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Il tallone del seduttore

Corsera – 4.12.08

 

Il tallone del seduttore - Sergio Romano

Voglio credere che le parole del presidente del Consiglio sui direttori del Corriere e della Stampa («dovrebbero cambiare mestiere ») fossero soltanto una battuta, uno sfogo, ciò che si dice alla fine di una giornata particolarmente lunga e faticosa. Voglio crederlo perché Silvio Berlusconi è spesso un uomo gioviale, bonario, accattivante che si fa in quattro per suscitare ondate di simpatia e manifestazioni di affetto. Queste doti sono certamente una delle ragioni del suo successo. Gli hanno permesso di stringere amicizie influenti, di farsi strada nel mondo difficile degli affari, di attrarre intorno a sé uno stuolo di ammiratori fedeli, di creare un impero della comunicazione (il suo principale know-how), di convertire l'azienda in partito e gli ammiratori in elettori. I suoi critici possono considerare con scetticismo la diplomazia dei rapporti personali, ma è difficile negare che Berlusconi sia riuscito a stabilire eccellenti relazioni con Aznar, Blair, Bush e Putin. In un momento in cui la politica internazionale è diventata un palcoscenico e tutti i leader si comportano come primi attori, Berlusconi ha le qualità necessarie per recitare la parte con un certo successo. Le stesse doti, tuttavia, possono essere in alcuni casi il suo tallone d'Achille. Abituato a sedurre, Berlusconi ricorda talvolta quei malati immaginari che misurano continuamente la loro temperatura. Il termometro, in questo caso, registra la simpatia e i consensi. Se lo strumento segnala un calo del calore affettivo che alimenta ogni giorno il suo ego, il presidente del Consiglio reagisce come un amante deluso e tradito. Se i suoi interlocutori non sono sensibili alle sue virtù di seduttore, è convinto che abbiano un'ostilità preconcetta nei suoi confronti. Anziché chiedere a se stesso se non abbia commesso un errore, Berlusconi presuppone immediatamente la malizia altrui. E' questo il momento in cui si difende da un nemico immaginario ricorrendo a un linguaggio goliardico e casermesco che non si addice a un uomo di Stato. Queste sortite potevano essere comprensibili quando Berlusconi era un outsider, snobbato dai professionisti della politica e incalzato da un numero eccezionalmente elevato di inchieste giudiziarie. Vi furono effettivamente momenti in cui poté sentirsi assediato. Ma è difficile giustificare tali sentimenti in un uomo politico che ha vinto tre elezioni, ha costituito tre governi, ha una consistente maggioranza parlamentare e gode di un seguito che ha sempre superato in questi ultimi tempi il 60% dei sondaggi. Anche se molti dei suoi avversari non l'hanno ancora accettato e digerito, Berlusconi è un leader nazionale, rappresenta l'Italia nel mondo, ha il diritto e il dovere di governarla. Ma il suo compito e la maggioranza di cui dispone comportano alcuni obblighi, fra cui quello di evitare che il bipolarismo italiano diventi un conflitto permanente. Non si può essere ottimisti (come Berlusconi ama definirsi) e contribuire all'acido clima di ostilità contrapposte che sta avvelenando la politica italiana. Non si può incoraggiare il Paese a credere nel proprio futuro, soprattutto durante una grave crisi economica, e comportarsi come se l'Italia fosse un campo di battaglia fra chi ama il presidente del Consiglio e chi lo detesta. Non si governa soltanto con leggi e decreti. Si governa anche con lo stile, vale a dire fornendo all'opinione pubblica un modello di serietà, equilibrio, riserbo e, soprattutto, misura verbale.

 

Il pasticciaccio degli sgravi verdi - Gian Antonio Stella

Q uell'idea balzana di risparmiare sul risparmio energetico il governo se la poteva davvero risparmiare. Compriamo all'estero l'88% dell'energia, siamo schiavi dei capricci dei padroni del gas e del petrolio e consumiamo quanto Turchia, Polonia, Romania e Austria messe insieme. E in questa situazione il pacchetto «anticrisi» va a togliere proprio le detrazioni fiscali a chi voleva consumare meno? Uffa, sbufferà qualcuno vedendo l'affannarsi di ministri a precisare che l'errore verrà corretto, può capitare a chi governa di pestare una buccia di banana. Verissimo. Basti ricordare gli avanti-indree nel corso della definizione della prima finanziaria del secondo governo Prodi, così incasinata che la stessa «Liberazione» la battezzò «Finanziaria in progress» e alla fine spuntò maligno perfino un catastrofico refuso nel titolo stesso del decreto: «Disposizioni urgenti in materia tributaria e penitenziaria». Dove «penitenziaria» stava in realtà per «finanziaria». Ma torniamo al pasticcio sulle detrazioni. Riassunto: costrette dal crescente costo dell'energia, dall'insostenibile livello dei consumi (ogni anno, tra imprese, uffici, negozi e famiglie i nostri contatori marcano 338 miliardi di Kilowattora: quanto consumano mezzo miliardo di africani), dalla progressiva dipendenza dai paesi che ci forniscono le materie prime e infine dalle pressioni europee, le autorità italiane hanno via via introdotto una serie di misure per risparmiare quanto più possibile. Cercando di spingere i cittadini a essere più sobri, a costruire case meno dispersive, a installare caldaie più sicure e dalla resa migliore, a cambiare gli infissi per arginare il gran freddo d'inverno e il gran caldo d'estate. Un percorso virtuoso, accelerato di colpo dal governo Prodi con l'introduzione di un forte incentivo: uno sconto fiscale del 55%, da detrarre in vari anni, sui costi sostenuti per rendere la propria casa più «risparmiosa». Certo, per lo Stato si trattava di rinunciare a incassare centinaia di milioni. Ma a quel punto chi decideva di dotarsi di un impianto fotovoltaico o del «cappotto» di materiali isolanti aveva tutto l'interesse a denunciare ogni centesimo che aveva speso per poterlo scaricare dalle tasse. Risultato: una emersione del lavoro nero e una parallela crescita delle entrate sul fronte delle aziende produttrici, degli idraulici, delle imprese edili. Proprio come era accaduto nei Paesi europei più impegnati nello sforzo energetico. Paesi che, dice una tabella elaborata da «Eurima», godono di situazioni nettamente migliori della nostra. Prendendo come unità di misura il «Megajoule» (Mj) pari a 0,025 metri cubi di metano, ogni casa svedese (col freddo che fa lassù!) consuma mediamente meno di 21 mila Mj, ogni casa irlandese poco più di 19 mila, ogni casa tedesca meno di 19 mila. Le nostre, per contro stanno oltre i 50 mila Mj. E sono battute di un soffio, nel continente, solo dalle abitazioni del Belgio. Dove la temperatura media annuale, però, è ben diversa da quella di larga parte della Penisola. Quanto ci sia bisogno di una svolta virtuosa, del resto, è confermato dai dati di Legambiente. Secondo cui il consumo medio annuale per metro quadro è di 70 Kilowattora in Danimarca (per un Kilowattora ci vogliono un metro cubo di gas o un litro di gasolio) e di 150 (con punte di 300) da noi. Per capirci: un appartamento di cento metri quadri di vecchio tipo può «divorare» da 2 a 3 mila litri di gasolio oppure dai 2 ai 3 mila metri cubi di metano. Il che significa, dato che l'energia elettrica prodotta da noi costa il 60% più della media europea, due volte quella francese e tre quella svedese, un salasso micidiale. Per le famiglie e per il sistema nel suo insieme. Va da sé che quando è stata loro offerta la possibilità di scaricare dalle tasse il 55% delle spese, gli italiani che dopo le prime diffidenze si sono via via avvicinati hanno cominciato a crescere e crescere. E i risultati, a fronte di interventi agevolati per 3,3 miliardi di euro con circa 1,8 di detrazioni, si sono visti: i metri cubi di gas per abitante, saliti da 372 nel 2000 a 415 nel 2005, sono poi scesi a 366. Vale a dire che una casa con quattro persone consuma oggi, in media, quasi duecento metri cubi di gas all'anno di meno. Con un risparmio di circa 140 euro. Va da sé che, appena si era diffusa la notizia che il governo Berlusconi aveva deciso di abolire l'automatismo delle detrazioni stanziando per il 2009 una somma di 82,7 milioni di euro destinati ai primi che presentavano la domanda (e gli altri niente: zero carbonella), è scoppiato il finimondo. Dichiarazioni di fuoco del ministro ombra dell'Ambiente Ermete Realacci. Blog sommersi di messaggi furibondi. Rivolte online. Allarmi delle aziende produttrici: «Aiuto! Tutte le ordinazioni di pannelli solari sono state annullate!» Caselle postali dei deputati bombardate da e-mail: «Ma come, prima sono spinto a spendere i soldi per fare il bravo cittadino virtuoso e poi mi dicono che non ci sono più gli sconti fiscali? E' una truffa!» Finché anche dentro la destra, in Parlamento, ha cominciato a farsi largo l'idea che era stata fatta una frittata. E prima Giulio Tremonti ha precisato che la retroattività del provvedimento sarebbe stata abolita. Poi Stefania Prestigiacomo ha fatto sapere che chiederà di lasciare le cose come stavano. Come andrà a finire? Boh... Quel che è certo è che mai come in questi casi, per dirla con Metastasio, «voce dal sen fuggita poi richiamar non vale». Sarà dura, adesso, superare la diffidenza di chi si chiederà: ma se io faccio questi lavori, sarò poi rimborsato davvero?

