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Liberazione – 20

Liberazione – 20.11.08

 

Tony 1000, Tronchetti 3 milioni. Ecco come l'avidità uccide il lavoro - Claudio Jampaglia

Milano - «Ormai valiamo meno di una scrivania...». In mensa chi si ferma a parlare con Tony è per dire cose allegre di questo tipo. C'è quello che prende il valium perché sa che nel suo ufficio ne rimarrà uno su tre, c'è il padre di tre figli, uno disabile, con la moglie appena licenziata a cui hanno proposto un trasferimento, e chi sta pensando di offrirsi per andare nelle fabbriche in Romania, Cina, Russia, Egitto. Un tempo Pirelli era un nome su una tuta di cui andavano orgogliosi i lavoratori. Ora lo portano con più orgoglio i tifosi dell'Inter. Compreso l'illustre Marco Tronchetti Provera che sarà anche attaccato alla maglia, ma non sa proprio fare squadra. Martedì prossimo i lavoratori glielo diranno con una catena umana attorno alla storica sede di viale Sarca 222 che tra poco riaccoglierà proprio Tronchetti e suoi super-manager. La nuova palazzina è quasi pronta, ci sarà anche l'eliporto sul tetto perché al capo piace essere visto. In barca, allo stadio, in elicottero. Ricco, bello, elegante. Ma da lontano. I lavoratori lo sanno e un mese fa sono andati a ricordarglielo in una delle rare occasioni in cui si è fatto vedere in Bicocca. L'hanno aspettato fuori dall'incontro con i giovani industriali su "codice etico" Pirelli e l'hanno applaudito mentre sfilava tra le guardie del corpo. Solo quello. Un applauso. Gelido, beffardo, umiliante. Come la sfiducia. Questa, prima di tutto, è una storia di soldi. Di danèe. Altro che ricerca, pneumatici del futuro, robot che li producono, nuovi stabilimenti in Russia e Romania... Pirelli si è rifugiata nella gomma dopo le batoste Telecom e il fallimento dell'entrata in borsa dei pneumatici. E' tornata all'industria. Ma questa è una storia di soldi, di avidità, di un modello aziendale dove non conta il lavoro, ma il guadagno di pochi. Una storia esemplare. Come i 19 milioni di bonus per quattro dirigenti e i 100 euro al mese di salario in Romania (« e c'è la fila fuori»). O come i 190 licenziamenti annunciati in fretta e furia da Pirelli: 60 nell'immobiliare, 107 nei pneumatici, 15 nella Spa, 8 nell'informatica. Tutte società diverse ma licenziamenti e basta. Niente prepensionamenti, niente cassaintegrazione, niente. Uno shock. Entro i primi di dicembre a casa. Presto. Firmare. E Tony, Sandro, Piero, Gianluca, Rsu di un fabbrica che il sindacato ce l'ha dal 1891, non ci stanno. Sono quattro di circa 2mila lavoratori Pirelli. Per lo più impiegati e tecnici che gli scioperi li stavano già facendo. Per il salario. Il "brillante" contratto gomma-plastica firmato da Cgil-Cisl-Uil nel 2006 ai lavoratori ha dato 102 euro, in due anni e tre tranche: 30 euro lorde ogni 8 mesi. Non se ne sono nemmeno accorti. In un'azienda dove l'operaio al minimo prende 940 euro al mese e quello che fa anche la notte arriva alla bellezza di 1150, ci vuole l'integrativo. Tony, ad esempio, busta paga alla mano, dopo 31 anni prende 1060 euro. «Sai cosa ci rispondono quando diciamo che i salari sono da fame? Che lo stipendio medio in azienda è di 3500 euro. Io gli ho risposto che allora c'è qualcuno che è trent'anni che mi ciula quelli che non prendo». Sono i manager che guadagnano anche 200 volte gli operai. Nel bilancio 2007 il costo del lavoro Pirelli è diminuito di 17 milioni di euro a fronte di 1 miliardo distribuito in dividendi. Bisognava far vedere a investitori e banche che dopo le minusvalenze di diversi miliardi per l'uscita da Telecom, Pirelli era un buon affare. L'anno scorso c'è stato anche un taglio dei costi interni del 30%. Non per tutti. Mentre i dirigenti si facevano un regalo di tre giorni di corso di guida al Mugello, ai tecnici si restringevano le tute al terzo lavaggio. Succede quando si risparmia. E queste sono piccolezze. Perché intanto c'era il blocco straordinari, quello delle assunzioni e il bye bye per i contratti a termine in scadenza. Quanti sono? «Non ce lo dicono», rispondono gli Rsu. «Come non sappiamo quante ditte esterne lavorano in azienda». Sono esterni i manutentori dei macchinari, il guidatore del muletto, il disegnatore stampi (che chiudono a Cinisello e vengono trasferiti in Corea). Molta ricerca è fatta da stagisti del Politecnico. «Di gente che non sappiamo che fa ce n'è tanta...». E poi l'azienda li usa anche per cose poco ortodosse. Ad esempio alcuni assistenti, impiegati o esterni, hanno fatto lavorare le macchine mentre i lavoratori scioperavano. Brutta cosa. Di quelle che fanno incazzare. Mercoledì in assemblea erano un migliaio. «Mai vista tanta gente, molti arrabbiati con noi perché volevano sapere che scioperiamo a fare, ma tutti furiosi con l'azienda». La dirigenza però non gradisce tavoli. Preferisce le comunicazioni. I manager, ad esempio, hanno annunciato un taglio di bonus e megastipendi del 49%. Un "buon esempio" visto che dall'anno record di profitti - il 2000 con 7mila miliardi di lire, e 135 miliardi di bonus per i manager (Tronchetti e Buora intascarono anche 900 miliardi dalla vendita della fibra ottica, il fiore all'occhiello dismesso chi sa perché) - i compensi dei manager Pirelli sono stati sempre al top dei top. Nel 2005 tra i primi 10 manager più pagati d'Italia 5 erano Pirelli per circa 39 milioni di euro (in discesa...). E nel 2007 della crisi e del mega indebitamento post-Telecom? Secondo il libro "la paga dei padroni" (Chiarelettere, 2008), l'ad Carlo Buora continua ad essere il quinto manager più pagato d'Italia con 12 milioni d'euro, poi c'è Luciano Gobbi con 8 milioni (6 di buonauscita), Tronchetti con 6,1 al pari di Puri Negri presidente della immobiliare e poi i direttori generali De Conto (2,2 milioni) e De Poulpiquet (1,5). Fanno 36 milioni. Poi ci sono le mezze milionate di stipendio per le seconde linee. Però non c'è rendimento di titolo azionario che possa giustificare tali somme. Qualcosa non funziona. Ormai è senso comune. Così da 6 milioni di euro anno Tronchetti passerà a 3 milioni (ma lo faranno?). Non ci sembra una tragedia. Più difficile vivere con 1000 euro e rischiare di perdere anche quelli. Demagogia? Si può sempre fare l'esperimento empirico: 1000 euro a Buora e Tronchetti. E vediamo come se la cavano. «Noi possiamo anche assumerci lo stato di crisi del settore - spiega Gian Mario Mocera della Cgil che per Mursia ha scritto un libro molto istruttivo sulla questione "Chi vuole uccidere la Pirelli?" - ma non si può tutte le volte scaricare la crisi sui lavoratori e dividersi gli utili in quattro gatti. Pretendiamo responsabilità da parte di tutti. Arriveremo fino al ministero». Pirelli, intanto, annuncia investimenti sui pneumatici e crisi. «Dai bilanci i lavoratori non sono mai stati tanti: 3mila in più solo nel 2007, ma 1000 in meno in Italia». «Alla voce investimenti leggiamo Cina, Romania, Russia, Egitto... non c'è mai scritto Italia. Mai». E il progetto Next, la produzione meccanizzata totale del pneumatico? «Ma se le linee di qua le hanno mandate in Germania e in Gran Bretagna...», dice Gianluca. E la crisi? «Il Tyre ha fatto nei primi sei mesi +3,5%. E' crisi?», risponde Piero. «Abbiamo appena preso l'esclusiva monogomma per le superbike fino al 2012, 6mila pneumatici a gara più l'immagine», rincara Sandro. Però l'azienda dice che i magazzini sono pieni. «Allora diano la cassaintegrazione. Perché tagliare servizi, ricerca, impiegati?», risponde Tony. Ineccepibile. «Noi possiamo discutere di pensionamenti, accompagnamenti per chi ha i requisiti e ricollocamento per gli altri. Stop. Anche perché dove andiamo non lo sappiamo, il piano industriale è rinviato a febbraio». Gli stabilimenti a Settimo Torinese e Bollate sono in cassa integrazione a 10 giorni al mese. Sono annunciati tagli anche nel resto d'Europa. Crescono le delocalizzazioni. Perché questa è una multinazionale e i danèe girano altrove. Dove il costo del lavoro è più basso. E nelle tasche di chi guadagna come 3mila operai. Senza vergogna.

 

Lavoro, tre morti e tre feriti gravi

Raffica di incidenti mortali sul lavoro, ieri come ormai ogni giorno. Ad Agrigento un operaio di 31 anni è morto all'alba, travolto da un muletto. Il giovane era un dipendente della fabbrica «Riplast» che si occupa di imballaggi industriali plastificati. Altra vittima nell'astigiano, dove un uomo di 72 anni, titolare di una impresa edile di San Damiano, è rimasto schiacciato dalla sua ruspa. L'imprenditore, alla guida del mezzo, stava livellando un terreno in forte pendenza per l'apertura di un cantiere. Ad un certo momento l'uomo è sceso dal grosso automezzo, con motore avviato, senza attivare il freno a mano. Mentre si avviava a parlare con due operai la ruspa si è mossa in retromarcia schiacciando l'imprenditore a terra. Terza vittima a Bolzano: un operaio di 32 anni è caduto da un'impalcatura mentre era impegnato in lavori di consolidamento di una roccia. E' morto all'ospedale. E' dopo due settimane di agonia ospedaliera è morto pure l'operaio salentino di 53 anni, sposato e padre di nove figli, caduto da un'altezza di tre metri mentre sottoponeva a manutenzione straordinaria uno scambiatore d'aria di una centrale Enel. Sempre ieri un operaio bergamasco di 50 anni è rimasto ferito in provincia di Bergamo dopo essere precipitato da un'altezza di circa otto metri. In provincia di Taranto un uomo di 48 anni è finito in gravi condizioni nell'ospedale dopo essere caduto da un ponteggio e aver riportato un trauma cranico commotivo e altre lesioni. Infine, un giovane di 21 anni è stato schiacciato da un roll-box, un grosso carrello utilizzato nell'industria alimentare per il trasporto delle vivande, in provincia di Torino. Adesso è in coma.

