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"Per gli Usa venti anni di declino"

Manifesto – 21.11.08

 

Licenziati a migliaia Cgil: «È una valanga» - Antonio Sciotto

I licenziamenti cominciano a essere consistenti, la crisi non risparmia nessun distretto: ieri Fim, Fiom e Uilm torinesi hanno fatto il punto sul loro territorio, contando ben 27 mila lavoratori in cassa integrazione - su 450 aziende metalmeccaniche - e oltre 5 mila precari che hanno già perso il posto. Per i lavoratori a termine, come per tutto il complesso degli «atipici», l'emergenza è ancor più forte: infatti non godono di alcun ammortizzatore sociale. In sofferenza anche la Lucchini di Piombino, che ferma l'altoforno e mette in cassa integrazione tra i 1600 e i 1800 lavoratori fino al 2 gennaio. A Brescia ieri diecimila lavoratori hanno sfilato in corteo, sul tema «non paghiamo noi la vostra crisi». A Bergamo, alla Brembo di Alberto Bombassei, sono più di 240 i precari che rischiano il posto. Sono solo alcuni esempi, e ieri il segretario generale Cgil Guglielmo Epifani ha detto che «il quadro della crisi è molto peggiore del previsto, è in arrivo una valanga». Quanto al governo, per il momento la situazione è più che confusa: le misure vengono rinviate a dicembre. Il pacchetto anti-crisi, ha spiegato ieri Berlusconi, sarà varato entro il 15 dicembre, in accordo con gli altri paesi della Ue. L'11 e 12 dicembre si terrà a Bruxelles il consiglio dei capi di Stato e di governo dell'Unione. L'esecutivo, a quanto afferma il premier, starebbe studiando «misure su mutui e tariffe», con un piano di sostegno indirizzato «alle imprese e alle famiglie». Per i nuclei con figli, il governo pensa a un bonus ispirato al quoziente familiare, che sarà erogato in proporzione al numero dei componenti e al reddito. Per le imprese, invece, è quasi certo lo spostamento del pagamento Iva, che dal momento dell'emissione della fattura slitterebbe al momento dell'incasso. Sul versante degli acconti dovrebbe essere ridotto quello Ires, mentre non ci dovrebbe essere nessuna modifica per l'Irpef. Anche sul fronte energia si sta pensando di intervenire con un blocco delle tariffe per le famiglie più povere. I tecnici del governo starebbero lavorando su alcuni provvedimenti da inserire nel decreto legge che sarà presentato nel consiglio dei ministri di mercoledì prossimo. Quel che pare certo è la forte impronta «familista» delle misure, che dovrebbero riguardare solo i nuclei con figli. Il bonus dovrebbe arrivare, in versione una tantum, a Natale. Per i dipendenti sarà pagato probabilmente dai sostituti d'imposta; per chi non ha un sostituto, il bonus potrebbe essere erogato dall'Agenzia delle entrate, con le stesse modalità del bonus incapienti. Quanto all'Iva, per non incappare nelle osservazioni Ue, si dovrebbe stabilire un tetto degli importi. Pare accantonata l'ipotesi di ridurre l'acconto Irpef da pagare il 30 novembre, mentre per l'Ires si studia la possibilità di ridurre l'acconto dal 100% al 96%. Incerto anche l'intervento sull'Irap. Sul fronte degli scontenti, si devono citare anche i pensionati. Ieri al Palasport di Roma si è tenuta l'assemblea di quadri e delegati Fnp Cisl: il segretario Antonio Uda ha detto «no ad ogni idea di bonus o di carta povertà, perché i pensionati non hanno bisogno di elemosine ma dei giusti diritti sociali, innanzitutto quelli previdenziali». Anche Carla Cantone (Spi Cgil) ha ribadito le sue critiche alla social card tremontiana e alle politiche del governo. Lo stesso segretario Cisl Raffaele Bonanni ha attaccato la social card, chiedendo piuttosto la detassazione di salari e pensioni, e arrivando persino a minacciare lo «sciopero generale dei pensionati» (ma solo di quelli). Una chicca: Bonanni, parlando all'assemblea dei pensionati Cisl, si è beccato qualche fischio, ottenendo invece l'en plein di applausi solo quando ha parlato di mobilitazioni. Anche la Uil è «familista»: Luigi Angeletti chiede di tarare la misura sulle famiglie considerando il numero di figli, per dare «qualche migliaio di euro per ogni figlio». Soltanto la Cgil ricorda che a parte i dipendenti, esistono anche i precari, e infatti Epifani ha ribadito la richiesta di ampliare il ventaglio degli ammortizzatori sociali a tutti quelli che sono colpiti dalla crisi, dunque anche i settori che ne sono privi (dalle piccole imprese al terziario), fino, appunto, agli «atipici». Dall'opposizione arrivano critiche al piano del governo. Secondo Pierluigi Bersani (Pd), la riduzione degli acconti fiscali a partire dall'Irpef «interessa molto più il mondo dell'impresa che quello delle famiglie»; sarebbe più utile «una parziale detrazione di salari, pensioni e stipendi medio bassi». Per Paolo Ferrero (Prc) «si devono tassare le rendite e vanno aumentate le tasse per i redditi superiori a 100 mila euro annui, in modo da poter aiutare le famiglie con almeno mille euro per nucleo».

 

Attacco ai lavoratori – Galapagos

Dice Tremonti: dalla crisi l'Italia uscirà più forte e pagherà meno costi degli altri paesi. Ovviamente falso. La conferma l'abbiamo avuta ieri al Senato: in sede di conversione di un decreto legge è stato approvato un emendamento che estende a tutte le imprese - in amministrazione straordinaria - la legge ad hoc varata per l'Alitalia. Si tratta di una modifica dell'articolo 2112 del codice civile che annulla le tutele per i lavoratori di grandi imprese in crisi, in caso di cessione di rami o parti aziendali. Significa che la crisi la pagheranno salata i lavoratori che non avranno più alcuna garanzia sui livelli non solo salariali acquisiti. A uscire più forte dalla crisi, insomma, sarà solo il capitale. La crisi incalza, ma il governo se la prende comoda anche se ha annunciato che mercoledì prossimi presenterà il piano di rilancio da 80 miliardi di euro. Una «patacca»: non si tratta di risorse aggiuntive. Ma prendiamola per vero e facciamo nostra la domanda che ieri il presidente della Cisl pensionati ha rivolto al governo: degli 80 miliardi quanti saranno destinati al sostegno delle pensioni? Oltre l'elemosina della sociale card da 40 euro al mese, per i «fortunati» che sopravvivono con 500 euro, non c'è altro. E nulla è prevista per gli ammortizzatori sociali. In Italia ci sono quasi 4 milioni di lavoratori a tempo determinato e ogni mese scadono 300 mila contratti. Chi non viene «rinnovato» finisce a casa senza paracadute. Ancora una volta, sbaglia Angeletti, il segretario della Uil, a chiedere solo interventi di detassazione delle tredicesime (beato chi ce l'ha) e degli aumenti contrattuali di secondo livello, che per alcuni anni non ci saranno. Anche l'aumento - giusto - degli assegni familiari, in questa fase è poca cosa. Tutte le risorse, infatti, debbono essere finalizzate a sostenere il lavoro, creando nuovi posti, visto che a «valanga», per dirla con Epifani, ogni giorno arrivano notizie, quando va bene, di cassa integrazione, e più spesso di licenziamenti. Da mesi l'occupazione è in diminuzione, nuovi posti di lavoro non vengono creati e nel 2009 andrà ancora peggio. Dopo la sforbiciata al potere d'acquisto provocata dall'inflazione (e prima ancora dall'arrivo dell'euro) ora i tagli alla domanda arrivano dalla diminuzione del monte salari, provocata dalla crescente disoccupazione. E da provvedimenti come quello approvato ieri dal senato. A questo punto la sinistra anziché dividersi per due scranni europei e per una manciata di consiglieri comunali, ha il dovere di riprendere l'iniziativa politica: ha di fronte a se una prateria di proposte di politica economica con le quali contrastare il disegno perverso di Tremonti e del Pdl. L grandi opere, anche se utili, non sono un ammortizzatore contro la crisi, ma solo un enorme serbatoio di profitti per le poche imprese che le realizzeranno con pochi, anzi pochissimi lavoratori. Per essere chiari: non siamo più ai tempi del New Deal quando i canali di bonifica era fatti con vanga e pala da decine di migliaia di lavoratori. Per contrastare la recessione e favorire la ripresa occorre puntare su settori innovativi, come le energie rinnovabili ad alta intensità di lavoro. E ancora: più che di nuovo cementificazioni, l'Italia ha bisogno di un recupero dell'enorme patrimonio urbano esistente. E necessita anche di interventi idrogeologici: basta una pioggia un po' violenta per provocare disastri e farci piangere vittime innocenti. Insomma: lavoro e difesa del lavoro, con ammortizzatori sociali diffusi. Con questo governo non è facile. Ma con la crisi nulla è impossibile.

 

