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Dopo i gay, i disabili

Manifesto – 3.12.08

 

Dopo i gay, i disabili. Il Vaticano non firma la convenzione Onu

Eleonora Martini

A prima vista sembrerebbe un bis: dopo gli omosessuali, ora tocca ai disabili. Questa volta però lo scontro tra Vaticano e Onu non è fondato sulla volontà di discriminazione, ma pur sempre, allo stesso modo, trasuda bisogno di controllo sui corpi e ossessione per il sesso. La Santa Sede, infatti, che ieri ha confermato il suo rifiuto a firmare la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, lo ha fatto perché nel testo manca un esplicito riferimento all'aborto. Il no d'Oltretevere a sottoscrivere il documento approvato dall'Assemblea generale dell'Onu nel 2006 (per l'Italia aveva firmato nel marzo 2007 l'allora ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero) e ratificato dal Consiglio dei ministri italiano il 28 novembre scorso, era già stato preannunciato. Ma ieri è arrivata la conferma, proprio alla vigilia del giornata internazionale dedicata alle persone disabili che si celebrerà oggi in tutto il mondo, promossa dalle Nazioni unite e dedicata al tema «Dignità e giustizia per tutti noi». Anche lo stato del Vaticano aveva partecipato assieme ad altri 50 paesi al lavoro di stesura della Convenzione, durato cinque anni, ma l'approvazione finale dell'intesa per la protezione dei diritti di oltre 650 milioni di persone disabili nel mondo (il 10% della popolazione globale), adottata da 192 paesi, era saltata già a marzo 2007 a causa di due articoli, il 23 e il 25, nei quali si parla di «salute sessuale e riproduttiva». Per la precisione, nel primo articolo si riconoscono i diritti dei disabili alla «pianificazione familiare», alla «educazione riproduttiva» e a poter accedere ai «mezzi necessari per esercitare questi diritti». L'articolo 25 invece garantisce l'accesso dei portatori di handicap a tutti i servizi sanitari, «inclusi quelli dell'area della salute sessuale e riproduttiva». Come aveva già avuto modo di spiegare Monsignor Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni unite, e come ieri ha confermato il Pontificio consiglio per la Pastorale della salute, il Vaticano «si oppone all'inclusione di questa espressione perché in molti paesi i servizi per la salute riproduttiva comprendono l'aborto, negando dunque il diritto alla vita di ogni essere umano». In particolare, quello che preoccupa di più lo Stato Pontificio è «che in una situazione in cui una imperfezione del feto può essere una condizione per praticare un aborto, la stessa Convenzione creata per proteggere le persone con disabilità da tutte le discriminazioni riguardo all'esercizio dei loro diritti possa essere usata per negare il basilare diritto alla vita delle persone disabili non ancora nate». Epperò, come si apprende da un bollettino della stessa Radio Vaticana, Oltretevere nessuno disdegna la Convezione, anzi, la si considera un «passo importante sulla via delle pari opportunità», soprattutto per quei 400 milioni di disabili che vivono nei paesi poveri. Entrata in vigore l'8 maggio scorso, il trattato prevede che i 192 paesi che l'hanno adottato e ratificato dovranno dotarsi di leggi che «proibiscono la discriminazione in base a handicap fisici o mentali» e dovranno eliminare quelle discriminatorie eventualmente ancora vigenti. I governi inoltre dovranno «combattere gli stereotipi e i pregiudizi contro i disabili» e «promuovere la consapevolezza delle potenzialità dei disabili e delle loro possibilità di contribuire alla società». Infine, si dovrà tutelare «il diritto alla vita dei neonati disabili» e garantire che non vengano mai sottratti ai loro genitori. Ma per il Pontificio evidentemente sono norme di poco conto se paragonate alla crociata anti abortista.

 

Clima, d'ora in poi chi rompe paga - Mauro Caterina

POZNAN - Sono le 13,15 quando Yvo de Boer, segretario esecutivo della Conferenza sui cambiamenti climatici, entra in sala stampa per il quotidiano incontro con i giornalisti. La faccia rilassata e il sorriso sulla bocca. Il primo giorno del summit è alle spalle. Tutto sembra funzionare come si deve. La seconda giornata della conferenza di Poznan è dedicata alla «Cooperazione Tecnologica e l'innovazione». Una tra le principali tematiche della Conferenza. Di sicuro l'eco-tecnologia sarà la parola chiave sulla quale si focalizzerà l'attenzione dei delegati in questa prima settimana di summit. E quanto sia importante l'approccio alle nuove tecnologie lo si capisce dal fatto che nei prossimi 20 anni i paesi in via di sviluppo (Africa, Asia e America Latina in primis) avranno bisogno di energia per sostenere la propria crescita economica e di conseguenza investiranno massicciamente sulle infrastrutture energetiche. Oggi l'energia a minor costo è quella proveniente dal carbone, ma, al tempo stesso, anche la più inquinante. Ecco perché la discussione sulle tecnologie per produrre energia pulita diventa centrale. Esistono però molti ostacoli che frenano lo sviluppo e l'utilizzo di queste tecnologie: barriere di carattere legale, politico, istituzionale, finanziario. Alle quali si aggiunge la mancanza di capacità manageriale che favorirebbe l'investimento nelle infrastrutture necessarie per le nuove tecnologie energetiche. «Abbiamo la necessità di avviare un innovativo approccio di politiche pubbliche - ha detto de Boer in conferenza stampa - e la necessità di implementare questo processo affinché tali barriere vengano superate». In pratica si chiede ai governi, ed in particolare quelli «ricchi», d'essere più coraggiosi e ripensare gli investimenti nelle infrastrutture, in chiave di sviluppo sostenibile, tramite una serie di «pacchetti» a supporto. Ciò significa mettere mano al portafoglio per la ricerca e lo sviluppo in nuove tecnologie, come le tecnologie all'idrogeno e celle d'energia, bio-carburanti, sistemi di deposito automatici e micro-generazione, tecnologie per la produzione di energia pulita. Problematiche globali, però, necessitano azioni globali e la cooperazione tecnologica tra paesi sviluppati e in via di sviluppo necessita essere portata avanti su scala mondiale, appunto. Se l'occidente ha le risorse finanziare e le conoscenze scientifiche per lo sviluppo e la ricerca, queste devono essere messe a disposizione anche per i paesi che le hanno. Nei giorni avvenire a Poznan si discuterà anche di questo. E cosa fare quando si parlerà della proprietà intellettuale e dei brevetti? I paesi poveri che non possono permettersi l'acquisto di tecnologie eco-sostenibili ricorrerebbero al carbone e si ritornerebbe al punto di partenza. Yvo de Boer riconosce che quella del copyright è una tematica spigolosa e che anche qui è necessario un intervento coordinato tra pubblico e privato. Già, il privato. Il mondo del business è chiamato anch'esso in causa. «Il ruolo dell'impresa e dell'industria come soluzione ai cambiamenti climatici - ha sottolineato il segretario esecutivo - è universalmente riconosciuto, ma il mondo del business deve sapere e deve capire la direzione verso la quale verranno avviate le politiche nazionali ed internazionali sul clima». Se di dovesse coniare uno slogan ottimista, si potrebbe sintetizzare così il succo del discorso: «imprenditori, investite con fiducia nell'aria pulita». Investimenti, tanto per fare un esempio concreto, che le aziende della Silicon Valley hanno iniziato a fare massicciamente sin dal 2005 e dai quali oggi hanno un grande ritorno in termini di vendite sul mercato globale. Nei prossimi giorni verranno discussi e calcolati, in concreto, le risorse finanziarie, i meccanismi e gli incentivi necessari per accelerare la cooperazione tecnologica e soprattutto il dispiegamento globale di queste tecnologie. Ma il summit di Poznan non è solo discussioni, riunioni e conferenze stampa. La parte del leone nei primi due giorni la stanno facendo le Ong: presenti, visibili e chiassose. Ieri sera, in un'ultima riunione plenaria, l'International Forum on Globalisation (Greenpeace, Wise, Friend of Heart e Nuclear Information Resource Service) ha fatto irruzione nel parterre della Fiera dove si tengono i meeting dei delegati. Niente «terrorismo ecologico», anzi un seguitissimo show tenuto da due bravi conduttori in abito da sera che ha catalizzato l'attenzione dei media presenti e di molti delegati che sono usciti dalla sessione plenaria per vedere cosa stesse accadendo fuori: un musical ecologico sulle note di Jurassik Park. Sul banco degli imputati la politica energetica del governo polacco. Accanto a me a godersi lo spettacolo, Aboubaker Doualé Waiss un delegato che viene dalla Repubblica di Gibuti. Si diverte e applaude. Mi racconta che ci sono volute 46 ore per raggiungere Poznan, volando dall'Etiopia ad Amsterdam e poi in treno per Parigi e Varsavia. «Il mio paese è lontano, ma mi sento a casa: anche qui si sente la voglia di cambiare». Intanto ieri pomeriggio alcuni attivisti di Greenpeace si sono arrampicati sulla ciminiera alta 150 metri della centrale elettrica a carbone di Konin, vicino a Poznan. L'organizzazione ambientalista ha fatto sapere che la protesta era diretta a costringere il governo polacco ad avviare un programma di riduzione dell'uso del carbone per l'energia elettrica. Greenpeace chiede di abbandonare i progetti di costruzione di una nuova cava di lignite vicino Konin.

 

