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Scontri in Grecia, studenti in piazza

La Stampa – 8.12.08

 

Scontri in Grecia, studenti in piazza

ATENE - In Grecia si attendono nuove pesanti proteste per l’uccisione dello studente 15enne Andreas Grigoropoulos, freddato dalla pistola di un poliziotto sabato sera. L’episodio ha scatenato la peggiore guerriglia urbana nella storia ellenica degli ultimi trent’anni. Dall’opposizione di sinistra sono arrivate dure critiche al governo e appelli a scendere in piazza già oggi per protestare pacificamente contro la «barbarie» poliziesca. Il municipio di Atene ha cancellato tutte le celebrazioni ufficiali previste per il Natale, il premier Costas Karamanlis ha convocato ieri sera un vertice di sicurezza con il ministro dell’Interno Prokopis Pavlopoulos e il sottosegretario responsabile per la polizia Panayotis Hinofotis. Pavlopoulos ha assicurato che il governo è addolorato per la morte del giovane, che ha già portato all’arresto dell’agente che lo ha ucciso, e che sarà fatta piena giustizia. Ma, ha aggiunto, «è deciso a far rispettare la legge» denunciando le gravi violenze che hanno provocato grandi distruzioni, diversi feriti e fermati ad Atene, Patrasso, Salonicco, Creta. In tutto il paese, si sono riproposte sequenze di vetri rotti sparsi a terra, fumo dei lacrimogeni, automobili in fiamme. Incendiati, presi a sassate o svaligiati sedi di banche, concessionarie di automobili, supermercati, negozi. Alcuni manifestanti si sono fermati a dormire nelle università occupate. Il Regno Unito e l’Australia hanno chiesto ai loro turisti di restare vigili di fronte al rischio di nuove violenze nella capitale Atene. Tutto è iniziato con una delle tanti manifestazioni studentesche contro la contestata riforma universitaria. Quando è stato ucciso, Grigoropoulos si trovava con una trentina di altri ragazzi nel suo quartiere, Exarchia, il più popoloso e malfamato della capitale ellenica, improvvisando una mini-protesta. Una volante è intervenuta e ci è scappato il morto. Gli agenti sostengono che la banda abbia aggredito a pietrate la loro auto durante il turno di pattuglia ma testimoni oculari parlano soltanto di ingiurie dei manifestanti contro la polizia. L’adolescente è caduto a terra colpito da un proiettile al petto ed è spirato prima che l’ambulanza lo portasse all’ospedale. Le manifestazioni sono nate come moto di rabbia dopo l’uccisione del ragazzo ma esprimono un importante movimento d’opposizione al governo di centrodestra che si è insediato nel 2004. Fra le chiamate a scendere in piazza, oggi, sono arrivate quelle del Partito Comunista greco e dei socialisti del Pasok che ha sostenuto in un comunicato la necessità di «una risposta di massa e pacifica alle politiche dell’esecutivo». Giorgio Papandreou, leader del Pasok, ha denunciato «le pratiche arbitrarie» delle forze dell’ordine che aumentano la «barbarie», mentre la gioventù del partito ha invitato a dimostrare nelle strade in modo pacifico. Un appello a proteste pacifiche e di massa è arrivato anche dal partito di estrema sinistra Syriza, tra i principali organizzatori della manifestazione di ieri ad Atene. Anche il partito comunista Kke ha annunciato una nuova mobilitazione. Manifestano anche i professori, che hanno decretato uno sciopero di tre giorni a partire da oggi. Il partito di estrema destra Laos chiede una commissione parlamentare d’inchiesta, per fare luce sulle continue provocazioni e violenze urbane di «sedicenti anarchici e delle altre forze collegate». Stando al bilancio delle forze dell’ordine, nel primo giorno di manifestazioni ci sono stati 24 poliziotti feriti, di cui uno in gravi condizioni, e 31 negozi, nove banche e 25 auto danneggiati o bruciati. Sei dimostranti sono stati fermati, fra cui uno in possesso di armi. Il premier Karamanlis ha scritto ai genitori di Andreas Grigoropoulos esprimendo il suo profondo rincrescimento per l’accaduto. Il ministro degli Interni Pavlopoulos e il suo vice hanno presentato le proprie dimissioni, che sono state però respinte.

 

"Bruciano tutto è guerra civile" - GIACOMO GALEAZZI

E’ stata una tragedia annunciata, sono mesi che gruppi di giovanissimi anarchici distruggono aule universitarie e mandano in frantumi vetrine di banche e negozi. Sabato notte nell’escalation di tensione, un poliziotto ha perso il controllo e ha sparato. Adesso è una catastrofe perché in strada sono scesi migliaia di figli di papà che sfruttano il pretesto per sfogare la loro violenza». Tra gli ateniesi travolti dalla «guerriglia urbana» c’è l’ingegnere Alexandros Tictopulos, fedele dell’archimandrita Nectario Moioli, parroco della chiesa greco-ortodossa di Sant’Ambrogio a Pavia. Un uomo d’estrazione moderata finito nel gorgo di una protesta giovanile. La sua testimonianza nell’Atene «messa a ferro e fuoco» è gridata al telefonino, mentre «si susseguono senza esito le cariche della polizia». Cosa vede nelle strade di Atene? «Mi trovo in mezzo a un caos terribile, da guerra civile. I poliziotti devono affrontare le barricate. I ragazzi lanciano bombe molotov, pezzi di legno, lamiere, pietre. Hanno bruciato banche, macchine, locali. Ci sono fiamme e fumo ovunque, la polizia non riesce ad avvicinarsi ai focolai perché è bersagliata da tutti i lati. Frange di giovani con il volto coperto assaltano i centri commerciali armati di bastoni e spranghe. La gente è terrorizzata, resta chiusa in casa e sta dalla parte dei poliziotti. L’aria è irrespirabile perché i gruppi radicali hanno incendiato anche i bidoni dell’immondizia e gli agenti cercano di disperderli coi gas lacrimogeni. Molti svengono perché non si riesce a respirare». Sono anarchici come il ragazzo ucciso? «No, questi che manifestano ora non sono balordi né disperati di periferia. Hanno tutt’altra estrazione, sono di buona famiglia, figli di miei colleghi ingegneri, di medici, di professionisti agiati. Le loro madri fanno shopping nei negozi che loro devastano. Sfruttano la tensione generale per azioni violente. E’ una furia selvaggia, senza colore politico. Appiccano incendi e spaccano tutto perché sentono che in mezzo ai disordini possono fare impunemente quello che vogliono. Per dieci che finiscono in manette, cento la fanno franca. Tirano molotov e si nascondono nei condomini. La polizia non riesce a venirne a capo perché non si tratta solo di cortei di estrema sinistra sfociati in scontri. E’ un terreno indefinibile di violenza diffusa che trova linfa non tra gli emarginati ma tra giovani ricchi e fuori controllo». Perché la considera una catastrofe annunciata? «E’ da parecchio tempo che gli anarchici prendono di petto la polizia davanti alle scuole, nelle piazze, nei concerti. Mettono a soqquadro intere zone di Atene e c’è chi simpatizza per loro. Vivono ai margini della società ma trovano sponda in ambienti benestanti che se ne servono per creare disordini e mettere in difficoltà le forze dell’ordine. La quasi totalità dei cittadini invoca severità nelle strade, ma siamo tenuti in scacco da bande di delinquenti spalleggiati dai figli della buona borghesia. Non è una rivolta, bensì una una furiosa esplosione di rabbia che prende di mira supermercati, boutique, istituti di credito. Spargono macerie, fumo nero e carcasse di auto. Non sono rivendicazioni contro il governo o proteste di popolo per le conseguenze della crisi economica. E’ brutale e cieca violenza da Arancia meccanica. Tutti siamo sotto tiro». Di chi è la colpa? «E' terribile che un ragazzo di 16 anni abbia perso la vita e va scoperto cosa è davvero successo nel quartiere Exarchia. Però a soffiare sul fuoco della protesta non sono i suoi amici anarchici. A scatenare l'inferno è quella "zona grigia" che non aspettava altro. Attendeva che ci scappasse il morto per trasformare Atene in un campo di battaglia. Non lo fanno per senso di giustizia o per vendicare un ragazzo ucciso. Scene simili non si erano mai viste e il pericolo è che d'ora in poi questi teppisti troveranno sempre un appiglio, una finta giustificazione per da sfogo alla violenza».

 

La nuova Italia del “vorrei ma non posso”

