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Manifesto – 19

Manifesto – 19.11.08

 

Le badanti del governo - Antonio Sciotto

ROMA - Continua il dibattito sugli ingressi per gli immigrati, alimentato dalla polemica che è nata ieri, dopo che la Cgil di Treviso aveva chiesto un blocco di nuovi flussi finché non fossero stati regolarizzati i tanti lavoratori in nero e riassorbiti quelli che stanno perdendo il posto a causa della crisi. Il centrodestra, e in particolare la Lega, ha «gioito» alla notizia, leggendo un'adesione della Cgil alle idee espresse dal ministro Maroni (che aveva annunciato lo stop ai nuovi ingressi per i prossimi due anni). Ma la Cgil nazionale ha respinto qualsiasi apparentamento con l'esponente leghista, ribadendo anzi la richiesta di sospendere la legge Bossi-Fini, che lega i permessi di soggiorno al contratto di lavoro. Anche il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, è intervenuto, lodando la posizione della Cgil di Treviso, e però «correggendo il tiro» rispetto a Maroni: è vero che saranno bloccati i nuovi ingressi di operai, ma i prossimi decreti flussi non fermeranno colf e badanti. Ieri Sacconi spiegava: «Io e il ministro Maroni intendiamo disporre un numero limitato di ingressi solo per coloro che presentano un contratto di collaborazione familiare, con particolare riguardo alla cura delle persone non autosufficienti oltre agli infermieri, alle alte professionalità e ai lavoratori stagionali di agricoltura e turismo. Non entreranno quindi lavoratori destinati all'industria o alle costruzioni». Secondo lo staff del ministero la limitazione non sarebbe diretta ai 170 mila ingressi previsti dall'ultimo decreto (di cui 100 mila sono colf e badanti), ma attiva a partire dal prossimo anno. Sui nuovi flussi, va ricordato, deve comunque legiferare il Parlamento: il ddl sulla sicurezza, la cui votazione è slittata a dicembre, dopo la finanziaria, contiene infatti gli emendamenti della Lega che bloccano gli ingressi per due anni e istituiscono le ronde cittadine. La Cgil è intervenuta sul tema, ribadendo le proprie posizioni rispetto alle polemiche - definite «strumentali» - sul caso di Treviso. La segretaria confederale Morena Piccinini, spiega che «non c'è alcuna affinità con la Lega: la proposta di blocco o moratoria dei flussi per due anni è sbagliata, e la Cgil dice esattamente l'opposto. Va regolarizzato chi oggi è in nero, va sospesa la norma della Bossi-Fini che condanna gli immigrati regolari all'espulsione dopo 6 mesi di licenziamento, va riformato il meccanismo dei flussi». Piero Soldini, responsabile immigrazione Cgil, aggiunge che «l'italiano licenziato può avere uno o due anni di mobilità, mentre, a causa della Bossi-Fini, l'immigrato deve lasciare il nostro Paese dopo 6 mesi. Il blocco voluto dalla Lega è sbagliato, e anzi bisogna sbloccare i flussi: basti pensare che sugli attuali 170 mila ingressi previsti, sono solo 110 mila i nulla osta rilasciati, mentre altre 570 mila domande sono senza sbocco». Gli immigrati regolari in Italia, secondo l'ultimo rapporto Caritas, sono 4 milioni, mentre gli irregolari secondo la Cgil sono 1 milione (un terzo dei lavoratori sommersi del Paese); gli immigrati rappresentano il 6% della popolazione ma producono il 10% del Pil. Versano 3 miliardi di contributi, ma ricevono prestazioni solo per 1 miliardo. «Se fossero regolarizzati anche solo i 570 mila esclusi dagli ultimi flussi - afferma Soldini - avremmo 2, 5 miliardi di contributi, con cui si potrebbero finanziare gli ammortizzatori. E non va bene neanche annullare i flussi per i prossimi anni: ci saranno sempre lavori che gli italiani non vogliono fare, ed è ovvio, come richiamavano a Treviso, che deve avere priorità chi lavora qui da anni e rischia di andare via. Ma questo non vuol dire che non ci possano essere altre posizioni disponibili. Si deve valutare caso per caso: la chiusura totale, che vuole la Lega, è solo propaganda, anche perché gli arrivi di immigrati con la crisi aumenteranno». Gianni Rinaldini, segretario della Fiom, dice che «chiudendo le frontiere si alimentano spinte xenofobe e razziste: di fronte ai licenziamenti, bisogna cancellare il legame fra permesso di soggiorno e contratto di lavoro previsto dalla Bossi-Fini». Adama Mbodj, presidente del Comitato centrale Fiom, è senegalese ed è anche segretario generale della Fiom di Biella: «Se è vero che a Treviso hanno chiesto di bloccare i flussi, hanno espresso una posizione leghista, che non è in linea con quanto diceva il segretario Epifani quello stesso giorno, presentando la campagna della Cgil contro il razzismo». Mbodj conferma che in Piemonte «tanti immigrati stanno perdendo il loro posto di lavoro, perché sono gli ultimi arrivati o lavorano nelle mansioni più basse. Molti hanno diversi figli, e se il loro nucleo familiare scende sotto i 25 mila euro di reddito, entra per intero nella clandestinità. Tanti stanno anche perdendo la casa, perché non riescono più a pagare il mutuo: così si registrano diversi casi di emigrazione verso la Francia, soprattutto di chi è già cittadino italiano ma qui non trova più lavoro. Così, molti si trovano costretti a dividersi dalle loro famiglie».

 

Famiglia Cristiana attacca il governo: «Misure indegne»

Alessandro Braga

MILANO - Anche questa volta, come altre, l'attacco più diretto e duro alle misure previste nel «pacchetto sicurezza» del governo non arriva dall'opposizione parlamentare, ma da una rivista cattolica. La «solita» Famiglia Cristiana. Ieri la conferenza dei capigruppo del Senato ha fatto slittare a dopo la Finanziaria il voto sul disegno di legge sulla sicurezza. Il settimanale dei paolini, invece, è andato giù duro ancora una volta contro le manovre del governo. «Indegno di uno stato di diritto». Questo il giudizio, «papale papale», espresso nell'editoriale politico a firma di Beppe Dal Colle. Le misure previste dal pacchetto, le più importanti (istituzionalizzazione delle ronde di privati cittadini, permessi a punti, schedatura dei senza fissa dimora), hanno due caratteristiche comuni. Entrambe negative. Uno: «L'inutilità ai fini a cui sono rivolte». Due: «L'estrema difficoltà a metterle in pratica da parte di uno stato la cui giustizia e la cui burocrazia già faticano a tenere il passo delle normali incombenze». Insomma, una bocciatura a tutti gli effetti delle misure tanto volute dalla Lega nord, e difese ancora due giorni fa dal ministro degli Interni Roberto Maroni. I provvedimenti, continua il settimanale cattolico, «scontano le conseguenze di un'esagerata descrizione della realtà, come ha dimostrato il caso suscitato dalla decisione, presa nel giugno scorso, sul rilevamento delle impronte digitali ai bambini rom». Schedatura comunque, ricorda ancora Dal Colle, che era già stata effettuata «con metodi diversi e più tradizionali, d'intesa con la Croce rossa». E parole dure arrivano anche per l'altra schedatura prevista dalla proposta di legge, quella dei senza fissa dimora. Anche quella «fu già fatta - ricorda Famiglia Cristiana - ma con spirito totalmente diverso da quello del pacchetto sicurezza». Ricordando l'esperienza di Lia Varesio, che nel 1980 aveva fondato a Torino un'associazione di volontari che tutte le notti se ne andavano in giro per le strade della città piemontese a cercare i clochard che dormivano sulle panchine dei parchi o sotto i portici delle stazioni. Ma gli attacchi al «pacchetto sicurezza» governativo non si fermano qui. Ieri critiche al provvedimento, per quanto riguarda l'istituzione delle ronde, sono arrivate anche dall'associazione dei funzionari della polizia: «Dilettanti allo sbaraglio. E questo sarebbe il male minore! Questo viene da pensare leggendo certe ipotesi sulla sicurezza che si affacciano disinvoltamente in Parlamento e che delegittimano le forze di polizia dello stato», scrivono i funzionari di polizia. Che, per bocca del segretario nazionale Enzo Marco Letizia, parlano anche del rischio che le ronde, se ufficializzate, possono «costituire un cavallo di Troia per legittimare sul territorio le azioni incontrollabili, pericolose e disgreganti di associazioni mafiose e camorristiche, come di squadracce di esaltati». E se a dirlo non sono «pericolosi facinorosi di sinistra», ma gli stessi corpi di polizia, dovrebbe far pensare. Tanto che anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha dovuto parlare di «effetto annuncio», per quanto riguarda le ronde, ribadendo che lui non vede «una grande utilità» nella loro istituzione. Ma di questo probabilmente dovrà parlarne, e magari anche litigare, con i suoi alleati della Lega.

 

