Back

Indice Comunicati

Home Page

Il quadro generale

 

11 Tesi per il diritto all’abitare

 

1. La casa non è un’emergenza

Il modo più ipocrita per affrontare il tema casa è quello di ridurlo ad emergenza, un fatto marginale che riguarda una fascia piccola della popolazione, senza un valore politico generale. Oltre che ipocrita, questa modalità si è dimostrata anche la più inadeguata. Questa, però, è la linea scelta dal governo, anzi dai governi che si sono succeduti in questi anni.

In nome dell’emergenza, inoltre, tutto è permesso. Può partire, allora, come si sta proponendo a Roma, l’assalto all’agro romano per fare nuove abitazioni. Un affare sicuramente per i costruttori ma tutto da vedere se verrà un beneficio per coloro che vivono il dramma dello sfratto o della mancanza di una abitazione.

Intanto in questi anni si è fatto il contrario di quanto giusto e necessario: si è privatizzato e venduto il patrimonio immobiliare pubblico, compreso quello abitativo. Un processo che è andato di pari passo con il prevalere delle politiche neoliberiste di deregolamentazione del territorio e di abbandono di qualsiasi idea di programmazione. Anzi, ancora peggio, la sottomissione del governo pubblico alle logiche e agli interessi del mercato immobiliare e della rendita fondiaria.

Non parliamo del passato, dei palazzinari e dei governi democristiani. Parliamo dell’Italia e della Roma di oggi, delle cosiddette “modernizzazioni”, del cosiddetto “modello Roma” e delle loro pesanti contraddizioni.

Basta con l’emergenza casa, al più pannicelli caldi che lasciano inalterati i problemi. Serve una politica, serve considerare l’abitare come un problema politico generale da affrontare in maniera strutturale.

 

2. Serve una politica sociale della casa

Dobbiamo spiegare cosa intendiamo per politica sociale della casa. Intendiamo porre il problema complessivo dell’intervento pubblico nelle politiche abitative. In genere, lo si è affrontato  riducendolo alla questione dell’edilizia residenziale pubblica, tema questo che è divenuto sempre più marginale. Noi dobbiamo contestare la dualità mercato privato o edilizia residenziale pubblica ovvero  l’idea che ci sia niente altro che il mercato privato per tutti e  l’edilizia residenziale pubblica per i disperati, un mercato privato sempre più inaccessibile per la gran parte del lavoro dipendente e i pensionati  a causa del livello degli affitti, una realtà dell’edilizia residenziale pubblica, inadeguata e insufficiente, segnata da un degrado sempre più marcato e che rappresenta un segmento sempre più marginale di intervento.

L’intervento pubblico nelle politiche abitative, quindi, rappresenta un ambito di riferimento più vasto e complessivo, nel quale, oltre al tema, pur decisivo dell’ERP, emergono altre due questioni prioritarie: l’aumento dell’offerta di alloggi a canone più basso del mercato anche se non ERP (qui si apre il capitolo dell’edilizia pubblica non statale: enti previdenziali, assicurativi,  società privatizzate, banche, ecc., il capitolo della cooperazione e così via);  la politica fiscale sulla casa e le agevolazioni (fondo sociale, sgravi, incentivi/penalizzazioni fiscali).

Pensiamo che occorra dare  centralità alle questione abitativa, connessa al tema della qualità urbana, ovvero al tema della città. C’è, quindi, una connessione tra politica del recupero, della riqualificazione urbana, delle periferie metropolitane e questione delle politiche abitative, dell’aumento dell’offerta di alloggi a canone sociale e c’è una connessione tra questi due temi e quello della modificazione del tessuto sociale , delle nuove povertà (che coinvolgono sempre più fasce anche di chi è a reddito fisso, lavoratori dipendenti o pensionati), dell’immigrazione.

Noi chiediamo un nuovo sforzo di programmazione dell’intervento pubblico , a tutti i livelli, da quello nazionale ai governi locali, come una strategia per coniugare equità sociale e innovazione.

