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Manifesto – 27

Manifesto – 27.11.08

 

Quaranta poveri euro – Galapagos

Centinaia di miliardi stanno cadendo a pioggia sul sistema finanziario (a difesa dei risparmiatori, è l'alibi) e per cercare di sostenere i consumi. Il tutto in base a un principio semplice che altre volte ha funzionato: se decine di milioni di cittadini spendono un po' di più, sicuramente la ripresa poi decollerà. Riproponendo il solito modello di crescita, che non modifica di una virgola i rapporti sociali e la distribuzione del reddito. Si può fare diversamente? Guido Bertolaso alla Camera ha fatto sapere che «per la messa in sicurezza delle scuole servo 13 miliardi». Una cifra enorme. In gioco però non c'è solo la sicurezza dei ragazzi, ma un modello di sviluppo e di intervento nell'economia diverso. Immaginare che impulso anti-recessivo potrebbe arrivare da 13 miliardi impiegati nell'edilizia scolastica. E quanto lavoro si potrebbe creare con questo «investimento in civiltà». Ma la civiltà a questo governo non interessa. Le scuole private invece sì. In Italia una delle cause primarie che ostacolano la crescita demografica e la partecipazione al lavoro delle donne è l'assenza di servizi e politiche sociali. Mancano migliaia di asili nido. La loro costruzione e la successiva gestione potrebbero creare decine di migliaia di posti di lavoro. Meglio gli asili nido o un bonus-bebé una-tantum e un aumento ridicolo degli assegni familiari? Detta in altra forma: meglio un maggiore welfare o un modello che monetizza (neanche tanto) la schiavitù domestica? A parte pochi euro destinati agli ammortizzatori sociali, il decreto anti-crisi del governo non punta al sostegno dei redditi - in particolare per i precari che perdono il lavoro - e a creare con interventi diretti nell'economia, nuovi posti di lavoro. Il modello di Tremonti è quello spettacolare a miserabile della social card: 40 euro al mese possono far comodo a chi vive nella miseria, ma non ne cambiano la condizione miserabile di vita. Sono altri i servizi da fornire alle famiglie disagiate e agli anziani. Stesso discorso per la sanità. Si seguitano a tollerare gli abusi delle strutture private in convenzione, ma non si fa nulla per riportare in tempi civili le liste d'attesa per gli esami diagnostici. Per i quali servono mesi nelle strutture pubbliche e poche ore se si opta per l'intra moenia a pagamento che sfrutta la struttura pubblica. Ogni anno, normalmente in primavera e in autunno, l'Italia frana con danni idrogeologici enormi ai quali ex post si mette qualche toppa. Quanta occupazione si potrebbe creare in questo settore? E quanta occupazione si potrebbe creare con il risanamento della rete idrica che priva di acqua milioni di famiglie e fa guadagnare miliardi alle organizzazioni mafiose? E quanta occupazione si potrebbe creare con lo sviluppo delle energie rinnovabili? Obama punta a milioni di nuovi posti; Berlusconi non punta a niente: solo alle grandi opere. Ma Brunetta fa di peggio: dopo la campagna antifannulloni, fa ricchi 3000 dipendenti politicamente scelti. E la sinistra tace: solo parlare di allargare gli spazi del welfare appare un'eresia. Meglio brindare a Luxuria.

 

Un allentamento non fa primavera - Riccardo Realfonzo

La crisi inizia a mordere e l'Europa monetarista è costretta ad adeguarsi. La Commissione europea annuncia un piano anti-crisi di 200 miliardi con poca luce e molte ombre. Il dato positivo è che il famigerato Patto di Stabilità viene sostanzialmente messo nel congelatore. Per fare fronte alla crisi i singoli stati membri potranno infatti oltrepassare il vincolo in base al quale il deficit pubblico non poteva superare il tre per cento del reddito nazionale. La notizia è confortante ed è anche in un certo senso carica di ironia. Qualcuno ricorderà che l'ultima esperienza di governo della sinistra è fallita anche sul «confronto» con Maastricht. Una delle cause della caduta di Prodi è stata infatti l'ottusa decisione di considerare quel Patto come una legge economica indiscussa e quindi inviolabile, e non per quello che era: il prodotto contingente di un pessimo accordo tra i paesi europei. Il dato negativo dei provvedimenti annunciati dalla Commissione è che le cifre fornite rappresentano non molto più che la semplice somma delle iniziative che verranno autonomamente intraprese dai singoli stati europei. Più dell'ottanta per cento delle somme stanziate, infatti, risulta a carico dei bilanci nazionali mentre la parte restante, che spetta al bilancio comunitario, dovrebbe in parte derivare dalla distrazione di fondi l'Unione aveva destinato al sostegno delle aree depresse del continente. Nonostante le apparenze, dunque, siamo ancora una volta di fronte a una decisione scarsamente coordinata, che proprio per questo rischia di risultare insufficiente rispetto all'entità della recessione. In assenza di un impegno realmente comunitario, infatti, le nazioni più deboli potrebbero subire dei contraccolpi pesantissimi dalla crisi. I bilanci dei paesi del Sud Europa sono stati già sottoposti a delle tensioni, in queste settimane. I tassi d'interesse sui titoli pubblici italiani sono cresciuti in modo significativo rispetto ai rendimenti dei bund tedeschi. Questa è una tendenza pericolosa, che potrebbe accentuarsi. Naturalmente, come spesso accade, gli economisti liberisti hanno dato di questo fenomeno un'interpretazione discutibile. Essi hanno detto che i nostri tassi crescono a causa di un debito pubblico troppo alto. Ma, come ha osservato Emiliano Brancaccio, questa lettura non trova adeguati riscontri. I differenziali tra i tassi stanno infatti crescendo pure sui titoli di Portogallo, Grecia e Spagna, che presentano livelli del debito pubblico anche molto bassi, e comunque ampiamente diversi tra loro. Il dato che piuttosto realmente accomuna questi paesi al nostro è la scarsa competitività delle merci e quindi la tendenza sistematica ad andare in disavanzo nei conti con l'estero (i parziali recuperi dell'Italia si spiegano col generoso abbattimento del cuneo fiscale di Prodi e non certo con le decantate modernizzazioni del flaccido capitalismo nostrano). Dunque non tanto a causa del deficit pubblico, quanto piuttosto a causa della bassa competitività e del deficit estero, l'Italia e gli altri paesi del Sud Europa potrebbero pagare cara la decisione europea di procedere in ordine sparso di fronte alla crisi. C'è poi un limite tutto italiano nella gestione della crisi. Il governo infatti sembra insistere con provvedimenti generosi per le imprese e i redditi alti, mentre ai lavoratori dipendenti e ai ceti più deboli concede solo indegne elemosine; e soprattutto non sembra avere ricette per la massa di licenziamenti che si annuncia. Questa politica è inaccettabile sul piano etico e rischia pure di rivelarsi fallimentare alla prova dei fatti. Questa infatti è in gran parte una crisi causata dall'enorme squilibrio tra ricchi e poveri che è venuto a crearsi in questi decenni. Accentuare questo squilibrio, anziché attenuarlo, potrebbe aggravare una situazione già per molti versi compromessa.

 

Maxi aumenti ai Brunetta boys - Antonio Sciotto

Il ministro Brunetta passerà pure per «mitico» grazie alla lotta ai cosiddetti fannulloni, ma per compiacere il proprio staff e quello del presidente del consiglio Berlusconi non guarda in faccia a nessun criterio di merito: è appena stato firmato un accordo sindacale che aumenta stabilmente di ben 600 euro medi al mese lo stipendio dei 3 mila dipendenti della presidenza del consiglio (tra i quali sono inclusi anche quelli del ministero della Funzione pubblica, quello guidato dallo stesso Brunetta, che in realtà è un semplice dipartimento dell'ufficio del premier). E a fronte della generosissima erogazione – tanto più in tempi di crisi, e di licenziamenti di centinaia di migliaia di precari - cosa chiede l'uomo simbolo della produttività? Un enorme aumento di efficienza, ben due ore di lavoro in più a settimana: arrivare a 38 ore rispetto alle precedenti 36. I 600 euro esistevano già, ma non erano per tutti: rappresentavano la «indennità di specificità organizzativa», un'erogazione accessoria per particolari funzioni, e sono la media tra un minimo di 350 e un massimo di 900 euro. Il ministro Brunetta adesso quel salario accessorio lo ha «stabilizzato», facendolo passare dall'integrativo al contratto nazionale (speciale per la presidenza del consiglio). E lo ha generalizzato a tutti i 3 mila dipendenti, con l'unica condizione che accettino di fare 2 ore in più a settimana. Nella direttiva che con solerzia ha inviato all'Aran per perfezionare la contrattazione, spiega che c'è anche la possibilità di rimanere a 36 ore: ma francamente sarà difficile trovare qualcuno che non si «sforzi» di farne 38. Insomma, c'è chi a fronte di otto ore in più al mese, arriverà a prendere anche 900 euro aggiuntivi (pari allo stipendio di un precario); ma anche se ricevesse soltanto il minimo di 350 euro non gli andrebbe proprio male. Il principale firmatario del contratto è la Snaprecom (sindacato autonomo della presidenza del consiglio), mentre la Cgil non è rappresentata al tavolo contrattuale, e dunque non ha partecipato a definire il profilo della nuova «casta» di filiazione brunettiana. Indennità tornello. C'è già chi la chiama «indennità tornello». Proprio Brunetta aveva scelto di propagandare l'istallazione dei tornelli a Palazzo Chigi, facendosi fotografare mentre passava il badge con una mano e con l'altra faceva sorridente la «v» di vittoria. Mentre Berlusconi, dal canto suo, annunciava che tutti i bar vicini sarebbero falliti, dato che sarebbe stato più difficile concedersi la classica pausa caffè da «fannullone» impenitente: «Avranno pensato di introdurre l''indennità tornello' - commenta sarcastico il segretario Fp Cgil Carlo Podda - A parte gli scherzi, aumenti così possono pure andare bene, ma se andassero ugualmente a tutti i lavoratori del Paese, e non solo a 3 mila. Tutti gli altri devono accontentarsi dei 70 euro lordi - pari a poco più di 40 netti mensili - erogati dal recente Protocollo Brunetta. Mi verrebbe da dire a Cisl e Uil: rivendichiamo insieme quei 600 euro per tutti». Due milioni al merito. Passando a un altro scandalo, nel disegno di legge Brunetta in discussione al Senato, si stanziano ben 1,2 milioni di euro per la retribuzione annua dei quattro membri dell'«Authority del merito», quella che dovrebbe stilare le «pagelline» di produttività dei vari uffici pubblici. Ben 300 mila euro di stipendio all'anno cadauno; o 25 mila euro al mese, che poi sono il lordo annuale di un normale dipendente pubblico. E non basta: Brunetta si è fatto riservare ulteriori 500 mila euro per il generico capitolo «consulenze». Altri privilegiati, per ora ignoti, con contratti a più zeri. «Il ministro, se tiene alla trasparenza come dice, pubblichi l'elenco di queste consulenze - conclude Podda - Secondo noi è assurdo centralizzare la valutazione del merito: piuttosto, si dovrebbe affidare agli utenti dei servizi».

