Back

Indice Comunicati

Home Page

La Stampa – 24

La Stampa – 24.11.08

 

A casa mezzo milione di precari – Flavia Amabile

Sarà un Natale amaro, soprattutto per i precari. Sarebbero circa 400 mila i lavoratori a termine e a progetto - solo nel settore privato - che rischiano di perdere il posto e rimanere senza tutele alla fine dell’anno. L’allarme viene dalla Cgil ma anche da economisti come Michele Tiraboschi, collaboratore del ministro Sacconi, e Pietro Ichino che prevedono licenziamenti anche più consistenti. E’ con queste cifre che la Cgil si presenterà oggi all’incontro con il governo per parlare delle misure anti-crisi. Il calcolo si basa su una stima riferita a 3,4 milioni di lavoratori precari nel privato, di cui 1,8 milioni a tempo determinato, 1 milione di collaboratori, 200 mila lavoratori interinali, 300 mila con partita Iva e 100 mila occasionali. Di questi, 400 mila circa rischiano di perdere il posto per effetto della scadenza al 31 dicembre di contratti a termine e collaborazioni a progetto che non verranno rinnovati. Ad esempio dei circa 800.000 collaboratori mono-rapporto - che hanno cioè un unico committente - il 10-15% resterà disoccupato. Nel gruppo Fiat entro fine anno tra contratti a tempo determinato e somministrati ci saranno 5.000 posti in meno; il settore alimentare perderà 10.000 contratti a termine. «C’è poi una fortissima riduzione dell’interinale - spiega Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil - già nel terzo trimestre dell’anno che peggiorerà nel quarto; solo nella Marche ci sono stati 8.000 avviamenti in meno». A questo si aggiungono i precari di Alitalia e i tanti lavoratori già in cassa integrazione. «I provvedimenti annunciati dal governo a tutela di questi lavoratori non vanno bene - sottolinea il sindacalista della Cgil - perchè gli stanziamenti previsti per gli ammortizzatori non bastano e perchè comunque sono previsti dal 2009 mentre ai precari servirebbe una tutela subito». I lavoratori a rischio del settore privato andrebbero ad aggiungersi ai 200 mila precari della scuola, università e ricerca che il governo non stabilizzerà, ad altre decine di migliaia di precari delle associazioni di servizi che lavorano con il pubblico anche loro privi di riconferme e ai 200 mila lavoratori già in cassa integrazione, come ricorda anche il segretario confederale della Cgil Agostino Megale che sottolinea che per questo motivo «l’impatto della crisi oggi è ancora più grave di qualche settimana fa» E quindi «è indispensabile che le risorse che il governo ha stanziato per la detassazione degli straordinari vengano dirottate a sostegno di quelle persone senza tutele e senza ammortizzatori sociali». «Mi sembrano dati esagerati ma è chiaro che a causa della crisi, ci sarà una stretta sul versante dell’occupazione», sottolinea il vicepresidente della Commissione Lavoro della Camera ed esponente del Pdl, Giuliano Cazzola. «Il governo - ha spiegato - sta preparando delle misure sul fronte degli ammortizzatori sociali per queste categorie.. Se c’è la crisi è chiaro che ci sono lavoratori che perdono il posto di lavoro e i settori stagionali sono quelli che ne pagheranno più le conseguenze». Per Cesare Damiano, viceministro ombra del Lavoro, si tratta di una situazione che abbiamo più volte denunciato, è gravissima». «È la conferma - ha aggiunto - della necessità di misure straordinarie e urgenti per tutelare l’occupazione e i redditi. Per far questo occorrono risorse aggiuntive e non semplicemente una promessa basata su risorse già stanziate e trasferite da una voce di bilancio all’altra».

Bertolaso: "C'erano 500 milioni, non li hanno spesi" – Pierangelo Sapegno

TORINO - Le scuole vecchie e fatiscenti sono tante. Però, c’è anche di peggio. A volte ci sono i soldi per metterle a posto, e c’è chi non vuole spenderli. E a volte ci sono, ma non si possono spendere. A volte, infine, sono messe talmente male che uno dice: e noi che ci possiamo fare? Vengono giù le scuole, basta un colpo di vento, e noi cosa dobbiamo fare? Bertolaso commissario, Bertolaso pensaci tu, come per i rifiuti, come per i terremoti? Ah, neanche per sogno, dice lui. E allora cosa? «Regolamenti chiari, situazioni nette e procedure veloci, degne di un Paese moderno. Basterebbe questo. E in ogni Regione ci dev’essere un responsabile, che si faccia carico di tutto, anche delle spese». Perché adesso succede che le scuole vengono giù, e nessuno ha fatto niente. Ma perché? Perché per le scuole i soldi c’erano e nessuno ha voluto spenderli? Cominciamo da qui, spiega Guido Bertolaso, il capo della Protezione Civile, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. «Prendiamo la 626, la madre di tutte le leggi della sicurezza. Nei decreti cosiddetti “mille proroghe” si scopre che ogni anno - di sicuro fino al 2006 - qualcuno faceva sempre la proroga perché non venisse applicata negli edifici scolastici». Perché? «Perché servivano tanti e tali quattrini che erano gli stessi enti locali che chiedevano ai vari governi, qualunque fossero, di destra o di sinistra, per favore prorogate la non estendibilità agli istituti scolastici. Il fatto è che se lo estendevano, dovevano chiudere tutte le scuole d’Italia, perché la legge a quel punto parla chiaro: le scale, i parapetti, gli infissi, le finestre, non c’è niente che va e sarebbe tutto da rifare, perché niente è a norma». Ma non c’è solo questo. La tragedia di Rivoli rievoca in parte quella di San Giuliano di Puglia, 2002. Allora fu un terremoto: altro problema per le scuole, e non solo (strade, ferrovie, ospedali, e tutte le infrastrutture strategiche). Bene. Le scuole pubbliche in Italia sono 42 mila, più 14800 private. In tutto 57 mila circa, con poco meno di 8 milioni di alunni. Quelle a rischio sismico sono quasi 23 mila, una cifra enorme. Il decreto del ministro Gelmini ha destinato nell’articolo 7 bis, con delibera Cipe del 4 luglio 2008, 14 miliardi di euro a carico del pubblico e 30 miliardi a carico di privati per le infrastrutture strategiche. Il 5 per cento di queste risorse è per le scuole: 700 milioni di euro, che equivale a un intervento di 4500 euro per allievo e di poco di più di 600 euro a metro quadrato, considerando che ogni alunno in Italia dispone di uno spazio compreso tra i 6 e i 9 metri quadrati. Questo per dire che non sarebbe un piccolo intervento. Il fatto è che nel 2003 il governo Berlusconi ne aveva già stanziati 500 per le scuole, dopo la tragedia di San Giuliano: ebbene, devono ancora spenderli. «Sono solo adesso in fase di spesa», precisa Bertolaso. Ma non è assurdo? «È che le procedure sono talmente farraginose, talmente complicate, che è impossibile fare prima. Si fa una commissione che deve studiare le priorità e le compatibilità e così passano due anni, e poi si arriva alle Regioni e si ricomincia con i tavoli tecnici e con gli enti locali che discutono su come suddividere quei soldi. Molte volte non si bada nemmeno alle priorità vere, alle urgenze reali, ma solo alle convenienze politiche. Intanto così sono passati altri due anni. A questo punto i lavori vengono assegnati alle Regioni, che a loro volta cominceranno a fare i progetti e a fare gli appalti. Solo che nel frattempo dal 2003 magari si è arrivati al 2008 senza aver realizzato qualcosa». Come rimediare? «In ogni Regione ci dev’essere un responsabile, che si faccia carico anche delle spese di investimento stabilite dallo Stato. Ma che se ne faccia carico subito, in modo da evitare tutte queste lungaggini assurde, tutta questa perdita di tempo». Se poi vogliamo cercare qualche segnale positivo, Bertolaso ricorda come oggi comunque quell’articolo 7 bis preveda anche una task force per studiare l’emergenza e accelerare gli interventi. «L’ho chiesta io al ministro Gelmini e lei mi ha dato ascolto: si tratta di un soggetto istituzionale che ha la responsabilità di prendere i soldi e individuare subito le prime cento scuole a rischio su cui cominciare a lavorare».

