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Il «teorema» filosofico di Marquard

Manifesto – 2.12.08

 

Papale condanna - Aurelio Mancuso

Ma perché il Vaticano ha deciso di mettersi nel novero dei paesi che concepiscono il reato di omosessualità? Quale ispirazione divina, ha consigliato al rappresentante osservatore all'Onu della chiesa cattolica di scagliarsi contro la richiesta presentata dal governo francese, e sottoscritta anche da quello italiano, di depenalizzare l'omosessualità? Circa novanta paesi nel mondo prevedono il reato di omosessualità, una cinquantina di questi lo puniscono con il carcere, le sevizie, la tortura, i lavori forzati, di questi una decina prevedono la pena capitale. Non c'è ragione ideale, religiosa, culturale che possa giustificare una simile presa di posizione vaticana. I volti terrorizzati dei ragazzi iraniani che continuano a essere impiccati a causa della loro omosessualità, non muovono a sentimenti di pietà i gerarchi cattolici? Le donne lapidate, i giovani legati contro un muro e poi uccisi per schiacciamento dalle auto, sono variabili indifferenti rispetto alla necessità di proclamare una condanna definitiva non solo contro l'omosessualità, ma sulle persone gay e lesbiche? Siamo davvero raggelati da un papato che ci attendevamo arcigno, antiquato, fedele alla peggiore tradizione pre Conciliare. Ma ora si è andati oltre, si è percorsa una strada senza ritorno. Lo Stato teocratico vaticano si è messo, pubblicamente allo stesso livello dell'Iran, degli altri regimi islamici, delle peggiori dittature di tutti i colori, passate e purtroppo presenti. Da sempre l'osservatore vaticano all'Onu intriga, preme, blandisce decine di diplomazie del mondo affinché i diritti umani siano negati, quando non confacenti ai gusti della religione cattolica. Sull'ormai tristemente famoso Lexicon, edito alcuni anni fa, summa dottrinale del pensiero della Curia sulle libertà e i diritti, proprio alcune organizzazioni internazionali, le agenzie dell'Onu, venivano ferocemente attaccate perché lassiste sull'aborto, sulla contraccezione e così via. Da sempre in alleanza appunto con i peggiori regimi, a volte stringendo pubblicamente la mano a dittatori sanguinari, il papa e i suoi emissari, hanno promosso campagne internazionali di inaudita violenza. Nulla a che vedere con il messaggio cristiano e con il Vangelo. Solo pura pratica di potere, conservazione di una eretica storia di dominio sulle terre, invece che di guida spirituale delle anime. La storia drammaticamente si ripete e se possibile riesce a stupire a rilanciare una visione cattolica proprietaria del mondo, di oppressione delle libertà, di giustificazione dell'assassinio di massa, quando questo è coerente con l'impostazione tradizionale della chiesa. Non c'è sentimento di vergogna che sia sufficiente e, ora attendiamo cosa sapranno dire vescovi, preti, popolo di dio, da molti anni silenti. Vediamo cosa sapranno inventarsi i nostri politici, soprattutto quelli del variegato centro-sinistra. Quello che è accaduto non ha giustificazione alcuna , non è assolutamente ammissibile nella comunità internazionale che si vuol dire democratica. Ma il nostro è il paese del tutto è possibile, quindi, attendiamo, sperando che vi sia finalmente una reazione degna di questo nome, dentro e fuori la chiesa, nella società civile, per amore della vita, di quella esistenza, etero, gay, lesbica, trans, che non può essere violata da nessuno. Oggi i secoli oscuri del delitto legalizzato in nome di un povero Cristo, sono riemersi come in un incubo senza fine.

 

Si è ristretto il distretto - Loris Campetti

ANCONA - Il miracolo marchigiano non tiene più. La regione dei distretti industriali comincia a perdere pezzi, vecchi e nuovi. Perché questa crisi, oltre a provocare guasti occupazionali in quasi tutti i settori, mette a nudo le fragilità di un sistema contraddittorio in cui il lusso, il made in Italy, si mescola con la produzione fatta per conto terzi. Nello stesso settore degli elettrodomestici, sotto lo stesso cognome Merloni a cui si deve un contributo storico all'industrializzazione della regione, si mescolano produzioni di qualità targate Vittorio, accompagnate da processi di delocalizzazione nei paesi dell'ex Unione sovietica e imprese decotte targate Antonio che stanno facendo ballare migliaia di lavoratori diretti e indiretti nelle Marche, in Umbria, in Emilia. Siccome i Merloni da queste parti non finiscono mai e te li ritrovi proprietari delle fabbriche come della politica e delle istituzioni, c'è un terzo fratello, Francesco, che ancora se la cava con la produzione di termosanitari. Non se la passa bene la filiera del calzaturiero, e in alcune aree del Fermano e del Maceratese che vivono della monocultura della scarpa, la contrazione dei consumi è iniziata da mesi. Anche qui, made in Italy e contoterzisti si intrecciano e a battere in testa sono naturalmente e soprattutto i secondi mentre i primi, capitanati da Della Valle, difendono i marchi italiani e minacciano delocalizzazioni se non ci saranno interventi forti dello stato a tutela del doc marchigiano. Solo nel settore metalmeccanico, negli ultimi nove mesi la cassa integrazione è aumentata del 405%. Anche qui, come nel resto del paese, passando dalla grande e media fabbrica agli indotti, formati da una miriade di fornitori e subfornitori, appalti e subappalti, la cassa integrazione è un'utopia, fioccano i licenziamenti e i precari tornano a casa perché i contratti a termine e interinali non vengono rinnovati. Nel terzo trimestre del 2008 gli ordinativi all'industria marchigiana sono scesi del 29,3% e la produzione del 29,6%. In discesa di oltre un punto anche gli investimenti fissi lordi, e nel 2009 la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente, almeno dello 0,6%, ci dice il segretario generale della Cgil marchigiana, Gianni Venturi. «Si salva la produzione di altissima qualità - aggiunge Venturi - e spesso quella di nicchia che non è in grado di trainare il modello marchigiano. Tessile, abbigliamento e calzaturiero attraversano una situazione di difficoltà che oggi semplicente viene alla luce ma che noi denunciamo, inascoltati, da due anni. Si tratta di una crisi qualitativa del modello che ormai assume connotati strutturali. E' da tempo che l'esportazione di qualità di prodotti ad alto valore aggiunto verso i paesi europei forti perde quote di mercato, che vengono sostituite con i mercati asiatici con prodotti a basso valore aggiunto, che siano nel tessile, calzaturiero, elettrodomestici o mobili. In poche parole, le Marche soffrono di una bassissima innovazione tecnologica di prodotto, non c'è ricerca, perché un'imprenditoria miope ha puntato sull'abbattimento del costo del lavoro. Si tratta di un modello di competitività che non ci porta da nessuna parte, perciò la Cgil sostiene la necessità di un'inversione di tendenza, investendo proprio sulla qualità dei prodotti». A proposito della filiera del mobile, va detto che se reggono domanda e occupazione nel Pesarese, nell'Anconetano le prime aziende stanno facendo ricorso alla cassa integrazione. Per non parlare del settore delle cappe, dove il tracollo dell'Antonio Merloni nel Fabrianese è un'infezione che contagia tutti. Compresa la Elica del senatore Casoli. Solo nell'industria, sono 16 mila i precari marchigiani che stanno perdendo o rischiano di perdere il posto di lavoro, a cui se ne aggiungono 5-6 mila nel pubblico impiego, in particolare nelle scuole, nell'università e nella ricerca. Poi ci sono i cosiddetti regolari, dove regolari non vuol certo dire garantiti. Sono almeno 13-14 mila i posti di lavoro che potrebbero essere bruciati nell'arco di 12 mesi. Complessivamente nelle Marche 35 mila lavoratori stanno smettendo di essere tali, mentre gli altri dovranno cavarsela con buste paga e tredicesime falcidiate dalla cassa integrazione, ridotte a 750 euro di media. Le ricadute della crisi dell'industria e della strage annunciata di precari nel pubblico impiego stanno arrivando nel commercio, come testimonia l'allarme lanciato dalle associazioni di categoria. Il calo dei consumi ha già superato l'1% ed è destinato ad aggravarsi in dicembre e per tutto il 2009. Nel settore immobiliare, dove la contabilizzazione del calo occupazionale è sempre più difficile per la quantità di lavoro «sporco» che assorbe, si è concluso un ciclo di crescita durato troppi anni e ora la contrazione della domanda si fa sentire. Si fa prima a elencare le produzioni industriali che la crisi, almeno per ora, non sta colpendo. Regge l'unico settore della Fiat in controtendenza, i trattori che fanno capo alla Case-New Holland (Cnh) e vengono fabbricati nello stabilimento di Jesi, mentre l'altro ramo della Cnh, le macchine movimento terra con stabilimenti in Puglia e a Modena, hanno un grafico della produzione e degli ordinativi omogeneo a quello in caduta libera delle automobili, dei furgoni e dei camion. Il secondo settore che ancora tira è quello dei grandi yacht di lusso che hanno come committenti sceicchi e miliardari russi. E' il caso della Crn di Ancona, ordinativi garantiti fino al 2012, 320 dipendenti diretti, una Fiom molto forte, un integrativo appena rinnovato che riconosce anche da un punto di vista economico l'alta professionalità di chi ci lavora e ha consentito l'assorbimento e la regolarizzazione dei precari. Ma per costruire un panfilo di extra-lusso, dai cinquanta metri in su, sono un migliaio gli operai coinvolti insieme all'élite operaia; mano a mano che si scende lungo la filiera i salari diminuiscono così come i diritti e le tessere alla Fiom, solo gli orari aumentano. Si assiste sul versante del lavoro alla stessa stratificazione di classe che caratterizza la struttura di uno yacht di 60 metri che costerà a uno sceicco 45 miliardi: ponte dopo ponte, a partire dalla stiva, si possono incontrare le inservienti filippine, poi quelle arabe, l'equipaggio, gli ospiti, i figli dello sceicco e, infine, nel ponte più alto, gli alloggi di sceicco e signora. Gli operai della Crn sono pronti allo sciopero della Cgil del 12 dicembre che nelle Marche sarà di 8 ore con manifestazione regionale ad Ancona. E sono pronti anche a partire per Strasburgo per andare a gridare con i lavoratori di mezza Europa il loro no a una legge che estenderebbe fino a 65 ore il tempo di lavoro settimanale. Attenzione però, suggerisce Venturi, la cantieristica non è tutta in sicurezza come la Crn: dalla Fincantieri giungono segnali preoccupanti, persino nel settore del lusso dove è stato bloccato un ordinativo decisamente importante. Un ironico delegato della Crn, Antonio, si chiede quale prezzo pagherà alla crisi il presidente della Citi group che nel cantiere accanto al suo si è fatto costruire un mega yacht da 50 milioni di euro: «Adesso Obama glielo confischerà, per recuperare almeno una parte minima dei 320 miliardi di dollari che gli Usa hanno riversando nelle casse di quella banca?». In tutta la regione c'è una sola persona, ma che persona, che ostenta una tranquillità e un ottimismo che vanno persino al di là degli inviti al consumo di Silvio Berlusconi. Si tratta del presidente della locale Confindustria, Federico Vitali, che se l'è presa con il «catastrofismo» della Cgil scatenando un'accesa polemica, in una regione in cui normalmente il confronto prevale sul conflitto. Ma quale crisi, noi ne usciremo indenni, dice Vitali. Il segretario della Cgil Venturi legge con grande concretezza il comportamento di Vitali, proprietario della Fam: «Costruisce nel Fermano accumulatori per le biciclette elettriche fatte in Cina, dovrebbe sforzarsi di guardare come vanno le cose a un passo dal suo naso e così vedrebbe quanti suoi associati piangono miseria e chiedono sostegni pubblici». La politica è distante, in qualche misura inadeguata, disattenta rispetto alla gravità della crisi e alle sue conseguenze sociali. Naturalmente le forze di sinistra saranno con la Cgil, il 12 dicembre. Anche il Pd, chiedo? «Anche il Pd, o almeno la sua segretaria regionale. A titolo individuale, però».

