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Manifesto – 25

Manifesto – 25.11.08

 

Per un pugno di lenticchie - Sara Farolfi

ROMA - Nessun argine alla «valanga» che rapidamente precipita. Il ministro dell'economia, Giulio Tremonti, si appella all'«ottimismo» e «agli uomini liberi e forti, affinché cooperino per il bene del paese senza pregiudizi o preconcetti». Più prosaicamente, e laicamente, la cosa si può dire in questi termini: la crisi del paese - che in Italia è crisi al quadrato, dove quella internazionale precipita su una domanda stagnante da tempo - non è che agli inizi (lo dicono i dati sull'aumento delle richieste di cig, l'andamento dei consumi...) e le misure che il governo si appresta a varare nel consiglio dei ministri di venerdì, e che ieri ha presentato alle parti sociali, sono del tutto insufficienti. La finanziaria è blindata («ne va della credibilità della Repubblica italiana», dice Tremonti) e le scelte del governo rispondono alla logica assistenziale e caritatevole del dare pochi spiccioli ai 'poverissimi', quando tutte le statistiche (da ultimo, l'annuario Istat) concorrono nell'indicare l'emergenza dei 'nuovi poveri', di chi cioè non riesce più a campare del proprio lavoro. Troppo poco per fare revocare lo sciopero generale (del 12 dicembre) alla maggiore confederazione sindacale, la Cgil, ieri sera convocata dal governo insieme a Cisl, Uil, banche e imprese. «Non daremo che i titoli delle diverse misure», annunciavano nel pomeriggio dallo staff del ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, «si sta ancora raschiando il fondo del barile per definire i singoli interventi». Complessivamente l'impatto immediato delle misure (per famiglie, imprese e banche) dovrebbe essere di circa 4 miliardi, ma nell'incontro di ieri non è stato fatto numero alcuno. Nessuna detassazione della tredicesima mensilità del salario (come chiedeva la Cgil), il governo tira dritto invece e destina una parte consistente delle risorse alla proroga della detassazione di straordinari e premi aziendali. Provvedimento quantomeno 'curioso' in tempi in cui le imprese pensano alla riduzione dei volumi produttivi, costato finora 1 miliardo di euro circa, e che il governo è intenzionato a prorogare per tutto il 2009, allargandone anche la platea dei beneficiari: facendo i conti della serva, 3 miliardi di euro almeno. Un piatto di lenticchie. Della mancia natalizia una tantum (tra i 150 e i 700 euro, pare, entro la fine dell'anno) per i più bisognosi beneficeranno solo i nuclei familiari molto numerosi e pensionati a più basso reddito. Il tetto di reddito annuo per accedervi dovrebbe essere di circa 20 mila euro (ma solo per una coppia con almeno 4 figli a carico), 17 mila (per una coppia con almeno un figlio a carico) e di 12 mila euro all'anno (per una coppia senza figli). Noccioline per i più poveri insomma, mentre nulla viene previsto per i più: chi per esempio dispone di uno (o due) stipendi medi (1200 euro al mese) che ormai, con il peso di un affitto o di un mutuo (per non dire di quelli falcidiati da settimane, quando non mesi, di cassa integrazione), non arriva più neppure alla terza settimana del mese. Lo spirito è quello della cosiddetta social card per i pensionati con reddito annuale sotto i 6 mila euro (ora estesa anche ai neonati fino a tre anni), già varata con la finanziaria, 120 euro a dicembre - e poi di nuovo 40 euro al mese - per fare la spesa. Il resto - il blocco delle tariffe di luce, gas, autostrade e ferrovie, come anche il taglio temporaneo di un punto sulle accise sui carburanti - sono poco più che cure palliative per un malato grave. Cara casa... Per aiutare le famiglie in difficoltà con il pagamento delle rate del mutuo sembra certa la proroga della convenzione Abi-governo: una partita di giro, neppure tanto conveniente, per alleviare nell'immediato il peso della rata, e da restituire con un allungamento della durata del mutuo stesso (interessi compresi). Allo studio c'è anche un fondo di garanzia, istituito presso la Cassa depositi e prestiti, che interverrebbe eccezionalmente anticipando alcune rate del prestito (3 pare), da restituire anche in questo caso con gli interessi. Ammortizzatori sociali. Il governo pensa ad aumentare il fondo per gli ammortizzatori sociali in deroga (quelli previsti per quei settori che, a norma di legge, non ne avrebbero diritti), con l'ipotesi di utilizzare a tal fine il Fondo sociale europeo: da 600 milioni di euro si dovrebbe arrivare a una cifra compresa tra gli 800 milioni e 1 miliardo. Di questi dovrebbero usufruire anche i precari (contrattisti a termine, interinali, apprendisti e collaboratori in monocommittenza). Una «valanga» di persone, 400 mila secondo la Cgil, che rischiano di perdere il posto di lavoro di qui alla fine dell'anno. Ma i precari a vario titolo sono molti di più e le risorse messe a disposizione dal governo paiono al confronto una manciata di noccioline. Senza contare l'odiosa norma passata nei giorni scorsi all'approvazione del senato insieme al decreto infrastrutture, che prevede l'annullamento della «clausola sociale» per le aziende in amministrazione straordinaria che, in crisi, decidano di cedere rami aziendali (e i cui lavoratori perdono di conseguenza il diritto al mantenimento dei livelli contrattuali e retributivi). Imprese e infrastrutture. Confermate le misure a favore delle imprese: detrazioni di una quota Irap attraverso Ires e Irpef; pagamento Iva al momento di emissione della fattura; sblocco dei pagamenti della pubblica amministrazione; intervento, infine, per evitare la restrizione del credito dalle banche alle imprese (di un osservatorio istituito presso le prefetture, ha parlato ieri Tremonti). Si può dire che dei tanto sbandierati 80 miliardi per fare fronte alla crisi, di reale c'è solo lo sblocco dei fondi per le infrastrutture (la logica resta quella delle cosiddette grandi opere), 16 miliardi di euro in gran parte sottratti al Fondo per le aree sottosviluppate. Sottratti, in altre parole, al mezzogiorno.

 

Thyssen meno costi. Londra meno Iva. Berlino meno fiducia

Galapagos

I laburisti britannici si ricordano di essere socialisti, ma se la prendono calma. Ieri Alistair Darling, il superministro dell'economia, ha fatto un annuncio clamoroso: aumenterà dal 40 al 45 per cento l'aliquota sui redditi superiori alle 150 mila sterline annue. Il tutto però sarà fatto con molta calma: il provvedimento entrerà in vigore solo nell'anno fiscale che inizierà nell'aprile del 2011. Con questa mossa i laburisti del premier Gordon Brown - che nei sondaggi erano scesi ai minimi storici pochi mesi fa - tentano di completare la rimonta in vista delle elezioni del prossimo anno. In questa ottica va vista anche la riduzione di 2,5 punti dell'Iva (che in Gran Bretagna si chiama Vat) che dal primo dicembre scenderà dal 17,5 al 15 per cento. Con questa riduzione - estremamente costosa per i conti pubblici - si prevede che il rapporto tra deficit e Pil nel 2009 potrebbe salire al 7-8 per cento - si cerca di rivitalizzare la domanda per consumi visto che viene stimato in 12,5 miliardi il beneficio per i consumatori. Con maggiori consumi si cerca di frenare la discesa del Pil che nel 2009 dovrebbe diminuire tra lo 0,75 e l'1,25 per cento. Per il sostegno dei redditi Darling ha anche preparato un pacchetto a favore delle famiglie in difficoltà nel pagamento dei mutui. Lo stanziamento previsto è di un miliardo di sterline e il denaro servirà per finanziare mutui per i lavoratori dipendenti e per tenere i tassi fermi al 6% (per sei mesi) per i proprietari di casa attualmente disoccupati. A proposito di tassi, ieri l'Euribor a tre mesi (sul quale viene calcolato il tasso di interesse per la maggior parte dei mutui in Italia) è sceso sotto la soglia del 4% al 3,97%. Un po' d'ossigeno per i milioni di famiglie prigioniere dei mutui. In ogni caso ancora molto lontano dall'Euribor al 2,5% di tre anni fa. Ieri le borse hanno brindato al salvataggio di Citigroup (a Francoforte addirittura con rialzi di oltre il 10%) ma i segnali che seguitano ad arrivare dall'economia reale dicono che c'è da stare poco allegri: il peggio deve ancora arrivare. Lo indica il dato di settembre degli ordinativi all'industria nella Ue: sono scesi del 4,6% e del 3,9% nell'area dell'euro. Il settore più in crisi (si sa da mesi) e quello dei mezzi di trasporto con le grandi case automobilistiche costrette a chiudere gli impianti perché i piazzali sono pieni di auto invendute. L'ultima notizia è arrivata ieri dalla Spagna: in dicembre sarà bloccata la produzione in 15 stabilimenti di 11 diverse case. Solo la Nissan di Barcellona non la bloccherà, ma si «limiterà» a licenziare 1.680 lavoratori. Anche la Iveco ha avviato piani di licenziamento, non quantificati, negli stabilimenti di Valladolid e di Madrid. Ma la crisi più pesante in Spagna è quella dell'edilizia che rappresenta circa il 18% del Pil e che occupa centinaia di migliaia di immigrati. Nel terzo trimestre le vendite di appartamenti sono crollate del 30,4%. In queste condizioni appare ridicolo fare appelli ai consumatori (come quello fatto da Berlusconi) perché non perdano la fiducia. Il problema è che a non avere più fiducia sono gli imprenditori che - per primi - percepiscono il reale stato dell'economia. In Germania - ad esempio - è stato diffuso ieri l'indice Ifo: è sceso in novembre al livello più basso dal febbraio del 1993 e - secondo quanto scritto nella nota di accompagno «il rallentamento dell'economia è peggiorato e adesso inizierà ad avere impatto anche sull'occupazione». Anche in Belgio la fiducia delle aziende è scesa ai livelli minimi degli ultimi 15 anni. E c'è da essere ulteriormente pessimisti per una notizia arrivata dalla Germania: la Thyssenkrupp sta preparando un piano per risparmiare un miliardo di euro. Speriamo che a fare le spese dei risparmi non sia la sicurezza.