 

Berlusconi: "Mani Pulite? Mise fine al progresso"

L'AQUILA - Nel ’92 la magistratura con Mani Pulite «iniziò un’azione verso i cinque partiti democratici che, pur con molti errori, erano riusciti a garantire per 50 anni progresso e benessere». Lo ha detto Silvio Berlusconi, durante un comizio a sostegno della candidatura di Gianni Chiodi alla Regione Abruzzo. Nessun riferimento esplicito, almeno in questo passaggio ad Antonio Di Pietro, che però il premier ha nominato in un momento successivo del suo intervento. Al nome del leader dell’Italia dei Valori la platea ha reagito con dei fischi e il Cavaliere ha commentato: «Intervento sgraziato ma efficace». Silvio Berlusconi allarga le braccia, spiega che ciò che è successo per quanto riguarda la Commissione di Vigilanza Rai «non è colpa nostra». Il premier per il momento non intravede soluzioni riguardo alle querele sulla guida della Vigilanza: «È una situazione kafkiana, noi non possiamo incidere su nulla» dice il Presidente del Consiglio. Immediata la replica di Villari. «Kafka? Io mi sento un personaggio reale, posso giudicare quello che succede come sorprendete ma io non sono cambiato, mi sento un uomo del Pd e soprattutto un uomo delle istituzioni». Parlando prima di entrare allo stadio San Paolo di Napoli per assistere, accanto al presidente Aurelio De Laurentiis, a Napoli-Cagliari, Villari ha aggiunto: «Ho molto rispetto per il presidente del Consiglio e per tutte le istituzioni del nostro paese, ascolto tutti ma mi sono dato una linea di comportamento di stile e di equilibrio che mi spinge a non replicare. Avverto comunque che questa vicenda viene commentata da tanti qualche volta in modo diverso». Quanto al riferimento a Kafka, ha rilevato Villari, «è forse all’intera vicenfa e non al sottoscritto». Oggi, ha poi concluso il presidente della Vigilanza, «sono allo stadio non come presidente della Commissione di Vigilanza ma come presidente del Napoli Club del Parlamento e come amico personale di Aurelio de Laurentiis, un uomo che ha dimostrato come si può far bene per una città senza fronzoli e senza battaglie dialettiche». Il premier ha poi attaccato le tv. «È passata la parola tra tutti i conduttori, Rai e non, che stanno a sinistra di far convergere sul presidente del Consiglio prese in giro e a volte insulti, oltraggi, molto spesso menzogne». Silvio Berlusconi, in conferenza stampa a L’Aquila, torna su quello che, a suo giudizio, è un atteggiamento di dileggio, nei suoi confronti, da parte di tv pubbliche e private. «Domenica ho guardato la tv e c’ero sempre di mezzo io, sempre attaccato in malo modo. Sono fenomeni che tutti possono verificare guardando la tv», afferma. «Quanto a trasmissioni come Ballarò, Porta a Porta, Annozero e Primo Piano ho pregato ministri e sottosegretari di non prestarsi a risse - aggiunge - cosa contraria agli interessi dei conduttori che dalla rissa aumentano gli ascolti, ma non dignitosa per chi ha responsabilità di governo». Infine Berlusconi è tornato ad affrontare il problema economico. «Le imprese si reggono sui consumi e perciò sui consumatori dobbiamo fare leva, perchè le dimensioni della crisi dell’economia reale non siano estreme. Solo questo può fermare un circolo vizioso che va interrotto con forti iniezioni di speranza e fiducia, guardando in faccia la realtà, come noi stiamo facendo». «Dobbiamo fermare questo circolo vizioso del pessimismo e dare una forte iniezione di speranza e fiducia». È quanto afferma Silvio Berlusconi parlando della crisi economica. «Il sistema delle banche e delle imprese sta facendo il suo dovere. È sui consumatori - afferma il premier - che dobbiamo far leva affinché le dimensioni della crisi non siano estreme. Il problema è che tutti stanno cominciando a cambiare le abitudini e il sistema di vita con una riduzione dei consumi. Da qui ci può essere una riduzione della produzione da parte delle imprese con i possibili licenziamenti dei lavoratori. Serve - conclude Berlusconi - per questo fiducia e ciò non significa non guardare in faccia alla realtà come faccio io».

 

Pd, la guerra dei trent'anni - FEDERICO GEREMICCA

Il moltiplicarsi dell’insofferenza ha ormai quasi l’intensità del rigetto. E l’esasperazione comincia a tracimare in invettive sanamente prepolitiche: «La mia decisione è figlia di una delusione profonda». Lo ha scritto l’altro giorno Irene Tinagli, 34 anni e una cattedra a Pittsburgh, annunciando le sue dimissioni dalla Direzione del Pd: «Non sarebbe male se Veltroni e D’Alema si dimettessero: mi pare che abbiano fatto più danni della grandine». Esagerata. Ma Piero Fassino (e proprio in un’intervista a La Stampa) pur non arrivando a tanto, ha fatto sapere che anche lui non ne può più. «Il continuo duello tra Orazi e Curiazi serve solo a sfibrare il partito e la nostra gente...». Già, il Partito. Che quei due, per altro, non possono considerare roba loro: «Ai sostenitori di Veltroni e D’Alema che se le danno di santa ragione appena possono - ha avvertito Europa, un tempo quotidiano della Margherita - qualcuno dovrebbe spiegare che i mobili di casa non li hanno portati solo loro. Dunque sfasciarli non è loro diritto...». E’ come se d’improvviso, quasi a cercare una risposta alla grandinata di guai che ha ripreso a venir giù, il cerchio avesse quadrato: è la Guerra dei Trent’anni tra Veltroni e D’Alema che sta uccidendo il futuro del Pd. D’incanto, tutto sembra chiaro a tutti. O forse, d’incanto, hanno semplicemente trovato il coraggio di dirlo. Perfino Enrico Letta se n’è convinto. E l’ha comunicato: naturalmente con la prudenza dovuta a un potenziale successore. «Se tutto il partito dovesse dividersi tra dalemiani e veltroniani - ha spiegato al Corriere - questo rischierebbe di far passare il Pd per la mera continuazione dei Ds: e l’intero progetto fallirebbe». Fallirebbe l’operazione Partito Democratico, insomma. Con le immaginabili conseguenze: compreso il percorso a ritroso di cattolici e moderati, che probabilmente tornerebbero nei luoghi da dove erano partiti, lasciando a Walter, a Massimo e ai loro seguaci il piacere di concludere con calma la carneficina. Non sta scritto da nessuna parte, naturalmente, che le cose stiano davvero così: e cioè che i travagli del giovane Pd nascano realmente da lì. In fondo, però, non è importante: perché il guaio - per Walter e Massimo - è che il partito va convincendosi che sia proprio così. Rosy Bindi - è noto - è una che non ha peli sulla lingua: e la sua analisi è oggettivamente spietata. «Il nostro problema non è che c’è questa faida: il nostro problema è che c’è soltanto questa. Il Pd non vive scontri autoctoni, legati al partito che siamo e ai problemi che abbiamo da quando siamo nati. Si litiga con la testa voltata all’indietro, D’Alema contro Veltroni, appunto, rivincite e vendette che vengono dal passato. Ma le pare, dico per dire, che noi dovremmo fare un congresso perché lo chiedono i dalemiani contro i veltroniani? Ed è vero che Veltroni non dà spazi, non coinvolge, ci fa apprendere le cose dai giornali: ma le sembra che si possa reagire facendosi la propria televisione, la propria associazione, il proprio giornale, i propri candidati alle segreterie di questo o di quell’altro? Sono dinamiche da “Cosa 4”, da evoluzione post-diessina. Ma guardi che se stiamo parlando di questo, loro devono sapere che molti se ne andranno». Stiamo parlando di questo? E’ dunque davvero la Guerra dei Trent’anni che, dopo aver insanguinato i territori del Pds prima e dei Ds fino a un anno fa, sta ora fiaccando anche il Pd? «Vediamo il Pd preda di una coazione a ripetere, sempre gli stessi gesti da parte degli stessi attori calati nelle medesime parti - accusa Europa -. Ma noi non siamo arrivati a fare il Pd per assistere all’infinito replay dello stesso film...». Basta, dunque, con Walter e Massimo. Basta con una faida della quale non si ricorda più nemmeno l’origine. Basta con quei due. L’insofferenza cresce, e rischia davvero di trasformarsi in rigetto. Perfino Claudio Velardi - stratega del dalemismo vincente - riconosce che è così: «Al di là degli opportunismi e delle tatticucce del gruppo dirigente - dice - è il partito che non ne può più. Ieri un importante dirigente periferico di una importante regione, mi ha fatto una battuta che voleva essere ironica, ed è invece drammatica: “Quei due, Walter e Massimo, finiranno col tirarsi le dentiere”...». C’è naturalmente chi sostiene che la loro sia una guerra finta. O meglio: pronta a diventare armistizio in nome dell’opportunità. «Si sono affrontati in campo aperto - ricordava l’altro giorno Andrea Romano su Il Riformista - in un’unica occasione, nell’ormai lontanissimo 1994. Poi hanno scelto il metodo della reciproca e alternata investitura, come regime di convivenza e convenienza». E’ così? La storia dei partiti nei quali hanno militato, dice che è certamente così. Il che non è affatto rassicurante per il futuro del Pd, considerato che sia il Pci, che il Pds e infine i Ds si sono estinti senza riuscire a vedere la fine dell’estenuante duello. Anche oggi, in verità, non si vede via d’uscita, non si scorge in giro chi abbia voglia e qualità per impugnare la spada e liberare il Pd dall’incantesimo. Dunque, il basta con Walter e Massimo rischia di rimanere quel che è: un sussurro a labbra semichiuse. E dunque, non è soltanto colpa loro se la faccenda resta al punto in cui è. «E’ colpa anche dei cosiddetti giovani dirigenti, dei leoncini in ascesa che prima di lanciarsi nell’agone cercano la protezione di un qualche dirigente grande - annota Velardi -. Ci vuole che venga fuori qualcuno con un progetto e con tanto coraggio: perché è chiaro che appena li sfiderà, Veltroni e D’Alema cercheranno di liquidarlo. Ci vorrebbe uno come Umberto Bossi, l’ultimo leader, uno che vent’anni fa cominciò a battere le sue valli radicando il partito intorno a un progetto. Ecco, io credo che o va così, oppure niente. Perché dei giovani leader cresciuti come polli in batteria, Walter e Massimo ne fanno polpette». Come ieri. O come anche l’altroieri...