Acea si beve San Pedro - Guglielmo Ragozzino

SAN PEDRO SULA - Anche se il presidente di Honduras Zelaya non lo sa, come risultava all'incontro con la Carovana dell'acqua (Tegucigalpa, 13-11-2008) l'acqua di San Pedro Sula è italiana, almeno al 95%. Per alcuni è perfino una gloria nazionale, l'affratellamento di due paesi latini, affiliati alla stessa religione, la prova provata che anche noi, quando ci mettiamo buona volontà, possiamo affermarci in campo internazionale. San Pedro Sula è la città industriale dell'Honduras. Dentro e tutto intorno industrie, miniere, cave. Cresce del 5% all'anno e crescono i problemi. La città manca di acqua pulita e con l'arrivo di molta immigrazione, dall'interno e da fuori, la situazione è peggiorata; in effetti la rete idrica è disperante, e la fognatura è un pio desiderio. Non entra nelle case, in altre parole, acqua pulita e quella che esce si disperde chissà dove. In generale, l'acqua in Honduras è pubblica e distribuita da un'impresa, Sanaa del tutto inefficiente, povera, corrotta secondo i più. Così S. Pedro Sula, città emergente, ha deciso di municipalizzare l'acqua. Il primo passo fu quello di trasferire il controllo sull'acqua alla Dima, impresa municipale, di tipo moderno ma priva di fondi. L'operazione si apriva in un quadro finanziario internazionale molto favorevole ad appoggiare ogni forma di privatizzazione. Perfino la Dima era preferibile alla Sanaa. La Banca di sviluppo interamericano del gruppo della Banca mondiale mise a disposizione una decina di milioni di dollari e dunque anche il suo avallo. Il processo di concessione alla gestione privata fu affrontato e votato nel parlamento nazionale dell'Honduras. Una volta superata la strettoia politica, Dima si guardò intorno e piuttosto che affidarsi ai francesi, si affidò agli italiani. Di undici compagnie e consorzi con caratteristiche sufficienti per essere ammessi alla gara, vinse infatti quello denominato Acea + Otros. Uno degli Otros, Astaldi, era il nome più conosciuto: la compagnia di costruzioni italiana era infatti autrice della diga di Concepcion per la quale aveva ottenuto nel 1990 il premio Ingersoll Rand per il miglior costruttore di dighe nel mondo, come si legge nelle carte ufficiali della società. Di molte altre lodevoli e lodate attività recenti di Astaldi in Honduras riferisce un articolo festoso apparso sul sole 24 ore il 9 novembre 2008 (Vincenzo Chierchia, «Da Astaldi progetti per 1,5 miliardi»). Chiamati da Acea o forse da Astaldi che conosce il mondo assai più della romanista Acea, ecco gli Otros italianos. C'è chi è arrivato subito e, vista l'occasione, c'è chi chiama gli amici e gli amici degli amici: la scampagnata fuori le mura è sempre piaciuta a tutti: un classico cittadino. Così oggi le azioni della società dell'agua San Pedro Sula sono divise tra sei soci: uno locale, il gruppo Terra con il 5% del capitale, e un ruolo non disprezzabile. Esso infatti è il punto di congiungimento tra i capitali di finanzieri arabi ed egiziani («Interessi egiziani, dei Nasser», ci dirà, nella nostra scarsa attenzione, il vescovo di S. Barbara Luis Alfonso Santos, sempre informato sui poteri del suo paese). Si tratta del gruppo di Fredy Nasser, a capo della fondazione Antonio Nasser, che si interessa alla chimica, all'energia e alle telecomunicazioni. A fianco i cinque oriundi: Acea con il 31% , Enia con il 30%, Astaldi con il 15%, Lotti con il 4%, e un altro, Ghella o qualcosa del genere, con il 15%. Ma sono i primi che contano. Acea rifornisce di acqua il 12% della popolazione italiana, essendo presente in tre regioni: Lazio (Roma e Frosinone), Campania (Sarno e zona vesuviana) e Toscana ( Firenze, Siena-Grosseto, Pisa e Lucca). Astaldi è il maggior costruttore italiano, anche se per civetteria dice di essere il secondo: costruisce dighe, ponti, strade in molto parti del mondo; è quotato in borsa e il capitale è fortemente in mano alla famiglia del fondatore e a suoi soci finanzieri. Lotti è una società di ingegneria e progettazione, attiva all'estero. Ha progettato in Honduras la diga Concepcion, realizzata da Astaldi e ha sviluppato le risorse idriche di Tegucigalpa. Ha lavorato nello sviluppo idroagricolo nella valle Atitlan in Guatemala. L'unica pecca a tanta attività è il fatto che il numero uno è Piergiorgio Romiti, uno dei responsabili delle ecoballe campane. Enia è energia, smaltimento rifiuti e acqua di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. Nasce dalla società primigenia Agat di Reggio Emilia che in sostanza ha fagocitato le altre province ed è con molta probabilità la più efficiente delle multiutility nazionali italiane. E' difficile immaginare un ruolo di Enia in Honduras. Forse lo spiegheranno gli amministratori ai soci, dicendo che lo fanno per guadagnare molto e ridurre di altrettanto le bollette italiane; ma molti degli abitanti dell'Emilia Romagna non ne sarebbero affatto lusingati. E se poi a San Pedro lo si venisse a sapere...Oppure diranno di farlo per dare una mano all'Honduras... Acea è notoriamente acqua ed elettricità di Roma. Agli occhi stranieri è un'impresa italiana, pubblica, espressione della capitale d'Italia, quindi un modello di forza tecnologica e imprenditoriale e insieme un gruppo indipendente e non privato. In Italia ci sono dei dubbi sul fatto che l'affare sia così semplice. E' noto infatti che il secondo socio di Acea, dopo il comune di Roma con il 51%, sia proprio Suez con l'8,6%; e un paio di consiglieri di amministrazione sono in carica per rappresentarne gli interessi e la volontà. Suez: la più estera delle multinazionali francesi dell'acqua, la più temuta dai sostenitori dell'acqua bene comune. L'ultimo tra cotanto senno è un antico costruttore romano, Ghella, socio al 15%. Perché si è unito al gruppo? Perché gli altri lo hanno preso con sé? E soprattutto: chi è Ghella? Deve avere ereditato la posizione dalla Sogene, braccio operativo della Società Generale Immobiliare dei tempi andati, quella appartenente al Vaticano, quando Michele Sindona faceva il bello e cattivo tempo. Oggi si tratta di un gruppo con 4.000 addetti che agisce prevalentemente in America latina: Venezuela e Argentina. Su 1,7 miliardi di euro di fatturato, 1,2 sono ottenuti in Venezuela e 320 milioni in Argentina. A Parabien in Guatemala, c'è un impianto idrico costruito da Ghella e a Città del Guatemala l'impresa ha ristrutturato l'ospedale Roosevelt. In un lontano passato Ghella ha costruito la linea ferroviaria calabro-lucana nonché le fondamenta del World Trade Center di New York. Non sembrano, nessuna delle due, a prima vista, grandi idee ingegneristiche. D'altro canto Sogene è nota per aver costruito il complesso del Watergate a Washington, i palazzi dove Tricky Dick Nixon finì per inciampare. I dirigenti honduregni dell'impresa San Pedro Sula ci hanno assicurato che il guadagno della loro società nei confronti degli abitanti di San Pedro è molto contenuto e che così sarà anche negli anni avvenire. Più tardi, verso la fine della concessione che scade nel 2030, le cose andranno meglio per gli investitori. Rimane da capire perché, uno per l'altro, essi lo abbiano fatto. Un primo motivo è probabilmente che essi volevano stare nel gioco, accreditarsi presso Banca mondiale & company, come una serie di imprese multiuso e affidabili, capaci, comunque, di aderire alla linea vincente della privatizzazione. Inoltre ritenevano molto utile conoscere i dirigenti politici ed economici di paesi in procinto di entrare nell'area dello sviluppo. La presenza del gruppo Nasser nell'affare indica la volontà di stringere rapporti con gli esponenti economici locali. C'è poi il business dell'acqua, ritenuto di grandi prospettive e guadagni, se affrontato con il necessario savoir faire e in tempo. Gli italiani che contano sono certi di avere savoir faire.

 

I delitti del Condor. Alla sbarra il torturatore dei Mapuche

Geraldina Colotti

«Un torturador no debe educar», un torturatore non deve insegnare. Così, nel settembre 2006, cominciava la lettera indirizzata al rettore dell'Università Mayor a Temuco, in Cile, da numerose associazioni dei diritti umani cileni e mapuche. Oggetto della denuncia pubblica, l'ex procuratore militare Alfonso Podlech Michaud, allora docente alla Mayor, accusato di aver partecipato «alla tortura e alla sparizione di molte donne e uomini residenti nella IX Regione» durante la dittatura militare di Augusto Pinochet (1973-1990). «Non possiamo permettere che Podlech passi tranquillamente dalle sedute di tortura a quelle accademiche», scrivevano le associazioni. E intanto, già circolava sui siti mapuche un'altra notizia: «Podlech - diceva - oggi si occupa di riciclare il denaro che serve a finanziare importanti personaggi implicati nelle violazioni dei diritti umani sotto Pinochet», e per questo «viaggia continuamente tra Grecia e Italia insieme a Mónica Pinto Cáceres, la donna con cui vive: un altro membro dei servizi di sicurezza che operava nella brigata psicopolítica del Cni, il Centro nacional de informacion, strettamente legata alla cerchia di Pinochet». Così, quando questa estate Alfonso Podlech Michaud venne arrestato alla frontiera spagnola e estradato in Italia per rispondere dell'assassinio dell'ex-sacerdote Omar Venturelli, Asamblea mapuche de izquierda (Ami), Wallmapuwen e altre organizzazioni dell'Araucania espressero soddisfazione, elencando le vittime di Podlech a Temuco: un centinaio di mapuche solo nel primo anno di dittatura. Stando alle dichiarazioni del comandante del Regimiento Tucapel di Temuco, Pablo Iturriaga, Podlech si trovava lì per «rendere operativi i Consigli di guerra». Secondo altre testimonianze, avrebbe anche torturato direttamente i prigionieri, dopo aver chiesto ai suoi complici che venissero prima «ammorbiditi» per bene. Il contributo di sangue dei mapuche alla carneficina pinochettista, in Araucania (una regione del sud che si estende per 31.858 chilometri quadrati), è stato molto elevato, data l'alta concentrazione indigena nel capoluogo Temuco (21,73%,) e nel comune di Saavedra, che vanta la percentuale maggiore di presenza mapuche in assoluto: 63,71%, su un totale di 9.594 abitanti. Le persecuzioni della dittatura contro un popolo che rappresenta il 10% dei cileni vennero inoltre moltiplicate dal razzismo dei latifondisti e dai coloni di estrema destra e, in certe zone, alla ferocia dei militari si aggiunse quella delle bande paramilitari. D'altro canto Pinochet, nonostante avesse stroncato la riforma agraria del governo di Salvador Allende, faticò a reprimere la forza acquisita dal movimento mapuche nel corso delle grandi occupazioni di terra del '70-'73. E a partire dagli anni '80, nell'ultima fase della dittatura, ripresero le lotte contro le leggi che imponevano il frazionamento delle terre comunitarie. Ma ancora oggi i mapuche continuano a pagare i costi della Legge di sicurezza nazionale e della Legge antiterrorismo promulgata da Pinochet: anche i governi della Concertacion giudicano atto di terrorismo l'azione diretta per il recupero delle terre. In questo modo, dal '90 a oggi, in quella che lo storico Victor Toledo Llancaqueo chiama «la guerra sporca contro i mapuche», sono state processate 500 persone. «Nella nostra regione, essere indigeni è la peggior cosa che ti possa capitare - afferma Fresia Cea, vedova di Omar Venturelli e da sempre a fianco delle lotte mapuche -. I mapuche sono espropriati delle terre da 500 anni, ma in Cile questo non si legge nei libri di testo. Al massimo si parla di questione indigena, non di un popolo che continua a essere brutalmente calpestato: ieri dalla dominazione spagnola, poi da Pinochet, oggi dalle imprese forestali e dai latifondisti. Ho letto una dichiarazione del sottosegretario agli interni - aggiunge Cea -: sostiene che il governo cileno non intende intervenire nell'applicazione della ley antiterrorismo ai mapuche perché non è compito suo. Intanto, i tribunali condannano le lotte dei mapuche in base alla legislazione di Pinochet. Ma perché quella legge è ancora lì? Perché non si riesce a convocare un referendum che revochi la costituzione pinochettista? Le vittime mapuche della dittatura sono state numerose - dice ancora Fresia - ma le denunce dei sopravvissuti sono ancora poche. I mapuche non si fidano di una giustizia che usa parametri asimmetrici rispetto alla loro e che non ha mai smesso di calpestarli. Solo da qualche anno, con la riforma giudiziaria, nei processi è previsto un interprete, scelto però dalle autorità cilene, con comprensibile diffidenza da parte dei mapuche». Dal processo al settantatreenne Podlech - attualmente in una cella del carcere romano di Rebibbia in quanto uno dei principali imputati nell'inchiesta denominata Condor - i mapuche sperano di quantificare almeno in parte l'entità della brutale repressione che ha colpito il loro popolo negli anni della dittatura cilena. Ma quella del Condor è una lunga indagine, che ha preso avvio dalle denunce dei familiari dei sopravvissuti nel '98, e che non sembra ancora giunta al dibattimento. Ne è titolare da 10 anni il pubblico ministero Giancarlo Capaldo, che ha poi unificato due filoni di inchiesta interconnessi: quello relativo alle vittime del Piano Condor in senso stretto (e cioè cittadini di origine italiana, sequestrati in luoghi diversi da quelli di residenza) e quello degli scomparsi nei campi di concentramento delle dittature degli anni '70-80. Oltre 140 mandati di cattura, spiccati in tutti i paesi dove si ritiene abbia agito, nei vari periodi, la rete del Condor. Il Piano Condor, concepito dalla Cia e messo in opera dalla dittatura di Pinochet dopo il colpo di stato dell'11 settembre '73, riguardava inizialmente il Cile, l'Argentina, il Brasile, la Bolivia, il Paraguay e l'Uruguay. Una rete continentale deputata a uccidere gli oppositori politici ovunque espatriassero: anche in Europa. La Francia, sul cui suolo il Condor ha agito a diverse riprese, è stata della partita. I generali francesi, ex della guerra in Indocina e dell'Algeria, hanno formato e indirizzato i torturatori sudamericani. Nell'Italia delle trame, a fare il lavoro sporco, oltre ai servizi segreti, si sono prestate le reti di fascisti e piduisti. Uno scambio di «favori» che venne per così dire istituzionalizzato nel 1976, al momento del colpo di stato militare in Argentina. Le vittime del Condor andavano specialmente al famoso campo Orletti. Un sistema che, come ha rivelato la scoperta di alcuni archivi, oggi potrebbe solo aver cambiato forma e referenti: ieri il Condor, oggi i rapimenti di guerriglieri delle Farc colombiane, i fascisti contro gli indigeni boliviani, e in altre aree del mondo quelle «rendition» che non indignano quasi nessuno. Spiega l'avvocato di parte civile Giancarlo Maniga: «A differenza di altri accusati, che nei loro paesi vivono tuttora indisturbati, Podlech è inciampato nel provvedimento di custodia cautelare, chiesto dal pm ed emesso dal gip. Tramite i suoi difensori italiani e cileni, Podlech ha presentato ricorso, e ora si attende la decisione dei giudici. Se resta detenuto, è probabile che abbia un processo più rapido di quello che sembra prospettarsi per gli altri accusati nell'inchiesta. La sua posizione potrebbe quindi essere stralciata». Ma che prove ci sono del ruolo svolto da Podlech a Temuco? «Secondo le nostre informazioni - risponde Maniga - Podlech era pubblico ministero militare fin dal settembre del '73. E la funzione della fiscalia militar era fuori da ogni regola giudiziaria». Per gli avvocati di Podlech, invece, egli avrebbe svolto solo funzioni amministrative. «Noi - risponde Maniga - siamo in possesso di documentazione attestante l'arresto, la detenzione e la tortura del desaparecido Omar Venturelli. Altri testimoni verranno sentiti dal pm Capaldo». E per la prima volta ha avuto l'opportunità di testimoniare anche un ex prigioniero politico mapuche, Jeremias Segundo Levinao Meliqueo. Negli anni che precedettero il colpo di stato, Meliqueo era un contadino che militava con l'Mcr (Movimiento campesino revolucionario), il cui obiettivo era di lottare per la terra in difesa dei piccoli proprietari indigeni mapuche, espropriati dai latifondisti. Fu arrestato a 18 anni, accusato di far parte della resistenza, torturato al Regimiento de Temuco e trasferito al carcere di Temuco. Condannato dal tribunale militare, verrà rilasciato qualche anno più tardi in libertà vigilata e poi lascerà il Cile per la Francia nell'84, a seguito delle continue minacce. Al pm Capaldo ha esibito documenti firmati dalla fiscalia militar in cui operava Podlech. «Che Podlech sia stato arrestato in Italia solo adesso - dice Fresia Cea -, è una vergogna per tutto il sistema giudiziario cileno e per tutta la Concertacion».