GIULIA VIOLA, FRANCO GIUBILEI, MARIA CORBI

Nell’Italia che fatica ad arrivare alla quarta settimana, che vacilla sotto i contraccolpi della crisi globale, bisogna decifrare l’immagine che arriva dalle montagne invase da turisti (soprattutto italiani), e dai grandi centri commerciali, dove i clienti si spingono per entrare nei negozi. Ingrandendo queste fotografie si scopre un’altra verità: la coppia si regala una giornata sugli sci ma porta il pranzo da casa; la famiglia fa shopping, tra gli sconti. L’Italia vorrebbe far finta di niente, ma non può. Non ancora. SESTRIERE (TORINO). Tra un boccone di cervo e uno di polenta, Adele Moda, 42 anni, sciatrice da quando ne aveva 4, dice la sua: «Altro che crisi, qui sembra di essere a El Dorado. Ieri ho fatto mezz’ora di coda dal macellaio. C’è più gente in questi giorni che nelle vacanze di Natale degli ultimi dieci anni». Nella sdraio a fianco Giuseppe Tonia, 56 anni, conferma: «Era dagli Anni Novanta che non vedevo tanta gente in paese e sulle piste». Insomma, sembra più facile salire ai 2000 metri che arrivare alla quarta settimana. Se l’Italia arranca, la montagna, escogitate apposite promozioni scacciacrisi, tira come non mai. Via Lattea e Montagne Olimpiche in testa. «Rispetto alla scorsa stagione - dice Giovanni Brasso, presidente della Sestriere Spa, la società degli impianti in provincia di Torino - abbiamo venduto il 10 per cento di stagionali in più e il 15 di giornalieri. Dopo aver girato il mondo, la gente riscopre quello che aveva dietro l’angolo». Basta un'occhiata alle finestre illuminate: anche i ricchi frenano, e la casa in montagna sostituisce il viaggio ai Tropici. Tanto più se con il tesserino - stagionale o giornaliero - mette in tasca un carnet con l’equivalente del prezzo - 750 o 34 euro - in buoni benzina, alla Coop, trattamenti per gli sci e quant’altro. «Sono tornati i proprietari di seconde case - dice Fabrizio Mattheud Blanc, dalla sua agenzia immobiliare - in molti hanno smesso di affittarla al punto che l’offerta è diminuita». Gemma Martin, portinaia al condominio Le Alpi, conferma: «I garage dei palazzi sono pieni come negli anni d’oro». I turisti, invece, hanno abbassato le pretese: «Un paio di anni fa una famiglia cercava due camere e due bagni - continua Mattheud Blanc - oggi si accontenta di un monolocale». Sandra Moriondo, 42 anni, sottoscrive: «Abbiamo affittato un piccolo appartamento per tutta la stagione a 3 mila euro: passeremo qui vacanze e weekend: è il modo più economico per staccare la spina dalla città. L’importante è fare la spesa a Torino». Certo, il mercato immobiliare non va a gonfie vele come negli Anni Settanta quando si vendevano anche 3 case al giorno, ma in pochi si lamentano: «Meno vendite, ma di qualità», dice Paolo Boi, uno dei costruttori della zona. Andrea Colarelli, sindaco di Sestriere, non crede ai suoi occhi: «L’utenza delle Valli Olimpiche non è mai stata quella che non arriva a fine mese, ma erano anni che non vedevo tanta gente. Gli alberghi sono pieni, in paese - dove i residenti non superano i 900 - ci sono circa trentamila persone tra pendolari, turisti e proprietari». Luca Bertola, barista al Black Pepper, non crede alle sue tasche: «C’è il pienone, i clienti spendono anche 50 euro in una volta: l’anno scorso questo locale incassava circa 1000 euro a sera, quest’anno circa 5000». Ronnie Pezzotti, proprietario del ristorante Las Tango, si lecca le dita: «Mangia chi prenota: ogni sera faccio 80 coperti a 40 euro vino escluso»; Franchino, il proprietario del Tabata, la discoteca del paese: «Sabato sera la coda arrivava in strada». E se gli altri anni brulicavano russi e americani, quest’anno dominano gli italiani. Laura Scorseze, 32 anni, impiegata, in vacanza con un'amica e il fratello, è di Piacenza: «Per 150 euro al giorno abbiamo albergo, attrezzatura da sci e tesserino. C’è la crisi, ma ogni tanto ne vale la pena». Lucio Salli e fidanzata sono arrivati da Genova, il pranzo nella borsa: «Non possiamo permetterci l’albergo, ma nessuno ci può negare questa neve meravigliosa». Gabriele Mazzoni, 45 anni arriva invece da Roma, e mentre la moglie va a lezione di sci, lui va a giocare a golf: «Con 10 euro mi danno i ferri, 50 palline e il patting green: è un affare». Hermann Casse, direttore del Palazzetto e giovane professionista, spiega: «È uno dei migliori campi d’Europa indoor. Quest’anno, prevedendo la crisi, abbiamo ideato corsi collettivi per 5 persone a 10 euro attrezzatura inclusa o singole a 40». Un’ora in un campo in città costa 50 euro, tutto escluso. Forse la montagna non sarà El Dorado ma, se non fosse per il freddo, poco ci manca. BOLOGNA. Guardare e non toccare è da sempre uno dei leit-motiv del Motor Show, scintillante parata di carrozzerie lucidate e splendide ragazze immagine, ma non è mai stato tanto attuale come per l’edizione di quest’anno, in tempi di vacche magre. Carlo Galli, 28 anni, impiegato in un’azienda meccanica, riassume bene il succo della sua visita alla maxifiera: «E’ la terza volta che ci vengo. E’ tutto molto bello, dalle macchine alle iniziative di contorno, concerti e modelle compresi. Il solo difetto del Motor Show sono i prezzi delle auto: troppo cari per le mie possibilità. Quei bei “ferri” in mostra continuerò a sognarli: con l’aria che tira c’è poco da stare allegri». Il primo weekend lungo dell’edizione 33 intanto se n’è quasi andato – oggi, complice la festa, probabilmente sarà un altro pienone -, ma è presto per azzardare bilanci anche provvisori sull’affluenza di pubblico: l’organizzazione li diffonderà a fine manifestazione. Intanto si godono i bagni di folla di ieri, con i soliti ingorghi in tangenziale, dopo quello che sabato ha salutato l’apparizione di Belen Rodriguez, madrina ufficiale della fiera, planata direttamente sul Motor Show dal secondo posto all’Isola dei Famosi. Col suo mini vestito leopardato, lei sì che incarna a dovere la classica accoppiata donne & motori, anche se l’immagine pubblicitaria di quest’anno vorrebbe smentire lo stereotipo: nella foto un giovane abbraccia teneramente un quattro cilindri disteso fra le lenzuola sotto lo slogan «Donne e motori? Motori». Impressione confermata da una presenza minore di hostess in minigonna fra gli stand, dove invece fanno la loro comparsa modelli maschi molto truccati negli spazi espositivi di note marche giapponesi. Un altro segno dei tempi dopo i trionfi da reality di Vladimir Luxuria? Chissà che l’anno prossimo non ci sia proprio il famoso trans a far da padrino. In attesa di sviluppi rivoluzionari, la gente continua a sciamare fra gli stand e le attrazioni, stipando le tribune per le sgommate in drifting di Marco Simoncelli o andando ad ascoltare Edoardo Bennato. Ma i commenti da austerity continuano: «Paghi 24 euro e passi qua dentro una bella giornata ad ammirare cose che non potrai mai permetterti, un po’ come al cinema – dice Antonio, altro veterano della kermesse – ci sono venuto più di venti volte ma è sempre emozionante, ne vale la pena». Con il passare degli anni il Motor Show cambia pelle, oltre ai brividi da testacoda ci sono le campagne di prevenzione anti alcol con testimonial come Dalla e Bergonzoni, lo stand della sicurezza stradale della polizia e spazi dedicati alle auto ecologiche. Michele, studente universitario pugliese, osserva e apprezza: «Sono un appassionato di auto, credo che la rinascita del settore sia legata ai motori “verdi”, ben vengano prodotti di questo tipo. Certo, bisogna che i prezzi scendano, altrimenti, specie per noi giovani, le macchine restano inaccessibili». Il primo Motor Show ai tempi della crisi apparentemente non si discosta molto da quelli che l’hanno preceduto, ma se chiacchieri con i visitatori qualche crepa nel morale affiora: «Vieni qui a vedere auto fantastiche e passi una bella giornata, poi torni a casa e tornano le preoccupazioni – racconta Sandro, un operaio 50enne che non ha perso un’edizione da 15 anni a questa parte –. Nella fabbrica dove lavoro ci sono problemi, ci sarà cassa integrazione per una ventina di noi». Guardare e non toccare, appunto. ROMA. La rampa che porta al parcheggio del centro commerciale Porte di Roma, zona Est, sembra la Firenze-Bologna alla vigilia di Ferragosto. Un inferno. In fila già per sistemare la macchina. Ma non c’è la crisi? La stretta dei consumi? Branchi compatti di acquirenti si spintonano negli enormi corridoi che ospitano i negozi. E sembrano rispondere spallucce alla domanda di cui sopra. Insomma Natale è Natale e un giretto di sano shopping non si nega a nessuno. Ma non è proprio così. Ecco la famiglia Acciavatti - padre, madre e due figlie adolescenti - che entra in un negozio di paccottiglia giovanile dove si annunciano sconti del 10 per cento a chi spende 10 euro. Simonetta, impiegata, quarantenne, spiega che è proprio questa la cifra che intende spendere per ogni regalo. Non di più. Poco più avanti orde di ragazzine si spintonano per arrivare prime al grande cesto dove perizomi colorati vengono venduti a 5 euro e novanta, con tanto di pacchetto natalizio. E mentre i negozi di intimo low cost, di bigiotteria e i negozi dove prodotti di profumeria vengono venduti avvolti in packaging fatti apposta per il gusto romantico-trash adolescenziale, vanno forte, quelli di abbigliamento tradizionale sono semivuoti. Gli stand con le proposte per le feste, piene di lustrini e paillettes, sono stracolmi, atmosfera desolante. La boutique dal nome francese che vende solo tailleur è vuota. E allora dove sono tutti? Dove si sono nascoste le truppe anticrisi che hanno intasato il parcheggio? Basta andare nei bar per trovarli, ma soprattutto nel mega negozio di elettronica dove si fa la fila per entrare e dove un sorvegliante avvolge e sigilla in cellophane le borse di chi entra. Sugli scaffali ogni genere di gadget, si va avanti a spintoni. Enormi cesti raccolgono telefonini in saldo, dai 25 euro in su e la gente li acchiappa come fossero mele al supermercato. Stessa scena al reparto giochi elettronici dove allo stand della Playstation sembra di assistere ala concerto di qualche rockstar: i bambini suonano mentre cataste di consolle accompagnate da chitarra e relativo gioco elettronico vanno a ruba. Marina, due figlie di 12 e 10 anni, spiega che ha visto l’offerta sui volantini: «Sono corsa per paura che finissero». Che lavoro fa? «Lavoravo in una clinica, adesso sono disoccupata». Un commesso vestito di rosso sorride: «Scusi se ho ascoltato la conversazione. Fa ridere anche me questa situazione: il supermercato semivuoto e noi, che vendiamo elettronica, che non riusciamo a servire i clienti». Ma comprano? «Meno dell’anno scorso, ma comprano. Quasi tutti a rate». Certo la folla che si aggira nel negozio non è proporzionata alle poche persone che attendono il loro turno in fila alle casse. Un nuovo fenomeno? Il turismo commerciale del genere «guardare e non comprare?» Anche. Paolo ha portato la famiglia in questa oasi di consumo. «Comprare poco, ma ci divertiamo a girare, a vedere, a sognare. Magari vinciamo al Superenalotto». Niente regali questo Natale? «Ho due figli che ancora studiano e non mi posso permettere che pensierini. Io e mia moglie, invece ci regaliamo una coperta termica, perché il riscaldamento costa e noi cerchiamo di accenderlo il meno possibile». Dalla tecnologia allo sport, ecco Decathlon il megastore del fitness. Tra i prodotti più venduti i palloni da calcio, le divise delle squadre del cuore e racchette da tennis. Gli sconti vanno a ruba, dai pile per sciare a meno di dieci euro fino ai sacchi a pelo sottocosto. Un Natale in crisi e in offerta.