 

Usa: Citigroup, l'accordo per il salvataggio

NEW YORK - L’accordo per il salvataggio di Citigroup è stato raggiunto. Il Governo americano andrà in soccorso del colosso bancario statunitense con un consistente pacchetto che include garanzie, liquidità e capitali. Nello specifico, come riporta il Wall Street Journal, il Governo americano coprirà la banca in caso di perdite derivate da prestiti e obbligazioni garantite da mutui per un totale di circa 306 miliardi di dollari, mentre il dipartimento al Tesoro immetterà nella società ulteriore capitale per circa 20 miliardi di dollari. «Il Governo americano si impegna a sostenere la stabilità finanziaria del mercato, fatto che rappresenta un prerequisito per rilanciare una decisa crescita economica», si legge in una nota congiunta del dipartimento del Tesoro, della Federal Reserve e della Federal Deposit Insurance Corp. Nell’ambito dell’accordo, il dipartimento del Tesoro e la Fdic garantiranno tutela in caso di perdite di entità superiore alle attese su una serie di asset - tra cui prestiti e obbligazioni garnatite da mutui residenziali e commerciali - per un valore complessivo di 306 miliardi di dollari. Questi asset rimarranno comunque iscritti nel bilancio della banca. Inoltre, il dipartimento del Tesoro investirà ulteriori 20 miliardi di dollari in Citigroup nell’ambito del cosiddetto Troubled Asset Relief Program, il piano di soccorso da 700 miliardi di dollari varato dal Governo il mese scorso, in cambio di azioni privilegiate con un dividendo dell’8 per cento che sarà versato direttamente al Tesoro. Il dipartimento al Tesoro, sempre nell’ambito del Tarp, ha già acconsentito ad acquistare un pacchetto azionario da 25 miliardi di dollari, impiegando un decimo dei 250 miliardi di dollari stanziati per analoghe immissioni di liquidità nelle banche in difficoltà. In cambio, Citigroup emetterà azioni privilegiate per il dipartimento del Tesoro e la Fdic. In aggiunta, e solo se necessario, la Federal Reserve sarà pronta ad accollarsi eventuali ulteriori rischi derivati dal paniere di asset in questione attraverso un prestito assicurato. La società si impegna inoltre a imporre restrizioni sui compensi degli alti dirigenti e amplierà il programma di modifiche sulle condizioni dei mutui previsto dalla Fdic. «Tramite queste operazioni, il Governo americano compie i passi necessari per rafforzare il sistema finanziario e tutelare i contribuenti americani e l’economia del Paese», si legge ancora nella nota congiunta, in cui si ribadisce la volontà di «continuare a usare tutte le risorse per preservare la solidità degli istituti bancari e promuovere un processo di ripresa, ricostruzione e gestione del rischio». La possibilità di un accordo tra Citigroup e il Governo americano era apparsa concreta già venerdì, dopo che il colosso bancario aveva dovuto affrontare l’ennesima giornata nera, con il titolo che era scivolato ai minimi in 16 anni nonostante le rassicurazioni dell’amministratore delegato Vikram Pandit, secondo cui il livello di liquidità e capitale della società sarebbe stato solido e adeguato. Il consiglio di amministrazione della società si era riunito nella stessa giornata per esplorare le opzioni possibili, dopo che in mattinata erano circolate indiscrezioni su un’imminente messa in vendita dell’azienda. A peggiorare la situazione era stato il picco dei costi derivati dalle operazioni per tutelare gli investitori della società dal rischio di default: venerdì i costi sono saliti a circa 500.000 dollari all’anno, ovvero 70.000 dollari in più rispetto a giovedì, per ricevere 10 milioni di dollari in caso di default della banca. Cifre di questo genere sono comunque inferiori a quelle che erano state pagate per le garanzie sul debito di Lehman e Bear Stearns all’epoca del loro collasso. Il piano annunciato stanotte dovrebbe anche riportare una certa tranquillità tra gli investitori, terrorizzati dalla recessione che sembra ormai inevitabile per gli Stati Uniti, ma anche, più in particolare, dal fatto che il dipartimento del Tesoro ha deciso di non rilevare gli asset in cattive condizioni delle società in difficoltà, come inizialmente ipotizzato nell’ambito del Tarp. Una decisione di questo genere implica che gli asset finiscano nei bilanci delle società proprio in un periodo di grande fragilità dei mercati. Nello specifico, i risultati di bilancio di Citigroup includono prestiti e altre attività che molti investitori avrebbero preferito vedere acquistati dal Governo. Sulla scia dell'intesa si verifica la partenza in forte rialzo per le borse europee. A Londra l’indice Ftse 100 sale del 2,30% a 3.867,76 punti. A Milano il Mibret cresce dell’1,19% a 14.685 punti. Avanza dello 0,97% a 4.167,7 punti il Dax di Francoforte e a Parigi il Cac 40 guadagna il 2,36% a 2.949,48 punti.

 

Chavez perde ma non crolla – Emiliano Guanella

L'onda lunga del chavismo si ferma e quasi metà dei Venezuelani saranno governati, a livello locale, da dirigenti dell'opposizione. Alle elezioni regionali chiuse ieri qui a Caracas il Partito socialista del presidente si porta a casa 17 Stati su 24 ma il conteggio inganna perchè agli antichavisti vanno i collegi più importanti e popolosi del paese. Lo Zulia, capoluogo Maracaibo, Miranda, Caracas, Carabobo. La capitale torna antichavista e questa è una grossa novità. Miranda, zona est benestante ma con tanti barrios che avevano fatto passare nel 2004 lo stato sotto l'orbita del governo, va a Henrique Capriles. Chavez, davanti agli osservatori internazionali ha riconosciuto la sconfitta negli stati chiave. Come l'anno scorso il presidente si mostra corretto e rispettoso davanti alla stampa straniera, stiamo a vedere se a partire da domani, quando non resterà più nessuno, non scatenerà la sue invettive contro gli "squallidi" dell'opposizione, come fece l'anno scorso quando perse il referendum costituzionale. Alcune cose da tenere in conto per i prossimi mesi. 1) Il prezzo del petrolio è crollato, da giugno del 2009 Chavez potrebbe avere problemi di cassa. Con i soldi del greggio il governo paga i piani sociali, essenziali per tenere compatta la base chavista nelle zone popolari. Cosa succederà se il presidente sarà costretto a tagliare le missioni ? 2) La crisi mondiale si abbatterà su un paese che ha già il record di inflazione e volatilità finanziaria. Una scelta obbligata sarebbe svalutare la moneta. Ma a quale prezzo? 3) Il rumor qui a Caracas è che Chavez abbia già pronta una nuova offensiva referendaria. Una consulta per chiedere ai venezuelani la possibilità di venir rieletto all'infinito. Visti i numeri di questa elezione, è una scommessa rischiosa. Se si fa, si deve farla prima che scoppi la crisi 4) infine, l'opposizione. Vince in nome dell'antichavismo, in alcune zone si è presentata divisa, manca ancora un leader e ci vorrà molto tempo per trovarlo, visto che di fronte si trovano il carisma ancora fortissimo del presidente. Governare realtà difficili come Caracas, con delinquenza, rifiuti per strada, traffico impossibile, può essere una grande occasione ma anche un boomerang pesante. Ma adesso non hanno scuse, se vogliono davvero puntare a Miraflores. Infine: il "rojo rojito" è molto meno rosso ma gli antichavisti non devono cantare vittoria. Il comandante è ancora in piedi e nei momenti difficili, finora, ha saputo sempre ritrovare lo slancio per andare avanti. Nel frattempo questa settimana arrivano le navi russe assieme al presidente Medvedev. Così Huguito potrà distrarsi un po'. PS. Oggi, dopo una settimana di pioggia e nuvole, c'è un bellissimo sole a Caracas...

