che, così facendo, è entrato in rotta di collisione con Bush: ed è interessante notare che, appena eletto, Sarkozy si presentò come il presidente più filoamericano della storia francese, almeno da Giscard d'Estaing. Ora, quando sono in gioco soldi pesanti, è ai ferri corti con il suo ex grande amico. D'altra parte è scontato che gli Usa difendano l'impunità delle proprie banche con almeno lo stesso fervore con cui si sono battuti per garantire l'immunità dei propri soldati all'estero. Come è impensabile una Corte Internazionale che possa processare soldati Usa per crimini di guerra, così è pura bestemmia l'idea che un organismo internazionale possa «condannare» J.P. Morgan o Goldman Sachs. L'esito più prevedibile è la creazione di un comitato consultivo incaricato di studiare eventuali regolamenti internazionali e poteri di controllo da definire e decidere in seguito. Sul tavolo, ieri c'era anche la richiesta, da parte dei paesi del vecchio G-8, di maggiori contributi al Fondo monetario internazionale da parte delle economie emergenti: nello stesso tempo le economie emergenti chiedevano un maggiore potere sull'Fmi, potere per ora detenuto da Usa, Europa e Giappone che sembrano restii a cedere parte della propria influenza. In ogni caso, più che presiedere questo summit, Bush si è limitato a esserne l'anfitrione, visto che non potrà prendere impegni che dal 21 gennaio potrebbero essere sconfessati da Obama. Un Obama che si è ben guardato dal presenziare al vertice (cioè dall'avallarne le eventuali decisioni), e vi ha solo mandato due bizzarri osservatori, Madeleine Albright, ex segretaria di stato di Bill Clinton, e Jim Leach, ex deputato repubblicano dello Iowa. Anzi, per pura coincidenza, Obama ha pensato bene di diramare proprio ieri su YouTube un importante discorso di politica economica. E così il summit di ieri ha deciso di convocare un nuovo summit in primavera, il 3 aprile. Una nuova versione della classica «produzione di summit a mezzo summit».

 

Vera riforma, ecco cosa serve

Gli ultimi mesi hanno visto una delle crisi finanziarie più profonde della storia dell'Europa e del Nord America. La risposta è stata di portata altrettanto storica. Per salvarsi dalle recessioni regionali e globali e per restituire stabilità e fiducia ai mercati, i governi del Nord stanno perseguendo un programma massiccio e senza precedenti di interventi governativi, nazionalizzazione di banche, iniezione di enormi sussidi nelle istituzioni in difficoltà e ri-regolazione di settori finanziari. Questa risposta è in aperto contrasto con le austere politiche neoliberiste imposte ai Paesi del Sud dalla Banca mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e dai Paesi del Nord negli ultimi 30 anni. I governi sono stati spinti a liberalizzare le loro barriere commerciali, a deregolamentare i loro mercati finanziari e del lavoro, a privatizzare le industrie nazionali, ad abolire i sussidi, e a ridurre le spese economiche e sociali. Lo stato ha visto il proprio ruolo fortemente ridursi. Questo doppio standard non è solo inaccettabile, ma segnala anche la sconfitta del fondamentalismo del libero mercato. Il sistema finanziario internazionale, la sua architettura e le sue istituzioni sono state totalmente superate dalla dimensione dell'attuale crisi finanziaria ed economica. Di conseguenza, il sistema finanziario, la sua architettura e le sue istituzioni devono essere completamente ripensati. Una risposta davvero globale. Nelle ultime settimane, i leader di tutto il mondo hanno riconosciuto le mancanze del sistema esistente e la necessità di introdurre un'ampia serie di proposte per riformare il sistema finanziario globale e le sue istituzioni. E' ovviamente necessario accordarsi su misure urgenti per contrastare la crisi, e vogliamo evidenziare che la priorità deve essere data alle risposte agli impatti di questa crisi sui dipendenti e i lavoratori, sulle famiglie a basso reddito, sui pensionati e sugli altri settori estremamente vulnerabili. Anche se la crisi ha avuto origine nei Paesi del Nord, gli impatti saranno probabilmente maggiori in quelli del Sud. È quindi cruciale che tutte le nazioni abbiano voce in capitolo nel processo di cambiamento dell'architettura finanziaria internazionale. Nessuna soluzione equa e sostenibile per trasformare l'attuale sistema potrà nascere da una conferenza che sia preparata in poco tempo e che esclude moltissimi Paesi e la società civile. Questi sforzi, al contrario, porteranno probabilmente a minare ulteriormente la fiducia del pubblico e ad allontanare ancora di più dei Paesi che stanno già oggi optando per soluzioni regionali più che per un sistema finanziario internazionale più forte, coerente e giusto. Le nostre richieste. È tempo di un ripensamento di fondo. Come organizzazioni della società civile firmatarie di questo appello, sosteniamo la trasformazione radicale e di lunga portata del sistema finanziario ed economico internazionale. Per raggiungere questo scopo, sosteniamo la proposta di una conferenza internazionale di altissimo livello, convocata dall'Onu, per rivedere l'architettura finanziaria e monetaria, la sua governance e le sue istituzioni, ma solo se questo incontro segue un processo che: è inclusivo e favorisce la partecipazione di tutti i governi del pianeta; include rappresentanti della società civile, dei gruppi di cittadini, dei movimenti sociali e degli altri stakeholder; prevede un processo e delle tappe di avvicinamento chiari per le consultazioni regionali, e in particolare con chi è più colpito dall'attuale crisi; è inclusivo nei propri scopi, e prende in considerazione l'insieme delle questioni e delle istituzioni; è trasparente, con proposte e bozze di documenti resi pubblici in anticipo e discussi ben prima dell'incontro stesso. Si dovrebbe utilizzare appieno la nuova task force dell'Onu sul sistema finanziario globale, il prossimo incontro sulla Finanza per lo Sviluppo dell'Onu e le altre istanze e appuntamenti dell'Onu per iniziare a preparare tale incontro. Non ci sono soluzioni immediate nella transizione dall'attuale sistema - che ha prodotto instabilità e disuguaglianze - verso un sistema giusto, sostenibile e responsabile, che porti benefici all'insieme della popolazione mondiale. (Per vedere l'elenco delle 2.819 organizzazioni - sociali ed economiche del sud del mondo - che hanno aderito all'appello e il testo di un secondo appello al G20, vai su http://www.choike.org/bw2/index.html)

 

Liberazione – 16.11.08

 

