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Se la fede genera mostri – Arrigo Levi

La Stampa – 1.12.08

 

Se la fede genera mostri – Arrigo Levi

Perché le religioni generano mostri? O meglio, perché alcune religioni continuano a generare mostri? E perché altre, che li hanno generati in passato, sono riuscite a liberarsi da questo male profondo? Che un laico dichiarato si ponga queste domande non è irrispettoso. Noi laici sappiamo bene quali mostri abbiano generato anche le «religioni» laiche, che senza doversi richiamare a una verità assoluta enunciata, dall’alto dei Cieli, hanno commesso, nel nome di un credo diabolico, crimini orrendi. E sappiamo bene con quanta fatica, di fronte alle catastrofi di quel secolo di follia che è stato il Novecento, siamo riusciti a creare, laici e credenti insieme, delle istituzioni, ancora imperfette, che rendano un giorno credibile la realizzazione dei sogni di pace di profeti antichi e moderni fra tutte le genti. Non penso che noi laici possiamo dare lezioni a nessuno. Ma credo che abbiamo il diritto di chiedere ai rappresentanti delle grandi religioni, oggi impegnati, meritoriamente, in tentativi di dialogo fra le verità assolute che ciascuna di loro crede di rappresentare, di porre al centro del loro confronto il quesito che noi laici con smarrimento ci poniamo: perché le religioni continuano a generare mostri? Ho una lunga, bella esperienza di partecipazione a incontri interreligiosi, nei quali, come laico non credente in un Dio creatore, mi viene chiesto di dare un pur piccolo contributo al disegno di un’ecumene di pace. In codesti incontri viene affermata da tutti una professione di amore del prossimo, che si assicura essere connaturata al loro credo religioso. Viene però abitualmente taciuto il fatto, a tutti ben noto, che non è stato affatto così in passato, e che quelle stesse fedi si sono scontrate per secoli, e hanno perseguitato, torturato e messo a morte tutti coloro che esse giudicavano eretici o infedeli. Il silenzio sul passato è giudicato utile per non risvegliare antichi odi, appena sopiti. Questa scelta era ed è probabilmente utile se si vuole che il dialogo prosegua, in base anche a un’altra premessa, riaffermata con l’abituale sincerità da Benedetto XVI in un recente pronunciamento: e cioè che un dialogo interreligioso, nel senso stretto della parola, non è possibile, perché imporrebbe a ciascuno di mettere in discussione la propria fede; essendo invece utile se ci si limita ad affrontare pubblicamente le conseguenze culturali delle scelte religiose fondamentali, al fine di produrre una reciproca correzione e arricchimento. È giusto pensare che anche con queste riserve di principio il dialogo interreligioso, o quello tra le fedi religiose e la fede laica, sia utile: e che sarebbe rischioso, in tali incontri, rimproverarsi reciprocamente colpe passate o presenti. Ma se davvero si vuole un arricchimento e una correzione di quelle deviazioni - se vogliamo così chiamarle - che hanno condotto e conducono questa o quella religione, in questo o quel momento della sua storia, a generare, nel nome di Dio, guerre e massacri, come rinunciare a un momento di seria, sincera autocritica? È ovviamente prudente che quando esponenti religiosi cristiani, ebrei, musulmani si incontrano, ciascuno eviti i rimproveri, e critichi la propria religione e non quella altrui, chiedendo perdono agli altri delle proprie colpe, passate o presenti: come ha saputo fare in più di un’occasione, anche al Muro del Pianto di Gerusalemme, Giovanni Paolo II. Sarebbe utile a tutti se ciascuno compisse anche una riflessione per chiarire a se stesso, e per spiegare agli altri, quale evoluzione del proprio credo religioso sia stata necessaria affinché la propria religione cessasse di «generare mostri»: e quali contributi abbia dato a questa graduale, benefica evoluzione anche il pensiero laico, maestro di tolleranza e di sano relativismo. Gli incontri interreligiosi non sono certo inutili anche se ognuno dei partecipanti dedica il proprio tempo soprattutto a lodare se stesso, e a offrire una immagine idealizzata del proprio credo: questo può essere il primo passo per un cambiamento e per una correzione degli errori passati, o presenti. Ma sarebbero ancor più utili se ognuno dedicasse un po’ di tempo a fare un mea culpa e a spiegare quali mutamenti della propria fede siano stati o siano necessari perché essa divenisse o divenga strumento di amore e di pace fra le genti, anziché di odio e di guerra. Questo farebbe bene a tutti. Anche se, a tal fine, può darsi che sia necessario mettere in discussione la propria fede, passata o presente. Altrimenti le parole e i gesti di amicizia che sono d’uso in tali occasioni possono risultare vani.

 

Israele ha paura: "Noi nel mirino in tutto il mondo" - FRANCESCA PACI

GERUSALEMME - La nostra missione specifica era colpire gli israeliani per vendicare le atrocità commesse sui palestinesi». Le parole di Azam Amir Kasab, l'unico superstite del commando kamikaze che ha insanguinato Mumbai, giungono in Israele come una conferma. Nessuno qui dubita più che l'attacco al centro ebraico Chabad Lubavitch, in cui hanno perso la vita nove persone, fosse premeditato. A cominciare dal premier israeliano Ehud Olmert che ieri, mettendo in guardia il mondo dal «tentativo dell'Islam estremista di seminare morte ovunque», ha chiamato i suoi all'allerta massima, «tra gli obiettivi dell'attentato c'erano anche istituzioni ebraiche». La confessione del ventunenne pachistano però, aggiunta all'ipotesi che i terroristi abbiano soggiornato per un certo periodo alla Chabad House spacciandosi per studenti malaysiani, libera analisti e 007 israeliani dal complesso d'apparire sovente allarmisti al limite della paranoia. «Ebrei e israeliani sono sempre stati nel mirino della jihad, la guerra santa dei fondamentalisti musulmani - osserva il professor Jonathan Spiyer, esperto del Centro Interdisciplinare di Herzliya, l'accademia dell'intelligence -. Hanno cominciato i palestinesi negli Anni 70 e Osama bin Laden ha raccolto il testimone». La lista dei precedenti è lunga: «Sinagoghe e luoghi kosher sono stati colpiti in Argentina vent'anni fa e poi in Tunisia, Marocco, Turchia, Egitto». Momenti diversi della medesima strategia, secondo il colonnello Yoni Figel, guru dell'antiterrorismo: «La dichiarazione d'intenti di al Qaeda, pubblicata nel 1998 sul quotidiano londinese al Quds al Arabia, parlava già del nemico ebraico. Si tratta di un classico esempio di “lavoro locale e pensiero globale”: le cellule terroristiche rivendicano un obiettivo regionale, come questa volta il Kashmir, ma agiscono nel quadro della grande offensiva contro l'occidente e Israele». Venerdì, durante le ultime ore della mattanza indiana, il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni ha auspicato un fronte unico contro la minaccia jihadista. Mumbai segnerà l'inizio di una nuova era di cooperazione internazionale? Il rabbino Marvin Heir, responsabile del Centro Wiesenthal, scuote la testa scettico: «L'assemblea generale delle Nazioni Unite ha una lunga lista di sezioni speciali, la droga, l'apartheid, l'ambiente. Ma non ha mai messo all'ordine del giorno gli attentati kamikaze per non urtare la sensibilità degli oltre 54 Paesi musulmani. Se il terrorismo non è oggi una priorità assoluta non capisco cosa lo sia». Israele, intanto, va avanti per conto proprio. «Alzeremo lo stato d'allarme nella protezione delle nostre ambasciate, gli istituti religiosi, gli scali aerei, ma niente allarmismo, siamo abituati», continua Yoni Figel. Ci sono 60 mila giovani israeliani che ogni anno si congedano dall’esercito e partono alla volta dell'Oriente, meta finora considerata sicura. Ci sono 4 mila ebrei che vivono in India, specialmente a Mumbai, e sperimentano, per la prima volta in tre secoli, l'ansia d'essere nel mirino. E ci sono oltre 4000 Chabad House sparse in tutto il mondo, dal Vietnam al Congo, ambasciate dell'ebraismo estranee all'ideologia sionista ma non per questo risparmiate dai kamikaze pachistani. «Non cederemo alla violenza, non ci chiuderemo in una fortezza» ripete il rabbino Menachem Brod dal quartier generale delle Chabad in Israele. «Io non ho paura», assicura dall'aeroporto Ben Gurion la venticinquenne Rotem Weil in partenza per Goa. In senso contrario, centinaia di connazionali tornano in anticipo dalle vacanze indiane.