 

Spagna, un giudice: "Via i crocifissi dalle aule"

MADRID - Un tribunale amministrativo spagnolo ha ordinato con una sentenza la rimozione del crocifisso da una scuola pubblica di Valladolid. Lo riferiscono i media spagnoli, ricordando che a chiedere la rimozione del simbolo cattolico erano stati nel 2005 alcuni genitori degli studenti dell’istituto Macias Picaeva. Secondo il magistrato che ha emesso la sentenza, l’esposizione di simboli religiosi in un centro educativo violerebbe «i diritti fondamentali» sanciti dalla Costituzione in materia di uguaglianza e libertà di coscienza. È la prima sentenza di questo tipo in Spagna che Fernando Pastor, dell’associazione culturale Scuola Laica, ha definito «importantissima» perchè finalmente, ha aggiunto, «la giustizia è entrata nel merito della questione» dando ragione alla «libertà di coscienza». Padre di un’alunna dell’istituto di Valladolid, Pastor ha ricordato che il governo regionale ha 15 giorni di tempo per presentare ricorso contro la sentenza, rilevando poi che una tale eventualità rappresenterebbe una «indecenza». Il giudice Alejandro Valentin ha deciso che la scuola pubblica Macias Picavea dovrà «ritirare i simboli religiosi dalle classi e dagli spazi comuni», accogliendo così la richiesta del genitore di un alunno e di una associazione locale per la difesa della scuola laica. Il magistrato si è basato sulla costituzione spagnola che garantisce «libertà di religione e di culto», assicurando il carattere «laico e neutrale» dello Stato sulle questioni religiose. In sostanza, secondo il giudice, la presenza di simboli religiosi viola i diritti fondamentali di uguaglianza e libertà religiosa riconosciuti dalla costituzione spagnola. Il giudice ha motivato la decisione sostenendo in particolare che «la presenza di simboli» come il crocifisso laddove «ci sono minori in piena fase di formazione della personalità » potrebbe provocare nei ragazzi la sensazione «che lo Stato è più vicino alla religione cattolica rispetto ad altre confessioni». Il che condizionerebbe la loro condotta, è scritto nella sentenza, «in una società che aspira alla tolleranza delle altre opinioni e ideali che non necessariamente coincidono con i propri».I crocifissi erano presenti nella scuola dal 1930, e più volte il consiglio di istituto si era espresso contro la loro rimozione, dopo le prime richieste pervenute già nel 2005. In Spagna la costituzione del 1978 assicura il carattere anticonfessionale dello Stato e delle sue istituzioni, ma tutti i nuovi capi di governo giurano fedeltà alla costituzione stessa davanti a un crocifisso.

 

Repubblica – 24.11.08

 