 

India: accuse al Pakistan ma non ci sarà la guerra - Marina Forti

MUMBAI - L'India non sta considerando una risposta militare contro il Pakistan, ha detto ieri il ministro degli esteri indiano Pranab Mukherjee. Però chiede a Islamabad di collaborare: in particolare chiede formalmente di consegnare all'India 20 persone, tutti super-ricercati dalla giustizia indiana per terrorismo, ma tutti o quasi liberi cittadini in Pakistan. La prima risposta indiana all'attacco che ha fatto 188 morti a Mumbai si mantiene dunque nell'ambito della diplomazia. Lunedì infatti il governo di New Delhi ha inoltrato una formale protesta al Pakistan: ritiene di avere indizi chiari per dire che gli attentatori venivano dal vicino paese, via mare. Molti di quegli indizi sono spiattellati in questi giorni sulla stampa indiana, sotto forma di indiscrezioni diffuse dagli investigatori; si tratta in particolare delle confessioni dell'unico attaccante arrestato (vivo) nelle fasi iniziali dell'attacco, il quale avrebbe descritto in grande dettaglio come l'operazione è stata preparata e portata a compimento. Riscontri di fatto, come le schede dei telefoni satellitari tolti agli attaccanti, confermerebbero. La pista è precisa, sostengono le autorità indiane: e porta alla Lashkar-e Taiba, gruppo armato con base in Pakistan, già responsabile in passato di altri attentati in India - il cui fondatore e capo è ora tra i super-ricercati richiesti dall'India. Il ministro Mukherjee ieri ha dunque escluso per ora una risposta militare, ma dice che l'India «lascia aperte tutte le opzioni». Cosa bisogna aspettarsi dunque? «Non credo che ci sarà nulla più di una forte azione diplomatica», mi risponde Ajay Sanhi, il direttore dell'Institute for Conflict Managment di New Delhi, un istituto di ricerca sulla sicurezza e la soluzione dei conflitti in Asia meridionale. In queste ore circola ogni sorta di ipotesi: dalla mobilitazione dell'esercito lungo la frontiera, come era successo nel 2001 dopo un attentato al parlamento indiano attribuito alla Lashkar-e Taiba, fino al raid per bombardare i campi guerriglieri in territorio pakistano. «Non mi sembrano ipotesi realistiche», ribatte Sanhi. «Sono convinto che l'attacco di Mumbai avrà conseguenze limitate. Certo, l'India si aspetta che la comunità internazionale faccia pressioni sul Pakistan. Ma anche queste avranno un'efficacia limitata. Il mondo sa già che molto di questo terrorismo origina dal Pakistan, non è una scoperta. Dopo le bombe contro l'ambasciata indiana a Kabul, New Delhi ha raccolto prove del coinvolgimento del Isi, il servizio di intelligence militare pakistano, eppure non è cambiato nulla. Più che bombardare la frontiera con l'Afghanistan, come stanno facendo le forze Usa, che fare? La pressione possibile sul Pakistan ha già raggiunto il limite». La ricostruzione dei fatti della settimana scorsa a Mumbai è ancora lacunosa, ma secondo Kalpana Sharma, giornalista dalla lunga esperienza, già capo della redazione del quotidiano The Hindu a Mumbai, c'è una lacuna ancor più grande. «Tendiamo a ignorare il significato dell'attacco alla Nariman House», mi dice durante un sopralluogo a Colaba. «Neppure i bombaiti più anziani sapevano che là c'è un centro ebraico, io non lo sapevo. I vicini di casa sapevano che c'è una «sinagoga», la chiamavano così, frequentata quasi solo da stranieri, americani e israeliani. Non aveva collegamenti con la piccola comunità ebraica di mumbaita, che ha una sua sinagoga altrove in città e non è mai stata presa di mira da nessuno». Secondo Sharma, «la scelta di attaccare la Nariman House suggerisce un'agenda che va ben oltre la questione indo-pakistana, la contesa sul Kashmir o la rappresaglia per le discriminazioni subite dai musulmani indiani. Concentrare l'attenzione sul Pakistan rischia di farci perdere il punto: l'India è entrata tra gli alleati strategici degli Stati uniti, e per questo è presa di mira». L'accordo di cooperazione nucleare indo-americano infatti porta a compimento una svolta storica della politica estera dell'India, il paese non allineato che si batteva per il disarmi nucleare e riconosceva l'Olp e oggi invece si trova saldamente nel campo Usa (senza contare che la sua presenza in Afghanistan inquieta oltremodo i vicini pakistani). « Con questo attacco hanno voluto colpire l'alleato americano, scegliendo in particolare l'élite ricca e globalizzata dell'India». Questo certo non toglie che l'attacco possa essere stato condotto da uomini provenienti dal Pakistan (anche se Kalpana Sharma invita allo scetticismo: le notizie fatte filtrare dagli investigatori non hanno conferme indipendenti). Ajay Sanhi non ha dubbi a questo proposito. E non crede che in Pakistan si possa davvero distinguere tra governo, servizi di intelligence, o i cosiddetti «attori non statali» - i gruppi islamismi armati. «Se è vero che qui è coinvolta la Lashkar-e Taiba allora stiamo parlando proprio dello stato pakistano. Sì, perché sotto la facciata della sua organizzazione caritatevole Jaamat ud Dawa, la Lashkar e Taiba continua a essere sostenuta dal governo di Islamabad, che l'ha usata in molti modi - per esempio per organizzare i soccorsi dopo il terremoto, nel 2005. E' uno dei gruppo legati al Isi, e non potrebbe montare un'operazione simile senza che i servizi ne siano coinvolti. E nell'Isi non ci sono 'elementi deviati' o cellule impazzite, è un'istituzione ben controllata dai militari». I media indiani intanto sottolineano i «buchi» dell'intelligence: da giorni scrivono che c'erano stati allerta su possibili infiltrazioni via mare, e su attacchi agli hotel di Mumbai. Ieri l'agenzia Ap ha riferito che l'intelligence Usa aveva informato l'India di una possibile minaccia a Mumbai. I servizi indiani confermano. Pare che la Raw (il controspionaggio militare indiano) avesse mandato un allerta specifico il 18 novembre, pochi giorni prima dell'attacco. Ora, tutto questo porta molti qui a dire che le agenzie di sicurezza e il governo hanno «fallito». Secondo Sanhi però le cose sono diverse. «Più che di un fallimento di intelligence, parlerei di una mancata capacità di risposta complessiva. Le informazioni c'erano, è vero, allarmi erano arrivati agli organi di sicurezza dello stato. Il problema è come leggerle: dopo che un fatto è successo sembra tutto molto chiaro. La via marittima? Ma ci sono decine di informazioni ogni giorno, 7.500 chilometri di costa, migliaia di pescherecci, e appena un centinaio di imbarcazioni operative della guardia costiera. C'è un problema di risorse, sia umane, sia mezzi, tecnologie». Il primo ministro Manmohan Singh ha annunciato la creazione di una nuova agenzie federale antiterrorismo, ma, sottolinea Sanhi, rischia di essere una moltiplicazione inutile: «Le agenzie esistenti, dal Central Bureau of Investigation all'antinarcotici alla Guardia costiera, sono sotto-equipaggiate, hanno bisogno di più persone e mezzi. Dove troveranno il personale per un'altra agenzia?». Su una cosa Sanhi è certo: parlare di «11 settembre indiano» è una sciocchezza. «Non ha senso. Non c'è paragone. L'impatto dell'11/9/2001 è sentito ancor oggi nel mondo intero, l'attacco a Mumbai sarà dimenticato presto.

 

«I palestinesi prigionieri», Tzipi Livni contestata al parlamento europeo - Michele Giorgio

GERUSALEMME - Tzipi Livni ieri è stata messa nell'angolo dal Parlamento europeo. Ad incalzare il ministro degli esteri israeliano, durante l'audizione alla Commissione esteri dell'assemblea, è stato in modo particolare il deputato Danny Cohn-Bendit, ex leader del '68 e intellettuale di origini ebraiche. Mentre la Livni elencava i «progressi» nel negoziato con l'Anp, Cohn-Bendit (europarlamentare eletto in Francia) si è alzato e, gridando, ha protestato: «Come può parlare di progressi quando i ragazzi palestinesi vengono arrestati ai posti di blocco e non possono andare a scuola?». Risentita la Livni ha ribattuto che i anche i bambini della cittadina israeliana di Sderot «non possono andare a scuola» a causa dei razzi palestinesi. Il capo della diplomazia israeliana ha ulteriormente acceso gli animi quando ha definito «insignificante» il tentativo dei coloni israeliani a Hebron di espandere i loro insediamenti (lunedì sera i settlers hanno di nuovo attaccato gli abitanti palestinesi). Parole alle quali vari eurodeputati hanno reagito protestando per il blocco totale di Gaza attuato da Israele e per la colonizzazione della Cisgiordania. Il ministro degli esteri israeliano perciò torna da Bruxelles con la borsa mezza piena. Da un lato può vantare la firma dell'accordo che rafforza la cooperazione fra Nato e Israele in materia di «lotta contro il terrorismo», dall'altro ha avuto anche modo di registrare l'insoddisfazione crescente degli europei per la linea durissima adottata dal suo paese nei confronti dei palestinesi. Ma in fermento non sono solo gli europei. Il premier dell'Anp Salam Fayyad, che pure non è noto come un «nemico di Israele», ha fatto la voce grossa di fronte a un possibile rafforzamento dei rapporti tra Unione europea e Israele - che verrà deciso tra la sessione di domani dell'Europarlamento e quella del Consiglio europeo dell'8 dicembre - mentre Gaza affronta un pesante embargo e nessun freno è stato posto alla colonizzazione israeliana. Nel corso di un incontro avuto due giorni fa con una delegazione europea, Fayyad si è detto «inquieto» riguardo un rafforzamento delle relazioni tra Israele e l'Ue, «inopportuno» in mancanza di progressi nel negoziato da attribuire all'intransigenza di Israele su alcuni punti centrali, come Gerusalemme. La situazione nei Territori occupati, ha spiegato Fayyad, non è migliorata dal 16 giugno, data in cui l'Ue aveva lanciato i negoziati con Israele per approfondire le relazioni. Pertanto, ha avvertito il premier dell'Anp, l'eventuale rafforzamento delle relazioni con Israele deve rimanere «legato ai progressi nel processo di pace in Medio Oriente». Una posizione non isolata, visto che il portavoce del ministero degli esteri francese, Eric Michel, ha precisato ieri che Parigi, presidente di turno dell'Ue, pensa che le relazioni tra Israele e Ue debbano svilupparsi parallelamente all'adempimento da parte di Tel Aviv di alcuni impegni, come il blocco della colonizzazione, la liberazione di prigionieri politici e la rimozione dei checkpoint. Nell'audizione di fronte alla Commissione esteri del Parlamento Europeo, la Livni è stata perciò costretta ad alzare le barricate, anche nel tentativo bloccare l'iniziativa europea di cui si parla da qualche giorno e che prevedrebbe pressioni su Israele affinché consenta la riapertura degli uffici politici palestinesi a Gerusalemme est, inclusa la Orient House, la sede «diplomatica» dell'Olp. «L'impazienza della comunità internazionale - ha affermato il ministro degli esteri - può portare a un fallimento...non abbiamo bisogno di alcun intervento della comunità internazionale su proposte di compromesso».