 

In nome del Papa e della Borsa – Francesco Sisci

Nascere poveri, poverissimi non è mai stato un vantaggio per nessuno, nemmeno per la verità nella Cina comunista, tanto più se si era di una famiglia cattolica convertita da molte generazioni. La vita di Huang Guangyu, uno degli uomini più ricchi della Cina con una fortuna di 6,3 miliardi di dollari a 39 anni e ora sotto inchiesta per “crimini economici”, era cominciata così. Era arrivato a Pechino da Shantou, nel profondo sud della provincia del Guangdong, ad appena 17 anni e senza avere finito nemmeno il liceo. La famiglia si era convertita nei secoli scorsi per l’opera di missionari domenicani arrivati dalle Filippine, e come spesso accadeva alla femiglie cattoliche in Cina, era una delle più povere della zona. Da piccolo, raccontava, era sempre preso in giro dagli altri ragazzi per la sua miseria. Ma il giovane Huang era deciso a cambiare il suo destino. Nel 1987 insieme al fratello con un investimento di appena 30mila yuan, una piccola fortuna all’epoca, apre il suo primo negozio di articoli elettronici a Pechino. È l’inizio di “Gome” quella che sarebbe diventata la più grande catena di distribuzione di elettronica della Cina. Vent’anni più tardi, nel 2008 Huang Guangyu era in numero 1 della lista dei più del Paese stilata dalla rivista Hunrun. Qualche mese dopo, il 24 novembre per l’esattezza, il valore di Borsa di “Gome” era passato a circa 1,8 miliardi di dollari, dopo un calo di oltre il 75 per cento del valore. A quel punto il titolo è stato sospeso e di Huang Guangyu si sono perse le tracce. Secondo la rivista “Finanza ed economia” Huang Guangyu è ora in stato di fermo per indagini su manipolazioni di Borsa per il titolo della SD Jintai, un’azienda farmaceutica il cui valore di mercato nel 2007, l’anno della corsa della Borsa cinese, è cresciuto dell’800 per cento! La SD Jintai era controllata dal fratello e socio Huang Junqin. Inoltre la Gome dice che Huang Guangyu è sotto inchiesta per crimini economici che non non sono in relazione con la catena di negozi di elettronica. A Pechino si dice che Huang in realtà sconti il suo “peccato originale”, il sarcastico modo cinese di chiamare gli affari poco puliti al confine del lecito che sono alla base di tante fortune create tra gli anni ’80 e gli anni ’90. Ma forse, da buon cattolico, Huang del peccato originale si era liberato da un pezzo, visto che nel difficile ambiente degli affari cinesi lui ostentava la sua controversa fede religiosa spiegando che per questo lui non poteva avere l’ambita tessera del partito comunista. Troppo lontani sono i tempi quando, nella prima metà degli anni ’90 la sua città natale Shantou era uno delle capitali del contrabbando cinese. Che Huang allora avesse rapporto o meno con i contrabbandieri di Shantou oggi sarebbe comunque acqua passata. I peccati antichi, originali o meno, non contano, sono stati lavati dal battesimo dell’ingresso ufficioso nel mondo della politica cinese. Diverso è però il caso con i peccati più recenti. L’impennata di Borsa dell’anno scorso è stato uno dei problemi più grandi per l’amministrazione di Pechino, che per mesi ha cercato di sgonfiare la bolla speculativa. Allora in poco più di un anno l’indice era triplicato. Ma l’azienda farmaceutica degli Huang ha fatto molto meglio dell’indice generale, crescendo di otto volte in meno di un anno, circa tre volte la media del resto delle aziende quotate. Già questi numeri sono indice di colpa e colpa grave. In Cina poi, diversamente che per la Chiesa, le colpe passate non passano davvero mai, sono messe da parte ma ci può sempre essere il giorno del Redde rationem. Forse la speculazione di Huang è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ora i fratelli si trovano a scontare le colpe di ieri, della Borsa, e quelle di avant’ieri e del giorno prima ancora, quando per raccogliere i primi soldi, i primi clienti, gli Huang hanno piegato le regole, hanno trascurato le differenze tra lecito e illecito. Fumatore accanito, timido per la sua mancanza di cultura, aggressivo nelle sue imprese di affari, Huang rischia di lasciare un grande vuoto nella sua Gome, la catena di distribuzione che aveva battuto WalMart in Cina e sembrava dovesse sfidare la catena americana a livello globale. O forse per i Huang ci potrà essere un miracolo, una redenzione completa consacrata dalla fine delle indagini. Ma i miracoli, ovunque, sono rari, basterebbe in fondo una grazia: che Huang torni libero e che il suo Gome anche senza di lui continui a sopravvivere.

 

Dimenticati in Thailandia - VIDALI NICOLA

BANGKOK - Per motivi di lavoro mi trovo in questi giorni "ostaggio" a Bangkok (Thailandia) totalmente dimenticato e abbandonato dalla nostra ambasciata in loco. Per conoscenza voglio riassumere la situazione: sono arrivato a Bangkok da Saigon il giorno 22-11 con un volo Thai airways e sarei dovuto ripartire da qui nella notte tra Giovedì e Venerdì 27-28-11 diretto in Italia; come noto da Martedì scorso, a causa di una protesta, gli aeroporti risultano chiusi al traffico e sono quindi inutilizzabili. Ovviamente, essendo a conoscenza del problema, mi sono immediatamente attivato per cercare delle soluzioni alternative relativamente al volo di rientro ma fino a questo momento si brancola nel buio o quasi. Ho contattato più volte l'ambasciata italiana a Bangkok dove, speravo, mi aiutassero a trovare una soluzione al problema, ma sono solo riusciti a dirmi che non si tratta di un problema che possano gestire loro e di rivolgermi alla compagnia aerea, per conoscenza, ci sono due numeri da contattare che risultano occupati sempre e comunque. Ciò che più mi inquieta è che mentre la nostra ambasciata mi dice di aggiustarmi con i miei mezzi leggo che altre nazioni, Taiwan, Cina, Spagna pensano di aiutare i connazionali a tornare in patria prima che la situazione possa precipitare, devo pensare che si intervenga solo dopo che la rivolta si sposti nel centro della città e si incominci a sparare e quindi la notizia diventi più "importante" di una semplice protesta? Penso che in presenza di un problema di queste dimensioni l'ambasciata dovrebbe aiutare fattivamente chi si trova in difficoltà e non solo rispondere al telefono di arrangiarsi da solo (per conoscenza ho registrato la mia telefonata con l'ambasciata). Personalmente, dopo aver contattato la Thai mi sono visto confermare un volo per Roma per la notte del 5-12 ma nessuno ha la certezza che tale volo possa mai essere effettuato. Spero solo di riuscire a tornare in Italia in tempi ragionevoli e quindi presenterò tutte le mie rimostranze al nostro ufficio esteri. Mi auguro che questa mia lettera, tramite il vostro giornale, possa portare a conoscenza dell'opinione pubblica la situazione di abbandono nella quale ci troviamo oggi perchè inconvenienti di questo tipo possono capitare a chiunque si trovi in viaggio in ogni parte del mondo.

 

Amsterdam. L'ultimo sballo da funghi

Il cartello esposto sulla porta scura aggiunge urgenza alla tentazione. «Ultima possibilità di comprarli legalmente» è il messaggio malizioso per gli avventori che, però, sanno benissimo di vivere la fine di una stagione. Sennò perché dovrebbero affollare a tarda sera i piccoli spazi di «When Nature Calls», il negozio di Keizersgracht che vende allucinazioni e altri viaggi, e sfidare il freddo da pinguini che sale dai canali quando ci sono posti più accoglienti dove ballo e sballo sono altrettanto a buon mercato? La risposta è nel sacchetto dal design curato che stringono quando si rituffano nel buio gelido di Leidsestraat, nelle risatine complici e nello sguardo luminoso cui s'incamminano verso «un luogo comodo» dove celebrare l'addio ai funghi magici che a mezzanotte diventano illegali per decreto. L'ultimo morso. L'ultimo trip ammesso da un'Olanda che cerca di chiudere col suo passato permissivo. Da questa mattina gli Smart Shop di Amsterdam non possono più vendere 187 specie di funghi allucinogeni, compresa l'Amanita Muscaria, quella col cappello rosso a puntini bianchi, uno stimolante neurotropico dagli effetti psichedelici. E' bandito alla stregua del Messicano e del Thai, creature che portano lontano nonostante l'apparenza innocua, vendute in famiglie da cinque o sei esemplari per meno di 13 euro. I conservatori al governo coi socialisti hanno deciso di ripulire le città Orange, chiudendo bordelli e alcuni coffe shop dove erba e hashish sono più che liberalizzati. Il suicidio di una turista francese, lanciatasi da un ponte dopo aver ingerito un fungo magico, ha fatto mettere all'indice anche questa categoria di «prodotti naturali». Inutile il ricorso dei gestori. Il Tribunale dell'Aia ha dato ragione allo stato e confermato il bando. Andrei, il mezzoturco mezzoolandese che sta dietro il bancone della Magic Mushroom Gallery, bottega del fuori di sé che si trova davanti al mercato dei fiori del Singel, fatica a farsene una ragione. «Macché pericolosi - dice -. Non ha senso dire questo quando la vita è piena di pericoli, può succederti qualcosa se giri a destra invece che a sinistra. Se lo si fa nel modo giusto è solo un'esperienza piacevole». L'alcol e le canne possono essere peggio, argomenta, «tutto dipende dallo stato d'animo con cui si parte». Il fungo, teorizza, amplifica le sensazioni, va evitato in stato di psicosi e depressione nervosa, o accoppiato con altre medicine, droghe o superalcolici. Se invece si costruisce sul buon umore, «è un modo per farci sentire meglio fra le difficoltà di tutti i giorni». Entra in scena Damon, un neozelandese che abita a Londra. Compra una confezione di Amazonian Xtc per 12 euro e 50. E' un consumatore abituale che insegue il moltiplicarsi delle percezioni. «L'importante è il controllo delle sensazioni - racconta - serve un luogo tranquillo e degli amici». Un'arma a doppio taglio, concede Andrei, "venditore di illusioni" autodefinito, «talvolta ci sono dei blackout». Non si pente. Consiglia il fungo Havaiano per le esperienze visive e l'aria aperta. In casa, suggerisce il Messicano, «fa bere al bicchiere di John Lennon», offre pace e amore. E se va male, «mi raccomando lo zucchero che tira su». Gli affari del fine settimana sono stati ricchi. Dave, che gestisce col suo gattino il Tatanka di Korte Leidsedwartstraat, ha venduto parecchio nelle ultime ore di legalità. «E' stato il giorno degli olandesi, ne ho avuti una cinquantina, sapevano che il conto alla rovescia si stava esaurendo». Ha un'aria professionale, il negozio è ordinato, offre di tutto, dai gadget ai "te speciali". Per sfruttare il momento ha lanciato un'inedita compagna di saldi, cinque scatole al prezzo di quattro. Ne approfittano alcuni studenti della Art School di Rotterdam. Spendono 54 euro e si preparano alla festa. «Mi fa sentire più felice a piccole dosi - confessa Catarina, una portoghese minuta dall'aria malandrina -. Sento un sacco di cose, dipende da come va all'inizio». Mai nessun problema? «Il giorno dopo sono un po' stanca e meno felice», risponde anche se la spagnola Sara avverte che «certi amici hanno provato una volta e giurato che sarebbe stata l'ultima. Per qualcuno può essere un passo drammatico». E il sesso? «Non ci si pensa - la interrompe l'amica -. Per quello servono altre cose». Le autorità olandesi contestano ogni lato positivo del fungo magico, diffondono statistiche grondanti di incidenti e vittime. Non molleranno. Andrea, un livornese in giacca mimetica, giura che sono tutte balle. Esce da «When Nature Calls» con una dose «blanda» («Domani ho l'aereo»), almeno rispetto a quello che ha provato a casa sua. «Una volta non mi saliva e me la sono presa con la mia ragazza, ero convinto che si stesse facendo beffe di me». Lei, lì a fianco, annuisce senza espressione. Sono i primi dei tanti italiani che si incrociano lungo i canali in cerca di un trip. Fabio, romano, dice che è la prima volta «ma devo ancora decidere». «Voi amate i funghi, anche quelli forti - precisa Dave -. Qui al Tatanka arrivate in gruppi, in genere con una sola donna che è quella del capo». Sembra non preoccuparsi se il registro gli dice che sta per perdere quasi metà degli incassi. Alle dieci cala la saracinesca come fosse business as usual e dice addio ai "magic mushrooms". L'ultima notte di sballo per Amsterdam? «Non scherziamo - sorride -. Non ci sarà mai un'ultima notte di sballo ad Amsterdam».