Sorpresa, politici e manager dove il potere si scopre giovane

GIUSEPPE D'AVANZO

Un indizio di conflitto generazionale fa capolino con il gonfiarsi dell'Onda studentesca - e speriamo che non sia fittizio, che duri e nel tempo si rafforzi. Finalmente, una forma di resistenza individuale e collettiva a un modello normalizzato che riconosce soltanto incertezza e precarietà alle giovani generazioni non protette dalla famiglia, dalle relazioni amicali, dalle connessioni di interesse. Un pregio della falsa "riforma Gelmini" è innegabile: ha costretto molti giovani ad aprire gli occhi su quel che li aspetta: precarietà prolungata; mediocri e intermittenti guadagni; incertezza nel reddito; insicurezza sulla continuità del lavoro; assenza di sostegno pubblico; impossibilità a programmare una vita consapevole (unione, nascita di figli, mobilità). I giovani sono come congelati in una dimensione di adulti immaturi, privati di opportunità e autonomia; imprigionati in un modello sociale e produttivo che non sa riconoscere la qualità e non premia il merito. Al più, quando va bene (e va bene ai soliti noti), il "modello italiano" concede l'attenzione di una di quelle consorterie - Pierluigi Celli le chiama più esplicitamente "bande" - che "accreditano competenze, contrattano alleanze, tassano ogni forma di collocamento". A fronte di questo dramma e dell'accenno di conflitto sociale che si può intravedere, il dibattito sull'esclusione dei "giovani" dalla leadership politica di una "Repubblica della Terza Età" è una lagna soporifera. È un piagnisteo che trascura una realtà molto più contraddittoria del diffuso luogo comune del "Paese dove il tempo si è fermato". È gne-gne che occulta un'autentica questione che interpella non tutto il Paese né tutto il ceto politico. Ma soprattutto l'università e la sinistra riformista (o il centrosinistra, chiamatelo come volete). Per almeno quattro ragioni. Dunque, una giovane classe politica sarebbe tenuta fuori dalla porta delle stanze che contano. Primo argomento: sono davvero giovani? Quei "giovani" che chiedono attenzione e pretendono, come un atto dovuto, accesso al potere, alle élites, alla classe dirigente, sono falsi giovani, ingrigiti, maturi, diciamo già un po' spelacchiati. Come spiega Francesco Billari (il Mulino, 5/2007), le Nazioni Unite quando progettano azioni dedicate allo youth empowerment (più potere ai giovani) definiscono giovanile l'età che corre tra i 15 e i 24 anni e chiamano addirittura "giovani adulti" quelli che hanno tra i 20 e i 24 anni. Anche la Commissione Europea considera "gioventù, l'età della vita che va dai 15 ai 25 anni". È dunque una bizzarra anomalia italiana considerare "giovane" chi è nato dopo il 1968 e magari ha già festeggiato i quarant'anni. Non è peraltro una anomalia del presente (secondo argomento). Alberto Alesina ha ricordato che, quando nel 1984 Franco Modigliani vinse il premio Nobel per l'economia, gli studenti italiani di economia di Harvard e del Mit lo invitarono a cena in un ristorante toscano di Boston. Modigliani raccontò che all'età di 52 anni, durante un seminario in Italia, fu presentato come "un brillante giovane economista" e lui replicò, quando prese la parola: "Grazie per il "giovane", ma negli Stati Uniti mi considerano un po' passé". L'anomalia quindi non è nuova in Italia. Di nuovo, al contrario, c'è (terzo argomento, alquanto sorprendente) il tentativo di svecchiare élite politiche e ceti dirigenti. È vero, Berlusconi è in là con gli anni (72 anni) e lo separano più o meno due decenni da Sarkozy (53 anni), Merkel (54), Zapatero (48), Brown (57), però è altrettanto vero che, se si guarda ai cinque ministeri chiave, Economia (Tremonti, 61 anni), Interni (Maroni, 53), Esteri (Frattini, 51), Giustizia (Alfano, 38) e Difesa (La Russa, 61), la media è di 52 anni (era di 63 nel governo Prodi). Se poi si sbirciano i dati raccolti da Marco Leonardi (economista, Statale di Milano), si scopre che in Italia la giovane età non è un deficit nemmeno per gli amministratori delegati delle 200 aziende quotate in Borsa a Milano. Età media, 52,6. Nelle 4049 aziende quotate a Wall Street, l'età media dei chief executive officer (CEO) è più alta, anche se di mezza incollatura: 53 anni. Semmai i problemi sono tutti nella gerontocratica università italiana. Tra gli oltre 18mila cattedratici, solo 9 hanno meno di 35 anni e tre su dieci ne hanno più di 65, hanno contato Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Epperò lo svecchiamento degli ultimi anni con il proliferare di corsi di laurea e di sedi universitarie, con l'aumento del 100 per cento dei professori ordinari (ma alcuni parlano del 150 per cento) non ha migliorato la qualità né della ricerca né dell'insegnamento. Non basta essere giovani per cambiare in meglio l'esistente. Di sicuro non nell'università italiana. A ben guardare, la politica se la passa meglio. Sei governatori hanno meno di 50 anni e l'età media è di 53 anni. Alla Camera l'età media degli eletti è di 50 anni e al Senato di 54 (senza i senatori a vita): una spanna meglio del Congresso americano dove, ricorda Leonardi, dal 1996 l'età media degli eletti è di 51 anni e al Senato di 58. In questo orizzonte, si dimentica sempre (colpevolmente, ottusamente) la rivoluzione della Lega. Il più "antico" partito del Parlamento italiano è la forza politica che, nell'ultimo decennio, ha governato un quarto del Paese creando, come ha osservato Andrea Romano, una classe dirigente "giovane e competente". Il 77 per cento degli eletti in Parlamento del Carroccio ha un'età che oscilla tra i 29 e i 49 anni (fonte, la voce. info) e la gran parte dei duecento sindaci leghisti sono quarantenni. I casi di Federico Bricolo (41 anni), già eletto nel 2001 (a 34), o dell'ex assessore del Veneto Francesca Martini (46 anni, già eletta alla Camera nel 2001 a 39) o di Matteo Bragantini (32) non sono eccezioni nel gruppo parlamentare più giovane della legislatura, età media 44 anni. È una classe dirigente cresciuta all'ombra della vecchia guardia padana, secessionista e folklorica, ma oggi pragmatica custode delle attese e le ambizioni di un elettorato che conosce come la sua famiglia e di un territorio che abita come la propria casa. È un'élite consapevole che debba essere la Lega "il motore riformatore del governo". Silvio Berlusconi, si sa, non ha bisogno di una classe dirigente. Basta a se stesso. Come ha scritto Alberto Asor Rosa su questo giornale, il nostro carismatico premier "è un grande distruttore di élite: dove lui passa, non c'è straccio di classe dirigente che resista". Si sente Napoleone III o forse - meglio - Luigi XIV. Per governare gli è sufficiente un Richelieu (Gianni Letta, 73 anni), un Colbert (Tremonti) e, per antica abitudine, un avvocato (Niccolò Ghedini, 49). Per il resto, il sovrano si circonda di cortigiani sorridenti, fantaccini ostinati, belle e giovani signore e di un corteo di "vogatori, cruciferi, flabellieri, turiferari, toreadori", intercambiabili e ininfluenti come un Daniele Capezzone (36 anni). Da questo punto di vista, le rogne di un ricambio generazionale sono tutte allora del Partito Democratico, partito nuovo che si lascia alla spalle il suo solo leader vincente (Romano Prodi, 69 anni). Il PD, attor giovane del sistema politico italiano, dovrebbe essere più sensibile a liberarsi dell'autarchia generazionale e, a parole, è così. Altri sono i fatti. Tra gli eletti del Pd gli under 40 (dunque, i giovani autentici) sono appena il 13 per cento e, se si allarga la forbice ai 49 anni, si arriva soltanto al 43 per cento (34 per cento in meno rispetto alla Lega, il partito - ripeto - più "antico"). Un risultato assai modesto, anche se il PD è riuscito ad abbassare in questa legislatura la media dei suoi eletti da 54 a 49 anni, un anno in meno del Partito della Libertà (50). Se poi si guarda ai criteri di selezione o alla qualità di questa presenza giovanile, la luna diventa nera. Al contrario dei volti nuovi della Lega, non si scorge nessun radicamento nel territorio, nessun legame con la società. Paiono decisive cooptazione, fedeltà senza discussione, buona presenza mediatica. L'avventura politica di Marianna Madia ne è il prototipo più esplicito. Ventotto anni, scelta addirittura come capolista a Roma, presentata come "economista" tra le perplessità degli economisti, avventurosamente si presentò così: "Metto al servizio del Paese la mia incompetenza". Merito, competizione e senso di responsabilità non orientano i comportamenti e le scelte di chi governa il Partito Democratico né sollecitano quei giovani che chiedono di governarlo o almeno di contare di più, di avere più spazio e potere. Chi, con la giovane età, una competenza può vantarla come Irene Tinagli (34 anni, ricercatrice presso la Carnegie Mellon University di Pittsburgh) se ne va già disillusa ("Ero stata contattata per le mie competenze tecniche, in un anno di PD non sono stata consultata nemmeno per un parere"). Nella convinzione che l'azione politica si svolga tutta all'interno dello spazio mediale, ha nel PD più visibilità un demi-monde mediatico, blogger come Luca Sofri (44 anni), Diego Bianchi (38), Mario Adinolfi (37). Competenze? Pochine. Luca Sofri lo ha ammesso con onestà durante i lavori di una direzione (è tra le venti personalità indicate da Walter Veltroni). Sofri disse a brutto muso: "Sono qui a discutere come affrontare il secondo decennio del Duemila le stesse persone che non hanno saputo affrontare il primo e che erano qui nel millennio precedente" per poi concludere: ". Non pretendo di spiegare a persone molto più esperte e competenti di me quali contenuti dare al presente e al futuro del Partito Democratico. Non sto parlando di contenuti e non sarei all'altezza di discussioni molto approfondite ed elaborate". Chapeau! Ho l'impressione che, in assenza di competenze, i giovani che vogliono fare del PD, come scrivono nel loro blog (Uccidere il padre), "un partito moderno, democratico, laico e di sinistra" (e capirai che puntuta e illuminante freschezza), chiedono soltanto di togliersi dai margini, di farsi benedire e riconoscere sventolando appartenenza. È l'accorta pulsione, temo, che può spiegare la rimozione in quel partito di ogni conflitto politico per mano dei più giovani. È il quarto e ultimo argomento: se si guardano i numeri, la politica italiana non è priva di giovani. Anzi, è giovane. Il suo deficit è un altro. Se si guarda al PD, è ossessionata dall'obbedienza, disinteressata alle competenze spendibili liberamente. È dominata dalla prudente ragione del primum vivere che orienta da sempre i maturi di ogni partito e ora anche gli acerbi dell'ultimo partito nato. E' una politica che non conosce il conflitto. Il conflitto vero sulle questioni reali (non le cerimonie mediatiche) è, al contrario, sempre salutare e necessario se un corpo sociale, qualche che sia, non vuole sclerotizzarsi e conservare vitalità e dinamismo. E' il conflitto il grande assente nel parolaio del discorso politico giovanilistico. Dove comme il faut si fa un gran parlare di Barack Obama (chi sarà il nostro Obama? dove troveremo il nostro Obama?). Si dimentica che il nuovo presidente americano ha sconfitto in campo aperto, al termine di una lunga e dura battaglia, Stato per Stato, elettore per elettore, due micidiali clan politici (Bush e Clinton) che hanno governato gli Stati Uniti negli ultimi venti anni. Lo ha fatto in splendida solitudine ché, in avvio, ha dovuto fare a meno anche dell'appoggio della macchina elettorale afroamericana di Al Sharpton e Jesse Jackson che lo guardavano con freddezza. Ce l'ha fatta non perché è su Facebook (anche), ma perché (innanzitutto) ha un'idea della natura della crisi degli Stati Uniti e un programma per affrontarla. È apparso autorevole, credibile, responsabile, capace di stringere forti legami sociali, di radicarsi nel Paese e tra la sua gente perché la sua intelligenza delle cose è maturata a contatto con la realtà in cui vive e si muove un popolo in carne e ossa e non nel mondo frammentato dell'immagine, dei consumi, delle mode, dello spettacolo dove abitano soltanto figurine di cartone. Se prendere atto delle metamorfosi non significa condividerle, si può dire - e non è una provocazione - che la declinazione della politica di Obama ha più a che fare con la giovane classe dirigente della Lega che non con i giovani leoni senza denti del Partito Democratico. Converrà allora che quei giovani si diano da fare. Riscoprano il conflitto. Comincino a pretendere regole certe per le primarie, come propone da tempo Tito Boeri. Pretendano il ritorno al voto di preferenza. Esigano che l'età di elettorato attivo e passivo coincida, come in Germania, Svezia, Spagna. Diano battaglia. Soltanto con un conflitto aperto di ideali, progetti, analisi, competenze, soltanto con un conflitto leale nella raccolta del consenso, quindi nella misura di un concreto radicamento sociale, si potrà coltivare la speranza di un nuovo riformismo, la convinzione di potercela fare a cambiare l'Italia, a fermarne il declino e la deriva autoritaria. Altra ambizione non può esserci e, se c'è, non è soltanto mediocre. È perdente e, peggio, noiosa come un'impotente lagna.

 

Malagrotta, Report affonda Di Carlo. "Troppo ingenuo per rimanere"

ROMA - Riguardandosi ieri sera in televisione si è scoperto troppo ingenuo per affrontare un tema spinoso come quello della gestione dell'immondizia della capitale. Per questo motivo l'assessore della Regione Lazio Mario Di Carlo, ex Margherita, ha annunciato: "Oggi alle 17:30 riconsegnerò al presidente Piero Marrazzo la delega sui rifiuti". "La situazione - ha aggiunto - non permette che deleghe così importanti siano gestite da un ingenuo". Ovviamente le dimissioni verranno respinte dal governatore del Lazio, e l'assessore salvo sorprese resterà al suo posto. Ma con il suo gesto clamoroso Di Carlo ha voluto denunciare la presunta manipolazione mediatica di cui sarebbe rimasto vittima per colpa della trasmissione Rai Report sul piano rifiuti nel Lazio. Secondo Di Carlo, che in passato è stato anche uno dei massimi dirigenti di Legambiente, il servizio "mi dipinge come un volgare maneggione probabilmente anche corrotto". "Sono una persona onesta - ha precisato - sono solo un ingenuo. Ho risposto per due ore a domande sul piano rifiuti del Lazio, sui gassificatori di Roma e Albano, sugli inceneritori di San Vittore e Colleferro, sulle discariche di Roma, Guidonia, Viterbo, Latina, Roccasecca, Colleferro, Civitavecchia e Bracciano. Sulla raccolta differenziata e non mi sono accorto che all'intervistatore di tutto questo non importava nulla". Di Carlo ha denunciato quindi che "finita l'intervista, e apparentemente spente le telecamere, per un'altra ora ho parlato in modo intollerabilmente volgare purtroppo, e me ne scuso, della storia di amicizia tra me e l'avvocato Cerroni (gestore della discarica di Malagrotta, ndr)". "L'ho fatto - ha precisato - perché conosco l'intervistatore da 20 anni. Ho visto che nella trasmissione sono state utilizzate solo quelle frasi che consentivano di raccontarmi come una macchietta. Quindi - ha aggiunto - con la mia ingenuità ho contribuito ad alimentare questo clima di sospetti". La puntata di Report andata in onda ieri sera, trattando il tema della gestione dei rifiuti nel Lazio, ha rivelato tra l'altro i dati dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale sull'inquinamento delle falde, dei fossi e dei corsi d'acqua nella zona della discarica di Malagrotta, denunciando come il Colari, il consorzio presieduto da Manlio Cerroni che in regime di monopolio smaltisce i rifiuti di Roma, per ogni tonnellata di immondizia ha ricevuto dall'Ama, l'azienda municipalizzata ambiente, circa 72 euro, per un totale di circa 100 milioni.