 

Due eredità per Obama - Marco d'Eramo

Adesso è ufficiale: più di 600.000 iracheni e 5.000 soldati alleati sono morti per sbaglio, per un deprecabile refuso nelle informazioni fornite al presidente George W. Bush dai servizi segreti Usa. Così almeno l'ha raccontata lo stesso Bush in un'intervista alla tv Abc. Ora il presidente uscente rimpiange quell'errore informativo (ma solo quello) e ammette che, quando fu eletto, era «impreparato a combattere una guerra». Un «errore» che ha disintegrato milioni di famiglie, ha spazzato vita persino l'illusione dell'innocenza da milioni di infanzie: ma per Bush il vero rimpianto è che qualcuno ha fatto male i compiti a casa, forse era distratto. Così Bush si rifiuta di ammettere le due lezioni profonde che pure l'impero americano dovrebbe aver tratto dai suoi due mandati. La prima lezione è che nessun impero può reggersi solo sulla superiorità militare, per quanto schiacciante. Lo sapevano già i romani e lo sapevano i britannici. I primi fecero sempre politica con i propri vassalli (che anch'essi, come gli americani, chiamavano pudicamente «alleati», federati), da Giugurta ai re dei popoli gallici. E gli inglesi, subite la rivolta dei Sepoys (1857) in India e la sconfitta nella battaglia Isandlwana (1879) da parte degli zulu in Africa, fecero politica nel subcontinente e nell'altro continente, alleandosi con alcune etnie a scapito di altre e usando alcuni gruppi come propria mano militare contro altri gruppi. Nei primi quattro anni di Bush invece, il ministro della difesa Donald Rumsfeld e il suo mentore, il vicepresidente Dick Cheney, credettero di poter imporre il proprio volere in Iraq e in Afghanistan con la pura forza militare, rifiutando di fare politica, anzi commettendo errori politici incredibili (come l'improvvido scioglimento dell'esercito iracheno che gettò sul lastrico un milione di famiglie). Nel secondo mandato, il nuovo ministro della difesa Robert Gates e il nuovo comandante in capo in Iraq David Petraeus hanno cominciato a fare politica, hanno comprato prima la neutralità e poi l'appoggio di un capotribù sunnita dopo l'altro. E la situazione è migliorata. La seconda lezione è che nessun impero, per quanto potente, può tutto. La lezione è che ogni impero, anche quello americano, ha i suoi limiti che deve accettare ed entro cui deve imparare a muoversi. Lo si vede dalle fallite «esportazioni di democrazia». Queste due lezioni sono il legato più importante per il successore Barack Obama, che giurerà tra 49 giorni e che lunedì ha annunciato la sua squadra di politica estera, la cui composizione era già stranota. Le parole di Obama e i nomi dei ministri mostrano che ha appreso appieno la prima lezione, sulla necessità del soft power, termine coniato dal politologo Joseph Nye e dall'ammiraglio William Owens che designa la capacità di suscitare nell'altro il desiderio di ciò che si vuole che desideri, la facoltà d'indurlo ad accettare norme e istituzioni che producono il comportamento desiderato: «Il soft power si fonda sulla seduzione esercitata dalle idee o sulla tendenza a fissare l'ordine del giorno in modo che rispecchi le preferenze altrui». Non che Obama si precluda l'opzione dell'hard power: non per nulla il suo consigliere per la sicurezza nazionale (posto che fu di Henry Kissinger e, di recente, di Condoleezza Rice), il generale James Jones, è un ex comandante in capo della Nato e per di più ex comandante dei marines. Ma tutti i membri della nuova amministrazione, da Hillary Clinton a Gates a Jones, sono convinti fautori dell'uso del soft power, e della diplomazia come indispensabile complemento (e a volte inevitabile sostituto) dell'azione militare. Nelle sue conferenze, Gates cita sempre la statistica secondo cui ci sono più suonatori nelle bande militari statunitensi di quanto personale civile in missione all'estero ci sia nel Dipartimento di Stato (il ministero degli Esteri di Washington). Perciò l'ascesa di Barack Obama e della sua squadra segna la fine dell'unilateratismo e il seppellimento della «dottrina Bush» (della guerra preventiva). Si badi, il multilateratismo non sgorga da disinteressata generosità: in questa stagione di vacche magre, un approccio multilateralista ha il vantaggio di coinvolgere altre potenze nei costi umani e nelle spese finanziarie delle decisioni comuni. Meno sicuro è invece che Obama abbia compreso appieno la seconda lezione sui limiti dell'impero. Anzi le personalità stesse dei ministri che ha scelto ci fanno sospettare che la prima lezione sia strumentalizzata per negare la seconda e per seguire l'obiettivo di una restaurazione dell'impero uscito indebolito dalla disastrosa gestione Bush. Con queste nomine Barack Obama si pone cioè nella linea della più classica tradizione del Council on Foreign Relations, la fucina che ha sfornato il nerbo della diplomazia statunitense, portabandiera del realismo politico. Da questo punto di vista il «cambiamento» di Obama sembra consistere più che altro in un ritorno all'ortodossia pragmatica precedente, dopo gli anni dell'ideologismo neoconservatore. Ma il vero test per Obama, un test su cui queste nomine ci dicono ancora poco, sarà un altro, e ben più critico, da un punto di dottrina politica: le sue azioni e le sue iniziative dovranno farci capire se la sua politica estera si muoverà ancora nell'ambito concettuale della «guerra al terrore», o se invece avrà il coraggio di abbandonare quest'idea bizzarra, strumentale e perniciosa che tante vite ha già inutilmente mietuto.

 

Liberazione – 3.12.08

 

Anche i liberisti: sussidio di disoccupazione per tutti - Claudio Jampaglia

Milano - La crisi sovverte tutto. Vai ad ascoltare Bertinotti, Bellofiore, la Fiom per sentire un po' come si esce dallo tsumani che sta colpendo lavoratori e famiglie ed è Francesco Giavazzi, l'editorialista del Corsera , docente alla Bocconi, il capofila dei veri liberisti italiani che dopo aver dato ragione alla segreteria della Fiom milanese («non abbiamo ancora visto nulla di questa crisi») fa la proposta, di sinistra: «Bisogna fare qualcosa di urgente subito. E non sono i bonus di 40 euro al mese del governo che servono. Ci vuole il sussidio di disoccupazione». Subito. «E per primi a quei 2 milioni e 700mila contrattisti a tempo indeterminato che sono in scadenza» (305mila solo a dicembre). «E se il governo non ha i soldi, li prenda dal Ponte sullo Stretto». Il professore è «stupito che questo paese sia l'unico d'Europa a non avere ammortizzatori sociali universali». «Questa è la battaglia che dovrebbe fare la sinistra quella per un sussidio generalizzato». I liberisti hanno scoperto il dramma della precarietà? No. Fanno i conti. E sanno che il mercato del lavoro sarebbe "più liberale" con un sussidio per tutti, disoccupati e senza contratto, in cambio della libertà di licenziare (articolo 18) e della fine della contrattazione nazionale. Giavazzi non l'ha detto ieri sera, al convegno del Prc in Regione Lombardia sulla crisi. Ma è quello che scrive da tempo. E qui le strade di liberisti e anti si riseparano. Sul lavoro. Tra mobilità e cassaintegrazione speciale sono 30mila gli "appestati" nella sola Lombardia. A cui bisogna aggiungere i quasi 100mila della cassaintegrazione ordinaria o in deroga. La soglia sta per essere rotta. Lombardia vuol dire 800mila imprese e 4 milioni di lavoratori a una media di 1181 euro di salario (Milano arriva a 1289). «E il 70% dei nuovi lavori nel 2007 sono a tempo determinato, mentre i licenziamenti nelle piccole imprese sono già aumentati del 26%». La locomotiva dell'economia italiana da tempo non abita più qua. Osvaldo Squassina e Nicoletta Pirrotta illustrano i dati dell'Osservatorio lavoro ed economia del gruppo consiliare di Rifondazione: «In Lombardia si producono soprattutto merci a basso impatto tecnologico, abbiamo un'importazione molto forte di beni intermedi, pochissima ricerca, una miriade di imprese minuscole e sottocapitalizzate e anche il capitale umano è meno formato e più debole delle regioni europee con cui ci si dovrebbe confrontare». Morale: delocalizzazione manifatturiera, concentrazione fuori Italia di ricerca, progettazione e sviluppo. Un territorio destrutturato, spazzato dalla crisi. Nell'indifferenza delle istituzioni. Il dibattito è a due anime e quattro voci. Fausto Bertinotti e Riccardo Bellofiore, Francesco Giavazzi e Massimo Mucchetti. Antiliberisti e liberisti. Più le incursioni nella vita reale della segretaria della Fiom di Milano, Maria Sciancati. In campo l'analisi di Bellofiore. Quella della nuova economia che ha tirato lo sviluppo dagli anni '90. Con la frantumazione del lavoro, l'indebitamento delle famiglie e il lavoro sussunto alla finanza. Le bolle che alimentano i rendimenti del mercato, dall'azionariato diffuso all'immobiliare alle commodities (e ora?). Fino allo scoppio. E alla depressione. Del risparmiatore e dell'economia. Come se ne esce? Le ricette in campo sono poche. Ma tutte parlano di intervento pubblico. Quello dei neoliberisti che usano il disavanzo per la mantenere la loro rivoluzione conservatrice (magari con un po' di regolazione per far contenti i social-liberisti alla Pd di Veltroni e Bersani) con gli aiuti alle banche e l'intervento pubblico spot, perché tutto venga rimesso in moto, come prima. Perché come dice Giavazzi: «Il capitalismo è un sistema di rischio e le crisi sono inevitabili. Ci vorrebbe un sistema diverso per eliminare le crisi. Che si possono attutire, ritardare, curare. Ma sono connaturate». La selezione la fa il mercato. Il pubblico accompagna. Oppure se ne esce con investimenti che indirizzano il cosa e come produrre e con un sostegno diretto alla domanda. Ad esempio, detassando il lavoro. É' la ricetta di Minsky, il teorico dell'instabilità del capitalismo, riformulata da Bellofiore in un mix di keynesismo e new deal. Un'analisi, quella dell'economista dell'Università di Bergamo, che piace molto a Bertinotti che la radicalizza. La tesi è che «le ragioni che hanno fatto la forza e il dinamismo del capitalismo di questi anni sono le stesse che ne hanno generato la crisi». In primis la frantumazione, desindacalizzazione e precarizzazione del lavoro. Il salario ridotto a variabile dipendente. E tutta la produttività ai profitti («lo dicevamo da soli qualche anno fa, ora sembra un'ovvietà»). Poi una nuovo struttura dei consumi in cui la parte finanziaria diventa determinante. E ancora l'intervento pubblico escluso dall'indirizzo dell'economia (ma non dalle guerre). «Sono i tre punti di forza del capitalismo globalizzante». L'esito è la cronicizzazione della crisi. L'instabilità a cicli. Il singhiozzo del sistema. «Oggi potremmo dire che siamo di fronte al fallimento del ciclo neoliberale. Ma quello che ha seminato basta per una nuova ristrutturazione?». La risposta di Bertinotti è affermativa. «Perché la rivoluzione conservatrice ha cambiato il senso comune, la destra è davvero maggioranza e la sinistra non riesce più a portare nella contesa reale sacrosante rivendicazioni». A partire dal salario. Quale liberale oggi sarebbe contro a ridare un po' di valore aggiunto ai salari? «Eppure anche il sindacato quando va allo sciopero generale pone nella sua piattaforma la via fiscale all'aumento dei salari, perché non si può rimettere in discussione il rapporto profitti-salari». Una questione ideologica? No, l'impossibilità di praticare l'obiettivo. Per questo, «la sinistra deve smettere di pensare alla sua indispensabilità, deve dimostrarla. E per farlo deve pensare alla sua costituzione materiale, indagare e aiutare la crescita dei movimenti. Ci vuole una grande convenzione itinerante, una proposta di dibattito pubblico». Eppure, «di sinistra c'è bisogno». Lo dice Massimo Mucchetti, vicedirettore del Corsera. «Ma dovrebbe riconsiderare chi sono i suoi interlocutori e il suo insediamento sociale». Mucchetti coglie ancora nostalgia di grande impresa, dell'operaismo. Che non esiste più. Come il welfare tradizionale. A cui hanno sopperito le badanti. La sinistra non sa cos'è il nuovo capitalismo. L'innovazione e l'impresa diffusa. «L'80% degli italiani non vivono di manifattura. Se andate in giro nessuno sa cosa sia l'Alfa di Arese. Ponetevi il problema se sia meglio difendere fino alla morte il posto di lavoro dato o difendere il lavoratore nel trasmigrare da un posto di lavoro a un altro». «Chiedete un nuovo welfare». Risponde Bertinotti: «Credo che staremmo un po' meglio se almeno la sinistra rappresentasse gli operai costretti a una drammatica solitudine. Senza agire politico». Un assist per Maria Sciancati della Fiom: «Di grande imprese non ce n'è più a Milano. Ci sono tanti luoghi, sparsi. E poi ci sono le multinazionali. Che se ne andavano da un giorno all'altro inseguendo il costo del lavoro più basso e oggi se ne vanno per tornare nel proprio paese. Allora se ci sono migliaia di lavoratori che facevano fatica con 1200 euro figuratevi con gli 800 della cassaintegrazione. Per non parlare dei giovani e delle donne. Espulsi dal mercato. Per questo scioperiamo. Perché si discuta di cosa si produce, di investimenti, di quale sistema industriale... Se nessuno conosce più l'Alfa di Arese è perché si è persa un'occasione storica: il polo della mobilità sostenibile, l'auto ecologica. Quello che oggi inseguono tutti. E che si poteva fare dieci anni fa. E chi ci ha guadagnato? Gli speculatori delle aree. E basta. E' questa l'economia d'impresa a cui adattarsi?».

