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L'assalto al sindacato

Repubblica – 17.11.08

 

Io, schiavo al mercato di Milano per due euro e mezzo di paga

PAOLO BERIZZI

MILANO - Prima cosa: scavalcare. "Lì in mezzo, tra la porta numero 3 e la 4, vai tranquillo", mi suggerisce Driss, un ragazzo marocchino, sorriso sghembo e infreddolito. Se vuoi lavorare come schiavo delle cassette, all'Ortomercato di Milano, devi arrampicarti su questa barriera di ferro - saranno tre metri e mezzo d'altezza - che gira sui quattro lati e che ora traballa per i movimenti accelerati e scomposti di chi sale sopra e salta dall'altra parte. Le quattro di notte. Sono dentro. "Vai al piazzale 60, o al 61, o al 62, o al 63, che c'è lavoro". Calpesti uno dei 450 mila metri quadrati del mercato e ti sbatte addosso la sensazione di essere in un posto dove non sei nient'altro che braccia, ma dove un misero lavoro nero - questo sì - puoi cercarlo in libertà. Senza nessuno che ti punta, che ti intralcia. Confuso nella suburra dei bancali, file interminabili di pile di scatole di legno e di plastica; odori forti di ortaggi, il freddo che li stampa nelle narici; i fumi dei Tir, 300 ogni notte; i camioncini degli ambulanti che aspettano il carico (il nome del proprietario è scritto sulla ribalta con la vernice spray); i caporali che smistano il traffico umano. La spianata di cemento di via Lombroso è il regno del racket delle braccia e delle cassette. Si lavora come servi. Sembra di stare nell'800 sudamericano, o nelle campagne meridionali degli anni Cinquanta. Invece è Milano, la capitale economica d'Italia. Mille chilometri dal cottimismo dei pomodorini di Foggia, di Castel Volturno, di Pomigliano d'Arco. L'Ortomercato - 1 milione di tonnellate di merce venduta ogni anno (il 30% va all'estero) - è gestito da una società del Comune (Sogemi). Qui dentro si carica e si scarica frutta e verdura per sei o anche dieci ore di fila: dall'una di notte alle undici del mattino. Si guadagnano 15-20 euro. Sfruttamento schifoso, tanto al chilo. Ti pago il caffè, dicono gli ambulanti e i grossisti che si presentano in furgone o in Suv ai ragazzi egiziani, marocchini, tunisini, rumeni, albanesi, indiani, filippini, a questo esercito di disperati - qualche centinaio, italiani quasi zero - che ogni notte arriva per tirare su un po' di spiccioli. Molti si rivolgono agli intermediari, i "cacciatori di braccia". Altri fanno da sé. Si mettono lì, fanno la posta davanti agli ambulanti. Si spostano in gruppi. Seguono la corrente dei muletti che schizzano da un posteggio (gli stand dei venditori) all'altro, portano in giro sempreverdi e primizie di stagione dappertutto nella ragnatela infinita dei capannoni (145 imprese,160 produttori locali). Certe notti gli schiavi delle cassette si accoltellano per mettere le mani su un bancale prima che arrivi un altro. Una guerra dei poveri che deflagra negli anfratti bui che circondano i capannoni. Cinque minuti dopo le quattro sono di fronte al padiglione C (sud). Giubbotto, berretto di lana, guanti da lavoro. E due braccia da sfruttare. Tra gli stand delle cooperative che brulicano di venditori e compratori e via Varsavia (dove ci sono le porte 3 e 4) si estendono i piazzali di carico più "battuti": dal 59 al 63. E' un ufficio di collocamento all'aperto. Praticamente ci sono solo immigrati extracomunitari. Quelli già al lavoro. Quelli che arrivano alla spicciolata dopo avere scavalcato la cinta vulnerabile come una fetta di burro. Quelli che "comandano", e a cui si appoggiano i verdurai per reclutare manodopera. Ci sono manovali e magazzinieri "fantasma". Sono invisibili come lo sono - incredibilmente - i colleghi che scavalcano da fuori. E nessuno che li fermi mai. Spuntano dalla cabina di carico dei furgoni. Entrano nel mercato dalla porta principale, la 4, come clandestini, nascosti dove poi verrà sistemata la merce. Via Lombroso è una groviera. Altro che i tornelli promessi da Sogemi nel 2007, annunciati alle cooperative in regola - che sono la maggior parte - e mai installati. "Aspetta qui" mi dice un marocchino sulla quarantina. Paziento tra i bagni fetidi del piazzale 62, un'autoambulanza e una fila di furgoncini. Guardo attorno. Il confine tra l'essere qualcuno o qualcosa e il non essere niente è una fila di mini uffici. Sono i box dei grossisti, disposti lungo il perimetro dei capannoni e anche all'interno. Sono il punto d'approdo di molti "schiavi". I caporali e gli ambulanti li ingaggiano sui piazzali e poi li obbligano a fare la spola tra i camion e gli stand. C'è una confusione pazzesca. Magari il problema dell'Ortomercato fossero "solo" le tonnellate di eternit (tettoie, tubature, rivestimenti) che il Comune in 43 anni non ha ancora rimosso; magari fossero solo gli autoarticolati che arrivano da tutta Europa e, anziché fermarsi nelle aree di sosta, si infilano nelle stradine che come arterie tagliano il ventre molle del mercato. Di più. Il problema non è nemmeno e soltanto la criminalità organizzata - camorra, mafia, soprattutto ndrangheta - che da vent'anni si infiltra nel più grosso mercato alla distribuzione d'Italia (qui aveva messo radici la cosca calabrese Morabito-Bruzzaniti-Palamara, che faceva partire quintali di cocaina e che aveva aperto un night club nella palazzina della Sogemi). La vera piaga è il lavoro nero. Diffuso, trasversale, tollerato, indisturbato. Un sistema che sembra far comodo a tutti. Dei 3mila lavoratori dell'Ortofrutticolo si calcola che almeno la metà siano irregolari. Ci sono cooperative che sembrano specializzate nell'offrire lavoro aumm-aumm; alcune chiudono e poi riaprono sulle proprie ceneri. I titolari si "ripuliscono", escono dalla porta e rientrano dalla finestra. E a poco valgono gli sforzi di guardia di finanza, ispettorato del lavoro e sindacati. Davanti all'ufficio di un grossista che si chiama come il frutto da cui si ricava l'olio, sta per scoppiare una rissa tra egiziani e marocchini. Volano insulti e spintoni. Si ribalta una pila di casse di kiwi. Il solito problema: la guerra dei bancali. Valgono 50 centesimi quando sono carichi di roba. Una goccia nel mare del giro d'affari del mercato (3 milioni di euro al giorno). Il lavoro chiama. Il mio uomo, adesso, è un ambulante italiano, dieci anni di Ortomercato, accento partenopeo intatto. "Questo deve fare due viaggi", mi dice indicando il vecchio furgone con la fiancata scrostata. Due viaggi "pieni". Vuol dire che bisogna caricare la merce. Mi rimbocco le maniche. Siamo in tre, due fissi, uno, l'ultimo arrivato, temporaneo (per stanotte mi chiamo Alberto e vengo dall'Albania). Affondo in mezzo a muri di arance, cime di rapa, lattuga, melanzane, banane, mele, cavoli. Nadil viene da Tunisi. Si è fatto quattro mesi a San Vittore per spaccio. Adesso è qui a caricare: "Vengo ogni notte ed è l'unico posto dove si trova lavoro senza problemi. Un paio di volte mi ha fermato la polizia, ti cacciano fuori, ma la sera dopo ritorni". Il capo gira, controlla. Si allontana per trattare coi grossisti la merce da acquistare e portare ai mercati rionali. Poi torna e chiede di fare in fretta. "Ragazzi, qui si lavora... ". C'è chi aspetta il suo turno, qualche "briciola" da raccogliere, qualche cassetta da impilare. E' infrequente sentire parlare italiano. Tra chi scarica, il rapporto italiani-stranieri è di uno a trenta. Se non fosse per l'auto della polizia municipale e quella della vigilanza privata Securitalia che ogni quarto d'ora tagliano questa folla di lavoratori in nero - molti clandestini - senza battere ciglio, sembrerebbe di stare in un suk africano. Nel caos, alle cinque e mezza, un muletto investe un ragazzo marocchino (irregolare): frattura alle gambe, ricovero al Paolo Pini. Parte il primo viaggio del "mio" furgone. Continuo a caricare. Sono sotto un altro "posteggiante". Un tipo tarchiato con gli occhiali che fa lavorare, a giro, una decina di immigrati, qualcuno giovanissimo. Uno mi offre una manciata di semi di finocchio. E' l'alba. Al bar del capannone D ci sono un busto di Mussolini e un poster del Duce. Dominano il bancone dall'alto. "Fino a qualche anno fa - ragiona il vecchio operatore ortofrutticolo davanti al caffè - in questi piazzali c'erano le cooperative regolari, adesso è uno schifo, un mercato di schiavi che nessuno vuole o riesce a fermare". I padiglioni e i piazzali mano a mano si svuotano. Gli ultimi tir escono che sono le 6. Ma c'è ancora il tempo per tre ore di lavoro. Sono sempre lì a trasportare cassette. Le ordino sul furgone. Con i miei colleghi africani ci capiamo a gesti. La cosa su cui sembriamo più d'accordo è che, tutti noi, non vediamo l'ora che i furgoni escano da qui per piazzare la merce nei mercati rionali. E che i "capoccia" sborsino il misero salario per troppe ore di lavoro. Alla fine della notte, quando la luce del giorno rende ogni operazione meno facile, meno fluida, l'ambulante mi chiama da parte. Dietro un camion. Mi paga. Quindici euro per sei ore di carico. Due euro e cinquanta all'ora. Scavalco di nuovo la barriera di ferro, il confine fra il suk e la città. Sempre lì, tra la 3 e la 4, nello stesso punto da cui ero entrato. "Ciao Alberto, se vuoi ci vediamo domani".

