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Francia-Italia: il «mal di leader»

Manifesto – 26.11.08

 

Regalo di Natale - Loris Campetti

Mezzo milione di precari a occhio e croce stanno tornando a casa, sono flessibili o no? Persino contarli è impossibile. Se e quando finirà la crisi magari li richiameremo al lavoro, almeno qualcuno. I migranti sono ancor più flessibili e invisibili, strutturalmente irregolari, che lo vogliano o no. Se perdono il lavoro dovranno tornarsene da dove sono venuti. Poi ci sono i «regolari» destinati a diminuire di numero e a vedersi peggiorate le condizioni di vita e di lavoro. Se c'è la crisi cominciamo a liberarci dei contratti nazionali di lavoro. E chi non ha neanche la cassa integrazione e in generale gli ammortizzatori sociali? Se ne farà una ragione, si metta in coda con i pensionati poveri per ritirare la social card, pizza e birra a Natale non si negano a nessuno. Qualche muratore non fannullone potrà lavorare a corrente alternata (loro dicono job on call) nelle opere pubbliche. Tanto è già scritto, c'è la recessione, il 2009 sarà peggio del 2008 e la disoccupazione salirà all'8%. Chiedere ottimismo e invitare vecchi e nuovi poveri a consumare di più, come fa Berlusconi, è quasi un'incitazione alla violenza. Qualcuno gli dica, e visto che c'è lo ricordi a chi dovrebbe fare l'opposizione, che nell'anno in corso la Fiat ha piazzato nel mondo 400 mila automobili in meno e per il 2009 prevede cadute della domanda dell'ordine del 20%, e che se i suoi operai (quelli «regolari») potranno avere il 60-65% di stipendio garantito dalla cassa integrazione, moltissimi dei loro compagni che lavorano nelle ditte fornitrici, in appalti e subappalti, giù per la filiera delle quattro ruote, non avranno né lavoro né reddito, al massimo pizza e birra a Natale. E qualcuno gli dica che negli elettrodomestici le cose non vanno meglio che nell'automobile. Consumate di più, declama Berlusconi e il suo socio Tremonti chiama all'appello gli uomini «liberi e forti»: ma a chi parlano? Tutti insieme appassionatamente, visto che siamo sulla stessa barca, per superare lo scoglio della crisi. Niente conflitti sociali, sennò si fa intelligenza con il nemico. Chi è il nemico? Chi non rema sulla barca del governo, nonché i competitori e i pezzenti stranieri perché mors tua vita mea. Una regola che deve valere tra stati, tra aziende, tra lavoratori, privati contro pubblici, stabili contro precari e via competendo. Perché, allora, non mettere fuori legge la Cgil - le cosiddette sinistre lo sono già - dato che irresponsabilmente chiama allo sciopero generale? E pretenderebbe di estendere gli ammortizzatori sociali ai precari, e di sospendere per due anni la Bossi-Fini, e di non detassare gli straordinari, misura non si sa se più odiosa o insensata, visto che crollano le ore di lavoro? Non lo sanno quei guastatori di Epifani, Rinaldini, Podda e compagnia cantando che i pochi soldi che si rimediano spremendo i poveracci serviranno tutti per dare un po' d'ossigeno a banchieri e padroni? Non siamo tutti sulla stessa barca, e l'unica barca su cui ci sentiamo di salire è quella dello sciopero generale.

 

La fine del nordest - Ernesto Milanesi

PADOVA - A Nord Est si è rotta ogni bussola. Il mito dell'economia fai-da-te lascia il posto alla crisi senza paracadute e confine. In meno di un anno il «modello veneto» è rimasto vittima di un cedimento strutturale, per altro annunciato. E le ripercussioni minacciano inevitabilmente gli assetti politici di una regione sempre più leghista e berlusconiana, tranne gli ultimi avamposti municipali dell'ex Ulivo. Novembre 2007, gli uffici di piazza San Marco 4799/a pubblicano le Note sulla congiuntura. Banca d'Italia «anticipa» in 11 pagine, 5 grafici e 12 appendici statistiche la diagnosi. La «locomotiva» sferraglia già su un binario morto: fine dell'export dentro e fuori i confini Ue; tramonto del manifatturiero con l'economia del mattone ormai ipotecata; piccole e medie imprese con il cappio finanziario al collo; raccolta dei risparmi al capolinea. Eppure, gli uffici stampa alimentano la leggenda del «popolo delle partite Iva» nell'attesa che Berlusconi o Bossi chiudano i conti con Visco prima ancora che con Prodi. Ma la realtà economica del Veneto era un gigantesco equivoco dai piedi d'argilla: impresari nelle pieghe del «nero»; titolari di bilanci senza patrimonio; parassiti nella filiera globalizzata. E oggi lo tsunami si prepara a travolgere tutti: artigiani dei semilavorati, coltivatori di contributi europei padroncini della logistica infernale, posatori d'opera in sub-appalto, immobiliaristi da strapaese, spazzini di scorie, commercianti di nicchia, contoterzisti marginali, concessionari di simboli. Un anno dopo, perfino la Fondazione Nord Est alza bandiera bianca: «Il 60% della popolazione fatica a pagare le bollette, affrontare le spese mediche e il conto del riscaldamento». E non si parla più del mitico modello veneto, ma di un mosaico di realtà da salvaguardare ad ogni costo. A dicembre la cassa integrazione sfonderà il muro dei 10 milioni di ore. Dentro fino al collo perfino gli edili, stroncati dai ritardi dei pagamenti degli enti pubblici per gli appalti. A marzo non erano messi nemmeno troppo male, ma in soli tre mesi le richieste di ammortizzatori sono quintuplicate. Fa letteralmente paura il rapporto 2008 sulle nuove povertà stilato dalla Fondazione Zancan. A Padova, un quarto dei finanziamenti è talmente «drogato» da diventare inesorabilmente un pignoramento. È la provincia che vanta 90 mila iscrizioni in Camera di commercio, praticamente una ogni 10 abitanti. Impresette padane ormai più nere della contabilità. Il rapporto fotografa un esercito di 500mila indigenti (il 10% nel veneziano) che sopravvive con 500 euro al mese. «Se non ci fosse la rete familiare, i giovani uscirebbero di casa e i numeri sulla povertà crescerebbero ancora» avverte Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan. In Regione si traccheggia. La giunta Galan non ha ancora sbloccato i 50 milioni di euro del fondo salva imprese di Veneto Sviluppo, la finanziaria "federalista". Per ora, sulla carta, 300 milioni del "materasso" anti crisi delle banche locali e di Confindustria. «Un modello per altre regioni ricche e dal tessuto formato da piccole e medie imprese» si lascia sfuggire Massimo Calearo, parlamentare democratico per via Federmeccanica. Peccato che la produzione sia più che paralizzata. Veneto Lavoro certifica il Pil sottozero per il secondo anno consecutivo con l'evaporazione di 44mila nuove assunzioni. Alla Confesercenti aggiornano la lista: 8.500 licenziamenti da gennaio a settembre, seimila botteghe chiuse. Ufficialmente i lavoratori in mobilità sono circa 30 mila, ma secondo la Cgil altri 300mila gravitano nell'indistinta orbita della precarietà.  Treviso, modello leghista nel mitico Nord Est. Di fatto, al collasso non solo finanziario. È l'economia reale che non regge: impiccati alle banche e soprattutto con al collo il cappio del localismo. Nella Marca un artigiano su 4 denuncia la situazione finanziaria: revoca dei fidi e aumento vertiginoso del costo del denaro. Sono i titolari delle microimprese con meno di 10 dipendenti, strutturalmente sottocapitalizzate, con i piedi infilati nella tagliola dei prestiti. È la caldaia della "locomotiva" che non sbuffa più. Fino all'anno scorso tutto dipendeva dai rapporti personali con il direttore di filiale, di solito bastava la garanzia del portafoglio ordini. Poi le banche hanno voltato le spalle. A gennaio sarà un'ecatombe perché tutti dovranno "rientrare". Nel trevigiano, i padroncini hanno capito di essere servi del denaro altrui. La recessione è agli atti. A Susegana il settore dell'elettrodomestico ha ricevuto il colpo di grazia: 300 posti tagliati all'Electrolux si aggiungono ai 420 cassintegrati della Zoppas di San Vendemiano. Il "tonfo" di altre 400 aziende formato tascabile dell'indotto, prive di ordini e copertura finanziaria, è questione di settimane. Emblematico il caso della Apos a Segusino, fabbrica di aste per occhiali. Nel 2005 lo spostamento della produzione Safilo all'estero dimezza le commesse e provoca una crisi di liquidi che porta a ritardare i pagamenti. Tre anni di agonia, poi le banche chiudono i rubinetti. Non è bastata la mobilità dei 29 dipendenti: a fine maggio, libri in tribunale. Il Veneto sconta la megalomania da imitazione. Prima una fabbrica per ogni campanile, poi la spianata di capannoni con le torri e i centri commerciali, infine le "botteghe postmoderne" senza più manifattura. Ora si profila il deserto senza più consumo, la povertà da extracomunitari e la gabbia di cemento per mutuati. Venezia ha già perso il "polo" dell'industria di stato. In provincia, un bollettino di guerra. A Noale l'Aprilia ha chiesto la cassa integrazione per 370 dipendenti, alla San Benedetto (acque minerali) di Scorzè i sindacati hanno bloccato in extremis la lista di 250 nomi pronti per la mobilità. Il Linificio Veneto di Portogruaro, nell'occhio della bufera del tessile, si è "alleggerito" di 230 lavoratori su 280. L'Aeronavali a Tessera ha mandato in disarmo la trasformazione delle fusoliere insieme a 150 dipendenti. A Marghera il blocco delle commesse ha congelato la filiera degli appalti di Fincantieri: gli immigrati bengalesi e i trasfertisti meridionali non servono più. Economia di rapina, letteralmente. A Paderno del Grappa (2 mila anime fra Treviso e Vicenza) produce l'esasperazione di Mauro Dello Russo, artigiano 40enne incensurato. Ha messo a segno 13 rapine prima di essere arrestato. «Ero strangolato dai debiti, anche bancari» si è giustificato con gli agenti. Era un anno fa. Oggi la catastrofe made in Usa terremota Vicenza e dintorni. La provincia d'oro fattura horror. Il raddoppio del Dal Molin non frena il taglio dei tassi della Fed che ha fatto crollare il prezzo dei lingotti. «In 24 mesi abbiamo "perso" 200 aziende» spiegano ad Unionorafi. E se l'azienda dell'onorevole Calearo se la cava con la fornitura di antenne alla gendarmeria francese e alla polizia tedesca, il resto di Vicenza Valley maledice il polo dell'auto e i magazzini zeppi di componentistica invenduta. Il funerale del Nord Est si celebra nel "distretto lapideo" a cavallo di Valpolicella, Lessinia e Valpantena. In questa zona del veronese si concentrerebbe ancora la produzione mondiale legata alla lavorazione del marmo. Artigiani con le mega-gru e i Tir a misura di lastroni; aziende votate al vortice della globalizzazione; un distretto di 300 imprese che esplode insieme alla bolla immobiliare. L'altra faccia della medaglia è il "polo del mobile" intorno a Cerea con ramificazioni lungo l'asta del Po. In quest'altro angolo di nord-est, non basterà lo spadone di Bossi a scacciare il terrore della recessione nella falegnameria d'ogni dimensione e per tutti i gusti. Vetrine da anni '60 di fronte a loft espositivi: chilometri dello specchio della crisi che riflette l'implosione della società a dimensione familiare.