 

Cisl: 900mila posti a rischio. Perché allora non sciopera?

Fabio Sebastiani

Novecentomila lavoratori a rischio nei prossimi due anni. La Cisl ha fatto due conti ed ha scoperto che la crisi c'è veramente e che i settori più colpiti sono l'industria manifatturiera e le costruzioni. Non solo, il ritocco all'in sù che il governo ha dato alla cassa integrazione nel pacchetto cosiddetto "anticrisi" dovrà essere di nuovo "ritoccato" e che, più in generale, i provvedimenti di palazzo Chigi sono inadeguati - e per dimostrare questo bastavano le cifre sui posti a rischio - rispetto all'entità effettiva della crisi economica e non hanno traccia delle cosiddette "politiche anticicliche". Bene, e allora perché la Cisl non farà lo sciopero generale del 12 dicembre? Su questo punto il leader della confederazione, Raffaele Bonanni, che ieri ha dovuto anche incassare la denuncia del segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani sullo stravolgimento della procedura per la concessione della cig a favore degli enti bilaterali, è stato poco convincente. Ma questa è un'altra storia. La realtà delle cifre parla di una stima per difetto, perché al quasi un milione di possibili licenziamenti - ricordate il milione di posti di lavoro promesso da Berlusconi? - sono da aggiungere, sempre a detta della Cisl, i lavoratori interinali e con contratto a termine, a cui non è stato rinnovato il contratto. Saranno soltanto 500mila con dice la Cgil? Tra le aziende interessate alla fase di ristrutturazione, oltre a Fiat e Alitalia, la Guzzi, Lucchini, Riello di Lecco, Ratti di Como, Electrolux, Antonio Merloni, Pininfarina e Carrozzerie Bertone, Granarolo, Campari, Unilever e Natuzzi. Negli ultimi due mesi crisi e ristrutturazioni aziendali hanno coinvolto 179.552 lavoratori mentre a giugno se ne stimavano soltanto 20-25mila. Una differenza impressionante che ha fatto lievitare la cassa integrazione ordinaria nei primi otto mesi del 2008 del 24,7% (rispetto allo stesso periodo del 2007) e quella straordinaria dello 0.7%. Complessivamente, rileva sempre la Cisl, le ore di cassa «aumentano del 7,9% con una variazione più che doppia di quella registrata a giugno». Tessile, abbigliamento, trasformazione minerali, legno, pelli e cuoio e meccanico sono i settori candidati al rischio occupazione, mentre tra le regioni si contano Piemonte, Lazio, Campania, Basilicata, Sardegna. Secondo la Cisl, se non ci saranno politiche anticicliche, paesi deboli come l'Italia sono condannati a scivolare ancora più in basso. All'Europa, alla Commissione europea e ai governi, la Cisl chiede un più alto grado di pragmatismo, magari attraverso nuovi strumenti monetari come gli eurobond, «per finanziare la realizzazione di grandi opere ed infrastrutture strategiche». L'allarme lanciato dalla Cisl, secondo il segretario del Prc Paolo Ferrero, rimanda «alla totale assenza di risposte da parte del governo, cosa di cui forse la Cisl, a differenza della Cgil, non si è accorta». «Il problema è fare una seria politica industriale, che oggi manca del tutto - ha aggiunto Ferrero - e che rilanci una politica occupazionale massiccia che crei, invece di distruggere, posti di lavoro e una grande azione di riconversione ambientale, oltre che una e una sola grande opera che il governo invece non vuole fare, e cioè la manutenzione straordinaria e ordinaria di tutte le scuole italiane, sia sul piano edilizio che della compatibilità ambientale. Il problema è che andrebbero estesi, e da subito, gli ammortizzatori sociali a tutte le centinaia di migliaia di lavoratori che stanno perdendo e continuano a perdere il posto di lavoro, nelle aziende grandi, medie e piccole». L'uscita del Rapporto sull'industria 2008 è stata l'occasione per dare ancora sfogo alle polemiche sullo sciopero generale del 12 dicembre, con Bonanni che ha paragonato i "no" della Cgil a quelli del Governo. «Il Governo - ha detto il leader della Cisl - è come la Cgil che non vuole collaborare con gli altri. Alcuni leader dell'opposizione hanno offerto la loro disponibilità ma il Governo nei fatti ha ha declinato l'offerta». Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, pur non citando Cisl e Uil, ha direttamente puntato al cuore dello scontro tra le confederazioni. «Un sindacato ha una funzione di rappresentanza dei diritti che svolge attraverso la contrattazione, altrimenti non è un sindacato», ha detto, intervenendo al convegno per il sessantesimo dell'Inca-Cgil. Secondo Epifani, se da una parte è giusto avere delle posizioni diverse tra i vari sindacati altro «è quando dovesse dividerci la fiducia sul ruolo del sindacato» che porterebbe ad una perdita di autonomia: «Questa è la vera posta in gioco» sullo sciopero del 12 dicembre. «Ci sono troppi indizi che mi portano a dire che l'esito a cui si arriva se pensi che non ce la fai prima di provarci, stabilisci già l'esito a cui puoi arrivare, ed è un esito stabilito dagli altri», ha ribadito. «La responsabilità che si ha verso il Paese, e che sarà al centro dello sciopero del 12 dicembre - ha concluso - è quella di difendere il sindacato dei diritti che vive o meno se è un sindacato autonomo, democratico, che contratta e fa raggiungere dei risultati».

 