 

Un'altra università non vuol dire l'università del futuro – Franco Piperno

Con la massiccia concentrazione del 14 novembre su Roma, si compie un ciclo del movimento, il primo. Tutto era cominciato con un decreto romano, illiberale e statalista che, trattando la formazione come un costo piuttosto che un investimento, tagliava drasticamente la spesa pubblica per scuola ed università. Il 14 novembre è così la risonanza sociale provocata da quel decreto. Ma tanto la pluralità quanto i numeri coinvolti testimoniano, con tutta evidenza, che l'Onda ha già prodotto una eccedenza che è fuori misura rispetto al gesto che la ha provocata. In altri termini l'orizzonte parasindacale incentrato sulla questione dei tagli risulta ormai limitato anzi asfittico; ed emergono forme di vita attiva che hanno compiuto l'esodo dalla temporalità moderna dove il futuro è vissuto nel modo dell'attesa (nuove riforme,nuovi governi, nuove scienze,nuove ricerche,nuovo mondo etc.) e s'impegnano "a strappare la felicità al futuro" praticando qui ed ora il terreno della critica alla divisione disciplinare del sapere: la prassi dell'autoformazione ovvero una altra università, in grado di richiamarsi all'origine, all'autonomia ed unità del sapere. Il rimbalzo dell'Onda. Dopo il 14 di novembre il movimento rientra nei suoi luoghi d'origine, inebriato dalla condivisione della presenza, da quell'essere in molti tutti insieme nello stesso luogo. Questa potenza va scagliata, luogo per luogo, contro il sistema della scuola e dell'università - sistema mostruoso per astrazione e debole nel conseguire risultati proprio perchè assegna alla formazione ed alla ricerca il compito di aiutare la crescita economica del paese, favorire la competizione della nostra industria sul mercato globale. Per far questo,occorre convergere sulla didattica, cioè su tempi, modi,contenuti con i quali l'università adempie al compito per il quale è nata: la rielaborazione del sapere in forma tale che sia pubblicamente, meglio, dirò, comunemente, trasmissibile di generazione in generazione. Si tratta di partire dalle cose come stanno, dal clamoroso fallimento della riforma "3+2", riforma bi-partisan quanti altri mai, proposta pressoché unanimemente dal ceto politico, sia di destra che di sinistra. Si tratta d'andare nella direzione opposta a quella indicata dalla riforma Berlinguer-Moratti-Gelmini. Mentre quest'ultima mira a sfornare leve di massa d'idioti specializzati per ruoli lavorativi stupidi e ripetitivi, la pratica dell'autoformazione si dispiega attraverso le discipline per conseguire quell'unita del sapere che sola permette una rappresentazione vera della realtà:infatti la realtà, come la natura da cui scaturisce, è di per sé interdisciplinare. L'autoformazione si sviluppa quindi come rapporto tra lo studente e la realtà, e non già come destino dello studente nel mercato del lavoro. Per tradurre in slogan la questione potremmo dire che i primi tre anni di curriculum universitario conseguono il loro scopo nel fornire le competenze generiche dell'individuo sociale; essi sono quindi organizzati a livello d'ateneo e prevedono che lo studente attraversi, tramite la scelta libera dei corsi, tutte le aree tematiche presenti nell'ateneo - e.g. all'Unical queste aree sono cinque ed in conseguenza il numero d'esami complessivo per il triennio non dovrebbe superare il numero di quindici. I corsi, poi, devono possedere quell'aura socratica che permetta il rapporto individuale tra docente e discente, e consenta l'acquisizione della capacità euristica piuttosto che l'apprendimento passivo di nozioni - e questo comporta che non vi siano molte decine di studenti per classe e che l'attività di docenza preveda un andamento per dispute e seminari. Si pensi che, nel modello "3+2", la lezione frontale, con l'uso dei lucidi e del power- point in una classe con centinaia di studenti, somiglia più ad una conferenza televisiva che ad una attività di trasferimento della conoscenza svolta in presenza. La valutazione del professore, la potenza intellettuale dello studente. Si è già detto: l'università non è un centro di ricerca. Questo comporta che un ottimo ricercatore possa essere un mediocre o anche pessimo docente, se privo del prestigio intellettuale che solo la capacità espressiva è in grado di conferire. Il giudizio didattico sul professore non deve essere affidato ai suoi pari, bensì agli studenti che hanno seguito i suoi corsi: essi soli hanno l'esperienza per valutare. Questo giudizio, espresso ripetutamente nelle forme adeguate, deve avere un valore determinante a livello d'ateneo per il conferimento degli incarichi e per la carriera accademica. Va da sé che gli attuali questionari, somministrati irresponsabilmente e privi del minimo riscontro pratico, sono la caricatura del giudizio studentesco sull'attività della docenza. Il sistema nazionale dell'università pubblica ed il reclutamento dei docenti. Per assicurare la trasmissione pubblica dei saperi le università devono costituire rete - avere le regole fondamentali in comune sicché sia garantita la mobilità di studenti, dottorandi e docenti da una sede universitaria ad un'altra. La prima regola è che per intraprendere e progredire nella carriera accademica occorre cambiar sede-questo vuol dire che, ad esempio, il dottorato si consegue in un ateneo diverso da quello che ha conferito la laurea magistrale; ed il contratto a tempo determinato post-doctoral richiede nuovamente un mutamento di sede. In particolare, i docenti devono avere una qualificazione attestata a livello nazionale nella forma di abilitazione alla docenza valida per un certo periodo, supponiamo per cinque anni. Entro quest'intervallo di tempo, il singolo ateneo può attingere dalla lista aperta degli abilitati, e solo da quella, il nuovo personale docente, a discrezione del Dipartimento interessato e senza la farsa del concorso nazionale o almeno quello in ruolo che possiede tutti i titoli, attivi e passivi. Il docente in ruolo è sottoposto a valutazione decennale, articolata: a) in un esame della sua attività di ricerca espresso dai suoi pari a livello internazionale; b) in un giudizio sulla capacità didattica formulato dagli studenti che hanno seguito i suoi corsi, nonché da coloro che lo hanno avuto come tutor o come relatore di tesi. Il superamento della valutazione decennale è condizione necessaria per rinnovare il rapporto di lavoro con gli atenei del sistema pubblico. Il ruolo della docenza è unico con parità di diritti e doveri; l'eventuali differenziazioni nello stipendio devono essere articolate in funzione dell'esperienza e delle attività accademiche svolte. La democrazia universitaria. Una delle conseguenze tra le più funeste della contro-riforma "3+2" è la trasformazione virtuale dei professori in improvvisati "managers" e del rettore in amministratore delegato personalmente interessato a conservare potere e prebende. Anche qui,occorre imboccare la direzione opposta. Intanto l'elettorato del rettore deve comprendere oltre ai professori a pieno tempo, ai dottorandi ed agli assegnasti, tutti gli studenti a partire dal terzo anno in regola con gli esami. Inoltre l'elettorato attivo deve coincidere con quello passivo -sicché potrebbe capitare di ritrovarsi uno studente come rettore,cosa per altro che accadeva in qualche università italiana fino all'altro ieri, fino alla campagna napoleonica. Al rettore andrebbe affiancato un Consiglio d'ateneo eletto in forma non corporativa, con poteri di gestione e di rappresentanza. Il rettore ed i membri del Consiglio dovrebbero restare in carica per un solo mandato e non godere dell'elettorato passivo per il mandato immediatamente successivo. Il Senato accademico andrebbe soppresso insieme alle Facoltà i ruoli accademici dovrebbero far capo ai Dipartimenti, che, a loro volta, andrebbero strutturati attorno a tematiche di ricerca e non definiti sulla triste base disciplinare. Al posto delle Facoltà dovrebbero subentrare i Consigli di Corso di Laurea ed il Coordinamento dei consigli, entrambi modulati da esclusive ragioni didattiche ed in grado di fare emergere le passioni conoscitive degli studenti. Infine andrebbe svuotata di ogni autorità, come peraltro già sta avvenendo, la Conferenza dei Rettori ed Consiglio Nazionale Universitario (Cun). La rappresentanza del sistema nazionale universitario andrebbe assunta da un organo consiliare eletto di volta in volta, su singole questioni e con mandato vincolante, dai Consigli d'Ateneo.

 

Manifesto – 20.11.08

 

