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ATENE CI PARLA

Manifesto – 9.12.08

 

Atene ci parla - Luciana Castellina

Sono passati più di trent'anni e perciò a quelli che sono nati dopo sentire che il Politecnico di Atene è stato occupato dagli studenti in lotta e assediato dalla polizia non farà molta impressione. Ma per noi è un luogo mitico: è da lì che partì la controffensiva che portò non molto tempo dopo alla caduta dei colonnelli fascisti che avevano effettuato il colpo di stato dell'aprile 1967, finalmente un'esplosione di massa, aperta, dopo anni di tremenda persecuzione, di carceri, confini e torture che avevano annichilito la resistenza. Uno scatto di soggettività e coraggio, pagato con un numero di vite rimasto sempre imprecisato, tanta fu la furia della polizia e dell'esercito che contro l'ateneo scagliarono i loro carri armati. Fu anche il segnale che i fascismi europei erano giunti al termine della loro sanguinosa parabola, gli anni della rivoluzione dei garofani in Portogallo, poco prima della liberazione della Spagna. Oggi il quadro è del tutto diverso, certo. Ma in questa attuale occupazione del Politecnico di Atene c'è almeno un elemento comune: la rottura di un'acquiescenza, la decisione di dire «basta» che coinvolge subito una generazione intera e spinge la sinistra a rialzare la testa contro la destra che anche in Grecia occupa il potere senza sembrare troppo disturbata dalla propria opposizione. Il motivo scatenante dell'insorgenza, come sappiamo, è stata l'uccisione a sangue freddo di un ragazzo che si trovava ai margini di uno tafferuglio minore, nemmeno una manifestazione violenta, un semplice scontro. Ma se è subito dilagata per tutte le città del paese e ha portato all'occupazione delle scuole, è perché la protesta ha aggrumato tutte le ragioni di un malcontento profondo e generalizzato: autoritarismo poliziesco, crisi economica, precariato, disoccupazione. E per di più, anche qui, una legge che intende portare un colpo mortale all'Università: non solo drastici tagli finanziari ma anche - e in Grecia sarebbe la prima volta - apertura all'istruzione privata, un affronto che mette in discussione la scuola pubblica, a giusto titolo qui considerata un attributo fondante della democrazia che neppure i colonnelli avevano osato toccare. Domani lo sciopero generale già indetto dai sindacati si arricchirà di un nuovo significato, più direttamente politico di quello originariamente previsto, per via del collegamento, già annunciato dalla Confederazione, con le manifestazioni studentesche. Sarà anche, finalmente, un momento di lotta unitario, di tutta l'opposizione, perché i militanti di tutti e tre i partiti della sinistra - il Pasok (socialista), il Synaspismos (nuova sinistra), il Kke (comunista ortodosso) - sfileranno fianco a fianco. Cosa che ancora oggi non è accaduta, per via delle reticenze del Pasok che non è ancora sceso in strada e del settarismo del Kke che non ha voluto unirsi alle organizzazioni che, come il Synapsismos, fanno capo al Social Forum. Sono divisioni storiche che però non sembrano corrispondere al movimento esploso in questi giorni. Far paragoni frettolosi con l'Italia non conviene, ma la vicenda suscita qualche riflessione.

 

Esplode ad Atene l'ira della Grecia - Pavlos Nerantzis

ATENE - Terzo giorno di manifestazioni, di scontri e di incendi, terzo giorno dell'ira per i giovani di tutta la Grecia, terzo giorno di manifestazioni rabbiose, di nervi tesi, di violenza che serpeggia sotto ogni corteo. A macchia d'olio si allargano in tutto il paese le violente proteste contro il governo conservatore di Kostas Karamanlis dopo l'uccisione, sabato scorso, del quindicenne Alexis Grigoropoulos, colpito dal proiettile di un agente delle forze speciali della polizia ad Atene. L'omicidio ha acceso una rivolta senza precedenti, trasformando il centro della capitale in un luogo di guerriglia urbana senza tregua. Sono i più violenti scontri dall'epoca del regime dei colonnelli. Negozi assaltati, vetrine in frantumi, banche distrutte, auto date alle fiamme, lacrimogeni, sassaiole, bottiglie molotov, attacchi contro stazioni della polizia, scontri corpo a corpo dappertutto tra Politecnico e Monastiraki, sotto l'Acropoli. Decine gli arrestati e i feriti, tra loro un poliziotto in gravi condizioni. Ieri due grandi manifestazioni ad Atene, convocate dalla sinistra di Syriza e dai comunisti del Kke: all'inizio sporadici incidenti, qualche molotov, poi pietre e bastoni da una parte, lacrimogeni dall'altra, infine viene appiccato il fuoco a un grande magazzino del centro, e va in fiamme anche il gigantesco albero di natale sistemato davanti al parlamento, mentre vanno in pezzi le vetrine di banche e uffici governativi, vanno arrosto file intere di cassonetti e il sindaco di Atene abolisce in fretta e in furia le celebrazioni natalizie. Non sono solo gli anarchici, non è solo la sinistra radicale, persino il «mite» Pasok di George Papandreu - imbaldanzito da buoni sondaggi - ora chiede le dimissioni del governo invita i greci a «manifestare in tutto il paese». E' la Grecia delle molte sinistre contro il governo di destra, la sua «mano dura», le sue riforme più minacciate che promesse, mentre la crisi morde i greci e gli scandali mordono il governo. Nel sangue di Alexis Grigoropoulos la rabbia degli studenti si salda con quella della sinistra che aspira al governo: domani sciopero generale di 24 ore contro il carovita e la politica economica del debole governo di Nuova Democrazia, la formazione di Karamanlis, che continua a strillare «tolleranza zero» e oggi incontrerà i vertici delle istituzioni e i principali leader politici, comunisti compresi, ma intanto rischia la spallata. Non brucia solo Atene: stesse immagini a Pireo, Salonicco, Xanthi, Patrasso, Giannina, Trikala, Karditsa nella Grecia settentrionale, Hania, Iraklion nell'isola di Creta. Nelle prime ore della notte tra sabato e domenica erano scesi in piazza i gruppi anarchici, ma da domenica la mobilitazione si è estesa in tutte le scuole medie, quelle superiori e le università. Tutto il paese si trova in stato d'emergenza, sembra che nessuno sia capace a fermare la rabbia di migliaia di studenti. La questura di Atene ieri mattina è stata circondata da centinaia di studenti, con gli uomini della polizia fermi a guardare nel vuoto. In altri punti della capitale, come a Salonicco, le forze dell'ordine in assetto antisommossa hanno attaccato con lacrimogeni, ma è talmente grande il dolore e l'indignazione, così forte il flusso degli studenti che manifestano spontaneamente, che la situazione è stata fuori controllo per parecchie ore. Anche a Salonicco sono degenerate le manifestazioni convocate ieri dall'opposizione (la Coalizione della Sinistra, Syriza, Kke e sinistra extraparlamentare), con molotov e distruzioni «selettive» (banche, multinazionali, negozi chic, McDonald's) di vetrine. Gruppi di studenti greci hanno occupato anche le sedi diplomatiche a Londra e Berlino. «Lo stato ci assassina», «E' una tragedia. Pagherete caro», «Alexis è uno di noi», «Alexis è vivo e lotta insieme a noi» sono gli slogan principali che si sentono per le strade, tra lanci di bottiglie molotov, lacrimogeni, vetrine in frantumi e sirene delle autoambulanze. Il governo conservatore invita alla calma, il ministro dell'istruzione ha deciso di chiudere le scuole, ma erano state già occupate dagli studenti. Stessa situazione anche in tutti gli atenei con le facoltà occupate. La protesta coinvolge anche gli insegnanti, che hanno parlato di «uno stato assassino», e i professori universitari, che si asterranno per altri due giorni dalle lezioni. La Confederazione generale dei lavoratori (Gsee) e la Federazione nazionale dei lavoratori del settore pubblico hanno proclamato uno sciopero generale per domani. La rabbia per l'esecuzione a freddo di un giovane, che - da notare - non apparteneva ad alcun gruppo politico, è venuta ad aggiungersi al malcontento generale contro il governo, creando un'esplosione sociale. Nonostante la violenza degli scontri, nessuno - a parte la destra - è disposto ad accusare dei disordini gli studenti. I «futuri disoccupati» come si definiscono, la «generazione dei 700 euro», è in rivolta. La maggioranza dei greci non parla nemmeno dei danni causati negli scontri, argomento caro ai canali privati in occasioni simili. «In questo momento un giovane ha perso la vita, lasciamo perdere i danni», è stato il commento del presidente della Confederazione nazionale del commercio, Dimitris Armenakis, che di solito punta il dito sulle vetrine frantumate negli scontri. All'attenzione generale, questa volta, c'è il comportamento abusivo della polizia, segno dell'incapacità da parte del governo di aprire un dialogo con i giovani in un momento in cui, oltre la crisi economica che colpisce anche la Grecia, sono all'ordine del giorno gli scandali, la corruzione, il deterioramento delle condizioni della vita e le occupazioni di scuole e di atenei a causa della prevista riforma. Alexis Grigoropoulos è stato ucciso sabato sera nel quartiere «caldo» di Exarchia, roccaforte di anarchici di giorno e di piccoli pusher quando cala la sera, da due poliziotti uno dei quali è sceso dall'autopattuglia, ha affrontato un gruppo di giovani che insultavano gli agenti e ha aperto il fuoco. Arrestato, ha dichiarato - smentito da tutti i testimoni e da un video girato da un balcone vicino - quello che gli agenti dichiarano sempre in questi casi: siamo stati aggrediti. Ma questa volta la versione della polizia è durata poco, pochissimo. La rabbia è scoppiata e si è subito espansa a tutti i centri urbani del paese, mentre l'angolo tra via Tzavella e Missolonghi dove è caduto Alexis ha cominciato a coprirsi di fiori e biglietti, luogo di pellegrinaggio per tutti i giovani di Atene e per la loro rabbia. Ricorda l'assassinio di Carlo Giuliani a Genova nel giugno del 2001. Stesse immagini, stessi sentimenti. Omicidio volontario e complicità in omicidio sono le accuse contro i due agenti della polizia, che sono stati arrestati (i primi avvocati difensori avrebbero rifiutato l'incarico, affermando che i loro clienti gli avrebbero mentito), mentre il ministro degli interni Prokopis Pavlopoulos e il sottosegretario all'ordine pubblico presentavano le loro dimissioni, che il premier ha naturalmente respinto. «Daremo prova della massima severità nei confronti dei responsabili» ha detto Kostas Karamanlis, aggiungendo che «ciò che è accaduto non si deve ripetere» e che il governo «è deciso a far rispettare la legge». «Rispettare la legge» è un concetto labile per le violenze contro i giovani manifestanti, e la cronaca greca abbonda di storie di botte, arresti illegali e anche omicidi a fronte di assoluzioni o condanne che definire miti è eufemistico. L'omicidio di Alexis Grigoropoulos non è un fatto singolo ma riguarda il comportamento autoritario della polizia greca, male addestrata nei confronti soprattutto dei giovani. Ora non mancano le voci secondo le quali l'agente ha sparato perché mirava alla creazione di un clima di tensione per destabilizzare il governo, o addirittura altri che lo considerano «un pazzo». Quale sia stato il movente della mano assassina, non si escludono elezioni anticipate. I sondaggi danno per la prima volta un vantaggio netto di 5 punti a favore dei socialisti del Pasok, con una grande crescita della Coalizione della Sinistra, Syriza. Intanto la tensione rimane, così come la rabbia.