 

L'assalto al sindacato - EDMONDO BERSELLI

L'ultimo exploit del ministro Renato Brunetta ("I fannulloni stanno a sinistra") andrebbe liquidato come un sintomo di quell'attacco di volgarità che contagia vari esponenti del Pdl. Erano passate poche ore dagli insulti di Maurizio Gasparri a Walter Veltroni, ed ecco le trovate di Brunetta.Enunciate al convegno dei circoli di Dell'Utri a Montecatini, e quindi con l'intento di galvanizzare i combattenti della libertà ivi riuniti, ma non per questo meno spiacevoli. Non è mai uno spettacolo gradevole quando il governo getta discredito sull'opposizione; e la sensazione peggiora se gli attacchi sono incartati nella solita unzione ideologica, con cui Brunetta spiega che la vera sinistra è lui, "socialista in Forza Italia", e che quindi l'esistenza dei fannulloni a sinistra lo addolora personalmente. Tutto ciò è in buona misura folclore politico. Di mediocre qualità, e reso euforico dal successo delle fiction manichee di Brunetta contro i pigri e i cattivi. Ma ciò che conta davvero in questi giorni non è tanto la decenza della retorica politica, quanto il fatto che gli insulti di Brunetta sono allo stesso tempo un indizio preciso dell'azione complessiva del governo sul fronte sindacale, e in particolare delle iniziative assunte verso la Cgil. Perché anche i colpi bassi del ministro non sono estemporanei: rispondono a una logica, che consiste nel colpire "i santuari del potere della sinistra". In parole appena meno enfatiche, ciò significa che Brunetta è uno dei registi dell'attacco contro i luoghi e le istituzioni dove si addensa il voto a sinistra. Il pubblico impiego, la scuola, l'università. E in parallelo il sindacato, uno dei pochi contropoteri rimasti sul campo, dopo che il dibattito parlamentare è stato strozzato dalla maggioranza-testuggine, dalla decretazione d'urgenza e dal voto di fiducia. Se il governo di destra volesse prodursi in un attacco al sindacato simile a quello di Margaret Thatcher contro i minatori, si tratterebbe di una strategia criticabile ma lineare. Invece il governo Berlusconi ha altre modalità d'azione. Sta provando a isolare il sindacato più importante, la Cgil, indicandolo all'opinione pubblica come un ostacolo intollerabile alle riforme governative. Nel frattempo, come si è visto con le cenette e i tête-à-tête, tenta di creare un rapporto preferenziale con le altre due confederazioni, Cisl e Uil. Non è difficile vedere in questa strategia un tentativo di dividere le rappresentanze sindacali, il mondo del lavoro e qualunque settore civile che possa rappresentare un'opposizione. Qua e là sembra di assistere a una specie di revanscismo, espresso da quelle personalità socialiste, come Maurizio Sacconi e lo stesso Brunetta, che lasciano trapelare un rancore storico verso la sinistra e la Cgil. Per altri versi si assiste alla ripresa della manovra "neocorporativa" di Craxi, che portò al referendum sulla scala mobile nel 1985: ma allora esisteva un progetto razionale per spegnere l'inflazione, mentre oggi di progetti notevoli non se ne vedono, e di riforme neppure. Si vedono tagli e, davanti a una recessione grave, misure tendenzialmente recessive. Forse il governo riuscirà così nel tentativo di crearsi un nemico interno su cui scaricare le responsabilità della crisi economica e delle prevedibili ripercussioni in termini di reddito e di occupazione. Ma questa non è un'azione politicamente fruttuosa a priori: assomiglia semmai a una rappresaglia preventiva, e a un ricatto continuo, contro le ultime resistenze. Se si considerano le difficoltà in arrivo, è puerile attaccare gli avversari proprio mentre sarebbero desiderabili relazioni intelligenti (conflittuali sugli interessi e solidali sulle regole di fondo). Aggiungere che "certo sindacalismo di sinistra ha sempre difeso i fannulloni anche quando questi erano indifendibili", come ha fatto in replica Brunetta, significa cercare rogna. Comunque ferire chi può rispondere all'isolamento e alla frustrazione soltanto con l'arma a doppio o triplo taglio dello sciopero. Alle boutade sui fannulloni che allignano a sinistra si può rispondere in tanti modi. Ricordando con cortesia che la pigrizia è bipartisan. Ma anche segnalando che attaccare con ilare irresponsabilità chi sta all'opposizione e chi rappresenta settori consistenti del mondo del lavoro equivale a far serpeggiare flussi di risentimento civile: cioè aizzare una guerricciola che renderà ancora più nevrotico e instabile il tempo difficile che ci troviamo a fronteggiare.

 

Il Pd: "Bene Manganelli, in aula la verità sul G8" - LIANA MILELLA

ROMA - È il Parlamento la sede "istituzionale e costituzionale" dove il capo della polizia Antonio Manganelli può fornire "le spiegazioni di cui il Paese ha bisogno" sui fatti del G8 di Genova, sulla Diaz e su Bolzaneto. Manganelli scrive una lettera a Repubblica, il dibattito si apre. Col il niet di sempre del centrodestra a una commissione d'inchiesta, ma con la manifesta disponibilità, di tutto il Pdl (sia Forza Italia che An), ad ascoltare subito cos'ha da dire il capo della polizia. "Parli davanti alle commissioni Affari costituzionali riunite della Camera e del Senato" dice il vicecapogruppo del Pdl a Montecitorio Italo Bocchino. Il leader del Pd Walter Veltroni punta molto più in alto, vuole "accertare la verità dei fatti" e insiste sulla commissione d'inchiesta, ma la strada per un'indagine parlamentare, stando ai numeri, appare tuttora impossibile. Al no irremovibile della destra - lo ribadisce il ministro della Difesa Ignazio La Russa dichiarando "io ero e resto assolutamente contrario" - si aggiunge quello dell'Udc (Michele Vietti: "Per noi il capitolo è chiuso") e la netta contrarietà di Antonio Di Pietro che apre però a una commissione d'indagine che "dia un giudizio politico sui fatti del 2001". Il gesto di Manganelli è apprezzato da tutti. Solo una voce critica, il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero che paragona le sue parole a "lacrime di coccodrillo" e le trova "gonfie di ipocrisia". È opposto il giudizio di Veltroni che ha letto la lettera "con grande interesse" e la definisce "un gesto di coraggio e d'orgogliosa rivendicazione del lavoro compiuto da lui e da decine di migliaia di poliziotti in Italia sottopagati e che in questi giorni subiscono nuovi e pesanti tagli alle risorse destinate alla sicurezza". Ma a colpire Veltroni è "la voglia di superare i gravissimi fatti di Genova attraverso l'accertamento puntuale della verità". La sentenza sulla Diaz, pur "da rispettare", "lascia ampi spazi d'incertezza e d'ombra". E sono giusto quelle ombre che Manganelli, "vuole "cancellare". La "sede istituzionale che ha il compito di accertare la verità dei fatti anche al di là delle sentenze", per Veltroni, non può che essere il Parlamento. La sinistra lo dice da sempre, ma la commissione d'inchiesta richiede una maggioranza che non c'è stata e non c'è. Basta sentire l'aennino La Russa: "Manganelli è un servitore dello Stato e non può che dire quello che ha detto. Ma la "sede istituzionale" è il processo. Lì è caduto il teorema dei vertici della polizia responsabili e mi auguro che in appello cada qualche altra condanna. Una commissione ora sarebbe solo un modo per contrastare la decisione dei giudici". Una commissione che "sarebbe servita e servirebbe solo per criminalizzare la polizia". Per ragioni opposte - "Non si può fare in Parlamento il processo al processo" - il capo dell'Idv Di Pietro non cambia idea: "I processi si fanno in tribunale e si prende atto delle sentenze senza commentarle. Ora la soluzione migliore è quella del pm che presenterà appello. La via era e resta giudiziaria". Nessuno spazio politico? "Una valutazione si può fare, ma solo con una commissione d'indagine che rilegga le carte del processo, tenga audizioni, si concluda con relazioni di maggioranza e di minoranza". Sulle commissioni d'inchiesta il suo scetticismo è totale perché "risentono degli equilibri politici del momento". Quanto a Ferrero, che per questo lo critica duramente, la replica è secca: "Lo stimo, ma da ex pm dico che tocca alla magistratura terza e imparziale accertare le responsabilità". Ma la via parlamentare non è preclusa. Dice il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto: "Se Manganelli ritiene di aver cose importanti da dire per chiarire i fatti di Genova siamo pronti ad ascoltarlo". E il suo vice Italo Bocchino fa un passo concreto in avanti: "La commissione è un'ipotesi lunare, soprattutto ora che la sentenza ha accertato che non ci sono state responsabilità istituzionali. Tuttavia Manganelli è un uomo delle istituzioni e vuole fugare ogni dubbio. Per questo basta un'audizione alle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato. Può durare ad libitum, sarà pubblicata, ma senza mettere in discussione le forze di polizia come vorrebbe fare la sinistra massimalista con la commissione d'inchiesta". Dal Senato arriva il primo sì di Carlo Vizzini, presidente forzista della prima commissione: "Se Manganelli vuole riferire alle Camere non ci sono controindicazioni, ma evitiamo d'incrociarci col processo tuttora in corso. Se il principio vale, deve valere sempre". È scettico il centrista Vietti: "L'inchiesta sul G8 è durata anni, ora c'è una sentenza, la procura farà appello, restano due gradi di giudizio. Altri capitoli, come la commissione d'inchiesta o altro, sono chiusi".