 

Cgil: «Protocollo al voto e stabilizzare i precari» - Antonio Sciotto

ROMA - La Funzione Pubblica Cgil si prepara allo sciopero generale del 12 dicembre, ma intanto lancia la sua campagna su contratto e precariato. «Diritto di parola - voglio dire la mia» è lo slogan che campeggia sui bei poster dallo stile futurista con cui la categoria guidata da Carlo Podda lancia il referendum sul protocollo Brunetta siglato da Cisl e Uil, e che non ha visto in calce la firma della Fp: «Abbiamo preparato dei moduli che i nostri delegati distribuiranno in 13 mila posti di lavoro - spiega Podda - Puntiamo a raccogliere 600 mila firme certificate, pari al doppio dei nostri iscritti. Speriamo che anche Cisl e Uil accettino di sottoporre il Protocollo al voto di tutti i lavoratori». Sul fronte della lotta al precariato, il sindacato intende rendere visibili gli oltre 56 mila precari che da qui all'1 luglio 2009 rischiano di perdere il posto a causa della modifica della legge Nicolais, imposta dal nuovo ministro Renato Brunetta. Quanto al Protocollo, Podda ha ribadito la propria contrarietà rispetto alla cifra erogata: «Sono 70 euro lordi, poco più di 40 netti: assolutamente insufficienti per garantire il potere d'acquisto dei redditi». Ma c'è anche un motivo di «merito», o se vogliamo più politico, che ha portato la Funzione pubblica Cgil a non accettare quel Protocollo: «Quel testo esprime una visione autoritaria delle relazioni sindacali, come d'altra parte quello di Confindustria presentato per il settore privato. E' la stessa filosofia autoritaria che ispira il ministro: Brunetta ha ripetuto più volte che nel caso in cui non si fosse raggiunto un accordo, lui avrebbe comunque erogato gli aumenti, grazie a una norma che ha fatto inserire nella finanziaria». E infatti Cisl e Uil hanno già firmato due contratti in base a quel Protocollo, quelli di ministeri e agenzie fiscali, dove superano (insieme ad altre sigle minori) la soglia necessaria del 51% di rappresentanza. Ma nel parastato - enti locali e sanità - che ha i tavoli ancora aperti, senza la Cgil quel 51% non si raggiunge: e dunque in quel caso non si potrà firmare un vero e proprio contratto, ma dovrà essere il ministro a erogare unilateralmente, e chi vorrà aderire potrà solo siglare in calce (come è avvenuto con lo stesso Protocollo Brunetta, che non è stato firmato da sigle che raggiungono il 51%). Passando ai precari, secondo i dati ufficiali del ministero, risultano essere in bilico (cioè in scadenza contratto entro l'1 luglio 2009), ben 56.281 persone: «Secondo la precedente legge Nicolais - spiega Podda - se ne sarebbero potuti stabilizzare già 38 mila per mezzo di appositi concorsi, e solo se li avessero superati. Tutti gli altri sarebbero potuti rimanere grazie alla proroga dei contratti, in vista di una futura stabilizzazione. Ma la riforma Brunetta ha invertito i termini: adesso chi ha raggiunto 3 anni di anzianità non ha più diritto a concorrere a un posto a tempo indeterminato, ma al contrario dovrà essere licenziato». Dunque, con la campagna lanciata ieri dalla Funzione Pubblica, i precari si potranno rendere visibili negli uffici pubblici grazie a speciali spillette o adesivi che legano il destino del loro contratto a quello del servizio cui sono addetti: «Pensiamo ad esempio agli asili nido - dice Podda - Alemanno, come Cofferati, tanto per citare due sindaci di opposte fazioni politiche, hanno lamentato di dover chiudere gran parte dei propri asili se i tagli andranno in porto: la maggior parte delle donne che ci lavorano sono precarie. Allora, quando il cittadino porterà il proprio figlio al nido, vedrà la spilletta: e saprà che dall'anno prossimo non solo quella lavoratrice, ma probabilmente anche l'asilo, saranno spariti». Uno degli slogan, recita infatti: «Precario in uscita obbligatoria. Dal primo luglio non ci sarò più a garantire questo servizio». La Cgil chiede dunque «la stabilizzazione di tutti i precari, o, in mancanza, la proroga dei contratti. Se poi i tagli li colpissero comunque, andrebbero estesi gli ammortizzatori anche a loro». Infine, lo sciopero. Podda ricorda che, a parte quello generale del 12 dicembre, ha ricevuto mandato dalla propria categoria di «indirne un altro insieme ai metalmeccanici, come da proposta della Fiom, dopo la pausa natalizia».

 

L'ultimo saluto a Vito. Gli amici: «Ora vogliamo i responsabili»

Alessandro Braga

PIANEZZA (TO) - Alla fine della cerimonia funebre nella chiesa parrocchiale i più seguono la bara di Vito Scafidi fino al cimitero di Pianezza per l'ultimo saluto. Altri, e sono comunque tanti, si disperdono nelle vie del paese. Al funerale del giovane morto sabato scorso per il crollo di una controsoffittatura nel liceo scientifico Charles Darwin di Rivoli erano alcune migliaia. Sparpagliati, a piccoli gruppi, in massa, silenziosi, se ne vanno. Molti si ritrovano alla fermata dell'autobus. Hanno sedici, diciassette, qualcuno diciotto anni. Indossano giubbotti di marca, sulle spalle i loro zainetti Invicta o Seven con numerosi pupazzetti che pendono dalle cerniere. Chiacchierano tra di loro mentre aspettano i mezzi. Come se fossero appena usciti da scuola. Gli occhi rossi di pianto. Come dopo un brutto voto in una verifica. Però, questa volta, a Vito non sono stati concessi nemmeno gli esami di riparazione. Piangono come piangono gli adolescenti: senza badare troppo alla forma, singhiozzano rumorosamente. Un loro amico è morto, punto. Non per fatalità, ma in modo assurdo. Le lacrime mischiano dolore e rabbia. Proprio per l'assurdità di quella morte. Nelle loro parole la sofferenza, ma anche una richiesta di giustizia: «Vito non doveva finire così, adesso vogliamo sapere perché è successo, di chi sono le colpe per questa morte così irrazionale». Lo ha ricordato dal pulpito anche il parroco di Pianezza don Beppe Bania. Lo conosceva bene Vito lui. Lo aveva battezzato diciassette anni fa. Ieri con la stessa acqua battesimale ha bagnato il feretro del ragazzo. «Il dolore è arrivato dove non ce lo si aspetta», dice durante la predica. Perché è arrivato dove «la vita non si conclude ma si imposta». Per questo anche lui dà ragione ai ragazzi quando chiedono il perché di quella morte. Invita i giovani a riprendere in mano la loro vita, ma anche gli adulti a fare le cose bene. «Se quei signori che hanno fatto la controsoffittatura, l'avessero fatta con la testa, avrebbero forse pensato che quel tubo poteva cadere. Noi adulti dobbiamo fare le cose bene». E a chi governa dice: «Aiutateci a creare un'Italia dove le pastoie burocratiche non abbiano l'ultima parola, dove prima dell'ideologia, degli interessi privati, ci sia la sicurezza delle persone». Quando la bara di Vito arriva nel piazzale della chiesa, il sagrato è già stracolmo di gente da almeno un'ora: c'è tutta Pianezza, dai giovani agli anziani con gli occhi lucidi; ci sono gli studenti delle scuole di Torino; e ci sono anche tanti genitori che hanno voluto in questo modo esprimere la loro vicinanza a mamma Cinzia e papà Fortunato. La bara, in legno chiaro, è tutta coperta di fiori. Ci sono anche le sciarpe degli Arditi e dei Drughi, due gruppi di tifosi organizzati della Juventus, la squadra per cui Vito tifava. Vicino all'entrata, uno stendardo della Vecchia Signora listato a lutto. Accanto, le corone di fiori mandate dalle diverse istituzioni: c'è anche quella del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e quella del governo. Ma in rappresentanza dell'esecutivo non si è visto nessuno: gli amici del ragazzo avevano detto che la presenza di coloro che ritengono i principali responsabili di quella morte sarebbe stata sgradita. Vito entra in chiesa accolto da un applauso lunghissimo. Dietro la parrocchia dedicata a san Pietro e Paolo si vedono le Alpi. Il cielo è limpido. Il freddo, pungente, entra nelle ossa. Ma nessuno se ne va fino alla fine. Dopo aver dedicato un altro lunghissimo applauso al ragazzo, mentre accompagnato dai genitori e dagli amici viene portato al cimitero del paese. Sulla cancellata di fronte al sagrato c'è un lenzuolo bianco con una scritta: «Ogni xsona (scritto proprio così, a mò di sms) piccola o grande che sia... è unica... Lascia un po' di sé... prendi un po' di noi». Dal pulpito fino a pochi istanti prima si susseguivano i ricordi del ragazzo. Gli amici del paese, i compagni della squadra di calcio in cui Vito giocava, i compagni del liceo. I racconti sono spesso interrotti dalle lacrime. Parla anche la sorella Paola, che legge una lettera dedicata al fratello: «Arrivederci fratellino mio - dice - Questo non è un addio, ma un semplice ciao. Continuerai a svegliarti tutte le mattine con me, continueremo a litigare per le cose più stupide. Ci vediamo dopo». Lo ricorda in alcuni momenti da bambino, e gli dedica alcuni versi della «loro» canzone dell'estate, «Buonanotte a te» degli ZeroAssoluto. E alla fine lo definisce un «angelo custode»: di tutti gli studenti del mondo, ma anche «un martire di persone senza scrupoli che ristrutturano i castelli ma lasciano cadere a pezzi case e scuole». E ancora una volta, dolore e rabbia si mischiano: dolore per la morte di un fratello, e rabbia per l'assurdità di una tale fine.