 

Contro il crack arriva lo sciopero - Sara Farolfi

ROMA - «Contro la crisi: più lavoro, più salario, più pensioni, più diritti». Lo sciopero generale della Cgil, venerdì prossimo, promette di riempire le piazze di tutto il paese. Le condizioni sono tutt'altro che facili, la «gelata» è arrivata, e per migliaia di lavoratrici e lavoratori già in cassa integrazione, la 'fermata' è un «sacrificio» che sottrae ulteriore salario. Non si sa cosa succederà né che cosa ci si debba aspettare, e forse proprio per questo «le assemblee nei territori sono affollate» e «la partecipazione è al di sopra dei livelli normali». Aggiungiamo l'Onda, che prepara il suo ritorno, e aggiungiamo anche il secondo sciopero generale (dopo quello del 17 ottobre) dei sindacati di base - Cobas, Cub e Sdl: venerdì il mondo del lavoro, della scuola e dell'università si faranno sentire. La domanda, se mai, è un'altra: basterà uno sciopero generale contro la crisi? Era il 12 novembre, quando il direttivo Cgil approvava all'unanimità la proposta del segretario generale, Guglielmo Epifani, di sintetizzare in una sola le mobilitazioni già proclamate per dicembre. Gelate le relazioni sindacali, con la Cisl che, quello stesso giorno e a due giorni dalla manifestazione dell'università, si 'sfilava' senza imbarazzo alcuno dalla giornata. Pessimi, per altro verso, i rapporti con il governo, il giorno dopo la notizia di un vertice privato a palazzo Grazioli tra il premier, i segretari di Cisl e Uil e la presidente di Confindustria. Ma l'«isolamento», che il gruppo dirigente Cgil ha cercato in tutti i modi di evitare, ha avuto l'effetto di ricompattare le diverse anime del maggior sindacato italiano. Un grande peso lo ha giocato, senza dubbio, la mobilitazione congiunta delle due più 'pesanti' categorie di attivi: i metalmeccanici della Fiom, che proprio per il 12 avevano proclamato una giornata nazionale di sciopero, e i dipendenti pubblici della Fp Cgil, che promettevano di unirsi alle tute blu. Non solo: imponente (il 30 ottobre) è stata la manifestazione della scuola, superiore alle aspettative (il 15 novembre) lo sciopero del commercio contro l'accordo separato siglato da Cisl, Uil e Confcommercio. La scelta dello sciopero generale, con manifestazioni provinciali e regionali, è stata quasi obbligata. Se lo sciopero di venerdì sarà l'avvio di un percorso di mobilitazione, saranno le risposte alla piattaforma dello sciopero a deciderlo, sottolineano diversi dirigenti Cgil. Le premesse non sono delle migliori, sia dal punto di vista delle relazioni sindacali che da quello dei rapporti con il governo. La «gelata» è ormai arrivata, e tuttavia non passa giorno senza che Cisl e Uil mettano la propria firma in calce a un accordo (separato, neanche a dirlo): l'ultimo, quello della riforma del sistema contrattuale per le piccole e medie imprese siglato nei giorni scorsi con Confapi. Quanto al governo, le cose vanno anche peggio: qualche misura caritatevole (l'unica cosa messa in campo) non sarà in grado di dare un po' di fiato a salari che già erano ridotti al lumicino. Non è difficile capire come stanno le cose e nelle tante assemblee che in questi giorni preparano la mobilitazione di venerdì se ne parla in questi termini: «Per le banche e la finanza le risorse, in un modo o nell'altro, si trovano, per i lavoratori invece, c'è poco o niente». I metalmeccanici Cgil hanno congelato per ora la 'loro' mobilitazione nazionale, confluendo in quella generale; i dipendenti pubblici hanno parallelamente già annunciato una giornata nazionale di mobilitazionale (dopo le tre giornate regionali del mese scorso) da tenersi tra gennaio e febbraio. Per ora si prepara (e si aspetta) lo sciopero di venerdì che, dalle quattro ore iniziali è già passato a 8 ore in moltissimi territori e per quasi tutte le categorie: «Ma senza risposte, saranno necessarie ulteriori iniziative di mobilitazione», dice Gianni Rinaldini (Fiom). Una crisi come quella attuale richiederebbe «risposte strutturali». La «gelata», nei dati Cgil, ha numeri impietosi: 362 mila lavoratori già in cassa integrazione, senza contare i precari a vario titolo (circa 400 mila persone, ma si arriva a 500 mila contando anche scuola e pubblico impiego) che, di qui alla fine dell'anno rischiano di perdere il posto. Chiede perciò, il sindacato di corso d'Italia, una manovra di ampio respiro, con un investimento di 23 miliardi di euro in due anni (lo 0,7% del Pil) per consentire sgravi ai redditi da lavoro e da pensione (a partire dalla detassazione delle tredicesime, da rendere poi strutturale) e un serio piano di ammortizzatori sociali estesi ai lavoratori di tutti i settori e senza distinzione per tipologia contrattuale. Ancora: «no» secco ai tagli nei settori pubblici, nella scuola e nell'università. E un piano «straordinario» di investimenti, a partire dalla condizione del mezzogiorno e dalle crisi industriali. Facciamo un esempio: se Marchionne dice che di qui ai prossimi due anni resteranno solo 6 gruppi (in tutto il globo) nel settore auto, è un problema oppure no?

 

Un'Onda anomala si aggira tra i manifestanti

Sapienza in mobilitazione Il 12 dicembre ci attende una giornata di grande importanza il cui esito potrà segnare gli equilibri politici e sociali di questo paese. L'indizione dello sciopero generale è anche il frutto del movimento che da inizio settembre ha visto milioni di persone, tra studenti, insegnanti, ricercatori, docenti, bambini, mobilitarsi contro la definitiva dismissione della scuola e dell'università pubbliche (...). Ma per stringere davvero e in maniera efficace una forte alleanza sociale non possiamo accontentarci semplicemente di scendere in piazza nella stessa giornata. Dobbiamo trovare una convergenza su alcuni contenuti che oggi appaiono decisivi e sui quali vogliamo assolutamente vincere, mantenendo sempre le proprie specificità, differenze e le proprie piattaforme di lotta, ma estraendo da queste delle rivendicazioni comuni a partire da quattro temi fondamentali: scuola, università, precarietà e difesa dei territori e dei beni comuni. Per quanto riguarda noi, ci teniamo a mettere in chiaro gli elementi rivendicativi che più ci hanno caratterizzato e che in particolare ci caratterizzano in vista del 12. In primo luogo il rifiuto netto della legge 133, della legge 169 e del Dl 180 in via di approvazione, Dl che non cambia di nulla l'esigenza e la necessità di lottare contro il governo e in particolare contro la ministra Gelmini e di ribadire il nostro sforzo nel senso dell'autoriforma dell'università. In secondo luogo è per noi fondamentale ribadire la nostra ostilità nei confronti delle leggi bipartisan che hanno consentito in questi anni il processo di precarizzazione del lavoro, dal pacchetto Treu, alla legge 30. A maggior ragione vale la pena ribadirlo laddove, a partire dal mese di gennaio, 400.000 precari non saranno riassunti. Precari e lavoratori per cui deve essere assolutamente garantito e tutelato il diritto di sciopero. In terzo luogo riteniamo decisivo estendere e allargare la battaglia per un nuovo welfare che parli di reddito diretto e indiretto (casa, servizi, cultura, diritto alla studio) per studenti, disoccupati e precari, nonché di salario minimo intercategoriale per tutti i lavoratori e lavoratrici. Infine il rifiuto delle privatizzazioni della sapere e della ricerca, e della devastazione ambientale e dei territori, al fine di difendere la totalità dei beni comuni. Vogliamo più finanziamenti all'università e scuola, che allo stato attuale sono indirizzati alla costruzione delle grandi opere pubbliche e alle spese militari. Su questi punti vorremmo, in questi giorni che ci separano dal 12, avviare una discussione proficua e non pregiudiziale. Per quanto riguarda il 12, invece, pensiamo che sia naturale per l'Onda mantenere lo stesso stile assunto durante i precedenti scioperi generali: un corteo autonomo che sappia però interloquire con tutti i lavoratori e attraversare, materialmente e non solo simbolicamente, le manifestazioni sindacali. Questo non toglie che è nostro interesse parlare con quei tanti lavoratori che pur essendo iscritti alla Cgil vedono nell'Onda e nella sue rivendicazioni un'opportunità di cambiamento radicale valido per tutti. Oltre a parlare con i lavoratori è nostro interesse, però, attraversare la città e paralizzarne il traffico.

 

Finalmente l'innovazione: licenziati via mail o a voce - Francesco Piccioni

Siamo in tempi di crisi, lo sappiamo tutti. E veniamo investiti di imperiosi appelli a «stare tutti insieme», a «privilegiare il bene del paese». Tutti sulla stessa barca, insomma. Poi accade che lavori in Alitalia e che stiano per cederti a una sigla che non è ancora non è nulla (Cai), dimezzando il personale (da 18.500 a 10.250, forse), e ti arriva una mail con un allegato pdf pieno di cordialità che ti dice: «Le comunichiamo che a far data dal ... dicembre 2008, il Suo rapporto resta sospeso ed Ella viene posto/a in Cgis del relativo trattamento... Qualora Ella percepisca qualsivoglia prestazione a carico degli Enti previdenziali e assistenziali per il tramite del Datore di lavoro (es. assegni familiari...), vorrà direttamente rivolgersi agli stessi Enti erogatori al fine di ottenere quanto di Sua pertinenza». I «distinti saluti» in automatico precedono la firma di Augusto Fantozzi, commissario straordinario. Giù dalla barca, senza tante chiacchiere. Contemporaneamente, ai sindacati, arrivava un'altra mail per sancire che «nell'impossibilità di addivenire ad una condivisione con le Organizzazioni Sindacali e le Associazioni Professionali in ordine all'applicazione delle norme legali e regolamentari che disciplinano il rapporto di lavoro di ciascuna categoria», a far data da oggi la compagnia applicherà una regolamentazione del lavoro decisa unilateralmente. Con pesanti ricadute sulla vita quotidiana dei dipendenti temporaneamente in servizio. Il tutto in un clima da ultimi giorni di Pompei, con persone ufficialmente in cigs dalla mezzanotte di ieri ma «comandata» per prendere servizio oggi (addirittura illegale, visto che verrebbe a mancare persino la copertura assicurativa). Altri che neppure ricevono la mail, ma vengono «licenziati» a voce dall'ufficio turni, cui sono abituati a rivolgersi quando vengono messi in «riserva». Inutile aggiungere che questa modalità contravviene persino alle procedure stabilite da un «accordo» che solo quattro sindacati su nove avevano sottoscritto. Non fa nulla, sembra di capire, perché tanto il governo offre una copertura illimitata agli arbitri della nuova amministrazione (che ancora non ha neppure comprato davvero la compagnia, ma intanto ne determina le decisioni). L'unica cosa certa è che all'indomani dell'ingresso di Cai partiranno migliaia di cause di lavoro, perché quello che avvenendo - con la complicità silente dei quattro sindacati firmatari (Filt-Cgil, Cisl, Uilm Ugl) - è assolutamente senza precedenti. E non previsto, o espressamente vietato, dalle leggi italiane. L'impressione è che il commissario stia addirittura mettendo in cigs più personale del necessario, in modo da non rischiare di «sforare» la cifra fissata per le perdite in capo a Cai dal 1 dicembre. L'altro elemento abbastanza chiaro è che le lettere di Cigs sono di due tipi: una fino al 31 dicembre e l'altra senza indicazioni temporali. Senza voler passare per maligni, una spiegazione plausibile è che le prime siano state inviate a chi in qualche misura è considerato «utile» per la Cai, le seconde - invece - a quelli considerati «sbarcabili». Anche questo punto non è indolore: significherebbe che gli archivi del personale sono stati messi a disposizione della nuova società - ricordiamolo ancora: l'acquisto non è ancora avvenuto - pur contenendo «informazioni sensibili» sui singoli dipendenti (non solo l'iscrizione a un sindacato, e quale, ma anche pratiche di divorzio, affidamento dei figli; insomma, il quadro completo del vissuto delle singole persone). Sul fronte societario, invece, sembra ormai confermato che dalla «cordata dei patrioti»siano definitivamente usciti l'armatore Aponte e il fondo Clessidra. Mentre a sostituirli sono stati chiamati Antonio Angelucci (cliniche e giornali di entrambi gli schieramenti, deputato forzista), Edoarda Crociani (ex presidente Vitrociset, vedova di Camillo, imputato illustre dello scandalo Lockheed) e Achille D'Avanzo (immobiliarista napoletano, alla testa di Solido Group). Mercoledì, invece, Roberto Colaninno vedrà a Milano Jean-Cyril Spinetta, a.d. di Air France. Per cedergli la «cloche» della compagnia in cambio di una partecipazione del 20%, pari a soli 200 milioni. Che salvataggio!

