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Liberazione – 22

Liberazione – 22.11.08

 

Lettera aperta alle forze di sinistra – Paolo Ferrero

Questo è il testo della lettera inviata dal segretario del Prc ai responsabili delle forze di sinistra.

Compagni e compagne, amici e amiche, vi scrivo per sottolineare un'esigenza politica che a me pare inderogabile: la costruzione di un coordinamento delle forze politiche della sinistra al fine di rafforzare l'opposizione e di contribuire ad una possibile uscita da sinistra dalla crisi. Mi pare infatti evidente che la situazione attuale è caratterizzata da due elementi. Da un lato un attacco pesantissimo del governo Berlusconi e della Confindustria che si intreccia con una crisi economica e finanziaria del capitalismo che peggiora drammaticamente le condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone e apre rischi concreti di guerra tra i poveri. Dall'altra il consolidarsi di una forte reazione sociale che avviatasi sul terreno della scuola e del movimento studentesco si sta estendendo al complesso del mondo del lavoro. In questo quadro va sottolineata la decisiva azione della Cgil e l'importanza strategica dello sciopero generale del 12 dicembre proclamato da Cgil e sindacati di base. Sono fermamente convinto che da questa crisi strutturale è possibile uscirne a sinistra solo in virtù dell'efficacia dei movimenti di massa. Appare infatti chiaro che i soggetti in campo sono il governo e i poteri forti da un lato e il movimento di massa dall'altro e che l'opposizione parlamentare è incapace di determinare un qualsivoglia sbocco politico alla crisi. Le forze politiche che dirigiamo operano ognuna positivamente sul terreno della costruzione dell'opposizione ma è palese la difficoltà a raggiungere una massa critica sufficiente in grado di determinare un salto di qualità nell'organizzazione del conflitto e nella sua qualificazione. Vi propongo quindi di costruire un coordinamento al fine di favorire la costruzione di una vasta opposizione di sinistra nel paese, con l'obiettivo immediato di favorire la piena riuscita dello sciopero generale del 12 dicembre, da realizzarsi attraverso la costruzione di comitati in ogni città e la definizione di una vera e propria campagna politica. So bene che la costruzione di un coordinamento tra le forze politiche non risolve i problemi che abbiamo dinnanzi, ma rappresenta a mio parere, dopo la positiva esperienza dell'11 ottobre, un punto di passaggio obbligato. Si tratta di porsi l'obiettivo della costruzione di un movimento politico di massa per l'alternativa, che partendo dall'opposizione al governo Berlusconi e a Confindustria si ponga l'obiettivo di una uscita da sinistra dalla crisi economica e finanziaria, cioè dalla crisi del neoliberismo. La necessità di collocarsi all'altezza del livello dello scontro che si è aperto credo debba guidare la nostra azione e la nostra riflessione e auspico pertanto che la mia proposta trovi la vostra condivisione. A presto

 

La famiglia uccide più della mafia - Angela Azzaro

Ciò che sorprende non è tanto la notizia di Verona, dove un uomo, 43 anni, ha ucciso la moglie e i tre figli per poi togliersi la vita. Certo, è un fatto terribile, che scuote. Ma non è una sorpresa. No, non lo è. Perché è la quotidianità, la vita, l'orrore che vivono molte, troppe donne, dentro la famiglia e le relazioni di coppia. Come dimostrano i dati Ansa la famiglia uccide più della mafia, più della criminalità organizzata. Uccide, come dicono altri dati, questa volta quelli di Amnesty International ripresi anche dal Consiglio d'Europa, più dei tumori, degli incidenti. Mariti, fidanzati, padri, fratelli, ex sono la prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne europee tra i 16 e i 40 anni. Una strage. Ogni due giorni, sempre fonte Ansa, una donna in Italia viene uccisa dal partner. L'elenco diventa quotidiano, ora dopo ora, minuto dopo minuto,quando viene arricchito con le voci: violenza fisica e psicologica, minacce, stupri. Il diario domenicale di Beatrice Busi su Liberazione lo racconta da più di un anno. Ogni settimana, senza pause. Come unica difficoltà la selezione da fare tra la marea di agghiaccianti notizie. Per questa ragione non ci sorprende quello che è accaduto a Verona. Lo sappiamo bene. Ci sorprende invece la sorpresa dei media, della politica, dell'opinione pubblica. La loro totale cecità: l'ostinarsi a pensare che non esista un legame tra l'esaltazione della famiglia e del familismo, fatto quasi indistintamente da destra e da sinistra, e la violenza maschile. Un anno fa le donne sono scese in piazza per la prima manifestazione italiana nazionale contro la violenza maschile sulle donne. Un successo. Un grande protagonismo femminista ha sollevato il problema senza fare sconti a nessuno. Dopo un anno quella voce è diventata ancora più corale, determinata e oggi torna a manifestare. Ma la politica istituzionale (compresa Rifondazione comunista) la società, i media continuano a ignorare le reali domande di cambiamento complessivo, riducendo la violenza maschile a questione di ordine pubblico, di sicurezza. Oppure a problema marginale di cui ricordarsi una volta l'anno o in occasione di fatti clamorosi. Quasi inutile dire che non hanno capito nulla. Per capire che cosa sia l'uso distorto che si fa in politica della violenza maschile, si deve partire da un fatto. L'uccisione di Giovanna Reggiani. Un anno fa. La donna fu trovata morta in un fosso a Tor di Quinto, Roma. Si pensava fosse una "straniera" o una "extracomunitaria", come ci ostiniamo a chiamare chi è nato in altri Paesi. La notizia fu data "in breve" nella cronaca locale. Solo il giorno dopo, scoperto che era italiana, è successo il finimondo. Prodi convoca - su pressione di Walter Veltroni (che di fatto scrive il primo, vero, atto della caduta di quel governo) - il Consiglio dei ministri che approva un decreto anticostituzionale per le espulsioni dei romeni. Romeno è infatti l'accusato dell'uccisione di Giovanna Reggiani. Quel fatto è emblematico perché svela almeno due meccanismi che ci portiamo ancora dietro: l'uso che si fa della violenza maschile per criminalizzare lo straniero, spostando l'attenzione da "noi" a "loro"; il tentativo di risolvere attraverso l'inasprimento delle normative vigenti una questione che richiede tutt'altro intervento. Sono due questioni collegate che il governo della destra ha fatto diventare emblema della sua campagna elettorale basata sulla sicurezza. Oggi si continua a inseguire quel modello, spostando di continuo l'attenzione da "noi" a "loro". E' sempre qualche altro che compie gli omicidi, che picchia. Ma cosa diciamo quando scopriamo che quel qualcuno è un commercialista, benestante, uno normale, come è accaduto a Verona? Diciamo che non è possibile, che è accaduto qualcosa di inspiegabile. Le spiegazioni ci sono e vanno ricercate in quel "noi" che non vogliamo vedere. In una società, la nostra, che nonostante tutto continua a essere fondata sul potere maschile e su una divisione dei ruoli che afferma il familismo. La scena pubblica non fa altro che mostrare questo potere, metterlo in scena, esibirlo in tutte le salse. Fa parte di questo potere anche la menzogna di risolvere il problema della violenza maschile inasprendo le pene come propone la ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna. Destra, sinistra, centro, questa società si rifiutano però di mettersi radicalmente in gioco, di rivedere alla radice il rapporto eterosessuale uomo-donna. Fanno proclami quando arriva la notizia dell'ennesima strage, ma si guardano bene dal nominare i veri colpevoli. Rifondazione comunista compresa, appunto. Perché continua a pensare che il conflitto tra i sessi - è in questo orizzonte politico che va collocata la violenza maschile contro le donne - sia una questione marginale, secondaria, subalterna a quella tra capitale e lavoro. La manifestazione di oggi, completamente autorganizzata, si pone fuori da queste questioni. Sceglie di praticare un'altra politica, alta e altra. Ma è importante che venga ascoltata, fatta propria, non ridotta a fatto marginale. Certo, richiede un grosso sforzo da fare. Enorme. Ma va fatto. Se no, almeno, smettetela di indignarvi quando una donna muore per mano dell'uomo che giurava di amarla.

 

Sull'Onda fioccano le denunce. Ma gli studenti: "Io non ho paura"