L'Onda fa da sé, nessuna delega: la vera opposizione siamo noi

Alessandro Antonelli

«Non conosciamo risacca» recita uno dei mille tatsebao dell'Onda. Ed è vero: da mantra propiziatorio quello slogan si è trasformato in una promessa mantenuta. La paura era che tutto si sgonfiasse dopo la bellissima manifestazione di venerdì: stanchezza, dispersione, anche un pernicioso senso di appagamento. E invece no: i flutti di quest'onda anomala hanno ancora la forza di travolgere tutto. L'assedio "fisico" al palazzo - nel giorno dello sciopero dell'Università e della Ricerca - non si è arrestato, continua in modo simbolico nelle facoltà e nelle aule occupate, nelle città e negli atenei di tutta Italia. Imponente, massiccio, vigile. Roma è ancora una volta epicentro del maremoto e ospita l'assemblea nazionale di movimento pronta a stilare il proprio manifesto di autoriforma. Per due giorni le mura della "Città universitaria" sono il perimetro dell'agitazione globale, i confini dell'Italia del sapere, con ragazzi provenienti da tutta Italia. Sono gli stati generali dell'Università, quella vera. Quella fatta da studenti, ricercatori precari e dottorandi, libera dalle scorie della sovrastruttura accademica, dalle grinfie dei baroni, dai calendari abulici di una didattica che non li soddisfa più. Tutti gli atenei in uno per interrogarsi sul "che fare": la proposta nella protesta, si direbbe con una formula un po' logora, ma che rende bene l'idea. L'Onda cresce. L'Onda, soprattutto, vuole fare da sé. Il piazzale del Rettorato non ce la fa a contenere tutti e l'Onda tracima nel pratone della Sapienza. Gli spazi dell'Università romana da ieri sono succursali della protesta nazionale, con le aule occupate concesse in "appalto" ai colleghi venuti da tutta Italia: Napoli, Bologna, Firenze, Milano. Chi ha potuto è rimasto a dormire da amici e conoscenti, gli altri si sono arrangiati coi sacchi a pelo nei corridoi delle facoltà. Si chiacchiera, si discute, si mangia, si cerca sui giornali l'eco del grande ruggito di venerdì. I ragazzi si specchiano nei titoli e nelle cronache che finalmente prendono atto della realtà: «Il movimento è diventato adulto, Né tagli né baroni». I corridoi di Lettere e di Scienze Politiche, che ospitano i workshop sull'autoriforma, sono un'enorme galleria fotografica in progress che scandisce i tempi della protesta: istantanee dal movimento, dai cortei, dalle assemblee. Volti, volti, volti. A colori e in bianco e nero, sorridenti e austeri. Bellissimi. Il pranzo è frugale, un catering in minore con panini a prezzo politico e lattine di birra. C'è anche chi sorseggia il "cafè rebelde zapatista", caldo e fumante ai banchetti dell'altromercato. Ce ne sarà bisogno, visto che la maratona dell'autoformazione va avanti fino a notte, la scaletta degli interventi è fittissima e bisogna rimboccarsi le maniche per arrivare a stilare il documento unitario. Oggi i rappresentanti degli studenti dovranno tessere le fila di un lavoro avviato in forme autonome già da diverse settimane e sublimatosi nella maratona di ieri: assemblee fiume e tre diversi work-shop su didattica, ricerca e diritto allo studio. I frutti delle discussioni saranno sottoposti al vaglio dell'assemblea plenaria di questa mattina, chiamata ad esaminare i "report" e ad approvarli in modo da stilare un vero e proprio manifesto di autoriforma. Ma non sarà - puntualizzano i manifestanti - un dossier da recapitare al Palazzo, né una sorta di maxi-emendamento del mondo del sapere alle leggi del governo. Nessuna declinazione legislativa, sarà solo il punto di partenza di un momento costituente già in atto, perennemente riformabile, che si sostanzierà nelle pratiche di auto-organizzazione. Sul banco degli imputati ci sono gli ultimi affondi dell'esecutivo: la 133, i tagli al sapere, il progetto di trasformare le università in fondazioni. Ma anche le "intuizioni" fallimentari di cui è costellata la recente storia - di destra e di sinistra - del governo dell'Istruzione: le lauree brevi, il numero chiuso, il sistema dei crediti, le conoscenza parcellizzate, spacchettate, a moduli. Contro tutto questo l'Onda è pronta dar battaglia, sapendo di avere i riflettori puntati addosso. «Siamo il primo fronte di opposizione sociale al governo Berlusconi» grida al microfono un ricercatore. E giù applausi. E' viva, nel movimento, la consapevolezza che il fermento universitario sia il solo, robusto anticorpo alla macchina del consenso del Cavaliere: «Senza di noi non si sarebbe mosso niente, se ci fermiamo la protesta nel Paese non andrà avanti, bisogna allargare e generalizzare lo sciopero». Non è un caso, riflettono gli studenti auto-organizzati, che la Cgil di Guglielmo Epifani abbia scelto questo momento della stagione politica per lanciare la sua offensiva d'autunno. L'Onda sente di aver propiziato la radicalizzazione dello scontro sociale e le iniziative del più grande sindacato italiano. È pure disposta a fornire man forte per la buona riuscita dello sciopero generale programmato per il 12 dicembre. Ma il messaggio che i manifestanti recapitano all'indirizzo di tutti i potenziali interlocutori è inequivocabile: mai più deleghe alla politica, ai partiti, ai sindacati. Il movimento - è il refrain di tutti gli interventi dell'assemblea - deve camminare con le proprie gambe e non ha bisogno di legittimazione esterna, Né di ipoteche o benedizioni. Eccola la sfida dell'autoriforma: un sfida di metodo prima che di merito, che ribalta i paradigmi decisionali dei centri del potere, che affida al momento assembleare ogni autorità. L'Onda, appunto, fa da sé.

 

La solitudine di Epifani - Ritanna Armeni

Guglielmo Epifani è solo. Non ci riferiamo ovviamente né ai lavoratori né alla Cgil che - abbiamo l'impressione - vogliono e sostengono un'azione di lotta generale contro il governo. Ci riferiamo al quadro politico complessivo, agli altri sindacati, la Cisl e Uil, che hanno iniziato una marcia di avvicinamento al governo, ma anche al maggior partito di opposizione - il Partito democratico - che, di fronte alla notizia dello sciopero, ha mostrato imbarazzo, silenzio, al più ha espresso l'auspicio di una ricomposizione della unità sindacale. E' quest'ultima la vera novità politica di questi giorni, dopo l'annuncio dello sciopero. Le divisioni sindacali, infatti, anche gravi, negli ultimi anni le avevamo già viste. A che cosa è dovuta la difficoltà del Partito democratico? Il primo motivo, il più facile a declinare, potrebbe risiedere nella sua stessa composizione. Un partito che ha al suo interno ex democristiani, ex comunisti, ex socialisti, a loro volta divisi in gruppi e sottogruppi, è comprensibile abbia difficoltà ad esprimere il suo appoggio ad un sindacato piuttosto che ad un altro. Un partito composito, con varie culture di riferimento, qual è l'attuale Pd, per la sua composizione concreta e materiale non può schierarsi con la Cgil. Di qui il silenzio, l'esitazione nel pronunciarsi, in sostanza l'assenza. Resta da chiedersi, naturalmente, quale ruolo potrà giocare nella politica italiana un partito che ha già mostrato di non poter parlare sulle grandi questioni etiche, e, in questi giorni, di non poter dire la sua neppure sulle grandi questioni sociali, su una vicenda importante come quella dello sciopero generale. Ma andiamo al secondo motivo, quello ufficiale per cui il Pd preferisce il silenzio. Esso si chiama crisi economica e finanziaria. E' una posizione che spiega bene Antonio Polito sul Riformista , ma che, in modo più diplomatico, è stata sostenuta anche da autorevoli dirigenti del Pd e che possiamo riassumere in poche parole. La situazione è grave, il paese è entrato in recessione, la crisi economica e finanziaria si abbatte sull'Italia e sull'Europa con la violenza dello tsunami. Fare uno sciopero generale è come ballare sul Titanic. Le piazze piene nel migliore dei casi sono inutili e velleitarie. Nel peggiore aggravano ulteriormente la crisi. Naturalmente l'analisi sulla gravità della crisi è giusta, ma pure abbiamo l'impressione che non sia questo il vero e unico motivo del mancato appoggio allo sciopero generale. Non è infatti facilmente comprensibile come una opposizione che è giunta a parlare di regime illiberale, a confrontarsi muro contro muro in vicende istituzionali e politiche non riesca ad esprimersi sul punto centrale del dissenso della Cgil con il governo e con la Confindustria, che è sugli strumenti contrattuali a disposizione della lotta operaia, su quale ruolo debba avere la contrattazione nazionale e quella integrativa aziendale. In sostanza su come difendere la parte più debole della classe operaia. Dietro queste due motivazioni pensiamo ve ne possa essere una terza, non esplicitata, e cioè l'idea che si è probabilmente fatta strada nel Pd, ma non nascondiamocelo anche nella società, della inutilità del conflitto. Conflitto che sarebbe superfluo nei tempi di vacche grasse, dal momento che la ricchezza si redistribuirebbe automaticamente e inefficace in quelli di vacche magre, perché la riduzione della ricchezza disponibile per la redistribuzione,renderebbe impossibile qualunque richiesta e qualunque lotta. Questa convinzione dell'inutilità del conflitto è un fatto che merita riflessione e approfondimento. Ad esso siamo progressivamente giunti negli ultimi trenta anni, anche in presenza di grandi tensioni sociali e di movimenti di lotta. Si potrebbe dire -paradossale, ma vero - che anche le lotte che pure ci sono state non hanno impedito che si facesse avanti e si rafforzasse l'idea della loro inefficacia. Ne abbiamo una dimostrazione proprio in questi giorni: l'inutilità dello sciopero generale viene più o meno esplicitamente sostenuta mentre gli studenti con le loro manifestazioni contro il decreto Gelmini hanno fatto emergere un livello di lotta di cui non si né potuto non tener conto. Perché allora non si ha più fiducia nel conflitto? Perché esso viene ritenuto desueto e inutile? Perché ad esso si continua a contrapporre "il dialogo" anche quando esso fallisce clamorosamente e l'avversario politico e sociale - governo e Confindustria - mostrano di non crederci? La risposta non è semplice e credo che essa non possa essere semplicemente quella ovvia e sempre vera della modifica dei rapporti di forza fra le classi. Forse si deve ripensare il modo di essere del sindacato, e il modo in cui il conflitto è stato esercitato dai sindacati e dalla sinistra in questi anni. Forse occorre una riflessione sulle forme di lotta, sui soggetti che sono stati privilegiati o trascurati nell'organizzazione del conflitto. E sul modo in cui la sinistra - non solo il sindacato - ha cercato o trascurato un rapporto con la società. E' una riflessione complessa che chiama molti soggetti e richiama molti errori. Ma che è indispensabile in un momento in cui il conflitto si ripropone, ma non trova alcuna sponda politica. Quanto ha influito, ad esempio, nell'attuale isolamento della Cgil la sua incapacità di dare organizzazione pratica alla nuova leva dei lavoratori precari? Quanto ha influito la cultura della concertazione? E quanto la mancanza di ricerca di nuove forme di lotta in settori in cui è fondamentale il rapporto con i cittadini come i trasporti? Queste sono solo alcune prime domande. Ma gli interrogativi potrebbero estendersi anche fuori dalla Cgil, a tutta la sinistra. Quanto ha contribuito all'allontanamento dal conflitto l'idea che esso fosse inestricabilmente legato ad un uso della violenza verbale e fisica? E quanto la pigrizia intellettuale nella ricerca di modi diversi di contrapporsi ai propri avversari? Sarebbe utile nel sindacato e nella sinistra ripensare al proprio passato e ai propri errori. Senza di essi forse oggi l'isolamento sarebbe minore. E il conflitto potrebbe tornare a far parte di una cultura dominante ed egemone.