 

Gelmini: "Se io copiavo? A scuola ci si dà una mano"

CLAUDIO SABELLI FIORETTI

ROMA - L’Onda degli studenti voleva travolgerla. Ma al primo test, il voto alla Sapienza, l’Onda è stata travolta. Ministro Mariastella Gelmini, gli studenti sono con lei?
«I ragazzi hanno capito che è ora di cambiare e voltare pagina. Hanno capito che la sinistra difende lo status quo». Ha votato solo il 10 per cento degli aventi diritto… «Credo sia un campione rappresentativo». Nel frattempo il suo «gradimento» è sceso da 42 a 37. «Quando si fanno scelte di cambiamento si paga sempre un prezzo. Credo però che la maggioranza degli italiani approvi le mie riforme». Ha detto: «Il governo Berlusconi è un governo di sinistra». «Perché crede nel cambiamento e aiuta i ceti più deboli come dimostrano i provvedimenti sulla social card e sull’aiuto alle famiglie. E poi la detassazione degli straordinari». La detassazione degli straordinari favorisce le aziende. «Favorisce l’occupazione». Favorisce gli occupati. «Favorisce i lavoratori. E poi la scuola. Molti si affannano a difendere la scuola pubblica ma poi mandano i figli alla privata. Io voglio una scuola pubblica di qualità per tutti. Anche per chi non è ricco». L’accusano del contrario, di voler distruggere la scuola pubblica per favorire quella privata. «E’ una sciocchezza. La finanziaria evidenzia un contenimento della spesa nella scuola pubblica come nella privata». I tagli… «Tagliamo sprechi, spese inutili, doppioni. E investiremo nell’edilizia, nei laboratori, nella formazione degli insegnanti. Il 30 per cento dei risparmi andrà agli insegnanti, secondo un criterio di merito». I tagli lei li ha trattati con Tremonti? «Certamente». Cosa gli ha strappato? «Due miliardi di euro». Esempi di tagli? «Abbiamo il doppio dei corsi di laurea che hanno i Paesi europei. 5.500 corsi di laurea, 170 mila insegnamenti, 320 sedi distaccate…». Ne cancelliamo la metà? «Almeno un trenta per cento delle sedi distaccate andrebbe eliminato». E i corsi di laurea? «Di metà potremo fare a meno». Perché sono così tanti? «È un problema di baronie. Si istituiscono cattedre per trovare posto ai professori». Lei ha origini contadine. «Papà imprenditore agricolo, mamma insegnante. Bassa bresciana». Ricordi? «Infanzia normale, serena, amici, sport…» Il primo amore? «Avevo quattordici anni, si chiamava Stefano. Mi faceva battere il cuore». Lei non è sposata. È stata mai sul punto? «No. Adesso sono fidanzata». Giorgio Patelli. Su «Novella 2000» vi hanno fotografati avviluppati. «E hanno titolato: “Un bellissimo per il ministro”». Affascinante imprenditore bergamasco cinquantenne. Corrisponde? «Tutto giusto». Ho letto: tutto pronto per le nozze. «Per il momento non ci sono progetti». Come andava a scuola? «Andavo bene». Passava i compiti? «Qualche volta». Copiava? «Ci si dava una mano». Le sue manie? «L’ordine». E poi? «La puntualità». Ordinata... puntuale... precisa... «Schematica». E il carattere? «Sono curiosa, amo imparare». Poco litigiosa... «Ho un approccio alla politica pragmatico, non amo ideologia e contrapposizioni». Ma se uno viene da lei e la insulta? «La litigiosità non serve». La Mussolini fa a botte... «È molto focosa. Ma io sono per la pace». Il film della sua vita? «Recentemente mi ha colpito “La classe”. Mi ha suggestionato la figura di un ragazzo cinese, inserito in una classe francese, che denuncia la difficoltà ad integrarsi a causa del fatto che non conosce la lingua... E questo mi ha convinto del fatto...» ... che ci vogliono le classi ponte. «La conoscenza della lingua e della Costituzione è importante per l’integrazione». Ma saranno classi o saranno corsi? «Sono favorevole alle classi ponte, ma ci saranno anche corsi pomeridiani di italiano per stranieri...». Classi o corsi? Non è la stessa cosa. «Un supporto aggiuntivo ai ragazzi immigrati ci vuole». Classi speciali. Si formerà una classe, adesso non so, è un problema organizzativo, didattico, non certo di razzismo». Ministro, se crea dei corsi è didattica, se crea delle classi è razzismo. «Ci si divide sempre sul pro e sul contro. Stavolta tirando in ballo questo spettro del razzismo...». Il libro della sua vita? «Diversi. A volte rileggo i Promessi Sposi». Lei viene accostata al «Libro Cuore». «Sono stata accusata di avere uno sguardo rivolto al passato, di volere una scuola non moderna». Invece? «Invece credo che disciplina, rigore negli studi, rispetto degli altri siano valori attuali». Sua sorella Cinzia fa l’insegnante. Ma è della Cgil. «Andiamo molto d'accordo». Si è data malata per non fare lo sciopero contro di lei. Ma l’hanno criticata lo stesso. «È sciocco speculare su queste cose». La pensate alla stessa maniera? «Mi dà molti consigli. Condivide le mie proposte, anche perché sono di buon senso. Chi può dirsi contrario al voto in condotta, al grembiule, al ritorno ai voti? Non siamo mica davanti alla Grande Riforma della scuola. Questa è normale manutenzione». Il maestro unico... «I bambini non hanno bisogno di insegnanti specialistici ma di qualcuno che insegni loro a leggere, a scrivere e a fare di conto». Ma il tempo pieno? «Le classi a tempo pieno aumenteranno». Un maestro solo farà tutto il tempo pieno? «Maestro prevalente». Mi aiuti. Il maestro fa 22 ore. Diciamo dalle 8 alle 12. E poi? «Ci saranno altri insegnanti». Invece della compresenza, la presenza a seguire. «Per questo si parla di maestro prevalente». E il non prevalente, che fa? «Inglese, informatica, religione, dipende...». Il maestro di religione rimane? «Sì». Non è un po’ anacronistico? «È importante difendere le nostre radici, la nostra cultura...». La nostra cultura la facciamo difendere dai sacerdoti? «La nostra cultura è permeata dalla cristianità». Facciamo un’ipotesi: una classe composta soltanto da bambini musulmani. Gli raccontiamo di Gesù Cristo? «Chi viene nel nostro Paese deve conoscere le radici, la cultura, le tradizioni». Zapatero ha eliminato il crocifisso dalle scuole. «Da noi rimane ancora. Grazie a Dio. Non offendiamo i musulmani se lasciamo nelle nostre aule il crocifisso». Il problema non sono i musulmani, sono i laici. «Massimo rispetto per chi non crede. Ma il crocifisso non è un’offesa per nessuno». Lei ha cominciato a far politica a Desenzano. «Ho fatto la gavetta. Consigli comunali, provinciali, regionali». Un giorno improvvisamente è arrivato Giacomo Tiraboschi, detto il giardiniere, che l’ha presentata al Cavaliere. Ed è stato subito feeling... «Il presidente mi fece i complimenti. Mi chiese come avevo fatto ad avere tanti voti alle elezioni». E dopo poco la fece coordinatrice di Forza Italia in Lombardia… «Molti lo criticarono. Persone con tanta esperienza più di me si trovarono davanti una giovane donna. Ma sono riuscita a farmi accettare». In Lombardia la situazione era difficile. Formigoni non parlava più con Paolo Romani… «C’era un po’ di conflittualità fra l’area cattolica-ciellina e l’area laica. Scegliere una persona che non c'entrava niente è stato un modo per scompaginare». Veramente lei è un po' ciellina. «Ho buoni rapporti con Formigoni, ho una formazione cattolica, ho molti punti di contatto con Cl». Lei ha fatto parte dei sette saggi che hanno selezionato i candidati alle ultime elezioni… «C’erano Bondi, Denis Verdini, Cicchitto. Selezionavamo i curricula dei candidati». Il popolo italiano non ha eletto nessuno. Ha solo ratificato le vostre scelte. «Non ha eletto nessuno, è vero. Però quel meccanismo tanto vituperato ha permesso a Berlusconi, ma anche a Veltroni, di nominare molti giovani e molte donne». Si pente di qualche scelta? «Stanno dando tutti ottima prova di sé». Anche Paolo Guzzanti? «Non condivido le sue ultime affermazioni». Lei ha detto: «Veltroni parla come un rappresentante dei Cobas». «Ho nostalgia del Veltroni del Lingotto, della sua disponibilità al cambiamento. Poi Veltroni è tornato il conservatore che è. Sulla scuola ha scelto di cavalcare la piazza e di dire alla gente cose false». La sinistra è contraria al cambiamento? «Ormai rappresenta le corporazioni e i portatori di privilegi». Una