 

Gli esuberi irriducibili della Antonio Merloni - Loris Campetti

FABRIANO (MC) - Da un anno fornitori e sub fornitori non vedono un soldo. I piccoli licenziano, qualcuno vive un doppio dramma, «il mio e quello delle mie dipendenti. Ne avevo una cinquantina, me ne restano venti e ogni ragazza che sono costretta a mandare a casa è una fitta al cuore. E' una contraddizione per un'imprenditrice di sinistra. Se va a Fabriano glie lo dica al sindacato: pronti a tutto per salvare gli operai ma a chi ha provocato questo disastro non deve andare un euro». Le parole di un'anonima imprenditrice mi tornano in mente mentre arrivo al presidio davanti della Merloni (Antonio) di Fabriano. Dentro una tensostruttura operai e delegati discutono di presente e futuro, stipendi arretrati, iniziative di lotta. Scherzano con un delegato Fim, un vero combattente, che deve decidere se rispettare il centralismo democratico o partecipare allo sciopero della Cgil del 12. Qualcuno vorrebbe organizzare un pranzo sociale, e c'è chi non esclude una spesa proletaria al supermercato per « mantenere la visibilità». 3.200 dipendenti «sopravvissuti» in Italia, tanti altri in giro per l'Europa. Tutti sui carboni ardenti per una crisi vecchia di anni. Lavatrici, gas, bombole costruite per conto terzi, «quando i dipendenti in Italia erano 5 mila, c'erano appena 70 camici bianchi. Produzione di bassa qualità - racconta Peppe Ciarrocchi, segretario regionale Fiom - niente ricerca né riqualificazione del prodotto, solo basso costo del lavoro. Sta qui la crisi della Merloni». Solo il 30% dei fornitori, quelli che lavorano anche per altri produttori, ce la farà. Si calcola che i posti a rischio in tutta la filiera siano più di 10 mila tra Marche e Umbria. La Antonio Merloni ha un gruppo dirigente con un'età media vicina a quella del padrone ultraottantenne. L'azienda, dopo un breve passaggio del testimone alla figlia di Antonio, è in amministrazione controllata. «Stiamo preparando una letterina di Natale per il padrone, gli manderemo panettone, spumante e la busta paga con zero euro», dice Claudia, la delegata Fiom con il piercing che ha bucato il video all'Infedele di Gad Lerner. Per fortuna l'azienda è rientrata nella legge Marzano, «altrimenti non avremmo avuto neanche la cassa integrazione». Operai e delegati raccontano la loro storia, le manifestazioni, le tensioni, «noi siamo contro la violenza, però...». Hanno coinvolto la città di Fabriano, una città Merloni-dipendente che per 3 mandati ha avuto come sindaco proprio Antonio, mentre il presidente della regione, fabrianese, è a capo della fondazione Merloni e l'attuale sindaco è dirigente Indesit (Vittorio Merloni). La solidarietà agli operai è arrivata da gruppi e cantanti, e ora che i consumi crollano anche dai commercianti. Claudia, Emanuele che è un delegato della Fim «di sinistra», Monia che lavora qui da 18 anni, altri operai e operaie ricostruiscono la storia di un patrimonio industriale lasciato marcire irresponsabilmente dalla proprietà. Ora hanno una copertura - si fa per dire, 700 euro al mese che dal 1° ottobre neanche arrivano - per 180 giorni, con l'impegno della provincia di Macerata ad anticipare la cassa, poi si attendono le decisioni dei commissari che hanno già denunciato la gestione assurda dell'azienda con clamorosi errori negli ultimi due anni. Gli operai ricordano il paternalismo «da anni '50», colonie, pacco a Natale e bassi salari compresi. Per questo ora saranno i suoi dipendenti a mandare al padrone il pacco di Natale. «Niente investimenti, niente ricerca, solo prodotti a basso valore aggiunto per grandi aziende. Così hanno distrutto il presente e il futuro». Il lavoro dei restanti 1.100 dipendenti di questo stabilimento è fermo da oltre due mesi, qualcuno ha lavorato per una settimana ma non si riesce ancora a sapere se e quando qualcuno potrà rimettere piede in fabbrica a dicembre. Resistono, non demordono, manifestano ovunque da Fabriano a Roma. «Sogniamo una vita normale, sogniamo di tornare a lavorare. Perciò non ci muoviamo da questo presidio. O meglio, il 12 ci muoveremo per andare a manifestare ad Ancona».

 

Il governo taglia i fondi per le energie rinnovabili - Maurizio Galvani

Colpo grosso e gobbo da parte del governo. L'articolo 29 del decreto anti-crisi, approvato venerdì scorso, contiene la norma per la quale è obbligatorio l'assenso da parte dell'Agenzia delle entrate quando si vuole ottenere il bonus sul risparmio energetico pari alla detrazione del 55% della spesa. Compare, infatti, nel provvedimento, il cosiddetto «silenzio-rifiuto» ovvero è certo che - qualora l'Agenzia delle entrate non abbia risposto positivamente entro 30 giorni - la richiesta verrà rigettata e non viceversa (silenzio-assenso). C'è di peggio e di più: i fondi, oltre i quali non saranno accolte più le domande sono 82,7 milioni di euro per l'anno 2008, 185,9 milioni per il 2009 e 314,8 milioni per l'anno 2010. Le detrazioni, in genere, sono spalmate su 3 e 10 anni (così come vogliono pagare i soggetti contribuenti) e pertanto dalla misura non si comprende se la cifra predisposta corrisponderà al periodo del triennio preso in esame oppure all'ammontare complessivo che lo stato è disposto a sborsare. L'ipotesi più sicura è quella secondo la quale si potrà ottenere una detrazione che arriva non più al 55% della spesa bensì al 36% del totale che sarà comunque pari a circa 48 mila euro e non più 54 mila fino ad un massimo di circa 181 mila euro. Questo decreto-legge prevede, inoltre, che la richiesta venga fatta per via telematica con un'istanza presentata all'Agenzia delle entrate; con la decorrenza 15 gennaio 2009 fino al 27 febbraio 2009, per spese affrontate nel 2008 e, dal 1°giugno e fino al 31 dicembre, per gli altri due anni. Poiché, è certo, che le prime domande verranno analizzate non prima di metà gennaio del 2009 c'è da aspettarsi il caos ed un ingorgo. Possibili altri strazi e l'insorgere di questioni burocratiche, tutti impedimenti che scoraggeranno coloro che vogliono fare la domanda. Un altro danno sull'ambiente oltre agli aiuti che vengono già dati ai petrolieri, per la realizzazione degli inceneritori o peggio per legalizzare la truffa dei Cip6. Si tratta complessivamente di 30 miliardi di euro, sottratti al finanziamento dell'energie rinnovabili. Questa misura cambia completamente rotta e penalizza chi in questi anni ha voluto riqualificare le opere pubbliche e residenziali con l'installazione di pannelli solari o le caldaie a condensazione. Avranno meno incentivi per orientare l'investimento economico per le risorse alternative. «Cambio di registro rispetto a quanto è stato fatto - denuncia l'Adiconsum - con le due leggi finanziarie precedenti del 2007 e del 2008». Sottolinea sempre Adiconsum: «Si sono risparmiati 1800 milioni di euro nel 2008 a fronte della mancata emissione di oltre 68.000 tonnellate di Co2». Il governo è alfiere nella lotta contro la difesa l'ambiente e per la riduzione di emissioni di Co2. Siamo i soli in Europa ad opporci alla piena applicabilità del protocollo di Kyoto insieme alla Polonia e all'Ucraina. Pagheremo le multe per non aver rispettato alcune regole e Berlusconi, in questo momento di crisi, continua a fare cose differenti da quelle che decidono Germania, Inghilterra e Francia. Non manca molto perchè in sede Ue venga varata la norma che prevede l'obbligo di raggiungere il 20% di energie rinnovabili e il 20% di miglioramento della efficienza. Questo imbroglio colpisce sia le famiglie che le imprese artigiane che il governo sbandiera di voler difendere. Le cifre parlano chiaro e la Cna (Confederazione artigianale) sottolinea che «in due anni, sono state presentate oltre 230 mila domande per interventi in questo settore che hanno contribuito ad un giro d'affari pari a 3,3 miliardi di euro di investimenti». Con il recente Decreto ed i limiti di spesa imposti si arriverà a coprire appena un quarto degli interventi previsti dalle famiglie e si avranno più consumi energetici e meno risparmio. Un'inchiesta stabiliva che si è speso un 30-40% in meno sulla bolletta, più di più quanto si potrebbe ricavare dal bonus del governo.