America latina. Il contagio - Maurizio Matteuzzi

Nella cena offerta la sera di venerdì scorso alla Casa bianca di Washington ai partecipanti al summit del G-20, il presidente George Bush, a capotavola dell'enorme tavolo ovale con dietro un quadro di Abraham Lincoln, aveva alla sua destra il presidente brasiliano Lula da Silva e alla sua sinistra il presidente cinese Hu Jintao. Stessa collocazione nella foto di famiglia al National Building Museum. La sistemazione dei posti a tavola e davanti al fotografo illustrava meglio di cento comunicati il commiato non solo e non rimpianto di Bush come presidente ma degli Stati uniti come potenza mondiale egemonica se non unica. E l'arrivo sotto le luci dei riflettori delle «economie emergenti», finora relegate nell'oscurità delle ballerine di fila. Lula seduto e piazzato alla destra del (grande) padre (bianco), nonostante che solo qualche mese fa avesse osato definire - con ragione ma con una certa imprudenza - la crisi finanziaria mondiale «la crisi di Bush». «Posso solo dire che il giorno di oggi è storico. Esco di qui con la certezza che la geografia politica del mondo ha conquistato una nuova dimensione», è stata la conclusione di Lula a Washington. Probabilmente eccede in ottimismo Immanuel Wallerstein quando dice che «il capitalismo sta arrivando alla sua fine» (più probabile che sia, semmai, la fine del neo-liberismo selvaggio e dei neo-con). Ma che la geografia politica del mondo sia cambiata è sicuro. Come è sicuro che la crisi scoppiata negli Usa la cambierà ancora di più. Anche se non è ancora chiaro come. L'America latina, laboratorio sperimentale del neo-liberismo friedmaniano negli ultimi 25-30 del '900, fu devastata dalle precedenti crisi finanziarie. Alcune nacquero lì, come la crisi del debito estero dell'84 in Messico. Altre vi irruppero come uragani provocando danni e devastazioni economiche e sociali, come l'«effetto tequila» ancora in Messico nel '95 o l'«effetto caipirinha» in Brasile nel '98. Poi nel 2001 fu la volta dell'Argentina menemista (nella sua propaggine imcarnata dal «socialdemocratico» de la Rua) a collassare. Dai primi del nuovo millennio l'America latina ha voltato pagina. Rivolte popolari mirate su obiettivi precisi (l'acqua, il gas), governi progressisti, forte ripresa economica legata al mercato interno e alle esportazioni di materie prime, stabilità politica, strategie economiche e fiscali spesso ortodosse accompagnate da linee includenti di redistribuzione delle risorse, diminuzione della fame e in qualche misura della povertà, inflazione al livello più basso da decenni, riserve monetarie consistenti, taglio del debito estero e pubblico, recupero della fiducia e degli investimenti stranieri (produttivi anziché speculativi). A cominciare da quelli della Cina: da 13 a 103 miliardi di dollari l'interscambio 2000-2007, cento miliardi di dollari in investimenti promessi dal presidente Hu Jintao nel 2004. Un «lustro d'oro» (o quasi) fra il 2003 e il 2007, il più dinamico negli ultimi 30 anni, con il prodotto interno pro-capite cresciuto del 18.5%, il 3.5% l'anno. Le décadas perdidas degli anni '80 e '90 sembravano lontane anni-luce. E ora che le cose promettevano bene e cominciavano a marciare con quella continuità di crescita che per gli analisti è l'unica strada per intaccare gli storici livelli di povertà e di esclusione, ecco piovere, anzi grandinare, la peggior crisi finanziaria dal '29, con forti rischi di divenire crisi dell'economia reale e di ricacciare tutti 20 anni indietro. A pagare i cocci di un crac interno al capitalismo finanziario made in Usa. All'inizio quasi tutti ostentavano ottimismo. Lula diceva che «la crisi di Bush» al Brasile e all'America latina faceva «il solletico» e che non c'era bisogno di «misure drastiche». E il venezuelano Hugo Chavez assicurava che la caduta del 60% in tre mesi del prezzo del petrolio non aveva alcun impatto sui programmi di sviluppo economico e sociale perché «il Venezuela è preparato per rispondere a qualsiasi prezzo del barile». Ma era un ottimismo di facciata, per farsi coraggio. E' vero che, come dicevano i governatori delle banche centrali della regione riuniti a Santiago del Cile nell'ottobre scorso, l'America latina poggia su «fondamenta economiche solide» e si trova in «condizioni migliori» per affrontare la crisi. E' vero che fra i paesi in cui l'Fmi è già intervenuto dall'inizio della crisi - Islanda, Ucraina, Ungheria,Seychelles, Libano, Serbia - non ce n'è alcuno dell'America latina. E che le riserve in valuta accumulate sono in genere superiori ai loro debiti e costituiscono un importante parafulmine. Ma l'illusione che i paesi emergenti in generale e quelli latino-americani in particolare potessero tenere la crisi finanziaria fuori dalla porta - in un mondo globalizzato - o sopportarla meglio non ci ha messo molto a svanire. Il sistema bancario brasiliano o cileno ha regole più rigide di quelle che hanno fatto saltare le banche Usa, ma è ovvio che la caduta dei prezzi delle commodities - il petrolio venezuelano da 126 a 51 dollari il barile, la soia brasiliana e argentina caduta dal 30 al 50%, il rame cileno e peruviano del 41% dopo essere aumentato del 700% fra il 2002 e il 2008 - significa un taglio secco alle entrate pubbliche e quindi il rischio di una decelerazione e poi forse di una recessione di paesi come il Brasile, il Messico, l'Argentina, il Venezuela, lo stesso Cile (l'allievo modello) e via scendendo. Se le Borse di San Paolo, di Buenos Aires, di Città del Messico sono saltate, il real brasiliano e il peso argentino e messicano hanno perso a fino alle metà del loro valore contro il dollaro, le banche (finora) hanno tenuto. Ma il credit crunch si fa sentire sempre di più anche in America latina, nonostante l'inedita misura presa dalla Federal Reserve Usa di iniettare liquidità per 30 miliardi di dollari alle banche centrali di Brasile e Messico. Le previsioni di crescita della regione, dopo il +5.7% del 2007, per il 2009 sono state già ridotte dal 4.9 al 2.5-3%. Le «migliori condizioni» generali potrebbero non rendere più così assoluto il vecchio detto che se gli Stati uniti sternutiscono il resto del mondo, e in particolare l'America latina, prende il raffreddore. Ma Paul Krugman, fresco Nobel per l'economia, non crede tanto alla storia dello «sparigliamento», ossia «la presunta capacità delle nuove economie di mercato di continuare a crescere anche se gli Usa entrano in recessione». Mentre il contagio sembra evidente, fervono le scommesse sui «più vulnerabili» fra i paesi latino-americani. Il Messico legato da un cappio agli Usa (80% dell'export, 30% del Pil), il Venezuela e gli altri paesi dell'ala più radicale con i loro costosi programmi sociali? L'Argentina con la rinazionalizzazione del sistema pensionistico e il fantasma ancora in circolazione del corallito del 2001?

 

Le destre sperano che la crisi faccia il lavoro per loro - Emir Sader*

E' la sinistra di solito a essere accusata di catastrofismo. Ma adesso è la destra che, senza proposte, punta sul tanto peggio tanto meglio per vedere se finalmente riesce a disfarsi dei nuovi governi progressisti dell'America latina. A cominciare da Lula che, con l'80% di gradimento, la fa disperare. Prima puntava sull'inflazione, che sarebbe presto uscita di controllo e avrebbe portato il Brasile alla recessione. Poi era venuto l'editoriale dell'Economist a prevedere che quello di Fernando Lugo in Paraguay fosse l'ultimo governo progressista dell'America latina perché, diceva, sta arrivando la recessione e in tempi di recessione la destra è meglio. Il settimanale conservatore dimentica però che la mappa del continente oggi è cambiata. Che in El Salvador Mauricio Funes, candidato dell'Fmln, ha ottime possibilità di essere il prossimo anello della catena dei presidenti progressisti, e che la capacità di resistenza di questi governi davanti alla crisi è ora maggiore che ai temi dei suoi adorati cocchi - Fernando Henrique Cardoso, Carlos Menem, Carlos Andrés Pérez, Gonzalo Sanchez de Lozada, fra i tanti FHC, apostolo del caos, scommette sulla crisis e sulla recessione. Lui sa bene di cosa parla. In fin dei conti, nei suoi 8 anni di governo mandò in rovina il Brasile per tre volte e per tre volte dovette andare a bussare alla porta dell'Fmi. Nascose la crisi durante la campagna elettorale del '98, fece di tutto - appoggiato con calore dagli stessi media privati che ora puntano sul caos - per vincere al primo turno perché il paese era di nuovo in rovina e il ministro delle finanze Pedro Malan stava negoziando un nuovo accordo di capitolazione con il Fondo. Non ci fu verso, esplose la crisi e i tassi d'interesse del Brasile toccarono il 49%, l'economia entrò in una recessione prolungata che s'accompagnò a tutta la durata del governo Cardoso e portò sia all'inevitabile sconfitta dei «socialdemocratici» nelle elezioni del 2002 sia alla valutazione di FHC come il politico peggio valutato dal popolo brasiliano. Adesso la destra punta sulla crisi, che è la crisi della sua filosofia, dei suoi salmi sulle virtù del mercato. Ipocriti, tentano di nascondere che sono stati proprio i loro discorsi a portare al baccanale speculativo degli Stati uniti - la mecca del neo-liberismo. Lula dovrebbe andare a fondo perché se il dotto, l'illustre, il cocco delle grandi imprese private, FHC, è andato a fondo - nella politica economica, sociale, educativa, culturale, estera -, come potrebbe farcela un tornitore meccanico del Pt, un nordestino che ha perso un dito sotto una pressa? E' lo smacco per le teorie secondo cui le élite sanno di più, possono di più, fanno di più e di meglio. Le stesse teorie fallite in Bolivia, dove l'indigeno Evo Morales sta riuscendo là dove il «gringo» Sanchez de Lozada non è riuscito, o in Venezuela, dove il mulatto Hugo Chavez riesce là dove l'élite bianca dei Carlos Andrés Pérez e Rafael Caldera non è riuscita. Le economie dei paesi che partecipano al processo d'integrazione regionale soffrono e presumibilmente soffriranno meno gli effetti gli effetti della peggior crisi del capitalismo dal 1929, in quanto privilegiano l'interscambio fra loro, diversificano i mercati internazionali - esempio tipico il posto che sta occupando la Cina -, sviluppano il mercato interno dei consumi popolari diminuendo il peso delle esportazioni, dispongono di sempre più risorse finanziarie proprie (che il Banco del sur incrementerà). Allora l'effetto della crisi fu la caduta di 16 governi dell'America latina. Ora nessun governo è caduto e prevedibilmente cadrà, e a soffrire di più saranno quelli più legati all'economia Usa e ai dettami del neo-liberismo - il Messico primo fra tutti. Cardoso e le vedove che lui e quelli come lui hanno lasciato nell'industria privata possono piangere, puntare al peggio, aspettare seduti sulla riva del fiume il fallimento dei nuovi governi dell'America latina. Il loro tempo è passato. Il funerale di Wall street è il loro funerale. Quello dei salmi al mercato, dello stato minimo, del regno della speculazione. Riposino in pace, che i popoli latino-americani hanno altro a cui pensare che preoccuparsi di quelle cassandre neo-liberiste.

*Sociologo brasiliano e segretario esecutivo del Clacso, Consiglio latino-americano delle scienze sociali

 

Fiat: «Aiuti per tutti». Pronto il piano Ue - Antonio Sciotto

Il mercato delle auto è in forte difficoltà a causa della crisi, e dopo l'appello delle «Tre sorelle di Detroit» (Gm, Ford e Chrysler) al governo Usa, il problema degli aiuti statali si pone evidentemente anche in Europa. Per sintetizzare le preoccupazioni delle industrie del vecchio continente, si può riportare la richiesta fatta ieri dall'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, agli organi di governo della Ue: «Gli aiuti al settore - ha spiegato - devono essere per tutti o per nessuno». La Commissione Ue presenterà il 26 novembre il suo piano, ma già ieri si è saputo che è pronta a dare il via libera, e che però potranno usufruire di aiuti solo quelle aziende che si pongano obiettivi di miglioramento ambientale. L'anticipazione l'ha fornita la presidenza francese della Ue, intervenendo alla plenaria dell'Europarlamento. I produttori americani, avevano spiegato due sere fa al Capitol Hill che se fallisse anche una sola delle tre case auto, si rischierebbe un effetto domino, con la possibilità di travolgere fino a 3 milioni di posti di lavoro: un piano di salvataggio presentato dai democratici, prevede dunque che siano fatti prestiti a tasso agevolato per 25 miliardi di euro, da sottrarre al fondo di 700 miliardi destinato dal governo Usa alle banche. Ma il segretario al Tesoro Henry Paulson aveva fatto sapere che quei fondi sono finalizzati solo al sistema finanziario, e quindi non dirottabili al settore auto. Dopo la notizia, ieri, i titoli dell'auto sono crollati a Wall Street: Ford -23%, Gm -14%. Sul fronte europeo, Marchionne ha spiegato che la Fiat «non ha chiesto nulla al governo italiano», e che il suo è - almeno per il momento - un discorso generale sulla base del principio di concorrenza: «Se la Fiat ne ha bisogno o meno, è un altro discorso: il fatto è che se i produttori Usa ricevessero sostegni, questi andrebbero a cambiare gli equilibri in Europa: un dislivello con gli Stati Uniti che non si deve creare». Poi l'ad della Fiat si è riferito alla situazione specifica della Opel, che ha chiesto sostegni speciali per un miliardo di euro al governo tedesco, a causa delle difficoltà che sta attraversando la casa madre statunitense (la Gm): «Se dovesse intervenire qualcuno a dare sostegno alla Opel, sarebbe completamente impossibile escludere gli altri produttori». La presidenza di turno francese dell'Ue, rappresentata dal segretario di Stato Jean-Pierre Jouyet, ha spiegato che gli interventi che la Commissione si prepara ad autorizzare sono «mirati e temporanei», ma che sono necessari dato che il settore potrebbe registrare a fine anno un calo di vendite del 5%, il dato peggiore dal 2003. Quanto allo specifico della Opel, la Commissione Ue sembra orientata a dare l'ok ai sostegni, vista l'eccezionalità della situazione e il fatto che Operl produce in vari paesi Ue, tra cui Svezia e Spagna. Già la Banca europea degli investimenti sta lavorando a un incremento del volume dei prestiti nel 2009 e nel 2010 pari a 10-15 miliardi di euro per anno. A questi si aggiungeranno gli interventi paese per paese, sulla base delle attuali regole degli aiuti di stato. In tutto, le industrie di auto chiedono un piano di prestiti agevolati pari a 40 miliardi di euro (dunque il doppio di quanto richiesto dalle big three Usa). Ieri si sono mobilitati per l'accesso ai finanziamenti bancari anche i costruttori britannici.