 

II motore si è inceppato - Benedetto Vecchi

«Don't be the devil». Non comportarti male: è il motto scelto da Larry Page e Sergey Brin al momento della fondazione di Google, escludendo così la possibilità di infrangere le leggi statunitensi, né di fare affari con gli stati che violavano i diritti umani o la privacy. E soprattutto giurarono che non avrebbero mai licenziato nessuno. Il motto, è noto, è stato più volte ignorato, in particolare modo per quanto riguarda la collaborazione con chi non rispetta i diritti umani. Ma mai Google aveva fatto ricorso ai licenziamenti, almeno fino a quando ha annunciato ieri che nelle prossime settimane «metterà in libertà» molti dei diecimila dipendenti a «tempo determinato». Si tratta di donne e uomini che lavorano ai servizi alla produzione - alla mensa interna, le pubbliche relazioni, gli autisti, gli addetti ai magazzini - i cui contratti scadono a fine anno. I ventimila dipendenti a «tempo indeterminato» non corrono nessun pericolo, ha tenuto a precisare Sergey Brin, uno dei due fondatori di Google, che ha spiegato la decisione di non rinnovare i contratti è dovuta al fatto che i «collaboratori esterni» erano diventati troppi e che i conti al Googleplex di Mountain View non tornavano più come in passato. Ma dietro le parole tranquillizzanti di uno dei fondatori si nasconde invece l'amara realtà che la crisi economica non risparmia nessuno e colpisce anche le imprese high-tech, considerate finora al riparo del bailout che sta terremotando le attività produttive statunitensi. Così, anche a Silicon Valley, la 128 route, Seattle e Mountain View, cioè i centri d'eccellenza nella produzione di alta tecnologia statunitense, viene applicata la regola vigente negli altri settori produttivi. Si licenziano prima i temps, il termine usato per indicare i precari, che percepiscono salari inferiori ai perms (i tempo indeterminato) anche se svolgono la stessa mansione. Oltre a ciò, i temps non hanno copertura sanitaria e non accedono alle stock options, le azioni che possono essere acquistate a prezzi inferiori del mercato e che spesso sono l'unica forma di aumento salariale per i knowledge workers, stabilendo così il fatto che il salario è una variabile dipendente dai profitti dell'impresa. La crisi bussa dunque alle porte della società simbolo della produzione immateriale. E se si aggiunge il fatto che dall'inizio dell'anno il costo delle azioni della Google sono passate da circa 700 dollari a 230 dollari vuol dire che a Mountain View le cose non vanno così bene come invece continuano a ripetere i due fondatori e Eric Schmidt, il manager che gestisce di fatto l'azienda. Già nelle scorse settimane, infatti, c'era stato l'annuncio dell'abbandono di alcuni progetti, considerati importanti per rendere ulteriormente competitiva la società del motore di ricerca più usato nel mondo. Si tratta di Lively, lo sviluppo cioè di un universo in 3d che doveva competere con Second life, e dello sviluppo di SerachMash, un motore di ricerca semantico. L'annuncio dei licenziamenti è rimbalzato da un sito all'altro della rete, alimentando il timore che i pessimi conti di altri colossi dell'informatica o delle telecomunicazioni lasciano presagire che quello di Google non è che il primo licenziamento di massa nell'industria high-tech statunitense. Aveva già fatto scalpore nei mesi scorsi che Motorola aveva licenziato 3000 dipendenti, ma quasi tutti erano occupati nelle filiali «estere», come ben sanno gli ingegneri torinesi licenziati dalla sera alla mattina. Più o meno con l'inizio della crisi dei subprime altre due imprese - Amd e Electronic Arts - aveva annunciato una riduzione della forza-lavoro, rispettivamente di 500 unità e di 60 unità. Da allora lo stillicidio è diventato quotidiano. In sordina, nei mesi scorsi, hanno cominciato a chiudere le piccole software house che lavorano su commissione della grandi imprese. Licenziamenti e fallimenti che meritavano solo qualche riga nei notiziari economici. Diversa era invece, all'inizio di Novembre, la reazione all'annuncio di Dell - una dei maggiori produttori di personal computer nel mondo - di applicare una specie di cassa integrazione da uno a cinque giorni per tutti i dipendenti, anche se negli Stati Uniti chi rimane a casa vede ridotto il salario delle giornate lavorative perse. E quando sono stati resi noti i pessimi conti trimestrali di Cisco, l'impresa che fornisce l'apparecchiature elettronica e i programmi informatici per i router indispensabili per la connessione a Internet, era diventato chiaro che nessun sarebbe rimasto indenne in questa crisi economica. E se si pensa all'effetto a cascata provocato dalla a crisi dell'industria automobilistica sulle imprese high-tech forniscono i microprocessori e il software sempre più usati nelle automobili il quadro diventa vieppiù fosco. Pochi i dati che vengono dalla Cina e dall'India per quanto riguarda le industrie dell'informatica e delle telecomunicazioni. Ma non è irrealistico prevedere che il futuro si preannuncia meno roseo del previsto per i due paesi che sono diventati il «retroterra produttivo» per molte imprese che mantengono aperti solo i centro di ricerca e sviluppo e di coordinamento del processo produttivo e finanziario negli Stati Uniti o in Europa, decentrando tutto il resto per ridurre il costo del lavoro. La crisi è dunque mondiale. E come ha affermato John Chambers, il super manager di Cisco, nessuno è indenne, che siamo solo all'inizio e che le cose andranno sempre peggio.

 

Cina: avanti piano Usa: fiducia-Obama Italia: protesti boom

Galapagos

Tutti gli analisti parlano di «effetto Obama»: il successo del futuro presidente degli Usa sembra aver ridato un po' di fiducia agli americani: ieri il Conference board ha segnalato che la rilevazione di novembre (effettuata dopo le elezioni presidenziali) ha registrato una forte crescita dell'indice risalito a 44,9 punti dal minimo storico di 38 punti di ottobre. Il recupero della fiducia è stato reso noto in contemporanea con il dato (rivisto al ribasso) del Pil nel terzo trimestre che segnala una flessione più ampia (0,5%) rispetto al -0,3% del dato provvisorio. La spallata maggiore al Pil l'hanno dato i consumi, diminuiti tra luglio e settembre del 3,7%. Anche in Germania la fiducia dei consumatori tedeschi, nonostante la prima economia europea sia caduta in recessione, come segnala la caduta dello 0,5% del Pil nel terzo trimestre. Va meno bene, invece, in Italia (dove la fiducia è scesa, nonostante gli appelli di Berlusconi) e in Francia il livello (nell'opinione degli imprenditori) è ai minimi da 15 anni. Dai tempi di Keynes, gli economisti hanno rivalutato le aspettative e la fiducia dei consumatori (anche se influenzata da eventi a volte straordinari che scatenano l'emotività) è un buon indicatore per capire quello che sarà l'andamento dell'economia: se c'è incertezza nel futuro, difficilmente i consumi aumenteranno. Il risultato sarà una flessione della domanda e quindi del Pil. Attualmente c'è da avere poca fiducia: l'Ocse, nel suo rapporto semestrale presentato ieri sostiene che nei 30 paesi dell'area nel 2009 il Pil scenderà globalmente dello 0,4% e quel che è peggio i senza lavoro aumenteranno di 8 milioni, salendo a 42 milioni, l'equivalente di un paese come la Spagna. La crisi sta mordendo non solo i paesi industrializzati: la Banca mondiale sostiene che anche in Cina il virus sta prendendo piede. Certo, l'andamento del Pil nel paese di Mao è incommensurabili con quello dei paesi occidentali, ma il rallentamento nella crescita è rilevante: da quasi il 12% nel 2007, nel 2009 il prodotto lordo salirà «solo» del 7,5%, il dato peggiore dal 1990. Una crescita alimentata per almeno il 50% dal piano di sostegno dell'economia realizzato grazie agli investimenti pubblici. La crisi sta arrivando anche nell'altra metà del mondo: in Sud Africa nel terzo trimestre il Pil è sceso dello 0,2% contro un aumento del 5,1% nei precedenti tre mesi. Il settore minerario è il principale responsabile della flessione. A proposito di miniere, ieri la multinazionale Bhp Billiton ha annunciato di rinunciare all'acquisto della Rio Tinto: con l'attuale prezzo delle materie prime non è più conveniente. La recessione non si avverte solo sul fronte dei consumi, ma anche su quello degli investimenti. A cominciare dai più «banali»: le vendite di veicoli commerciali. In Europa a ottobre è stato registrato una caduta (la sesta consecutiva) del 17%, mentre nei primi 10 mesi dell'anno la flessione è del 5,3%. Non c'è da meravigliarsi: quando diminuisce la domanda di consumi, immediatamente si da un taglio agli investimenti. Il risultato è che la diminuzione della domanda globale si autoalimenta con risultati nefasti per molte imprese, soprattutto della distribuzione. In Italia, secondo una stima della Confesercenti già nel 2008 chiuderanno circa 131 mila aziende (il 2,3% del totale) delle quali 51 mila del commercio e del turismo. Unioncamere, invece, ha fatto sapere che nei primi 10 mesi dell'anno l'importo dei protesti è cresciuto del 12,4% e l'importo delle cambiali protestate è stato pari a 3,4 miliardi. Unica notizia buona arriva dall'Euribor: il tasso è ulteriormente sceso al 3,97%. Ma senza un lavoro, difficilmente nei prossimi mesi sarà possibile pagare le rate del mutuo.