 

Una nuova squadra che rischia il déjà vu - Marco d'Eramo

NEW YORK - Ieri l'attuale ministro della Difesa (ed ex direttore della Cia), Robert Gates, ha accettato di rimanere al suo posto con Barack Obama. E così, anche se l'annuncio ufficiale è rinviato alla prossima settimana, a dopo le vacanze del Ringraziamento (Thanksgiving cade oggi), la compagine governativa della prossima presidenza è ormai quasi al completo (vedi box in pagina). La scelta di Gates presenta però un interesse peculiare perché è il primo, e finora l'unico, repubblicano cooptato nel nuovo gabinetto democratico. La sua è una chiara scelta di continuità su un terreno -la guerra in Iraq - in cui Obama durante la campagna aveva promesso la rottura più drastica con Bush. Perciò è una scelta che scontenterà la sua base di sinistra, già irritata e delusa da Timothy Geithner al Tesoro. Ma da un lato, con Gates, Obama ha ribadito il criterio principale che segue nelle nomine: persone in grado, come si dice qui, di «ottenere che le cose siano fatte» (get things done), cioè di far approvare dal Congresso le sue direttive e di farle applicare dai propri apparati, ministeri e agenzie. Dall'altro, Obama sa che il promesso ritiro dall'Iraq può porlo in rotta di collisione con i generali: il capo di stato maggiore Michael Mullen ha già chiesto che il ritiro sia posticipato e diluito. Obama vuole perciò evitare quel che capitò a Clinton quando il neopresidente perse lo scontro sui gay nell'esercito, si trovò in posizione di debolezza per i successivi sette anni, e non riuscì mai più a imporre ai generali la propria politica. Tra parentesi, Obama ha già deciso di rinviare il tema dei gay militari. Da questo punto di vista, Gates è una scelta rassicurante. Per di più, il suo essere repubblicano porta in dote a Obama un certificato di perfetta bipartigianeria. Lo stesso ragionamento vale per Tom Daschle alla Sanità o Larry Summers come consigliere economico. Ognuno porta con sé una grande esperienza di manovre, parlamentari o finanziarie. Ognuna di queste scelte ha quindi una sua logica, ma messe assieme sono preoccupanti. Va bene volere «che le cose siano fatte», ma quali «cose»? La ministra della sicurezza nazionale Janet Napolitano ha promosso la più draconiana legislazione anti-immigrati ed è stata la prima governatrice a chiamare la Guardia nazionale a sorvegliare la frontiera col Messico contro i clandestini: che ne diranno gli ispanici che hanno votato in massa per Obama? Il nuovo capo dei servizi segreti, Dennis Blair, è un ammiraglio; il consigliere per la sicurezza nazionale, il generale Larry Jones è l'ex comandante della Nato: due uomini di provata esperienza ma non certo colombe. La stessa Hillary Clinton, tanto osannata come ministra degli Esteri, è sempre stata più a sinistra di Obama sui temi di politica interna e sociale, ma più «falco» nell'internazionale. Dove le perplessità sono più forti è però sulla compagine economica, proprio perché la situazione è drammatica: ieri sono giunti altri segnali di frenata brusca e la spesa al consumo è diminuita per il quarto mese consecutivo. Va bene scegliere l'experienza, ma Paul Volcker ne ha troppa. Ora è stato nominato presidente del Comitato speciale per la ripresa economica che, secondo Obama, dovrebbe «portare uno sguardo fresco» sull'economia. Ma come può farlo un uomo di 81 anni, che era governatore della Federal Reserve già nel 1987 con Jimmy Carter e che provocò la depressione degli anni '80 sotto Reagan? Quanto al nuovo ministro del Tesoro, il settimanale The Nation ha già chiesto che Obama ritiri la sua nomina. Si capisce perché Obama senta un feeling per Geithner: ha la sua stessa età (è nato nel 1961); è anche lui snello e piacevole; è anche lui un «ragazzo prodigio»; ha anch'egli trascorso la sua infanzia all'estero: Zimbabwe, India e Thailandia dove ha preso la maturità; parla cinese e giapponese; è un completo bipartisan, perché ha lavorato con un repubblicano come Henry Kissinger e poi nell'amministrazione Clinton; a differenza dell'ex ministro del Tesoro di Clinton, Larry Summers, la sua alta autostima non si traduce in arroganza intellettuale; ma, come Obama, è controllato, riservato e ascolta molto. E però pesanti riserve le ha espresse anche il cauto New York Times che si chiede: dove stava Geithner in questi anni? Alla Federal Reserve di New York, dove avrebbe dovuto controllare le finanze di Wall street, cioè prima fare in modo che tutto quel che è avvenuto non fosse successo, e poi emanare misure per rimediare alla svelta al disastro. Geithner non ha fatto né l'uno né l'altro: ha lasciato che la situazione s'incancrenisse e poi ha imbastito piani di salvataggio abborracciati, inefficaci e - alcuni - per lo meno sospetti. Va bene privilegiare l'esperienza, ma il rischio è il déjà vu, altro che il cambiamento.

 

Bangkok, assedio al governo - Renato Novelli

L'aeroporto occupato martedì sera dai componenti di un movimento, (il People Alliance for Democracy) che fin dal mese di agosto ha presidiato la sede del primo ministro del paese. Il comandante dell'esercito che consiglia al governo di dimettersi e indire nuove elezioni, mentre rifiuta di fare un colpo di stato, come suggerirebbero alcuni dei dimostranti anti governativi, e di intervenire per liberare l'aeroporto, come chiede il governo. I sostenitori del governo mobilitati anche loro nei pressi del vecchio aeroporto. Il principale partito di opposizione che promuove incontri con i dimostranti. Il primo ministro (cognato dell'ex premier Taksin, vero obbiettivo della mobilitazione), che tornando dall'incontro dei paesi di Asia Pacifico, sbarca a Chiang Mai e non nella capitale, dove è arrivato solo ieri sera. Sono questi i giorni del confronto politico più drammatico che abbia attraversato la società tailandese dai giorni del maggio nero del 1992, quando l'esercito uccise circa 1.000 dimostranti (mobilitati, come oggi, da Chamlong, leader del Pad), ma subì lo scacco di una sconfitta politica bruciante che segnò la fine del comandante del tempo e dei suoi amici. Qualche tempo fa, in una situazione bloccata, circolava la voce di un possibile governo dei militari con dentro tutti i partiti, ma ora uno sbocco di questo genere appare più difficile. Per i politologi un rebus: siamo di fronte ad un «golpe con altri mezzi» o alla esasperazione di una classe media urbana stanca di essere governata da deputati che hanno sborsato somme immense per pagare gli elettori e sono, come altrove, una casta? Un golpe vero non servirebbe a molto. I militari lo hanno fatto due anni fa, ma la nuova costituzione non ha prodotto né stabilità né cambiamento politico. Nel 1992 fu il Re a trovare una via di uscita e a licenziare di fatto il comandante dell'esercito - primo ministro golpista che aveva fatto sparare sui dimostranti, ma oggi la situazione è molto più complessa e confusa. Gli eventi potrebbero essere ricordati come lo scontro delle camicie gialle (il colore del Pad) e delle magliette rosse (il colore dei sostenitori del governo e di Taksin). Il Primo ministro Somchai ha tenuto ieri sera alle 10 una conferenza stampa per dire che non si dimetterà né indirà nuove elezioni. Presiede un governo i cui partiti sono stati votati dalla maggioranza dei cittadini. Il Pad ha occupato anche la torre di controllo dell'aeroporto ed ha comunicato che tratterà se il governo si dimette, il comandante dell'esercito Anupong, ha di nuovo (consigliato) al governo dimissioni e nuove elezioni. Come nella tradizione della cultura asiatica le dichiarazioni chiuse potrebbero precedere una soluzione di compromesso a sorpresa, ma non si delineano soluzioni, se non un qualche ruolo da protagonista dell'esercito. In quale forma non è prevedibile ora. La società politica tailandese è diventata una scatola che si è chiusa da sé, senza chiavi esterne. Come nel teatro delle ombre, così popolare da queste parti, per capire se c'è una via d'uscita, è necessario guardare alle ombre lunghe dietro lo schermo. L'ombra oramai lontana, ma più lunga ed inquietante è il fatto che 12 milioni di tailandesi, considerano il populismo di Taksin una forma autoritaria, corrotta e delegittimata di governo. Ma 14 milioni lo votarono e continuano a votarlo indirettamente anche se è in esilio e condannato per corruzione, perché hanno subito il fascino del suo populismo. I primi appartengono alla classe media, ai ceti urbani e colti, al mondo della società civile e della protesta sociale. Va aggiunta la popolazione del Sud che vota in blocco per il Partito Democratico. I secondi sono in gran parte popolazione rurale del Nord e del Isan, la regione più povera del paese, la più agricola tradizionale al confine con il Laos. Sul Bangkok Post di ieri, un commentatore straniero espatriato nel paese da 10 anni, scrive che il Pad ha sbagliato e che l'occupazione dell'aeroporto fa diminuire il consenso verso il gruppo anche tra i ceti urbani, ma che il governo di Somchai è un governo fantoccio nella mani di Taksin e che la Thailandia avrebbe bisogno di un governo eletto democraticamente e non pagatore di elettori. Ma di questo sarebbe opportuno convincere i contadini dell'Isan, con proposte di riforme contro la povertà e uno sviluppo economico meno penalizzante per la loro regione. Una mossa che sembra lontana dalle intenzioni di chiunque.