 

Marcia forzata - Francesco Paternò

La questione degli aiuti di stato all'industria delle quattro ruote è politica. E l'automobile sembra diventata improvvisamente di sinistra. Dall'America all'Europa passando per l'Italia, a favore di un sostegno all'industria ci sono Barack Obama, i democratici, la cancelliere tedesca Angela Merkel che è una facinorosa sul clima rispetto ai veti berlusconiani, l'ex governo Prodi che ha lasciato in eredità per tutto il 2008 gli incentivi all'acquisto di auto a minor impatto ambientale, misura inutile visto il mercato e lo stato del potere d'acquisto degli italiani. Il problema è politico perché la crisi delle vendite di automobili assomiglia più a una crisi di sistema che non a una crisi ciclica. Questa volta non se ne dovrebbe uscire con qualche modello azzeccato e una mano di verde. La riduzione dalla dipendenza dal petrolio, una marcia forzata, cambierà stili di auto e stili di vita. Meno macchine, forse. I governi hanno oggi la responsabilità di dare all'industria un indirizzo forte per una produzione sostenibile. Vincolandola a obiettivi certi, con o senza assegno. Che è poi il programma finora non eseguito dai costruttori, o fatto in misura inadeguata. In un report del gennaio di quest'anno, la European Environment Agency sottolineava il ritardo dei trasporti sulla questione ambientale tra il 1990 e il 2005. Se l'efficienza dei veicoli avesse viaggiato al livello delle azioni compiute dal resto della società, le emissioni di gas serra dei 27 paesi dell'Unione europea sarebbero diminuite del 14 per cento, invece che del 7,9%. Eppure, i costruttori operanti in Europa sostengono che ogni anno spendono 20 miliardi di euro in ricerca. Negli Stati Uniti, analisti hanno calcolato che il paese potrebbe ridurre il consumo per trasporti di 4,8 milioni di barili di greggio al giorno - l'equivalente di un terzo delle importazioni - se il parco auto circolante avesse la stessa efficienza di quello giapponese. L'auto elettrica sperimentata tra i primi dalla General Motors, il colosso che oggi è sull'orlo del collasso, è stata abbandonata perché i ricavi venivano dai Suv supermotorizzati. La giapponese Toyota ha cominciato nel 1997 a produrre auto ibride, con un motore a benzina e uno elettrico. Non la soluzione dei problemi, ma un furbo passo avanti. Lo ha fatto tra lo scetticismo generale per quasi dieci anni, quando il business è diventato business e quasi tutti si sono lanciati a copiare. Non la Fiat, che ha preferito puntare sull'uso del metano, mentre un piccolo e noto protagonista dell'auto come Pininfarina sta lanciando un veicolo totalmente elettrico insieme al socio francese Bolloré. In questi giorni a Washington, i capi della General Motors, della Ford e della Chrysler stanno battagliando in prima persona di fronte al Congresso per avere ulteriori 25 miliardi di dollari in finanziamenti agevolati, oltre ai 25 già approvati e in via di stanziamento nel corso del 2009 (troppo tardi, dicono). Chiedono un salvataggio tipo banche, l'economia reale come la finanza, anche se l'economia reale non è fatta soltanto di automobili. Sono sole le tre Big, perché gli altri costruttori europei e orientali che producono negli Stati Uniti tacciono, a loro non viene niente. In Europa, la tedesca Opel che è controllata al cento per cento dalla Gm, ha chiesto al governo un miliardo di euro per fare diga al collasso finanziario della controllante. Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, è saltato sulla sedia: o l'Europa aiuta tutti o non aiuta nessuno. Meglio la prima: 40 miliardi di euro in finanziamenti agevolati, è stato lui il primo a chiederli nel settembre scorso, a nome di tutti. La questione degli aiuti di stato è stata discussa ieri dall'europarlamento, si intravede un orientamento favorevole perché il 26 novembre la Commissione di Bruxelles metta mano al portafoglio. Un'auto sgonfia travolgerebbe migliaia di posti di lavoro. Dai due ai quattro milioni in America, se chiudesse Detroit. Non accadrà, però è un bell'argomento di vendita di fronte all'opinione pubblica. Di qua e di là dell'Atlantico, i costruttori sostengono che questi soldi servirebbero a trasformare l'industria, affinché le nuove auto abbiamo motori meno inquinanti, siano essi termici, o elettrici, alimentati a gas o da agrocarburanti, o chissà quando a idrogeno. Certo, meglio tardi che mai. Ma è un ritardo colpevole. Obama dichiara di farne un vincolo, dopo aver condotto una campagna elettorale precisa sui temi ambientali, per una nuova economia con meno petrolio contro i repubblicani che avrebbero voluto aumentare la produzione del greggio. «Detroit, io ti salverò ma cambia, perché ho proprio un altro progetto». In Europa, l'auto che dallo stato ha già ricevuto molto nei decenni passati e con quali risultati, si affida a Berlusconi, Merkel, Sarkozy. E con loro, è più forte il rischio che l' eventuale intervento lo pagheremo caro e lo pagheremo tutto solo noi. In termini ambientali ed economici.

 

Chi si rivede, i maestri unici - Luca Fazio

MILANO - Non bisogna farsi ingannare dalla calma piatta, perché sta arrivando lo tsunami. Ci sono onde che hanno origine da un terremoto sottomarino, scrutando l'orizzonte piatto delle notizie telecomandate sembra che non stia succedendo niente, e invece tutte le sere, in tutta Italia, centinaia di scuole si riempiono di maestre, maestri e genitori. Sanno già tutto, ma continuano a discutere. Vogliono durare un minuto in più del ministro Mariastella Gelmini. L'energia è invisibile ma costante e quando l'onda si avvicina alla terra la sua altezza aumenta e coglie tutti all'improvviso. Il prossimo approdo - perché negli abissi della scuola elementare ci si sta attrezzando per durare tre anni - è già stato fissato per sabato 29 novembre e conviene non stupirsi se altre centinaia di migliaia di persone (senza l'appoggio di partiti o sindacati) riempiranno di nuovo le piazze del paese. La macchina organizzativa, messa in piedi da un impressionante reticolo di contatti che fa capo all'associazione ReteScuole, è già al lavoro dallo scorso 31 ottobre, il giorno dopo lo straordinario sciopero generale in difesa della scuola pubblica. Ma già dopodomani, a macchia di leopardo, le scuole elementari di decine di città scenderanno in piazza per un primo ritorno di visibilità (Bologna, Cologno Monzese, Merate, Concorezzo, Sesto San Giovanni, Lucca, Torino...). «In tutto il paese - spiega Mario Piemontese, che tutte le sere rimbalza nelle scuole della provincia di Milano - stiamo facendo una valanga di riunioni con uno scopo ben preciso. In ogni scuola elementare stiamo lavorando affinché si formi un comitato di genitori e maestre, mentre nelle superiori cerchiamo di costruire comitati che tengano insieme studenti e professori. Questa sorta di meticciato tra ordini di scuole diverse, dalle elementari all'università, è un fatto assolutamente nuovo». E sta funzionando? «La prova ce l'avremo il 29 novembre», dice Piemontese. Si direbbe però che la fiducia non manca, considerando che a Milano, la città dove ReteScuole è da anni il primo vero motore della protesta, sono già stati convocati non uno ma tre cortei che convergeranno su piazza Duomo trascinati da camion musicali, clown, bambini e compagnie cantanti. Decine di migliaia di persone diranno «Io non ci sto» partendo da piazzale Baracca (ritrovo per le scuole dei comuni della zona nord e ovest), da piazza Lima (scuole dei comuni dell'est) e da Porta Romana (zona sud). Viste le premesse, qualcuno, incrociando le dita, si azzarda a dire che sarà una manifestazione più grande di quella che riempì piazza Duomo ai tempi della famigerata riforma dell'allora ministro Moratti (grasso che cola se paragonata allo scempio preparato da questo governo Berlusconi). Un altro corteo, ancora da preparare nei dettagli, è previsto a Roma, mentre a fare da contorno sono già fissate manifestazioni a Torino, Bologna, Parma, Napoli, Reggio Emilia e Venezia... Si fa presto a chiedere «e dopo?», come se sempre le proteste potessero vivere di fiammate improvvise e spettacolari. Eppure «il dopo», alle elementari, è già stato preparato con cura. La «botta grossa», infatti, è prevista tra febbraio e marzo, quando dal ministero arriveranno i regolamenti attuativi che entreranno nello specifico dei tagli: quali, quanti e soprattutto in quali scuole andranno ad incidere. «La rete sottotraccia di maestre e genitori - dice Piemontese - è destinata a durare tre anni, il tempo che ci metterebbero a distruggere la scuola pubblica». La prima mossa è già stata preparata da tempo. Alle preiscrizioni di gennaio, i docenti proporranno ai genitori che ancora hanno i bambini all'asilo un modello di domanda di iscrizione in cui possano espressamente richiedere il tempo pieno e la scuola di 40 ore, in modo da confermare l'offerta dei programmi dell'anno precedente. I genitori - insieme alle maestre - sono la chiave del successo di questo movimento sotterraneo. Lo spiega così Roberto Ciullini, un «prototipo» interessante, visto che da quando è esplosa la protesta passa la serate nelle scuole elementari (non solo in quella di sua figlia) e poi stila la lista delle iniziative dei giorni successivi. «Un mese fa - spiega - ci sbattevamo solo noi genitori di sinistra, oggi invece abbiamo dalla nostra parte anche i genitori di destra e quelli politicamente non schierati. Questo ci spinge ad andare avanti, è chiaro che il lavoro delle maestre ormai è riuscito a spostare l'opinione dell'elettore non di sinistra». Non è un caso se Berlusconi fa lo sprezzante con l'Onda universitaria mentre è costretto a muoversi con cautela con il «popolo» di maestre e genitori che si agitano nel mare della scuola pubblica italiana.