 

Discutiamo col governo, anche sul Csm. La ricetta di Casson

Sara Menafra

ROMA - Senatore Felice Casson, la destra propone al Pd di dialogare sulla riforma della giustizia. Che ne pensa? Aspettiamo di vedere le idee del Pdl in un testo organico. E' dal giorno della loro vittoria che ne parlano, ma non abbiamo ancora letto nulla. Da parte del Partito democratico non ci sono preclusioni. Le riforme più urgenti riguardano i tempi del processo e la certezza della pena. Ma siamo disposti a confrontarci sulle proposte della destra. Nella conferenza sulla giustizia di due settimane fa avevate detto che il Pd era favorevole a riforme «non costituzionali». Poi, venerdì, D'Alema ha parlato di modificare le istituzioni. Ci spiega qual è la vera posizione del Pd? C'è una discussione interna al Partito democratico sull'ipotesi di modificare oppure non la Costituzione. A mio parere, bisogna tenere fermo il paletto dell'autonomia e indipendenza della magistratura, intervenendo con leggi ordinarie. Mettere gli inquirenti sotto il controllo dell'esecutivo sarebbe un male, del resto, le conseguenze negative di questo impianto sono visibili in alcuni paesi occidentali. Su Csm e azione disciplinare, però, sarei favorevole a intervenire anche cambiando la Costituzione. In ogni caso, la guerra tra le procure di Salerno e Catanzaro non c'entra con nessuno di questi argomenti e tanto meno con la separazione delle carriere. Che opinione si è fatto dello scontro tra i due uffici inquirenti? Più di qualcuno ha perso la testa. Mi pare che abbiano torto tutti e bene hanno fatto il presidente della repubblica e il Csm a intervenire rapidamente. Non possiamo accettare che ci siano uffici fuori controllo. E' qualche anno che, ciclicamente, si ripetono scontri tra magistrati. C'è qualcosa di anomalo in questo susseguirsi di scossoni? I casi degli ultimi anni sono stati diversi tra loro. Quando le inchieste toccano il mondo politico è quasi fisiologico un cortocircuito tra esigenze di indagine e vita politica. Lei parla di riformare il Csm. Il loro intervento nel caso Catanzaro non l'ha convinta? Il Csm si è mosso bene e con rapidità cristallizzando la situazione, ora bisognerebbe che anche il pg e il ministro facessero la loro parte. Tolto questo caso, bisogna provvedere a limitare l'eccessivo peso delle correnti. Non so se prevedendo la nomina di alcuni consiglieri da parte del Quirinale, ma sulle nomine dei vertici degli uffici giudiziari hanno un peso eccessivo. Alcuni parlamentari del Pdl hanno annunciato che la riforma è già pronta e prevede di sottrarre la polizia giudiziaria al controllo del pm e di limitare l'obbligatorietà dell'azione penale. Le piace? La polizia giudiziaria ha già una sua autonomia, il coordinamento affidato al pm ha limitato gli errori del passato. Sull'obbligatorietà dell'azione penale si può intervenire, ma senza toccare il principio costituzionale.

 

A sinistra di Obama. Il colore della nuova Casa bianca - Marco d'Eramo

WASHINGTON - In un grigio primo pomeriggio, il vento soffia freddo sulla 16° strada che sbocca a sud nei giardini della Casa bianca, in Pennsylvania avenue. In quest'ampia via, quasi di fronte al palazzo del Washington Post, ha sede l'Institute for Policy Studies (Ips), uno dei più importanti centri studi (think tanks, «serbatoi di pensieri») della sinistra americana. Nella saletta riunioni con John Feffer, condirettore per la politica estera, e Marcus Raskin, cofondatore dell'Istituto, parliamo dell'avvio della nuova amministrazione. La prima domanda è sulla nomina di Hillary Clinton a ministra degli esteri (segretaria di stato): lo sport più in voga a Washington è scavare nei retroscena di questa nomina e capire come mai Hillary ha accettato. RASKIN: Che altro poteva fare? Ha capito che non potrà mai più essere presidente. Almeno così ha l'occasione di dare una sua impronta alla politica mondiale nei prossimi anni. E se fa un buon lavoro può persino essere candidata alla vicepresidenza nel 2012. Personalmente pensavo che lei volesse diventare giudice alla Corte suprema, ma la giurisprudenza l'annoia. FEFFER: Barack Obama ha calcolato il proprio futuro politico. Se si vuole ripresentare fra quattro anni, deve fare i conti con i Clinton. Il suo obiettivo primario è far sì che Hillary non sia tanto scontenta da costituire una minaccia per lui. È anche nel carattere di Obama di unire il partito. E Hillary, se le gira, può dividere il partito democratico più di ogni altro. Obama doveva offrirle un posto abbastanza appetitoso da indurla a cedere il proprio insediamento sul territorio. Certo ci sarà un problema con Joe Biden che è stato scelto come vicepresidente proprio per la sua competenza in politica estera. E poi incombe anche Bill Clinton che - non c'è dubbio - sarà assai ingombrante. Obama si è circondato di clintoniani, ha nominato Hillary segretaria di stato e di fatto ha lasciato entrare Bill: insomma, non è ostaggio dei Clinton? FEFFER: Devi fare compromessi se non vuoi spezzare il partito. I Clinton sono stati al potere per otto anni e il partito democratico non aveva avuto una simile esperienza di governo dagli anni '60. Non c'è altro a disposizione che la generazione Clinton. Della generazione più giovane, più radicale, ci sarà solo uno spruzzo nell'amministrazione Obama. Pensa alla politica estera. La scelta di Hillary è stata determinata in primo luogo da ragioni di politica interna al partito. Ma una seconda ragione per cui non è stato scelto John Kerry è che, se lui fosse diventato segretario di stato, automaticamente presidente della commissione esteri del Senato sarebbe diventato il nostro amico Russ Feingold, senatore del Wisconsin, che è troppo radicale, la pensa quasi come noi, e quindi bisognava trovare il modo di escluderlo da questa posizione. Vedi come ogni scelta si porta dietro altre scelte. RASKIN: Bisogna tenere conto dei vari strati della politica. Non c'è solo il massimo livello. Qui parliamo non di una decina, ma di 5-8.000 posizioni che cambieranno di mano. Sono un sacco di posti. Quale politica sarà davvero attuata e messa in pratica dipende da tutta questa massa di persone ed è al loro livello che bisognerà misurare l'influenza della sinistra sulla nuova amministrazione. Ecco perché è una fase politica interessantissima da osservare, magari non quanto Berlusconi, ma lo stesso appassionante. E poi, al vertice, bisogna guardare più da vicino: prendi l'uomo più potente della nuova amministrazione, il capo dello staff della Casa bianca. Rahm Emmanuel è amicissimo dei Clinton, ma viene da Chicago, dove vige una peculiare concezione di cosa è il potere in politica. Subito dopo la sua nomina, suo padre Benjamin ha rilasciato un'intervista a un giornale israeliano (Ma'ariv) in cui diceva: «Certo che mio figlio influenzerà il presidente in senso pro-israeliano. Perché non dovrebbe? Non è mica un arabo, non sta andando alla Casa bianca per lavare i pavimenti». La comunità araba-americana insorge e subito Obama impone a Emmanuel di scusarsi pubblicamente. Lo fa per chiarire che la politica estera la decide lui e solo lui. Tutti dicono che Obama deve fare qualcosa e rapidamente, visto le attese che ha suscitato. FEFFER: Certo, e per ciò deve disporre di persone che sanno come operare nel sistema e conseguire gli obiettivi. A questo livello le politiche sono relativamente irrilevanti. È la ragione per cui ha confermato al Pentagono Robert Gates (ministro uscente dell'amministrazione Bush), non perché è d'accordo su tutto. Prima della nomina, Gates ha tenuto un discorso di appoggio alla nuova generazione di armi atomiche, ben sapendo che Obama è in totale disaccordo. Cioè, Gates, sapendo di essere candidato alla difesa, quasi deliberatamente ha tenuto questo discorso, come per dire: accetto il ministero, ma alle mie condizioni. C'erano altri candidati con altrettanta esperienza militare e più consoni con Obama: per esempio, l'ex generale Eric K. Shinseki (scelto poi come ministro per i veterani, ndr). Se si è preso Gates, è sempre per la stessa ragione, perché ha bisogno che le decisioni vengano attuate e non ostacolate. Ricorda l'errore commesso all'inizio da Clinton, quando cercò d'imporre ai militari di riconoscere i gay. Il suo errore non fu di agire, ma di non reagire quando i generali si opposero: lì capirono che a loro bastava puntare i piedi, capirono che era debole. Obama non ha esperienza militare, e perciò deve chiarire subito chi comanda: deve avere qualcuno che gli copre le spalle di fronte ai generali, qualcuno capace di costruire un'alleanza tattica con i repubblicani moderati sui tagli alle spese militari. Il Pentagono sta già spingendo per ottenere un aumento delle spese militari di 400 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Nel frattempo il Homeland Security & Defense Business Council, uno dei collegamenti tra il Pentagono e l'industria bellica, ha pubblicato un rapporto in cui si dice che le spese militari vanno non scorciate qua e là, ma decurtate di brutto, e questo da un punto di vista puramente di business, non di geopolitica. Alla fine si avrà un compromesso con tagli qua e aumenti di spesa là, e un risultato totale più o meno uguale. Ma Obama si è impegnato a restaurare il potere e l'influenza americana nel mondo. Non sembra un proclama pacifista. FEFFER: Se vuole aumentare gli effettivi dell'esercito, procedere all'escalation in Afghanistan, Obama dovrà trovare qualcosa da tagliare nella spesa militare. Ha promesso modernizzazione, quindi dovrà procedere a solo tagli mirati sui nuovi armamenti, come il nuovo supercaccia F-35 Lightning. Né potrà tagliare sulle basi militari in patria, perché su di esse si regge l'economia di intere regioni, in particolar e nel sud. Dove potrà tagliare in modo deciso sarà sulle basi militari all'estero, in Germania, Giappone, Italia, persino in Corea del Sud. Se così, sarà un segno - magari imposto e non voluto, ma importantissimo - di ridimensionamento del progetto imperiale. RASKIN: Obama vuole rafforzare l'esercito di 97.000 unità ma il problema è dove troverà i soldi per farlo. Perché lui è già in debito con Ted Kennedy che lo ha appoggiato da subito e che prima di morire vuole vedere approvata la riforma sanitaria che perciò sarà sul tappeto fin da gennaio. Ma se vuole più truppe in Afghanistan, la riforma sanitaria e gli investimenti nei lavori pubblici, non può farlo senza un sostanziale aumento delle tasse. Nella politica americana però aumentare le tasse è una bestemmia che si paga con la sconfitta elettorale. E i responsabili che Obama si è scelto per l'economia non sono certo campioni di anticonformismo. RASKIN: La crisi è un'opportunità da non sprecare. Quando le ricette tradizionali falliscono, quando i luoghi comuni si mostrano falsi, c'è un'opportunità per fare qualcosa di nuovo. FEFFER: Il baricentro si è spostato. Paladini del liberismo sostengono oggi l'azione statale, conservatori prendono posizioni progressiste vicine alle nostre: Paul Volcker (ex governatore della Federal reserve, ndr) si è spostato dalla destra al centro. È cambiato il contesto ambientale. Oggi tutti riconoscono l'importanza dell'intervento pubblico. In discussione è solo la dimensione, la forma di questo intervento. Da questo punto di vista Obama è vicino alle posizioni europee, che non sono straordinarie ma sempre meglio di quelle di Bush. Quando ci sarà un nuovo G20 ad aprile, ci sarà un'atmosfera completamente diversa. Ma quale pressione può esercitare il fronte progressista su Obama? E come? FEFFER: Intanto ci sono centinaia di migliaia di persone a sinistra che hanno speso mesi e mesi a cercar di farlo eleggere e ora sono sfinite. Quanto ai movimenti, ancora non sono pronti per uno scontro. Obama è stato assai discreto sui suoi obiettivi. È stato più esplicito sul riscaldamento globale: i gruppi ambientalisti sono stati molto soddisfatti del suo impegno a ridurre le emissioni di anidride carbonica: se mantiene le promesse, la posizione Usa diventerà migliore di quella europea. Quindi i verdi sono contenti e non sentono l'urgenza di spingere a sinistra Obama. E loro sono essenziali per qualunque pressing. Lo stesso vale naturalmente per i neri e per altre persone di colore che saranno assai riluttanti a esercitare una pressione forte su Obama: gli daranno il beneficio del dubbio. E poi c'è il sindacato che è una forza declinante nella nostra politica e può avere un impatto su temi specifici: vedremo come andrà sui due accordi di libero commercio, quello con la Colombia e quello con la Corea del Sud. Ma il problema è che non ci sarà più un'amministrazione Bush a tenere insieme tutti quanti, a cementare una coalizione. La nuova amministrazione disferà questa coalizione, non perché lo vorrà - non siamo un bersaglio così importante - ma perché una parte sarà paga, un'altra riluttante e una terza attenta solo ai suoi interessi specifici. Sarà arduo mobilitare la gente. Già adesso il movimento pacifista sta cercando di capire cosa fare, si chiede: «e adesso»? Credo che il nodo centrale dovrà essere la spesa militare, per unire politica estera e politica interna, il portafoglio della gente e la pace. Ma opporsi all'escalation in Afghanistan sarà difficile. Insomma, la sinistra è inerme, i verdi sono già contenti, i neri non si muoveranno neanche a cannonate, i sindacati sono preoccupati solo dalla loro cucina; e non c'è più un Bush a tenere insieme la coalizione progressista... RASKIN: Non sono così pessimista. Ricorda la storia. Pensiamo al 1959-60: in quel momento i bianchi si sentivano abbastanza tranquilli rispetto ai neri e l'establishment si sentiva al sicuro da ogni contestazione. Quando Kennedy si candidò non si vedeva all'orizzonte un movimento in grado di premere sulla classe politica. Eppure bastarono quattro ragazzini di Greensboro (North Carolina) che nel febbraio 1960 andarono a sedersi in una tavola segregata della mensa del college (solo i bianchi potevano sedervisi, mentre gli studenti neri dovevano mangiare in piedi, ndr.), perché il movimento dei diritti civili crescesse a valanga. Oggi noi non sappiamo quel che succederà, ma è assai probabile che Obama si trovi come Kennedy quando fu eletto: seduto su un terremoto ancora impercettibile. FEFFER: Un altro modo per premere da sinistra è l'influenza intellettuale. Oggi sono all'ordine del giorno tematiche che noi abbiamo proposto per anni ma non avevano mai avuto diritto di cittadinanza nel dibattito politico ufficiale. Adesso altri le fanno proprie, anche se non ci citano. Magari non sarà gente di sinistra ad attuare misure di sinistra, ma l'importante è che i nostri temi siano ora all'ordine del giorno. Per noi dell'Institute for Policy Studies è un'occasione irripetibile: potremo diventare nella nuova fase quello che è stato l'American Enterprise Institute (il più importante think thank conservatore) per il potere repubblicano. Sarà compito nostro nutrire di idee questa fase politica.