 

Sos diritti: le vittime Diaz fanno appello ai movimenti - Checchino Antonini

Genova - «C'ero io alla riunione in questura che ha dato il via a un'operazione sconsiderata?», si domanda Fazio Luigi, ex poliziotto, 56 anni, unico schiaffeggiatore della Pascoli condannato - a un mese - per un'irruzione che, per tutti gli altri suoi aspetti è stata definita dalla sentenza un «fatto che non costituisce reato». Misteri della Diaz, misteri di Stato. La Pascoli è la scuola di fronte a quella del massacro principale - 61 feriti gravissimi, 93 arresti illegali - quella dov'era il media centre del Genoa social forum: qui le furie blu staccarono la spina a Radio Gap, spaccarono i computer dei legali e portarono via le memorie. Trovarono un'eurodeputata del Prc, Luisa Morgantini, e combinarono poco rispetto a quello che i loro colleghi commettevano pochi metri oltre, dall'altra parte di via Battisti. Altri 88 giorni e si scoprirà perché anche quella somma di reati evidenti è stata cancellata dalla prima sezione del tribunale di Genova. Il Viminale, a mezzo stampa, fa sapere ai pm che considera inimmaginabile perfino l'idea che si possano indagare i suoi vertici. I pm ribattono con l'esortazione a leggere le 574 pagine di memoria prodotte dalla lunga requisitoria. Lì c'è la storia giudiziaria della notte cilena della Diaz che la sentenza - salutata da grida sdegnate del pubblico nell'aula bunker - ha ridotto a poco più di episodio di bullismo di un pugno di celerini e dall'inganno perpetrato da due poliziotti - che portarono dalla questura alla Diaz le molotov - ai danni degli arrestati e dei loro comandanti presenti nel cortile. Canterini, capo del nucleo antisommossa sperimentale, il capo dei condannati e condannato a sua volta (con attenuanti concesse a pioggia), dichiara: mica siamo stati noi i macellai. Ma se gli chiedi chi sia stato non sa rispondere all'intervistatore. Anzi non vuole. Da vero capo militare, l'attuale dirigente dell'Interpol utilizza le colonne di Repubblica per salutare i suoi («Il vostro comandante ancora indossa il casco insieme a voi») e per spedire una serie di messaggi cifrati: «Io e voi - scrive - sappiamo benissimo». Però nell'intervista aveva abbracciato una teoria del suo difensore secondo cui quella notte fu una specie di sagra del volontariato, con agenti di ogni dove spediti non si sa da chi. Lo statista Gasparri è sicuro: Canterini dimostrerà la sua innocenza. Il suo esimio collega Giovanardi vomita sui sessantottini e si schiera a prescindere con i poliziotti. Come ha fatto pure a proposito dell'omicidio Aldrovandi. La «nausea collettiva», definizione di uno degli avvocati del Genoa social forum, Dario Rossi, è palpabile a Genova. Nella sala dell'ex convento di S.Agostino, oggi polo museale dopo aver ospitato il comando dei carabinieri del re, ci sono i «soliti quattro gatti», tra vittime, attivisti, avvocati, giornalisti. Doveva essere un momento di confronto a una settimana dalla sentenza, ricorda Enrica Bartesaghi, madre di Sara, pestata alla Diaz e desaparecida a Bolzaneto. Ma una settimana di slittamento l'ha trasformata nella prima iniziativa pubblica e a caldo di riflessione politica. Il titolo dell'iniziativa: "Parola chiave: impunità" svela un pessimismo che covava da tempo tra i comitati e le reti di memoria. «Chi crede nella giustizia, verrà giustiziato» è una delle battute che testimoniano il «pessimismo congiunto della ragione e della volontà», come dirà Giuliano Pisapia nel dibattito coordinato da Mario Portanova di Diario con Giuliano Giuliani; Mark Covell, «la prova vivente» di un tentato omicidio ancora da chiarire (persino l'avvocato di Canterini ha tuonato in aula che chi lo ha pestato non è degno di indossare la divisa. Già, ma chi lo ha quasi ucciso? Nessun poliziotto ha mai collaborato); Lorenzo Guadagnucci del comitato Verità e giustizia; l'europarlamentare Prc Vittorio Agnoletto. A chi voglia comunque trovare lati deboli nell'apparato accusatorio, Gilberto Pagani (legale milanese, presidente degli avvocati europei democratici) ricorda che le ipotesi di reato sono state ristrette, che si poteva configurare una denuncia per associazione a delinquere armata di fronte all'azione di 400 tra agenti e funzionari anche altissimi. Contro di loro, invece, non è stata ipotizzata neppure la «compartecipazione psichica» brandita ai danni di 25 manifestanti pescati a casaccio e su cui si volevano cucire tutti i danni inferti alla città nei cortei. E se uno come Troiani (condannato col suo autista) davvero è riuscito a far passare le molotov sotto il naso dei firmatari del verbale falso allora - ironizza Pagani - «Brunetta pensaci tu». Al di là delle battute, resta che la logica della "normale perquisizione" fu la stessa di intervento rapido militare vista in strada nelle ore precedenti, con l'ordine pubblico, per la prima volta nella storia della Repubblica, affidato a incroci tra parà e carabinieri (il Tuscania) e a veterani di guerra (gli uomini di Leso, tra cui Placanica). Uno come Andreassi potrebbe chiarire molte cose: era il vicario di de Gennaro per il G8, uscì di scena poco prima del blitz e disse ad Agnoletto che non ci poteva fare nulla, che era stato deciso. Poi non parlerà più. L'ex portavoce del Gsf ha ricordato la telefonata di quella notte, e ha stigmatizzato l'ipocrisia di Di Pietro, che ora invoca la stessa commissione parlamentare che affossò nella passata legislatura (era scritta nel programma dell'Unione). «Così, nel clamore delle ammissioni di Fournier, il vice di Canterini che coniò la dicitura "macelleria messicana", De Gennaro diventava capo di gabinetto di Amato», rammenta Guadagnucci manifestando l'esigenza di una rete permanente sui diritti civili e le garanzie democratiche. Giusto ragionare sui danni della stagione del governo Prodi, dirà il segretario cittadino Prc, Paolo Scarabelli, giusto connettersi con l'Onda. Infatti è anche agli studenti che è diretto l'appello partito ieri da Genova alla società civile, al mondo della cultura, a chi costruì il percorso del social forum. Chi può batta un colpo - Agnoletto nomina Arci, Cgil, Fiom, Lilliput ma l'elenco potrebbe essere più lungo - l'idea è dedicare il 13 dicembre, giorno successivo alla sciopero generale, ad azioni città per città. E domenica 14 dicembre la Diaz potrebbe riaprire e ospitare la proiezione dei materiali filmati su Genova e dintorni.