sinistra di destra. «Oggi non ci si divide più fra destra e sinistra ma tra chi vuole cambiare e chi difende lo status quo. Io non sono dalla parte dello status quo. La sinistra sì». Com’è il suo rapporto con Berlusconi? «Franco, schietto, sereno». Non le sembra un po’ maschilista? «È un tifoso delle donne. Dice che sono caparbie e leali». Berlusconi… «Berlusconi è privo di pregiudizi, ha una fiducia enorme nel genere umano e nelle persone, sa motivarle, sa cogliere i talenti ed è molto liberale. È intelligente, pragmatico, generoso e leale. Ama l'Italia ed è un servitore dello Stato». Colgo un pizzico di culto della personalità… «Berlusconi è un leader. Questo ci consente di non doverne cercare uno, come succede a sinistra. Ce lo abbiamo in carne ed ossa e ce lo teniamo stretto». Riesce a dirmi un difetto di Berlusconi? «È troppo buono». Da lei non me lo aspettavo. Le ho chiesto un difetto. «È un po’ puntiglioso, ogni tanto con qualche simpatica vanità. È molto attento alla forma, è maniacale nel dettaglio». Non sfugge un po’ troppo ai processi? «Le sue vicende con la giustizia sono una pagina dolorosa del Paese. La giustizia è un settore da riformare». A causa dei processi al Presidente? «L’accanimento è sotto gli occhi di tutti». Lei non critica quasi nessuno. Ma su Alemanno ha detto cose pesanti... «È una vecchia vicenda sulle quote latte». No. Ha detto: «E’ stato bravo a farsi clientele al Sud. Poi ha accollato al ministero miliardi di contributi». «Non ricordo ma mi pare di aver detto che è bravo a crearsi del consenso». Sa che è diventata molto prudente? «Alemanno si muove bene come sindaco». Ma come ministro dell'Agricoltura... «Su alcune cose avevamo idee diverse, ma lo stimo molto». Ricorda almeno che se la prese con Follini? «L’uomo dei se e dei ma»... «L’uomo della discontinuità». E Luxuria? Ricorda di averla trattata male? «Luxuria ha idee opposte alle mie ma è una persona intelligente». Ricorda Prodi? Disse: «Prodi non è cattolico, perché vuole i Pacs». «Non ricordo questa polemica, ma non mi sembra di grande valenza». Ricorda la polemica con Bossi? Vi siete detti delle cose tremende. «Lei dice? Oggi abbiamo un ottimo rapporto». Oggi. «Mi ha fatto pure degli apprezzamenti». Ha detto: «Ona brava tosa». «Tusa». Il solito paternalismo. «Ha detto che apprezzava il contenuto del decreto. Che la sua opinione sul maestro unico era stata fraintesa». Fraintesa? Aveva detto: «Il maestro unico rovina i bambini». «Io gli ho detto: "Dobbiamo avere fiducia negli insegnanti"». Bossi aveva anche detto: «Ministro dell’Istruzione una che non ha mai fatto l’insegnante?». E lei ha risposto che Bossi era in confusione mentale. «Ci sono state le scuse da parte sua e da parte mia e la cosa si è chiusa lì. La volta prossima prima di credere a un’agenzia, chiamo il diretto interessato e verifico». La colpa è dei giornalisti. «Qualche volta sì». C’è un giornalista che non sopporta? «Non me ne occupo». Non ci credo. «Se stessi lì a prendermela...». Qualche giornalista che le dà fastidio... «Fastidio nessuno. Forse una volta Merlo sulla “Repubblica” ha un po’ ridicolizzato la mia figura. Ha anche stravolto i contenuti del mio decreto...». Ma a lei non importa... «È doveroso accettare critiche». Ha detto qualche settimana fa che vuole abolire il 18 politico. Ma il 18 politico non c’è. «Pensavo alla cultura falsamente egualitaria, uno dei mali della scuola italiana». Lo sa che su Facebook ci sono oltre cinquecento gruppi dedicati a lei? Il più frequentato ha 35 mila iscritti. Si chiama: «Scommetto che almeno cinque milioni di persone detestano la Gelmini». «Però ci sono anche moltissimi miei sostenitori su Facebook. Ci sono molti gruppi che mi sostengono con più di 50 mila iscritti totali». Ricorda la polemica sul basso livello delle scuole meridionali? «I giornalisti avevano travisato le mie parole». Perfino il vostro alleato Raffaele Lombardo definì le sue parole «razziste». «Se fossero state vere... Un signore mi aveva chiesto che cosa pensassi del fatto che i ragazzi del Sud hanno qualche difficoltà rispetto ai ragazzi del Nord. Io avevo risposto che secondo me bisogna fare della formazione a tutti gli insegnanti, dopo di che, se andiamo a valutare le scuole e vediamo quelle più in difficoltà, quegli insegnanti andranno più formati di altri». Sono andato a sentire la registrazione. Lei disse: «E’ un dato oggettivo il dato scadente della scuola nelle regioni del Sud. Non a caso noi quest'anno andremo a fare dei corsi intensivi agli insegnanti in Sicilia, in Puglia, in Calabria, e in Basilicata. Questo perché siamo perfettamente consapevoli che nella media le regioni del Sud ci portano ad uno scadimento del livello qualitativo della nostra scuola». «Non è colpa degli insegnanti, ma delle strutture e delle difficoltà generali del Mezzogiorno». Poi i suoi critici le hanno ricordato l’«incidente» dell’esame di Stato, quando lei andò a farlo a Reggio Calabria, perché a Brescia era più difficile... «Io dovevo entrare nel mondo del lavoro. Non sempre in quel tipo di esame era premiato il merito, tant’è che è stato completamente riformato. Non potevo gravare ancora sulla mia famiglia. Quindi decisi di fare l'esame a Reggio Calabria. Mi sorpresero tutte le polemiche. Sa una cosa? Chi ritiene che fare l’esame a Reggio Calabria sia un problema di immagine è razzista. Reggio Calabria è Italia, come Brescia». Ma a Reggio passa il 70 per cento e a Brescia la metà... «Moltissimi miei compagni che erano scesi con me da Brescia sono stati bocciati. Non è stato certo un esame semplice...». Se si scopre che il ministro della Difesa si è fatto raccomandare per non fare il servizio militare... «Io non sono stata raccomandata. Anzi, come tanti ragazzi, non avevo santi in Paradiso. Ho fatto un esame regolarissimo». Lei ha detto: «I professori sono stati proletarizzati dal sindacato». «Quanto guadagna un insegnante oggi? 1200 euro». Colpa della Cgil? «È il risultato di anni di lotte e contrapposizioni. Lo dico con forza: questo governo sta dalla parte degli insegnanti più della Cgil». Le proteste hanno unito gli studenti ai professori. «È un po’ sospetta questa protesta che vede dalla stessa parte baroni e studenti. C’è qualcosa che non torna». Che cosa non torna? «Non voglio dire oltre». Le hanno contestato anche un accento. Quando disse «egìda» invece che «ègida». «Ero molto emozionata in un’aula infuocata. Tutti urlavano. Era il giorno prima dello sciopero, stava succedendo di tutto». Il ministro dell'Istruzione... «Può capitare, siamo esseri umani». Lo scrittore Andrea Camilleri ha detto che lei non è un essere umano... «Anche per la Cortellesi sono un robot...». Gioco della torre. Guzzanti fratello o Guzzanti sorella? «Non butto nessuno dei due. Portano voti a Berlusconi». Ventura o De Filippi? «La De Filippi mi piace molto. Ha la  capacità di dialogare con i giovani». Le donne che riescono nella vita hanno spesso un che di maschile... «La donna può mantenere la propria femminilità anche nell’esercizio della leadership. Le donne che scimmiottano l’uomo sono ridicole». Di Mariastella Gelmini ho letto: «E’ una donna con le palle». «Luoghi comuni». «Ma le donne... «Le donne sono molto brave nel gioco singolo. Meno nel fare squadra». Ha detto: «Scatta una sciocca concorrenza personale». «Non credo di averlo detto». L’ha detto. «Dobbiamo imparare dagli uomini che fanno politica da più tempo di noi». Le intercettazioni, quelle che potrebbero riguardare lei e il ministro Carfagna... «Il mio presunto coinvolgimento in alcune telefonate di altre persone è veramente paradossale. Chi mi conosce sa perfettamente come sono fatta. Guardi, lei è il primo giornalista che mi ricorda questo episodio a cui non dà peso nessuno». Dia retta a me, non è vero... «Gli italiani vogliono vedere i problemi risolti, avere qualche soldo in più in busta paga, pagare meno tasse». Però se le intercettazioni non esistono... «Appunto, di che parliamo?» Ma esistono? «Non so se esistano o non esistano. Tutto questo è spazzatura per buttare fango sui politici».