Repubblica – 4.12.08

 

Napoli, l'inchiesta dei veleni sul "patto degli appalti"

GIUSEPPE D'AVANZO

NAPOLI - Il fatto è che una manina si è portata via dagli uffici della Direzione investigativa antimafia di Napoli una copia delle intercettazioni dell'indagine che, nel suo avvio e senza alcuna ironia, gli investigatori chiamavano Magnanapoli. Dicono fonti vicine all'inchiesta che ora il boccino ce l'hanno in mano un paio di "barbe finte" - di spioni - che distillano veleni con almeno tre obiettivi ormai espliciti. 1. Azzoppare un'inchiesta che, presto svelerà come sinistra e destra, governo cittadino e opposizione consiliare vivono, a Napoli, d'amorosi sensi quando si discute e si decide di appalti e affari. 2. Regolare qualche conto in sospeso tra le burocrazie della sicurezza. 3. Soffiare "per input politici e gerarchici" il nome di innocenti, incappati nelle intercettazioni telefoniche, per farne colpevoli da sbattere sui giornali. Bisogna allora cominciare da qui - dalla disinformazione - per diradare qualche nebbia. L'operazione consente di vedere all'opera le manine galeotte, gli utilizzatori en plein air, i virtuali beneficiari, gli sventurati target. Uno sventurato target è Antonio Di Pietro. Suo figlio Cristiano, 34 anni, al tempo consigliere provinciale di Campobasso, si mette in contatto con Mario Mautone, provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise. Mal gliene incolse. I comportamenti di Mautone sono già al centro dell'inchiesta di Napoli. Iperattivo, interlocutore favorito di amministratori, politici, imprenditori, amico giovialissimo di questori, generali e magistrati. E' settembre dello scorso anno. Una manina consegna al senatore Sergio De Gregorio (Partito delle libertà) la notizia che Cristiano Di Pietro è "indagato dalla procura di Napoli in un'inchiesta sulla ricostruzione post-terremoto in Molise". La notizia farlocca viene rilanciata dal Giornale, che ancora ieri ostinatamente la ripubblica. Raccontano che, di quelle intercettazioni, venga a conoscenza anche Silvio Berlusconi; che venga sollecitato a utilizzarle come una mazzuola sulla testa del suo "nemico" storico (Di Pietro) e contro il partito democratico (governa Napoli e la Campania da quindici anni). Il premier non ne fa nulla. L'uomo ha un felice intuito perché la storia, come gliela raccontano, è bugiarda. E' vero, il giovane Di Pietro - intercettato - discute con Mautone della sorte di un paio di caserme dei carabinieri in Molise. "Più che correttamente", dicono oggi fonti vicino all'inchiesta. Il padre, Di Pietro il vecchio, Antonio, in quei mesi ministro delle Infrastrutture, ha il cattivo carattere che ha - si sa - e al primo stormir di foglie dell'indagine rimuove Mautone sottraendogli l'autonomia di provveditore per consegnarlo a un incarico non operativo al ministero. "Mi sono sempre comportato così - dice ora Di Pietro - Se sapevo che la magistratura stava valutando la correttezza dei comportamenti di un alto dirigente lo destinavo a un incarico non operativo - è accaduto in cinque, sei occasioni - nell'interesse del ministero, della giustizia, del dirigente indagato o soltanto coinvolto nell'indagine". Fonti vicino all'inchiesta confermano che Di Pietro si è comportato in questa storia con "esemplare correttezza". Il venticello calunnioso soffiato contro il leader dell'Italia dei Valori è analogo all'aria venefica che le "barbe finte" sbuffano contro il colonnello Gaetano Maruccia (comandante provinciale dei carabinieri) e il generale Vito Bardi (comandante regionale della Guardia di Finanza in Campania). Li dicono, con il questore Oscar Fiorolli, indagati, compromessi dall'amicizia e rovinati dagli interessi opachi del provveditore. In realtà, i nomi dei militari saltano fuori nelle conversazioni telefoniche, ma in maniera neutra. Bardi e Maruccia prendono subito il largo da quel tipo, Mautone. Fiorolli, più amichevole e frivolo, si attarda a frequentarlo, ma non fino al punto di lasciarsene coinvolgere, a quanto pare. E' tra questi miasmi e veleni che precipita Giorgio Nugnes. Nelle ultime ore, prima del suicidio si aggira tra le redazioni dei giornali. Determinato a scrollarsi di dosso ogni accusa, chiede ai cronisti che apprezza: "Ma perché anche i servizi segreti indagano su di me?". Ipotizzano gli investigatori che Nugnes, nella notte tra venerdì e sabato 29 novembre, possa essere stato avvicinato dalle "barbe finte", pressato, minacciato con false notizie fino al punto che l'uomo ha ceduto di schianto la mattina dopo, impiccandosi. Se queste supposizioni dovessero trovare conferma, più che di un "nuovo Enzo Tortora", come suggerisce Francesco Cossiga, Giorgio Nugnes sarebbe la vittima di una stagione di veleni che era sconosciuta a Napoli, città più facile al melodramma e al buffo che alla tragedia. Sgombrato il campo dal loglio, resta il grano ed è grano molto guasto. Comunque vada, quando le conversazioni telefoniche diventeranno pubbliche, della giunta di Rosa Iervolino resterà soltanto polvere per le prassi di governo, l'etica che le ispira, gli interessi personali protetti, la rete di potere non trasparente e trasversale che quei colloqui portano alla luce. L'inchiesta giudiziaria trova il suo focus in un triangolo. Il provveditore alle opere pubbliche; cinque assessori; l'imprenditore Alfredo Romeo. Sullo sfondo, a Roma, i rapporti "tutti ancora da chiarire" con politici nazionali, tra cui Renzo Lusetti (Pd), Nello Formisano (IdV), Italo Bocchino (PdL). Il "triangolo" di interessi è alle prese con un global service, un progetto di gestione integrata delle proprietà della pubblica amministrazione. Rosa Iervolino lo presentò pubblicamente nella primavera del 2007 come "un regalo per Giorgio Napolitano che trascorre qui la Pasqua". Il piano, "in una visione unitaria", avrebbe dovuto "valorizzare il patrimonio pubblico, dagli immobili alle strade, dai palazzi monumentali a quelli di edilizia residenziale". E' un appalto che i protagonisti istituzionali e amministrativi - Mario Mautone, il provveditore; Enrico Cardillo, l'assessore al bilancio (ora dimissionario); Giorgio Nugnes, dimissionario dall'assessorato alla protezione civile - cuciono come una giacca ben tagliata sulle spalle di Alfredo Romeo. A quanto pare, le indagini non svelano "cavalli di ritorno", mazzette che premiano la corruzione - se non pallide tracce, tutte ancora indagare - ma le fonti di prova raccolte, per la procura, sono adeguate a dimostrare la fraudolenza della gara e, quindi, la richiesta di misure cautelari - in soldoni, di arresti - inviata al giudice per indagini preliminari che, se fa in fretta (ha l'incarto da luglio), potrebbe decidere anche prima di Natale. Turbativa d'asta, dunque. Il reato non è esplosivo. Esplosive sono le conversazioni che dimostrano quanto il parolaio guerresco del confronto pubblico tra destra e sinistra sia, a Napoli, soltanto una mascherata. In realtà, ogni rivolo della spesa pubblica si decide in un compromesso utile a proteggere gli interessi personali, la rendita politica, le quote di consenso di ciascun partito. Una realtà politico e amministrativa che trova la sua conferma nel sostegno di Forza Italia alla giunta Iervolino in occasione del bilancio, nella protezione che alla Regione Silvio Berlusconi offre al pericolante Bassolino. L'equilibrio amministrativo e istituzionale non è costruito per l'interesse pubblico, con l'urgenza di lavorare insieme per far fronte alle gravi criticità della Campania, alla crisi profonda della città, ma intorno alla corruzione, al clientelismo, per usare le formule del capo dello Stato. Forse informato per rispetto istituzionale (il procuratore di Napoli Giandomenico Lepore smentisce), Giorgio Napolitano ha anticipato (se si hanno orecchie per ascoltare) le ragioni della prossima crisi politica che travolgerà, con l'inchiesta giudiziaria, l'amministrazione e il ceto politico cittadino. Lo ha fatto così: "E' assolutamente indispensabile che cambino i comportamenti di tutti i soggetti, pubblici e privati, che condizionano negativamente il miglior uso della risorse disponibili con il peso delle intermediazioni improprie che possono ricondursi a forma di corruzione e clientelismo, interferenza e manipolazione. (Bisogna) mettere in discussione la qualità della politica, l'efficienza delle amministrazioni pubbliche e l'impegno a elevare il grado complessivo di coscienza civica". A buon intenditore, poche parole.

 

La Stampa – 4.12.08

 

Elogio dell'influenza – Massimo Gramellini

Scrivo da un letto di dolore che troppo di dolore non è. Insomma, ho l’influenza come milioni di italiani e cerco di godermela fino in fondo. Mi barrico con la testa sotto le lenzuola come da piccolo, quando immaginavo che il letto fosse un sottomarino. Poi guardo fuori, ma non mi pare di perdermi un granché. Le Borse borseggiano e i terroristi terrorizzano, quasi quanto gli economisti, i quali assicurano che il 2009 sarà peggio del 2008 ma uno scherzo rispetto al 2010. La febbre è una compagna preziosa. Ti libera dallo stress e dalle scocciature. E ti consegna a quello stato di ottundimento che è la condizione ideale per concentrarti sul linguaggio silenzioso del corpo, mediatore indispensabile per raggiungere la parte più inesplorata di se stessi. Il mal di testa ti impedisce di leggere, il mal di gola di telefonare. Resta la televisione, da guardare a occhi chiusi, appisolandoti di continuo. E ogni volta, sempre la stessa scoperta: il mondo va avanti senza di te. Straziato dalla tua assenza, ma in qualche modo ce la fa. La commissione urgente si rivela rinviabile. L’appuntamento da non perdere, perdibilissimo. E il tarlo affettivo o professionale che ti teneva sveglio la notte svanisce al cospetto di una fitta alla schiena. Sei ai box a fare il pieno, a cambiare le gomme. E, se ci riesci, a dare un’occhiata al motore. Mi piace pensare che la crisi assomigli all’influenza: uno stato di malessere che prelude a un benessere meno isterico e più consapevole. Ma non datemi retta: mica sono un economista, anche se il mio delirio almeno ha l’alibi della febbre.