 

Il gelo fa strage di clochard, 265 decessi dall'inizio dell'anno

Anna Maria Merlo

PARIGI - Il freddo è arrivato e, come ogni anno, per i senza tetto è scattata l'emergenza. Quattro morti in un mese al Bois de Vincennes, escluso anche dagli interventi delle associazioni caritatevoli. Ieri, Emmaus France ha rivelato che dall'inizio dell'anno, in Francia sono decedute in strada 265 persone senza casa. Il presidente Sarkozy, che in campagna elettorale aveva promesso (nel 2006) che «tra due anni nessuno sarà più obbligato a dormire sul marciapiede e a morire di freddo», è intervenuto per assicurare che «i poteri pubblici hanno il dovere e la responsabilità di non lasciar morire di freddo e quindi di fare in modo che possano andare nei centri di accoglienza, ricevere un pasto, venire alloggiati». La contestata ministra della casa, Christine Boutin, ha un'idea: «Ci sarà una riflessione per vedere se non sia possibile rendere obbligatoria l'accoglienza dei senza tetto quando la temperatura diventa troppo fredda». Un modo per reintrodurre, sotto un'altra forma, il reato di vagabondaggio. Secondo Boutin, c'erano dei posti vuoti nel centro di accoglienza più vicino al Bois de Vincennes. «Sono totalmente contraria imporre l'obbligo di rifugiarsi in un centro - ha reagito Christophe Deltombe, presidente di Emmaus France -: bisogna rispettare la libertà della gente». Deltombe ha sottolineato che i senza tetto chiedono «delle soluzioni permanenti e non dei centri d'emergenza dove la promiscuità è estrema». La città di Parigi ha affidato a Emmaus una missione per affrontare «l'insieme della situazione» che si aggrava. Ma il governo sembra voler punire le associazioni che si occupano di senza tetto: Dal (Droit au logement), che interviene da 18 anni, è stata condannata da un tribunale a 12mila euro di multa per aver «ingombrato la strada lasciandovi degli oggetti»: la colpa del Dal è di aver costruito un villaggio di 319 tende, dal 3 al 15 ottobre 2007, per alloggiare delle famiglie senza tetto in rue de la Banque, nel centro di Parigi. «Visto che lo stato non è riuscito a scoraggiare chi è mal alloggiato con la repressione poliziesca - afferma il Dal - adesso cerca di affossare finanziariamente l'associazione che li ha sostenuti». Il governo, dopo aver inviato a più riprese la polizia a sgombrare le famiglie ospitate sotto le tende, aveva promesso allora che avrebbe trovato una soluzione per tutti: a tutt'oggi, solo 130 famiglie su 374 hanno trovato una casa decente. L'Alto commissario alle solidarietà, Martin Hirsch (che viene dalla sinistra), ha replicato: «Faccio parte di questo governo - ha detto - non posso decidere da solo, ma difenderò la mia posizione con determinazione: non è possibile mettere in ginocchio questo genere di associazioni condannandole a delle multe per aver fatto questo tipo di azioni». Per il Pcf, la condanna del Dal è «una vergogna», per la Verde Dominique Voynet «il problema è l'assenza di case».

 

La Stampa – 27.11.08

 

Strage a Mumbai, italiani barricati

MUMBAI - È di almeno 101 morti e di 250 feriti il tragico bilancio di una serie di attacchi armati e dinamitardi messi a segno ieri a Mumbai in India. Lo ha affermato un rappresentante delle autorità indiane. Fra gli obiettivi presi di mira, due hotel di lusso, un ristorante frequentato da turisti, ospedali e una stazione ferroviaria. Gli assalitori hanno preso nei due alberghi decine di ostaggi, scegliendoli tra le persone con passaporto Usa e britannico. Un attacco contro gli stranieri. I terroristi hanno aperto il fuoco in due hotel di lusso, il Taj Mahal e l’Oberoi. Hanno anche attaccato la stazione Chhatrapati Shivaji situata nel sud della città e il ristorante Leopold’s. In seguito hanno preso d’assalto il quartier generale della polizia nel sud della città. L’esercito indiano ha poi fatto irruzione nei due alberghi: stando alle prime notizie, sarebbero stati uccisi 4 terroristi e arrestati altri 9. La polizia ha annunciato con gli altoparlanti il coprifuoco nella zona degli alberghi assaltati, allontanando i cronisti presenti, probabilmente un segno di un nuovo imminente assalto delle forze dell’ordine. La cautela della Farnesina. Tra gli ospiti degli alberghi attaccati ci sarebbero anche degli italiani, tra i quali una donna e la sua bimba di pochi mesi che sarebbero ospiti dell’hotel Oberoi. Dalle informazioni in possesso della Farnesina, non è ancora possibile tracciare un bilancio del coinvolgimento di cittadini italiani negli attentati di Mumbai. Il ministro degli Esteri Franco Frattini, informato della portata e della presumibile matrice degli attentati verificatisi a Mumbai ha espresso «la più ferma condanna per tali atroci e ingiustificati atti di violenza che hanno coinvolto un gran numero di civili inermi». "Asserragliati negli alberghi". L’ambasciatore italiano in India, Roberto Toscano, ha detto: «La situazione è ancora in corso di chiarimento», Negli hotel attaccati «c’erano e ci sono italiani», «alcuni sono riusciti a uscire» e noi «abbiamo la lista dei connazionali che si sono messi in salvo, ma non la lista completa» di tutti gli italiani, ha aggiunto. «Ci risulta che in questi due hotel», l’Oberoi e il Trident, dove ci sono ancora i terroristi, «ci siano molti ospiti compresi probabilmente degli italiani che stanno chiusi nelle camere aspettando che finisca» questa vicenda, ma «siamo ancora in una situazione di scontro». Gli attentati sono stati rivendicati dai Mujaheddin del Deccan, un gruppo islamico fino ad oggi poco conosciuto.

 

Il braccio in India la mente nell'ombra - CLAUDIO GALLO

Mumbai, la vecchia Bombay dei portoghesi e dei britannici, è tornata a calcarsi in testa l’elmetto dell’emergenza terrorismo dopo poco più di due anni dai sanguinosi attacchi ai treni dell’11 luglio del 2006. La città deliziosamente indolente dove Rushdie ambientò i «Figli della Mezzanotte», diventata capitale della finanza nell’India della bomba atomica e dei voli lunari, è di nuovo in ginocchio per un attacco terroristico. Soltanto sei settimane fa un’ondata di attentati nei mercati più popolosi di Delhi aveva provocato venti morti. Il terrorismo islamico è da subito l’imputato ma è una definizione che spiega molto poco perché è soltanto una cornice generale. Certo, ad alcune televisioni indiane è arrivata via e-mail la rivendicazione del gruppo di fuoco «Guru-Al Hindi», che farebbe parte dei «mujaheddin del Deccan», un gruppo sconosciuto che non dice nulla. Anche la motivazione dell’attacco, la volontà di vendicare i soprusi della polizia indiana sui musulmani di Mumbai, sembra inconsistente di fronte all’ampiezza e alla dimensione militare dell’attacco. A questo punto, poche ore dopo un grande attentato, spunta immancabilmente il nome di Lashkar-i-Toiba, l’«Esercito dei puri», l’organizzazione terroristica islamista, nata in Afghanistan nel 1991, che si è fatta un nome soprattutto nella guerra sporca per il Kashmir, dove dal 1993 si è distinta per l’efficenza militare e la crudeltà degli attacchi contro i civili non musulmani. Il gruppo ha firmato i principali attentati degli scorsi anni in India, dall’attacco al parlamento di Delhi del 2001 agli attentati di Mumbai due anni fa. Lashkar-i-Toiba, nella liste delle organizzazioni terroriste del Dipartimento di Stato americano, considera hindu ed ebrei nemici da distruggere. Il quartier generale del gruppo è a Lahore, in Pakistan, dove addestrerebbe i militanti che vanno poi a combattere in Kashmir. E’ facile immaginare che un’organizzazione del genere non possa operare nel Paese senza il consenso dell’Isi, i potenti servizi segreti pakistani, gli inventori dei taleban, la cui regia oscura è postulata in qualsiasi complotto terroristico dall’11 settembre in poi. Molte delle intricate e multiformi sigle dell’intelligence indiano staranno facendo in questi istanti una serie di collegamenti simili ma purtroppo non è così facile. Inoltre sembra certo che Lashkar-i-Toiba proprio a Mumbai conti sull’appoggio della rete criminale di Dawood Ibrahim, un gangster che alla fine viene sempre tirato in ballo quando una bomba scoppia in città. La D-Company, l’organizzazione di Dawood, 53 anni, in cima alla lista dei ricercati dell’Interpol, quarto nella lista di Forbes dei dieci criminali più detestati al mondo, sarebbe attiva lungo tutta la costa occidentale dell’India. La sua rete è una base logistica formidabile per qualsiasi organizzazione terrorista. Inutile dire che molti in India credono che Dawood sia nascosto in Pakistan. La catena di comando, che andrebbe dall’Isi ai terroristi islamici, non è oggi così scontata. Negli ultimi tempi il presidente pachistano Zardari si è prodigato in gesti distensivi, rassicurando gli ex nemici indiani che Islamabad non userà mai per prima l’atomica. E solo due giorni fa una delegazione delle agenzie investigative pachistana e indiana si sono incontrate per un accordo di cooperazione sulla sicurezza comune. Anche questa volta, come per le stragi del 2006, si affaccia lo spettro di Al Qaeda, che potrebbe aver prestato la sua regia globale a un conflitto tradizionalmente regionale. Già nella notte la polizia starà interrogando non troppo gentilmente i terroristi catturati. Oggi sarà il giorno delle piste, vedremo se porteranno da nessuna parte, o in troppi luoghi come in passato.

 

Guerra tra UE e Cina sul Tibet – Francesco Sisci

PECHINO -- Simile a un primordiale e spaventoso evento tettonico, le montagne del Tibet sono spuntate come un ostacolo politico insormontabile in mezzo al continente euroasiatico. Per la prima volta dall'inizio della partnership iniziata nel 1998 la Cina ha rimandato un vertice con la Unione Europea, in questo caso quello previsto a Lione la settimana prossima, per “differenze di opinioni” sul Tibet. Il capo di stato francese Nicolas Sarkozy, presidente di turno della UE, ha infatti confermato che intende incontrare il Dalai Lama, capo spirituale del Tibet, il 6 dicembre. In quella data Sarkozy e altri capi di governo europei riceveranno in Polonia molti vincitori del nobel per la pace, tra cui appunto il Dalai Lama. Il leader tibetano la prossima si recherà anche nella repubblica Ceca e in Belgio dove parlerà al parlamento europeo il 4 dicembre. Già da mesi c'era tensione tra alcuni governi europei e Cina proprio per la disponibilità dei governanti europei di incontrare il Dalai Lama, con cui Pechino ha aperto una enorme controversia politica riguardo al Tibet. Il Dalai Lama, in esilio del 1959, dopo una fallita rivolta anti cinese, chiede una larga autonomia per il Tibet storico, circa ¼ del territorio cinese. Pechino rifiuta di concedere questa larga autonomia e considera come “Tibet” solo la regione autonoma tibetana, circa la metà del territorio rivendicato dal Dalai Lama. In Cina ci sono meno di sei milioni di persone di etnia tibetana su una popolazione di quasi 1,4 miliardi, al 95% di etnia han. Il vertice di Lione sarebbe dovuto servire a esaminare strategie comuni tra Europa e Cina per la crisi economica in corso. La Cina è oggi il Paese con le maggiori riserve monetarie mondiali, circa 2mila miliardi di dollari. Sono in corso intense consultazioni tra Stati uniti e Cina per concordare politiche comuni sulla crisi in corso ed è già programmato per l'inizio del 2009 un vertice tra il neo presidente Usa Barak Obama e il collega cinese Hu Jintao. Inoltre molti osservatori americani sostengono il bisogno di un nuovo patto, più forte tra Usa e Cina. Un ulteriore ondata di gelo tra Cina e Unione europea arriverà senz'altro con il 17 dicembre, quando il parlamento della unione conferirà il premio Sacharov al dissidente cinese Hu Jia. Potrebbe essere una spirale verso il basso delle relazioni tra Cina ed Europa trainata da due diverse visioni della politica in generale. La Cina considera questi incontri con il Dalai Lama come un sostegno politico alla causa della indipendenza tibetana, cosa che Pechino e la stragran parte della popolazione cinese è votata ad evitare. La popolazione cinese, come ha dimostrato anche la reazione popolare dentro e fuori la Cina dopo le proteste di marzo a Lhasa, ritiene il Tibet parte integrante del proprio territorio nazionale. I cinesi non sono disposti a considerare concessioni significative su questo terreno. Capi di governo europei e una buona parte della opinione pubblica europea considerano invece gli incontri con il Dalai Lama come un sostegno al principio della libertà religiosa e ai diritti umani in Cina. Da questo punto incontrare o non incontrare il Dalai Lama diventa un delicato problema di libertà e di principio. Di certo in questa vicenda il Dalai Lama registra una serie di punti a favore. Il leader tibetano era reduce dal fallimento di un giro di colloqui con Pechino e da un duro congresso con i tibetani in esilio dove aveva comunque vinto la sua linea moderata favorevole a una larga autonomia e contro la richiesta dell'indipendenza. Solo che dopo questo nuovo tour europeo del Dalai Lama, la probabile reazione cinese sarà quella di indurire la repressione in Tibet. Inoltre, non sono chiare le conseguenze di breve ma che di medio e lungo termine per i Paesi europei in questa rotta di collisione con la Cina per il Tibet, che invece anche grazie alla crisi economica in corso, è in rotta di convergenza con l'America.