 

Diritto di clima - Wolfgang Sachs

Tulun e Takuu, due piccole isole al largo delle coste di Papua Nuova Guinea, stanno per essere ingoiate dall'Oceano Pacifico, vittime dei cambiamenti globali del clima. Il governo ha inviato aiuti alimentari alle isole, da quando gli abitanti sono stati obbligati a nutrirsi solo di pesce e noci di cocco a causa dell'infiltrazione di acqua salata nei campi coltivati. Molti temono che una particolare cultura sparirà se la gente di Tulun e Takuu sarà costretta a lasciare la propria terra d'origine. Chi sono i vincitori e chi i perdenti rispetto al caos climatico imminente? Bruciare carburanti fossili (come tagliare le foreste) produce sia elevati benefici che gravi oneri. In primo luogo, l'accesso ai combustibili fossili comporta un potere economico, quindi assistiamo a negoziati fra le nazioni per l'accordo sul dopo Kyoto, che si affrettano a permettere l'uso dell'atmosfera come discarica per i gas serra. La giustizia del clima, a questo proposito, significa equità tra le nazioni. In secondo luogo, tuttavia, riempire la discarica produce un incremento di numerose minacce climatiche, forse un'alta probabilità che diritti fondamentali vengano violati. La giustizia del clima, in questo caso, ha a che fare con la dignità umana. Come ben si sa, la Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici del 1992, richiama alla stabilizzazione delle concentrazioni di gas serra a un livello che «possa prevenire pericolose interferenze sul sistema climatico prodotte dalle attività umane» (Art. 2). Tuttavia, quale aumento nelle temperature medie globali è tollerabile? Fino a oggi gli accordi sul clima si sono astenuti dal definire in che cosa consistano le pericolose interferenze sul sistema climatico prodotte dalle attività umane. Che tipo di minaccia può essere classificata come «pericolosa»? Un incremento del livello del mare di 20 centimetri oppure di un metro? Un grado di aumento della temperatura globale o tre gradi? E in quale arco di tempo, in 20 anni o in 80 anni? Queste questioni in apparenza tecniche, in realtà sono politiche. Ciò che si nasconde dietro queste domande sono fondamentali decisioni relative alla convivenza dei popoli e delle nazioni sulla terra. Perché diversi impatti sono associati a differenti livelli dell'incremento delle temperature, chi ne sarà influenzato, come, e con quale intensità dipende da quanto lontano si permetterà che vada il riscaldamento globale. L'effetto peggiore dei cambiamenti climatici sarà l'aumento della povertà globale e un approfondimento delle differenze sociali; tutto ciò ha effetto maggiormente sui poveri che sui ricchi. In particolare i paesi del Sud, specialmente i gruppi rurali che dipendono direttamente dalla natura, sentiranno gli effetti destabilizzanti del riscaldamento globale molto più brutalmente dei paesi industrializzati e delle popolazioni urbane. 9 Qualsiasi decisione su ciò che debba essere considerato un pericoloso livello di impatto è chiaramente una questione politica ed etica. Questo essenzialmente implica due valutazioni: Che tipo di pericolo è accettabile? E che tipo di pericolo è accettabile per chi? E' la risposta alla seconda domanda che determina il livello di ingiustizia ambientale correlato alla politiche sul clima. Quando l'atmosfera della terra inizia a riscaldarsi, la natura inizia ad essere instabile. Non è più a lungo possibile fare affidamento sulle piogge, il livello delle falde acquifere, le temperature, i venti o le stagioni - tutti fattori che, da tempo immemorabile, hanno creato biotopi ospitali per piante, animali ed esseri umani. E' probabile che i maggiori impatti riguardino gli assetti naturali che sostengono l'esistenza umana - acqua, cibo e salute.(...) C'è stata ingiustizia al mondo fin da quando Caino uccise suo fratello Abele. Analogamente, l'espulsione di popoli dalla loro terra, l'assalto al loro benessere fisico e l'azzeramento dei loro mezzi di sussistenza sono stati da sempre gli strumenti per l'esercizio repressivo del potere. Ma solo dalla metà del XX secolo si è considerato che questo modo di tenere in così poco conto gli altri avesse a che vedere con i diritti umani. Nel mondo d'oggi esiste un consenso internazionale attorno all'idea che i casi di umiliazione e impoverimento debbano essere misurati in relazione alle norme che garantiscono i fondamentali diritti di ogni essere umano. Per diritto di nascita, le persone sono considerare depositarie di diritti che proteggono la loro dignità, a prescindere dalla loro nazionalità o appartenenza culturale. Tali diritti sono equi, cioè ognuno gode degli stessi diritti; sono inalienabili, cioè non sono disponibili; e sono universali, quindi ogni essere umano è depositario dei diritti fondamentali. Specialmente in un tempo di globalizzazione come il nostro, è lo sviluppo del discorso sui diritti umani che stabilisce i termini di riferimento per i conflitti fra il potere e le sue vittime. (...) L'Accordo Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali stabilisce che «gli Stati firmatari del presente accordo riconoscono il diritto di ognuno ad un adeguato standard di vita per sé e per la sua famiglia, incluso cibo, vestiario e abitazione» (art.11) e «il diritto ad elevati standard di salute fisica e mentale» (art.12). Sotto l'influenza di questa formulazione - che echeggia l'art.25 della Dichiarazione Universale per i Diritti dell'Uomo - il dibattito sullo sviluppo ha cambiato tono nei decenni successivi; sconfiggere la fame, le malattie e la povertà non è più visto come un problema di solidarietà e carità, bensì come un problema di diritti umani. L'approccio allo sviluppo fondato sui bisogni è così stato ampiamente sostituito da un approccio fondato sui diritti. (...) Gli impatti negativi dei cambiamenti climatici saranno probabilmente maggiormente concentrati in aree dell'Africa, Sud America e Asia. (...) La maggiore fragilità deriva dal fatto che in molti luoghi a rischio un gran numero di persone già vive in fragili condizioni economiche e di salute. (...) Questo non significa che le minacce all'integrità fisica dell'uomo legate al clima in condizioni di maggior benessere, possano non costituire una violazione dei diritti umani, ma i loro impatti nelle regioni povere spesso si sommano ad una situazione di qualità della vita già precaria; l'effetto combinato dell'insicurezza economica e dello stress climatico per un gran numero di persone ruota attorno alla questione su quanto cambiamento climatico è consentito in un problema di diritti umani. Ai diritti umani legati al clima corrispondono solo doveri imperfetti. Così come una violazione del diritto al cibo, alla salute o ad un rifugio spesso non sono collegabili immediatamente all'azione di un chiaramente identificabile portatore di doveri, allo stesso modo gli effetti del clima non possono essere attribuiti a colpevoli con nomi e cognomi. In ogni caso, l'assenza di colpevoli e giudici non annulla i diritti. Una concezione strettamente giuridica, che ritenesse che non vi siano diritti se non sono giudicabili, perderebbe di vista la natura universalistica dei diritti umani. Inoltre, i cambiamenti climatici reclamano una responsabilità extra-territoriale. I turbamenti climatici chiaramente superano la giurisdizione dei singoli Stati, sono in effetti un chiaro esempio del carattere transnazionale delle minacce in un mondo altamente interdipendente. (...). Come ha stabilito il Rapporto Speciale della Commissione sui Diritti Umani per il Diritto al Cibo «I governi devono riconoscere i loro obblighi extraterritoriali nei riguardi del diritto al cibo. Dovrebbero astenersi dall'implementare politiche o programmi che possono avere effetti negativi sul diritto al cibo di popolazioni che vivono fuori dal loro territorio di competenza» (UNCHR, 2005). Quando il diritto al cibo è minacciato dai cambiamenti climatici, il principio della responsabilità extraterritoriale diviene ancor più rilevante, dato che i paesi ricchi hanno maggiori responsabilità per i cambiamenti climatici dei paesi poveri. (...). Questa responsabilità è in primo luogo di tipo negativo, richiede di evitare azioni negative piuttosto che interventi per garantire condizioni per una vita integra. Sotto la giurisdizione dei diritti umani, ai governi è richiesto un triplice compito in ordine al diritto al cibo, alla salute e alla casa: hanno il dovere di rispettarli, di tutelarli e di realizzarli. Dovrebbe di conseguenza seguire l'applicazione della stessa gerarchia di obblighi ai diritti climatici; il diritto di vivere liberi da perturbazioni climatiche indotte dalle attività umane dovrebbe in primo luogo essere rispettato evitando emissioni dannose sul piano nazionale; deve essere tutelato dalle emissioni di paesi terzi o di multinazionali attraverso la cooperazione internazionale e, in terzo luogo, deve essere realizzato sviluppando la capacità delle popolazioni di affrontare efficacemente i cambiamenti climatici mediante misure di adattamento, come la costruzione di dighe, ridislocazione di insediamenti, redistribuzione di terreni. (...) Dal punto di vista dei diritti umani, le classiche risposte ai pericolosi cambiamenti climatici, mitigazione e adattamento, assumono una ulteriore urgenza. Per la mitigazione, il punto di vista dei diritti umani necessita di entrare in merito alla definizione di cosa costituisca un pericoloso cambiamento climatico. (...) Una valutazione dei possibili impatti (Exeter Conference, 2005) suggerisce che per evitare una minaccia sistematica ai diritti umani, è necessario mantenere l'incremento medio della temperatura globale al di sotto dei 2°C sopra i livelli pre-industriali. Un obiettivo che richiede impegni per la mitigazione ben più severi di quelli del Protocollo di Kyoto. Nel 2005 la Conferenza degli Inuit sottopose un appello legale alla Commissione Inter-americana per i Diritti umani richiedendo che gli Stati uniti d'America riducessero le emissioni. Questa iniziativa costituisce la prima azione legale contro una nazione ad alta intensità di emissioni in difesa di diritti umani, economici, sociali e culturali.(...) Infine, il punto di vista dei diritti umani richiede misure vigorose per facilitare l'adattamento agli inevitabili cambiamenti climatici. Poiché le mitigazioni sono insufficienti, il principio «chi inquina, paga» richiede che le nazioni ad alta intensità di emissioni prevengano le violazioni dei diritti e offrano compensazioni per i danni. (...) Finanziamenti compensativi sono necessari, ma lasciano intoccate le cause dell'inquinamento. Riduzioni nell'uso dei combustibili fossili sono un imperativo non solo per proteggere l'atmosfera ma anche per proteggere i diritti umani. Fin da quando fu ottenuta la Bill of Rights durante la "Gloriosa Rivoluzione" inglese, la sicurezza rispetto alla integrità fisica è stata il cuore del canone giuridico di base cui gli Stati sono obbligati ad attenersi. Ciò nonostante milioni di persone stanno perdendo questo fondamento dei diritti civili: acqua, cibo, rifugio ed un ambiente sano. Solo che qui la minaccia all'integrità fisica proviene non dagli Stati ma dagli effetti, cumulati in un lungo periodo, del consumo energetico nelle parti ricche del mondo. La necessità di economie a bassa emissione nel Sud e nel Nord del mondo è quindi non più una questione di appello morale; è, invece, la domanda fondamentale di una politica cosmopolita. Così la protezione dai cambiamenti climatici non riguarda semplicemente colture di piante o barriere coralline, ma fondamentalmente attiene ai diritti umani.