 

Tremonti, i mostri alla Cattolica - Mariangela Maturi

MILANO - Ieri è toccata a quelli che non fanno i rivoluzionari di professione. L'Onda, in alta marea, arriva anche nelle università private. Special guest della giornata era lui, il Robin Hood delle tasse, il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, catapultato in uno degli atenei più prestigiosi e timorati di dio del paese, l'Università Cattolica del sacro cuore. Ad attenderlo, l'inaugurazione dell'ottantottesimo anno accademico dell'ateneo, con tanto di cardinale di Milano in abito talare e rettore in ermellino. Prima la messa in Sant'Ambrogio (l'ateneo si snoda intorno alla chiesa), poi la cerimonia in aula magna, senza passare dall'ingresso grazie al reticolato di cortili interni che collega le due strutture. La Cattolica è blindata come non mai: le lezioni sono sospese, e gli ignari studenti che camminano con la testa fra le nuvole verso gli ingressi laterali li trovano tutti chiusi. All'entrata principale, un agglomerato di celerini che farebbe desistere anche Spartaco. Una fila di transenne e una fila di poliziotti. Poi una fila di auto blu fiammanti, e un'altra fila di transenne. Un po' timidi, gli studenti si fanno avanti e passano, superano l'ingresso e si ritrovano nel rassicurante chiostro soleggiato. L'inaugurazione non a tutti è concessa, si entra solo con il badge e con l'accredito. Dentro si consuma la lista degli interventi prestigiosi: apre le danze il rettore Lorenzo Ornaghi. Non parla di tagli, a differenza dei rettori degli atenei statali, però accenna ad una «tempesta di grandine e fango abbattutesi in questi mesi sul sistema universitario italiano». Tocca allo special guest Tremonti. Che concentra il suo discorso sulla crisi economica e si lascia andare ad una metafora azzardatamente moderna (forse in omaggio alle nuove generazioni). «La crisi economica che stiamo affrontando è come vivere dentro un videogame. In quelli che si giocano, si affrontano mostri e poi si spegne tutto. Mentre questa non è ancora terminata e non è possibile fare game over. Come nei videogiochi ci sono dei mostri da affrontare per passare al livello successivo. Abbiamo già superato vari mostri, ora dobbiamo affrontare i mostri delle carte di credito, delle attese bancarotte societarie e poi il mostro dei mostri, quello dei derivati». Comunque tutto bene, il videogame ha un lieto fine, secondo Tremonti: il capitalismo non finirà, e «non sarà più il mercato ma la coscienza individuale e collettiva a dominare il potere». Amen. E la protesta? E' all'esterno, chiusa in un paio di gironi infernali di transenne e carabinieri, relegata a debita distanza. Per passare bisogna mostrare il tesserino universitario ai poliziotti. Gli studenti della Cattolica sono lì, non tantissimi ma ben organizzati: succo e briosche, striscioni «La catto è qui» e «Tremonti, più che Robin Hood, principe Giovanni». I toni sono moderati, una chitarra strimpella De André. Una ragazza emozionata, dall'alto di una sedia, parla di questa onda privata nell'Onda. Con il suo look acqua e sapone e le frasi infarcite di «cioè» e «va beh» racconta la loro protesta pacifica: «Noi studiamo in un'università privata, ma questi tagli ci toccano comunque». La platea commenta: «E' vero, abbiamo comunque finanziamenti statali. E poi viviamo in questo mondo, non vogliamo che la cultura faccia questa fine». Arriva anche Dario Fo che si lancia in parabole a sfondo religioso e si complimenta con i giovani: «Il potere cerca di trovare la provocazione. Questi ragazzi si muovono con un'intelligenza straordinaria perchè non sono caduti nella trappola». Applausi e canzoni, ma si parla anche di Genova: «La violenza non fa parte dei nostri modi. E l'assoluzione dei vertici della polizia responsabile dei pestaggi alla Diaz è un fatto molto grave. Come dice la canzone di De André che abbiamo cantato, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti». Ci sono mostri che non fanno parte del videogame di Tremonti. E anche la frangia più mite del movimento universitario lo sa. Tra un cortile, una catacomba e un ingresso laterale Tremonti è riuscito a svignarsela senza incrociare gli studenti. Come se fossero fuori dallo schermo di una politica che fa di tutto per ignorare loro, i loro cortei e persino le loro tranquille schitarrate. Game over: il videogioco è finito, andate in pace.

 

Berlusconi a cavallo. E' l'ora delle nomine - Micaela Bongi

Fino all'ultimo momento vuole tenere il pubblico col fiato sospeso. Cellulare spento, comunicazioni al partito sulle sue prossime dimissioni prontamente smentite. Insomma, Riccardo Villari aspetta di essere in scena oggi, alla presidenza della commissione di vigilanza consegnatagli la settimana scorsa dalla destra giusto per il tempo di trovare un accordo col Pd. Solo da quel pulpito, il senatore campano annuncerà il ritiro. Per consegnare la guida della commissione a Sergio Zavoli. Se tutto andrà come previsto, con il nuovo presidente si potrà passare, dopo cinque mesi dalla scadenza, al rinnovo del cda di viale Mazzini. E da lì, al ricambio ai vertici di tg e testate. Un momento molto atteso da Silvio Berlusconi, tornato alla carica sulla tv pubblica come ai tempi dell'editto bulgaro. Se oggi Villari si dimetterà (starebbe trattando una candidatura da sindaco in Campania, e chissà che non punti addirittura a Napoli, visto che Rosa Russo Jervolino vorrebbe candidarsi al parlamento europeo), la vigilanza potrà essere riconvocata martedì 25 per l'elezione di Zavoli. E poi toccherà alle nomine. Ma per il Pd, la partita è complicata. Tirato un sospiro di sollievo con Zavoli - Villari permettendo - Veltroni ricomincia a penare. Bisogna fare un passo indietro. Dopo le elezioni, Veltroni e Di Pietro si erano accordati su Leoluca Orlando alla vigilanza e due consiglieri d'amministrazione Rai in quota Pd. Due mesi fa, Gianni Letta e Goffredo Bettini, ambasciatori del Cavaliere e del segretario del Pd, si erano accordati per Orlando alla vigilanza, Pietro Calabrese, ex direttore del Messaggero e di Panorama e ex consigliere dell'allora veltronian-bettiniana Fondazione cinema per Roma, alla presidenza Rai. E l'ex dg di Confindustria Stefano Parisi alla direzione generale. Nel Pd fu una rivolta. A far uscire i nomi di Calabrese e Parisi era stato il sottosegretario Romani. La ministra ombra Melandri chiese a Veltroni di smentire l'accordo, lui smentì ma fu accusato nel partito, non solo dai soliti dalemiani, di aver gestito la trattativa per conto suo, dopo aver chiesto oltretutto la riforma dei vertici Rai, che dunque tornò brevemente alla ribalta. L'accordo saltò e scatto il veto del Pdl su Orlando. Dopo il ritiro dei suoi consiglieri dalla vigilanza, Antonio Di Pietro non chiede posti in cda. Anzi, rilancia il «via i partiti dai vertici Rai»: fedele al ruolo che si è ritagliato si tiene alla larga dalle spartizioni. Invece Veltroni è tornato a chiedere il soccorso di Letta per sbrogliare il caso vigilanza. Significa che nel nuovo accordo, quello su Zavoli, è previsto di nuovo Calabrese alla presidenza di viale Mazzini? E' quello che quantomeno si sospetta. E allora nel Pd si ricomincia a mugugnare. Contro l'ipotesi Calabrese e contro l'eccesso di delega affidato dal segretario a Letta. Dunque restano in campo anche l'attuale presidente Claudio Petruccioli e Pierluigi Celli, che significherebbe la riscossa dei dalemiani. Molto improbabile, comunque, che Veltroni ottenga Calabrese come presidente e il «suo» Gianni Borgna nel cda. Per il consigliere del Pd in quota Pd-Margherita resta saldo Nino Rizzo Nervo. Ma un passo per volta. Prima la vigilanza dovrà nominare i suoi sette consiglieri (per l'Udc ci saranno o Staderini o de Laurentiis, per An Rositani, per la Lega Bianchi Clerici). L'ottavo lo nomina il ministero dell'economia, che indica anche il presidente «di garanzia» che poi dovrà ottenere il via libera bipartisan dei due terzi della vigilanza. Per passare al presidente prima il Pd dovrà risolvere le sue grane e poi confermare l'accordo col Pdl. L'attesa potrebbe non essere breve. E per questo sarebbe tornato nel toto consiglieri il nome di Giuliano Urbani, forzista già in cda, che come consigliere anziano, in attesa del prescelto, sarebbe presidente. Presidente di garanzia per Silvio Berlusconi. Sulla Rai, del resto il Cavaliere fa e disfa. In cda dovrebbe piazzare anche Alessio Gorla (ex Mediaset, in corsa anche come dg). Come dg si riparla di Parisi. Che aveva posto tra l'altro la condizione di non avere le due vicedirezioni generali rivendicate dalla Lega per Antonio Marano e da An per Guido Paglia, inviso però a Gasparri da quando è diventato capofila degli anti-Saccà in Rai. Già, Agostino Saccà: si aspetta di essere reintegrato a Raifiction, è rimasto in quella stanza nonostante sia stato sostituito da Fabrizio Del Noce e i due hanno litigato anche per questo. E si fa rivedere nei corridoi di viale Mazzini. Insomma, Saccà si sente di nuovo in forze e sponsorizza per la direzione generale Lorenza Lei, sua ex capo staff quando era lui, il dg. Ma Lei è apprezzata anche dai consiglieri ex Unione, si muove bene, e forse per questo per il Cavaliere non è una garanzia di affidabilità. Perché Letta o non Letta, quel che dicono a viale Mazzini è che sarà Silvio a decidere. Non a caso sarebbe in pista anche Clemente Mimun. E per reti e testate, finché il Cavaliere non sciolgierà la riserva, sarà un turbinio di nomi. Per il Tg1, ad esempio, sono circolati quelli di Pieluigi Battista (lo sosterrebbe Bonaiuti), di Mario Orfeo, di Maurizio Belpietro. E' il momento delle sponsorizzazioni. Gli acquisti li decide il presidente.