 

«Gelmini ha tagliato anche sull'edilizia» - Stefano Milani

Sulla «tragica fatalità» - così domenica il presidente del consiglio Berlusconi commentava la morte del diciassettenne in seguito al crollo del tetto del liceo Darwin di Rivoli - il mondo politico s'interroga. Come fa ogni volta, all'indomani di una nuova tragedia. L'iter è noto. Prima il cordoglio per la notizia, poi l'indignazione nel leggere dati di cui tutti conoscevano l'esistenza, ma che solo il giorno dopo provocano sgomento: una scuola italiana su due è a rischio. Addirittura «31.500 scuole, il 75% del totale, non è sicuro e necessità di interventi urgenti», denuncia Carlo Rienzi, presidente del Codacons. E' andata più o meno così anche il 31 ottobre 2002, quando una scuola elementare di San Giuliano si accartocciò su se stessa dopo una scossa di terremoto provocando la morte di 27 bambini e di una insegnante. Cordoglio e indignazione anche allora. A cui seguirono una sfilza di interrogativi e la caccia al colpevole. Sono passati sei anni e nulla sembra cambiato, il rischio di andare a scuola e non uscirne vivi rimane. Come rimane il teatrino della politica, fatto di accuse reciproche e di rimbalzi di responsabilità ogni qual volta una vita umana viene spezzata in un modo così assurdo. Ad insorgere, com'è normale nel gioco delle parti, è l'opposizione. Il Pd se la prende con i tagli, «23 milioni di euro in meno in Finanziaria sui 100 disponibili nel fondo statale destinato al patto per l'edilizia scolastica», accusa Mariangela Bastico che dice di aver lanciato l'allarme già un mese fa. «La mia denuncia partiva dal fatto che il decreto Gelmini sul maestro unico dimezza le risorse per la sicurezza antisismica negli edifici scolastici». Meglio il governo Prodi per la senatrice veltroniana, il Professore «aveva destinato a questo scopo oltre 295 milioni di euro, corrispondenti al 10 per cento degli investimenti globali in infrastrutture. Con il decreto Gelmini si riducono al 5 per cento, benché il governo (che riferirà oggi alla Camera, ndr) voglia far credere che c'è stato incremento di risorse». Anche Di Pietro punta l'indice contro la maggioranza, soprattutto per come ha liquidato la morte del giovane studente. «Non si può liquidare una tragedia come quella avvenuta sabato presso la scuola di Rivoli come una fatalità. Non sono d'accordo con il presidente del consiglio: c'è una chiara responsabilità politica che non può essere occultata». Per il leader dell'Italia dei Valori «le lacrime del giorno dopo del ministro Gelmini sono inutili». Dal canto suo, il ministro dell'Istruzione ripone il fazzoletto e va avanti per la sua strada. Lei ha la coscienza a posto: «Dal momento in cui mi sono insediata ed alla mia audizione alle camere, - dice - ho messo in evidenza il problema dell'edilizia scolastica». Bene brava, ma oltre a metterlo in evidenza, sarebbe cosa buona e giusta per un ministro anche agire di conseguenza. La sicurezza delle scuole italiane, per la Gelmini «è un compito del governo, così come degli Enti locali e non è un caso che abbia chiesto al ministro degli Affari regionali, Raffaele Fitto, di convocare al più presto la conferenza unificata con regioni, province e comuni perché è uno sforzo nazionale, è un impegno che ci deve vedere tutti in prima linea, proprio per avere il prima possibile l'aggiornamento dell'edilizia per intervenire là dove è necessario». Ci vorrà dunque ancora del tempo. Ma soprattutto servono più soldi. «Quelli che ci sono non sono sufficienti», mette le mani avanti la Gelmini. «Ma come, - gli risponde il capo della Protezione civile Guido Bertolaso - per la sicurezza delle scuole il governo Berlusconi aveva stanziato 500 milioni nel 2003, dopo la tragedia di San Giuliano. Ebbene, devono ancora spenderli». Aspettando che la politica finisca la fase della caccia al colpevole e si renda operativa, è la regione Piemonte a muoversi. E' di ieri la notizia che il governatore Mercedes Bresso farà realizzare un check-up di tutti gli edifici scolastici per verificarne le condizioni profonde, in modo da evidenziare l'eventuale esistenza di rischi non individuabili con i normali controlli strutturali. Meglio tardi che mai.

 

Fuoco al clochard, solo per divertirsi - Orsola Casagrande

RIMINI - Bruciato per divertimento. Una bravata di cui auto-compiacersi al telefono, soprattutto per la risonanza che questa ha avuto nei mass media, ormai termometro di qualunque atto e gesto. I quattro ragazzi poco più che maggiorenni arrestati ieri dalla squadra mobile di Rimini avrebbero ammesso le loro responsabilità sostenendo appunto che si trattava di una bravata. Sarebbero stati dunque loro, giovani «normali», di buona famiglia, incensurati, a dare fuoco al clochard Andrea Severi, che dormiva su una panchina di Rimini, lo scorso 10 novembre. Una bravata. Che ad Andrea Severi, 44 anni, è costata ustioni di secondo e terzo grado sul cinquanta per cento del corpo. Il clochard di Taranto è ancora ricoverato al centro grande ustionati di Padova, anche se per fortuna è in via di guarigione. L'inchiesta della procura di Rimini è per tentato omicidio e la posizione dei quattro è ora al vaglio degli inquirenti. Rimini d'inverno assomiglia a Blackpool, luogo di vacanze tradizionale della working class inglese. È come un luna park le cui luci sono tutte spente. E si sa che non si riaccenderanno per mesi. Un luna park senza luci è qualcosa di estremamente triste. Enormi scheletri bui e vuoti si stagliano sui pochi metri di spiaggia sopravvissuti alla cementificazione selvaggia, il mare è mosso. Piove. Il Grand Hotel di felliniana memoria è praticamente deserto. Guardandolo si possono immaginare le giornate di sole dei «vitelloni» nostrani passate da poco. Le strade sul lungomare sono deserte. Da Rimini a Riccione è una ininterrotta catena di hotel, alberghetti, pensioni, ci sono le vecchie colonie dei figli degli operai torinesi, veneti. Deserte. C'è il fiaba park, ci sono gli scheletri dell'acqua splash. Non è difficile credere che la riviera romagnola d'inverno sia, come sintetizza laconicamente un giovane locale, «la morte civile». D'estate le strade pullulano di gente, la spiaggia non regala nemmeno un centimetro quadrato di spazio, tutti stretti stretti sotto ombrelloni che creano una grande ombra unica. E poi naturalmente ci sono le discoteche. La riviera è movida, vita notturna per eccellenza. Ma d'inverno... Pochi i riminesi che vivono al mare. Preferiscono la casa in collina, nei borghi bellissimi del circondario. A Rimini ci vengono gli studenti e raccontano di una noia mortale in città. In effetti basta farsi un giro in centro per rendersi conto che l'unica zona viva è il corso principale, i negozi qui sono aperti. Ma non c'è molta gente in circolazione. E' l'ora dell'aperitivo e sembra di stare in un paesino di campagna. E' il paradosso di una città che d'estate esplode ma d'inverno muore. Lo dicono in coro gli studenti del liceo sociale, «a Rimini non succede nulla». Qui anche l'Onda, il movimento degli studenti anti-Gelmini, non è mai davvero arrivata. Eppure proprio qui in Romagna la scuola è ancora un modello da portare come esempio. E la Gelmini vorrebbe distruggere anche questo. Qui la scuola è un'altra cosa. I progetti di intercultura per esempio di cui hanno raccontato gli organizzatori degli Incontri del Mediterraneo fanno rimanere a bocca aperta chi viene anche solo dal limitrofo Veneto. Anni luce. Eppure, contraddizione solo apparente, questa è anche la regione del cemento selvaggio, di una edificazione della costa che sembra di stare a guardare gli ecomostri che hanno devastato le coste del sud. In centro il negozio più economico (si fa per dire) deve essere quello di Prada! In questo contesto si inserisce anche il «divertimento» di dare fuoco al clochard che dorme sulla panchina. I quattro giovani, tra i 19 e i 20 anni, si trovano ora in stato di fermo in attesa della convalida dell'arresto per tentato omicidio volontario e incendio. Sono stati individuati, hanno riferito ieri in conferenza stampa gli inquirenti, grazie a una serie di segnalazioni fatte da alcuni cittadini che hanno raccontato di un gruppo di ragazzi che si vantava dell'episodio. Quindi sono stati intercettati i loro telefoni cellulari e piazzate microspie ambientali nei luoghi di ritrovo dei giovani. Quando sono stati portati in questura, i quattro hanno prima negato ogni responsabilità ma poi hanno ammesso di aver dato fuoco al clochard. Il pm Davide Ercolani ha confermato che «non c'è alcuna matrice razziale o politica» nel gesto. Una «bravata». Come se l'assenza di una matrice politica o razziale ben definita potesse in qualche modo rendere meno grave l'attacco. Gli autori sono uno studente universitario, un perito chimico tirocinante, un barista e un elettricista. Ragazzi «normali». Che hanno anche ammesso di aver già preso di mira in passato lo stesso clochard, lanciandogli addosso petardi e sassi. «Normali» dimostrazioni di fastidio nei confronti di qualcuno evidentemente considerato «diverso», «inferiore».

 

Il governo scarica Medici senza frontiere. Ma senza sostituirla

Tiziana Guerrisi

«Medici senza Frontiere aveva già deciso di abbandonare Lampedusa». Lo sostiene il prefetto Mario Morcone, responsabile del Dipartimento immigrazione del Viminale in merito alla dipartita di Msf dal molo dove per sei anni ha garantito a migliaia di migranti, reduci da traversate micidiali, assistenza medica gratuita 24 ore su 24. È vero che l'organizzazione era disposta a lasciare il servizio al molo, ci racconta Loris De Filippi, responsabile progetti di Msf Italia, ma a precise condizioni. Ovvero che «al nostro posto subentrassero gli operatori della Asl numero 6 di Palermo visto che le maxiemergenze dovrebbero essere trattate dalle autorità sanitarie pubbliche». Il passaggio di consegne non c'è stato, ma la convenzione con il Viminale che in questi anni ha assicurato all'organizzazione di operare nell'area riservata del porto non è stata rinnovata, e a fine ottobre gli operatori di Msf hanno dovuto dismettere il presidio al molo. Già allo scadere della convenzione a giugno, raccontano a Msf, da Palazzo Chigi non erano arrivate comunicazioni né richieste di un confronto con l'organizzazione. «Per mesi non abbiamo saputo niente delle intenzioni del governo fino a quando il nostro capo missione è stato invitato a Lampedusa il 13 ottobre - racconta Loris De Filippi - Solo in quell'occasione, in maniera non formale, ci è stato comunicato che non c'era più bisogno di noi, e che la nostra attività sarebbe stata più utile in altre aree del Paese». Su questo punto Msf non vuole polemizzare, rivendicando semplicemente l'autonomia del proprio operato e la scelta indipendente degli scenari in cui avviare i propri progetti. Adesso però c'è preoccupazione per la sicurezza di quanti sbarcano sull'isola in condizioni sempre più precarie. «Se qualcuno è in grado di garantire il nostro stesso servizio va bene, se non è così siamo disposti a tornare anche domani a Lampedusa, a patto che si preveda un piano chiaro per un passaggio di consegne», spiega De Filippi, «noi non facciamo che sopperire gratuitamente alle carenze dello Stato, e siamo i primi a volere che siano le istituzioni a garantire i servizi sanitari al momento dello sbarco». Al porto di Lampedusa nel frattempo, ci spiega il sindaco in quota maggioranza Bernardino De Rubeis, nessuno sembra avere preso il posto di Msf. «Ci sono le altre associazioni che erano già presenti, ma non hanno in dotazione mezzi sanitari», spiega il sindaco che adesso spera in un ritorno dell'organizzazione. «Non capisco perché la convenzione non sia stata rinnovata, hanno sempre garantito un servizio fondamentale - prosegue De Rubeis - a maggior ragione negli ultimi mesi quando il numero degli sbarchi è raddoppiato». «Quello che chiediamo adesso - spiega De Filippi - è una risposta chiara e ufficiale del prefetto Morcone che, nonostante le dichiarazioni alla stampa, con noi ancora non si è confrontato». Negli ultimi tre anni Msf ha visitato 4550 migranti, 1420 solo nel 2008, anno che ha visto 25mila sbarchi sull'isola, quasi il doppio rispetto ai dodici mesi precedenti. Sempre più spesso provengono da paesi di fatto in guerra come la Somalia e l'Etiopia, provati da ipotermia, ustioni e complicazioni per le traversate stremanti. «Interrompere adesso il servizio è paradossale - spiega De Filippi - l'uso di imbarcazioni sempre più piccole, aumentando la durata delle traversate, ha peggiorato sensibilmente le condizioni di viaggio». Un dato su tutti: negli anni passati su 100 persone sbarcate in media tre avevano bisogno di assistenza medica, nel 2008 il doppio. Sono in aumento gli sbarchi di minori (+8 %) e delle donne (+12 %).