 

Repubblica -1.12.08

 

"Questa è concorrenza sleale, così il governo colpisce le famiglie"

GIOVANNI VALENTINI

ROMA - In italiano o in inglese, il concetto non cambia: "unfair competition", concorrenza sleale. Ma Tom Mockridge, 53 anni, neozelandese, amministratore delegato di Sky Italia, sta bene attento a non pronunciare quell'espressione rispondendo alla richiesta di commentare la decisione del governo Berlusconi che ha raddoppiato l'Iva dal 10 al 20% sugli abbonamenti alla pay-tv. E preferisce rifugiarsi prudentemente nella diplomazia: "Non so. Ma il problema è perché le tasse aumentano solo per la tv a pagamento? E perché, in piena crisi economica, il governo inglese riduce l'Iva e quello italiano invece l'aumenta?". Ha letto il fondo domenica di Eugenio Scalfari su "Repubblica" che chiede al governo di ritirare subito questo provvedimento? "Sì, molto forte". Voi temete adesso di perdere abbonati? "Of course!", risponde senza esitazioni Mockridge: "Noi abbiamo oggi 4,7 milioni di famiglie abbonate..." Scusi, sono 4,6 o 4,7? "Sono 4,7 e puntiamo a raggiungere rapidamente l'obiettivo dei cinque milioni. Ma, di questi tempi, un aumento del 10% sul prezzo dell'abbonamento costringerà probabilmente molta gente a rivedere il proprio budget. E tutto ciò minaccia evidentemente di danneggiare i nostri conti". Ma quello di Sky non è un pubblico di target più elevato, un'élite di telespettatori più abbienti? "Non è esattamente così. Il nostro è un pubblico per così dire trasversale e purtroppo la crisi economica tocca tutti i ceti sociali. Non si tratta soltanto di rich people, di gente ricca. Pensi al calcio, e non solo al calcio, a tutta la nostra programmazione sportiva. Noi abbiamo un'offerta di 170 canali, tra cui - per esempio - Discovery o National Geographic che hanno un pubblico particolarmente affezionato di giovani e di studenti". Se il Parlamento confermerà questo raddoppio dell'Iva, allora, dovrete aumentare il prezzo dei vostri abbonamenti? "Non abbiamo ancora un'idea precisa. È una decisione che spetta all'azienda e l'azienda si farà carico certamente di una parte di questo eventuale incremento". Lei ritiene che tutto ciò accada perché Mediaset, con l'ingresso nel digitale terrestre, è diventata un concorrente diretto di Sky nel mercato della tv a pagamento e della pubblicità? "Non lo so. So solo che prima delle elezioni il centrodestra promise di abbassare le tasse, per rilanciare i consumi. Ricordo bene che la riduzione delle tasse faceva parte del suo programma elettorale. E questa resta una grande questione per tutta l'economica italiana". Ma il sottosegretario alle Comunicazioni, Paolo Romani, sostiene in un'intervista al "Corriere della Sera" che nel 1995 fu concessa a Sky un'imposta agevolata e ora, dopo tredici anni, questo privilegio non ha più senso. "Non ho ancora letto l'intervista. Ma chiedo: perché il 20% per la pay-tv e il 5% per i giornali o il 4% per l'abbonamento alla Rai?". Crede, insomma, che sia una misura punitiva contro di voi? "Certamente è contro le famiglie italiane che hanno bisogno di avere in tasca più soldi, non meno soldi, per far crescere i consumi. E quindi tutta l'economia, la produzione e l'occupazione. In particolare, nel Sud del vostro Paese." Nelle file dell'opposizione, qualcuno parla di un "sostegno privilegiato" a favore di Mediaset, richiamando la legge sul conflitto d'interessi... "Queste sono questioni che riguardano i politici". Per la verità, riguardano anche i cittadini italiani. Lei, comunque, che cosa pensa del conflitto d'interessi che pesa su Silvio Berlusconi? "Non voglio pronunciarmi. È un problema su cui spetta decidere al popolo italiano, agli elettori". Ma, a suo parere, mister Murdoch avrebbe mai potuto diventare capo del governo in Inghilterra o presidente degli Stati Uniti d'America? "Mister Murdoch ha fatto una scelta precisa: quella di essere un business man, un uomo d'affari; non un politician, un uomo politico". È vero che Murdoch ha ordinato una campagna televisiva sulle reti Sky contro la decisione del governo? "No, piuttosto una campagna per informare le famiglie italiane sulla decisione del governo di aumentare le tasse sulla pay-tv, ai loro danni". Signor Mockridge, qual è in conclusione il suo giudizio sul media system italiano, sul nostro sistema dell'informazione? "Sky fa parte di questo sistema e, anzi, ne è ormai una grande parte. Il mio è un giudizio positivo, soprattutto sul pubblico dei telespettatori. Gli italiani vogliono avere molte più scelte nella tv e noi vogliamo continuare a offrirgliele".

 

"Io e mio padre Provenzano, così faccio i conti con la mafia"