 

La Stampa – 17.11.08

 

Il piano anti-crisi del governo

ROMA - Niente detassazione delle tredicesime, che costa troppo. Ma una possibile riduzione degli acconti fiscali di fine anno, per i quali a novembre i lavoratori sono ora chiamati a versare il 97% dell’Irpef e le imprese il 100% dell’Ires. A secondo delle risorse, inoltre, questa misura potrebbe essere limitata ai redditi più bassi: le riduzioni ipotizzate sono infatti tra i 3 e i 4 punti percentuali che, se estese a tutti i contribuenti, potrebbero costare anche più di 2 miliardi. Sull’ipotesi, che per ora non sarebbe ancora stata definita nei dettagli, starebbero lavorando i tecnici del governo in vista del varo del decreto per rilanciare l’economia in Italia. Un decreto che mira soprattutto a sostenere la liquidità del sistema Paese, che poi si traduce in più consumi e maggiore crescita. L’intervento avrebbe il pregio di aumentare le risorse degli italiani, ma anche di tenere i conti pubblici del 2009, quando comunque le imposte «a saldo» andranno pagate. Ma sul piatto degli interventi che si stanno delineando - che arriva ad 80 miliardi con gli interventi previsti per il rilancio degli investimenti - potrebbe arrivare anche qualche alleggerimento legato all’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive che viene pagata da imprenditori e imprese. Si tratterebbe di una «mossa d’anticipo» per limitare i danni di una possibile sentenza della Corte Costituzionale sulla deducibilità dell’Irap dalle imposte dei redditi. Così potrebbe essere introdotta qualche forma di detrazione parziale, perchè un intervento complessivo potrebbe risultare molto costoso. La manovra del governo partirà comunque dal rilancio della domanda pubblica, attraverso il finanziamento degli investimenti. Mercoledì è in programma il pre-Cipe che preparerà il comitato interministeriale che venerdì stanzierà 16 miliardi per investimenti. I fondi destinati in mille rivoli - ha spiegato il ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta - «saranno compattati e destinati a pochi grandi interventi». Sono questi i 40 miliardi di misure cofinanziate a cui ha fatto ieri riferimento il ministro Tremonti. Ci sono poi i fondi per rifinanziare i Confidi, per aiutare le Pmi sulle garanzie del credito. Il decreto, invece - conferma anche oggi il ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta - «lo approveremo entro la fine del mese» e conterrà anche le norme per «accelerare e rendere certi i pagamenti della pubblica amministrazione ai fornitori». A questo si aggiungono gli «sgravi fiscali per le famiglie meno abbienti e la social card per gli acquisti delle fasce più basse». Nel pacchetto comparirebbe anche il progetto dell’Iva di cassa (con il pagamento non al momento di staccare la fattura) e quello per i prestiti in favore dei nuovi nati: 5.000 euro restituibili con interesse del 4%, destinati alle famiglie più numerose. Scettico sull’imponenza del piano annunciato a Washington è il leader della Cgil, Guglielmo Epifani: afferma che la maggior parte degli 80 miliardi «era già stanziata» per risorse alle infrastrutture e interventi europei: «si tratta di pochissimo, e di un intervento del tutto insufficiente», ha aggiunto ripresentando il pacchetto di misure (soprattutto detassazione delle tredicesime ed estensione degli ammortizzatori sociali ai precari e ai lavoratori delle Pmi) sul quale la Cgil chiede «un confronto di tutti, alla luce del sole, e non fatto su tavoli riservati», come è avvenuta la scorsa settimana. «Non ho fatto cene o trattative», ha ribadito oggi il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni che è tornato a chiedere un intervento fiscale per alleggerire le tasse sul lavoro:«Io - ha aggiunto - Berlusconi lo sento ogni tanto come sentivo l’altro presidente del Consiglio».

 

Bersani: "Tutta apparenza, il governo è solo capace a spostare i soldi" - ALESSANDRO BARBERA

ROMA - Onorevole Bersani, il premier e il ministro dell’Economia hanno annunciato un piano da 80 miliardi. Secondo lei sono sufficienti a fronteggiare la crisi? «Stanno spostando carri armati di cartone per la parata. Parlano di risorse già stanziate, anzi meno di quanto già c’era». Che significa? Si spieghi meglio. «Le faccio l’esempio delle risorse del Fondo per le aree sottoutilizzate. Il nostro governo varò un piano settennale per 60 miliardi. Tremonti con la manovra dei nove minuti ha bloccato la destinazione di quei fondi e ne ha destinati 13 per fare altro: ci hanno pagato l’Ici, colmato il buco da 800 milioni per la sanità, pagato i debiti di Roma e Catania. Il ministro Scajola li ha usati perfino per finanziare un’agevolazione per i benzinai. I fondi del Fas sono diventati la borsa di Mary Poppins». Qualunque governo sposta risorse da un capitolo all’altro. Anche a voi capitava di farlo. Non è così? «Figuriamoci, peccato che questa volta ci troviamo di fronte alla peggior crisi dal dopoguerra. E invece di stanziare risorse spendibili subito, Tremonti annuncia lo sblocco di 16 miliardi di infrastrutture già programmate». E’ un passo. Alcune di queste attendono da anni di partire o di essere completate. «Benissimo, ma allora bisogna parlare chiaro. Tremonti dice che ci saranno dieci miliardi di investimenti sulle autostrade con la rimodulazione delle tariffe. Siccome è già stato deliberato un aumento senza meccanismi di controllo sugli investimenti, non ci ha solo annunciato che quelle opere le pagheremo noi? E invece di venderci lo sblocco di finanziamenti già deliberati, perché non finanziano nuovi interventi?». Insomma, lei boccia il governo su tutta la linea. In un momento di emergenza compito dell’opposizione non sarebbe quello di aiutarlo a fare le scelte migliori? «Assolutamente sì, se fossi in loro farei un tavolo di crisi con l’opposizione: noi non abbiamo nessuna intenzione di fare a cazzotti sul Titanic. Invece Brunetta dice sciocchezze, Berlusconi tenta di dividere i sindacati e Tremonti nullifica il Parlamento». La linea del rigore di Tremonti ci ha messo al riparo dalle turbolenze sui mercati. Che cosa sarebbe successo se la Finanziaria fosse ancora in Parlamento? «Capisco, ma temo che non abbiano la dimensione di cosa sta accadendo e di cosa ci aspetta. Di tutti i provvedimenti che hanno preso l’unico a favore dell’economia reale è stata la detassazione degli straordinari: cose da pazzi. Intanto, per la prima volta dal 1998, quest’anno il saldo fra chiusure e aperture di negozi sarà negativo». Lei al loro posto cosa farebbe? «Grazie allo spazio concesso da Bruxelles, c’è spazio per 7-8 miliardi di interventi a favore delle famiglie e dei più deboli. Invece ho la sensazione, e gradirei essere smentito, che l’unica cosa che faranno è un qualche sconto una tantum ai poverissimi». E per le imprese? Si parla di Tremonti-ter, di sgravi Irap. Non aiuterebbe l’economia? «Anche se Confindustria l’ha dimenticato, in due anni gli abbiamo tagliato il cuneo fiscale di sei punti. Per le imprese l’unica cosa importante è evitare il credit crunch da parte delle banche». E l’accordo sul secondo livello con i sindacati? «E’ una questione importante, ma l’agenda delle priorità è cambiata repentinamente. Insisto: bisogna mettere un po’ di soldi in tasca alla gente che non arriva alla fine del mese e aumentare i fondi per gli ammortizzatori sociali. Lo dicono sia l’Europa che il G20: bisogna sostenere i redditi medio-bassi. A dicembre ne discuteremo con i socialisti europei in Spagna, ma credo che questo messaggio dovrebbe partire da tutte le forze liberali e progressiste d’Europa».

 

Se la Gelmini è di sinistra – Flavia Amabile

Il governo Berlusconi? E’ un governo di sinistra, assicura il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, perché «è un governo che crede nel cambiamento» e, quindi, «è, per certi versi, un governo di sinistra. Può sembrare una contraddizione, ma noi mettiamo al centro non solo il ceto medio, ma anche quelle famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese, quelle famiglie che fanno molti sacrifici per far studiare i propri figli». E i cambiamenti messi in campo dal ministro non sono pochi. Prendiamo le spese. L’Italia spende di meno per la scuola rispetto ad altri Paesi? Non è vero, precisa lei: «In alcuni casi spendiamo anche di più, ma spendiamo male. Dobbiamo abituarci a spendere meglio, come fanno tutte le famiglie italiane. Credo che sia dovere di un buon amministratore e di un buon governo la massima trasparenza nell’utilizzo delle risorse pubbliche. Bisogna in particolare rendersi conto, aggiunge la Gelmini, che «alcuni sprechi, alcuni privilegi non sono più difendibili. Per troppi anni il Paese ha sofferto di una mancanza di coraggio nel portare avanti il cambiamento, nell’approvare riforme importanti in settori come la scuola e le università. C’è la necessità di razionalizzare la spesa, rivederne i meccanismi. È innegabile che in questi ultimi anni la spesa dell’istruzione era fuori controllo». In quest’opera di risanamento, ha detto il ministro, sarà importante il «dialogo con l’opposizione», perchè la scuola non è «né di destra né di sinistra». Proprio perché i cambiamenti non sono pochi nelle scuole in questi giorni si respira molta confusione. Le nuove norme sono state approvate sotto forma di un decreto che è già legge ma per diventare davvero operative hanno bisogno di un regolamento, si tratta dei decreti attuativi che per avere valore devono essere approvati entro il 31 gennaio, il che spiega la fretta che il ministero aveva di approvare la riforma senza passare in Parlamento. Attraverso questi regolamenti si definirà dove saranno tagliati i posti di ausiliari, tecnici e amministrativi (oltre 44 mila) e le cattedre (circa 88 mila) nei prossimi tre anni. Ridurranno il tempo prolungato alle medie, riscriveranno le superiori e gli istituti tecnici e professionali. Perché, ad esempio, delle 900 sperimentazioni oggi presenti si salverebbero solo quelle dei licei europei e internazionali o con partneriati internazionali. Non sono modifiche da poco e nelle scuole c’è grande disorientamento. «Partiamo già in questo periodo con gli open-day per dare ai genitori le informazioni necessarie per orientarsi nelle scelte - racconta Pietro Bovaro, presidente dell’Istituto tecnico Grassi di Torino - Abbiamo avuto molti genitori disorientati e i docenti non sanno che cosa dire perché non sappiamo che cosa potremo salvare delle nostre sperimentazioni nè dell’autonomia che è garantita agli istituti di operare. Abbiamo spiegato con chiarezza qual è la situazione ma c’è anche un altro problema. In questo periodo noi pensiamo alla distribuzione delle cattedre per il prossimo anno e ora invece non possiamo farlo». Entro la metà di dicembre si dovrebbe tenere un consiglio dei ministri nel quale verranno portati i decreti attuativi da proporre in Parlamento. Al ministero stanno lavorando alla definizione del testo ma non è un'operazione semplice. Si tratta di ridurre gli orari settimanali degli istituti tecnici e professionali e di aumentare quelli delle scuole superiori. Di tagliare la quasi totalità delle 900 sperimentazioni oggi esistenti, fatta eccezione per i licei europei e internazionali o comunque le sperimentazioni linguistiche istituite con partenariati internazionali.