Ecco chi paga la crisi - Sara Farolfi

Non fosse tragico, sarebbe ridicolo. Le misure del governo a sostegno dell'economia reale dovranno aspettare ancora qualche giorno. Tutte tranne una, che invece viene data per certa: la proroga della detassazione di straordinari e premi, non meno di un miliardo di euro stanziati finora, destinati ad aumentare se, come pare, si alzerà la soglia di reddito necessaria per usufruirne o se la misura verrà estesa ai dipendenti pubblici. Che persino associazioni imprenditoriali, come Assolegno lombarda ha fatto ieri, ne parlino come di una misura «inutile», dovrebbe fare riflettere. Soprattutto perchè non c'è numero, nè osservatorio, che non mostri in questi giorni la «straordinaria emergenza» della crisi in corso. I dati del ministero del lavoro sull'aumento della cassa integrazione a settembre e ottobre non sono che l'ultimo tassello di un mosaico di crisi che attraversa l'intero paese. Da nord a sud, trasversalmente in tutti i settori produttivi, e per tutte le dimensioni d'impresa. A ottobre, le ore di cassa integrazione (tra ordinaria e straordinaria) sono arrivate a quota 23 milioni (contro i 19,5 milioni di settembre). Osservando i diversi settori produttivi, è l'industria a registrare il dato peggiore, con un aumento della cassa integrazione ordinaria che, a settembre, è arrivato al 68,45% rispetto a un anno fa. Un dato eclatante, considerando che è la cassa integrazione ordinaria lo strumento utilizzato per fronteggiare crisi di tipo congiunturale. Complessivamente, tra interventi ordinari e straordinari, l'aumento a settembre è stato pari al 23% (sempre su base annuale), il 14% per l'edilizia. Rigiriamo la frittata e vediamola dalla parte del lavoro. Una ricerca della Fiom bresciana mostra il ridimensionamento dei salari in un colosso (per le dimensioni d'impresa nostrane) come l'Iveco, che occupa circa 3 mila dipendenti: uno stipendio da cassintegrato, al terzo livello e con cinque scatti di anzianità, arriva a 847 euro al mese. Più in generale, dice il segretario della camera del lavoro di Brescia, Marco Fenaroli, in ottobre le richieste di cassa integrazione sono «raddoppiate» rispetto a settembre. In tutti i settori. E non solo nel Nord. In Lombardia sono 800 le aziende che hanno chiesto la cig. Nella provincia di Torino sono 260. Il Nordest è in recessione. Nessun settore produttivo pare salvarsi. Alla crisi ormai consolidata del tessile, si aggiunge quella pesante dell'auto, e ancora, l'elettrodomestico, l'alimentare («storicamente un settore anticiclico», dicono dalla Cgil), il chimico. Persino la siderurgia, un settore che negli ultimi anni ha macinato utili a non finire e che costituisce il punto di fornitura delle materie prime nel manifatturiero, entra in fibrillazione: l'Ilva di Taranto ha chiesto 13 settimane di cig per 2000 dipendenti, e in crisi c'è anche il polo genovese e quello di Piombino. «Di una somma si tratta - dice Susanna Camusso (Cgil) - Tra la crisi dei consumi che già c'era e l'arrivo della crisi internazionale». A fronte di un quadro simile, i fondi per gli ammortizzatori sociali stanziati nella finanziaria 2009 sono pari a quelli dell'anno precedente (480 milioni di euro circa), con l'aggiunta di 150 milioni euro finalizzati alla copertura della cassa integrazione in deroga (quella destinata cioè alle aziende che altrimenti non ne avrebbero diritto). «Decisamente insufficienti», secondo Camusso. Ma la crisi ha tante facce e non è uguale per tutti. C'è «un esercito» di persone che dalle aziende sta 'silenziosamente' uscendo: precari a vario titolo, apprendisti, interinali, collaboratori... Lo mostra, in parte, l'aumento delle richieste dei sussidi di disoccupazione. Secondo la Cgil, di qui ai primi mesi dell'anno, saranno messi fuori dai cicli produttivi tra i 300 e i 400 precari. Solo alla Brembo, l'azienda del vicepresidente di Confinfindustria, Alberto Bombassei, sono stati messi alla porta, ultimamente, 200 precari. Ma il governo temporeggia, preoccupato esclusivamente dell'invarianza dei saldi di bilancio. Sarà che i dati sono stati forniti dal 'suo' ministero, ieri Maurizio Sacconi ha annunciato la predisposizione di un pacchetto di misure «a giorni». Allo studio del governo, ha detto sempre Sacconi, ci sarebbe anche una forma di 'copertura' per i contratti a termine e «in determinati contesti» per i collaboratori a progetto. «Per i settori del turismo e del commercio cercheremo di incoraggiare la diffusione di organismi bilaterali che gestiscano una parte di ammortizzatori sociali», ha aggiunto il ministro. Riferendosi a quanto già vale per l'artigianato, dove non c'è cassa integrazione ma la possibilità di ricorrere a «contratti di solidarietà». Una 'protezione' che copre il 75% delle ore non lavorate, e che non prevede l'anticipo delle prestazioni (quindi i soldi, per intendersi, arrivano più tardi), spiega la Cgil. Ancora peggio dunque, a livello di tenuta dei redditi, della cig.

 

«Omicidio volontario anche per l'amianto» - Orsola Casagrande

Il giorno dopo il rinvio a giudizio degli imputati al processo per il rogo della Thyssen Krupp, l'avvocata di parte civile Elena Poli fa qualche riflessione sulle conseguenze che questa decisione potrebbe avere anche su altre vicende. In particolare per quell'accusa di omicidio volontario a carico dell'amministratore delegato dell'azienda in Italia. La prima volta che viene mossa un'accusa di questo genere ai vertici di una compagnia per un incidente sul lavoro, cosa che ha fatto sobbalzare Confindustria ed esultare sindacati e sinistre (oltre che, ovviamente, i parenti delle vittime che non fanno altro che chiedere giustizia). «Questa della Thyssen Krupp - dice l'avvocata - è senza dubbio una vicenda particolare per la risonanza che ha avuto in virtù della sua drammaticità, sette operai morti bruciati, a Torino, in una acciaieria. Ma dall'altra parte - prosegue - si tratta di una vicenda relativamente particolare rispetto ad altre». Quello che fa la differenza per l'avvocata Poli è evidentemente, come è stato evidenziato anche lunedì sera in tribunale, la decisione del Gup che ha dato ragione all'impianto accusatorio del pm Guariniello e mandato a processo i vertici della compagnia. «Importante - dice Poli - era l'imputazione e il rinvio a giudizio che la conferma. Quello che vuol dire - aggiunge - è che i dirigenti sono imputati di avere avuto delle informazioni sufficienti, degli elementi sufficienti per prevedere non solo che poteva verificarsi un incendio ma che un incendio avrebbe provocato morte». Le informazioni erano ben chiare ai dirigenti della multinazionale tedesca perché «derivavano da esperienze già verificate, da informazioni fornite dalla stessa casa madre». Ma nonostante le informazioni i dirigenti non hanno agito, non hanno preso alcuna misura per prevenire l'incidente. «È evidente - insiste Poli - che i vertici della Thyssen non solo non hanno adeguato i sistemi di sicurezza a una previsione come quella di un incidente, ma non l'hanno fatto pur avendo indicazioni precise che l'incidente si sarebbe potuto verificare e avrebbe potuto avere conseguenze mortali». In altre parole non si tratta solo di incuria, ma di incuria «corredata dal fatto che si era in presenza di informazioni certe». I vertici della multinazionale tedesca non hanno agito accettando consapevolmente un rischio prevedibile. Da qui l'accusa di dolo eventuale. Per l'avvocata Poli le conseguenze di questa decisione potrebbero essere molto interessanti anche per l'esito di altri processi. «Penso in particolare - dice l'avvocata - a quelli per le morti legate all'amianto. È pacifico che l'esposizione all'amianto provoca gravi danni alla salute e anche la morte. Alla luce del rinvio a giudizio Thyssen - prosegue - mi dico che le cose possono cambiare in casi come quello dell'amianto o comunque in quei casi in cui è certamente attribuibile ai responsabili la previsione e accettazione del rischio». L'altro aspetto di novità è legato a come questa vicenda si è svolta anche dal punto di vista legale perché c'erano prove di rappresentazione positiva di un esito mortale. Si parla di «dolo nell'omicidio». «È emersa chiaramente l'omissione dolosa di misure di sicurezza che è reato che non si contesta mai». Il processo ha messo in evidenza ancora più drammaticamente che dalla decisione della dismissione in poi i tedeschi avevano abbandonato tutte le misure di sicurezza, compresa la formazione dei lavoratori. Prima dell'incidente infatti non c'era più nessuno degli operai che guidavano le squadre addette alla sicurezza e alla emergenza. «Rocco Marzo - dice Poli - che è morto bruciato assieme ai suoi compagni aveva avuto la gestione della squadra d'emergenza per tutto lo stabilimento e non aveva fatto nemmeno il corso antincendio. Eravamo di fronte a una organizzazione del lavoro in disfacimento». In vista del trasferimento delle attività a Terni.

 

Roma-Berlino ecco l'intesa: non è sull'auto ma sull'oblio

Francesca Longo

TRIESTE - «Cucù, indovina chi sono?». «Silvio!» esclama stuporosa Angela Merkel scendendo dall'auto e trovandosi di fronte un allegro ex giovanotto in doppio petto nascosto dietro uno dei due enormi lampioni della più grande piazza sul mare del Mediterraneo. Anni dopo la grande corsa da piazza Unità alla stazione marittima o dopo l'esibizione canora di «Trieste mia», Silvio Berlusconi è tornato nella sua veste migliore a Trieste con una nuova fantastica interpretazione di se stesso, oscurando l'evento cittadino dell'anno, il rientro nel cimitero degli elefanti, Trieste appunto, di Lele Luttazzi, el can de Trieste. E' un vertice tra due Paesi che hanno un contenzioso facilmente risolvibile col tempo, i risarcimenti per le stragi naziste, e lo fanno in allegria e nella città italiana che più di tutte ha pagato i crimini fascisti nella seconda guerra mondiale. Allegria, direbbe Mike Bongiorno, purtroppo assente. Allegria, «tanto prima o poi muoiono tutti» è l'ormai strisciante scelta dell'impolitica politica europea. Moriranno le memorie delle stragi naziste così come i profughi dell'Istria (a cui un onorevole, Ettore Rosato del Pd, la scorsa settimana ha salvato i fondi per gli ormai più che cinquantennali «beni abbandonati» che la finanziaria di coloro per cui votano voleva tagliare). Moriranno le vittime della Todt (i lavoratori coatti schiavi dei nazisti) che non hanno visto un centesimo per quegli anni, due, dal '43 al '45 passati senza documenti e senza niente a lavorare per i nazisti. Moriranno e tutti i contenziosi saranno risolti brillantemente. Non moriranno né Silvio né Angela, in virtù del regalo offerto al premier tedesco, un mosaico raffigurante un pavone, che nel linguaggio aquileiese è simbolo d'immortalità. Sui risarcimenti per la strage nazista di Civitella il governo italiano rispetterà la decisione della Corte internazionale di Giustizia dell'Aja, a cui la Germania ricorrerà contro la sentenza della Cassazione che l'ha condannata a risarcire con 800mila euro i parenti di due vittime. Lo ha riferito il ministro degli Esteri, Franco Frattini, al termine di una visita alla risiera di San Sabba, l'unico campo di concentramento nazista con forno crematorio in Italia, affiancato dal collega tedesco Frank-Walter Steinmeier. «Noi ovviamente non possiamo che prendere atto» della decisione di Berlino, ha spiegato Frattini. «E' un ricorso autonomo del governo tedesco, deciderà la Corte dell'Aja che noi rispettiamo come, ovviamente, rispettiamo la decisione della Cassazione». Il collega tedesco gli ha fatto eco: «Questi luoghi della memoria rappresentano il tradimento perpetrato dalla Germania nazionalsocialista nei confronti della civiltà», mentre Frattini ha ricordato come «le atrocità qui perpetrate in nome tedesco sono parte della nostra storia comune e l'amaro ricordo ci unisce». Chiamarlo collaborazionismo no. Va in allegria anche sul fronte economico. Il Ministro Tremonti e il collega tedesco dell'Energia Michael Glos hanno discusso d'infrastrutture, interventi pubblici, detassazione per le imprese, per Tremo]nti «le cose che abbiamo messo in atto per affrontare la crisi». Glos gli ha risposto sostenendo che la Germania sta seguendo un'impostazione analoga. «Stiamo pensando - ha aggiunto Glos - anche a interventi a sostegno dell'industria automobilistica». A quel punto è calato il silenzio perché entrambi si sono accorti che erano presenti i giornalisti. E tutto viene subito smentito (mica possono spiaccicarsi su Obama, se c'è ancora Bush!), la cancelliera Merkel rismentisce sostenendo che l'industria automobilistica va aiutata, mentre si rilancia sulla collaborazione sul clima - per Merkel da gestire con minor burocrazia esattamente come la gestione dei fondi europei più in generale - sulla gioia di accogliere la Lufthansa nella grande occasione Alitalia, e, per finire, con la promozione berlusconiana di «un incontro tra Obama e il presidente della Federazione russa, anche approfittando che hanno la stessa età, sono la nuova generazione e sono lontani dall'atmosfera della guerra fredda». Silvio promoter della «beata gioventù». Ma nella storia di questa magica giornata triestina rimarranno di Silvio due momenti: lui che per la foto ufficiale chiede al presidente della Regione Tondo di chiudere i bottoni della giacca e il commento sull'assenza della presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat. «Le signore sono sempre alla toilette» ha spiegato Silvio. Ma si sa, le donne hanno una marcia in più, sanno dove andare senza bisogno che ce le mandi il presidente del Consiglio!