 

Berlusconi a Epifani: lo sciopero è un errore. Servono un po' di ottimismo e tanto cemento – Matteo Bartocci

ROMA - Lo sciopero della Cgil è «un errore». A ventiquattr'ore dalle scuse a Epifani per il mancato invito a palazzo Grazioli, Silvio Berlusconi disseppellisce di nuovo l'ascia di guerra verso corso d'Italia, colpevole di difendere le ragioni a favore di uno sciopero generale, seppure articolato e di sole 4 ore. Da abile venditore qual è, il Cavaliere insiste su una via d'uscita tutta psicologica alla crisi mondiale che non fa dormire governi e cittadini di mezzo mondo. «Servono ottimismo, coraggio, volontà e speranza - sottolinea il premier parlando all'Unione industriali romani - il segreto contro la crisi sta tutto nel creare un'atmosfera, nel mantenere gli stili di vita di prima e gli stessi livelli di consumo. Se non si mantiene la stessa volontà di consumare - prosegue - le imprese entrano in difficoltà e ci si avvita nella crisi». Così mentre Federal Reserve e amministrazione Bush varano un nuovo maxi-intervento da 800 miliardi di dollari per sostenere consumi e proprietari di case (vedi pagina a fianco), e perfino la Spagna predispone interventi su produttività, energie alternative, infrastrutture ed educazione pari a 18 miliardi di euro (più dell'1,6 per cento del Pil), Roma deve ancora decidere le misure da adottare. Al di là degli annunci, la maggioranza appare profondamente divisa. L'assalto ai supermercati auspicato da Berlusconi non convince in linea teorica Giulio Tremonti, convinto sempre di più che «il modello sociale dominato dai consumi e dalla spinta al debito è ormai al capolinea». «La politica non può essere sostituita dal mercato - insiste il ministro dell'Economia guardando anche al futuro partito unico del centrodestra - stiamo uscendo da un mondo pervaso da ideologie di mercato, il pendolo tornerà dalla parte del bene collettivo e in questo sarà fondamentale la politica e dentro la politica i partiti». Divisioni filosofiche che però non mutano di una virgola gli impegni del governo. I saldi della finanziaria non si toccano e Berlusconi ripete a chiare lettere che «l'Italia si è impegnata con i mercati finanziari a portare il debito pubblico dal 106 a meno del 100 per cento del Pil entro il 2011». Così sul tavolo ci sono, almeno per ora, solo 20,5 miliardi di euro (poco oltre lo 0,5 per cento del Pil). La maggior parte dei quali (ben 16,5 miliardi, presi in gran parte dai fondi per il Mezzogiorno) andrà tutta in cemento. Altro che innovazione, ricerca ed energie rinnovabili. Si tratta infatti di fondi Cipe per la statale ionica, il ponte di Messina, la Salerno Reggio Calabria, l'autostrada pedemontana lombarda e l'alta velocità Genova-Milano-Venezia. Una pioggia di denaro che trova ai ferri corti Lega e An. Il Carroccio attende ancora deleghe significative alle opere per il Nord al viceministro Castelli. Mentre il ministro Altero Matteoli mira a tenere saldo il timone a via della Scrofa. Il resto, gli spiccioli, andranno alla stupefacente tessera annonaria da 1 euro al giorno per i superpoveri e al regalo una tantum fino a 800 euro per le famiglie con molti figli. Sì anche alla detassazione dei premi di produttività (dal 46% al 10) per incentivare il passaggio dalla contrattazione nazionale a quella aziendale e alla detrazione dell'Irap dal Ires delle imprese. Buio ancora fitto invece sulla detassazione delle tredicesime, chiesta a gran voce dalla Cgil e dal Pd. Berlusconi vorrebbe introdurla a sorpresa per depotenziare soprattutto lo sciopero di Cgil e Cobas del 12. A via XX settembre per ora non escludono il via libera ma solo per i salari sotto una certa soglia. Provvedimenti giudicati insufficienti da Pd, Idv e sinistre. I democratici chiedono l'apertura di un confronto in parlamento e, echeggiando Obama, punterebbero su energie rinnovabili e infrastrutture ferroviarie. Mentre Paolo Ferrero (Prc) insiste sull'estensione della cassa integrazione a tutti i lavoratori e un bonus di mille euro da dare subito alle famiglie.

 

Veltroni: ora la fase 2. E si prepara alla conta - Daniela Preziosi

ROMA - Niente congresso né drammatizzazioni, per ora. L'annunciato processo ai dissidenti ieri pomeriggio alla riunione di coordinamento del Pd non c'è stato. Del resto l'organismo è composto da veltroniani (Tonini, Bettini), Fassino e fassiniani (Migliavacca), centristi (Franceschini, Fioroni, Gentiloni), cariche istituzionali (Soro, Finocchiaro), Pierluigi Bersani, Enrico Letta e Rosi Bindi. E dei partecipanti ad essere favorevoli al congresso anticipato erano in tre: i due fedelissimi del segretario e Fioroni. I dalemiani, che nell'organismo non sono rappresentati e comunque negli scorsi giorni avevano chiesto 'un chiarimento politico', erano contrari al congresso, come ha ribadito ieri seccamente Anna Finocchiaro a chi le chiedeva se a sua volta era dalemiana («No», risposta, «sono Finocchiaro»). I toni bassi però non debbono trarre in inganno. Secondo come la racconta Tonini, Veltroni ha condotto «con il consenso di tutti» una discussione «franca ed approfondita». Anche Fassino: «E' stata una buona riunione, mossa dalla consapevolezza che c'è bisogno di uno scatto». Veltroni ha aperto le danze rivolgendo un appello all'unità del gruppo dirigente. Di fronte al quale si sono sollevate le perplessità di Bersani e Finocchiaro: «I problemi politici non si risolvono chiedendo la solidarietà del gruppo dirigente al segretario». Veltroni ha preso atto, ma non ha replicato. Si è limitato a ufficializzare la convocazione della riunione della direzione per il 19 dicembre. E lì, ha detto, lancerà «la fase 2» del Pd, un «Lingotto 2». La definizione non è casuale: per l'immaginario democratico significa una rifondazione, una ripartenza. Fra l'altro era proprio la formula che aveva usato Francesco Rutelli, alla vigilia della manifestazione del 25 ottobre, a Veltroni. In cambio, infatti, i centristi hanno espresso un sostanziale via libera sulla collocazione europea del Pd. E' proprio Rutelli quello che dovrà fare la marcia indietro: qualche giorno fa - dalle colonne di Panorama - aveva chiesto al segretario il «coraggio» di inaugurare un gruppo autonomo dal Pse. «Condivido una soluzione di tipo federativo tra il gruppo dei democratici e quello del Pse. Ma mi rifiuto di credere che il nuovo sia portare il Pd nell'internazionale socialista», ha detto ieri Fioroni a Repubblica. La strada per la soluzione di un nodo pericolosissimo è tracciata, dunque. Lunedì Veltroni partirà per Madrid dove firmerà il manifesto comune del gruppo socialista che segna di fatto l'avvio della campagna elettorale del Pse delle europee. Ma «ogni decisione viene assunta in via provvisoria», sottolinea una nota ufficiale. Perché anche su questo tema la decisione finale verrà assunta il 19. In pratica, se è vero che l'intenzione è quella di mantenere il calendario degli impegni Pd inalterato (conferenza programmatica a febbraio 2009, congresso in autunno dello stesso anno), il segretario ha deciso però che vuol fare uscire allo scoperto i dissensi. Ovvero, il dissenso di Massimo D'Alema, visto che ancora ieri gli ulivisti Rosi Bindi e Arturo Parisi non hanno usato perifrasi per contestare la gestione «quotidiana» del partito. Il 19, dunque, il segretario presenterà un documento programmatico su cui chiederà il voto della direzione. «Un approfondimento di alcuni nodi politici», lo definisce Bettini, «vedremo come sarà accolta. Certo, sarà un banco di prova». Nel caso il segretario non raccogliesse la «condivisione» necessaria, si potrebbe pensare a un congresso anticipato. Il punto è capire se fino a dove si spingerà il leader in questo «approfondimento». Se affronterà temi politici contingenti, sui quali le differenze interne sono questione di toni e sfumature, o se si spingerà fino a inserire questioni di prospettiva per 'stanare' le minoranze e costringerle a uscire allo scoperto. Sulle alleanze i distinguo fra segretario e presidente di Italianieuropei, per esempio, si è assottigliata da quando il primo ha superato il 'correre soli'. Uno degli spartiacque potrebbe essere chiedere un voto sulla proposta di una legge elettorale targata Pd. Ma c'è la questione abruzzese che consiglia moderazione: il voto si svolgerà - la decisione del tribunale è di ieri - il 15. La vittoria del centrosinistra non è affatto scontata. E gli umori della direzione dipenderanno anche dall'esito di quell'appuntamento.

 

Politkovskaja, i misteri di un processo-simbolo - Astrit Dakli

I colpevoli? Per l'accusa stanno all'estero, «in un paese europeo». Per la difesa invece si tratta di «un uomo politico russo, tranquillamente residente in patria». Ma allora, gli imputati alla sbarra perché sono lì? E' davvero un processo ben strano quello in corso a Mosca per l'omicidio di Anna Politkovskaja: un processo in cui gli avvocati della vittima e quelli degli imputati agiscono all'unisono, la pubblica accusa chiede la ricusazione del giudice, le porte del tribunale si aprono e si chiudono alla stampa varie volte prima ancora dell'inizio del dibattimento. Un dibattimento che tutti sanno perfettamente inutile ai fini dell'accertamento della verità ma sul quale tutti puntano gli occhi facendone un test-chiave dello stato della giustizia e della democrazia in Russia. Ci sono voluti due anni da quel 7 ottobre 2006, quando la giornalista critica del regime Anna Politkovskaja venne uccisa a rivoltellate nell'ascensore di casa sua, perché si arrivasse a un processo: e ora questo processo rischia di saltare - o di insabbiarsi in un groviglio di conflitti procedurali - prima ancora di iniziare sul serio. Del resto, gli unici imputati per ora sono due fratelli ceceni, Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, e un ex poliziotto pure ceceno, Sergej Khadzhikurbanov, tutti e tre accusati di aver aiutato a organizzare l'omicidio, ma non di averlo materialmente eseguito né tantomeno commissionato. Con loro è imputato anche un funzionario del Fsb, Pavel Ryaguzov, accusato di reati «laterali» (estorsione, corruzione e simili), che avrebbe procurato agli altri l'indirizzo della vittima. La Procura «sospetta» come autore materiale dell'omicidio - ma non lo ha formalmente incriminato - un terzo fratello Makhmudov, Rustam, latitante: secondo il capo del Comitato investigativo della Procura, Aleksandr Bastrykin, in un paese occidentale (tempo fa si parlò del Belgio) cui peraltro nessuno ha avanzato richieste di arresto ed estradizione. Quanto ai mandanti dell'omicidio, nebbia fitta: per mesi il Procuratore generale Yurij Chaika ha sostenuto che si trattava di personaggi «importanti e orribili, residenti all'estero», facendo chiara allusione all'oligarca Boris Berezovskij, che vive a Londra e da molti anni è la «bestia nera» di Vladimir Putin. Ma anche contro di lui non è stato emesso alcun mandato internazionale d'arresto per questo delitto (ce ne sono altri, per truffa ed evasione fiscale, che certamente non porteranno alla sua estradizione dalla Gran Bretagna). Al contrario - come hanno rivelato ieri gli avvocati difensori dei quattro imputati e, in simultanea, quelli della famiglia di Anna Politkovskaja - nelle carte processuali si fa esplicito riferimento come mandante a «un uomo politico russo, non particolarmente importante o orribile, che vive in patria». Chi è? Mistero - anche se fin dal giorno del delitto molti occhi si puntarono (senza accuse esplicite, naturalmente) sul giovane presidente ceceno Ramzan Kadyrov e sul suo entourage di fedelissimi, che Anna Politkovskaja aveva accusato di molteplici delitti e contro il quale avrebbe dovuto testimoniare poco più tardi, in un delicato processo per omicidio. Del resto, di persone che avevano motivi di rancore verso la vittima per i suoi articoli di denuncia ce n'erano a volontà, compreso lo stesso Procuratore generale Chaika, molti alti ufficiali delle forze armate, diversi magistrati, alcuni «imprenditori» legati alla mafia. Per non parlare naturalmente dell'allora presidente Vladimir Putin, più volte preso di mira da Anna. Se davvero al processo emergesse un'accusa contro Kadyrov, comunque, anche la posizione di Putin, da sempre suo protettore, sarebbe fortemente compromessa: per questo alcuni pensano che intorno a questo strano processo stiano giocandosi oscure battaglie di potere al vertice del paese. La vicenda processuale, a partire dalle indagini della Procura, è davvero stravagante. Ha cominciato proprio il Procuratore Chaika, nel giugno di quest'anno, rendendo pubblici i nomi di una decina di sospetti prima che venissero arrestati - favorendo così la fuga di alcuni di loro, tra cui il citato Rustam Makhmudov, presunto killer. Più tardi alcuni degli arrestati sono stati liberati perché «estranei ai fatti» (tra questi, un paio di funzionari dei servizi segreti) e alla fine sono rimasti solo gli imputati attuali. La presenza tra questi, con imputazioni trascurabili, di un funzionario del Fsb, ha fatto sì che il processo abbia dovuto svolgersi davanti a un tribunale militare invece che civile; non solo, ma ha dato alla Procura l'argomento per chiedere la ricusazione del giudice Evgenij Zubov dopo che questi aveva deciso di riaprire il dibattimento alla presenza della stampa. Questo delle porte aperte o chiuse è diventato infatti il nodo vero intorno a cui si è giocato l'inizio del processo - e la sua valutazione politica. Dopo una partenza a porte chiuse, il giudice Zubov accoglieva nella prima seduta la richiesta di tutti gli avvocati (degli imputati e dei famigliari della vittima) di celebrarlo invece a porte aperte. Ma già il giorno dopo tornava sulla sua decisione, motivandola con la richiesta da parte dei giurati di non avere la stampa in aula. Uno dei giurati però rivelava poco dopo che da parte della giuria non era venuta nessuna richiesta in tal senso: al contrario, una sollecitazione a chiedere la segretezza, venuta dalla Procura, era caduta nel vuoto e nessuno l'aveva firmata. Ieri, nel corso di una seduta caotica, nuovo colpo di scena: il giudice Zubov «riapre» le porte del dibattimento alla stampa e ordina un'inchiesta su quel che realmente vogliono i giurati; salvo subire poi una richiesta di ricusazione da parte della pubblica accusa per il fatto di avere «un'aperta prevenzione» - non si dice a che proposito. Il processo è stato quindi sospeso, in attesa di una decisione della corte su questa richiesta. Oggi si dovrebbe sapere se e come questo strano caso, che nel bene e nel male sta fornendo un ritratto di come funzionano le istituzioni e i poteri in Russia, andrà avanti.