 

Predichiamo il cambiamento ma il cambiamento non ci riconosce

Nichi Vendola

Sarebbe bello poter compiere il nostro cammino dentro gli snodi delle odierne contraddizioni, facendo vivere un confronto aperto e coraggioso, una ricerca collettiva sulla traccia di lavoro che ci ha proposto su questo giornale Fausto Bertinotti. Rischiamo non solo di separarci tra noi, ma tutti noi, comunque collocati, rischiamo di separarci dal mondo, rischiamo di vivere lo spazio asfittico delle fissità politico-ideologiche senza più intendere il rumore e il senso di quel cambiamento che torna a scaldare i motori. Rischiamo di essere travolti persino dall'onda anomala che aspettavamo: dalle viscere della crisi della globalizzazione, dai luoghi frammentati e minacciati della formazione e della produzione, dalle crepe nella gerarchia dei poteri e dei valori, sgorgano rivolte nuove, protagonisti territoriali o tematici, linguaggi critici che sono quella "domanda sociale" di una sinistra che invece fatica a incarnarsi, che cerca di reclutare piuttosto che di capire e interloquire. Di questa sinistra che appare muta, muta perché priva di parole, orfana di vocabolario, capace solo di citarsi addosso. Non siamo personaggi in cerca d'autore: anzi, gli autori abbondano. Semplicemente non abbiamo più un teatro, il teatro. A meno che non si pensi che, con un po' di restauri, copione e proscenio si rimettono a posto e siamo pronti per recitare una qualche rivoluzione. Il teatro del Novecento è stato raso al suolo. La lotta di classe, il lavoro come principio di significazione sociale, la religione civile dell'antifascismo, l'auto-narrazione di un Paese immerso nelle acque di un Mediterraneo accogliente e plurale: tutto è entrato in una sorta di centrifuga storica, la memoria s'è mutata in fiction e caos pubblicitario, i corpi sociali si sono dispersi in mille rovinosi esodi dalla socialità e dall'impegno, il capitalismo ha aderito come una seconda pelle all'antropologia del post-moderno: capitalismo della finanziarizzazione, con i suoi mulini a petrolio che impastavano la farina del diavolo (il denaro e la guerra). Il comunismo delle oligarchie uccideva con i carriarmati la speranza planetaria del comunismo: l'Est rovinava come un castello di carta e senza troppi rimpianti. Spostamenti di punti cardinali (e di sogni popolari e di idee-forza) disegnavano una inedita geo-politica: e dentro questo nuovo e oscuro mappamondo, il lavoro veniva perdendo potere e valore, il suo novecentesco "assalto al cielo" si concludeva con uno schianto. Il profitto come paradigma di regolazione sociale si gloriava del suo carburante malato: il denaro ebbro della speculazione e del gioco d'azzardo. Ecco, avanzava il ciclo della produzione di "denaro a mezzo di denaro", e il possedere, la patrimonializzazione della vita, il consumo predatorio, diventavano nodi psichici, contenuto delle relazioni tra le persone. E le nostre comunità si sono smarrite, disperdendosi nella dipendenza da merce effimera, ma talvolta rattrappendosi in forme comunitarie primitive, nevrotiche, direi modernamente tribali. Questo non ha ferito a morte la domanda di cambiamento, ha però colpito la radice delle risposte conosciute, ha travolto lo "stile" del cambiamento: siamo a cavallo di uno strano paradosso, noi predichiamo il cambiamento ma il cambiamento non ci riconosce, anzi ci scansa. Se crediamo di cavalcare la tigre ci illudiamo: prenderemo morsi, saremo subito disarcionati. Il mondo cambia a dispetto della nostra consueta depressione. Siamo noi che rischiamo di non cambiare: non sto pensando all'euforia del trasformismo, ai tanti cedimento alle lusinghe del potere, ma a una cultura politica che si libera dai paraocchi, che osserva con radicale schiettezza le cose della realtà, che si misura con i movimenti reali e con una devastante crisi di civiltà. La sinistra che è stata lungamente spogliata di identità e orgoglio, ma anche quella che è stata imbottita di pillole di anabolizzante identitarismo. Come ricominciare? questo rovello potremmo viverlo con intensità morale e intellettuale, piuttosto che usarlo come corpo contundente gli uni con gli altri, le une con le altre. La dimensione europea, anche in vista dell'appuntamento elettorale, può essere l'asse portante del pensare e dell'agire politico di una sinistra capace di parlare ai popoli e alle giovani generazioni: si può mettere questo al centro delle scelte necessarie a ridare fiato complessivamente alle forze della sinistra? Io credo che l'associazione per la sinistra possa rappresentare un luogo di ri-tessitura di relazioni socialmente e culturalmente necessarie a far vivere il "senso" della parola sinistra. Non è la sincerità della nostra passione che ci accredita come timonieri esperti del buon cambiamento: la gente non ti conosce, il corpo produttivo non capisce che tu lo difendi, la gioventù addirittura ti rimprovera un certo odore di naftalina. Bisogna avere l'umiltà e l'ardire di restituire un senso materiale alla trinità laica del "libertà/fraternità/eguaglianza": qui, in questo punto della crisi che divora l'acqua e la terra, in quella teoria di crepe che succhiano il sangue dei produttori, in questa guerra naturalizzata ed eterna, qui il fischio del cambiamento torna a riecheggiare. Vorrei che imparassimo ad ascoltare quel fischio, e la smettessimo di vendere fischietti.

 

Israele, scrittori in soccorso della sinistra. Per sopravvivere al Labour e a Netanyahu - Stefania Podda

Con il partito laburista in agonia e le elezioni tra tre mesi, la sinistra israeliana prova a riorganizzarsi e a riscattare due anni passati in retroguardia. E lo fa a partire dal partito più a sinistra che le rimane, dopo la deriva centrista del Labour: ossia Meretz,oggi in affanno e in crisi di leadership dopo l'abbandono di Yossi Beilin. Crisi che potrebbe essere risolta con l'intervento di un padre nobile della sinistra israeliana, lo scrittore Amos Oz. Da tempo si parlava di un suo ingresso in politica, il suo intervento all'ultimo congresso di Meretz con l'appello a una scelta di campo più radicale, aveva galvanizzato una platea depressa da due anni di governo Olmert e dal dimezzamento dei parlamentari dopo le elezioni del 2006. Il partito patrocinato da Amos Oz e da una parte dell'intellettualità israeliana - e varato venerdì a Tel Aviv - non ha ancora un nome. Si sa che avrà un'ispirazione socialdemocratica e farà proprie le strutture di Meretz che ben volentieri ha accettato il tentativo di dare una casa politica ai delusi del Labour. Che sono molti, i laburisti di oggi hanno mutato segno, in questi anni la leadership ashkenazita ha monopolizzato burocrazia e vita del partito, accentuandone le posizioni centriste e liberiste sin quasi a cancellare le differenze con Kadima. L'illusione, tre anni fa, di una svolta socialista con l'elezione del sindacalista sefardita Amir Peretz, è durata molto poco. Peretz si era guadagnato la guida del Labour puntando sui temi sociali, ma la scelta di diventare ministro della Difesa si è alla fine - con la fallimentare gestione della guerra in Libano - rivelata nefasta. A Peretz è succeduto Ehud Barak, il generale più decorato della storia israeliana, ex premier ed ex ministro, presenza sempiterna della politica israeliana. In questi giorni Barak, che da Peretz ha ereditato anche la carica di ministro della Difesa, ha autorizzato la costruzione di svariati edifici in Cisgiordania, in palese violazione degli impegni assunti dal governo israeliano con la road map che - per quanto arenata - resta finora l'unico percorso condiviso verso un accordo. Ora, a tre mesi da un'elezione che vedrà sostanzialmente la sfida tra due contendenti principali, Kadima e Likud, i laburisti vivono una costante emorragia di consensi, registrata nei sondaggi. Il tempo è dunque agli sgoccioli e le voci critiche si sono infine decise a uscire allo scoperto. E' toccato infine ad Amos Oz mettere una pietra tombale sulle residue speranze del Labour: «Sono carne della mia carne - ha detto a Tel Aviv -. Ma io, con il partito laburista, ho chiuso. Quel partito sembra concludere adesso il suo ruolo storico. Ma come è possibile che proprio Barak che ancora pochi giorni fa, nella cerimonia in memoria di Rabin, si è espresso in maniera forte contro la colonizzazione, adesso autorizzi la costruzione di centinaia di nuovi alloggi in Cisgiordania?» Per Oz è tempo piuttosto di trattare la pace. come di «portare avanti le questioni della povertà in Israele dove si sta creando un pubblico di diseredati». Il nuovo partito socialdemocratico che a breve vedrà la luce, può già contare sull'appoggio di buona parte dell'intellettualità israeliana di sinistra, nonché di politici di lungo corso come Uzi Baram e Avraham Burg. La scommessa ha una sua logica, numerica oltre che politica. Meretz, pur in difficoltà, può fare da traino al nuovo progetto. Nelle municipali a Tel Aviv, il candidato della sinistra radicale, Dov Chenin, ha perso di un soffio ma ha pur sempre preso il 34 per cento. In quella percentuale c'erano i voti della vecchia sinistra sionista, di quella riformista, dei giovani e degli ambientalisti. Un discreto capitale che una leadership carismatica potrebbe consolidare e allargare. Sarà Amos Oz il leader della sinistra che verrà? Per il momento, lui si schermisce. Si capisce che vorrebbe limitarsi al ruolo di padre nobile e coscienza critica, vocazione innata negli scrittori israeliani della sua generazione. Ma il nuovo partito che nasce ha bisogno di un nome forte che sappia confrontarsi alla pari con Livni e Netanyahu. In queste settimane, sarà il problema da risolvere.