 

Come ai tempi dell'Asse: torna il patto di immunità sui crimini nazifascismi - Guido Ambrosino

BERLINO - La Risiera di San Sabba, già campo di concentramento nazista, è stata testimone di una penosa sceneggiata. Protagonista Frank-Walter Steinmeier, ministro degli esteri di un governo che dichiara che mai e poi pagherà un euro di risarcimento ai familiari delle vittime delle stragi naziste in Italia e ai deportati, militari e civili, costretti al lavoro coatto. Comprimario Franco Frattini, che nel giugno scorso, in un'intervista alla Süddeutsche Zeitung, denunciava come «pericolosa» la sentenza della Cassazione che aveva confermato la competenza dei tribunali italiani a decidere sui risarcimenti chiesti dagli ex deportati. Per il nostro ministro degli esteri quella sentenza metteva a rischio «la sicurezza del diritto», non quello delle vittime, ma quello degli stati a non essere molestati dalle vittime delle loro guerre. Il principio predemocratico della «immunità degli stati» viene in effetti messo in discussione dalla Cassazione, almeno in presenza di crimini contro l'umanità, che per la nostra massima corte «segnano il punto di rottura dell'esercizio tollerabile della sovranità». Steinmeier medita di ricorrere alla corte di giustizia dell'Aia, contando sulla complicità di Frattini. Al ministero degli esteri tedesco sono convinti che, «in linea di principio, il governo italiano la pensa come noi». Dunque le corone di fiori deposte ieri a San Sabba sono solo una cortina fumogena dietro cui nascondere un immondo patto di immunità tra due paesi già legati dall'Asse nazifascista. I portavoce tedeschi ripetono ossessivamente che i risarcimenti violerebbero ben tre trattati internazionali, con cui l'Italia avrebbe già rinunciato a ulteriori pretese. Questa tesi, che di rimbalzo circola in Italia, è falsa. I trattati si possono ben interpretare in senso opposto. Della questione ci si è già occupato nelle sentenze di primo grado il tribunale militare di la Spezia, quando ha disposto risarcimenti per le parti civili, come per le stragi di Civitella, Falzano, Branzolino e San Tomè. In quest'ultimo caso, nel condannare anche a un risarcimento il tenente Heinrich Nordhorn, i giudici facevano notare che non vi si opponeva il trattato di pace del 1947 tra l'Italia e gli Alleati, dove pur si dice che «L'Italia rinuncia, a suo nome e a nome dei cittadini italiani, a qualsiasi domanda contro la Germania e i cittadini germanici che sia pendente alla data dell'8 maggio 1945». Laconico il commento dei giudici: «A tale data non erano pendenti domande nei confronti dell'imputato». Né osta al risarcimento delle vittime delle stragi il trattato bilaterale del 1961, che concedeva 40 milioni di marchi da ripartire tra quanti avevano sofferto «privazioni alla libertà» per motivi politici, religiosi o razziali. Infatti tale trattato si proponeva come regolamento definitivo solo per i deportati. Senza pregiudizio, però, per altri diritti in base alla legislazione tedesca sui risarcimenti, che prevede un nuovo indennizzo per il lavoro coatto, arbitrariamente negato dai governi Schröder e Merkel agli italiani. Infine, secondo i giudici spezzini, nemmeno si poteva tirare in ballo un secondo trattato bilaterale del 1961 «per il regolamento di alcune questioni di carattere patrimoniale, economico e finanziario», perché anche questo si riferisce solo a rivendicazioni e richieste già «pendenti» nel 1945. Dunque all'Aia Steinmeier e Frattini rischiano una figuraccia. Dovrebbe semmai essere l'Italia a citare la Germania in giudizio, per il mancato rispetto delle sentenze della Corte di cassazione e per la mancata esecuzione in Germania delle condanne inflitte dai nostri tribunali a militari autori di stragi.

 

Detroit mai dire mais. La capitale dell’auto, orti tra case in rovina

Alessandro Coppola

DETROIT - Per anni il simbolo della crisi urbana americana, Detroit ne è ancora una delle realtà più dolorose. In un'epoca di - relativa - riurbanizzazione lungo entrambe le coste del paese e in un southwest in eterno boom, la città - come altre della cosiddetta rust belt, la «cintura della ruggine»: Philadelphia, Baltimora, Cleveland, Buffalo - rimane saldamente in perdita: di abitanti come di attività economiche. Decenni di automazione, delocalizzazioni e apertura dei mercati hanno fatto di Motor City, la capitale dell'industria automobilistica del paese, l'incarnazione di un incubo: quello della morte delle città e della dispersione dei loro abitanti. La stretta e asettica downtown con i suoi grattacieli, negozi e ristoranti è oggi poco più di un'increspatura nel mare di abbandono e declino della città di cui dovrebbe essere il centro. Detroit ha perso in cinquant'anni metà della sua popolazione, dai 1.850.000 abitanti del 1950 si è passati ai 951.000 del Duemila. Una tendenza che non si è mai interrotta, neppure in tempi più recenti, quando gran parte delle città americane guadagnava nuova popolazione dopo i decenni più cupi della suburbanizzazione intensiva e della fuga di massa delle famiglie bianche dalle inner cities. In molti casi è stata l'impetuosa immigrazione degli ultimi anni a fare la differenza: senza latinos molte città non sarebbero mai state capaci di riacquisire quelle densità - di persone e attività - tali da renderle nuovamente attraenti anche per nuovi residenti di altro ceto e provenienza, la vera posta in gioco di molte delle politiche di sviluppo delle città americane. Priva del mercato del lavoro che in molte concentrazioni urbane è quasi monopolio della nuova immigrazione - quello dei servizi poveri e poverissimi ad altissima densità di manodopera - Detroit non è attraente per la nuova immigrazione. La città rimane così dominata da una composizione razziale ormai anacronistica, in bianco e nero. Da un lato la minoranza bianca - il 10,5% nel 2000 a fronte del 83% del 1950 - e dall'altro la maggioranza afroamericana - circa il 16% cinquant'anni fa, l'81,5% nel 2000. Nel mezzo una ristretta pattuglia di immigrati soprattutto ispanici che, concentrati nella loro Mexican Town, non riesce ad alterare l'immagine e la realtà di una delle città più segregate d'America. Oltre i confini di una Detroit quasi del tutto nera, si estende infatti uno sterminato suburbio di circa 3 milioni e mezzo di abitanti, quasi tutti bianchi. Dal food desert all'urban farming. Con il passare dei decenni la città si è quindi trasformata nel ricovero delle vittime delle ristrutturazioni produttive. Oggi Detroit è una delle città più povere d'America: un quarto dei residenti, un terzo dei bambini, vive con redditi inferiori alla soglia di povertà. Ma è anche la capitale degli irregolari: per il suo essere molto giovane, certo - quasi un terzo dei suoi abitanti ha meno di diciotto anni - ma soprattutto per la sotto-rappresentazione di quella che è la vera ossessione dell'ideologia nazionale della middle class: la famiglia mononucleare proprietaria dell'abitazione in cui vive. A Detroit, la maggioranza dei bambini vive in famiglie con un solo genitore e un'altra porzione abbondante ha genitori non sposati. In realtà qui ad essere protagoniste sono famiglie allargate nelle quali convivono fino a quattro generazioni diverse, una tattica per fare fronte ai redditi bassi e alla parossistica mancanza di servizi in una città che ha quasi del tutto perso la sua densità. A dominarne il paesaggio è infatti l'abbandono, in proporzioni che è difficile immaginare, tanto da spingere qualcuno a paragonare la città alla Berlino o alla Dresda post-bellica. Paragone che chi scrive aveva trovato irrispettoso prima di arrivare a Detroit. Sono moltissimi gli edifici vuoti e sigillati, i terreni tornati verdi dopo le demolizioni, gli scheletri di case unifamiliari date alle fiamme dai loro proprietari che negli anni più acuti della crisi preferivano incassare i proventi dell'assicurazione anziché gli affitti magri e incerti dei loro inquilini. Il risultato è un territorio immenso in gran parte privo di abitanti e in via di rinaturalizzazione, composto da quartieri nei quali si possono trovare interi isolati abitati da non più di tre persone. Altra dimensione dell'apocalisse urbana, la pressoché totale desertificazione commerciale della città - la suburbanizzazione ha portato con sé non solo le persone ma anche le attività economiche, a partire dal commercio - che ha spinto un gruppo di ricercatori a definire la città come un food desert. Una ricerca pubblicata nel 2007 dalla Mari Gallagher Research and Consulting Group indica in 550.000 il numero di detroiters che vivono in quartieri nei quali l'assenza di una distribuzione alimentare di qualità rende difficile se non impossibile una dieta dignitosa. Il consumo dei beni reperibili sul mercati locali dei quartieri poveri - fatto di quelli che sono definiti fringe shops: soprattutto negozi di liquori nei quali è impossibile trovare prodotti freschi - peserebbe in modo significativo sulla minore aspettativa di vita dei loro abitanti. Il problema risederebbe soprattutto nella dipendenza di molti degli abitanti di queste aree della città dai food stamps erogati dal governo federale a residenti senza reddito o con redditi bassissimi. Solo una piccola minoranza degli esercizi commerciali che li ammettono vende prodotti diversi da alcolici, sigarette, biglietti della lotteria e una ristretta scelta di cibi in scatola. Sono così questi i componenti della spesa di molti detroiters, soprattutto di quelli - e sono tanti - che non hanno una macchina con la quale recarsi nei centri commerciali del suburbio, oppure che semplicemente non riescono più a sostenere i prezzi crescenti dei carburanti. «Inevitabilmente - mi dice Cevan Castle, una community organizer attiva nell'East Side della città - il ragionamento di molta gente è economico: 'vado a fare la spesa una volta sola al mese, il giorno in cui sono emessi i food stamp. Se ho la macchina risparmio sulla benzina, altrimenti risparmio sul taxi'. Così è impossibile acquistare verdura o frutta fresche, quello che si comprerà saranno scatole, scatole e scatole». Le soluzioni proposte e rimbalzate fra amministrazione comunale e organizzazioni di quartiere sono tante: dilazionare l'emissione dei food stamps, creare servizi di trasporto flessibili in una città in cui il servizio pubblico è quasi inesistente. Ma ad affacciarsi da qualche anno a questa parte è un'alternativa ancora più radicale, quella dell'urban farming. «E'incredibile - dice Libby, un'altra organizer - solo cinque anni fa la stessa amministrazione comunale guardava all'urban farming come all'idea più ridicola mai presentatasi a Detroit. E ora con la recessione e tutto questo parlare di crisi ecologica e ritorno al locale, sono proprio loro i primi a dire che è un'idea geniale». Geniale quanto semplice, l'idea è di trasformare gli effetti devastanti dell'apocalisse urbana provocata dalla fine dell'epopea industriale della città, in un nuovo modello di sviluppo attraverso la conversione dei terreni abbandonati in fattorie urbane. Sul finire degli anni ottanta James Boggs, figura storica del community organizing a Detroit, immaginava una città molto diversa da quella annunciata dal suo sindaco di allora, il potente e controverso Coleman Young. Casinò contro orti metropolitani. Alla pervasiva retorica della competitività urbana dell'amministrazione comunale, impegnata nella creazione di nuovi mercati a colpi di agevolazioni fiscali e trasferimenti pubblici a imprese e investitori immobiliari, Boggs opponeva la visione di una città capace di rigenerarsi attraverso la moltiplicazione di micro-imprese agricole e artigianali che utilizzassero i beni per lui più preziosi e abbondanti di Detroit: la grande disponibilità di acqua e terra, quella liberata dalle demolizioni, e le abilità di molti dei suoi abitanti, forgiate dall'eredità manifatturiera della città. Agli occhi di Boggs l'apertura di un nuovo casinò, progetto di punta delle politiche economiche di Coleman, rappresentava una cura peggiore del male che si intendeva curare. Se i casinò nel frattempo sono diventati due, anche l'urban farming è in piena espansione in una città nella quale si stima la presenza di quarantamila lotti abbandonati. Il Garden Resource Program, nato su iniziativa di diverse organizzazioni no profit della città, gestisce 115 community gardens e 220 family gardens in tutte le aree della città, alcuni dei quali esplicitamente votati alla soluzione del problema dell'urban desert. Come nel caso del Capuchin Soup Kitchen, che su iniziativa di un ordine cappuccino nell'East Side produce e distribuisce frutta e verdura fresca ai negozi locali che accettano i food stamps, organizzando corsi di formazione riservati ai bambini del quartiere. Per accedere al Garden Resource Program è sufficiente versare una quota simbolica in cambio della quale si ricevono piante e sementi per avviare la propria piccola fattoria urbana. Con l'estendersi del fenomeno, l'amministrazione comunale si è trovata costretta ad ammetterne non solo l'esistenza e l'estensione ma anche il suo ruolo nella rivitalizzazione di molti quartieri. Gli stessi dispositivi di pianificazione della città formalizzeranno presto l'urban farming, riconoscendo per la prima volta l'inevitabilità della rinaturalizzazione di porzioni consistenti del suo territorio. La diffusione dell'urban farming ha fatto così di Detroit una delle capitali del movimento del buy local - le campagne per l'acquisto di prodotti organici locali per ridurre le emissioni di gas serra e migliorare l'alimentazione - che di norma è presente nelle ben più ricche città dell'est e dell'ovest, dove si concentrano i ceti narcisisti e i liberal benestanti. Così morì Jefferson Avenue. Un destino, quello della rinaturalizzazione, che sembra destinato a compiersi anche nell'East Side. Jefferson Avenue era negli anni cinquanta una delle principali arterie commerciali della città. La chiusura e la delocalizzazione di molte delle attività manifatturiere presenti nell'area ne ha poi improvvisamente interrotto l'esistenza. Oggi della vecchia vibrante Jefferson Avenue, piena di negozi, ristoranti e cinema che servivano i tanti quartieri working class dell'area, rimangono solo insegne ammaccate dal sapore modernista. I marciapiedi sono deserti, i locali abbandonati e devastati tranne nel caso dell'immancabile negozio di liquori che sembra l'unica attività, fra le pochissime rimaste, a presidiare un mercato solido e riconoscibile. Qui l'impressione di uno spazio improvvisamente rarefattosi si approfondisce: sono moltissime le case abbandonate e i terreni di nuovo verdi. Decenni di disinvestimento hanno abbattuto i valori immobiliari, praticamente annullandoli in diverse aree del quartiere. «I miei genitori - dice Aron, un altro community organizer - hanno comprato una grande casa unifamiliare per 15.000 dollari e oggi stesso tu potresti comprarne una per non più di 20.000». Ma nell'East Side lo spazio pur rarefattosi si coagula improvvisamente nelle tante nuove gated communities, i quartieri recintati cresciuti nel corso degli anni Novanta, e nel confinante comune suburbano di Grosse Point, uno dei più ricchi del paese. Nel giro di pochi metri il reddito pro capite può variare di centinaia di migliaia di dollari e una strada quasi abbandonata può condurre al check-point di un grappolo di ville con piscina o trasformarsi, superata la frontiera di Grosse Point, in un elegante viale commerciale che ricorda più la Costa Azzura che il Michigan deindustrializzato. Cevan lavora come Aron per Jeba, un'organizzazione di quartiere impegnata nella rivitalizzazione commerciale dell'East Side. Un compito particolarmente difficile nella città che ha inventato i grandi centri commerciali, negli anni Cinquanta, che ora si trovano quasi tutti nel suburbio, dove gli stessi abitanti delle gated communities presenti nell'East Side si recano a fare la spesa. Per le famiglie povere, invece, la recente chiusura di un alimentari di quartiere ha avuto un impatto pesante sulla vita quotidiana. «Il pane da queste parti - ovviamente confezionato e non fresco - lo si può trovare nel liquor store o alla pompa di benzina», dice Cevan. Anche per questo Jeba ha deciso di promuovere con gli adolescenti del quartiere un progetto di urban farming grazie al finanziamento di un'università locale. L'idea è quella di una produzione locale di frutta e verdura che possa migliorare l'alimentazione degli abitanti del quartiere, impegnando giovani e adolescenti in un'attività imprenditoriale. Si tratta inoltre di combinare la nuova attività con quella di un laboratorio di riciclo confinante con l'area nella quale crescerà l'urban farming. Da anni a Detroit esistono gruppi che riciclano materiali di costruzione e pezzi di arredamento provenienti dalle case abbandonate o in via di demolizione: infissi, lampadari, scalinate, sanitari che vengono successivamente riutilizzati. «Tutti i materiali utili alla realizzazione dell'urban farm - dice Cevan - provengono dal laboratorio di riciclo. Preferiamo questa soluzione all'acquisto nei centri commerciali». Anche nel deserto di Jefferson Avenue, Detroit, data per spacciata, tenta di trasformarsi. Da Motor city a Farm city.