Se c'è la crisi, addio diritti - Francesco Piccioni

A pensar male si fa peccato, spiegava Andreotti, ma ci si prende quasi sempre. Con questo governo, però, scompare persino il «quasi». Ieri l'aula del Senato ha approvato un emendamento presentato dal governo che estende a tutte le aziende a rischio di insolvenza il regime «eccezionale» ideato per gestire la vendita di Alitalia a un gruppo di imprenditori disponibili a improvvisarsi per qualche mese «compagnia aerea». Si discuteva della trasformazione in legge del «decreto infrastrutture» del 23 ottobre di quest'anno, che doveva occuparsi di misure di sostegno all'autotrasporto, quando è stato aggiunto - all'articolo 3 - un breve testo come «disposizione in tema di imprese in amministrazione straordinaria». Con il quale si annulla di fatto l'art. 2112 del codice civile, la cosiddetta «clausola sociale», per cui un lavoratore il cui «ramo d'azienda» viene ceduto ad altra società, mantiene comunque inquadramento contrattuale e livelli retributivi goduti in precedenza. Si tratta di una tutela comunque imperfetta, aggirata decine di volte nella gestione pratica di numerose crisi aziendali; ma di una tutela impugnabile in sede giudiziaria. Ora, invece, non esiste più per tutte le quelle aziende che si trovano in «amministrazione controllata» e debbono perciò cedere interi comparti per «fare cassa». Il caso più noto è quello della vendita della «parte buona» di Alitalia alla Cai di Roberto Colaninno. Per la quale sono state in un colpo solo congelate sia le regole antitrust che l'applicazione della 2112. In pratica, come spieghiamo da due mesi, i lavoratori vengono tutti licenziati e messi in cassa integrazione (e Alitalia chiude), mentre la nuova società li assume ex novo sulla base di contratti completamente diversi, sia per quanto riguarda l'organizzazione del lavoro che per i livelli salariali. La mossa è gravissima, anche perché passa quasi sotto silenzio sui grandi media. Decine di migliaia di lavoratori ne saranno colpiti, nelle crisi a cascata che si vanno moltiplicando ogni giorno. E' un modo di scaricare i costi della crisi completamente su chi lavora, garantendo alle imprese quella «mano libera» che non si riesce a far passare come «riforma del modello contrattuale». Persino due antesignani della riduzione delle tutele dei lavoratori dipendenti, come Tiziano Treu e Pietro Ichino, ora parlamentari del Pd, hanno mostrato parecchio disagio. Il primo, titolare di quel famoso «pacchetto» che ha introdotto la maledizione perenne dei contratti precari («atipici», fu scritto), ha evidenziato come «mentre tutta Europa si sta interrogando sulla necessità di prevedere sistemi di garanzie per i lavoratori nei casi di cambiamenti degli assetti azionari e di trasferimenti, il governo italiano approva una norma che va contro le elementari necessità di giustizia sociale». Il secondo, più freddamente, la giudica un'operazione «sicuramente destinata ad essere cassata dalla Corte di giustizia», ed «espone lo Stato italiano ad una sanzione» comunitaria. Paolo Ferrero, segretario nazionale Prc, parla di «un governo contro i lavoratori. Com'era evidente, Alitalia è stata usata come un grimaldello per scardinare le tutele del lavoro». Sul piano politico, invece, «si chiarisce la principale differenza tra i Berlusconi del 2001 e quello di oggi; allora pianificava e annunciava le misure che voleva mettere in pratica - come l'art.18 - ora invece usa le crisi per snaturare tutto quello che può. L'ha fatto con i rifiuti, usando l'esercito e la giurisdizione, con l'Alitalia, con l'esercito nelle città sulla 'sicurezza'». Giudizio simile arriva anche dalla Cgil, con i segretari confederali Fulvio Fammoni e Fabrizio Solari, per i quali «è l'esatto contrario di quello che sarebbe necessario fare a fronte della straordinaria profondità della crisi e alle evidenti tensioni occupazionali». Evidente anche la forzatura istituzionale per cui si «utilizza un contenitore legislativo estraneo al tema per inserire norme che penalizzano l'occupazione e i diritti dei lavoratori». L'assemblea di palazzo Madama ha comunque dato il via libera all'intero provvedimento, che ora passa all'esame della Camera. Il tempo per fermare questa norma odiosa non è molto, ma è certamente materia in più per lo sciopero generale che si terrà il 12 dicembre. Cominciando magari ad alzare da subito la voce.

 

Giù le mani dall'oro blu - Marco Bersani

ROMA - Sono passati due anni e mezzo dal primo forum dei movimenti per l'acqua pubblica. Tanti mesi e una proposta forte per la ripubblicizzazione del bene comune forse più sensibile, che ha raccolto più di 400.000 firme. Da allora i tanti comitati spontanei e le centinaia di vertenze sull'acqua si sono moltiplicati. E così il secondo forum, che inizia ufficialmente sabato ad Aprilia, riparte proprio dai cittadini che in tantissime parti d'Italia lottano per riportare la gestione del sistema idrico nello spazio della democrazia e della partecipazione. «Riprendiamoci il futuro» è lo slogan dell'incontro, con un occhio puntato sul binomio beni pubblici e democrazia. L'anteprima del forum è tutta dedicata, però, agli enti locali, ai comuni che stanno riappropriandosi del ruolo scippato dalle tante privatizzazioni che dal 2000 hanno reso le nostre regioni terra di conquista delle multinazionali delle utilities. Oggi pomeriggio, alle 15, presso la sala della Pace della Provincia di Roma, si costituisce ufficialmente il coordinamento nazionale degli enti locali per l'acqua pubblica. E' il primo passo per la realizzazione di una rete e di un osservatorio dedicati ai comuni che stanno resistendo alle imposizioni degli Ato - gli ambiti idrici ottimali - con gestore privato. Dal piccolo comune di Bassiano, in provincia di Latina, che ha cercato di non cedere gli impianti alla Spa controllata da Veolia, fino all'amministrazione comunale di Cologno Monzese, o alla provincia di Ragusa, il coordinamento raccoglierà tantissime città e amministrazioni provinciali, con una azione comune. I gonfaloni dei municipi per l'acqua pubblica che sfilarono un anno fa a Roma in prima fila, nella prima manifestazione nazionale, sono oggi la punta avanzata del movimento per la ripubblicizzazione. Riportare la gestione dei beni comuni nei consigli comunali significa prima di tutto restituire un pezzo importante di democrazia ai cittadini. L'apertura dei due giorni del forum sarà domani alle ore 10 ad Aprilia (Teatro Europa). Una città simbolo, dove da fine agosto pattuglie del gestore privato Acqualatina girano accompagnate da vigilantes armati, operando riduzioni di flusso ai 7000 cittadini che hanno deciso di continuare a pagare l'acqua al comune. Ospitare il forum in provincia di Latina, dove opera la multinazionale Veolia, ricorda anche la prima vera privatizzazione in Italia. Latina fu considerata un laboratorio dove realizzare quel modello di gestione con Spa miste pubblico private che ora si vorrebbe imporre in tutti gli ambiti idrici. Gli obiettivi del secondo forum puntano a rafforzare le vertenze nei territori. Si parte dalla proposta di costruzione di una piattaforma nazionale che possa essere il quadro di riferimento per i tanti movimenti per l'acqua pubblica, passando per il rilancio delle mobilitazioni territoriali a livello nazionale. Una piattaforma che dovrà integrare - nelle intenzioni del Forum - tutti i nodi e i conflitti dell'intero ciclo dell'acqua, dagli acquedotti, fino ai depuratori, vero business per le aziende. La difesa dell'acqua pubblica convive con i tanti altri movimenti per i beni comuni, ad iniziare dalla gestione dei rifiuti. Il forum - attraverso gruppi di lavoro dedicati - punterà a creare percorsi comuni, scambi di informazioni, piattaforme condivise. Le multinazionali dell'acqua, quali, ad esempio, Acea e Veolia, gestiscono sempre più spesso anche energia e rifiuti. Gli stessi slogan delle società per azioni - Suez parla di «fornire l'essenziale per la vita» - mostrano l'integrazione nella gestione dei servizi pubblici, chiedendo ai movimenti uno stretto coordinamento. Rimane poi il rilancio della iniziativa di legge popolare, che raccolse un numero sorprendente di firme. I mesi successivi al primo Forum del 2006 - dedicati alla raccolta delle firme per la legge d'iniziativa popolare - furono per i movimenti dell'acqua un'occasione straordinaria per sentire come il tema dei beni comuni sia estremamente sensibile. Ora la legge che prevede oltre alla ripubblicizzazione una gestione partecipata ed equa dell'acqua è ferma in Parlamento. Inutile aspettarsi un interesse da parte del governo Berlusconi, che anzi sta rilanciando la privatizzazione con una parte della legge 133. Il Forum si pone quindi l'obiettivo di riportare nell'agenda nazionale la gestione idrica come punto di forza del sistema pubblico. I due giorni di Aprilia saranno, però, soprattutto il momento d'incontro tra i tantissimi comitati che rendono viva e intensa la battaglia per l'acqua pubblica. Si metteranno a confronto le esperienze del sud Italia dove agiscono l'Acea e la Veolia con le privatizzazioni fortemente politiche della Toscana, con le grandi holding che si stanno formando nel nord. Verrà analizzata la questione - di certo non secondaria - della qualità delle acque, sempre più contaminate, con crisi idriche gravi. Per la giornata di sabato sono infine previsti gli interventi dei diversi ospiti. L'introduzione verrà fatta da Alex Zanotelli, da un rappresentante del Comune di Parigi, dai rappresentanti del Kurdistan e della Palestina e del movimento degli studenti.

 

«C'è del torbido in quelle bottigliette piene di false promesse»

Luca Fazio

Giuseppe Altamore si è guadagnato la fama di «idroinquisitore» scrivendo due libri molto documentati, Acqua Spa. Dall'oro nero all'oro blu e L'acqua nella storia. Il capitolo acque minerali se lo beve tutto d'un fiato, anche se «c'è del torbido in quella bottiglia». Parliamo di affari. L'Italia è leader nel mercato mondiale dell'acqua minerale, con 177 imprese e 287 marchi e un giro d'affari di quasi 3 miliardi di euro (80 miliardi di dollari nel mondo). Da noi vengono imbottigliati 11 miliardi di litri di acqua all'anno (120 nel mondo). L'Europa occidentale consuma un terzo del totale dell'acqua imbottigliata pur avendo il 6% della popolazione mondiale. Gli italiani ne bevono più di tutti, 190 litri a testa ogni anno per una spesa di oltre 350 euro a famiglia. La corsa al consumo sembra inarrestabile. E l'impatto ambientale devastante... I danni prodotti dalle industrie dell'acqua minerale sono poco studiati. Eppure stiamo parlando di più di 10 miliardi di bottiglie di plastica prodotte ogni anno per almeno 150 mila tonnellate di rifiuti. Per non parlare del trasporto di bottiglie da nord a sud: servono più di 300 mila tir all'anno per permettere a un bar della Sicilia di servire acqua minerale che arriva dal Veneto. Un'assurdità. Costa più smaltire la plastica che produrre acqua. Oltre al danno si aggiunge la beffa. Mentre i produttori pagano l'acqua 0,02 lire al litro (cifra talmente ridicola che non ha senso riportarla in euro), solo la Lombardia per smaltire le bottiglie spende più di 20 milioni di euro all'anno. Secondo un calcolo fatto da Legambiente, solo la colla che serve per attaccare le etichette costa più dell'acqua (e la bottiglia può costare anche 5 euro). Veniamo all'aspetto più scandaloso. Le industrie succhiano acqua pubblica pagando alle regioni concessioni ridicole, e in alcuni casi le concessioni sono «perpetue». Come è possibile? Sono cifre impossibili. Qualche esempio, ripreso dal mio libro. Per la concessione accordata alla San Bernardo (20 anni), Nestlé paga alla Provincia di Cuneo 2.528, 28 euro all'anno. Sono clamorosi anche i prezzi per i permessi di ricerca. Nel 1999 è stato accordato un permesso alla San Pellegrino (sempre Nestlé) su un'area di 142 ettari per 110 euro all'anno! Allora perché continuano a darcela a bere? L'acqua imbottigliata rappresenta l'immagine della purezza, viene spacciata come rimedio medicamentoso e non è un caso se l'Autorità garante della concorrenza ha rilevato diversi messaggi ingannevoli negli spot. Ma il punto è che nessun prodotto alimentare viene pubblicizzato come l'acqua minerale, una potenza di investimenti che non può non condizionare i media. Alcuni comuni però stanno propagandando l'acqua del rubinetto. Sì, alcuni comuni sono passati al contrattacco, per esempio togliendo l'acqua minerale dal capitolato delle mense scolastiche; inoltre si stanno espandendo le «case dell'acqua», luoghi dove la popolazione può andare a riempire le bottiglie. Una cosa buona... Attenzione. I comuni stanno facendo questa operazione anche per una questione di immagine, in fondo «regalano» la stessa acqua che esce dal rubinetto di casa. E il gestore idrico chi è? Una società privata: tutti gli acquedotti d'Italia sono Spa e, in base alle legge 133 del 2008, le Spa devono essere messe sul mercato.

