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Questa crisi ci inquieta ma in qualche modo ci attrae

Questa crisi ci inquieta. Appunti alla vigilia di un Consiglio dei Ministri.

Che fare?

. V.S. Martedì, 25 novembre 2008.

 

Dunque: pareva che il ciclo espansivo avesse basi solide. Quali? La dilatazione del ceto opulento in Brasile, Sud Africa, India, Cina ed anche Russia, Emirati Arabi e via dicendo. Mercati immensi ed avidi che spingevano la domanda interna ed estera. A questo mercato attingevano gli europei ma anche gli americani. E’ tutto finito?

No, continuerà ad essere la dominante strutturale con assestamenti interni tutti ancora da sperimentare. Si è inceppata invece l’opulenza cartacea con un ridimensionamento dei consumi e delle produzioni nell’Occidente intero. E’ bene aggiungere che si viveva da tempo di sopra delle “nostre” possibilità: le rottamazioni, i carrelli strapieni, gli ipermercati a go-go. Qualcosa di malsano.

 

Ripiegare. Ma sbilanciati non sono solo i consumi. Gran parte delle mega-infrastrutture progettate e da gestire non hanno delle coperture finanziarie adeguate; ma ancora non si smette.

Il ripiegamento è sensibile per molti “produttori”. Gli ammortizzatori sociali sono insufficienti; braccio di ferro di enorme portata negli USA sul sostegno all’industria dell’automobile: saltano le aspettative consolidate delle lobbie; pressante sarà l’assalto al Tesoro e dirompente lo scontro fiscale.

Da noi – lo dice Epifani – sta precipitando una valanga.

Eppure certi tabù ancora reggono: nessun accenno alla riduzione dei fitti, nessun serio sostegno alle locazioni che si attestano ancora a prezzi da capogiro. Il blocco immobiliare è un macigno. Non se ne deve parlare. Sorprendente la  rimozione della tremenda condizione dei precari della casa nelle stesse piattaforme con cui i diversi sindacati vanno allo sciopero generale del 12 dicembre. Qui non si osa.

Solo qualche avance sui mutui, ma anche qui si cincischia.

Il governo Berlusconi-Tremonti ha rinviato di un’altra settimana (pare lo faccia venerdì 28 novembre al Consiglio dei Ministri) il varo dei provvedimenti “anticrisi”; ogni giorno ha la sua pena. Sta chiedendo lumi ai sindacati che – assieme alle imprese – dovrebbero capirci. Il fronte ha continui cedimenti e sta oltrepassando la linea del Piave.

Detto questo che si può intravedere? Alla percezione di un ingiusto caro-vita si aggiunge la crisi industriale: sono gli imprenditori che paventano scoppi di furore nelle stesse vallate del nord-est. Depistaggi insufficienti quelli del blocco dell’immigrazione.

Pare che al consiglio dei ministri si ipotizzino interventi sulle tariffe (autostrade, ferrovie), qualcosa sulle   utilities, dei bonus una tantum ai poveracci; ma i conti sono tali ( se restano tali!) da ridurre appunto la protezione sociale a fasce di reddito marginali. Di redistribuzione della ricchezza accumulata e concentrata nemmeno a parlarne. Che cosa succede nei territori? I cortei dei lavoratori a rischio sono massicci (diecimila a Carrara, tantissimi a Piombino ma ancora nell’alveo “costituzionale” – labari, bandiere, sindaci); in centinaia di città Rifondazione sta amplificando l’iniziativa di Action: fare i GAP (gruppi di acquisto popolare) dappertutto. Sono ancora dei fremiti. Bisognerebbe decidere qualcosa di eclatante anche noi, sindacati inquilini e associazioni di vero volontariato sociale: troppo ripiegamento, poca soggettività. La questione della casa è una parte sensibile, chi governa sa di essere in difetto; bisognerebbe andar giù duri ed essere in tanti. 

 

Una precisazione doverosa: una diversa erogazione e produzione dei servizi sociali (casa, istruzione, ricerca, asili nido, case di riposo, centri anziani) e la reintroduzione di serie fasce sociali per la fruizione dei beni comuni (acqua ed energia in primo luogo), implica la revisione di tutto l’impianto fondato sui redditometri. Ma tale revisione è compatibile solo con una diversa impostazione dei bilanci dello Stato e degli enti locali, che potrebbe realizzarsi in una prima fase a gettito costante e  spesa corrente invariata.

La revisione dovrebbe occuparsi da subito dei cosiddetti “grandi lavori”, ridotti all’essenziale, funzionali alla riduzione dei costi sociali e territoriali connessi. Successivamente, con una oculata revisione fiscale (sulle rendite immobiliari, finanziarie, ed anche sui titoli di Stato oltre una congrua soglia di protezione).

Queste poche righe implicano tante conseguenze.

25 novembre 2008. Vincenzo Simoni


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