 

3. Casa e povertà

Occorre partire da due considerazioni .

La prima: le famiglie in affitto hanno redditi medio bassi, in gran parte non compatibili con il mercato privato. Gli ultimi dati del disagio abitativo parlano chiaro. Si afferma che negli ultimi 20 anni le famiglie in affitto sono diminuite perché sono aumentati i proprietari. E’ sicuramente vero. Ma, come tutte le statistiche, soffermarsi sulla media è fortemente ingannevole. Se si guarda dentro i dati si scopre che nel 20% della popolazione più povera si è passati dal 51% al 41%, mentre nel 20% della popolazione più ricca, si è passati dal  30% al 9%.

E' noto, come la più recente indagine dell'ISTAT sui consumi delle famiglie in Italia, abbia rilevato come la spesa per l'abitazione (comprendendo l'affitto, la manutenzione, le utenze) è divenuta quella principale, rappresentando, ormai, oltre un quarto della spesa complessiva della famiglia.

I dati generali sulla povertà, ci dicono, inoltre, che esistono in Italia oltre 2.000.000 famiglie sotto il livello di povertà a fronte di un patrimonio  a canone sociale di circa 800.000 alloggi. Dati sulla povertà che sono sottostimati perché nelle statistiche non rientrano i senza dimora, le fasce più marginali, gli immigrati senza permesso di soggiorno. Certo, non è detto che tutte le famiglie sotto il livello di povertà siano in affitto, ma è evidente che, se noi elaboriamo complessivamente i dati (ricordiamo che le famiglie in affitto sono mediamente del 22% più povere) è evidente che esiste un deficit di offerta di alloggi a canone sociale di almeno 1 milione di alloggi. Ci sono altri elementi che  debbono portare a una riflessione. Essere sotto la linea di povertà non dice tutto (nel 2008, 986 euro al mese per una famiglia di due persone). C’è una fascia sempre più ampia di lavoro dipendente, che è sopra quella soglia ma che viene definita, sempre dalle statistiche, “prossima” al livello di povertà. Negli ultimi 10 anni, la percentuale dei giovani tra i 18 e i 34 anni che vivono con i genitori è aumentata del 7%, giungendo a circa il 60% (certo, c'è il problema del lavoro, ma la questione abitativa non è certo  marginale). Tra i motivi di coabitazione con i genitori, segnalati dalle giovani coppie, la difficoltà di reperire l'alloggio, negli ultimi 20 anni, è segnalata da oltre il 20% delle coppie con un incremento di oltre l'8% rispetto al corrispondente periodo antecedente.

C'è, infine, la questione del  fenomeno dell'immigrazione che coinvolge il nostro Paese (e questo è un dato strutturale e non contingente, qualsiasi politica dell'accoglienza si persegua) che, evidentemente, incrementa la richiesta abitativa, in affitto in particolare.

 

4. Una politica europea

L'Italia è il fanalino di coda dell'Europa nell'offerta di alloggi a canone sociale. I dati, anche qui, parlano chiaro: ogni 100 famiglie, ci sono queste abitazioni in affitto sociale: Italia 4, Regno Unito 26, Olanda 36, Francia 18, Germania 18, Austria 23, Svizzera 24. La media europea è di 16 alloggi a canone sociale per ogni 100 famiglie. Siamo, quindi,  4 volte sotto la media europea. La spesa in Europa per la politica sociale della casa è di oltre 10 volte superiore a quella del nostro Paese e questo è un elemento forte di disuguaglianza sociale e di arretratezza dell'Italia rispetto all'Europa.

La realtà, quindi, dimostra tre fatti:

-         l'assenza di una politica sociale della casa in Italia;

-         le conseguenza devastanti che ciò comporta : costrizione all'acquisto, marginalizzazione di chi è fuori dalla proprietà (nuove povertà, sfratti, ecc.);

-         l'arretratezza dell'Italia rispetto all'Europa.

 

La conseguenza politica che traiamo è la seguente: una intervento pubblico, attivo, nelle politiche abitative nella direzione dell'aumento dell'offerta di alloggi a canoni calmierati risponde, insieme, ad esigenze di giustizia sociale e di innovazione del Paese.