 

Silwan, re David non abita più qui - Michele Giorgio

GERUSALEMME - È stata una ruspa a mettere a tacere le proteste dei coniugi al Kurd, espulsi il 10 novembre dalla casa dove la famiglia aveva vissuto per 50 anni. Sotto lo sguardo stanco ma non rassegnato di Fawziya al Kurd, sorda agli slogan di decine di palestinesi e pacifisti internazionali e israeliani e protetta da schiere di agenti di polizia, l'altro ieri una gigantesca pala meccanica ha strappato le tende dal giardino dell'abitazione dove negli ultimi giorni si erano concentrate le manifestazioni contro il blitz dei coloni israeliani nel quartiere palestinese di Sheikh Jarrah. Poi la macchina ha cominciato a spianare il terreno, per renderlo edificabile. La Corte Suprema israeliana ha sentenziato che prima della nascita d'Israele l'area, compreso l'appartamento degli al Kurd, era appartenuta a ebrei e ha accertato che ora è regolarmente registrata a nome di un'associazione religiosa ebraica. «Piena legalità» assicurano i giudici, che però non verificano la proprietà originaria di centinaia di case nella zona ebraica di Gerusalemme, ora abitate da israeliani, ma che prima del 1948 appartenevano a palestinesi espulsi o costretti a fuggire. Sheikh Jarrah, che ospita la tomba del rabbino santo Shimon, è solo uno dei capitoli dell'offensiva lanciata nel settore palestinese della Città santa dai settler israeliani, che la scorsa settimana hanno festeggiato l'elezione del sindaco Nir Barkat, un «indipendente» di destra che in campagna elettorale aveva promesso demolizioni a raffica di case arabe «illegali» e la costruzione di una nuova colonia alla periferia della Gerusalemme palestinese. L'obiettivo principale delle organizzazioni di destra rimane Silwan, ai piedi della città vecchia, sotto il Muro del Pianto e la Spianata delle moschee. È questo il terreno preferito dai coloni impegnati nella lenta «riconquista» della zona araba. «Benvenuti nella città di David», recita una scritta sull'edificio costruito alla fine della strada che gira intorno alle mura antiche e porta all'ingresso di Silwan. Qui un tempo sorgeva una casa palestinese, occupata dai coloni all'inizio degli anni '90: ai proprietari, si disse, un palestinese offrì una somma enorme per poche decine di metri quadrati e, una volta entrato in possesso dell'abitazione, la girò subito ai coloni israeliani. Oggi è il punto di partenza del cosiddetto «Parco archeologico di re David». L'inizio è stato lento ma, grazie a un'astuta operazione pubblicitaria svolta in particolare negli Stati Uniti, il «parco archeologico di re David» lo scorso anno è stato visitato da oltre 300mila turisti. Pochi mesi fa i coloni hanno organizzato a Silwan persino un concento, con il cantante Shlomo Gronich, ex pacifista passato a destra. A finanziare il progetto «archeologico» è la Elad, misteriosa quanto ben sponsorizzata (dal milionario americano Irwin Moskowitz) «impresa immobiliare» che dal 1980 percorre tutte le strade possibili per prendere possesso, attraverso atti ufficiali ma anche acquisizioni dalla dubbia legalità, del maggior numero di abitazioni in un quartiere palestinese densamente popolato (oltre 40mila abitanti). Lo scopo è quello di «riprendere» il controllo - dopo 3mila anni - di un'area che, secondo la tradizione biblica, ospitò re David. A dare una mano ci sono l'Autorità per le antichità e, soprattutto, il Comune di Gerusalemme che, proprio di recente, ha riavviato le demolizioni di abitazioni abusive - le ultime due appena qualche giorno fa - nel rione di al Bustan, seguendo un programma approvato nel 2005 che prevede la distruzione di 88 case palestinesi. «Il comune parla di case illegali, ma non risponde all'accusa di non concedere permessi edilizi ai palestinesi che, per questa ragione, sono costretti a costruire abusivamente», spiega Meir Margalit, consigliere comunale del Meretz ma più conosciuto come attivista di Icahd, il comitato israeliano contro la demolizione delle case palestinesi. «A Silwan si corre il pericolo di vedere quelle 88 case effettivamente tutte demolite, poco alla volta, non tutte insieme, per non fare clamore ed evitare possibili proteste internazionali - aggiunge Margalit -. La Elad e i coloni ormai sono decisi ad andare sino in fondo e godono di finanziamenti ingenti e forti appoggi politici. Potrebbero causare la più ampia demolizione di case arabe dal 1967, quando il Comune fece abbattere il quartiere palestinese di Mugrabi (nella città vecchia, ndr) per allargare la spianata del Muro del Pianto». Silwan offre un terreno fertile per i programmi dei coloni, perché è una zona d'indubbio valore storico, archeologico e religioso. In quest'area, ad esempio, si trovano la Piscina di Siloam, la Sorgente di Gihon, il Tunnel di Hezekiah e il famoso condotto di Warren che, a voler dar credito alla tradizione religiosa, venne usato da Joab, emissario di re David, per penetrare all'interno di Gerusalemme. Luoghi suggestivi e che vengono citati a ripetizione dalle guide della Elad per giustificare, agli occhi dei turisti, la «riconquista» di Silwan a danno dei palestinesi descritti come degli intrusi. A dare ulteriore validità all'impresa dei coloni ci pensa l'archeologa Eilat Mazar, al lavoro da anni in quell'area, secondo la quale i reperti confermano, senza ombra di dubbio, che re David aveva realmente il suo palazzo a Silwan. Una tesi che lascia freddi altri esperti israeliani come il professor Rafi Greenberg, dell'Università di Tel Aviv, che negli anni '70 aveva scavato nell'area del parco archeologico. Nel 1998, peraltro, la stessa Università Ebraica di Gerusalemme si era rivolta alla Corte Suprema per impedire alla Elad di continuare le sue iniziative a Silwan. «Vogliono usare l'archeologia biblica per conquistare consensi e giustificare l'espulsione dei palestinesi», protesta Yonatan Mizrachi, un archeologo israeliano che ha abbandonato l'Autorità delle antichità e ora organizza tour alternativi a quelli della Elad. «I coloni operano da anni contro le regole della nostra professione, si limitano a portare alla luce i reperti che ritengono utili per la loro agenda politica e minimizzano tutto il resto», spiega Mizrachi che poi aggiunge: «a Silwan non è mai stata trovata la prova definitiva della presenza di re David e se un giorno verrà alla luce la scritta «Benvenuti al palazzo di re David» ciò comunque non potrà giustificare l'espulsione di migliaia di palestinesi da Silwan». I coloni tuttavia proseguono per la loro strada, consapevoli degli importanti appoggi di cui godono a ogni livello, soprattutto quando i loro progetti riguardano Gerusalemme. In questi ultimi anni hanno acquistato o occupato varie abitazioni arabe e la bandiera israeliana sventola ora su non pochi tetti di Silwan. E le strette misure di sicurezza che seguono inevitabilmente all'arrivo di coloni in aree densamente popolate da palestinesi, complica non poco la vita dell'interno quartiere, costretto anche a fare i conti con immensi ingorghi di auto causati il più delle volte dai movimenti e dai controlli delle guardie di sicurezza. «Abbiamo telecamere ovunque, che ci osservano giorno e notte - racconta Jawad Siyam, un abitante palestinese - in qualsiasi momento possiamo trovare una guardia dei coloni sull'uscio di casa. Una volta a Silwan c'erano campi e giardini dove da bambino andavo a giocare con i miei amici, ora sono quasi tutte aree proibite». In nome della riconquista della città di re David.

 

Uno sciopero blocca il Cile Sepulveda: «Paese ingiusto»

Geraldina Colotti

«Il Cile è ancora una democrazia vigilata», dice al manifesto lo scrittore Luis Sepulveda. Sepulveda - in Italia per presentare la sua ultima raccolta di racconti, La lampada di Aladino (Guanda), un libro di storia, impegno e sentimenti forti - parla con noi del suo paese, e del passaggio delicato che sta attraversando nel quadro di un'America latina in movimento. Alle amministrative, la destra si è aggiudicata la maggioranza dei sindaci e ora cerca di cavalcare la protesta contro il governo. Cosa succederà da qui alle presidenziali del 2009 quando Michelle Bachelet non potrà più presentarsi? Non credo che la destra sia molto forte. Piuttosto, alle amministrative, una sinistra che per tanti anni non ha potuto partecipare al gioco politico, ha mostrato di avere un'enorme importanza. Durante la dittatura, un terzo della popolazione è rimasto fuori dal gioco politico, non aveva diritto a candidati in parlamento, mentre ora ha il 30 per cento degli eletti, e se consideri che di tutta la popolazione cilena solo il 52 per cento è andato a votare, vuol dire che solo una minoranza non è d'accordo con il cambiamento in corso. La verità è che quella cilena è ancora una democrazia vigilata: non dai militari ma da una costituzione ereditata dalla dittatura. In questi 18 anni, nessuno ha avuto il coraggio di modificarla con un referendum come vorrebbero i cittadini, e come sarebbe necessario per poter finalmente compiere quella che si chiama transizione in una democrazia piena. Ora sappiamo tutti che è questa la forza politica della destra e dei riciclati, che hanno trattato con la dittatura la fine del governo dittatoriale di Pinochet a condizione che il modello cileno, basato sull'ingiustizia assoluta, non venisse modificato. Il Cile è un paese che non ha una scuola pubblica, perché la scuola è stata privatizzata come la sanità. Se hai i soldi ti curi, altrimenti muori. L'inflazione avanza, ma il Cile non è ancora un paese in crisi, la crescita economica ha però riguardato solo una parte della popolazione, e siamo ancora un paese dipendente economicamente. Anche la politica verso gli indigeni mapuche è stata affrontata in base alle leggi emergenziali emesse da Pinochet, e solo ora sembra intravedersi qualche apertura da parte del governo Bachelet. Ho una grande simpatia per il movimento mapuche che porta avanti la difesa del diritto naturale alla terra, anche se è evidente che, al punto in cui stanno le cose non si può tornare alla situazione precedente l'invasione coloniale. Penso però che accettare alcune rivendicazioni culturali e politiche dei mapuche sia un buon punto di partenza per cambiare le cose. In questo senso, la sinistra tradizionale ha ancora un percorso da compiere per combattere la disaffezione alla politica istituzionale espressa da una grossa parte dei movimenti, e per accogliere le spinte positive provenienti dai movimenti. Moltissimo di tutto quello che di positivo è successo in Cile dalla fine della dittatura è frutto del movimento altermondialista riunito nel Forum sociale cileno, che ha mantenuto la cultura politica di una parte della società e tenuto insieme il dialogo con il movimento indigeno, ha dato indicazioni sulle lotte per i diritti delle donne, dei gay e oggi si batte contro l'offensiva conservatrice della chiesa cattolica. Domenica prossima in Venezuela si svolgeranno le elezioni amministrative. Come valuta l'esperimento «bolivariano» di Hugo Chavez a cui partecipa anche l'indigeno Evo Morales? Evo mi sembra una figura rispettabile, un dirigente indigeno e cocalero votato democraticamente dal 70 per cento della popolazione del suo paese, ma non credo nel cosiddetto progetto bolivariano. Ma hai letto il documento di fondazione? È una grossolana semplificazione della storia dell'America latina, è la negazione della complessità della storia e della realtà, e quando si nega la complessità delle cose si finisce sempre male. E poi credo che questa idea di socialismo bolivariano sia più interessante per la popolazione urbana di Caracas, piuttosto che per una popolazione amazzonica che vive in una specie di comunismo primitivo. Nella costituzione bolivariana c'è grande attenzione alla questione indigena. Mi dispiace, ma a me sembra un manuale per boy scout. Le costituzioni serie sono quelle di Andres Vejo, padre di tutte le costituzioni: Cile, Argentina... 1.200 pagine, altroché questo smilzo librino. Ma quelle costituzioni sono spesso rimaste sulla carta. Ora invece si vedono i fatti: le nazionalizzazioni, il ritorno di sovranità popolare, la partecipazione... ... E la demagogia di Chavez. Il presidente dell'Ecuador Correa ha rischiato di perdere le elezioni per l'intromissione di Chavez, ha dovuto frenarlo. E il presidente del Paraguay Lugo ha inviato una delegazione d'urgenza per dire a Chavez: ti prego non menzionare il Paraguay perché abbiamo possibilità di vincere realmente. Chavez è una figura complessa, d'accordo, ma non posso dimenticare che è un militare e io non ho simpatia per nessun militare latinoamericano. Ma la storia dell'esercito in Venezuela non è passata per l'addestramento nelle scuole di tortura degli Usa... È vero, ma io preferisco pensare a un'America latina che tiene alla propria diversità e sviluppa in ogni paese propri percorsi autonomi.