Angela Mauro

"Io non ho paura". L'Onda non ha paura. Delle accuse, delle aggressioni e ora delle denunce, che sono arrivate, come da copione d'altri tempi e altre storie. Sono 15 i denunciati (non ne facciamo i nomi per rispettare la volontà degli interessati). Le accuse: rissa, lesioni, adunata sediziosa. E' quanto contesta la questura di Roma circa i fatti accaduti in piazza Navona la mattina del 29 ottobre scorso, il giorno della votazione sul decreto Gelmini in Senato e della gigantesca manifestazione studentesca nelle strade vicine a Palazzo Madama. I reati contestati riguardano precisamente quanto successe intorno a mezzogiorno, quando da un camioncino bianco, sbucato "all'improvviso" in fondo a piazza Navona, gli studenti di Blocco Studentesco scaricarono spranghe e bastoni avvolti nel tricolore che usarono contro quelli di sinistra, il corteo appena arrivato dal vicino Corso Vittorio Emanuele. Cinque minuti di botte e tavolini dei bar per aria, momenti tristemente famosi ormai. Per questo in 15, di sinistra, finiscono sotto accusa. Denunciati anche 21 del Blocco Studentesco. Ma l'Onda non ci sta e lo urla, ieri in un'affollatissima conferenza stampa alla facoltà di Scienze Politiche. "Io non ho paura" è il nome dato all'appello che verrà fatto girare, verrà firmato da studenti, professori e anche dagli artisti che hanno animato la mini-Woodstock universitaria qualche sera fa alla Sapienza. Una vera e propria campagna per dire che l'Onda non si fermerà. Rivendica. Adunata sediziosa dice l'accusa che rispolvera il vecchio e mai ritoccato codice Rocco? "Adunata sediziosa" controbatte lo striscione, in grande, deciso, esposto al tavolo dei portavoce del movimento. Perchè «come si fa a definire adunata sediziosa una manifestazione autorizzata, di migliaia di persone che ha accerchiato il Senato?», è l'interrogativo, stizzito. «Inaccettabili», sono le accuse mosse ai 15 del movimento che, con i suoi numeri, «ha saputo parlare alla società e uno dei messaggi che ha lanciato è: antifascismo». Va da sè che l'Onda non ci sta. Rissa è l'altra accusa? «E' successo anche a maggio, anche allora, quando alcuni di noi subirono un'aggressione di Forza Nuova vicino alla cittadella universitaria, l'accusa di rissa fu imputata a entrambe le parti». Anche allora si parlò, la "politica alta" parlò di opposti estremismi. No. «L'equiparazione ai fascisti è inaccettabile». Quelli del Blocco, rilanciano gli studenti dell'Onda, sono gli stessi che dopo «aver colpito a sprangate e cinghiate in piazza Navona hanno compiuto il raid in Rai, solo perchè la Sciarelli nella sua "Chi l'ha visto" aveva avuto il coraggio di trasmettere i video dei fatti del 29 mattina, di dire la verità...». Fatti che avvennero «sotto gli occhi della polizia, che non ha fatto nulla per fermare le aggressioni». Anzi, continuano nella conferenza stampa, «quando stavamo per arrivare lì da Corso Vittorio con il corteo ci hanno persino detto di affluire in piazza, che era tutto tranquillo...». Un prego si accomodi, mentre vicino al camioncino bianco sbucato "all'improvviso" andava in scena quella che il rappresentante del Liceo Classico Albertelli di Roma definisce «un'avanzata in stile paramilitare, a falciate colpivano tutti. Noi quelli li conosciamo bene, visto che il nostro liceo sta a 150 metri da Casa Pound», occupazione di destra. «Io c'ero in piazza Navona, ho visto». Il fatto è che alcuni denunciati dell'Onda «nemmeno c'erano in piazza quella mattina», proseguono gli studenti. Conclusione numero uno: «L'unica adunata sediziosa è quella dei neofascisti: non ci risulta nemmeno che avessero un'autorizzazione per portare il loro camioncino in piazza...». Conclusione numero due: «Evidentemente, il Blocco Studentesco è funzionale al governo, permette la nostra criminalizzazione, visto che già il giorno dopo piazza Navona il sottosegretario agli Interni parlò della manifestazione dei neofascisti come di una manifestazione legittima...». Conclusione numero tre: «Le denunce non ricostruiscono la verità dei fatti, dicono però una verità politica». Triste. Tra i denunciati anche Gianluca Peciola, consigliere provinciale della Sinistra Arcobaleno. Esprime «solidarietà» a tutti gli altri in conferenza stampa. Parla di «atteggiamento guerresco» da parte di Blocco Studentesco in piazza Navona. Dice che invece «l'Onda sta facendo egemonia culturale». Solidarietà arriva anche da Acrobax e dagli altri centri sociali romani, dagli studenti dell'Onda di Milano, Torino. Dalle forze politiche. Paolo Ferrero, segretario del Prc: «Accuse ridicole e grottesche». Massimiliano Smeriglio, Prc Roma: «E' la beffa dopo il danno». Andrea Alzetta, capogruppo Sinistra Arcobaleno in Campidoglio: «La destra governativa intende chiudere in un angolo i movimenti. Non si è trattato di una rissa bilaterale: ma di un attacco e di una difesa». Eleonora Forenza, Prc - area Conoscenza: «Chiediamo chiarezza sui fatti di piazza Navona.Chiediamo al Governo misure tangibili per fermare gli episodi sempre più cruenti e numerosi di violenza neofascista in questo Paese». E Blocco Studentesco approfitta. «Tra i denunciati anche persone con ruoli istituzionali. Inquietante dargli solidarietà», dice uno dei responsabili, Alberto Palladino. Per Ugo Cassone, consigliere comunale del Pdl a Roma, «la responsabilità è del Prc che ha mobilitato i propri dipendenti per spaccare la manifestazione degli studenti». Adesso sarà la procura a decidere se procedere sulle denunce della questura. Ci saranno altri processi tipo quello ancora non chiuso (udienza il 18 dicembre) per Yassir Goretz (Prc), accusato di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale per i fatti di piazza Navona? Michele Bauml, studente di destra arrestato il 29 ottobre, è stato prosciolto.

 

Manifesto – 22.11.08

 

La cacciata degli invisibili - Antonio Sciotto

La «valanga» colpirà per primi e soprattutto loro, gli sfruttati al quadrato: sono almeno 600 mila - una cifra enorme - i precari che potrebbero perdere il posto l'anno prossimo, per l'effetto combinato della crisi (e dei «non» interventi del governo) e - dall'altro lato - dello stop alle assunzioni ordinato dal trio Tremonti-Brunetta-Gelmini. Quel che è peggio, non è neanche la perdita del posto in sè - questa categoria è più che abituata - ma il baratro che si apre il giorno successivo, con il mercato del lavoro gelato dalla recessione e l'assenza di qualsiasi ammortizzatore sociale. Dalla sera alla mattina, niente proroga, poche speranze di trovare qualcos'altro, e neppure un euro per respirare almeno qualche mese. Un vero incubo. Nel pubblico impiego, università e ricerca comprese, il conto dei contratti «appesi» è presto fatto: come spiega Michele Gentile, della Cgil nazionale, si tratta di 47 mila contrattisti a termine, 20 mila Lsu, 10 mila interinali, e ben 80 mila rapporti di collaborazione (è il numero complessivo di contratti attivati nel 2007, dunque non corrispondono esattamente a 80 mila persone, ma ci siamo vicini). Poi ci sono i 130 mila a termine del mondo della scuola. La somma è di quasi 300 mila lavoratori, per il momento tutti a rischio, tranne qualche fortunato che potrà essere «graziato» dal ministro anti-precari Renato Brunetta, a sua totale discrezione, in forza di una legge approvata di recente. Vediamo quale. Il blocco di fatto alle stabilizzazioni è contenuto in un emendamento alla legge 1167, passata già alla Camera e che aspetta l'ok del Senato, in base alla quale dal primo luglio 2009 non si potrà stabilizzare nessuno che abbia oltre 3 anni di precariato alle spalle, fatti salvi quelli che abbiano concluso l'iter concorsuale entro il 30 giugno 2009 (con un 40% di posti riservato a chi abbia 3 anni di anzianità). E' l'annullamento delle precedenti finanziarie Prodi, che autorizzavano alla proroga indefinita dei contratti e davano la possibilità di stabilizzare tutti i precari. Sembrerebbe comunque che almeno fino a luglio prossimo ci sia qualche speranza, ma la Cgil spiega che è praticamente impossibile per un'amministrazione bandire, effettuare e chiudere con le nomine un concorso in meno di 7 mesi. Ma soprattutto la legge non fa i conti con il decreto 112 varato dal ministro dell'Economia Tremonti quest'estate, quello che prevede tagli per 34 miliardi di euro, in particolare stoppando il turn over nel pubblico: si autorizza solo un'assunzione a fronte di ben 10 uscite. Dunque Brunetta avrebbe varato una legge che disegna percorsi concorsuali, senza però avere i soldi per farli. Come, d'altra parte, promette il salario accessorio agli statali nell'accordo separato firmato con Cisl e Uil: solo che serve un'apposita legge finanziata dal Tesoro, per ben 730 milioni, e di questi tempi è tutt'altro che facile che Tremonti sganci. Tornando ai precari, trascorso l'1 luglio 2009, e annullata qualsiasi residua speranza, potrà essere il ministro Brunetta - che nel frattempo si sarà fatto consegnare una «mappatura» del precariato in tutti i settori - a scegliere per l'assunzione quelli che lui riterrà meritevoli. «Brunetta si è ritagliato un ruolo discrezionale enorme, che aumenta il suo potere - spiega il sindacalista Cgil - Se facciamo l'esempio della ricerca, dove i precari sono almeno 2 mila, in base allo stop del turn over di Tremonti ne potranno essere assunti sì e no 450 entro il prossimo anno». E soprattutto, questi concorsi riguardano solo i 47 mila contrattisti a termine, mentre gli altri atipici in diverse forme sono praticamente già cancellati da Brunetta. Passando ai precari del settore privato, se ne quantificano almeno 300 mila nelle industrie metalmeccaniche, quelle più colpite dalla crisi della domanda. Maurizio Landini, della Fiom, spiega che sono il 15% degli addetti del settore, peraltro rilevabili soprattutto nelle aziende maggiori, dove il sindacato può recuperare una casistica. Molti lavorano da più di 5-6 anni nella stessa fabbrica, senza contare la complicazione dei tanti immigrati, che insieme al contratto rischiano di perdere anche il permesso di soggiorno. Cgil e Fiom chiedono ammortizzatori per tutti, e la sospensione della legge Bossi-Fini. Sul fronte delle tutele, ieri il ministro del Welfare Sacconi ha spiegato genericamente che il governo «allargherà i beneficiari di integrazione al reddito, tenendo conto anche dei soggetti più deboli». Non si capisce però chi avrà diritto (oltre ai precari, sono esclusi dagli ammortizzatori, settori come il terziario e l'artigianato). E non finisce qui, perché Sacconi ha fornito una nuova interpretazione in merito alle retribuzioni degli apprendisti: fino a oggi non potevano mai essere inferiori di due livelli rispetto a un pari mansione, d'ora in poi sono decurtabili a piacere. Liberalizzata è anche la formazione degli apprendisti: non ci sarà più bisogno di una certificazione pubblica, potrà essere svolta tutta in azienda. «Sono due notevoli peggioramenti - commenta il segretario Fiom Gianni Rinaldini - che danno nuove ragioni allo sciopero generale del 12 dicembre».