 

La catastrofe prossima ventura secondo il Wwf – Carla Reschia

Cambiamenti climatici sempre più veloci; milioni di persone colpite ogni anno; impatto sull’economia e sull’energia: «Global deal per un mondo a carbonio zero», il dossier del Wwf sullo stato del mondo, non è una di quelle letture consigliate per rilassarsi la sera. Sarà vero? Sarà falso? Gli allarmi ormai sono all'ordine del giorno: ogni gelata preannuncia l'inverno più freddo del millennio e ogni giornata di sole fa gridare che il pianeta va a fuoco. Però, gli abitanti delle Maldive stanno preparando il trasloco e le grandi potenze si stanno già disputando i nuovi passaggi lasciati liberi dai ghiacci dell'Artico e organizzando la divisione delle risorse sottomarine. In effetti, secondo gli esperti del Wwf, l'oceano artico sta perdendo la sua copertura di ghiacci estiva con circa 30 anni di anticipo; le coste della penisola antartica stanno perdendo ghiaccio più velocemente e stanno contribuendo in misura maggiore all’innalzamento del livello del mare; dal 1990, il livello globale del mare si sta innalzando di una volta e mezzo più velocemente di quanto previsto. Inoltre si registra un incremento della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera a 383 parti per milione nel 2007, cioè il 37% al di sopra della concentrazione esistente all’inizio della Rivoluzione industriale (nel 1750 era di 280 ppm). L'impatto di tutto questo sul pianeta viene quantificato in 262 milioni di persone colpite annualmente nel periodo 2000-2004; un miliardo e 800 milioni di persone colpite da scarsità d’acqua entro il 2025; 50 milioni di persone costrette a diventare rifugiati ambientali nei prossimi anni; 330 milioni di persone esposte in misura crescente alle alluvioni nelle zone costiere, lungo i bacini dei fiumi e nelle piccole isole; 180 milioni di persone già colpite da scarsità di cibo e malnutrizione, e 600 milioni di persone in previsione entro il 2080. Se poi passiamo all'economia, in questi giorni alla ribalta, il quadro è desolante anche senza tenere d'occhio i listini della Borsa: 1 miliardo e 300 milioni di persone nel mondo guadagnano troppo poco per uscire dalla soglia di povertà di due dollari al giorno; 190 milioni i disoccupati al livello globale; nei prossimi 10 anni oltre 500 milioni di persone saranno in cerca di occupazione; 5 miliardi e 300 milioni di persone non hanno accesso ad alcuna forma di copertura di sicurezza sociale; 1 miliardo e 600 milioni di persone non hanno accesso all'energia elettrica (quasi 1 persona su 4); 1 miliardo di persone vivono in abitazioni povere e prive di servizi essenziali quali l’acqua pulita e i servizi sanitari..Il rapporto si focalizza anche sull'energia e sul problema nazionale. L'Italia, si dice, ha immense potenzialità nel fotovoltaico. Usando lo 0,5 della superficie italiana (equivalente ai tetti esistenti) per installare pannelli fotovoltaici potremmo produrre, con la tecnologia attuale, circa 200 TWh l’anno, equivalente ai 2/3 del fabbisogno elettrico del paese. Sviluppo del Conto energia e altri sistemi di incentivazione potrebbero superare gli elevati costi di produzione; l’80% del mercato del solare termico è rappresentato da Germania, Grecia e Austria. La Germania ha 8.500.000 metri quadri di pannelli installati. In Italia appena 1.160.000 metri quadri; attualmente gli usi termici, che costituiscono complessivamente il 92% di tutti gli usi finali domestici ed il 54,2 % dei consumi totali, vengono soddisfatti da fonti di energia non rinnovabile (gasolio e metano).

 

Gogna senza vergogna – Massimo Gramellini

Diciamo la verità: la «social card», latinorum inglese per designare la carta dei poveri, dal punto di vista psicologico è una pessima mossa. Emana aria di depressione e richiama la tessera annonaria dei tempi di guerra. Quanto di più lontano dal berluscottimismo che il presidente del Consilvio vorrebbe trapiantarci sotto la cute. Ma ora che esiste, bisognerà almeno farla funzionare con decenza. Evitando che per i finti poveri diventi una tessera dei furbi e per quelli veri una patente di fallimento esistenziale. La carta che copre 40 euro di spesa e di bollette al mese non porta inciso il nome del beneficiario, ma va comunque esibita all’impiegato dell’ufficio o al commesso del supermercato, in mezzo a una folla di propri simili che osserverà e giudicherà. Non ho sufficiente stima del genere umano per immaginare che riesca a soffocare i suoi impulsi più meschini. Però confido che la crisi compia il miracolo di tutte le crisi ed esalti lo spirito di fratellanza che, non basandosi su regole certe ma su afflati emotivi, ha sempre trovato negli italiani gli interpreti più sorprendenti. Il mio timore riguarda i possessori della tessera. Spesso degli anziani giunti al rendiconto di una vita. A costo di apparire patetico, mi inchino davanti a loro: non devono sentirsi sconfitti né imbarazzati. Provino vergogna i ladri, i raccomandati, gli scansafatiche. Ma chi si è sempre sudato il suo pane ha diritto di passare attraverso questa gogna a testa alta. Sarà qualcun altro che, guardandolo, dovrà abbassarla.

 

Quanto guadagna Fantozzi? – Flavia Amabile

Michele Meta è capogruppo della commissione Trasporti alla Camera, è un deputato del Pd e ieri ha posto al governo una domanda che interesserà a molti. «Vorremmo sapere dal Governo se corrisponde al vero la notizia che sia stato stipulato un contratto al commissario liquidatore di Alitalia che prevede un corrispettivo di 15 milioni di euro», ha chiesto in un'interrogazione urgente ai ministri dell’Economia e dei Trasporti. A fine agosto, «Alitalia ha dichiarato lo stato di insolvenza, dopo sessanta anni di attività e nominato il commissario straordinario - spiega Meta - Gli azionisti della compagnia di bandiera, visto che la società non verrà più quotata, si ritrovano in mano titoli con valori prossimi allo zero. I creditori di Alitalia, tra i quali i fornitori, l’Enac, le società di gestione aeroportuali, vantano decine di milioni di euro ma si apprende che la liquidità è agli sgoccioli. Per le migliaia di lavoratori in esubero e per i lavoratori dell’indotto si profila un futuro molto incerto».

 

Liberazione – 27.11.08

 