 

Giustizia, no dei giudici alla riforma

ROMA - Per Silvio Berlusconi è sempre stata una priorità. Ma ora che sul caso De Magistris è scoppiata la "guerra" tra le procure di Catanzaro e di Salerno che ha spinto a intervenire il capo dello Stato e il Csm, il presidente del Consiglio può rilanciare quel tema a lui così caro che la crisi economica aveva fatto finire in secondo piano. «La riforma della giustizia va fatta, bisogna andare avanti» è la parola d’ordine che il premier ha lanciato ieri da Pescara. E che oggi viene raccolta da tutta la maggioranza, fino a trasformarsi in un vero pressing. Il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri chiede uno «stop ai partiti travestiti da correnti di magistrati» e il presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, parla di riforma «urgente» e definisce «necessaria» una revisione dell’accesso alla carriera. Il presidente dei deputati Pdl, Fabrizio Cicchitto, auspica un dialogo con «l’opposizione non giustizialista» ma mette in chiaro che per la maggioranza la riforma resta comunque «doverosa». Il Pd, dopo l’apertura di Massimo D’Alema di due giorni fa, mantiene una certa diffidenza, e soprattutto dice con chiarezza che l’esigenza di affrontare la situazione non può essere scambiata come un modo per reintrodurre il tema della separazione delle carriere su cui resta una decisa contrarietà. Netto e totale, invece, il no dell’Italia dei Valori. È Niccolò Ghedini, deputato del Pdl e avvocato-consigliere del premier, in un’intervista a La Stampa, a tracciare il possibile "timing" della riforma. Ghedini parla di «magistratura fuori controllo» e ipotizza un percorso, senza decreti, ma fatto in due step: «un ddl subito, forse già questa settimana, per sveltire il processo e rinforzare le garanzie. L’altro, più complesso, di natura costituzionale, all’inizio dell’anno prossimo». Lo stesso Ghedini chiama in causa Massimo D’Alema chiedendo se «le aperture che vengono dalla sinistra ci permetteranno una riforma condivisa». Il Partito democratico, con la capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, risponde sì alla chiamata al dialogo, ma con dei paletti ben fermi. «Se il Governo vorrà lavorare a una riforma che acceleri i processi amministrativi e penali - sottolinea - troverà orecchie attente e nostre proposte. Separazione delle carriere e un Csm separato per i pubblici ministeri non ci convincono e non aiutano di certo a migliorare la qualità e la velocità dei tempi per la giustizia dei cittadini». Insomma, dice il Pd, la destra non «soffi sul fuoco» per ottenere riforme non condivise. Un invito al Pd a sedersi al tavolo del confronto, intanto, arriva dal leader Udc Pier Ferdinando Casini. «Credo - dichiara - che una riforma si imponga e nessuno si può tirare fuori. Io chiedo al Pd di sedersi attorno a questo tavolo con la maggioranza». Di traverso a qualsiasi ipotesi bipartisan si mette però il partito di Antonio Di Pietro. La «vera riforma della giustizia di cui il Paese ha bisogno - sostiene il capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi - è quella che garantisce innanzitutto certezza e tempestività nella tutela dei diritti dei cittadini. L’idea di Berlusconi, invece, è sempre e solo quella di mettere la magistratura sotto il controllo della politica». Ma un secco "no" all'ipotesi di un intervento legislativo arriva dai giudici. L’Anm denuncia il rischio di una riforma strumentale della Giustizia fatta per colpire autonomia e indipendenza della Magistratura, sull’onda dello scontro fra Procure sui fascicoli De Magistris. Il presidente del "sindacato" delle toghe Luca Palamara sottolinea come, proprio sul caso De Magistris, «il sistema giudiziario italiano ha dimostrato di avere gli anticorpi e non ha bisogno di controlli esterni». Ed il segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati Giuseppe Cascini è anche più esplicito: «Sbaglia chi pensa di approfittare della situazione per ridurre l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura. La risposta da dare non è quella. L’intervento tempestivo del Csm dimostra che il sistema funziona e sa intervenire, quando necessario, con la dovuta rapidità e severità anche nei confronti dei comportamenti sbagliati e scorretti di Magistrati».

 

Carlo Azeglio Ciampi: "Stavolta è peggio di Tangentopoli"

PAOLO PASSARINI

ROMA - «No, guardi, sulle vicende che stanno interessando alcune procure del paese non vorrei proprio pronunciarmi. Se ne sta occupando il Consiglio Superiore della Magistratura. E poi sono cose troppo delicate e io, al riguardo, ho scarse competenze. Non sono un giurista». Come toscano di nascita, livornese, Carlo Azeglio Ciampi sta certamente seguendo le vicissitudini che sta vivendo il comune di Firenze. Come cittadino onorario di Napoli, che durante il suo settennato visitava appena poteva, ha sofferto per la tragica fine di Giorgio Nugnes e assiste preoccupato al montare delle accuse alla classe politica che da anni governa Comune e Regione, fino al coinvolgimento anche solo politico di Rosa Russo Iervolino e Antonio Bassolino. Come ex-presidente del Consiglio, cui toccò di guidare l’Italia del dopo-Tangentopoli, ricorda fin troppo bene quegli anni. E come ex-presidente della Repubblica, è in apprensione per un Paese che in certi momenti sembra più propenso ad andare indietro che avanti. Tante vicende che in qualche modo rimandano a quella sua personale di cittadino, di uomo politico, di garante delle istituzioni. Senatore Ciampi, cosa le viene da pensare in questi giorni, mentre si parla da più parti di un riesplodere della questione morale? «Sì, ho letto. Ma lo sa che cosa mi ha impressionato di più, leggendo i giornali?» Che cosa? «Sono stato molto impressionato nel leggere di una società, la nostra, il cui popolo è in preda alla paura. Io detesto la paura. La paura vuol dire non affrontare i problemi. La paura vuol dire scappare. La paura è deleteria. La paura oscura la mente e provoca lo sfascio di una società. Anche la recente indagine del Censis parla di una società dominata dalla paura». Chiarissimo, ma lei intende forse suggerire un nesso tra la corruzione pubblica e la paura? «C’è anche un’altra questione. La situazione è certamente difficile, dunque chi deve prendere decisioni è preoccupato. Per prendere decisioni corrette è necessario raggiungere una profonda conoscenza delle cose e poi, alla fine, far ricorso alla propria coscienza. Questo comporta affrontare la questione dei valori. Ciascuno, quando si rivolge alla propria coscienza, consulta, per così dire, la propria scala dei valori». E oggi, invece, cosa accade? «Oggi, purtroppo, c’è una tendenza al vuoto dei valori. Non vorrei affermare che questa sia una scelta, ma sembra essere una tendenza molto incoraggiata. Nel scegliere, non si sceglie rispetto a una scala di valori, ma si sceglie pensando a quale sarà il riflesso della propria decisione, a quello che ne sarà l’effetto. E questo è il contrario di scelte motivate da valori etici». Lei intende dire che la combinazione di paura e cultura dell’apparenza generano il corrompimento della vita civile di cui ora stiamo osservando gli effetti? «Esattamente, è proprio così». Le pare che questa crisi sia simile a quella di Tangentopoli? Quello fu un terremoto che squassò un’intera classe politica.... «Mi pare che questa sia una crisi che ha caratteri assai diversi da quella che si sviluppò negli anni ’90. Ma per un verso sembra peggiore, perchè la sua caratteristica principale appare la negazione della politica. In senso stretto. Voglio dire che non si pensa più alla polis, ma semplicemente al proprio interesse personale». Che cosa pensa dell’intervista con cui il professor Zagrebelsky ha denunciato il dilagare del malcostume politico anche nella sinistra? «Non mi ha stupito. Ma il fatto che quelle affermazioni siano state fatte da una persona di tale serietà ha certamente rafforzato le mie preoccupazioni».

 

L'anagrafe dei romani mai nati – Flavia Amabile

Un giorno bisognerebbe andare tutti in visita guidata all’Anagrafe di Roma. Andare al piano terra di via Petroselli dove ci sono gli Archivi di Stato Civile, decine di metri quadrati di scaffali ormai alti fino al soffitto e corridoi, decine di armadi pieni zeppi di antichi fogli accumulati, a volte anche dimenticati da anni. Quanti sono? Girano molte cifre, ognuna potrebbe essere vera o falsa perché nessuno ha mai contato quei documenti, li hanno semplicemente messi da parte in attesa di un’informatizzazione attesa da troppo tempo ormai. Si dice che l’arretrato dell’Anagrafe di Roma sia di un milione e ottocentomila, o forse due milioni di pratiche. Che cosa significhi davvero lo sanno i tanti che hanno provato ad avere un certificato di nascita o di matrimonio, o chi voleva votare all’estero, e si sono trovati di fronte a certificati che li davano per mai nati, per ancora in vita anche se morti da tempo, per felicemente sposati anche se il tribunale da chissà quando aveva messo sulla loro crisi coniugale la pietra definitiva del divorzio. Coloro che fra queste carte trascorrono le loro giornate dicono che più o meno 200 mila atti di matrimonio e di morte non sono mai stati trascritti, 15 mila residenti all’estero è come se non esistessero, di 60-70 mila atti di cittadinanza si ignora del tutto l’esistenza, e che tutto questo è nulla se si pe,nsa che c’è un arretrato di una cifra variabile tra il milione e trecentomila e il milione e mezzo di annotazioni sui registri di nascita e matrimonio. Cifre che indicano un’emergenza ben nota ai vertici del Campidoglio. L’annotazione in un’Anagrafe come quella di Roma dove l’informatizzazione è ancora un sogno lontano, è alle soglie del 2009, ancora l’unica registrazione ufficiale di quello che accade alle persone. Esattamente come un secolo fa. E come un secolo fa la comunicazione arriva su un foglio di carta inviato da un altro comune o da un tribunale con la variazione da annotare nel registro delle nascite o dei matrimoni. Tenere il passo con la mole di dati da lavorare è una battaglia persa da tempo. I dipendenti sono circa 200, di cui 50 precari. Sono la metà rispetto a 15 anni fa mentre gli atti da registrare sono aumentati a dismisura. In mancanza di computer e soluzioni digitali, gli impiegati fanno quello che possono e quindi, per esempio, dagli anni Settanta hanno del tutto abbandonato l’annotazione delle comunicazioni di morte sui registri di nascita. Le sentenze di divorzio vengono più o meno scritte tutte ma non bisogna pretendere tempi brevi. In questi giorni si stanno annotando le sentenze di un anno fa. Non bisogna dimenticare che a lavorare sui divorzi sono due persone che ogni giorno possono avere dalle 50 alle 100 annotazioni da effettuare. E anche da controllare perché spesso la comunicazione arriva con una data di nascita sbagliata, un matrimonio civile scambiato per matrimonio religioso e allora bisogna telefonare a chi ha inviato il foglio, capire dove è l’errore, correggerlo e poi annotarlo. Ovviamente a penna, sul registro apposito. Gli amanuensi nei monasteri benedettini lavoravano così e non a caso impiegavano anni per i loro lavori. Prendiamo l’Aire, ad esempio, l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero. Comprende 250 mila iscritti ma ci sono persone nate a Roma di cui non sono mai arrivate le comunicazioni successive e che quindi potrebbero essere ovunque, anche morte, e nessuno lo sa. Come nessuno ha notizie di almeno 15 mila di loro: molti sono apparsi solo dopo la bonifica avvenuta nel 2005 per rendere omogenei i dati dell’Anagrafe con quelli del ministero degli Esteri ma anche dopo questa verifica durante le ultime elezioni nessuno riusciva a dare numeri certi su quanti avessero diritto di voto. «Quello dell’Anagrafe è un problema serio dovuto al fatto che si lavora ancora a mano in condizioni che non hanno confronti in Italia per arretratezza delle procedure e mole di dati da lavorare - spiega Giancarlo Cosentino, responsabile della Cisl funzione pubblica di Roma - Quel che è più grave è che non si vede alcun segno di cambiamento all’orizzonte se non il fatto che all’Anagrafe siano cambiati tre direttori in un anno. Da un punto di vista politico-amministrativo, infine, non ci si rende conto che la responsabilità di questo settore è del sindaco». Roberto Betti, dirigente Rdb-Cub del comune di Roma, sottolinea che il problema è anche «il progressivo sguarnimento» degli uffici. «Quindici anni fa ci lavoravano in 550, ora sono in 200, di cui 50 precari». A commentare l'emergenza Anagrafe ho chiamato Mauro Cutrufo, vicesindaco di Roma. Mauro Cutrufo, è possibile che una metropoli come Roma abbia un milione e ottocentomila pratiche inevase? «E’ una pesante e negativa eredità che abbiamo ricevuto da parte delle amministrazioni di centro-sinistra. E’ il risultato di quanto si è andato accumulando dal 1993 durante i due mandati di Francesco Rutelli e i due mandati di Walter Veltroni. I cittadini romani hanno votato per la giunta Alemanno anche per risolvere questo problema». Per il momento però tutto sembra fermo. «Ho incontrato tre volte il ministro Renato Brunetta ma il governo, che ha già fatto uno sforzo dando il via libera ad un finanziamento di 500 milioni di euro, non ritiene di dare altri finanziamenti. Allora ho presentato un emendamento che non prevede alcuna spesa. Si tratta soltanto di superare il limite posto da una legge del governo Prodi che permette esclusivamente agli ufficiali di stato civile il potere di firmare i certificati. Se invece questi poteri venissero estesi a tutti i dipendenti comunali, si permetterebbe a coloro che lo vorranno di fare straordinari e in questo modo smaltire in un anno e mezzo al massimo tutti gli arretrati». Se ci sono degli straordinari da fare quest’operazione però avrà un costo. «Abbiamo calcolato circa un paio di milioni di euro». E poi bisognerà provvedere all’informatizzazione. «Per informatizzare tutta la macchina capitolina ci vorranno circa dieci-dodici milioni.