Così, dopo l'epoca della Dc, la mafia è tornata in politica

Il giudice Piergiorgio Morosini ha depositato la sentenza del suo processo contro «Cosa Nostra», e dalla lettura di questo testo si viene a scoprire, passo passo, la storia «politica» recente della mafia. Cioè da quando iniziò la dissoluzione dei partiti della prima repubblica, e quindi le cosche videro cadere l'automatismo del loro legame con la Democrazia Cristiana - che oltretutto, negli anni precedenti, era stato messo sotto tiro dalle inchieste dei giudici dell'era Falcone - e di conseguenza stabilirono che bisognava creare nuove strategia per il rapporto con Roma e con il potere. Nella sentenza si ripercorrono tutte le tappe di queste scelte della mafia, soprattutto sotto la direzione di Bernardo Provenzano, detto 'U Binnu. Da oggi troverete su Liberazione ampi stralci di questa sentenza, che pubblichiamo a puntate, a partire dalla ricostruzione delle mosse all'inizio degli anni '90 dopo la morte di Lima (capo della Dc siciliana) e dell'arresto di Riina. Forse Totò Riina, "u curtu", non ha baciato Giulio Andreotti a casa dei cugini esattori Nino e Ignazio Salvo. Chissà. Di certo non c'è più Salvo Lima, che secondo Balduccio Di Maggio era presente all'incontro tra il mafioso e il politico, a confermare o sconfessare il racconto del pentito. E poi si sa com'è finita: Di Maggio è risultato inattendibile e il senatore a vita è stato assolto. Ora però ci sono altri racconti, più recenti e aggiornati, e documenti ufficiali come la sentenza depositata ieri a Palermo dal giudice per l'udienza preliminare Piergiorgio Morosini, che confermano il disegno di Cosa Nostra, mai abbandonato, perseguito con i necessari "trasformismi" e adattamenti, di gestire in prima persona le relazioni pericolose con il mondo della politica: di farsi "soggetto politico" senza mediazioni. Addirittura di "scendere in politica" con propri uomini "rappresentativi", e con partiti e forze schierate in grado di controllare il territorio e veicolare valanghe di voti verso i candidati ottimali: non più semplicemente "prescelti" perché permeabili o ricattabili e manovrabili, ma "trascelti" direttamente nelle proprie file, con il curriculum adatto, e avviati al compito di fare la politica di Cosa Nostra dall'interno stesso delle istituzioni e gestire così gli affari pubblici su cui la mafia va mettendo gli occhi e le mani. Come comincia tutto ciò? Comincia nel 1987 con un primo tentativo di cavalcare il cavallo del Partito socialista, a causa delle delusioni dovute all'inettitudine della Democrazia cristiana che sembrava non essere più in grado di garantire gli interessi e le tutele dei boss. Il Psi nell'87 prese una barca di voti, scavalcando il primato storico della Dc nei quartieri ad alto tasso mafioso di Palermo; a Brancaccio, a Ciaculli, persino all'interno dell'Ucciardone, e nell'hinterland dove la penetrazione era più forte: a Villabate, Bagheria, Misilmeri, Belmonte Mezzagno. Un altro tentativo verrà fatto anni dopo, nel 1993, da Vito Ciancimino, il barbiere di Corleone diventato il sindaco del sacco di Palermo, con la costituzione di un suo personale partito che si chiamava "Sicilia Libera", ma qualcuno lo ribattezzò "Forza Mafia", i cui circoli poco meno di un anno dopo, alla comparsa di Forza Italia nel '94, finiranno per confluire in quelli fondati da Marcello Dell'Utri. Successivamente, passati dalla strategia delle stragi di Riina alla fase dell'"immersione" di Bernardo Provenzano, i mafiosi si sono dovuti dare altri obiettivi, uomini e movimenti nuovi nelle istituzioni, referenti politici alternativi nei partiti sorti dalle ceneri della Prima Repubblica, una volta sprofondati e scomparsi il Psi e la Dc a seguito di Tangentopoli e Mani Pulite e dopo l'assassinio il 12 marzo del 1992 di Salvo Lima che non era riuscito ad "aggiustare" il maxiprocesso. E dai vecchi cliché dei padrini, degli uomini d'onore, dei mafiosi con la coppola in mano dietro le porte dei potenti, ecco emergere figure di riferimento, personaggi politici, partiti e movimenti di emanazione diretta, che a mano a mano sono andati a sostituirsi ai vecchi, riempiendo le caselle del puzzle del potere politico in Sicilia, dalle amministrazioni locali: comuni, province, il palazzo della Regione; su su fino a cercare rappresentanza negli scranni della politica nazionale. Come avviene tutto ciò? Andiamo a leggere le pagine della sentenza Morosini, a cominciare dalla storia di Francesco Campanella, un giovane dell'Udeur quasi sconosciuto, presidente del Consiglio comunale di Villabate, paesone agricolo e commerciale alle porte di Palermo, al cui matrimonio saranno presenti e faranno addirittura da testimoni il presidente della regione Totò Cuffaro, numero uno dell'Udc in Sicilia, e il leader dell'Udeur Clemente Mastella, ministro di Giustizia del governo Prodi. «Francesco Campanella è conosciuto come l'uomo che mise il timbro sulla falsa carta d'identità con cui Provenzano andò a farsi operare in una clinica di Marsiglia - scrive il Gup di Palermo nelle oltre mille pagine della sentenza depositata - ma quella immagine è riduttiva. La sua storia esprime un metodo politico, un sistema di rapporti d'affari, un costume nella gestione della res publica . La sua storia permette di comprendere come possono intersecarsi agire politico e agire mafioso; quale sia il contenuto delle richieste che Cosa Nostra formula al politico che si muove nella sua orbita». Le ammissioni davanti ai magistrati non lasciano dubbi, continua il documento: «E' Campanella a selezionare il candidato sindaco alle elezioni comunali del 2001, Lorenzo Carandino di Forza Italia, e a calibrarne il programma elettorale in funzione di un intreccio di scambi nascosti finalizzati alla realizzazione dell'obiettivo. E' Campanella a presentare Carandino all'imprenditore Paolo Marussig, ispiratore del progetto e socio forte della Asset, un'azienda romana che vuole costruire a Villabate. E' ancora Campanella a illustrare l'ambizioso progetto edile al presidente della regione Cuffaro». Ma Campanella è solo la punta dell'iceberg. E la Sicilia è la metafora del Sud dell'Italia, si legge nella sentenza, «dove il tessuto produttivo fragile e la politica degli incentivi e della gestione dei flussi di finanziamento pubblico hanno rappresentato uno degli obiettivi strategici di Cosa Nostra». Ma è con l'affermarsi della spiccata vocazione imprenditoriale della mafia, che deve riciclare nell'economia pulita i suoi capitali sporchi, che «progressivamente si riduce la distanza fra reticoli politico-clientelari e reticoli del potere mafioso, fino al punto che quelle due realtà trovano significativi punti di convergenza».Così, scrive il giudice Morosini, «il gotha mafioso è chiamato a scelte che lasceranno il segno per gli anni venturi. L'Italia bipolare è a un bivio, ma in Sicilia il Polo delle Libertà è ancora forte di quel 61 a zero del 2001, con una componente Udc che, oltre ad aver espresso il presidente della Regione, costituisce quasi un terzo dell'elettorato nazionale di quel partito».

 

Vaticano: no alla convenzione Onu sui disabili. Il vero motivo è l'attacco all'aborto e alle donne - Castalda Musacchio

In base alle ultime statistiche sono 650 milioni le persone con disabilità di tutto il mondo insieme alle loro famiglie. A queste il Vaticano, dopo la gravissima decisione presa appena due giorni fa sulla depenalizzazione dell'omosessualità, ha detto un nuovo "no", ponendo un altro e durissimo veto alla possibilità di veder riconosciuti i propri diritti, che non sono certo di poco conto, in fatto di umanità, solidarietà, tolleranza, lotta alla discriminazione. Ieri, la Santa Sede ha confermato che non firmerà la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, entrata in vigore l'8 maggio scorso. Il documento redatto dall'Onu, che è il primo trattato sui diritti umani del Terzo Millennio, approvato dall'Assemblea generale nel 2006, e che ha visto la partecipazione attiva ai lavori per la stesura del testo di eminenti gerarchie ecclesiastiche, non contiene un divieto esplicito nei confronti dell'aborto. Per questo motivo il Vaticano non lo firmerà. Oggi in tutto il mondo si festeggerà la giornata internazionale dedicata alla disabilità, promossa proprio dalle Nazioni Unite su un tema focale: "Dignità e giustizia per tutti noi". Ma - commentano le associazioni - «ci sarà poco da festeggiare». Per tentare di capire su cosa il Vaticano ha posto il proprio veto, basta scorrere il testo della Convenzione. In questa, i 50 articoli prevedono la tutela dei diritti delle persone con disabilità, specialmente in ambiti in cui subiscono quotidianamente discriminazioni. Come, per esempio, il diritto all'istruzione, alla salute, all'accesso al lavoro, ad adeguate condizioni di vita, alla libertà di movimento, alla libertà da sfruttamento e ad un eguale trattamento di fronte alla legge. La Convenzione riconosce, inoltre, il diritto delle persone con disabilità ad avere accesso al trasporto pubblico, agli edifici e a tutte le facilitazioni necessarie per poter vivere e compiere le proprie scelte in autonomia. Alla Convenzione è annesso anche un Protocollo Opzionale che prevede, nell'ambito del meccanismo di garanzia costituito dal Comitato per i diritti delle persone con disabilità, la possibilità di presentare ricorsi individuali. L'Italia ha firmato la convenzione il 20 marzo 2007, e solo pochi giorni fa la proposta di ratifica è giunta nel Consiglio dei Ministri come - secondo quanto ha riferito il sottosegretario Martini - «un atto dovuto e atteso». E dire che persino il lontano Ecuador l'aveva già fatto. Di più: sono ben 126 gli Stati che l'hanno ratificata, ben altri 106 l'hanno firmata avviando così il percorso per diventare parti del trattato. La stessa Unicef Italia del resto aveva più volte chiesto al nostro Governo la ratifica del trattato che, all'art. 7, prevede inoltre per gli Stati un impegno particolare a favore dei minori disabili, come già previsto dall'art. 23 della Convenzione sui Diritti dell'Infanzia. E' a tutto questo che il Vaticano ha imposto il proprio rifiuto. L'osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite Monsignor Celestino Migliore, già da ieri sotto i riflettori per la scelta di non firmare la condanna nei confronti dei paesi in cui l'omosessualità è reato, si è detto «indignato e rattristato» dal progetto di introdurre l'aborto tra i diritti umani promosso da alcune associazioni . L'iniziativa - secondo monsignor Migliore - «rappresenta l'introduzione del principio homo homini lupus , l'uomo diventa un lupo per i suoi simili». «Questa - aggiunge - è la barbarie moderna che, dal di dentro, ci porta a smantellare le nostre società». Di dubbi sulla possibilità di firmare la Convenzione erano già emersi a febbraio. Ed era stato sempre Migliore a spiegare che per il Vaticano i punti dolenti restavano gli articoli 23 e 25: nel primo si riconoscono i diritti dei disabili alla pianificazione familiare, alla «educazione riproduttiva» e ai «mezzi necessari per esercitare questi diritti»; nel secondo si garantisce l'accesso dei disabili a tutti i servizi sanitari, «inclusi quelli nell'area della salute sessuale e riproduttiva». «La protezione dei diritti, della dignità e del valore delle persone con disabilità - aveva spiegato allora Migliore - rimane una delle preoccupazioni e dei capisaldi dell'azione della Santa Sede, e la Convenzione contiene molti articoli utili» al riguardo. Però, aveva aggiunto, la Santa Sede «si oppone all'inclusione nel testo dell'espressione "salute sessuale e riproduttiva" perché in alcuni Paesi i servizi sanitari e riproduttivi comprendono l'aborto, negando dunque il diritto alla vita di ogni essere umano, affermato peraltro dall'art. 10 della Convenzione stessa» e, quindi, la Santa Sede «non è in grado di firmarla». Un altro passo che svela - come notava Mancuso proprio ieri su Liberazione - «il vero volto di questo pontificato oscurantista e nemico degli uomini e delle donne, persino dei più deboli, e in difesa dei loro diritti fondamentali».

 

L'automobile è un ferrovecchio - Franco Berardi Bifo

"Donne e motori? Motori". Questa è l'headline con cui, sui manifesti attaccati ai muri cittadini, viene pubblicizzato il Motor Show, esposizione dell'automobile che si svolge anche quest'anno a Bologna, e che sarà inaugurata il 5 dicembre con un convegno dal titolo Uscire in auto dalla crisi, al quale parteciperà Gianfranco Fini. La classe dirigente non vuole capire che la crisi dell'automobile non ha carattere congiunturale. Ha carattere se così posso dire, definitivo. Terminale. L'auto è morta. Ciononostante la sua carcassa potrà ancora per lungo tempo imputridire ammorbando l'aria in tutti i sensi: in senso economico e in senso ambientale, urbanistico, sanitario. Il ciclo dell'automobile è stato trainante nello sviluppo capitalistico novecentesco. Enormi interessi si sono coalizzati intorno alla motorizzazione privata. Di conseguenza l'obsolescenza e la crisi terminale dell'automobile costituisce uno shock troppo profondo per la coscienza capitalistica contemporanea, che cerca di rimuovere l'inquietante verità: che l'auto è morta. Eppure occorrerà prima o poi farsene una ragione: l'auto è morta per ragioni tecnologiche, prima di tutto. La concentrazione maniacale intorno allo sviluppo dell'automobile, che garantiva il massimo di profitto, ha indotto la società a trascurare le possibilità di sviluppo di forme di trasporto pubblico. Inoltre sono sottovalutate le potenzialità del digitale, del teletrasporto olografico che ormai è alla portata delle tecnologie (ad Atlanta si è recentemente realizzato un caso di telepresenza). Sono sottovalutate perché i produttori di auto proteggono con le unghie e coi denti la loro ormai inutile - e dannosissima - creatura: una scatola ferrosa piuttosto brutta con le ruote di gomma che si trascina consumando petrolio ed emettendo veleno che provoca malattie e spesso uccide malcapitati passanti. Come si può essere così poco lungimiranti da organizzare un convegno che auspica di "uscire in auto dalla crisi?". L'automobile è una delle catene essenziali della schiavitù contemporanea. Abbiamo bisogno dell'automobile per andare a farci sfruttare otto dieci ore al giorno. E siamo disposti a farci sfruttare otto dieci ore al giorno per poterci permettere l'automobile. Quanto più si moltiplicano le automobili tanto più diminuisce l'utilità di quel mezzo, perché le strade diventano blocchi di metallo che si muovono sempre più lentamente. Ma ora è finita, e non sarà il Motor show a resuscitare l'automobile. La contemporaneità del collasso finanziario, del crollo della domanda, e della instabilità del prezzo fa pensare che sia urgente uscire dall'era dell'automobile. Purtroppo a pagare le spese della scarsa lungimiranza imprenditoriale sono oggi i lavoratori: le grandi aziende americane ed europee licenziano, mettono in cassa integrazione e siccome le previsioni sono grigie, si rivolgono agli stati per chiedere finanziamenti. Debbono gli stati finanziare questo ramo secco, questo settore senza speranza? Se oggi gli stati rilanciano questo ciclo produttivo obsoleto, fra qualche mese o fra qualche anno ci troveremo nella stessa situazione di crisi, peggiorata. Le soluzioni vanno cercate in altre direzioni. Vanno cercate nel trasporto senza petrolio, e vanno cercate in una nuova politica salariale. La crisi dell'auto, e la crisi generale dell'industria che da tanti anni è prevista e ora precipita in seguito al collasso finanziario, sono l'occasione per porci finalmente l'obiettivo del reddito garantito indipendente dal tempo di lavoro. Mentre Fini e gli altri buontemponi amanti dell'automobile sognano di uscire in automobile dalla crisi (senza donne, naturalmente, visto che a loro interessano solo i motori), nella stessa giornata, il 5 Dicembre, alle ore 21, in un'altra sala cittadina (che si chiama, ironia della sorte, sala del Silenzio e si trova in Via Bolognetti) si terrà un incontro su un tema un po' meno ipocrita: "Crisi dell'auto, cassa integrazione e licenziamenti". Parteciperanno Massimo Serafini di Legambiente, Tiziano Rinaldini della Cgil di Bologna, Enzo Masini della Fiom e Oscar Marchisio della lista cittadina Bologna città libera. E la mattina di sabato 6 si terrà un convegno sulla bicicletta come mezzo di mobilità urbana. E' incredibile quanta poca intelligenza abbiano dimostrato e dimostrino le amministrazioni cittadine, quella bolognese in particolare, di fronte alla folle congestione automobilistica dei centri urbani. Eppure sono proprio le amministrazioni cittadine che potrebbero sperimentare forme di trasporto pubblico meno inquinante e meno pericoloso e congestionante dell'automobile. Un numero sempre più vasto di persone ha capito che l'automobile è un ferro vecchio, simbolo di un'era declinante, diffusore di psicopatie aggressive e suicidarie, e comincia a usare la bicicletta. Ma le amministrazioni e i poteri economici considerano la bici un vezzo strano, un hobby per perdigiorno, anche se è provato che in città come Bologna qualsiasi percorso si copre più rapidamente in bici che in automobile. Venerdì e sabato, a Bologna, ne parliamo.