 

Adesso la crisi spaventa Putin e il suo partito - Astrit Dakli

La sicurezza delle prime settimane, quando Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev affermavano che la Russia non sarebbe stata toccata dalla crisi finanziaria mondiale, ha gradualmente lasciato il posto ai dubbi e ora all'affanno. Mentre le pur immense riserve di oro e valuta accumulate negli anni del boom gas-petrolifero si vanno asciugando nel tentativo di difendere la stabilità del rublo e i patrimoni dei maggiori oligarchi - e soprattutto mentre il prezzo del petrolio sta crollando a un terzo di quel che era solo pochi mesi fa, minacciando mortalmente il bilancio federale - la strana coppia al potere a Mosca appare sempre più incerta e in ansia. Ieri, aprendo il congresso del partito Russia Unita, che presiede senza nemmeno esservi iscritto, Putin ha parlato quasi esclusivamente della crisi. «I nostri cittadini - ha detto il premier - ci pongono una giusta domanda: che ci succederà? Bene, io qui dico che noi faremo tutto, tutto quello che è in nostro potere affinché i disastri del passato non si ripetano mai più nel nostro paese. Faremo tutto quello che è in nostro potere per difendere i risparmi che i nostri cittadini hanno nelle banche». Quindi il premier ha colto l'occasione delle assise per annunciare un «pacchetto» di misure anticrisi destinate non alle banche e alle grandi imprese - per le quasi è già in corso un salvataggio da 200 miliardi di dollari, di assai dubbia efficacia (lo stesso Putin ha sollevato nei giorni scorsi critiche al modo in cui questa montagna di soldi sta venendo usata dalle banche) - ma appunto ai cittadini: sgravi fiscali di vario genere, che dovrebbero stimolare il mercato interno. Ma che ben altro di qualche stimolo ci sia bisogno lo ha ammesso indirettamente ancora Putin, presentando un piano per aumentare considerevolmente (di circa un terzo, da 120 a 160 euro/mese) l'indennità minima di disoccupazione - segno chiaro che si prevede a breve scadenza un'ondata di licenziamenti. Altro segno dello stesso genere, sia pure paradossale, l'espulsione dal partito Russia Unita del giornalista Pavel Verstov, autorevole corrispondente del settimanale Argumenty i Fakty, che aveva realizzato un servizio «demoralizzante» sull'ondata di suicidi tra i lavoratori delle acciaierie di Magnitogorsk rimasti disoccupati quest'autunno. In generale il sistema dei media sta parlando molto poco degli effetti concreti della crisi, come appunto licenziamenti e chiusure di aziende. Ma queste cose ci sono, e si aggravano: e per ora non sembra che il governo stia ottenendo gran risultati, al di là di un modesto rallentamento della crisi. Le promesse di Putin sembrano più che altro uno scongiuro e un metter le mani avanti per quel che potrebbe accadere domani.

 

L'Onda francese in piazza contro i tagli alla scuola - Anna Maria Merlo

PARIGI - Come al solito dopo una giornata di protesta, in serata, c'è stata la guerra delle cifre. Secondo il ministero della Pubblica istruzione francese, ha scioperato ieri il 33% degli insegnanti, accusati di «immobilismo» dal ministro Xavier Darcos, perché si oppongono alle varie riforme, che toccano dalla materna ai licei, fino alla formazione degli insegnanti e all'università. Le cifre dei sindacati sono nettamente diverse: un professore su due ha incrociato le braccia nella scuola secondaria e la percentuale sale al 69% per le elementari e le materne. Ci sono stati più di cento cortei ieri in tutta la Francia: quarantamila persone, insegnanti e allievi, a Parigi, ventimila a Bordeaux, undicimila a Marsiglia, diecimila a Lione e Tolosa, cinquemila a Lille. Darcos non intende retrocedere. Ma la resistenza si organizza. La protesta riguarda prima di tutto le soppressioni dei posti di lavoro nella scuola, 11.200 già avvenute per l'anno scolastico in corso e 13.500 previste per il prossimo anno, dei tagli che, addizionati negli anni, porteranno a una riduzione del 10% del corpo insegnante, denunciano i sindacati della scuola. Ci sono poi i problemi di rivalorizzazione degli stipendi. Ma non c'è solo questo. Nei tagli, gli insegnanti denunciano la smantellamento (meno tremila posti) del Rased, la rete di aiuto ai bambini in difficoltà, sostituita da due ore di sostegno, da trovare all'interno delle ore che gli allievi delle elementari passano a scuola (all'ora di pranzo, per esempio), a carico dei maestri (gratificati con uno straordinario). Ci sono poi le riforme dei programmi, che non convincono affatto. Darcos, per risparmiare, vuole tagliare il primo anno di materna, che inizia a due anni e mezzo. Sprezzante, ha affermato che con allievi di quell'età i maestri (che sono tutti laureati, perché la materna fa parte del ciclo delle elementari) non fanno altro che «cambiare i pannolini». Alle elementari, Darcos vuole ricentrare l'insegnamento sui «fondamentali», francese e matematica, tagliando il resto (per i maestri è un modo per perpetuare le differenze sociali, fin dall'infanzia). Per il momento, la media non è nel mirino, anche se è colpita dai tagli di cattedre, che limitano le opzioni: un modo per spingere a un orientamento precoce, tanto più forte da quando è stato reintrodotto l'apprendistato a 14 anni e sono state ripristinate le filiere professionali già da 13 anni, un modo surrettizio per distruggere la «media unica». Ieri c'erano molti liceali in piazza per protestare contro le intenzioni del ministro Darcos, che intende imporre un liceo «a moduli», su base semestrale, distruggendo le filiere tradizionali, il tutto con una riduzione delle ore di lezione, sempre per risparmiare. Non si sa bene dove finiranno la storia e la geografia, che potranno essere declassate ad «opzioni». Da quando Sarkozy è presidente, c'è stata un'offensiva frontale contro gli insegnanti di economia nei licei della filiera «economico-sociale», accusati di non suscitare negli allievi l'amore per l'impresa e di trasmettere teorie di sinistra. L'obiettivo è quello di imporre una visione utilitaristica della scuola, che per i detrattori porterà a moltiplicare le ineguaglianze tra allievi e tra istituti, di fatto messi in concorrenza tra loro, a detrimento della cultura generale. La protesta riguarda anche l'università, anche se nelle manifestazioni di ieri questa problematica era un po' ai margini: in primo luogo, cresce la protesta contro la morte annunciata degli Iufm, gli istituti universitari per la formazione degli insegnanti. Dovrebbero venire sostituiti da una formazione sul campo, all'italiana, con giovani laureati sbattuti in cattedra senza una preparazione professionale specifica, al di là delle conoscenze della propria materia. Verrà imposto il master per insegnare - Darcos dice che così gli insegnanti guadagneranno di più - ma verrà introdotto il principio della competitività che va di pari passo con l'«autonomia» degli istituti scolastici (in un rapporto, un parlamentare Ump propone anche uno stipendio in base «al merito»). Ma non è tutto. Anche nell'insegnamento superiore, la ministra della ricerca e dell'università, Valérie Pécresse, ha previsto di tagliare novemila posti.