 

«Usa e getta» alla Eaton 345 posti di lavoro in fumo - Sara Farolfi

MASSA CARRARA - «Siamo incazzati perché a loro è permesso di trattarci così, di usarci e poi gettarci, di firmare un verbale al ministero, tornare a casa e semplicemente smentirlo, siamo incazzati perché se siamo in uno stato di diritto non si può cavarsela con un 'arrivederci e grazie' dopo tanti sacrifici... Ora ce l'abbiamo con i polacchi, e domani dovremo prendercela con i rumeni, con gli albanesi e chissà chi altro perché così andrà a finire, che dovremo andare a fare manovalanza... E' calata la notte in questo posto». Fuori dai cancelli della Eaton - «una piccola Fiat di provincia» - c'è un fuoco acceso, un lungo striscione campeggia all'entrata degli uffici: «Usa e getta». Ci hanno fatto persino le magliette e con quelle hanno aperto il corteo cittadino (diecimila persone) che tre giorni fa ha sfilato per le vie della città. Arriviamo a Massa per raccontare la 'nostra crisi', quella del manifesto, e troviamo un territorio terremotato da crisi. La Eaton, multinazionale americana che produce componenti per motori, ha deciso di chiudere. E a 345 lavoratori (ma ce n'è almeno un altro centinaio a rischio tra indotto e fornitori esterni) sono già state recapitate le lettere di «mobilità». Scadenza: 23 dicembre, giorno in cui «arriveranno quelle di licenziamento». L'azienda «non è più profittevole», non una parola di più, l'1 ottobre scorso, da parte dei vertici italiani. La crisi dell'auto ha portato a una riduzione delle forniture (per Fiat soprattutto) del 40%. Per chi sa far di conto resta un 60% di lavoro potenziale - «28 milioni di euro di potenziale fatturato» spiegano operai e rsu - ma di quello gli americani hanno già deciso che farne: «Un po' sarà delocalizzato nello stabilimento polacco, un po' tornerà a casa, mentre la produzione per Fiat se l'è già aggiudicata un concorrente tedesco». Trecentoquaratacinque posti di lavoro, età media 40 anni, spazzati via. La produzione si è fermata il 9 ottobre ma gli uffici amministrativi, in quei 75 mila metri quadrati, continuano a funzionare. E così è anche per loro che hanno i giorni contati al 23 dicembre, fino a quando continueranno a timbrare il cartellino ogni mattina, «ma forse anche questo è un modo per snervarci». Da una settimana c'è un presidio permanente, sabato domenica e notti incluse. Si sono presi il «salotto buono» dello stabilimento, la sala di rappresentanza, dove «quando arrivavano gli americani ci mostravano film con i bombardamenti del Vietnam», dove si facevano i test ai dipendenti, tipo «quanto sei soddisfatto del tuo capo?». E' in quell'ampia sala che ci mostrano la busta paga di settembre, quando hanno ottenuto un premio di risultato di 154 euro. E ci portano la targa premio ricevuta nel '97: miglior stabilimento Eaton (su 300) dell'anno. Usa e getta, in malo modo. «Al ministero dello sviluppo economico avevamo ottenuto la cassa integrazione per 13 settimane, l'interruzione della mobilità e l'apertura di un tavolo nazionale», spiegano i lavoratori. Era il 29 ottobre, ma il giorno dopo i vertici della multinazionale hanno fatto marcia indietro: «Avete capito male, ci hanno detto». Ma la battaglia non è chiusa, operai e sindacati chiedono la reindustrializzazione «seria» dell'area, e un sostegno economico per il periodo-ponte. E non c'è solo la Eaton. Alla Ica (che fa componentistica per elettrodomestici) ci sono 84 posti di lavoro a rischio, alcune decine alla Italcementi, e c'è crisi anche alla «Nuovi cantieri apuani» che occupa un migliaio di persone (tra diretti e indotto). Torneremo a raccontarne. Una partecipatissima serata tra un'ottantina di persone, «come non si vedeva da tempo», per salvare il mostro (organizzata dal laboratorio locale per la sinistra unita e plurale) è una buona ragione per continuare a esserci.

 

Amati maschi di casa poveri assassini - Marina Zenobio

Indecorose, libere e travolgenti. Sono le parole d'ordine della manifestazione contro la violenza maschile sulle donne organizzata da Sommosse (Rete nazionale di femministe e lesbiche. flat.noblogs.org) e alla quale hanno aderito - tra le altre - le "Donne in onda della Sapienza" (ateneinrivolta.org) e la neonata Associazione nazionale Donne in rete contro la violenza (D.i.RE) che riunisce 45 centri antiviolenza attivi in quasi tutte le regioni italiane. L'appuntamento per tutte è oggi alle 14 per un corteo che attraverserà le strade della capitale (da Piazza Esedra a Piazza Navona, percorrendo via Cavour, Fori Imperiali e Piazza Venezia). Una manifestazione che l'anno scorso, contro ogni previsione, portò in piazza 150 mila donne a condividere un momento di consapevolezza collettiva sul fenomeno della violenza maschile, in particolare quella agita in famiglia. Una drammatica realtà trasversale che coinvolge le donne (e le famiglie) di ogni paese, classe sociale, grado di istruzione e credo religioso. Secondo l'Istat in Italia quasi 7 milioni di donne, tra i 16 e i 70 anni, hanno subìto violenza almeno una volta nella loro vita. Violenza psicologica e/o fisica - esercitata nella maggior parte dei casi da mariti, conviventi, fidanzati, ex, padri, fratelli, a volte persino figli - che troppo spesso finisce con l'estrema conseguenza: il femminicidio. E anche quest'anno, in occasione della giornata mondiale contro la violenza alle donne (che sul calendario dell'Onu cade il 25 novembre) queste donne torneranno in piazza. «In un anno - scrive Sommosse nella convocazione - gli attacchi alla nostra libertà e autodeterminazione sono aumentati esponenzialmente, mettendo in luce la deriva autoritaria, sessista, e razzista del nostro paese». Per le Donne in onda della Sapienza il corpo femminile «continua ad essere il veicolo di politiche securitarie, approvate a colpi di decreti, come il pacchetto sicurezza che individua nell'immigrato l'unico colpevole delle violenze, o come il ddl Carfagna che, criminalizzando le prostitute, controlla e gestisce i comportamenti e i modi di esistenza di tutte le donne. La presunta vulnerabilità delle donne diventa così un espediente per giustificare tutte le misure di controllo, dalla militarizzazione delle strade alla criminalizzazione dei migranti». Tra l'altro, chiedono un consultorio in tutte le scuole e le università e un'educazione che parli di sessualità sin dalle scuole elementari. Al corteo di sabato potranno partecipare anche gli uomini, purché sfilino in coda. E così le bandiere di partiti e sindacati che, anche se portate da donne, dovranno sventolare in coda al corteo, in segno di rispetto dell'autorganizzazione dell'evento. In conclusione, festa alla Casa internazionale delle donne.

 

Femminicidio, questione di potere - Geraldina Colotti

Barbara Spinelli, dell'associazione Giuristi democratici, è autrice del libro Femminicidio (Franco Angeli). Con quale valenza - le abbiamo chiesto - può essere impiegato in Italia un neologismo che richiama la strage delle donne di Ciudad Juarez, in Messico? «L'eredità delle donne del Sudamerica, che con quel termine indicavano l'assassinio brutale di una donna - ci ha risposto -, è stata impiegata diversamente.Il femminicidio riguarda ogni forma di violenza fisica o psicologica commessa contro la donna in quanto tale quando rifiuta di aderire al ruolo che la società patriarcale vorrebbe imporle (moglie, madre, oggetto sessuale). Non implica solo l'atto commesso da un singolo uomo, ma tutti quelli attuati dalla cultura patriarcale, assunta a modello di riferimento dai media. Atti in cui viene annientata non solo la fisicità della donna, come nell'omicidio, ma anche la sua soggettività: violenze e discriminazioni, anche di stampo istituzionale, più sottili e difficili da individuare, che ledono la dignità e la libertà della donna. Non c'è il rischio di cadere nel vittimismo? Il movimento delle donne in Italia ha riflettuto altrimenti sulla libertà femminile. So che c'è questo rischio, dovuto anche all'impiego da parte di organizzazioni come l'Udi che, nella campagna «stop femminicidio» hanno banalizzato la storia delle donne che c'era dietro. Per evitare questo, nel mio libro ricostruisco la genesi del termine in quanto strumento di lotta e di liberazione. E mi auguro che non venga usato per adottare politiche protezionistiche. Io parto dal concetto che il compito delle istituzioni è quello di promuovere l'autodeterminazione della donna, non trattarla come soggetto debole.Trovo però che un certo femminismo italiano sia stato molto chiuso in se stesso o comunque sensibile solo alle influenze colte. Si è creata, in passato, una discrasia tra una produzione alta e accademica del pensiero femminista, e la condizione delle lotte per la rivendicazione dei diritti. La lotta contro il femminicidio, oltreché battersi per prevenire la violenza sulle donne, indica che violenza e discriminazione di genere, qualsiasi forma assumano, hanno alla base un pensiero che non riconosce nella donna un soggetto alla pari, non le riconosce la dignità di persona. E quindi è necessario cambiare il mondo e la società in cui viviamo: in maniera radicale, a partire dalle relazioni fra i generi e dalla relazione di potere fra i generi. Come può darsi questa radicalità nella situazione italiana? Se il femminicidio è un fatto politico che riguarda tutta la società, non ci si può attestare sulla singola azione o sul singolo disegno di legge. Il richiamo non è a un diritto legato a un'appartenenza, come quello degli anziani, ma al concetto di diritti umani fondamentali della persona. La posizione di subordinazione occupata dalle donne è frutto di una relazione di potere diseguale che si è costituita storicamente e viene perpetuata attraverso l'indifferenza istituzionale verso tutte le tematiche che riguardano i diritti delle donne. Riporto un fatto sconosciuto ma che è diventato il punto centrale della mia battaglia come giurista democratica. La Cedaw è l'organismo che, a livello mondiale, rappresenta una carta dei diritti umani delle donne, ratificata anche dal Messico e dall'Italia. Non è protetta come le altre da una corte internazionale, ma prevede che i governi ogni quattro anni facciano un rapporto al comitato sulle azioni positive promosse in ogni campo per garantire l'autodeterminazione della donna ed eliminare le forme di discriminazione. Tutti i governi in tutti i siti delle Pari opportunità pubblicano questi rapporti che mandano al comitato, ma nessuno mai e in specie il governo italiano ha tradotto o diffuso le raccomandazioni che provengono dal comitato della Cedaw. Ad esempio? L'introduzione della nozione di violenza di genere nella legislazione. Un codice di autoregolamentazione dei media perché cessino di ritrarre la donna in ruoli stereotipati... Ma ben poco potrà farsi senza la forza delle donne. Si porta spesso ad esempio positivo la legge spagnola sulla violenza sulle donne, ma non è piovuta dal cielo. Le spagnole, il 25 di ogni mese, in ricordo della giornata internazionale contro la violenza delle donne, andavano a manifestare alla Porta del sol rivendicando la necessità di politiche di contrasto. Il movimento femminista italiano ha riacquistato una compattezza, una presenza sebbene minima solo a partire dalle manifestazioni dell'anno scorso in difesa dell'autodeterminazione e dell'aborto. È un peccato che noi non siamo riuscite a scendere in piazza in maniera così decisa e tempestiva come hanno fatto gli studenti, perché avevamo ben più argomenti per farlo: a partire dal ddl Carfagna sulla prostituzione, ma anche prima col governo di centrosinistra...