 

Repubblica – 16.11.08

 

Manganelli: spiegherò cosa avvenne al G8. "Pronto a farlo nelle sedi istituzionali" - WANDA VALLI

ROMA - Promette chiarezza su quanto è successo a Genova, durante il G8 del 2001, il capo della Polizia Antonio Manganelli, in una lettera a Repubblica. E' convinto "che il Paese abbia bisogno di spiegazioni su quello che realmente accadde a Genova", garantisce che si muoverà, "senza alcuna riserva", pur di arrivare a questa verità. Promette di muoversi in prima persona e "per conto dell'Istituzione che rappresento nelle sedi istituzionali e costituzionali". La polizia italiana, aggiunge Manganelli, non ha bisogno di alcun richiamo alla Costituzione, perché ha dalla sua una storia di 150 anni segnata "dai nostri morti", una storia in cui la polizia ha sempre servito la Carta Costituzionale, schierandosi a difesa dei cittadini con un lavoro quotidiano che unisce "migliaia di uomini sotto pagati". Poi annuncia l'inaugurazione della prima scuola di formazione per gli agenti incaricati di tutelare l'ordine pubblico, e sottolinea come da subito, dall'inizio del suo mandato, si sta adoperando "per migliorare e anche correggere le modalità di intervento "in piazza"". Dunque, il silenzio dopo la sentenza per i pestaggi alla scuola Diaz di Genova, non va collegato a nessuna voglia di tirarsi indietro, di non mandare messaggi chiari. Il capo della Polizia ricorda che ai vertici dei reparti operativi e investigativi stanno "persone pulite". Dal luglio scorso, conclude Antonio Manganelli, "sono io il loro garante", pronto a assumermi la responsabilità "per errori che possono commettere". Il suo intervento è la conferma che la ferita di Genova non è stata chiusa da processi e sentenze, mentre il richiamo alle sedi "istituzionali e costituzionali" potrebbe far pensare anche all'ipotesi della commissione d'inchiesta che continua a tenere banco nel mondo politico. L'ha richiesta il sindaco di Genova Marta Vincenzi, è favorevole il centrosinistra, Italia dei Valori compresa. Ma c'è chi, Piero Sansonetti sul "Liberazione" e l'euro parlamentare di Prc, Vittorio Agnoletto, si stupisce. Vittorio Agnoletto, ieri a Genova, nota: "Italia dei Valori vuole la commissione di inchiesta, peccato che quando era nel programma del governo Prodi, Di Pietro fosse contrario. Come mai ha cambiato idea? E' pura ipocrisia, perché si sa bene come la pensa il governo". E' Maurizio Gasparri, presidente del Pdl al Senato, a riassumere il pensiero del centro destra: "Non esiste nessuna polemica sulla commissione d'inchiesta, perché la maggioranza non ha alcuna intenzione di permettere una speculazione in Parlamento ai danni delle forze dell'ordine". Quei fatti, prosegue Gasparri, sono stati chiariti da un processo, ora confida che anche chi è stato condannato "potrà dimostrare la propria innocenza". Pensa a Vincenzo Canterini, ex capo del Reparto Mobile di Roma, gli esprime solidarietà, e anche Canterini si rivolge a Repubblica per chiarire che non ha mandato nessun messaggio in codice agli uomini che un tempo guidava, che non è alla ricerca di "improbabili rivincite", ma aspetta solo il processo di appello. Perché lui, come Michelangelo Fournier, i quattro capi squadra e l'ispettore condannati per i fatti della Diaz, hanno scelto di rinunciare alla prescrizione. E se Umberto Bossi non entra nel merito della sentenza, ha però una sua idea: "È una decisione della magistratura, quindi, visto che la magistratura è in larga parte di sinistra, significa che ha scelto come vuole la sinistra". Intanto a Genova, in un dibattito pubblico, le vittime del "Comitato Verità e Giustizia" annunciano che ricorreranno in appello e si rivolgeranno alla Corte Europea di giustizia. Loro chiedono di riavere a disposizione la scuola Diaz il 13 dicembre per far tornare "gli intellettuali, i registi che filmarono la storia di quei giorni". Giuliano Pisapia, presidente degli avvocati democratici chiarisce: "Non cerchiamo vendette, vigiliamo per non ritrovarci alla fine noi come soli colpevoli". Si schiera con le forze dell'ordine che "difendono la legalità" il senatore Carlo Giovanardi, dei Popolari Liberali nel Pdl, i Giuristi democratici, invece, sono convinti che sia mancato "il coraggio di arrivare fino in fondo".

 