 

Repubblica – 21.11.08

 

"Per gli Usa venti anni di declino". La Cia disegna il futuro americano

WASHINGTON - Gli Stati Uniti hanno davanti vent'anni di declino politico ed economico. Lo sostiene un nuovo rapporto dai servizi segreti Usa. La Cia e le altre agenzie d'intelligence statunitensi prevedono che nei prossimi due decenni l'America continuerà a perdere influenza (la crisi attuale di Wall Street sarebbe un primo segnale), e immaginano crisi e guerre legate alla fame di risorse, in primo luogo energetiche, alimentari e idriche. Lo scenario emerge dal rapporto Global Trends 2025, con il quale il National intelligence council, il centro studi che raccoglie i migliori cervelli dell'intelligence americana, sposta avanti di altri cinque anni le proprie visioni per il futuro. Presentato a Washington, il testo di 120 pagine aggiorna quello con cui nel 2004 erano state indicate dalla Cia le tendenze globali fino al 2020. Secondo il rapporto, il sistema internazionale nato dopo la fine della Seconda guerra mondiale e ridisegnato dopo la fine della Guerra fredda, va incontro a un'altra rivoluzione nel prossimo ventennio. Quello in arrivo è "un sistema globale multipolare". L'attuale crisi finanziaria è solo il segnale d'inizio di una riorganizzazione generale dell'economia che avrà effetti sul dollaro, sul sistema finanziario americano e sul peso politico di Washington nel mondo. Il trasferimento senza precedenti di ricchezza in corso dall'Ovest all'Est del mondo, secondo gli esperti, "proseguirà nel prevedibile futuro". Brasile, India, Russia e Cina non solo aumenteranno il loro peso economico internazionale, ma disegneranno nuove regole del gioco spesso a danno degli Stati Uniti. Il mondo che verrà appare turbolento agli analisti della Cia, che vedono nell'aumento di un altro miliardo e mezzo di persone nella popolazione mondiale una conseguente crescita della caccia alle risorse. La scarsità potrebbe dar luogo a tensioni e anche guerre. La turbolenza politica in Medio Oriente continuerà a renderlo un focolaio di tensioni. La popolazione musulmana nell'Europa occidentale, per gli analisti, sarà nel 2025 tra i 25 e i 30 milioni di persone, rispetto ai 15-18 milioni stimati attualmente e la circostanza avrà conseguenze anche nei rapporti transatlantici. "L'attuale tensione a livello sociale e politico in Europa sull'integrazione dei musulmani - afferma il rapporto - probabilmente renderà gli europei sempre più sensibili alle potenziali ripercussioni domestiche di qualsiasi politica estera per il Medio Oriente, incluso un troppo stretto allineamento con le politiche degli Stati Uniti viste come pro-Israele". L'Italia viene inserita tra i paesi che hanno e che avranno una consistente popolazione di fede musulmana: attualmente, la presenza in Italia è stimata dall'intelligence americana in circa un milione di persone. Il nostro viene anche indicato tra i paesi che vanno incontro al maggior calo demografico. "Tra ora e il 2025 - afferma il rapporto - Russia, Ucraina, Italia e quasi tutti i Paesi dell'Est europeo e il Giappone vedranno calare le loro popolazioni di vari punti percentuali. Questi declini potranno avvicinarsi o superare il 10% delle attuali popolazioni di Russia, Ucraina e pochi altri paesi dell'Europa orientale". Uno degli avvertimenti dei 'futurologi' della Cia riguarda la crescita di potere del crimine organizzato europeo, alimentato dalle realtà criminali in Russia. Un paese dell'Europa orientale o centrale - è l'allarme dell' intelligence Usa - entro il 2025 potrebbe finire sotto il controllo delle mafie. In Russia, l'effetto serra potrebbe rendere più facile l'accesso alle aree per la trivellazione petrolifera e di gas nel nord del paese. Mosca, se non verrà danneggiata dalla corruzione, potrebbe così aumentare il proprio peso anche grazie al riscaldamento globale. Germania e Italia vengono indicati dalla Cia come due tra i maggiori clienti futuri dell' approvvigionamento energetico russo, con conseguenze dirette sulle loro linee di politica estera.

 

"Le classi ponte? Sono inutili" - SALVO INTRAVAIA

I linguisti italiani bocciano le classi-ponte. Attraverso una dettagliata relazione, ben quattro società linguistiche nazionali bollano come "non chiara", "poco perspicua" e "inefficace" la mozione proposta dal parlamentare della Lega Nord, Roberto Cota, e da altri 26 deputati della maggioranza, sulle classi di "inserimento" per gli alunni stranieri. L'elenco delle critiche al metodo e alle soluzioni proposte dalla mozione-Cota è lunghissimo e non lascia scampo a troppi dubbi. "E' opportuno - spiegano gli specialisti della materia - che si continui ad immettere i bambini e gli adolescenti non-italofoni nelle classi normali". Gli esperti di Sig (Società italiana di glottologia), Sli (Società di linguistica italiana), Aitla (Associazione italiana di linguistica applicata) e Giscel (Gruppo di intervento e studio nel campo dell'educazione linguistica) attraverso un ampio documento smontano pezzo per pezzo quella che a tantissimi sembra un atto di discriminazione nei confronti dei figli degli stranieri. E contro la "discriminazione transitoria positiva", come la chiamano gli stessi estensori della mozione, chiamano in causa i principi della Costituzione italiana e la Convenzione sui diritti dell'infanzia, emanata nel 1989 dalle Nazioni Unite. Ecco i motivi. La premessa. Il problema "vero" dovrebbe essere quello dell'inserimento "di bambini e adolescenti non-italofoni nelle classi della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado con l'obiettivo di favorirne la massima integrazione scolastica". Secondo le Società scientifiche in questione il problema è posto in termini "non chiari e parzialmente fuorvianti nelle premesse della mozione". Il perché è presto detto. Il documento elaborato da Cota & company parla di "nomadi", "alunni stranieri", alunni con cittadinanza non italiana", "bambini immigrati" (ed altro) come se si trattasse della stessa cosa "oscurando il tratto rilevante che è quello della conoscenza della lingua italiana". Tra gli oltre 500 mila alunni stranieri presenti nelle scuole italiane, infatti, almeno un terzo è nel nostro Paese e si esprime perfettamente in italiano. Il provvedimento andrebbe indirizzato agli "alunni non-italofoni" che andrebbero distinti per fasce d'età visto che l'apprendimento della lingua dipende in primo luogo dall'età. Ma non solo: gli esperti criticano anche i dati (tasso di promozione e ripetenza) degli alunni stranieri utilizzati per giustificare le classi-ponte che, secondo i linguisti, "abbisognano di essere scorporati e ricanalizzati". La censura non risparmia neppure il cuore del problema: il "diverso grado di alfabetizzazione linguistica" che a loro parere riguarda soltanto le "capacità di scrittura e lettura" anziché "la competenza linguistica" a tutto tondo. Il metodo. Gli esperti disapprovano la mozione-Cota anche nel metodo, che definiscono "incongruente". Vincolare l'ingresso degli studenti stranieri al superamento di un test viene considerato "inopportuno" perché non si specifica l'obiettivo: "testare la competenza linguistica in italiano o altri tipi di conoscenze"? E in quale lingua andrebbe formulato il Test? Anche la scadenza temporale entro cui superare il test (il 31 dicembre di ogni anno) viene stigmatizzata perché costringerebbe coloro che non superano la prova (o coloro che arrivano in Italia dopo tale data ma hanno le competenze linguistiche richieste) a rimanere in "classi differenziali" per un intero anno. Ma la proposta delle classi-ponte sarebbe, addirittura, "inefficace e inattuabile" in quanto porterebbe alla formazione di classi di "una o due unità". E cosa c'entrano le indicazioni di un "curricolo formativo essenziale" con temi che riguardano l'Educazione civica con le competenze linguistiche? Le proposte. Dopo avere ampiamente criticato e motivato le stesse critiche alle classi-ponte, gli esperti indicano al governo la via da seguire per una soluzione razionale del problema. "Il riordino della materia è auspicabile partendo dalle esperienze maturate sul campo, generalizzando le buone pratiche ed eliminando errori ed inefficienze". Dalle esperienze condotte da diversi lustri in scuole e università italiane "è emerso che l'acquisizione di una L2 (seconda lingua, ndr) è tanto più facile, rapida, completa quanto più giovane è l'età del soggetto apprendente e quanto più piena è l'immersione nella nuova realtà linguistica e culturale". Occorre, poi, fornire, attraverso corsi di aggiornamento, a tutti gli insegnanti italiani gli adeguati strumenti per affrontare il problema e ricorrere al "sostegno linguistico" (facilitatori linguistici) per alunni e genitori sia in classe sia fuori dall'orario scolastico.

 

Liberazione – 21.11.08

 

«Al fondo della crisi c'è sempre il solito conflitto distributivo»