 

Liberazione – 26.11.08

 

Francia, Martine Aubry prima donna socialista. La rabbia di Ségolène – Daniele Zaccaria

La telenovela, anzi la via crucis del Ps è giunta al termine: la Commissione elettorale interna ha infatti decretato la vittoria di Martine Aubry con 102 voti di differenza sulla rivale Ségolène Royal; 60 voti in più rispetto ai risultati della scorsa settimana, già duramente contestati dall'entourage "royalista". L'ex ministra del governo Jospin, madrina della legge sulle 35 ore, è dunque la nuova segretaria nazionale. La prima donna in più di un secolo di storia socialista, e questa sarebbe già in sé una gran notizia. Ma, visto il clima da armageddon che sta dilaniando il partito, lo champagne è rimasto rigorosamente in frigo e nessuno si è sognato di festeggiare il lieto evento con squilli di trombe o altre improprie manifestazioni di gaudio. Il riconteggio dei voti, chiesto a gran voce dai sostenitori di Ségolène" che hanno denunciato brogli, frodi e intimidazioni varie avvenute nel corso dei ballottaggi di giovedì scorso, si è così rivelato un boomerang. In realtà c'era da aspettarselo, considerando che il 70% dei membri della Commisione fa parte del cartello anti-Royal (che riunisce i vecchi elefanti e spezzoni della sinistra interna) nato durante i convulsi giorni del Congresso di Reims, quando il sindaco di Parigi Delanoe ha ritirato la sua candidatura chiedendo ai suoi partigiani di dirottare i voti sulla sindaca di Lille, vista come il "minore dei mali". In tal senso, la conferma della vittoria di Aubry, come ha commentato un rabbioso Vincent Peillon, braccio destro di Royal, appare foriera di ulteriori fratture: «E' una decisione di natura politica e non una scelta fatta su criteri aritmetici o giuridici, siamo indignati». Di sicuro l'investitura di ieri non è stata una passeggiata di salute per i soloni socialisti. La seduta fiume della Commissione elettorale che si è svolta negli storici locali parigini della Mutualité, ha in effetti prestato il fianco ai fratelli-coltelli socialisti per esibirsi nella solita, sgradevole guerra tra bande. E la nuova segretaria è stata designata senza l'unanimità (159 voti contro 76): «Bisogna tornare a votare, questa è una decisione del tutto illegale», tuona il membro di minoranza David Assouline, uscito stravolto dalla votazione. E, a pensarla come lui, sono in tanti, almeno la metà del Ps. Non è chiaro se il clan di Ségolène ricorrerà alla giustizia ordinaria per imporre una nuova elezione o se, alla fine accetterà la sentenza, preparando nell'ombra le proprie contromosse. Le prime dichiarazioni rilasciate alla stampa dai colonnelli, fanno presagire che la vicenda non si è affatto conclusa ieri; tanto più che molti dirigenti vicini a Martine Aubry sono pronti a denunciare per «diffamazione» chi li ha accusati di aver truccato, o perlomeno di aver manipolato il voto nelle federazioni. Lo ha capito benissimo il segretario uscente François Hollande il quale, dopo 12 grigi anni di reggenza, ha invitato tutti a darsi una sana calmata: «Invito i socialisti a unirsi, ora bisogna pensare all'interesse generale accantonando i riflessi tribali e le piccole guerre tra mozioni, il nostro primo obbiettivo costruire un'alternativa politica a Sarkozy. Ci vuole un sussulto perché la nostra è una storia politica che non ha nulla a che vedere con i tribunali e la magistratura», ha detto tra gli applausi, probabilmente i più sentiti da quando è alla guida del partito. Il problema è che in una simile cornice fratricida, ogni appello all'unità e alla concordia sembra un sermone religioso completamente avulso dalla realtà. Anche se stavolta i numeri finalmente pendono dalla sua parte, il compito della neo-segretaria Aubry è la classica missione impossibile. Il Ps è un battello alla deriva, un partito letteralmente spezzato in due, spappolato dalle rivalità, dai sospetti, dai livori che quotidianamente inquinano la vita interna, paralizzando di fatto qualsiasi iniziativa politica rivolta all'esterno. Una misera guerra di apparati e di ex compagni che ogni giorno sta allontanando iscritti e simpatizzanti da quello che un tempo era un glorioso pezzo di storia della sinistra europea. Oggi restano solo le macerie del passato; i primi a rendersene conto sono gli stessi iscritti e simpatizzanti che da 18 mesi, cioè da quando Sarko ha conquistato l'Eliseo, assistono alla "seconda battaglia di Solférino". I più disincantati, perché di fronte alle tragedia c'è sempre qualche spirito eletto che prova a sdrammatizzare, provano a riderci su: «Per risolvere la nostra crisi ci vorrebbero i caschi blu», scherza un militante su uno dei tanti blog tematici nati in questi giorni attorno alla guerra di successione socialista; altri non nascondono il senso di scoramento e frustrazione e si chiamano definitivamente fuori dalla lotta «Lo spettacolo messo in scena in queste settimane è semplicemente indegno, basta, da oggi non sono più socialista», s'incazza un militante sul sito di Libération. Infine c'è persino chi, in un lodevole slancio autoironico, ha messo in vendita il Ps su... Ebay. Prezzo di partenza: un euro. Ma in tarda serata l'asta si è chiusa per mancanza di acquirenti.

 