 

Il cammino disperso del Pd - Giovanni De Luna

Rianimato dall'Onda e dalla manifestazione del 25 ottobre, smarrito e ansimante nel «caso Villari». Tutto sembra molto chiaro: da un lato, un Pd attraversato dal soffio vivificante delle piazze, in grado di strappare alla mobilitazione dei suoi militanti briciole di orgoglio e consapevolezza; dall'altro, l'atmosfera mefitica dei palazzi degli intrighi, negli studi tv dei «pizzini», con un Pd travolto dalle logiche del trasformismo, ostaggio di un ceto politico che ha alle spalle una storia cresciuta nelle reti clientelari e amicali delle fabbriche dei voti meridionali. Le conclusioni dovrebbero essere ovvie: sarebbe meglio guardare più al versante dove si attingono energie e risorse che a quello dal quale vengono solo delusioni e amarezze. Ma tutto appare meno ovvio se si guarda all'interno del partito di Veltroni. Qui si avverte ancora il peso di un processo di formazione asfittico, precipitoso, frutto più dell'affanno e del calcolo elettorale che della consapevolezza e della lucidità: non sono stati i «dieci minuti» che sono bastati a Forza Italia per decidere di confluire nel PdL, ma non c'è stato nemmeno quel grande dibattito costituente che sarebbe stato necessario per permettere alle tradizioni culturali e alle famiglie politiche che vi confluivano di ridefinirsi in un progetto unitario fondato su un autentica rottura con il loro rispettivo passato. Paradossalmente, i soli innesti riusciti sembrano quelli che hanno rilanciato una sorta di anacronistica riedizione di quel connubio togliattiano-moroteo nel cui ambito si sono formati molti degli attuali dirigenti dl Pd, a partire da Massimo D'Alema e dallo stesso Veltroni. Il fatto che il dibattito all'interno del Pd sia ancora polarizzato intorno ai due leader è significativo delle difficoltà che il nuovo partito trova nel disancorarsi dalle vecchie formule politiche con dei risvolti inquietanti proprio sul piano di quelle alleanze elettorali che sembrano tener banco nelle polemiche e negli schieramenti. Escluso per il momento un pateracchio con le forze dell'attuale maggioranza di governo il tema riguarda il rapporto con gli altri partiti dell'opposizione, cioè Casini, Di Pietro e quello che resta dei vari gruppi di ispirazione comunista. Mentre questi ultimi sembrano incapaci di sottrarsi alla deriva di un cupo tramonto e Casini si propone nei panni immutabili della vecchia Dc, il solo Di Pietro si segnala per il dinamismo del suo movimento, con evidenti appetiti elettorali e esplicite mire egemoniche: si sente più un concorrente che un alleato del Pd, con l'ambizione di essere l'unica alternativa a Berlusconi, fuori dagli schemi destra/sinistra e con la capacità di erodere consensi alla destra lungo una strada che D'Alema e gli altri perseguono invano da tempo. Non me lo vedo, insomma, come un alleato affidabile e credibile anche perché su tutto il tema delle alleanze- sia nella versione D'Alema che in quella Veltroni- incombe lo spettro della scarsa autorevolezza del Pd, oggi sbeffeggiato da tutti gli ambienti del nostro sistema politico. Quello è il nodo decisivo; per ritrovare credibilità e risultare affidabili bisogna avere l'onestà di riconoscere che le «manovre» di D'Alema hanno il fiato corto dei maneggi della Prima Repubblica e che i progetti enunciati al Lingotto sono stati accantonati in un'operazione verticistica e improvvisata, riprendendo il cammino smarritosi nella sconfitta elettorale, fino al rilievo abnorme assunto da una disputa Villari-Zavoli che certamente non è di quelle che tolgono il sonno agli italiani.

 

Obama: il team dei migliori - Marco d'Eramo

NEW YORK - Ormai è salvataggio continuo. Stavolta è il turno del colosso bancario Citigroup - più di 200 milioni di clienti in 106 paesi -, il valore delle cui azioni è sceso dai 52 dollari del luglio 2007 a 3,77 dollari la settimana scorsa. Citigroup ha depositi per 2.000 miliardi di dollari (circa il Prodotto lordo italiano) e altri assets (per lo più in sofferenza) per 1.300 miliardi di dollari. Ma ha appena iscritto a perdita 29 miliardi di dollari e annunciato 52.000 licenziamenti oltre ai 20.000 già effettuati. È quindi sull'orlo della bancarotta, anche se ha già ricevuto 25 miliardi di dollari come parte del precedente pacchetto di salvataggio finanziario approvato a ottobre. Perciò domenica il governo Usa è ancora una volta dovuto correre ai ripari. Ha deciso di apporre la sua garanzia a crediti in sofferenza per 306 miliardi di dollari e di iniettare direttamente nella banca 20 miliardi di dollari, in pratica come aumento di capitale e acquisendo una parte delle sue azioni. Il Tesoro e la Federal Reserve si riservano di coprire fino al 90% le prossime perdite. In cambio Citigroup non pagherà dividendi per i prossimi tre anni e gli onorari dei suoi dirigenti saranno sottoposti a tetti. Il salvataggio di Citigroup viene dopo quello di Bearn Stern e dopo l'iniezione di liquidità per circa 290 miliardi di dollari in 9 istituti finanziari, tra cui Morgan Stanley, Goldman Sachs lo stesso Citigroup. Senza dirlo, ormai l'amministrazione ultraliberista Bush si orienta sempre più a ricorrere alla ricetta Iri adottata dal fascismo nella depressione degli anni '30, e cioè comprare, almeno temporaneamente, le banche in crisi: nessuno osa evocare la parola tabù: «nazionalizzazione», ma sotto sotto è quello che sta avvenendo: il sistema finanziario Usa si converte «a partecipazione statale». È difficile capire se quest'ultimo salvataggio avrà effetti meno fuggevoli dei precedenti quando, a ogni iniezione di denaro pubblico (e a ogni calo del tasso di sconto da parte della Federal Reserve), Wall Street registrava un rialzo, per poi ricrollare qualche giorno dopo perché l'economia reale è in guai serissimi. Per dare un altro segnale di rasicurazione, ieri Barack Obama ha presentato a Chicago la sua (annunciata) squadra economica: il presidente della Federal Reserve di New York, Timothy Geithner, sarà il nuovo ministro del Tesoro; Larry Summers, ex ministro del Tesoro di Clinton, presiederà il Consiglio economico nazionale; e la storica dell'economia Christina Romer guiderà il Consiglio dei consulenti economici. Già venerdì Wall street aveva brindato alla nomina di Geithner, «uno dei nostri». Quella di Obama è una squadra formata alla «Rubinomics» (dal nome di Robert Rubin, banchiere ministro di Clinton e responsabile principale della deregulation finanziaria che ha portato alla crisi attuale). Ma ora saranno costretti dalla crisi ad abbandonare le loro ortodossie liberiste. Che i più strenui paladini del libero mercato ricorrano a terapie stataliste basta a misurare la gravità della situazione. Per capire il clima che si respira, un solo aneddoto: la settimana scorsa, in un bar, il mio vicino di birra mi diceva sorridendo, indefettibile ottimista statunitense: «Prima lavoravo a Goldman Sachs e ho perso tutto, perché era tutto in stock options. Ora lavoro a Citigroup»: era la sera prima che Citigroup annunciasse i licenziamenti. Chissà se quell'omone ridanciano è tra i 52.000 buttati per strada. Qui è cominciata la settimana di Thanksgiving (il giorno del Ringraziamento) e sono iniziate le vacanze che finiranno solo il 9 gennaio. In Times Square, a guardare l'interminabile coda davanti al centro prenotazione biglietti per i teatri di Broadway, non sembra proprio che gli Stati uniti siano in recessione, anzi. I ristoranti sono pieni, i cinema affollati. Ma questa festosità ricorda quella delle dame del Decamerone di Boccaccio, che cercano di allietarsi con storie argute mentre fuori infuria l'epidemia. Una professoressa della Columbia University mi dice: «Non ho il coraggio di andare a guardare lo stato della mia pensione: il nostro fondo pensioni era tutto in azioni e obbligazioni. Preferisco non sapere quanto sarò ridotta al lastrico nella mia vecchiaia». Forse il «non voglio sapere» è un modo per mantenere l'equilibrio mentale: qui tv e giornali straripano di consigli di psicologi su come assorbire lo stress psicologico che l'economia impone, su come comunicare ai propri figli di essere stati licenziati, su come riuscire a dormire quando domani ti sbatteranno fuori casa per morosità nel mutuo. Da ogni parte ti volti, qualunque persona incontri, le notizie sono catrastrofiche. La più impressionante me la dà una signora, risk manager in una compagnia di navigazione: en passant, mi dice che la sua società possiede 50 navi, ma che da ottobre, all'improvviso, metà sono ferme, il traffico marittimo mondiale si è fermato. La foto più incredibile è quella dell'area di scarico del porto di Los Angeles, ormai divenuta il più grande parcheggio del mondo: gli impianti europei e asiatici hanno continuato a sfornare auto mentre qui i concessionari fallivano e le vendite calavano del 30%: così le auto si accumulano invendute. È il primo cimitero di auto nuove della storia. In Italia non si percepisce la fulmineità delle ripercussioni, proprio perché qui il mercato è più trasparente, le regole sono osservate e la legge è presa alla lettera. In recessione, le prime spese che le imprese riducono sono quelle pubblicitarie. E quindi il primo settore massacrato è quello della comunicazione. Qui i giornali sono in caduta libera: non siamo solo noi del manifesto a essere in pericolo. Quest'anno le azioni del prestigioso New York Times sono scese del 67% e sono al valore più basso dai primi anno '80. Il Chicago Tribune ha dimezzato la redazione di Washington. Il Christian Science Monitor, uno dei giornali più interessanti nel panorama della stampa Usa, chiuderà a marzo la sua edizione stampata e manterrà solo l'edizione on line. La crisi è una siccità finanziaria che prosciuga le fonti di reddito delle fondazioni no profit e delle università che hanno tutte investito in fondi azionari ed hedge funds le donazioni e i lasciti che costituiscono il nerbo del loro patrimonio. E così ora devono ridimensionare i programmi. A Columbia hanno già deciso di tagliare le borse di studio. Ancora più penalizzate sono le università pubbliche: tutti gli enti locali sono in crisi finanziaria, poiché il rallentamento dell'economia riduce il gettito fiscale. Nel panorama degli enti locali, ovunque vedi tagli e desolazione. Una parte degli introiti dei comuni proviene infatti dalle tasse di compravendita degli immobili e dalle licenze edilizie. Con il crollo dell'immobiliare, queste due fonti di reddito si sono esaurite. A Chicago il sindaco Daley ha già annunciato il licenziamento di 920 dipendenti comunali, mentre il governatore dell'Illinois ha tagliato 137 milioni di fondi ai programmi di salute mentale e di lotta contro l'abuso di droghe e alcool, anche se è dimostrato che, per ogni dollaro speso in questi programmi, la collettività risparmia 7 dollari di cure sanitarie. Ma già ora 25.000 bambini dello stato non potranno ricevere cure. A subire le riduzioni più drastiche è l'assistenza a domicilio per gli anziani: l'Alabama ha chiuso il finanziamento per l'assistenza domiciliare a 1.200 tra loro; la Virginia ha abolito l'assegno di 500 dollari di contributo per questo servizio; in Florida è raddoppiato il numero di anziani in lista d'attesa per ottenere le cure a casa; l'Ohio ha chiuso due ospedali mentali; anche il progressista Massachusetts vuole tagliare i servizi domiciliari per gli anziani. Un'altra botta la ricevono gli utenti dei trasporti pubblici e i pendolari. New York ha già annunciato che abolirà decine di linee di autobus e due linee di metropolitana; e l'anno prossimo aumenterà le tariffe del 23%: il taglio sarà «draconiano», ha detto un responsabile. Ma la verità è che questa crisi è il risultato finale di 35 anni di crescita delle disuguaglianze negli Stati uniti. 35 anni in cui i salari dei lavoratori sono rimasti stagnanti e i posti sono divenuti più precari. Rimane un mistero come le autorità possano chiedere consumi sostenuti a cittadini con salari da fame. Per dieci anni i salari da fame hanno consumato indebitandosi. Ora gli hanno chiuso le linee di credito. Obama ha promesso 2,5 milioni di posti di lavoro. Ma neanche lui si azzarda ancora a proporre paghe e lavori migliori, l'unica vera terapia contro la depressione. Però forse, alla lunga, la crisi lo costringerà anche a questa bestemmia.