 

Corte dei Conti, sprechi più facili – Flavia Amabile

Il governo sta preparando un tiro mancino alla Corte dei Conti, rendendo più forte il peso della politica fra i magistrati contabili. In un emendamento firmato da Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari Costituzionali del Senato, viene ridotto il numero dei componenti del Consiglio di Presidenza. Prima erano in tutto 17: tre di diritto, quattro di nomina parlamentare e dieci scelti fra i magistrati. Con l’emendamento i consiglieri scelti fra i magistrati calano a quattro, e all’interno della Corte di Conti temono proprio che questo voglia dire un ridimensionamento del potere delle toghe a vantaggio dell’influenza del mondo politico. «Fanno male i loro calcoli - li avverte il presidente della comnmissione Affari Costituzionali - Io nei miei conti inserisco i tre membri di diritto fra i magistrati e quindi sono ancora in netta maggioranza, sette contro quattro». L’emendamento fa parte del provvedimento Brunetta sulla ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico. E’ stato approvato senza alcun voto contrario da parte della commissione Affari Costituzionali e subito dopo le vacanze di Natale sarà messo in calendario per la discussione in aula. Si tratta dell’articolo 6 bis, che prevede questa ed altre novità che ai magistrati contabili non sono piaciute per nulla. Oggi lo diranno con chiarezza in un incontro tra l’Associazione Magistrati della Corte dei Conti e il presidente della commissione Affari Costituzionali. Ed hanno proclamato la loro prima forma di protesta: una simbolica interruzione della loro attività il 16 dicembre accompagnata dal versamento di una giornata di stipendio ad una o più associazioni umanitarie. C’è anche qualcos’altro che non va nell’emendamento Vizzini: il comma 5 che prevede che enti e organismi a cui la Corte contesti sforamenti di bilancio o inefficienze, invece di adeguarsi possano fare ricorso a un nuovo collegio creato tra i magistrati contabili. E quindi nessun rientro delle somme mancanti o annullamento degli sprechi ma una opposizione che come primo, immediato risultato avrebbe soltanto un allungamento dei tempi e un aumento di sforamenti di bilancio e inefficienze. «Non vedo questo pericolo», - si difende il presidente Vizzini. Ultimo punto del contendere. l’enorme numero di poteri che dal Consiglio passa al solo Presidente della Corte. Secondo l’emendamento, ad esempio, a lui soltanto spetta la nomina e la revoca dei magistrati contabili senza alcun obbligo di rendere conto a chiunque. A lui il potere di decidere se uno di loro può assumere altri incarichi. E allora l’Associazione Magistrati della Corte dei Conti incontrerà oggi il presidente della commissione Carlo Vizzini per provare a capire se esistono margini per un ritiro dell’emendamento, ma il presidente Vizzini ricorderà loro che le modifiche sono nell’aria già da tempo. «Esisteva anche un testo molto più forte a firma di Enzo Bianco e comunque ho avuto più incontri con il presidente della Corte dei Conti che non si è mostrato contrario». Se il presidente non si è detto contrario, ci penseranno loro oggi a dirgli quello che pensano. E a ricordargli anche che i testi delle leggi andrebbero scritti con precisione perché quando ad esempio si attribuiscono poteri al presidente della Corte dei Conti si fa riferimento a un ultimo comma di un articolo 41 che di commi non ne ha nemmeno mezzo.

 

Allarme Usa. Rischio golpe a Islamabad – Maurizio Molinari

New York - Nella comunità di intelligence di Washington c’è chi teme che l’assalto terroristico a Mumbai possa celare il progetto di un golpe in Pakistan che potrebbe anticipare il passaggio delle consegne alla Casa Bianca. «Quanto avvenuto ha dimostrato la facilità con cui operano i gruppi estremisti islamici presenti all’interno del Pakistan e se il presidente Asif Ali Zardari non riuscirà a dimostrare di saper tenere la situazione sotto controllo potrebbe rischiare di essere rovesciato» afferma Bruce Riedel, ex agente della Cia ed esperto di intelligence alla Brookings Institution di Washington da dove segue lo scacchiere dell’Asia del Sud. L’ipotesi che l’attacco dal mare dei commando islamici arrivati da Karachi abbia a che vedere con la lotte di potere a Islamabad è avvalorato anche da Daniel Markey, analista di intelligence del Council on Foreign Relations di New York, secondo il quale «ci troviamo di fronte alla prova evidente che una parte dei servizi segreti non risponde al potere civile» e la scelta di dimostrarlo in maniera talmente eclatante potrebbe avere come obiettivo «quello di convincere l’esercito ad abbandonare il presidente Zardari» ex marito dell’assassinata Benazir Bhutto. Le tensioni fra il governo e gli «ambienti filo-Al Qaeda dei servizi segreti pakistani», come li descrive Jonathan Schanker, autore del libro «L’Esercito di Al Qaeda», sono «anche un risultato di quanto avvenuto negli ultimi mesi» a seguito della scelta del successore di Pervez Musharraf di facilitare le operazioni militari americane nelle aree tribali contro le retrovie di Al Qaeda e dei taleban. Era stata la Bhutto a promettere alla Casa Bianca maggiore libertà di azione contro Al Qaeda in Waziristan e Zardari ha mantenuto la promessa, scatenando l’irritazione dei fiancheggiatori del mullah Omar e di Bin Laden dentro l’apparato dei servizi segreti. «I gruppi terroristi pakistani che hanno organizzato gli attacchi multipli contro Mumbai hanno due tipi di obiettivi, nazionali e internazionali» spiega Schanker, secondo il quale «da un lato puntano a destabilizzare il governo facendo leva sulle rivendicazioni nazionaliste sul Kashmir indiano e dall’altro vogliono partecipare alla jihad globale di Osama bin Laden contro l’Occidente, i cristiani e gli ebrei». E’ la somma di queste analisi che porta a disegnare l’ipotesi secondo cui alcuni ambienti dei servizi pakistani più vicini ai gruppi islamici potrebbero aver deciso di reagire alla collaborazione fra Zardari e gli americani contro Al Qaeda con un blitz in India mirato a ridefinire l’equilibrio di potere a Islamabad prima che si insedi alla Casa Bianca un presidente come Barack Obama, che durante la campagna elettorale non ha fatto mistero di voler mettere alle strette l’alleato pakistano per riuscire a «catturare o eliminare» il regista degli attacchi dell’11 settembre 2001. E’ uno scenario che «mette a rischio di golpe l’attuale presidente» afferma Riedel, che spiega proprio con questo pericolo la massiccia mobilitazione dell’amministrazione americana: se il Segretario di Stato Condoleezza Rice è volato in India per dare sostegno all’impegno anti-terrorismo, i vertici della Cia hanno puntato l’indice contro i gruppi estremisti pakistani e Mike Muellen, capo degli Stati Maggiori Riuniti, è in viaggio verso Islamabad per colloqui diretti con i parigrado pakistani e con lo stesso presidente Zardari, è perché «si teme il peggio». Lo scenario di un colpo di stato a Islamabad in coincidenza con il cambio di amministrazione a Washington è un’ipotesi tanto più inquietante per l’intelligence americana quanto potrebbe consentire agli alleati di Bin Laden dentro i servizi pakistani di avvicinarsi pericolosamente al controllo dell’atomica. A conferma del fatto che la crisi India-Pakistan si presenta come una seria minaccia per Washington nei prossimi mesi, il presidente entrante Barack Obama ha fatto trapelare ieri la scelta di affidarne la gestione a Richard Holbrooke, l’ex uomo-Balcani dell’amministrazione Clinton noto per l’esperienza maturata negli scenari di guerra regionali.

 

Liberazione – 4.12.08

 

Caso Sky: la borghesia si è spezzata! - Piero Sansonetti

Lo scontro tra Berlusconi e Sky, e poi - soprattutto - quello tra Berlusconi e i direttori del Corriere della Sera e della Stampa, segnala che è successo qualcosa di molto importante, e della quale non ci eravamo accorti, nel Gotha della borghesia italiana. Sin dall'inizio dell'era Berlusconi - che data da prima del 1994, cioè da prima del suo diretto impegno politico - la borghesia italiana si era spezzata in due tronconi. Cioè aveva perso la sua caratteristica di classe "unica", con fortissima leadership torinese e agnelliana. E aveva visto sfibrarsi il suo monolitismo, la sua compattezza. Berlusconi si era messo alla testa di una fronda, che poi era diventata sempre più forte e alla fine aveva conquistato la leadership, emarginando la cordata torinese e mettendo in ombra, per la prima volta, Agnelli e il suo carisma. Questa rottura aveva provocato molte altre rotture al vertice del paese. Secondo me anche Tangentopoli è stata in parte un effetto delle divisioni della borghesia e della conseguente perdita di prestigio e di autorità, e del dissolversi del blocco di potere (politico, economico, ma anche giudiziario e informativo) che aveva dominato l'Italia nel dopoguerra. Questa divisione nella borghesia, con la sconfitta dell'ala agnelliana e il prevalere sempre più netto dei «berluscones», ha raggiunto l'apice nella famosa riunione di Confindustria a Vicenza, all'inizio del 2006, quando lo scontro tra Berlusconi e Montezemolo fu esplicito e durissimo, addirittura platealmente rissoso. Sul piano politico la divisione ha avuto molti effetti. Uno dei quali è stato l'avvicinarsi della parte più grande del centrosinistra alle idee e alla cultura (e all'amicizia) dell'ala prima agnelliana e poi montezemoliana della borghesia. Avvicinamento dovuto allo sbando delle forze riformiste, sia in seguito al terremoto dell'89, sia, ancor di più, al momento della fine del clintonismo e alla disfatta di quella che è stata chiamata la terza via. Il partito democratico è nato così: dalla fusione tra forze moderate, centriste e riformiste, che rinunciavano all'opzione socialdemocratica e accettavano di mettersi sotto l'ala della borghesia torinese, e del suo modo di vedere le prospettive e gli interessi del paese. Poi però le cose sono cambiate. E sono cambiate durante i due anni del governo Prodi. Quando i poteri forti si sono in modo compatto schierati contro il governo del professore, e alla fine i montezemoliani hanno rinunciato alla propria autonomia e si sono piegati al berlusconismo. Walter Veltroni, che aveva puntato molto sul nuovo volto interclassista e ipermoderato del Pd, ha visto franare la base sociale e "storica" della sua ipotesi politica, e il partito democratico è rimasto senza terra sotto i piedi, specie dopo la sconfitta elettorale. E, seppure in modo impercettibile, si è spostato a sinistra. Bene, le cose stanno cambiando di nuovo. La saldatura tra borghesia torinese e berluscones si è già rotta. E' durata poco. La gravità della crisi economica - insieme alla fine delle certezze politiche, per esempio quelle che venivano dall'America di Bush - ha spinto ciascuno a chiudersi nei suoi interessi immediati e a vedere i suoi alleati come concorrenti e nemici. Non credo che l'attacco di Berlusconi a Murdoch possa essere stato casuale. E' chiaro che è avvenuto dentro un'idea di guerra di interessi molto più grande. In altra sede si può fare un'analisi della ragione o del torto, in questa vicenda specifica. Cioè se è giusto o no tassare la Tv a pagamento imponendo un'Iva in linea con quella di altri prodotti di consumo. Quello che mi preme dire è che questo conflitto si è innestato in un conflitto più grande, e lo dimostra lo scontro campale che si è aperto tra i giornali più vicini alla borghesia montezemoliana e il premier. Le parole usate l'altra sera da Berlusconi contro i direttori del Corriere della Sera e della Stampa sono di incredibile violenza. A memoria, non riesco ricordare un episodio simile di scontro tra il governo e i due giornali più importanti della borghesia italiana. Credo che bisogna risalire agli anni venti, quando in un clima ben diverso, si arrivò alla resa dei conti tra Benito Mussolini e il direttore del Corriere Luigi Albertini. Ora ci sono due domande. La prima è: cosa ha provocato questa rottura? La seconda è: quali conseguenze avrà? Non ci sono risposte nette e scontate. Sicuramente - questa è una delle cause della rottura - la borghesia italiana non è in grado di governare passaggi così difficili come una crisi «di fase» del capitalismo. La divisione al momento del pericolo e della decisione, è un'ulteriore conferma della sua debolezza. E non escluderei che in parte sia originata anche da fattori politici. Per esempio il probabile indebolirsi delle ricette «populiste», che sono state il carburante della destra in questi ultimi 15 anni. E questo indebolirsi - forse - è anche dovuto alla vittoria di Obama, e dunque al cambio del «vento», alla modifica dell'immaginario collettivo che l'obamismo ha prodotto non solo in America. Quali conseguenze avrà questa "frattura" lo vedremo presto. Per ora ha spinto di nuovo il Pd tra le braccia del montezemolismo. Che si è arricchito di una componente, come dire, "murdocchiana". La battaglia appassionata del Pd a favore di Murdoch è la prima battaglia seria che questo partito ha avviato da quando è all'opposizione. E questo, ovviamente, fa un po' impressione e preoccupa, getta un'ombra sul futuro del partito. Non credo però che le conseguenze si fermeranno qui. Avranno ripercussioni pesantissime anche nell'altro campo, nella destra. Che da oggi è molto meno sicura di prima che il suo periodo d'oro debba durare a lungo. Molto presto potremmo trovarci a discutere di una cosa che ormai ci sembrava fantapolitica: la crisi della destra.