 

Come nei '30, fabbrica occupata - Nicola Vincenzoni

È dal venerdì della settimana passata che gli operai della Republic Windows & Doors di Chicago occupano lo stabilimento, e non sono intenzionati ad andarsene fino a che i loro diritti non saranno riconosciuti. Martedì scorso la direzione della fabbrica di porte e finestre aveva annunciato con soli tre giorni di anticipo la chiusura definitiva del complesso industriale, gettando nella disperazione i circa 250 lavoratori attualmente a servizio. La disperazione si è presto mutata in rabbia, e dalla rabbia si è passati alla decisione di occupare e di lottare per un giusto trattamento. Oggetto della critica da parte degli operai le modalità della chiusura, avvenuta senza i 60 giorni di preavviso e senza il versamento ai dipendenti della liquidazione. La chiusura della Republic fa parte dell'onda ad ampio raggio della crisi statunitense: a monte del fallimento il crollo delle vendite e il taglio dei prestiti da parte del maggior creditore dell'azienda, la Bank of America. Stavolta però la crisi non giustifica i mezzi, e i lavoratori, organizzati dal sindacato, non ci sono stati. Da venerdì gli operai non si muovono dal «loro» stabilimento e hanno organizzato turni da 8 ore per garantire un «presidio pacifico» costante. Torna così (potere evocativo della crisi) una pratica di lotta che negli Stati uniti non si vedeva dagli anni '30. Allora - era il 1936 -, sfiancati dalle conseguenze della Grande depressione, gli operai del settore automobilistico occuparono gli stabilimenti della General Motors a Flint, Michigan, per ottenere il riconoscimento del sindacato. Oggi, gli operai della Republic di Chicago, perlopiù «latinos», occupano per far sì che le conquiste del sindacato non siano azzerate dalla depressione attuale. La direzione della Republic - finora latitante, ma che ha promesso un incontro per il pomeriggio di lunedì (la notte tra lunedì e martedì in Italia) - tenta di scaricare la responsabilità sulla Bank of America, che rifiuta all'azienda ulteriori prestiti. La banca fa invece sapere che non è suo affare la correttezza dei rapporti tra la Republic e i suoi dipendenti. In questo gioco sale la rabbia dei lavoratori, anche perché la Bank of America ha beneficiato di ben 25 miliardi di dollari provenienti dalle casse pubbliche, che ne hanno salvato il bilancio e impedito il fallimento. La banca ha avuto il suo «bailout» da Washiongton - e le sue liquidazioni d'oro - e ora non si preoccupa se gli operai sono licenziati senza neanche un dollaro di ciò che spetta loro. Intanto l'occupazione si è guadagnata spazio nei media, e anche il presidente-eletto Obama si è pronunciato in merito, riconoscendo le rivendicazioni degli operai e invitando l'azienda ad onorare i suoi obblighi nei loro confronti. Obama ha inoltre detto che ciò che investe i lavoratori della Republic è il «riflesso di ciò che accade nell'intera economia». Infatti la crisi colpisce senza riserve tutti i settori dell'economia Usa. In questi giorni segnali allarmanti provengono dalle aziende che si occupano di media. Il New York Times ha fatto sapere ieri di essere intenzionato ad ipotecare parte della sua sede - il nuovo grattacielo costruito a Manhattan da Renzo Piano - per ottenere 225 milioni di dollari di liquidità. La Tribune.co, società mediatica proprietaria dei grandi quotidiani Chicago tribune e Los angeles times, si sta invece muovendo verso la dichiarazione di bancarotta. Uguale la situazione del Miami Herald, del The daily news di Philadelphia e dello Star tribune di Minneapolies. Tutte le società soffrono di una contrazione nella raccolta di pubblicità e di una forzatura da parte dei creditori nel pretendere i pagamenti. Anche l'informazione può cadere vittima della crisi. Ci sarà un «bailout» per la carta stampata, dopo quello di Detroit per le auto?

 

Liberazione – 9.12.08

 