 

L'India in crisi - Marina Forti

NEW DELHI - Un giorno i quotidiani annunciano che i porti indiani sembrano parcheggi intasati da container: negli ultimi due mesi il traffico commerciale è crollato, le ordinazioni cancellate, gli intermediari cercano di rinegoziare i prezzi, e le merci si accumulano. Un altro giorno si legge che un importante produttore di computer degli Stati uniti ha deciso di bloccare le assunzioni in India: nel 2006 Dell aveva deciso di stabilire qui il centro operativo per i suoi servizi di assistenza tecnica su scala mondiale, raddoppiando l'organico fino a 20mila dipendenti nel 2009 (oggi sono 13mila addetti). Ma ora tira i remi in barca, «dipenderà da come va l'economia mondiale», ha dichiarato il presidente di Dell per la regione Asia-Pacifico. Simili notizie occupano le prime pagine, giorno dopo giorno. Le grandi imprese immobiliari annunciano ribassi fino al 10% sul prezzo delle case. Tata Motors ferma per cinque giorni uno dei suoi impianti, a Jamshedpur, per ridurre la produzione in vista di un calo delle vendite. L'indice Sensex della Borsa di Bombay è sceso ancora, venerdì aveva chiuso al livello più basso da tre anni. La rupia continua a svalutarsi: all'inizio dell'anno ci volevano 39 rupie per fare un dollaro, venerdì scorso ce ne volevano 50, un deprezzamento di oltre il 25%. La parola «recessione» non è usata in India se non per descrivere lo stato delle economie occidentali. Ma la Reserve Bank of India (la banca centrale) giorni fa ha ammesso che «il rallentamento globale ha un impatto più ampio del previsto sull'economia indiana». Tutti i segnali in effetti parlano di crisi. Negli ultimi anni l'India, 1 miliardo e 100 milioni di abitanti, ha sfoggiato un Prodotto interno lordo in crescita a tassi intorno al 9%: al secondo posto mondiale per livello di crescita dopo la Cina. Ma ora gli investimenti rallentano, sia interni che stranieri; la produzione industriale (che comunque fa appena un quarto del Pil) cala. E si discute di quanto la crescita sarà ridimensionata. «Abbiamo la capacità di sostenere una crescita dell'8%», ha dichiarato venerdì il primo ministro Manmohan Singh, stimato economista: è stato proprio lui, in veste di ministro del tesoro, ad avviare nei primi anni '90 la liberalizzazione dell'economia, smantellando il sistema di controllo statale su cui si era fondato il «modello indiano» post-indipendenza: ormai pesante e corrotto, qui lo chiamavano licence raj, il «regno delle licenze» (le autorizzazioni obbligatorie per la produzione, l'import e l'export). «Non risparmieremo alcuno strumento pubblico, che sia la politica fiscale, monetaria, il tasso di cambio o gli investimenti pubblici, per creare un ambiente favorevole alla crescita delle imprese», ha aggiunto il premier Singh. Ma il Fondo monetario internazionale prevede per l'India una crescita del 6,5% quest'anno. Il centro studi dell'Economist già in luglio non prevedeva più del 7,6% di crescita in media tra 2008 e 2009. Oggi Amit Mitra, segretario generale della Federazione indiana degli industriali (Ficci, una delle due confindustrie), dichiara che una crescita del 7 o 7,5 % quest'anno sarebbe già un buon risultato: «Ma ci riusciremo solo se il governo corre subito ai ripari», ci dice in un'intervista telefonica durante un «forum economico mondiale» riunito a New Delhi la settimana scorsa. Come in tutto il mondo, insomma, di fronte alla crisi incombente gli industriali indiani chiedono l'intervento dello stato. Già il mese scorso la banca centrale indiana ha tagliato il tasso di sconto (l'interesse a cui presta denaro agli istituti di credito); la scorsa settimana inoltre ha annunciato una prima iniezione di denaro nelle banche, raddoppiando a 220 miliardi di rupie (circa 4,5 miliardi di dollari, o 3,8 miliardi di euro) il fondo disponibile per finanziare a tassi agevolati il credito per l'export. Cosa ne pensano gli industriali? «Come primo passo è buono», mi risponde Amit Mitra, «ma ci vuole di più. Ho preso molto sul serio quanto detto dal primo ministro. Sono necessari investimenti pubblici in infrastrutture e misure fiscali per aiutare la piccola e media impresa e le attività labour-intensive, ad alta intensità di manodopera. Bisogna intervenire sul tasso di cambio per sostenere l'export indiano, e soprattutto tagliare il costo del denaro: solo a queste condizioni potremo evitare l'impatto della recessione globale. Si parla in questi giorni di una crisi del credito in India. Le banche indiane hanno risentito della crisi dei mutui subprime negli Stati uniti, erano così tanto esposte?

Non tanto, ma c'è una indubbia penuria di liquidità. Già prima della crisi americana, negli ultimi otto mesi la Riserve Bank of India aveva tolto liquidità dal sistema per cercare di controllare l'inflazione; ora a questo si somma la più generale crisi internazionale. Gli investimenti cominciano a volare via, rinviati, sospesi: l'India non è al riparo dalla recessione mondiale. Gli investimenti non scapperanno se il governo sarà capace di superare la crisi di liquidità, abbassare il costo del denaro e stimolare la domanda dei consumatori. L'India però ha basato la sua crescita economica sull'export. Perché non cresce il mercato interno? Anche la domanda interna dipende dal costo del denaro. Metta che una famiglia voglia comprare casa, quindi accendere un mutuo: se l'interesse è troppo alto rinuncerà. Lo stesso vale per ogni possibile bene di consumo. Vuol dire che la domanda interna è tutta a credito? Un misto di risparmio e di credito: ma il risparmio è ancora basso. Ripeto: se il governo vuole rimettere in moto la domanda interna bisogna abbassare il costo del denaro. Il ministro del commercio Kamal Nath ha chiesto agli imprenditori di non ubicare nuovi progetti industriali nelle zone agricole degli stati più popolosi della nazione, ma di scegliere regioni aride e meno popolate: dice che è questa la lezione da trarre dal caso di Singur, alle porte di Calcutta in Bengala occidentale, dopo le proteste popolari che hanno spinto Tata Motors a spostare altrove il suo progetto di automobile a basso costo. Lei è d'accordo? Il conflitto a Singur nasce dal fatto che il Bengala occidentale è una regione agricola e fertile, grazie al suo clima il 99% della terra è coltivata, e questo non era stato valutato con attenzione. Singur però non è l'unico caso di conflitto sull'acquisizione delle terre per progetti industriali. Ci sono ampie zone in India di terra semi aride e depresse, come nel corridoio Delhi-Mumbai, in Gujarat, in Rajasthan (stati nord-occidentali, ndr): e in queste zone non vedo sorgere conflitti. C'è ampio spazio per nuovi investimenti, in India.

 

Liberazione – 25.11.08

 

Crolla l'appeal del Belpaese: siamo 40esimi in competitività. Ultimi nella Ue per il lavoro - Gemma Contin

Mentre Barack Obama ha già scelto la sua squadra, almeno nelle due figure decisive di chi gestirà gli affari esteri e le questioni economiche durante i prossimi quattro anni della sua amministrazione, il governo italiano - tutt'altro spessore - cincischia e polemizza con un'opposizione che non c'è su risibili misure di contrasto alla crisi, che intanto non solo non dà segni di allentamento ma continua ad avanzare nei settori produttivi, nei mercati emergenti, in aree finora intoccate, lasciando dietro di sé una scia di detriti sia nel capitalismo "avanzato" che in quello "in via di sviluppo". Sicché era inevitabile e per nulla imprevisto che l'Italia, in una delle tante classifiche stilate dagli enti economici più disparati, arrivasse al 40esimo posto su una graduatoria di 82 paesi, stando a quanto si legge nell'ultimo Business International Report redatto da una task force di esperti dell' Economist , sulla competitività nel mondo. Non siamo proprio gli ultimi, ma nei cinque anni che vanno dal 2004 al 2008 (prima della crisi finanziaria che si è scatenata negli ultimi mesi sul globo terracqueo, e, in proiezione, per quello che avverrà tra il 2009 e il 2013), «la competitività del Sistema Italia» è andata collocandosi dopo la Slovacchia, il Messico, Portogallo, Cipro, Slovenia, Polonia, Ungheria, Lettonia e Tailandia; prima di Lituania, Brasile, Sud Africa, Costa Rica, Kuwait, Grecia, Bulgaria, Romania e Colombia. Nella graduatoria dei 18 paesi europei presi in considerazione dal rapporto l'Italia è al 16esimo posto. La prima è la Danimarca; seguono nell'ordine Finlandia, Svizzera, Olanda, Irlanda, Regno Unito, Svezia, Belgio, Germania, Norvegia, Austria, Francia, Spagna, Portogallo e Cipro. Poi veniamo noi, appunto sedicesimi, davanti soltanto alla Grecia e alla Turchia. Ma che cos'è questo rapporto predisposto dalla Business International Spa, e come viene misurata la performance italiana sulla competitività rispetto al resto del mondo? Sono stati presi in considerazione 10 parametri per la valutazione dell' appeal che ha il Belpaese, si legge nel documento reso noto ieri, per quanto concerne: ambiente politico (33esimi a livello mondiale e 16esimi a livello europeo); ambiente macroeconomico (rispettivamente 46esimi nel mondo e 13esimi in Europa); opportunità di mercato (36esimi e 12esimi); politiche per l'impresa e concorrenza (41esimi e 17esimi); politiche per gli investimenti esteri (42esimi e 17esimi); commercio estero e cambio (33esimi e 15esimi); regime fiscale (78esimi a livello mondiale, su 82 paesi considerati, e 18esimi su 18 nella Ue); sistema finanziario (22esimi nel mondo, 14esimi in Europa); mercato del lavoro (58esimi e 17esimi); infrastrutture (27esimi a livello globale, 14esimi su quello locale). I dati sono inequivocabili, per alcuni aspetti sconvolgenti: quintultimi nel mondo e ultimi in Europa per regime fiscale; penultimi nella Ue per mercato del lavoro, investimenti esteri, politiche d'impresa; terzultimi per ambiente politico. Siamo sicuri di essere ancora il Belpaese?