 

"I fannulloni? Stanno a sinistra"

MONTECATINI TERME (PT)

La categoria, fino a ieri trasversale, dei fannulloni, oggi trova con il ministro della Funzione Pubblica, una collocazione politica precisa: «Spesso stanno a sinistra», dice Renato Brunetta a Montecatini dove partecipa a un’assemblea dei Circoli del Buon Governo. Non solo. Nella stessa assemblea, Brunetta difende anche il rinnovo del contratto nel settore avvenuto senza la Cgil e, sulla mobilitazione del sindacato di Epifani, sottolinea: «Se dovessi misurare l’impatto della Cgil nello sciopero del pubblico impiego questo è del 7-14%, ovvero un 7-14% di iscritti alla Cgil che hanno protestato contro il contratto. In una democrazia bisogna tener conto anche di loro, ma il 7-14% mi sembra ben lontano dal 51% e quindi si va avanti». Incontenibile, sicuro e determinato Brunetta vuole scavare nei «depositi nascosti di potenzialità» della macchina pubblica, per aumentare del 30-40% la produttività. Un volano straordinario per l’Italia, come lo chiama il ministro, che deve essere messo in moto. All’ex ministro Franco Bassanini che ha criticato i tagli, Brunetta risponde: «Lui adesso è impegnato a studiare da banchiere e forse non ha letto bene le mie cose. Io, non voglio tagliare, ma aumentare i beni e i servizi. Io voglio più scuola, più salute, più efficienza della magistratura, più sicurezza: è questo il mio riformismo». La «cura Brunetta» sta trovando opposizioni che, però, non smuovono il ministro. «Non tutto poteva andare bene - sottolinea Brunetta a Montecatini Terme - perchè ho toccato i santuari della sinistra. Questo non poteva non turbare i sogni dei fannulloni. Ma il Paese è con me, ma un pezzo no e me ne sono fatto una ragione. Non è con me il Paese delle rendite e dei poteri forti e quello dei fannulloni che spesso stanno a sinistra». Parole subito registrate dal segretario della Cgil Guglielmo Epifani che, sollecitato dalle domande di Lucia Annunziata nel corso della trasmissione "In mezz’ora", invita il ministro a dare «la prova di quello che afferma, altrimenti è un bugiardo». A prendere posizione contro le dichiarazioni del ministro è anche la sua omologa nel governo ombra, Linda Lanzillotta che, dopo avere ricordato il lavoro fatto insieme in Commissione Affari Costituzionali del Senato per emendare il ddl, avverte: «Attenzione ministro Brunetta, la lotta ai fannulloni può essere sostenuta a condizione che non sia né di destra né di sinistra, ma nell’interesse dei cittadini per bene e per un Paese migliore». Il socialista del Ps Bobo Craxi, commentando l’intervento di Brunetta, definisce «superficiali e faziose» le considerazioni sugli statali, a dimostrare «la mancanza di serenità e di equilibrio necessari a svolgere il compito di ministro».

 

Un regalo da Baghdad - BORIS BIANCHERI

Pochi giorni fa, cercando di tracciare in poche righe gli aspetti principali dell’agenda internazionale che Obama si trova di fronte, facevo l’ipotesi che il laborioso negoziato, che si trascina ormai da più di un anno tra il governo americano e quello iracheno circa i tempi e i modi del ritiro delle forze militari americane dall’Iraq, si accelererà con la prospettiva di un Presidente democratico alla Casa Bianca. O che, addirittura, il premier Al Maliki possa giudicare preferibile chiudere la partita nelle poche settimane che restano ancora all’amministrazione Bush. Il primo ministro iracheno aveva evidentemente già messo questa eventualità in conto: da Baghdad è venuto ieri l’annuncio che il governo ha approvato l’ultima bozza di accordo con larghissima maggioranza e che il testo verrà ora trasmesso al parlamento per l’approvazione. Il ministro degli Esteri Zebari si è detto fiducioso che esso possa essere pronto per la firma (che a quanto già si dice dovrebbe aver luogo a Washington) a partire dai primi di dicembre. Il portavoce della Casa Bianca ha commentato che si tratta di un buon accordo che va nell’interesse di entrambe le parti. Obama ha superato così il primo ostacolo della sua politica estera senza avere neppure il bisogno di saltare. È bastata la consapevolezza che sarebbe stato lui, tra poche settimane, a prendere le cose in mano, che le dispute tra i partiti politici e le fazioni interne a Baghdad, che sembravano non avere mai fine, si sono acquietate e la soluzione è stata trovata. Si tratta in effetti, a quanto si può giudicare, di un compromesso abbastanza equilibrato tra esigenze diverse e in parte contrastanti. La data del ritiro completo dei circa 150 mila militari americani oggi presenti è stata fissata al 31 dicembre 2011. È una data definitiva che, viene assicurato, non è suscettibile di essere modificata. Essa corrisponde a ciò che Bush, il quale all’inizio di date precise non voleva neppure sentir parlare, aveva da ultimo accettato. Inoltre, è accompagnata da una riserva importante: a partire dalla seconda metà del 2009 le truppe americane abbandoneranno le città e si ritireranno nelle loro basi; perderanno così il diritto di effettuare perquisizioni o interventi nelle abitazioni private senza l’autorizzazione di un giudice iracheno e il consenso del governo. Per di più, le forze americane, che ancora oggi si trovano in Iraq in base ad un mandato delle Nazioni Unite, vi si troveranno d’ora in poi in base a un accordo fondato sulla volontà reciproca e formalmente sotto l’autorità del governo di Baghdad. Beninteso, non tutti i timori che l’accordo sollevava in Iraq sono scomparsi. Esso è certo un segno del nuovo senso di fiducia che l’attuale governo ha nella possibilità di tenere da solo sotto controllo il Paese. Proprio per questo suscita resistenza nella componente sciita della popolazione, malgrado i suoi rappresentanti nel governo e alcuni leader autorevoli come Al Sistani lo abbiano avallato. Vi è infatti chi chiede che il testo approvato sia ora sottoposto a referendum popolare. L’Iran, che degli sciiti iracheni si fa più o meno apertamente difensore, ha già dichiarato la sua ostilità a questo accordo che protrae di tre anni la permanenza di basi americane nello Stato vicino. La realtà è che l’Iran è il solo Paese ad aver tratto strategicamente e politicamente profitto dalla disastrosa avventura irachena dell’America e non ha alcun interesse alla normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti nell’area e a una maggiore stabilità della regione. Quanto a Obama, la data del 2011 è più lontana del 2010, che in campagna elettorale aveva detto essersi prefisso per il ritiro delle truppe. Ma, se sarà Bush a firmare (l’approvazione del Congresso non è necessaria), non è pensabile che denunci l’accordo. Anche perché avrà comunque la questione irachena per la sua parte più spinosa alle spalle. E perché si sarà finalmente aperta la strada per colmare il vuoto in cui il prestigio internazionale e l’autostima interna dell’America - per non parlare del suo bilancio militare - erano finiti.

 

L'effetto Obama scatena i razzisti – Maurizio Molinari

New York - Croci bruciate, fantocci impiccati, lotterie sull’assassinio del presidente, aggressioni e ogni sorta di insulti razzisti, a volte lanciati anche da bambini: è il ritratto della galassia dell’intolleranza contro gli afroamericani che il «Southern Poverty Law Center» di Montgomery, in Alabama, documenta in un rapporto che enumera quanto avvenuto dall’indomani della vittoria di Barack Obama nelle elezioni americane. Si tratta di «centinaia di incidenti», come scrive Mark Potok, il direttore dell’«Intelligence Project» che ha curato lo studio, avvenuti «dalla California al Maine» anche se concentrati in gran parte degli Stati del Sud con un’ondata di atti di razzismo, frutto della reazione dei settori più intolleranti a un risultato elettorale non gradito. Sfogliando le pagine del rapporto ci si immerge in una realtà di odio contro gli afroamericani che i maggiori mezzi di informazione in America tendono a minimizzare. A Snellville, un piccolo centro della Georgia, Denene Millner ha visto la figlia di 9 anni tornare a casa in lacrime dopo essere stata insultata da un coetaneo bianco che sullo scuolabus le ha detto: «Spero che Obama sarà assassinato». La stessa notte la cognata di Millner ha avuto il giardino devastato da vandali che, divelti alcuni simboli di Obama, le hanno lasciato due cartoni di pizza contenenti feci umane. «Non posso certo dire che tutti i bianchi di Snellville siamo malefici e anti-Obama, ma quanto avvenuto mi fa sorgere dei dubbi su che cosa abbia in mente chi compie tali gesti» ha dichiarato la Millner ai ricercatori del «Center» di Montgomery, che hanno raccolto da Grant Griffin, donna bianca di 46 anni della Georgia, questa testimonianza: «La nostra nazione è in rovina, l’elezione di Obama è solo il culmine di un processo in corso da decenni, l’unico vero cambiamento necessario sarebbe stato deportare tutti i membri della Chiesa di Obama». Sempre in Georgia, a Covington, il giorno dopo il risultato elettorale un liceale afroamericano è andato a scuola con una maglietta di Obama e il preside l’ha sospeso. La madre Eshe Riviears ha reagito rassegnata: «Piaccia o meno, siamo nel Sud e non ci sono molte persone felici di come sono finite le elezioni». Di fronte a tali testimonianze William Ferris, direttore associato del Centro di studi per il Sud all’Università della North Carolina, spiega che «la vittoria di Obama costituisce il più profondo cambiamento razziale nel Paese dai tempi della Guerra Civile, con il risultato di scuotere le fondamenta secolari della società». Proprio all’Università statale della North Carolina un gruppo di studenti ha ammesso di aver scritto insulti anti-Obama nel «tunnel della libertà di parola» dell’ateneo. Uno di questi graffiti recita: «Spariamo in testa a quel negro». A Standish, in Maine, un supermercato ha organizzato una singolare lotteria: si può scommettere un dollaro sull’assassinio di Obama «accoltellato, ucciso da una pallottola, da una bomba lasciata sul ciglio delle strada o freddato in qualsiasi altro modo». Il nome del concorso è «Poligono Osama-Obama» e a fianco è stata apposta la scritta «speriamo che qualcuno vinca». Sempre in Maine, uno degli Stati politicamente più liberal dell’America, nell’isola di Mount Desert sono stati trovati dei fantocci neri appesi agli alberi. Nel capitolo delle offese giunte da minorenni anche lo scuolabus di Rexburg, in Idaho, nel quale i bambini si sono messi improvvisamente a cantare «Assassinate Obama». Scritte razziste sono state trovate in molte metropoli, da Los Angeles dove l’invito-insulto «Tornatevene in Africa» ha coperto auto e marciapiedi, a Long Island. A New York un ragazzo nero è stato aggredito proprio durante l’Election Night da quattro bianchi che, agitando mazze da baseball, gridavano «Obama, Obama». Nella fenomenologia del razzismo post-elettorale numerosi gli episodi di croci bruciate, emulando uno dei riti più conosciuti del Ku Klux Klan, com’è avvenuto a Hardwick, in New Jersey, e a Apolocan Township, Pennsylvania, nel giardino di casa di sostenitori di Obama. «Ciò che accomuna tali azioni razziste - commenta il sociologo B.J. Gallagher, autore del libro "Un pavone nella terra dei pinguini" - è la volontà di vendicarsi contro qualcuno che assomiglia al nemico al quale non è possibile arrivare». Ecco perché le protezioni di Fbi, servizi segreti e polizia attorno a Obama continuano a rafforzarsi: nessun presidente è mai stato oggetto di tante minacce.