Francia-Italia: il «mal di leader» spacca in due la sinistra

Rina Gagliardi

I socialisti francesi si spaccano in due, proprio a metà, come una mela, e sono sull'orlo di una "scissione atomica". Il Partito democratico è squassato, più che mai, dalle divisioni interne e assomiglia ai Balcani alla vigilia di una delle tante guerre, appunto balcaniche, che hanno ritmato il secolo scorso. Rifondazione comunista, si parva licet, prima, durante e dopo il suo ultimo congresso, si è rotta in due. Sono solo gli esempi più noti e più familiari. Che succede alla sinistra, anzi alle sinistre? Una sorta di "male oscuro" che attraversa non solo i mari e i monti, ma le diverse tipologie di sinistra e, se avessimo cuore di andare a scrutarli nelle loro viscere profonde, anche i movimenti. Insomma, nelle forze di sinistra (o di postsinistra), grandi, piccole o medie, radicali o moderate, "vecchie" o "nuove" che siano, soffia il vento della divisione interna. Quasi sempre, questa divisione si esprime, si manifesta, si incarna in singoli leader, anzi in processi di accentuata personalizzazione. Era già accaduto nel passato, in termini diversi, è quasi sempre accaduto che le posizioni politiche eo le "ricette" strategiche di un partito - di una componente della sinistra - precipitassero in una leadership personale. La novità è che oggi il fenomeno è quasi rovesciato: è il singolo, la persona, il leader che "produce" la proposta, anzi la rappresenta in sé, e non il contrario. Proviamo a vederlo un po' più da vicino, un tale rovesciamento. Nel Partito socialista francese (dove l'altra novità significativa è che sono due donne, e non due maschi, a disputarsi la guida del partito), Segolène Royal e Martine Aubry incarnano due opzioni generali diverse, due modelli differenti di partito, due ipotesi di alleanze. E la più sostanziosa delle discriminanti politiche è proprio quest'ultima - guardare al centro (come propone la Royal verso Bayrou) o dialogare con la sinistra-sinistra (come fa madame 35 ore?). Ma forse la maggiore diversità tra le due "signore" è visibile, fino in fondo, prima che nella linea politica, nelle loro rispettive figure: come si vestono, come parlano, come si atteggiano. L'una è o vuole apparire "moderna", l'altra è e vuole apparire più legata alle tradizioni della sinistra e, perfino, della Francia. L'una appartiene, manifestamente, alle classi medio-alte, l'altra è "popolare" (sembra uscita da un romanzo di Gorge Simonon). L'una usa, a suo modo, un linguaggio e una cultura di tipo neo-populistico, l'altra usa una lingua assai più politica. Il risultato della consultazione transalpina, un quasi perfetto pareggio, al di là delle contestazioni sui brogli veri o presunti, rispecchia l'incertezza assoluta degli elettori e dei militanti. Chissà, forse l'"inconscio collettivo" dei socialisti francesi ha trovato del buono in ambedue - o, viceversa, grandi limiti in ambedue - ed ha espresso la difficoltà di scegliere in un paradossale equilibrio numerico. Non si pensi, neppure per un istante, che la vicenda francese sia legata soprattutto alla femminilizzazione della leadership. In Italia, ad osservare le vicissitudini del Partito Democratico, le cose non vanno poi tanto diversamente. Le due figure-chiave del Pd, Walter Veltroni e Massimo D'Alema, si differenziano, prima che sulla strategia, per antropologia - il linguaggio, la cultura politica, le letture, i gusti, l'abbigliamento. E, naturalmente, il diverso legame con la tradizione politica. E, ovviamente, le alleanze. Politicamente parlando, Veltroni appare non solo come postcomunista, ma postsocialista, postsocialdemocratico, postliberale - postpolitico, a larghi tratti - e privilegia il centro, anzi tende a sussumerlo nella propria proposta e nella propria creatura "parittica". Invece, D'Alema non è comunque definibile come un "post": se mai, è un socialdemocratico europeo aggiornato (quantomeno negli strumenti di comunicazione) e qualcuno sospetta in lui, perfino, tracce non del tutto residuali della sua appartenenza comunista. E se oggi, il leader di "Italianieuropei" contesta la nozione di autosufficienza del Pd ed è favorevole ad un rapporto positivo con la sinistra radicale, più in generale (più strategicamente) ha sempre puntato ad un'alleanza tra sinistra e centro. Un'ipotesi che, naturalmente, presuppone la distinta esistenza di due forze, una di sinistra, per quanto moderata essa sia, ed una di centro. Potremmo continuare a lungo questo tentativo di analisi. Ma la domanda che si impone, a questo punto, è un'altra: come mai le divisioni tendono a diventare così non mediabili? Come mai, nel Ps francese, nel Pd italiano (e perfino nel Prc), la tendenza dominante tende a diventare quella del "o noi o loro"? Davvero, le differenze di linea politica (e di cultura politica) sono di entità tale da rendere sempre meno facile la convivenza comune, nell'impresa comunque comune, e da mettere in moto derive quasi fatalmente centrifughe? Le risposte possibili, le cause che stanno a monte di queste tendenze, sono sicuramente più d'una. Ma ce n'è una che, a mio parere, spicca su tutte: la personalizzazione della politica che, allo stato dei fatti, in Italia e in Europa, la sinistra "mima" dalla destra, uccide tendenzialmente la sinistra. La disgrega, la feudalizza, la separa in pezzi sempre più piccoli. La erode nella sua ragion d'essere di fondo, che è poi la pensabilità e la fattibilità della trasformazione. Insomma, all'origine del processo di personalizzazione, come causa ed effetto ad un tempo del medesimo, cioè della produzione di leadership deboli, c'è la debolezza della politica. La latitanza del progetto - o l'incapacità di incarnare un sogno e una speranza di massa. La crisi della partecipazione attiva e diffusa. Non che la sinistra, come tale, non abbia bisogno di leader - ne ha bisogno come il pane, se mi si consente l'espressione, e pensare che il problema si possa risolvere annullandolo, o dismettendo l'idea stessa di dirigenti forti, credibili e riconosciuti, è una scorciatoia abbastanza sciocca. Quello che invece la sinistra non può continuare a fare, pena l'estinzione, è, come dicevamo, l'imitazione del processo produttivo di leadership tipico della destra attuale - populista, "radicale", antipolitica. Berlusconi, o Sarkozy, sempre per limitarci al parallelo Italia-Francia, sono leader, figure lideristiche, che sintetizzano in se stesse il loro "messaggio" generale - e una tale coincidenza di singolarità individuale e "progetto" è perfettamente coerente con la destra (che non vuole "conservare" quasi nulla, ma distruggere l'eredità più preziosa del ‘900, ovvero l'irruzione delle masse nella politica), anzi è ad essa funzionale. Quello che la sinistra non può fare è pensar risolvere la sua crisi di identità affidandosi alla personalizzazione. Anche perché essa, invece che unificare, moltiplica le divisioni. Si possono costruire, magari con fatica, tutte le mediazioni politiche che si rendono necessarie - non si può mediare sulle persone, o su dimensioni che diventano "esistenziali", o su affidamenti che assomigliano molto alle fedi sportive. Non c'è possibilità alcuna di mediazione, insomma, tra i tifosi della Roma e quelli della Lazio, così come tra i "seguaci di". Qui si capisce, forse, perché le differenze e le divisioni diventano inevitabili - "o noi o loro". Ma, per quello che concerne la sinistra, si capisce anche perché tutto ruota intorno alla questioni che, si diceva una volta, concernono la tattica: non ci si divide, cioè, su ciò che si è o si cerca di essere o si vuole essere (forse perché spesso non lo si sa più), ma su chi sono coloro con i quali sarebbe bene accompagnarsi. Vedete che il problema sta tutto lì. A differenza di noi, la destra sa benissimo chi è e che cosa vuole. P.S. - Dagli Stati Uniti d'America ci viene un esempio del tutto difforme: un leader, Barack Obama, che ha costruito un'operazione politica straordinaria, anche dal punto di vista della partecipazione di massa. Un leader forte, giust'appunto, nato in un contesto del tutto diverso dal nostro, anche dal punto di vista del rapporto tra società e politica. Non so se questo esempio conferma o smentisce i ragionamenti fin qui tentati. Ci torneremo in un prossimo articolo.

 

Israele taglia la corrente a Gaza - Francesca Marretta

Gaza è sigillata dal quattro novembre. Da tre settimane a questa parte i valichi sono stati aperti solo due giorni per passaggi limitati di aiuti umanitari. Queste forniture col contagocce sono del tutto insufficienti a risollevare le penose condizioni di vita di un milione e mezzo di palestinesi, ridotti senza elettricità, medicinali e numerosi generi di prima necessità. Il ministero della Difesa israeliano ha ieri nuovamente bloccato il passaggio dei pochi carichi cui era stato dato un ok nei giorni scorsi per «ragioni umanitarie», a causa di nuovi lanci di razzi verso Israele. I palestinesi sostengono di aver violato il cessate il fuoco in risposta a un'incursione dell'esercito israeliano a Gaza, nella zona di al-Fukhari, a est di Khan Yunis, dove nove carri armati e due bulldozer, sono stati usati per distruggere serre e campi di patate. Tra qualche ora la centrale elettrica di Gaza smetterà di funzionare. A meno che i valichi non riaprano immediatamente. Abbiamo parlato di questa situazione con Jihn Ging, capo dell'Unrwa, l'agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite a Gaza. «Il cessate il fuoco in vigore da giugno ha sostanzialmente comportato cinque mesi di tranquillità di cui ha beneficiato la popolazione civile in Israele che non ha avuto il terrore dei razzi lanciati verso il proprio territorio ogni giorno. Ma la popolazione di Gaza non ha tratto vantaggio da questa tregua. Non c'è stato un tangibile miglioramento del blocco. Le chiusure sono continuate. Nelle scorse due settimane ci sono state violazioni del cessate il fuoco da entrambe le parti. Questo ha comportato per Gaza un ulteriore irrigidimento delle chiusure. Dal quattro novembre non abbiamo avuto forniture a Gaza. Questo significa mancanza di medicinali, di cibo. E la centrale elettrica non funziona perchè non entra carburante. La situazione è estremamente difficile». Il governo israeliano sostiene di aver chiuso i valichi per i nuovi lanci di razzi. Le chiusure ci sono state quando sono stati lanciati i razzi e anche quando non sono stati lanciati. Le chiusure paiono dunque una questione politica, più che di sicurezza. Questo non è accettabile. Alcuni razzi sono stati lanciati oggi in risposta a un'incursione israeliana. La realtà è che questo è un conflitto, ci sono scontri e ci sono questioni di sicurezza, ma la popolazione civile ha diritto alla protezione nel rispetto del diritto internazionale e l'aiuto umanitario non deve essere ostacolato. Questo principio non è rispettato. Perchè l'Egitto non apre la sua frontiera con Gaza? Questa è una domanda da porre al governo egiziano. Comunque il confine con l'Egitto è una frontiera per il passaggio delle persone, non è un valico attrezzato per il passaggio di merci e forniture. Certo potrebbe essere aperto per permettere a chi vuole uscire da Gaza di potersi recare all'estero. In questa situazione come funzionano gli ospedali? Con l'elettricità a singhiozzo, macchine che tengono in vita pazienti dipendono dai generatori, che dipendono da carburante che non entra. Se a questo si aggiunge che non entrano medicinali a sufficienza dal quattro novembre, si capisce che la condizione dei malati, delle persone anziane, dei più poveri, è disperata. Inoltre la metà della popolazione di Gaza, settecentocinquantamila persone, è composta da minori. Sono queste le persone che soffrono per le chiusure. Cosa pensa dei paesi che a parole esprimono solidarietà alla popolazione di Gaza, ma non fanno passi concreti verso Israele? La comunità internazionale dovrebbe comprendere l'importanza per tutti, israeliani e palestinesi del rispetto per il diritto internazionale e capire quello che è necessario fare per riportare stabilità e sicurezza in questo conflitto. Da mesi il Quartetto dice che è necessario un nuovo tipo di approccio per Gaza. Basta parole, si passi all'azione, i valichi devono essere aperti. A quando un nuovo assalto della popolazione di Gaza al confine con l'Egitto, com'è avvenuto all'inizio dell'anno? La pressione sta aumentando. Se continua così è inevitabile. Siamo di fronte a un vero e proprio assedio su Gaza. Non si fanno passare gli aiuti umanitari, l'economia è stata distrutta, la gente non ha lavoro, ora non ci sono soldi nelle banche. La gente soffre a livello fisico e psicologico. Dato che quello che accade è sotto gli occhi di tutti, mi auguro che prevalgano a un certo punto umanità e legalità. Il governo israeliano dice che è colpa di Hamas se la gente di Gaza soffre. Cosa ne pensa? Hamas e i palestinesi hanno le loro responsabilità, in primo luogo per il lancio dei razzi che sono illegali e ingiustificabili, ma Israele ha precise responsabilità indipendentemente da quello che fa Hamas. Le responsabilità di Israele sono regolate dal diritto internazionale, non dai miliziani di Gaza. Le azioni illegali di una parte non legalizzano o giustificano le risposte dell'altra. Chi tira i razzi non può decretare che un milione e mezzo di persone siano sanzionate illegalmente. Lei si trova a Gaza. La sua situazione è migliore di quella degli abitanti della Striscia. Ci racconta come le chiusure condizionano la sua vita in questi giorni? Le chiusure ci riguardano tutti. Il 70% della Striscia è senza elettricità. Non c'è abbastanza acqua perchè le pompe, che vanno a corrente elettrica, non funzionano in maniera regolare, il che vale anche per le fognature, che sono al collasso. Ci sono mancanze di ogni tipo. Per esempio le panetterie hanno ridotto all'osso la produzione perchè manca l'elettricità che tiene in funzione i forni. I prodotti lattiero - caseari Made in Israel non entrano e a Gaza non si producono. Dal 4 novembre non arrivano forniture verdura fresca, eccetto che nelle due occasioni di apertura. Quello che entra è dispensato col contagocce e le scorte terminate, in queste condizioni non si possono ritoccare.