 

Esuberi silenziosi, il caso della Piaggio - Fabio Sebastiani

Sabato i migranti, oggi le tute blu della Piaggio. Pisa, in questo periodo, è un vero e proprio laboratorio del conflitto sociale. E il segno è, manco a farlo apposta, l'acuto disagio della crisi. Da una parte la persecuzione contro i migranti che vogliono vendere liberamente le loro mercanzie da parte dell'ennesimo sindaco-sceriffo targato Pd, dall'altra un accordo integrativo che rischia di allontanarsi sempre di più lasciando a bocca asciutta i lavoratori e le lavoratrici. In mezzo, gli ultimi di sempre, i precari, condannati ad un nuovo tipo di licenziamento, quello degli "esuberi silenziosi". La loro vicenda è emblematica. Lavorano a tutti gli effetti dentro i locali della Piaggio, ma sono un subappalto del subappalto. La loro azienda in realtà è una cooperativa, la Pega, che opera per conto della Ceva, multinazionale subentrata qualche anno fa alla più famosa Tnt. Un incastro difficile da dipanare, ma il cui risultato è chiarissimo: quando il vertice della piramide, ovvero la Piaggio, decide di chiudere il rubinetto, come in questo periodo in cui gli indici di borsa tengono un po' in agitazione Colaninno e compagni, a farne le spese sono direttamente loro, le cooperative che occupano le ultime posizioni della filiera. Fino ad oggi si sono autoridotti l'orario di lavoro a una media di 40 ore mensili, ma così non possono andare avanti. Tutti e centotrenta, di cui il settanta per cento è rappresentato dalle donne, giovedì saranno a manifestare sotto le finestre del Consiglio provinciale per chiedere la cassa integrazione in deroga. Le cooperative non godono di ammortizzatori sociali. Alla gravità della situazione si aggiunge che un buon 50% dei lavoratori Pega sono extracomunitari. «In maggioranza si tratta di migranti dal Nord Africa - spiega Moussa Zoubeir, delegato sindacale -. Ma ci sono anche ucraini, russi, senegalesi, filippini, albanesi, rumeni in Italia da anni, da un minimo di 2 a un massimo di 16». Per Sandro Soldani, Rsu Cobas della Ceva, «qualcuno si deve prendere la responsabilità di questa situazione anche perché in epoche recenti i lavoratori e le lavoratrici, inquadrati con un contratto del commercio e quindi inferiore da un punto di vista salariale a quello delle tute blu, hanno lavorato anche dieci ore al giorno, di notte e durante i festivi. E intanto la Piaggio in questi anni ha fatto profitti enormi». Profitti che non arriveranno certo nelle buste paga. E lo sciopero indetto per oggi nell'ambito della vertenza per l'accordo integrativo, metterà l'accento proprio su questo aspetto. «Le offerte salariali sono state molto basse - sottolinea Maurizio Landini, segretario nazionale della Fiom - e sugli orari vogliono la mano libera». Lo sciopero è stato assunto dai sindacati pisani, si legge in un comunicato, «per ribadire la forte contrarietà alle posizioni assunte dalla Piaggio che hanno portato alla rottura del tavolo di trattativa, e per riaffermare la ferma volontà» dei sindacati stessi «di proseguire con determinazione un giusto e un buon accordo integrativo che dia prospettive e speranze occupazionali e di reddito per i lavoratori della Piaggio, del suo indotto e per l'economia del territorio». In occasione dello sciopero, una manifestazione si svolgerà a Pontedera (Pisa) con la partecipazione di delegazioni dei lavoratori degli stabilimenti Aprilia e di Moto Guzzi, le altre imprese che sono state unificate nel gruppo Piaggio, e di alcune imprese dell'indotto. «L'annunciato taglio di centinaia di migliaia di posti di lavoro precari, nell'industria e nei servizi - sottolinea il segretario nazionale della Fiom Giorgio Cremaschi - mostra il vero significato delle leggi sulla flessibilità del rapporto di lavoro varate nell'ultimo decennio. Esse non sono servite a creare nuovi posti di lavoro, ma a rendere più facili i licenziamenti di massa durante le crisi». «Una volta si parlava di un milione di posti di lavoro - continua Cremaschi - adesso c'è il rischio di un milione di licenziamenti. È chiaro allora che tutte le leggi sul lavoro dovranno essere profondamente riviste per combattere la precarietà e rendere meno facili i licenziamenti. Se davvero si vogliono mettere regole ai mercati finanziari, sarà necessario definire nuove regole anche per il mercato del lavoro».

 

Lacrime e sorrisi per l'addio a Curzi - Checchino Antonini

L'ultimo viaggio di Sandro Curzi è iniziato ieri all'una, in una piazza michelangiolesca del Campidoglio, spazzata dal vento gelido, tra applausi e pugni chiusi alzati al passaggio dell'auto funebre. Poco più di un'ora prima, la figlia Candida aveva dato il via alla commemorazione leggendo le parole commosse di Pietro Ingrao. Seguiranno gli interventi di Walter Veltroni, Fausto Bertinotti, Claudio Petruccioli e, infine, il ricordo del compagno di sempre, il regista Citto Maselli. Sguardo incrinato dalle lacrime e il pugno alzato, nel silenzio della Protomoteca gremita all'inverosimile rotto ogni tanto dagli applausi. Piangeva e sorrideva la gente al funerale, l'ultima "conferenza stampa", del popolare giornalista. Un sorriso era riuscito a strapparlo Walter Veltroni a Candida, la figlia di Alessandro Curzi, quando ha ricordato l'episodio dei soldati iracheni che si arresero nella prima guerra del Golfo a una troupe del "suo" Tg3. «Le vite belle (dirà citando il titolo del giorno prima di Liberazione per il suo amato ex direttore) sono quelle che hanno un senso, non quelle comode». Era un sorriso, quello di Candida, che veniva da lontano. Da quando la figlia del giornalista comunista s'era trovata sui banchi del liceo con il futuro leader dei giovani comunisti romani, poi sindaco della città e, infine, capo del partito che ha ereditato un pezzo della storia del Pci. L'altro pezzo di quella storia ha preso parola per bocca di Fausto Bertinotti - ex segretario di Rifondazione comunista e presidente della Camera dei deputati nella passata legislatura - e, prima ancora, con la lettera di Pietro Ingrao letta da Candida dal microfono piazzato a capo della bara. Di fronte al feretro le autorità, Gianni Letta, il sindaco Alemanno, Nicola Zingaretti presidente della Provincia, il "governatore" Marrazzo, il presidente della Camera Finie tutta la dirigenza Rai. Sullo sfondo il drappo dell'Anpi della Capitale, città medaglia d'oro della Resistenza. «Non ci sono altri uomini che possano raccontare Sandro e le sue scelte di vita come può fare Ingrao», sarà il commento della figlia del cronista de l'Unità e di Paese Sera , dell'animatore del movimento dei giornalisti democratici, poi "inventore" del Tg3, direttore di Liberazione tra il '98 e il 2004, infine consigliere di amministrazione della Rai. Ingrao, patriarca ormai di quella generazione, lo conobbe «poco più che adolescente» durante quello che definisce il «miracolo della riscossa», la Resistenza. Curzi scrisse il primo articolo per l'Unità clandestina. Da lì crebbe la sua capacità di «sfruttare ogni spazio della tv - dirà Ingrao - contro le arroganze dei poteri borghesi». «Sempre dalla parte di chi aveva meno», gli riconosce anche Veltroni tributando omaggio a chi «ha inventato qualcosa che ancora non c'era»: il linguaggio del suo tg che nasceva da una concezione innovativa del servizio pubblico. «Regista di fatti, di situazioni, movimenti, persone»: la sintesi di Bertinotti è quanto mai felice. Ricorda la capacità di contagio» del dirigente nazionale del Pci e il «comunista romano» ossia la sua gramsciana connessione sentimentale col popolo. Erano i tempi in cui il partito comunista era, citazione di Pasolini, «un paese nel Paese». Poi Curzi, deluso dal Pds, sarebbe approdato a Rifondazione. Ma anche lì a «combattere incrostazioni e settarismi», dice Bertinotti, segretario in viale del Policlinico quando l'altro era direttore di Liberazione e gli insegnò «la religione dell'autonomia del giornale». «Di parte, partigiano, ma sempre curioso della verità interna del ragionamento dell'altro - continua l'ex leader del Prc - la sua bussola era il "bene" da lui non impropriamente chiamato comunismo». Le poltrone a destra della bara, dirimpetto ai familiari, non sono state sufficienti a ospitare tutti i "ragazzi" che aveva fatto crescere Curzi - solo per citare: Claudio Fracassi, Bianca Berlinguer, Federica Sciarelli, Furio Colombo, Lucio Manisco, Mannoni, Santoro, Sassoli, Zavoli, Agnes, Luciana Castellina, Ettore Scola, Ugo Gregoretti, tre generazioni di giornalisti e poligrafici fino a Claudio Petruccioli che pronuncerà uno dei cinque discorsi, ecc... - e i colleghi con cui aveva preso parte ad avventure giornalistiche su carta, etere, web. Ha attraversato ogni spazio, Curzi, l'ultimo pezzo l'aveva scritto per il sito di Articolo 21. Tra i fiori rossi - astunie e rose - spiccavano la copia del "suo" giornale del giorno prima, sistemata sulla cassa, e le bandiere che potrebbero recintare il suo vasto mondo. Dal drappo partigiano a quello della Lazio, dalla bandiera del Pci a quella di Rifondazione comunista portate dal circolo intitolato al nostro Ivan Bonfanti. Costretta a casa dall'emozione, unica assenza vistosa, quella di Miriam Mafai. Impossibile citare i nomi di tutti quelli che hanno resistito alla calca della Protomoteca, che l'hanno conosciuto in piazza, nelle sezioni, nei bar. Uno di loro, Alfonso Del Guercio, non ce l'avrebbe fatta per le ripide scale della Protomoteca. Si tratta di un anziano diffusore di Liberazione , 84 anni, militante a Centocelle, caduto salendo la gradinata, prontamente soccorso, è stato portato al S.Giovanni poco prima dell'inizio della cerimonia. E' in prognosi riservata per emorragia interna e trauma cranico. Tanta Rifondazione, tanta sinistra, tanta politica attorno al ricordo del compagno scomodo, non catalogabile, dialogante, innovatore - il cronista deve prendere in prestito gli aggettivi ai numerosissimi commenti commossi di questi giorni. Ancora una manciata di nomi, per dare il senso della partecipazione, non certo per completezza: da Fassino a Rutelli, Gasparri, Giovanna Melandri, Cesare Damiano, Nichi Vendola e, naturalmente, Paolo Ferrero che, anche il giorno prima, uscendo dalla camera ardente in Campidoglio aveva voluto ricordare il «vero comunista» e, nello stesso tempo «il contrario dello stereotipo del comunista inquadrato». Orgoglioso di essere il segretario del partito di cui Curzi faceva parte, Paolo Ferrero, si iscrive al "partito" di chi è stato contento di averlo conosciuto e di aver potuto lavorare assieme a lui. Nello stesso momento, domenica pomeriggio, un grande applauso partiva dall'Olimpico. La Lazio, squadra del cuore del direttore, scendeva in campo con il lutto al braccio per il tifoso scomparso.