Il coraggio della verità - GIUSEPPE D'AVANZO

Il capo della polizia Antonio Manganelli non si volta dall'altra parte. Non chiude gli occhi. Non sceglie un comodo silenzio. Decide di guardare in faccia la realtà e la realtà è che i pestaggi della Diaz - come le torture di Bolzaneto - sono una frattura tra lo Stato e la società, tra le forze dell'ordine e una giovane generazione. Una macchia nella storia dell'istituzione che governa. È un'ombra incancellabile. Manganelli sembra saperlo, ma dichiara la sua disponibilità a collaborare "senza alcuna riserva" per ricostruire quella "pagina nera" nella convinzione che un'opera di verità possa, per lo meno, evitare che le violenze poliziesche si ripetano in un futuro. Come è naturale, il capo della polizia non accetta che la sua istituzione possa essere soltanto sospettata di infedeltà costituzionale. Con orgoglio e consapevole dignità, ricorda il quotidiano sacrificio di migliaia di uomini in divisa che fanno il loro lavoro ("sottopagato") al servizio della sicurezza dei cittadini. E tuttavia Manganelli ha il coraggio di dire quel che, nelle ore seguite alla pessima sentenza di Genova, nessuno nell'establishment ha accettato anche soltanto di ipotizzare: quel che "realmente accadde a Genova" deve essere ancora esplorato, ricostruito, raccontato. La verità di quei giorni di violenza non può essere rinchiusa in un'aula giudiziaria; spenta nella rete delle responsabilità personali e delle sanzioni penali che guidano un processo; soffocata dalle timidezze della magistratura o annullato dai difetti dei codici. Manganelli rivela quel che, per quanto nella sua disponibilità, ha messo su per migliorare ("correggere") il lavoro di strada dei Reparti Mobile, della Celere, affidati a "persone pulite". In ogni caso, il capo della polizia si assume fin da ora "la responsabilità per gli errori che i suoi uomini possono commettere". Già è accaduto che, dopo "l'avventatezza" omicida di un agente della Stradale, Manganelli si sia assunto la responsabilità della morte di Gabriele Sandri, ucciso un anno fa da un colpo di pistola nell'area di servizio di Badia al Pino Est dell'A1. Uno stile assai diverso dal suo subordinato Vincenzo Canterini, comandante nel 2001 della Celere di Roma e del VII nucleo antisommossa (i picchiatori della Diaz): un ufficiale che, dopo avere gettato il sasso (un'arrogante lettera di velate minacce, di richiami all'omertà di gruppo, di propositi di vendetta), nasconde ora la mano. Quel che più conta nella lettera di Manganelli sono un paio di righe: "... il Paese ha bisogno di spiegazioni su quel che accadde a Genova e l'istituzione, attraverso di me, si muove e muoverà senza alcuna riserva, non attraverso proclami stampa, ma nelle sedi istituzionali e costituzionali". Ora toccherebbe alla politica, al parlamento inaugurare, se non ci sono, quei luoghi istituzionali dove rendere concreta la possibilità di ricostruire - al di là dell'accertamento penale (o nonostante i suoi mediocri esiti) - quel che è accaduto a Genova; come, con la responsabilità di chi, perché si sia aperto nei giorni del G8 un "vuoto di diritto" che ha inghiottito ogni garanzia costituzionale e consegnato la nuda vita delle persone a una violenza arbitraria e indiscriminata. Dovrebbe essere la politica a battere ora un colpo, ma la scena che si scorge è avvilente. L'opposizione parlamentare appare afona e quando trova la voce, come con Antonio Di Pietro, è soltanto contraddittoria senza imbarazzi (l'Italia dei Valori bocciò la nascita della commissione parlamentare d'inchiesta che oggi pretende). La maggioranza mostra un volto prepotente fino all'insolenza. Maurizio Gasparri rifiuta ogni ipotesi di commissione d'inchiesta: "Non la voteremo mai. La maggioranza non ha alcuna intenzione di permettere una speculazione in Parlamento ai danni delle forze dell'ordine". Il presidente dei senatori della destra non si accontenta di sbattere la porta. Dimentico dei 93 arresti abusivi, delle prove artefatte, dei verbali truccati, degli 82 feriti, dei tre disgraziati in fin di vita, si dice convinto dell'innocenza di Canterini e del VII Nucleo antisommossa (per il tribunale di Genova sono i picchiatori della Diaz). Sarebbe davvero desolante, oltre che politicamente grave per la qualità della nostra democrazia, se la disponibilità del capo della polizia non venisse raccolta; se l'opportunità di ricostruire "i fatti di Genova" non trovasse alcun luogo istituzionale per essere acciuffata nell'interesse di una riconciliazione tra le forze dell'ordine e una generazione. Quale reticenza, quale viltà, quale convenienza potrebbe giustificarlo?

 

La Stampa – 16.11.08

 

Abu Ghraib a Genova – Barbara Spinelli

Non è stato inutile il processo al massacro nella scuola Diaz, avvenuto il 21 luglio 2001 a Genova durante il vertice G8, così come non è stato inutile il processo alle violenze nella caserma di Bolzaneto. All’epoca si sostenne che non era accaduto nulla, che la polizia aveva agito normalmente contro i giovani inermi. Ora non lo si può dire più e alcuni colpevoli son stati condannati, anche se a pene lievi e forse destinate a esser cancellate da condoni e prescrizioni. Lo scandalo c’è stato, l’infamia fu consumata. Nel diritto italiano mancano le parole per dirlo, ma nel mondo questi comportamenti hanno un nome non controverso: si chiamano tortura, trattamenti inumani e degradanti. Il fatto che l’Italia non abbia ancora accolto il reato di tortura nel proprio ordinamento, 20 anni dopo aver ratificato la Convenzione Onu dell’84, non cambia la sostanza del delitto. Nessuno nega ormai che a Bolzaneto e alla Diaz giovani donne e uomini furono spogliati, minacciati di stupro, pestati. Che a Bolzaneto un poliziotto spezzò la mano d’un ragazzo, divaricandogli le dita, e il ricucimento dell’arto avvenne in infermeria senza anestesia. Che gli studenti furono costretti a stare ore nella posizione del cigno, gambe allargate, braccia in alto, faccia al muro. Che donne con mestruazioni dovettero mostrare le perdite di sangue davanti agli sghignazzi delle forze dell’ordine. Che dovettero defecare davanti a poliziotti eccitati. Queste cose son successe nel 2001 in Italia esattamente come - poco dopo - a Abu Ghraib. Quando succedono c’è un salto di qualità, si entra in una zona crepuscolare, altra. Si smette di dire «il crimine può accadere», è già accaduto. Clausewitz, che studiò le guerre napoleoniche, scrisse nel 1832: «Una volta abbattute le barriere del possibile, che prima esistevano per così dire solo nell’inconscio, è estremamente difficile rialzarle». Si rivelò vero per il genocidio ebraico. È vero per le torture a Genova, a Abu Ghraib, a Guantanamo. I massimi responsabili non hanno pagato, perché, dice la sentenza, mancavano le prove. Non c’era inoltre un «grande disegno», anche se il pubblico ministero Enrico Zucca sostiene di non aver mai menzionato disegni. Tuttavia i capi sono sempre responsabili quando un poliziotto loro subalterno commette delitti, senza necessariamente esser colpevoli. Questa responsabilità è occultata, anche se si dovrà leggere la sentenza per esserne sicuri. La guida della polizia era affidata allora a Gianni De Gennaro: sostituito nel 2007, poi capo gabinetto di Amato al Viminale, poi - con Berlusconi - promosso a supercommissario ai rifiuti di Napoli e a direttore del Cesis riformato (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza). Il suo silenzio sul G8 pesa. Così come pesa lo stupido giubilo della destra. Non c’è niente da giubilare, quando le barriere del possibile precipitano. L’effetto del precipizio è squassante per lo Stato, la polizia, i cittadini. Tanto più oggi, che i giovani ricominciano l’impegno politico come i giovani lo ricominciarono dopo anni di apatia al vertice del G8 di Genova. Il questore Vincenzo Canterini ha scritto una lettera ai suoi uomini, venerdì, in cui non pare consapevole di questa frana di prestigio e credibilità. Ex comandante del VII Nucleo mobile nei giorni del G8, condannato a 4 anni di reclusione dal Tribunale di Genova, parla con risentimento, annunciando che lui continuerà a portare il casco, non si sa bene per quale missione. È d’accordo con il proprio vice, Michelangelo Fournier, anch’egli condannato a due anni: alla Diaz avvenne una «macelleria messicana», dice a la Repubblica. Ma i suoi poliziotti non sono colpevoli; sono «martiri civili». La lettera è minacciosa: «Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni, diamogli l’illusione di avere vinto, e facciamogli vedere che alla lunga saremo noi a vincere». Rimettiamoci il casco, incita. Visto che di lettere si parla, vale la pena citare una lettera che fece storia, nel ’68 francese, quando le violenze furono più gravi e lunghe che a Genova. È il messaggio inviato da Maurice Grimaud, prefetto di Parigi, ai propri subordinati. Grimaud ebbe un comportamento decisivo: oggi gli storici concordano sul fatto che senza di lui, il ’68 sarebbe finito in bagno di sangue, generando terroristi di tipo tedesco o italiano. Invece, nulla. Grimaud cercò di capire le dimensioni profonde e mondiali del movimento, invitando i poliziotti, il reticente ministro dell’Interno Fouchet e lo stesso De Gaulle a tenerne conto (intervista di Grimaud a Liaison, giornale della prefettura, 4-08). Capì che insidiati erano l’onore e dunque l’affidabilità delle forze dell’ordine, dei funzionari pubblici, infine dello Stato. Sentendo che nei commissariati serpeggiava odio (c’era stata la guerra d’Algeria) prese la penna, il 29 maggio ’68, e scrisse un messaggio personale a circa 20 mila poliziotti. È una lettera che andrebbe letta alle forze dell’ordine e nelle università, non solo in Francia. In apertura Grimaud invita a discutere il tema, cruciale ma schivato, dell’eccesso nell’impiego della violenza: «Se non ci spieghiamo molto chiaramente e molto francamente su questo punto, vinceremo forse la battaglia della strada ma perderemo qualcosa di assai più prezioso, cui voi tenete come me: la nostra reputazione». Grimaud non nega che la polizia è ingiustamente umiliata dagli studenti, ma il suo linguaggio e il suo ordine sono inequivocabili: «Colpire un manifestante caduto a terra è colpire se stessi, e apparire in una luce che intacca l’intera funzione poliziesca. Ancor più grave è colpire i manifestanti dopo l’arresto e quando sono condotti nei locali di polizia per essere interrogati. (...) Sia chiaro a tutti e ripetetelo attorno a voi: ogni volta che viene commessa una violenza illegittima contro un manifestante, decine di manifestanti desidereranno vendicarsi. L’escalation è senza limiti». Comunque il prefetto si dichiara corresponsabile, qualsiasi cosa avvenga: «Nell’esercizio delle responsabilità, non mi separerò dalla polizia». L’autocontrollo è un dovere del servitore dello Stato: «Quando date la prova del vostro sangue freddo e del vostro coraggio, coloro che vi stanno davanti saranno obbligati ad ammirarvi anche quando non lo diranno». Esiste dunque la possibilità di servire lo Stato senza infangarsi. Per la coscienza dei francesi l’esempio Grimaud conta e spiega forse, senza giustificarle, certe reticenze a estradare nostri ex terroristi. Anche in Italia esistono esempi simili, di servizio dello Stato e non della contingenza politica. Il prefetto di Roma Carlo Mosca era uno di questi. Ragionando come Grimaud, egli difese i Rom («Io non prendo le impronte a bambini») e poco dopo il diritto studentesco a manifestare. Nonostante buoni risultati (censimento degli insediamenti Rom; calo dei reati a Roma dal gennaio 2008; violenza degli stadi circoscritta) Berlusconi lo ha silurato, lo stesso giorno del verdetto di Genova. Quando cade la barriera del possibile il crimine si ripete. I vigili di Parma che hanno sfregiato il giovane originario del Ghana, Emmanuel Bonsu Foster, lo testimoniano (che sia un immigrato regolare è irrilevante, è turpitudine anche con gli irregolari). Lo testimonia la prostituta nigeriana scaraventata in manette sul pavimento d’un commissariato, a Parma in agosto. A Genova hanno condannato i manovali (le «mele marce» di Bush) e due capi, Canterini e Fournier. Non basta: né per rialzare le barriere, né per correggere e riabilitare la polizia. Lo storico Marco Revelli, l’ex Presidente della Corte costituzionale Valerio Onida, il giornalisti Giuseppe D’Avanzo e Riccardo Barenghi hanno detto l’essenziale, su come la democrazia esca sfigurata da simili prove. Solo i cinici e i rassegnati immaginano che sia troppo tardi per cominciare a far bene le cose.