 

Corsera – 17.11.08

 

Né sessantotto né ventinove - Dario Di Vico

Le analogie sono delle gran trappole. Attraggono perché sono facili da maneggiare e comunicano velocemente un pensiero di sintesi ma spesso portano fuori strada. Prendiamo il caso dell'Onda, delle manifestazioni studentesche contro i decreti Gelmini. La coreografia ricorda giocoforza l'evento-padre di tutte le contestazioni, il Sessantotto, e l'analogia in questo caso è facile, quasi una sinecura. Spinge al raffronto anche l'angoscia che attanaglia la sinistra: teme di restar vittima di un lungo ciclo di vittorie del centrodestra ed è quindi naturalmente portata a puntare sullo spariglio, a confidare che sulla ruota della politica esca un altro '68. Ma chi ha investito sul paragone tra ieri e oggi sembra destinato a restar deluso. Non pare che l'Onda, a vedere anche il debole impatto dell'assemblea nazionale dei collettivi universitari conclusasi ieri alla Sapienza di Roma, abbia la stessa energia creativa del movimento di 40 anni fa. Né ci sono somiglianze tra la rottura anti-consociativa che la contestazione operò nei confronti dei poteri scolastici di allora e la pratica odierna che vede studenti-outsider e professori-insider marciare a braccetto contro il governo. Perché se è giusto sottolineare come il mondo della scuola sia una comunità di valori, è anche vero che dentro di essa prevale spesso una solidarietà di tipo corporativo, da «lobby della scuola». In quanto a differenze non va trascurata, poi, una considerazione di carattere squisitamente sociologico. Il '68 fu la manifestazione politica di un ampio processo di mobilità sociale che produsse in molte famiglie il primo laureato della casa, l'Onda invece si muove dentro una società ingessata, dove i meccanismi di casta sono vivi e vegeti e le liberalizzazioni ferme. Anche l'altra analogia, in gran voga in questi mesi, quella tra la crisi finanziaria di oggi e il crollo del '29, è suggestiva quanto ingannevole. Sostengono Alberto Alesina e Francesco Giavazzi nel loro pamphlet La crisi. Può la politica salvare il mondo? che le due situazioni non sono paragonabili. Il crac degli anni Trenta si trasformò in una tremenda e lunga depressione a causa di una clamorosa sequenza di errori di politica economica che andarono dal togliere liquidità alle banche (invece di rifornirle) all'introduzione di dazi per proteggere le industrie nazionali, da un controllo dirigistico delle contrattazioni salariali al ricorso incontrollato alla spesa pubblica. È vero che l'opinione prevalente tra gli analisti stima il 2009 e forse anche il 2010 come anni caratterizzati da forte recessione, ma vale la pena ricordare un dato: dopo il '29 il Pil americano subì un calo record del 30% e un americano su quattro finì per perdere il posto di lavoro. Oggi invece anche le previsioni più autorevoli, come quelle diffuse dal Fmi per i prossimi dodici mesi, arrivano almeno per ora a pronosticare per l'economia Usa una performance negativa dello 0,7%, e per la zona euro dello 0,5%, risultati in parte bilanciati dallo sviluppo dei Paesi emergenti che continuerà a segnare +5,1%. È chiaro che l'ordine di grandezza è totalmente diverso da quello del 1929, concludono i due economisti. Ed è difficile dar loro torto.

 

Dall'opposizione il Pd crede alle riforme – Pietro Ichino

Direttore, nel fondo del Corriere di sabato Angelo Panebianco presenta un Partito democratico preso nella tenaglia tra le iniziative riformiste del Governo e il conservatorismo della vecchia sinistra, soprattutto sulle riforme della scuola e delle amministrazioni pubbliche. Lo stesso Corriere, però, il giorno precedente, aveva dato conto di una vicenda diversa, nella quale è stato invece proprio il Pd a prendere l'iniziativa per primo e a dettare l'agenda in Parlamento: parlo del disegno di legge sulla valutazione e la trasparenza nelle amministrazioni pubbliche. Il 13 novembre la Commissione Affari Costituzionali ha approvato la prima riforma istituzionale di questa legislatura, frutto di un impegno parlamentare bi-partisan: un testo legislativo nato dalla fusione del disegno di legge del Pd, 5 giugno 2008 n. 746, con quello del Governo, n. 847, presentato tre settimane dopo. Non credo di dare una lettura faziosa o ingenerosa di questa vicenda, dicendo che i contenuti più incisivi e innovatori del testo varato in Senato sono tratti dal progetto del Pd. Mi riferisco, innanzitutto, all'istituzione di un'Agenzia centrale indipendente con il compito di garantire l'attivazione, l'indipendenza e l'efficienza di tutti gli organi, centrali e periferici, di valutazione delle diverse amministrazioni pubbliche; l'indipendenza della stessa Agenzia sarà garantita dalla necessità di un voto parlamentare favorevole molto ampio (due terzi) per la nomina del suo vertice. Essa dovrà anche controllare la bontà del metodo di valutazione e la confrontabilità degli indici di andamento gestionale che ne risultano, in modo che di ogni amministrazione si possa conoscere il grado di efficienza rispetto alle altre omologhe (e anche rispetto agli standard degli altri Paesi europei). Infine - ed è forse questa l'innovazione che avrà effetti più rivoluzionari, se attuata correttamente - la trasparenza totale: tutti i dati relativi a funzioni e servizi su cui le valutazioni verranno elaborate dovranno essere immediatamente disponibili online, in modo che chiunque possa non solo controllarne la veridicità e completezza, ma soprattutto elaborare direttamente la propria valutazione secondo criteri e metodi diversi. Il risultato dell'internal auditing e del civic auditingsi confronteranno annualmente, in ogni settore, in una public review, nella quale si discuteranno anche i nuovi obiettivi da fissare ai dirigenti. Ancora una volta, non vorrei che si pensasse che io stia esagerando in patriottismo di partito se dico che tutti questi contenuti della riforma sono frutto di una rielaborazione bi-partisan del progetto presentato dal Pd, mentre in quello del Governo essi o non c'erano, o erano soltanto accennati genericamente. Ma è proprio così: chiunque può constatarlo confrontando i due disegni di legge originari (sono disponibili entrambi nel mio sito sotto indicato). Bene: questo è quanto è accaduto - a tempo di record e nonostante il pessimo clima politico generale . in seno alla Commissione Affari Costituzionali del Senato. Ha potuto accadere per merito, certo, della disponibilità della maggioranza e soprattutto del Presidente della Commissione, Carlo Vizzini, a valutare con grande apertura tutte le proposte sul tappeto; ma per merito anche della bontà intrinseca delle proposte che il Pd ha presentato e sostenuto con forza, nonostante il duro scontro in atto sul piano sindacale per il rinnovo dei contratti del settore pubblico: per la prima volta si è vista, realmente operante, una piena autonomia reciproca tra sistema politico e sistema delle relazioni industriali. Quelle proposte, del resto, sono il frutto anche di esperienze concrete che alcune amministrazioni di centro-sinistra stanno già compiendo: mi riferisco per esempio a quanto sta facendo con successo, sul terreno della valutazione e della trasparenza, la Regione Lazio da un anno a questa parte. Si obietterà che, dopo avere votato «sì» su ciascuno degli articoli della nuova legge, il Pd si è astenuto nel voto finale: ma il maggior partito di opposizione non può non riservarsi, prima del giudizio definitivo, la valutazione del contenuto dei decreti delegati che il Governo emanerà nei mesi prossimi, nell'esercizio della delega che con la nuova legge gli viene conferita. Detto questo, concordo con Panebianco sul punto che altrettanta lucidità e incisività non si è ancora vista nell'iniziativa del Pd in altri campi di importanza vitale: per esempio in quello della scuola e dell'università, dove il ritardo iniziale sta essendo recuperato con un po' di affanno; e in quello del mercato del lavoro e del sistema del welfare, sul quale è in corso un dibattito molto aperto e intenso in seno al Pd, ma l'elaborazione programmatica registra un ritardo più marcato. Panebianco, però, deve convenire che neppure il centro-destra, in questi due campi, ha mostrato di possedere una strategia di riforma limpida, incisiva ed efficace: qui il ritardo è comune alle due parti. Anche su questi altri terreni, comunque, la sfida di Panebianco è pienamente raccolta.