 

Repubblica – 8.12.08

 

Questione morale, lo scenario capovolto - EDMONDO BERSELLI

Ci vuole la sfrontata fantasia di Silvio Berlusconi per attaccare il Pd sulla questione morale. Perché anche chi ha criticato la ventata populista dei primi anni Novanta, e non ha mai pensato che i giudici possedessero la chiave della rivoluzione politica, non può avere dimenticato la sequela di leggi ad personam volute dal capo del centrodestra, tutte tese a legare le mani a procure e tribunali, dal decreto Biondi del 1994 fino al "lodo Alfano". Il centrodestra ha dedicato quasi 15 anni a regolare i conti con la magistratura (le "toghe rosse", nel lessico berlusconiano). Alla fine, vinta la sua guerra personale, Berlusconi si è assunto tutte le responsabilità politico-penali della prima Repubblica, concludendo che i magistrati sono i veri colpevoli di ciò che ha spezzato una "storia di sviluppo e di libertà". Se si accetta il teorema di un sequestro della vita pubblica operato nei primi anni Novanta da Mani pulite, con il corollario di una lotta per la vita, durata fino a oggi, fra la politica e la giustizia, risulta facile chiudere il sillogismo argomentando che in questi giorni si assiste alla vendetta della giustizia contro chi pretese di cavalcarla, salvandosi immeritatamente dalla tempesta che travolse il sistema politico-affaristico di Tangentopoli. Ma è una ricostruzione distorta. Mani pulite travolse una classe di governo corrotta e sfinita. Il Pci-Pds non partecipava al governo nazionale, ed era meno implicato nell'oligopolio di Tangentopoli. Immaginare che il Pd attuale sconti la rivalsa della storia, e paghi integralmente la strategia di allora degli ex comunisti, significa da un lato equiparare i Democratici a eredi diretti del Pci, e dall'altro procedere secondo filosofie cospirative che in realtà spiegano ben poco della situazione attuale del partito guidato da Walter Veltroni. Nella realtà, il Pd sente il peso di un'abitudine al potere locale che scopre alcuni suoi vizi: negli ultimi anni, studiosi come Carlo Trigilia hanno messo in rilievo non tanto una "questione morale" nelle regioni rosse, quanto gli indizi, non proprio sporadici, di un degrado della qualità amministrativa. Alcuni episodi e situazioni, come il caso abruzzese della sanità, il disastro dei rifiuti a Napoli e la vicenda urbanistica di Firenze, rendono evidente questo aspetto (anche se Rosa Russo Jervolino e Leonardo Domenici rivendicano con orgoglio l'assoluta estraneità da coinvolgimenti penali). Quindi il Pd non dovrebbe limitarsi a respingere con disprezzo le provocazioni di Berlusconi. Se una decente qualità tecnica e morale nelle amministrazioni costituisce una delle risorse residue del partito, qualsiasi incrinatura in questo patrimonio va considerato un'insidia grave, che genera inquietudine e tende a rendere meno credibili le rivendicazioni come quella espressa polemicamente da Veltroni nella manifestazione del Circo Massimo ("Il paese è migliore della destra che lo governa"). In sostanza, è improprio e strumentale sostenere l'esistenza di una "questione morale" che grava sul Pd. Semmai un problema di dignità pubblica, di lealtà con i cittadini, di deontologia, di trasparenza, di stile, e talora di corruzione perdurante, incombe su tutta la politica italiana. Questo però si deve a ragioni che il Pd farebbe bene a esaminare con realismo, senza accontentarsi di formule manichee. La questione morale infatti non è il frutto della disonestà intrinseca agli uomini, alla politica o alla destra; è piuttosto il risultato di cattive pratiche, di lacune operative, di soluzioni mancate. Noi scontiamo le riforme incompiute, e la conseguente mancata razionalizzazione delle regole. Va da sé che si fanno sentire anche le riforme tradite, come è avvenuto con il Porcellum, autentica legge carogna voluta dalla destra per impedire all'Unione di governare. Ma paghiamo soprattutto l'incapacità di costruire un sistema istituzionale aderente a un rapporto chiaro fra governanti e governati, fra controllori e controllati, fra elettori e politica, fra affari e istituzioni, fra cittadini e giustizia: e questo non è imputabile a una parte sola. Quante volte Scalfaro, Ciampi e Napolitano hanno invocato riforme istituzionali ragionevoli? In aggiunta a questa tematica generale, che mette alla prova la sua vocazione a governare la modernizzazione del paese, il Pd ha l'obbligo di un esercizio radicale di onestà politica. Cioè di passare in rassegna regole interne, procedure, metodi di decisione. Per dire a se stesso se è effettivamente un'entità strutturata democraticamente, o se è piuttosto una somma di correnti autodefinite, di capi autonominati e di personalità cooptate. Un buon esame di coscienza è il primo passo per correggere scarti e deviazioni. E poiché ci vuole poco a capire che i possibili effetti della propaganda berlusconiana sulla questione morale si intrecciano alle difficoltà evidenti di per sé sul terreno politico, sarebbe bene rendersi conto che in questo momento al Pd non serve la routine, e neppure le parole d'ordine. Ci vuole una seria mobilitazione, organizzativa e istituzionale, per definire con chiarezza i contorni effettivi di un'emergenza; e per decidere razionalmente le contromisure.

 

La crisi arriva anche in Cina e il governo corre ai ripari – Federico Rampini

Se sarà confermato dalle statistiche ufficiali - attese dopodomani - è un segnale che la recessione globale sta colpendo duramente l'economia cinese. Secondo l'anticipazione di un diffuso quotidiano di Guangzhou (Canton), a novembre si è verificato per la prima volta da sette anni un calo delle esportazioni made in China. Secondo il 21st Century Business Herald, il valore delle vendite cinesi nel resto del mondo sarebbe sceso il mese scorso a 100 miliardi di dollari, contro 128 miliardi a ottobre. Sarebbero in calo anche le importazioni, per effetto del rallentamento dell'attività economica. L'ultima volta che l'export cinese segnò una battuta d'arresto fu in occasione della mini-recessione americana del giugno 2001. Senza aspettare conferme dai dati, comunque si stanno già muovendo i leader cinesi per aggiungere nuovi tasselli alla manovra di sostegno della crescita. Da oggi si riunisce per tre giorni a Pechino un vertice di alti dirigenti del governo e del partito comunista interamente dedicato all'economia. Tra i provvedimenti che potrebbero uscirne c'è una riduzione della pressione fiscale sui redditi delle persone fisiche. La soglia del reddito imponibile potrebbe essere alzata dagli attuali 2.000 yuan mensili fino a 3.000 yuan (circa 300 euro). La misura costerebbe allo Stato 50 miliardi di yuan di mancato gettito, ma si spera che abbia un effetto immediato di sostegno dei consumi, con l'aumento del potere d'acquisto delle fasce salariali più basse. L'attesa di questi sgravi fiscali, insieme con le altre manovre di spesa pubblica per rilanciare lo sviluppo, ha contribuito a sostenere le Borse asiatiche oggi. Di altra natura è la riforma fiscale annunciata dalla Repubblica Popolare per i carburanti. Il governo ha deciso di approfittare del calo del prezzo del petrolio per modificare la struttura del prelievo fiscale su benzina e gasolio, inseguendo tre obiettivi contemporaneamente: incentivare il risparmio energetico e le fonti rinnovabili, dare certezza alle compagnie petrolifere sui loro margini di utile, e infine aumentare il finanziamento della rete autostradale. Pechino passa da un regime di tariffe amministrate ad un nuovo sistema in cui i prezzi dei carburanti seguiranno più fedelmente l'andamento delle quotazioni del petrolio sui mercati internazionali. L'accisa sulla benzina viene quintuplicata (da 0,2 yuan al litro fino a un yuan al litro), quella sul gasolio per motori diesel viene moltiplicata per otto (da 0,1 a 0,8 yuan). Il gettito contribuirà a finanziare gli investimenti per la costruzione di autostrade. Nell'immediato la riforma fiscale dovrebbe ridurre i prezzi al dettaglio, perché Pechino aveva mantenuto ferme le tariffe amministrate negli ultimi mesi, senza trasferire sui consumatori il ribasso del greggio. In effetti oggi un automobilista cinese paga la benzina il doppio di un americano. Ha sospeso i voli la prima compagnia aerea privata cinese. In gravi difficoltà finanziarie, la Okay Airways non effettuerà più alcun collegamento a partire dal 15 dicembre. Per ora la sospensione è stata annunciata per un mese, nella speranza che la compagnia aerea trovi un accordo con i suoi creditori. In diversi aeroporti cinesi ormai i fornitori di carburante avevano smesso di rifornire gli apparecchi della Okay Airways. Tutte le compagnie aeree cinesi stanno soffrendo per il rallentamento del traffico, iniziato subito dopo le Olimpiadi. Ma la maggioranza delle compagnie sono a partecipazione pubblica e quindi la loro solvibilità sembra assicurata. Okay Airways fu fondata nel 2005, oggi ha 11 apparecchi in servizio su 20 rotte domestiche. Non si hanno notizie di difficoltà per l'altra compagnia privata cinese, la Hainan Airlines, di cui è socio di minoranza George Soros.