«Politici senza ideali, corrotti dal monopolio del potere» - Serena Corsi

CAPETOWN - Se Mandela si tiene a debita distanza dal polverone politico, un altro storico simbolo della lotta contro l'apartheid non ha rinunciato a dire la sua: l'arcivescovo Desmond Tutu, colui che coniò l'espressione Rainbow Nation (nazione arcobaleno) come metafora del Sudafrica post-apartheid e che guidò la Truth and Riconciliation Commission (Trc), la commissione che raccolse centinaia di migliaia di testimonianze e di confessioni sui decenni dell' apartheid. Considerato la coscienza morale della lotta dell'Anc prima, e dell'intero Sudafrica dalla fine dell'apartheid poi, Tutu ha fatto notizia poche settimane fa dichiarando che, amareggiato dalla faida interna al partito, non si sarebbe recato alle urne alle prossime presidenziali di aprile. Lo abbiamo intervistato per capire le ragioni di questa posizione. Qual è lo stato di salute della Rainbow Nation, 14 anni dopo la fine dell'apartheid? Le cose potrebbero essere di gran lunga migliori, ma non dimentico mai quanto sono state peggiori. Quando penso da dove veniamo, la nostra stabilità mi sembra incredibile. Molta gente si aspettava un bagno di sangue razziale da parte dei neri, oppressi cosi a lungo. Abbiamo sorpreso e dato una lezione al mondo con la nostra transizione pacifica. Ma è chiaro che ci sono ancora troppi problemi. Primo fra tutti collocherei quello della casa. Troppe persone continuano a vivere nelle baracche. Subito dopo viene il tragico ritardo nel diritto all' educazione e alla salute. E la piaga dell'aids non sarebbe così grave se non avessimo perso anni di tempo con politiche sbagliate. D'altra parte diventare liberi non significa ritrovarsi una bacchetta magica fra le mani. La transizione pacifica ha comunque lasciato tensioni irrisolte nella società. Gli attacchi xenofobi del maggio scorso sono una conseguenza di certe tensioni? Io non sono in grado di spiegare in maniera definitiva quello che è successo con gli attacchi xenofobi. Se si fosse trattato di rabbia, se fosse stata la frustrazione della pace seguita ai lavori della commissione Trc, avrebbero attaccato dei bianchi; o almeno, anche dei bianchi. Il problema è che non siamo stati in grado di agire adeguatamente sulle cause della povertà: così si è sviluppato un meccanismo molto simile a quello avvenuto in Germania negli anni '30 con gli ebrei . Di fronte a una situazione economica personale disastrosa, di fronte alla disoccupazione, la gente ha cercato un capro espiatorio. Non uno qualunque ma qualcuno che, partendo da una condizione simile, ce l'aveva fatta. Il più simile a te che però se la cava. Molti dei negozi nelle township sono di stranieri, forse più preparati a sacrificarsi e ad avere meno guadagno. E' ovvio che la rabbia avrebbe dovuto rivolgersi al governo, ma, e questo è importante, si percepisce il governo come qualcosa di molto lontano, un'entità distante e con cui è impossibile discutere. Come un uomo maltrattato dal proprio capo e che, al ritorno a casa, si rifà picchiando la moglie.... L'Anc sta affrontando la crisi più grave della sua storia, che ha persino dato luogo a una scissione. Come vive questa spaccatura chi viene dalla storica lotta di liberazione? Molti di noi sono tristi per il fatto che gli ideali che avevano animato la lotta contro l'apartheid sembrano essere sfumati in un mare di divisioni. E' vero, fa sentire amarezza... ma questo è l'evolversi naturale della politica. Quante divisioni politiche avvengono in Italia? Un italiano cambia più governi che calzini! L' Italia è anche un buon esempio della prominenza della mafia e della corruzione in politica... Succede ovunque, non è certo una nostra peculiarità. Ma anche così fa male, perché noi pensavamo di essere speciali. E lo siamo stati: la nostra gente ha lottato in un modo speciale. Irripetibile. Comunque, penso che da questa crisi possa venire qualcosa di buono: la gente vede chiaramente che la grande maggioranza dei politici ha completamente perso l'orizzonte ideale. Ha abbandonato l'idea che i nostri politici non si sarebbero lasciati corrompere. Lo stesso Jacob Zuma alcuni anni fa, coinvolto nello scandalo della compravendita di armi , aveva dichiarato «se cadrò, non cadrò da solo», rendendo così noto che molti altri politici erano coinvolti nello scandalo. E un'altra cosa: la nascita di questo nuovo movimento può scuotere l'Anc, spingerla a migliorarsi. Se il potere di per sé corrompe , figuriamoci il potere assoluto del monopolio che ha l'Anc. Si può dire che i veri eredi della lotta di liberazione oggi sono tutti quelli che lottano contro l'apartheid economico, come quelli della Campagna contro gli sfratti e per la somministrazione gratuita degli antiretrovirali...? Più o meno. E' corretto dirlo ma senza dimenticare che anche dentro l' Anc ci sono ancora persone che lottano davvero per il bene della nostra gente, alcuni più in vista, altri meno. Io ad esempio ho grande rispetto per l'attuale presidente ad interim, Motlanthe. E' un uomo modesto, avrebbe potuto fare un buon lavoro. Comunque mi auguro che i movimenti svolgano un ruolo complementare, arrivando ad avere la stessa importanza di quelli che lottarono contro l'apartheid: man mano la gente capisce che, come diceva non ricordo chi, la politica è troppo importante per essere lasciata nelle mani dei politici. Grande oggetto di discussione oggi in Sudafrica sono i mondiali del 2010. Secondo alcuni è una grande occasione, secondo altri uno spreco di risorse che aggraverà le differenze del paese. Qualunque cosa accada, o sia fatta accadere, che ci aiuti a sentirci un unico popolo è fondamentale. La prima volta che ci siamo sentiti davvero un unico popolo è stato quando abbiamo vinto quella eccezionale finale di rugby nel 1995. Non è affatto un tema secondario. Su un un piano più concreto, e innegabile che l'evento darà lavoro in un momento in cui uno dei principali problemi del paese è la disoccupazione. Non si può essere cosi cinici da sostenere in assoluto che sia una cosa negativa. Dipende, ancora una volta, da noi: da come e per chi faremo le cose.