Il Robin Hood (miliardario) che non media coi partiti - Romina Velchi

Cambierà idea? C'è di che dubitarne. Perché le clamorose dimissioni di Renato Soru sono clamorose solo per chi non lo conosce. A ben vedere, anzi, sono la logica conseguenza di un percorso personale e politico iniziato molto tempo fa. Anche prima della fondazione di Tiscali, negli anni del boom della net-economy. Lo circonda la fama di essere prepotente, spigoloso. Addirittura lo hanno accusato di usare metodi dittatoriali («un tiranno») nella gestione del potere. Sicuramente è riservato e dal carattere chiuso. Un dirigista. Ciò che lo ha messo in rotta di collisione con una fetta del suo stesso partito, fino all'epilogo di questi giorni. Il paradosso è che Renato Soru è un politico non-politico. Non è uomo di apparato, né di corrente e se è sceso in campo lo ha fatto per trasformare un progetto personale in un «progetto collettivo» con l'obiettivo di cambiare la Sardegna. E pazienza se per raggiungere la mèta ha dovuto pestare qualche piede: «Ho cancellato mille posti di sottopotere, un milione di euro l'anno che ricevevano Cisl e Uil come contributo regionale e ho drasticamente ridotto la formazione professionale che ci costava 300 milioni l'anno». Zac. Non l'hanno presa bene. Crede nel «valore della politica», Renato Soru, e la politica «ha bisogno dei suoi luoghi», cioè dei partiti. Ma lui non intende «mediare con i partiti - neanche col mio - le nomine dei direttori della Asl o dell'Ente acquedotti. Deve decidere la giunta che è stata eletta dai cittadini e deve decidere seguendo criteri di capacità, efficienza, competenza. Io ascolto tutti ma poi decido quello che è giusto per i cittadini. Se scontento apparati, funzionari e via dicendo, non mi interessa». Zac. Non l'hanno presa bene neanche loro. Il fatto è che quattro anni di Soru alla Regione Sardegna si vedono: sono unanimemente riconosciuti, anche dagli avversari, come quattro anni di vera discontinuità politica. Sarà per questo che i "ribelli" che, votando contro l'emendamento della discordia, hanno provocato le dimissioni, ora quasi gli implorano di ritirarle. Per dire, in tre anni ha azzerato un deficit miliardario, anche rinegoziando con il governo le modalità di riscossione della quota di Irpef e Iva che spetta alla Sardegna. Già, la Sardegna. La Sardegna al primo posto. Le sue bellezze naturali. La sua ricchezza. Non a caso uno dei suoi primi atti da presidente-Robin Hood è la famosa (e contestatissima) tassa sui ricchi, subito seguita dalla altrettanto famosa (e ora congelata) legge salva-coste, il cuore del programma politico di Soru. Il governatore ama la sua terra come tutti quelli che l'hanno dovuta abbandonare. Soru ha infatti vissuto 17 anni a Milano, dove si è trasferito per studiare economia alla Bocconi. Di famiglia povera, a 10 anni già lavorava («Mia nonna a 5 anni ha iniziato a fare la balia»). E il padre non ha risparmiato sacrifici, facendo mille lavori, per far studiare i figli. Insomma, Soru è un self made man, che lanciato nel mondo della finanza ha invece scelto «il mondo del lavoro». Per questo, appena ha potuto, è tornato in Sardegna (con moglie e quattro figli): portare lavoro, occupazione era il suo chiodo fisso. Fino alla fondazione di Tiscali, che l'ha fatto diventare uno degli uomini più ricchi d'Italia. Assomiglia a Berlusconi? Un po' sì. Come lui imprenditore. Come lui pure editore: quest'estate ha comprato l' Unità , mettendo a dirigerlo una donna (molte le donne anche nella sua giunta). Come lui fa vacanze sarde. Come lui si lancia in progetti che sembrano impossibili: tipo chiedere al governo (attuale) di non rinnovare la convenzione in scadenza a fine anno con la Tirrenia e ottenere un mezzo sì dal ministro Matteoli: «Posso fare lo stesso servizio con un terzo di quello che spende lo stato». Un po' no. Non racconta barzellette; non fa battute galanti alle signore; non è mai stato al Billionaire di Briatore; non è nemmeno mai stato da Vespa; non ama andare in tv: quando ci va appare a disagio. Nel 2004 Soru ha stravinto (si dice sia stato D'Alema a volerlo candidare), portando al successo anche la lista che lo appoggiava, Progetto Sardegna (8%). Ed è andato avanti come un treno, riuscendo anche a imporre la sua candidata alla segreteria del Pd sardo, con strascichi giudiziari. Con un patrimonio personale non indifferente e la gestione di risorse pubbliche ingenti, Soru è diventato uno degli uomini più potenti d'Italia. Ma ora, stando ai sondaggi, deve fare i conti con il calo dei consensi. Non è detto che aver avocato a sé tutto (o quasi) il potere sia stata la mossa giusta. Ha annunciato che si ricandiderà perché vuole «riconsegnare la Sardegna davvero cambiata». Hanno tentato di sbarrargli la strada prima con il referendum contro il salva-coste (che non ha raggiunto il quorum); poi con la richiesta di primarie; adesso con l'emendamento bocciato. Lui, in perfetta coerenza, rilancia: perché le dimissioni non fanno altro che anticipare il voto e mettere così in difficoltà gli avversari. Sia di qua che di là.

 

Zaleski, il capro espiatorio che costa 2 miliardi. E le banche lo salvano - Claudio Jampaglia

Milano - "Se hai un debito di diecimila dollari è affar tuo, ma se è di un milione è un problema delle banche". E se sono 5 miliardi di euro? L'adagio di Bertolt Brecht sembra calarsi come un costume olimpionico a Romain Zaleski, "l'appestato" dalla crisi. Il finanzier franco-polacco-bresciano all'inizio dell'anno era uno degli uomini più liquidi del paese. Tutti pronti a seguirlo. Media in primis. Il suo portafoglio titoli, arrivato a 11 miliardi di euro, lo rendeva l'ago di molte bilance che pesano in Italia: 5% di Intesa-Sanpaolo, 2% di Generali, Mediobanca e Ubi Bnaca, 1,9% di Bpm, 1% di MpS. Poi ci sono l'1,9% di Telecom Italia, il 2,5% di A2A, il 10% di Edison e il 19% della Mittel (acciai), per non dire del 3,4% del colosso francese dell'edilizia Vinci o delle miniere in Gabon. Ma ora Zaleski potrebbe giusto rivalutare queste ultime attività, perché il portafoglio bancario dopo il crollo borsistico vale meno della metà (c'è chi dice 3 miliardi) a fronte di debiti per 5,6 miliardi. Debiti certi. Mentre i titoli continuano a ballare. In questa situazione, osannata come una geniale architettura finanziaria fino all'altro ieri, è bastato che Bnp Paribas e Royal Bank of Scotland, fuori dai "giochi italiani", chiedessero alla holding di Zaleski il rientro da 1,5 miliardi di prestiti per scatenare il panico. Che fine fanno i debiti italiani (UniCredit 1,8 miliardi, Intesa Sanpaolo 1,7 miliardi, Mps 330 milioni, Ubi Banca 200 milioni, Bpm 170 milioni), se Zaleski fallisce? Non si può. Anche perché le banche debitrici sono anche socie di Zaleski. Con i loro soldi le ha scalate, dando in pegno a una le azioni dell'altra. E' il ritratto della crisi all'italiana che per contrappasso ha come protagonista un immigrato polacco in Francia, classe 1933, rinchiuso a Buchenwald da bambino, diventato ingegnere minerario, tesoriere di Giscard d'Estaing che ha scelto Brescia (e Milano) come base della vita matura. E la sua vita sono gli affari. Raider, rastrellatore, con i ganci giusti per sapere, manovrare e non farsi impallinare. Prima Falck, poi Compart-Montedison, Edison. Scalate finanziate da banche (Intesa su tutti) che lo mandavano avanti. Per lui un filotto da un miliardo di euro investito nelle banche e quadruplicato da prestiti ad hoc. Perché Zaleski piaceva ai banchieri. Nulla a che fare con quei cafoni dei furbetti immobiliari, con le pacchianate di quelli che vanno in tv ad esibirsi. Riservatezza e un po' di filantropismo musicale. La sintesi del salotto del capitalismo italiano, sempre più bancario. E mutuato da Cuccia e dal sistema a rete di Mediobanca, moltiplicato e distorto fino all'inverosimile. Come un finanziere che da solo si ciuccia 6,3 miliardi di prestiti ovvero lo 0,7% del credito complessivo concesso all'economia italiana (4 milioni di imprese). Possibile? E ora UniCredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Ubi Banca e Bpm lo salveranno. Con almeno 1,5 miliardi di euro cash. Sonanti. Metteranno al comando della holding il fidato Piefrancesco Saviotti (ex Comit ora Merril Lynch) che con con molta calma smonterà l'impero di partecipazioni, stando soprattutto attento che non finiscano nelle mani sbagliate. E tutto ritornerà come prima. Zaleski potrà godersi il suo gruzzolo off-shore e dedicarsi al bridge (è capitano della nazionale francese). Le banche troveranno un altro raider fidato a cui affidare il lavoro nella "zona grigia". Magari impallinando Giovanni Bazoli, il presidente di Intesa, che per molti sarebbe l'ispiratore di Zaleski. Contraddizioni interne. Alla zona grigia. Eppure c'è un articolo del codice civile, il 2358, che vieta alle società di fornire prestiti per comprare azioni proprie o accettare azioni proprie in garanzia. Ma è stato aggirato comprando azioni di una banca e chiedendo soldi a un'altra e viceversa. Alla luce del sole. E la rete di alleanze, patti di sindacato, posti in consiglio, che sono il cuore della finanza e dell'economia italiana è servita. E poco importa che i bilanci della faccia pubblica di Zaleski, la Holding Tassara, non siano mai stati comunicati al mercato. Né ci sia chiarezza sulla ragnatela di holding olandesi, via Lussemburgo, Hong Kong e Bermuda che negli ultimi anni ha garantito ottimi profitti a figli, moglie e soci di Zaleski. Ora l'Adusbef chiede alla Procura di Milano di indagare «i banchieri e le allegre concessioni del credito a loro fiduciari, amici e compari». Ma la grana più grossa potrebbe averla il governo. A Tremonti il salvataggio di Zaleski non piace granché. Preferiva un capro espiatorio. Ma sarà probabilmente lui a staccare l'assegno per Zaleski, o meglio per le banche. 12 miliardi di euro per finanziarle e solidificarle. Senza nemmeno sedersi in consiglio. Non ne avrebbero bisogno. Ma Berlusconi glieli vuole proprio dare. E chiudere il cerchio del potere italico. E con quei soldi le banche, sempre le stesse sei o sette, salveranno Zaleski e i loro crediti. Magari rigirandoli allo Stato. Come prevede il decreto salvabanche (uno dei tre) votato l'altroieri alla Camera.

 