 

Lo smog minaccia la virilità. Adesso il potere è femmina

Enrico Franceschini

LONDRA - Ciao maschio, stai diventando una maschia. Non è una battuta di spirito. È la conclusione del più ampio studio mai condotto sul cambiamento di genere sessuale, da cui risulta che l'esposizione a una serie di agenti chimici ha "femminizzato" gli esemplari maschili di ogni classe di vertebrati, dai pesci ai mammiferi, compreso l'uomo. Gli studiosi hanno compilato un elenco di daini senza testicoli, pesci maschi che ovulano, orsi ermafroditi, alligatori con il pene sempre più piccolo, orche e balene a corto di spermatozoi. La ricerca afferma che il fenomeno minaccia di mutare precipitosamente il corso dell'evoluzione, rischia di provocare la scomparsa di numerose specie animali e fa suonare un campanello d'allarme anche per gli esseri umani. "Se vediamo problemi di questo tipo negli animali selvatici, dobbiamo preoccuparci seriamente che qualcosa di simile stia accadendo a una rilevante proporzione di uomini", dice il professor Lou Gillette della Florida University, uno degli scienziati coinvolti nello studio. Commissionato dalla ChemTrust, un'associazione britannica che si batte per denunciare gli effetti nefasti dell'inquinamento chimico, e anticipato ieri dal quotidiano Independent di Londra, il rapporto riunisce i risultati di oltre 250 studi accademici sull'argomento condotti in tutto il mondo. Si concentra principalmente sugli animali che vivono in libertà, ma cita anche casi specifici riguardanti l'uomo, come una ricerca della University of Rochester che ha dimostrato come i bambini nati da madri con un aumentato livello di ftalato, un acido chimico, hanno maggiori probabilità di avere il pene più piccolo e i testicoli che non scendono. Altre ricerche di questo tipo hanno evidenziato che i maschi di madri esposte a certi agenti chimici crescono col desiderio di giocare con le bambole e col servizio da tè invece che con giocattoli "maschili". Inoltre varie comunità inquinate con fattori chimici ritenuti fonte di cambiamento di genere sessuale, in Canada, in Russia e in Italia, hanno dato nascita a un numero di femmine doppio della norma. Per tacere del fatto che il numero di spermatozoi sta scendendo su tutta la linea. "Sommando tutti questi dati", commenta il professor Nil Basu della Michigan University, "abbiamo prove piuttosto evidenti degli effetti che esistono anche sull'uomo". Ma i dati sugli animali sono ancora più impressionanti. Il rapporto parla di coccodrilli maschi, esposti a pesticidi nelle paludi delle Everglades in Florida, con un minore livello di testosterone, un maggiore livello di estrogeni, anomalie nei testicoli, pene più corto del normale e problemi di riproduzione. Parla di maschi di tartaruga nella regione dei Grandi Laghi con caratteristiche genitali femminili. Rivela che a due terzi dei daini dell'Alaska non scendono i testicoli, che al Polo sono stati trovati orsi ermafroditi, e quelli che restano maschi hanno uno sperma ridotto e il pene più piccolo. Metà dei pesci di sesso maschile nei fiumi britannici hanno un'ovulazione nei testicoli. Per tutto questo, il rapporto accusa più di 100 mila agenti chimici, presenti nel cibo, nei prodotti elettronici, nei cosmetici, nei pesticidi, che "indeboliscono" il genere maschile, femminizzandolo.

 

Incubo spazzatura elettronica. 14 chili all'anno per abitante

RICCARDO BAGNATO

SAREMO presto sommersi da vecchi cavi, monitor in disuso, cellulari inutilizzati, ma anche da frigoriferi rotti, lavastoviglie arrugginite o televisori abbandonati. E come se non bastasse, lo tsunami di elettrodomestici obsoleti che si sta per abbattere su di noi porta con sé materiali tossici e sostanze chimiche come la plastica in Pvc, piombo, cadmio, e mercurio. Non lo dice Frate Indovino o il solito ecologista estremista. E' ciò che ci attende dietro l'angolo. Fra qualche anno. Ed è quanto sta già succedendo in alcuni paesi in via di sviluppo, ridotti a privata discarica del vecchio continente. Parola di Onu. Che per affrontare il problema dei rifiuti tecnologici (eWaste) ha lanciato e finanziato il corposo programma Step. In Italia, però, si sta facendo largo una nuova normativa per il riciclo e lo smaltimento. A cui si aggiungono iniziative di Legambiente e Compagnia delle Opere, fra gli altri, per favorire trasparenza e combattere lo spreco. Il lato oscuro della tecnologia. Il volume dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (ufficialmente detti "Raee") ha raggiunto livelli allarmanti in tutto il mondo e in Italia. Il Bel Paese nel 2006 ne ha prodotto ben 800 mila tonnellate, di cui sono state raccolte 108 mila. Nello stesso periodo in Europa si sono prodotti 8-12 milioni di tonnellate di Raee. Mentre l'Onu stima tra i 20 e i 50 milioni le tonnellate di rifiuti hi-tech prodotti nel mondo: più del 5% di tutti i rifiuti solidi urbani generati nell'intero pianeta. E a farla da padrone, in futuro, saranno sempre più computer, tastiere, cellulari: insomma l'armamentario completo dell'uomo 2.0. Un fenomeno inarrestabile. L'ong ambientalista Greenpeace calcola che nel 2010 saranno oltre 710 milioni i nuovi computer immessi sul mercato globale (erano 183 milioni nel 2004). Proprio mentre nei paesi industrializzati la vita media di un computer è calata dai 6 anni del 1997, ai 2 del 2005. Per non parlare dei cellulari: se nel 2004 ne sono stati venduti 674 milioni esemplari nel mondo, in Italia i telefonini che hanno trovato un padrone negli ultimi 12 mesi sono oltre 20 milioni, per una vita media di 4 mesi. Tanto che in ogni famiglia rimangono abbandonati nei cassetti dai 2 ai 4 cellulari. Ma non basta. A questi prodotti vanno infatti aggiunti grandi e piccoli elettrodomestici, apparecchiature di illuminazione, giocattoli ed apparecchiature per lo sport e per il tempo libero, dispositivi medici e molto altro. Le principali rotte dei rifiuti tecnologici. Oggi si raccolgono in modo separato meno di 2 kg. di Raee pro-capite all'anno in Italia, contro una media europea di 5 kg ed una produzione di rifiuti elettronici di circa 14 kg per abitante. E il resto: dove va a finire? Greenpeace stima che il 75% dei rifiuti europei seguano "flussi nascosti". La percentuale sale all'80-90% nel caso di Raee prodotti negli Stati Uniti. Scarti che fuggono al controllo delle autorità competenti per ricomparire come d'incanto in discariche incontrollate in Africa, Ghana in primis, oppure in riciclatori clandestini in Asia. Dove i lavoratori, spesso bambini, sono esposti ai rischi legati al cocktail di composti chimici che questi rifiuti contengono e sprigionano quando trattati in modo rudimentale e senza protezioni. Nessuna novità, quindi, se come sostiene l'Onu i paesi in via di sviluppo triplicheranno la produzione di Raee nei prossimi 5 anni. La guida dei produttori più virtuosi. Sempre Greenpeace ha pensato bene di prendere di mira le più importanti software house a stelle e strisce. Dall'agosto 2006, quasi ogni mese, l'associazione ambientalista redige la sua classifica delle aziende più o meno virtuose, di cui è appena uscita l'edizione di dicembre 2008. Fra i criteri adottati per stilare l'elenco compaiono: la presa in carico dello smaltimento del prodotto, l'uso di materie riciclabili, l'assenza di composti chimici tossici. E sorpresa: la società più attenta agli aspetti ecologici del proprio prodotto risulta essere la Nokia, col punteggio, però, di appena 6.9 punti su 10, seguita da Sony Ericsson, Toshiba e Samsung (5.9). Mentre agli ultimi posti si trovano Nintendo (0,8), Microsoft (2,9), Lenovo (3,7) e Philips (4,1). E in mezzo altri colossi del calibro di Motorola (5,3), Panasonic (5,1), Acer e Dell (4,7), Hp (4,5), e Apple (4,3). Eppure qualcosa si muove anche in Italia. Il recente accordo siglato il 18 luglio fra l'Associazione dei Comuni Italiani (Anci) e il Centro di Coordinamento Raee (istituito grazie al Decreto legislativo 151 del 25 luglio 2005), ha sancito infatti il definitivo passaggio della competenza sulla gestione dei rifiuti tecnologici dai Comuni ai produttori. Dalle istituzioni, quindi, alle aziende, riunite in consorzi per lo smaltimento o riciclo dei prodotti. "I primi risultati sono incoraggianti - ha spiegato Giorgio Arienti, Presidente del Centro, in occasione della recente fiera Ecomondo di Rimini organizzata da Legambiente - ma resta ancora da fare". Prima fra tutti mettere mano alla normativa: lo stesso decreto legislativo attende i decreti attuativi dal 2005, sistematicamente rinviati di anno in anno, in calendario per il 31 dicembre di quest'anno. Ma anche a guardare i risultati fin qui raggiunti, la strada è ancora molto lunga. Per quanto riguarda, infatti, l'attività di raccolta effettuata dai sistemi collettivi presso i soli centri di raccolta iscritti al Centro di Coordinamento, nel periodo compreso tra il primo gennaio e il 30 settembre 2008 sono stati ritirati 33mila tonnellate di Raee. Troppo poco se paragonate alle 800mila del 2006, ultimo dato complessivo di rifiuti prodotti a disposizione. L'esempio del Banco Informatico. Al pare dei suoi più conosciuti e seguiti omologi, il Banco Alimentare (che in questi giorni ha celebrato al sua giornata nazionale di raccolta) e il Banco Farmaceutico, il Banco Informatico Tecnologico e Biomedico (BITeB) mira a raccogliere attrezzature d'ufficio come pc, monitor, e stampanti, usati ma funzionanti, per poi donarli a scuole, università, opere sociali, istituti di formazione in paesi in via di sviluppo e in Italia. "Unici requisiti sono che il destinatario sia una onlus, e che dimostri di non essere in grado di acquistare esemplari nuovi" dice il presidente del Banco Informatico, Stefano Sala, e aggiunge "in Italia ogni anno viene smaltito un milione di pc di cui il 10% sono ancora funzionanti, forse lenti, non aggiornatissimi, ma basta rinnovarli, reinstallare il sistema operativo e il gioco è fatto. Mandarli al macero sarebbe un vero spreco". A chi gli fa notare che forse installando sistemi operativi GNU/Linux sui vecchi computer recuperati (come fanno ad esempio i gruppi di Trashware sparsi in tutti Italia), ridurrebbe la spesa e allungherebbe la vita dei pc, Sala risponde che la maggior parte delle volte è lo stesso destinatario a richiedere il sistema operativo di Microsoft: "Ormai il 60% dei computer che doniamo sono muniti di Windows - precisa - mentre il restante 40% ha Linux oppure è lo stesso destinatario che installa quello che preferisce". Da agosto, infine, Banco Informatico si occupa anche di cellulari. In questo caso non importa che funzionino o no. Quelli che non funzionano, infatti, non vengono donati, ma spediti a un'azienda belga leader in Europa nel recupero di telefoni cellulari dismessi, la Ecosol, che ne estrarrà e separerà i metalli riutizzabili. In cambio il Banco riceverà un contributo economico non superiore ai 5 euro per ogni pezzo raccolto. Un esempio non isolato in Europa, se proprio da un'altra azienda belga, la Brainscape Nv, è stato lanciato il sito Brainscape. eu, a cui hanno aderito l'ong italiana Coopi e quella internazionale Medici senza Frontiere. Anche in questo caso le due associazioni invitano i propri sostenitori a inviare loro i cellulari dismessi. Brainscape devolverà un contributo economico alle due non profit per ogni esemplare che riceverà.