Per chi suona la campana di Alexandros - Anubi D'Avossa Lussurgiu

«Dolofonoi», assassini: questo è il grido per le strade e le piazze in fiamme di Atene e della Grecia, scritto a caratteri cubitali sulle mura del Politecnico assediato dai reparti antisommossa, dipinto sugli striscioni di cento manifestazioni, urlato dai giovani in rivolta che sfidano il governo delle destre e la criminalizzazione del movimento, dalla notte fra sabato e domenica scorsa. Da quando Alexandros Grigoropoulos, 15 anni, un volto ancora da fanciullo, casa borghese alle spalle, in giro con gli amici la sera di San Nicola, è stato ucciso da un proiettile nel cuore: un proiettile di Stato, sparato da un agente di pattuglia nel quartiere studentesco e autogestionario della capitale, Exarchia. Proprio davanti al Museo Archeologico Nazionale cioè alla vecchia sede del Politecnico, dove nel 1973 gli studenti sfidarono il regime dei colonnelli, repressi nel sangue. Exarchia: lo stesso quartiere dove nel 1985 un altro studente adolescente fu ucciso dal piombo della polizia. E' una storia greca, certo. Ma la campana di Atene (e di Salonicco, Patrasso, Rodi, Creta...) suona per tutti. Perché quello di Alexandros è un assassinio di Stato maturato in una temperie che vede il governo Caramanlis impegnato nella ricerca del "potere della paura" come tanti altri in questo scorcio del primo decennio degli anni 2000. E perché il movimento giovanile che ne è stato colpito e che ora reagisce è uno dei protagonisti, come l'Onda in Italia, d'un serpeggiante movimento europeo insorto in coincidenza con un passaggio macroscopico: la crisi globale. Da settimane, mesi, anche in Grecia è in corso una mobilitazione permanente studentesca. Come in Italia, come in Francia, come in Catalogna, come in Germania. E come ovunque, si tratta d'un movimento che parla ad una realtà più generale: perché gli studenti di oggi sono un settore ampio del precariato diffuso e perché la loro contestazione alle "riforme" del sistema formativo parla al disastroso saldo sociale di sistematiche politiche pubbliche, nel momento stesso dell'esplosione della crisi. Perché, inoltre, quel precariato studentesco è anche la figura viva della incipiente fine dei "ceti medi" e dunque d'una delle principali bandiere ideologiche sotto le quali quelle politiche sono state promosse; così come è figura viva del destino di un'altra di tali bandiere, il binomio "flessibilità-mobilità" declinato concretamente in competizione sul terreno del sotto-salario, mentre il Welfare è andato impoverendosi anziché rafforzarsi. Basta guardare qual è il cardine intorno al quale le "riforme" si sono articolate, in tutt'Europa: lo hanno esplicitato maggiormente alcuni movimenti di protesta di questi mesi, a Barcellona come appunto in Grecia, e si chiama «Bologna Process». Una politica ufficiale dell'Ue tesa formalmente alla «armonizzazione» dei sistemi e, precisamente, all'accrescimento della «mobilità»: ma che ha da quasi un decennio sancito un'ulteriore stretta nei processi di aziendalizzazione e di gerarchizzazione dell'offerta formativa - con l'introduzione dei "crediti" e del sistema "duale" dei titoli (il «3+2» italiano). E che non a caso in sede comunitaria si è materializzata nella fusione della conferenza europea dei rettori universitari con la Tavola rotonda degli industriali. Il Bologna Process risale al 1999: come si vede, un filo rosso lega il contesto politico attuale del precipitare della crisi e dei conflitti sociali in Europa, a quello dei tentativi di governo della globalizzazione "neoliberale" che proprio nella crisi giunge a saldo. E lega dunque il quadro odierno di un prevalente slittamento a destra della governance europea, a quello della fase d'egemonia delle ipotesi «neoriformiste» consacrate al «temperamento» del neoliberismo. Non è un caso se uno slogan molto ascoltato nelle piazze in Italia nelle settimane scorse ossia «Non abbiamo governi amici!» è indubbiamente sentito da tutte le mobilitazioni in Europa. E' questa la lente che aiuta a capire come mai anche l'«opinione pubblica moderata» si interessi ora ai movimenti giovanili, alla loro rivendicata «indipendenza», persino al protagonismo anarchico e autogestionario in questi giorni dell'ira in Grecia, dopo l'omicidio di Stato di Alexandros. Si intuisce una preoccupazione, un'ansia, un principio di panico: quello delle "classi dirigenti", nei giorni di vigilia dei primi scioperi generali di questa stagione in Europa, di fronte all'imprevisto eppure fatale apparire dell'«inconveniente della storia». Questa figura oggi può, minaccia d'essere incarnata da settori delle nuove generazioni capaci di parlare a tutta la platea dei soggetti destinatari in solido del conto del "governo della crisi". E' la figura che si dota d'una indicazione di fondo, totalmente negativa e perciò stesso, in questa situazione concreta, costituente: «Non paghiamo noi la vostra crisi». E' questa la chiave della centralità sociale e politica dei movimenti di studenti e precari; prima e oltre l'epifenomeno materiale delle banche e degli esercizi della grande distribuzione e del consumo di lusso dati alle fiamme in Grecia. Ma anche questa specifica furia della protesta contro un potere assassino e contro una conseguenza estrema di quel "governo della paura" che nel tempo della guerra globale ha cercato di frapporsi alla crisi (e fra le cui inaugurazioni vi fu l'omicidio di Carlo Giuliani a Genova, così insopportabilmente affine a quello di Alexandros), anche questo preciso scegliere come simboli da distruggere i terminali dei poteri economici che sono stati protagonisti dell'intera fase di "sviluppo" precipitata ora nel fallimento, è qualcosa di eloquente, che va osservato senza manicheismi e al di là dei giudizi "di metodo". Di certo così lo osserva, nervosamente, chi abita le stanze del potere che conta davvero: come il segno d'un bivio. Quello tra il dilagare d'una insorgenza sociale persino necessitata ad eccedere, con un nuovo protagonismo, la "crisi della politica" che fa cornice alla crisi economica e sociale (come conferma la crisi di establishment sottesa al caso-Obama negli Usa e senza tema di smentite dai disperati sussulti di sovranismo nazionale cui si ricorre per tamponarla); e l'uso fino in fondo della «natura bruta» dello Stato per fermare, spezzare il dispiegarsi di questa potenza di conflitto e cambiamento. Una strada che il governo greco sembra voler inaugurare: ma in fondo alla quale non si sa cosa si troverà. Specie quando in una nuova generazione riaffiora quel pensiero di Panagulis: «Voglio vincere, perché non posso essere vinto».

 

Blitz anarchico per Alexandros al consolato greco di Berlino

Matteo Alviti

Berlino - Non conosce confini la rabbia per l'uccisione di Alexandros Grigoropoulos. Dopo due giorni di intensi scontri nelle città greche, ieri un gruppo di 22 anarchici ha occupato con un blitz il consolato greco a Berlino. Erano le nove e quaranta del mattino quando 19 greci e tre tedeschi hanno imboccato di corsa l'ingresso dell'elegante palazzo di Wittembergplatz, nel cuore della vecchia Berlino ovest. Una volta all'interno del consolato i giovani sono subito usciti sul balcone del terzo piano, dove hanno sostituito la bandiera greca con quella rossa e nera dell'anarchia, mentre scandivano slogan contro la violenza della polizia. Il gruppo ha poi srotolato uno striscione lungo una decina di metri su cui si poteva leggere, in greco e in tedesco, Alexandros Grigoropoulos, 16 anni, ucciso dallo stato. Il consolato è rimasto occupato tutto il giorno, fino alle 18 circa, quando gli anarchici hanno deciso di lasciare l'edificio di loro iniziativa, senza alcun intervento da parte della polizia, che non ha nemmeno identificato gli occupanti. Il primo segretario d'ambasciata Michail Angelopoulos, responsabile del consolato, sin dalla mattina è stato impegnato in un lungo dialogo con i giovani che, per conto suo, ha continuato a definire ospiti. La situazione è dunque rimasta tranquilla. Fuori la polizia - intervenuta discretamente con 120 agenti - aveva isolato l'edificio, mentre di fronte al consolato per tutta la giornata sono rimaste poco più di 50 persone a solidarizzare con gli occupanti. La portavoce della polizia Reichstein ha fatto sapere che «non ci sono stati atti di vandalismo» all'interno del consolato. E soprattutto che gli agenti non sarebbero comunque intervenuti a meno che il console non ne avesse fatto esplicita richiesta. Nella capitale tedesca la scena anarchica è piuttosto attiva, soprattutto nei cortei antifascisti - come quello di sabato scorso nel quartiere di Lichtenberg. E nei movimenti per l'occupazione di case e contro le speculazioni immobiliari. Nel recente passato non sono mancati periodi di scontro tra gli anarchici, la polizia e i "nuovi berlinesi", quelli venuti con la ristrutturazione sempre più estesa degli edifici dell'ex Berlino est. Ma le tensioni non sono mai andate oltre a qualche macchina di lusso date alle fiamme nelle notti dei quartieri più alternativi della città. Anche in Germania, però, la polizia è finita più volte sotto accusa per l'eccessivo ricorso alla violenza contro alcuni fermati, soprattutto migranti, soprattutto di colore. E' il caso di Oury Jalloh, morto il 7 gennaio del 2005 in una cella di sicurezza di Dessau, in Sassonia-Anhalt, tra le fiamme del lettino a cui era stato legato mani e piedi. Oury, fermato per strada in stato di ebrezza era stato portato in centrale per un controllo. Quel che sarebbe successo poi ha dell'incredibile: nonostante sia stato accuratamente perquisito, ubriaco e legato mani e piedi, Oury, secondo la polizia, sarebbe riuscito a sfilarsi un accendino dalle tasche per dare fuoco al materasso, ignifugo, su cui era sdraiato. Gli agenti di guardia, sentite urla e strani crepitii nell'interfono, invece di andare a vedere cosa stava accadendo avrebbero, dicono, abbassato il volume per non essere disturbati. Ieri è arrivato il verdetto definitivo contro i due agenti ritenuti responsabili della morte del giovane: non colpevoli.

 