 

Telecom, altri 4000 a casa e la GM (Usa) ne licenzia 30 mila

Roberto Farneti e Martino Mazzonis

La Telecom Italia ha presentato, in sede ufficiale, a Londra, il piano triennale. Cosa prevede? Innanzitutto un forte ridimensionamento del personale. Ai 5000 licenziamenti già previsti se ne aggiungono altri 4000. I primi 2000 avverrano subito, entro la fine del mese. Gli altri seguiranno a scaglioni. Perché Telecom è a questo punto? Diciamo che è un esempio fulgido di come lo Stato «liberalizzatore» può privatizzare, aiutare i capitalisti, e distruggere il capitale. Telecom è stata il teatro del peggior capitalismo italiano, quello puramente speculativo. Colaninno e Tronchetti Provera per fare due nomi. Che hanno preso una buona azienda dallo Stato, ci hanno fatto un sacco di soldi e l'azienda l'hanno rovinata. Negli Stati Uniti si fa altrettanto. Stavolta nell'occhio del ciclone c'è la GM (General Motors) il colosso metalmeccanico presente in tutto il mondo (in Europa produce le Opel). La GM - ha spiegato al New York Times il suo direttore George M. C. Fisher -, rischia la bancarotta. E per evitarla -ha detto - c'è una sola strada: che lo Stato intervenga, con aiuti per 18 milioni di dollari, in cambio di un piano licenziamenti massiccio: 30.000. Che porterebbero da 95 mila a 65 mila il numero dei dipendenti. Tagli al personale per 4mila unità, che vanno ad aggiungersi ai circa 5mila esodi su basi consensuali e volontarie concordati solo pochi mesi fa con i sindacati. Undici anni dopo "la madre di tutte le privatizzazioni", sono ancora i lavoratori di Telecom Italia a pagare l'eredità del debito di 61mila miliardi di lire contratto con le banche, nel 1997, dalla Tecnost di Roberto Colaninno per lanciare l'opa e impadronirsi della compagnia telefonica. Il taglio successivo di decine di migliaia di posti di lavoro, con mobilità a spese dello Stato, e la svendita di numerose attività dal 2001 al 2005, non ha cambiato di molto la situazione. Basti dire che a fine settembre 2008 l'indebitamento finanziario netto del gruppo era di 35mila 770 milioni di euro. Adesso l'obiettivo di Telecom Italia è di far scendere questo indebitamento di «almeno 5 miliardi di euro entro il 2011». L'annuncio lo ha dato ieri a Londra l'amministratore delegato del gruppo telefonico, Franco Bernabè, presentando il piano industriale 2009-2011. Un piano concentrato «sull'efficienza e la riduzione dei costi e degli investimenti, anziché sulla innovazione e la crescita», come sottolineato "a caldo" dal segretario confederale della Cgil, Fabrizio Solari. Oltre al taglio della forza lavoro - che nel mercato domestico scenderà dai «64mila del 2007 a 55mila nel 2011», con una riduzione del 14% - Telecom Italia prevede infatti di cedere alcune attività non strategiche, operazione che dovrebbe portare nelle casse della società fino a 3 miliardi di euro. Tra le attività cedibili sono classificate la banda larga europea, cioè la tedesca Hansenet e l'olandese BBNed, Ti Sparkle, che opera nella connettività a banda larga e il 27% detenuto nella cubana Etecsa. Lo sviluppo dei ricavi «superiore al 2% annuo» (considerando che nel periodo di piano in Italia si punta a uno 0,2% annuo) è affidato principalmente al Brasile, paese che «rappresenta un solido mercato emergente» e all'Argentina, dove Telecom Italia intende risolvere il contenzioso con il socio locale, la famiglia Werthein, assumendo il controllo di Sofora agli inizi del 2009 attraverso l'esercizio della "call option". Nessuna intenzione invece di "mollare" la rete, considerata strategica. «La nostra risposta - ha ribadito Bernabé - è Open Access, l'abbiamo già sottoposta al regolatore e avremo una risposta a giorni». Ovviamente tutto questo sarà oggetto di confronto con i sindacati. L'ad del gruppo si è detto «fiducioso» sul raggiungimento di una intesa ma le prime reazioni sono piuttosto dure. «Grandi manager, grandi aziende, la solita cura: tagli, tagli, e ancora tagli», osserva Bruno Di Cola (Uilcom), mentre la Cisl è preoccupata. Per i Cobas della Telecom «ci troviamo di fronte all'ennesimo bagno di sangue preannunciato» che avrà come prima risposta un presidio il 12 dicembre, in occasione dello sciopero generale, sotto la sede della direzione generale Telecom a Roma. Anche la Fnsi, il sindacato dei giornalisti, mette le mani avanti e chiede chiarezza sulla vendita di Telecom Italia Media. Sul versante politico, la notizia dei 4mila nuovi esuberi sembra mettere in difficoltà il governo, che teme di dover stanziare nuove risorse per alimentare il fondo per la cassa integrazione. «La generosità degli ammortizzatori sociali non deve incoraggiare una facile espulsione dei lavoratori dai luoghi di lavoro, se non in presenza di una esigenza incontenibile per la sopravvivenza della società», ammonisce il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, partecipando alla registrazione della puntata di Economix di Rai Educational, in onda domani sera su Raitre. Per Rifondazione questi tagli «rappresentano la definitiva sconfitta della stagione delle privatizzazioni "all'italiana", di cui l'ultimo episodio è l'operazione Alitalia-Cai». Secondo Roberta Fantozzi della segreteria nazionale del Prc ed Ugo Boghetta, responsabile nazionale lavoro, è ora di dire «basta con l'utilizzo della cassa integrazione» soprattutto da parte di aziende «che in questi anni hanno ottenuto grandi profitti». Con una crisi economica «che si presenta lunga e dagli esiti disastrosi è necessario difendere ogni posto di lavoro; magari anche con l'occupazione dell'aziende stesse», concludono gli esponenti del Prc.

Tiger Woods, il campione miliardario di golf non sarà più il testimonial della Buick, uno dei marchi di General Motors. Costava 7 milioni di dollari l'anno e la settimana scorsa l'ex gigante automobilistico ha reso noto che non rinnoverà quel contratto pubblicitario. Da ieri, GM ha anche annunciato che terrà sulle piste la piccola flotta di aerei che portava in giro i dirigenti. Viaggiano poco e costano troppo. Almeno per una compagnia le cui vendite novembre sono calate del 41 per cento e che si aspetta un crollo del 32 per cento su base annua. Le "Big Three" dell'auto Usa, General Motors, Ford e Chrysler, tornano a chiedere soldi al Congresso e a ribadire che senza l'aiuto pubblico non ce la faranno ad evitare la bancarotta. In una rara intervista, l'amministratore delegato della più importante delle tre case auto, George Fischer, ha spiegato che tutte le opzioni sono sul tavolo ma che la bancarotta sarebbe un tale danno per il marchio da impedire al comparto auto Usa di ripartire sotto una nuova identità. GM, Chrysler e Ford chiedono che lo Stato intervenga per un totale di 34 miliardi di dollari. Fischer ha detto che al suo gruppo ne servono almeno 12 e in fretta e poi una linea di credito di 6 per garantirsi liquidità «se la crisi dovesse continuare». Ford e Chrysler chedono di poter accedere a prestiti rispettivamente di 9 e 7 miliardi di dollari. Il nodo della discussione tra le imprese e il Congresso è relativo alla mancanza di un vero piano di rilancio da parte del management. Durante l'ultima audizione in Congresso, quando le "Big three" fecero la prima richiesta di soldi, i parlamentari Usa negarono il finanziamento pubblico perché da parte dei manager non c'èra stata nessuna forma di autocritica sulla gestione passata e non esposta nessuna idea di futuro. I parlamentari Usa chiederanno alle case di Detroit di dimostrare di essere vitali e dunque di avviare piani di rinnovamento, che giustifichino l'elargizione di soldi pubblici. Gli amministratori delegati di Gm e Ford hanno già detto di essere pronti a lavorare per un salario di un dollaro l'anno. Ci mancherebbe. Saranno migliaia di operai a perdere il lavoro: il piano GM prevede 30mila tagli entro il 2012, la chiusura di chiuderà 9 impianti e di 1.750 concessionari. Per risanare i conti GM ha messo sul mercato alcuni dei suoi marchi, ad esempio Humvee, che produce quelle specie di carri armati che si vedono spesso sulle strade americane e che hanno cominciato a fare la loro comparsa anche su quelle italiane, che non si fanno mai mancare nulla. Tra i marchi in vendita ci sarà anche Saab, comprata nel '90 in Svezia. Con i tempi che corrono sarà difficile trovare acquirenti. Un po' meglio Ford, che chiede i soldi solo come ciambella di salvataggio nel caso la crisi dovesse durare più del previsto, impegnandosi a tornare in pareggio entro il 2011 se il prestito le verrà accordato. Le tre società sono pronte a puntare sulla produzione di veicoli verdi e sulle auto ibride. Era ora, da anni tutti gli analisti spiegano che le auto di produzione americana, più pesanti, più costose e che consumano più benzina, sono fuori dal tempo. Per questo il presidente eletto Barack Obama ha spiegato che ogni eventuale piano di salvataggio di Detroit - ha detto Obama - «deve basarsi su una valutazione realista del mercato». È importante che gli Usa possano avere un'industria dell'auto in salute ma «al tempo stesso dobbiamo fare in modo che l'aiuto pubblico sia dato ai costruttori sulla base di una valutazione realistica del mercato e sul modo in cui rendere queste imprese in grado di prosperare nel lungo periodo». Una novità di ieri è la disponibilità del sindacato auto di Detroit a ricontrattare una serie di accordi. Tra questi c'è la possibilità di vendere la gestione dell'assicurazione sanitaria aziendale a qualche compagnia. Ad oggi, infatti, GM paga per la sanità dei pensionati con un costo insostenibile nella situazione attuale. I sindacati sono entrati a far parte della partita in pieno, spingendo anch'essi sul Congresso perché l'aiuto venga concesso. L'amministrazione Obama e gli eletti democratici hanno a questo punto un problema piuttosto grande: se non concederanno gli aiuti avranno colpito duro una categoria tra quelle tornate a votarli proprio quest'anno; se lo concederanno senza stabilire criteri rigidi, rischiano di regalare soldi alle imprese come Paulson sta facendo con le banche.