Claudio Jampaglia

Qualcuno ricorda quando si incalzava da sinistra il governo Prodi chiedendo un'intelligente spesa pubblica, un aiuto a salari e pensioni per favorire una fase espansiva della domanda e una stagione di innovazione ambientalista e tecnologica per le nostre imprese? Bene. Ora queste sono le cose che a parole tutti dicono servirebbero per uscire dalla crisi (almeno la prima e l'ultima, perché di salari continuiamo a parlare solo noi). In quella stagione prodiana alcuni economisti lanciarono un appello per la stabilizzazione del debito pubblico rispetto al Pil che avrebbe potuto rappresentare l'inizio di un new deal italiano. Il promotore di quell'appello è il professor Riccardo Realfonzo, classe 1964, direttore del Dipartimento di analisi dei sistemi economici e sociali all'Università del Sannio. Un prof. con la dote della chiarezza e il cuore a sinistra, senza per questo staccarlo dalla testa. Uno di quelli che vorremmo andasse in tv (l'abbiamo visto a Ballarò) perché rende comprensibili cose che gli esperti di solito fanno diventare molto difficili. A lui abbiamo chiesto di spiegarci a che punto siamo della crisi passata da tempesta finanziaria, a carestia bancaria, a recessione per tutti, e di valutare gli interventi realizzati o promessi dai governi. In attesa di un'altra Bretton Woods... Ma era proprio indispensabile mettere pesantemente mano al portafoglio pubblico per "salvare le banche" (iniezioni di liquidità, garanzie, interventi diretti e indiretti per ricapitalizzare)? E' necessario interrompere il meccanismo di propagazione della sfiducia, che colpisce in primo luogo i lavoratori tramite distruzione dei posti di lavoro e dei piccoli risparmi. Ma questo non significa affatto che si debba iniettare denaro pubblico a costo zero, magari acquistando obbligazioni bancarie o azioni senza diritto di voto, in modo da lasciare assolutamente invariati gli assetti proprietari e strategici del capitale bancario privato. Con la scusa di tamponare la crisi di fiducia si stanno facendo passare provvedimenti iniqui, che non solo non puniscono ma addirittura sembrano salvaguardare i responsabili del dissesto finanziario. Negli Usa alcuni commentatori insospettabili scomodano addirittura la definizione "socialismo dei ricchi" per richiamare l'antico detto della socializzazione delle perdite private, ma possibile che in questo intervento pubblico nessuno chieda conto di un decennio di profitti record per banche e finanza? Infatti. I "salvataggi" dovrebbero perseguire l'obiettivo dell'interesse collettivo. In altre parole, tutti gli interventi dello Stato dovrebbero prevedere sia la rimozione del management responsabile della passata gestione sia la modifica degli assetti proprietari e di controllo, dal privato al pubblico. Ci vorrebbero delle nazionalizzazioni non mascherate, insomma. Qualcosa si è mossa persino in Gran Bretagna, in questa direzione. Ma il governo italiano - al di là di qualche dichiarazione roboante - sembra volersi muovere in tutt'altra direzione. Ma quanto peserà la crisi bancaria sull'andamento macroeconomico per il 2009? Peserà molto. Dopo che i titoli subprime hanno fatto il giro del mondo e abbiamo assistito ad episodi clamorosi, come la messa in liquidazione del colosso Lehman Brothers, la fiducia tra le banche è venuta ad incrinarsi gravemente. Il che ha portato ad una forte crescita dei tassi sui crediti interbancari e dunque ad una seria difficoltà delle banche nel procacciarsi liquidità. Un situazione complessa, soprattutto se si pensa che le principali banche hanno enormi quantità di obbligazioni in scadenza e debbono necessariamente rifinanziarsi. Come conseguenza di tutto ciò le banche hanno fortemente contratto le concessioni di credito. Insomma, il mercato del credito bancario si è fermato. Ma il processo economico capitalistico non si mette in moto senza l'iniezione di liquidità garantita dai finanziamenti bancari, e quindi alla fine l'intero sistema si inceppa. Basti pensare che negli USA nell'ultimo anno si sono già persi un milione e duecentomila posti di lavoro. Esiste un paragone storico possibile di questo mega-intervento di salvaguardia del mercato creditizio? La storia economica ci può aiutare a capire questa crisi o è tutto nuovo? Molti si sono lanciati in improbabili confronti con la crisi del '29. In realtà ci sono ampie differenze tra la realtà attuale e quella di ottant'anni fa. Occorrerebbe rendersi conto, tra l'altro, che oggi la finanziarizzazione dell'economia è molto più spinta di allora, e questo è un aspetto di maggiore debolezza dei sistemi attuali. Per contro, lo spazio occupato dall'economia del settore pubblico sul Pil è molto maggiore rispetto ad allora, e questo conferisce più stabilità al sistema. Ma un grande elemento comune con la depressione degli anni '30 c'è ed attiene alla vera causa di fondo, di cui ancora non abbiamo parlato. La depressione di quegli anni e quella che ora si sta aprendo sono accomunate dal ristagno della domanda. Soprattutto sono bassi i consumi. Ovvero lavoratori e famiglie hanno poco da spendere... Certo. Negli ultimi 25 anni abbiamo assistito in Europa e negli USA ad una forte compressione dei salari. In qualche fase i salari si sono ridotti persino in termini assoluti ma sempre, costantemente, si è ridotta la quota del prodotto complessivo attribuita ai salari, con tutto vantaggio per le rendite e i profitti. È stata questa compressione salariale a determinare un forte ristagno della domanda. E intanto il capitalismo ha continuato a sfornare merci senza che ci fosse una domanda adeguata ad "sparecchiare i mercati", come dicono gli economisti. L'espansione del credito al consumo negli USA per un po' ha avuto proprio questa funzione: assorbire l'eccedenza di merci prodotta nella parte industrializzata del mondo. Ma si trattava di una domanda "drogata" che, come abbiamo visto, è rapidamente venuta meno. Tutto ciò significa che alla base di questa crisi vi è un conflitto distributivo. Dalla crisi del '29, mi pare, si uscì con un pacchetto di iniziative tra cui un ruolo importante ebbe la spinta all'industria bellica in vista della seconda guerra mondiale. Quale intervento si può immaginare oggi? Occorre regolamentare i mercati, ridimensionando la finanziarizzazione dell'economia. Ma ciò non basta. Sul piano europeo occorrerebbe rivedere drasticamente il quadro di Maastricht, ridando fiato alle politiche pubbliche espansive, sia per quanto attiene alle politiche di bilancio sia a quelle monetarie. In Italia occorrerebbe abbandonare il falso dogma del "risanamento" delle finanze pubbliche e varare un piano di politiche industriali di ampio spettro, finalizzato a sostenere la domanda e a favorire un salto tecnologico e dimensionale delle nostre imprese. E poi bisognerebbe invertire radicalmente marcia rispetto alla stagione della precarietà e del contenimento dei salari. Come dicevo prima le deregolamentazioni del mercato del lavoro e l'attacco al potere contrattuale dei sindacati, in Italia e nel mondo, hanno gravi responsabilità nella crisi attuale. Sarebbe un'uscita da sinistra dalla crisi o buon senso macroeconomico? Sarebbe una via di buon senso uscire da sinistra dalla crisi. È chiaro che le cose che dicevo poc'anzi non sono politicamente neutre. In economia non esistono ricette neutre. In alternativa si potrebbe disastrosamente spingere per una uscita da destra dalla crisi, comprimendo ulteriormente i salari, i livelli di attività del sistema e continuando a ignorare le compatibilità ambientali. E magari anche con un rilancio in grande stile delle spese militari. Sono scenari apocalittici, ma con un mondo del lavoro sempre più privo di rappresentanza non possiamo considerarli scenari inverosimili, purtroppo. L'Europa nei giorni scorsi ci ha indicato in parte e timidamente qualcosa che assomiglia a un green deal ovvero sforare i parametri per investimenti pubblici in tecnologia e produzione verdi. E' un timido inizio? Sono le crepe che vengono alla luce. Si palesa l'insostenibilità economica e sociale di un quadro restrittivo come quello di Maastricht. Ormai anche alcuni tra i vecchi apologeti del Patto di stabilità cominciano a pensare a un qualche sistema di deroghe. E i governi locali delle tante periferie d'Europa si trovano costretti ad assumere delibere che superano di fatto gli accordi di bilancio, come ad esempio è accaduto recentemente in Campania. Ma non si tratta di emendare un po' il palinsesto europeo. Come dicevo prima, occorrerebbe incamminarsi su una nuova strada del tutto nuova. Come sai gli studenti sono stati tra i primi ad accorgersi che la crisi rischiano di pagarla i soggetti sociali più deboli. Tu sei un docente giovane per l'università italiana, cosa pensi dell'Onda e cosa credi dovrebbero chiedere gli studenti affinché l'università cambi davvero? Gli studenti dell'Onda mi piacciono, io sono dalla loro parte. E penso che siano la prima buona notizia dopo tempi bui. Cose da chiedere ce ne sarebbero a iosa, basti pensare che la spesa pubblica per l'università italiana è scandalosamente bassa rispetto alle medie europea e Ocse. Non credo però che si possa ottenere qualcosa di significativo dal governo attuale. Piuttosto mi auguro che il movimento cresca e che si saldi alla insoddisfazione dei lavoratori e delle lavoratrici. Per il momento auspico che lo sciopero generale del 12 dicembre diventi un momento di incontro e di coesione tra lavoratori e studenti. In una realtà sociale frammentata come quella attuale, ricucire una tela di rivendicazioni comuni può essere molto importante.

 

Caso Eluana, l'eutanasia del linguaggio - Maurizio Mori*

A scorrere la rassegna stampa sul caso Eluana ci sono molti punti che colpiscono, ma due di essi meritano una pausa di riflessione. Il primo riguarda l'uso del linguaggio. Ormai tutti si lamentano che le parole sono usate nel significato sbagliato. Per risolvere la stortura, la sottosegretaria Roccella ha fatto scrivere un vero e proprio "Glossario" in cui si definiscono i termini chiave circa lo stato vegetativo permanente, nella speranza di poter controllare almeno le parole - visto che il resto è già sfuggito di mano. L'obiettivo è quello di sempre: dando il nome alle cose si vuole dare una rassicurazione ai cittadini turbati dicendo loro che non devono preoccuparsi di niente, che tutto è come prima, e che presto si riporteranno indietro le lancette della storia. L'impegno sembra illusorio, perché è difficile riuscire ad impadronirsi del linguaggio: ci hanno provato in tanti, e non sembra basti l'aiuto di qualche medico devoto e compiacente, unito a una campagna mediatica. Ma ciascuno ha le proprie illusioni ed è bene che se le coltivi come può. Ci sarà modo di esaminare anche questo aspetto. Un altro termine al centro dell'attenzione è "eutanasia", visto che da più parti si ripete che Eluana morirà per "eutanasia" o per iniqua "condanna a morte". È chiaro che l'uso di queste parole è teso a sottolineare un'incongruenza, dal momento che in Italia l'eutanasia è vietata come lo è la pena di morte. Ancora di più: il termine "eutanasia" è ancora associato all'orrendo "Euthanasie Programme" di Hitler, che nulla ha a che fare con quanto si indica oggi con quella parole. La pena di morte ci fa tornare alla mente le esecuzioni (impiccagioni ecc.) in tempi o paesi meno "civili". Insomma, si usano questi termini non per descrivere la situazione o dare un'informazione, bensì per suscitare emozioni di sdegno ed incitare all'attacco. Non per ragionare e far ragionare, ma per evocare le passioni più intense. Per chi vuole mettersi a ragionare (e non è indispensabile visto che alcuni irrazionalisti hanno esplicitamente dichiarato di non voler ragionare né discutere, ma solo protestare), il punto di partenza è considerare le definizioni tecniche, sulle quali c'è stata un'attenta riflessione. In questo senso l'aspetto fondamentale è che quando si parla di "eutanasia" si suppone un intervento umano che presuppone la richiesta o il consenso di un paziente alle fasi finali che volontariamente accetta in qualche modo di porre fine ai propri giorni. Senza la volontarietà non è "eutanasia": ecco perché il programma nazista non c'entra niente. Là non c'era alcun consenso degli interessati (né alcuna malattia), era solo la pura eliminazione fisica. Se andiamo a vedere il tipo di intervento in questione, può essere un'azione o un'omissione. Di solito con "eutanasia" si intende quella attiva consistente in un atto che anticipa la morte su richiesta del paziente interessato. Si parlava anche di "eutanasia" passiva quando c'è l'omissione di interventi dovuti, e qui si presenta il problema di sapere quali essi siano. Infatti, sembrerebbero non dovuti quelli che provocano l'accanimento terapeutico, mentre sarebbero dovuti tutti gli altri. Il problema di questo modo di impostare il problema è che nessuno dice di fare l'accanimento che è una "cosa cattiva". Che cos'è "accanimento"? A suo tempo si disse che il respiratore di Welby non era accanimento. Adesso si dice lo stesso con Eluana. Ancora, alcuni distinguono tra le "terapie mediche" e i "mezzi di sostentamento di base", osservando che alimentazione e idratazione non sono terapie ma assistenza umana. Tutte queste distinzioni servono per puntellare l'etica della sacralità della vita secondo cui la vita umana è buona in sé (a prescindere dai contenuti), per cui le scelte al riguardo non spettano all'interessato. Assomigliano agli epicicli che venivano introdotti per far collimare il sistema tolemaico: bastava aggiungerne uno per riuscire a spiegare l'anomalia. Sarebbe meglio abolire tutti quei termini e distinzioni per restare alla volontarietà degli interventi. Nessuno ha la facoltà di farmi i capelli (fosse anche solo per ragioni estetiche) senza il mio consenso: così le cure, siano esse di qualsiasi tipo. E il punto da considerare è che nelle società moderne la fine della vita è sempre - lo si voglia o no - sempre "decisa" o "scelta". Questo punto è diventato chiaro anche quando Eluana ha avuto l'emorragia che l'ha messa in pericolo e si è deciso e scelto di non fare alcuna trasfusione di sangue: se fosse morta allora, quella non era una "morte naturale", ma sempre decisa perché si è scelto di non trasfondere sangue pur avendone la possibilità. Il problema da chiarire riguarda le diverse ragioni che giustificano la scelta nell'uno o nell'altro senso. Ma in ogni caso, sempre di "scelta" si tratta, ed è per questo che è preferibile limitare il termine "eutanasia" solo a quella attiva cioè solo al caso in cui si procede con un'azione specifica a causare la morte in un paziente che lo ha richiesto. Nel caso di Eluana, però, così non è ed è per questo che non ha senso parlare di "eutanasia". L'altro punto che colpisce l'attenzione guardando la rassegna stampa è l'insistenza con cui si sottolinea che la "cosa giusta" è lasciare Eluana alle cure delle suore Misericordine, lasciando intendere che eccessiva sarebbe l'insistenza di Beppino nel chiedere il rispetto della volontà di Eluana. Così si mandano in onda in prima serata casi di "risveglio" e di altre situazioni di malattia diverse dallo stato vegetativo (e che quindi non c'entrano niente) per evocare assonanze indebite e far credere che Beppino sia stato travolto da eccesso di sofferenza. A volte quest'insistenza assume un sentimentalismo melenso e stucchevole, altre viene ammantato di toni legati alla sacralità della vita. Resta che Beppino ci fa la figura del cattivo senza cuore, disposto a tutto pur di giungere al suo scopo - anche a far morire la figlia di "morte atroce" cioè tra grandi sofferenze. Anche qui si usano i termini a vanvera, e c'è bisogno di precisarli. Come riconosce anche Francesco D'Agostino, «Eluana, come tutti i malati in coma, non soffre. …far morire d'inedia un malato, sospendendogli alimentazione e idratazione, è intuitivamente atroce, non perché il malato soffra, ma per la valenza di freddo distacco da lui che è implicita nella sospensione delle cure» ( Avvenire , 11 luglio 2008). L'atrocità della morte, quindi, non riguarda Eluana, la quale non soffre perché i centri nervosi della sofferenza sono distrutti. E le terapie previste anche dalla corte d'Appello sono per mantenere la compostezza del decesso, non per togliere sofferenze che non ci possono essere. Chiarito questo, il problema per D'Agostino è "intuitivamente atroce" il fatto di sospendere la nutrizione perché sul piano simbolico questo indica un "freddo distacco" umano. Quest'intuizione di D'Agostino, però, dipende forse dal suo personale mondo simbolico, che forse non tiene conto della realtà morale da considerare. Infatti, tralasciando il fatto se ad Eluana si possa fare del "bene" o del "male", il problema vero è che non sempre atti benefici sono moralmente buoni. Ad esempio, dare un'elemosina ad un indigente è atto benefico, ma ove non fosse richiesta o fosse non voluta, sarebbe offensivo farla ed anche proporla. Per questo, insistere nel chiedere che venga accolta l'offerta delle suore (quand'anche fosse in qualche senso "benefica") è qualcosa d'improprio. Grande è la cortesia di Beppino che non replica e che sopporta con pazienza anche quest'ennesimo affronto, mostrando di essere davvero una persona di straordinaria caratura morale.