Crisi nemica della solidarietà, sfida per sinistra e sindacato

Roberto Farneti

La crisi economica che ha investito l'occidente, oltre a determinare la chiusura di molte aziende, rischia di produrre in Italia un peggioramento delle condizioni di lavoro generali, a partire dalla sicurezza. Confindustria vuole approfittare di questa posizione di maggior debolezza della classe operaia per chiudere definitivamente la partita con il sindacato, mentre la destra cavalca il malcontento popolare ricorrendo al classico schema della "guerra tra poveri". Compito della sinistra e del sindacato, in questa fase così delicata, è quindi quello di costruire un argine a tutto ciò, tenendo alta la bandiera della solidarietà. In concreto ciò vuol dire: difesa del ruolo del contratto nazionale, sciopero generale e sfida al governo sul tema delle politiche redistributive e di tutela dei più deboli, con parole d'ordine come l'estensione a tutti i lavoratori degli ammortizzatori sociali. E' questo il senso del dibattito che ha avuto luogo martedì scorso a Roma, presso la sede del settimanale Carta, nell'ambito dell'iniziativa "Dignità, lavoro, diritti: le parole per dirlo", organizzata dal dipartimento inchiesta e organizzazione del Prc. Protagonisti, il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, e il segretario generale della Fiom Cgil, Gianni Rinaldini, con il direttore di Rai news 24, Corradino Mineo, nelle vesti del moderatore. Presente in sala anche il regista Daniele Segre, autore del film denuncia "Morire di lavoro", proiettato a conclusione della serata. Il film è una amara fotografia di ciò che accade nei cantieri edili italiani a causa del mancato rispetto delle norme di sicurezza. «I lavoratori non vogliono essere rappresentati in modo consolatorio, ho voluto restituire loro parola e dignità», chiarisce il regista, che ha usato parole dure nei confronti della Rai. «Ho chiesto una intera serata su Rai 1 non per il mio film - precisa Segre - ma per affrontare la questione del lavoro. Non ho ottenuto risposta. Questo Cda si deve dimettere». Un altro modo per dare la parola ai lavoratori è l'imponente ricerca condotta dalla Fiom, che ha prodotto circa 100mila questionari. «Un risultato enorme - sottolinea Eliana Como, responsabile inchiesta del sindacato metalmeccanico - tant'è che quando la portiamo all'attenzione degli altri sindacati in Europa chi chiedono come abbiamo fatto». Dall'inchiesta emerge che gli operai non sono affatto scomparsi, come invece sostiene qualche intellettuale. In Italia sono cinque milioni i lavoratori dell'industria, due milioni i metalmeccanici. Subito balza agli occhi la questione salariale. «Un operaio guadagna in media 1.170 euro - riassume Como - le donne ricevono in media 200 euro in meno, gli stipendi dei precari sono sotto i mille euro». E tuttavia l'idea che per guadagnare di più si debba lavorare di più è ingannevole, specie in un paese dove si lavora troppo e si lavora male. «Solo il 60% degli intervistati - riferisce ancora la ricercatrice - se la sente di dire che nel luogo dove lavorano le norme di sicurezza sono rispettate». Nel frattempo, rispetto a trent'anni fa, è aumentato il senso di precarietà, la paura di perdere il posto di lavoro. Roberta Turi, della segreteria Fiom Roma Sud, cita i casi recenti del centro ricerca e sviluppo di Ericsson Marconi (250 ingegneri con più di 40 anni espulsi dall'azienda) e della Engineering.it (236 licenziamenti annunciati). Sulla graticola, in particolare, c'è l'indotto di Telecom. Pasquale Grieco, delegato Sielte e Rls, punta il dito contro la crescente catena dei subappalti «dove c'è lavoro nero e precario e dove a volte finiscono quei colleghi in cassa integrazione che prima facevano lo stesso lavoro per l'azienda». Grieco esprime anche «preoccupazione» per la dichiarata intenzione del governo di indebolire le norme del Testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Tra aziende che chiudono, precari espulsi in massa e l'aumento vertiginoso della cassa integrazione, per il sindacato la strada è in salita. Anche perché gli spazi di contrattazione aziendale si sono ridotti per via di un ciclo produttivo sempre più frammentato. Rinaldini non lo nasconde: «Sono preoccupato per la riuscita dello sciopero generale. Perché non è semplice chiedere di fare sciopero dove si lavora una settimana al mese». La sfida è provare a mantenere un legame di solidarietà tra i lavoratori, tra quelli a tempo indeterminato e i precari, tra gli italiani e gli stranieri. Cosa non facile, come testimonia anche il recente stop all'ingresso di nuovi immigrati chiesto dalla Cgil di Treviso. Per Ferrero, tuttavia, gli spazi per reagire a questi attacchi del padronato e della destra ci sono. A patto che la sinistra e il sindacato sappiano riconquistare il rapporto con i lavoratori e con il proprio elettorato, dopo anni di concertazione e la deludente esperienza del governo Prodi. A Rifondazione non mancano idee su come affrontare la crisi: «Secondo noi - dice Ferrero - è decisiva la parola d'ordine solidarietà. Questo significa redistribuire drasticamente il reddito, aumentare salari e pensioni, estendere gli ammortizzatori sociali e il salario sociale». Non solo: bisogna puntare a una riconversione dell'economia in termini sociali e ambientali, ripensando anche il modo di produrre energia. Per recuperare consensi attorno a queste proposte è però «necessario - avverte Ferrero - ricostruire un'idea della sinistra che si sporca le mani con chi ha bisogno e non che chiede a questa gente di rappresentarla ma poi non cambia niente».

 

«Bene, coordiniamoci, ma anche con Pd, Idv e Ps» - Frida Nacinovich

Allora che si fa Claudio Fava? Ci coordiniamo? Ma ci coordiniamo anche in vista delle elezioni? Una premessa: il coordinamento delle opposizioni non è un soggetto politico, non è un cartello elettorale. Serve a rafforzare con proposte comuni l'iniziativa politica, non risolve e non esaurisce le significative differenze di orizzonte strategico che attraversano la sinistra: ci sono, e tenerne conto è anche un fatto di onestà politica. Ciò non ci sottrae all'urgenza di trovare terreni operativi di lavoro comune, non c'è alcuna ragione di arrivare alla paralisi politica. Come possiamo definire il coordinamento delle forze della sinistra proposto da Paolo Ferrero? Una sorta di patto di unità d'azione? Proprio per la sua funzione operativa mi sembra riduttivo aprire il coordinamento alla sola sinistra. L'invito va rivolto anche all'opposizione parlamentare del Pd e dell'Idv, anche al Ps. Ci risiamo: Ferrero parla di coordinamento della sinistra, lei ci mette dentro anche il Pd... Lo ripeto: penso che parlare solo di sinistra sia riduttivo. Esiste un terreno di proposta sociale ed economica che non sempre ci vedrà uniti, ma ci sono vertenze politiche e democratiche che non possiamo che condividere con tutti i partiti del centrosinistra. Come insegna l'impegno della sinistra per il referendum abrogativo del lodo Alfano. Ma il lodo Alfano è un caso più unico che raro.... Dobbiamo dare ascolto a un'opposizione sociale che ha ritrovato passione e protagonismo. Ma c'è soprattutto l'urgenza di farsi carico dell'offensiva che il governo Berlusconi sta lanciando sui temi più vitali per la salute di una democrazia: lavoro e sapere su tutti. Abbiamo capito, Sinistra democratica vuole allargare il fronte anche al Pd. Insisto: trovo riduttivo un coordinamento che guardi solo alle forze della sinistra. Ciò non toglie che su alcuni temi le differenze con il Pd ci siano, e siano profonde. Penso allo sciopero del 12 dicembre, noi sosteniamo la Cgil senza alcuna riserva, il Pd resta ostaggio delle sue correnti. Non è facile fare politica solo fuori dal Parlamento. Certo, ci sono i comuni, le province, le regioni, ma palazzo Madama e Montecitorio sono un'altra cosa... Sicuramente è più difficile fare politica per come siamo abituati a farla noi, con i suoi riti, le sue formule. In realtà si può fare e ce lo dimostra l'opposizione sociale e politica costruita dagli studenti, la mobilitazione spontanea dei giovani del mezzogiorno contro le mafie. Beh, pare indubbio che qualcosa da "riformare" nel vasto mare della sinistra italiana ci sia.. Oggi stiamo parlando di scelte politiche e di iniziative nel concreto. Non stiamo parlando di ricerche identitarie: altrimenti va a finire che noi commentiamo l'11 ottobre dicendo che la sinistra torna in piazza su temi concreti, mentre il segretario del Pdci parla della giornata dell'orgoglio comunista. Che fare dunque? La sinistra deve tornare a parlare e soprattutto deve tornare a farsi capire. Perché secondo me deve essere il luogo di sintesi di battaglie politiche per la trasformazione della realtà sociale ed economica. Gira e gira si finisce sempre a parlare del Pd… Non credo che la sinistra debba fare da badante al Pd, assumersi le sue contraddizioni, schierarsi nelle loro guerre tribali. Allo stesso tempo, però, la sinistra non può prescindere da un rapporto politico con il Pd. E dal mio punto di vista rapporto vuol dire confronto, non appiattimento, non subalternità. Confronto è una parola laica non è un'apertura e neppure una chiusura politica, vuol dire ascoltare e poi scegliere in autonomia. In alcuni casi l'opposizione produrrà politica insieme, in altri no. Il problema è riuscire a parlare a questo paese e farsi capire. L'autunno è stato caldo, in questi giorni fa parecchio freddo, la crisi economica picchia duro... La crisi finanziaria non è una bolla di sapone, leggera ed astratta. Ma una sofferenza concreta per il paese, significa che chi oggi ha un lavoro domani potrebbe non averlo più, che chi domani cerca lavoro potrebbe non trovarlo... Saranno i giovani, i precari a pagare il prezzo politico ed economico della crisi. Per la sinistra questa è sicuramente un'urgenza in più con cui misurarsi.

 

Grassi boccia il leader Sd: «Vede tutto un altro film»

«Positiva», per Paolo Ferrero la risposta del coordinatore nazionale di Sd Claudio Fava. «Anche se - precisa il segretario di Rifondazione - ritengo necessario partire dal coordinamento delle forze della sinistra». Per Ferrero «il dialogo con le forze dell'opposizione parlamentare è necessario, ma quando vi sia una reale convergenza, come è successo nel caso del lodo Alfano». Da parte sua Claudio Grassi spiega perché l'invito del segretario del Prc «non può essere rimodellato come vorrebbe il leader di Sd. Il coordinamento delle forze della sinistra si basa infatti sulla possibilità di elaborare una piattaforma programmatica comune di lotta politica e sociale», rispetto a cui coinvolgere nell'impresa anche Pd-Idv-Ps, «significherebbe non poter formulare questa stessa piattaforma». Quelle di Ferrero e Fava sono dunque, secondo Grassi, «due proposte molto diverse» e «nient'affatto sovrapponibili».

 