 

Brunetta costa milioni alle scuole italiane - Claudio Jampaglia

Milano - Questa è la storia di come il decreto Brunetta, quello contro i "fannulloni pubblici" rischia di costare un occhio della testa alla scuola italiana (le Gelmini non arrivano mai da sole) e di mangiarsi tutti i fondi per la cosiddetta "autonomia scolastica". E di come il furore moralizzatore dello scatenato ministro non abbia forse fatto i conti con la dovuta copertura finanziaria. Obbligatoria. La legge Brunetta impone la verifica delle assenze per malattia dei dipendenti pubblici al primo giorno, festivi compresi. Vale per tutti. O meglio per quasi tutti, visto che forze dell'ordine (guardie carcerarie comprese) sono escluse. Vale però per le scuole. Che cambiano così regime. Prima le "visite fiscali" erano a discrezione del dirigente scolastico che se sentiva aria di assenteismo le mandava. Altrimenti prendeva per buona la dichiarazione del docente o del lavoratore. Ma la caccia al "lavativo pubblico" è senza quartiere. E la visita diventa obbligo, immediato. E in ogni momento. Le "fasce di visita" vengono ampliate a tutta la giornata, con esclusione dell'orario 13-14 (anche i medici vanno in pausa pranzo). Giusto o sbagliato che sia. Il provvedimento ha sicuramente l'effetto di spaventare i lavoratori pubblici (che si ammalano di meno) ma anche quello di aprire una voragine nei costi delle scuole. Visto che le visite si moltiplicano e la tariffa è stata aumentata. Facciamo un caso: Milano. I dati sono quelli ufficiali dell'Asl della città. Da settembre a ottobre le visite fiscali scolastiche ammontano a 4246 contro le 2248 del 2007. Praticamente raddoppiate. Vale per il resto d'Italia (tranne Napoli). Con una differenza. Le richieste raddoppiano, ma non è detto che le Asl poi dispongano la visita. Bisogna vedere se hanno i mezzi per farle. E chi paga? Le scuole hanno iniziato ad inquietarsi. Gli uffici regionali e provinciali a interrogarsi, le Asl (almeno a Milano) ad organizzarsi. Potenziato il servizio dei medici fiscali pagati a gettone, mobilitato anche il personale dipendente, formazione ad hoc per gli operatori. Stanno anche pensando a una razionalizzazione delle richieste. Con un manuale per le scuole. «Ci siamo organizzati per l'impatto. Ma il problema per la visita per un giorno solo rimane». Intanto partono le circolari. C'è infatti una sentenza della Corte di Cassazione del maggio 2008 che dispone che "i datori di lavoro pubblici devono sostenere gli oneri per le visite fiscali richieste all'Asl per far accertare le cause dell'assenza per malattia dei dipendenti". La visita fiscale non rientra nel Livelli Essenziali di Assistenza garantiti dallo Stato. E' un di più. L'interesse di fare le pulci al lavoratore assente è solo del datore di lavoro. Ma chi è il datore di lavoro pubblico? Il ministero che obbliga il comportamento? No la scuola che lo subisce. E le circolari di diverse Asl lombarde uscite in questi giorni recitano: paga "l'ente pubblico richiedente". Almeno dal 17 novembre in avanti. E prima vanno "in fanteria"? Se lo chiedono i presidi e i consigli di istituto. Ma non ci sono molti precedenti. Un preside dell'hinterland ci racconta, ad esempio, di un solo caso l'anno scorso di una Asl siciliana che gli chiedeva il conto per un paio di visite fiscali. Le fatture le ha mandate all'Ufficio scolastico provinciale. Chi pagava non si sa. Almeno non lo sanno i diversi presidi interpellati. Forse la Regione, forse il ministero. Sta di fatto che da settembre è scoppiato il problema. E l'Ufficio regionale scolastico richiesto di parere ha detto la sua. Tocca alle scuola. Ma diversi presidi interpellati ci dicono che non se ne parla nemmeno: «I soldi non ce li abbiamo, una voce di spesa ad hoc non esiste, quindi non paghiamo. Che ci vengano a pignorare le scrivanie», dice il preside di una grande scuola media della città (120 dipendenti, 35 visite finora). Sarebbe il colmo. «I nostri soldi sono divisi in quattro fondi - ci spiega un altro preside di un comprensorio di due elementari e due medie - quello "d'istituto" dedicato ai dipendenti per l'arricchimento dell'offerta formativa, quello per le attività supplementari di didattica, i cosiddetti progetti, poi ci sono risorse per le "funzioni strumentali" ovvero per gli insegnanti che svolgono attività d'organizzazione o coordinamento, il fondo supplenze e alla fine i soldi della "autonomia". Nel mio caso sono 4mila e 200 euro per i quattro istituti». Niente. Una vergogna. Capite perchè poi i genitori devono portare carta igienica e sapone a scuola? Da questa miseria si dovranno detrarre i costi delle visite fiscali. E non rimarrà niente. A meno di prenderli dalle supplenze. Che già non bastano. L'anno scorso lo stanziamento, dopo verifica ministeriale, è stato praticamente raddoppiato a tutti gli istituti. «E siamo arrivati al pelo», dicono quasi tutti. Quest'anno una recentissima circolare ministeriale avvisa che non si potrà integrare in ogni caso più del 50% della dotazione di base. Altri tagli. Ma quante sono le visite obbligatorie e quanto costano? Secondo l'Asl di Milano nel 2007 le visite in città sono state 12454 per i soli istituti pubblici. Se il trend è il raddoppio, Brunetta costerà 1milione 400 mila euro alle scuole milanesi. Quanto fa in Lombardia? Una proiezione del dato direbbe più di 6 milioni di euro. Da moltiplicare per il resto d'Italia. E alla fine quanto fa? Lo chiediamo al ministero, che questi conti dovrebbe averli già fatti. Se non nella presentazione della legge, almeno per correre ai ripari. E qui comincia la seconda grana. Ma la copertura finanziaria del decreto legge 112 del 25 giugno 2008 (convertito in legge il 5 agosto) c'è? Una domanda legittima. Anche per il Presidente della Repubblica che quel decreto ha firmato. Qualcuno si è preoccupato di chi paga il conto finale? O si scarica sulla autonomia scolastica anche questo. Sarebbe la beffa finale. Interpellata, la Cgil regionale non vuole fare stime, ma è preoccupata: «Il punto non è nemmeno il quanto ma il demandare alla scuola la copertura finanziaria di queste spese, aumentate per il decreto Brunetta e non coperte dagli stanziamenti dello Stato - commenta Corrado Ezio Barachetti, Segretario Flc - tenendo presente che lo stesso decreto ammette per difficoltà certificate dell'istituto la possibilità di non provvedere alle visite fiscali...». Quindi è una messinscena? «Queste misure di rigidità sulla scuola sono assurde, tornelli e visite fiscali non fanno la qualità del lavoro. Un maestro sempre presente che fa male il suo mestiere passerebbe l'esame Brunetta». Commenta il preside di un istituto tecnico, uomo di sindacato e di sinistra: «Il decreto è contraddittorio. Un po' di disonesti li scoraggia. Ma è un peso anche per gli onesti che quando hanno davvero problemi si trovano in strettoie burocratiche assurde». Ci vorrà molto buon senso per applicarla. All'italiana. A meno che si voglia chiedere ai genitori di supplire anche a questo. "C'è un medico tra i vostri papà e mamme? Deve andare a casa del maestro".