 

Sindaci in rivolta per l'acqua - Andrea Palladino

ROMA - È il paese della democrazia reale, composto da comuni, a volte piccolissimi, da comunità montane, municipi e province che sui beni comuni stanno costruendo una battaglia lunga, complessa, trasversale ai partiti. Ed è questa una delle componenti più in crescita del vasto movimento per l'acqua pubblica, che ieri si è incontrato a Roma (sede della Provincia) per fondare il coordinamento nazionale degli enti locali che contrastano le privatizzazioni delle risorse idriche. «Sono tre i soggetti del Forum dei movimenti - ha detto Corrado Oddi, coordinatore welfare e servizi pubblici della funzione pubblica Cgil, all'apertura dell'incontro -, i cittadini che usufruiscono del servizio, i lavoratori delle aziende e gli enti locali, che devono garantire l'equità e il funzionamento dei servizi pubblici locali». E il coordinamento rafforzerà la rete dei movimenti, che da oggi, ad Aprilia, si riunisce per il secondo Forum. Sono oggi centinaia le amministrazioni locali che, in modi diversi, stanno difendendo la loro sovranità sull'acqua. Chi pensa che per i sindaci cedere i servizi pubblici sia una sorta di liberazione si sbaglia. I cittadini continuano a rivolgersi a loro, agli amministratori che hanno eletto, delegato, anche se l'acqua che esce dal rubinetto è gestita da una Spa, anche le fatture vengono da società lontane, multinazionali, senza volto, che parlano attraverso call center esternalizzati. «Per i comuni la gestione dell'acqua diventa sempre di più una questione di ordine pubblico - spiega quindi Giovanni Cocciro, assessore di Cologno Monzese, in provincia di Milano -. Nella mia città il gestore aveva tagliato l'acqua ad un intero condominio, visto che l'80% delle famiglie che vi risiedevano non riusciva a pagare le bollette. Abbiamo poi dovuto portare noi l'acqua con le autobotti, con costi esorbitanti». Cocciro racconta così cosa sia in concreto la gestione privata dell'acqua, che ha portato 144 comuni lombardi a chiedere di respingere, con una consultazione popolare, la legge emanata dalla Regione Lombardia nel 2006, che prevede l'affidamento alle società per azioni dell'ultimo miglio delle reti idriche. «E' la parte del contatore - racconta l'assessore di Cologno Monzese - quella che poi interessa ai gestori privati, che qui si vogliono occupare della fatturazione». Nel caso dei comuni lombardi la proposta di Formigoni è quella poi di utilizzare sistemi di carte prepagate per attivare i contatori, «come se l'acqua fosse un servizio paragonabile a quello della telefonia», commenta Cocciro. Nonostante la maggioranza dei comuni si siano espressi contro la legge, chiedendo di consultare i cittadini, ancora oggi è in corso il braccio di ferro con l'amministrazione regionale, che ha delegato ad un direttore generale, ex consulente della Thames Water - multinazionale inglese dell'acqua -, la gestione del tavolo di concertazione. Nella Sicilia delle eterne emergenze idriche, dove cinque anni fa venne affidato il sistema acquedottistico ad una società mista pubblico-privata, con il 75% delle azioni in mano alla cordata Pisante-Veolia, i comuni della provincia di Ragusa sono riusciti per ora a bloccare la gara di affidamento ai privati. «Il consiglio comunale - ha spiegato Giuseppe Nicosia, sindaco di Vittoria - ha votato contro l'affidamento a società per azioni del servizio idrico, inserendo poi nello statuto comunale il principio che l'acqua non può essere considerato un bene economico». Il gestore degli acquedotti siciliani - Siciliacque - guidato dai privati ha poi dichiarato guerra ai comuni "ribelli". «I pozzi di Vittoria - continua Nicosia - sono stati costruiti dal comune e affidati in gestione anni fa all'ex ente pubblico. Quando è subentrato il gestore privato del sovrambito, hanno iniziato a fatturarci la nostra stessa acqua, al prezzo all'ingrosso di 0,66 euro al metro cubo, imposto dalla regione per l'intera isola». In sostanza Siciliacque usa i pozzi del comune per fornire a pagamento l'acqua. «E siamo noi, per assurdo, che paghiamo poi le bollette elettriche per i pozzi», dice il sindaco di Vittoria. Ad oggi il gestore privato ha mandato fatture per due milioni di euro al comune della provincia di Ragusa, che il sindaco Nicosia ha respinto. E l'estate scorsa Siciliacque ha poi deciso di ridurre di 20 litri al secondo il flusso dell'acqua per il comune che considera «moroso», con la scusa di risolvere l'emergenza idrica di Gela, dove ci sono i dissalatori della Di Vincenzo Spa, impresa in odore di mafia e fornitrice della stessa Siciliacque. «Se il gestore privato ridurrà ancora il flusso - dice il sindaco - confischerò i pozzi, così come abbiamo già fatto con una discarica». L'interesse pubblico, in sostanza, deve sempre prevalere. Sono tante le piccole e grandi battaglie che centinaia di sindaci stanno affrontando per difendere l'acqua dei cittadini. Primi cittadini di comuni come quello di Bassiano, poco più di mille abitanti, in provincia di Latina, che ha difeso fino all'ultimo i propri acquedotti, quando Acqualatina impose l'adesione all'ambito idrico privatizzato. O come quelli di Frosinone e di Nola che si sono schierati apertamente con i cittadini colpiti da aumenti a due cifre dopo la cessione della gestione del sistema idrico ad Acea. Sono le esperienze concrete, di resistenza quotidiana, che hanno fatto nascere la necessità di un coordinamento nazionale, con una piattaforma comune. L'incontro di ieri è stato il momento per condividere gli strumenti legali, le strategie per battaglie spesso lunghe, costose, fatte contro una vera e propria lobby trasversale, che sulla privatizzazione dell'acqua sta basando la fortuna di imperi delle utilities, quali la romana Acea e le francesi Suez e Veolia. E alla ripubblicizzazione verrà oggi dedicato uno specifico seminario nell'ambito del Forum di Aprilia. «Basterebbe in realtà meno di un miliardo di euro - conclude Corrado Oddi - per restituire ai comuni la gestione dell'acqua». Molto meno di quanto costi una missione di guerra - ad esempio - o un salvataggio di una banca d'affari.

 

Scuola Diaz, il processo va avanti. A Berlino - Guido Ambrosino

BERLINO - Un pezzo della scuola Diaz, nell'accezione delle cicatrici lasciate da una notte di macelleria italiana (perché diciamo sempre «messicana», quando è di noi che si parla?), sta a Berlino. Tra i 93 ragazzi e ragazze, che lì avevano srotolato il sacco a pelo per pernottare, 45 venivano dalla Germania, e tra loro una ventina dalla città sulla Sprea. Espulsi dal nostro paese, a lungo sospettati di resistenza, violenza, possesso di bottiglie molotov, appartenenza al Blocco nero, grazie a un castello di false accuse, da accusati si sono trasformati in accusatori. Per loro la partita non è chiusa con la sentenza che ha assolto i capi della polizia, condannando a pene annullate dai condoni solo 13 agenti. Il processo lo continueranno senza toghe, con un lavorìo di controinformazione, con la precisa e competente trasmissione di dati ai grandi media, «contro lo stato italiano che, coprendo criminali in uniforme al suo servizio, si è reso corresponsabile del crimine». Ieri la sezione berlinese di Supporto legale, le rete di assistenza giuridica nata a ridosso del G8 genovese, ha invitato giornalisti tedeschi e corrispondenti italiani a una conferenza stampa. A parlare anche per gli altri «compagni di Diaz» il politologo Jens Herrmann e Valeria Bruschi, da anni a Berlino dove insegna italiano, appena rientrati da Genova dove hanno assistito a una sentenza-suicidio per lo stato di diritto: «In quell'aula - dicono - c'era scritto che la legge è uguale per tutti. A Genova non è più vero». Il deputato verde Hans-Christian Ströbele, uno dei primi a precipitarsi a Genova nel 2001 per capire cos'era successo e dare una mano ai malcapitati, ha messo a disposizione per la conferenza stampa il suo ufficio a Kreuzberg, quartiere dove ha vinto un mandato diretto, unico tra i Grüne tedeschi a prendere più voti dei candidati dei partitoni. Con lui è venuta l'avvocatessa Eva Lindenmaier, che dal 2001 segue le peripezie dei berlinesi-genovesi. Non è facile per Lindenmaier spiegare ai giornalisti tedeschi le bizzarrie del nostro diritto, il gioco dei condoni o il meccanismo perverso che spesso fa scattare la prescrizione prima del grado definitivo di giudizio. In Germania il corso della prescrizione si interrompe con l'apertura di un'inchiesta, così che gli azzeccagarbugli hanno assai meno interesse a protrarre quanto più possibile indagini e processi. Se anche in Italia si adottasse questo sistema, forse la durata dei processi si dimezzerebbe. Per i tedeschi è anche difficile capire l'italica vigliacca perfidia con cui la polizia ha costruito false accuse basate su indizi manipolati: «A Genova - ricorda Ströbele - andai a parlare anche con l'allora questore Francesco Colucci. Confesso che rimasi perplesso a sentirlo parlare di bottiglie molotov, di agenti accoltellati, di mazze e bastoni occultati alla Diaz. Mai avrei immaginato che un funzionario potesse mentire così spudoratamente». Per tornare alla sentenza, i berlinesi della Diaz si sentono offesi anche dalla pochezza degli indennizzi concessi: la base di partenza è di 5.000 euro, con somme maggiori per chi ha subito lesioni gravi o gravissime. «Ci hanno trattato come se fossimo rimasti coinvolti in un incidente stradale - dice Valeria - senza considerare affatto i traumi psicologici subìti, l'enorme fatica per seguire un processo, o due per chi come noi è passato anche per Bolzaneto, in un lingua ignota, i viaggi per le udienze in una città lontana». Ma resta anche la forza che viene dalle amicizie strette in questi anni. Soprattutto con i «fantastici» compagni del Supporto legale genovese.

 

Legge 133. L'accusa dei giuristi:«È incostituzionale e ingiusta»

Contro l'articolo 23 bis della legge 133, ormai conosciuto come il grimaldello delle privatizzazioni dei servizi pubblici locali (inserita nella Finanziaria di Tremonti), ha già presentato ricorso la regione Piemonte. Roberto Cavallo Perin, ordinario di diritto amministrativo dell'Università degli studi di Torino, che ha partecipato alla stesura del ricorso, ha spiegato perché la norma viola i principi comunitari e quelli costituzionali. «L'articolo 23 bis è andato ben oltre le competenze statali», ha spiegato al coordinamento degli enti locali Roberto Cavallo Perin. «L'idea di razionalizzazione del servizio che la norma propone - ha poi aggiunto - non è materia che compete alla legislazione nazionale. Dobbiamo chiederci se sia opportuno, in un momento di crisi come questo, affidare a società per azioni i servizi pubblici locali. Che potrebbe succedere se il gestore dell'acqua fallisse?». Una domanda che molti comuni si stanno ponendo, guardando con preoccupazione come la crisi finanziaria stia iniziando ad attingere l'economia reale. Che, nel caso dei beni comuni, significa acqua da bere, luce nelle case e rifiuti da smaltire. Alberto Lucarelli, professore ordinario di Diritto pubblico alla Federico II di Napoli, ha quindi invitato tutti comuni ad impugnare immediatamente gli atti di affidamento ai privati che dovessero scaturire dall'articolo 23 bis. «Ci sono tante ed evidenti violazioni delle norme dell'Unione Europea e di principi costituzionali - ha detto Lucarelli -. Tra l'altro, il trattato di Lisbona stabilisce che per i servizi d'interesse generale debbano prevalere i principi di coesione sociale e non gli interessi economici e di profitto». Lucarelli ha poi spiegato come per il Sistema idrico integrato non debba imporsi - a suo giudizio - il principio della concorrenza stabilito dalle norme europee, «perché non si tratta di un servizio d'interesse economico». L'invito ad affermare questo punto negli statuti comunali è l'indicazione del neonato coordinamento degli enti locali.