 

Repubblica – 3.12.08

 

La megaparentopoli di Seregno

Giù al Nord, cioè a Seregno, quarantamila abitanti nella Brianza ricca, grassa e piatta, la via della politica è lastricata di parenti. Di ogni grado e specie. Figlio e cognato, sorella e fratello. Chi al municipio e chi in una municipalizzata. Chi al partito e chi al cda. Un poltronismo familiare edificato e poi ancor meglio sviluppato sotto il governo della Lega. La politica formato famiglia pone Seregno di diritto nella top ten delle città governate secondo lo jus sanguinis. "Chi non è di Seregno ritiene tutto molto incredibile", ammette il sindaco Giacinto Mariani. Anzitutto non si crede che il sindaco, questo sindaco, sia un leghista. Compito, molto moderato, molto benestante, Mariani guida una giunta di centrodestra che qui ha raccolto anche la forza residuale dell'Udc. Da sole Forza Italia e Lega avrebbero potuto comandare e decidere. Ma, con un gesto compassionevole, hanno sospinto sul vagone dei desideri anche Alleanza Nazionale, falange compatta e piuttosto aggressiva, e gli amici-nemici dell'Udc. Tutti insieme e piuttosto appassionatamente. Si è deciso, come succede un po' dappertutto, di mettere ordine nelle società pubbliche che erogano servizi e gestiscono, in ragione della mission, quattrini. Seregno insieme ad altre quattro città brianzole (Desio, Lissone, Cesano Maderno e Seveso) ha promosso la costituzione del gruppo Gelsia, una holding che aggrega alcune società di servizi pubblici locali che oggi è una delle prime multiutility in Lombardia per fatturato e clienti serviti. Gas, energia, raccolta e trasferimento dei rifiuti. "Fare sistema" lo slogan. Hanno fatto sistema, specialmente a Seregno, soprattutto i propri cari. La figlia del vicesindaco è consigliera di amministrazione della holding; il cognato di un assessore è consigliere di una società partecipata (la Aeb); poltrona al fratello di un altro assessore (di An), poltrona alla sorella del capogruppo in consiglio comunale di Forza Italia. In un'altra società di scopo (energia, calore, trading) si è trovato posto per la sorella di un consigliere comunale (Forza Italia). Il segretario della Lega ha ottenuto di sedere nel consiglio di amministrazione di una figlietta magra della holding (Gelsia Reti); quello dell'Udc ha ottenuto quanto gli spettava (consigliere di amministrazione) in un'altra Spa, Gelsia Calore. Costernato il sindaco: "Lo statuto ci impone di raccogliere le indicazioni provenienti da singoli consiglieri comunali, da gruppi politici, o da associazioni che raccolgano la proposta di almeno cinquanta cittadini. La politica si fida di chi conosce". La politica conosce, tra gli altri, fratelli e sorelle, cognate e cognate, figli e figlie. A bocca asciutta, secondo l'ultima proiezione, i nipoti e le cugine. Nemmeno si segnalano amanti, e neanche papà e mamme chiamate al fronte, il fronte del fare. "La mia amministrazione ha gestito la razionalizzazione dei servizi, garantito occupazione ad oltre quattrocento persone, risolto problemi che i governi di centrosinistra avevano lasciato marcire. Questo non si dice. E non si dice che solo tre delle trenta nomine decise sono imputabili a me, che alcune di esse sono conferme di scelte della giunta precedente. E nemmeno si ricorda che il partito democratico, pur di polemizzare, ha evitato di segnalarci persone, di fornire proposte. Cosicché abbiamo dovuto fare da soli". Il sindaco parla piano, sereno, per nulla scandalizzato. Espone e registra: tutto perfettamente a regola d'arte. Non si può dargli torto: ogni cosa è sistemata bene, ogni puntino è a norma di legge. E qui si ritorna al punto di partenza, alla tesi, veramente innovativa, del comprensivo sindaco Seregn, come dicono i lumbard: chi meglio di un fratello? Chi è più fidata di una sorella? "Lo statuto parla chiaro e io sono obbligato a rispettarlo". Obbligato lui e il resto della truppa. Obbligati e anche trasparenti. Perché c'è da dire che il sito web del comune fornisce nel dettaglio nomi e cognomi, indennità (trentamila euro all'anno se si presiede; diciottomila se si è nel consiglio) e funzioni. Sorvola sul resto. Ma succede ovunque. Saluti da Seregno, che si trova giù al nord Italia.

 

La Stampa – 3.12.08

 

Ilaria Party – Massimo Gramellini

Fu nella drammatica notte del 2 dicembre 2008 che il consiglio di amministrazione di Sky prese l’unica decisione in grado di garantirgli la sopravvivenza: fondare un partito politico. Ilaria Party, dal nome dell’on. D’Amico, candidata al ministero della Difesa e Contropiede. «L’Italia è il Paese che amo», disse il presidente Murdoch doppiato dal telecronista Caressa, ispirandosi a un format di successo degli Anni 90 di cui aveva comprato i diritti. Il programma fu redatto da una squadra di esperti guidata da Vialli e Topolino (in quota Disney Channel): 1. lotta all’ultima parabola contro il regime berluscomunista; 2. più partite di calcio e film a luci rosse per tutti, anche gratis e a mezzogiorno; 3. inaugurazione dell’Albinoleffe Channel (per sottrarre voti alla Lega); 4. riduzione dell’Iva sulla pay-tv allo 0,1%, pagabile in comode rate quarantennali. Un documento riservato suggeriva di concentrare gli sforzi soprattutto sul punto numero 4. Essendo le frequenze di destra tutte occupate, l’Ilaria Party decise di schierarsi a sinistra, dove il segnale era debole, praticamente assente. Ottenne il sì di Rifondazione in cambio di un canale dedicato alle interviste di Gianni Minà, mentre per convincere Veltroni bastò garantirgli le repliche di “Giovanna, la nonna del corsaro nero” su Sky Classic. L’unico a tenere duro fu D’Alema: «Lo dissi nell’autunno del 1993 e lo ripeto oggi: in Italia non può succedere che il padrone di una tv riesca a fondare un partito». NOTA. Tranne l’ultima frase, il testo è frutto della fantasia dell’autore.

 

Berlusconi attacca sinistra e giornali

ROMA - «Ma che vergogna! Tutti dovrebbero andare a casa: i politici della sinistra e i direttori dei giornali. Se uno è coerente deve cambiare mestiere. Gli italiani lo sappiano. Scusate se parlo così ma questa volta è troppo grossa». Silvio Berlusconi torna a polemizzare con l’opposizione per gli attacchi «strumentali» sul "caso Sky". «Se fossero coerenti, dovrebbero andare in Parlamento e dire: mettiamo l’Iva al 10% per tutti. Tutti uguali. Ma il fatto è che c’è Mediaset e non lo faranno...». Il premier dice di «capire Sky» ma sottolinea «il rapporto privilegiato tra l’azienda e la sinistra». Berlusconi punta il dito anche contro i giornali «che mi hanno attaccato in modo indegno». Il Cavaliere tira in ballo "La Stampa" e anche le vignette del "Corriere": «Ma che vergogna! Tutti dovrebbero andare a casa». «Dovrebbero smettere di fare politica e andare a casa, ma si rimangeranno tutto. «Questa - aggiunge il presidente del Consiglio - è la sinistra della vergogna, sinistra che si deve nascondere, sinistra che deve andare a casa. Gli italiani lo sappiano». Berlusconi torna ancora una volta sul piano anti-crisi e sugli attacchi della sinistra riguardo alla decisione di aumentare l’Iva al 20% per le pay-tv: «Dovrebbero avere rispetto per se stessi e fare un altro mestiere. Se uno è un uomo che si guarda allo specchio, dovrebbe cambiare mestiere. Parlo di direttori e politici. E poi dicono che è Silvio Berlusconi ad avere un conflitto d’interesse...». Il Presidente del Consiglio pronuncia più volte la parola «vergogna» e se la prende anche con i giornali: «Ho visto che "La Stampa" ha titolato "Berlusconi contro Sky". Ho visto le vignette del "Corriere"... Che vergogna». «Lo scomposto attacco dell’on. Berlusconi ai direttori del "Corriere" e de "La Stampa" è l’ennesima prova che il Presidente del Consiglio non ha alcun rispetto per l’autonomia dell’informazione», afferma una nota della Federazione Nazionale della Stampa Italiana a firma del presidente Roberto Natale, per il quale «non si può ignorare la serie sempre più fitta di attacchi che Berlusconi sta portando all’informazione, sia televisiva sia stampata, che ha evidentemente la "colpa" di non assecondarlo a sufficienza in una rappresentazione edulcorata e forzatamente ottimistica della situazione italiana». «Grande preoccupazione» è espressa da Natale anche per il fatto che, «secondo quanto prevede la legge Gasparri, Berlusconi potrà entrare fra appena due anni nella proprietà dei maggiori quotidiani italiani». «È necessario ribadire - conclude il presidente della Fnsi - che a noi giornalisti spetta il diritto-dovere di raccontare la realtà del Paese. Il Presidente del Consiglio se ne deve fare una ragione».