«Dalla crisi si esce solo insieme ai lavoratori» - Claudio Jampaglia

«Tra dicembre e gennaio il paese sarà totalmente fermo». E non per le vacanze di Natale. Ma per la crisi. Susanna Camusso ha iniziato da metalmeccanica nel 1975, è stata una vita tra Milano e la Lombardia. Ha vissuto le grandi riorganizzazioni degli anni '80 e '90, ma anche lei «una cosa così» non l'aveva mai vista. Per chi gira nei territori la parola "crisi" non basta più. Ormai si dice "una cosa così". Come per ciò che accade "al di sopra delle parole". E fa paura. Sovverte schemi. Non ha appigli. La crisi era prevista, ma è arrivato uno tsunami che spazza tutto, senza argini. «Contemporanea, rapida, trasversale per settori e dimensione delle imprese coinvolte. E allo stesso tempo senza visione di una possibile via di fuga». E intanto le aziende si fermano, il pubblico locale si striminzisce, i contratti deboli vengono cancellati. «E' evidente che c'è anche chi approfitta del momento e gioca partite di ristrutturazione più complesse e di fase. Penso alle multinazionali su cui ci sarebbe bisogno di un'indagine vera e propria, ma la morale è che tutto si ferma e poi si vedrà. A memoria credo che un mese di non produzione generalizzata non l'avevamo mai visto. Dai beni intermedi, alle produzioni di base, fino alle nicchie di qualità. Eppure nello schema di produzione di beni e servizi a cui c'eravamo abituati non ci si fermava nemmeno ad agosto...». E in questo quadro di destrutturazione del sistema paese la Cgil ci piazza un bello sciopero generale, in solitaria, il 12 dicembre. Così per salutarsi prima della grande serrata. Ma ha senso? Si. E ne siamo assolutamente convinti. Per tre ragioni. La prima riguarda i temi della crisi che incredibilmente sembrano assenti dal dibattito del nostro paese e riguardano la ridefinizione dei ruoli mondiali dell'economia, le regole con cui rispondono e intervengono gli stati nazionali, il pubblico e il privato, e il ruolo di finanziarizzazione e produzione. Come facciamo a rimettere al centro il lavoro se non possiamo nemmeno discutere delle condizioni in cui ciò è possibile o meno? La seconda ragione la dice la nostra piattaforma che banalizzando si può tradurre in "pane e lavoro". Perché i lavoratori possano attraversare questa crisi è necessario immaginare in che condizioni sarà il paese domani. Proporre una meta. Delle condizioni. Altrimenti lo ritroveremo solo più povero. E la terza ragione sono gli elementi di degrado civile che la crisi porta con sè: la cacciata dei migranti a cui segue ad esempio l'esclusione delle donne perché il lavoro vada prima agli uomini. Una classica regressione reazionaria. Che è possibile se le persone si sentono sole a combattere la crisi. Mentre diventa inaccettabile se esiste un luogo di partecipazione pubblica e una proposta. Lo sciopero è uno straordinario sostegno e allo stesso tempo ti mette a nudo. Ti espone. Ecco chi siamo e cosa chiediamo. E lo sciopero è ancora più necessario perché le modalità di gestione di questa crisi non hanno eguali, non ci sono tavoli di confronto, si procede per annunci scollegati e incoerenti. Per decreti. Il governo non ha scelto di redistribuire i costi della crisi. Ha deciso che paghino i lavoratori e i pensionati. Ma non avete paura del solito giochino: la Cgil ideologica, sola, politicizzata. E in più senza sponda politica, vista l'inconsistenza del Pd. Soli come mai... Un sindacato non può che stare con lavoratori e pensionati. Rappresenta quegli interessi e l'idea del paese in cui questi interessi si riconoscono. L'apprezzamento della nostra azione lo misuro lì. Siamo in campo con una proposta precisa a cui si dovrebbero dare risposte, ed è chiaro che chi non vuole darle usa un'altra strada, quella della demonizzazione dell'interlocutore. Dentro una crisi così violenta per le tasche e la sopravvivenza delle persone sappiamo che chiedere il sacrificio dello sciopero è una sfida. Ma siamo convinti che bisogna mettere in campo degli spostamenti e si può fare. Siamo estremamente pragmatici. E smentiamo che la modernità non coincida con gli strumenti tradizionali del movimento operaio. Poi sentiamo la difficoltà di una situazione politica molto nostrana in cui tutto è usato contro tutto, non c'è l'opposizione politica o se c'è viene detto che è eterodiretta dalla Cgil. La stessa opposizione discute ampiamente in maniera non sempre comprensibile... la Cgil è un grande soggetto sociale legato a un vincolo di rappresentanza e non vuole fare supplenza politica. Il fatto che la politica in questo paese non esprima un progetto ma si attardi nella discussione sulle formule e sulle liste è sicuramente un limite e una difficoltà, per tutti. Ma la Cgil non torna indietro. Anche la confusione dei ruoli ha alimentato la crisi della politica. E bisogna assolutamente evitarla. Nella settimana appena passata sei stata a Brindisi, Taranto, Livorno... Cosa dicono i lavoratori dello sciopero? C'è una preoccupazione straordinaria. La crisi è già vissuto dei delegati che ti raccontano di non aver mai immaginato che la loro azienda passasse al vuoto. A questo si sovrappongono le preoccupazioni delle condizioni di ciascuno: storie di mancate occasioni di sviluppo, di scelte al ribasso... E poi c'è una grande attenzione al rapporto con gli altri, con gli altri sindacati. La convinzione della necessità dello sciopero di fronte alle tante fratture che il governo sta determinando contemporaneamente, ma c'è anche la coscienza che sullo sciopero si deve lavorare. A differenza di ciò che ci imputano trovo nei nostri iscritti una straordinaria coscienza ma nessuna tentazione identitaria. Nessuno ha intenzione di chiudersi nel suo quadrato rosso, in trincea. E' il pragmatismo dei lavoratori che una fase complicata cercano di costruire le ragioni dello stare insieme, andando oltre il proprio sè. Un'idea di "bene" per il paese che è l'esatto opposto di quella che ci viene proposta in termini di rinuncia. E' responsabilità. Condivisione. Di questo sono orgogliosa. Eppure si marcia soli. Con Cisl e Uil che fanno di tutto per farvi rimangiare lo sciopero. L'unità dei confederali non è più una necessità? L'unità sindacale è nel nostro dna. Dai dirigenti alle Rsu. La nostra storia dice che le crisi si risolvono insieme e sta succedendo in concreto in molti settori e luoghi di lavoro anche in questa stagione difficile. Quindi è evidente che tutti, a partire dai nostri iscritti, si pongono la questione del perchè della scollatura. Ovvio che dove hai appena subito un accordo separato c'è più tensione e stupore, come nel commercio o nei pubblici dove anche nel 2001-2002 nonostante il Patto per l'Italia, le piattaforme erano unitarie. Se ne discute. Ma intanto c'è un'idea d'urgenza. Sulla crisi. Stiamo attenti ad evitare le rotture gratuite ma non ci si può fermare. Anche questo è un atteggiamento pragmatico. Soprattutto perché poi nella crisi concreta, caso per caso, ritrovi quasi sempre l'unitarietà. Intanto però gli unici soldi che ci sono se li prendono le banche: miliardi di euro che potevano andare a detassare le tredicesime. Non è scandaloso? Il sistema impresa è nelle mani del sistema bancario, ma lo è anche il debito dei lavoratori via mutui. Su questo registriamo sicuramente un ritardo, di tutto il campo diciamo "progressista". L'assenza di una proposta compiuta. Sembra ormai accettata l'idea che il sistema finanziario detti le regole. E nel momento in cui si ripropone il tema delle regole e come se non ci fosse un background alle spalle. E' lo stesso problema che abbiamo rispetto al ruolo dello Stato nell'economia. Si è accettato che lo Stato finanziasse il sistema bancario e due secondi dopo ci si è impantanati nel dire cosa è una nuova funzione pubblica dell'economia. Bisognerebbe dire che la prima funzione pubblica dell'economia è la garanzia dello stato sociale, invece ormai le due cose sono scollegate. Come se si accettasse la separazione tra la crisi dell'economia e il destino delle persone. E' questo che fa paura. Dobbiamo lavorarci. Però allo stesso tempo siete "costretti" a chiedere risorse per le imprese e per l'innovazione che non sembrano voler fare... E' uno dei grandi problemi della nostra storia recente. Basti pensare ad alcuni grandi imprenditori che erano contrari all'ingresso in Europa perché pensavano ancora alla svalutazione competitiva, alla via bassa alla crescita. L'idea delle imprese è sempre quella di garantirsi risorse "a prescindere", come direbbe Totò. La rivendicazione del primato d'impresa senza un modello di comando, senza leadership, con nessuna idea della collocazione dell'impresa nella società con quali responsabilità e con quale innovazione. Come è evidente nelle scelte contro l'ambiente, senza cogliere sfide ed opportunità che sono uno dei temi della riorganizzazione produttiva altrove. Incredibilmente manca la ricerca dell'opportunità, delle frontiere innovative e produttive, la ricostruzione del legame tra funzione d'impresa e sguardo sul mondo, nella ricerca come sul prodotto. E' il grande conservatorismo dell'impresa italiana, che afferma il suo primato economico senza praticarlo. Ma provando ad imporlo.

 

Verso e oltre il 12 dicembre. Il futuro dipende anche da noi

Roberta Fantozzi

Abbiamo lavorato con determinazione in queste settimane alla riuscita dello sciopero generale del 12 dicembre attraverso diverse iniziative: una campagna di volantinaggi davanti ai posti di lavoro e nei territori, la costruzione di incontri, assemblee, dibattiti. E' un impegno che va rafforzato e intensificato in questi giorni. La riuscita dello sciopero del 12 dicembre è con tutta evidenza decisiva. Perché si esprimano tutte le potenzialità dell'opposizione alle politiche del Governo e di Confindustria, perché venga battuto l'attacco all'autonomia e al ruolo del sindacato, per la possibilità di costruire un movimento duraturo e generalizzato in grado di prospettare una discontinuità profonda, un'uscita a sinistra dalla crisi. E sono molte le dinamiche positive che si sono determinate: la scelta del movimento per la scuola e l'università pubbliche di contribuire a costruire attivamente le mobilitazioni, la positiva convergenza dei sindacati di base nella data indicata dalla Cgil. Bisogna essere consapevoli tuttavia anche delle difficoltà. A partire da quella più grande determinata dal dispiegarsi della crisi. In una situazione in cui le prossime settimane vedranno la sostanziale chiusura delle fabbriche con la moltiplicazione delle realtà in cassa integrazione, non è semplice scioperare: percepire l'utilità dello sciopero di fronte alla prospettiva di settimane di inattività forzata, rinunciare ad un giorno di stipendio avendo davanti un futuro segnato dalla decurtazione di salari già miserrimi, con l'accresciuta incertezza sul mantenimento del posto di lavoro. Scioperare il 12 comporta un livello di consapevolezza molto elevato sullo scontro in atto. In una situazione in cui la risposta delle lavoratrici e dei lavoratori sarà determinante come non mai per la misurazione dei rapporti di forza esistenti nel nostro paese. La retorica profusa in questi giorni dal Governo sull'unità e la concordia nazionale necessarie per affrontare la situazione ha uno scopo evidente: cercare di impedire che si determini consapevolezza a livello di massa sulle responsabilità della crisi ed insieme nascondere il carattere profondamente regressivo delle politiche in atto, l'obiettivo che esse hanno di utilizzare la crisi per determinare un arretramento generalizzato delle relazioni sociali nel nostro paese. Si tratta non solo di demistificare i recenti provvedimenti del governo Berlusconi, ma di evitare che si determini nel dibattito pubblico la rimozione dei contenuti complessivi dell'iniziativa che il governo ha messo in campo sin dal suo insediamento. Una manovra che prevede nel triennio 5 miliardi di tagli alla sanità, con l'accumulo complessivo di un indebitamento di 35 miliardi a carico delle regioni per il divario tra spesa prevista e finanziamento statale, un intervento devastante su regioni ed enti locali, chiamati a "concorrere" agli obiettivi di bilancio con quasi 8 miliardi per quel che riguarda le regioni, e oltre 9 miliardi per quel che riguarda comuni e province, i 9 miliardi e mezzo di tagli a scuola e università, mentre parallelamente è senza precedenti l'attacco al pubblico impiego, sul versante salariale, dei diritti, nel licenziamento dei lavoratori precari. Una politica che attacca il lavoro a colpi di ulteriore pesante deregolamentazione, precarizzazione, frantumazione dei diritti: dalla dilatazione del lavoro a termine, al ripristino del lavoro a chiamata, alla destrutturazione di interi settori attraverso il lavoro accessorio. Dalla riscrittura del processo del lavoro per attaccare nuovamente l'articolo 18 agli annunci sull'ulteriore limitazione del diritto di sciopero. Non si tratta dunque dell'"inadeguatezza" delle misure assunte dal governo nel recente decreto, a cominciare dalla quota di risorse del tutto insufficienti messe a disposizione sul versante degli ammortizzatori sociali e del sistema di protezione contro la crisi. Si tratta di un disegno organico. Il fragile sistema di welfare del nostro paese è destinato ad essere massacrato dalle ricette di Tremonti e Berlusconi. L'"intervento pubblico" del governo, nella crisi, si sostanzia di generose disponibilità a favore di un sistema creditizio di cui si lasciano inalterati assetti proprietari e meccanismi di funzionamento e nell'accelerazione delle grandi opere ambientalmente devastanti per consentire grandi profitti per pochi. Ma il pubblico si ritrae ulteriormente dalla garanzia dei diritti sociali: alla salute, all'istruzione, all'assistenza, mentre si rilancia il processo di privatizzazione dei servizi pubblici locali. Il disegno del governo è organico anche nel mettere in connessione l'attacco al sistema di welfare e ai diritti del lavoro, con la riscrittura del ruolo degli attori sociali: sindacato in primis. La riforma della contrattazione che continua ad essere obiettivo centrale di Berlusconi e Marcegaglia, vuole distruggere il contratto collettivo nazionale e puntare all'individualizzazione del rapporto di lavoro, distruggere il ruolo di rappresentanza del sindacato per trasformarlo in sindacato dei servizi e in soggetto complice delle imprese nella gestione di interi pezzi di stato sociale da cui per l'appunto il pubblico si ritrae. Il disegno è quello di un riassetto corporativo del complesso delle relazioni sociali. Verso e oltre il 12 dicembre dobbiamo essere in grado di disvelare il senso profondo delle politiche del governo, far vivere i contenuti di un programma di alternativa, costruire organizzazione e conflitto sociale. Il futuro dipende anche da noi.