 

Disertori a stelle e strisce. I renitenti Usa cercano asilo in Canada

Lorenzo Tondo

TORONTO - Li chiamano Absent Without OfficialLeave, «assenti senza permesso ufficiale», e dall'inizio della guerra in Iraq sono diventati un vero e proprio grattacapo per il Ministero della Difesa statunitense. Sono i disertori che, a quarant'anni di distanza dalla guerra del Vietnam, hanno ripreso a marciare in massa verso il Canada, storica terra d'asilo dove tra gli anni '60 e '70 migliaia di giovani americani trovarono rifugio e una via di fuga dall'obbligo della leva. Fra loro c'è l'ormai ex sergente Phil McDowell che qui arrivò nel marzo 2005 con la moglie e un bagagliaio pieno di vestiti per l'inverno. Le autorità gli danno la caccia da allora, quando Phil, in missione in Iraq con la Prima cavalleria, decise di strapparsi di dosso stellette e uniforme di un'America in cui non si riconosceva più. Per l'esercito del suo paese il soldato McDowell è un traditore della patria e come tutti i traditori il suo destino è appeso al giudizio della corte marziale. «Decisi di arruolarmi nell'esercito subito dopo l'11settembre - racconta Phil - e a febbraio del 2004 fui spedito a Baghdad. Ci avevano convinto che Saddam nascondeva da qualche parte armi di distruzione di massa». Il suo compito era quello di guidare i convogli che trasportavano i soldati di città in città. «Un giorno mi ordinarono di speronare con il mio veicolo ogni mezzo civile che mi trovavo davanti - ricorda Phil - Disobbedii e mi spedirono in un villaggio sperduto dove vidi con i miei occhi prigionieri iracheni, colpevoli di essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato, trattati come animali, chiusi al freddo senza acqua né cibo e con un sacco nero in testa». Tornato negli Stati uniti e costretto - due anni dopo, nell'ottobre 2006 - a ripartire per un'altra missione in Iraq, il sergente McDowell decise di disertare, commettendo un reato ancora oggi punibile con la pena di morte. Incontriamo Phil in un'ex acciaieria nel quartiere di China Town, dove ogni settimana due generazioni di disertori si confrontano attorno a un grande tavolo. La sala è gremita. Ci sono vecchi veterani del Vietnam, con lunghi capelli bianchi e cappellini da baseball, che sbraitano per la mancanza di fondi per loro, donne sulla sessantina che discutono animatamente con alcuni legali e poi tanti, tantissimi giovani. Tra di loro una decina di esuli di guerra. È il quartier generale dei War Resisters, un'associazione progressista che da 20 anni si batte per difendere i diritti dei disertori. Lee Zalosfky, coordinatore dell'associazione e disertore della guerra in Vietnam, è visibilmente preoccupato: le spese legali hanno prosciugato le casse e quasi tutte le nuove richieste d'asilo sono state rigettate dall'Ufficio Immigrazione. Lee, un omone sulla cinquantina con un grosso baffone biondastro e un paio di bretelle nere, spiega che nonostante il 64% dei canadesi sia favorevole alla concessione dell'asilo per i disertori di guerra (Angus Reid poll), una parte della popolazione comincia a chiedersi se sia giusto accogliere le richieste d'asilo dei soldati americani che vestono volontariamente l'uniforme. Attirati da assistenza sanitaria gratuita e 1600 dollari al mese, oggi i giovani americani scelgono in massa di entrare volontariamente nell'esercito. Una decisione, però, dalla quale è difficile tornare indietro. Tra il 1964 e il 1975 furono oltre 55mila i soldati che disertarono la guerra. E se durante il Vietnam rischiavano al massimo il carcere, oggi per chi diserta l'Iraq o l'Afghanistan il codice militare prevede la pena di morte. In Canada è opinione diffusa e supportata dai media che dietro i rifiuti dell'Ufficio Immigrazione si nasconderebbero in realtà delle preoccupazioni diplomatiche. Se infatti le richieste di asilo politico di questi giovani saranno accolte, saranno in migliaia i disertori che passeranno il confine, forti del fatto che al di là dei Grandi Laghi c'è una terra pronta a dar loro rifugio. Un tradimento intollerabile da parte del più vicino degli alleati: uno scenario imbarazzante per Washington. Tra i falchi della Casa Bianca c'è già chi reclama sanzioni contro Ottawa, che negli ultimi 20 anni si è guadagnata l'appellativo di «Canadukistan sovietico», pronto a passare dalla parte del nemico nella lotta al terrorismo. Sono lontani i tempi in cui Lyndon B. Johnson tentò di strozzare l'allora primo ministro canadese e Premio Nobel per la pace, Lester Pearson, che si rifiutava di prendere parte alla guerra in Vietnam. Oggi il Primo ministro canadese Stephen Harper, rieletto lo scorso 14 ottobre alla guida di un ennesimo governo di minoranza, ha fortemente voluto la presenza militare canadese in Afghanistan ed è un dichiarato sostenitore del conflitto in Iraq. E non è un caso, secondo le organizzazioni pacifiste, che il numero delle richieste d'asilo rigettate dal governo canadese sia considerevolmente aumentato sotto la sua amministrazione, nonostante qualche mese fa il Parlamento abbia votato per concedere la residenza permanente a tutti i militari americani che fuggono dall'Iraq. «È molto semplice. - spiega Lee - Il governo Harper è un governo di destra, in sintonia con l'amministrazione Bush. Sono favorevoli alla guerra e meno inclini ad accogliere le richieste d'asilo dei disertori. Vogliono fare del Canada una nazione guerrafondaia. «Siamo amici degli Stati uniti e dobbiamo combattere al loro fianco. Ecco tutto». Intanto, per far fronte all'ondata degli Absents, l'esercito americano è alle prese con la riorganizzazione delle strutture che si occupano di loro. Garrett Riotte, un disertore di 18 anni, racconta che nei Marines avevano creato una squadra denominata «The Chasers» (i cacciatori) con il compito di arrestare i soldati sospettati di diserzione. «Alla giustizia militare americana non si sfugge», aggiunge Lee. Questo i disertori lo sanno. Jerry Texiero fu uno dei primi soldati americani a lasciare il Vietnam. Si era dato disertore dalla base di Barstow in California nel lontano 1965. Lo acciuffarono nel 2005 a Tarpon Springs dove lavorava in una società nel settore navale sotto il falso nome di Jerome Conti. «Tutto questo è imbarazzante per Washington. Catturare un uomo per diserzione dopo 40anni è ridicolo! - dice Lee- Queste notizie non aiutano chi ci governa. Negli Stati uniti la gente ha perso la fiducia nella politica. Quando si parla di Iraq in tv, gli americani cambiano canale...non importa più a nessuno. Noi tutti speriamo che con Obama le cose cambieranno. Non ha una bacchetta magica, ma dovrà tenere conto della gente che l'ha votato per la sua opposizione alla guerra». Aslan Lamarche, un ex marine di 18 anni, è residente in Florida. Aslan ci teneva a dare il suo voto ai democratici e qualche giorno prima del 4 novembre si era presentato al consolato di Toronto chiedendo informazioni sul voto dall'estero. «Dovevi vedere le loro facce. - racconta Aslan- Mi hanno chiesto: "Ma tu non dovresti essere in Iraq? Uno degli uomini della sicurezza ha urlato dicendo: 'Hai disertato la guerra, ti sei opposto al tuo governo e poi reclami il diritto di votare! Vai a fanculo!'. Fortuna che mi trovavo dall'altra parte del cancello, anche se due uomini della sicurezza mi avevano invitato ad entrare. Volevano portarmi dentro». E sono tanti i disertori che per sfuggire all'arresto sono stati costretti a rinunciare al diritto di voto. «Prima di gettar via l'uniforme, molti dei disertori votavano repubblicano ed erano degli strenui sostenitori delle guerre in Medio Oriente » spiega J. V., 20 anni, che dice di avere il telefono e la posta elettronica sotto controllo. «Oggi - assicura- i 5mila disertori americani sparsi in tutto il mondo hanno votato in massa per Obama».

 

Repubblica – 22.11.08

 

Obama: “Creeremo posti di lavoro”. Gli Usa sono a rischio deflazione

CHICAGO - "Rischiamo la deflazione". Il presidente Usa Barak Obama lancia l'allarme e chiede che si intervenga immediatamente contro la crisi economica. Nel suo discorso settimanale alla radio dei democratici e in una serie di dichiarazioni preparate per interventi televisivi, Obama ribadisce che sta mettendo a punto un piano di stimolo economico "aggressivo"per i prossimi due anni. In particolare chiedendo ai suoi consiglieri economici un piano per creare "2,5 milioni di lavoro entro il 2011". "Se non agiremo rapidamente e in maniera coraggiosa - avverte Obama - potremo perdere il prossimo anno milioni di posti di lavoro, come ritiene la maggior parte degli esperti. Al momento rischiamo di finire in una spirale deflattiva che potrebbe aumentare ulteriormente il nostro debito". Obama rinvia i dettagli del piano anti crisi alle prossime settimane, ma anticipa che si tratterà "di uno sforzo nazionale di due anni" per l'occupazioni e la crescita economica, basato, tra l' altro, su opere pubbliche e su iniziative nel campo della ricerca e dello sviluppo di fonti d'energia alternative. "Un piano epocale" che richiederà un appoggio a Washington anche da parte dei repubblicani all'opposizione. Il messaggio settimanale di Obama precede un probabile annuncio pubblico da parte del presidente eletto, alla riapertura dei mercati lunedì, nel quale secondo fonti del suo staff dovrebbe indicare ulteriori linee di politica economica e annunciare almeno due nomine: quella di Timothy Geithner, presidente della Fed di New York, a ministro del Tesoro e di Bill Richardson, governatore del New Mexico, a ministro del Commercio.