Woijtyla morente gridò: «Allah è grande» - Piero Sansonetti

Un mio lontano cognato (sì, esistono anche i lontani cognati, se la Sacra Rota decide così...) mi ha raccontato di avere conosciuto un muratore polacco, il cui fratellastro - ingegnere algerino - ha sposato una infermiera sarda che quattro anni fa, nei giorni della malattia finale di Papa Giovanni Paolo II, lavorava come precaria nell'anticamera del Santo Padre. Si chiamava Teresetta. Era molto cattolica e devota, soprattutto a padre Pio. Teresetta soffriva per la malattia del papa e aveva il compito di tenere in ordine la stanza attigua alla camera da letto di sua Santità. Ore e ore di attesa, durante le quali non poteva non ascoltare le voci che filtravano dalla porta, e talvolta intercettare pezzi di conversazione tra il papa, i sacerdoti, i medici e i teologi che si affollavano nella stanzetta. Un giorno Teresetta sentì alcuni di questi consiglieri del papa portargli la notizia, clamorosa, della conversione di Gramsci (che poi è stata tenuta segreta dal Vaticano fino a martedì scorso). Pare che Woijtyla abbia avuto una pessima reazione. Woijtyla è sempre stato un anti-gramsciano (persino con alcune venature bordighiste...) e non sopportava che l'autore dei quaderni dal carcere potesse averlo preceduto in Paradiso. Woijtyla era sempre stato sicuro che Gramsci bruciasse all'inferno, e questa notizia della conversione gliscompigliava tutto. Teresetta racconta di aver sentito gli strilli del Pontefice, e gli inulti tentativi di calmarlo da parte del cardinal Ratzinger. Teresetta sostiene che Ratzinger abbia provato a difendere Gramsci, e abbia anche cercato di spiegare al furente Woijtyla che l'intellettuale comunista sardo era in realtà una persona molto diversa da quello che sembrava. Intanto, gli ha spiegato Ratzinger, non era affatto comunista ma era clandestinamente iscritto al partito liberale (passo falso di Ratzinger, perché Woijtyla non sopportava affatto i liberali, che considerava dei laici aridi e mangiapreti, peggio dei comunisti...), e poi gli ha fatto sapere che c'è un documento, sempre alla Clinica Quisisana, che dimostra come l'autopsia abbia accertato che Gramsci non era affatto gobbo ed era alto 1 metro e 83. Niente da fare - ha raccontato Teresetta al marito ingegnere algerino, che poi ha riferito al fratellastro polacco, che ne ha parlato con mio cognato, che ieri si è confidato con me - il papa morente sempre di più su arrabbiava, alzava la voce, se la prendeva con il cardinale, i preti, le suore, i medici e i teologi. Voi direte: e cosa c'è di eccezionale in questa storia? Qualunque papa o buon cristiano si arrabbierebbe parecchio se sapesse che Gramsci è andato in paradiso prima di lui... Giusto. Ma la storia di Teresetta non finisce qui. Racconta che in quello stesso giorno il papa si aggravò, e capì che ormai gli erano restate poche ore da vivere. E allora che fece? Si confessò? No. Fece la comunione? No. Si fece portare dei santini e li baciò (come quasi 70 prima aveva fatto Gramsci)? Nemmeno. Recitò le preghiere, l'eterno riposo? Neanche questo. Chiese invece che fossero fatte sparire dalla sua stanza tutte le immagini sacre. Si girò di scatto verso La Mecca, e poi gridò, a voce altissima, scandendo bene le parole - e mentre tutti i preti, le suore, i cardinali eccetera, disperati, si coprivano il volto con le mani, e con le altre mani che avevano si coprivano le orecchie - gridò: «Mi sono convertito, mi sono convertito: sono musulmano!». Teresetta non ce la fece più, aprì la porta e fece irruzione nella stanza da letto di sua (ex) santità, sguainò il cellulare con telecamera a 6000 pixel e iniziò a scattare fotografie a raffica, inquadrando il papa mentre ripeteva, a gran voce, l'adesione alla sua nuova fede: «Allah è grande - strepitava in italiano, in polacco, in tedesco, in latino e poi in arabo - Allah è grande, morte agli infedeli, morte al cristianesimo, guerra santa guerra santa...». Furono quelle le ultime parole di Karol. Ormai la sua vita era agli sgoccioli. Morì un minuto dopo, inneggiando a Maometto. Però è chiaro che Allah, e il suo profeta Maometto, avevano deciso di salvare la sua anima, e avevano usato il trucco del Gramsci cristiano, longilineo e liberale, per fare scattare quella conversione in punto di morte. Naturalmente se ci siamo decisi a raccontare questa storia, che avrebbe dovuto restare segreta, è perché abbiamo in mano una documentazione inoppugnabile (più o meno come quella esibita da Vaticano a difesa dello scoop su Gramsci, e quindi validissima). Teresetta ci ha fatto vedere le foto, che sono tantissime, in successione, quasi un film, e noi le abbiamo mostrate a quelli della domenica sportiva, che sanno «leggere il labiale» come si dice in gergo, cioè capiscono, guardando le labbra, cosa sta dicendo il fotografato; e quelli della domenica sportiva, compreso l'arbitro Tombolini, ci hanno confermato che inneggiava alla Jiad islamica.

 

Repubblica – 27.11.08

 

"Era la speranza dell'India, ora la mia città sembra Bagdad"

FRANCESCA CAFERRI

Suketu Mehta è l'autore di Maximum city. Bombay città degli eccessi, il libro inchiesta che ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo raccontando l'epopea di Mumbai (l'attuale nome della metropoli indiana, ndr) la città che più di ogni altra racchiude le contraddizioni dell'India moderna. Da New York, dove vive da qualche anno, segue con angoscia le immagini della città dove è cresciuto che arrivano sugli schermi della televisione. Signor Mehta quali sono le sue prime impressioni? "Ci troviamo di fronte a qualcosa del tutto nuovo. Ogni anno ci sono attentati a Mumbai, qualche attacco, ma di solito ad essere presi di mira sono i poveri e i normali cittadini, quelli che viaggiano sui trasporti pubblici ad esempio. Questa volta sono attacchi mirati contro gli alberghi di lusso: prendono ostaggi, cercano stranieri. Non si è mai visto prima. Il tipo di attacchi, le armi usate: tutto mi fa pensare che ci sia una angolatura internazionale. Sembra un attacco di quelli che accadono in Iraq: questi uomini sono pronti a morire, si aspettano di essere uccisi, non sono come i terroristi che hanno colpito finora, abbandonando esplosivi e fuggendo via". Lei dice "angolatura internazionale": sa che questo per molti indiani significa Pakistan... "Io non posso dire se i pachistani sono coinvolti, ma so che molti in India in questo momento lo stanno pensando. Il Pakistan è un paese molto diviso, con forze che si combattono fra loro al suo interno: e alcune di loro, come i servizi segreti, hanno più volte appoggiato chi voleva provocare una guerra fra India e Pakistan. Hanno appoggiato azioni terroristiche contro l'India, alcune anche a Mumbai. Lo scopo chiaro era quello di far scoppiare violenze fra i musulmani e gli hindu che in questa città convivono. Finora hanno fallito". Il nome del gruppo che ha rivendicato l'attacco dice qualcosa? "No. I nomi cambiano. Non sappiamo chi c'è dietro, se è una sigla nuova o una vecchia che ha cambiato nome. Il mio sospetto è che si tratti di persone molto addestrate e che vengano da fuori". Perché colpire Mumbai? "Perché questa città è la speranza dell'India, il simbolo di un paese nuovo, del suo successo. È la capitale finanziaria, quella dove si concentrano gli investimenti, è la nostra New York. Il luogo dove convivono hindu e musulmani. Attaccare Mumbai, attaccare i suoi hotel, attaccare il Taj Mahal che è il cuore stesso di questa città, il suo simbolo più noto: tutto questo significa attaccare il successo della nuova India". Si aspettava un attacco così? "Sapevo che c'erano molte tensioni. Lo avevo scritto nel libro. Me lo avevano raccontato alcuni dei poliziotti che sono morti negli attacchi e che conoscevo personalmente. Ma no, non un attacco così: questo è l'attacco più grande visto negli ultimi decenni. Non se lo aspettavano neanche i poliziotti, questo lo so per certo: erano pronti a combattere criminali e tensioni interne, ma non questo. Questa è una guerra. Tuttavia devo anche dire che è un tremendo fallimento dell'intelligence indiana non essere riusciti a prevenirla".

 

La spada dell'integralismo - RENZO GUOLO

MUMBAI sotto scacco. Come nel luglio del 2006 la capitale economica indiana è preda di attacchi simultanei. In quell'occasione morirono circa duecento persone e altre settecento furono ferite. Secondo le autorità di Delhi a colpire fu nell'occasione il gruppo Laskhar e - Toiba, formazione decisa non solo a rendere indipendente il Kashmir ma addirittura a liberare i musulmani del nord e del sud dell'India, cacciando gli induisti da quelle aree. Un gruppo cresciuto nel magma del conflitto afgano, il Lashkar, l'ala armata del Mdi, nato nel 1990 nella provincia afgana del Kunar. E' nato soprattutto con l'obiettivo di combattere il regime filosovietico di Najibullah. Nel 1992, dopo la vittoria dei Taliban, focalizza l'attenzione sul Kashmir. Nel frattempo si lega a doppio filo all'intelligence militare pachistana, l'Isi, che della destabilizzazione del grande e ingombrante vicino indiano ha fatto una delle sue missioni storiche e alla nascente Al Qaeda. Ma il Laskhar è solo uno dei tanti gruppi radicali che combattono l'India. A colpire, come già qualche tempo fa a Jaipur, Bangalore, Ahmedabad, devastate da sanguinosi attentati, possono essere stati i cosiddetti "Mujahedin indiani" o l'Harkat-ul-Jihad-al-Islami, il "Movimento Islamico per la Jihad", che ha radici in Bangladesh. Oppure un gruppo meno noto, come i Mujaheddin del Deccan, sigla jihadista poco conosciuta che avrebbe rivendicato l'azione di ieri. Del resto la galassia radicale è assai popolata e mescola spesso sigle di comodo. Per molti militanti di quei gruppi, però è comune intersecare la lotta per la liberazione del Kashmir con l'annunciata missione di convertire con la spada l'intero subcontinente purificato dalla presenza hindu. Progetti folli, non di meno capaci di gettare il panico attraverso quel formidabile strumento politico che, nell'epoca attuale, è diventata la paura della paura. Così i terroristi attaccano treni e alberghi, luoghi affollati e pieni di turisti, divenuti come già nell'Egitto degli anni Novanta, uno dei bersagli preferiti. In particolare quelli americani e britannici. Perché i turisti sono religiosamente "impuri", vettori di contaminazione culturale, e con i loro comportamenti "viziosi" sostengono finanziariamente i "governi empi". Naturalmente dietro a questa forma di guerra asimmetrica mascherata dall'ideologia, vi è il gioco delle potenze dell'area. Il Pakistan mal tollera che l'India sia divenuta un gigante economico e politico mondiale, che metta il bastone tra le ruote a Islamabad in Afghanistan, considerato il proprio "giardino di casa". Così le tensioni si alimentano. Non bisogna dimenticare che negli stati indiani del Kashmir musulmano e dello Jammu hinduista si stanno tenendo importanti elezioni amministrative che, nonostante l'invito degli indipendentisti a boicottare il voto, stanno facendo registrare un'alta partecipazione. La posta in gioco è alta: la legittimazione politica di Dehli in queste regioni o dei suoi acerrimi nemici. I disordini che si sono registrati in questi mesi, e la presenza di oltre mezzo milione di militari nell'area, testimoniano il livello dello scontro. Nel Kashmir le proteste anti-indiane sono riesplose prima dell'estate, quando il governo di Nuova Delhi ha espropriato delle terre ai contadini kashmiri per destinarle alla costruzione di un tempio indù. Le tensioni si sono innalzate quando il governo locale ha fatto marcia indietro scatenando la protesta della comunità indù. Le contromanifestazioni kashmire sono state represse nel sangue dai militari indiani, in un'escalation della tensione che ha fatto ripiombare questa regione in un clima da guerra civile. E in questo quadro di tensioni legate alla situazione in Kashmir e allo scontro tra India e Pakistan che avvengono i nuovi attacchi terroristici. Chiunque siano gli autori del blitz di Mumbai, resta il fatto che l'India vede mettere a dura prova la sua convivenza. Dopo gli attacchi hindu ai cristiani, i fuochi di Mumbai, gettano altra benzina sul fuoco.


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