 

«Ho portato due Pontefici in giro per il mondo, abbiamo tappato le falle di altri» - Antonella Baccaro

ROMA - «E all'improvviso ti ritrovi a terra». Per Riccardo Privitera, 46 anni, catanese, il pilota che più di tutti nella storia di Alitalia ha condotto gli aerei del Papa, non è solo una metafora. Giovedì scorso l'azienda per cui lavora da 22 anni lo ha rimosso dall'incarico di responsabile del medio-raggio, di fatto togliendogli anche il privilegio di accompagnare il Papa in viaggio. «La motivazione ufficiale - racconta - è che la mia posizione è cancellata». Quella non ufficiale è che Privitera è uomo troppo vicino all'Anpac, il potente sindacato dei piloti che ha guidato il «fronte del no» agli accordi. «Io non lo dico - precisa lui - ma certo qualche dubbio ce l'ho: non potevano aspettare semplicemente che Alitalia si fermasse? Dovevano rimuovermi prima? Mi pare un segnale...». Adesso Privitera è tornato a essere un comandante come tutti gli altri, e come tutti gli altri attende di essere chiamato da Cai (Compagnia aerea italiana). «Ho famiglia anch'io - racconta - una moglie e due figli di 10 e 12 anni. Se prima volavo soprattutto per passione adesso lo farò principalmente per lavoro». Dunque accetterà un'eventuale assunzione? «Ripeto, sono molto perplesso, lo farò solo perché devo lavorare. Se poi non dovessi essere chiamato, be' allora considererò delle ipotesi altrove. In passato ho rifiutato di andare a organizzare lo start up di una compagnia low cost. Ci tenevo troppo alla mia Alitalia». Certo, gli mancherà quell'emozione di vedere salire il Papa lungo la scaletta e di baciargli l'anello: «L'ho fatto per una trentina di volte, ma non mi ci sono mai abituato: si tratta del passeggero più importante del mondo» dice da cattolico credente. Ricorda ancora la parabola triste di Giovanni Paolo II: «Le ultime volte l'hanno dovuto trasportare a bordo: era troppo debole». E poi la sorpresa di Papa Benedetto XVI che è entrato in cabina di pilotaggio a salutarlo: «L'ho trovato un uomo di grande umanità e dolcezza. Molto lontano dall'immagine austera che di solito gli si attribuisce». Di quella esperienza ora gli restano, oltre alle sensazioni, una trentina di foto: «Mia madre le ha conservate una per una». Giovedì, quando è stato rimosso, quelle immagini gli sono passate tutte davanti agli occhi. «Sì, ma non si tratta solo di questo: finora ho organizzato l'attività di 1.200 piloti su 120 aerei. In 8 anni da responsabile del medio-raggio ho creato una squadra di cui sono orgoglioso». Cosa pensa che succederà ai suoi compagni? «È proprio questo il punto: è giusto allontanare tutte queste professionalità solo perché sono vicine all'Anpac? Perché sono considerate una "cupola"?». La voce s'incrina quando il pilota del Papa parla del futuro di Alitalia: «La mia sensazione - dice - è che con questa operazione si vadano a cancellare 60 anni di cultura e storia aeronautica. In Italia accadrà quello che in nessun Paese è mai accaduto ». Cioè? «I piloti non potranno contribuire con la loro professionalità al successo dell'azienda». Forse vuol dire alla sua gestione? «No, parlo di efficienza: un pilota sa come far viaggiare un aereo in efficienza e, senza intaccare la sicurezza, rendere un volo redditizio. Qui invece si dice: "L'azienda è mia e me la gestisco io". Si vuole ridimensionare il ruolo della categoria, farle "abbassare la cresta". Sì, ma a chi giova? A Cai no di certo». Qualcuno però dice che, forse, così si azzereranno alcuni privilegi di casta. «Siamo stati privilegiati - ammette Privitera -, un po' anche giustamente visto che facciamo un lavoro diverso da quello di un tassista, che pure rispetto. Quando sei lì in aria ti è richiesta una concentrazione e una preparazione pazzesca». Sì, ma i privilegi? «Ci sono stati. Ma negli ultimi 5 anni si sono molto ridimensionati». Insomma il pilota del Papa assolve la sua categoria: proprio nessuna colpa? «Non solo assolvo i piloti - ribadisce -, ma aggiungo che se c'è qualcuno che ha messo tante "pezze" alle inefficienze del sistema del volo, sono stati loro». Adesso però scioperano. «Mi viene da ridere: per provocare disagi non è necessario scioperare, è sufficiente smettere di colmare le lacune altrui. Se è questo che vogliono, prego, li può aiutare solo Dio...».

 

Se i giudici si danno l'aumento da soli – Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

Più «amanti» per tutti. Ricordate come il giudice Aldo Quartulli definì gli arbitrati, che consentono ai magistrati amministrativi di guadagnare soldi extra? «Le sentenze sono la moglie, gli incarichi l'amante». Bene: dopo essere stati più volte aboliti e ripristinati, stanno per tornare alla grande. Grazie a un emendamento che andrà in discussione proprio martedì. Il cuore dell'emendamento, firmato da tre senatori del Pdl, Massimo Baldini, Valter Zanetta e Luigi Grillo (il presidente della commissione Lavori pubblici del Senato rinviato a giudizio per concorso in aggiotaggio per i suoi rapporti con Giampiero Fiorani) è racchiuso in una sola riga: «Sono abrogati i commi 19, 20, 21 e 22 dell'articolo 3 della legge 24 dicembre 2007, n. 244». Arabo, per i non addetti ai lavori. Ma l'obiettivo è chiaro: vengono abolite le norme introdotte nell'ultima finanziaria del governo Prodi che vietavano alle pubbliche amministrazioni, senza eccezioni, di stipulare contratti contenenti la clausola del ricorso all'arbitrato in caso di disaccordo. Pena, l'intervento della Corte dei conti e pesanti sanzioni. Riassumiamo? Gli arbitrati (aboliti dal governo Ciampi, ripristinati da Berlusconi, ri-aboliti da Dini e via così…) sono una specie di corsia preferenziale parallela alle cause civili. Se l'ente pubblico che ha commissionato un lavoro e chi quel lavoro lo ha eseguito vanno a litigare sui soldi, possono chiedere che a stabilire le ragioni e i torti non sia la lentissima giustizia civile ma una specie di giurì. Un arbitro lo nomina un litigante, uno quell'altro e i due insieme nominano il presidente. Niente di male, apparentemente. Se non fosse per due nodi. Primo: gli «arbitri» sono spesso giudici chiamati a decidere «privatamente » su cose che a volte toccano lo stesso Comune, la stessa Provincia, la stessa Regione o lo stesso Ministero su cui possono essere delegati a decidere nelle vesti di membri dei Tar o del Consiglio di Stato. Secondo nodo: stando ai dati del presidente dell'Autorità per la vigilanza dei lavori pubblici Luigi Giampaolino, lo Stato (guarda coincidenza…) perde sempre. O quasi sempre: in 279 arbitrati in due anni tra il luglio 2005 e il giugno 2007, ha vinto appena 15 volte. Sconfitto nel 94,6% dei casi, ha dovuto pagare alle imprese private 715 milioni di euro. Pari al costo del Passante di Mestre. Va da sé che, oltre ai privati, hanno esultato gli arbitri. Che si sono messi in tasca, euro più euro meno, una cinquantina di milioni. Una cosa «indecorosa», diceva un tempo Franco Frattini invocando «l'incompatibilità totale fra lavoro istituzionale dei giudici e altri incarichi ». «Inaccettabile», concorda il Csm che da anni non consente ai giudici civili e penali di accettare arbitrati. «Indecente», insiste Antonio Di Pietro, che più di tutti ha spinto, da ministro delle Infrastrutture, per mettere fine all'andazzo. Macché: di proroga in proroga, è rimasto tutto come prima. E il divieto assoluto di ricorrere all'arbitrato non è mai entrato, di fatto, in vigore. Peggio: l'emendamento Grillo- Baldini-Zanetta non si limita a ripristinare gli arbitrati. Va oltre. E stabilisce una specie di percorso automatico: o l'ente pubblico e l'impresa privata che vanno in lite si accordano entro un mese oppure, senza più le procedure di prima, si va dritti alla composizione arbitrale. E dato che in questi casi lo Stato perde quasi sempre, va da sé che questo potrebbe spingere perfino le amministrazioni più riluttanti, per non subire oltre il danno la beffa di dover pagare avvocati e spese processuali, a rassegnarsi alla «proposta di accordo bonario». Cioè alle richieste delle imprese. Coscienti di spazzare via tre lustri di tentativi di moralizzazione avviati da Carlo Azeglio Ciampi, gli autori dell'emendamento hanno sciolto nella pozione uno zuccherino: il dimezzamento dei compensi minimi e massimi dovuti agli arbitri. Evviva! Fermi tutti: salvo la possibilità di aumentare del 25% le parcelle «in merito alla eccezionale complessità delle questioni trattate, alla specifiche competenze utilizzate e all'effettivo lavoro svolto». E chi decide l'aumento? Gli arbitri stessi. Non bastasse, la sconcertante manovra per rilanciare gli arbitrati mai aboliti arriva nella scia di altri due episodi, diciamo così, controversi, che riguardano gli stessi magistrati amministrativi, da sempre cooptati a decine in questo e quel governo, di sinistra o di destra, come capi di gabinetto o responsabili degli uffici legislativi. Incarichi che ricoprono continuando a progredire nella carriera giudiziaria come fossero quotidianamente presenti e cumulando i due stipendi. Il primo è la decisione di spostare la definizione delle norme che dovrebbero regolare gli incarichi pubblici. Abolito il tetto massimo di 289 mila euro fissato da Prodi, tetto che arginava alcuni stipendi stratosferici, il governo si era impegnato a fissare le nuove regole entro il 31 ottobre. Macché: tutto rinviato. Nel frattempo non solo tutto resta come prima, ma alcune società pubbliche come il Poligrafico, la Fincantieri o l'Anas hanno rimosso dai loro siti l'elenco delle consulenze e il loro importo, vale a dire uno dei fiori all'occhiello rivendicato sia dal vecchio governo di sinistra sia da Renato Brunetta. Ma la seconda «eccentricità» è forse ancora più curiosa. Riguarda un concorso. Erano in palio 29 posti di «referendario» (traduzione: giudice) nei Tar. Presidente della Commissione: Pasquale De Lise, «aggiunto» del Consiglio di Stato e autore di una celebre battuta sugli arbitrati suoi: «Il guadagno legittimo di qualche soldo». Partecipanti: 415 candidati. Ammessi agli orali, svoltisi in queste settimane: 30. E chi c'è, tra questi promossi? Una è Paola Palmarini, docente alla Scuola Superiore dell'Economia e delle Finanze di cui tempo fa era rettore il marito, Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto di Giulio Tremonti nonché membro del Consiglio di Presidenza, cioè dell'organo di autogoverno delegato a nominare le commissioni d'esame. Un'altra è Anna Corrado, moglie di Salvatore Mezzacapo, giudice dei Tar e lui stesso membro dell'organo di autogoverno che sceglie le commissioni. Il terzo è Enrico Mattei fratello del magistrato del Tar Fabio Mattei, ammesso agli orali (dopo essere stato inizialmente scartato), grazie a una sentenza del Tar Lombardia firmata da Pier Maria Piacentini, il quale non molto tempo prima aveva avuto dal già citato organo di autogoverno l'autorizzazione ad assumere un incarico molto ben remunerato «di studio e approfondimento dei problemi concernenti concessioni di valorizzazione dei beni demaniali». Incarico «conferito dal Direttore dell'Agenzia del Demanio ». Cioè dalle Finanze.