 

La rete, Berlusconi vuole più divieti. Obama meno copyright

Stefano Bocconetti

Berlusconi ne parlerà al vertice dei «grandi», a La Maddalena, e non all'Onu. Perché il Palazzo di vetro è ormai diventata un'organizzazione «pletorica». Che cosa proporrà ? Su questo, il presidente non ha detto una virgola di più. Forse l'idea gli è venuta ieri, sul momento, forse la deve dettagliare. Comunque per ora non si sa nulla. C'è solo l'annuncio. Che appunto suona come una minaccia. Perché è lo stesso premier che 24 ore fa - non qualche anno fa col caso Biagi, ma l'altro ieri - ha proposto il licenziamento dei direttori dei due più importanti quotidiani perché poco graditi. Perché è alla testa di un governo che in meno di otto mesi, è riuscito a vietare tutto. Dalla possibilità di entrare in questo paese all'elemosina. Tutto vietato. La sua suona come una minaccia, dunque. Ma la verità è che quelle frasi sarebbero pericolose anche se a pronunciarle fossero altri. Perché il problema della rete non è nella mancanza di regole. E' nel fatto che non arriva dappertutto, perché costa troppo. E chi dovrebbe farlo, fa i conti solo con i bilanci. E' nel fatto che due terzi del mondo dispone del 95% delle connessioni. Quindi del 95% delle informazioni. Il problema della rete è che lo strumento più democratico di fruizione della cultura sta per essere soffocato dalle lobby del copyright. Le regole, allora. Le regole che ha in mente Berlusconi hanno poco a che fare con tutto questo. E di tutto la rete sente il bisogno meno che di nuove leggi. Che esistono già, e sono operative. La lotta alla pedofilia è condotta dal Canada al Sud Africa sulla base di norme esistenti, così come la lotta al terrorismo. E laddove non è arrivata la legge, la rete si è autogovernata. Per fare un esempio: tutti conoscono «wikipedia», l'enciclopedia on line fatta col contributo di milioni di utenti. Bene, «wikipedia» si è data norme quasi ferree, che impediscono, o attenuano, gli abusi. No, Berlusconi pensa ad altro. E infatti dice che Internet è «un forum mondiale che va regolamentato». Che va controllato. In questo, rivelando molte analogie col centrosinistra. Visto che in Italia la proposta più liberticida di «regolamentazione» dei blog - cioè dei luoghi dove si esprime il massimo di libertà d'opinione - porta la firma dell'ex sottosegretario del governo Prodi, Levi. La rete va imbavagliata, ancora. Come ha fatto il suo amico Sarkozy che ha deciso di espellere dalla rete chi è sospettato di scaricare file protetti dal copyright. Come vorrebbe fare l'Europa dove il consiglio dei ministri ha varato una proposta che - se approvata - consentirebbe alle polizie di introdurre virus nei pc in modo da poterli spiare. Come ha fatto l'America di Bush che, dopo l'11 settembre, s'è arrogata il diritto di violare qualsiasi privacy. Sì, l'America di Bush. Quella di Obama non si sa ancora ma in ogni caso la sua prima mossa è in controtendenza. E' di ieri l'annuncio che tutto ciò che era leggibile, ascoltabile, visibile sul sito del neo presidente sarà disponibile sotto licenza «creative commons». Basterà citare la fonte e chiunque potrà prendere quel che vuole, rielaborarlo, assemblarlo, smontarlo. Non ci sarà copyright. Nel suo piccolo Obama comincia a disegnare una rete libera. Per realizzarla, però, dovrà fare i conti con Berlusconi e gli altri. A cominciare dal prossimo vertice economico.

 

«Boicottiamo l'8 per mille» - Castalda Musacchio

«Boicottiamo il Vaticano destinando ad altri l'8 per mille». Dopo l'iniziativa di "Liberazione" - una protesta di massa da tenersi nel giorno in cui all'Onu andrà al voto la risoluzione per la depenalizzazione dell'omosessualità - i Radicali rilanciano l'invito rivolto a tutti i contribuenti con l'obiettivo - spiegano Marco Perduca, senatore radicale-Pd, e Alessandro Capriccioli, membro del Comitato nazionale di Radicali italiani - di negare il proprio contributo di cittadini italiani a un'istituzione tutta protesa verso quell'integralismo che crea discriminazioni e nega i diritti fondamentali degli individui. «Per questo - spiegano - si invitano tutti, a partire dalla prossima dichiarazione dei redditi, a destinare il proprio 8 per mille a soggetti diversi dalla Chiesa Cattolica, per non finanziare ancora chi si batte quotidianamente contro l'autodeterminazione degli individui e la loro libertà di scelta». Del resto, alla mancata adesione alla campagna Onu di depenalizzazione dell'omosessualità, motivata dalla pretesa esigenza di non discriminare gli Stati che discrimano i gay, si è aggiunto un rifiuto "inspiegabile", se non in un'ottica di puro oscurantismo ideologico, quello di non firmare la convenzione sui diritti dei disabili, adducendo questa volta i riferimenti alla salute riproduttiva contenuti nel documento (leggi no all'aborto, ndr). E' ora, però, di dire "Basta"! E questo, sicuramente, lo urleranno quanti parteciperanno sabato al sit in promosso da Arcigay Roma, Arcilesbica e Certi diritti, in piazza Pio XII, adiacente a San Pietro, una linea di confine tra lo Stato italiano e quello Vaticano. «La posizione di non impegnarsi per la depenalizzazione universale dell'omosessualità - precisa Fabrizio Marrazzo, presidente di Arcigay Roma - ha turbato fortemente non solo la nostra comunità. Il Vaticano continua ad offendere la vita di milioni di persone criminalizzandone l'orientamento sessuale. Una posizione contraria a qualsiasi concetto evangelico di amore e fratellanza». Lo stesso concetto sul quale ha appuntato la sua attenzione Liberazione nell'editoriale andato in edicola ieri l'altro dove si è lanciato l'invito al boicottaggio del Vaticano, già accolto con soddisfazione da numerose associazioni ed esponenti del mondo laico, invitando anche tutti i cittadini «a vestirsi con una maglietta o un indumento rosa - come la stella che era imposta ai gay nei lager - e andare a manifestare in piazza San Pietro all'ora dell'Angelus». Ieri, a Genova, in segno di protesta, gay lesbiche e trans si sono di nuovo ritrovati davanti all'Arcivescovado del capoluogo ligure - che sarà sede del prossimo gay pride - per esprimere di nuovo la loro indignazione e la loro rabbia. Non si possono certo dimenticare alcune immagini che continuano a fare il giro del mondo. Quella denuncia pubblicata su tutti i quotidiani di chi ormai è ricordato solo attraverso le iniziali: M.A. e A.M., i ragazzi impiccati nella piazza Edalat (della Giustizia) di Mashad, città sciita nel nord-est dell'Iran. E impiccati pubblicamente, nonostante uno di loro fosse persino minorenne, perché dichiarati omosessuali dopo 14 mesi di prigione e 228 frustate. Non si può ancora certo tacere il fatto che nel mondo ci siano ben 88 paesi che discriminano le persone con carcere, torture e lavori forzati a causa del loro orientamento sessuale. In sette di questi - Iran appunto, Arabia Saudita, Yemen, Emirati Arabi, Sudan, Nigeria, Mauritania - essere gay, lesbiche o trans significa andare incontro con una matematica certezza alla pena capitale. Cosa aggiungere ancora al rifiuto di firmare la convenzione Onu per i diritti dei disabili? In questo caso si sta parlando di circa il 10% della popolazione globale a cui viene negata la possibilità persino di accedere a quei diritti fondamentali - salute, istruzione, accesso al lavoro, libertà di movimento, libertà dallo sfruttamento - che vengono riconosciuti se non altro come valori universali. Marrazzo continua. «E' per questi motivi che vogliamo rivolgerci a tutti, anche ai fedeli cattolici che non possono essere offesi come noi da parole che negano la vita della persona. E' proprio a loro - aggiunge - che chiediamo di riflettere, perché siano al nostro fianco in un momento in cui è importante ribadire che nessun credo religioso può giustificare l'opposizione alla cancellazione di una barbarie che produce incarcerazioni e sentenze di morte». Eppure? Eppure Frattini, il ministro degli Esteri, fa da sponda alla richiesta che giunge Oltretevere. E non ha mancato di osservare a chi gli chiedeva di commentare il "no" Vaticano alla convenzione per i diritti dei disabili che, certo, non ci può essere una «legittimazione internazionale dell'interruzione di gravidanza» perché questa è una materia che va regolamentata a livello nazionale. Il governo italiano, ha spiegato ancora il reggente della Farnesina, «pensa che il tema della disabilità debba essere affrontato come un diritto fondamentale: quello cioè dei disabili ad essere aiutati ed inseriti nella società». Ma sarebbe sbagliato, argomenta il ministro, «trarre da ciò una conseguenza di legittimazione internazionale dell'interruzione di gravidanza, perchè questa materia è competenza delle regole nazionali». Quel che è certo è che il mondo non ha bisogno di integralismi. Ma l'Italia, a maggior ragione, non merita questa regressione culturale. L'auspicio è che agli appelli lanciati da Liberazione e dai Radicali almeno i laici rispondano con fermezza.

 

Manifesto – 4.12.08

 

I morsi della crisi - Gabriele Polo

La Telecom annuncia 9.000 licenziamenti; si aggiungono ai tagli provocati dal regalo di Alitalia a Colaninno (che pagheremo a lungo) e alle tante dichiarazioni di crisi che le imprese italiane annunciano ogni giorno, con relativi «esuberi». Per non parlare del mezzo milione di precari che a giorni resteranno senza lavoro. Dall'altra parte dell'Atlantico la General Motors pretende 18 miliardi di dollari dal governo Usa, pena il fallimento; e caccia 31.500 dipendenti. Il «grande crack» del liberismo morde tutto il mondo ricco; quello povero ne aspetta gli effetti. Gli alfieri del libero mercato ripudiano in fretta la loro religione e chiedono - più che altro impongono - il soccorso degli stati. Perché loro rappresenterebbero l'interesse superiore delle nazioni. La più grande crisi economica dal '29 sta travolgendo tutto, ma non sono i responsabili a pagarla. Ci si può consolare con «l'avevamo detto che andava così», ma sarebbe come fare il verso a La Malfa (Ugo), profeta di sventure che alla fine vi si adeguava sempre. Certo è che tutti gli equilibri (economici, sociali e politici) ne usciranno mutati a livello mondiale. L'asse della ricchezza si stava già spostando «naturalmente» dall'Atlantico al Pacifico, ora la crisi accelererà il processo. La forbice che divide ricchi e poveri si allargherà soprattutto nei paesi del primo mondo. Gli Stati uniti rinunceranno all'unilateralismo (economico, oltre che militare) concentrando più risorse in garanzie per i propri cittadini, mentre nella vecchia Europa tutto il sistema produttivo va verso l'implosione facendo riesplodere le chiusure nazionaliste e la ferocia che portano seco. Su questo si ridefiniranno l'intervento pubblico e la politica, che in Italia ha già una sua linea chiara nel nazional-populismo di Berlusconi e Tremonti. Ma che potrebbe non fermarsi lì: sappiamo cosa abbia prodotto in Europa la grande crisi del secolo scorso. Solo gli illusi possono pensare che siamo di fronte a qualcosa di passeggero e che, una volta passata la buriana, tutto potrà tornare come prima: riducendo Berlusconi al frutto di un conflitto d'interessi, Tremonti a un mattacchione, le richieste delle imprese al solito assistenzialismo italiota, i licenziamenti a un problema di ammortizzatori sociali, la violenza e il fascismo sociale che segnano la vita quotidiana a episodi di devianza. Senza mettere, invece, in campo altre ricette per affrontare il grande crack. Che, avendo un po' di coraggio, potrebbe estendere il numero di chi chiede un altro modello di sviluppo. Alla base del quale non c'è l'alternativa tra il sì e il no all'intervento pubblico in economia, ma lo scontro su «quale» intervento pubblico. Cioè su un'idea di società che non sia a supporto degli interessi privati: per fare un solo esempio, affrontare la crisi non accettando le mance per i poveri ma lanciando, con il supporto della mano pubblica, una riconversione industriale in chiave ambientale-energetica. Una vecchia idea della sinistra che fu, su cui oggi sarebbe importante ricostruire le culture politiche. E farle vivere negli scontri sociali che si preparano - a partire dallo sciopero generale del 12 dicembre - piuttosto che enunciarla burocraticamente in distratti programmi elettorali, mentre tutte le attenzioni del ceto politico sono riservate alla propria riproduzione. Che non ha alcun futuro, se non si guarda in faccia la crisi e non la si combatte nel vivo del corpo sociale che la subisce.