 

"Virus mutante" composto da tre ceppi. Tutti i segreti della nuova influenza - ELENA DUSI

ROMA - Il virus dell'influenza è caduto nella rete. Il ceppo australiano H3N2/A/Brisbane/10/07 che è stato appena isolato nei primi italiani colpiti dalla febbre era già nel mirino degli infettivologi. Da febbraio gli avevano puntato contro il microscopio, inserendolo nella triade dei virus uccisi e inattivati che compongono il vaccino di quest'anno. Si spera così di mitigare l'effetto dell'australiana, visto che le mutazioni del virus rispetto all'anno scorso sono state importanti, e il nostro sistema immunitario rischia di trovarsi piuttosto impreparato. Il vaccino è indicato come la barriera più efficace per smentire le previsioni poco ottimistiche dell'inverno 2008-2009: ci si aspetta che i malati in Italia tocchino i 5 milioni (l'anno scorso non avevano raggiunto i 2). Ma l'inizio della campagna di inoculazioni - che rimarrà in piedi fino alla fine dell'anno - è stato blando, complici lo sgonfiarsi della paura dell'aviaria e un paio di inverni miti e poveri di virus. Nonostante le continue mutazioni di cui il virus dell'influenza è capace, gli esperti dell'Organizzazione mondiale della sanità hanno sbagliato la mira solo quattro volte negli ultimi vent'anni (l'ultima nell'inverno 2007-8, quando il clima caldo ha comunque alleviato i problemi). E questo perché nella fiala che tra ottobre e novembre puntualmente arriva in farmacia non si trova soltanto il frullato di virus inattivati capaci di proteggere l'organismo contro l'influenza. Lì dentro c'è anche il giallo di un virus che d'estate scompare senza che nessuno sappia dove si vada a rintanare, per poi spuntare di nuovo con il freddo in una forma variata rispetto al passato, ogni volta in una zona diversa del globo. E c'è il thriller di un inseguimento al ceppo mutato che per i ricercatori inizia a febbraio nell'emisfero settentrionale, con i 122 laboratori dell'Organizzazione mondiale della sanità che mettono a confronto migliaia di esemplari isolati in tutto il mondo. Da queste impronte, ancora in pieno inverno, si parte per tracciare l'identikit del virus che colpirà nella stagione successiva. Per produrre i 250 milioni di dosi di vaccino che ogni anno il mondo consuma sono infatti necessari mesi di lavoro da parte delle aziende farmaceutiche. "Stiamo cercando di mettere a punto modelli matematici di ogni tipo e studi di popolazione per capire in anticipo quali saranno i percorsi e le mutazioni del virus dell'influenza. Ma per ora non abbiamo raggiunto molto. Siamo costretti sempre a inseguire" conferma Fabrizio Pregliasco, virologo dell'università di Milano specializzato in questa malattia. Quest'anno il compito si presentava particolarmente difficile. Le mutazioni del virus sembrano aver inserito una marcia superiore. E i ricercatori, rispetto all'anno passato, si sono visti costretti a variare tutti e tre i ceppi del virus che sono contenuti nel vaccino. "Proprio per questo motivo l'epidemia che ci aspetta sarà intensa" spiega Pregliasco. "Di fronte a un virus molto mutato, il nostro sistema immunitario si trova a corto di memoria. Prevediamo un aumento delle persone colpite, ma ciò non vuol dire che i sintomi nella media siano più gravi". La promessa di un vaccino unico capace di colpire indistintamente tutti i ceppi dell'influenza resta ancora nel cassetto dei sogni. "Il vaccino esiste - spiega Pregliasco - ma è poco efficace, perché utilizza come segno distintivo una parte stabile ma molto interna del virus, che il nostro sistema immunitario fa fatica a riconoscere".

Sette anni da commessa ed ecco il romanzo-reality - SILVANA MAZZOCCHI

E' laureata in Arti e Scienze dello spettacolo ma prima di diventare insegnate, per mantenersi agli studi ha lavorato per sette anni in un negozio di abbigliamento. Un'esperienza dettata dalla necessità che ha però acceso in Mariafrancesca Venturo una vera e propria passione: fotografare con i suoi occhi le patite dello shopping. E allora è stato subito naturale per la giovane commessa annotare nei dettagli le debolezze e le fragilità delle clienti. Appunti scrupolosi con tanto di elenco delle richieste stravaganti e dei quesiti curiosi quanto imprevedibili, frutto delle giornate di lavoro spese in stressanti maratone per assecondare donne sull'orlo di una crisi di nervi, pronte a tutto pur di portarsi a casa l'abbinamento giusto, quasi che da un azzeccato assortimento di colori possa dipendere la felicità su questa terra. Infine, i vizi delle patite dell'acquisto compulsivo e le virtù delle commesse sono stati raccolti in un romanzo reality tra l'ironico e l'amaro, La sindrome dello shopping, in libreria per Newton Compton. Il tema sviluppato da Mariafrancesca è solo apparentemente frivolo: che cosa si nasconde dietro a quel tormentone d'altri tempi che recita "il cliente ha sempre ragione", un credo per le venditrici e i venditori d'altri tempi, ma che oggi, nell'èra del turn over a tutti i costi e del precariato perenne, sembra svanito nel nulla? Signore "abbondanti" che pretendono di entrare a tutti i costi nella taglia 42 mentre quella consona sarebbe la 48; maniache dell'apparire che provano decine di pantaloni a caccia della perfezione impossibile, clienti incontentabili, intenzionate ad affidare a un abito il potere di poter cambiare vita... Tutto questo e molto di più Mariafrancesca Venturo aveva annotato nel suo blog www.lasindromedellacommessa.splinder.com. Adesso lei è insegnante (neanche a dirlo precaria) in una scuola primaria statale e dirige un coro di bambini. Il suo blog è tuttora aperto. E va alla grande. Come è nata l'idea del libro che potrebbe anche chiamarsi, "diario di una commessa"? Probabilmente l'idea nacque quella mattina in cui un giovane baldanzoso e ingelatinato, entrando trotterellando nel negozio, mi chiese senza battere ciglio: "Scusa, seta da donna?", oppure quel pomeriggio in cui una cliente mi fece impazzire perché non trovava quel "blu color della punta di piuma del pavone". In effetti l'idea è forse meno originale di quello che ci si potrebbe aspettare: quanti, infatti, lavorando a contatto con il pubblico, hanno pensato di scrivere un libro circa le proprie avventure lavorative? "Più andavo avanti a scrivere ed ad appuntare le strampalate richieste delle clienti più mi rendevo conto che dietro quelle domande c'era un ansia di approvazione, una sottile richiesta di conferme che spesso andava oltre il trovare la gonnellina giusta. Inoltre lavorare come commessa mi ha aiutata a volare via dal nido - anche perché si trattava di un nido veramente sovraffollato, cinque fratelli in due camere non so se mi spiego - e ad andare incontro all'indipendenza. La sindrome dello shopping non parla solo di madame clienti, parla anche della mia vita da studentessa lavoratrice, una condizione comune a tanti miei coetanei; nel libro racconto della mia avventura alla ricerca di una stanza nel caotico mondo degli affitti romani, e poi si parla di Roma e dei meravigliosi personaggi che ho incontrato lungo questa tortuosa strada". Sindrome dello shopping, come difendersi? Qualche consiglio da chi è dall'altra parte. "Penso che le prime a doversi difendere dalla sindrome dello shopping, siano le clienti stesse. Prima di tutto perché l'ansia per l'acquisto, che poi è spesso legata a un'ansia dell'apparire, ci svuota il portafogli con la stessa velocità di superman, il supereroe che riusciva a superare la velocità della luce, e poi perché quando il piacere per un capo nuovo si trasforma in mania o, ancor peggio, in ossessione, la serenità svanisce come un capello sulla brace e il sorriso si capovolge dando vita a sguardi sempre più imbronciati. Alle commesse dico: non smettete mai di sorridere. Spesso il sorriso e l'autoironia, il sapersi prendere in giro con leggerezza ma mai con superficialità, sono la miglior medicina anche per i piedi gonfi. Spesso, dopo ore passate in piedi e a fare su e giù per le scale del magazzino, ripensavo alla gag di Aldo Fabrizi che fa il cameriere: mette i piedi incandescenti nel catino dove, in mezzo all'acqua gelata, troneggiano due colonne di ghiaccio e la fumata che ne fuoriesce è talmente intensa che attira i bambini più di uno spettacolo di cinematografo". Lei ora insegna, ma continua a curare il suo blog. "L'esperienza di commessa mi ha dato più di quanto mi potessi aspettare. Certe volte penso che se si riesce a diventare buoni ascoltatori, si può sentire musica anche nel caos o nel silenzio più assoluto: sta a noi trovare un insegnamento anche là dove non si pensava ci fosse nulla da imparare. Nel blog cerco sempre di fare un po' il punto della situazione sulla mia condizione lavorativa; scrivere, oltre ad essere una grande passione e un divertimento, mi aiuta a chiarirmi le idee. Ho cominciato parlando di boutique e di pazze madame clienti, adesso parlo anche di scuola, mi lamento della mia condizione di precaria -sempre con l'intenzione di riderci su - ricevo commenti spesso interessanti e, ogni tanto vivacizzo l'ambiente con frasi di repertorio o con racconti raccolti nei negozi parlando con le ex colleghe. Spesso nascono discussioni interessanti perché penso che temi come, il precariato, i "bamboccioni" e la ricerca dell'autonomia siano temi molto condivisibili. Chiaramente non esulo dal citare anche le sagge osservazioni dei miei ex alunni: "Maestra, ma quanto si deve pagare per lavorare?". Che sia ora di cambiare blog? Aspetto ancora un anno e poi decido".