 

«Misure straordinarie contro la mafia» - Felice Cavallaro

PALERMO — Rassicura la Marcegaglia e Ivan Lo Bello, il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Garantisce massima attenzione agli imprenditori minacciati in Sicilia. Striglia polizia e carabinieri perché «occorre essere più incisivi», chiede al Parlamento di «non cincischiare» e propone misure straordinarie. Picchia duro su tutti i fronti il ministro della Difesa con radici nella sua Sicilia. Suggerisce rapidità per il disegno di legge sulla sicurezza «rallentato dalla sinistra» e, in caso contrario, propone un immediato Consiglio dei ministri per adottare le «misure» pensando anche ai drammi di Giuseppe Catanzaro e Mariano Nicotra minacciati ad Agrigento e Messina. Lo fa evitando l’aria del professorino pronto a dare lezioni. Ma tira la giacchetta anche al suo collega Roberto Maroni perché, da ministro dell’Interno, rafforzi la lotta nella trincea antimafia. Esordisce con una certezza, mentre le sue dita e i suoi occhi scorrono fra i titoli su minacce e attentati. «Lo Stato non si tira indietro. Gli imprenditori hanno le spalle coperte», assicura il ministro al quale fanno riferimento i carabinieri. Ricorda bene l’appello di Lo Bello, il numero uno di Confindustria Sicilia che l’anno scorso parlò dei suoi colleghi pronti ad alzare la testa chiedendo allo Stato di non lasciarli soli. «Appello recepito. Fatto proprio dal governo, dagli apparati di sicurezza — insiste —. Lo Stato non ha alcuna intenzione di lasciarli soli. Come so per certo che il ministro Maroni considera punto centrale la lotta alla criminalità e soprattutto alla criminalità organizzata». Però? Perché un però aleggia fra le pieghe di tante rassicurazioni. E viene fuori parlando del disegno di legge sulla sicurezza, tema di discussione e divisione in Parlamento. Di qui l’invito all’opposizione: «Il modo migliore per dare un segnale concreto è approvare due norme pesanti. E faccio un appello alla sinistra che ne sta rallentando l’iter. La prima è una più facile applicazione del 41 bis, il regime del carcere duro». Il riferimento corre alla procedura per decidere sulla pericolosità dei boss, come spiega La Russa: «Cambiano le modalità di accertamento. E questa è una delle cose che colpisce di più la mafia. Perché si mettono i capi nell'impossibilità di operare all’interno del carcere». La seconda norma? «La trasformazione in denaro dei beni confiscati alla mafia. Si semplificano le procedure per confisca e vendita di case, aziende, terreni acquisiti illegalmente. È la strada che colpisce al cuore i boss». Norme robuste, finora rimaste sulla carta, come dice il ministro con linguaggio colorito e conseguente invocazione: «Il Parlamento non può cincischiare. Il testo riguarda anche il tema dell’immigrazione e su questo nascono le divisioni. Ma per frenare alcuni aspetti si rallentano norme che non si possono assolutamente postergare». No, per La Russa non c’è tempo da perdere: «Se l’allarme continua e se le divisioni restano, alla prossima riunione del Consiglio dei ministri, Maroni dovrebbe presentarsi con una relazione chiara sullo stato delle cose. Perché si potrebbero adottare delle misure straordinarie». Quali? Più uomini attorno agli imprenditori? Più intelligence? «Guai a fare gli orecchianti, a improvvisare e lanciare ipotesi senza essere certi di quel che è utile. Ma occorre essere più incisivi. E questo è un appello che affido al capo della polizia, al comando generale dei carabinieri, soprattutto al ministro dell’Interno che saprà coordinare e usare al meglio le forze in campo». Cosa dire dopo macabri messaggi come la croce trovata davanti all’azienda di Catanzaro o i tre colpi di pistola contro l’auto di Nicotra? Basteranno le «misure straordinarie»? «Dico loro di non arrendersi perché lo Stato ha mezzi e uomini per fare fronte». La Russa conosce le critiche mosse contro una politica giudiziaria che colpirebbe soprattutto clandestini e immigrati. Quante volte s’è detto che le carceri sono zeppe di disperati. Ma respinge l’accusa con decisione: «Fare la lotta alla mafia non significa trascurare la criminalità comune. Non c’è contrasto. La tolleranza zero verso scippi e rapine fa il vuoto intorno alle mafie. E’ virtuoso occuparsi di entrambi i fronti. L’uno toglie il respiro all’altro».

 

«Non è omicidio né eutanasia. Vorrei che la Chiesa si esprimesse con più prudenza» - Luigi Accattoli

ROMA - «Quando ci sarà il testamento biologico io disporrò di essere mantenuto in vita finché possibile, perché anche un filo d'erba rende lode al Creatore. Ma non posso volerlo per altri e sono convinto che nel caso di Eluana l'interruzione del trattamento non sia omicidio né eutanasia. Vorrei che le autorità della Chiesa cattolica — alla quale appartengo — si esprimessero con prudenza in una materia che è nuova e ricca di zone grigie»: è l'opinione del teologo Vito Mancuso che insegna all'università San Raffaele di Milano. Professore perché non si tratterrebbe di eutanasia? «Non è eutanasia attiva, in quanto non ci sarà un farmaco che provocherà la morte. Ma neanche passiva: se l'alimentazione tramite sondino non è "terapia", non è cioè assimilabile a un farmaco, la sua cessazione non può essere detta eutanasia passiva». Che cos'è allora? Un abbandono alla morte per fame e sete? «È l'interruzione di un trattamento di rianimazione risultato inefficace, deliberata in conformità a un orientamento espresso a voce dall'interessata in anni precedenti l'incidente». Possiamo giurare su una battuta detta in famiglia, non attestata per iscritto? «Purtroppo no, non possiamo tirarne una conclusione sicura. Ma quelle parole di Eluana sono tutto ciò di cui disponiamo per cogliere la sua intenzione e possiamo fare credito ai genitori che le attestano — e che tanto l'amano — e ai magistrati che hanno vagliato la loro attestazione». Lei è favorevole al testamento biologico? «Lo vedo come uno strumento di libertà di fronte allo sviluppo delle tecnologie mediche». Ma la vita non è un valore indisponibile? «Concordo sull'indisponibilità della vita, ma reputo che vada rispettata la libertà di chi rifiuta per sé un trattamento che lo mantiene in una condizione di vita che egli reputa non-vita. La vita si dice in tanti modi. Il principio primo non è quello della vita fisica da protrarre il più a lungo ma è quello della dignità della vita e questa si compie nella libertà personale». Con il testamento biologico uno dovrebbe poter scegliere di non essere alimentato se venisse a trovarsi in stato vegetativo? «Ritengo che vi debba essere questa possibilità. Per me non la sceglierei, ma non sono sicuro riguardo a ciò che vorrei per i miei figli: c'è sempre divario nell'accettazione della propria sofferenza e di quella dei figli». Lei contraddice alcune affermazioni dell'arcivescovo Fisichella e del cardinale Bagnasco: che la Corte apra all'eutanasia e che l'alimentazione sia sempre dovuta... «Auspico una maggiore saggezza nella parola degli uomini di Chiesa. Come si può tenere per certo che l'alimentazione tramite sondino non sia una terapia se gran parte della scienza medica la considera tale? E perché definire eutanasia qualcosa che formalmente non lo è? Non sarà alzando il tono della voce che si difende la vita».