 

Il capo degli ingegneri: «Anch'io colpevole»

«Come faccio a non sentirmi anch'io un po' colpevole per il tragico incidente nella scuola piemontese?». Se lo è chiesto ieri Paolo Stefanelli, presidente del consiglio nazionale degli ingegneri in merito alla tragedia della scuola di Rivoli, dove Vito, 17 anni, ha perso la vita per il crollo del soffitto della sua aula. «In quanto ingegneri non possiamo tacere su quanto accaduto. - ha detto infatti Stefanelli - Anche se non siamo direttamente coinvolti in questa vicenda, come professionisti siamo indissolubilmente votati alle tematiche della sicurezza e siamo certi che non basterà cercare "il colpevole" per impedire altri lutti se non viene attuata una coerente e decisa politica della sicurezza. E noi evidentemente non abbiamo saputo far ascoltare la nostra voce nel processo di revisione delle regole destinate a portare sicurezza nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle case». Da qui una proposta: «I tempi sono maturi per creare un dicastero per la sicurezza con il quale tutti i soggetti competenti possano confrontarsi ed offrire il proprio contributo di esperienza». Chissà come accoglierà questa idea il capo della protezione civile Guido Bertolaso, che ieri ha riferito alla Camera sull'incidente di Rivoli, smentendo l'assoluta certezza di Silvio Berlusconi che quella sia stata solo una fatalità. «Non è purtroppo un episodio isolato: le scuole andrebbero sistematicamente sottoposte a interventi strutturali di manutenzione straordinaria» ha detto Bertolaso, azzardando pire le cifre: «Almeno 13 miliardi, se si vuole intervenire sulle 57mila scuole pubbliche e private del paese». Il ragionamento di Bertolaso incontra, involontariamente anche quello di Stefanelli quando denuncia che «il rinvio dell'applicazione anche nelle scuole della legge 626, quella sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, deciso di anno in anno, è inaccettabile e vergognoso. E il Parlamento deve intervenire con la massima attenzione». A Torino intanto Andrea M. il giovane studente rimasto gravemente ferito, è in queste ore sotto i ferri presso l'ospedale Cto di Torino dove è ricoverato. I medici stanno tentando di ricomporgli una frattura alla spina dorsale che rischia di paralizzargli le gambe. E' tornato invece a casa a Pianezza il corpo di Vito Scafidi, come da volere della madre. I funerali si terranno oggi pomeriggio alle tre. La madre del ragazzo deceduto non trova pace e invoca giustizia, e pretende di avere di fronte agli occhi i responsabili della morte del figlio appena diciottenne. Chi siano lo accerterà il Pm Raffaele Guarineillo. Per il momento i tecnici che sanno esaminando il liceo Darwin hanno riscontrato la presenza di altri tubi di ghisa all'intero delle controsoffitture e alcune differenze fra il soffitto della IV G e quelle delle altre classi. Dai primi accertamenti sembra che il controsoffitto crollato, oltre a un'intelaiatura metallica, fosse fissato al soffitto con fili di ferro ma al momento non sarebbe ancora stato chiarito se fossero stati inseriti al momento della realizzazione per facilitare i lavori, e mai rimossi, o se avessero una funzione strutturale. La ditta che fece i lavori di manutenzione in passato è già stata individuata ed i suoi funzionari ascoltati. Sempre in mattinata due cortei si sono svolti per le strade di Rivoli e a Torino. Nel primo circa tremila persone, praticamente tutta la cittadinanza hanno camminato silenziosamente dalla piazza centrale alla scuola. Per un cittadina tranquilla come questa è un evento che da solo racconta la gravità ed il dolore per quanto accaduto. Moltissimi gli studenti del Darwin presenti, quasi tutti convinti che il primo dicembre, data prevista per la riapertura, saranno ben pochi coloro che si presenteranno. A Torino un corteo ha raggiunto la sede della Provincia, in via Maria Vittoria, ente competente per la gestione degli edifici scolastici del torinese. E' proprio la provincia presieduta da Antonio Saitta del Pd, ad essere finita nel centro del ciclone della polemica politica. Il centro destra, dal governo fino al Comune, dopo un primo momento dove ha sostenuto la tesi della fatalità, è passato all'attacco. «E' chiaro che le responsabilità penali saranno accertate dalla magistratura competente, che verificherà per quale motivo la Provincia di Torino non ha garantito la messa in sicurezza del Liceo Darwin, ma dal punto di vista politico il governo dovrà verificare e spulciare il bilancio di questa importante provincia d'Italia e capire come mai non è stata garantita la sicurezza degli studenti di quella scuola». Lo ha detto il presidente della IV commissione Difesa della Camera, Edmondo Cirielli (Pdl) . Dal 1997 al 2008 la Provincia di Torino ha investito e speso 626 milioni di euro per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle scuole secondarie superiori di propria competenza, che sono 163, suddivise in 315 Comuni. Il dato è stato diffuso ieri dal Presidente della Provincia, Antonio Saitta, il quale ha precisato che «di quei 626 milioni, 600 sono fondi propri della Provincia, mentre gli altri 26 sono fondi statali (pari a 3,8 mln) e regionali».

 

Allarme Fiom: «Situazione drammatica. Subito blocco licenziamenti» - Fabio Sebastiani

Una manovra dello 0,7% del Pil che serva a finanziare la riduzione fiscale sui redditi e sostenga le politica a favore dell'occupazione. E' su questa ricetta che la Cgil l'altra sera a palazzo Chigi si è sentita rispondere un laconico «vedremo» dal Governo. E' per sostenere questa proposta che dovrebbe tenersi lo sciopero generale il 12 dicembre. Il condizionale è d'obbligo. Anche ieri, nel corso della conferenza stampa in Corso d'Italia il segretario generale Guglielmo Epifani è tornato a battere il tasto del confronto con palazzo Chigi. Un confronto che, a giudicare dalla risposta del premier Berlusconi, «è un errore loro», ha detto, è ormai agli sgoccioli. Venerdì arriverà la risposta definitiva dall'esecutivo. Una chiave della partita sarà sicuramente il confronto parallelo, che ieri sera ha avuto un'altra puntata, tra Confindustria e sindacati sul nuovo modello contrattuale. Un incontro che Raffaele Bonanni, leader della Cisl, carica di attese. «Speriamo che in vista del Natale ci addolciamo e facciamo nascere un bambino unitario», dice poco prima di entrare. «E' uno sciopero per ottenere delle cose. Se le otteniamo non c'è, e se non le otteniamo ovviamente c'è», ripete il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. A fianco a lui, il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini, che sullo sciopero generale ha qualche sicurezza in più, anche perché, dice, «la situazione è drammatica». Soprattutto nel settore dell'auto, dove si parla di un blocco della produzione di circa un mese tra dicembre 2008 e gennaio 2009, mentre in Europa le aziende sono pronte ad un taglio di 2 milioni di unità. La proposta di Rinaldini è quella di arrivare a una sorta di blocco di fatto dei licenziamenti a carico dei precari attraverso una estensione degli ammortizzatori sociali. Saranno gli ultimi a pagare il peso maggiore della crisi economica. E tra gli ultimi, i migranti. «E' una barbarie pensare - sottolinea Rinaldini - che hanno cinque mesi di tempo per cercarsi un altro lavoro altrimenti sono considerati di nuovo clandestini». Epifani non ha alcuna difficoltà a parlare di «intervento strutturale», che possa «restituire il drenaggio fiscale a dicembre con le tredicesime» e a gennaio prorogare gli sgravi sui redditi da lavoro dipendente. Una manovra che certamente sul deficit agirà «in parziale disavanzo», annullato però dagli effetti positivi attesi. In particolare, le cifre fornite dalla Cgil prevedono una copertura per tale manovra da reperire nei 13 miliardi di mancato drenaggio fiscale relativo alla vecchia Irpef, nelle risorse ottenute da una minor spesa per interessi sul debito pubblico a seguito del taglio dei tassi da parte della Banca centrale europea, e da un «effetto rigenerativo» di tali misure sulla domanda, e dunque sulla crescita del pil, «entro quattro anni». La Cgil propone, inoltre, di dirottare le risorse per la detassazione degli straordinari, circa un miliardo di euro, per dare 417 euro al mese, per sei mesi, a 400 mila precari. «Benissimo», commenta il segretario del Prc Paolo Ferrero, la Cgil che è sempre più vicina allo sciopero generale «ha il nostro pieno e mio particolare sostegno per la sua riuscita». «Del resto, da parte del Governo, come si è visto anche oggi (ieri, ndr) in Parlamento - continua Ferrero - arrivano solo aiuti alle banche e ai banchieri, sostegno agli imprenditori amici che svendono Alitalia, grandi opere dall'effetto devastante per l'ambiente e nullo per l'occupazione, oltre che una vera e propria elemosina solo per alcuni, pochi, poveri». «Serve, al contrario - conclude il segretario del Prc - una decisa azione di redistribuzione del reddito con l'immediato aumento di pensioni e stipendi, l'estensione della cassa integrazione a tutti i lavoratori di aziende grandi, medie e piccole colpiti in prima persona dalla crisi, e almeno 1000 euro da dare subito ad ogni famiglia italiana». «Con meno di 10 milioni di euro da dare subito alle famiglie, ai pensionati e ai lavoratori, siamo semplicemente alla pura presa in giro». Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, non cela il suo disappunto, invece. «La Cisl non accetta di essere ancella di un'altra organizzazione che sta a guardarsi l'ombelico», sottolinea. L'appello che Bonanni lancia alla Cgil è di evitare «la politica del gambero». Del resto, avverte, «siamo ad un bivio» e per non ritornare indietro «si impone l'unità del corpo sociale, anche se si hanno opinioni diverse. La carenza partecipativa si può colmare solamente con il protagonismo di nuovi soggetti sociali che devono essere uniti e non protestare alla luna». Per Bonanni, nemmeno Cofferati arrivò fino all'arma estrema dello sciopero generale. L'appello all'unità e alla «responsabilità» Bonanni lo rivolge anche alla politica perchè la gente, dice, «è impaurita». No dunque a «imputarsi come un mulo» perchè così «non si va avanti» assicura il segretario della Cisl. Bonanni affronta anche il tema della riforma dei contratti: «Nella Cgil, è successo che la linea che stava prevalendo, quella partecipativa è stata vinta dalla volontà di antagonismo della Fiom. Quindi la linea unitaria è stata abbandonata per ricompattarsi internamente». Ancora più secco l'attacco della Uil. «Mi sembra che la Cgil abbia deciso questo sciopero in un altro mondo, in un altro contesto già all'inizio di settembre», dice Luigi Angeletti, segretario generale Uil. «Oggi il mondo è completamente cambiato - continua Angeletti -, c'è davanti a noi una crisi di cui nessuno conosce seriamente dimensione, durata e conseguenze». Per Nicola Nicolosi, leader dell'area "Lavoro Società", in questo momento non c'è spazio per le titubanze. «Occorre mandare un segnale fermo e deciso verso precari, migranti, lavoratori e pensionati», dice. «La decisione di fare lo sciopero resta - aggiunge Nicolosi - ma il messaggio deve essere di fermezza contro gli atteggiamenti populisti e i provvedimenti caritatevoli del governo».