 

Ciao, vecchia Europa - VITTORIO EMANUELE PARSI

C’è troppa Europa nel tradizionale G8. Ma l’Europa rischia di pesare troppo poco nel novello G20 in corso in queste ore a Washington. È possibile, come molti ritengono, che questi vertici siano poco utili, sostanzialmente inefficaci e di qualche interesse, forse, per i soli capi di Stato e di governo che vi partecipano. D’altronde, se in tempi di crisi occorrerebbe non indugiare ed evitare gli appuntamenti poco più che rituali, è altrettanto vero che proprio le crisi impongono anche momenti simbolici, in cui sia possibile «mettere in scena» l’unità di intenti della comunità internazionale. Le due esigenze devono perciò essere contemperate. In tal senso, non c’è dubbio che un vertice come il G8, che raccoglie i grandi Paesi occidentali più la Russia, rischia di essere ormai persino più anacronistico del tradizionale G7. Da un punto di vista concettuale, il G8, che sorgeva dalla volontà esplicita di allargare la sua membership all’ex nemico, è nato morto. E’nato morto perché la logica post-Guerra fredda della sua architettura era già stata sorpassata dall’incalzare dei tempi al momento del suo stesso concepimento. E infatti la presenza russa nel club, e la minaccia di sospenderla, non ha influenzato minimamente l’attuale stato di tensione russo-americana. Il fatto poi che delle otto poltrone al suo tavolo, ben quattro siano riservate a governi europei tutti membri dell’Unione, rende palese una sovrarappresentazione della «vecchia Europa», davvero poco giustificabile, poco utile e poco opportuna, visti i tassi di crescita delle economie non «occidentali» che hanno connotato l’ultimo decennio e la prevedibile maggiore rilevanza che esse andranno acquisendo negli anni a venire. Per quanto a Paesi di media o piccola statura come Italia e Canada la cosa possa comprensibilmente dispiacere, l’idea di affiancare e, prima o poi, sostituire il G-8 con un altro organismo capace di rappresentare anche le economie emergenti è in sé positiva e, in una certa misura, inevitabile. E in questo senso sembra già muoversi la futura amministrazione americana, che sarà probabilmente molto più «global oriented» di tutte quelle che l’hanno preceduta. Perché tutto ciò non si traduca in una perdita secca di rilevanza dell’Europa, diventa fondamentale che essa, almeno in vertici di questo tipo, si decida a compiere un gesto tanto audace quanto necessario: pretendendo, possibilmente già dal prossimo appuntamento previsto tra poco più di tre mesi, di occupare un seggio solo, ma dal peso specifico enormemente superiore. L’autorevolezza della voce europea difficilmente potrà trarre infatti un qualche giovamento dall’allargamento dello spezzatino della sua partecipazione all’Olanda e alla Spagna (oltre che al solito pleonastico rappresentante dell’Unione). Non sappiamo che cosa possa essere ricompreso in quel «ti darò tutto ciò che mi chiederai» che, in cambio di uno strapuntino, il premier spagnolo Zapatero avrebbe promesso al presidente francese Sarkozy (che già pare piuttosto ben accompagnato da «Carlà», la quale, nell’averci recentemente edotto circa il suo sollievo «di non essere più italiana», forse ignora di seguire una lunga, disdicevole e peraltro molto italica tradizione). Certo è che ben altra cosa sarebbe se i 16.620 miliardi di dollari e 451 milioni di abitanti dell’Unione fossero rappresentati da un solo delegato (Sarkozy o Barroso), almeno in vertici dal connotato prevalentemente simbolico come quello in corso a Washington. L’Europa ne acquisirebbe un maggior prestigio e darebbe più peso specifico alle sue decisioni, rendendo evidente che, una volta che l’accordo sulle misure da intraprendere è stato raggiunto tra le capitali dei Paesi dell’Unione, quest’ultima è in grado di mostrare la sua compattezza e la sua esistenza tutt’altro che solo simbolica. Nell’intervista pubblicata da La Stampa giusto ieri, Paul Krugman, premio Nobel dell’economia e guru dell’opinione liberal, ammoniva come la trappola di una percezione parrocchiale e ristretta dell’interesse nazionale rischi di rendere vertici come questi inutili se non dannosi. È possibile che le parole di Krugman, in sé condivisibili, costituiscano una fuga in avanti rispetto alle attuali condizioni del mondo e di ciò che è ragionevolmente possibile attendersi dai suoi leader. Il fatto, però, che 27 Paesi che liberamente hanno scelto di condividere un comune destino politico (e che già in buona parte condividono la stessa moneta), sappiano iniziare a dar corpo, anche simbolico, a un interesse nazionale «europeo» (cioè della «nazione civica» che l’Unione è) rappresenterebbe invece un adeguamento alla realtà e un rifiuto di logiche che sono oggettivamente alle nostre spalle.