 

5. La contraddizione dell’edilizia residenziale pubblica

Con il trasferimento delle competenze alle Regioni in materia di ERP, non si sono trasferite anche le risorse. Il punto va chiarito. L'edilizia residenziale pubblica si finanziava solo con i fondi GESCAL (trattenute sulle buste paga dei lavoratori dipendenti). Cancellato questo prelievo, anche per la quota parte spettante alle imprese, non esiste più alcuna fonte di finanziamento. Il governo non può dire alle Regioni: "tenete, ecco le competenze", senza, al contempo dire dove sono le risorse. Non si è come in altri settori dove, al trasferimento delle competenze, si possono trasferire anche il sistema di prelievo. Le conseguenze sono devastanti: le Regioni dovrebbero intervenire non per sostituire proprie imposte a imposte cui lo Stato rinuncia, bensì aggiungerne altre. Ciò comporterebbe, tra l'altro, la conseguenza di acuire le differenze tra le Regioni povere, dove l'offerta è già più scarsa e degradata, e Regioni più ricche e che molte Regioni non avranno alcuna risorsa. Il governo ancora non fa quello che, come minimo, si è impegnato a fare, sulla base delle stesse disposizioni di legge che ha varato (la legge 112/98, cosiddetta "Bassanini") ovvero definire cosa si intenda per "servizio minimo" da garantire in tutto il Paese rispetto all'edilizia residenziale pubblica, quali sono i piani di edilizia residenziale pubblica da cofinanziare in quanto di "interesse nazionale", quale la quota di finanziamento dell'edilizia residenziale pubblica da definire nella legge finanziaria, quale assetto proprietario per l'edilizia residenziale pubblica.

 

6. L’inferno del mercato privato

Senza regole, ne rimane una sola inesorabile: vince il più forte. Così è stato nel mercato privato delle abitazioni, dopo i patti in deroga e l’abolizione dell’equo canone. La legge sulle locazioni del 1998 ha introdotto due canali contrattuali: il canone concordato attraverso la contrattazione collettiva degli affitti e il mercato libero. Il morto mangia il vivo: il canale concordato per essere competitivo deve seguire quello libero. Così gli affitti sono cresciuti esponenzialmente, cacciando dal mercato i più deboli. Il comparto pubblico è stato privatizzato e venduto e ha cessato di svolgere il ruolo di relativa calmierazione degli affitti. Un dato più degli altri esprime la realtà di questa giungla dei mattoni: venti anni fa, l’80% degli sfratti emessi era per finita locazione e il restante per morosità e altre cause. Oggi è il contrario: l’80% degli sfratti emessi è per morosità. Così le popolazioni più povere vengono deportate dai luoghi della residenza storica, dal centro della città e dalla periferia consolidata. Una logica più spietata delle leggi razziali e delle deportazioni della guerra: la discriminazione economica.

Le persone sono state obbligate all’acquisto (visto il livello dei canoni). Le persone che ce l’hanno fatta o che credevano di farcela. La crisi dei mutui sta a dimostrarlo. Il veleno della precarietà ha ucciso la speranza (e spesso la vita) di milioni di persone ma, alla fine da effetto delle politiche neoliberiste si è vendicato: il veleno si è sparso e si è fatto causa della crisi economica globale e della recessione. Se vuoi affrontare le cause profonde di quella crisi, devi aggredire la precarietà e le sue cause. Il lavoro e la casa sono quelle principali.

Servirebbe l’introduzione di due norme semplicissime.

La prima: abolire il canale del libero mercato degli affitti.

La seconda: introdurre il principio normativo che non si può realizzare uno sfratto senza il passaggio da casa a casa. L’intervento pubblico, in questi casi, diviene condizione necessaria, alla stessa stregua che una persona che subisce un infortunio o è vittima di un malore non può essere lasciata senza un soccorso sanitario obbligatorio.