 

Nei salottini tv lo spettacolo della sconfitta - Norma Rangeri

Della sinistra italiana che dovrebbe opporsi al berlusconismo, al regime mediatico, alla leadership del centrodestra, ne abbiamo visto un bell'esempio proprio l'altra sera, a Porta a Porta (e dove sennò?). Esponenti dell'ex Arcobaleno (nelle persone del mite segretario Ferrero, della combattiva Pdci Palermi), insieme a un superstite del Psi (Boselli), e un maggiorente del Pd (Latorre), erano appassionatamente impegnati, tutti insieme, a commemorare la storica sconfitta elettorale (e non solo). Mentre a Ballarò si era appena spenta l'eco della piazzata telefonica del Cavaliere, da Vespa si riunivano i cocci del defunto centrosinistra prodiano, pronti a farsi prendere a pesci in faccia dal direttore di Panorama (Belpietro), mentre sul grande schermo dello studio campeggiavano i titoli del dibattito («dividersi, che passione», «ma la sinistra è sinistrata?»). Slogan che riecheggiavano titoli di libri recenti, dedicati allo sfascio del centrosinistra (uno di Edmondo Berselli l'altro di Riccardo Barenghi). Per andare nella tana del lupo a parlare di crisi della sinistra bisogna essere ridotti alla disperazione. Anzi, di più, bisogna essere masochisti convinti. Si capisce la presenza degli autori dei libri (vendono il prodotto), ma cosa spinge gli esponenti della sinistra ad applaudire, davanti a quel milione di telespettatori vespa-dipendenti, ogni frustata regalata generosamente dal giornalista berlusconiano? Quello infieriva («non c'è più la sinistra, una volta siete tutti Zapatero, adesso siete tutti Obama, ma chi siete veramente? senza l'antiberlusconismo siete finiti») e gli altri lo benedivano. Prima Ferrero («ha ragione Belpietro...»), poi Boselli («Belpietro ha ragione»), quindi Latorre («l'appassionante discussione che stiamo facendo...»). Fino a certi siparietti paradossali con Boselli che dava soddisfazione pure a Vespa, costringendolo a scatti di modestia («ma lei non deve dare ragione a me»). Altroché, invece. Vespa non solo ha ragione ma anche buon gioco, perché alla fine plasma a sua immagine i propri interlocutori. Ai quali infatti poteva tranquillamente annunciare il dessert servito nella seconda parte della serata, «quando ci chiederemo se stanno tornando gli opposti estremismi». Avesse telefonato Berlusconi avrebbero concordato anche con lui. Invece il presidente del consiglio ha scelto la tribuna politica di Ballarò, per «fare una precisazione al riguardo», cioè per replicare a Di Pietro, che non era presente. Un intervento iniziato in surplasse, e finito a urlacci contro il segretario della Cgil, Epifani, e contro il dialogante democratico Bersani. Il ritorno del cavaliere telefonico è un inequivoco segnale, tappa obbligata del tour de force che Berlusconi ha iniziato da qualche settimana, praticamente dedicando ogni giorno un pensierino al prossimo repulisti in Rai. Che ormai, sistemata la Commissione di vigilanza, andrà in onda a tappe forzate, con la catena delle nomine nei telegiornali e nelle reti. Senza incontrare soverchie resistenze, a parte quelle del piccolo drappello dei dipietristi che hanno sbattuto la porta abbandonando la Commissione. L'unica iniziativa politica di resistenza contro la farsa televisiva.

 

Repubblica – 20.11.08

 

Condominio, carissimo nemico. Cronaca di una battaglia quotidiana - SEBASTIANO MESSINA

Quel tac-tac degli zoccoli alle cinque del mattino. Quel parcheggio usurpato nel cortile. Quel cane che non smette di abbaiare. Quell'odore di broccoli che invade le scale. Quel maleducato che lascia aperto il portone. Quel principiante che strimpella "Per Elisa" all'infinito. Quei bambini che schiamazzano. Quelle cicche che piovono sul prato. Altro che casa, dolce casa: da quando l'italiano è diventato un condomino, la sua vita quotidiana è tormentata, oppressa e inacidita dalle battaglie rancorose e sorde che si nascondono sotto l'ipocrisia del buongiorno-e-buonasera davanti all'ascensore, da quelle beghe tra vicini di casa che cominciano con una telefonata all'amministratore, esplodono nell'assemblea del palazzo e finiscono con gli insulti in tribunale, sul più affollato terreno di scontro di questo terzo millennio: la trincea del condominio. Sei italiani su cento sono in causa col vicino. Due milioni di processi, la metà esatta di tutto il contenzioso che invade le affollate aule dei giudici di pace. Tre miliardi di euro spesi ogni anno per le liti condominiali, che qualche volta trascendono e finiscono in tragedia: il 3,5 per cento dei delitti, rivela un rapporto Eures, matura nei rapporti di vicinato. Chiunque si sia trovato a vivere in un appartamento anche solo per una stagione sa bene che una scala può diventare un campo minato, un pianerottolo può trasformarsi nel ring dei dispetti quotidiani, un androne può mutarsi nel teatro di un dramma. Micro-conflittualità di caseggiato, la chiamano i sociologi. E sbagliano, perché non è micro per niente. Non solo perché c'è chi arriva a uccidere, per un cane che abbaia o per un rumore di tacchi - quelli che dopo il delitto i carabinieri catalogano immancabilmente come "futili motivi" - ma perché il rancoroso litigio tra condomini è all'origine di una valanga di cause civili e di processi penali. Ma qual è la scintilla che accende lo scontro? Nella classifica dei litigi - compilata dai 13 mila amministratori di condominio dell'Anammi - al primo posto ci sono i rumori che rubano il sonno: mobili spostati alle due di notte, subwoofer che fanno tremare i muri, cagnette che latrano e lavatrici che centrifugano. A Roma, per esempio, un condomino ha denunciato il vicino per rumori molesti perché "tirava ripetutamente lo sciacquone nelle ore notturne, nonostante fosse stato debitamente avvertito che il rumore dello scarico svegliava la famiglia del piano sottostante". Poi vengono le contese sull'uso degli spazi comuni, che ormai rappresentano per il genere umano quello che per i gatti sono le zuffe per il dominio del territorio. Che diritto ha l'inquilino del terzo piano di parcheggiare il suo furgone al centro del cortile? Perché la signora dell'attico ha piazzato una scala a chiocciola per arrivare al terrazzo condominiale? Come si è permesso il ragioniere del pianterreno di piantare un albero nel giardino comune? Al terzo posto, i rumori nelle aree condominiali: bimbi che tirano il pallone contro la saracinesca, meccanici che sgasano motori rombanti, portieri che tagliano l'erba alle sei del mattino, magazzinieri che scaricano le bombole del gas. Qualche anno fa il nuovo proprietario di un appartamento all'ultimo piano scoprì che gli altri condomini avevano piazzato le loro autoclavi proprio sopra la sua camera da letto, e dunque il suo sonno era fatto di brevi pause tra il botto di una pompa e quello di un'altra. Andò dall'amministratore, andò dai vigili, andò dal pretore, andò persino in tv (alla trasmissione "Mi manda Lubrano"), ma sempre con lo stesso risultato: zero. L'acqua che piove dal balcone del piano di sopra è al quarto posto: una volta quello che nei regolamenti condominiali è chiamato "stillicidio" prendeva la forma dei panni che gocciolavano o del filo d'acqua che scendeva giù dai vasi appena innaffiati. Oggi, purtroppo, l'avvento degli irrigatori automatici ha aperto un nuovo fronte: c'è chi è convinto di avere un diritto naturale a lasciarli aperti a manetta per tutta la notte, e non prende neanche in considerazione le proteste della signora del piano di sotto che si ritrova il balcone allagato e il muschio sulle pareti. Al quinto posto, il braccio di ferro sugli animali domestici. Il pastore tedesco che lascia le sue impronte sull'ascensore, il randagio che fa la pipì sulle macchine posteggiate, il dobermann che scende sempre le scale senza museruola, la gattina adottata dal condominio che fa paura alla signora del quarto piano, per non parlare del rottweiler del colonnello che ha sbranato il chiuhaua della professoressa. L'anno scorso, un ingegnere portò al magistrato le foto della sua auto, il cui parafango era stato addentato - e deformato - dai denti di un pitbull (nulla potè però la giustizia, perché l'animale si era nel frattempo dato alla latitanza). Tutto questo senza entrare nel contenzioso che tocca il portafogli: il distacco dalla caldaia condominiale, l'errore nella tabella millesimale, l'annullamento dell'assemblea che deliberò il rinnovo della facciata, la contestazione delle quote per l'acqua e via impugnando. Si arriva, dicevamo, a due milioni di cause. Questo fiume livido e aspro di dispetti e di ritorsioni sfocia nelle aule di tribunale occupando la metà dei giudizi civili e un bel numero di processi penali. A Roma c'è un'intera sezione del Tribunale (la quinta) che si occupa solo di contenzioso condominiale. È al terzo piano del palazzo di viale Giulio Cesare, una lunghissima serie di stanze disadorne nelle quali un magistrato dà retta, di solito, a cinque o sei avvocati contemporaneamente, sommerso da una montagna di citazioni, notifiche, memorie e comparse che dopo tre anni di udienze costeranno ai litiganti in media dai due ai tremila euro ciascuno. Ma il grosso delle contese approda sulle scrivanie dei giudici di pace. Quelli civili affrontano le questioni che si risolvono col denaro, in maggioranza tra condomini e amministratori. Quelli penali devono invece dipanare le matasse più complicate, uno spinoso groviglio di antichi torti e di quotidiane vendette che invoca giustizia per ingiurie, molestie, danneggiamenti e disturbo della quiete. Ma ci riescono davvero, poi? "Noi dobbiamo emettere una sentenza - ammette Osvaldo Jacobelli, giudice di pace della sezione penale - ma è molto difficile che la giustizia riesca a risolvere il problema pratico che assilla il querelante, dal ticchettio dei tacchi allo sciacquone notturno". Certo, se sono volati gli insulti le cose cambiano. "Intanto però ci vogliono dei testimoni - spiega Francesco Malpica, anche lui giudice di pace - altrimenti è la tua parola contro la mia. E poi i rapporti sociali si sono così imbarbariti che le parolacce sono diventate un fatto ordinario, al punto che la stessa Cassazione ha stabilito che non offendono più il decoro e l'onore del destinatario. La verità è che nelle cause di condominio affiorano tutte le frustrazioni dell'essere umano: ci vorrebbe uno psicologo, accanto al giudice". Conferma Roberta Odoardi, direttore generale dell'Anammi: "Una volta i vicini erano degli amici. Oggi sono degli sconosciuti, verso i quali prevale spesso l'intolleranza. Prima si citofonava, adesso si va direttamente dall'avvocato". I magistrati, comunque, vedono solo la cima di un albero assai più grande di quanto non dicano le statistiche del ministero. Secondo l'Anaci (un'altra associazione di amministratori immobiliari) il 73 per cento dei contrasti si risolve infatti bonariamente prima di finire sulla carta bollata, durante le assemblee condominiali. Dunque, quei due milioni di cause sono solo un quarto delle liti. E di questo 27 per cento, quelle che arrivano alla sentenza sono appena due su cinque, perché le altre tre si chiudono dopo le prime udienze con un accordo tra gli avvocati. I quali si dividono in due categorie: quelli che gettano benzina sull'ira infuocata del cliente, pensando alla parcella che gli spediranno, e quelli che onestamente gli dicono la verità, avvertendolo che sarà molto, molto difficile ottenere un risultato concreto. "A chi si lamenta del cane del vicino, io dico che in 32 anni di carriera non ho mai letto una sentenza di sfratto per un cane" racconta l'avvocato Stefano Giove. "Certo, a volte la causa è inevitabile - prosegue - Ma chi la avvia deve sapere che i nostri giudici non sono come quelli americani, che possono ingiungere al condannato una concretissima soluzione. In Italia si intrecciano norme lacunose, limiti procedurali e giudizi lunghissimi, fino a otto anni, durante i quali le liti con l'altro condomino si fanno spesso ancora più aspre". Sulla trincea del condominio, dunque, lo Stato non riesce nemmeno a decretare chi vince e chi perde. Servirebbero un codice speciale, processi lampo e nuovi poteri per i giudici. Ma né l'uno né l'altro sono all'ordine del giorno di questo Parlamento, indizio non minore di quanto poco sappiano i nostri legislatori delle angosce quotidiane degli italiani. Per i quali, una volta varcato il cancello condominiale, vale ancora una sola regola: la legge del più forte.