 

Sparate su bond e bollette
ROMA - Una serie di sparate del governo, ieri, dopo il rientro della «tempesta Sky» sul decreto anti-crisi. Il ministro dello Sviluppo Economico Maurizio Scajola, da un lato, è stato fin troppo ottimista, spingendosi a ipotizzare, per l'anno prossimo, un risparmio di 2800-3000 euro a famiglia in forza del calo dei costi energetici (in particolare del petrolio). Dall'altro lato, una dose di pessimismo è venuta invece dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi, che ha accostato il rischio sul debito italiano a quanto avvenne in Argentina qualche anno fa, affermando che «il rischio di default per lo Stato è improbabile ma non impossibile». Più tardi il ministro ha fatto dietro-front, spiegando di «non aver mai detto che l'Italia è a rischio bancarotta», ma ormai la frittata era fatta e ovviamente l'opposizione si è scatenata. «Le famiglie italiane nel 2009 - ha spiegato Scajola all'audizione presso la commissione agricoltura della Camera - potranno beneficiare di una riduzione valutabile tra 2.800 e 3 mila euro della spesa legata a benzina, gas ed energia elettrica. Tale risparmio - ha precisato - deriva dal confronto tra i costi sostenuti dalle famiglie nel 2008 per benzina, gas ed elettricità e la minor spesa prevista per il 2009 derivante dal calo del prezzo del petrolio e dai conseguenti minori costi energetici». Il ministro ha poi aggiunto che l'«allineamento alla media dei prezzi Ue si raggiungerà grazie al decreto legge 112», tentando praticamente di far incassare al governo un calo di tariffe che invece sarà deciso dalle authorities e dai distributori di benzina, e che in ogni caso è difficile che raggiunga l'entità di 3000 euro. Proteste del Pd e del Prc: il Pd spiega che «invece tardano ad arrivare, proprio nella filiera agroalimentare, ancora gravata da troppi passaggi, le riduzioni di prezzo annunciate». Mentre per Paolo Ferrero (Prc), «il governo mente: le tariffe non diminuiranno, e loro non stanno facendo nulla per dare sollievo». Quanto all'allarme lanciato da Sacconi, il ministro ha spiegato: «Anche io (come Tremonti, ndr) sono preoccupato per il rischio di default del Paese con il debito che ha. C'è qualcosa di peggiore della recessione che è quello della bancarotta dello Stato. E' un'ipotesi improbabile ma comunque possibile». Non possiamo permetterci - ha detto - «neanche lontanamente che vada deserta un'asta pubblica sui titoli di stato. Ci sarebbe una carenza unica di liquidità pubblica per pagare pensioni e stipendi e faremmo come l'Argentina». Solo un'ipotesi, dunque, ma certo l'insistenza ossessiva sul debito e sul rischio default per l'Italia, anche ventilata, è utilizzata dal governo per giustificare una manovra e un decreto anti-crisi che stanziano troppo poco. Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha ribadito infatti la sua attenzione al debito, che non permette all'Italia, ancor più che agli altri paesi, di fare «fenomeni»: «La politica economica italiana deve essere dettata dalla prudenza perché abbiamo il terzo debito pubblico del mondo e questo debito sarà in competizione con le emissioni crescenti fatte da altri paesi a sostegno delle ricapitalizzazioni bancarie - ha spiegato Tremonti - Per mantenere la credibilità sul mercato finanziario, l'impegno è di non aumentare il debito». Poi il ministro ha difeso le sue misure sociali dalle critiche dell'opposizione: «Quattro euro al giorno sono un'elemosina? Forse nei salotti», ha detto. E a Pierluigi Bersani (Pd), che aveva affermato che «nei modi» gli interventi sono un'elemosina, Tremonti replica: «Il bonus è sulla pensione e in aggiunta c'è la carta che è totalmente anonima. Le stanno sperimentando in tutta Europa e dagli anni '60 furono adottate anche da Kennedy che certo non mi sembra volesse ghettizzare certe fasce». Poi una frase sibillina sugli ammortizzatori sociali, grandi assenti del decreto data la miseria stanziata sul capitolo: «Devono essere la via per il 2009». Se lo dice lui.

 

La carta del guru - Nicola Bruno

Il manifesto? Sì, conosco bene». Come fa un guru tecnologico che vive tra Kyoto e la Silicon Valley a conoscere un piccolo «quotidiano comunista» italiano, per di più distribuito solo su carta? C'è davvero poco da stupirsi se il guru in questione è Joichi Ito, 44 anni, eclettico attivista e venture capitalist nippo-americano, da qualche mese approdato alla guida di Creative Commons, organizzazione no-profit che promuove una riforma globale del copyright. Una figura dalle mille vite e dalle molte contraddizioni (è convinto sostenitore dell'economia del dono, ma anche finanziatore di decine di start-up di successo) che rappresenta meglio di chiunque altro lo spirito dell'attuale internet, divisa tra la spinta idealistica della prima ora, le tentazioni del mercato e un instancabile ottimismo di fondo. Non è un caso se il settimanale BusinessWeek di recente l'ha inserito tra le 25 personalità più influenti della rete affibbiandogli l'etichetta di «consulente del web»: dietro a molte delle cose interessanti viste in rete negli ultimi anni (tra queste Flickr, Mozilla, Technorati) c'è quasi sempre lo zampino di Ito. Abbiamo approfittato di una recente visita a Milano per l'evento «Meet the Media Guru» per chiedergli lumi sul possibile futuro de il manifesto, ma anche per parlare della crisi globale dell'informazione e dell'evoluzione della rete. Il manifesto è una testata storica della sinistra italiana che da qualche anno lotta per la sopravvivenza su carta. Secondo lei qual è la ricetta per uscire dalla crisi? Deve andare online più di quanto non lo faccia ora e farlo in fretta. Certo, passare dalla carta al web implica un profondo cambiamento di mentalità. Ma i due modelli (carta e web) possono benissimo convivere. Il punto è capire come proporre i contenuti in rete e farli propagare al meglio. Ormai esistono diversi software gratuiti per mettere su una buona piattaforma editoriale. E per i contenuti, potreste contare anche sul contributo di blogger e volontari. Giusto, il supporto dei lettori è sempre stato cruciale per il manifesto: nell'ultima campagna di sottoscrizione è riuscito a raccogliere oltre un milione di euro in pochi mesi... Questo è un risultato incredibile. Conosco pochi giornali al mondo che sarebbero in grado di riuscirci. Ma proprio per la presenza di questa base di fan e lettori appassionati bisognerebbe investire sull'online, magari attraverso un modello ibrido per metà gratuito e per metà su sottoscrizione. La rete, infatti, tende a premiare le piccole comunità che condividono gli stessi interessi e gli stessi ideali. Chi l'ha capito in tempo, sta superando senza problemi la crisi dell'informazione su carta. C'è davvero qualcuno che ce la sta facendo? Sì. E' il caso della testata norvegese VG News che da molti anni ha sapientemente investito sul web, invitando gli utenti a prendere parte al processo editoriale. Nonostante sia il più diffuso quotidiano del paese (circa 400 mila copie al giorno), oggi la maggior parte dei proventi arrivano proprio dalla raccolta pubblicitaria online. Tra i tanti incarichi, lei siede anche nel board di Global Voices, esperimento di giornalismo dal basso da poco sbarcato in Italia. Quali sono i limiti attuali del cosiddetto citizen journalism? Global Voices è un progetto su cui ho scommesso da subito. Grazie alle collaborazioni avviate con grandi testate (Reuters, New York Times, etc), è riuscito a dare visibilità a paesi dell'Africa e del Medio Oriente spesso oscurati in Occidente. Soprattutto in caso di eventi straordinari e catastrofi, il contributo del giornalismo dal basso diventa sempre più centrale. Non solo per la tempestività, ma anche perché riesce ad essere più neutrale rispetto ai media mainstream (che spesso possono essere manipolati per i fini più diversi). Tra le criticità, c'è però il limite del "fact-checking", della verifica dei fatti e delle fonti che in settori come la politica e l'economia può essere problematico. Cosa pensa dell'attuale crisi della stampa a livello globale? Sono molto preoccupato, i giornalisti professionisti sono una figura centrale e irrinunciabile. Ma al tempo stesso, credo che ormai sia necessario dirigersi verso un modello professionale-amatoriale. Tutte le testate devono aprirsi a questo cambiamento se non vogliono essere travolte dalla crisi. Il che, però, va fatto con il dovuto rispetto degli autori, a cui va riconosciuta la paternità delle loro opere senza però bloccare la diffusione della conoscenza, così come proponiamo noi di Creative Commons. Lei da poco è approdato alla presidenza di Creative Commons. Quali sono le sfide che vi vedranno impegnati nei prossimi mesi? Al momento la principale sfida è rendere più semplice e immediato l'utilizzo delle licenze. Insieme al W3C (consorzio che si occupa di definire i protocolli del web) stiamo lavorando a uno standard che permette agli utenti di specificare in pochi passi quali utilizzi sono consentiti e quali no per ogni contenuto immesso online. In questo modo non solo si tutelano meglio gli autori, ma si può anche evitare il ricorso ai sistemi di Drm (i lucchetti digitali utilizzati dalle grandi major). Al tempo stesso, bisogna anche spingere le società che si occupano della gestione collettiva delle licenze (come l'italiana Siae) a proporre l'opzione Creative Commons ai propri iscritti. In Olanda è già partita una sperimentazione di questo tipo che sta dando buoni risultati.