 

Telecom, 4mila nuovi esuberi in Italia

MILANO - Il piano industriale di Telecom Italia prevede un ulteriore intervento di riduzione degli organici sul perimetro domestico pari a 4000 unità, oltre alla già prevista riduzione di 5000 risorse entro il 2010. Il piano industriale individua sette aree di intervento secondo un modello Lean Company, per l'aumento dell'efficienza che porteranno a una riduzione complessiva di costi ed investimenti, a livello di gruppo, di circa 2 miliardi di euro nel 2011, con il conseguimento di oltre il 40% delle efficienze già nel corso del 2009. Il piano prevede, inoltre, tre programmi relativi alle infrastrutture: It, Network Operations, Building & Energy che riguardano interventi di semplificazione e razionalizzazione, con efficienze complessive per circa 0,8 miliardi di euro di cash cost. Sono previsti nel piano industriale anche tre programmi relativi all’area commerciale: Sales & Distribution, Customer Operations e Delivery & Assurance che riguardano il re-engineering dei processi in logica customer centric, con efficienze complessive per circa 0,9 miliardi di euro. Il piano industriale prevede anche il lancio di un programma di semplificazione organizzativa e razionalizzazione dei processi e delle funzioni di supporto, con efficienze per circa 0,3 miliardi di euro. Il piano industriale 2009-2011 del gruppo Telecom Italia prevede inoltre il rafforzamento del proprio posizionamento in Brasile, «uno dei mercati emergenti più solidi». E' previsto poi il consolidamento della partecipazione in Telecom Argentina, con il supporto di un partner locale e l’operazione non comporterà esborsi finanziari per Telecom. Questi gli obiettivi del gruppo in SudAmerica nell’arco del piano. Il Brasile - si legge in una nota della società - «rappresenta un solido mercato emergente in cui Telecom vuole rafforzare il proprio posizionamento facendo leva sulle potenzialità del mobile quale enabler dello sviluppo del broadband e sfruttando le opportunità della migrazione fisso-mobile». Telecom prevede oltre 2,5 milioni di clienti mobile broadband al 2011, con una market share sul segmento stimata intorno al 25%. Per quanto riguarda il fisso, il posizionamento pure mobile di Tim Brasil offre l’opportunità di affrontare con particolare efficacia e senza rischi di cannibalizzazione, un mercato che attualmente vale 41 milioni di linee (45 milioni al 2011). In particolare per il Brasile i ricavi nel 2009 sono attesi a circa 15,3 miliardi reais e in crescita circa dell`8% medio annuo nel periodo 2008-2011; gli investimenti industriali sono stimati a circa 2,8 miliardi di reais nel 2009, e pari al 13,5% dei ricavi al 2011. Per quanto riguarda l’Argentina, Telecom «ribadisce il proprio impegno in Telecom Argentina dove intende rafforzare la propria presenza attraverso l`esercizio della call option e il conseguente aumento della quota azionaria in Sofora. L'operazione avverrà con il supporto di un partner locale e non comporterà esborsi finanziari per Telecom Italia».

 

"Nassirya, condannate i generali"

ROMA - Due condanne e una richiesta di rinvio a giudizio: queste le richieste del pubblico ministero nel processo, in corso davanti al gup militare di Roma, a tre alti ufficiali accusati di non aver messo in atto tutte le misure idonee a garantire la sicurezza di base Maestrale, a Nassirya, dove il 12 novembre 2001 morirono 19 italiani. Le numerose parti civili che si sono costituite in giudizio hanno chiesto un risarcimento complessivo di diversi milioni di euro. Nei confronti dei generali dell’esercito Vincenzo Lops e Bruno Stano, che si sono avvicendati al comando del contingente italiano in Iraq, è stata chiesta la condanna, rispettivamente, a dieci mesi e a 12 mesi di reclusione; per il colonnello Georg Di Pauli, comandante dell’Unità specializzata multinazionale dei carabinieri che aveva il proprio quartier generale a base Maestrale, è stato invece chiesto il rinvio a giudizio. Lops e Stano hanno chiesto e ottenuto di essere processati con il giudizio abbreviato, mentre Di Pauli con quello ordinario. La decisione del gup è attesa tra una ventina di giorni, dopo le arringhe delle difese.

 

Corsera – 3.12.08

 

I tormenti di Silvio che scruta i sondaggi - Francesco Verderami

Scagli il primo decoder chi è senza peccato, e sul «caso Sky» né Berlusconi né il Pd sono immuni da colpe e omissioni. Il premier giura che non sapeva nulla della norma sulla pay-tv, «Tremonti non me ne aveva parlato». A parte la smorfia di La Russa, che non ci crede, il Cavaliere non poteva non sapere. In politica il teorema vale, specie per chi è presidente del Consiglio. Infatti Berlusconi è subito caduto nei sondaggi: tre punti secchi in meno, nel giro di ventiquattr’ore. Lui solo però, non il suo governo. Ed è la prima volta che un simile fenomeno accade. Tanto che l’altra sera il premier se n’è lamentato ad alta voce per telefono con Tremonti: «Pago solo io in termini di consenso. Capisci? Solo io. Ho perso cinque punti», gli ha spiegato gonfiando il crollo per drammatizzare la faccenda... L’aumento dell’Iva sulla tv satellitare ha fatto da moltiplicatore alla delusione dell’opinione pubblica. Perché il «decisionista» Berlusconi aveva annunciato il pacchetto anti-crisi come «un’iniezione di fiducia e ottimismo»: ma la detassazione delle tredicesime - a cui teneva - non c’è stata, e la social card non l’ha convinto del tutto prima ancora di non convincere gli italiani. Poi è esploso il «caso Sky», che ha sfidato il Cavaliere con le sue stesse armi: marketing e spot, il volto di Ilaria D’Amico e la campagna di mail da inviare per protesta a palazzo Chigi. Un’operazione che ha stupito persino un duro come Confalonieri, silenzioso con la stampa, non con l’amico di una vita: «...Perché di iniziative a difesa di Mediaset ne ho fatte tante, Silvio, ma senza perdere mai il senso della misura». E ci sarà un motivo se anche il democratico Follini ha censurato l’offensiva mediatica di Sky. Nessuno può scagliare decoder in questa vicenda, nemmeno il Pd. Tremonti l’ha inchiodato al suo passato, al governo Prodi, rivelando il carteggio tra l’Ue e il Professore, che si era impegnato con Bruxelles a cambiare l’aliquota alla tv satellitare. Così Berlusconi ha provato a distogliere l’attenzione dalla trave che ha nel proprio occhio, il conflitto d’interessi, denunciando in pubblico i «rapporti privilegiati del centrosinistra con Sky», e ricordando in privato che «Prodi quando stava a palazzo Chigi si faceva intervistare solo dal tg di Murdoch, mica dalla Rai». Molti esponenti del Pd ieri alla Camera evocavano i trascorsi «privilegiati» con il famoso «squalo». Come la festa per cento persone in una splendida villa romana sul Gianicolo, organizzata da Murdoch in onore dei maggiorenti diessini e diellini subito dopo la vittoria elettorale dell’Unione nel 2006. Terminata la cena, il tycoon si ritirò sotto un gazebo per ricevere a uno a uno i dirigenti del centrosinistra, dalla Melandri in giù. Ed è emblematico il gesto con cui Carra - che fu testimone del frenetico via vai sotto quel pergolato - preferisca sorvolare sull’episodio. Questione di bon ton. «Mi limito a dire - commenta l’esponente del Pd - che noi oggi difendiamo i privilegi di un miliardario australiano contro gli asseriti privilegi di un miliardario italiano. È una storia che ci riporta ai tempi del Medioevo, quando si chiamava da fuori confine l’imperatore per regolare i conti con un signorotto di casa. È una storia che dovrebbe analizzare non un politologo ma il professor Cardini. Rende l’idea, incredibile, che noi non pensiamo a regolare il sistema, ma che pur di battere Berlusconi siamo disposti a mantenere il sistema scompensato». Il centrodestra, per nascondere l’evidente scivolone, insinua sul passato ma anche sul presente «rapporto privilegiato» del Pd con Murdoch. «Noi della Lega non abbiamo una tv», ha detto ieri Bossi. Traduzione del forzista Napoli: «Si riferisce alle tv del Pd, che stanno nel bouquet di Sky. A una in particolare, Youdem, quella di Veltroni, che ha ottenuto un trattamento privilegiato e dal canale 787 sta per passare al 550, assai vicino a Tg24». D’un colpo il Pd si è ritrovato sulla difensiva, con Tremonti che si è scagliato contro «quelli che hanno criticato i 40 euro della social card e ora difendono un paio di euro per Sky». In un impeto di sincerità il veltroniano Realacci ha ammesso che «avrei fatto altre battaglie prima di questa, battaglie che interessano un maggior numero di cittadini e con maggiori problemi». Nonostante la confusione nelle file dei Democratici, sono i conti nel centrodestra a non tornare. Perché è il premier che è caduto nei sondaggi, perché era stato il premier in mattinata ad aprire uno spiraglio alla trattativa, tranne rimangiarsi tutto dopo lo stop arrivato da Tremonti. Perché La Russa è il testimonial della rabbia di An, visto che «avevo chiesto quale fosse la copertura del decreto ma nessuno mi ha avvisato prima». Perché dentro Forza Italia sono molti i dirigenti di primissimo piano a sussurrare quel che l’ex ministro Martino dice, e cioè che «Silvio si è dato la zappa sui piedi. Anzi gliel’ha data Tremonti». E nei capannelli in Transatlantico i berlusconiani si sono subito divisi, tra quanti ipotizzano che il ministro dell’Economia abbia ambizioni politiche, e quanti invece vedono nel suo rigore finanziario un primo passo per una carriera internazionale. Intanto va in onda lo scontro tra il Cavaliere e lo Squalo. Ma non erano amici?

 

La penitenza dei manager - Massimo Gaggi

NEW YORK - Provaci ancora, Rick. Il capo di Gm Richard Wagoner si autoriduce lo stipendio a un dollaro, vende i jet aziendali e con i colleghi di Ford e Chrysler torna al Congresso per chiedere aiuti pubblici. Una richiesta, peraltro, già bocciata dalle Camere un paio di settimane fa. Allora i tre top manager avevano fatto infuriare i parlamentari e avevano deluso il presidente eletto Barack Obama che, pure, vorrebbe aiutare i gruppi di Detroit: erano arrivati a bordo dei loro jet aziendali senza uno straccio di piano o, almeno, la promessa di cambiare rotta. Solo la richiesta di finanziamenti pubblici minacciando, in caso contrario, una bancarotta disastrosa con onde sismiche destinate a raggiungere tutti gli angoli del sistema economico. Stavolta Wagoner e il capo di Ford Mulally si sono fatti precedere dalla notizia dell'autoriduzione del loro stipendio (ma soltanto se arriveranno i soldi pubblici). Ford e Gm hanno poi comunicato che venderanno gli aerei fin qui usati dal top management e i capi delle due società stanno andando da Detroit a Washington a bordo di veicoli ibridi prodotti nei loro stabilimenti. Mulally è già partito a bordo di una Ford Escape, una jeep «risparmiosa». Un viaggio che potrebbe diventare una specie di happening : alla carovana forse si uniranno anche gli industriali della componentistica, anche loro alla ricerca di un salvataggio pubblico. Stavolta, poi, le tre Case di Detroit hanno fatto i «compiti a casa»: hanno preparato piani più o meno dettagliati di riconversione «verde» della loro attività. Per anni Gm, Ford e Chrysler si sono rifiutate di cambiare radicalmente la loro gamma di prodotti. Ora si cambia, e non solo per attenuare l'ostilità del contribuente americano, chiamato a pagare per anni di errori manageriali: la grandinata dei dati negativi delle vendite rende ormai evidente a tutti che andare avanti con l'attuale gamma di modelli sarebbe suicida. Dopo i crolli di ottobre, i dati di novembre, resi noti ieri, hanno confermato che il settore è entrato in una spirale spaventosa: a uscirne meglio è la Ford, le cui vendite sono calate «solo» del 31%, meno della «regina» del mercato, la Toyota, la cui flessione è stata del 34%. Molto più gravi i cali delle altre due società di Detroit: General Motors ha perso il 41%, mentre Chrysler ha quasi dimezzato le vendite (meno 47%). Nel suo piano Ford dice di stare meglio delle altre due case americane: potrebbe anche farcela senza contributi pubblici, ma chiede comunque una linea di credito di 9 miliardi di dollari per sostenere gli investimenti nel risparmio energetico. Ford si dice interessata al salvataggio dei suoi concorrenti Usa perché il fallimento di Gm o di Chrysler potrebbe tirare a fondo l'intero settore dell'auto, che è fortemente interconnesso (i fornitori di componenti, ad esempio, sono gli stessi per tutti). General Motors, a sua volta, chiede 18 miliardi e una linea di credito immediata di altri 4 miliardi da attivare se questo difficilissimo momento del mercato dovesse continuare a lungo. Quanto ai marchi - troppi, soprattutto con un mercato che si è così ristretto - Gm intende concentrarsi su Chevrolet e Cadillac. Quanto a Buick, Pontiac e Gmc, verrebbero riorganizzati in una sola unità produttiva. Per Saturn e Saab non è esclusa la cessione. Ieri sera il leader democratico Nancy Pelosi ha promesso che stavolta il Congresso aiuterà l'auto, ma ha aggiunto che i piani di Ford e Gm verranno inviati alla Federal Reserve e al «budget office» del Parlamento per essere passati ai raggi X.


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