 

E' morto Sandro Curzi, storico direttore del TG3

ROMA - E' morto questa mattina a Roma dopo una lunga malattia Sandro Curzi. Aveva 78 anni, essendo nato a Roma il 4 marzo 1930. Militante del Partito comunista, poi di Rifondazione comunista con Fausto Bertinotti, Curzi è stato storico direttore del Tg3 alla fine degli anni '80, poi direttore del quotidiano di Rifondazione Comunista "Liberazione". Attualmente era consigliere d'amministrazione della Rai. Resistente a 13 anni, comunista iscritto già a 14, chiamato a 19 anni da Enrico Berlinguer a ricostruire la Federazione giovanile comunista italiana (Fgci), Alessandro Curzi ha vissuto tutta la sua vita fedele, pur senza rigidità, alle idee di gioventù passando con Fausto Bertinotti a Rifondazione Comunista alla fine degli anni '90. Il suo impegno politico si è svolto all'interno dei mass media, dal primo articolo, quando era ancora adolescente, sull'Unità "clandestina" per raccontare l'assassinio di uno studente da parte di fascisti repubblichini, al ruolo di capo redattore nel mensile della Fgci 'Gioventù nuova', diretto da Enrico Berlinguer, fino alla vice direzione di Paese Sera, alla direzione del Tg3 e a quella di Liberazione. Inviato nel '51 nel Polesine per raccontare le conseguenze dell'alluvione, vi rimane come segretario della Fgci. Nel '56 fonda 'Nuova generazione' e nel '59 passa all'Unità, organo del Pci per il quale l'anno successivo viene inviato in Algeria per seguire la guerra di indipendenza. Lì intervista il capo del Fronte di Liberazione Ben Bellah. Dopo essere stato caporedattore dell'Unità, nel 1964 diventa responsabile stampa e propaganda della direzione del Pci. Negli anni '60 collabora fra l'altro alla crescita della radio 'Oggi in Italia' che trasmetteva da Praga ed era seguita in molte parti d'Europa da emigranti italiani. La stagione più calda, quella del '68 e poi dell'autunno del '69, della strage di Piazza Fontana e dei fatti che seguirono nei primi anni '70, Curzi la seguì da vice direttore di Paese Sera. Dalla metà degli anni '70 arriva l'impegno con la televisione: entra infatti in Rai nel 1975 con un bando di concorso indetto per l'assunzione di giornalisti di 'chiara fama' disposti a lavorare come redattori ordinari e comincia dal Gr1 diretto da Sergio Zavoli. el '76, con Biagio Agnes e Alberto La Volpe, dà vita alla terza rete televisiva della Rai mentre nel 1978 è condirettore del Tg3 diretto da Biagio Agnes. In questa veste 'scopre' Michele Santoro e collabora alla realizzazione del programma 'Samarcanda'. Diventa direttore del Tg3 nel 1987 dando a quel telegiornale una impronta inconfondibile, veloce e aggressiva che dà voce alle istanze della sinistra italiana interpretando gli umori di una crescente insofferenza verso la cosiddetta prima Repubblica. Soprannominato per questo, dagli avversari politici, 'Telekabul' (dalla capitale dell'Afghanistan occupata dall'Urss negli anni '70), il Tg3 cresce in spettatori (da poco più di 300 mila ai 3 milioni del '91) e autorevolezza. Nel '92 Curzi pubblica con Corradino Mineo il libro 'Giù le mani dalla Tv' (Sperling e Kupfer) e nel '93, in contrasto con il nuovo consiglio d'amministrazione della cosiddetta Rai dei professori (direttore generale Gianni Locatelli e presidente Claudio Demattè), si dimette. Passa prima a dirigere il Tg dell'allora Tele Montecarlo e poi, dal 1998 al 2005, dirige Liberazione. Dal 2005, eletto con i voti di Rifondazione, dei Verdi e della sinistra del Pds, diventa consigliere d'amministrazione della Rai di cui per tre mesi è stato anche presidente in qualità di consigliere anziano, prima di lasciare il posto a Claudio Petruccioli. Tra le sue esperienze va ricordata nel '94 la pubblicazione del libro 'Il compagno scomodo' (Mondadori) e nel '95 una curiosa partecipazione al Festival di Sanremo dove canta nel gruppo 'La riserva indiana' col nome, palesemente autoironico per chi era stato soprannominato Kojak, di grande capo Vento nei Capelli, eseguendo la canzone 'Troppo sole'.

 

Criminalità, l'Italia cambia idea: dopo un anno non fa più paura

VLADIMIRO POLCHI

ROMA - La grande paura? Archiviata: oggi l'Italia sembra risvegliarsi da un incubo e sentirsi più sicura. Il nemico numero uno? Non più il criminale comune, bensì la crisi economica. Cambiano, infatti, le paure: più della malavita oggi si teme la disoccupazione. Non solo. Rispetto a un anno fa, cala la diffidenza verso gli immigrati. Cresce però la sicurezza fai da te: il 7% degli italiani ha già acquistato un'arma. Insomma, "se prima eravamo terrorizzati ? spiega il sociologo Ilvo Diamanti ? oggi siamo solo impauriti". Il merito? Della tv. Dopo aver fomentato l'allarme criminalità tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008, oggi i tg nazionali hanno ridotto spazio ed enfasi sull'emergenza sicurezza. A fotografare le nostre angosce è il secondo rapporto Demos, curato da Diamanti per la Fondazione Unipolis, in collaborazione con l'Osservatorio di Pavia. Cosa emerge? Un Paese sostanzialmente cambiato. Nel 2008 diminuisce il numero di italiani che ritiene cresciuta la criminalità: è l'81,6%, contro l'88% del 2007. Ci si sente dunque un po' più sicuri, soprattutto, a casa propria. Meno del 40% degli intervistati percepisce infatti un aumento dei reati nella propria zona di residenza (un anno fa era più della metà e, a maggio scorso, oltre il 53%). Il timore più diffuso? Resta quello di subire un furto in casa (20,7% degli intervistati), seguito dalla paura di incappare in una truffa del bancomat o carta di credito (19%). Crolla invece il timore di un'aggressione o rapina (13,4% nel novembre 2008, rispetto al 18,7% di un anno fa). Non solo. Sempre meno sono gli italiani che ritengono gli immigrati un pericolo (calati del 14% in un anno). Ma chi ha più paura per la propria incolumità fisica? Le donne (43%), con un livello d'istruzione medio-basso (38%), residenti nel Mezzogiorno (41%) e teledipendenti (stanno davanti alla tv più di quattro ore al giorno). A essere più allarmati, poi, sono gli elettori del centrodestra, Udc e Italia dei Valori, meno quelli del Pd e della Sinistra Arcobaleno. Pur sentendosi più sicuri, otto italiani su dieci chiedono comunque più polizia per le strade. Resta poi la tentazione di difendersi da soli: il 7% ha già comprato un'arma, il 44% si è blindato in casa, il 35% ha stipulato un'assicurazione sulla vita. La paura non solo diminuisce, ma cambia anche direzione. "La crisi economica - sostiene Diamanti - è stata in gran parte assorbita nel 2007, eppure ora la paura è pronta a ripartire su alcuni fronti". La disoccupazione, innanzitutto: oggi allarma il 34.4% degli italiani (erano il 29,6% un anno fa). La crisi delle borse e delle banche è invece una vera "new entry": preoccupa quasi il 39% del campione. In testa poi restano le "paure globali": distruzione dell'ambiente (58,5%), futuro dei figli (46,5%), sicurezza dei cibi (43%). L'indagine Demos esplora anche altre paure-tipo. E così, il rischio di incorrere in un infortunio sul lavoro preoccupa "frequentemente" il 10,4% della popolazione (oltre il 20% degli operai). Aumenta poi il numero di quanti credono che la sicurezza in fabbrica sia diminuita (il 47%). E ancora: la paura di essere vittima di un incidente sulla strada accomuna tre intervistati su dieci. I più spavaldi? Proprio i soggetti più a rischio: giovani tra i 15 e i 24 anni.

 

La Stampa – 22.11.08

 