 

Obama prepara il «New deal» - Martino Mazzonis

Un altro super salvataggio per Wall street e molte promesse per la gente comune, che dovrà aspettare un paio di mesi per vedere atti concreti. L'amministrazione in carica e i democratici riescono solo a proseguire con il pacchetto su cui il Segretario al Tesoro Paulson ha mano libera. Obama promette invece di agire «senza perdere tempo» per rispondere alla crisi: investirà denaro per l'emergenza e per un programma a lungo termine. I suoi evitano di paragonarlo al New Deal, ma l'idea di spendere un'enorme quantità di soldi pubblici ( 700 miliardi), creare due milioni e mezzo di posti di lavoro e preoccuparsi del debito che gli investimenti creeranno, rappresenta una rottura epocale. Mentre Paulson prosegue a pompare soldi, gratis, per ora, nelle casse delle banche, Obama, sembra di capire, rompe con l'ultimo trentennio e anche con la cosiddetta Rubinomics , l'economia del pareggio di bilancio messa in pratica da Robert Rubin, Segretario al Tesoro di Bill Clinton. Nella serata di domenica, il Segretario al Tesoro aveva annunciato un nuovo intervento massiccio, stavolta, ad essere salvata è Citigroup , un altro dei giganti finanziari troppo grandi per fallire. Il governo garantirà 300 miliardi di mutui a rischio detenuti dalla banca e immetterà 20 miliardi di dollari di capitale, dopo i 25 miliardi di dollari già versati in precedenza. In cambio l'esecutivo riecverà azioni provilegiate ad un interesse dell'8%. La banca non pagherà dividendi agli azionisti e per i prossimi tre anni potrà pagare come dividendo al messimo un cent ad azione, a meno che il governo non autorizzi pagamenti più elevati. Washington avrà la parola finale sulle retribuzioni del management. Le azioni di Citigroup si erano svautate del 40 per cento in una settimana, ieri sono risalite. Sul fronte della crisi generale, è Obama ha guidare le danze. Il presidente eletto sta facendo di tutto per rassicurare gli americani e per spiegare come si sta preparando a prendere in mano la situazione dal 20 gennaio pomeriggio. Ieri a Chicago, durante una breve conferenza stampa, Obama ha presentato il team di economisti a cui assegnerà incarichi ufficiali. Un gruppo di persone che stanno già lavorando a quello che in molti definiscono il secondo New Deal. I nomi si conoscevano già: il nuovo segretario del Tesoro sarà l'attuale presidente della Federal reserve di New York, Timothy Geithner; Larry Summers, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton, guiderà il Consiglio economico nazionale; mentre Christina Romer, un'economista della University of Berkeley della California, dirigerà i consiglieri economici della Casa Bianca. Geithner occuperà il posto più importante, conosce bene la finanza, parla cinese e giapponese ed è la persona perfetta per gestire la crisi sul fronte della moneta. L'attuale presidente della Fed di New York ha lavorato sia con i democratici che con i repubblicani, un altro aspetto centrale della strategia del consenso obamiana. «Abbiamo bisogno di unire le menti migliori in America per guidarci, ed è ciò che ho cercato di fare nel formare la mia squadra economica», ha affermato Obama, «Ho cercato leader che possono offrire sia capacità di giudizio sia pensieri nuovi, sia profonda esperienza sia un patrimonio di solide nuove idee, e, soprattutto, coloro che condividono il mio pensiero fondamentale che non possiamo avere Wall Street fiorente mentre Main Street (il modo di dire la gente comune) soffre. Se non agiamo in maniera rapida e pesante perderemo milioni di posti di lavoro». Assieme ai tre economisti, sul podio con il futuro presidente c'era anche Melody Barnes, che coordinerà il Consiglio per le politiche interne. Barnes ha lavorato con Ted Kennedy e, come ha detto Obama, director of domestic policy council ha lavorato con «Si è occupata di immigrazione e molti altri temi in cui ha difeso i diritti civili degli ultimi». Anche l'idea di associare una figura così agli economisti suona molto New Deal. E infatti Obama ha insistito parecchio sull'idea che, oltre a «rimettere l'America al lavoro» immediatamente, occorre lavorare a un piano di lungo termine investendo in «Educazione, energia, sanità e sicurezza sociale», perché senza queste «non svilupperemo al meglio il nostro potenziale». Rispondendo alle domande dei giornalisti, Obama ha anche spiegato che «la grandezza del piano non si può definire prima che gli economisti lo abbiano definito - ma, ha aggiunto - C'è un consenso senza precedenti sul fatto che bisogna intervenire». Alla domanda su come coprirà il deficit, Obama risponde che è presto per dirlo, che bisognerà studiare il budget riga per riga e tagliare dove possibile. Aggiunge che occorrerà cambiare il modo in cui Washington funziona per evitare spese inutili e che ci sarà il massimo della trasparenza su come si spende e perché. L'idea sembra quella di tornare a un modo più cauto di spendere soldi negli anni a venire e di eliminare gli sprechi, ma non di evitare un deficit che sarà comunque enorme. La seconda idea è quella che le spese saranno mirate e non solo volte a creare lavoro. Ovvero saranno investimenti sul futuro, che aumenteranno la competitività del Paese e quindi garantiranno ricchezza. Anche all'industria dell'auto Obama promette soldi. Ma non gratis. «Non possiamo permettere che il nostro settore auto scompaia. Ma neppure staccare un assegno in bianco per un settore che ha resistito in tutti i modi al cambiamento. Sono rimasto sorpreso dalla pochezza delle proposte che hanno presentato in Congresso. Stiamo entrando in una nuova economia in materia energetica e questo sarà il nostro terreno di competizione. Di questo ci devono parlare». A volte, approfittando delle crisi, i politici intelligenti possono fare cose impensabili un momento prima della loro elezione. Roosevelt vinse mobilitando contadini e sindacati, ma senza un piano chiaro in testa. Chissà che non sia questo un caso simile.

 

La Stampa – 25.11.08

 

Poteva essere un massacro - ALBERTO GAINO

TORINO - Di tubi di ghisa, come quello che ha ucciso Vito Scafidi, ne sono stati trovati altri, ieri, da carabinieri e vigili del fuoco che hanno continuato a ispezionare le controsoffittature dell’ala sotto sequestro del liceo Darwin. Mille metri quadrati sulla testa dei ragazzi come Vito e Andrea. Il primo, purtroppo, non c’è più, il secondo rischia di affrontare, dai suoi 17 anni, una vita da paraplegico. «Li abbiamo trovati là vicino», racconta un inquirente, indicando l’aula della morte. E’ l’ultima notizia, inquietante: suggerisce che in due o tre aule accanto a quella della 4G si sarebbe corso lo stesso pericolo. L’unica fatalità di questa storia assurda sta solo in questo: che il crollo del controsoffitto ci sia stato in quell’aula e non in altre. Toccherà ai consulenti tecnici del Politecnico di Torino, nominati dal procuratore vicario torinese Raffaele Guariniello (Barra, Debernardi e Pistone), stabilire qual era il «carico possibile» su quelle controsoffittature. Ma non vi è più alcun dubbio che a uccidere Vito sia stato il tubo di ghisa rovinatogli sul capo. La conferma arriva dall’autopsia eseguita dal medico legale Roberto Testi: frattura del cranio. L’impatto sul capo del ragazzo è stato devastante: Vito non ha avuto il tempo di avvertire dolore, è morto subito. Gli accertamenti proseguono. Si sapeva che quella tubazione (come altre) non aveva alcuna funzione da quando, nel ‘94, un’impresa edile ha ristrutturato i bagni nel locale al piano di sopra, sostituendo con materiale in geberit il vecchio tubo di ghisa. Ingombrante da rimuovere. Così è stato lasciato là, come un qualsiasi «relitto edilizio». Appoggiato alla stessa base di mattoni inclinati che era stata disposta, negli Anni ‘30, per consentire il flusso delle acque verso il basso. La tubazione e i mattoni poggiavano sulla controsoffittatura crollata. Per i vigili del fuoco «è stato il fattore scatenante». Morte più assurda non si poteva pensare: l’intervallo delle lezioni, si apre una finestra per far circolare l’aria, c’è vento, sabato mattina, e la porta dell’aula socchiusa sbatte violentemente. Un istante dopo, il crollo. Quella controsoffittatura era veramente appesa a un filo, è la ricostruzione della procura. Controsoffittature appese a un filo, vite di ragazzi appese anch’esse a un filo. La fatalità? In quell’aula, nell’intervallo, sono restati tanti ragazzi ed è stata aperta una finestra. Guariniello non crede al caso. Si è fatto affiancare, sabato, dal pm Laura Longo (di turno) e ieri anche dalla collega Francesca Traverso. Lo stesso team, ora al completo, che ha indagato in fretta e bene sul rogo alla Thyssen. I carabinieri hanno riempito un furgone con le carte sequestrate al settore Edilizia scolastica della Provincia di Torino. Il dirigente, Enrico Marzilli, non vuol rispondere neppure alla domanda più semplice: come sono organizzati i controlli? Ci liquida in fretta: «Non ho nulla da dire. Chieda, semmai, all’assessore». Nei documenti portati via dagli investigatori c’è la storia delle segnalazioni di criticità (se vi sono state), delle verifiche strutturali sulle strutture del liceo, e naturalmente anche i riferimenti a quella ristrutturazione non così lontana nel tempo e a chi doveva vigilare sulla corretta esecuzione. Dall’analisi delle carte Guariniello e i pm trarranno le indicazioni per decidere chi iscrivere nel registro degli indagati. Lo scenario porta in teoria in tre direzioni: dirigenza scolastica - non è ancora chiaro a quale livello - Provincia e impresa della ristrutturazione. Renato Ambrosio, legale della famiglia di Vito, traccia un parallelo col caso Thyssen: «Anche per la scuola di Rivoli c’erano i soldi per garantire la sicurezza di chi la frequentava».

 

Impossibile accontentare tutti - PIETRO GARIBALDI

Questa settimana il Consiglio dei ministri si appresta a varare un pacchetto di misure economiche per sostenere il Paese durante la recessione. L'insieme di interventi è stato ieri sera illustrato a Palazzo Chigi dal governo alle parti sociali. In momenti difficili e con poche risorse a disposizione, cercare di accontentare tutti è impossibile. Sarebbe forse meglio scegliere una o due priorità da portare avanti con determinazione. Dall'incontro di ieri sembra invece che il governo, nonostante l'enfasi sugli aiuti alle famiglie più povere, stia cercando di distribuire poche risorse tra tutte le parti sociali. È una strategia che rischia di rivelarsi inefficace. Il governo pare intenzionato a mettere a disposizione circa 4 miliardi di euro tra riduzione d’imposte e aumenti di spesa pubblica. Una cifra indubbiamente modesta, pari a meno di quanto produce il Paese in un giorno qualsiasi. Per le finanze pubbliche significa portare il disavanzo del 2009 leggermente sopra il 3%. Uno stimolo di queste dimensioni non potrà certamente invertire lo scenario macroeconomico italiano, che rimarrà quindi negativo per tutto il 2009. Dal punto di vista qualitativo, il governo sta cercando di aiutare sia i lavoratori che le imprese. Alle famiglie meno abbienti verranno destinati circa 1,2 miliardi di euro; alle imprese circa 2 miliardi di euro e alla riforma degli ammortizzatori fino a 1 miliardo. Più in dettaglio, le famiglie meno abbienti riceveranno immediatamente, e forse già prima di Natale, un assegno tra i 150 e gli 800 euro. Se effettivamente queste risorse saranno assegnate in contanti, si potranno trasformare immediatamente in consumi. Tuttavia sembra anche che gli aiuti saranno una tantum, nel senso che non verranno ripetuti in futuro. In una situazione di grande incertezza e in mezzo a una recessione, gli aumenti straordinari e non rinnovabili di reddito disponibile rischiano di trasformarsi in un aumento del risparmio, senza alcun beneficio sulla capacità di spesa degli italiani. Gli altri aiuti alle famiglie sono tutti di modesta entità. Guardando al mondo delle imprese, il governo pare invece intenzionato a prorogare il bonus sugli straordinari. In altre parole, intende prorogare per tutto il 2009 l’aliquota sostitutiva al 10% per gli straordinari e il premio di produttività. Questa misura era stata introdotta nella scorsa primavera con il plauso di tutte le parti sociali. La situazione economica è però totalmente cambiata. Innanzitutto, durante la recessione l’uso dello straordinario diminuisce in modo significativo. Inoltre, il provvedimento era in gran parte legato alla riforma del modello contrattuale da portare a termine dalle parti sociali stesse. Sappiamo bene che quella riforma è attualmente in mezzo al guado e non si vede quindi l’urgenza di confermare un sostegno a una riforma che non arriva. Tra le altre azioni in aiuto alle imprese spicca la riscossione dell’Iva per cassa, molto gradita alle piccole imprese e probabilmente appropriata in un momento di scarsa liquidità. Le aggiuntive risorse destinate alle infrastrutture corrispondono invece a semplici, ma importanti, smobilizzi di risorse già stanziate in passato. Con le poche risorse a disposizione, la vera priorità del Paese sarebbe stata quella di una vera e propria riforma degli ammortizzatori sociali. La Cgil ha in questi giorni stimato che circa mezzo milione di lavoratori perderanno il lavoro entro Natale. Con più di tre milioni e mezzo di lavoratori precari, si tratta di una stima ragionevole. Inoltre, è molto probabile che molti di questi contratti avranno una scadenza naturale associata alla fine dell’anno. La maggior parte dei lavoratori atipici, e in particolare i lavoratori a termine e quelli a progetto con un solo contratto, rischiano d’iniziare l’anno senza il rinnovo del loro contratto e senza alcuna forma di sostegno al reddito. Una situazione inaccettabile. I lavoratori più a rischio, con l’arrivo della recessione, sono proprio i precari. Sarebbe quindi necessario introdurre un sussidio unico di disoccupazione applicabile a tutti i tipi di contratto, includendo anche i lavoratori a progetto con un solo contratto e una sola fonte di reddito. Questo sussidio dovrebbe essere finanziato da un contributo fiscale applicabile su tutti i contratti. Sarebbe una riforma strutturale, cosa di cui l’Italia ha sempre bisogno, come ci ha ricordato in modo impietoso la classifica sulla competitività elaborata ieri dall’Economist. Rimarrebbe peraltro il problema di come finanziare il sussidio di disoccupazione da destinare al mezzo milione di potenziali nuovi disoccupati. I quattro miliardi di euro di cui abbiamo parlato basterebbero certamente. Per fare una riforma di questo tipo servirebbero però coraggio e capacità d’individuare priorità, qualità che non abbiamo visto ieri sera nell’incontro tra governo e parti sociali.