Questo articolo è stato pubblicato per intero sul n.51 della rivista Development, della Società per lo Sviluppo internazionale www.sidint.org/development

Tutti gli uomini del presidente - Matteo Bosco Bortolaso

NEW YORK - La Casa Bianca di Barack Obama non ospiterà una schiera di yesmen, di signorsì, ma un «vigoroso dibattito» tra «opinioni forti» dal quale uscirà la nuova politica estera degli Stati Uniti. Ieri il presidente in pectore ha presentato a Chicago la sua squadra per la «national security», termine che si riferisce a un ampio ombrello di politiche che coinvolgono gli esteri, la difesa, la giustizia. Sul palco c'era davvero un dream team, inimmaginabile fino a qualche mese fa. Hillary Clinton, ex rivale alle primarie democratiche, sarà il ministro degli esteri del neo-eletto. «La nomina di Hillary - ha detto il presidente eletto - è un segno, lanciato ad amici e nemici, della serietà del mio impegno a rinnovare la diplomazia americana e le nostre alleanze». Parlando a Chicago a fianco di Obama, Hillary ha detto: «L'America non può risolvere le crisi senza il mondo, e il mondo non può risolverle senza l'America». Alla difesa rimarrà Robert Gates, un repubblicano moderato che aveva sostituito Donald Rumsfeld alla fine del 2006. Il capo del Pentagono, ha detto Obama, «ha riparato la credibilità, ha vinto la fiducia dei comandanti militari e il rispetto dei nostri coraggiosi uomini e donne in uniforme, e delle loro famiglie». Gates, però, avrà una «nuova missione» rispetto a quella ricevuta da George W. Bush, cioé «finire responsabilmente la guerra in Iraq attraverso una transizione di successo al controllo iracheno». Dopo il ritiro, che dovrebbe essere completato entro 16 mesi dall'insediamento alla Casa Bianca, rimarrà una «forza residua» nel teatro mediorientale. Dalla vecchia guardia moderata arriva pure James Jones, un generale in pensione che sarà il nuovo national security advisor, il consigliere di Obama per le questioni più delicate. Sul palco di Chicago c'erano altre due donne: Janet Napolitano, che avrà il dicastero per la sicurezza nazionale, e Susan Rice, un'afro-americana che rappresenterà gli Stati Uniti al Palazzo di Vetro dell'Onu. La nuova ambasciatrice ha lo stesso cognome ma non è imparentata con Condoleezza Rice, l'attuale ministro degli esteri. Promettendo di realizzare «l'agenda visionaria» del neo-eletto, la «nuova» Rice ha ricordato il suo messaggio di speranza. «Ringrazio i miei genitori - ha detto - per avermi insegnato che non esiste sogno che non possa essere realizzato». Finita l'era Bush, le Nazioni Unite avranno un ruolo importante nella politica estera degli Stati Uniti. La neo-ambasciatrice ha ricordato alcune tra le priorità da portare al Palazzo di Vetro, come la lotta al terrorismo e le misure per frenare il cambiamento climatico. Alla giustizia andrà un altro afro-americano, Eric Holder, che dovrà riparare la credibilità degli Stati Uniti dopo gli scandali legati al waterboarding e alle extraordinary renditions. Non a caso il ministro in pectore ha detto che farà di tutto per «rivitalizzare il dipartimento della giustizia», macchiato da direttive segrete contrarie alla Convenzione di Ginevra. «Dalla mia esperienza - ha spiegato Holder - posso dire che non possiamo avere successo se agiamo da soli». Quella presentata ieri è una squadra «da prima classe», «una delle più talentuose mai preparate», ha commentato con orgoglio il vice presidente Joe Biden, sottolineando che la linea guida sarà quella di bilanciare «potenza e saggezza». Nonostante «i tempi straordinari che richiedono soluzioni straordinarie», gli Usa dovranno promuovere «la potenza del nostro esempio» piuttosto che «un esempio di potenza». Parole che riecheggiano la «nuova strategia» voluta da Obama, la quale, usando le stesse parole del neo-eletto, «usa, bilancia e integra con abilità tutti gli elementi della potenza americana: l'esercito e la diplomazia, l'intelligence e l'esecuzione delle leggi, la nostra economia e la potenza del nostro esempio morale». Il presidente eletto ha detto di «credere saldamente nel confronto tra opinioni forti, perché il problema, almeno secondo la mia lettura della storia, è che spesso alla Casa Bianca vengono prese decisioni di gruppo», senza un «vigoroso dibattito» che Obama vuole invece portare nella nuova amministrazione. Naturalmente, ha chiarito, sarà lui a prendere le decisioni finali e a fornire la visione generale, ma le opinioni degli uomini e delle donne della squadra saranno, anche se dissonanti, sempre ascoltate. Dimenticate quindi le frizioni con Hillary Clinton, durante la lotta per la nomination del partito democratico? «L'ho sempre ammirata - ha risposto il neo-eletto, punzecchiato dai giornalisti - penso che sia dura, disciplinata, straordinaria: da quando si è conclusa la stagione delle primarie, ho sempre pensato a come lavorare insieme a lei».

 

Afghanista. «Missione misero fallimento»

Il programma di addestramento della polizia afgana da parte delle truppe tedesche si è rivelato un «misero fallimento». A sostenerlo è il generale Hans-Christoph Ammon, capo dei soldati d'elite Ksk dell'esercito tedesco impegnati nel paese asiatico. Intervistato dall'agenzia stampa tedesca Dpa, Ammon ha commentato in particolare che, «al ritmo attuale, ci vorranno 82 anni per addestrare in modo adeguato la polizia» afgana. Un portavoce del ministero della Difesa tedesco si è dissociato da Ammon sostenendo che il generale abbia parlato a titolo personale. Finora, il governo tedesco ha stanziato 12 milioni di euro per le operazioni di addestramento della polizia e dell'esercito afgani, contro un miliardo di euro messo a disposizione dagli Stati Uniti. Da parte sua, Ammon ha rivelato che la missione di addestramento della polizia - che era stata affidata alla Germania - è stata un tale «disastro» che le responsabilità sono passate in seguito all'Ue e agli Usa.

 

Liberazione – 2.12.08

 

Sodomia e Gomorra. Carcere e gogna ai gay del mondo - Laura Eduati

Gli omosessuali del Gambia hanno avuto un sussulto di terrore quando, lo scorso maggio, il presidente Yahia Jammeh ha minacciato di decapitarli uno ad uno se non avessero lasciato il Paese nel giro di ventiquattro ore. La sodomia, ha tuonato Jammeh - già noto per aver inventato una pomata alle erbe per combattere l'Aids - è un peccato contro il Corano e dunque va sanzionata con l'uccisione. Il presidente del Gambia si trova in buona compagnia. Purtroppo. Come afferma un dossier della International Gay and Lesbian Human Rights Commission, sono davvero numerosi i Paesi che sanzionano l'omosessualità con pene che variano dal carcere alla gogna: ben novantuno. Ecco il senso della richiesta di depenalizzazione mondiale dell'omosessualità avanzata dalla Francia presso l'Onu: spingere i governi a non considerare reato l'amore per lo stesso sesso, che è cosa ben diversa dal garantire agli omosessuali il diritto di stipulare il matrimonio o l'unione civile. Con altre parole: lasciare che gli omosessuali gambiani possano vivere la propria condizione senza temere il patibolo non significa necessariamente convincere Jammeh a benedire le loro nozze. I gay e le lesbiche vengono condannati a morte in Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Yemen, Mauritania e occasionalmente in Nigeria. La Cina, sul podio mondiale per numero di esecuzioni capitali, fortunatamente risparmia gli omosessuali: semplicemente li ignora e disapprova, cercando allo stesso tempo di impedire la proliferazione dei siti web gay. A gennaio fece il giro del mondo la foto dei corpi appesi di due giovani iraniani, Hamzeh Chavi e Loghman Hamzehpour, colpevoli soltanto di avere intrecciato una relazione. Il "lavat", ossia la sodomia, viene aspramente sanzionata dalla sharia ed è per questo motivo che nei Paesi africani e asiatici musulmani, senza trascurare i Caraibi, gli omosessuali subiscono una vera e propria persecuzione legalizzata. La prigione dai 3 ai 10 anni viene assicurata in Bahrein, Brunei, Myanmar (Birmania), Sri Lanka, Bangladesh, Algeria, Congo, Camerun. In Giamaica vengono aggiunti i lavori forzati ai dieci anni di galera, nella Dominica il giudice può risparmiare la prigione e chiedere un ricovero coatto in una clinica psichiatrica. In Kenia un omosessuale può rimanere detenuto per 14 anni, in India essere gay significa ergastolo e così in Afghanistan, Uganda, Singapore e Barbados, mentre il Malawi accorda un trattamento di favore allo straniero omosessuale: espulsione con divieto di rientro. Tra «i paesi dell'odio», così come vengono battezzati dal portale gay.it, i più tolleranti risultano quelli del Maghreb, la Siria e il Libano: qualche mese di carcere, fino a 3 anni in Tunisia, ma se l'omosessualità viene praticata di nascosto esistono buone possibilità di scampare un processo. A Cuba viene garantita la detenzione da tre a dodici mesi soltanto se l'omosessualità viene esibita in pubblico. Gay, lesbiche e transessuali vengono accusati dai tribunali di mezzo mondo non soltanto di compiere atti contro natura - dove per "natura" si intende la procreazione tra uomo e donna- ma anche di suscitare scandalo nella comunità. Come accade per le minoranze etniche o nella violenza di genere, spesso le forze dell'ordine diventano responsabili di abusi inenarrabili che accompagnano il semplice arresto: torture, atti di violenza, estorsioni di denaro e minacce. In India i gay vengono perquisiti pesantemente dagli agenti, che rubano loro dei soldi sapendo che non oseranno accusarli pubblicamente, per timore che la famiglia venga a conoscenza della loro omosessualità. Accanto alla pena stabilita dai giudici, è quasi naturale che ai condannati venga riservato un trattamento particolarmente crudele e degradante: pochi anni orsono un tribunale dell'Afghanistan ordinò che tre uomini accusati di sodomia fossero inchiodati a dei muri che poi vennero demoliti seppellendoli nelle macerie. La vicina Turchia, in lizza per entrare nell'Unione europea, tuttora tollera raid delle forze dell'ordine nei confronti delle discoteche gay: storie di ordinaria intimidazione, l'omosessualità è tollerata ma fortemente stigmatizzata. Fece scandalo in Messico la detenzione di due ragazzini di quattordici anni portati in commissariato soltanto perché passeggiavano in una zona solitamente frequentata da persone omosessuali: gli agenti proposero il rilascio in cambio di sesso, e uno dei due ragazzi accettò per timore di aggravare la situazione. Sfumature, dal nero al grigio al rosso, come in una cartina geografica: luoghi dove l'omosessualità viene sanzionata con la morte, luoghi dove i gay non finiscono in carcere ma subiscono gli abusi delle forze dell'ordine, e luoghi dove l'omosessualità sembra accettata eppure accadono vicende allarmanti. Come in Italia, dove si moltiplicano le aggressioni a gay, lesbiche, transessuali e dove un politico consumato come il vicesindaco trevigiano Gentilini può annunciare in televisione una «pulizia etnica dei culattoni» senza temere conseguenze: il sostituto procuratore di Treviso Antonio De Lorenzi ha chiesto l'archiviazione della querela per diffamazione presentata dalle associazioni gay, affermando che la frase «è brutta e greve» ma non lede la dignità degli omosessuali. L'ultima vittima della violenza omofoba è la brasiliana Roberta Gavou, accoltellata e lasciata morire in mezzo ad una strada di Roma la scorsa settimana. Si tratta del quarto omicidio nei confronti di una transessuale dall'inizio dell'anno. Le circostanze della morte di Gavou sono ancora oscure, eppure la comunità lgbtq (lesbo-gay-bisexual-trans-queer) continua a rimanere in allarme, specialmente dopo la scia di aggressioni e atti vandalici nei confronti di locali e persone omosessuali degli ultimi mesi. Eppure la richiesta francese di depenalizzazione universale dell'omosessualità è altra cosa, e parla di quei Paesi dove un diverso orientamento sessuale, magari poco esibito e vissuto nella più assoluta riservatezza, può portare ad una condanna a morte. Lontano da quella «categoria protetta» assurdamente paventata dal Vaticano, i milioni di omosessuali che vivono in molte zone del mondo chiedono soltanto di vivere, magari lontani da una frusta o da un commissariato di polizia e, ancora meglio, lontani mille miglia da una lunga corda nel mezzo di una piazza.