 

Israele, le primarie del Likud:  cresce la destra fondamentalista

Stefania Podda

Tutti i sondaggi lo accreditano come il prossimo premier israeliano. Per mesi, la sua popolarità personale è andata crescendo, di pari passo con il precipitare dei consensi per Ehud Olmert. Nemmeno l'entrata in scena della laburista Tzipi Livni, il volto nuovo, ha invertito i sondaggi, regalando al Labour la speranza tutt'al più di un testa a testa. Sarà perché la sua è una vittoria così annunciata che sarebbe uno scacco irrimediabile mancarla, che Benjamin Netanyahu sembra deciso a fare di tutto per liberarsi dai possibili ostacoli, anche a costo di qualche errore tattico. E' il caso delle primarie del Likud che, tra qualche problema tecnico e logistico, si sono svolte ieri. In gioco, non c'era la sua leadership - ad oggi indiscussa - ma l'ingresso nella lista che il Likud presenterà per le elezioni anticipate che si svolgeranno a febbraio. Ma invece di limitarsi ad assistere al voto dei 100mila sostenitori del partito chiamati alle urne, oppure di sostenere un paio di candidati a lui più vicini, Netanyahu ha deciso di entrare a piè pari nella competizione. Non ha dato ascolto a nessuno, non ai suoi consiglieri che gli suggerivano un atteggiamento super partes più consono al suo probabile, futuro ruolo, e nemmeno ha prestato orecchio al crescente malumore nel suo partito. Così, ha stilato una lista di candidati a lui graditi, da votare come futuri membri della Knesset. E perché l'indicazione di voto non rimanesse solo teorica, si è servito del potenziale di ricatto offertogli dalle cariche di ministro che a febbraio potrebbe avere a disposizione per ricompensare i fedelissimi. Un atteggiamento che gli ha procurato la sicura inimicizia dei nomi rimasti fuori dalla lista nonché la riprovazione dei quadri del Likud: «In un processo democratico - gli ha ricordato il deputato Reuven Rivlin - non è bene che il leader di un movimento si metta a raccomandare questo e quel candidato». A spingere Netanyahu alla decisione di esporsi sino a questo punto è stata la novità politica di queste primarie, ossia la forte affermazione all'interno del Likud, di una destra più radicale e fondamentalista. Una destra rappresentata da Moshe Feiglin e dalla sua fazione, la "Jewish Leadership", che dal 1994 al 1996 apparve nella scena politica israeliana come partito estremista e marginale, contrario agli accordi di Oslo. Il suo leader, Feiglin, venne anche arrestato per disobbedienza civile e incarcerato per sei mesi. Nel 2000 la Jewish Leadership decise di confluire nel Likud, diventandone una delle correnti più a destra e opponendosi al disimpegno dalla Striscia di Gaza, così come ad ogni trattativa con i palestinesi. Fonti del Likud dicono che in questi mesi Feiglin e la sua fazione abbiano guadagnato consensi e possibili voti, e che l'affermazione della Jewish Leadership alle primarie (i cui risultati si avranno nella notte tra lunedì e martedì, ndr) potrebbe essere significativa. Il che sposterebbe ancor più a destra l'asse del Likud, con una serie di conseguenze interne e internazionali. Gli elettori meno caratterizzati ideologicamente potrebbero infatti decidere di votare per il più pragmatico e moderato partito Kadima, confermando così per la seconda volta l'intuizione che ebbe Ariel Sharon quando decise di abbandonare il Likud e introdurre una nuova variabile nel sistema israeliano. Dalle elezioni del 2006 il Likud era uscito ai minimi termini, appena dodici seggi e uno schiaffo al debordante ego di Netanyahu. Oggi i sondaggi parlano di trenta seggi, forse 35. Un recupero record, segno che questi due anni di grandi speranze si sono risolti in un fallimento su tutti i fronti. Ecco perché Netanyahu è sceso in campo con tutto il suo peso politico, in una sorta di duello carismatico con Feiglin. Bibi ha tutto l'interesse ad arrivare alle elezioni con un Likud centrista, affidabile e possibilista sul negoziato. Sulle questioni chiave della campagna elettorale, il leader del Likud non si sbilancia più di tanto, non vuol lasciarsi sfuggire la possibilità di una storica rivincita su Kadima. Critica l'atteggiamento lassista di Olmert e della sua coalizione nei confronti di Hamas, litiga con Tzipi Livni sulle prospettive del negoziato, ma nulla dice su quanto farà il Likud una volta conquistata la guida di Israele. Perché sa che in un momento di passaggio come questo, saranno gli indecisi e i delusi a decidere i futuri equilibri della Knesset e della politica israeliana. E in questo contesto, un passo falso potrebbe significare mancare un trionfo quasi scontato.

 

Repubblica – 9.12.08

 

Europee, Pdl primo partito. Il Pd si ferma sotto il 30%

MATTEO TONELLI

ROMA - Sorridono Berlusconi e Di Pietro. Nemici giurati ma, stavolta, accomunati dal segno più. Non ride il Pd che ha di che guardare con preoccupazione alla sua seconda grande prova elettorale. Molto deboli i segni di risveglio della sinistra radicale, mentre i centristi dell'Udc calano. Bene invece la Lega che rafforza il peso nel Nord del Paese. Sono queste le prime indicazioni che arrivano dal primo sondaggio sulle elezioni europee dell'anno prossimo realizzato da Ipr marketing per Repubblica.it. Una rilevazione fatta a sei mesi dal voto di giugno in attesa dell'eventuale varo della legge, voluta dal Pdl, che propone uno sbarramento al 5%. Soglia che taglierebbe fuori molti piccoli partiti. Pdl primo partito, Pd al 28%. Primo partito si conferma il Pdl. Il partito di Berlusconi, infatti, tocca quota 39%. In crescita sia rispetto alle Europee del 2004 (quando però Forza Italia e An si presentarono da soli), sia rispetto alle politiche del 2008 che hanno portato il Cavaliere a Palazzo Chigi. Lo scorso aprile il Pdl arrivò al 37,3%, oggi sale di due gradini e arriva al 39%. Vanno meno bene le cose per il Pd. Il partito di Veltroni si attesta su un 28% che non può far sorridere. Sia se lo si compara con le europee del 2004 (quando Ds e Margherita, separatamente, presero il 31,1%), sia, ed è questo il dato più preoccupante per i democratici, rispetto alle ultime politiche. Il battesimo elettorale del Pd, infatti, fece registrare un 33,2% che oggi appare decisamente lontano (-5,7%). Chi, sale, è l'Idv di Antonio Di Pietro. Il partito dell'ex pm vede i suoi consensi salire fino a uno straordinario 7,8%. Aumento considerevole sia rispetto alle europee del 2004 (+5,7%), sia sulle ultime politiche (+3,4%). Un dato che fotografa quando stai pagando l'opposizione "dura e pura" messa in scena dall'ex pm. La Lega, grande protagonista delle ultime politiche, registra una frenata. Si ferma al 7,5%, in aumento rispetto alle europee del 2004, ma in calo sulle ultime politiche (8,3%). Un decremento che, però, può essere spiegato anche con la visione "antieuropeista" del Carroccio. Un ostracismo che sfocia nel non voto. Almeno stando ai sondaggi odierni. Tocca poi ai partiti della sinistra. Sparita dal Parlamento nazionale, in chiara crisi di identità, la galassia della sinistra estrema vede nelle Europee un'occasione di riscatto. Che, però, sembra ancora lontano. Primo dato è l'abbandono della coalizione bocciata alle politiche (si fermò al 3,8%). Stavolta ciascuno va per conto proprio. Rifondazione comunista si ferma al 2,3% (lontanissimo dal 6,1% del 2004), il Pdci allo 0,6% (era al 2,4%) e i Verdi all'1,3% (erano al 2,5%). Sinistra Democratica, costola del Pd, arriva a 1,3%. Anche l'Udc registra un sensibile calo. Solo il 4% dichiara il suo voto per il partito di Casini. In calo di un punto e mezzo rispetto alle ultime politiche. Infine i radicali. Alle politiche si "diluirono" dentro il Pd, stavolta, da soli, conquistano l'1%. Seggi. Più complesso il discorso sui seggi. Anzitutto perché la nuova legge, seppur non ancora approvata, vede un calo della rappresentanza italiana da 78 a 73 parlamentari. Un calo che rende difficile un raffronto con le elezioni del 2004. Poi c'è da contare la questione dei "resti", che potrebbero sparigliare il rapporto tra circoscrizioni e seggi assegnati. Per questo nella valutazione è usare uno scarto di un seggio, in più o in meno. Con questo scenario, al Pdl andrebbero 28 seggi su 73 ed al Pd 20. Rifondazione (2), Verdi (1) e la Destra (1) potrebbero avere dei rappresentanti a Strasburgo. Sei i seggi di Di Pietro e della Lega. Tre quelli dell'Udc. Restano fuori i Comunisti Italiani e l'Udeur di Mastella, mentre i radicali, se corrono da soli, potrebbero ottenere un parlamentare. Circoscrizioni. L'analisi del voto delle 5 circoscrizioni rimanda a un Pdl in netto aumento. Il partito di Berlusconi è ovunque la prima forza politica, raggiungendo il massimo nella circoscrizione insulare (43,8%) ed il minimo nel Nord Est (31,5%). Ma in quest'ultima zona del Paese pesa la forza della Lega che aumenta in 5 anni di circa 5 punti, superando il 13,2%. Al partito di Bossi va ancora meglio nella circoscrizione Nord Ovest in cui raggiunge il 19,5% con addirittura un +8% rispetto al 2004. E proprio nel Nord Ovest, il Pd subisce una flessione pesante (-5%). Flessione che è, invece, omogenea nelle altre circoscrizioni (circa 3-4 punti). Segno positivo, invece, nella circoscrizione insulare (dal 27% al 30,6%). Sale l'Idv che triplica i voti rispetto al 2004, con picchi nel Nord Est (dal 2 al 9,6%), al Centro e al Sud. Cala l'Udc, così come i Comunisti italiani e Rifondazione.

 