 

Perché il potere è nelle mani dei vecchi - GIANCARLO BOSETTI

Un ultraottantenne come soluzione, sofferta ma infine accettata, di un problema politico non è in Italia una novità. Sergio Zavoli, classe 1923, designato presidente della Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, non ha l'aria di un caso isolato: presidenti della Repubblica e primi ministri, con un piccolo scarto di anni, sono in linea con la constatazione. Ciampi ha lasciato a 86 anni, Napolitano ha iniziato a 81, Prodi ha lasciato a 69 e Berlusconi ha compiuto i 72. È ovvio che la qualità della prestazione non ha relazioni dirette con l'età, così come nulla c'è da eccepire sulle doti professionali e sull'equilibrio del grande giornalista Zavoli (dal "processo alla tappa" alla presidenza Rai), che andrà ora a occupare un ruolo che ha il suo peso spropositato nei riti della politica italiana. Il moto di scoramento è però difficile da trattenere di fronte alla evidenza di quel che è stato scritto in un celebre articolo di Gianluca Violante sul sito lavoce. info già due anni fa. Fatti due conti, l'autore concludeva: in Italia, quando la quasi totalità delle carriere lavorative si esaurisce, in politica si raggiunge l'apice. Come mai? Legittima, ma non dirimente, la preoccupazione che politici troppo vecchi non siano i migliori interpreti dell'innovazione, né i più adatti a captare esigenze nuove. Più influente, sulla pulsione depressiva, la considerazione che l'anzianità del mondo politico è lo specchio dei vizi del mondo del lavoro: bassa mobilità sociale, avanzamento di carriera per anzianità e non per merito. La differenza di età tra il presidente del Consiglio italiano e la media dei colleghi europei è di venti anni. L'elezione di Obama, 47 anni, ha soltanto incrementato i sintomi di abbattimento che ci attanagliavano già prima di lui e di Zavoli. È vero che nel lavoro a 65 anni scatta per lo più la regola della pensione e in politica no, ma è anche vero che i vizi che prolungano oltre le medie internazionali la percentuale dei vegliardi sono affini a quelli che mantengono in posizioni molto redditizie dirigenti e notabili di vario genere che non producono risultati proporzionati ai guadagni. Varie indagini statistiche mostrano che solo il 15 per cento della retribuzione di un dirigente d'azienda è collegata alla sua prestazione, il resto "è carriera", vale a dire, anzianità, buone relazioni, capacità di navigare con astuzia nella scia di un altro dirigente con anzianità, buone relazioni, capacità di navigare? Il rapporto col prodotto viene ultimo, come nel caso delle liquidazioni dei manager di Alitalia, Ferrovie dello Stato, in generale delle grandi aziende di servizio, anzi non viene mai, come per gli stipendi dei parlamentari la cui produttività non viene comparata con quella dei colleghi nel mondo (i congressmen guadagnano 36mila euro in meno all'anno). Il libro recente di Roger Abravanel (Meritocrazia, Garzanti) ha dato ordine sistematico al tema. L'Italia è fuori dal circolo virtuoso del merito. Seguite la freccia benigna: tutti accettano la concorrenza, si fanno crescere le opportunità, si traggono benefici con consumi a basso costo, si rafforza la fiducia nel merito, cresce l'impegno a eccellere, i migliori salgono nella scala sociale, si crea leadership sicura di sé che promuove un contesto concorrenziale e nuova fiducia nel merito. Al contrario noi italiani siamo nel circolo vizioso del demerito. Seguite la freccia maligna: i giovani non si impegnano, si fa carriera per conoscenza e anzianità, si crea leadership anziana che opera per mantenere status, e si promuove così sfiducia nel merito. La recente indagine Luiss sulla classe dirigente, guidata da Carlo Carboni, aveva aggiunto un bel mattone all'edificio critico: la politica manda in parlamento sistematicamente figure di scarsa qualità e alta lealtà che tendono a mantenere lo status della leadership che li ha cooptati. Il merito resta fuori perché nel contesto politico italiano appare minaccioso: segreterie deboli, di sinistra, di destra e di centro, grazie a una legge elettorale costruita ad hoc, adottano schiere gregarie per non impensierire leader fragili. E i "leali" in esubero vengono sistemati in aziende regionali, comunali e simili, dovunque possibile, con un progressivo abbassamento della qualità manageriale. Queste tendenze fanno dell'Italia un paese fortemente inegualitario in partenza (come l'America e l'Inghilterra) nel quale la bassa mobilità (come in Francia e Germania, che hanno però una più bassa ineguaglianza) tende a cronicizzare le distanze sociali (mentre in America la elevata mobilità rinnova un po' di più le élite). Il risultato è la condizione in cui siamo. La nomina di un anziano fa risuonare sempre la stessa campana dal suono vellutato. Non stupisce che la reazione sia più un triste scuotimento di spalle che una rabbiosa reazione. Il circuito perverso ha lavorato in profondità: è più facile mettersi nella scia di qualche potere (un manager, un boss politico, un anziano) che tentare di aprire una nuova pista nella boscaglia a colpi di machete diventando eroi di se stessi. La via d'uscita per i più coraggiosi è quella di andarsene. Un dolorosa classifica, che si aggiunge alle altre è quella prodotta dal think-tank Vision (Bocci, Maletta, Realino, Grillo): un formidabile indicatore delle prospettive di un paese e del suo sistema universitario è il numero di studenti stranieri che riceve. Gli Stati Uniti raccolgono circa un quarto dei 2 milioni e 700mila studenti che vanno all'estero, l'11 e il 10 per cento vanno in Inghilterra e Germania, la Francia il 9. L'Italia è l'unico paese sviluppato con un saldo negativo: sono 4mila in più quelli che se ne vanno. Che cosa significa? Che la via d'uscita dal circuito del demerito sempre più nostri giovani connazionali la vanno a cercare fuori. Dentro, non c'è partita.

 

La Stampa – 20.11.08

 

Camorristi e cinesi taroccano Gomorra - GUIDO RUOTOLO

ROMA - Gomorra è merce preziosa anche per la camorra. Il 3 dicembre prossimo il film di Matteo Garrone, tratto dal libro di Roberto Saviano, invaderà il mercato dei dvd. Sarà venduto nelle edicole, nelle librerie, nei negozi specializzati. Ma a Napoli già è disponibile in diverse edicole del centro, al prezzo di sei euro. Naturalmente si tratta di un dvd «pezzottato», falso, «taroccato», con tanto di bollino (falso) della Siae. Prodotto dalla camorra spa, distribuito da quell’industria radicata nel cuore di Napoli, in quella Forcella che da sempre, dai tempi degli americani, ha campato, vissuto con i traffici di contrabbando e con i falsi. Probabilmente creato in terre lontane, nell’Estremo Oriente, in Cina. «Perché meravigliarsi? Ho il sospetto che la camorra napoletana investa i suoi capitali in Cina, dove si producono e poi vengono smistati in tutto il mondo cd e dvd falsi». Il pm Fausto Zuccarelli si occupa, per la Procura nazionale antimafia, delle infiltrazioni della criminalità organizzata nell’industria del falso. E non ha dubbi: «La contraffazione non ha confini. In America Latina è stato pubblicato l’ultimo libro di Gabriel Garcia Marquez prima ancora che i suoi eredi lo dessero alle stampe». E’ vero, perché meravigliarsi? Ci sono i Casalesi, brutte bestie, che non perdonano a Roberto Saviano di aver acceso i riflettori su di loro. Ma ci sono anche i camorristi molto più pragmatici e amorali che delle questioni di principio non sanno che farsene. Non è il caso di storcere il naso, dunque, per una camorra che vuole fare soldi con un prodotto che parla male di Gomorra.Del resto il Padrino di Francis Ford Coppola è stato il film più amato dalla mafia. Ricorda divertito Tullio Pironti, editore e libraio napoletano: «Uno dei miei più grandi successi editoriali è stato “Il camorrista”, vita segreta di Raffaele Cutolo, scritto da Gioe Marrazzo. Un giorno vedo arrivare in libreria un gruppo di brutti ceffi. Mi chiedono dell’editore Pironti, li dirotto su un mio collaboratore. Ero pronto al peggio ma loro invece chiedono trenta copie del libro felici e contenti». Sembra un’altra storia, quella raccontata da Tullio Pironti. Chi ha visto il dvd «taroccato» di Gomorra, sostiene che la qualità del prodotto è pessima: lo spettatore vede una piccola porzione dello schermo completamente sfocata e tutte le sequenze dei dialoghi in dialetto non hanno più i sottotitoli in italiano. «Non mi scandalizzo - dice Lello Marino, procuratore aggiunto a Torre Annunziata - se anche Gomorra è diventato un titolo nel catalogo dell’industria del falso. Affonda in radici antiche e profonde questa industria. Dai tempi delle collezioni «taroccate» dei festival di Sanremo, la camorra ha sempre investito nel mercato dei cd prima e dei dvd poi. Addirittura ha creato il fenomeno dei neomelodici creando case discografiche pirata. In questi anni abbiamo sequestrato diversi impianti di masterizzazione e milioni di cd e dvd, tutti prodotti in Cina».