 

"Io, il Serpico dei graffiti infiltrato nel regno della coca"

PAOLO BERIZZI

MILANO - C'è uno sbirro che si è infilato nel naso di Milano. La sua tana è uno stanzone pieno di quadri psichedelici (li dipinge lui) e di foto segnaletiche. Nelle viscere della questura: odore acido di eroina, di tramezzini delle macchinette, appena sconfezionati. Sul tavolo, una busta con 50 grammi di roba in sassi, due palline di coca, tre telefonini e una scheda. Strilla il cellulare. "Questo è un informatore". Sul display c'è scritto lollo. A sentirlo, amiconi: "Oh, come stai? - fa il poliziotto - Con tuo padre, poi, tutto bene?". La talpa, un cocainomane che lavorava per una griffe importante e che oggi la sfanga come può, butta lì un puntello (un appuntamento) e un indirizzo; si scusa per il ritardo; promette di rifarsi vivo tra un paio di giorni, e "mi raccomando, non sparire. Ti aspetto per una birra, ché ti faccio vedere i miei murales". Lo sbirro chiude la telefonata, distende il sorriso, gli occhi mobili, pieni di strada. Non si toglie mai la berretta di lana. A questo punto non è più nemmeno un modo per camuffare. I capelli lunghi, alle spalle. E' vestito da graffitaro, Angelo detto "Cocaina" (dal titolo di un docu-film di cui è protagonista). Anzi, Angelo, è un graffitaro. "Disegno storie di droga, quelle che vedo tutti i giorni in questa città dove la coca è come l'aperitivo. La tirano tutti, nessuno ci fa nemmeno più caso. Disegno perché, forse, ne ho bisogno per scaricare, per svuotarmi. Prendo la bomboletta, e vado. Ma solo in posti autorizzati, sono sempre un poliziotto...". Giornate e nottate a caccia di bamba - di chi la tira, di chi la vende - e poi vengono fuori questi quadri e murales che, volendo, in una città evoluta - avanti, come dice lui - sarebbero un bello spot anti-droga. Gli ultimi che ha fatto: un ragazzino che gira lo specchietto dello scooter e ci butta sopra la pista da tirare; una donna incinta con il ventre pieno di ovuli di neve; un'altra bella e sinuosa con la siringa (vera) nel braccio. "Fa schifo. Ma è la realtà, e io e quelli che lavorano con me la realtà la conosciamo, mica puoi fare finta di vederne un'altra". Angelo Langè, 40 anni, è un tipo alla Serpico, ma non ci fa per niente. C'è tutto. Parla il linguaggio del marciapiede, delle scuole, della discoteca; sorride e s'incazza, ma anche no, e però è sempre una specie di poliziotto funambolico e romanzesco, ironico, buono e antibuonista. Prima di chiudere le manette ai polsi dello spacciatore marocchino beccato con le palline in bocca gli mette in mano una mentina, "mangiala, ché hai un alito pazzesco". Però alzare le mani, o fare lo splendido, mai. Il pusher è qui, seduto in un angolo della stanza, appena arrestato. Stanno chiamando la "batteria" del tribunale per l'avvocato d'ufficio. Nella Milano strafatta l'ispettore (in borghese) Langè ci sta dentro col buio e quando filtra la luce è ancora lì. In corso Como o nei campi nebbiosi di Cornaredo. Nei casermoni della Barona, all'Isola, sui Navigli. Annusa, insegue, fa il cane da caccia e infine - "è il mio lavoro" - ingabbia. "Ingabbiamo come dei nastri - racconta assieme ai ragazzi della sua squadra, Simone, Paolo, Totò, Dario, Alessandro, look tra lo snowborder e il rappettaro - Per uno che ne becchi, però, ce ne sono altri cinque che vengono fuori e che lavorano. Il problema, che è anche la cosa più interessante, è capire il consumatore. Entrare nella sua testa, nei suoi movimenti. Che balle racconta a te e a se stesso. Perché continua a tirarla, sempre di più. Prima o poi capirò" - scuote la testa. La butta sul metafisico - "la coca è nettare per corpi impazienti" - ma poi si schernisce. Ama il suo lavoro, lo sbirro; ama come lo fa. Quando ti parla di gente piena fino ai capelli, di palline incellofanate custodite in bocca o ingoiate all'ultimo, di spacciatori del Congo e del Gambia che ti guardano per la serie: cosa vuoi?, gira alla larga che devo lavorare, degli alibi assurdi dei clienti, di fughe tra le auto, ai giardinetti, di caffè offerti al bar nel cuore della notte a uno che hai appena arrestato; quando ti descrive come si impolvera Milano, come la tira lo sbarbato, la guardia giurata, l'ingegnere informatico del colosso telefonico finlandese, il chirurgo di grido, la modella e il suo autista, lo studente dello Iulm, la rampolla svizzera in pigiama all'angolo della strada, il pierre del locale figo, la panettiera che scende in cortile a comprarla col marito e la figlia di due mesi, questo agente della Sesta sezione (unità operativa criminalità diffusa) convince tanto quanto una ricerca scientifica. "Questa è la città dell'happy hour e della cocaina. Ormai è come se fossero due tradizioni - dice - Per me, davvero, è vivere dentro un film (in effetti il cinema lo corteggia, a marzo sarà a fianco di Raoul Bova in "Sbirri", regia di Burchielli e Parissone, gli stessi che lo hanno "seguito" in presa diretta in "Cocaina"). Quando esco e vado a fare la spesa faccio il giro largo, passo davanti al posto di spaccio. Se vedo il tipo dentro la cabina che va in sbattimento, mi fermo e aspetto. Anche se sono fuori servizio. La droga non si ferma mai". Il poliziotto-graffitaro racconta di vite storte, della polvere bianca che i milanesi chiamano "bamba" o "barella" e che si sparano 120 mila volte al giorno. Il fine settimana le dosi consumate diventano il doppio, 240 mila. Con 30 euro a Milano puoi compare mezzo grammo di coca, buon prezzo e buona qualità. "E' la città dove ne scorre e dove se ne consuma di più - spiega Luigi Rinella, capo della Narcotici - E' qui che si accordano i cartelli del narcotraffico. Qui si decide il mercato italiano. Milano sta all'Italia come l'Olanda sta all'Europa". Molto dipende dall'appetito dei clienti. "Usano sempre più sostanze insieme e acquistano più droghe alla volta" - ragiona Francesco Messina, capo della squadra mobile. A entrarci con le felpe larghe e colorate dello sbirro che gira con la vernice spray, col suo dialetto un po' bergamasco (è nato a Bergamo, quartiere Celadina, "al piano terra spacciavano, forse c'era qualcosa di già scritto", sorride) e un po' milanese, il naso di Milano appare diviso per strati. "In basso ci sono gli scancrenici, gli africani di viale Monza che si fanno di tutto e per farsi la vendono. Salendo, ci sono i giovani, dai 18 ai 25. Studenti che hanno il loro giro, a scuola, all'università, alle feste in discoteca. La coca per loro è un'esperienza da condividere. Difficile vedere uno che la compra o che se la fa da solo. Poi, ed è la fetta più larga, c'è il livello del cliente di tutti i giorni a tutte le ore. Adulti, dai 30 in su. Con la bamba hanno un rapporto soprattutto individuale. Già dal momento dell'acquisto". Dalle pieghe dei verbali dell'antispaccio emergono spaccati di miserie, soprattutto morali. Di consumatori abituali che si organizzano con il servizio a domicilio, il pusher va in bicicletta. Una "coccola" che si paga, la coca direttamente a casa. E che a Milano può marcare delle differenze "sociali". Ma non è più o non tanto il cocainomane "vip" la cifra del mercato. Agli investigatori questi clienti sembrano interessare sempre meno. Non si scompigliano per la show girl dai fidanzati famosi e sportivi, e sempre più magra, che ha inforcato l'ennesima notte in polvere; né per il calciatore sul viale del tramonto, assiduo di Miami, né per il vulcanico stilista con lo stesso vizio dei figli. Dice Langè: "Di tutti, ricchi e belli oppure "scancrenici", dico che sono soli, e che anche se li stai arrestando la cosa migliore è parlargli. Capire perché l'hanno presa, spiegargli che la droga è da sfigati. E loro si aprono, perché in fondo gli aiuti a dare un senso a un fallimento, a prescindere che duri una notte o una vita".