 

Liberazione – 19.11.08

 

Crisi o fine del movimento operaio? – Mario Tronti

Intervengo anch'io per punti. (dopo le 15 tesi di Bertinotti). Stiamo rielaborando una materia difficile, in parte ostile. Puntualizzare serve a chiarire e porta ad approfondire. Scelgo dal testo di Bertinotti, molto esteso orizzontalmente, solo alcuni temi, che ritengo essenziali e forse preliminari. La tesi 8, densa e chiara, contiene una formula felice: occorre un'uscita da sinistra dalla crisi del movimento operaio. D'accordo. Ma ci sono delle differenze di sfumature, non superficiali, che avrebbero appunto bisogno di un approfondimento. Crisi o fine del movimento operaio? Ci sono macro-fenomeni in atto, e cioè macroscopici processi di industrializzazione in paesi che si chiamavano in via di sviluppo e che oggi, congiuntura permettendo, sono ad alti ritmi di sviluppo. Che rapporto si stabilirà tra industrializzazione e proletarizzazione? Le tendenze che riusciamo a scorgere ci dicono che la crescita quantitativa degli operai non si rappresenta come emergere di una classe operaia, cioè non si dà le forme storiche del movimento operaio, organizzazione sindacale e politica più ideologia socialista. Io credo che l'idea di sinistra dovremmo farci capaci di cominciare a declinarla non solo a livello nazionale ed europeo, ma a livello mondo. E in questo senso non si tratta di rinascita ma di nascita. E francamente non la metterei come "un ricominciare da capo". Perché, messa così, è difficile non contrarre la malattia, l'epidemia, del nuovismo. Hanno fatto più danno i nuovi inizi che le vecchie chiusure. Va messo in campo invece il tema dell'eredità. La sinistra-mondo si fa erede del movimento operaio internazionale, che ha avuto nel Novecento il più alto, e il più complesso, grado di sviluppo storico: a cui non ha corrisposto il più alto e più complesso grado di sviluppo teorico. E questo è un altro bel problema da mettere a tema. La mia idea è che nel nostro secolo passato, la rivoluzione conservatrice ha prodotto più pensiero della rivoluzione operaia. E questa è stata non ultima causa, non della fine del movimento operaio, che forse era segnata dalle oggettive leggi di movimento del capitale, ma dalla sua cattiva fine, molto al di sotto della sua grande storia. Rinnovamento nella continuità sono d'accordo che è formula non più utilizzabile, legata irrimediabilmente ai tentativi falliti di riforma del socialismo. Ma è nostra necessità rimetterci nell'onda della storia di lunga durata, che è poi la storia eterna delle classi subalterne, che con l'irruzione della classe operaia ha fatto un salto di coscienza, di lotta e di organizzazione, che sta dietro di noi come memoria e sotto di noi come radice. La tesi 6 pone il tema del lavoro correttamente come momento di analisi e come soggetto di iniziativa. E'un punto decisivo. La stessa attuale crisi di fase capitalistica tenderà a scaricare sui lavoratori il peso delle sue difficoltà. Se è vero che il passaggio di ciclo porta con sé una sorta di rivincita dell'economia reale, con le sue regolate rigidità, contro un eccesso di finanziarizzazione selvaggia, allora il conflitto di lavoro riprenderà il posto che gli spetta nell'agenda politica. Non avverrà automaticamente, perché si cercherà di imbrigliarlo, prima che esploda. Gli accordi separati, e non solo, servono a questo. La sensibilità del sindacato soggetto politico ha già colto questo mutamento di scenario. Bisogna far sentire a questa Cgil che se è isolata nel Palazzo proprio per questo non lo è nel Paese. Scuola e lavoro è un tema che non è necessario portare dall'esterno nel movimento degli studenti, perché c'è già in esso più che implicitamente. Gli slogan: non pagheremo noi la vostra crisi e riprendiamoci il futuro fanno qualcosa di più che un accenno a questo. Il giovane di liceo e di università ha capito che lo aspetta un destino o di non lavoro o di lavoro precario. Compito della politica della sinistra è amplificare questa condizione, portare la critica non solo sul governo ma sul modello di società che esso gestisce e rappresenta. Il 12 dicembre è una prova, su cui investire molto. Operai e studenti uniti nella lotta, si diceva negli anni Sessanta. Non siamo a quei livelli, ma il passaggio di crisi montante giustifica un grido come "studenti e lavoratori uniti nella lotta". Io penso che nell'idea e nella pratica della Sinistra il lavoro abbia, e debba avere, una sua centralità. E' questo un altro motivo di continuità con la storia del movimento operaio. Anche se oggi, centrale più che il mito del lavoro è l'esistenza del lavoratore e della lavoratrice. E questo forse è un fatto di discontinuità. Quante volte ci siamo detto che occorreva parlare al lavoratore in carne ed ossa. A volte un pesante armamentario ideologico ce lo impediva. Ma oggi l'armamentario ideologico di cui ci dobbiamo soprattutto liberare è quello che hanno subito tutte le sinistre riformiste, nell'ultimo trentennio del ciclo neoliberista, quello della deriva dal lavoratore al cittadino, e poi al consumatore, e poi magari al telespettatore, e che ha fatto annegare lo specifico dei lavoratori nel mare indistinto della "gente". Riportare il lavoro al centro dell'agenda politica vuol dire saper far girare tutte le altre contraddizioni intorno al lavorare, in modo differente, dell'uomo e della donna, nella condizione della propria giornata, sia esso lavoro delle braccia o della conoscenza, materiale o immateriale, dipendente o autonomo, precario o fisso, e così via. Il primato egemonico del mercato ci ha messo in testa che lavoratori è una parola vecchia e chi la pronuncia vive nel maledetto Novecento, quando i lavoratori erano una forza. Va rovesciato questo senso comune. Ho idea che ci aiuterà il capitalismo in crisi al recupero di questa parola. Le tesi 12 e 13 sono importanti. E' vero: dalle due sinistre siamo finiti in nessuna sinistra. E' una situazione drammatica. Nichi Vendola la dice con la formula efficace: noi predichiamo il cambiamento, ma il cambiamento non ci riconosce. E non illudiamoci, come siamo soliti spesso fare: non sarà un Obama, dagli States, a risolvere i nostri problemi. La parola change è catturata dall'oggettività dei processi, non sta più nelle mani dei soggetti. L'associazione per la sinistra è un passo avanti, soprattutto nel senso in cui la dice ancora Vendola, "luogo di ri-tessitura di relazioni socialmente e culturalmente necessarie a far vivere il ‘senso' della parola sinistra". Non è un approdo, è un passaggio: a vari, pazienti, stadi. L'altro paradosso è che non abbiamo molto tempo, eppure dobbiamo muoverci a piccoli passi. E' urgente una piccola sinistra, e poi è necessaria una grande sinistra. Se non fossi così contrario a mischiare morale e politica, direi che è un imperativo etico, per noi oggi, dare a quel mondo dei lavoratori una seria adeguata meritata forza politica. Perché se no, che ci stiamo a fare? Dovremmo tutti responsabilmente metterci intorno a un tavolo per fare il primo di quei piccoli passi. C'è l'occasione delle elezioni europee, sbarramento o no, si vota col proporzionale, è una conta non truccata, non c'è il pericolo di Berlusconi al potere, perché ci sta già saldamente, grazie a magistrali operazioni anche lì di nuovo inizio, c'è in giro un mare di pentiti per essersi lasciati infinocchiare dal ricatto del voto utile, c'è un movimento di lotte nel sociale, destinato a crescere di qui a primavera, c'è un grande sindacato in campo deciso a raccogliere la spinta del malessere, dell'insoddisfazione, della rivendicazione, diffusa nel paese: che cosa d'altro dobbiamo aspettare per presentare una proposta unitaria della Sinistra? Non ci deve frenare lo scacco dell'Arcobaleno. Ci deve spingere la volontà di rovesciare quello scacco. La sinistra scomparsa deve ricomparire. Bisogna "far vedere" che nel paese c'è un popolo della sinistra: in campo e deciso a far pesare la propria soggettività. Una lista di coalizione "Unità della Sinistra" mostrerebbe una realtà ed evocherebbe un bisogno, che c'è per l'oggi e che guarda al domani. Gli assetti organizzativi si vedranno dopo, ma allora si potrà ragionare sulla base di un consenso reale. Tutt'altra condizione da ora, quando mi sembra che a volte parliamo di una cosa che non c'è.

 

Arriva Zavoli. Ora Villari se ne va? (Macchissenefrega!)

Antonella Marrone

Il caso Villari sembrava chiuso. Assodato che in passato abbiamo vissuto una dittatura culturale e storiografica comunista, di cui Rosario Villari fu maestro magnifico, rassegnati alla cultura inflittaci da McBondi's, ci stavamo ormai abituando al solipsistico piacere serale delle fiction tv. Ed ecco che all'improvviso si riapre il caso Villari. Ma come è possibile? Ancora con la polemica della storia scritta dai comunisti? Ma è un'ossessione! E invece no. Il caso Villari è un altro. Il caso e Villari medesimo. Non è lo storico, ma tal Riccardo Villari, quello che deve aver ispirato a Tarantino il personaggio del signor Wolf. Come lui, infatti, risolve problemi. Nessuno lo conosceva prima, nonostante le sue lunghe scorribande nel mondo della politica che conta. Le poltrone, ma comunque conta. È diventato un caso, per tre giorni non si è parlato di altri: se ne va, non se ne va dalla Commissione, l'ira di Veltroni, la noia di D'Alema. Così ci siamo detti: e se fosse la Commissione ad andarsene? In parte lo hanno già fatto gli indispettiti consigliere dell'Idv, ieri. Ma questo istituto ha compiuto 33 anni. Potrebbe forse ambire alla pensione. Sapete come nasce l'organo di garanzia che doveva proteggerci dallo strapotere dei partiti? Nel 1975 su invito della Corte Costituzionale il Parlamento italiano istituisce per legge una bicamerale "Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi", nome pomposo poi ridotto a quello più severo e autoritario di Commissione di vigilanza. Vigilare su cosa? Ovviamente sul pluralismo nella televisione pubblica e molte altre cose interessanti ed utili. Trentatre anni dopo, esultanti senza apparente motivo per le bicamerali, con l'arrivo della televisione del Cav. agli inizi degli anni 80, con il sistema politico andato in tilt più di una volta, alle soglie di un bipartitismo che mal si adatta al nostro sistema feudale, forse questa Commissione non è più neanche un problema, per cui non c'è bisogno di soluzione. E di Villari, dunque, o chi per lui. Ancora una volta l'opposizione dovrebbe avere altre cose per cui andare a lamentarsi dal Capo dello Stato. Collassi finanziari, intere categorie di lavoratori in sciopero, fabbriche che esplodono. Una crisi economica che trascina il suo lugubre velo di infelicità, di cattiveria, di disumanità (come nel caso di Treviso dove si vogliono bloccare gli ingressi per stranieri e neanche la Cgil sa trovare soluzioni alternative). Il nostro paese è quello che più di altri ha paura dell'immigrazione, è un paese "taroccato", un paese che si immagina ancora opulento e consumistico, mentre scivola nell'indigenza e nell'acredine. E l'opposizione si dispera cercando una nuova rosa di nomi per sostituire Villari. E potete starne certi è l'argomento che ha avuto maggior presa al mercato, queste mattine: ma come mai il broccolo è così caro? e perché Villari non si dimette? Non lo so, sarà che aumenta la benzina. E Villari è pur sempre un ex democristiano. E via discorrendo. Il caso Villari è stato un paradosso clamoroso: la sua elezione è stato un gioco delle tre carte che conferma come queste istituzioni sono solo mesti luoghi di potere. Per difendere il giusto principio di un organo di controllo che garantisca la democrazia, si finisce per legittimare il gioco delle tre carte. Ora Villari sarà sostituito da Zavoli perché lo aveva detto: me ne andrò solo nel caso si trovi un nome che soddisfi tutti. Tutti chi? È contenta signora? «Ma chissenefrega!»