 

Idee italiane: tredicesime e Iva. Merkel e Sarkozy: rivedere Maastricht - Romina Velchi

Bacchetta la Cgil («Lo sciopero è un errore»), ma sta ben attento a non spezzare il filo del dialogo con Epifani. Berlusconi sceglie la platea degli industriali di Roma per confermare che l'altro ieri sera nel vertice anti-crisi a Palazzo Chigi «dai miei interlocutori ho avuto risposte positive, ho segnato degli appunti prendendo in considerazione i suggerimenti e spiegando che ci saranno aiuti per le imprese e le famiglie». Tanta disponibilità del premier nei confronti dei sindacati (e in particolare della Cgil) ha una ragione ben precisa e ha molto a che fare con la gravità della crisi economica e con il timore che le misure che saranno adottate probabilmente oggi dall'Europa non siano all'altezza. In sostanza, si sta valutando nel governo, dall'Unione europea non c'è da attendersi grandi iniziative comuni: il «aspettiamo l'Europa» si scontra, infatti, con le iniziative che i governi Ue stanno prendendo (o non prendendo) ognuno per conto suo (ultima, in ordine di tempo, la richiesta a quattro mani Sarkozy-Merkel affinché l'Ue allenti i parametri di Maastricht). Dunque, anche il governo italiano, nonostante le dichiarazioni di volersi muovere nel solco europeo, dovrà decidersi a prendere l'iniziativa autonomamente. E siccome i segni della crisi si stanno manifestando con una particolare durezza (certificata dall'Ocse, che vede una «recessione durevole» e, per l'Italia, parla di una disoccupazione all'8%) nel governo cresce la preoccupazione. Di qui gli appelli di Berlusconi all'ottimismo («L'ottimismo, il coraggio, la volontà e la speranza possono farci uscire e in fretta dalla crisi» è tornato a ripetere ieri), ma anche la disponibilità a mettere in campo altre misure di sostegno a famiglie e imprese oltre quelle già annunciate (bonus, social card, blocco delle tariffe, interventi sui mutui) e che sono state giudicate «insufficienti» proprio da Epifani. E' per questo che Berlusconi sta accarezzando l'idea di un intervento sulle tredicesime, come da tempo chiedono i sindacati. Una misura che, oltretutto, avrebbe il non secondario effetto di depotenziare lo sciopero del 12 dicembre. Se mai si dovesse arrivare ad una detassazione delle tredicesime, si tratterebbe comunque di un provvedimento parziale. Nel senso che interesserebbe solo i redditi più bassi e non tutti i lavoratori dipendenti (come invece propongono i sindacati), in modo da pesare in misura ridotta sui conti pubblici. Sul tavolo c'è anche l'ipotesi, annunciata dal sottosegretario all'economia Giorgetti, di un taglio dell'Iva (sempre nell'ottica di spingere i consumi), mentre il ministro Scajola annuncia per gennaio un calo delle tariffe di luce e gas. Intanto, la Camera ha dato il via libera al cosiddetto decreto salva-banche, che raggruppa i due provvedimenti varati dal governo ai primi di ottobre nel pieno della crisi dei mercati. L'opposizione è arrivata divisa: astensione per Udc e Pd, voto contrario per l'Italia dei valori. Il provvedimento, che ora passa al Senato (deve essere approvato entro l'8 dicembre), prevede, tra l'altro, la possibilità per il ministero dell'economia di entrare nel capitale delle banche, ma solo per il 2009; niente diritto di voto per le azioni del Tesoro; garanzia statale sui depositi bancari; la possibilità di scambiare titoli di stato con gli strumenti finanziari delle banche (il cosiddetto Swap); infine, il governo avrà 60 giorni di tempo, anziché 30, per emanare i decreti attuativi. La maggioranza, naturalmente, ha difeso il provvedimento, necessario per «rimettere in moto la crescita» e per «costruire un modello di economia sociale di mercato» (Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl). Bersani, ministro ombra dell'economia, ha ribattuto che «non si può dare la polpa alle banche e l'osso al lavoro, alle famiglie e alle imprese»; inoltre, per il Pd, le misure anti-crisi annunciate non sono che un «regalo di Natale» ma il governo «non ha ben chiaro cosa mettere nel pacco». Però, il Partito democratico ha scelto di astenersi. Una decisione che non ha convinto tutti i deputati del gruppo: in sei hanno votato no; qualcuno (Francantonio Genovese) per sbaglio, qualcuno per convinzione: «Io sono sempre disciplinato - ha spiegato Francesco Boccia - ma ci sono occasioni in cui la disciplina rischia di essere confusa con la stupidità. Il decreto è un provvedimento vuoto, solo un passepartout per Tremonti per entrare nell'assetto societario delle banche». L'Udc si è astenuta perché il salva-banche è «un'occasione sprecata», che «non contiene nulla di ciò che interessa gli italiani». Convinto no dai dipietristi, secondo i quali «il vero problema non è ciò che in questo decreto legge è previsto, ma ciò che manca. Il governo ha fatto solo promesse».

 

Repubblica – 26.11.08

 

Alitalia, tutti i tagli ai voli interni, tratte ridimensionate fino al 70% - LUCIO CILLIS

ROMA - Parma e da Brindisi senza collegamenti aerei con la Capitale. Diverse città del Sud e alcune del Nord costrette a rinunciare, nel giro di 24 ore, anche al 70 per cento dei voli offerti in precedenza. La disperata manovra di salvataggio di Alitalia messa in piedi dal commissario Augusto Fantozzi, costringerà molti passeggeri a rivoluzionare i propri piani da qui alla prima settimana di dicembre. Le sforbiciate profonde alla rete Alitalia cominciano a farsi sentire soprattutto in Sicilia, in Emilia Romagna, in Puglia e Liguria, le Regioni più colpite, da dove si levano le proteste di utenti e politici locali. Ma c'è chi, come il comandante Fabio Berti dell'Anpac, accusa Fantozzi di favorire la transizione verso i nuovi proprietari di Alitalia guidati da Roberto Colaninno e Rocco Sabelli: "Non c'è nessuno sciopero bianco dei dipendenti: la cancellazioni dei voli, fino ai due terzi dell'operativo, è strumentale, per favorire Cai". La riduzione dei collegamenti non risparmia nessuna tratta servita dalla Magliana. Se Parma e Brindisi ne fanno le spese fino in fondo, paga un prezzo alto anche la navetta Roma-Milano uno dei punti di forza della compagnia di bandiera. Dei 53 voli andata e ritorno al giorno presenti sull'orario ne rimangono oggi 39. A Torino mancheranno 2 voli sui 7 preventivati nel collegamento con la Capitale. La contrazione colpisce pure Venezia (un volo in meno all'andata e al ritorno su Roma), Trieste (taglio del 50% verso Fiumicino), Verona (meno 50%) e soprattutto Bologna che perde 2 voli al giorno su 4 verso la Capitale e 3 su 4 da Roma. Ma appare quasi drammatica la situazione relativa agli scali del Meridione dove la ritirata di questi ultimi giorni costringerà molti passeggeri a servirsi dei collegamenti stradali spesso lenti e tragitti ferroviari lumaca a Sud di Napoli: gli Enti locali della Puglia e la Conferenza dei sindaci della Provincia di Palermo, criticano aspramente le scelte della compagnia di bandiera. Anche il presidente del Senato, Renato Schifani, ha scritto al presidente della Provincia di Palermo, Giovanni Avanti, "per scongiurare il grave depotenziamento" dello scalo siciliano. La Calabria, la Puglia, la Sicilia potevano contare fino a pochi giorni fa su una sufficiente copertura aerea verso Roma e Milano. Da oggi si cambia in peggio anche se la compagnia di bandiera, trascorsi questi ultimi giorni di passione, già da lunedì dovrebbe rimettere mano all'operativo riportando la copertura dei voli nazionali a livelli accettabili. Nel dettaglio, Catania e Palermo perdono il 50% dei voli per e da Roma e il 70% per e da Milano. In crisi anche Lamezia Terme e Reggio Calabria che per qualche giorno dovranno rinunciare a 2 voli su Fiumicino e ad uno su Linate ogni giorno. In Puglia, infine, Bari dovrà rinunciare a un volo al giorno verso Roma e a 2 con Linate.

 

Usa, dietrofront del cancro: prima volta in 80 anni - UMBERTO VERONESI

La diminuzione dell'incidenza dei tumori negli Stati Uniti, legata al minor numero di casi di tumore al polmone, segna il successo dell'impegno e della serietà con cui gli americani hanno affrontato la lotta al fumo, agendo sulla consapevolezza individuale e il consenso sociale. Dovrebbe essere quindi un riferimento per tutto il mondo. Il tumore del polmone ha avuto negli anni '50 una forte diffusione perché la sigaretta era una forma di fuga dallo stress post-bellico e il principale rito in cui si riconoscevano gli ex soldati. Negli anni '80 il governo acquista la consapevolezza che questa abitudine è causa di sofferenza e morte anche per le nuove generazioni e avvia una campagna informativa-educativa senza precedenti, sfociata nelle grandi cause legali contro i giganti produttori di fumo. Oggi negli Stati Uniti fumare è un comportamento mal sopportato socialmente. Il risultato di questa enorme azione culturale è: meno casi e meno morti di cancro al polmone, meno sofferenza e meno costi sanitari e sociali. Lo stesso risultato è stato in parte ottenuto anche in Europa, grazie soprattutto alla legislazione di paesi "illuminati" come il nostro. L'Italia è stata tra i primi in Europa ad adottare la legge che proibisce il fumo nei luoghi pubblici, a seguito della mia proposta del 2000, quando ero ministro della Sanità. E' un esempio di normativa che ha inciso profondamente nella cultura del paese perché ha avuto risultati quantitativi (sono diminuiti i pacchetti di sigarette vendute) e anche psico-sociali perché oggi il fumatore si sente a disagio. Il nostro esempio è stato seguito da Spagna, Francia e recentemente anche dalla Germania. Certo resta ancora molto da fare. Primo, dobbiamo salvare le donne dal fumo. Purtroppo, infatti, mentre i maschi hanno iniziato a disdegnare la sigaretta, il mondo femminile l'ha assunta come modello di emancipazione ed ora vediamo gli effetti di questa scelta fuorviante perché la mortalità per tumore al polmone nella donna è vorticosamente aumentata e se continua il trend attuale, in futuro le morti da fumo supereranno quelle per tumore del seno. Occorrono quindi nuove campagne educative e nuovi interventi legislativi. Io sto pensando di fare appello in primo luogo alla madre che c'è in ogni donna, proponendo un disegno di legge che tuteli i più piccoli dal fumo passivo e dai modelli comportamentali negativi, vietando ai genitori di fumare in presenza dei loro figli.