 

Corsera – 8.12.08

 

Super sportivi, concentrati e senza legami affettivi: l’identikit dei terroristi – Lorenzo Cremonesi

NUOVA DELHI - Non dovevano essere innamorati gli uomini del commando che il 26 novembre ha colpito Mumbai. I loro mandanti li avevano scelti sulla base di tre requisiti fondamentali: la forma fisica da super-sportivi; la capacità di concentrazione mentale; e soprattutto il non avere legami affettivi profondi. «I 10 terroristi del commando non dovevano avere mogli o fidanzate e neppure figli. L’unico sposato di loro, Abu Umar, aveva anche una figlia. Ma era divorziato dalla moglie, Sameena, dal 2005. E non era in contatto con la famiglia», scrive il “Times of India” riprendendo le dichiarazioni agli investigatori di Ajmal Amir Kasab, l’unico del commando catturato vivo dalle teste di cuoio indiane. I PROFILI DEI TERRORISTI - E’ così che, pezzo per pezzo, i servizi segreti di Nuova Delhi stanno ricostruendo la tipologia dei terroristi. Un lavoro difficile, ma importante. Kasab potrebbe davvero aiutare a ricostruire uno spaccato fondamentale della meteora del terrorismo in Asia e i suoi legami con i gruppi che sulla scena internazionale si rifanno all’ideologia di Al Qaeda. Non a caso sia l’intelligence americana che il Mossad israeliano cercano in ogni modo di collaborare con gli 007 indiani. Le notizie che arrivano riguardo a Kasab tuttavia sono frammentarie e spesso contraddittorie. In un primo tempo si era detto che lui, appena catturato, era propenso a cooperare in cambio di essere curato (durante il blitz è stato ferito a una mano) e avere salva la vita. «Aiutatemi. Non voglio morire», avrebbe gridato ai soldati indiani davanti al cadavere crivellato di colpi di uno dei compagni del blitz. Le ultime rivelazioni farebbero però ritenere che ora stia cercando di suicidarsi. Per gli inquirenti sarebbe un danno irreparabile. Kasab resta una fonte d’informazioni preziosissime. Da qui la scelta di proteggerlo ad ogni costo. E’ stato praticamente spogliato per evitare che possa cercare di impiccarsi con i propri vestiti o di soffocarsi ficcandoseli in bocca. La sua cella è vuota, con la luce elettrica accesa 24 ore su 24. Le sentinelle lo sorvegliano in continuazione. C’è anche un team incaricato di assaggiare il suo cibo, nel timore che qualche infiltrato possa cercare di avvelenarlo. Lui vorrebbe carne ogni giorno, gli vene data una volta alla settimana. La stampa locale ha anche ipotizzato che possa cercare di trattenere il respiro sino alla morte. Ma i medici della polizia hanno scartato l’eventualità con una smorfia di derisione per la “fantasia troppo accesa” dei media. RIVELAZIONI - Difficile giudicare le rivelazioni dei racconti fatti dal prigioniero circa il suo luogo di origine, la connivenza con i servizi segreti militari pakistani (il celebre Isi), i suoi mandanti tra i gruppi dell’estremismo kashmiro. Molto più credibile appare invece il dettaglio attribuito al suo racconto per cui il gruppo prescelto dai loro addestratori per l’attacco su Mumbai era diventato una sorta di confraternita ascetica del terrore. Per un anno sarebbero stati soggetti ad un regime durissimo di addestramento fisico tra le montagne e la giungla pakistana. Corse quotidiane con zaini pesanti oltre 15 chili, notti all’addiaccio, esercizi di tiro, lotta libera, nuotate di oltre 10 chilometri alla volta in mare. Nulla da invidiare al più duro degli addestramenti per i Marines di West Point. Con l’avvicinarsi della data predestinata al “via”, i 10 scelti sarebbero stati chiusi per tre mesi in un bungalow a Karachi. «Lontani dal mondo materiale. Totalmente isolati», scrive ancora il quotidiano indiano. Non potevano fumare, bere alcool o andare a donne. A parte questo però, avrebbe specificato Kasab: «In quei tre mesi i nostri istruttori ci avevano detto che potevamo chiedere e ottenere qualsiasi altra cosa».

 

«Questo partito può finire come il Psi» - Aldo Cazzulo

FIRENZE - Paul Ginsborg è appena tornato nella sua casa d'Oltrarno, dopo quattro mesi a Berkeley. Ha davanti il titolo dell'Espresso — Compagni Spa — che ha fatto infuriare il sindaco di Firenze, e i quotidiani con la foto di Domenici in catene. Cultore di storia repubblicana, «ideologo» della fase nascente dei girotondi e protagonista dell'episodio-simbolo, la disputa con D'Alema al Palasport davanti a migliaia di fiorentini: «Vinsi io, 3 gol a 1. Anche se D'Alema forse non la pensa così». Professor Ginsborg, Cordova dice al «Corriere» che gli scandali di oggi chiudono, sul versante sinistro, il cerchio di Tangentopoli. È così? «Non c'è dubbio che la cronaca di questi giorni vada inquadrata in un contesto storico che comincia nell'89. Allora i postcomunisti non riuscirono ad elaborare un progetto forte che spezzasse l'intreccio tra l'azione politica e il clientelismo. Uno storico male italiano: il rapporto verticale tra patrono e cliente. Gli antichi romani l'avevano codificato. Andreotti lo teorizzò nel '57, quando disse che la domenica mattina, anziché riposare, lui e gli altri democristiani si prendevano cura delle famiglie disagiate». La sinistra aveva un atteggiamento diverso? «Non ho mai mitizzato il Pci. E non amo parlare di questione morale. Ma a sinistra questo male veniva studiato: penso al lavoro di Mario Caciagli su Catania, di Percy Allum su Napoli, di Amalia Signorelli sul Salernitano; Chi può e chi aspetta era il felice titolo del suo libro. E a sinistra c'era l'orgoglio della diversità, della fibra morale, della connessione tra etica e politica». C'era. E adesso? «Oggi il rapporto tra patrono e cliente non viene più studiato. In compenso, è fiorito. Il patrono non è più il proprietario terriero che dispone delle cose proprie; è il politico che dispone delle cose pubbliche. Anche molti politici di sinistra». Berlusconi dice che la questione morale riguarda il Pd. «Berlusconi è un grande patrono. Lo dimostra anche con il linguaggio del corpo: ha sempre le mani sulle spalle di qualcuno. Ma il clientelismo e il nepotismo si ritrovano anche nelle amministrazioni del Pd. E non vedo tensione su questo tema al suo interno. Neppure il Pd affronta il grave problema della forma e del ruolo dei partiti. Molti meno iscritti, molto meno consenso. Il partito di massa cede il posto allo staff del leader. Il primo è stato Tony Blair». Si disse qualcosa di simile del governo D'Alema nel 2000, con Velardi e Latorre. «L'impressione era quella. D'Alema aveva quell'atteggiamento. Ma non solo D'Alema. Se il centrosinistra non cambia direzione, può fare la fine dei socialisti craxiani negli anni '90». Addirittura? «Se il Pd non si apre alla democrazia partecipata, se non si rivolge ai cittadini e si limita a fare da mediatore, a tenere i contatti con i poteri forti economici, diventa indistinguibile dagli altri partiti. Il clientelismo di Cioni nei suoi meccanismi non è diverso da quello della destra». Che succede a Firenze? «Le racconto un episodio. Quando Domenici fu eletto, fondammo un comitato per lo sviluppo sostenibile dell'Oltrarno. Andammo dal sindaco, portammo proposte per migliorare il traffico e la vita. Lui sembrò disponibile. Distinse tra le cose da fare subito, quelle di medio e quelle di lungo termine. Decise la chiusura temporanea di due strade, un'ora al giorno, per fare andare i bambini a scuola. Buon inizio. Ma tutto finì lì. Fu commissionato a Carlo Trigilia un piano strategico per la città; ma nel 2005 l'intero comitato scientifico si dimise, e oggi l'inquinamento a Firenze è sopra il livello di guardia. Se non hai una visione complessiva della città, finisci per occuparti solo di edilizia, project-financing, poteri forti. Domenici si è comportato come gli altri politici di sinistra con cui abbiamo discusso, da D'Alema a Chiti: ascoltano; spesso ci danno ragione; e poi fanno come se nulla fosse stato. Un muro di gomma». Domenici si è incatenato sotto «Repubblica». «Mi dispiace, ma non lo vedo come vittima. Preferisco prenderla con leggerezza. Non a caso si è incatenato a Roma; se l'avesse fatto a Firenze avrebbe violato il regolamento del suo assessore Cioni. Vietato disturbare la pubblica quiete, vietato esporre targhe e bacheche senza autorizzazione... C'è però una cosa che mi ha colpito molto del caso Domenici. Il cartello che inalberava». «Sì alla difesa della dignità e dell'onorabilità». «Ecco, la parola chiave è onore. Sento un'eco della vecchia Italia, della profonda cultura mediterranea. L'Italia ha grandi meriti che il mondo anglosassone non ha; ma nei Paesi anglosassoni non ci si appella all'onore maschile. Ci si difende laicamente in tribunale. La stessa eco la sento nel tragico suicidio di Nugnes: un'altra storia che ci riporta agli anni di Tangentopoli. Perché reagire così? Perché non dimostrare la propria innocenza, oppure patteggiare la pena? Siamo tutti esseri umani, non dei, e possiamo tutti sbagliare». Lo scontro tra procure? «Brutto. I giudici non dovrebbero comportarsi così. Molte cose nella magistratura come casta vanno criticate. Ma la sua autonomia è preziosa e va salvaguardata. E gestita in modo responsabile». Bassolino deve andarsene? «Qualsiasi politico indagato, compreso Berlusconi, dovrebbe andarsene. Figurarsi quelli rinviati a giudizio». Dove sono però i girotondi? E che fine hanno fatto i «ceti medi riflessivi» da lei teorizzati? «I ceti medi riflessivi non sono il Pensatore di Rodin. Si muovono. Ma faticano quando vengono sistematicamente irrisi, come fanno anche molti giornali. In tanti sono caduti nel cinismo, e non si impegnano più. Sarà difficile rianimarli, ma non impossibile». Può riuscirci Di Pietro? «Ho sempre pensato che Di Pietro doveva restare in magistratura. Ora ho cambiato idea. Non appartengo al gruppo di Travaglio, Flores, Di Pietro, ma condivido le loro battaglie. Voi giornalisti lo considerate noiosissimo, ma all'estero il conflitto di interesse resta il primo argomento quando si parla d'Italia». Quindi Veltroni non deve rompere l'alleanza? «Veltroni ha già commesso un grave errore a rompere con la sinistra radicale. Ha ottenuto un vantaggio immediato. Ma poi la sua apertura a Berlusconi non ha portato a nulla. Ora è in arrivo una crisi economica globale di grande drammaticità. O il Pd trova una progettualità forte e ricostruisce un'alleanza alternativa; o entra in un governo d'emergenza nazionale, e allora diventa indistinguibile dalla destra».