 

Treviso, la Cgil copia il governo: stop ai migranti - Fabio Sebastiani

Una bestemmia sindacale, tirata fuori, peraltro, lo stesso giorno in cui a Roma il segretario nazionale Guglielmo Epifani esponeva le proposte della Cgil sui migranti. E' piuttosto severo il giudizio dei vari sindacalisti interpellati a commento dell'uscita del segretario della Cgil di Treviso, Paolino Barberio, su un sostanziale stop ai migranti nel territorio della marca. Per alcuni si tratta di una "storia veneta" legata alla figura di un personaggio come Venier, che dalla Cgil è passato a Forza Italia nel giro di una notte e, quindi, al "sacconismo", ovvero a quel filone socialista dentro il più grande sindacato italiano. Una "ricetta", quella di Barbiero, che è stato anche segretario della Fiom, difficile da esportare in altre zone del paese. Nella provincia di Treviso, infatti, anche se c'è una immigrazione con un tasso superiore a quello nazionale, la disoccupazione è al 3%. Una percentuale talmente bassa che di fatto il mercato del lavoro non compare nei tavoli di confronto tra sindacati e imprese e gli ammortizzatori sociali è come se non esistessero perché quando ci sono le ristrutturazioni si va direttamente in mobilità. «Una posizione dannosa e a sfondo razzista - sottolinea Agustin Breda (ex operaio e Rsu dell'Electrolux di Treviso e oggi dirigente Fiom nazionale e componente del Direttivo nazionale della Cgil dell'area programmatica Lavoro Società - cambiare rotta) - di fatto, un capo espiatorio della crisi, ben sapendo tra l'altro, che la conseguenza è mantenere migliaia di immigrati nella illegalità e alla mercé del lavoro nero e dello sfruttamento organizzato presente anche tra gli imprenditori Trevigiani». Breda ricorda che il Consiglio Europeo ha recentemente approvato il patto europeo sull'immigrazione che testualmente dice "l'immigrazione zero è irrealistica e dannosa, soprattutto per un'Europa che ha bisogno di migranti e che è in piena crisi demografica", documento condiviso e sottoscritto dal governo italiano, e dal ministro Maroni della Lega. «È chiaro che la posizione del Segretario Cgil di Treviso non ha nulla a che fare con quanto sostiene da sempre la Cgil - continua Breda e con quanto deciso recentemente in materia d'immigrazione e integrazione, tra l'altro proprio anche sulla questione flussi. È una posizione che risponde più a rapporti politici personali, quali quelli con l'attuale ministro Sacconi, che è di Treviso». Il "morbo trevigiano" potrebbe diffondersi? Il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini, proprio in occasione dell'assemblea dei cinquemila delegati e delegate, pochi giorni fa a Roma, aveva messo in guardia contro la possibilità di una uscita "cannibalesca" dalla crisi economica. Una crisi che potrebbe durare anche più di due anni, e che corre il rischio di trasformarsi, senza una adeguata gestione politica e sindacale, nella classica «guerra tra poveri». A rimetterci non sarebbero, peraltro, solo i migranti, ma anche i precari, e già lo stiamo vedendo in questi giorni, e le donne. In genere tutti quei soggetti deboli che non solo hanno uno scarso peso nel mercato del lavoro, ma hanno una scarsissima rappresentanza. Sergio Bellavita è il segretario generale della Fiom in un'altro dei "posti caldi" dell'immigrazione, Parma. Qui l'integrazione sociale ha subito una battuta d'arresto dopo l'avvento del sindaco-sceriffo Pietro Vignali. E' di due mesi fa il coinvolgimento di un gruppo di vigili urbani in una aggressione a un giovane ivorese, Emanuel Bonsu. «L'orientamento espresso dalla Cgil di Treviso è un disastro - non esita a dire Bellavita - perché di fronte alla crisi l'obiettivo del sindacato deve essere quello di ricomporre diritti e tutele piuttosto che alimentare divisioni e scardinare punti di riferimento. Immaginiamoci cosa potrebbe accadere dentro al luogo di lavoro se dovesse passare questa linea». «Il punto, invece, è individuare i responsabili della crisi e far pagare loro gli effetti». Giorgio Airaudo, segretario della Fiom di Torino, è molto impegnato a gestire le crisi che, in queste settimane, si stanno moltiplicando. «I primi ad essere lasciati a casa - sottolinea Airaudo - sono i precari e, tra questi, i migranti. Ho la sensazione - continua - che non ci siano più tutele se la direzione intrapresa è fosse quella di escludere qualcuno. Lo stesso sindacato è più forte se alza le garanzie per tutti». E quindi la battaglia da fare è quella per una cassa integrazione per i precari e a favore dei migranti che, a leggere bene la Bossi-Fini, hanno il problema di essere rispediti a casa qualora la loro soglia di reddito dovesse collassare.

 

Ha sfidato Microsoft e ha perso. «Yahoo!» sta per essere divorata

Stefano Bocconetti

Finirà divorata. E forse neanche in un unico «boccone». Sarà smembrata, le parti più appetibili se le contenderanno, le altre le lasceranno morire. Finirà divorata come vogliono le leggi non scritte che presiedono alle crisi. Tanto più alle grandi crisi, come quella che attraversiamo. Quando sul campo resteranno solo due «colossi». E magari si metteranno d'accordo fra di loro, se non hanno già cominciato a farlo. Comunque lei, la protagonista, sparirà. Si usa il femminile perché si parla di un'azienda, di un'impresa. Si parla del primo marchio che si è affermato in Internet: «Yahoo». Ma usando il maschile la metafora riesce ancora meglio. Perché la società prende il nome da un piccolo animaletto, anzi dal soprannome americano di un piccolo animaletto del deserto. Lo «yahoo», appunto, che di notte esce dalla sua tana per scavare mille gallerie, andando in cerca di cibo, andando in cerca di «notizie» sul territorio che lo circonda. Era esattamente quello che «Yahoo!», il primo motore di ricerca in rete, ha fatto per anni. Era quello che faceva uno staff di giovani studenti entusiasti, che certo utilizzavano i computer ma ci mettevano anche molto di personale. Ci mettevano anche tanto di «intervento umano». Il tutto, naturalmente, prima che «Google» si inventasse un algoritmo che all'improvviso ha fatto invecchiare quel lavoro. Ora, probabilmente, «Yahoo!» sarà costretta a lavorare per altri. Sarà messa all'asta. Perché è di ieri la notizia che Jerry Yang, il Ceo - l'amministratore delegato - del gruppo ha annunciato che lascerà l'incarico. Se ne andrà non appena si sarà trovato il nome del suo successore, che comunque dovrebbe essere affare di pochi giorni. Se ne va dunque l'ormai ex giovane studente di origine cinese che tredici anni fa aveva fondato la «Yahoo!». Naturalmente in un garage di un piccolo paese della California, Sunnyvale, come vuole la tradizione delle imprese «dot.com». Se ne va dopo che solo diciassette mesi fa era stato richiamato alla guida della società e accolto come un salvatore. Se ne va, colpevole di aver sfidato Bill Gates, il monopolista per definizione. Di averlo sfidato e di aver perso la gara. Colpevole di aver provato a competere col grigio colosso di Redmond cercando l'alleanza con BigG, con «Google». Affidandosi ad un'antica amicizia che lo legava ai vertici di Mountain View. Non sapendo che, probabilmente, la Microsoft e «Google», già da tempo, avevano deciso di divorare il piccolo animaletto del deserto. E di dividerselo. Jerry Yang esce di scena, insomma. Certo, anche quando nel maggio del 2007 riprese in mano le sorti della sua creatura (consegnategli dell'altro co-fondatore del gruppo, Terry Semel), Yang, allora quarantunenne, non conservava quasi più nulla dell'immagine del giovane imprenditore della Silicon Valley. La creatività, l'ingegno, l'inventiva, la strafottenza del «geek» degli esordi avevano oramai lasciato il posto ai metodi degli altri. Ai metodi dei suoi rivali. Avevano lasciato il posto al cinismo di tutte le imprese. Arrivando al punto che Yang, figlio di una donne cinese, non aveva trovato il coraggio di dire una parola di condanna sul suo gruppo quando fu coinvolto in un drammatico scandalo a Pechino. Quando il motore di ricerca fornì l'«ip» - la vera e propria targa di chi naviga in rete - di un dissidente cinese, consentendone così l'identificazione e l'arresto. E' vero che all'epoca Yang non era al vertice della società, sarà richiamato più tardi, ma ha sempre cercato di minimizzare il caso. Yang non era più il simbolo della «nuova imprenditoria» californiana tanto che, il suo primo atto, dopo il gran ritorno, fu l'annuncio di mille licenziamenti. E una drastica riduzione dei progetti innovativi. Sì, perché «Yahoo!» sembrava aver capito che, da sola, la ricerca in rete non bastava più. Così il gruppo aveva provato a reinventarsi come piattaforma multimediale e distributore di contenuti in rete. Aveva progettato spettacoli televisivi da vedere solo on line, aveva addirittura allestito propri studi, voleva creare propri social network, proprie comunità. Tutte idee messe da parte ai primi accenni di crisi. Col ritorno di Yang si torna a puntare sui tradizionali servizi di Internet: la pubblicità, di cui «Yahoo!» è ancora uno dei maggiori distributori, le e-mail gratis, un «portale» molto poco innovativo ma di facile uso. E' stato a questo punto che la Microsoft - che non ha alcuno strumento per competere nel settore delle ricerche on line, il settore più appetibile per gli «spot» che si porta dietro - è uscita allo scoperto. E ha lanciato la sua offerta. Steve Ballmer, l'uomo che ha preso il posto di Bill Gates almeno ufficialmente alla guida della Microsoft, ha messo sul piatto 44,6 miliardi di dollari. In contanti. Trentun dollari per ogni azione. Non era una cifra esorbitante, anzi probabilmente - come hanno osservato un po' tutti gli economisti - era un'offerta sottostimata. Nel perfetto stile Microsoft: «Yahoo!» aveva bisogno di liquidità, aveva estremo bisogno di liquidità. E quindi la si poteva prendere per la gola. Arriva qui, però, il colpo di scena: Jerry Yang prima prova a trattare, poi rifiuta l'offerta. La considera troppo bassa. Prova allora a stringere un'intesa con «Google», Ma qui, a Mountain View, trova le porte chiuse. O quasi. I due gruppi stringono un accordo limitato che riguarda solo gli Stati Uniti e il Canada per la distribuzione di una piccola parte della pubblicità. Non solo, ma nell'accordo vorrebbe vederci chiaro da subito anche il Dipartimento di Giustizia americano. Per sapere se un'intesa fra i due assomigli ad un «cartello» che escluda le altre imprese. Basta l'annuncio dell'indagine, però, perché «Google» decida di far saltare anche il mini-accordo. Ufficialmente spiega che non le va di perdere tempo e denaro dietro cause legali col governo Usa. Da qui, in poi, la situazione precipita. Le azioni della società di Sunnyvale scendono fino a undici, dodici dollari (un anno fa valevano più di trenta). La situazione precipita e c'è qualcuno che spinge per farla precipitare ancora di più. Come il finanziere Carl Icahn, che detiene il 5 per cento del capitale e non vede l'ora di vendere alla Microsoft. Così Yang ha deciso di lasciare. E annuncia che se ne andrà. Resterà nel consiglio di amministrazione perché una poltrona al fondatore non si nega mai. Ma «Yahoo!» si metterà in vendita. La comprerà la Microsoft o finirà un pezzo per uno: alla Microsoft e a «Google». E nel settore resteranno solo loro due. Cominciando a raccontare come sarà fatta l'economia di domani. Cominciando a raccontare, forse, come sarà fatta l'informazione di domani. Quando, e se, si uscirà dalla crisi.