 

Bossi: "Immigrati? Risorsa negativa" - ALESSANDRIA

Il leader della Lega, Umberto Bossi, prende le distanze dalle dichiarazioni del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, secondo cui gli immigrati costituiscono «una risorsa» per il Paese. «È una sua idea, io non la penso così - afferma a margine di un incontro ad Acqui Terme - non penso che gli immigrati potrebbero costituire una risorsa importante, sono una risorsa negativa». Il leader della Lega, Umberto Bossi, è pronto a dare battaglia contro l’ingresso nella Ue della Turchia. «Non è tutto semplice in politica ma bisogna puntare i piedi e resistere a quello che io considero un errore - afferma - ricordo che il tessile della Lombardia è andato in malora quando sono arrivati i prodotti turchi e cinesi. Ci sono molti modi per aiutare la gente, e il modo migliore è aiutarli a casa loro, non questo». A chi gli fa osservare, dal pubblico, di dirlo a Berlusconi, Bossi replica: «Già fatto». E aggiunge: «Ci siamo sempre parlati con Berlusconi una volta a settimana. Bisogna che ci troviamo ancora. Qui bisogna mettersi d’accordo prima sulle cose da dire o da fare, così si evita di litigare». Bossi insiste sulla diversità della Turchia: «Ankara non è mai stata in Europa, non è Europa. E il Piemonte non si può trasformare in una provincia turca. I nostri avi combatterono, e in mille anni non è cambiato niente». Il leader della Lega, Umberto Bossi, non entra nel merito della sentenza sui fatti della Diaz, che ha portato all’assoluzione dei vertici della polizia ma osserva «è una decisione della magistratura, e vuol dire che la magistratura, che è in larga parte di sinistra, ha scelto come vuole la sinistra». Umberto Bossi ribadisce la sua contrarietà all’abolizione delle Province e a chi gli fa notare che il provvedimento è nel programma del Pdl: «Non è un programma che io ho votato». Bossi spiega il suo parere negativo sull’abolizione con una domanda: «Come fai a dire ai bergamaschi che non c’è più la Provincia? Orma la storia è andata avanti, ha stabilito che ci sono le Province. Certe Province sono fondamentali e l’identità non si può cancellare, sennò crolla tutto».

 

Corsera – 16.11.08

 

Meno tasse sul lavoro – Francesco Giavazzi

La crisi è (forse) entrata in una seconda fase. Superato il momento più acuto, i mercati finanziari ricominciano lentamente a funzionare, le banche riescono di nuovo (seppure ancora a fatica) a reperire liquidità, la caduta libera delle Borse si è arrestata. La crisi finanziaria si sta ora spostando verso i Paesi della periferia: l’Fmi è già intervenuto in Ungheria e Ucraina, la Federal Reserve ha aperto linee di credito a favore di Messico e Brasile. Negli Stati Uniti e in Europa la seconda fase della crisi ora colpisce l’economia reale. Il dubbio non è più se vi sarà una recessione, ma quanto durerà e quale livello raggiungerà il tasso di disoccupazione prima di cominciare a scendere. Che fare? La Bce è finora stata più timorosa della Fed e della Bank of England: il livello dei tassi d’interesse europei è tre volte quello degli Stati Uniti, rimane ampio spazio per ridurli. Ma un taglio dei tassi, sebbene certamente utile, non avrà grandi effetti sull’economia, almeno finché i mercati finanziari non riprenderanno a funzionare normalmente, e ci vorranno molti mesi. Lo strumento da usare è quindi la politica fiscale: tasse e spesa pubblica. Ce lo possiamo permettere con un debito pubblico che rimane il più alto in Europa? E se sì, meglio ridurre le tasse o accelerare gli investimenti pubblici? La risposta alla prima domanda è sì, purché lo strumento che usiamo aumenti rapidamente i consumi e sia limitato nel tempo. Per «rapidamente» intendo già con le tredicesime di dicembre, non la prossima primavera. Se riuscisse davvero ad attenuare la recessione, gli effetti sul rapporto debito-Pil di un intervento fiscale temporaneo potrebbero essere relativamente modesti. Accelerare gli investimenti pubblici in questo momento servirebbe a poco. Tra permessi e preparazione dei cantieri un’opera pubblica impiega mesi, se non anni a partire. Il primo strumento da usare è un taglio deciso delle tasse sul lavoro. Per due motivi: innanzitutto perché, diversamente dalle spese per investimenti, agisce al tempo stesso sulla domanda (perché aumenta il potere d’acquisto dei salari) e sul costo del lavoro, quindi sull’offerta, se vengono ridotte pro quota sia le tasse pagate dal lavoratore sia gli oneri a carico dell’impresa. In secondo luogo perché immediato, soprattutto se il taglio è inversamente proporzionale al livello dei salari. Ad esempio si dovrebbe azzerare il cuneo fiscale (cioè la differenza fra costo del lavoro per l’impresa e salario netto per il dipendente) per tutti i salari al di sotto di un certo livello, cioè per le famiglie che oggi sono più in difficoltà quindi è più probabile che spendano il maggior reddito di cui disporrebbero. Per avere maggiore effetto sui consumi, il taglio delle tasse sul lavoro dovrebbe essere permanente. Temo non possiamo permettercelo. Un taglio limitato nel tempo avrebbe il vantaggio di indurre lavoratori e imprese a sfruttare il momento particolarmente favorevole attenuando la riduzione delle ore lavorate. Altrettanto rapidi sarebbero gli effetti di un provvedimento che estendesse i sussidi di disoccupazione a tutti i lavoratori, indipendentemente dal loro contratto, a tempo determinato o indeterminato. A differenza di un taglio delle tasse sul lavoro, l’estensione dei sussidi non agisce sull’offerta ma solo sulla domanda, ma almeno agisce rapidamente.

 

«L'errore non sarà più reato». Pronta la legge per i dottori

Margherita De Bac

ROMA - Destino inesorabile per otto su dieci. Denunciati e trascinati in tribunale per sospetta malpractice. Accusati di aver sbagliato. Un rischio che i chirurghi devono mettere in preventivo e dal quale cercano di difendersi con tutte le armi. Ricorrendo ad esempio alla cosiddetta medicina difensiva, cioè prescrivendo al paziente cure, ricoveri, esami che in cuor loro ritengono superflui ma che risulterebbero solidi scudi in caso di processo. Ogni anno il sistema sanitario pubblico sborsa tra 12 e 20 miliardi per analisi di tipo precauzionale. Una proposta di legge appena depositata ha l'obiettivo di alleggerire «il disagio di fronte alla crescita prepotente del contenzioso medico legale e alla richiesta di risarcimento a tutti i costi». Un progetto di depenalizzazione dell'errore medico annunciato già a giugno dal sottosegretario al Welfare Fazio, e auspicato dalle categorie dei camici bianchi, chiamati da famiglie e pazienti a sostenere battaglie giudiziarie infinite che in quasi 9 casi su 10 si concludono con l'assoluzione. Primi firmatari Iole Santelli (vicepresidente commissione Affari Costituzionali) e Giuseppe Palumbo (presidente Affari sociali), entrambi Pdl, il provvedimento introduce nel codice penale e civile una serie di aggiunte e nuovi articoli che definiscono la colpa professionale legata ad un atto medico e chiariscono i meccanismi del nesso di causalità. «Ora la giurisprudenza non dà margini di certezza, i tribunali decidono in modo discrezionale, non c'è uniformità e i cittadini possono fare causa contro tutti e tutto», spiega la Santelli. «Un conto sono imperizia e negligenza che continueranno ad essere punite e resteranno nell'ambito penale - aggiunge Palumbo -. Un altro sono gli errori che non derivano da omissioni o superficialità tecnico scientifica. E allora la causa è civile». Insomma, sarà meno automatico per i cittadini citare il dottore in giudizio. La legge si affianca a quella già in discussione al Senato, avviata da Antonio Tomassini. Obiettivi «modesti», si spiega nella premessa: «Alleggerire la pressione psicologica sul medico e l'animo a volte vendicativo del paziente nei confronti dei sanitari, accelerare la soluzione delle vertenze giudiziarie». Particolare importanza viene attribuita alle caratteristiche dei periti, al ruolo delle assicurazioni e al consenso informato. Un anno di carcere per chi «sottopone una persona contro la sua volontà a un trattamento arbitrario». «Siamo il Paese col maggior numero di denunce contro la categoria, assieme al Messico - lamenta Rocco Bellantone, segretario della società italiana di chirurgia -. Solo in Italia i reati medici vengono puniti penalmente, altrove si dà per scontato che chi opera o prescrive una cura non ha un atteggiamento lesivo. Quando sbagliamo siamo accomunati a chi commette un omicidio in stato di ubriachezza». Tra gli specialisti più tartassati, i ginecologi-ostetrici, su cui pesa la doppia responsabilità di mamma e bambino. Tra le contestazioni più frequenti, il ritardato cesareo.


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