 

La questione morale e il rischio implosione del Pd - Rina Gagliardi

Le cronache politiche di questi giorni ci dicono di un Partito Democratico ribollente. Cioè di una confederazione di culture politiche, di postcomunisti e postdemocristiani, di laici e clericali, di socialdemocratici europei e centristi italiani, di "nordisti", "centrali", "sudisti" e "isolani", in preda a un vero e proprio processo centrifugo. Un luogo, non un partito. Una "postaggregazione postpolitica" in cui ciascuno si colloca con idee, pratiche ed obiettivi propri, che in genere non hanno molto a che fare con quelle dei vicini. Insomma, una creatura debole, cementata da una leadership debole e da un gruppo dirigente, se così lo si può chiamare, ancor più debole. Ora però, se dalle notizie generali si ha la pazienza di passare a quelle dette "locali", l'inquietudine si fa perfino maggiore. Ne ha scritto ieri, sulla Stampa , Federico Geremicca, chiedendosi, nient'affatto retoricamente, se nel Pd sia aperta oggi una vera e propria questione morale. Noi temiamo che abbia ragione. Scorriamole, queste cronache regionali o cittadine. In Abruzzo, un colossale scandalo sanitario ha travolto, nientemeno, che una figura del calibro di Ottaviano Del Turco, al punto che - tra non molti giorni - si dovrà tornare alle urne. In Sardegna, la battaglia del governatore Soru (che sarà anche un imprenditore illuminato ma certamente non un bolscevico) contro gli eccessi della speculazione edilizia sulle coste si è arenata non sugli scogli delle resistenze della destra, ma sull'opposizione del suo partito e della sua maggioranza. A Genova la giunta rischia di saltare sulle mense. A Crotone tiene banco la questione di indebite commistioni con la ‘ndrangheta. Nel Lazio si scopre che l'assessore regionale ai rifiuti, quello che dovrebbe difendere gli interessi pubblici, è "pappa e ciccia" (e coda) con il monopolista dei rifiuti medesimi, affare miliardario. Non sono i soli casi, anzi. In questi giorni, stanno esplodendo quelli di Napoli e Firenze, due tra le città più importanti d'Italia. Nel capoluogo campano, dopo il "suicidio" dell'ex-assessore Nugnes e dopo le dimissioni dell'assessore Cardillo, circolano le voci più disparate e più torbide: si mormora che sarebbe in arrivo, a partire dall'inchiesta sulla società appaltatrice dei servizi comunali, una raffica di provvedimenti di tale entità da travolgere l'intera classe politica napoletana. Quella che, secondo il direttore del Riformista Antonio Polito" sarebbe ormai una "federazione di notabili che scambiano il potere con i voti". Invece, si fa per dire, in quel di Firenze, storica città amministrata dalla sinistra, sembra in pieno corso un "Florencegate" articolato in molti capitoli - in queste ore si sta decidendo sulle dimissioni del capogruppo piddino del consiglio comunale, indagato per uno scandalo urbanistico-architettonico. Il cuore dello scandalo è però la vicenda del Castello, una vasta area edificabile nel nord della città di proprietà della Fondiaria-Sai, e la fitta trama di relazioni corruttive che si sarebbero stabilite tra i responsabili dell'impresa e alcuni assessori. Spiccano, di qua e di là, nomi eccellenti. Chi è il presidente onorario della Fondiaria? Nientemeno che Salvatore Ligresti, il finanziere più discusso della pur discussa finanza italiana. E chi sono i due assessori indagati per corruzione? Biagi (che si è per altro dimesso) e Cioni - sì, proprio quello della crociata contro lavavetri e mendicanti, sì proprio quello che ora si candida alla successione a sindaco di Leonardo Dominici ed ha avuto da Walter Veltroni l'ok per partecipare alle primarie. In questa sconfortante vicenda, non manca il coinvolgimento attivo - attivissimo - del più diffuso quotidiano toscano, La Nazione, il cui direttore, tra una cena e l'altra, tra una lussuosa vacanza in Sardegna e l'altra (naturalmente aggratis), non solo ha messo a disposizione dei soggetti coinvolti le proprie capacità di mediazione, ma ha anche scritto un bell'editoriale "proprio come voleva l'ing. Ligresti" - sue testuali parole. Insomma, c'è da mettersi le mani nei capelli. O mettersi a gridare inconsultamente, come suggerisce Holloway. Viviamo in una società nella quale la politica, l'amministrazione, l'informazione sono al servizio (anzi "a servizio") di chi specula, fa profitti sui suoli, edifica quartieri di lusso, corrompe (con poco) i governanti della res pubblica? E siamo approdati ad un'epoca storica nella quale la sinistra, o i progressisti, o i democratici, non solo hanno smarrito la loro antica diversità, ma si dimostrano, in varie circostanze, i "corrotti" e i "corruttibili" più avidi? Naturalmente, non pensiamo, nient'affatto, che il Pd sia oggi equiparabile ad una sorta di "confederazione d'affari" e di affaristi. Certamente, esso trabocca di bravi e incorrotti amministratori, oltre che di un'area di riferimento e di un elettorato perbene - e "normale". Ed è certamente ancora possibile che tutti gli imputati nelle diverse inchieste riescano a dimostrare la loro innocenza, se non la loro estraneità ad una logica del far politica che porta fino alle estreme conseguenze l'equazione di politica e potere. Tuttavia, è davvero difficile pensare che siamo in presenza di casi isolati - o, peggio, di complotti del nemico e della magistratura. La "questione morale" che avanza, nel maggior partito dell'opposizione, non è, come in genere si ritiene, una dimensione legata soltanto all'etica, o ai principi - che pur contano, o dovrebbero contare. E' un problema politico probabilmente grande come una casa, che ha molto a che fare con gli irrisolti problemi di identità, di fisionomia e perfino di linea politica che tormentano il Pd. Che cosa unisce, come un filo rosso (nero, per la verità) sotterraneo, le diverse emergenze "locali"? Lo smarrimento pressoché totale - così ci sembra - dell'autonomia della politica, intesa non come sfera separata, ma come primato delle idee e degli interessi che si vorrebbe rappresentare. Lo sprofondamento conseguente della medesima politica ad ancella dei poteri forti - intesi come quelli, tout court, più pesanti e più immediatamente redditizi, lontanissimi da ogni antica ipotesi di "patto" con le ali più illuminate della borghesia.E la conseguente rinuncia pratica non si dirà ad ogni progetto di trasformazione, ma ad ogni pur pallida intrapresa di tipo riformistico. Del resto, quando un partito, come il Pd, ha reciso i legami, non solo nominalistici, con la sinistra e con l'idea di rappresentare, comunque, le classi subalterne, quando esso persegue un'opzione ecumenica, indistinta, disincarnata, come potrebbe non prevalere, nei suoi esponenti locali e nei suoi amministratori, un incontrollabile "principio di realtà"? Quando manca, alla testa, in origine, ogni bussola degna di questo nome, il risultato fatale è questo moltiplicarsi di pratiche specifiche, di questa cattiva autonomia, di questa degenerazione della Realpolitik. Che cos'è la corruzione se non il trionfo della Realpolkitik? Per di più, siamo nel Paese dell'eterno machiavellismo (a dispetto forse di Machiavelli) che recita la bontà assoluta (sciolta da ogni vincoli) dei mezzi utili a raggiungere i fini. Dissolti i fini, restano solo, ahimè, i mezzi. I tanti guicciardiniani "particolari". E rischia di dissolversi, in questo processo, uno dei patrimoni più preziosi, nonostante tutto, della politica italiana: una classe di amministratori capaci, rispettati e rispettabili. Io, se fossi parte integrante di quello strano "luogo postopolitico" che è già diventato il Pd, comincerei a preoccuparmi seriamente.

 

Murdoch vs Berlusconi. Guerra a colpi di spot - Castalda Musacchio

E se alla fine sarà proprio lo "squalo" Murdoch a indurre qualcuno a risolvere il gigantesco conflitto di interessi del premier? La domanda non è peregrina. Anche perché da ieri, dopo la decisione di raddoppiare l'Iva per gli abbonati Sky, sulle reti digitali circolano dei veri e propri spot pubblicitari anti premier. Con tanto di denuncia: «Un aumento delle tasse per 4 milioni e 600 mila famiglie. E' questo ciò che il governo ha deciso, anche se durante la scorsa campagna elettorale aveva promesso di non aumentare le tasse alle famiglie italiane. Dal 2003 Sky ha costantemente investito in Italia trainando la crescita dell'intero settore televisivo, senza utilizzare sussidi da parte del governo creando migliaia di nuovi posti di lavoro ma soprattutto offrendo a tutti gli italiani la possibilità di scegliere i programmi televisivi che preferiscono in piena libertà». «Se il Parlamento non lo bloccherà - conclude lo spot - questo aumento delle tasse sul vostro abbonamento Sky entrerà in vigore il prossimo 1 gennaio. Se credete che questa decisione sia sbagliata scrivete una mail a: segreteria.presidente@governo.it. Per dire al governo la vostra opinione». Tra i due "tycoon" dell'informazione è scoppiata ormai una vera e propria battaglia tra titani nella quale, come denunciano i più autorevoli notisti, il conflitto di interessi del Cavaliere ha assunto ormai una denotazione tentacolare, non investendo più solo direttamente la democrazia o i media, ma praticamente ogni settore, non ultimo quello della finanza e del mercato. Sta di fatto che non manca chi annota che la decisione assunta dal Governo sarebbe direttamente collegata a quanto stabilito dalla Commissione europea che ha chiesto formalmente lo scorso anno al nostro Paese di correggere alcune distorsioni della Gasparri sul passaggio dall'analogico al digitale entro due-tre mesi altrimenti sarebbe scattato un altro deferimento alla Corte di Giustizia Europea e una multa giornaliera di 300-400 mila euro fino a quando non saranno sanate le anomalie. Il governo ha chiesto una proroga, ma la Ue l'ha respinta. Non solo: sulla questione del digitale pende anche una polemica tutta aperta che ha investito tempo fa direttamente Paolo Berlusconi che attraverso una sua azienda amministrata, la Solari.com srl, era uno dei distributori di decoder sul mercato (con una quota minima del 2%, ndr). Sta di fatto che il tutto, compresa la questione delle frequenze televisive, che resta tutta aperta, pesa come un macigno e la stessa commissione è tornata a chiedere non solo a questo, ma anche al precedente governo, una riforma di sistema dell'intero comparto dei media. Anche perché, è noto, proprio quest'ultimo è considerato in Europa una vera e propria anomalia, con un oligopolio in cui solo tre aziende: Rai, Mediaset e Sky si contendono il mercato. Per quanto riguarda la Rai quest'ultima si finanzia per il 50% attraverso il canone, per il restante 50% con la pubblicità. Per Mediaset e Sky le fonti di sostentamento sono diverse provenendo direttamente da pubblicità (soprattutto la prima) e da abbonamenti e Ppv. Inoltre, non si può non considerare il fatto che sia Rai sia Mediaset si dividono quasi l'intera torta del mercato pubblicitario nell'analogico terrestre con oltre il 90% dei ricavi, di cui il 40% va alla tv pubblica, il 50% a Mediaset. E' chiaro dunque che tra i colossi Sky e Mediaset, dopo un periodo quasi idilliaco, si sia giunti ai ferri corti. Sta di fatto che, ieri, la casella di mail del governo già alle 16 era intasata. E sul sito di Sky sono giunte migliaia di "post" di solidarietà. Chi vincerà?