 

Repubblica – 19.11.08

 

Nel ddl Alfano quasi un'amnistia per condanne fino a quattro anni

LIANA MILELLA

ROMA - Il Guardasigilli Alfano critica da sempre l'indulto, ma mette mano a un ddl sulla certezza della pena con una mezza amnistia per i reati fino a quattro anni. Rispolvera l'istituto pensato dal predecessore Mastella, la "messa in prova", ma raddoppia la massima pena prevista. Chi rischia un processo, prima che cominci (fino al rinvio a giudizio), può chiedere al giudice "d'essere messo alla prova" in cambio di un lavoro socialmente utile. Che alla fine cancellerà tutto, il processo e pure il reato. Peggio dell'indulto dunque, che almeno lascia traccia del delitto sulla fedina penale. Di Pietro, che litigò con Mastella in piena riunione dei ministri (e così gli anni retrocessero da tre a due), denuncia il nuovo "colpo di spugna", una norma che "salva tutti gli incensurati". Il ddl, previsto già oggi a palazzo Chigi, incappa però nelle ire del titolare del Viminale Maroni che pone un secco altolà. Lo ha detto chiaro, a Berlusconi e Ghedini, nella cena di lunedì sera ad Arcore. Al delfino di Bossi non basta il contentino che Alfano, in un empito di federalismo, dà agli enti locali, comuni in testa, nella gestione dei lavori sostitutivi al carcere. Maroni riflette sulla lunghissima lista di reati, dalla corruzione semplice (punita fino a tre anni), ai falsi in bilancio, che rischiano d'essere lavati via senza un giorno di cella, o solo con la potatura d'un albero. E pure quelli sull'immigrazione. Per Maroni poi le drastiche misure del ddl sicurezza si sposano male con la manica larga della messa in prova. Una contraddizione che il popolo leghista non capirebbe. L'Anm, con il presidente Luca Palamara, è cauta: "Siamo favorevoli alle misure alternative al carcere, noi stessi ne avevamo parlato con Alfano, ma con un paletto ben fermo, al massimo reati fino a tre anni". Provvedimento bifronte, quello del Guardasigilli. Venduto, pure nella relazione che accompagna gli otto articoli, come un testo che garantisce "una volta per tutti" la certezza della pena e lega la sospensione condizionale all'obbligo dei lavori utili, ma che al contempo apre alla messa in prova. Un cavallo di troia, fuori la mano dura contro i benefici, dentro il permissivismo per chi delinque fino a quattro anni. Quando Mastella portò in consiglio la soglia dei tre anni Di Pietro parlò di "colpo di spugna su reati edilizi, ambientali, fiscali, gli incidenti sul lavoro". Si calò tra tre a due anni, ora si raddoppia. Processi evitati per reati odiosi come frodi in commercio, manovre speculative, ma pure per un attentato ad impianti di pubblica utilità, per furti non aggravati, danneggiamenti, usura impropria, appropriazione indebita, omissione di soccorso, per finire alle violenze private. E dire che, nella relazione, si citano "reati di criminalità medio-piccola" per cui "l'esito della messa in prova estingue il reato". Cos'è, se non un'amnistia? A leggere il dibattito post indulto, il centrodestra l'avrebbe chiamata così. Con un mano Alfano allarga, con l'altra inasprisce. Ecco la riforma della sospensione condizionale della pena che, oggi, non fa andare in carcere chi è alla prima grana giudiziaria. Il ddl prevede che, per fruirne, "il condannato assicuri un parziale ristoro alla collettività". Riecco il lavoro socialmente utile. Che diventerà obbligatorio anche per ottenere affidamento in prova e libertà controllata. Messa in soffitta la strada del "piano carceri" con braccialetti elettronici ed espulsioni, Alfano sfoga l'incubo delle carceri piene (a marzo 2009 oltre 62mila detenuti come prima dell'indulto) cercando di svuotarle. A sfruttare al meglio le misure sarà chi, grazie a un lavoro di prestigio o a mezzi economici, potrà pagarsi un famoso avvocato e ottenere da Comuni e Regioni i lavori migliori.

 

Sulla fuga dei cervelli è il momento di cambiare - Renato Dulbecco

Ho lasciato il mio Paese nel 1947, a soli 33 anni, per gli Stati Uniti, per poter sviluppare le ricerche scientifiche che mi hanno fatto meritare il Premio Nobel per la Medicina, molti anni dopo, nel '75. Oggi mi fa male vedere che, dopo oltre 60 anni, la situazione di crisi della ricerca scientifica in Italia non è cambiata, anzi. Lo dimostrano i più di mille ricercatori italiani sparsi per il mondo che hanno già riposto all'appello di questo giornale e che hanno dovuto, come me, lasciare il Paese per dedicarsi alla scienza. Il mio rammarico non è una questione di nazionalismo: la scienza per sua natura ignora il concetto di Patria, perché è e deve rimanere universale. Anzi, penso sia importante per uno scienziato formarsi all'estero e studiare in una comunità internazionale. Tuttavia dovrebbe anche poter scegliere dove sviluppare le sue idee e i frutti del suo studio, senza dover escludere del tutto il Paese dove è nato. Ciò che mi dispiace profondamente è toccare con mano l'immobilismo di un'Italia che sembra non curarsi della ricerca scientifica, esattamente come nel dopoguerra. Come se più di mezzo secolo di esplosione del progresso scientifico fosse passato invano. Chi vuole fare ricerca se ne va, oggi come ieri, per gli stessi motivi. Perché non c'è sbocco di carriere, perché non ci sono stipendi adeguati, né ci sono fondi per ricerche e le porte degli (ottimi) centri di ricerca sono sbarrate perché manca, oltre ai finanziamenti, l'organizzazione per accogliere nuovi gruppi e sviluppare nuove idee. Perché non esiste in Italia la cultura della scienza, intesa come tendenza all'innovazione che qui, negli Stati Uniti, è privilegiata in ogni senso ed è il motore del cambiamento. Ciò che è cambiato concretamente, rispetto ai miei tempi, è che la ricerca scientifica, spinta dalla conoscenza genomica che è stata al centro del miei studi e oggi rappresenta il futuro, richiede molti più investimenti in denaro e persone rispetto a 60 anni fa. Si allungano così le distanze fra Paesi che investono e quelli che non lo fanno. L'Italia rischia, molto più che negli anni Cinquanta, di rimanere esclusa definitivamente dal gruppo di Paesi che concorrono al progresso scientifico e civile. Io sono uno scienziato e non ho la ricetta per salvare la ricerca italiana, ma proprio come "emigrato della ricerca " posso dire che i modelli ci sono, anche vicini ai nostri confini, senza guardare agli Stati Uniti, che sicuramente hanno una cultura e una storia molto diversa dalla nostra. Basterebbe iniziare a riflettere dal dato più semplice. Un Paese che investe lo 0,9% del proprio prodotto interno lordo in ricerca, contro la media del 2% degli altri, non può essere scientificamente competitivo né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori.

 

La Stampa – 19.11.08

 

Obbligo di camorra - FRANCESCO LA LICATA

Il camorrista, il mafioso in genere, tiene molto al proprio status symbol. E un boss che si rispetti deve poter disporre un po’ di tutto: di un ottimo avvocato, possibilmente di grido, di un grande sarto o di una boutique esclusiva, del miglior medico sulla piazza, del più richiesto dei consulenti finanziari e fiscali. Deve poter vantare la devozione del politico di riferimento ma anche, perché no?, della star del momento. Per un lungo momento a Napoli il cantante più gettonato è stato Gigi D’Alessio e dunque, per essere consacrati come veri boss, i camorristi non potevano non ospitare - fosse una festa di matrimonio piuttosto che una cresima o un battesimo o un compleanno particolare - la melodia e la napoletanità di Gigi, nato e cresciuto nei vicoli e poi «esploso» come fenomeno nazionale. È un classico, il coinvolgimento delle star nei «capricci» prepotenti di guappi e mafiosi. Una canzone «dedicata al don» pone un doppio sigillo: al successo del guaglione che si affaccia alla grande ribalta, ma, nello stesso tempo, alla consacrazione del comando mafioso. Volete che don Raffaele Cutolo, quando era lui, invitasse al proprio compleanno, mettiamo, Mario Merola e questi rispondesse con un cortese rifiuto? Non si può, l’invito del boss - anche nel caso dello svago e del divertimento - è una proposta che non si può rifiutare. Non rifiutò, infatti, «Frank the voice» che nel Padrino (quello di don Vito Corleone) prende l’identità di un inesistente Johnny Fontane. Ecco perché stupisce fino a un certo punto la confessione resa da Gigi D’Alessio a Vanity Fair, a proposito del suo esordio artistico ai banchetti dei camorristi. Chi vive nelle contrade di Gomorra, chi vive al Sud sa come vanno le cose da quelle parti. Il cantante da palchetto, specialmente quando non è ancora un mito, si esibisce per un pubblico che auspica, per via della fame, sia pagante. E chi è in grado di pagare a Napoli, o a Palermo o Catania? La mafia è quella che trova i soldi: per le feste rionali, per le celebrazioni di quartiere, per tutto ciò che comporta la mobilitazione delle Congregazioni, veri centri di distribuzione di risorse finanziarie. Il passo successivo, dopo anni di gavetta, è proprio quello della riconoscenza. Il camorrista chiama, la star risponde. D’Alessio ha glissato per anni su questo aspetto della sua carriera: le sue amicizie borderline hanno fatto capolino dal si dice e non si dice. Oggi sarà per lui una liberazione. Perché se Gigi ne ha parlato, ciò vuol dire che finalmente può. È talmente enorme il suo successo che può finalmente rendere pubblico un impegno preso il 7 giugno 1997, dopo un concerto al San Paolo di Napoli: «Non andrò più a cantare a casa di nessuno». Bisogna gioire di questo «evento». Certo, qualche moralista inflessibile avrà da ridire, ma dovrà farsene una ragione. Persino Giovanni Falcone, che non era un carattere facile, capì il dramma di Franco Franchi, anche lui sorpreso a far ridere in privato i Bontade e i Greco. Lo indagò e lo prosciolse, perché - da palermitano - sapeva perfettamente distinguere tra la collusione e la «necessità» di doversi barcamenare tra i sorrisi ipocriti di assassini in cerca di svago.