 

Corsera – 24.11.08

 

Andreotti, stretta di mano e dialogo con Morucci – Giovanni Bianconi

ROMA - Alla fine si stringono la mano; il rapitore di Aldo Moro dice «Lietissimo» e Giulio Andreotti risponde con un conviviale «Ciao». La serata è terminata, Valerio Morucci se ne va mentre il nemico d'un tempo consuma le ultime chiacchiere con gli altri ospiti. I quali hanno assistito alla stretta di mano e - prima - a un dibattito inimmaginabile nel 1978, nell'Italia del sequestro e dell'omicidio di Aldo Moro, dell'attacco brigatista al «cuore dello Stato». Trent'anni dopo i due rappresentanti delle Br e dello Stato di allora s'incontrano per la prima volta nel salotto borghese di un professionista romano, che periodicamente organizza appuntamenti letterari per una ristretta cerchia di conoscenti. Venerdì scorso l'occasione è data dall'ultimo libro di Luigi Manconi, sociologo ed ex sottosegretario alla Giustizia (trent'anni fa militante di Lotta continua), intitolato Terroristi italiani. Le Br e la guerra totale, 1970-2008. Presentatori d'eccezione (per l'eccezionalità del faccia a faccia) Andreotti e Morucci, che prima di Moro aveva pedinato proprio l'ex capo del governo, obiettivo alternativo del rapimento di un esponente democristiano. Ma Andreotti, come ha svelato lo stesso ex terrorista, si rivelò obiettivo troppo complicato, perché abitava in pieno centro e aveva l'auto blindata. Il dibattito comincia da qui: che effetto fa al senatore a vita incontrare un brigatista che sparò sulla scorta di Moro e sequestrò il presidente della Dc? Andreotti si rifugia in una delle sue battute: «E' una fortuna esserci arrivati», ma nessuno dei presenti ride. L'aria è tesa, tutti fissano il senatore e l'ex br seduto due poltrone più in là. «C'era l'idea - continua Andreotti tornando al '78 - che il giusto fosse tutto dalla propria parte, e che dall'altra fosse tutto sbagliato. Ma distinzioni così nette non aiutano a capire. Sul terrorismo, ad esempio, pensavamo a un fortissimo influsso straniero, che non era così rilevante. E' possibile che abbiamo sbagliato qualcosa, soprattutto nell'analisi globale». Quando tocca a Morucci ci sono dei lunghi secondi di silenzio, finché dice: «Il discorso del presidente Andreotti mi pare molto indulgente verso le Brigate rosse. Forse troppo. Dubito che in quel momento lo Stato potesse reagire diversamente da come fece». L'ex terrorista tenta di spiegare il percorso che lo portò in via Mario Fani, dove partecipò alla strage dei cinque uomini di scorta e al «prelevamento» di Moro, ucciso dopo 55 giorni di prigionia: «L'ideologia comunista prevedeva l'uso della violenza per la presa del potere, e passo dopo passo arrivi a giustificare la morte del nemico. La Dc era lo Stato che noi identificavamo con l'imperialismo delle multinazionali, e con Moro in mano pensavamo di poter dare la scossa finale a quel sistema». Andreotti lo interrompe: «Ma prendere Moro è un controsenso, perché lui aveva idee diverse...», e Morucci: «Avremmo dovuto comprendere la complessità del sistema, mentre la visione ideologica porta a semplificare tutto». Le lettere di Moro prigioniero, che Morucci distribuiva durante il sequestro, portarono l'ex br a cambiare posizione e a schierarsi (senza successo) per la liberazione dell'ostaggio: «Ma io porto il peso della morte di Aldo Moro, al di là delle condanne che ho avuto». E Andreotti, che guidava il «fronte della fermezza» inutilmente contrastato dallo stesso Moro e dalla sua famiglia, sente anche lui una parte di quel peso? «No - risponde senza tradire emozioni - C'era una guerra, che altro potevamo fare? Qualcuno sosteneva che le lettere di Moro non fossero autentiche...». Manconi interviene: «Non qualcuno, senatore. Lei e il suo governo!». Andreotti taglia corto: «Sì, beh... C'era grande confusione. Fu un momento di grandissima sconfitta. Eravamo in guerra. C'erano i morti di via Fani, le loro vedove che minacciavano di bruciarsi in piazza se avessimo trattato con le Br». Questo è un dettaglio che Andreotti racconta da trent'anni, e da trent'anni smentito dalle due vedove degli uomini della scorta, nonché da un'intercettazione telefonica di quei giorni, quando la moglie del maresciallo Leonardi chiamò la signora Moro per negare la stessa notizia riportata da quotidiano. Qualcuno lo ricorda il senatore, che però insiste: «Venne da me a dirlo, non credo fosse un'altra persona che si spacciava per lei». Alla visione andreottiana della «guerra», Luigi Manconi contrappone l'immagine di una «guerra civile simulata» dai terroristi, nonché «agevolata» da tanti fattori, tra cui le stragi impunite e i depistaggi degli apparati istituzionali. Andreotti risponde: «E' difficile fare chiarezza su personaggi ambigui... Il generale De Lorenzo (a capo del Sifar e dei carabinieri negli anni Sessanta, ndr) in punto di morte mi mandò il suo confessore a scusarsi per avermi dato qualche amarezza. Per fortuna oggi non mi sembra che ci sia un clima che possa far tornare a quei tempi». Morucci replica: «Non per merito della classe politica», e sostiene che la fine delle Br ha anticipato la fine del comunismo. Andreotti ascolta attento e chiede: «Avevate la sensazione di un grande influsso americano?». Morucci: «Certo, enorme». Perché, non era così senatore? «Insomma. Bisognerebbe distinguere periodo per periodo». Il dibattito finisce e gli ospiti si accomodano a mangiare qualcosa, chiacchierando fra loro più che con i due protagonisti della serata. Morucci regala ad Andreotti un suo libro, con tanto di dedica, il senatore ringrazia. Poi il commiato: «Lietissimo», «ciao».