Il vero obiettivo del Cavaliere - GIUSEPPE D'AVANZO

Berlusconi non ha alcuna voglia di riformare subito la giustizia. Perché dovrebbe averne? Si è personalmente protetto con l'immunità (la "legge Alfano") e non teme più i giudici. Può essere paziente, può non avere fretta, può attendere. C'è il tempo di una legislatura per preparare e realizzare il colpo finale (dipendenza del pubblico ministero dall'esecutivo). Con sapienza, è sufficiente al premier tenere alto il fuoco sotto la pentola e cuocere magistratura, riformisti democratici, opinione pubblica con sfide, provocazioni, affondi incrociati. Sempre inconciliabili. Tipo: "Nella sinistra c'è una questione morale", dice. Che ovviamente suggerito da un piduista, con un avvocato corruttore di giudici (Previti) e un braccio destro amico di mafiosi (Dell'Utri), fuori pericolo per amnistie e prescrizioni, scampato per un conflitto di interessi che gli ha permesso di approvarsi leggi ad personam, irrita gli animi e provoca un irrigidimento politico. Che subito dopo Berlusconi massaggia da "statista" con un invito a discutere insieme la riforma della giustizia. Un'offerta politica che, presa in considerazione per qualche ora, provoca all'istante nell'opposizione divisioni e malanimo che l'egoarca aggrava lasciando dire, un attimo dopo, che "in ogni caso, il governo la riforma la farà per conto suo" alla pattuglia di sherpa più partisan che ha a disposizione - Alfano (suo segretario personale e ora ministro virtuale), Ghedini (suo avvocato personale e ministro di fatto), Cicchitto (fratello di loggia). Bisogna mettersi nei panni di Berlusconi. L'unica forza che teme davvero è la Lega Nord e Bossi non vuole sentir parlare di giustizia prima di avere in tasca il federalismo e, se il premier s'azzarda a capovolgere l'ordine delle priorità, gli toccherà subire gran brutti scherzi in aula. E poi perché procurarsi delle rogne quando i suoi avversari si fabbricano guai da soli? I magistrati si mangiano vivi come scorpioni in una bottiglia screditando irresponsabilmente la stessa funzione giudiziaria. Il Consiglio superiore della magistratura, costretto ad affrontare la crisi calabro-campana per la mossa inconsueta di Napolitano, è pronto già da oggi a ritornare ai tempi lunghi, al gioco di squadra correntizio, alla protezione corporativa incapace di trovare risposta al perché magistrati così palesemente inadeguati debbano ottenere un incarico direttivo. È questa la qualità della magistratura italiana o è questo il mediocre merito che piace ai "kingmaker" delle correnti? D'altronde, è anche vero che, per le toghe più spregiudicate, una buona visibilità mediatica rimedia a qualsiasi abbaglio professionale se si posa a vittima, se si strepita contro l'arroganza del potere e i baratti politici sotto banco: quel che non si è stati capaci di mettere insieme rispettando le regole del processo penale, lo si ottiene come condanna morale pubblica da un'opinione pubblica, disinformata con maestria, che attende l'Angelo vendicatore e l'inchiesta catartica. Il quadro sarebbe però incompleto se si trascurasse quel che più conta, la moderna originalità del Berlusconi IV (novità che la miopia autoreferenziale di opposizione e magistratura neppure sembra scorgere). Oggi il bersaglio del signore di Arcore (impunito per legge) non concerne più la magistratura (avversario secondario), ma lo stesso sistema di legalità (obiettivo primario). Non l'ordine o il potere giudiziario, ma le leggi, quella "formulazione generale e astratta che distingue le leggi da ogni altra manifestazione di volontà dello Stato". Berlusconi rivendica la legittimità del suo comando e non vuole che esso sia determinato dalle norme, ma lo esige orientato dalla necessità concreta, dallo stato delle cose, dalla forza della situazione. Vuole dare un taglio netto alle "dispute avvocatesche" che accompagnano lo Stato dove i giudici interpretano la legge. Vuole liquidare "le discussioni senza fine" dello Stato legislativo-parlamentare. Vuole e pretende una decisione eseguita con prontezza senza che né i giudici né il Parlamento ci mettano il becco. Questa è la "partita" che vede la magistratura e il riformismo democratico confusi nel difendere forme, identità e routine che le mosse di Berlusconi spingono costantemente in fuori gioco. Converrà allora abbandonare l'idea di discutere e dividersi per una riforma della giustizia che non ci sarà per il momento (ci saranno soltanto maligne e pericolose modifiche di procedure e codici). È più utile rendersi presto "presentabili" per difendere con qualche prestigio dinanzi all'opinione pubblica un'architettura dello Stato dove ""legittimo" e "autorità" valgono solo come espressione della legalità". Il riformismo democratico ha molto lavoro, e doloroso, davanti a sé. È ferito, in qualche caso sfigurato, dalle collusioni con il malaffare, dal clientelismo, dall'avidità, da "sistemi di potere" chiusi e inaccessibili. Non riesce a prendere atto, anche nei sindaci più integri come Domenici e Iervolino, che la sconfitta dell'etica pubblica nelle loro amministrazioni è un fallimento politico e quindi una loro diretta, esclusiva responsabilità di cui devono dar conto. Prima che affare dei giudici, quella caduta è uno sfregio alla fiducia ottenuta dagli elettori. Le proteste per la propria, personale correttezza non gliela restituirà e non la restituirà al centro-sinistra. La discussione severa nel campo dei riformisti dovrà ricordare allora che non può esserci autorità al di fuori di legalità. Soltanto il rispetto della legalità può rendere legittimo e autorevole il comando a meno di non volersi incamminare lungo la strada aperta da Berlusconi. La magistratura si muove nello stesso angolo stretto. Così ubriaca di se stessa da non accorgersi di ballare su un Titanic prossimo alla catastrofe, in alcune agguerrite falangi, inalbera le prerogative costituzionali di autonomia e indipendenza come se fossero un lasciapassare per l'irresponsabilità. La magistratura deve mostrare di essere in grado di rimuovere, con i propri poteri amministrativi, le toghe sporche, le toghe immature, le toghe oziose, le toghe incapaci, gli inetti volenterosi, i vanitosi cacciatori di titoli. "La ricreazione è finita", è stato detto sabato scorso al Csm durante le audizioni dei capi degli uffici di Salerno e Catanzaro. "La ricreazione" deve finire davvero, se la giustizia vuole essere ancora custode e garante del diritto in uno Stato giurisdizionale. Soltanto questo doppio esame critico consentirà di affrontare, quando sarà, una riforma della giustizia che abbia non soltanto un uomo al comando, con i numeri insuperabili delle sue truppe, ma almeno un protagonista politico (il Pd) e un attore istituzionale (la magistratura) che possono far pesare nel Paese la loro credibilità, un indiscusso credito. Non è molto, ma è la sola moneta che si può spendere oggi.

 

La Stampa – 9.12.08

 

Italiani all'estero: arrangiatevi – Flavia Amabile

Abbiamo visto gli studenti affollare piazze e strade italiane per protestare conto i tagli imposti dai provvedimenti decisi dal ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini sulle scuole e sulle università. Abbiamo visto in questi ultimi giorni infiammarsi anche la Grecia con manifestazioni finite nel sangue sempre per la scuola. Sta accadendo anche qualcos'altro: da oltre un mese gli italiani di tutto il mondo provano a far sentire la loro voce contro i tagli ai finanziamenti alla comunità italiana all'estero. Il governo ha deciso di stanziare nella Finanziaria 2008 il 66% in meno dei fondi, il che vuol dire cancellare i corsi seguiti da circa 500 mila italiani all'estero, i due terzi del totale. In segno di protesta la settimana scorsa in Svizzera sono stati occupati i consolati di Basilea e Losanna, una folla di persone è scesa per le strade di Zurigo, e agitazioni ci sono state a Ginevra e Neuchatel. E bisogna pensare che è davvero una causa sentita quella dei corsi di italiano per riuscire a invadere la compassata comunità elevetica alle prese con questa sorta di 'Onda' italiana all'estero. E poi manifestazioni in tutto il mondo, dal Sudafrica al Brasile. Il governo finge di non sentire e domani sono previste nuove iniziative organizzate dai sindacati degli italiani all'estero. Possibilità di rimediare ne esistono poche. Ci aveva provato l'onorevole Narducci del Pd. "I genitori vogliono che i propri figli continuino a mantenere il legame con la loro lingua, che è veicolo di cultura, valori e italianità", aveva spiegato e aveva presentato un emendamento da 40 milioni di euro da prelevare al ministero dell'Economia, da vari capitoli di spesa, per costituire un fondo da destinare alla Direzione Generale degli italiani all'estero. Più o meno era la cifra dei tagli decisi ma il governo ha posto la fiducia, e dell'emendamento non si è fatto nulla. Il punto è che il governo taglia anche i fondi per gli italiani all'estero con più di 65 anni Allora l’on. Narducci ha presentato un Ordine del Giorno che impegna il Governo “ad effettuare una verifica sull’indigenza riguardante i cittadini italiani residenti all’estero e a ripristinare, nel quadro della legge finanziaria 2009-2011, le risorse economiche occorrenti per fronteggiare la povertà che colpisce i nostri connazionali appartenenti soprattutto alla fascia di popolazione anziana, in un quadro di regole rigorose e condivise”. "Purtroppo la politica italiana dimentica che gli italiani all'estero sono sempre stati i primi a fornire generosi contributi al loro Paese di origine quando si sono verificate emergenze'', ricorda Narducci. L'ultimo caso, quello dell'Alitalia. E' stato lo stesso commissario Augusto Fantozzi una decina di giorni fa a ammettere che erano arrivate offerte di contributi e collette per salvare la compagnia di bandiera.

 

Le mani delle cosche sulle carte della Finanza - ANTONIO MASSARI

SALERNO - L’archivio della Guardia di Finanza - una copia, con il profilo di tutti gli appartenenti alle Fiamme Gialle – rischiava di finire in mani vicine alla ‘ndrangheta. E forse il rischio non è del tutto scongiurato. La risposta va cercata nelle perquisizioni effettuate dalla procura di Salerno. E quindi negli esiti dell’inchiesta sui magistrati di Catanzaro che, secondo i pm salernitani, conducendo l’indagine Why Not dopo l’allontanamento di De Magistris, avrebbero «disintegrato e dissolto disegni e tracce investigative». I pm di Salerno – che oltre alle toghe calabresi hanno perquisito un imprenditore (Luigino Mazzei) e un commercialista calabrese (Francesco Indrieri) - cercano documenti che riguardano anche l’esponente dell’Udeur Giuseppe Luppino e il consorzio Tecnesud. I tre – Mazzei, Indrieri e Luppino - sono coinvolti in un affare milionario scoperto da de Magistris nell’inchiesta Why Not. I file riservati. L’affare riguardava anche la gestione della copia dell’archivio informatico della Finanza che, su richiesta del ministero delle Attività produttive, e autorizzazione del Cipe, era stato affidato al consorzio Tecnesud. Tra le società consorziate, ce n'era una, la Forest, che vedeva tra i soci tale Luppino, il «nipote di Emilio Sorridente, ritenuto organicamente inserito nella consorteria mafiosa dei Piromalli – Molè di Gioia Tauro, nonché sottoposto a procedimento penale per associazione per delinquere di tipo mafioso». Il via libera all’operazione fu dato nel luglio 2005 dal Cipe, su richiesta del ministero delle Attività produttive, all’epoca in cui era sottosegretario Giuseppe Galati (Udc), che fu indagato proprio da De Magistris nell’inchiesta Poseidone. Ma l’operazione fu bloccata: la società Forest, componente del consorzio, nella quale Luppino era consigliere, non ottenne dalla prefettura il certificato antimafia. Al di là dell’affare economico, il rischio era un altro, ovvero che la copia dell’archivio potesse finire in un consorzio del quale faceva parte una società – la Forest - vicina alla ndrangheta. Qualcuno avrebbe potuto utilizzare in maniera criminale informazioni riservate sui finanzieri italiani. L’esito negativo del certificato antimafia – atteso per circa un anno - «blocca» l’operazione. Nel frattempo la compagine societaria muta: a quanto pare, da ambienti calabresi, Luppino non c’è più. E quindi la pratica che bloccava il finanziamento, rimasta bloccata fino a pochi mesi fa, può riprendere il suo corso: prima il ministero aveva frenato (per il certificato antimafia), ora il governo riparte: senza Luppino, la Forest, non è più in odor di cosche mafiose. Torna il pericolo. Tolto il freno a mano, l’archivio della Finanza, può ora essere trattato – e secondo indiscrezioni da confermare, lo sarebbe già – dallo stesso consorzio Tecnesud. Intanto il consulente del pool calabrese, Piero Sagona, dichiara d’aver segnalato «in via d’urgenza», ai pm di Why Not, «una serie di irregolarità sulle agevolazioni finanziarie di Stato, in corso di erogazione a talune società». Tra le quali la Forest e la One Sud, quella che avrebbe dovuto digitalizzare la copia dell’archivio. Le sue segnalazioni, però, sembrano essere cadute nel vuoto: «Non sono stato compulsato in merito» dice Sagona. Ma c’è di più. Il consorzio s’era aggiudicato finanziamenti per 60 milioni di euro e avrebbe dovuto realizzare sei «iniziative». Tra queste, appunto, il «centro in cui sarebbe stato allocato il back up del sistema informativo della GdF». Ma nel consorzio c’era qualche «scatola vuota» e «priva d’alcun merito creditizio»: era proprio la One Sud, società che avrebbe dovuto gestire l’aspetto informatico. Insomma: il ministero avrebbe affidato la gestione dei dati a un insieme di scatole vuote. E pare che il consorzio in questione sia stato costituito, tre anni prima, proprio in una stanza del ministero al quale chiederà di utilizzare, poi, i 60 milioni di euro.


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