 

Obama vuole Hillary, rivolta tra i fan – Maurizio Molinari

New York - Il nome di Hillary scuote il Kluczynski Federal Building. Al 38° piano del grattacielo nel centro di Chicago c’è la nuova sede del team di Barack Obama incaricato di gestire la transizione e le indiscrezioni sulla Clinton oramai a un passo dal Dipartimento di Stato hanno causato imbarazzo e malumori. Se i portavoce mantengono il più rigido top secret, basta leggere i messaggi che si moltiplicano sul blog di Barack per accorgersi dello stato d’animo degli obamiani. «Hillary Segretario di Stato, no!! ma perché???», «non la sopporto», «ma è vero??» scrivono i fan esprimendo il disagio che cresce nella blogosphera liberal da quando nella notte di lunedì il «Guardian» di Londra ha rivelato che «Hillary sta per accettare l’offerta fatta dal Presidente». Fra le voci di spicco degli obamiani più irritati c’è Robert Kuttner, co-direttore del liberal «American Prospect», secondo cui «Barack deve drasticamente limitare il numero di clintoniani nell’amministrazione» al fine di «poter perseguire politiche di sinistra». I più contrari sono i volontari che durante la campagna delle primarie hanno duellato - e vinto - con un partito democratico che era schiacciato a favore dei Clinton. Ora temono che il loro leader gli volti le spalle scegliendo una sorta di realpolitik destinata a penalizzare le speranze di un grande «change», cambiamento. A confermare le tensioni scaturite dall’incertezza sulla sorte di Hillary vi sono le voci che rimbalzano da Chicago sui problemi connessi al legame con Bill, la cui Fondazione Clinton ha tali e tanti legami economici con governi stranieri e lobbisti di Washington da far apparire il nuovo Segretario di Stato in preda a quegli stessi gruppi di interesse che Obama si è impegnato a sfidare una volta eletto alla Casa Bianca. Come se non bastasse, alle indiscrezioni del «Guardian» ne sono seguite altre, pubblicate sulla stampa americana, che indicano una risalita delle quotazioni di un altro candidato: Richard Holbrooke, che durante gli anni di Clinton fu l’inviato di punta per la crisi nei Balcani. Holbrooke è un clintoniano delle prima ora, durante le primarie scelse Hillary sostenendola senza esitazioni fino alla fine e il suo bagaglio di esperienza cela anche qualche neo a causa delle accuse sollevategli dall’ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic su un presunto accordo segreto, teso a garantirgli che non sarebbe stato mai perseguito per i crimini commessi durante il conflitto. Stretto fra i fan dubbiosi su Hillary, le perplessità dello staff sulla Fondazione Clinton e le indiscrezioni su Holbrooke, Obama procede nel costruirsi con cura l’immagine di Presidente bipartisan. Nelle ultime 24 ora ha compiuto due mosse in questa direzione: prima ha spinto i leader democratici del Senato a lasciare a Joseph Lieberman, alleato di John McCain durante le elezioni, la carica di presidente della commissione sulla Sicurezza Interna e poi ha affidato a YouTube un messaggio alla conferenza sull’ambiente presieduta dal repubblicano Arnold Schwarzenegger, promettendo di lavorare con «qualsiasi governatore, qualsiasi azienda privata e qualsiasi governo straniero» determinato a contribuire allo sviluppo di energie alternative. A Chicago c’è chi assicura che proprio Schwarzenegger potrebbe essere il repubblicano a cui Obama pensa per uno dei dicasteri di punta. Sul fronte delle nomine l’indiscrezione del giorno viene da «Newsweek» e riguarda la possibilità che l’afroamericano Eric Holder vada al ministero della Giustizia.

 

Corsera – 19.11.08

 

Il triangolo - Massimo Franco

L’idea di chiudere la guerra sulla presidenza della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai ricorrendo al nome di Sergio Zavoli, dice a che punto fosse arrivato lo scontro. Il senatore della tv di Stato, prima ancora che del Pd, è un «grande vecchio » con connotazioni professionali più che politiche. Proprio per questo sembra l’unico in grado di rimettere d’accordo tutti, almeno in teoria; e di accreditare un simulacro di tregua fra governo e opposizione. Serpeggia la tentazione di considerarlo un parafulmine istituzionale che mette fine ad una vicenda seguìta con fastidio crescente dall’opinione pubblica. Ma forse la sua scelta di garanzia rappresenta qualcosa di più. È la vittoria in extremis di quanti hanno preferito tentare la strada della stabilità piuttosto che rassegnarsi al tanto peggio tanto meglio; e di un Walter Veltroni che fino a ieri mattina sembrava schiacciato in un angolo: anche se la soluzione appare più il frutto della disperazione del Pd che di una sua strategia. La candidatura è emersa dopo l’udienza concessa ieri dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, al leader dell’opposizione; dopo le dimissioni degli uomini di Antonio Di Pietro dalla commissione; e dopo una mediazione del solito Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio di Silvio Berlusconi. Ora ognuno potrà dire di avere vinto: sebbene non sia esattamente così. L’indicazione di Zavoli al posto del «reprobo» del centrosinistra Riccardo Villari, scelto dal Pdl e da due commissari dell’opposizione, indebolisce di colpo manovre che con la vicenda avevano ormai poco a che fare. Il compromesso si può considerare il frutto di una triangolazione fra Veltroni, Quirinale e Letta: almeno nel senso che gli schieramenti conoscevano la preferenza di Napolitano per una soluzione condivisa da tutti. Per il segretario del Pd si trattava di uscire da una trappola, e in qualche misura ci è riuscito. Il suo partito era in tensione e tentato, in alcuni settori, di offrire sponde contro di lui; l’Idv gridava studiatamente contro i «no» berlusconiani; e Villari si era rifiutato di gettare la spugna anche dopo avere incontrato Veltroni. Ma Zavoli è il candidato ecumenico che il neopresidente chiedeva come condizione per fare un passo indietro. Le sue dimissioni, prima come minimo discutibili, ora appaiono motivate e attese. Non sono da escludersi ostacoli residui. La situazione, però, si è svelenita. Se davvero il Pdl ha eletto Villari con l’intenzione di sbloccare lo stallo, può considerarsi soddisfatto. E se Berlusconi, come ha ripetuto ieri, voleva che l’opposizione «cambiasse cavallo», è stato accontentato. Il rammarico è che per arrivarci siano state necessarie tante asprezze: l’identikit di Zavoli probabilmente si poteva indovinare già due settimane fa. Pochi, però, volevano vederlo, forti delle proprie ragioni pretestuose: nel governo, e soprattutto in una parte del centrosinistra.

 

Il magistrato che indagò anche su di séAldo Cazzullo

Ha indagato sui muscoli di Del Piero e sulle tinture dei parrucchieri, sull’asma da farina dei panettieri e su quella da segatura dei falegnami, sulla Fiat e sulla centrifuga Moulinex, sulla cura Di Bella e sui videogiochi diseducativi - «ce n’è uno, Carmageddon, dove il pilota deve investire più pedoni possibili, ogni morto cento punti: ma si può?!» -, sul rogo del cinema Statuto e sul Palio di Siena. A coronamento di una carriera irripetibile, Raffaele Guariniello aprì un’inchiesta sulla sicurezza negli uffici della pretura: i suoi. Pertanto, è arrivato a indagare anche su se stesso. Non va in vacanza da vent’anni. Se va a Roma è per studiare le sentenze della Cassazione. Non beve, non fuma, non prende caffè - «una volta mi piaceva, poi ho scoperto che è indiziato per i tumori alla vescica» -; la sua passione è girare in bicicletta per le piazze metafisiche di Torino prima dell’alba o a ferragosto. Se deve comprare un mobile si informa sulla tossicità dei materiali. Non dorme mai più di quattro ore. Mette in guardia dal Viagra - «in soggetti predisposti i possibili esiti letali sembrano esserci davvero» -, dal cerotto dell’amore e pure dal preservativo: «Contiene lattice di gomma, e chi usa per lavoro i guanti in lattice è soggetto a gravi malattie professionali, dall’asma alle dermatiti...». Si è imbattuto in gastroenteriti, ipoacusie, asbestosi; malattie da benzene, amianto, carniccio - «Cos’è? È un miscuglio di proteine d’origine bovina, lo usano per le caramelle: fa malissimo» -, nandrolone. La notte legge Lancet e altre riviste scientifiche, per informarsi sui nuovi pericoli che incombono sull’umanità. Ma trae ispirazione per le indagini anche dalla letteratura: lo colpì un passo di Kafka sulle donne che si ammalavano lavando gli abiti dei mariti. Non succederà mica anche da noi? «Feci una verifica, e scoprii che la moglie di un operaio che lavorava con l’amianto aveva contratto un cancro lavandogli la tuta». Guariniello è figlio di un sarto salernitano e della scuola giuridica torinese. Da qui la sua linea «interventista». Il pensiero che la magistratura sia chiamata talora a un ruolo sociale, come quando un’inchiesta - sua, ovviamente - indusse l’Alitalia a far spegnere i telefonini in volo; l’idea che la sentenza possa integrare il diritto e farlo evolvere (o degenerare, secondo i critici). Da qui il caso Thyssen, in cui Guariniello ha ottenuto per la prima volta il rinvio a giudizio di un dirigente per omicidio volontario con dolo eventuale. Come modelli di etica, Galante Garrone e gli altri azionisti torinesi - a Goffredo Buccini del Corriere , che gli chiedeva perché interrogasse mezza serie A da Ronaldo a Zidane, rispose che non aveva soggezione dei calciatori: «Le sembra giusto che guadagnino più di Bobbio?» -. Come maestro di diritto, Giovanni Conso, di cui è stato assistente all’università. Come compagno all’esordio in magistratura, Gian Carlo Caselli. Era il 1967, entrambi erano uditori giudiziari all’ufficio istruzione del tribunale di Torino. «Lì il mandato d’arresto era pane quotidiano - ha raccontato Guariniello a Stefano Lorenzetto del Giornale -. Due anni dopo ci proposero di rimanere. Caselli accettò. Io no. A me piace perseguire i reati, non gli imputati». Il che non rappresenta una polemica con il collega, ma la rivendicazione che fa di «Lello», come lo chiamano, un personaggio inafferrabile, e non solo per le sue rapide strette di mano da igienista. Di solito, la sinistra lo loda, la destra lo prende un po’ in giro. «Si alza alle 4 del mattino per seguire le rassegne stampa e informarsi sulle ultime sciagure, che saranno oggetto delle sue puntigliosissime analisi» ha scritto Il Giornale . E l’Unità : «Lui ci prova. Con coraggio, con tenacia. Modi gentili, un sorriso che definiresti timido; ma è risaputo che la timidezza non esclude la caparbietà. Anzi». Guariniello però non si è mai schierato: «Sono venuti tutti, ma proprio tutti, a offrirmi la candidatura. No, grazie. L’unica legge cui penso è proprio impedire ai magistrati la carriera politica. Non temporaneamente; a vita». Nei suoi interventi su Micromega ha rimproverato a governi ulivisti e berlusconiani la propensione «al condono, alla sanatoria, alla proroga, alla deroga». Però gli preme ricordare di non aver mai arrestato nessuno, almeno sino al maggio 2008, scandalo dei farmaci-truffa. La sua sorte era nel nome del paese in provincia di Alessandria dov’è nato: Frugarolo. Sessantasette anni, finì sui giornali per la prima volta nel ’71, quando scoprì le «schedature» Fiat. Poi si concentrò sulla Juventus: indagò pure su un volo Napoli-Torino fatto decollare in anticipo, prima che la specchiata gestione Moggi gli fornisse ampio materiale. Ovviamente, Guariniello è juventino, e pure ex calciatore. «Avevo piedi buoni ma ero troppo gracile. Forse avrei dovuto prendere qualche pillola».


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