 

Berlino frena sul piano Ue - MARCO ZATTERIN

BRUXELLES - Ora la Germania frena. A poche ore dal varo di un piano anticrisi che l’Europa vorrebbe fosse «senza precedenti», la cancelliera Merkel va in visita dall’amico Nicolas Sarkozy, presidente di turno dell’Ue, e lo avverte che «non bisogna confondere azione e precipitazione, poiché è questo il rischio che corriamo in base a informazioni non facili da interpretare». E’ una doccia fredda per l’Eliseo e la Commissione Ue, i cui tecnici hanno passato la giornata di ieri a discutere le linee della strategia di rilancio al servizio dell’economia reale. Al momento si parla di 130 miliardi di azioni coordinate a Ventisette attraverso un variegato insieme di misure, compreso un invito a ridurre l’Iva sui servizi «verdi», l’energia ad esempio, per sostenere i consumi e la domanda. Fonti diplomatiche tedesche fanno rimbalzare la richiesta di Parigi di un impegno complessivo sino a 260 miliardi, una manovra concertata di azioni per dare ossigeno alle fasce deboli, di maggiori fondi per le piccole imprese e le infrastrutture, di vincoli ridotti sugli aiuti di stato e maggiori margini operativi sul deficit in modo da sfruttare al massimo la leva keynesiana della spesa pubblica. Poi arriva Frau Angela che si vota al coordinamento salvo precisare che il suo paese «ha già intrapreso una buona parte di queste misure (32 miliardi in 2 anni, ndr)» e dunque, per quanto la riguarda, può finire qui. Sarkò non la manda giù: «La Francia lavora, la Germania riflette». E’ uno scontro culturale poco edificante, espansionismo (quasi) a tutti i costi contro atavico rigore. Alla fine si metteranno d’accordo, in un modo o nell’altro. Intanto, alla vigilia della presentazione delle proposte di Bruxelles per gli stati membri, proposte che conosceremo domani, nemmeno l’esempio britannico riesce però a fare proseliti. Londra ha deciso di tagliare l’Iva, due punti e mezzo dal 17,5 al 15%, soglia minima consentita dall’Unione. E’ una mossa che può funzionare se chi fissa i prezzi è onesto. Comunque non piace alla Merkel: «Un calo generalizzato dell’Iva, che è forse la risposta giusta per alcuni paesi, non lo è per Francia e Germania». Neanche a Roma saranno contenti delle reticenze che emergono. Il governo ha accortamente rinviato la formalizzazione del suo piano in attesa di notizie dalla capitale europea. Cruciale per tutti è il nodo dei sostegni a chi fabbrica vetture pulite e costruisce case ecologiche. Per l’industria delle quattroruote, in particolare, c’è la determinazione di Berlino e Parigi (ribadita ieri sera da Sarkozy), nonché quella di Roma, a dare un qualche sostegno, il che vale anche per l’innovazione la ricerca. Per l’auto si pensa a prestiti agevolati forniti dalla Banca europea per gli investimenti. I costruttori chiedono 40 miliardi come aiuto per continuare sulla strada del progresso tecnologico. Secondo una fonte, Bruxelles ragionerebbe attualmente su 16 miliardi in quattro anni, ma la cosa non trova conferme sostanziali. Il dossier, spiega un addetto ai lavori, verrà cifrato all’ultimo attimo. Il tempo stringe. I suggerimenti e gli stimoli alle capitali che la Commissione intavolerà domani, andranno all’esame dei ministri economici il 2 dicembre per poi essere valutati ai massimi livelli dai capi di stato e di governo l’11 e 12, data in cui ci si aspetta che l’economia europea abbia già avuto un nuovo impulso dalla Bce con la riduzione ulteriore dei tassi di interesse. A complicare la questione, il dibattito sul pacchetto Clima, ambiziosa ricetta per la riduzione dell’effetto serra di cui molti paesi, fra cui l’Italia, sono restii a pagare un costo che ritengono esagerato. Anche questo andrà al vertice di metà mese. Con la possibilità di fare dell’incontro il più caldo da anni, per colpa della crisi e certo non della meteo resa instabile dall’inquinamento.

 

Repubblica – 25.11.08

 

Come trovare più soldi per le famiglie - TITO BOERI

Il governo ieri sera ha presentato un piano di circa quattro miliardi di euro per contrastare la recessione. Sono troppo pochi e vengono dispersi, come al solito, in mille rivoli. Quindi saranno del tutto inefficaci. È possibile invece attuare interventi più ambiziosi senza mettere a rischio i nostri conti pubblici. Per farlo però ci vogliono due condizioni. La prima è saper scegliere le priorità, le cose da fare e quelle da non fare. Solo pochi interventi mirati, consistenti e duraturi sono in grado di avere un impatto sul comportamento di famiglie e imprese riducendo la durata della crisi, contribuendo in questo modo a migliorare i nostri conti pubblici. La seconda condizione è saper approfittare della recessione per rimettere la casa in ordine, come stanno facendo tutte le famiglie e le imprese italiane. È possibile avviare fin da subito un processo di ristrutturazione della spesa pubblica che porti a risparmi consistenti quando saremo usciti dalla crisi. Nessuno ci chiede di ridurre il nostro indebitamento oggi, nel mezzo della crisi. Possiamo permetterci di agire su due tempi: oggi stimolare l'economia, preparando le condizioni per riduzioni di spesa che si materializzeranno domani, completando il risanamento dei nostri conti pubblici. I veri vincoli sono politici. L'impressione è che i veri vincoli contro i quali oggi si scontra l'azione di governo siano politici. Da settimane si succedono gli annunci di grandi piani a sostegno di banche, imprese e famiglie o per grandi infrastrutture. Poi tutti questi piani faraonici il giorno prima di essere varati vengono rinviati o derubricati. Il fatto è che non si è trovata una sintesi. I costi di queste indecisioni sono altissimi. In un periodo in cui grande è solo l'incertezza, con le famiglie italiane terrorizzate dalla crisi, questi continui rinvii alimentano il sospetto che alla fine tutti questi annunci si risolveranno nel nulla. Così le banche continuano a disfarsi di attività e a stringere il credito, le imprese a tagliare costi e personale e le famiglie a stringere la cinghia. Quali priorità nel contrastare la recessione? La riforma degli ammortizzatori sociali, come ormai riconosciuto da tutti (incluso il Fondo Monetario Internazionale) è la priorità numero uno per il nostro paese. Ma non per il ministro del Welfare. Secondo Sacconi (intervista a Repubblica di venerdì scorso) ci sono al massimo le risorse per ampliare i cosiddetti "fondi in deroga" e per concedere una copertura una-tantum "di emergenza" ai lavoratori del parasubordinato. Chi propone una riforma definitiva degli ammortizzatori sociali, sempre secondo il ministro, "non si confronta con i numeri di finanza pubblica". Vediamoli allora questi numeri. Nel 2009 scadranno titoli di stato per un quinto del nostro debito. La crisi ha fatto scendere il loro rendimento di circa uno-due punti, a seconda delle scadenze. Come stimano Angelo Baglioni e Luca Colombo su lavoce questo significa risparmi dell'ordine di 3,8 miliardi di euro di spesa per interessi sul debito. Sommando a questi le risorse che si risparmierebbero abrogando l'anacronistica detassazione degli straordinari, che sta contribuendo a distruggere posti di lavoro, vorrebbe dire avere a disposizione più di 4 miliardi di euro per riformare gli ammortizzatori. Bastano e avanzano per introdurre un sussidio unico di disoccupazione allargato ai lavoratori parasubordinati (costo nella recessione di 2 miliardi e mezzo) e per allungare i sussidi forniti ai lavoratori delle piccole imprese (circa un altro miliardo e mezzo di euro). A regime queste risorse potranno essere reperite razionalizzando la spesa per le cosiddette politiche attive, molto costose e di dubbia efficacia, specie in periodi di recessione. Quindi la riforma degli ammortizzatori si può fare senza aumentare le spese rispetto a quanto previsto a settembre. Se non la si fa è per pura scelta politica. Ci sono risorse per altri interventi? I nostri conti pubblici sono fortemente peggiorati nel 2008. Il rapporto deficit-pil è quasi raddoppiato dal 2007 (1,6%) al 2008 (dovrebbe attestarsi al 2,7-2,8%). Non è solo colpa della congiuntura. Nel 2008 le entrate fiscali sono cresciute meno che in passato in rapporto all'andamento dell'economia e dei prezzi. Soprattutto le entrate dell'Iva sono state deludenti. Il Governo ha abolito una serie di misure antievasione introdotte nella passata legislatura (dall'obbligo di tenere l'elenco clienti fornitori alla tracciabilità dei compensi, dall'innalzamento del tetto per i trasferimenti in contante all'eliminazione dell'invio telematico dei corrispettivi). Il messaggio di lassismo fiscale è stato forte e chiaro, anche alla luce della performance dell'attuale ministro dell'Economia nel quinquennio 2001-6. L'aumento dell'evasione finisce anche oggi per concentrare il prelievo fiscale sul lavoro dipendente, la cui quota sulle entrate tributarie dovrebbe quest'anno raggiungere il massimo assoluto (26,5%, più di un euro su quattro). Quindi le minori entrate non riducono la necessità di riduzioni del carico fiscale del lavoro dipendente, che finirebbero per beneficiare subito le famiglie e, gradualmente, anche le imprese. Ad esempio, un incremento permanente di 500 euro delle detrazioni fiscali a favore di lavoratori dipendenti e parasubordinati costerebbe circa 6 miliardi. Sarebbe di gran lunga più efficace di interventi estemporanei, che essendo percepiti come tali, finirebbero per alimentare soprattutto i risparmi delle famiglie. L'aumento delle detrazioni beneficerà soprattutto chi ha redditi più bassi, stimolando maggiormente i consumi. Come finanziare queste riduzioni del prelievo sul lavoro? Sia la Commissione Europea che il Fondo Monetario Internazionale ci chiedono di rinviare l'aggiustamento a dopo il 2009. Si potranno trovare le coperture dopo. Ma questo non significa non cercare subito di procurarsele. Al contrario, bene approfittare della crisi per avviare un processo di ristrutturazione della spesa pubblica che può portare a consistenti risparmi e a un miglioramento dei servizi forniti ai cittadini. Si tratta qui di entrare nei dettagli, capitolo di spesa per capitolo. Non sono possibili generalizzazioni. Solo il metodo è lo stesso. Occorre individuare i tagli di spesa fatti bene, che permettano riduzioni di tasse migliorando la qualità dei servizi resi ai cittadini, rimuovendo i vincoli legislativi e agendo sugli incentivi delle amministrazioni e sul controllo sociale che viene esercitato su di loro dalle famiglie. Nelle prossime settimane cominceremo a fare questa ricognizione, prendendo in considerazione una varietà di voci. Partiremo da scuola ed edilizia scolastica (il 9% del bilancio dello Stato) per occuparci poi di giustizia (1,6%), trasporti (1,7%), infrastrutture (0,8%), ordine pubblico e sicurezza (2%) previdenza (14,7%) e, infine, rapporti con le autonomie locali (22,6%). In tutto copriremo così più del 50 per cento del bilancio pubblico, addirittura due terzi di quello al netto degli oneri sul debito.