*presidente della Consulta di Bioetica Onlus, Università di Torino

 

Hillary al Dipartimento di Stato - Sara Volandri

L'annuncio ufficiale verrà fatto la prossima settimana: Hillary Clinton sarà il nuovo segretario di Stato. Sgomberato il campo da tutti i possibili ostacoli, i malumori e le controindicazioni di avere nel team un'ex avversaria che ha incassato con stile la sconfitta ma che conserva immutate ambizioni politiche, Obama ha deciso di sciogliere le riserve e nominare Hillary a capo della diplomazia americana. Ieri The Politico.com dava per acquisita la scelta, arrivata dopo una lunga trattativa con l'ex coppia presidenziale. Perché a rendere poco opportuna la nomina era il ruolo di Bill Clinton che, tramite la sua fondazione, ha intessuto rapporti con governi, industrie, compagnie di vario genere in giro per il mondo. Il che, qualora Hillary fosse diventata segretario di Stato, avrebbe potuto far scattare in qualsiasi momento l'accusa di conflitto di interesse nella gestione dei dossier internazionali. Pare che dopo giorni di serrato confronto, l'ex presidente abbia infine accettato di apportare dei «cambiamenti» nella proficua attività avviata subito dopo aver lasciato la Casa Bianca. Quattro anni fa, l'associazione William Clinton Foundation ha infatti creato la Clinton Global Initiative che oggi riunisce centinaia di influenti personalità da tutto il mondo, che si confrontano sui grandi problemi dell'umanità. C'è un po' di tutto, ci sono capi di Stato, ex capi di Stato, industriali delle grandi lobby del settore farmaceutico, attivisti per i diritti umani e poi cantanti, attori, intellettuali. Una rete che con il tempo si è allargata sempre di più, grazie al carisma e all'attivismo del suo fondatore. Che ha peraltro trasformato la sua associazione - tra donazioni degli affiliati e compensi per i suoi discorsi - in una perfetta macchina da soldi. Ecco perché la squadra dei consiglieri di Obama ha spulciato tra tutti gli affiliati alla William Clinton Foundation per capire se tra i suoi finanziatori ci fosse qualche nome potenzialmente imbarazzante per Hillary. La volontà di rimuovere gli ostacoli sul cammino della first lady, unita alla voglia di tornare da protagonista con qualche potere nel giro della politica internazionale, ha infine convinto l'ex presidente al sacrificio di svelare i conti della sua fondazione e a rendere pubblici i nomi dei suoi sostenitori. Inoltre, si è detto disposto a rinunciare alla gestione della fondazione nonché a concordare con il Dipartimento di Stato tutti i suoi discorsi. Intanto, in attesa dell'annuncio formale su Hillary Clinton, un'altra donna è destinata ad entrare nella squadra di Obama, e in un ruolo molto delicato: si chiama Janet Napolitano e sarà la responsabile del ministero per la Sicurezza interna.

 

Giovani, organizzati e pronti a tutto. L'arrembaggio dei pirati della Somalia - Francesca Marretta

Decine di giovani somali, forse centinaia, senza futuro, né speranza, sognano di raggiungere la cittadina costiera di Eyl, nella regione semi-autonoma del Puntland, diventato una sorta di Eldorado del Corno d'Africa. Salpando da questo tratto di costa affacciato sull'oceano indiano c'e' chi ha fatto fortuna in breve tempo. E pensare che in questo borgo di circa settemila anime non si riusciva a sperare nemmeno in qualche carico di pesce. Oggi invece, a Eyl, come a Hobyo e Harardheere, località costiere a nord di Mogadiscio, si fanno affari per qualche milione di dollari. Le coste somale sono diventate l'epicentro di uno dei pochi non sfiorati dal "credit crunch" internazionale: la pirateria. L'instabilità politica che regna in Somalia, retta da un governo federale transitorio, è del resto l'ideale per assicurarsi una brillante carriera da filibustiere. Per guadagnarsi la "patente" di pirata in Somalia, non si devono superare esami. Basta non soffrire di mal di mare e saper usare mitragliatori Ak47, lanciagranate e lanciarazzi. La marcia in più per un arrembaggio di successo è assicurata dal consumo di foglie di qat, uno stimolante che i pirati masticano anche per festeggiare quando ricevono i riscatti. I pirati somali sono quelli che hanno messo a segno più colpi a livello mondiale nell'ultimo anno. Solo nelle ultime due settimane hanno assaltato sette navi, alzando di volta in volta il tiro. Il colpo più grosso è stato il sequestro, sabato scorso, della petroliera Saudita Sirius Star, che trasporta due milioni di barili di greggio per un valore di 100 milioni di dollari, che ora è ancorata al porto di Harardere. A bordo vi sono anche venticinque membri dell'equipaggio, due dei quali, capitano e vice, sono di nazionalità britannica. I pirati hanno chiesto un ricatto di venticinque milioni di dollari. Un salto di qualità, dato che da gennaio hanno "guadagnato" più o meno la stessa cifra, ma per un totale di 80 navi e duecentocinquanta persone sequestrate. Tra le imbarcazioni attualmente in mano ai pirati somali vi sono anche un peschereccio tailandese, un cargo di Hong Kong che trasportava 36mila tonnellate di grano verso l'Iran, un mercantile greco e una battente bandiera Ucraina con un carico di carri armati Made in Russia. Ma giudicare dalla mobilitazione scattata a livello internazionale dopo il sequestro della Sirius Star, la misura è colma. E dire a pattugliare le acque somale ci sono almeno quattro navi da guerra della Nato. Dal prossimo otto dicembre partirà una missione antipirateria dell'unione Unione Europea, senza precedenti. La "Eunavfor Atalanta" schiererà sette navi ed aerei da ricognizione. Alla missione partecipano Francia, Germania, Grecia, Regno Unito, Spagna, Belgio, Olanda, Svezia e Portogallo. Nella zona delle scorribande dei pirati sono schierate anche navi della marina americana, che finora poco hanno potuto contro i pirati. La marina indiana è stata la sola a dare una efficace lezione ai predoni dei mari. Nella notte tra il 18 e il 19 novembre gli indiani hanno intercettato una nave pirata e dopo avere intimato un alt rimasto inascoltato, l'hanno colpita e affondata. Ieri anche la Russia ha annunciato l'invio di navi da guerra nell'oceano indiano, mentre il ministro degli Esteri britannico David Miliband ha dichiarato che Londra non pagherà un riscatto per Peter French e James Grady, i due sudditi di Sua Maestà britannica a bordo della petroliera saudita, perchè questo incoraggerebbe nuovi sequestri.  Anche i governi dei paesi arabi affacciati sul Mar Rosso si stanno mobilitando contro i pirati. Ieri al Cairo si è svolta una riunione per mettere a punto un piano che, ha reso noto l'Egitto, considera "ogni opzione". Intanto il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all'unanimità un piano proposto dalla Gran Bretagna per rafforzare il debole governo somalo sostenuto dall'Onu. Il caos che regna in Somalia si riflette proprio nell'atteggiamento tenuto dai vertici istituzionali somali nella crisi, diventata un caso internazionale. Il premier somalo Nur "Adde" Hassan Hussein accusa il Presidente Abdullahi Yusuf di essere il vero problema del paese, mentre il Capo di Stato somalo sostiene che nel paese non esiste un governo. In questa situazione, promette di gestire la crisi un gruppo armato jihadista, uno dei vari gruppi armati del paese. I "giovani mujaheddin", che controllano diverse zone a sud della Somalia, assicurano che, almeno dalle loro parti, si può navigare tranquilli: «Il nostro gruppo renderà sicuro il mare nella parte meridionale della Somalia. Formeremo una commissione di lavoro che si occuperà della protezione delle navi che giungeranno nella nostra zona», ha dichiarato il leader del gruppo lo sceicco Hasan Yaqub. «Tutte le navi che portano merci al nostro popolo devono sentirsi sicure e per questo combatteremo la pirateria e la sradicheremo dalle nostre coste», ha aggiunto l'esponente jihadista. Intanto i pirati vanno avanti col business. Avendo a disposizione contante, non hanno problemi di rifornimenti. Di qualunque tipo. Oltre alle armi, hanno a disposizione telefoni satellitari e Gps. Cibo, sigarette e foglie di qat sono fornite da un negozio Haradhere di proprietà di un certo Dahir Mohamud Abdulle, un notabile locale che fa di sicuro migliori affari da quando sono all'opera i bucanieri. La stampa araba, ad esempio il quotidiano libanese Assafir , sostiene che i pirati siano visti alla stregua di "Robin Hood" dalla popolazione somala costiera. «Dopo ogni colpo riuscito dai loro eroi la gente scende in piazza a ritmo di danza a festeggiare l'avvenimento con grandi banchetti», scrive il giornale arabo, aggiungendo che la pirateria ha portato nelle zone interessate dal fenomeno «una ventata di ricchezza mai vista». Criminali o leggenda dei mari, a seconda dei punti di vista, i pirati somali non hanno finora ucciso nessuno dei sequestrati. Gli interessa la grana, non avere grane. I pirati somali, come evidente dalla riuscita delle loro imprese, non sono degli sprovveduti. Secondo il capo della guardia costiera yemenita, Shujaa al-Din abdel Mahdi, citato dal quotidiano arabo "al-Sharq al-Awsat" «non sono sbandati, ma marinai della vecchia marina somala». Sono divisi in squadre. Quando entrano in azione un primo gruppo si occupa dell'arrembaggio, un altro della nave da portare in Somalia e delle trattativa per ottenere il riscatto. Gli ordini sono impartiti da un comando a terra tramite telefoni satellitari che, finita la missione, vengono gettati in mare in modo da non essere intercettati da satelliti spia. Prima di toccare terra in Somalia i pirati accendono le ricetrasmittenti e usano nomi in codice con un linguaggio cifrato. Oltre alle armi, sanno usare sofisticate strumentazioni che servono per individuare le posizioni delle nevi da sequestrare. Non sorprende dunque che agli occhi delle ragazze del Puntland un pirata pare un buon partito da sposare. Dall'inizio dell'anno nelle zone che fanno da base alla pirateria si sarebbero svolti opulenti sposalizi mai visti prima. Il business della pirateria somala, secondo il quotidiano britannico The Independent , è sostenuto da ricchi somali della diaspora che vivono in Kenya, Emirati Arabi Uniti, Canada e Regno Unito, che mangiano una bella fetta del danaro dei riscatti. I contanti incassati in Somalia dai pirati devono essere consegnati in valige. Lo scambio avviene, nella maggior parte dei casi, in mare, da imbarcazione a imbarcazione. Il danaro viene poi contato con macchinette, tipo quelle che si usano nelle banche, con cui si controlla anche se ci sono banconote false. I pirati che hanno portato a termine un colpo con successo, garantiscono infine l'incolumità di chi paga e di uomini, mezzi e carichi da restituire. Per ora gli affari dei pirati somali vanno a gonfie vele. Ma qualcun'altro ha fiutato il business a largo della Somalia. Non quello dei riscatti, ma della "sicurezza" di uomini e carichi. Proprio come in Iraq, dove non mancano eserciti schierati, sta per entrare in gioco nell'oceano indiano un nuovo giocatore, un nome, una garanzia: Blackwater. La portavoce della compagnia legata a Dick Cheney, Anne Tyrrell, ha annunciato di aver ricevuto almeno quindici richieste per servizi anti-pirateria. I carichi saranno forse più sicuri. Ma dato che con tutta probabilità le regole d'ingaggio prevedono l'uso delle armi, oltre ai soldi dei riscatti si conteranno i morti, e non solo tra i pirati.