 

Petraeus, il salva-presidenti - Franco Venturini

Un generale tutto d'un pezzo capace di alternare la feluca del diplomatico al berretto del comandante. C'è la sagacia fuori ordinanza di David Howell Petraeus dietro l'accordo che fissa al 31 dicembre 2011 il termine ultimo per il ritiro delle forze statunitensi dall'Iraq. A Washington lo chiamano il salva-Presidenti, ed è probabile che a lui questa definizione non dispiaccia. Dopotutto senza il buon uso della autonomia tattica concessa al generale oggi Bush non potrebbe vantare un oggettivo successo dopo tanti dispiaceri. E Barack Obama, appena insediato alla Casa Bianca, avrà anche lui bisogno di Petraeus per non perdere, e possibilmente per vincere, la quasi compromessa guerra in Afghanistan. La nuova scommessa del generale è temeraria, più di quella vecchia. Ma i talebani sbaglierebbero a sottovalutare il loro nuovo avversario e a non ripercorrere la sua storia recente. Nel gennaio del 2007 l'Iraq era per l'America un disastro compiuto. Attentati continui, perdite altissime, campagna elettorale alle porte. Bush prende allora due decisioni: spedisce a Bagdad altri 30 mila uomini e affida pieni poteri al nuovo comandante in capo David Petraeus. Il quale ci mette poco a rovesciare il tavolo. Senza mai compromettersi sul piano formale, il generale «parla con il nemico». Spezza il fronte della guerriglia sunnita e arruola una buona parte degli ex insorti nella lotta contro al Qaeda. Distribuisce diversamente sul terreno le forze statunitensi e punta alla valorizzazione del nuovo esercito iracheno nel quale sono stati riammessi i baathisti sunniti prima ridotti al rango di paria. Incoraggia per quel che può la riconciliazione interna e approva un dialogo circoscritto con l'Iran sciita. Dopo tre anni di vicolo cieco e un annuncio di vittoria del quale oggi lo stesso Bush si pente, il pragmatismo post-neocon di Petraeus cambia il volto della guerra. Diminuisce il numero degli attentati (che tuttavia continuano, come si è visto anche ieri). Calano vistosamente le perdite americane. A Bagdad la vita torna a una precaria normalità controllata sempre più dagli iracheni. E con il governo di Nuri al-Maliki viene impostata la trattativa che ora si è conclusa in accordo: già dalla metà del 2009 le divise americane dovranno sparire dalle strade delle città e dei villaggi, in attesa del tutti a casa fra tre anni. Il patto, beninteso, non esclude che poco o anche molto possa andare storto. Obama, che inizialmente voleva il ritiro entro sedici mesi dalla sua elezione, si adatterà senza fatica alla nuova scadenza. Ma la riconciliazione interna in Iraq non c'è stata, non c'è stata una equa distribuzione delle risorse energetiche, rimane insomma il pericolo di una disgregazione del Paese in tre aree diverse e non amiche. Aspetteranno il ritiro Usa per regolare i conti, le molte milizie armate che sopravvivono a Bagdad e dintorni? E quale ruolo svolgerà l'Iran, che in assenza di contropartite su altre scacchiere può facilmente soffiare sul fuoco appena al di là dei suoi confini? Dell'Iraq, non c'è da dubitarne, sentiremo ancora parlare. Ma quel che Petraeus ha fatto partendo da dove è partito ha comunque del miracoloso, e ora Barack Obama spera che il miracolo possa ripetersi in Afghanistan. Questa volta il Presidente e il generale vorranno entrambi cambiare registro. Si tratta di incoraggiare, ma anche di gestire, i contatti che Hamid Karzai ha avviato con i talebani «meno cattivi» per capire se la formula applicata ai sunniti in Iraq possa essere ripetuta in Afghanistan. Si tratta di dare maggior peso alle tribù e agli «anziani», per frenare lo slittamento della società afghana verso posizioni anti-invasori. Si tratta di ottenere il massimo dagli alleati (anche l'Italia sarà sollecitata) in termini di forze militari e di sostegni finanziari. Si tratta di riorganizzare completamente il capitolo degli aiuti, evitando gli attuali enormi sprechi. Si tratta di provare a coinvolgere i Paesi vicini (anche l'Iran) e di elaborare una nuova politica verso l'instabile Pakistan. E soprattutto la visione del generale sarà messa alla prova dai bombardamenti che facendo centinaia di vittime civili distruggono quel che altrove si è provato a costruire, in Afghanistan e da qualche tempo anche in Pakistan. La prova del fuoco è dunque alle porte. Per Barack Obama, beninteso. Ma anche per il generale che sa dosare come nessun altro carota e bastone.

 

l’Unità – 17.11.08

 

Vescovi, politici, fiction tv: non c'è pace per Eluana - Marco Bucciantini

I paladini del rispetto della vita fanno chiasso nella stanza silenziosa di Eluana Englaro. «Omicidio», gridano. «L’Italia pratica la pena di morte». Dopo la sentenza della Cassazione, corte suprema di giudizio della Repubblica italiana, la camera dove Eluana andrà a morire è diventata il palcoscenico degli ultrà cattolici. Il padre ha chiesto rispetto, e sta cercando una struttura dove attuare la sentenza, che permette la sospensione dell’alimentazione per la figlia. La morte è già lì, ha preso in ostaggio Eluana e i suoi cari da 17 anni. Beppino Englaro vuole sottrarle l’arbitrio di provocare sofferenze inutili. La Cassazione sta con lui. La Chiesa è contro e schiera tutte le truppe: politici di riferimento, associazioni. E usa giornali, tv, internet. Sacro e profano: il Movimento per la vita si rivolge al presidente Giorgio Napolitano «perché conceda la “grazia” a Eluana» e l’associazione Scienza e Vita raccoglie messaggi sul suo sito internet (non più di trenta) e si appella contro la sentenza su Facebook, sito di conversazioni a perditempo: «No alla prima esecuzione capitale della Repubblica italiana», titola, raccogliendo mille e 200 iscritti. Altri stanno con Beppino Englaro, ma sono gruppi con meno tifosi. Alla stanza di Eluana hanno bussato in molti. L’Avvenire ha titolato sulle «preghiere straordinarie in tutta Italia» contro «l’omicidio» , il cardinale Ennio Antonelli ha ridimensionato lo stato di Eluana («È una persona che dorme...»), Camillo Ruini è intervenuto su Rai Uno per bollare come «tragicamente sbagliata» la decisione della Cassazione, e lamentare «la riedizione italiana del caso Terry Schiavo», la donna americana al centro di un dramma simile, con i vescovi americani però assai defilati: la battaglia fu anzitutto familiare (marito contro genitori) e giudiziaria. I politici teodem - da Binetti a Bobba - parlano di eutanasia, altri affrettano la legge, per evitare imbarazzi simili. Si distingue Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, che si accoda a Ruini, «sagge parole», e si spinge alla massima tensione: «Si eviti un omicidio mediante sentenza». Per questo il Movimento per la Vita chiede al governo «un decreto d’urgenza per impedire l’interruzione dell’alimentazione». «Rispetto tutti. E vorrei che io e mia figlia avessimo lo stesso rispetto». Rispetto, ripete dunque il padre, che crede nella decisione della Cassazione e non usa altri trucchi: «Mi hanno suggerito di mostrare una foto di Eluana adesso, morente, sfinita, invece dei ritratti sorridenti e pieni di vita che pubblicano i giornali. Non lo farò: lei vide le foto scattate durante l’agonia di Leonardo David, lo sciatore che finì in coma e morì dopo 6 anni. Ne rimase turbata. Ci disse: promettetemi che se mi dovesse accadere qualcosa di simile, non mi mostrerete a nessuno in quello stato». In questo “vuoto” legislativo che lascia padri e madri logorarsi di dolore, e medici compromettersi, c’è intanto una promessa da mantenere e una sentenza da rispettare: l’assedio di alcuni politici e della Chiesa sta compromettendo questo sviluppo del diritto. Andare in Friuli, nonostante la disponibilità del governatore Renzo Tondo, è complicato proprio per lo sbarramento della Curia, della stessa maggioranza di centrodestra e per la pressione dei medici obiettori. Tanto che Beppino Englaro sta pensando di portare Eluana all’estero, in Austria, in Slovenia, dove forse la figlia potrà riposare in pace.

 

Epifani: confermato lo sciopero generale del 12 dicembre

Lo sciopero generale proclamato dalla Cgil per il 12 dicembre è confermato. Per il leader del primo sindacato italiano, Guglielmo Epifani «c'e una sola possibilità di non farlo: che il governo accolga una buona parte delle nostre richieste, che sono quelle dei lavoratori e dei pensionati». E poi rispondendo alle dichiarazioni del ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta sui "fannulloni di sinistra" dichiara: «Ci dia prova di quello che afferma, perché se non lo fa è un bugiardo». Intervistato da Lucia Annunziata a «In mezz'ora» su RaiTre, Epifani indica che la Cgil al momento non fa alcun passo indietro. «Lo sciopero è stato proclamato perchè le risposte alla crisi non arrivano e temiamo che quelle che possono arrivata non siano adeguate a dare risposte alle persone», dice, spiegando che si tratta di uno sciopero «ponderato da tempo, non è una scelta dell'ultimo momento». Poi sul piano di 80 miliardi annunciato per l'Italia ieri al G20 aggiunge: «Si tratta di pochissimo, e del tutto insufficiente». È poco, dice Epifani, perchè la maggior parte di quei soldi era «già stanziata» tra fondi europei e risorse per le infrastrutture. E ribadisce: «Se è una crisi eccezionale come tutti dicono ci voglio risposte eccezionali». «Mi sono arrabbiato perchè i problemi che riguardano il Paese vanno affrontati alla luce del sole, ai tavoli propri. Non c'è alcun tavolo, nessuna sede, nessun confronto. Noi mandato nostre proposte e non abbiamo avuto nessuna proposta. E mentre non ci convoca, cosa fa, incontri riservati». È quanto ha affermato Epifani parlando dell'incontro 'riservato' che la scorsa settimana parte del governo ha avuto con i segretari generali di Cisl e Uil e con il Presidente di Confindustria. «La cosa che non mi è andata più giù - ha detto Epifani - èstata la presenza del presidente Confindustria. Posso immaginare che se riceve un invito faccia fatica a dire di no. Ma almeno in quella sede credo che debba dire: guarda ma manca il più grande sindacato del Paese. Io non mi sarei seduto senza avere Confindustria mentre erano presenti altri datori di lavoro. Non so se Marcegaglia lo ha fatto. Ma penso di no». Epifani ha paragonato l'incontro a quello del 2002, chiamato «incontro della lavanderia - ha ricordato Epifani - perchè è una modalità che si ripete. Cisl e Uil e il vice presidente di Confindustria si incontrarono in albergo di Roma passando attraverso l'ingresso della lavanderia; questa volta sono passati dalla porta di dietro». Per il leader Cgil «siccome Berlusconi non si muove per prendere the, vorrei che si dicesse a cosa è servito quell'incontro». Epifani ipotizza «o si è dato il via libera all'accordo sui contratti, o si sono gettati i ponti su cui il governo farà la manovra contro la crisi: ma in entrambi i casi una modalità di incontro di questo tipo sia grave. Anche perchè poi nessuno dei presenti mi ha chiamato per dirmi: c'ero o non c'ero. Questo conferma i miei sospetti, vuol dire che qualcosa si è deciso»


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