Paura? Solo di perdere il lavoro – Flavia Amabile

Vivevamo in un Paese impaurito, dove sembrava che ad ogni passo si potesse rimanere vittima di un extracomunitario, un rom. Un anno dopo la “grande paura” sembra scomparsa. Almeno questo è quello che emerge dal secondo Rapporto Demos-Unipoli sulla sicurezza in Italia curato da Ilvo Diamanti dell'Università di Urbino. "Dopo molti anni- dice Diamanti- assistiamo al sensibile ripiegamento delle "paure" legate all'incolumita' personale. Si riduce, dunque, la quota (peraltro elevatissima) di persone che ritengono in aumento la criminalita' in ambito nazionale. Ma diminuisce in modo ancor piu' rilevante la componente di persone che considerano aumentata la criminalita' a livello locale: dal 53% al 40%". Che cosa è successo? 'E’ lecito e logico osservare la coincidenza con la campagna elettorale - scrive Ilvo Diamanti - Un fatto non casuale, ma, forse, neppure causale. E, comunque, comprensibile: se il tema della sicurezza – e, reciprocamente, dell’insicurezza – è particolarmente “sensibile” dal punto di vista degli orientamenti politici degli elettori, allora non deve sorprendere che venga utilizzato e amplificato in vista del voto'. Oggi i principali fattori di insicurezza sono altri. Riguardano l’economia (lavoro, risparmi, pensioni) e le diverse minacce “globali” alla pace, all’ambiente, al sistema finanziario. E prima di tutto: la salute e il futuro dei figli. Il grado di inquietudine suscitato da queste dimensioni dell’insicurezza è molto elevato, superiore alle altre, ma non rispetto a un anno fa'. In realtà soltanto la paura legata al mantenimento del posto di lavoro è aumentata, colpisce il 34% degli intervistati rispetto al 30% di un anno fa. E, invece,  la crisi delle borse e delle banche sembra non influire per nulla. La paura di perdere i propri risparmi riguarda un quarto degli intervistati, esattamente come lo scorso anno. Preoccupa di più il rischio di non avere o perdere la pensione (33%) e soprattutto la possibilità di non avere abbastanza soldi per vivere: il 38% esprime timori sulla tenuta delle finanze personali e familiari (stesso dato dello scorso anno). In realtà il 39% degli intervistati si dice preoccupato per la crisi internazione di banche e borse ma evidentemente lo considerano un evento lontano visto che non si traduce in una paura aggiuntiva per i propri risparmi.  'L’insicurezza economica e globale - sostiene Diamanti - probabilmente, sono state metabolizzate da una sfiducia che viene da lontano. Coltivata e consumata nel corso degli anni, anche quando gli indicatori del mercato non la giustificavano del tutto. Così, quando la recessione è arrivata, i cittadini se l’aspettavano. Non ne sono stati travolti'. C'è poi un capitolo che riguarda la sicurezza sul lavoro. A percepire un incremento della sicurezza sul lavoro negli ultimi anni è circa un rispondente su tre (35%, -2 punti percentuali rispetto al 2007). Quanti invece ritengono che ci sia stata una diminuzione della sicurezza sul lavoro sono quasi la metà, il 47%, con un incremento dall’ottobre scorso di circa due punti percentuali. Un assestamento delle percezioni, dunque, che rinforza le tendenze precedenti. Ma qual è il timore che l’opinione pubblica prova verso questo tipo di rischio? A non sentirsi mai minacciato per la propria incolumità sul posto di lavoro (o per quella di un suo familiare) è il 48% del campione intervistato nel corso dell’indagine Demos per Fondazione Unipolis. Quasi uno su due. Il 10%, invece, ha risposto di essere frequentemente preoccupato di essere vittima di un infortunio sul lavoro. Il dato, tuttavia, si presenta diversificato in relazione all’attività svolta. Raddoppia tra gli operai (21%) ed è più sentito anche tra i lavoratori autonomi (12%). E, quindi, un rispondente su cinque ritiene che le responsabilità maggiori siano degli operai che non seguono le norme di sicurezza, mentre quasi uno su quattro attribuisce le colpe maggiori all’assenza di controlli sufficienti da parte delle autorità pubbliche preposte. Ma la quota maggiore guarda proprio agli imprenditori: il 41%, infatti, ritiene responsabile degli incidenti sul lavoro la mancata applicazione delle normative vigenti da parte della classe imprenditoriale. Tra quanti sono frequentemente preoccupati per la loro incolumità mentre lavorano è il 34% (dieci punti percentuali in più rispetto alla media del campione) a ritenere che la negligenza maggiore sia proprio da parte delle istituzioni preposte al controllo. Quanti temono per la propria incolumità, in altre parole, esprimono anche una domanda di controllo e di sicurezza che non vogliono sia demandata alla diligenza degli imprenditori o all’attenzione degli operai, ma che, invece, chiama direttamente in causa le istituzioni pubbliche.

 

"Un leader per il Pd del Nord" - LUIGI LA SPINA

TORINO - Il partito democratico è in pieno marasma. La sorda guerra di correnti intorno al solito dualismo Veltroni-D’Alema è esplosa clamorosamente sul «caso Villari». Ma anche la collocazione nel Parlamento europeo ha riacceso le polveri tra la componente cattolica e quella postcomunista. Di fronte al rischio concreto della dissoluzione di un progetto che, a sinistra, aveva sollevato molte speranze, alcuni pensano che solo un congresso possa far superare questa crisi. Domandiamo, allora, al ministro ombra per le riforme istituzionali, il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, se anche lui ritiene che questa proposta sia utile a superare i contrasti. «Non credo. Servirebbe solo a fotografare la situazione esistente e, finito il congresso, tutto continuerebbe come prima. Le correnti e le sottocorrenti sono preesistenti a quella fusione “tiepida” che ha unito ds e Margherita. Ho l’impressione che gran parte dei capi di queste correnti abbiano partecipato alla nascita del nuovo partito più con l’obiettivo di creare un contenitore che garantisse l’autoriproduzione di quelle componenti che non per cercare di costruire davvero un soggetto unico. Non ci sono diversi progetti politici, alternativi tra loro, ma ci sono divisioni fondate su rivalità personali, lotte di potere interne al partito». Allora, se un congresso non serve, come potete uscire da questa situazione? Lei ha una proposta? «Sì. Io trasformerei l’attuale federazione di correnti in una federazione dei territori. Devo fare un’autocritica: mi rammarico di essermi fermato, quando ci furono le primarie, ad organizzare, con altri amici, una lista a favore di Veltroni con caratteristiche territoriali. Ora, se fossi al posto del segretario, farei io qualcosa per stimolare che questo nasca. Per esempio, partendo dal Nord, dove questo tema è più sentito e dove la sfida del partito territoriale esistente, cioè la Lega, è più forte». Mi faccia capire, lei vuole fondare il partito democratico del Nord? «Nella prossima primavera, abbiamo le elezioni europee, ma abbiamo anche alcune elezioni locali che, per certi aspetti, sono ancor più importanti per il nostro radicamento e per la continuità di certe esperienze di governo. Direi a Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto: ragazzi, mettetevi insieme, decidete voi un coordinatore che sia rispettoso delle rappresentanze nei vostri territori e decidete autonomamente alleanze politiche, programmi, candidati e leadership. Sarei io a spingere con forza nel senso di questa federazione dei territori». Ma con chi dovrebbe allearsi il partito democratico del Nord? Con l’Udc e, cioè, con il centro o dovrebbe ritornare all’Unione? «Io faccio un altro discorso. Ho l’impressione che organizzare una sommatoria di sigle rischi, per prima cosa, di non essere realizzabile e, poi, di non tradursi in una sommatoria di voti. Il Trentino lo dimostra: lì c’è stata un’originalità di rapporti. Il pd si è alleato con una lista territoriale che ha racchiuso tutta un’altra serie di sensibilità politiche». Ma un progetto politico deve pur avere una direzione riconoscibile, non crede? «Certo. In termini di progetto politico, è indubbio che la necessità di guardare verso il centro è forte, è quella prevalente. Le sfide politiche, è notorio, si vincono sottraendo voti al centro. Il problema è che il centro non sempre è moderato. Spesso è radicale, come quello della Lega, per esempio. Per vincere dobbiamo conquistare la vasta area che confluisce al centro dell’incrocio tra due assi: destra e sinistra, innovazione e conservazione. E questo non si ottiene sommando le attuali sigle di partito». E allora, con chi? «Sperimenterei, partendo dalle prossime elezioni, aggregazioni con una forte connotazione di rappresentanza territoriale e civica. Questa è l’unica condizione, facciamo l’esempio del Piemonte, per poter tenere insieme fasce di popolazioni, come quelle montane, e istanze sociali, come quelle legate alle fabbriche. Insomma, per mettere insieme rappresentanze diverse, come l’agricoltore cuneese e il cassintegrato della Bertone. Unire sensibilità diverse, come l’attenzione ai valori del mondo cristiano e la difesa della laicità dello Stato». Queste non erano le ragioni fondative dell’Ulivo? «Sì, si potrebbe anche parlare di un rilancio di quell’idea. Ma con questa forte specificazione territoriale. Non lo chiamerei più l’Ulivo, perché i nomi connotano un’esperienza, e quell’esperienza è finita. Ci vuole una scommessa nuova, che non punti alla sommatoria di sigle di partito, siano l’Udc o quelli della vecchia Unione». Ma basta la territorialità per fare un partito? Questa non è la morte della politica, almeno come l’abbiamo sempre pensata: condivisone di ideologie o almeno di valori, di progetti ideali? «Certo. Il territorio è condizione necessaria, ma non sufficiente. Il partito territoriale, me ne rendo conto benissimo, è la risorsa, ma anche il limite. Non essendoci sistemi di valori tali da esprimere un progetto politico credibile, che risponda alle aspirazioni di tutto il Paese, il territorio è l’unico punto di partenza per cercare di ricostruire questo insieme di valori e di messaggi programmatici, stando in mezzo ai problemi. E’ l’inizio di un cammino, ma sicuramente non ci si può fermare lì».

 

Ségolène battuta da Aubry. "Possibili brogli, si rivoti al più presto"

PARIGI - Martine Aubry, ex ministro ed architetto della legge sulle 35 ore lavorative a settimana, è il nuovo primo segretario del Partito Socialista francese: ha vinto il ballottaggio con Ségolène Royal per appena 42 voti di scarto. Ma la sua elezione è stata duramente criticata dall’ex candidata all’Eliseo, che ha denunciato possibili frodi ed ha chiesto di rivotare. Aubry ha ricevuto il 50,02% dei voti contro il 49,98% di Royal, secondo le cifre pubblicate questa mattina dalla direzione del principale partito di opposizione in Francia. Il sindaco di Lilla ha ottenuto 67.413 voti complessivi contro i 67.371 di Royal. In totale ha partecipato al ballottaggio il 58,87% dei 232.912 militanti socialisti aventi diritto. I sostenitori di Royal hanno adombrato dubbi «sulla regolarità delle operazioni di voto» ed hanno chiesto un nuovo ballottaggio nella giornata di giovedì prossimo. Martine Aubry ha però risposto che un ritorno al voto «non ha alcuna ragione d’essere». E il primo segretario uscente, Francois Hollande, ha fatto sapere che convocherà nei prossimi giorni i dirigenti del partito per esaminare i risultati e convalidarli. La contestazione dell’esito del voto rischia di far sprofondare il partito socialista in una crisi ancora più profonda di quella attraversata negli ultimi mesi. Royal ha denunciato nel corso della notte «metodi di comportamento assolutamente insopportabili», mentre Martine Aubry ha invitato la controparte a «un atteggiamento di responsabilità poiché altrimenti si creerà una situazione ancora peggiore» di quella attuale. Entrambe ex ministro, Royal e Aubry sono certamente molto diverse tra loro. Il sindaco di Lilla ha impostato la sua campagna sul tema dell’ancoraggio a sinistra del partito ed ha allontanato ogni ipotesi di alleanza con il centro, mentre Segolene Royal non l’ha voluta escludere. Allo stile austero di Aubry, Royal ha sempre risposto con la sua eleganza «glamour». Ciò che è certo è che quanto predetto dal politologo Pascal Perrineau si è avverato davvero: il partito «sarà diviso in due, e questo rappresenta una novità nella storia del movimento socialista» che «avrà un costo», affermava prima del voto Perrineau. Destabilizzato dalla politica «di apertura» di Nicolas Sarkozy, che ha reclutato molte personalità socialiste nel suo governo, il partito è stato poco presente nel dibattito sulla crisi finanziaria nel momento in cui il presidente moltiplicato le sue iniziative.