 

     7. Una politica né giusta né moderna

Noi critichiamo radicalmente le scelte di questo governo e di questa amministrazione cittadina. Ma questo non ci basta. Per essere efficace, la critica deve riguardare il ciclo lungo degli ultimi 25 anni, quello del prevalere delle politiche neoliberiste e che ha permeato sostanzialmente la politica di tutti i governi che si sono succeduti.

Tre valutazioni.

La prima: il complesso delle politiche abitative perseguite in questi anni (liberalizzazione degli affitti, la carenza sempre più marcata di un'offerta pubblica di alloggi a canone sociale adeguata alle richieste, il processo di dismissione del patrimonio pubblico) hanno portato la conseguenza di determinare una forte propensione all'acquisto della casa, relegando nel settore dell'affitto una porzione della popolazione, nella gran parte, con condizioni sociali ed economiche deboli, evidenziando ancora di più l'assenza di politiche sociali che potessero risolvere, o almeno attenuare, la situazione.

La seconda: limitare l'intervento pubblico nelle politiche abitative all'edilizia residenziale pubblica si è rilevato del tutto inadeguato dal punto di vista quantitativo (l'esiguità degli alloggi offerti) e qualitativo (il livello dell'offerta e i soggetti a cui prevalentemente ci si è rivolti).

La terza: questa politica non è in grado di affrontare i nuovi problemi posti dalle modificazioni sociali, del costume, dell'economia. In una espressione: non è né giusta né moderna. Acuisce le disuguaglianze:  nel settore abitativo in affitto, c'è stata una grande ridistribuzione della ricchezza, attraverso i processi di liberalizzazione (dai patti in deroga, al libero mercato), dai salari e dalle pensioni verso la rendita. Ciò ha contribuito all'impoverimento e alla marginalizzazione di settori sociali, specialmente nelle città. Dall'altro lato, l'assenza di un intervento pubblico nelle politiche abitative rappresenta un elemento di forte arretratezza: limita la mobilità sul territorio, non riesce ad affrontare le questioni poste dalle modificazioni della società e del costume, non risponde alle nuove domande poste dai popoli migranti.

 

8. La bolla speculativa

Alcuni anni fa il Censis titolava con grande efficacia: “Finanza locomotiva dell’immobiliare”. Le operazioni di finanziarizzazione del settore hanno interessato moltissimo i più importanti gruppi imprenditoriali e determinato un vero e proprio riassetto dei poteri al suo interno. Le operazioni definite “spin – off” e di cosiddetta “securitazion” hanno permesso la “valorizzazione”, ovvero la capitalizzazione di gigantesche masse di danaro. La capitalizzazione di borsa dei capitali immobiliari ha mosso miliardi di euro. Solo nel 1999 (parliamo di vecchie lire  e di vecchi prezzi, prima dell’euro), le operazioni definite di "spin-off" hanno interessato  un totale di 1150 miliardi, le operazioni di cosiddetta "securitazion" hanno mosso oltre 850 miliardi, la capitalizzazione di borsa dei titoli di società immobiliari ha superato gli 8200 miliardi. Una parte fondamentale della torta è stata rappresentata dalle dismissioni del patrimonio pubblico (a partire dagli enti previdenziali) che ha avuto nei tempi e nelle procedure un'accelerazione fortissima attraverso la cosiddetta "cartolarizzazione".

Parole difficili da comprendere e persino da pronunciare ma che si traducono facilmente con il termine “speculazione”. Un giro enorme, una bolla speculativa immensa, causa non effimera di quella droga finanziaria che ha ucciso i più poveri e ha finito per avvelenare l’intera economia.

Oggi, l’intervento pubblico non è più un tabù, quando bisogna salvare banche e imprese che hanno lucrato profitti giganteschi, con manager che hanno guadagnato stipendi pazzeschi. Sepolcri imbiancati che predicavano contro lo stato sociale quando riguarda lavoratori, pensionati, precari.

Oltre il danno, si annuncia la beffa. Quando (?) sarà passata la tempesta, si tornerà a tuonare contro lo Stato e l’intervento pubblico.