FRANCESCO VIVIANO

CORLEONE - Sono i figli del Boss dei Boss, il capo dei capi di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, classe 1933, da Corleone, detto Zu Binnu: 43 anni vissuti in clandestinità fino all'arresto del 2006, l'uomo accusato di essere dietro tutte le stragi di mafia che hanno insanguinato l'Italia. Ora per la prima volta i due figli di Provenzano, Angelo, 30 anni, diploma di geometra, e Francesco Paolo, 27, laureato in lingue, rompono il silenzio. Dicono che per parlare con i giornalisti non hanno ricevuto il "permesso" del padre, da sempre contrario ai contatti con la stampa; dicono che è una loro scelta, e che lo fanno per liberarsi, una volta e per tutte, dalle pressioni dei media che scavano nella loro vita. Vostro padre è accusato di aver guidato Cosa Nostra, di essere il mandante, insieme a Totò Riina, di delitti e di stragi. Per questo è in galera, dove sta scontando alcuni ergastoli proprio perché considerato il Padrino della mafia. "Quando mio padre fu arrestato lo scoprii dalla radio", dice Angelo, che parla per tutti e due. "E quando andai su internet per avere conferma, restai interdetto: la foto che pubblicarono, confondendola con un altro arrestato, non era quella di mio padre. Ora, a tutti quelli che dicono che mio padre è il Padrino di Cosa Nostra, io dico che ci sono tanti Padrini. Arrestato uno ne spunta un altro. E parlando ancora di mafia in senso lato, io mi chiedo: lo Stato che ruolo ha ed ha avuto in tutti questi anni? Se andiamo indietro nel tempo ricordo stragi come quelle di Bologna e di Ustica oppure la morte del bandito Giuliano. Cosa c'era dietro? Per la morte di Giuliano, per esempio, sono dovuti passare almeno cinquant'anni per fare un po' di chiarezza. Dobbiamo aspettare altri 50 anni per conoscere le altre verità, anche quella su mio padre? Ecco perché dare una definizione compiuta di mafia adesso è difficile". La mafia è soprattutto un'organizzazione criminale. "La mafia... Siamo ancora oggi alla ricerca di una risposta definitiva su che cosa sia. Di primo acchito mi verrebbe da dire che è un atteggiamento mentale. La mafia viene dopo la mafiosità, che non è comportamento solo ed esclusivamente siciliano. La mafiosità si manifesta in mille modi, a cominciare dalla raccomandazione per arrivare prima a fare una radiografia o ad avere un certificato in Comune. Mi chiedo: dov'è il limite, tra mafia e mafiosità? Tra l'organizzazione criminale per come la intende il codice penale, e l'atteggiamento mentale per come la intendono i siciliani? Secondo me la mafia è un magma fluido che non ha contorni definiti. Per quanto riguarda i fatti di sangue e le sentenze di condanna, il codice dice che la mafia è un'associazione per delinquere. E su questo non discuto e non entro nel merito. Ma il discorso è molto più ampio, non si può ridurre tutto a persone che sparano". Suo padre ha battuto tutti i record della latitanza: sin da giovane, prima che voi nasceste, era già un pregiudicato, accusato di omicidi e di far parte dei corleonesi mafiosi. "Si è detto che mio padre, in 43 anni di latitanza, quale capo di Cosa Nostra ha bloccato il sistema, l'economia, la crescita di un Paese. È stato dipinto come la personificazione del "male assoluto". Con la sua cattura, ho letto, finiva la mafia. E invece la mafia non è finita. La "mitizzazione" di papà esiste, è un dato incontrovertibile, che ha fatto comodo a molti. Se la latitanza fosse durata un anno anziché 43 il personaggio Provenzano non sarebbe esistito. Avrebbero trovato qualcun altro su cui scaricare l'attenzione per non sollevare coperchi su problemi e sui grandi misteri dell'Italia". Tutti i pentiti di mafia, anche quelli che vi hanno preso parte materialmente, accusano i vertici di Cosa nostra e quindi Totò Riina ed anche suo padre delle stragi Falcone e Borsellino. "Guardi, dei pentiti ci sarebbe tantissimo da dire, ma sono cosciente che anche la più lontana sfumatura si presterebbe a strumentalizzazione o verrebbe interpretata come una minaccia. E allora facciamo così: se a parlare è Angelo Provenzano, non dico nulla. Se a parlare è Angelo, cittadino italiano, dico che i pentiti sono una delle più grandi sconfitte dello Stato". Le chiedevo delle responsabilità di suo padre. "Io allora ero relativamente piccolo, l'ho vissuta di riflesso. Se mi ci soffermo ora credo che i giudici Falcone e Borsellino sono da considerarsi due vittime sacrificali, giudici immolati sull'altare della ragion di Stato". I giudici Falcone e Borsellino sono prima di tutto vittime della mafia. E lei non ha nulla da rimproverare a suo padre? Non si è mai posto delle domande su chi fosse, chi è veramente suo padre? Lo ha mai chiesto a sua madre? "Io a mio padre riconosco alcune attenuanti. Per questo non ho da rimproverargli alcunché. Chi sono io? Semplicemente il figlio di mio padre, io esisto perché lui esiste, è lui che mi ha messo al mondo". Un magistrato, tempo fa, invitò la figlia di Totò Riina a rinnegare suo padre: non crede anche lei che sarebbe giusto farlo? "Ma come si fa solo a pensare una cosa del genere? Bernardo Provenzano è mio padre, e allora? Basta questo per essere considerato un cittadino, un figlio, di serie B? Non è giusto. Io rispondo delle mie scelte, non di quelle di mio padre che oltretutto non so quali siano e quali siano state. E poi chi ve lo dice che non abbiamo mai parlato con mia madre di mio padre, che non le abbiamo chiesto qualcosa? Diciamo che in linea di massima mi sono tenuto le mie curiosità, domande dirette mai. Però, è innegabile che poi anche noi abbiamo indagato un po'. Ma Bernardo Provenzano era, e resta, mio padre". All'interno di Cosa nostra c'è chi sostiene che suo padre abbia "trattato" con lo Stato, attraverso l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, poi condannato per mafia, per consegnare Totò Riina ai carabinieri. "Io posso rispondere delle mie scelte, non di quelle di mio padre, che non so quali siano perché con lui mai ho affrontato simili questioni. Ma a una domanda così posta mi viene da sorridere, poiché se fosse come dice lei non si spiegherebbe perché poi lo Stato lo arresta e lo mette in prigione con il 41 bis". Come avete vissuto il vostro ritorno a Corleone? E perché avete deciso di tornare? "Io qui ci sono nato, non l'ho scelto. È un paese come qualsiasi altro paese, siciliano e non. Pregi e difetti dei paesi: talvolta c'è una visione ristretta delle cose, una sorta di chiusura mentale. Per il resto, però, Corleone è Corleone. Ci stiamo bene. Chissà, magari al momento opportuno, a determinate condizioni, potremmo anche decidere di andare via. Il nostro ritorno? Sotto controllo. Io, mio fratello, mia madre, siamo in assoluto le persone più controllate d'Italia, se si pensa alla durata della latitanza di mio padre. Sanno tutto di noi, controllavano (o controllano) ogni ambiente, ogni spazio, in camera da pranzo, in macchina, al bagno, alle finestre. Abbiamo vissuto, e viviamo, come se fossimo dei concorrenti del Grande Fratello. Se vogliamo sdrammatizzare, diciamo che siamo stati i protagonisti del più grosso reality su Cosa Nostra. Se ci controllano ancora, non lo sappiamo. Di certo noi ci comportiamo e ci comporteremo sempre come se lo fossimo". A dire il vero fino a sedici anni lei e suo fratello più piccolo siete stati "latitanti" anche voi con vostro padre e vostra madre. "Dei miei primi sedici anni, vissuti in clandestinità, non voglio parlare. Non per omertà o perché devo custodire chissà quali segreti ma perché quello è un periodo della mia vita che resta mio perché mai nessuno me lo ha toccato. Il 5 aprile 1992, quando sono uscito dalla clandestinità e sono andato a Corleone, è iniziata la mia crescita, dopo avere vissuto la latitanza sono entrato in contatto con la gente. Ovviamente è stato difficile l'inserimento nella cosiddetta società civile. La mia vita prima? Ripeto. Non ho potuto scegliere, è stata una latitanza forzata, sono nato e cresciuto in quel contesto". Perché dopo tanti anni di silenzio vi siete decisi a parlare? "Ho accettato di rilasciare l'intervista anche per una sorta di crisi d'identità nei confronti di questo Stato, che prima dava la caccia a mio padre sostenendo che era la causa di tutti i mali e che con la sua cattura la mafia sarebbe stata finalmente sconfitta; dopo il suo arresto, invece, le cose continuano ad essere come prima. La mafia c'è ancora. Mi viene il dubbio che papà, pur con le responsabilità che i tribunali hanno ritenuto di riconoscergli, fosse stato fatto diventare una sorta di coperchio su cui scaricare tutti i mali". Che cosa vuol dire? Lei non può permettersi di lanciare delle accuse generiche senza sostanziarle. "Io chiedo solo un po' di rispetto per me, mia madre, mio fratello. Allo Stato chiedo anche il rispetto di quello che è scritto nelle aule di giustizia e cioè che la legge è uguale per tutti. È vero, noi portiamo un cognome pesante, ma è per questo che cerchiamo sempre di farci conoscere con il nome, non con il cognome. Io, per esempio, mi presento sempre come Angelo, e solo se c'è bisogno aggiungo il resto. Non solo professionalmente, noi vogliamo farci apprezzare, o farci dire di no, in base a quello che siamo, non per la famiglia da cui proveniamo. Non abbiamo paura: non l'avevamo prima, non l'abbiamo adesso. Noi famiglia Provenzano vogliamo solo essere lasciati in pace. Il nostro disagio è quello di essere personaggi pubblici senza alcun merito. Io non ho avuto la possibilità di scegliere. Si continuano a pubblicare lettere intime di mio padre, lettere mie e di mia madre, per questioni che non hanno nulla a che fare con la mafia. Se io infrango la legge, è giusto che paghi. Se sui giornali finiscono atti coperti dal segreto istruttorio, non paga mai nessuno". La vicenda di suo padre è diventata anche una fiction tv. "Non l'ho vista, se non a tratti. Me l'hanno raccontata. Possono fare quello che vogliono, anche perché la fiction è su mio padre, non su di noi. È quando invadono la nostra sfera che stiamo male". Signor Provenzano, lei vota? "Noi non votiamo, e poi non parliamo di politica, come non parliamo di religione, perché mezza parola potrebbe essere strumentalizzata in un senso o in un altro".

"Libertà di cura, la scelta al paziente". L'appello di Ignazio Marino

PAOLA COPPOLA

ROMA - Un appello per il diritto alla libertà di cura. Per una legge sul testamento biologico che confermi il diritto alla salute ma non il dovere alle terapie. Un appello che chiede di rispettare l'articolo 32 della Costituzione. L'iniziativa è stata lanciata dal chirurgo e senatore del Pd, Ignazio Marino, e già sottoscritta da diverse personalità della politica e dell'informazione, dello sport e dello spettacolo. Il testo ha ricevuto adesioni trasversali come quella del Nobel Rita Levi Montalcini, di Giuliano Amato e Stefano Rodotà. È stato firmato dal fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, Miriam Mafai, Corrado Augias e Massimo Giannini. E ancora, tra gli altri, dal segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani e dal ct della nazionale, Marcello Lippi, dall'attrice Simona Marchini, dalla ginecologa Alessandra Kustermann e da Mina Welby. "Rivendichiamo l'indipendenza dei cittadini nella scelta delle terapie, come scritto nella Costituzione", recita l'appello. E continua: "Rivendichiamo tale diritto per tutte le persone, per coloro che possono parlare e decidere, e anche per chi ha perso l'integrità intellettiva e non può più comunicare, ma ha lasciato precise indicazioni sulle proprie volontà". L'iniziativa nasce dalla preoccupazione che la legge che sarà approvata, rendendo obbligatoria idratazione e nutrizione enterale, come vuole il centrodestra, non rispetti l'orientamento degli italiani. "Negli ultimi due anni e mezzo sono stato invitato a parlare di questo tema in oltre 100 convegni riscontrando che la maggior parte delle persone ritiene che rispetto a malattia e a terapia la scelta debba spettare alla persona", racconta Marino. E chiarisce: "Vogliamo raccogliere centinaia di migliaia di adesioni per dire con forza a chi ha la responsabilità di condurre la discussione sul testamento biologico in Parlamento di ascoltare l'opinione di tutti". Continua l'appello: "Chiediamo che la legge sul testamento biologico rispetti il diritto di ogni persona a poter scegliere. Chiediamo una legge che dia la possibilità, solo a chi lo vuole, di indicare, quando si è pienamente consapevoli e informati, le terapie alle quali si vuole essere sottoposti così come quelle che si intendono rifiutare, se un giorno si perderà la coscienza e con essa la possibilità di esprimersi". E conclude: "Chiediamo una legge che colmi il vuoto del nostro Paese in questa materia ma rifiutiamo che una qualunque terapia o trattamento medico siano imposti dallo Stato contro la volontà espressa del cittadino". È possibile firmare sul sito: www.appellotestamentobiologico.it.