 

«La ricerca contro la crisi» - Eleonora Martini

ROMA - La formazione come tema centrale dello sciopero generale indetto da Cgil, Cobas, Cub e Sdl intercategoriale, per il prossimo 12 dicembre. Perché «è del tutto evidente la relazione tra la necessità di investire sui sistemi della conoscenza e i modi con cui si può uscire dalla crisi economica e sociale». Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil, introduce così la grande convention ospitata ieri nell'aula magna della facoltà di Lettere dell'università Roma Tre e organizzata dal suo sindacato per presentare alcune proposte concrete alternative ai tanto contestati provvedimenti governativi su scuola, università, ricerca e Afam (Alta formazione artistica e musicale). Un programma di lavoro che prevede «una svolta radicale e non aggiustamenti a interventi già varati», e che accoglie le istanze rivendicate nelle piazze dal movimento degli studenti, dei maestri e dei docenti - prime tra tutte, le grandi manifestazioni della scuola del 30 ottobre e degli universitari del 14 novembre - ma che è comunque «una base di partenza da cui aprire una grande campagna di ascolto». Dialogo, dunque, a trecentosessanta gradi. Ma, come dice a conclusione dei lavori Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil, «se restano 8 miliardi di tagli, di cosa si vuole dialogare?». Perciò, prima di tutto l'Flc chiede che venga «sospesa l'attuazione dei provvedimenti approvati e si ritirino quelli in via di approvazione». Fare carta straccia dunque della legge 133/08, del decreto 112, meglio conosciuto come l'"ammazza precari" di Brunetta, e la legge Gelmini sulla scuola. Da qui in poi si può cominciare a ragionare, sempre che siano tenuti ben fermi alcuni capisaldi. Pantaleo li riassume così: ogni euro risparmiato dislocando meglio le risorse va reinvestito nell'istruzione; occorre un piano straordinario pluriennale che stanzi fondi certi sull'edilizia scolastica; bisogna puntare ad un «serio ricambio generazionale di tutto il corpo docente e non solo nella prospettiva di stabilizzazione dei precari, ma con l'ampliamento massimo del turnover». In particolare, per la scuola, «l'idea del maestro unico è inaccettabile». Anzi, la programmazione didattica necessita di un «profondo e strutturale cambiamento» che ricollochi l'istituzione a contatto con la realtà sociale, liberandola da «nozionismo e burocrazia». Perciò va «salvaguardato il tempo pieno, ridotta la didattica frontale, potenziati i laboratori e favorita la valutazione». E come obiettivo da perseguire, l'obbligo scolastico a 18 anni: «Quello fino a 16 anni sia privato degli equivoci che ancora gli gravano addosso con la riconferma del canale di serie B della formazione professionale». Per il sistema universitario invece al primo punto c'è la salvaguardia della sua natura pubblica, lasciando al privato «un ruolo di utile integrazione, uno stimolo e una risorsa». L'abolizione graduale del numero chiuso garantisce il diritto allo studio universale. Per spalancare poi le porte ai giovani docenti, servono nuove regole per il reclutamento: un contratto triennale retribuito, con garanzie sul rapporto di lavoro, al termine del quale una «valutazione seria della qualità e della produzione scientifica del candidato dà luogo all'accesso al ruolo di ricercatore». I finti concorsi per i passaggi di fascia vanno eliminati. Mentre l'Agenzia nazionale di valutazione voluta dall'ex ministro Fabio Mussi e mai avviata, giudicherà la qualità degli atenei per una distribuzione «giusta» dei fondi. «Perché crediamo - sottolinea Pantaleo - che la meritocrazia sia effettivamente l'unico riferimento». Ma «un ruolo forte nella definizione del merito e degli obiettivi deve essere restituito agli studenti, a chi l'università la vive». Infine, la ricerca, il cui «Programma nazionale deve diventare uno strumento essenziale per la definizione del Dpef con l'obiettivo di superare la frammentazione degli interventi e coordinare le politiche per la ricerca scientifica e tecnologica, anche per sostenere i progetti d'innovazione industriale». Vanno istituiti inoltre «uno o più fondi specifici, distinti da quelli ordinari e alimentati da risorse aggiuntive». Con queste proposte, insomma, l'Flc-Cgil risponde a chi l'accusa di essere il sindacato del no. Alle altre sigle tende ancora una mano, ponendo sul tavolo tre questioni aperte: contratti, regolamenti attuativi della legge Gelmini sulla scuola, e riforma di università e ricerca. «Se riusciamo a trovare una sintesi su questi punti, bene. Altrimenti - conclude Pantaleo - andremo ai tavoli con le nostre opinioni e soprattutto proseguiremo il nostro percorso di lotta».

 

Dove va Israele. Il Titanic laburista precipita verso il fondo

Serena Corsi

GERUSALEMME - Dopo l'imbarazzante fallimento di due giorni fa del sistema di voto computerizzato, stamani 60mila iscritti al Partito laburista torneranno alle 275 stazioni elettorali sparse in tutto il paese, per le primarie destinate a decidere l'ordine delle candidature alle politiche del 10 febbraio. «Verrà utilizzato il sistema di voto manuale», ha annunciato il presidente laburista e ministro della difesa Ehud Barak. Una marcia indietro accompagnata da una enorme confusione - le primarie inizialmente erano state rinviate al 10 dicembre ma poi i leader laburisti hanno scoperto che la data coincideva con la festa islamica dell'Eid al Adha, celebrata da alcune migliaia di iscritti arabi israeliani e, di conseguenza, hanno fissato il voto per oggi - che ha confermato il caos che ormai regna in quello che non molti anni fa era il più importante partito del paese. La forza politica che fondò lo Stato di Israele e che aveva saputo conquistare enormi consensi internazionali portando avanti, nello stesso momento, una linea fondata sul militarismo e l'espansionismo territoriale a danno dei diritti dei palestinesi; il partito che pur continuano a parlare di pace aveva avviato i programmi nucleari segreti di Israele e, dopo la conquista di Cisgiordania e Gaza, di Gerusalemme Est e del Golan siriano nel 1967, aveva dato inizio alla colonizzazione ebraica dei territori occupati, sta ora vivendo un calvario, scandito dai sondaggi che lo danno in continua ed inesorabile discesa. L'ultima rilevazione, diffusa ad inizio settimana, prevede che i laburisti possano ottenere appena sei seggi alla Knesset, contro i 19 attuali. Un crollo verticale che ha scatenato il panico ma anche un raffica di accuse incrociate tra i vari dirigenti laburisti. Tutti puntano l'indice contro Barak che, in ogni caso, ha il posto assicurato in cima alla lista dei candidati. A contendersi la seconda poltrona sono una quarantina ma quelli con concrete possibilità di successo sono solo il ministro dell'istruzione Yuli Tamir, il vice ministro della difesa Matan Vilnai, il titolare del dicastero per gli affari sociali Isaac Herzog e i parlamentari Ophir Pines-Paz e Shelly Yacimovich. La lotta è senza esclusione di colpi perché questa notte, quando terminerà lo spoglio delle schede, coloro che si ritroveranno nella lista elettorale in una posizione in doppia cifra sapranno di avere scarsissime possibilità di venir eletti, alla luce dei pochi seggi che i sondaggi attribuiscono al partito. E nulla lascia immaginare la risalita di una forza politica che non suscita più alcuna passione e interesse tra gli israeliani e che già tre anni fa aveva perduto una parte dei suoi dirigenti, tra cui Shimon Peres, passati nel partito centrista Kadima, uscito vincente dalle elezioni del 2006 e anch'esso destinato il prossimo 10 febbraio ad un ridimensionamento e, quindi, a cedere la maggioranza relativa al Likud (destra) di Benyamin Netanyahu. Ehud Barak, che ha continuato a sentirsi il capo di stato maggiore di Israele anche dopo aver abbandonato la divisa, è il principale, sebbene non l'unico, responsabile del declino laburista. Il segretario generale del partito, Eitan Cabel, lo ha accusato di aver svolto una politica irresponsabile. Fino a qualche settimana fa Barak dettava legge nel governo, cullava addirittura il sogno di riconquistare la poltrona di primo ministro e di fare lo sgambetto alla leader di Kadima, il ministro degli esteri Tzipi Livni. Poi ha scoperto con sgomento che con lui al comando, il partito ha ceduto consensi a tutti nel centro-sinistra, in particolare proprio ai centristi di Kadima, perché considerati dai potenziali elettori laburisti come l'unica possibilità di fermare l'ascesa al potere della destra. Ma anche a favore della sinistra sionista dove la crescita del Meretz indicata dai sondaggi testimonia l'insoddisfazione di una parte (comunque minoritaria) dell'elettorato per la linea militarista di Barak, incapace di produrre una proposta politica più avanzata rispetto a quella di Kadima per le trattative con l'Anp di Abu Mazen. Il Meretz peraltro dovrebbe registrare un ulteriore rafforzamento a danno dei laburisti quando, tra qualche giorno, la sinistra sionista si presenterà con una nuova lista, social-democratica, che godrà del sostegno di scrittori, come Amos Oz e Avraham Yehoshua, e di ex dirigenti del partito laburista come l'ex presidente della Knesset Avraham Burg, l'ex ministro Uzi Baram e Yossi Kuchik, un consigliere di Barak. Non è peraltro secondario il fatto che i sondaggi diano in crescita anche i partiti arabi - rappresentativi dei palestinesi con cittadinanza israeliana (un quinto della popolazione) - che il 10 febbraio dovrebbero ottenere, tutti insieme, più seggi del Partito laburista. Il dato indica che le clientele e il paternalismo, insopportabile, del Labour verso la minoranza araba non convincono più persino quella parte di elettorato palestinese che per anni ha continuato a votare laburista. Di fronte a numeri che non lasciano speranze, tra i laburisti è scattato il «si salvi chi può». L'ultimo ad andarsene sbattendo la porta è stato il ministro ed ex capo dei servizi segreti Amy Ayalon che, si dice, dovrebbe unirsi ai Verdi mentre dozzine di dirigenti locali si sono lanciati tra le braccia di Kadima. Barak nel frattempo balbetta, si limita a lanciare accuse a vecchi e nuovi nemici mentre il suo partito si dissolve tra la soddisfazione di molti.


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