 

Zipponi:“Questa non è crisi, è riorganizzazione” - Claudio Jampaglia

A costo di rompere le scatole, bisogna darsi una mossa. Maurizio Zipponi non crede nell'imminente crollo del sistema capitalistico né è rimasto alla finestra del Congresso di Rifondazione. Non si arrende al fatto che «spetterebbe alla sinistra dire cose credibili per affrontare una situazione straordinaria, perché siamo alla fine di una storia e della sua rappresentazione, anche di quella da noi proposta, la più giusta con il precipitare dalla deregolamentazione alla liberalizzazione alla precarietà... Ma oggi abbiamo il dovere di fare proposte...». E non si tratta dell'aliquota di Sky («devono ancora spiegarmi perché non dovrebbero pagare le tasse come tutti...», dice Zipponi), ma di quella che tutti chiamano crisi e che l'ex-sindacalista della Fiom ed ex-deputato Prc chiama «la grande riorganizzazione dei poteri e dei luoghi in cui si produce e si fanno le politiche finanziarie del mondo». Altro che pay-tv. Stai studiando i provvedimenti del governo, cosa hai capito? Una sola cosa: nessuno sa chi e quanti cittadini sono interessati alle misure del governo e quanti soldi percepiranno. I provvedimenti sono legati di volta in volta a parametri nuovi, alla generica voce "famiglie". Temo che l'obiettivo sia quello di poter dire che la manovra c'è e anche piena di provvedimenti senza che si possa capire chi, cosa e quanto. Senza intervenire. Però c'è la social card per chi ha un reddito inferiore a 6mila euro... Qualche giorno fa un operaio mi ha detto che ogni volta che hanno usato l'inglese per introdurre novità è arrivata la fregatura. Job on call, job sharing... così è la social card che in italiano è "la carta dei poveri". Sarebbe bastato aumentare le pensioni minime di 50 euro al mese. Un atto di solidarietà sociale. Cosa manca alle controproposte? C'è un errore di fondo di moltissimi economisti, anche a sinistra, che partono dalla crisi finanziaria e poi scendono a quella reale. E' esattamente l'opposto. Esiste già una ristrutturazione economica definita nel tempo via delocalizzazioni produttive e nuovi centri finanziari. E' la destrutturazione già realizzata dell'economia reale. E con essa una nuova dislocazione di produzioni e centri finanziari. E chi ha abbandonato produzioni e capacità d'innovazione è in crisi già da tempo. L'Italia, ma non solo, perché anche Francia e Germania hanno i loro problemi. Ho attraversato da sindacalista le grandi ristrutturazioni degli anni 80 e 90 e non ho mai visto una situazione così grave. E non uso la parola crisi. Qui si tratta di qualcosa di più. La crisi semmai è della sinistra. Manca il suo pensiero, il suo punto d'azione. non c'è più un'altra voce della riorganizzazione della società. Se vogliamo rimetterci in marcia, ci vogliono proposte. Allora cominciamo... Come ex-Fiom, il primo punto è redistribuire e rimettere in gioco gli investimenti dello Stato. Nel 2008 i lavoratori dipendenti verseranno 13 miliardi di Irpef in più. Siccome la detassazione delle tredicesime vale 6 miliardi, iniziamo pure da lì. Una misura straordinaria per mantenere i consumi ed evitarne l'ulteriore crollo. Poi bisogna restituire il fiscal drag che dal 2002 al 2007 ha diminuito di 2mila euro all'anno lo stipendio di un lavoratore medio al quarto livello. Deve essere ristabilita la restituzione automatica. Per chi rischia il lavoro ci vuole l'estensione della cassaintegrazione e degli istituti di mobilità, anche per i lavoratori a tempo indeterminato. E da parte delle aziende strumenti di solidarietà come succede nel Nord Europa. E poi ci vuole la sospensione della legge Bossi-Fini, perché i licenziamenti con perdita dello stato di cittadinanza, come sta succedendo a migliaia di migranti, sono ancora più inaccettabili. Fin qui tutta roba che chiede la Cgil... Aspetta. Era solo il riassunto iniziale. La proposta più importante è quella di un intervento straordinario fino al 2011: tutti gli aumenti salariali collettivi siano tassati al 20% e alla stessa aliquota siano portate rendite finanziarie e stock options. Sarebbe una minima misura di equità e di buon senso. La differenza tra il 27% di tassazione attuale e quella straordinaria sarebbe garantito dal gettito sulla finanza che arriverebbe vicino alla media europea che ricordo è superiore al 20%. E poi la cassaintegrazione, che nel 2009 si prevede record e generalizzata in molti settori, deve essere alzata. 700 euro in media sono di fatto un assegno di povertà. Bisogna arrivare a 1000 euro. E i soldi ci sono già. Sono quelli che i lavoratori hanno versato in tutti questi anni alla cassa, senza usarli. Quindi misure che non stravolgono i conti dello Stato. Ma per le imprese niente? Se è vero che il 15% del parco aziende nazionale, tutte medie e piccole, è a rischio bisogna intervenire anche per loro. E per prima cosa garantirgli l'accesso al credito. Ormai ci sono banche che chiedono l'11%, non è possibile. Bisogna mettere un tetto. Come per i mutui. Poi bisogna sostenere le imprese che fanno esportazione. Poter scontare gli ordini. E sostenere chi produce innovazione di progetto e di prodotto. I criteri indiscriminati non servono a nulla. Né per la produzione né per il consumo. Se il settore auto vuole i soldi, deve averli per l'auto elettrica, a metano, ecologica. Sarebbe un inizio.

 

Repubblica – 2.12.08

 

Le due facce dell'America Vittorio Zucconi

WASHINGTON - Nella casualità dello stesso giorno nel quale il presidente americano di domani annuncia la propria "speranza nel futuro", il presidente di ieri rimpiange il proprio passato e sembra quasi volerci chiedere scusa. Il nuovo lo fa senza arroganza, ma sapendo di essere il depositario di attese enormi. Il vecchio lo fa senza pentimenti, ma con la coscienza di essere stato colui che ci ha ingannato, ingannandosi, credendo che i suoi "valori" potessero essere affermati attraverso il disvalore della violenza unilaterale. Il primo dicembre di Bush e di Obama - l'ultimo mese di regno completo per colui che se ne va - è come l'incontro di due navi che si incrociano seguendo rotte opposte, una verso l'alba, l'altra verso il tramonto, in questo oceano di storia perennemente in agitazione che è l'America. Mentre colui che si era illuso di cambiare il mondo riconosce di essersi terribilmente sbagliato a fidarsi dei propri cortigiani, e delle informazioni che un'intelligence piegata all'ideologia forniva falsamente, e a credere per primo ai loro allucinati teoremi sull'Iraq e le sue armi orribili, l'altro che ieri ha assorbito nella propria squadra di governo la ex grande avversaria Hillary da oggi al suo servizio, ammette che neppure gli Stati Uniti sono onnipotenti e anche i grandi "hanno bisogno del mondo". Cioè dei più piccoli, per essere tali. E questa, non le tattiche, le scelte dei ministri, le risposte imprevedibili alle crisi imprevedibili che verranno, è la differenza sostanziale fra la nave che salpa per sempre e quella che arriva. Sono le due facce opposte dello stesso idealismo americano che nei secoli della storia abbiamo visto, amato o avversato, ma che restano inseparabili. Barack Obama è il figlio del mondo che ancora vuole guardare agli Stati Uniti come riferimento e ispirazione, sentimenti mai tanto veri come in queste settimane di euforia globale e probabilmente eccessiva per la sua vittoria. E' colui che nei propri discorsi elettorali ripeté più volte che la forza dell'America non viene dai suoi arsenali, ma dalla potenza delle idee, che ora anche lui incarna. George W. Bush, lo sconfitto, è il volto opposto eppure integrale di una nazione che fraintende a volte l'estensione del proprio potere militare con l'estensione della democrazia, e che mai, come nelle ore tragiche del dopo 11 settembre si era fatta sedurre dalle sirene dell'ideologia e della realtà asservita alle dottrine e al catechismo. "Me ne vado a testa alta nella convinzione dei miei valori e nella certezza di avere cercato di liberare 50 milioni di persone" ha detto ieri Bush nella penombra di interviste d'addio, mentre i riflettori erano sparati sul successore che annunciata la squadra di coloro che dovranno guidare in pratica la politica estera e la strategia americana ai suoi ordini. "Ma il mio più grande rammarico è avere creduto all'intelligence sulle armi di Saddam Hussein". Se è un po' tardi per rendersene conto e per capire che nella propria evidente "impreparazione" (l'espressione è sua) a tanto impegno era caduto preda dei manipolatori che lo circondavano, la sua concessione di fallibilità - purtroppo a posteriori - è in fondo la stessa ammissione che spinge il successore a parlare di "speranze", non di certezze e confessare che anche Dio ha bisogno degli uomini, o delle donne, per avverare la propria presenza. E' quell'antica e classica scoperta dei limiti della potenza, anche quando è superpotenza, che altri inquilini della Casa Bianca prima di loro avevano ignorato per propria e altri disgrazia e che non significa ritirata o abdicazione dalle responsabilità, ma semplice, intelligente realismo. Una ammissione preventiva, e fortunatamente pacifica, quella di Obama, che si è tradotta nella cooptazione degli ex clintoniani in massa, guidati proprio da colei che da aspirante padrona ha accettato di farsi serva nobile dell'eletto (con nove milioni di voti di maggioranza sull'avversario) dalla nazione e accompagnata dalla riconferma di superstiti dell'amministrazione Bush, come il ministro della difesa Gates, o di altri servitori dello stato sotto l'uniforme, come l'ex generale Jones, già prediletto dal padre di George W. Anche in questa formazione, che all'apparenza sembra una "squadra di rivali" e promette zuffe in quello che calcisticamente si chiamerebbe "lo spogliatoio" del potere, ci sono insieme la continuità e la rottura con il passato. Nella senatrice Clinton, che già votò per l'invasione dell'Iraq prima di pentirsene, in Robert Gates, ragionevole e raziocinante successore del pupillo dei neocon poi scaricato, Rummy Rumsfeld, come nel generale Jones c'è la riaffermazione del nocciolo duro della strategia americana dietro la superficie morbida e vellutata del futuro presidente. Ma c'è anche la affermazione esplicita che Obama non ha voluto circondarsi di anziani badanti e di yes men come fece George W, troppo insicuro di sé per avere il coraggio di sentirsi contraddire, troppo debole per avere il coraggio di dire "no", come Kennedy seppe dire nel 1962 a chi lo implorava di invadere Cuba. La speranza, che le nomine e le parole di Barack Obama, costretto a ereditare i nidi di vipere smossi e creati dal predecessore come Guantanamo, tengono viva nonostante i piagnistei di una sinistra che aveva comicamente creduto alla propaganda della destra sul "radicalismo estremista" del democratico, è che egli sappia accettare il dubbio. Che sappia ascoltare il mondo, prima di decidere, e resistere alle sirene delle armi - usandole davvero e soltanto come "ultima ratio" - prima di dover ammettere malinconicamente, a storia ormai scritta, di essere il baro che imbrogliò sé stesso.