E’ adesso il momento giusto ! Di fronte al fallimento del mercato   è il tempo di porre la questione della qualità dell’intervento pubblico e di un nuovo welfare. Il diritto alla casa e all’abitare sta pienamente dentro questo contesto. Come negli anni 70, il movimento dei lavoratori dovrebbe mettere questo tema al centro delle proprie rivendicazioni generali.

 

      9. L’abitare a Roma

Va condotta un’ analisi della crisi del modello Roma. Qui di seguito, alcuni caratteri critici essenziali.

  • La crisi del modello Roma viene da lontano e trae origine dal prevalere, dagli anni 90, delle politiche neoliberiste anche nel governo della città e del territorio. Si tratta della critica radicale alla cosiddetta urbanistica contrattata e al cosiddetto “pianificar facendo”.
  • Connessione tra il tramonto della programmazione e dell’urbanistica come progetto generale di città e i fenomeni generali indotti dal prevalere delle politiche neoliberiste: le privatizzazioni e la dismissione del patrimonio pubblico (la cosiddetta “valorizzazione”).
  • La sottomissione dello sviluppo della città ai poteri forti e ai processi di finanziarizzazione,  della speculazione edilizia a vantaggio della rendita fondiaria.
  • La critica di fondo al Piano Regolatore Generale,  con i suoi settanta mln di mc. di cemento  che stravolgeranno il territorio, aumentando i valori immobiliari e fondiari a favore dei soliti Caltagirone e soci.
  • La contrapposizione ai piani di ulteriore espansione che la nuova giunta di destra vuole perseguire con l’aggressione all’agro romano. Il bisogno di abitazioni popolari non la si ottiene deportando gli abitanti verso le periferie più estreme ma difendendo e incrementando la residenza popolare nel centro e nelle periferie consolidate. Occorre rifiutare il patto scellerato: distruggere il territorio per avere nuove case. Le case vuote e gli spazi pubblici dismessi ci sono già: occorre  salvaguardarla dalla speculazione e destinarle, ovunque possibile, alla residenza.

E’, invece, quella politica che ha rideterminato la sottomissione della città ai poteri forti e la dislocazione di nuovi poteri e nuove cordate, “i furbetti del quartierino”, la connessione tra i poteri finanziari ed economici (che controllano l’informazione) e i poteri politici (la sanità come esempio).

Serve  una analisi della città e di come essa si è trasformata: i servizi socio sanitari, il sistema della mobilità e l’inquinamento, il tema della residenza e dell’abitare (qualcosa di più del tema del semplice diritto alla casa), il sistema dell’istruzione e dell’università, il lavoro, la precarietà, l’industria dei servizi nella città. Serve un salto di qualità.

 

 

10. Alcune linee di intervento

Noi proponiamo l'adozione di un piano di iniziativa, articolato a livello nazionale, delle Regioni e degli enti locali, che si proponga di recuperare nei prossimi 10 anni la differenza tra l'Italia e l'Unione Europea (quindi, si triplichi l'offerta di alloggi a canoni più bassi del mercato ). In realtà, si tratta di promuovere un piano complessivo che metta insieme una serie di interventi coordinati tra Stato, Regioni, Enti locali. Occorre coordinare 2 strumenti essenziali: finanziamenti adeguati per la politica sociale della casa e uso della leva fiscale (sia da parte del governo centrale che di quello degli enti locali). Il punto non consiste nell'avviare una fase  straordinaria di nuove costruzioni, bensì, nell'utilizzo di tutti gli strumenti a disposizione (acquisto, affitto diretto da parte degli enti locali) per aumentare l'offerta a canoni calmierati con riferimento, in particolare, al patrimonio abitativo esistente. Affitto a canone calmierato può significare varie cose: canone sociale ERP, canone intermedio tra il canone sociale e quello del canale concordato dell'edilizia privata, canone della fascia più bassa all'interno del canale concordato.  Ciò serve per rispondere alle esigenze di varie categorie sociali, compresa quella del lavoro dipendente (con redditi non così bassi da poter sperare in un alloggio ERP ma non così alti da poter reggere il mercato privato).