 

La Stampa – 26.11.08

 

Fra cachemire e realtà – Massimo Gramellini

Nel 2008 i comunisti sparirono dal Parlamento, ma conquistarono l’Isola dei Famosi. Sempre di battaglie per la sopravvivenza si tratta. La parola Isola, che nell’immaginario rosso evocava un libro di Amendola e la Cuba di Fidel, d’ora in poi si assocerà a una spiaggia dell’Honduras illuminata dal sole delle telecamere. Lì la trans compañera Vladimir Luxuria ha realizzato il comunismo in un solo reality, dopo aver messo in fuga il marito fedifrago di Ivana Trump, simbolo del capitalismo parassitario. (Per chi non lo sapesse - io, per esempio, fino a poco fa - Luxuria svelò la tresca di quel tipo con una concorrente, ergendosi di fatto a custode dell’istituto matrimoniale). È commovente l’entusiasmo con cui la sinistra di sinistra ha accolto la vittoria della sua ex parlamentare in un gioco televisivo. Si sprecano i richiami alla portata storica dell’evento. Il paragone più modesto l’ha fatto Liberazione: «Vladimir come Obama». E Obama come Denny Mendes, la miss Italia nera che ha reso possibile tutto il resto. Luxuria copre il vuoto di fatuità lasciato da Bertinotti, pur essendo meno superficiale del narciso in cachemire. Ma sono i compagni di partito a renderle un pessimo servizio, attribuendo al suo successo dei significati progressisti che non ha. Se è da snob demonizzare i reality, i quali ottemperano alla funzione essenziale di offrire una doccia tiepida al cervello spossato da una giornata di lavoro, è da gente fuori dal mondo scambiare il televoto per un messaggio sociale. Non lo avrebbe fatto neanche Amendola. Neanche Fidel. Esagero: neanche Simona Ventura.

 

Rushdie e Saviano, la solitudine dei perseguitati - MARIO BAUDINO

STOCCOLMA - Perseguitati. Ce ne sono tanti, al mondo, fra gli scrittori. Ma in Occidente due sono diventati il simbolo di tutti gli altri. Prima Salman Rushdie, colpito dalla fatwa degli ayatollah iraniani per il suo romanzo I versi satanici, poi, a distanza di anni, Roberto Saviano, «condannato» dalla camorra campana per il suo Gomorra. Le due facce delle stessa medaglia si sono ritrovate ieri all’Accademia di Svezia tra stucchi dorati, candide statue e il solito, anche se poco visibile, apparato di sicurezza, invitati dall’istituzione che assegna il Nobel per la letteratura a discutere insieme di libertà di espressione. Uno, lo scrittore anglo-indiano, è ormai più lontano dall’incubo. L’altro, Saviano, ci è dentro fino al collo. «Quando i carabinieri - racconta al pubblico svedese - ti telefonano per dirti che la tua vita è cambiata per sempre, quando un pentito svela quella che doveva essere l’ora della tua morte, cominci a pensare. E ti chiedi perché hai scritto queste parole, che cosa hai fatto. È una sensazione di totale straniamento. Senti che le tue parole sono diventate le parole di molti, ed anzi proprio per questo sono pericolose per il potere criminale. Ma nello stesso tempo, sai che il conto lo paghi tu. Questa è la mia esperienza». Salman Rushdie sa bene di che cosa parla il giovane collega. Ora la sua condanna, emessa nel ‘89, è stata formalmente ritirata dal clero iraniano, anche se in questi casi è meglio non dare nulla per scontato. Anche lui ricorda la stessa solitudine, con qualche scatto di humour: «Ma ci pensate a quattro individui maschi, di cui tre sono nerboruti poliziotti, che abitano tutti insieme in un appartamento senza apparente ragione? Ho parlato con molte persone, per esempio politici, che vivono in stato di “massima sicurezza”. La risposta è sempre stata: è terribilmente penoso». È vero: la blindatura dell’esistenza non è così rara. Tocca pesantemente magistrati, poliziotti, politici, testimoni. Ma uno scrittore di questo tipo ha un’enorme visibilità, è sempre sulla scena mediatica e nello stesso tempo non può permettersi quattro passi sotto casa. Anzi, non trova una casa da affittare. Un posto dove andare con gli amici. Neanche gli amici, alla lunga. Sei solo. C’è anche di peggio, aggiunge Saviano. «La maggior parte delle accuse pubbliche, nella mia situazione, non viene certo dalla camorra. Quelli condannano e basta. È dalla società civile, dagli intellettuali, che mi si dice: sei un pagliaccio. Oppure: te la sei andata a cercare. Oppure mi si rimprovera di denigrare il mio Paese, quando raccontare significa invece fare onore alla parte sana del mio Paese. E io voglio continuare a scrivere. Mi hanno offerto incarichi politici e istituzionali, ma li ho rifiutati». Rushdie: «Ricordo bene le stesse cose dette contro di me dalla nostra società civile occidentale. Mi tacciavano di opportunismo, di ambizione, lamentavano i soldi spesi dallo Stato per proteggermi. È difficile sopportare quando sei in pericolo». Proprio per questo, aggiunge, «bisogna difendere Roberto non solo perché è un ragazzo simpatico». Ma perché rappresenta quel che lui, Rushdie, era 15 anni fa, e quel che sono a diverso titolo tutti i perseguitati. A loro due è toccato in sorte di essere quelli più famosi del mondo, e non sono affatto sicuri che sia stata una fortuna. Intorno, le polemiche non smettono mai. Rushdie ha da poco chiuso l’incidente del libro scritto da una sua presunta ex guardia del corpo, che lo dipingeva come un personaggio francamente odioso. Saviano è stato accolto in Svezia con grande calore: il suo libro è tradotto dal 2007, ieri ad ascoltarlo c’erano almeno seicento persone, che hanno resistito a lungo ma alla fine, secondo un rituale ormai ben consolidato, si sono alzate nella più classica delle «standing ovation». Oggi Saviano incontra il pubblico di un importante centro culturale, domenica esce nelle sale di Stoccolma il film tratto dal suo libro. Intanto l’ambasciatore italiano, Anna Della Croce Brigante Colonna, deve andare però in radio e tv a spiegare che Saviano non è un perseguitato politico, che la sua sicurezza è tutelata, che non ha mai avuto problemi di «libertà d’espressione»: perché oltre cento parlamentari svedesi hanno firmato l’appello di una deputata liberale, Cecilia Wikström, in cui si lamenta la mancanza di sicurezza e libertà nel nostro Paese. Da queste incomprensioni il giovane scrittore sta alla larga. In un’intervista al Figaro ha ribadito la sua tentazione di espatriare, per vivere più tranquillo. Pensa agli Usa, «dove l’Fbi mi ha assicurato che ci sono programmi di protezione particolari, senza vivere sempre sotto scorta». Un po’ meno Rushdie, che sotto sotto sembra provocare. «Non sono tempi buoni per la libertà d’espressione, dappertutto, e non solo nei Paesi autoritari, come la Cina. Anche nel nostro mondo cosiddetto “libero” si sta sostituendo al termine “rispetto” l’espressione “essere d'accordo”. Se non sei d’accordo non sei rispettoso. Francamente, mi sembra troppo».

 

"Quando verrà ucciso Obama?", in Usa si aprono le scommesse

NEW YORK - Un po' per scherzo e un po' no continuano negli Stati Uniti episodi di minacce di morte contro il presidente eletto Barack Obama. L’ultima macabra trovata arriva da Standish, cittadina del Maine di poco più di 9.000 anime, in cui il proprietario di un negozio ha lanciato l’iniziativa «Osama Obama Shotgun Pool», che invita a scommettere un dollaro sulla data in cui Obama verrà assassinato. Come riportato dal sito dell’emittente Abc, il cartello pubblicitario, accompagnato dalla scritta «Speriamo che qualcuno vinca», ha attirato un gran numero di scommettitori che hanno voluto fare la propria puntata. Il proprietario del negozio - inutile sottolinearlo - non è un elettore democratico. Il consiglio comunale di Standish, pur condannando all’unanimità la scommessa e deprecando ogni incitazione alla violenza, non ha però ritenuto opportuno adottare alcuna misura per vietare l’iniziativa, difendendo il diritto alla libertà di pensiero dell’esercente.

 

Corsera – 26.11.08

 

Quell’astio verso Enzo Biagi - PIERLUIGI BATTISTA

Davvero è inspiegabile l’accanimento con cui la maggioranza di centrodestra di Milano ha negato un’onorificenza a Enzo Biagi caldeggiata dallo stesso sindaco Letizia Moratti. È incomprensibile la persistenza coriacea di un risentimento così intenso da ispirare una crociata (postuma) contro il riconoscimento, attraverso una medaglia da conferire assieme alla consegna degli «Ambrogini», a un giornalista che ha indubitabilmente portato lustro a Milano, rendendosi meritevole di un tributo capace di spezzare la rigidità degli schieramenti ideologici. Come se la diversità di opinioni costituisse ancora l’incentivo di un ostracismo da rendere eterno. Come se non ci si potesse conciliare nemmeno con il ricordo di Enzo Biagi. Come se il rancore politico fosse incapace di decantarsi, e la militarizzazione degli spiriti indicasse un destino immodificabile: una guerra permanente sui simboli del passato. Enzo Biagi è un simbolo della storia del Corriere della Sera : ma non è per questo che se ne scrive qui per commentare l’errore così puerile commesso ai suoi danni. È il simbolo di un comportamento che, anche nello scontro duro, non ha mai voluto ripiegare nel vittimismo deprecatorio, meno che mai nel martirologio autocelebrativo. Anche la scelta della Moratti voleva rendere manifesto il valore simbolico della riconciliazione, del riconoscimento pubblico e solenne offerto a un talento apprezzato anche da chi non condivideva ogni parola scritta e detta da Biagi. Possiamo immaginare che la Moratti (la quale, è il caso di ricordare, seppe testimoniare la sua vicinanza solidale a Indro Montanelli anche nelle stagioni più difficili e tormentate del suo isolamento) avesse questo in mente: dimostrare che la sua città, Milano, è capace di disintossicarsi, di accogliere in sé anche le ragioni dell’avversario, di non prolungare oltre ogni limite e ragionevolezza un dissidio amaro e astioso verso un giornalista che, al momento della sua scomparsa, ha attirato sulla sua figura il rispetto di tutti, anche di chi polemizzò aspramente con lui. Ma nella vicenda dell’«Ambrogino» rifiutato, la ragionevolezza è stata mortificata. Il puntiglio mai smaltito del centrodestra milanese si è dimostrato così imperdonabilmente acrimonioso da sconfessare persino gli sforzi del sindaco. Una scelta di puro buonsenso si è rivelata impraticabile. Inspiegabilmente, appunto. A Biagi non garbavano i pennacchi e le medaglie, e un’onorificenza in più non ne avrebbe certo ammorbidito il carattere orgoglioso e combattivo. Ma se non si può tornare indietro, e se la memoria di Enzo Biagi non sarà gratificata da un riconoscimento negato, è possibile sperare che i vertici del centrodestra, dal presidente del Consiglio Berlusconi al presidente della Camera Fini, sappiano spiegare ai loro troppo zelanti proconsoli milanesi (di Forza Italia, di An, della Lega) che stavolta sono incappati in un errore su cui, con un minimo di buona volontà, avrebbero potuto non inciampare. Lo potrebbero fare, per spirito liberale se non per antica consuetudine (nel caso di Fini, soprattutto) con le fatiche di chi ha saputo vivere e battagliare su posizioni di minoranza. Occorrerebbe soltanto uno sforzo di umiltà: per Enzo Biagi qualcosa di più di una medaglia al valore.


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