 

Corsera – 25.11.08

 

Si deve morire per Maastricht? - Federico Fubini

«Demenziale» è un aggettivo che Giulio Tremonti ama molto, ma è forse la prima volta che gli capita di usarlo nel contesto di ieri: «Demenziale», ha detto il ministro dell’Economia, sarebbe «un ragionamento su un’ipotesi di allentamento del Patto di stabilità». A qualcuno parrà un rovesciamento delle parti, o del pensiero unico europeo. Quando i vincoli di deficit sembravano scolpiti nella pietra, Tremonti era indiziato di qualunque complotto. Ora invece che l’idea di un sostegno pubblico alle economie diventa ortodossia, il ministro si schiera a suo modo nella nuova minoranza. Dall’altra parte c’è uno schieramento largo: da Corrado Passera di Intesa Sanpaolo, per il quale Maastricht oggi dev’essere l’ultima delle preoccupazioni, al presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso che invoca «circostanze eccezionali». Ma davvero quello del ministro è solo piacere di contraddire? «Non credo - nota Massimo Baldini dell’Università di Modena -. Capisco che Bruxelles ora incoraggi piani di stimolo in disavanzo, ma per l’Italia è diverso». Forse solo una recessione così poteva rimescolare le carte, eppure Baldini nei suoi commenti sul sito «lavoce.info» in passato era stato inflessibile con Tremonti. È fra gli economisti invitati dal ministro a tacere. Invece stavolta Tremonti vorrebbe che Baldini facesse rumore: «Gli sgravi in questi anni non hanno mai spinto i consumi in Italia - dice l’economista -. Tremonti ha ragione a pensare che per noi il vero problema è il debito. Meglio rinviare di qualche anno il pareggio di bilancio, che gestire subito un deficit al 4% del prodotto lordo». Visto da Bruxelles, non è più così. Jean Pisani-Ferry, direttore del centro studi Bruegel, ha animato il dibattito che ha portato alla svolta. E ora avverte che un passo indietro dell’Italia di fronte a un piano di rilancio comune sarebbe deleterio. Gli economisti lo chiamano «beggar thy neighbour», le persone normali «succhiare la ruota di quello davanti»: se il governo di Roma non spende, osserva Pisani, neanche Berlino vorrà farlo perché rifiuterà di far pagare ai propri contribuenti un piano di cui godrà anche l’export italiano. «L’Europa ha bisogno del contributo tedesco, ma non lanceremo un pacchetto di stimolo se non lo fanno tutti allo stesso tempo», dice Pisani. È ciò che pensa anche Joaquin Almunia, commissario Ue agli Affari monetari e neppure il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet ha alzato troppi paletti. Lo fa invece Aurelio Maccario, capoeconomista di Unicredit per l’area-euro: «Tremonti parla così perché è consapevole della situazione dell’Italia. La Germania ha una situazione di bilancio che lascia molti più margini. Per noi si può magari pensare a sgravi per i ceti medio-bassi. Restare con il cerino del debito in mano, esposti al giudizio dei mercati, sarebbe un’altra storia».

 

l’Unità – 25.11.08

 

«Misure generiche e insufficienti», Cgil conferma lo sciopero

Subito segnali positivi per sostenere i consumi ed i lavoratori. Su questo i sindacati sono d'accordo nell'indicare la via per fronteggiare la crisi economica in atto, ma nello specifico le strade si dividono. E mentre il segretario generale della Cisl richiama «al senso di responsabilità e di unità», il numero uno della Cgil, Guglielmo Epifani, conferma lo sciopero generale indetto dall'organizzazione di Corso d'Italia per il 12 dicembre. Le misure anti-crisi illustrate dal governo nel corso dell'incontro con le parti sociali convocato a Palazzo Chigi non convincono il segretario generale della Cgil. È stata una «esposizione generica e insufficiente», ha detto Epifani, chiedendo «quante sono le risorse», «come sono divise tra lavoro e imprese?». L'entità delle risorse del piano di aiuti per famiglie e imprese non è stata infatti ufficialmente indicata. «È stato un incontro positivo però mancano le cifre e mancano due-tre voci che riteniamo importanti e che ci aspettiamo vengano inserite», ha detto il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, al termine dell'incontro. Marcegaglia ha quindi indicato la richiesta di innalzare il tetto per la detassazione dei premi e degli incentivi da 30mila a 35mila euro. Ipotesi che il governo starebbe valutando a fronte di una sospensione della sola detassazione degli straordinari. Per Epifani, «la detassazione degli straordinari, in questa fase non serve» e quindi va sospesa. Sottolineando la «portata» di questa crisi «inedita», Epifani ha invece indicato la necessità, oltre alla «prima emergenza» rappresentata dai precari, di sostenere i consumi che «oggi sono sostanzialmente fermi e sottozero. Occorre - ha aggiunto Epifani - restituire a lavoratori dipendenti e pensionati quanto pagato in più con la tredicesima», prima della «gelata» che tutti si attendono ad inizio anno. Quanto allo sciopero, «ovviamente sono tutte confermate le ragioni della mobilitazione». Diversa la posizione della Cisl. «Al momento sembra interessante, vedremo venerdì la quantità delle risorse e la qualità delle disposizioni», ha detto Bonanni, sottolineando che «ora ci vuole la responsabilità di tutti». «Di tutti», ha ribadito alla domanda se si riferisse alla Cgil. Mentre il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti ha affermato di «condividere l'idea di sostenere la domanda interna: da tempo riteniamo che ciò sia necessario», ha detto sottolineando la necessità di «incentivare» le famiglie con figli e «privilegiare» quelle con lavoratori dipendenti. Per il segretario generale dell'Ugl, Renata Polverini, invece, «un giudizio compiuto sarà possibile una volta chiarita l'entità delle risorse».

 

Europa – 25.11.08

 

Scuola, cosa paga lo stato? - FEDERICO ORLANDO

Il presidente del consiglio Berlusconi dice che la morte dello studente liceale a Rivoli è stata «una tragica fatalità». La ministra della scuola Gelmini dice che l’emergenza è reale e che «il governo deve trovare nuovi fondi». Il sottosegretario alla protezione civile Bertolaso dice che per mettere in sicurezza le scuole a rischio occorrono 4 miliardi, ma, se per miracolo ci fossero, non sapremmo come spenderli. Il sociologo Luca Ricolfi s’incarica di suggerire il miracolo: bloccare le retribuzioni dei pubblici dipendenti. Senonché a noi italiani non andrebbe bene perché preferiamo il software, cioè i soldi che ci vengono in tasca a fine mese, all’hardware, cioè la destinazione di quegli stessi soldi alle opere pubbliche. «Lo stato sociale, fatto di sanità pensioni e assistenza, ci interessa più dello stato minimo, fatto di infrastrutture fisiche e di funzioni fondamentali». «Cosa succederebbe se un ministro dicesse: la messa in sicurezza delle scuole costa 5 miliardi, per finanziarla propongo di bloccare per qualche anno tutti gli aumenti retributivi del pubblico impiego?»     Mille eloquenti argomentazioni farebbero naufragare la proposta. Voglio farne una anch’io, perché mi torna in mente la maestra della scuola di San Giuliano di Puglia che ci rimise la vita insieme a 27 scolaretti. È come dirle che, per restare in vita, avrebbe dovuto pagarsi la solidità della sua aula rinunciando a qualche scatto del suo stipendio di 1300 euro. Forse è questa la nuova sinistra in Italia. In America un conservatore possente come Friedman avrebbe scritto: se cercate soldi per mettere in sicurezza le scuole, aumentate le tasse universitarie ai figli dei ricchi. Aggiungo queste piccole cose. 1) Mi pare che in Italia stia diventando un tic indicare nei più deboli la miniera da riaprire se c’è un’emergenza. Uno potrebbe immaginare, che so, un’addizionale sui redditi altissimi; un obolo su panfili, palazzi, aerei privati; una spintarella alla guardia di finanza per incrementare la ricerca di eventuali evasori fiscali. Invece no. Il pensiero va agli umili, come nell’economia medievale: se la manomorta ha bisogno di nuove entrate, si toglie la cipolla al pane dei contadini. Ma qualcuno vorrà darci notizie su questa scomparsa del liberalismo, del socialismo, del solidarismo, della democrazia, che ci avevano allontanato dalla servitù della gleba? 2) Quelle culture postmedievali avevano insegnato che la scuola è la bacchetta magica per il sogno dell’eguaglianza o almeno dell’avvicinamento dei punti di partenza. Ora pare invece che per realizzare il sogno debbano pagare proprio quelli che, sulla loro busta paga, già pagano le tasse fino all’ultimo centesimo. E tuttavia, non ci sono aumenti retributivi da stoppare nel pubblico impiego. Sarà grasso che cola se col contratto Brunetta si riuscirà a tenere il passo con l’inflazione. 3) Se si dà un’ulteriore spinta all’impoverimento di grandi masse di consumatori (solo nella scuola un milione di addetti, dicono), come faremo ad accogliere l’appello del premier a salvare il paese dal tracollo, aumentando e non riducendo gli acquisti? Potremo imbavagliare la Rai e anche i giornali, affinché non parlino di crisi. Ma basterà per produrre i pani e i pesci nelle tasche dei potenziali consumatori, se invece di immettervi aumenti retributivi li blocchiamo? 4) Ultima argomentazione non eloquente. Ricolfi ci insegna che la cultura occidentale degli ultimi decenni del Novecento è stata dominata dallo scontro fra due scuole liberali americane, di cui lo stesso professore cita le formule: “stato sociale” e “stato minimo”. Rawls fautore del primo, Nozick del secondo. Mi pare che, dopo il trionfo dello “stato minimo” negli anni di Bush, si prepari un ritorno allo “stato sociale” con Obama: il welfare, appunto, della sanità, delle pensioni, dell’assistenza, cioè il software caro agli italiani, che non amano l’hardware. Ma è vero che le due cose sono alternative? Il new deal, dopo la grande crisi, fu un mix di stato sociale e di interventismo infrastrutturale. Post scriptum. Spero che anche di questo si parli nel convegno del Pd sul welfare, giovedì.


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