 

Corte dei conti, concorso truccato. "Danno all'ateneo, il prof paga"

LORENZA PLEUTERI

TORINO - Truccare un concorso universitario per agevolare il figlio impreparato di un barone e farlo ammettere a un scuola di specializzazione provoca "una lesione all'immagine e al prestigio" di un ateneo, oltre che un danno economico. E le cifre in ballo, per risarcire l'appannamento e il "deterioramento del rapporto di fiducia tra cittadinanza e istituzione pubblica", non sono da poco. Si viaggia poco sotto i 240mila euro. A stabilire responsabilità e importi - entrando nel caso specifico, oggetto di una procedimento penale non ancora chiuso - è stata la sezione Piemonte della Corte dei conti. I magistrati contabili, attivati nel 2004 dall'università di Torino, con la sentenza 179 hanno condannato presidente e segretario di una commissione d'esame a ripagare l'ateneo con 237.372, 85 euro. Nomi pesanti, sotto la Mole. Un pasticciaccio che la Corte ricostruisce per intero, per spiegare la decisione finale. Il concorso manipolato è quello per l'accesso alla specialità di Chirurgia generale I della facoltà di Medicina, anno accademico 1999-2000. Francesco Morino, allora direttore del corso di specializzazione, genero del caposcuola della chirurgia italiana Achille Mario Dogliotti, venne accusato di aver dato una robusta spinta a un candidato eccellente e con una preparazione non proprio ottimale, il giovane Gian Mattia, figlio del cattedratico napoletano Alberto Del Genio. Allo scritto prese un pessimo voto, insufficiente. L'elaborato originale finì in mille pezzi, sostituto con un test "posticcio", 38 punti, il secondo posto nella graduatoria finale. Morino - capi di imputazione penali e condanna ridimensionati in appello, in attesa di Cassazione - non fece tutto da solo. Lo aiutò Franco Tridico, professore associato, segretario della commissione e poi "gola profonda" nell'inchiesta, sei mesi di pena patteggiata, per lui definitiva. Adesso la batosta della Corte dei conti, per la lesione dell'immagine e per "lo svisamento di risorse pubbliche", la borsa di studio data al candidato sponsorizzato. Con un supplemento. Altri soldi ancora - 27 mila euro - da versare all'università di Napoli, dove lo specializzando finì la scuola. L'avvocato Carlo Emanuele Gallo, uno dei pugnaci difensori della coppia, è avaro di commenti. Ha presentato ricorso, precisa. Poi sbotta: "È una esagerazione".

 

La Stampa – 2.12.08

 

Montezemolo: "Più stimoli alla crescita" - FRANCESCO SPINI

TRIESTE - Tre priorità per ripartire, anzitutto. Perché la crisi non diventi «un altro alibi» per stare fermi. Luca di Montezemolo, presidente di Fiat Group, individua i grandi temi per ritrovare la fiducia: stimolare la crescita con le risorse opportune, detassare i redditi bassi, assicurare il credito alle piccole e medie imprese. Impegnando al meglio tutti i mezzi a disposizione, a cominciare dai fondi comunitari, rimodulandone però l’impiego. Montezemolo arriva a Trieste mentre premi Nobel ed economisti dibattono sulle ricette anti-crisi all’interno di Nobels Colloquia. Cita anzitutto quanto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ebbe a dire all’Università di Gerusalemme e cioè che «di fronte alla crisi economica in alcuni casi le classi dirigenti e le leadership nazionali stanno dando prova di miopia e di debolezza facendo credere che tutti i problemi siano nati con questa crisi e invece non vengano da molti anni». Proprio per questo, se il governo «mi sembra valido sui singoli provvedimenti» richiama la politica a un ruolo differente, ad essere «meno divisa, meno concentrata su cose che a chi lavora interessano poco». Si appella alle «persone più responsabili, più capaci di entrambi gli schieramenti» per «uno sforzo comune per il Paese», un futuro che non è «né di destra né di sinistra» ma che «appartiene a noi e ai nostri figli». Così mentre un Nobel come Edward Prescott si mostra ottimista («Non credo che la crisi sia paragonabile alla Grande Depressione») e un altro come Robert Mundell dice che «per uscire dalla crisi la soluzione migliore sarebbe ridurre le tasse per le imprese al 15%», Montezemolo pensa a terapie d’urto «che evitino una caduta troppo forte della produzione e dei consumi». Ad esempio la «necessaria, ineludibile rimodulazione dei fondi europei 2007-2013. Bisogna concentrare questi fondi su alcuni grandi settori dell’economia nazionale, fuori dai tempi europei che non sono più compatibili con il time to market di paesi moderni». Sa perfettamente che «è facile parlare seduti in tribuna», ma quello di cui parla è un Paese «in cui mai si è visto un divario così forte tra ricchi e poveri, tra chi paga e non paga le tasse, tra Nord e Sud...». La priorità numero uno resta la crescita. «Abbiamo perso 10 punti in 15 anni di non scelte - denuncia -. Se la produttività dell’Italia fosse cresciuta come la media di quella europea, avremmo generato miliardi con cui avremmo potuto fare tante cose: ammortizzatori sociali, spesa sociale, ricerca...». Occorrono risorse. Per trovarle in un paese dalla pressione fiscale spinta ai massimi bisogna recuperare «risorse dalla spesa improduttiva, cominciare a chiudere qualche Provincia», specie quelle dei grandi centri. In questo frangente Montezemolo pensa anzitutto a chi rema sulla tolda dell’industria italiana. «Se oggi c’è una categoria che va assolutamente aiutata e tutelata perché rema, produce, è quella delle tute blu - dice -, di chi lavora nelle nostre imprese, impiegati come operai. Dobbiamo guardare alla detassazione dei redditi bassi da lavoro dipendente, di chi paga le tasse e fatica ad arrivare alla fine del mese». Altra grande priorità riguarda piccole e medie imprese. Sia chiaro: «Ogni euro che le banche riceveranno deve essere in funzione del credito a chi non ha soldi ma capacità e idee». Ma sono da rivedere anche i pagamenti dello Stato, che sono «troppo lunghi per gli imprenditori». Perché questo è il momento di reagire «ancora di più, perché questo Paese per avere fiducia deve crescere».

 

"Italiani troppo amici del Cremlino" – Maurizio Molinari

Rapporti sbilanciati con la Russia, sviluppo di energie alternative, invio di truppe scelte in Afghanistan e basi per i soldati del «Comando Africa»: sono queste le quattro priorità che Hillary Clinton si troverà a gestire nei rapporti con l’Italia dopo l’insediamento al Dipartimento di Stato, a fine gennaio. Per ricostruire l’agenda italiana del segretario di Stato dell’amministrazione Obama bisogna legare le indiscrezioni che rimbalzano dal team della transizione insediato a Chicago con quelle che trapelano dal Dipartimento di Stato. Qui il dopo-Condoleezza Rice è in fase avanzata, grazie alla preparazione dei memorandum destinati a Hillary. I troppo stretti rapporti fra Roma e Mosca tengono banco a causa dei «dieci giorni terribili», come alcune feluche definiscono il periodo trascorso dall’esternazione moscovita di Silvio Berlusconi sull’«abbronzatura» di Obama alle frasi pronunciate dallo stesso premier da Smirne sulle «provocazioni» americane alla Russia su scudo antimissile, indipendenza del Kosovo e allargamento della Nato. La scelta di Palazzo Chigi di schierarsi su posizioni filo-russe in coincidenza con l’elezione di Obama è stata registrata dal «transition team» a Chicago come una fonte di preoccupazione per due motivi. Primo: Mosca è la capitale che più ha sfidato Obama, accogliendolo con le minacce sullo schieramento dei missili a Kaliningrad e le visite-show di Dmitry Medvedev a Cuba e in Venezuela. Secondo: la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia è uno dei nodi strategici che l’amministrazione Obama si propone di risolvere con un approccio di lungo termine basato sullo sviluppo di energie alternative. Nel «Team Obama» si sta già lavorando ai messaggi che Barack porterà in Europa, in coincidenza con il summit della Nato in primavera a Strasburgo-Kehl e in luglio con quello del G8 in Italia, e il focus è sul tema «clima-energia» perché il neo-presidente ritiene che i «green jobs» creati con investimenti massicci nelle energie alternative possano aiutare i grandi Paesi industrializzati a rilanciare la crescita, ridurre la dipendenza dal greggio e centrare l’obiettivo di riportare entro il 2020 le emissioni nocive ai livelli del 1990. Obama punta a ridisegnare il modello di crescita globale attorno alla progressiva sostituzione di gas e petrolio importati da Russia, Medio Oriente e Venezuela con energie alternative sviluppate nei laboratori dell’Occidente: in tale prospettiva l’eccessiva vicinanza di Roma a Mosca pone il rischio di un alleato portato a conservare lo status quo di una dipendenza energetica di tipo tradizionale. Se di Russia ed energia parlano alcuni collaboratori di Obama, chiedendo l’anonimato, al Dipartimento di Stato si lavora a pieno ritmo per preparare il prossimo summit della Nato, dove Obama e Hillary arriveranno chiedendo più truppe per l’Afghanistan per garantire il regolare svolgimento delle elezioni nel 2009. Con il Pentagono del confermato Robert Gates pronto a inviare 25-30 mila truppe, molte delle quali provenienti dall’Iraq, agli alleati europei ne verranno chiesti almeno altri 10 mila da destinare all’«Election Security Forces» e dall’Italia ci si attendono forze speciali, unità per la guerra elettronica ed elicotteri ovvero reparti in grado di sostenere gli americani sul fronte Ovest per consentire al generale David Petraeus, capo delle truppe Usa in Medio Oriente, di replicare nel 2009-2010 in Afghanistan quanto riuscito nel 2007-2008 in Iraq: più truppe in campo e più dialogo con le tribù fiancheggiatrici della guerriglia fondamentalista per ridurre il complessivo livello di violenza. Toccherà a Hillary chiedere all’Italia di andare oltre i Tornado e inviare reparti speciali ma sul fronte della lotta al terrorismo c’è un’altra novità in arrivo: il dispiegamento nel nostro Paese di reparti di truppe Usa dipendenti dal nuovo «Comando Africa» e non da quello Nato. Avrebbe dovuto essere la Rice a ringraziare oggi pubblicamente l’Italia della scelta fatta se la sosta a Roma non fosse saltata all’ultima ora a causa della necessità di volare in India per affrontare la crisi con il Pakistan. Accogliendo queste truppe in Italia, il governo Berlusconi ha compiuto un passo molto gradito tanto al presidente Usa uscente che a quello entrante perché il Pentagono aveva difficoltà a trovare basi nello scacchiere del Mediterraneo. Hillary arriverà a Foggy Bottom con i primi reparti del «Comando Africa» già nelle basi della Penisola e questo farà dell’Italia un interlocutore privilegiato per discutere gli scenari di crisi a sud del Sahara.