 

De Magistris e l'archivio «pericoloso» - Giovanni Bianconi

ROMA - I magistrati di Catanzaro impegnati nella «guerra» con Salerno sostengono di aver scoperto, nelle carte del processo Why not sottratto all'ex pubblico ministero Luigi de Magistris, la «illegale costituzione e conservazione, ad opera del consulente tecnico dr. Genchi, di una banca dati, telefonica e telematica, per molti aspetti acquisiti in modo illegale ed in spregio di guarentigie costituzionali, nei confronti delle massime autorità dello Stato, di parlamentari, appartenenti all'ordine giudiziario, ai Servizi informativi e di sicurezza». È uno dei motivi per cui hanno bloccato le carte sequestrate da Salerno. «Per tali profili, di estremo allarme sociale e pericolo per la stessa sicurezza dello Stato - hanno scritto nel decreto di contro-sequestro - si rende necessario evitare la diffusione di tali dati inevitabilmente connessa alle conseguenze del sequestro disposto dal pm di Salerno ». Dietro il conflitto tra i due uffici giudiziari, dunque, c'è anche il maxi-archivio accumulato dal perito di de Magistris, il poliziotto in aspettativa Gioacchino Genchi, già consulente delle Procure di mezza Italia: 578.000 record di richieste anagrafiche, denunciano i magistrati calabresi, che «attentano al diritto alla privacy » e conterrebbero «perfino utenze coperte da segreto di Stato». In una delle innumerevoli note contro de Magistris, il procuratore generale di Catanzaro Jannelli - appena proposto dal Csm per l'avvio di una pratica di rimozione, al pari del procuratore di Salerno Apicella - aveva denunciato la «perniciosa anomalia» del suo lavoro: «La delega al consulente Genchi per le indagini su tabulati telefonici relativi a utenze sequestrate agli indagati, dai quali individuare ulteriori utenze e da quest'ultime ancora altre ed altre ancora, con risultati paradossali: migliaia e migliaia di numeri telefonici, costitutivi di una vera e propria banca dati, al fine di provare contatti, senza contenuto, tra persone indagate e non, nel contesto di un procedimento privo, alla data dell'avocazione, della possibilità di formulare ipotesi concrete e circostanziate di reato». Il lavoro del perito, che dall'ufficio palermitano in cui lavora nega di aver mai commesso illeciti, è pure al centro della controversa indagine a carico dell'ex ministro della Giustizia Mastella, che un anno fa avviò l'azione disciplinare contro de Magistris dopo che questi aveva già inquisito il premier Romano Prodi e si preparava a indagare il Guardasigilli, proprio nell'inchiesta Why not. All'indomani dell'avocazione dell'inchiesta da parte della Procura generale di Catanzaro, i carabinieri del Ros sequestrano a Genchi tutto il materiale. Lo studiarono, e conclusero che quando il perito chiese i tabulati di un telefonino intestato alla Camera dei deputati poteva e doveva sapere (per i dati di cui disponeva da quasi un mese) che quel numero - in contatto con l'altro indagato Antonio Saladino - era in uso a Clemente Mastella, all'epoca Guardasigilli e senatore, dunque coperto dall'immunità parlamentare. La relazione del Ros è uno degli elementi per i quali, nell'aprile scorso, un giudice di Catanzaro ha archiviato il procedimento a carico di Mastella: il tabulato dell'utenza fu acquisito senza la necessaria autorizzazione della Camera di appartenenza, e dunque è inutilizzabile. Davanti ai magistrati di Salerno, de Magistris e Genchi hanno sostenuto tutt'altre versioni. Il magistrato dice che iscrisse Prodi e Mastella nel registro degli indagati proprio per «richiedere l'autorizzazione a procedere per l'acquisizione e l'utilizzo di tabulati e intercettazioni telefoniche ». Il consulente afferma che quando sollecitò i tabulati del numero del Guardasigilli, «oltre a non disporre di alcun riferimento sulle intercettazioni di Saladino con Mastella (che secondo il Ros svelavano chi utilizzava quel numero, ndr), non risultava nemmeno correttamente accertato l'intestatario dell'utenza». I magistrati di Salerno si schierano con la coppia de Magistris-Genchi, ritenendo che le drastiche conclusioni del Ros si fondano su molte «presunzioni» e nessuna «certezza». E in uno degli ultimi interrogatori- denuncia posti a fondamento del sequestro degli atti di Why not, de Magistris mostra di non considerarsi vinto: «Attendo con immutata fiducia che la Procura di Salerno evidenzi le illiceità di rilevanza penale poste a fondamento del decreto di archiviazione nei confronti di Clemente Mastella emesso dal giudice di Catanzaro, in modo da impedire anche ulteriori condotte illegali da parte di persone preposte ai procedimenti disciplinari e paradisciplinari nei riguardi dei magistrati».

 

La prima alla Scala. Il foyer sottotono e le analogie con il ’92

Giangiacomo Schiavi

E’ un po’ fiacca, sentenzia il loggione. Sobria, minimalista, con gli spifferi della crisi tutt’intorno: è una «prima» che non entusiasma. Lassù in alto qualcuno fischia e fa buuu, senza misericordia. Anche applausi, alla fine. Ma la passione è fredda. Sottotono. Come Milano di questi tempi. Come l’Italia così com’è. Anticipa sempre qualcosa l’inaugurazione della Scala. A volte un miracolo economico, a volte l’autunno caldo, a volte un riscatto morale. Nel foyer ora incombe una domanda: sopravvivremo al 2009? Non c’è solo il «Don Carlo» con il tenore Filianotti silurato alla vigilia della serata di gala a creare motivo d’attesa: c’è anche un Paese in affanno che chiede a Milano e al suo teatro un raggio di speranza in un futuro che continua ad essere grigio. Brandelli d’ottimismo: l’imprenditore Arturo Artom segnala «crepe di positività»; l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, dice che «l’Italia può reagire meglio di altri Paesi che stanno affondando » e il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei invita a riscoprire un valore nella «normalità senza eccessi ». Ma nell’aria si sente un certo disagio, quello che il presidente dell’Aifi, l’associazione italiana di private equity, Giampio Bracchi, sintetizza così: «Tutti hanno una paura maledetta della crisi. E la gente che spende, oggi, ha l’impressione di fare una cosa sbagliata». Non è ridondante la Scala di Lissner. Vestitoni sobri. Gioielli moderatamente esibiti. Colpisce il collo nudo del sindaco Letizia Moratti. Ma non piace la cena di gala del Comune: 350 mila euro di spesa sembrano troppi. C’è il presidente di Assolombarda Diana Bracco e ci sono i cinque ministri del governo Berlusconi: elogiano l’opera. Veronica Lario arriva con il figlio Luigi: low profile adeguato al momento. Assenze vistose: parlamentari del centrosinistra. Nel palco della Provincia manca il presidente Filippo Penati. Capi di Stato, pochi e in versione Expo: i premier di Togo, Albania, Slovacchia e Ruanda. Scarsa frenesia da inquadratura, all’arrivo. Niente happening, fuori. Solo proteste di rito, annunciate. Quasi soft. Cobas e precari della scuola incollati alle transenne. Senza toni esagitati difendono il tempo pieno, cantano la «Cavalleria rusticana» e contestano i ministri Gelmini e Tremonti. Piazzetta Reale è illuminata a pois. Milano è quasi surreale. Su un tram, fermo e tempestato da mille luci, c’è una scritta: auguri. Ma la città è distratta, dallo shopping e dal weekend. E lontana da qui. «Non serve aggrapparsi a un simbolo per pensare alla ripresa», ringhia l’economista Marco Vitale, assente per scelta: «Quello della Scala ormai è un rito senza fede, tra ricchi che hanno bisogno di consolarsi tra di loro». Passa Francesco Saverio Borrelli, presidente del Conservatorio. E affiorano analogie con un altro Don Carlo. Quello del 1992, epicentro di una stagione chiamata Tangentopoli. La Scala con Muti e Pavarotti doveva essere il riferimento etico per una città allo sbando, per una classe politica alla deriva. Allora Borrelli era il capo del pool di Mani Pulite e la Scala era una delle poche istituzioni non contaminate dalle mazzette. In quei giorni si faceva lo screening ai socialisti, ricorda l’ex sovrintendente Carlo Fontana, «e la Scala venne identificata come simbolo del riscatto di Milano. Ma una stecca di Pavarotti guastò la serata». Nella storia di Milano la Scala interpreta umori e stati d’animo. Dopo le mise imperdibili, gli anelloni al dito, gli orecchini prelevati dai caveau e la signora che si presenta vestita d’oro c’è l’indimenticabile vernice rossa di Mario Capanna sulle pellicce di qualche damazza a fare da spartiacque fra due mondi. E’ il ’68 e finisce una stagione: la sera della «prima» il fremito d’imbarazzo non è solo per il manto d’ermellino e il nude look di qualche signora, ma per i fischi, i campanacci, il rischio delle uova in faccia. La Scala fa notizia anche per quel che succede fuori, non solo sul palco. E negli anni Settanta, quando molte fabbriche chiudono, diventa l’immagine di un Paese che cambia, di una città che ha paura, ma anche di un sovrintendente che apre le porte agli studenti lavoratori: si chiamava Paolo Grassi. Avvolta nella crisi, la Scala del Don Carlo offre un segnale di ottimismo per il Paese? «Certo », si sbilancia il ministro La Russa. Ma che cosa è cambiato rispetto a dieci, vent’anni fa? Tutto sembra ibernato, la consapevolezza del momento difficile è più nelle assenze che nelle presenze. «La Scala è solo un teatro, non facciamone la metafora di una decadenza», dice qualcuno. Può un teatro interpretare gli umori e gli stati d’animo di un Paese? «La Scala ci dice che Milano e la Lombardia devono continuare a credere, ed essere la locomotiva che traina il Paese», spiega il presidente Formigoni. Ma la locomotiva è stanca, sbuffante. E un po’ vecchia, vista dal foyer. Di questo il sindaco Moratti si rende conto quando dice che «la vera prima è stata quella dei giovani, è lì la vera novità di Milano e della Scala». Sopravvivremo al 2009? Speriamo bene.


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