     Tre sono le condizioni fondamentali per poter cambiare strada:

a)definire un finanziamento (almeno l'1% del bilancio) certo per la politica sociale della casa. Senza risorse, compartecipate da Stato, Regioni e Enti locali, nessuna nuova politica è possibile;

b) bloccare piani e progetti di dismissione  del patrimonio statale e IACP e fissare, Regione per Regione, la quantità di incremento del patrimonio pubblico e di recupero di quello esistente;

c) mantenimento delle strutture di gestione (IACP/ATER) nell'ambito pubblico, impedendo ogni privatizzazione del settore: anzi occorre intervenire per ampliare i compiti di gestione degli IACP/ATER a tutto il patrimonio pubblico. In pratica, si potrebbe pensare ad un ruolo più attivo degli IACP/ATER anche nel cosiddetto settore "no profit" che, in questa prospettiva nuova dell'intervento pubblico nelle politiche abitative, deve affiancare l'ERP ed il mercato privato. E' in questo quadro, che si può pensare al superamento della divisione tra edilizia "agevolata" e "convenzionata" con finanziamenti di piani di edilizia a fini locativi con canoni concordati.

 

     11. Una svolta per la città

 Non è vero che si possa intervenire soltanto con nuove costruzioni, aggredendo il poco verde rimasto e l’agro romano, aumentando l’invivibilità della città, il degrado, il traffico e l’inquinamento.

                  Poniamo tre  questioni:

-         l’utilizzo del patrimonio pubblico da dismettere, a partire dalle caserme e dagli altri spazi pubblici che si liberano;

-         gli alloggi degli enti previdenziali pubblici e degli altri enti che non vengono acquistati dagli inquilini e che vengono messi all’asta. Esiste la possibilità concreta che l’amministrazione eserciti un potere di prelazione;

-         la possibilità di acquisto diretto e/o di affitto da parte dell’ente comunale di alloggi liberi per destinarli alla locazione a canone sociale e/o calmierato.

A questo si aggiunge, al possibilità concreta di altri interventi, come un intervento determinatissimo per abbattere il malcostume della compravendita in nero delle case popolari o l’ulteriore penalizzazione fiscale per le case tenute sfitte o inutilizzate.

Ma la cosa principale è prendere la parola e determinare nuovi movimenti partecipativi.

“Capitale corrotta = nazione infetta”, si chiamava l’inchiesta denuncia dell’Espresso del 1956 sulla speculazione edilizia. Il Convegno sui mali di Roma agli inizi degli anni 70, promosso dal Vicariato, fu l’occasione di una discussione generale sull’arretratezza della città. Solo pochi mesi fa, l’inchiesta televisiva di Report sul nuovo sacco di Roma ha riacceso la discussione sulla nuova speculazione e le contraddizioni del cosiddetto “modello Roma”, dopo le denunce e le prese di posizione di urbanisti progressisti, movimenti e associazioni.

Avanziamo una proposta: un appuntamento pubblico promosso direttamente dal basso, dalle periferie, dai comitati di lotta per la casa contro gli sfratti e la difesa della residenza popolare, dalle occupazioni, dalle lotte contro il degrado e l’assalto al territorio, dai mille comitati di base contro l’inquinamento, dai sindacati inquilini e dei lavoratori, dalle associazioni ambientaliste, dalle associazioni dei migranti e del volontariato. 

Un momento di discussione che rompa le gerarchie tradizionali per cui associazioni e cittadini sono chiamati ad ascoltare o, al di più, a fare il tifo per quella o l’altra proposta.

Una discussione che parta dalla condizione di chi soffre e da chi lotta per dire che non c’è più nessuna delega.

Come per il nuovo movimento della scuola: “siamo e vogliamo essere irrappresentabili”.

La politica rinasce dal basso oppure non rinasce affatto.

 

 

 

 


Top

Indice Comunicati

Home Page