 

La Stampa – 21.11.08

 

Obama affida la sicurezza a Janet, la sceriffa italiana – Maurizio Molinari

New York - Barack Obama affida ad uno sceriffo italoamericano la protezione degli Stati Uniti dal rischio di nuovi attentati terroristici. Lo sceriffo in questione è una donna: Janet Napolitano, 51 anni, governatrice dell’Arizona teatro della lotta contro l’immigrazione illegale in arrivo dal Messico, volto di punta dei democratici negli Stati dell’Ovest, clintoniana all’origine ma schieratasi con Barack dall’inizio della sfida delle presidenziali. Scegliere Napolitano, avvocato ed ex procurator, significa premiare un politico liberal con un curriculum molto simile a quello del repubblicano Rudolph Giuliani: tanto ferrata sul terreno della sicurezza quanto orgogliosa delle proprie radici italiane. Nata a New York e cresciuta in Pennsylvania, di religione metodista, Janet Napolitano deve la propria origine al padre, figlio di immigrati, ed ha sempre tenuto a conservare, e sottolineare, tale eredità. Non a caso quando nel 2007 era la presidente del consiglio dei governatori dei 50 Stati scelse l’ambasciata italiana a Washington per far svolgere la conferenza annuale. E pochi mesi dopo l’ambasciatore Gianni Castellaneta le organizzò un viaggio in Italia per festeggiare i suoi 50 anni con un incontro al Quirinale per incontrare il Capo dello Stato con il quale condivide lo stesso cognome. Indicata dai sondaggi d’opinione come uno fra i governatori più capaci, Napolitano fu nominata procuratore in Arizona da Bill Clinton nel 1993 divenendo con gli anni uno dei volti di punta del progressivo insediamento dei democratici negli Stati dell’Ovest, di fede conservatrice. È passata indenne attraverso decisioni controverse, come quella di difendere Anita Hill, che nel 1991 accusò Clarence Thomas di violenza sessuale tentando invano di impedirne la nomina alla Corte Suprema, e tre anni più tardi di non perseguire penalmente Cindy McCain che aveva contraffatto una ricetta per l’acquisto di psicofarmaci. Negli ultimi tempi il banco di prova è stato quello dei clandestini e la ricetta di Napolitano è stata di opporsi a leggi aggressive contro gli immigrati dedicandosi piuttosto a trovare rimedi efficaci, dalla creazione di un’unità segreta della polizia per dare la caccia a chi stampa documenti falsi alle severe sanzioni contro chi assume degli illegali. Toccherà ora alla governatrice-sceriffo guidare il ministero creato nel 2001 per difendere l’America da nuovi attacchi terroristici e il fatto di aver annunciato il nome all’indomani delle minacce di Al Qaeda a Barack Obama lascia intendere su quale terreno dovrà subito mettersi a lavorare. Le altre novità del team Obama riguardano l’ex senatore Tom Daschle, che avrà le redini del ministero della Sanità da cui si attende varare entro un anno la riforma promessa agli elettori, e David Axelrod, stratega della campagna elettorale, nominato «senior advisor» alla Casa Bianca, la stessa carica che aveva Karl Rove con Bush: un incarico che consente di essere sempre vicino al presidente nel momento delle scelte più importanti per valutarne l’impatto nella politica interna pensando già alle prossime elezioni. Resta da sciogliere il nodo della designazione di Hillary al Dipartimento di Stato. Bill Clinton farà avere al team di Obama la lista completa degli oltre 200 mila finanziatori della sua Fondazione. Era stato Obama a chiedere questo gesto di sottomissione politica da parte dei Clinton, spiegandolo con la necessità di allontanare ogni ombra da Hillary, e Bill lo ha fatto precisando di «essere pronto a tutto» pur di aiutare la moglie.

 

Englaro: fanno di tutto per fermarmi - FABIO POLETTI

MILANO - Non c’è pace per Eluana Englaro. La Corte europea di giustizia a Strasburgo ha aperto un fascicolo, dopo il ricorso presentato da 34 associazioni contro il pronunciamento della Cassazione. L’apertura del fascicolo è solo un provvedimento formale che prelude a un dibattito senza carattere di urgenza. E non ha alcuna ricaduta sulla decisione della Cassazione, che ha definitivamente autorizzato la sospensione dell’alimentazione e idratazione forzata a cui è sottoposta da anni la giovane di Lecco. Le tante rassicurazioni giuridiche, non bastano a placare l’ansia di Beppino Englaro, il padre di Eluana che da anni si batte perché a sua figlia sia consentita una fine dignitosa: «E’ un vortice infinito dal quale si rischia di non più uscire. Sono sicuro che faranno di tutto per ostacolarmi fino all’ultimo istante. Io vado avanti per la mia strada, impegnando tutte quelle poche forze che mi rimangono, per fare quello che devo fare». Contro l’intromissione delle 34 associazioni, contro le ingerenze che si levano da più parti dopo il pronunciamento della Suprema corte arrivato dopo un dibattito giuridico e medico andato avanti anni e che alla fine gli ha dato ragione, Beppe Englaro annuncia di «voler osservare d’ora in poi il totale silenzio stampa». Un annuncio che vuole essere anche il tentativo di abbassare i toni e far calare il silenzio su una vicenda che, dopo il pronunciamento del più alto grado di giudizio nel nostro Paese, dovrebbe coinvolgere solo la famiglia della giovane in stato vegetativo da sedici anni: «Prendo atto di questo nuovo ostacolo. Ho sempre agito con trasparenza e onestà intellettuale. Fanno di tutto per mettermi i bastoni tra le ruote. Facciano quello che vogliono. Abbiamo un decreto esecutivo. Dal punto di vista umano non ho più nulla da aggiungere». Il silenzio di Beppino Englaro non implica però la sua inattività. Dopo aver deciso che sua figlia morirà in Friuli, la terra di origine della famiglia, sta contattando alcune strutture sanitarie private e laiche a Udine e in provincia. Contatti discreti, effettuati con l’aiuto di medici friulani disponibili, per evitare il clamore che in passato ha già danneggiato la famiglia di Eluana. Contatti discreti che difficilmente riusciranno a placare le iniziative che già si preannunciano, quando la giovane sarà trasferita da Lecco. Il vescovo di Como Diego Coletti, invita a una veglia di preghiera domenica. L’Azione Cattolica promuove la stessa crociata a Milano e a Lecco. Il movimento integralista Militia Christi chiede che Eluana sia adottata dalle suore di Lecco che la assistono. Non si può. La legge non lo prevede. La sentenza della Cassazione è inappellabile. Ma ugualmente sembra impossibile avere quel silenzio che il padre di Eluana invoca, come ultimo atto di rispetto verso sua figlia da sedici anni in un letto di ospedale senza alcuna possibilità di risollevarsi. Se nessuno può discutere quelle che sono le condizioni in cui versa Eluana, da più parti si levano voci per cercare di contrastare la sospensione della terapia a cui è sottoposta la giovane come ha deciso la Cassazione. L’ultimo a intervenire in ordine di tempo è il Presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Cuccurullo: «Eluana viene fatta morire di fame e di sete, si tratta di eutanasia. Cosa c’è di diverso dall’omicidio?». Il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella definisce «importante la decisione della Corte europea». Più o meno le stesse parole del Governatore della Lombardia Roverto Formigoni. Più o meno gli stessi concetti del leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini che insieme all’esponente del Pd Paola Binetti ha firmato oggi un appello per la vita di Eluana. Gabriella Carlucci, la showgirl oggi vicepresidente della Commissione bicamerale per l’infanzia, si chiede invece se non «sarebbe meglio attendere la decisione della Corte Ue, prima di staccare il sondino che tiene in vita Eluana».


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