 

Il declino del conflitto - GIUSEPPE DE RITA

In un cupo soliloquio della Tosca, Scarpia esprime con volgare voluttà il concetto che «ha più forte sapore la conquista violenta che il mellifluo consenso». È un concetto che gli amanti dell'opera lirica recitano spesso, anche se sempre più raramente lo mettono in opera. Ma è un concetto però cui restano affezionati i teorici e i militanti del conflitto sociale e politico, sempre convinti che la storia e il potere si conquistano facendo rivoluzioni o almeno esercitando la forza. E anche quando, com'è attualmente, la forza e le rivoluzioni sono solo mediatiche e virtuali, l'ispirazione resta la stessa: il conflitto innanzitutto. Chi osservi invece le cose italiane di questi ultimi tempi scopre che di conflitto ce n'è poco: non ce n'è in fabbrica e nei campi come retoricamente si è spesso declamato; non ce n'è negli uffici pubblici, visto che neppure l'aggressività brunettiana è riuscita a far scattare rivolte anche minimali; non ce n'è in tutto il vasto settore dei servizi alle imprese e alle persone, ormai segnato da professioni (dal pubblicitario alla badante) che sono strutturalmente negate alla mobilitazione collettiva, figurarsi al conflitto. Può spiacere a qualcuno, ma l’attuale composizione sociale non presenta grandi componenti conflittuali. Si potrà dire che l'affermazione è contraddetta dalle recenti agitazioni di piazza degli studenti e dai recenti scioperi del trasporto aereo; ma credo che un po' tutti abbiano avvertito la loro carica altamente corporativa e la loro incapacità di creare valenza generale e mobilitazione politica. Come potenziali minacce conflittuali sono stati «lasciati cadere»; e non solo dalle sedi del relativo potere decisionale, ma anche dalle sedi tradizionalmente di lotta e potenzialmente di alleanza (il sindacato, ad esempio). Tutto quindi è tornato nell'ordine. Nell'ordine. Che significa oggi questo termine? In superficie sta a significare che abbiamo più voglia di istituzioni funzionanti che voglia di trasformarle, riformarle, rivoluzionarle. Vince il pragmatismo del quotidiano, non un’idea di futuro migliore; può esser triste ammetterlo, ma tutto ciò porta a una bassa popolarità anche del riformismo, del resto da sempre visto solo come alternativa pacata al conflitto, non come ideologia autonoma e autopropellente. Resta allora il «mellifluo consenso». È probabile che alla parte più combattiva della nostra classe dirigente venga un attacco di bile di fronte a tale locuzione, magari nel sospetto che essa riveli una più o meno cosciente berlusconiana strategia di dittatura morbida. Ma nei fatti dobbiamo verificare che oggi il consenso si conquista facendo ricorso a emozioni blande e non violente; e anche quando si scende in piazza, le emozioni devono restare blande, come sono quelle dei megaraduni, dei tour elettorali, dei girotondi, delle false primarie, dove tutto è mellifluo, anche se a lungo andare falso, non affidabile. Perché, come ha acutamente notato Natalino Irti, viviamo un tempo in cui non c'è più rappresentanza (di interessi, di bisogni, di opzioni collettive) ma «rappresentatività esistenziale», di messa in comune di emozioni e sentimenti individuali coltivati nella dimensione dell'esistenza, senza passioni e spessori di essenza. Non a caso, limitando la riflessione al puro campo politico, hanno oggi più successo le formazioni che si rifanno al disagio esistenziale (il leghismo, il dipietrismo) che quelle che devono (per necessitata ampia consistenza) far riferimento alla rappresentanza di interessi, bisogni e opzioni di carattere collettivo, più che ai turbamenti o ai rinserramenti esistenziali. Non c'è allora da far conto sull'illusione che torni il conflitto, grande oggetto del desiderio. Più utile sarebbe un impegno a ricostruire contenuti e strumenti della rappresentanza. E bisogna farlo sia nelle strutture del sociale come in quelle della politica, rompendo quell’autoconservazione corporativa che purtroppo le sta distruggendo, nel piccolo dell'associazionismo non profit come nel grande della dinamica partitica.

 

«L’unica strada è la moral suasion»

Italo Bocchino, Fabrizio Cicchitto, Maurizio Gasparri, Gaetano Quagliariello

Caro Direttore, sulla questione della presidenza della Commissione di vigilanza, si sono fin qui lette le interpretazioni più diverse sulla politica dei gruppi PdL. E sono state anche accreditate fantasiose divisioni nella maggioranza. Riteniamo doverosa la ricostruzione dei fatti, perché solo da uno sforzo di verità potrà derivare la via d’uscita. Una premessa è necessaria. Le votazioni parlamentari che richiedono il concorso di maggioranza e opposizione implicano uno sforzo di condivisione: una regola, antica senza la quale, ad esempio, l’elezione di Nilde Iotti e di Giorgio Napolitano alla presidenza della Camera non sarebbe stata possibile. Il Partito democratico, invece, avendo stabilito un’intesa subalterna con l’Italia dei Valori, ha avanzato la candidatura di Leoluca Orlando senza alcuna consultazione preliminare. Il centrodestra ha replicato esprimendo forte perplessità per l’ipotesi che una commissione di garanzia possa essere presieduta da un rappresentante di un partito che vuole fare sull’informazione pubblica una battaglia di parte. Da qui l’originario no a Orlando. A un certo punto, si è persino provato a superare quel no. Ma il 29 settembre l’esponente dell’Idv ha pensato bene di dichiarare al Suo giornale che «l’autoritarismo di Berlusconi ci sta portando verso un modello argentino, con tutto ciò che ne consegue». Ed è davvero arduo chiedere a una maggioranza di concedere i propri voti, senza mettere a repentaglio la sua dignità, a chi esprime un simile giudizio. Il tentativo, dunque, è fallito. Anche perché la sinistra ha rifiutato intese più ampie da condividere con il centrodestra, che con grande senso di responsabilità avrebbe accettato l’indicazione-imposizione delle minoranze se ciò avesse trovato corrispondenza in altre scelte comuni in cui le leggi e le regole del Parlamento impongono intese. Noi, invece, per l’opposizione dovevamo solo subire e mai proporre, anche quando questo diritto ci spettava. In occasione dell’elezione del giudice costituzionale, infatti, l’opposizione ha preteso che il centrodestra ritirasse la candidatura di Gaetano Pecorella, personalità di prestigio conclamato, per ragioni del tutto pretestuose o, comunque, da noi non condivise. Pur di arrivare a una soluzione, si è chiesto al prof. Pecorella di fare un passo indietro, nonostante fosse un’ingiustizia. Sembrava a quel punto scontato, e non solo a noi, che sostituito il prof. Pecorella con il prof. Frigo, si giungesse a un’analoga sostituzione del candidato alla presidenza della Vigilanza, ad esempio con il sen. Sergio Zavoli, che avrebbe immediatamente ricevuto i voti della maggioranza. Pd e Idv, invece, hanno preteso di mantenere la candidatura di Orlando e contemporaneamente hanno drammatizzato la situazione, tentando di far credere che fosse il centrodestra a fare ostruzionismo. Hanno provato, cioè, a trasformare il loro diritto di proposta in un diritto di imposizione, scaricando sulla controparte la responsabilità dello stallo. I vertici parlamentari della maggioranza non hanno dunque avuto altra scelta che percorrere senza più indugi la via indicata dai regolamenti parlamentari: non far più mancare il numero legale in Commissione, spingere l’opposizione a tornare nei binari della prassi e, solo in ultima istanza, votare per un membro dell’opposizione diverso dall’on. Orlando. L’opposizione, però, è rimasta abbarbicata al nome di Orlando e a questo punto il sen. Villari è stato eletto con una maggioranza trasversale, senza alcuna intesa preventiva, prendendo atto solo della sua disponibilità a non dimettersi. Si è trattato di un tipico percorso parlamentare, proceduralmente regolare e politicamente limpido. Il Pd avrebbe potuto o accettare l’esito o convincere Villari a dimettersi, coinvolgendolo nella soluzione della vicenda. Non ha fatto né l’una né l’altra cosa salvo avanzare, dopo il ritiro dalla Commissione dei membri dell’Idv, la candidatura del sen. Zavoli, verso la quale noi abbiamo espresso apprezzamento e accordo. Ribadiamo questa disponibilità. Non possiamo però sottoscrivere proposte non previste dai regolamenti che potrebbero creare gravi precedenti e trasformare surrettiziamente un regime parlamentare in un direttorio concedendo ai partiti poteri esorbitanti. La sfiducia contro un Presidente regolarmente eletto potrebbe essere un domani utilizzata per analoghe operazioni contro i vertici di Camera e Senato o delle Commissioni ordinarie. Si tratta d’ipotesi irresponsabili. Mentre l’unica strada percorribile è quella della moral suasion , seguita per altro dai presidenti di Camera e Senato e dal presidente del Consiglio. Il Pd, invece, non ha trovato di meglio da fare che espellere il sen. Villari, provocando così un ulteriore irrigidimento della situazione. Ed è apparso addirittura grottesco che l’on. Veltroni abbia scaricato la soluzione del problema sulla Presidenza del Consiglio, proprio mentre il suo alleato Di Pietro, senza essere smentito dal Pd, paragonava Berlusconi a Videla e a Hitler definendolo «grande corruttore». La responsabilità del punto in cui si è giunti è, dunque, innanzi tutto di Walter Veltroni. Opinione condivisa anche da esponenti del Pd, se l’on. Morri ha dichiarato al Suo giornale: «Walter ha condotto questa storia in maniera del cavolo, ed è infatti una catastrofe». Ci si potrebbe fermare qui. Ma il senso di responsabilità che ha guidato i nostri comportamenti ci spinge a invitare il sen. Villari a valutare l’appello dei presidenti di Camera e Senato e riflettere sul rischio che l’inesistenza dei requisiti minimi di collaborazione tra il presidente della Commissione di Vigilanza e una parte significativa di essa possa produrre una paralisi della funzione e dei lavori della Commissione.

*capigruppo e vicecapigruppo PDL alla Camera e al Senato


Top

Indice Comunicati

Home Page