 

La parola negro, ovvero il razzismo islamico – Carla Reschia

Servo negro, o negro di casa, a seconda delle traduzioni. Al Zawahiri ha dato voce a quello che sui blog islamici e/o islamisti si ripete fin dalla notte dell'elezione di Obama quando si è cominciato a chiamare il neoeletto presidente Usa «uno schiavo negro», «un negro blasfemo a capo di una nazione blasfema», un «eunuco negro», estendendo il disgusto al fatto «per la prima volta nella storia la First Lady americana sarà una schiava negra». Secondo Abu Ahmad "Il Salafita", «Per noi musulmani sarebbe stato meglio McCain, mentre ora ci troviamo questo schiavo negro, fondamentalista cristiano, pronto a servire gli ebrei». Non è nulla di strano. Da tempo nel mondo islamico si lamenta il razzismo arabo, quella convinzione settaria di essere i depositari della verità che spiace ad africani neri, indonesiani e ai tanti altri che hanno creduto al Corano perché predica l'uguaglianza, almeno quella di tutti i veri credenti e che tuttora devono leggerlo in arabo perché le traduzioni non sono considerate vera parola divina, così come le preghiere recitate in una lingua diversa. I negri non piacciono agli arabi, O almeno ad alcuni di loro. Con buona pace di Malcolm x, convertitosi all’Islam in carcere persuaso che fosse la risposta all'ansia di riscatto degli afroamericani. ''Ho udito il Profeta dire ''chiunque voglia vedere Satana deve guardare Nabtal'' egli era un uomo nero (Ishaq 243 ); “Gabriele ha detto a Muhammad: il cuore di un nero è più rozzo di quello di un asino” (Ishaq 243); “Lasciate perire gli schiavi di Dinar. Se uno schiavo nero chiede qualcosa non deve essergli concessa. Se ha bisogno di intercessione per andare in Paradiso gli verrà negata'' (Bukhari V4B52N137). Il razzismo, indubbio, di una parte del mondo occidentale e il sacrosanto mea culpa per il fenomeno dello schiavismo hanno a lungo velato una parte della storia, che pure è evidente: la tratta degli schiavi, praticata con disinvolto successo dagli europei, era stata iniziata dai mercanti arabi e anche in seguito erano questi ultimi spesso a compiere il primo lavoro di cattura e selezione. Un fenomeno tuttora evidente in Mauritania, ad esempio, dove lo schiavismo, salvo temporanei ripensamenti, è tuttora praticato e dove i padroni sono i Mauri (detti in arabo bayan, bianchi), che da secoli opprimono e tengono in soggezione gli harratin, i servitori "di colore". O anche in Sudan, dove l'oppressione data a partire dal Medioevo con il sopravvento arabo sulle popolazioni autoctone nere e dove il conflitto tra il Nord del paese arabo e il Sud cristiano animista e nero è alimentato da una guerra civile che dura da oltre 40 anni e dalle imprese tragicamente note dei Janjaweed. Il razzismo arabo, nota Moses Ochonu, un accademico nigeriano che vive negli Usa, è così radicato che il termine generico per indicare un nero è il prefisso abd, che significa alla lettera schiavo, come nel nome Abd-allah (servo del Signore).

 

Il Texas scoperchia le sue Guantanamo - GLAUCO MAGGI

NEW YORK - Il vicepresidente Dick Cheney e l’ex ministro della giustizia Alberto Gonzales sono stati incriminati da un tribunale del Texas meridionale, nella Contea di Willacy al confine con il Messico, per reati legati alla gestione di carceri federali da parte di società private. Cheney è accusato dal Grand Jury di conflitto di interesse, perché ha investito 85 milioni di dollari in un colosso della gestione dei patrimoni, il Vanguard Group, che tra le compagnie di cui detiene azioni annovera anche quella che amministra le galere per conto del governo di Washington. Secondo l’incriminazione, il ministro della Giustizia di Bush avrebbe abusato del suo potere per bloccare nel 2006 un’inchiesta sui maltrattamenti commessi in una galera gestita da privati. George Terwilliger III, avvocato dell’ex ministro, ha rilasciato in proposito una dichiarazione scritta: «E’ un’imputazione artefatta, come ogni buon procuratore può riconoscere». E ha detto di sperare che le autorità del Texas fermino «questo abuso del sistema giudiziario criminale». L’agenzia che ha diffuso la notizia, l’Associated Press, ha notato che la Contea di Willacy è stata una fonte di battaglie legali e politiche «bizzarre» sotto l’attuale Giudice Distrettuale Antonio Guerra, democratico, che sta per lasciare l’incarico dopo due decenni, avendo perso nel marzo scorso le primarie del suo partito per poter concorrere alla rielezione. I legali di Cheney e di Gonzales hanno detto che l’avviso di reato non è ancora stato consegnato ai loro assistiti, e ciò si spiega con il fatto che, in realtà, i documenti d’accusa non sono ancora stati firmati dal giudice presidente, e quindi nessuna azione può essere presa finché ciò non avverrà. Le incriminazioni, rese pubbliche prima di essere messe a conoscenza degli stessi accusati, sono sette e riguardano anche il senatore democratico dello Stato del Texas Eddie Lucio e altri pubblici ufficiali connessi alle battaglie legali che hanno coinvolto lo stesso giudice Guerra. Il quale si è detto «profondamente rattristato» dalle incriminazioni di Cheney e Gonzales, precisando che «è stato il Grand Jury a prendere quelle decisioni, non il sottoscritto». Lo stesso Guerra è stato sotto inchiesta del tribunale per un anno e mezzo e il suo fascicolo è stato chiuso solo il mese scorso, senza incriminazioni. Le accuse a Cheney e Gonzales legate alle prigioni sono una questione nazionale, ha detto Guerra, aggiungendo che esperti da varie parti del Paese sono venuti a testimoniare davanti al Grand Jury. Cheney è accusato di essere coinvolto in una attività criminale organizzata, connessa agli investimenti nel Vanguard Group, che detiene interessi finanziari nelle compagnie private di management specializzate nell’amministrazione delle prigioni federali. L’accusa di conflitto di interessi e di violenza privata sui detenuti è dovuta al legame del vicepresidente con le società di gestione delle galere nelle quali ha messo i suoi soldi. Non sono noti i dettagli dell’investimento di Cheney, ma se si tratta di quote di un fondo comune, che è l’attività basilare della Vanguard, accusare di conflitto di interessi il vicepresidente a causa di reati commessi da una società nel portafoglio di un suo fondo comune diventa un precedente dalle conseguenze incalcolabili. La portavoce Megan Mitchell non ha finora commentato, non avendo Cheney ancora ricevuto i dettagli dell’incriminazione.

 

Nel bunker degli 007 anti pirati - FABIO POZZO

La «caverna» si apre a trenta chilometri da Roma, lungo la Cassia, e affaccia sul Golfo di Aden, sulle acque della Nuova Tortuga, dove i pirati assaltano e sequestrano cargo e petroliere. Tre, quattro attacchi al giorno. Un’escalation che sembra non avere fine e che ha alzato il tiro sabato con la cattura del super-tanker saudita «Sirius Star» e dei suoi 2 milioni di barili di greggio. Per nave ed equipaggio i filibustieri somali ieri hanno chiesto un riscatto di 10 milioni di dollari. Un decimo del valore del bottino. È una guerra, ormai. Il bollettino è di cento abbordaggi da gennaio, con 15 unità e 280 marinai - di diversa nazionalità - in mano ai banditi. Una battaglia in cui non si risparmia il fuoco, da ambo le parti. Ieri una fregata della Marina indiana, la «Ins Tabar», ha fatto saltare in aria una nave-madre pirata, quelle dalle quali partono i barchini veloci utilizzati per gli assalti, che l’aveva presa di mira con i lanciarazzi. La «Ins Tabar» non è sola, molte unità militari stanno pattugliando le coste somale. Ci sono gli americani, i russi e la Nato, quest’ultima con sette navi. Una è il nostro cacciatorpediniere «Durand de la Penne», ammiraglia della flotta, dalla cui plancia il contrammiraglio Giovanni Gumiero comanda la task-force che deve scortare i trasporti di aiuti umanitari per il Corno d’Africa, e difendere il traffico marittimo più in generale. Dalla «caverna» tutto questo si osserva in tempo reale. Qui, in un bunker segreto a prova di attacco nucleare, eredità della Guerra fredda, c’è il cervello operativo della Marina militare italiana: il comando della Squadra navale, la centrale delle tlc e il grande occhio elettronico che consente di monitorare in diretta il traffico marittimo, in tutti i mari del globo. Un gioiello virtuale che vede la nostra Marina all’avanguardia. Fa un certo effetto arrivare nel cuore del sistema. Ci s’immerge nell’antro di cemento, sotto un boschetto con i daini in libertà e tante antenne celate dagli alberi. Si percorre una lunga galleria illuminata da una luce fredda, il rumore dell’aria spinta a forza e dei passi che risuonano, e si supera un’enorme porta blindata. Lungo il tunnel si aprono diverse sale, con schermi, mappe elettroniche e militari al lavoro. Finché, nel più profondo della campagna romana, si arriva alla «sala delle sale». Ancora monitor e, su una parete, uno schermo più grande sul quale è disegnato il mondo. Ci sono tanti puntini che luccicano. «Sono le navi mercantili in navigazione», spiega il vicecomandante della Squadra navale, l’ammiraglio Cristiano Bettini. «E queste quelle militari», aggiunge il responsabile delle operazioni, l’ammiraglio Alessandro Piroli. Zoomiamo sulla Somalia. Altri punti luminosi, ma su questi va posto il tricolore. Sono i cargo e le navi cisterna italiane. C’è anche la «Neverland», la petroliera che era stata attaccata dai pirati in aprile e che era stata liberata dal «Comandante Borsini», pattugliatore della Marina. Brilla un altro puntino, di colore diverso: «Sì, è il Durand de la Penne». Un clic e s’apre il collegamento videosatellitare. Sullo schermo appaiono il comandante del cacciatorpediniere, Fabrizio Simoncini, e Gumiero. Ammiraglio, dove vi trovate? «Siamo a 60 miglia a sud delle coste yemenite, nel canale che collega il Mar Rosso con l’Oceano Indiano». Ha seguito l’azione della fregata indiana? «Sì». E se vi si presentasse lo stesso problema? L’affronteremo». Le regole d’ingaggio della Nato impongono l’uso del fuoco solo in caso di abbordaggio... «Abbiamo una missione, le regole ci consentono di portarla avanti». L’ammiraglio racconta di come i pirati abbiano cambiato strategia, puntando «a bersagli più grossi, più paganti» e di come ciò dimostri che «alle loro spalle si nascondono organizzazioni di più alto livello», capaci di catturare le grandi navi, da rivendere con tutto il carico oppure liberare gestendo riscatti milionari (ma con quali banche?). Anche organizzazioni terroristiche? «Non è escluso». I punti luminosi tutt’intorno alla nave militare si muovono. Dal «Durand de la Penne» parte una comunicazione alle plance italiane. «Ci siamo anche noi - fa sapere Simoncini - non siete soli».


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