 

Corsera – 1.12.08

 

Oggi Obama schiera la squadra – Paolo Valentino

WASHINGTON - Il "team of rivals", la squadra di rivali sognata da Barack Obama sulle orme di Abraham Lincoln, diventa realtà. Il presidente-eletto annuncia oggi a Chicago i nomi dei suoi tre moschettieri per la politica estera, confermando di voler privilegiare pragmatismo, flessibilità e talento, anche a rischio di dover conciliare personalità forti e opinioni a volte contrastanti. Come anticipato da giorni, Obama designerà Hillary Clinton alla guida del Dipartimento di Stato, il generale James Jones a consigliere per la Sicurezza nazionale e confermerà l'attuale ministro della Difesa, Robert Gates, al vertice del Pentagono. «Un triumvirato che ispirerà fiducia all'interno e all'estero», ha commentato il senatore repubblicano della Virginia, Mark Warner, secondo cui la scelta «rafforza il crescente rispetto per il coraggio e la capacità del presidente-eletto di selezionare i migliori». Ma le posizioni centriste dei tre fanno parlare altri di «squadra di falchi», che mette in allarme la blogosfera progressista, delusa dal non vedere nomi amici nei posti più importanti del nuovo team e agitata dal sospetto che Obama stia per allontanarsi dal corso promesso durante la campagna. In realtà, viste da vicino, le scelte del presidente-eletto non sono poi così in contraddizione con la linea di politica estera messa a punto durante la lunga stagione elettorale. Obama e Clinton, per cominciare, non hanno differenze significative. Il loro contrasto nelle primarie fu soprattutto sul carattere (che secondo Hillary lui non aveva) e sul giudizio (che secondo Obama a lei era mancato, al momento di votare sulla guerra in Ira1). Hanno sicuramente uno stile diverso, più tendente alla voce grossa quello dell'ex first-lady, più freddo e misurato quello di Obama. Ma entrambi sono per il ritiro cadenzato dalla Mesopotamia, vogliono spostare il focus dell'azione sull'Afghanistan, puntano sulla diplomazia aggressiva con l'Iran e la Russia. Scintille potrebbero certo venire dalle rispettive personalità e dal ruolo di Bill Clinton. Ma nel primo caso la disciplina di gabinetto costringerà Hillary a stare nei ranghi, nel secondo la mina sembra ora disinnescata: l'ex presidente ha infatti dato il suo accordo a rivelare tutti i nomi dei donatori della sua fondazion ed ha accettato di sottoporre preventivamente alla Casa Bianca i testi dei suoi futuri discorsi. Anche con Jones, il primo militare di carriera nel posto di Consigliere per la Sicurezza nazionale dopo Colin Powell nel 1987-88, il presidente-eletto ha poche divergenze sostanziali. Un anno fa, Jones si era detto contrario a fissare una data arbitraria per il ritiro delle truppe dall'Iraq. Ma l'ex comandante della Nato concorda in pieno con Obama che la Mesopotamia sia stata una distrazione dall'Afghanistan, vero fronte della lotta al terrorismo. Jones porta a Obama il suo spirito bipartisan (che non lo ha mai fatto schierare con uno o l'altro partito) e la profonda conoscenza del mondo militare e dell'intelligence. Più problematico, sulla carta, potrebbe essere il rapporto con Robert Gates, unico sopravvissuto dell'Amministrazione Bush e fin qui solo repubblicano del futuro governo di Obama. Le differenze esistono, come la difesa missilistica di cui Gates è sostenitore mentre il presidente-eletto favorisce solo se si dimostrasse realizzabile. O come le armi nucleari, dove Gates appoggia una nuova generazione di testate atomiche, contro il parere della maggior parte dei consiglieri di Obama. Eppure, Gates favorisce forme di dialogo con Teheran, chiede una linea di maggior impegno con la Russia, si è discretamente espresso per un più rapido ritiro dall'Iraq, ha più volte criticato, fatto insolito per un ministro della Difesa, la «crescente militarizzazione della politica estera americana». Più importante, Gates porta in dote al futuro presidente un Pentagono unito e motivato dietro la sua leadership, dopo il disastro degli anni di Rumsfeld. Tre personalità così forti e con opinioni non sempre convergenti porranno sicuramente qualche problema di scelta a Barack Obama. Ma come osservano i suoi fedelissimi, questa è esattamente la situazione preferita dal presidente-eletto: una squadra di rivali per decidere meglio, in nome del pragmatismo e dell'interesse nazionale.

 

«Il cruccio di Giorgio era Pianura» - Marco Imarisio

NAPOLI - «Giovedì era seduto davanti a me, come fa lei ora. Gli ho parlato a lungo dell'udienza del 15 dicembre, lo avevo rassicurato sulla conversazione con la giornalista de Il Mattino, che per lui era diventata un'ossessione. L'avrei fatta acquisire agli atti. Ad un certo punto mi accorgo che non stava guardando me, ma il quadro alle mie spalle. Non mi seguiva. Annuiva, sorrideva, ma stava pensando ad altro. Aveva perso razionalità. Non era più lucido». L'avvocato Nello Palumbo usa l'ultimo ricordo come una premessa. Poi parliamo d'altro, ma il punto di partenza deve essere questo. I segnali del malessere di Giorgio Nugnes erano sempre più evidenti. «Solo che vai mai a pensare...». Allarga le braccia, non può fare altro. Le finestre dello studio affacciano sul corso centrale di Giugliano, i cui muri sono ancora imbrattati di scritte contro il sito di stoccaggio di Taverna del Re e la discarica di Villaricca, entrambe distanti pochi chilometri in linea d'aria. Fu la loro chiusura, annunciata quasi in simultanea, ad aprire l'emergenza che ha portato alle notti di Pianura. In quel primo scorcio di 2008, Nugnes era già «persona sottoposta ad indagini», come risulta dai documenti allegati all'ordinanza che ha portato al suo arresto. Il telefonino dell'uomo politico era intercettato dal 18 dicembre 2007, ma i primi atti nei suoi confronti risalgono all'ottobre di quell'anno. L'inchiesta dalla quale provengono le sue intercettazioni nasce come indagine su una società di certificazione napoletana che aveva clienti poco limpidi. Prosegue seguendo le loro tracce per scoprire come alcuni camorristi facessero affari con la Pubblica amministrazione, e finisce per avere al centro alcuni imprenditori e le loro società che gestiscono il patrimonio immobiliare dei principali Comuni italiani, con corollario di politici collusi (coloritura bipartisan), ufficiali dell'Arma e funzionari infedeli. La Procura di Napoli non è la sola a lavorarci, ma l'epicentro dell'inevitabile sisma sarà comunque a Palazzo San Giacomo. Una sorta di redde rationem annunciato per la fragile giunta napoletana. «Tutti mi chiedono - ragiona Palumbo - se Nugnes fosse al corrente della bufera in arrivo. Offendono il ricordo della sua intelligenza. Sapeva, come tutti. Siamo in presenza di un'autorità giudiziaria che rivela preventivamente l'imminenza e il contenuto dei suoi provvedimenti. Ma su questa inchiesta, lui non aveva preoccupazioni specifiche. Il suo cruccio rimaneva Pianura. Riteneva che nei suoi confronti vi fosse una sorta di ostracismo da parte dei magistrati, si sentiva perseguitato. Era convinto che lo volessero incastrare ad ogni costo». Il 14 ottobre, otto giorni dopo l'arresto, Nugnes aveva risposto per quattro ore al giudice. Teneva stretta tra le mani una borsa piena di documenti. «Ero uscito per comprare il giornale, non per seguire i mezzi delle forze dell'ordine e riferire dei loro spostamenti», fece mettere a verbale. Si definì «spettatore passivo» degli scontri. Sottolineò come alcune frasi nei confronti di Marco Nonno, a lui attribuite dagli investigatori, in realtà erano state pronunciate dal suo interlocutore. «Ne uscì rinfrancato. Fu l'ultima volta che lo vidi ottimista. Pensava di aver dimostrato che non c'erano gli estremi per la misura cautelare. Ci rimase male quando seppe che non era andata così bene». Nello Palumbo è un ex senatore della Margherita, ex magistrato, avvocato di successo, docente universitario, nume tutelare della politica giuglianese, dove la sua famiglia ha radici secolari. Un uomo esperto, che sa come vanno le cose. «Conoscevo Giorgio da 16 anni. Dal 1992, quando lui fece campagna per la mia candidatura al Comune di Napoli. Gli volevo bene, lo conoscevo bene. Non era un uomo fragile. Se fosse rimasto lucido, non avrebbe mai fatto quel gesto. Siamo di fronte ad un'evidente alterazione patologica. Mi fa rabbia che la sua vicenda sia già stata archiviata. A Napoli sta arrivando la bufera. E ormai interessa solo quella».