 

Al Tesoro Obama sceglie la continuità

NEW YORK - La vita e la carriera del futuro segretario al Tesoro degli Stati Uniti Timothy Geithner hanno i tratti di un brillante e ambizioso altissimo dirigente e, forse non a caso, hanno anche una certa somiglianza con quelle del Presidente eletto degli Stati Uniti Barack Obama, che lunedì ne annuncerà la nomina. Il nome di Geithner, che ha la stessa età di Obama, non è noto al grande pubblico, ma Wall Street lo conosce benissimo, visto che come presidente della Federal Reserve di New York è stato uno degli altissimi dirigenti tra i più coinvolti nella gestione delle crisi delle banche avvenute negli ultimi mesi. Come Obama Geithner ha trascorso parte della sua gioventù fuori dagli Stati Uniti e ha studiato in prestigiose università del Nord Est americano. Entrambi hanno sviluppato nella loro carriera una rete di conoscenze in alte sfere politiche e finanziarie. Come Obama, anche Geithenr non disdegna ogni tanto una partitella a pallacanestro. Nato a Brooklyn nel 1961, da ragazzo Geithner ha vissuto con la famiglia prevalentemente in Asia. Il padre lavorava per l’agenzia federale per lo sviluppo internazionale e successivamente per la fondazione Ford, dove ricoprì diversi incarichi in Asia. Geithner ha frequentato le scuole elementari a Nuova Dheli, in India, e le superiori all’International School di Bangkok, in Thailandia. Tornato negli Stati Uniti si è laureato al Darthmouth College, in New Hampshire, come il padre e l’attuale segretario al Tesoro Henry Paulson. All’università ha studiato il cinese e per due estati ha vissuto a Pechino. Dopo la laurea, ha ottenuto un master presso la Johns Hopkins di Baltimora, dove ha studiato anche il giapponese. La sua prima esperienza lavorativa è stata con l’ex segretario di Stato Henry Kissinger, alla sua società di consulenza Kissinger and Associates con sede nella capitale Washington. Dopo tre anni, nel 1998, il passaggio al dipartimento del Tesoro, dove ha trascorso i successivi 15 anni, scalando quasi tutti i gradini e sviluppando una solida rete di conoscenze e amicizie. Geithner, dopo un periodo come attaché in Giappone, ha lavorato con i segretari al Tesoro dell’era Clinton Robert Rubin e Lawrence Summers. Dopo una parentesi al Fondo Monetario Internazionale, è stato scelto per guidare la Federal Reserve di New York, un ruolo che ne ha fatto la persona di riferimento tra Washington e Wall Street. In questi anni si è guadagnato il rispetto di banchieri e amministratori delegati del centro della finanza mondiale, pur non avendo una laurea specifica in discipline economiche. Quella di Obama è una scelta all'insegna della continuità: Geithner è infatti, insieme a Paulson e il presidente della Fed Ben Bernanke, uno degli uomini chiave della crisi finanziaria in atto. Ha infatti contribuito attivamente, essendo la Fed di New York il braccio operativo della Fed, alle decisioni cruciali per il mercato finanziario statunitense. Come Obama, ha saputo circondarsi di un gruppo di consulenti di statura mondiale, come gli ex presidenti della Fed Paul Volcker e Alan Greenspan, Summers e Rubin, l’ex capo della Fed di New York Gerald Corrigan, l’ex amministratore delegato di Merrill Lynch John Thain, e il cofondatore del gigante del private equity Pete Peterson, con il quale a volte si incontra a colazione. Politicamente Geithner è registrato come indipendente. È sposato con Carole M.Sonnenfeld, conosciuta sui banchi del Dartmouth, e ha due figli, Elise e Benjamin. Le sue credenze religiose non sono note.

 

Corsera – 22.11.08

 

I dubbi dei liberal su Hillary al governo – Michele Farina

«No, l'ex avversaria no». Certo Hillary Clinton è «una persona seria e intelligente». Ma «quando devi scegliere il tuo segretario di Stato» l'ultimo esempio a cui devi pensare è Abramo Lincoln e la sua idea di assemblare «una squadra di rivali». Così Thomas Friedman, scrittore («Il mondo è piatto») e commentatore principe del New York Times, ha lanciato il suo ultimo, inutile ammonimento a Barack Obama. Hillary Clinton ministro degli Esteri non è la scelta giusta. «Il problema non è Bill»» scrive Friedman, che pure in campagna elettorale non ha nascosto le sue simpatie per «il cambiamento» obamiano. Da inviato ha seguito James Baker, il segretario di Stato di George Bush senior, «uno dei diplomatici più grandi: quando i leader del mondo parlavano con lui, sapevano che stavano parlando con il presidente Bush, e sapevano che il presidente avrebbe difeso il suo Segretario sempre e comunque». Ecco, per Friedman questo appoggio reciproco «è il requisito più importante di un efficace segretario di Stato». In Hillary questo manca: «Francamente — scrive Friedman — Obama potrebbe anche nominare la sua amata suocera capo della diplomazia: farebbe un lavoro migliore di qualsiasi ex ambasciatore senza alcun rapporto con il presidente». Meglio la suocera che Hillary? Friedman non arriva a dirlo, ma il suo paradosso è più di una battuta. «Mi chiedo se un presidente Obama e un segretario di Stato Clinton, dopo tutti i veleni recenti, possano avere quel tipo di rapporto», quella fiducia incondizionata. Tenendo conto delle mire future della ex first lady, «la possibilità che tra 4 o 8 anni possa ritentare la corsa alla presidenza». Scrive Bronwen Maddox, editorialista del Times di Londra: «Mai assumere chi non puoi licenziare». Difficile dare il ben servito a un peso massimo come Hillary, le cui idee «non sono quelle di Obama». Aaron Miller, ex consigliere della Casa Bianca per il Medio Oriente, ha scritto sul Los Angeles Times che «amici e avversari dell'America ci mettono cinque minuti per capire chi sta parlando a nome del presidente e chi no». Quando un segretario di Stato entra in una sala, «gli interlocutori devono stare seduti in cima alla sedia, tesi, preoccupati, non comodamente sprofondati all'indietro pensando come manipolare il segretario». La scelta di Hillary segno di forza o debolezza? C'è chi cita il presidente Lyndon Johnson il quale, parlando di J Edgar Hoover dell'Fbi, diceva: «Meglio tenerlo dentro la tenda e vederlo fare pipì fuori, piuttosto che averlo fuori e vederlo pisciare dentro». Hillary nella tenda di Obama. Il modello non sarà James Baker. Ma in fondo anche Condoleezza Rice, nonostante il suo feeling con Bush junior, non ha ottenuto risultati. «Essere vicino al presidente non è abbastanza», ammette Friedman. Ma nel caso di Condi il problema era Bush: «Non aveva alcuna visione del mondo». Obama e Hillary condividono la stessa visione, per esempio sull'Iran? Non proprio. Chiamando Hillary in squadra, Obama elimina un temibile nemico in Senato in tempi di crisi e sacrifici: gli serve Hillary, la voce di quella classe operaia bianca che il senatore nero non è riuscito a convincere. «Certo avrebbe potuto fare qualche danno», scrive Maddox. Ma tenerla «nella tenda» sarà ancora peggio: «Obama si presenta come la faccia di un'America nuova. Davvero vuole farsi rappresentare da uno dei volti più familiari del passato?».

 

E Wall Street festeggia – Massimo Gaggi

NEW YORK - È giovane (classe 1961) e conosce come pochi il mondo della finanza, visto che è da cinque anni il capo della Federal Reserve di New York, la più importante delle strutture periferiche della Banca centrale Usa, quella piantata nel cuore di Wall Street. Ma, a differenza degli altri consiglieri di Obama con una specializzazione finanziaria, non ha mai lavorato per le società creditizie. Grande esperienza e nessun rischio di conflitto d’interesse: queste devono essere state le ragioni per cui, alla fine, il nuovo presidente americano ha scelto Timothy Geithner come ministro del Tesoro. E la Borsa americana ha subito reagito con un rialzo. Bob Rubin, il finanziere che è comparso spesso, in questo periodo, al fianco di Obama, è uomo di grande prestigio, ma gli ultimi anni trascorsi al vertice di Citigroup (sia pure senza poteri operativi) non hanno giovato alla sua immagine. Il gruppo bancario newyorchese è in piena tempesta: proprio questa settimana ha vissuto la crisi più grave della sua storia, con ripetuti crolli che ne hanno più che dimezzato il valore in appena tre giorni. Larry Summers, ex ministro del Tesoro di Bill Clinton come Rubin, era un altro nome molto accreditato: esperienza, profonda cultura, grandi visioni. Ma anche un personaggio ruvido, controverso, contro la cui candidatura si è ben presto alzato, in campo democratico, un nutrito fuoco di sbarramento. Non contasse l’anagrafe, Obama si sarebbe probabilmente affidato a Paul Volcker, il predecessore di Alan Greenspan alla guida della Fed, l’uomo che negli anni ’80 riuscì a sconfiggere l’idra dell’inflazione «a due cifre» che stava devastando l’economia mondiale. Volcker è un personaggio leggendario ed è uno che da anni andava dicendo che la politica monetaria americana aveva imboccato una strada sbagliata, che l’economia procedeva su una lastra di ghiaccio sempre più sottile, che le possibilità di una crisi finanziaria epocale erano ormai molto elevate. Lamenti di un grande vecchio alla ricerca di qualche titolo di giornale, minimizzavano i paladini del «business as usual». Invece la crisi è arrivata ed è effettivamente epocale. Ma Volcker (81 anni) è davvero abbastanza avanti con gli anni. Di questi tempi, come racconta spesso Henry Paulson, quello del ministro del Tesoro è un mestiere da piena emergenza: quattro ore di sonno per notte e per il resto sempre al lavoro, sabati e domeniche incluse. Volcker, comunque, non negherà di certo i suoi consigli a Geithner. Il padre nobile e il giovane leone, tutte e due figli della Banca centrale: in America come in Italia l’istituzione più credibile, quella alla quale ci si aggrappa nei momenti più difficili. Geithner non avrà difficoltà a lavorare 20 ore al giorno: è quello che ha fatto negli ultimi tre mesi, visto che ha gestito, insieme al suo capo a Washington, Ben Bernanke, e al ministro Paulson, tutti i passaggi della più grave crisi finanziaria vissuta dagli Stati Uniti negli ultimi 80 anni. Alcuni pensavano che l’esito non proprio felice del piano di salvataggio architettato dal ministro del Tesoro potesse ridurre le «chance» di Geithner. In particolare sono in molti a ritenere che, dal suo osservatorio di Manhattan, il giovane banchiere avrebbe dovuto capire che lasciando fallire la Lehman Brothers si sarebbe innescato un disastroso effetto-domino. Paulson ha spiegato che il Tesoro sapeva e aveva fatto di tutto per evitare la bancarotta di Lehman. Ma Barclays, la banca che sarebbe dovuta intervenire, all’ultimo minuto si era tirata indietro.


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