 

Lost in translation – Massimo Gramellini

Mi rivolgo ai lettori che hanno una conoscenza discreta dell’inglese. Sto cercando di spiegare ad alcuni colleghi di Londra e New York che Berlusconi non ha aumentato le tasse di Sky, ma semmai era stato il governo del compagno Dini, nel 1995, ad abbassarle oltre ogni decenza. E questo perché la tv di Rupert Murdoch, per citare il mio amato premier, «è amica della sinistra». Ma loro non mi capiscono e si mettono a ridere. Dicono che in tutto il mondo i giornali e le tv di Murdoch hanno sempre sostenuto la destra e che lui, Murdoch, è talmente di destra che quando va in auto la corsia di destra gli sembra troppo di sinistra e si sposta direttamente su quella d’emergenza. Come se non bastasse, sto anche tentando di comunicare ad alcuni colleghi di Berlino che il governo italiano ha complicato fino a strozzarle - e con effetto retroattivo - le procedure che consentivano ai proprietari di casa di detrarre dal fisco la metà delle spese sostenute per doppi vetri e pannelli solari. Purtroppo il livello del mio tedesco è modesto, persino più dell’inglese, e non mi capiscono. O se mi capiscono, non mi credono. Dicono: ma come, da Obama alla Merkel, tutti urlano che la via maestra per uscire dalla crisi saranno gli investimenti ambientali e proprio voi, che avete più sole di chiunque altro in Occidente, boicottate l’energia solare? E giù a ridere come matti. Vi prego, aiutatemi. Vorrei spiegare ai colleghi di Londra, New York e Berlino che le energie pulite vanno tassate perché sono di sinistra, in quanto amiche di Murdoch. Ma mi mancano le parole.

 

Corsera – 2.12.08

 

L’ambientalismo della speranza - ALBERTO RONCHEY

Mentre a Poznan è in corso la Conferenza dell'Onu sulle alterazioni del clima, da Washington si conferma che Barack Obama, oltre a soccorrere i dissestati complessi bancari e industriali, tende a promuovere la «tecnologia verde» con ingenti capitali pubblici. Vorrebbe ridurre così l'inquinamento e la disoccupazione che la crisi ha inflitto a vasti settori dell'industria. Si tratta di sostituire in considerevole misura l'iperconsumo dei combustibili fossili con le fonti d'energia idroelettrica, geotermica, solare fotovoltaica, eolica. L'impegno federale, al di là delle opere infrastrutturali, riguarda per i prossimi anni 150 miliardi di dollari tra incentivi e investimenti diretti. Ma l'impresa è davvero possibile malgrado le condizioni del bilancio federale? Sulla complessa materia, critici e scettici contestano i calcoli dei consulenti di Obama. Eppure, negli Usa la recente conferenza dei sindaci ha espresso parere favorevole. L'Onu, già più volte, aveva sollecitato un Global Green New Deal rivolgendosi anzitutto agli Stati Uniti, che generano le maggiori emissioni d'inquinamento e le controverse alterazioni climatiche da «effetto serra». Nello stesso tempo, fra gli europei, è in discussione quel piano «energia-clima» che dovrebbe ridurre del 20% l'emissione complessiva di CO2 e nella stessa misura sviluppare le fonti d'energia rinnovabile. Insorgono anche qui obiezioni e controversie in particolare sui costi: «Non è un obiettivo da tempi di crisi». Ma José Manuel Barroso, che presiede la Commissione Ue, insiste: «Io dico il contrario». Concordano sulle sue tesi esponenti dell'ambientalismo industriale che operano fra Shell, Fortis, Vodafone, riuniti sotto il nome di «EU corporate leaders on climate change». Dalla Germania, si apprende poi che le fonti del solare fotovoltaico assolvono già funzioni preminenti nella Sassonia-Anhalt. E la Spagna vanta i maggiori parchi eolici nel mondo. Anche il Vaticano confida nelle promesse dell'ambientalismo. Privo di spazi sufficienti per i parchi eolici, presto avrà un impianto elettrosolare, 2.400 moduli fotovoltaici per una superficie di 5 mila metri quadrati. È una donazione a papa Ratzinger, molto ben accolta, di un'impresa tedesca. L'episodio sembra offrire un conforto a chi spera nel nuovo corso dell'economia. Fiducia o fede? Fra gli ambientalisti sicuri del successo più o meno prossimo, il nuovo corso viene definito come «terza rivoluzione industriale». È prevista una progressiva espansione delle tecnologie ambientali, alla quale dovrebbero seguire notevoli economie di scala. Se il successo non verrà presto, bensì a tempo differito, risulterà se non altro essenziale per le future generazioni dopo l'iperconsumismo energetico distruttivo e le ansie del nostro tempo. Per lo meno, finalmente non si potrà più ripetere: «I padri mangiarono uve acerbe e si allegarono i denti dei figli» secondo il monito biblico.

 

Billary, ora tocca a lei. E lui rispetta i patti – Maria Laura Rodotà

MILANO «Se Bill avesse la gobba sarebbe un grande Igor per Frankenstein-Hillary », ora che lei è segretario di Stato. Da capo del mondo libero simpatico e cialtrone, da maschio alfa attivissimo alla Casa Bianca, Mr. Clinton torna a Washington con un ruolo subalterno, da attendente pasticcione. Però rimane alfa, a pensarci; è uno che rispetta i patti. Prima toccava a lui, poi a lei. E qualunque cosa lei avesse vinto, lui avrebbe dovuto rinunciare ad attività, viaggi, soldi, libertà personale. La battuta su Igor è da Politico.com. Il compiacimento ironico perché Bill ha dovuto firmare con il Team Obama, più che un patto politico, un accordo prematrimoniale in più punti, è diffuso. C'è anche chi - come Christopher Hitchens su Slate - dice che non basta. Che l'impegno di Clinton (marito) a rivelare i nomi dei 208 mila generosi che hanno finanziato la sua fondazione (tra loro la famiglia reale saudita, i governi del Kuwait e del Qatar, il genero dell'ex presidente ucraino, eccetera) non cancella le porcherie compiute da lui e da Clinton (moglie) quando erano al potere. E quando stavano per lasciarlo: ci furono una serie di perdoni presidenziali dell'ultimo minuto a ricchi ladroni (generosi anche loro). Ci sono poi dubbi rapporti con altri stranieri ancora più ricchi, genere imprenditori cinesi. E sono storie in cui non si sa dove finisce Bill e dove comincia Hillary. Quanto siano una coppia Macbeth e quanto un duo innovativo nella politica mondiale. Oltre a essere la più straordinaria coppia disfunzionale della storia americana, va da sé. Disfunzionali ma legati da un patto, da sempre. Si erano conosciuti alla Yale Law School, lui ragazzo povero ed eccezionale dell'Arkansas, lei ragazza borghese ed eccezionale dell'Illinois. Poi Hillary si era trasferita da lui a Little Rock e l'aveva aiutato a diventare governatore. Intanto era diventata un grande avvocato. Intanto lavoravano per la nomination democratica. Per il ticket «paghi uno, prendi due»; non si era mai visto un candidato con una moglie così brava, forse più di lui, si diceva. Il ticket era arrivato alla Casa Bianca nel ‘92, ma lei aveva patito un brutto insuccesso con il suo tentativo di riforma sanitaria. I due sono rimasti alla Casa Bianca nel ‘96, e lui aveva affrontato lo scandalo Lewinsky. Nel frattempo succedeva di tutto, accuse di corruzione al loro entourage e pareggio di bilancio, amore e odio per la First Couple, discorsi femministi di Hillary e rivelazioni femminili sulla promiscuità di Bill. Erano (sono, le ultime sono di qualche mese fa, si parlava di Gina Gershon, attrice della serie The L Word) notizie a cui Hillary non reagiva pubblicamente; faceva sempre la sposa leale. E si diceva «è un matrimonio politico, per il resto sono separati, tra loro c'è un patto», al solito. Un patto che per la contraente femminile può essere rovinoso, sosteneva nel 2000 la commentatrice neocon Laura Ingraham. Il titolo del suo libro era The Hillary Trap; la tesi, che Hillary era finita nella trappola della power couple, si era sacrificata tutta la vita per il marito, ne sarebbe uscita umiliata e sconfitta. Comunque: ora Bill potrà andare in giro per il mondo molto meno. Non potrà farsi pagare per i suoi discorsi (anche 400 mila dollari l'ora; l'anno scorso ha guadagnato 10 milioni in 54 pubblici interventi). Viaggi, incontri, soldi alla fondazione, insomma tutto, dovrà essere controllato e approvato dagli «ethics officials» del dipartimento di Stato. L'accordo è il risultato di giorni di trattative tra gli avvocati di Clinton e quelli di Obama. Subito, ieri, Bill ha fatto dichiarazioni da marito fiero e orgoglioso. Poi, a gennaio, la nomina di Hillary dovrà essere esaminata e confermata dalla commissione Esteri del Senato; e non sarà una passeggiata. Non è l'ultima puntata della saga Clinton, il bel gesto di Bill, di sicuro. Ps. Non è che in Italia ci stupiamo troppo di certe cose? E' oramai normale, nei Paesi normali e occidentali, che un coniuge maschio rinunci a qualcosa quando la coniuge femmina ha un incarico importante. E' ancor più normale che, per ricoprire cariche pubbliche, sia necessario (addirittura) evitare zone oscure e conflitti di interesse. Va bene, va bene, era così per dire.


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