 

«Diritti ai cani: hanno un’anima» - Aldo Cazzullo

MILANO - «Un tempo, anche delle donne si diceva non avessero un’anima. Ebbene, un giorno apparirà evidente che non solo uomini e donne, ma anche i nostri amici animali hanno un’anima. Nell’attesa, faremo in modo che i cani possano essere seppelliti in un luogo pubblico». Già ora, grazie a Francesca Martini - veronese, leghista della prima ora, sottosegretario alla Salute - i cani sono stati riammessi sui treni e redenti dalla «lista nera» stilata dai precedenti governi, di destra e di sinistra. Ma non solo rottweiler e pittbull hanno trovato la loro madrina. «E il povero Birillo, il cavallo delle botticelle morto al Colosseo dopo quattro ore di agonia? E i suoi amici stramazzati per il caldo quest’estate in piazza di Spagna? I cani abbandonati, quelli destinati ai combattimenti, quelli lasciati senza cure?». Da qui l’idea per l’ennesima riforma sanitaria: la mutua per i cani poveri. «Non è giusto che solo i ricchi possano permettersi un cane. C’è una proposta bipartisan, appoggiata anche da sinistra, per dare alle persone sole e alle famiglie disagiate pacchetti sanitari gratuiti per la salute dei loro piccoli amici». L’idea base della Martini è che «non esistono cani cattivi. Esistono cani impegnativi». Impegnativi? «Per le masse muscolari, per i principi etologicamente innati. Cani addestrati da millenni a difendere il territorio, cioè la casa, e il padrone. Le liste nere non servono, anche perché comprendono cani che non ho mai visto in vita mia, tipo il perro de presa». Perro? «Cane spagnolo da combattimento. Il punto è questo: responsabile dev’essere sempre il padrone. Quindi: patentino, come in Francia. Obbligo di guinzaglio in città. Microchip per ogni cane, compresi i vaganti, su responsabilità del sindaco: nascerà così l’anagrafe canina. Gli abbandoni diminuiranno. I canili non saranno più luoghi di tortura, come quello di Campobasso dove 520 amici hanno 20 centesimi di cibo al giorno, ma orfanotrofi dove adottare». Quando poi la Martini ha letto sul Corriere che Trenitalia non avrebbe più preso a bordo cani sopra i sei chili, si è mossa subito. «Sono andata dall’ad Moretti, in rappresentanza dei sei milioni di proprietari di cani. Mi hanno spiegato che il timore sono i parassiti, in particolare le cimici. Ma i cani non hanno le cimici! Al più, le zecche; ma saranno cinque casi in tutto. Così abbiamo raggiunto un accordo: cani ammessi nell’ultima carrozza sugli Intercity e nelle piattaforme tra i vagoni sui regionali, con la possibilità di prenotare uno scompartimento tutto per loro». Anche i colleghi ministri sono stati coinvolti: «Con la Brambilla lavoriamo a pacchetti turistici con alberghi e ristoranti ospitali con i cani. Con Frattini presenteremo un piano a tutela dei cani importati: non si ha idea di quante sofferenze si infliggano ai poveri beagles...». La Martini - veronese, 46 anni, parlamentare dal 2001 al 2006, poi assessore regionale alla Sanità in Veneto al posto di Tosi, di cui ha promosso la moglie a caposegreteria - ha fama di leghista chic: alta, bionda, di famiglia altoborghese, elegante al punto da essere contesa dagli stilisti alla sfilata romana per gli orfani dello tsunami (gennaio 2005: la Martini in abito scollato rosso tiziano. Quest’anno alla prima di Montecitorio arrivò con tacco 10). «A parte che sono dimagrita di dieci chili, questo falso pregiudizio dipende da voi, che considerate i leghisti tutti rozzi, e tutti maschi. La mia è una secolare famiglia di medici e farmacisti, ma non di baroni e benestanti: l’impegno sociale è un fatto di sangue, i nonni nelle farmacie del Polesine davano la penicillina in cambio di sei uova. Sono entrata nella Lega nel ’91 e non ho mai smesso il lavoro di base. D’estate, le feste: Illasi, Sommacampagna, Montecchia di Crosara. Ora, le cene di Natale: Velo Veronese, Mozzecane, Cavalcaselle... In settimana al ministero lavoro 14 ore al giorno, anche perché mica mi occupo solo di cani: ho la delega al rientro del deficit sanitario, al rapporto con le Regioni, con l’Europa...». Le resta tempo per numerose polemiche. Contro i seni al silicone: «Ci vuole un’anagrafe anche per le protesi mammarie. Vi ricorrono pure le giovanissime, senza sapere quanto durano, senza conoscere le difficoltà diagnostiche e i problemi con l’allattamento... I seni sono legati alla procreazione, non sono due cose appese lì». Contro i ristoranti cinesi: «Pericolosissimi. Si pensi alla frode mondiale sul latte alla melanina, che risulta ricco di proteine e invece è fatto col veleno». Contro Sabrina Ferilli: «Eccessiva la sua presenza sulla tv di Stato», disse ai tempi del referendum sulla procreazione assistita. Contro i rom: «In via Mazzini a Verona ho fatto arrestare una donna che sfruttava un bambino di pochi mesi. Il giorno dopo era libera». Sul caso Eluana: «Su questa come su molte altre cose la penso come la Chiesa. Nessuna struttura pubblica ha il diritto di spegnere una vita». I pettegolezzi sul rapporto con il capo, che circolano nella Lega come in ogni struttura autocratica, li aggira definendo Bossi «un grande amore. Politico». Poi ci sono i grandi amori. Canini. «La prima si chiamava Lilli ed è stata con me per 12 anni, insieme con una tartaruga, un pappagallo, altri uccellini, scoiattoli, conigli. E stavamo in centro». Ora di cani ne ha due: «Margot, una barboncina, e Tommaso, il mio bambino. Un trovatello. Raccolto all’uscita dell’autostrada». Bastardino? «Meticcio, prego».

 

l’Unità – 1.12.08

 

Pirati somali, accordo per la nave piena di armi

I pirati somali, che da due mesi detengono il cargo ucraina Faina, carico di armi e carri armati diretti probabilmente in Sudan, hanno detto all’agenzia di stampa France Press di aver raggiunto un accordo con i proprietari della nave per la sua liberazione. Non hanno però precisato al cifra del riscatto pagato. E la notizia è stata confermata da un funzionario keniota, Andrew Mwangura. Il mediatore ha detto che «le due parti stanno ora negoziando le modalità del rilascio della nave e dell'equipaggio». A bordo della nave Faina ci sono 33 carri armati e altri armamenti. «Il Faina potrà essere liberato dopo il pagamento. È una questione di tempo e di condizioni tecniche prima che sia rilasciato», ha detto il portavoce dei corsari, Sugule Ali, aggiungendo che il piano di liberazione dovrebbe durare sei giorni di cui due sono già passati, un tempo necessario ai pirati per riscuotere il bottino senza venire intercettati. «Da qui a quattro giorni dovremmo lasciare il Faina e sbarcare i nostri uomini in tutta sicurezza», ha spiegato Sugule Ali. I pirati avevano ridimensionato le loro pretese dopo un'iniziale richiesta di 35 milioni di dollari. Il 25 novembre avevano poi fissato il riscatto a tre milioni di dollari in cambio del Faina, della ventina di uomini a bordo e del carico che comprende 33 carri armati T-72 di produzione russa e circa 14mila munizioni. Sabato scorso il primo ministro etiopico Meles Zenawi al suo ritorno da una visita ufficiale nello Yemenha accusato l'Eritrea di appoggiare i pirati somali e ha chiesto alla comunità internazionale di fare di più per battere la piaga della pirateria sulle rotte che vanno dal golfo di Aden verso il Canale di Suez. Sono ancora 14 le navi sotto sequestro e 300 gli uomini degli equipaggi, provenienti da 25 diverse nazioni, al largo della Somalia, anche se la nave ucraina carica di armi insieme alla superpetroliera Sirius Star (qui nella foto) sono i bottini più grossi. Secondo il segretario generale dell'agenzia delle Nazioni Unite Imo (International Maritime Organization) Efthimios Mitropoulos, le 35 navi e imbarcazioni sequestrate dai pirati somali nel 2008 hanno complessivamente un valore di oltre 70 milioni di dollari. L’ultima preda finita nelle mani dei pirati somali è ancora una petroliera, la Biscaglia, battente bandiera liberiana, solo venerdì scorso. Cinque piccole imbarcazioni l’hanno circondata nel golfo di Aden. All'ennesimo arrembaggio ha assistito impotente una fregata francese impegnata in quel momento a scortare a una grossa nave panamense in convoglio con altre 17 mercantili. La petroliera liberiana stava invece navigando da sola e senza protezione. L'equipaggio della fregata ha riferito che la nave sequestrata è stata avvicinata da cinque barche di pirati che sono riusciti a salire a bordo. Tre membri dell'equipaggio, terrorizzati, si sono quindi gettati in mare e sono stati soccorsi da un elicottero della marina tedesca. Un cargo greco nelle mani dei pirati dal 17 settembre scorso è stato invece rilasciato in questi giorni: si tratta della nave commerciale Centauri che è ora in viaggio di ritorno con il suo equipaggio di 26 marinai, tutti filippini.


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